SCIENZA DELLO SPIRITO

Spaini a Gentilli

lettera

Spaini a Gentilli

Campione, 18 novembre 1948

Caro Gentilli,

Ho letto sul Goetheanum (la Rivista che veniva pubblicata) del 10 ottobre, il ”Sogno” pubblicato da Albert Steffen, nel quale, in una immagine appena velata e chiaramente riconoscibile, la Signora Steiner ci appare come la portatrice dell’Arabismo nella Società, in opposizione al puro cristianesimo rappresentato dallo stesso Steffen.

Finalmente ci troviamo davanti ad un documento che ci permette di formulare un giudizio sul suo autore.

Infatti, o questo “sogno” è stato pubblicato ad arte per suscitare nella Società Antroposofica un’atmosfera favorevole all’espulsione della Signora Steiner dalla Presidenza, e – in questo caso – ognuno può giudicare della moralità di una simile azione.

Oppure si tratta, come io ritengo, di una esperienza reale.

In questo caso la pubblicazione dimostra che il signor Steffen accetta senz’altro come verità qualunque sciocchezza gli venga incontro dal mondo spirituale, purché esalti la sua vanità.

Questa totale mancanza di discernimento prova, in ogni modo, la inettitudine del signor Steffen a presiedere la Società Antroposofica.

Cordialmente suo Marco Spaini

P.S. Trasmetto copia della presente al Segretario del Goetheanum

SCIENZA DELLO SPIRITO

MARIE STEINER – 17 MARZO 1935 –

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*

E’ stato dato il bel incitamento a festeggiare in modo possibilmente simile, nei diversi gruppi della Società Antroposofica, il decimo anniversario della morte di Rudolf Steiner, per sperimentare in tal modo più profondamente la forza unificatrice della sua parola e della sua opera.

Una bella idea.

E colpisce come particolarmente tragico il fatto che questo evento coincide con l’estremo acuirsi dei conflitti sociali che inesorabilmente spingono verso una decisione.

Che la crisi della Società venga appunto a culminare in questi giorni, pone in misura tutta speciale davanti alla nostra anima il problema come una questione di coscienza.

E ciascuno di noi deve porsi la domanda: dov’è il nostro dovere?

Dobbiamo cercarlo in una comoda tolleranza che, per evitare la lotta e serbare di fronte al mondo l’apparenza della fratellanza, lascia correre le cose come vogliono, sacrificando così il voluto ideale di una spiritualità pura e cosciente e distruggendo a priori ogni tentativo nuovo di una Società che si dedichi su basi rigorosamente etiche allo studio della conoscenza dello Spirito?

Oppure sta nell’impegnare tutte le nostre forze affinché si adempia il massimo desiderio nutrito da Rudolf Steiner per il movimento da lui fondato, e cioè che di esso si possa dire: ha esistito una volta, dedita allo studio dell’indagine spirituale, una Società che non ha tollerato, là dov’esso voleva imporsi, un vano giocare all’esoterismo, ed ha impedito che nel proprio seno, si affermasse la volontà di dominio che su quello s’appoggia facilmente, aprendo le vie alla ciarlataneria.

In ciò sta il massimo pericolo per ogni società che si occupa dei risultati dell’indagine spirituale; poiché essa è sempre esposta ad essere invasa dai più svariati elementi; è un pericolo a cui soggiacque spesse volte nel corso dei tempi, e a cui si può sfuggire solo vigilando con la massima severità.

Da questo deriva la quasi naturale predisposizione del mondo, che occultismo e ciarlataneria vadano sempre uniti.

Infatti il mondo si occupa solamente dei ben noti personaggi, molto in vista che, spinti dall’ambizione, vogliono con questo mezzo, crearsi un nome e una posizione nel mondo, e che, di quando in quando, vengono sollevati in alto dai flutti della vita sociale e politica.

Oppure sente parlare di piccole esistenze oscure, che usano la loro medianità a scopo di lucro e quindi soggiacciono facilmente alla tentazione di ingannare.

Colui che nel campo dell’indagine spirituale è puro, grande e incorruttibile, viene, come ben si sa, crocifisso e abbruciato, e riconosciuto dopo secoli, da un’umanità che nel frattempo, per opera di lui, è stata innalzata di qualche gradino.

Quando un tale martire ha lasciato la terra, proseguono a coltivare il suo lavoro i gruppi di uomini radunatisi intorno a lui perché da lui potevano ricevere risposta ai problemi che li assillavano; ora, riconoscenti, essi vogliono trasmettere ad altri quell’opera che insegna le vie del progresso spirituale.

E quando l’opera è cresciuta, e già comincia ad essere rappresentativa nel mondo, si accostano di più in più anche coloro che vogliono trovare in essa un campo dove esercitare la loro volontà di dominio e raggiungere ciò che altrimenti non è facile trovare nel mondo, un podio per salire più rapidamente.

Il bisogno che essi hanno di farsi valere trova un ostacolo nelle forze più modeste e meno egoistiche, che in quel campo hanno dovuto faticosamente creare, ed ora gli ambiziosi cercano di spinger quelle da parte, per brillare loro.

E se hanno ingegno, lingua lunga, molta cocciutaggine, pochi riguardi per gli altri, vi riescono facilmente. Poiché in una Società consacrata a mete ideali, non si suppone, a tutta prima, che gli uomini che ne fanno parte possano volere il male: si è fiduciosi, fidenti.

E ciò fornisce il terreno propizio per molte male tendenze.

Quegli ambiziosi ingannano talmente sé stessi, possono essere così convinti di sé, che non riesce loro difficile convincere anche altri.

E molto si può raggiungere per mezzo di allusioni mistiche, quando si crede fermamente in sé stessi!

Ma il maestro al quale si aggrappano, che vede intorno a sé queste aspirazioni, questi sforzi, che deve dare un posto alle diverse facoltà, dice, se è un vero occultista: Come non apro il cassettone chiuso di un altro per scoprire cosa esso contenga, così non mi è lecito, come occultista, scrutare le pieghe segrete di un’anima, per indagare cosa possa giacervi nascosto. Già il pensiero, che dietro alle pretese buone intenzioni, si nasconda dell’altro, rafforza il male ancora nascosto nel subconscio.

Il pensiero di un occultista è una forza più vigorosa del pensiero astratto ordinario. Perciò esso si proibisce quel pensiero anche quando ha ragione di presentirlo, anche quando, per questa ragione, egli a tutta prima ha rifiutato rapporti più stretti con tale discepolo.

“L’occultista deve lasciarsi ingannare…” Anche queste sono parole che Rudolf Steiner ha pronunciato.

Tragiche parole, perché hanno conseguenze ineluttabili, e perché il Maestro prende su sé il Karma del discepolo. Sempre di nuovo vi furono dei casi in cui si vide questa tragicità estrinsecarsi in tutta la sua grandezza.

Quando nei discepoli si palesavano la vanità e l’ambizione unite a frascherie mistiche, come le ciance intorno alle incarnazioni passate, Rudolf Steiner soleva dire: In una Società vastamente diramata, cose siffatte non si potranno mai totalmente impedire: si potrà venirne a capo, purché non ne entri mai nulla nella Direzione: se questa resta immune, si riuscirà ugualmente a tenere alto il livello della Società.

E sotto la sua direzione il livello fu sempre possibile: si riconosceva come naturale e indiscutibile la sua autorità…a meno che, per vanità offesa non si fosse uscito dalla Società e divenuto nemico giurato.

Naturalmente, coloro che a bella posta si oppongono agli influssi del massimo bene, si aprono tanto più ai nascosti sentimenti di odio, e in loro il male si accumula in misura stupefacente, diventa più forte di loro, si agglomera, ed ha inoltre la pericolosa qualità di agire suggestivamente, con la sua forza demoniaca, sugli altri.

Così si spiegano molte cose, altrimenti inspiegabili, nei destini di una Società come la nostra, e nella sorte, davvero inconcepibilmente tragica, della generosa Guida dell’umanità.

Sul terreno di fatti così negativi, simili alle ombre che accompagnano la luce del sole sulla terra, germoglia poi tutto ciò di cui si impadronisce l’odio che esiste nel mondo circostante, per denigrare una Figura radiosa, per rimpicciolire il Grande. Coloro che hanno sperimentato come possa venir odiato in un uomo ciò che è spiritualmente eccelso, come ciò sia insopportabile alla meschinità circostante, riconoscono che il loro compito più grande è quello di salvare, non solo la purezza della sua immagine, ma anche quella della sua opera, conformemente al suo desiderio così chiaramente espresso a questo riguardo.

Perciò non devono sottrarsi alla lotta per salvare la purezza di quest’opera, anche se avrebbero prescelto di ritirarsi piuttosto loro stessi.

La lotta viene loro imposta a forza, e diventa allora un dovere; e col riconoscere questo dovere la necessità della lotta s’accresce, dovesse pur l’anima spezzarsi.

Ma forse, appunto per questo, verrà un giorno in cui si potrà dire: Ha esistito una volta una Società, che almeno ha cercato, con tutte le sue forze, di tenere lontano da sé ciò che sempre di nuovo ha abbassato e indebolito altre Società del genere.

Forse che il franco guardare in faccia i propri errori può far progredire tutta una Società di quanto occorre, affinché le manchevolezze solite di tali Società non si ripetano in eterno.

Forse che solo per questa via è possibile la formazione di una coscienza fondata sull’Io, in interi gruppi umani. Poiché, ove non vi fosse la lotta per riconoscere gli errori che si insinuano in unioni più numerose di uomini, non vi sarebbe nemmeno una possibilità di sviluppo per gruppi umani, né superamento cosciente dei relativi e purtroppo sintomatici fenomeni negativi, né ascesa a più alti gradi di comunità; e l’umanità, non solo si consoliderebbe nel materialismo e vi affonderebbe, ma cadrebbe in preda alle demonìe.

Oh, ben si sa, in quel regno, perché le cose ci vengano rese così difficili: essi vogliono che la Terra appartenga a loro, e combattono per assoggettarsi i poveri uomini.

Quanto poco il Dottor Steiner si sia sottratto alla lotta contro sempre rinnovati assalti, appare da molti e molti dei suoi discorsi, e da molte introduzioni e chiuse dei suoi cicli di Conferenze. Citiamo ad esempio le parole con cui conclude le sue conferenze all’Aja (1913), il primo ciclo dopo la separazione dalla Società Teosofica. Esso è uscito ora in forma di libro, col titolo scelto allora da Rudolf Steiner: ”Quale importanza ha l’evoluzione occulta dell’uomo per i suoi involucri e per il suo Sé”. Nelle sue parole d’addio, egli vi parla della liberazione da ciò “che, in un certo modo, ci ha pure imposto dei ceppi, ceppi che, se vogliamo veramente progredire secondo le esigenze dell’evoluzione spirituale umana, ci sarebbero diventati, di giorno in giorno, più insopportabili…vennero interrotte forme di pensiero che hanno prodotto un certo influsso ostacolatore…E’ per noi una liberazione: pensieri che prima ci ostacolavano, devono ora come esulare dalle nostre file, veramente esulare…pensieri che prima operavano, non voglio dire come, in seno al nostro lavoro”.

Quindi egli continua: “Molte cose dovranno venir comprese, poiché il modo come, per es. si sono comportati i nostri avversari in Germania, e che ci ha portato alla necessaria difesa, ha mostrato ovunque, in ogni punto, il contrario di ciò che deve essere il modo di lavorare di un vero movimento occulto, ha cioè mostrato ad ogni proposito, una smania di tiranneggiare, rivestita di obbiettive menzogne. Un vero occultista non può che arrivare a non voler avere nulla da fare con coloro dei quali sa che non possono essere dei suoi. E cioè a non volerli avere nelle sue file. Questo è l’unico principio che può regnare in un movimento occulto: lavoro positivo e diritto di non occuparsi di coloro che lavorano su un altro terreno…Questa è stata l’unica pretesa che sia stata sollevata nelle nostre file. E chi esamina la cosa, potrà appunto vedere realizzato nelle nostre file questo sacro, antichissimo criterio di una vera comprensione dell’occultismo. Era infatti derisoria, per un vero occultista, la pretesa che la Sezione tedesca dovesse accogliere ognuno che volesse appartenervi per opinione propria e non secondo la valutazione della Sezione stessa. Ciò che allora chiedevano a noi i nostri avversari, e a cagione di che ci hanno scagliato contro ogni sorta di menzogne, equivaleva al fatto che gli uomini non dovessero camminare sulle gambe, ma sulla testa. Solo che al tempo nostro non si perseguono le cose fino alle loro ultime conseguenze”.

Ciò contro cui il Dottor Steiner ebbe a lottare è mostrato anche dal passo seguente: “Si è già arrivati al punto che in uno degli ultimi “Bollettini” si è dovuto dire che uno dei rappresentanti del sistema Besant in Germania ha detto persino che egli non comprendeva come mai quel singolare ragazzo (s’intende il giovane Krishnamurti) avesse potuto passare per una evoluzione come quella che si diceva avesse passato. Poiché, scrive quel signore, Annie Besant fa pompa di lui come futuro Cristo. Ma chi ha letto le non so quante incarnazioni di quel singolare ragazzo, saprà bene che Annie Besant non intende parlare di lui come fosse il Cristo dei Vangeli; essa dice solamente (dice quel signore) all’umanità europea, che colui che essa non ritiene essere il Cristo, è il Cristo.

Orbene, io credo che se è possibile che qualcuno stenda sulla carta simili cose, è già una prova sufficiente di fatti che non vogliamo più oltre caratterizzare.

Dunque, quanto avvenuto può veramente significare una liberazione. Voi pure lo avete sentito in questo ciclo che è stato per me, in certo senso, molto serio e solenne, perché è stato il primo ciclo del nostro nuovo Lavoro, nel nostro nuovo produrre. E in verità, solo il sentimento del dovere di questo nuovo produrre, ci ha dato la possibilità di sopportare con una certa equanimità tutto ciò che ci si è accostato in modi importuni, disgustosi e sfrontati.

Fate dunque sì, miei cari amici, voi tutti che avete potuto parteciparvi, che questo ciclo venga sentito nei nostri cuori come una certa inaugurazione di un nuovo periodo di lavoro.

Così vi ho salutati al principio, e così penso, siamo stati uniti in questo tempo in una intonazione armonica concorde.

E se, miei cari amici, questa volta non abbiamo veduto insieme a noi, taluno che forse vi sarebbe stato, ove i fatti precedenti non si fossero svolti possa qualche altra cosa, se noi la sentiamo nel giusto modo, sollevarci ben al disopra di tutto questo”.

SCIENZA DELLO SPIRITO

DEL FIGLIO DELLO SPIRITO (di Rastignac)

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Cari amici, con queste righe continuo quanto ho scritto sul mistero delle stagioni e poiché mi volete bene, già vi avverto che non ho ancora finito….

Allora: in cosa dunque consiste una cooperazione cosciente dell’anima alla nascita natalizia del “figlio di Dio”?

Naturalmente quello che qui si accenna e che riguarda l’evoluzione interiore individuale, non deve essere pensato come opera esclusiva nei periodi dell’anno dai quali in maniera generale provengono le relative forze.

Per l’anima umana è sempre Natale, come è sempre Pasqua, è sempre il Natale estivo, è sempre san Michele.
Questi tempi dell’anno si dispongono nella successione temporale nel mondo fisico-sensibile; hanno però un rapporto non temporale nello spirituale.
E’ solo che quando ci si trova nella stagione dell’anno appartenente all’uno o all’altro di questi punti culminanti, le rispettive influenze predominano e danno il ‘tono’ al complesso della vita dell’anima.

Il modo di comportarsi dell’anima che segue una disciplina esoterica, verso ciò che proviene dai vari momenti dell’anno, tenendo allo stesso tempo conto della extra-temporalità dei processi in questione, è noto a chi ha una conoscenza, anche elementare, della materia.
Però ora, per non rendere inutilmente complicata l’esposizione, continuerò a trattare la questione come se si trattasse di uno svolgimento temporale. Solo ricordiamoci che esso è parimenti temporale e fuori dal tempo.

Dopo le occulte nozze estive si produce nell’anima umana, fino a Natale, qualcosa di analogo al processo di gravidanza.
L’anima ha in sé il germe divino.
Ma il processo di maturazione del germe fino alla nascita natalizia deve compiersi, perchè nasca il “figlio di Dio”, mediante il concorso di una attività interiore cosciente dell’anima umana.

L’anima deve avviarsi coscientemente alla tristezza autunnale che la libera dall’ebbrezza luciferica e le rende possibile il congiungimento impersonale e cosciente col germe divino in essa deposto.

Dal 29 settembre l’anima deve accogliere in piena coscienza il ‘cenno’ di Michele, difendendo il germe divino dalla seduzione luciferica e dalla minaccia arimanica.
Allora, a Natale, ciò che si svolge nell’anima corrisponde veramente ai versi natalizi del “Calendario dell’anima”:

Io sento, come sciolto da incantesimo,
il figlio dello Spirito in seno all’anima;
in chiarità di cuore ha generato
la sacra Parola dei mondi
il frutto celestiale della speranza,
che giubilando cresce in lontananze cosmiche,
dal divin fondo dell’essere mio.

(Vers. di F. C.)

Come ho detto in principio, il tesoro spirituale, già accolto nell’anima nelle mistiche nozze dell’estate, è divenuto il “figlio” spirituale individuale dell’anima umana a Natale: il “figlio di Dio”, cittadino di una nuova umanità che si lancia verso le cosmiche lontananze dello Spirito, cioè verso la salvezza e la vita immortale: umanità nuova che è la vera “Chiesa di Cristo”, il suo corpo futuro.

Riassumendo questi pensieri con uno sguardo complessivo, si contempla da un lato il grande cosmo, espressione del Creatore e, da un altro lato il piccolo cosmo, cioè l’uomo, fatto ad immagine e somiglianza del Divino, che contiene nella sua struttura corporea-animica-spirituale tutto ciò che è nel grande cosmo.
E si vede, nel corso delle stagioni durante l’anno, compiersi ritmicamente un grandioso processo di respirazione.

L’uomo, durante l’estate perde sé stesso, si scioglie spiritualmente – anche nelle parti più sottili della corporeità – nel cosmo che gli dona tutta la sua bellezza, la sua forza, le sue gioie attraverso i sensi fisici.
L’anima, nell’estate, assorbe in sé, inspira in sé, tutto ciò che vive nel cosmo: che è forza e nutrimento per l’anima. Si può dire che, nell’estate, il cosmo dona sé stesso all’uomo.
Ma in essenza l’universo dona all’uomo il suo vero e inconosciuto fondamento: il Logos.

E a Natale cosa succede? Quello stesso universo che estivamente si stende bello e possente davanti all’occhio e agli altri sensi fisici, ora è nello spirito umano: è davanti allo sguardo interiore se si diviene capaci di non guardare fuori ma dentro l’anima, al “figlio di Dio” che, frutto delle nozze estive, nasce a Natale.

E’ una fenomenologia di vasta portata: in estate l’uomo vede con occhi fisici i prati fioriti, le lontananze azzurrine, i profili sfumati dei monti, la maestosa bellezza dei grandi laghi e del mare. Sente i profumi che il mondo vegetale esala.
Anche i veggenti parlano di prati fioriti, di spirituali profumi, di immensi spazi compenetrati di luce del mondo spirituale. Il mondo fisico-sensibile è uno specchio del mondo spirituale.

Quando a Natale nasce nell’anima il “figlio di Dio”, in esso l’anima veggente può contemplare le bellezze complesse e le forze che nell’estate l’universo ha presentato ai sensi fisici. Non è una sovramondana ripetizione! L’universo rinasce nello spirito umano, nel suo Io superiore e ha in questo Io, in forma spirituale ciò che l’universo manifesta nell’estate.
Perciò il Natale è l’estate spirituale dell’anima, così come nel colmo dell’estate si tesse il cosmico Natale occulto.

Come in maniera analoga, nel ritmo delle giornate, a mezzanotte inizia il movimento ascendente che porta al giorno e a mezzogiorno, col principio del declinare del sole incomincia veramente a formarsi la notte. Ad un certo momento è possibile ‘vedere’ la notte a mezzogiorno così come si può ‘vedere’ il sole a mezzanotte.

Nel cuore della notte è il principio del giorno; nel cuore del giorno è il principio della notte

A cominciare da Natale perciò, l’uomo può particolarmente darsi, con pienezza di risultato, alla pura contemplazione dello spirituale e può trovare in sé forze mature capaci di portare il puro spirituale nella sua azione: nella sfera della volontà permeata dalla potenza dell’Io.
Il Calendario dell’anima, nella settimana susseguente a Natale, dice:

Tutto dato a contemplare
il manifestarsi dello spirito
acquisto luce dell’essenza dei mondi.
Cresce la forza del mio pensiero,
chiarendosi, per me dare a me stesso,
e risvegliatore mi si scioglie
dalla potenza del pensare
il sentimento del sé.

(vers. di F. C.)

Il vero sé dell’uomo, il suo vero Io, non è altro che il ”figlio di Dio” che rinasce nell’anima cristificata ad ogni Natale: il frutto del processo indicato in queste righe.

Sarebbe quanto mai necessario che il messaggio spirituale che si esprime nelle immagini come quelle che si è cercato di esporre qui intorno al decorso spirituale dell’anno e del Natale, venisse accolto, in qualche misura dai contemporanei: perchè l’uomo contemporaneo è veramente tutto immerso e chiuso nell’imbozzolamento del gorgo, al cui centro Satana annienta l’Io umano, se l’Io, ricongiungendosi consapevolmente con le forze della Resurrezione non cooperasse alla maturazione del figlio dello Spirito (e qui occorre trasferirsi dal senso temporale-annuale a quello extra-temporale a cui si allude).

Non vi è più posto e luogo interiore per una ulteriore involuzione dell’uomo su questa terra: oltre a quella che c’è già stata rimane solo la distruzione, l’annientamento dell’uomo. Questo è il senso delle guerre mondiali che non sono per nulla cessate ma sono continuate, sorpassando con inaudite atrocità tutto quello che l’umanità aveva dovuto sopportare in quei tempi che, con terribile ironia, i pretesi uomini civili chiamano barbari e primitivi.

Proprio in questi tempi la pretesa “civiltà” contemporanea sta dando un magnifico spettacolo del suo vero essere: essendo nata con il materialismo.
Ora vediamo gli effetti del considerare lo spirituale come una ingenua mitologia di altri tempi.
Gli uomini moderni, così pratici, sicuri di sé, così istruiti, hanno saputo scatenare gli spiriti della distruzione in maniera tale che ormai solo la fede nella potenza risanatrice dello Spirito può dare, a chi sa qualcosa o intende la sua silenziosa chiamata, conforto e coraggio per proseguire nel penoso cammino.

Al Golgotha complessivo dell’umanità che stiamo vivendo, seguirà la luce dello Spirito – poiché “l’antica pietra ha ritrovato la sua folgore”. Ma tutto quello che è continuazione a vuoto del processo involutivo nella materia è condannato e non sopravviverà.
Le verità spirituali che rivivono in quelle anime in cui viene accolto il “figlio di Dio”, sono luce di speranza, incitamento a compiere i doveri prefissi, guida in mezzo ai dolori, alle sofferenze, ai pericoli a cui si è partecipi quali fratelli della umana famiglia, membri dell’umanità dolorante e aberrante, che non va rinnegata, ma che va fatta propria con la potenza della compassione e dell’amore

Rastignac

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO, SENZA CATEGORIA

L'ARCHETIPO – DICEMBRE 2013

anno18n12

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In questo numero

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 58

Socialità
O. Tufelli Hic manebimus optime

Poesia
F. Di Lieto Quella notte

DietEtica
T. Diluvi Tempi duri

AcCORdo
M. Scaligero La Luce rinascente

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Al Natale ritrovato

Ascesi
F. Giovi La relatività della meditazione

Spiritualità 
R. Steiner I figli di Lucifero

Il Maestro e l’Opera
I. Stadera Il potere solare della meditazione

Testimonianze
M.G. Moscardelli Danza Il mio ricordo di M. Scaligero

Pubblicazioni
M. Iannarelli Chi è veramente Rudolf Steiner?

Inviato speciale
A. di Furia Oh quanti bei peccati Madama Dorè

Uomo dei boschi
R. Lovisoni Il libro

Miti e saghe
R. Steiner Segni e simboli occulti

Spunti satirici
M. Lombroni Con un frigo sulle spalle

Spiritualità
R. Steiner I figli di Lucifero

FiloSophia
Y. Uchiyama Lo strumento apologetico

Antroposofia
R. Steiner Nascita della luce terrestre dalla notte di Natale

Costume
Il cronista La solitudine del batterio 0,1%

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
L.I. Elliot L’isola che non c’è

Arretrati

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ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

D'ANNUNZIO E IL CORAGGIO DELLA VERITA'

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Omnia vincit Veritas.

Siccome ho una delinquenziale simpatia per Gabriele D’Annunzio – e anche solidarietà perché, sapete com’è, tra lupacci cattivissimi e incalliti malinquenti ci si vuole un gran bene… – e siccome non credo che si debba dar credito alle molte calunnie, alle tante diffamazioni, che il mito «virtuista» (come lo chiamavano Arturo Reghini e Vilfredo Pareto) e l’azione distruttiva ed omnicorruttrice che la corrottissima Potenza Straniera d’Oltretevere con grande abbondanza per oltre diciassette secoli – davvero troppi – hanno generosamente profuso sulla nostra povera Italia caduta in mani tanto sciagurate, non mi devo preoccupare dei giudizi e dei pregiudizi dei piccoli uomini e dei macachi su di lui. Mi preoccupo, invece, e moltissimo, del fatto che nell’ambito della Comunità spirituale circolino, pensieri imperfetti e generici, molte deformazioni e talune inconsapevoli menzogne.

In questo campo, la buona fede non è sufficiente. Quando venni accolto, prima da Massimo Scaligero e poi da discepoli fedeli di Rudolf Steiner e di Marie Steiner del Lascito, nella Scuola Esoterica, presi molto sul serio l’esigenza dichiarata a chiarissime lettere dallo stesso Rudolf Steiner, ossia «l’impegno di fronte alla Potenza Sacra di Michele, non solo di dire quello che in buona fede crediamo essere la verità – questo impegno gli esseri umani lo assumono a fior di labbra con grande facilità e leggerezza – bensì di indagare il più profondamente possibile per verificare se sia veramente verità quello che crediamo essere verità. Perché menzogne o non verità, anche pronunciate in buona fede, agiscono in maniera distruttiva nel movimento spirituale».

Nelle pagine passate di questo sito, sono state pronunciate parole molto affrettate e superficiali sul Vate-Soldato, e sulle sue tendenze ed aspirazioni esoteriche. Nei suoi confronti sono state usate, con una certa leggerezza parole del Dottore – cosa che reputo impropria – e contro di lui sono stati usate espressioni guenoniane come «controiniziazione» o «pseudoiniziazione» a proposito di una sua appartenenza alla massoneria. Nesciunt de quo loquuntur.

Essendo – ancorché bene informato, per quanto possibile, in proposito – un lupaccio solitario, ed un orso dal pessimo carattere, evito – per incoercibile tendenza alla disobbedienza – d’intrupparmi in Obbedienze, massoniche o meno, nelle quali abbondano mediocrità, arrivismo e stupidità (ma ci sono anche – è giusto riconoscerlo – tante brave persone, come in ogni consorzio umano, e qualche raro sapiente), non spetta quindi a me la fatica e il fastidio della loro difesa: che se la sbrigassero loro, se la cosa a loro piace. Molto diverso è il discorso sul principio dell’Iniziazione, e delle forme rituali o non rituali della medesima.

Concetti guenoniani di «controiniziazione» o di «pseudoiniziazione», sarebbero – a mio modesto parere – da evitare, anzitutto perché in se stessi scorretti e fuorvianti, e soprattutto perché sono proprio i concetti che René Guénon adopera, in maniera ostile e denigratoria, nei confronti di Rudolf Steiner. E lo stesso vale per i concetti di «iniziazione virtuale» e di «iniziazione effettiva», che tante illusioni e speranze creano nell’anima degli sprovveduti. Affermare poi che «dal 1890 i rituali massonici siano obsoleti» è una grossa sciocchezza. Vuol dire non avere idea di che cosa sia un simbolo, né che cosa sia e come operi un rito. Manca, evidentemente, sia una adeguata conoscenza esoterica che una conoscenza semplicemente storica.

Come sarebbe da evitare, al fine di farsi un giudizio corretto e onesto, di attingere a fonti dedite alla sindrome complottarda compulsiva, a quelle personalità e a quei siti che, pur svolgendo un’attività di parossistica denuncia delle mene «mondialiste» o «globaliste» che dir si voglia, mostrano chiaramente che la loro plot-theory con i suoi toni sommessamente apocalittici è espressione, goffamente variata, del medesimo male che pretenderebbero denunciare: manipolazione delle coscienze, suscitamento di stati d’animo, poi facilmente manipolabili e strumentalizzabili per ben celate finalità politiche e confessionali. Viene da loro accuratamente evitata, invece, l’indicazione di quale sia la vera schiavitù, che asserve l’uomo attuale e che lo rende di conseguenza facile oggetto di ogni manipolazione e strumentalizzazione: il passivo stato della coscienza riflessa, legata alla mediazione univocamente sensoriale della percezione e cerebrale del pensare. Così come viene accuratamente evitata l’indicazione della Via della liberazione: l’Ascesi del Pensiero, capace di svincolare radicalmente attraverso la concentrazione l’atto pensante dalla mediazione cerebrale.

Quanto all’efficacia dei rituali massonici, posso riportare quel che mi disse in proposito Massimo Scaligero stesso. Egli mi riferì – e ritornò con me e con altri in varie occasioni sull’argomento – di una discussione ch’egli aveva avuto con Romolo Benvenuti ( che su queste cose, in effetti, conosceva e capiva il giusto), il quale negava per l’insipienza di molti massoni (e su questa aveva, invece, molta ragione) ogni efficacia ai rituali massonici. Massimo Scaligero obbiettò che Romolo Benvenuti errava, e che i rituali massonici agivano ex opere operato, ossia per la forza spirituale intrinseca del rito e non per la sapienza o la degnità dell’operante, e che di conseguenza, se l’ignoranza fosse sufficiente a paralizzarne l’efficacia, i riti delle Chiese delle varie confessioni sarebbero ugualmente tutti inefficaci, il che non è. Con un mio qual certo dispiacere per quel che riguarda una certa Chiesa. Addirittura, ad una personalità, che era giunta alla Scienza dello Spirito infarcita dei molti pregiudizi provenienti da un problematico passato politico – la politica, ogni politica, è una cosa sudicetta assai assai –  la quale gli chiedeva cosa egli pensasse della massoneria, Massimo Scaligero si limitò a dire che vi sono massoni buoni e massoni cattivi.

Ma, soprattutto, parole molto chiare le pronunziò Rudolf Steiner. Ebbi modo di parlarne varie volte nei miei molti colloqui con Hella Wiesberger (l’ultima volta l’ho vista il 29 agosto di quest’anno ed è, pur novantatreenne, sempre lucidissima), del Lascito di Rudolf Steiner e di Marie Steiner, e mia carissima amica. Per scrupolo di esattezza, riporto quel ch’ella scrive nel suo Rudolf Steiners esoterische Lehrtätigkeit. Wahrhaftigkeit, Kontinuität, Neugestaltung. Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1997, pp. 180-183:

«La messa in sonno della cerchia di lavoro in seguito allo scoppio della prima guerra mondiale e la presa di posizione che ne scaturì rispetto alla frammassoneria.

Una causa che senza discriminazione di razze e di interessi doveva servire l’insieme dell’umanità passa dal bene al male allorché diviene la base della potenza per certi gruppi umani.
Tratto dalla prefazione fatta da Rudolf Steiner per l’opera di Karl Heise «Entente-Freimaurerei und der Weltkrieg», Basel 1919, ristampata in «Beiträge…» Nr.24/25, Pasqua 1969.

Nella descrizione che Rudolf Steiner dà nella sua Autobiografia circa l’istituzione cultica di conoscenza, si può leggere che questa fu «messa in sonno», a partire dallo scoppio della guerra 1914/18. E ciò, benché non si trattasse di una società segreta, per il fatto che essa sarebbe stata ugualmente considerata come tale. Nel suo articolo «Rudolf Steiner era un frammassone?», Marie Steiner riferisce che egli aveva allora deciso che l’istituzione sarebbe stata disciolta. Come segno di ciò egli strappò il documento – da non confondere questo con il «Contratto e accordo fraterno» riprodotto in GA 265 – che la concerneva. Indubbiamente, egli agì in questa maniera, perché dall’inizio della guerra ci si poteva rendere chiaramente conto che attraverso l’intervento di certe società segrete occidentali, la frammassoneria era stata deviata e messa al servizio dell’ «egoismo di certi popoli», mentre in origine essa difendeva «una causa buona e necessaria» ed era al servizio dell’intera umanità.

Egli considerava che questo abuso a profitto di finalità politiche particolari era ugualmente responsabile dell’evoluzione catastrofica che fu provocata dalla guerra del 1914, e lo condannava fermamente. Nel corso di conferenze fatte durante gli anni del conflitto dal 1914 al 1918, questo tema – cfr. la serie di sette volumi di «Storia cosmica e umana» – viene abbondantemente trattato. Egli ci teneva molto a che si formi un’opinione sui retroscena occulti che sono all’origine della guerra. Egli ci teneva anzitutto a che si potesse sapere chiaramente a chi incombeva la responsabilità di quel conflitto. È per questo motivo che in risposta ad una richiesta, egli redasse una prefazione per il libro di Karl Heise sulla frammassoneria. Che quest’opera fosse poi buona o cattiva non entra qui in discussione. Essa aveva perlomeno il merito di essere la prima a divulgare alcuni documenti confermanti le tendenze evocate da Rudolf Steiner.

La severa condanna delle speciali tendenze politiche di certe società segrete occidentali, non aveva affatto di mira la causa massonica in quanto tale. Ciò venne confermò per esempio per il fatto che poco tempo dopo la fine delle ostilità, Rudolf Steiner consigliò ad un membro della «sua istituzione simbolica cultica messa in sonno» di sollecitare la sua ammissione in seno alla massoneria. Ciò risulta dalla sua lettera a Rudolf Steiner, che porta la data del 25.02.1919 ove si può leggere: «ho seguito il Suo consiglio e il 13 febbraio sono stato iniziato come membro dell’Ordine dei frammassoni. Sono entrato nella Federazione della Gran Loggia Madre degli Stati Prussiani, detta «Ai Tre Globi», affiliato alla Loggia di S. Giovanni «Alla Roccia sul Mare», la stessa della quale fanno parte i nostri amici A.W. Sellin, Kurt Walther, così come Hackländer di Wandsbeck. Spero che mi sarà possibile di risvegliare a poco a poco in quella cerchia un certo interesse per l’occultismo di orientamento antroposofico e di coltivarvelo. È sotto questo aspetto che ho fatto il mio passo. Speriamo che la ripresa delle riunioni nella nostra comunità occulta sarà presto possibile». (Johannes Geyer, allora pastore ad Amburgo, a partire dall’autunno del 1919 insegnante alla Scuola Waldorf di Stoccarda. Dal 1912 fece parte della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Secondo l’abbozzo della sua biografia, contenuto in «Der Lehrerkreis um Rudolf Steiner in der ersten Waldorfschule», Stuttgart 1977, egli avrebbe tenuto in cerchie massoniche numerose conferenze sulle origini spirituali del simbolismo massonico, viste dal punto di vista dell’Antroposofia, ottenendo per ciò pure alti riconoscimenti).

La tolleranza rispetto alla causa massonica si è manifestata una nuova volta nel 1923 in occasione della fondazione della società nazionale inglese. Venne allora sollevata la questione di sapere se il Segretario generale previsto per quel posto poteva essere confermato malgrado la sua appartenenza alla frammassoneria. Rudolf Steiner rispose nella maniera nella maniera seguente:

«Allorché venendo da un qualsiasi altro movimento – nel caso attuale la frammassoneria – si desidera entrare nel movimento antroposofico, ho detto sempre questo: non si tratta veramente di sapere che cosa uno sia in un altro movimento; allorché egli vuole entrare nel movimento antroposofico, la sola cosa che conta è quella di essere un buon antroposofo. Non si tratta veramente di sapere se egli appartiene ad una corporazione di calzolai o di fabbri. Non faccio paragoni, parlo soltanto del principio: il fatto di appartenere ad una tale corporazione non deve nuocere in nulla alle sue qualità di antroposofo. Il fatto di essere un buon antroposofo è la sola cosa che conta per il movimento antroposofico. Che il postulante sia per il resto un buon, un mediocre o un cattivo massone non riguarda affatto la Società Antroposofica. […] Sarebbe un giudizio irragionevole di voler far dipendere il valore di un antroposofo dal fatto ch’egli sia membro o meno della massoneria.

Già nel passato ho detto che un certo numero di membri tra i più vecchi e tra i più preziosi sono frammassoni. Io non posso immaginarmi in che cosa una qualsiasi forma di massoneria potrebbe costituire ostacolo all’appartenenza alla Società Antroposofica. Non mi riesce affatto pensarvi. Io trovo che la Società Antroposofica voglia essa stessa essere qualcosa. Essa non sarebbe feconda nel mondo s’ella non fosse capace – permettetemi di esprimermi così – di agire in maniera positiva a partire dalla propria semenza. Ciò che conta, è che essa agisca in maniera positiva. Poco importa come ciò si presenti quando la si paragona a questo o a quel dato. Quando compro un vestito, l’essenziale è che corrisponda al mio gusto, che corrisponda alla mia intenzione. Poco importa che mi si dica : questo vestito non assomiglia a quello portato dalla tale persona. Non si tratta di indossare il vestito dell’altro, bensì il proprio. Quando si diviene antroposofo non si indossa il vestito della massoneria. In fondo è impossibile emettere un tale giudizio.

Ora dentro a tutto ciò si nasconde qualcos’altro. Scusate il mio franco parlare: non sono dell’opinione che i membri stimino sempre nel suo vero valore l’Antroposofia. Esiste nell’umanità attuale una tendenza a sovrastimare ciò che è più antico, ciò che fa maggior pubblicità, ciò che giuoca col misterioso, etc. Ciò che si presenta apertamente e con sincerità viene allora giudicato in rapporto all’agitazione e a ciò che ostenta una superiorità del resto alquanto indeterminata. Esiste una sorta di svalutazione del movimento antroposofico, quando di esso si dice che può venir leso dal fatto che il tale o tal altro membro proviene dal talaltro movimento. Il movimento antroposofico sarebbe ben debole se potesse intaccato da tali cose». Londra, 2.09.1923, GA259».

Un grande discepolo di Rudolf Steiner, del quale egli fa menzione nel XXXVI capitolo de «La mia vita», fu Herman Joachim, definito dal Dottore «uno dei più fedeli collaboratori del nostro movimento spirituale», era massone di grado elevato e Gran Segretario della Gran Loggia Nazionale Prussiana, e riferisce Marie Steiner che ai funerali di Joachim fu «l’unica volta che Rudolf Steiner partecipò ad una cerimonia massonica» (GA 265, p. 104). Nell’elogio funebre che il Dottore fece di lui, disse che era un grande antroposofo che: «era membro dell’Ordine Massonico ed aveva scrutato profondamente nell’essenza della Massoneria e nella natura delle associazioni massoniche». Mise in evidenza altresì come Herman Joachim fosse un profondo meditatore.

Si pensi a come il Duca Giovanni Colonna di Cesarò, figlio della baronessa Emmelina de Renzis, traduttore, come sua madre, di varie opere di Rudolf Steiner con l’eteronimo di «Saro Giadice», fosse un 33° grado del Rito Scozzese Antico Accettato dell’Obbedienza di Piazza del Gesù, membro del Gruppo di UR, sulla cui rivista scriveva con gli eteronimi di Krur e di Breno, e non di Arvo (che era invece lo stesso Julius Evola, come rivelava apertamente già negli anni trenta in un suo libro il suo amico Cesare Accomanni della Confraternita dei Polari) come errando afferma l’evoliano Renato Del Ponte. Ciò nonostante, Giovanni Colonna di Cesarò partecipò al Convegno di Natale del 1923 di fondazione della Società Antroposofica Universale. Si pensi a come lo stesso Pietro Scabelloni – «adamantino e luminoso come un Patriarca Zen», lo definì suo nipote Massimo Scaligero – fosse anche lui un 33° grado dell’Obbedienza «Scozzese» di Piazza del Gesù, e come fosse, oltre che un raffinato umanista, un ardente spiritualista, un elevato esoterista ed una degnissima persona.

Lo stesso Massimo Scaligero disse – ero presente al colloquio – ad A.P., proveniente da un passato massonico, che, qualora lo avesse ritenuto necessario o utile, poteva continuare a frequentare la loggia dalla quale proveniva e che questo non ostacolava affatto il suo lavoro interiore nella Scienza dello Spirito. Ciò dimostrò la grande tolleranza e la grande apertura di cuore del nostro Maestro.

Quanto scritto in questo articolo non ha lo scopo – come detto più sopra – di difendere Obbedienze massoniche, delle quali proprio nulla mi cale, ma unicamente di difendere la verità, e di correggere una serie di rappresentazioni errate e talune «mitologie» sentimentali paraconfessionali, che abbondantemente circolano negli ambienti «scaligeropolitani», come li chiama il mio caro amico C. Per cui pregherei di non trarre conclusioni sbagliate da quanto ho qui scritto, anche se sono sicurissimo che imbecilli ed alcune fetentissime malelingue in pessima fede non mancheranno certamente di trarne.

Su questi argomenti e sulla figura del Vate-Soldato avremo modo di ritornare. Ma prima di terminare, vogliamo ricordare quello che diceva Platone:

Possiamo perdonare ad un bambino di avere paura del buio, ma non possiamo perdonare ad un adulto di avere paura della luce.

GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

RIASSUNTO DI UNA CONFERENZA DI A.MEEBOLD

 2009111718

Alfred Meebold

 §

Conferenza

Tenuta ad amici a Viareggio nel settembre 1930

Riassunta dal Maestro L. Caffarelli

22 settembre 1930

 §

Bisogna considerare il concetto dell’Io come lo ha l’uomo, se si confronta l’uomo con i regni inferiori.

Cominceremo a stabilire una linea di continuazione in quanto alla coscienza, a cominciare dal punto più basso, il minerale, fino all’uomo. E stabiliremo le differenze, che da regno a regno, fanno un’interruzione: così che in ultimo la coscienza dell’Io dell’uomo riesce chiara come proprietà sua.

Poi vedremo se da questo punto possiamo stabilire una continuazione diretta nei mondi spirituali senza lo strumento dei corpi fisici, che fino a questo punto erano necessari.

C’è una qualità del regno minerale specialmente interessante che si mostra in quel punto del regno minerale dove esso si avvicina ad un tentativo di individualizzazione, cioè nel cristallo.

Il cristallo, finché è al suo posto naturale e che non abbia impedimenti dal di fuori, cresce: ma cresce da fuori, non da dentro: cioè la materia che lo aumenta arriva da fuori, non da dentro. Ciò dimostra che c’è qualcosa che si può chiamare una specie di vita che agisce sul cristallo, ma non è situata dentro, ma fuori.

Questa forza che agisce sul cristallo nel mondo fisico appare come una legge fisica, è nel mondo spirituale una coscienza intelligente, che dirige questa forza di vita.

Questo fatto risulta tra l’altro che la crescenza del cristallo, finché non ci sono impedimenti esteriori meccanici, si fa sempre rigorosamente nella stessa forma.

Il cristallo di sale ha sempre la forma di un cubo.

Dentro nel cristallo ci dev’essere un punto che risponde all’azione dal di fuori.

Il regno vegetale ha in comune col minerale la crescenza ma questa si fa da dentro, non più da fuori.

Qui vediamo che non tutto ciò che fa sviluppare la pianta si trova nel suo interno. Ma la vita sì.

Anche per le piante c’è una forza intelligente che agisce da fuori: lo dimostra il fatto che le piante hanno forme diverse. Soltanto la vita, la crescenza, si fa da dentro.

Nel minerale non vi può essere niente di coscienza (ossia di vita dentro): la coscienza è al di fuori.

Nel vegetale c’è la vita: ma la pianta non ne è cosciente, perché il suo sviluppo, in quanto a forma, è diretto dal di fuori e non dal di dentro. Di più, la pianta ha un’altra proprietà, che manca assolutamente al minerale e per la quale viene scavato un abisso tra i due regni.

Tale è la proprietà di propagarsi. La propagazione della pianta si fa in tal modo da mostrare che non c’è una coscienza di codesta proprietà nella pianta, non c’è influenza cosciente della pianta stessa nella propagazione.

Quando si forma il seme della pianta, questa, tutta, senza residuo, passa nel seme: in ognuno dei semi.

Il regno animale ha le stesse qualità degli altri regni: cresce da dentro, si propaga.

Ma nell’animale si mostra un elemento nuovo: la propagazione è fatta scegliendo un compagno.

Perciò, per la prima volta, in quanto a propagazione, appare una coscienza conscia di quel che fa.

Sentendo è cosciente.

E’ la sessualità. Questa qualità scava un abisso tra vegetale e animale.

Il vegetale è incosciente: contiene la vita e non lo sa: l’animale contiene la vita e lo sa: nel modo che noi chiamiamo sentire.

Dunque: il minerale è incoscienza completa. E’ come morto. E’ inattivo in quanto vita. Ma il suo stato di morte è solo apparente perché risponde alla vita che agisce su di lui da fuori.

Il vegetale: non è morto: ma non ha la coscienza della vita che agisce in lui.

L’animale: ha coscienza della vita, ma nel senso del sentire.

L’uomo ha tre qualità: conoscenza da dentro, propagazione, sentimento. Tutte le suddette differenze si esplicano attraverso il corpo fisico.

Ma la vita è connessa col corpo eterico. L’etere pervade tutto il sistema solare.

Dove c’è un corpo fisico ci dev’essere anche un corpo eterico. Tutti i fenomeni della vita debbono essere connessi con questo.

Anche la Terra ha un corpo eterico. C’è dunque un rapporto tra i corpi eterici delle creature terrestri e quello della Terra stessa. Questo rapporto si rivela nella posizione delle creature terrestri rispetto alla Terra.

La crosta minerale è la forma esterna della Terra. In ogni punto della crosta è, in quanto al punto centrale, in una posizione orizzontale.

Orizzontale (l’oratore disegna una freccia orizzontale con la punta verso destra): regno minerale.

Verticale (una freccia verticale con la punta verso il basso): regno vegetale.

Nuovamente orizzontale (freccia rivolta con la punta verso sinistra: spina dorsale orizzontale in senso opposto al minerale): regno animale.

Verticale (una freccia rivolta con la punta verso l’alto, opposta al senso vegetale): uomo.

Si forma così la croce terrestre.

La posizione eretta dell’uomo indica la differenza tra uomo e animale. Questa differenza costituisce l’abisso tra animale e uomo.

In quanto a coscienza questo abisso non è superabile sulla Terra: è il fatto di dire IO SONO.

Questo fatto esce dall’altro che l’uomo può pensare, e di nuovo è connesso col risultato che l’uomo ha la lingua parlata. L’animale ha il suono, non la parola articolata.

Abbiamo dunque nell’uomo una manifestazione della vita, cioè un impiego del corpo eterico, che l’animale non può fare se non sentendo. L’uomo lo impiega per il pensare: pensando, l’uomo diventa conscio di sé: per la prima volta una creatura terrestre diventa individualità.

L’animale lo è ma non lo sa. L’uomo lo sa.

C’è dunque una continuità di sviluppo di coscienza, ma non si può rintracciarlo da corporeità a corporeità sulla Terra.

Non è una questione di creazione separata: c’è una continuità di coscienza, ma non attraverso i corpi.

Quello che fu una volta non può essere perduto nell’uomo: deve sempre esserci nell’uomo: ma egli non lo usa più come lo usava prima, avendolo trasformato con gli stati successivamente acquisiti.

Ossia, l’uomo contiene in sé quattro stati di coscienza. Uno di questi è riconosciuto dalla generalità e lo si chiama SONNO.

Che cosa fa ordinariamente l’uomo per poter entrare nello stato di sonno?

L’uomo entra nel sonno così: prima abbandona la posizione eretta e si mette nella posizione dell’animale (posizione orizzontale rispetto alla Terra). Ossia ritorna in quei rapporti eterici con la Terra che sono normali per l’animale, non più per lui.

Poi chiude gli occhi ed esclude a poco a poco l’attività dei sensi.

Questa esclusione non si fa completamente, ma abbastanza per tagliare la connessione tra il sé cosciente e il mondo esterno. Ma allora ci si può accorgere che non si entra direttamente nel sonno ma che tra lo stato di veglia e quello di sonno c’è un altro stato di coscienza intermedio.

Prima di addormentarsi, e questo è assai importante, scappano all’uomo i pensieri, fugge la capacità di pensare.

Invece vengono su delle immagini, che l’uomo non sa da dove vengono. Se le osserva, conservando coscienza, può vedere che diventano animate, drammatiche. Si svolgono storie intere. Queste immagini sono i Sogni.

Essi hanno una vita loro propria, che a essi non viene data dall’uomo. I sogni appaiono tanto all’addormentarsi che al risveglio. Ma al risveglio è più facile prenderne coscienza perché entrano nella memoria.

I sogni hanno tre differenze importantissime in confronto con lo stato di coscienza del giorno. Questo stato imaginativo dei sogni costituisce allora, nell’uomo, la sua coscienza. Ma questa è una coscienza nella quale:

a) l’uomo è conscio della sua propria identità ma non può più asserirla. Egli ha perduto la capacità della parola parlata, del pensiero, della posizione eretta e la possibilità di dire Io. Ma tuttavia ritiene la possibilità di sentirsi Io (stato che corrisponde alla coscienza dell’animale).

b) ha perso il concetto del tempo. C’è una sequenza in cui le imagini si svolgono. Ma qui, per l’uomo, tutto è presente. Egli non è conscio che una cosa viene dopo l’altra, ma soltanto che essa è.

c) ha perso il concetto dello spazio. Le imagini sono sempre formate secondo le tre dimensioni, ma l’uomo non lo sa. Per lui non c’è più tempo e spazio.

Passato e futuro esistono soltanto nel presente.

Questo è in connessione con l’uso che l’uomo fa del suo corpo eterico.

L’animale, se entra nel sogno, non perde nulla, per lui il sogno è la stessa cosa di quando è sveglio.

L’uomo perde coscienza dell’Io in quanto al pensiero. Nello stato di veglia l’uomo usa, per pensare, il suo cervello. Anche l’animale ha un cervello: mentre il vegetale e il minerale non l’hanno. L’uomo di giorno è cosciente per mezzo delle percezioni: esse ci vengono attraverso i sensi. Prima producono in noi un sentimento, dato attraverso il corpo astrale, che passa nell’eterico. Qui produce nel cervello una rappresentazione.

Fin qui l’uomo è sul medesimo livello con l’animale. In queste rappresentazioni abbiamo ciò che corrisponde al sogno. L’uomo però non si ferma alle rappresentazioni: queste reagiscono sul corpo eterico e vi formano la memoria. Con l’aiuto della memoria l’uomo forma i concetti.

Nell’animale c’è memoria, ma non formazione di concetti. L’animale, ricordando, fa venire a galla la stessa rappresentazione.

L’uomo invece passa direttamente ai concetti. Ma entrando nello stato di sogno, smette di fare questo uso del corpo eterico. In altri termini: non usa più il suo cervello. Il cervello lo usa ancora per le rappresentazioni: ma queste che, allo stato di veglia, sono fisse, nello stato di sogno hanno invece vita propria.

C’è dunque qualcosa che produce le imagini del sogno direttamente dal corpo eterico, senza passare per il cervello. La coscienza qui si basa ancora su una connessione col corpo eterico, senza passare per il cervello. Si basa ancora sulla connessione con l’eterico, ma è distaccata dal corpo fisico.

Dunque l’Io si allontana dal corpo fisico, ma è connesso col corpo astrale, e ancora in un punto, col corpo eterico. Ma si allontana poi anche dal corpo eterico. Quando se ne stacca completamente è il momento in cui l’uomo si addormenta e perde coscienza. E’ il principio dello stato di sonno. Allora il corpo eterico rimane connesso solo col corpo fisico. La coscienza dell’Io insieme col corpo astrale sono staccati.

Nella pianta la coscienza è assente: ma la pianta agisce col corpo eterico nel fisico e cresce. Nell’uomo che dorme c’è ancora la congiunzione con l’Io, ma l’uomo non lo sa più.

Abbiamo dunque i seguenti stati di coscienza:

Stato di veglia – uomo – : parola, posizione eretta, pensiero, coscienza dell’Io.

Stato di sogno – animale – : posizione orizzontale.

Stato di sonno – vegetale.

Stato di catalessi, o morte apparente – minerale.

Ai tempi attuali esso è eccezione, morbosità e non dovrebbe più succedere. In questo stato il corpo fisico diventa rigido, come morto e smette di crescere, di respirare. Non esce più il sangue. Non si può stabilire se la morte è apparente o reale. Però in questo stato l’uomo non è morto e può di nuovo tornare alla vita.

Abbiamo stabilito che l’evoluzione di coscienza non avviene nei corpi ma in tal modo che questa evoluzione, in quanto alla Terra, si esprime attraverso i corpi, ma non si sviluppa nei corpi. Nell’uomo la coscienza come tale può esistere anche non usando più il corpo. In questo fatto è implicito che ci devono essere agenti esterni intelligenti, di fuori, che aiutano i regni inferiori.

Questo, per il regno minerale è ciò che chiamiamo vita. Per il vegetale è la coscienza e per il regno animale è il pensare (coscienza dell’Io pensante).

Per l’uomo la coscienza dell’Io è dentro di lui, non più attività dal di fuori, ma concentrata nell’Io Sono.

I suddetti esseri esterni intelligenti sono dotati di questa possibilità in connessione col mondo terrestre. Essi sono le Gerarchie.

Solo per l’uomo ci deve essere la possibilità che, essendo dotato in sé dell’Io, di dirigersi verso la Terra (corpo fisico), quanto di dirigersi in su, verso le Gerarchie, per comunicare con esse.

Se entrando nel sogno, l’uomo potesse farlo in modo da non perdere la coscienza pensante dell’Io, ma da ritenere l’Io connesso col corpo eterico anche perdendo la connessione coi sensi, allora l’uomo entrerebbe in comunicazione con le Gerarchie.

Finché l’uomo si identifica con l’Io Sono con il suo corpo fisico, finché fa questo non può uscirne.

Ma gli è possibile di capovolgere questo concetto dell’Io e di vedere queste cose da sopra invece che da sotto. Con questo viene stabilito che l’Io Sono contiene in sé la possibilità di uno sviluppo interiore dell’uomo, che non lo staccherebbe dal terrestre ma lo farebbe dominare la materia, invece d’esser dominato dalla materia.

Tutte le Gerarchie normali non sono incoscienti del mondo fisico, ma lo dominano, lo dirigono, non sono incatenate da esso.

Parlando di ‘gradi’ delle Gerarchie significa che vi sono delle differenze ascendenti nella loro libertà dal mondo fisico. Sulla Terra, quando nei regni inferiori avviene la morte, abbiamo il segno sicuro che queste Gerarchie smettono di aiutare alla loro esistenza terrestre le creature. La morte nei regni inferiori è qualcosa di diverso che per l’uomo, poiché l’Io umano fa da Gerarchia.

Nelle creature la connessione con l’Io delle Gerarchie mantiene la vita. Nell’uomo la mantiene la connessione dell’Io Sono col corpo fisico. Ogni forma fisica che si mantiene in vita manifesta, deve avere un Io collegato con essa, altrimenti si dissolverebbe.

Perciò l’Io della Terra deve avere una forza in sé, tanto più possente e complessa nel dirigere e mantenere in vita, in quanto la Terra è più grande e complessa del corpo fisico dell’uomo.

Il Sole è anch’esso un pianeta, ma inoltre è anche il centro del nostro sistema planetario. I pianeti sono le membra del sistema, il Sole è anche la testa o il cuore.

C’è un Io che contiene in sé tutta la direzione del nostro sistema solare. Tale Io non andrebbe cercato nelle Gerarchie, perché queste funzionano dentro il sistema, ma non abbracciano tutto il sistema.

Simbolo dell’Io è il circolo. E ciò perché ogni punto della circonferenza si trova a eguale distanza dal centro e perché in ogni punto della circonferenza v’è principio e fine al tempo stesso. Possiamo però anche capovolgere la cosa e dire che in nessun punto della circonferenza vi è principio o fine. Il circolo è dunque il simbolo vero di ciò che non ha principio o fine.

E ciò che non ha principio e fine è Io.

Fuori dal sistema solare c’è un segno della presenza di un Io.

Questo Io non è radicato dentro il sistema solare. Contiene il sistema solare ma è radicato altrove.

Come l’uomo, col suo Io, si esprime nel suo corpo fisico, così il Cristo si esprime in 12 cosmi solari: sono le 12 costellazioni dello Zodiaco, che è un circolo, vale a dire un Io, che per esprimersi ha bisogno di 12 sistemi solari. Questo Io è l’Io del Cristo.

Oltre a queste 12 costellazioni abbiamo il mondo delle Stelle. Il mondo delle Stelle funziona in ordine perfetto: dunque c’è un Io più vasto dell’Io del Cristo che contiene tutto ciò.

Questo Io che contiene il mondo delle Stelle è il Padre.

Ma un concetto del Padre non si può formare con la nostra coscienza.

ALFRED MEEBOLD, SCIENZA DELLO SPIRITO

LIBERTA’ NELLO SPIRITO

Se l’uomo osserva il suo essere sotto il profilo del corpo, deve ammettere che ciò di cui ha più bisogno nel mondo per vivere, è l’aria. L’uomo sveglio o addormentato, sano o malato, giovane o vecchio, respira continuamente e ha bisogno ininterrottamente dell’aria che il mondo gli fornisce.

Come il corpo, anche l’anima ha bisogno di “aria”. L’aria di cui ha bisogno l’anima per essere sana e vitale è lo spirito che risplende in essa per nutrirla.

Però fra la respirazione del corpo e quella dell’anima vi è una sostanziale differenza.

Il respiro corporeo avviene automaticamente, tanto che si respira anche nell’incoscienza del sonno; il respiro dell’anima non avviene da solo. Questo avveniva una volta, in un passato primordiale, ora deve essere voluto e imparato.

Oggi, affinché lo spirito penetri nell’anima come l’aria penetra nel corpo con il respiro, sono necessari uno sforzo e un’iniziativa coscienti.

Quest’iniziativa, questo sforzo dell’anima per aprirsi allo spirito è ciò che nella scienza dello spirito viene chiamata meditazione.

Per percepire lo spirito si deve pensare, il meditare è un pensiero più intenso, più forte perché liberamente voluto. Nella meditazione viene educato ed esercitato un altro tipo di respiro: il respiro dell’anima nello spirito.

Questo respiro avviene in modo che l’anima, durante la meditazione, entra in un rapporto diretto e cosciente col mondo spirituale, come il corpo, in modo incosciente sta in diretto rapporto con l’aria. E il sentimento che accompagna il prorompere dello spirito nell’anima, durante la meditazione, è quello di “un’aria di libertà colma di luce” ed è il segno che l’anima è stata toccata e permeata dallo spirito a seguito dello sforzo meditativo.

Questo sentimento non è illusione, ma segno reale di un effetto reale.

L’uomo che, inconsciamente e perciò più disperatamente, si allontana dalla verità dello spirito, può ritrovare la via verso la Luce e la salute dell’anima, attraverso un lavoro cosciente di pensiero.

Infatti, l’effetto della meditazione consiste nel fatto che l’anima che cerca, non si dedica più solo al problema filosofico della libertà, ma può sperimentare l’elemento della libertà entrando in contatto cosciente e diretto col mondo spirituale.

Ne consegue un’ esperienza di libertà che è aria pura per l’anima, in quanto la libertà è la sua essenza più profonda.

Ed ogni volta è un’esperienza nuova, perché non si può vivere nel ricordo della libertà: si deve ogni volta sperimentarla a nuovo nello sforzo presente di una nuova meditazione, (anche questa vissuta come atto libero), e questo sforzo condurrà l’anima, quasi per un bisogno del cuore, alla pratica sempre più frequente della meditazione.

Un senso di elevazione e di espansione della coscienza premieranno questo sforzo.

Lo studio della “Filosofia della libertà”  è un efficace mezzo che permette all’anima non solo di determinare un concetto di libertà secondo realtà, ma anche di eliminare quegli ostacoli che si incontrano sulla via dell’esperienza della realtà della libertà.

La chiarezza interiore e la sicurezza che l’anima sperimenta, anche solo ripensando e riflettendo sui contenuti del testo, sono di per sé, per molti esseri umani, sufficienti esperienze dell’elemento della libertà che permetterà loro di continuare nella stessa direzione per comprendere e approfondire sempre più l’affascinante tema della libertà.

L’esperienza della meditazione porta a comprendere che l’uomo, quanto più è cosciente tanto più è libero, e che può salire a più alti livelli di risveglio solo se si immerge con il suo pensare sempre più in quel mondo dal quale promana la luce della coscienza: il mondo spirituale.

Essere libero significa essere cosciente, ed essere cosciente significa lasciar rilucere in sé la luce dello spirito e a non sentirsi più uomo solo in quanto sostenuto da un corpo fisico, ma un essere vivente in un corpo spirituale che può espandersi sino alle stelle.

Libertà e coscienza vengono conquistate dall’uomo attraverso un duro lavoro di pensiero voluto e amato, in una tensione continua alla ricerca di aria pura….. verso l’azzurro.

SCIENZA DELLO SPIRITO

RUDOLF STEINER: PREGHIERA

 rs 8

 ***

PREGHIERA

Eterno, incomprensibile Signore dell’Universo

Spirito d’amore divino,

che tutto abbraccia e tutto compenetra,

che dimori in tutti i cuori

e hai il tuo Tempio e il tuo trono

anche nel mio corpo,

a Te affido me stesso

affinché sparisca

l’errore del mio egoismo

e io mi risvegli alla vera vita:

Dammi la forza di essere sempre pronto

per ricevere la luce divina della conoscenza,

affinché da essa il mio intelletto si illumini:

Scambia il mio intelletto limitato,

traviato dalle illusioni sensorie,

che trattengono l’apparenza per realtà,

con la tua saggezza divina

e fammi conoscere la tua immortalità

nella mia anima

per imparare a discernere in me

e in tutti gli esseri

l’eterno dalla caducità,

affinché la verità trionfi sulla menzogna:

Lascia che attraverso la tua potenza

acquisti la forza di dominare

la mia natura e vincere le sue debolezze:

Dammi la volontà di far fiorire

e sviluppare nel mio cuore

i fiori di loto della conoscenza divina:

Dio, che nella tua essenza

sei la pace stessa,

fa che io possa trovare la pace

e che, liberandomi dalla mia inquietudine

io possa entrare nella vera armonia:

Lasciami trovare la mia pace nella tua,

la mia forza nella tua potenza,

la mia felicità nella tua gloria:

Come la scintilla nella fiamma

diventa luce

così lascia che l’esser mio

in Te arda

affinché il mio egoismo sparisca:

La saggezza tua sia la mia conoscenza,

l’amore tuo sia il mio amore,

Tu stesso sii in me

ed io tutto in te

riconoscendo me in te

e te in me:

In eterno

Amen

***

Rudolf Steiner

SCIENZA DELLO SPIRITO

Il Tesoro dei Poveri

era una volta, non so piú in quale terra, una coppia di poverelli.

Ed erano, questi due poverelli, cosí miseri, che non possedevano nulla, ma proprio nulla di nulla.

Non avevano pane da mettere nella madia, né madia da mettervi pane. Non avevano casa per mettervi una madia, né campo per fabbricarvi una casa.

Se avessero posseduto un campo, anche grande quanto un fazzoletto, avrebbero potuto guadagnare tanto da fabbricarvi la casa. Se avessero avuto casa, avrebbero potuto mettervi la madia. E se avessero avuto la madia, è certo che in un modo o in un altro, in un angolo o in una fenditura, avrebbero potuto trovare un pezzo di pane o almeno una briciola.

Ma, non avendo né campo, né casa, né madia, né pane, erano in verità assai tapini. Ma non tanto del pane lamentavano la mancanza, quanto della casa. Del pane ne avevano abbastanza per elemosina; e qualche volta avevano anche un po’ di companàtico. Ma i poveretti avrebbero preferito di rimanere sempre a digiuno, e possedere una casa dove accendere qualche ramo secco e ragionar placidamente dinanzi alla brace. Quel che v’ha di meglio al mondo, in verità, a preferenza anche del mangiare, è posseder quattro mura per ricoverarsi. Senza le sue quattro mura, l’uomo è come una bestia errante.

E i due poverelli si sentivano piú miseri che mai, in una sera triste della vigilia di Natale; triste soltanto per loro, poiché tutti gli altri in quella sera hanno il fuoco nel camino e le scarpe quasi affondate nella cenere. Come si lamentavano e tremavano, sulla via maestra, nella notte buia, s’imbatterono in un gatto che faceva un miagolío roco e dolce. Era, in verità, un gatto misero assai, misero quanto loro, poiché non aveva che la pelle su le ossa e pochissimi peli su la pelle.

S’egli avesse avuto molti peli sulla sua pelle, certo la pelle sarebbe stata in condizioni migliori. Se la sua pelle fosse stata in condizioni migliori, certo non avrebbe aderito cosí strettamente alle ossa. E s’egli non avesse avuto la pelle aderente alle ossa, certo sarebbe stato forte abbastanza per pigliar topi e per non rimaner cosí magro. Ma, non avendo peli, ed avendo invece la pelle sulle ossa, egli era in verità un gatto assai meschinello. I poverelli son buoni e s’aiutano fra loro.

I due nostri dunque raccolsero il gatto, e neppure pensarono a mangiarselo; ché anzi gli diedero un po’ di lardo che avevano avuto per elemosina.Il gatto, com’ebbe mangiato, si mise a camminare dinanzi a loro e li condusse a una vecchia capanna abbandonata. C’eran là due sgabelli e un focolare, che un raggio di luna illuminò un istante, e poi sparve.

Ed anche il gatto sparve col raggio di luna, cosicché i due poverelli si trovaron seduti nelle tenebre, innanzi al nero focolare che l’assenza del fuoco rendeva ancor piú nero. «Ah! – dissero – se avessimo appena un tizzone! Fa tanto freddo! E sarebbe tanto dolce scaldarsi un poco e raccontare favole!» Ma, ohimè! non c’era fuoco nel focolare, perché essi erano miseri; in verità, miseri assai.

D’un tratto due carboni si accesero in fondo al camino: due bei carboni gialli come l’oro. E il vecchio si fregò le mani in segno di gioia, dicendo alla sua donna: «Senti che buon caldo?» «Sento, sento!» rispose la vecchia. E distese le palme aperte innanzi al fuoco. “Soffiaci sopra – ella soggiunse. – La brace farà la fiamma”. “No – disse l’uomo – si consumerebbe troppo presto”. E si misero a ragionare del tempo passato, senza tristezza, perché si sentivan tutti ringagliarditi dalla vista dei due tizzoni accesi. I poverelli si contentan di poco e son piú felici. I nostri due si rallegrarono, fin nell’intimo cuore, del bel dono di Gesú bambino, e resero fervide grazie al bambino Gesú.

Tutta la notte continuarono a favoleggiare scaldandosi, sicuri ormai d’esser protetti dal bambino Gesú, poiché i due carboni brillavano sempre come due monete nuove, e non si consumavano mai.

E quando venne l’alba, i due poverelli, che avevano avuto caldo ed agio tutta la notte, videro in fondo al camino il povero gatto che li guardava coi suoi grandi occhi d’oro. Ed essi non ad altro fuoco s’erano scaldati, che al bagliore di quegli occhi.

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Gabriele D’Annunzio

(per gentile concessione de www.larchetipo.com)

GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL VULTURE DEL SOLE (Poesia di G. D’Annunzio)

(Raggiungersi – Marina Sagramora)

*

S’io pensi o sogni, se tal volta io veda
quasi vampa tremar l’aria salina,
se nel silenzio oda piombar la pina
sorda, strider la ragia nella teda,

sonar sul loto la palustre auleda,
istrepire il falasco e la saggina,
subitamente del mio cor rapina
tu fai, di me che palpito fai preda,

o Gloria, o Gloria, vulture del Sole,
che su me ti precipiti e m’artigli
sin nel focace lito ove m’ascondo!

Levo la faccia, mentre il cor mi duole,
e pel rossore dè miei chiusi cigli
veggo del sangue mio splendere il mondo.

*

ARTE, GABRIELE D'ANNUNZIO, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

PRECISAZIONI

 in the air

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Questa è la risposta ad una domanda che mi è stata inviata. Riguarda fatti obbiettivi, perciò non lede alcun carattere di discrezione personale e può servire a qualche altro lettore di Eco.

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Caro amico, le dirò volentieri quello che posso nel merito e, spero che non le dispiaccia se passo la sua a Ecoantroposophia poiché, per molto o poco, sono certo che comunque potrà interessare qualche altro dei nostri lettori che, obbiettivamente, sono davvero tanti.

Come lei saprà benissimo, il dott. Giovanni Colazza strettissimo discepolo del dott. Rudolf Steiner (lo scrivo non per lei ma per i lettori), alta figura nel manipolo di discepoli di rango – questo al punto che lo Steiner venne a Roma per incontrarlo secondo precise indicazioni fornitegli da esseri dei Mondi Spirituali – poco tempo dopo la scomparsa del Dottore, accettò l’offerta, promossa da J. Evola, di collaborare ad un progetto, rimasto unico in Italia, di pubblicazioni di esoterismo di indirizzo dottrinario ed pratico, con l’apporto di molti tra i migliori operatori dell’epoca.

Date le scuole non omogenee, i fascicoli espressero pur tuttavia il meglio delle diverse tradizioni. E furono sostanzialmente ricchi di indicazioni pratiche. Altre figure importanti del panorama antroposofico furono presenti tra i più validi collaboratori. Tutti figurarono come ignoti al pubblico poiché vennero adottati nomi simbolici e pseudonimi.

Leo è la firma che indica gli scritti di Colazza…che scritti non furono poiché egli seguì per tutta la vita in seno all’antroposofia l’indicazione spirituale di non scrivere. Durante il periodo di vita della Rivista, fu Evola, nella doppia mansione di direttore e collaboratore, che, sedendosi accanto a Colazza, scriveva quanto gli veniva dettato.

Tant’è che ci fu qualche errore nel complessivo di cui si è discusso in altra sede.

Se parliamo dei primi due scritti: Barriere e Atteggiamenti, il problema non sussiste poiché la trascrizione è del tutto corretta (e parimenti corretta rimase anche nelle successive edizioni, parzialmente modificate da Evola).

Se qualcuno legge l’intera produzione di Leo su Ur osserverà un ‘crescendo’ di discipline che porterebbero chiunque sulla soglia dei Mondi Spirituali ma forse osserverà meno alcune cose. Una di queste è il lavoro di correzione compiuto da Leo per controbilanciare tecniche descritte da altri autori, suggestive quanto avventate.

Inoltre, Leo, come spesso accade nell’agire sottile di grandi figure occulte, in un certo senso inganna il lettore o, da un diverso punto di vista, chiama chi vuole lui.

La sua prosa, neutra, senza attrattive, estremamente riassuntiva, priva di riferimenti e alquanto povera di terminologia sembra fatta per allontanare il lettore che scopre sapori e colori forti e gioielleria scintillante da tutte le parti.

Ma non presso Colazza che pare offrire la mercanzia più scipita o meno invitante del mercato.

Detto questo passiamo a “Barriere” dove Colazza insegna al suo speciale apprendista, la modalità che ora sappiamo necessaria: “Bisogna RITMIZZARE; vale a dire, presentare alla propria coscienza, che afferra con un’attitudine volitiva, lo stesso concetto periodicamente e ritmicamente.” Non credo servano spiegazioni per questo. Mentre è piuttosto importante un chiarimento che Colazza non si perita di dare.

Il breve scritto è diviso in tre parti. Diciamo, alla buona, che la prima introduce il problema adombrato dal titolo, la terza indica la retta fenomenologia del lavoro animico e l’indicazione della conseguente esperienza. La seconda parte è il contenuto che andrebbe meditato e realizzato. 20 righe di frasi e nessuna altra indicazione. Può succedere (è successo) che il discepolo zelante le impari a memoria, ma poi a passarle tutte diventa più un rosario che una meditazione e ben presto si forma l’ombra della delusione.

Naturalmente quello è l’approccio sbagliato, la trappola, a dirla brutta. In realtà ogni singola frase è uno spunto meditativo completo. Non un mantra ma uno spunto meditativo. Che come ogni meditazione va pensato brevemente e sentito intensamente. Scelga autonomamente quali frasi usare. Non c’è altra ‘regola’ se non quella che il contenuto suggerito susciti un ”senso di grandezza e di potenza” finché questo diventi, ad un certo momento divenga “presenza di una forza”.

Occorre decisione e coraggio, poiché, come sappiamo sin troppo bene, l’uomo ha paura di sentirsi rinnovato e forte. Eppure Colazza (come poi Scaligero, con forma stilistica diversa) è assai drastico: “Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all’uomo e che anche a visione mutata persiste nel subcosciente umano.”

Nel secondo scritto di Leo: “Atteggiamenti” ritroviamo il medesimo schema: una densa parte introduttiva, le discipline, e nella terza parte alcune indicazioni che indicano (sempre in maniera semplice e dimessa) la portata delle precedenti discipline: “Gli accenni di pratiche ora esposti ci abitueranno a vivere intensamente nei movimenti interiori astraendo dalle percezioni sensorie, pur con tutta la vivezza e la realtà propria a queste ultime”. Se queste parole paiono indicare un’attività interiore libera dai sensi fisici e però altrettanto intensa, non ci si sbaglia.

Aggiungo solo che gli esercizi indicati da Colazza portano in sé diversi gradini di esperienze, certo culminanti con la liberazione della forza-pensiero dai legami sensibili, ma anche diverse altre conoscenze estrasensibili e gli strumenti per passi successivi sulla Via iniziatica.

Sono due le meditazioni immaginative proposte: il senso dell’aria ed il senso del calore.

Chi le sperimenta ben presto s’accorge che ambedue iniziano con l’aiuto di immagini sensibili (interiorizzate) e procedendo, l’essenza della loro attività contemplativa supera, per attività dell’operatore, ma anche per lo stesso contenuto dei temi, il confine del pensiero legato ai sensi. Detta così, sono consapevole che sembri una operazione abbastanza facile ma le assicuro che non lo è.

I “risultati” descritti da Colazza per i due esercizi dovrebbero essere compresi appieno poiché indicano condizioni “sine qua non” per l’operatore. Anche per chi ha scelto discipline diverse e segue gli esercizi dati da Steiner o Scaligero. Di alcuni aspetti delle esperienze intermedie circa il senso dell’aria e del calore ne ho parlato in anni precedenti (ad esempio ho scritto come il senso dell’aria si rivolti completamente e si sperimenta come si venga respirati dall’aria che ci circonda, che, viva e attiva, vuota e riempie i nostri polmoni).

Per finire sottolineo come le due discipline racchiudano in sé la sintesi di molti esercizi singoli, gli strumenti interiori ma concreti volti alla liberazione del corpo sottile (eterico) ed una inusuale porta per il pensiero libero dai sensi. Per il resto non saprei che ripetere, magari distorcendo, le parole di Leo che, come ho già scritto, possono apparire fin troppo semplici (una manna per la pigrizia semplificatoria dei sedicenti occultisti odierni), mentre in realtà la loro piana semplicità vela, al pensiero superficiale e avido di sconvolgenti rivelazioni, le operazioni interiori più possenti.

Come scrissi ad un altro lettore a cui ho parlato dei 44 esercizi di Tecniche della Concentrazione Interiore di Massimo Scaligero, nulla andrebbe preso come sta: è l’anima che con onestà e liberamente dovrebbe trovare in questi scritti quello che potrebbe servirle per il suo lavoro: questo è solo un consiglio.

SCIENZA DELLO SPIRITO

NUOVO RINASCIMENTO COME ARTE DELL’ IO (di F. Di Lieto)

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(www.larchetipo.com/pubblicazioni.pdf)

In un’intervista rilasciata a una TV che si occupa di recensioni librarie, il famoso scrittore Tom Clancy, statunitense, da poco scomparso, tenne a precisare che mentre scriveva i suoi romanzi di azione sulla testa non gli aleggiava alcuna Musa che lo ispirasse. In ogni caso, aggiungeva, la letteratura in genere, la sua come quella di altri autori, nulla deve alla dimensione trascendente, essendo frutto di tecnica pura e semplice, esito cioè del talento personale e del mestiere che nel tempo si affina per arrivare all’eccellenza. Il soffio dello spirito creativo, concludeva, è solo una favola.

Un’idea, la sua, comune ormai alla maggioranza degli artisti, siano essi scrittori o poeti, sceneggiatori, drammaturghi o coreografi, pittori, scultori o musicisti. Circola infatti, nella variegata famiglia dei creativi a livello nazionale e globale, un comandamento che, se non proprio impone, tuttavia suggerisce agli artisti di operare in regime di freedom and not genius, ossia di totale libertà esecutiva, di modo che il prodotto artistico non abbia nulla di induttivo, che non venga cioè ispirato dall’alto, da una dimensione che si rapporti col soprannaturale, ma derivi da intuito personale. Il genio che testimonia dell’immanenza dello spirito nella realtà fisica del mondo non è da considerarsi essenziale nel concepimento iniziale e nella realizzazione finale dell’opera d’arte.

Lo stato di grazia che viene elargito dal divino come rivelazione del sublime da trasfondere nell’oggetto plasmato, nel segno tracciato, nella parola trasfigurata, è tenuto in sospetto di magheggio, di esercizio sciamanico. Ne consegue che certe astruse installazioni passano per opere d’arte, mostruosità architettoniche per templi della forma, musiche e canti monotonali neganti l’effusione melodica per inni esemplari.

Stampare e diffondere, in tali temperie farisaiche, il Nuovo Rinascimento di Arturo Onofri non è pertanto solo un’operazione editoriale di pregio, oltre che di coraggio, ma soprattutto una nobile azione terapeutica per i fruitori di poesia e non solo, e per certi aspetti uno strumento tale da esorcizzare i fluidi tossici di certe massime etiche diffuse dai guru delle nuove filosofie comportamentali, tipo il «be hungry be foolish» di Steve Jobs, adottato da schiere di giovani e meno giovani che, prendendo alla lettera la massima, hanno follemente trasgredito senza imbastire metodiche utili a saziare la fame di sublime che mai come in questa epoca l’umanità avverte, in particolare i giovani.

Tali metodiche sono chiaramente esposte nel capitolo del libro di Onofri che riguarda la tecnica poetica, ma per esteso finiscono per riferirsi a ogni procedimento creativo, il cui fine ultimo è l’accesso dell’artista al fiume degli archetipi da cui attingere, nuovo Prometeo, il soma dell’ispirazione sorgiva e farne dono espressivo.

La pseudo libertà di cui parla il nuovo verbo materialistico potrebbe semmai nobilitarsi concretizzandosi in quella che Rudolf Steiner assegnava alla conoscenza spirituale, e che affranca l’artista dalla pania dei sensi consentendogli di trasferire l’opera dall’ambito personale all’universale, alla dimensione atemporale.

Le parole di Onofri valgono da regola dell’arte intesa spiritualmente e fissano il ruolo dell’artista quale celebrante di un rito mediante il quale collega l’umanità all’eterno: «Si può affermare che il poeta realizza un corpo verbale perfetto quando si attiene assolutamente allo spirito della poesia che vuole manifestarsi attraverso di lui. …Il problema della tecnica tratterebbe dunque della capacità di accogliere coscientemente, nella propria volontà umana, un certo spirito di rivelazione superiore, eliminando, in quel momento, tutto ciò che non è esso, astraendo da tutto il resto del mondo, sia umano sia non umano. …Uno stato di concentrazione volontaria, astratta da tutto il resto, è l’atto fecondatore per il quale, con la parola umana, si può mettere al mondo una rivelazione divina. …Una vera scienza del Verbo, una logologia (per usare una parola di Novalis) dovrà sorgere via via nell’avvenire… Questo metodo è indicato nelle prime linee del Vangelo di Giovanni, quando il Verbo divino viene chiamato il principio creatore di tutte le cose e di tutte le creature…».

arturo onofri scrittore giovannetti olympia

 

Il Nuovo Rinascimento di Arturo Onofri, pubblicato un secolo fa, allora segnale di un anelito umano al sovrannaturale nella temperie nichilista imperante, si ripropone oggi con la stessa urgenza.

 

Fulvio Di Lieto

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per gentile concessione de 

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L’Archetipo – Novembre 2013

Pubblicazioni

Arturo Onofri

 

Arturo Onofri Nuovo Rinascimento come arte dell’Io a cura di Michele Beraldo corredato di uno scritto di Geminello Alvi: “Onofri, poeta wagneriano e michelita”

Campanotto Editore, Pasian di Prato (UD) 2013

Il libro può essere acquistato in libreria, nelle librerie on line e anche rivolgendosi direttamente al curatore, alla seguente e-mail: micheleberaldo@gmail.com

Pagine 176 – Prezzo € 20,00

ARTURO ONOFRI, SCIENZA DELLO SPIRITO

UNA MEDITAZIONE DI RUDOLF STEINER

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Lavoro nell’intimo

agisce al di fuori.

Non giudicare

ascolta soltanto.

Non stupirti

guarda soltanto

amali tutti.

*

Esperienza dal di fuori

agisce nell’intimo

non evitare nulla

sprofondati soltanto.

Non difenderti da nulla

sopporta soltanto

finché non sia raggiunto.

*

Pace nell’intimo

amore verso l’esterno;

non dire nulla

soffri soltanto.

Non chiedere nulla

attendi soltanto

finché non ti venga dato.

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL D’ANNUNZIO INASPETTATO

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Se non ti aspetterai l’inaspettato, non giungerai alla Verità.
Eraclito

Ho raccontato, nel precedente articolo, come il destino mi fece incontrare il mio amico G., «asceta d’altra dottrina» e praticante un’antica Via, e come da questo incontro sia scaturito il mio interesse nei confronti di una personalità di rango spirituale come A., che aveva partecipato al Gruppo di UR – in precedenza aveva attivamente fatto parte della cerchia pitagorica che si riuniva attorno ad Arturo Reghini, alle riviste esoteriche di Atanòr del 1924 e Ignis del 1925 da questi dirette – e che per tutta la vita era stato un grande amico di Massimo Scaligero, arrivando a condividerne la scelta di dedicarsi alla Scienza dello Spirito e a seguirlo nella disciplina della concentrazione e della meditazione. Il mio amico G., da me incontrato quasi alla metà degli anni novanta, era una persona di profonda e vasta cultura, e di raffinata educazione. Non un selvaggio dagli inurbani e orsolupeschi modi, come il mio amico Attila e il sottoscritto.

Sia come sia, il mio amico G. mi si era profondamente affezionato ed usava nei miei confronti un’affabilità ed una generosità veramente regali. Credo che nei suoi ultimi anni della sua vita, un altro sapiente amico ed io fossimo gli unici veri amici che avesse. Per andarlo a trovare, ogni volta mi alzavo la mattina ad ore antelucane, mi sciroppavo svariate ore di treno, mi attraversavo talvolta a piedi una città – le mie finanze, che sono sempre state endemicamente e drammaticamente scarse, mi costringevano spesso a farmi la scarpinata – per venire accolto a braccia aperte in casa sua. Passavamo ore e ore a parlare di cose meravigliosissime, nelle quali il mio amico G. – con un metodo maieutico simile al Rinzai Zen – mi sollecitava e mi guidava a scoprire con le mie forze gli arcani della sapienza ermetica. Ogni volta che, come in un lampo, realizzavo un’intuizione, G. ne gioiva visibilmente, e a quel punto mi sollevava alquanti veli circa quelle segrete cose sulle quali, come dice Dante, «il tacere è bello».

Alla fine della mattinata, mi portava a ‘desinare’ – come dicono a Firenze – in ristoranti di lusso, ove egli era evidentemente ben conosciuto, e dove i maître di sala e i camerieri, per far piacere a lui trattavano come un principe me, che ero vestito come un pezzente e mi muovevo in quei luoghi come un selvaggio. A tavola, gustando vivande arcane e mirabili, continuavamo a parlare delle nostre cose mirabili ed arcane. Poi tornavamo a casa, dove annegandoci nel caffè e intossicandoci col fumo di sigarette lui e di sigari toscani io, proseguivamo le nostre ermetiche discorse. Nel tardo pomeriggio, infine, mi accompagnava a piedi alla stazione dove riprendevo il mio treno per tornare a casina, beatificandomi per tutto il viaggio di ritorno della rimembranza delle cose meravigliosissime vissute in una giornata così intensa e proficua. Cercando soprattutto di «fissare il volatile».

Le esperienze e le verità che con grande generosità mi donava, non me le regalava: mi guidava a conquistarmele con notevole sforzo, come nel disvelamento di un difficile koan nella pratica zen. E devo dire col suo «metodo», decisamente inusuale e apparentemente stravagante, il mio amico G. mi aiutò molto ad andare avanti nella mia strada, facendomi scoprire molte cose, e molte me ne rivelò generosamente lui.

Molte volte il mio amico G. mi parlò del Gruppo di UR, le cui pratiche egli aveva a lungo sperimentate direttamente, e della figura di A., del legame di questi col suo Maestro, e di Gabriele D’Annunzio. Mi spinse – come fece nei confronti di altre figure spirituali recenti o antiche – a ricercare alcuni testi per lui particolarmente rivelatori. Fu così che mi misi diligentemente in caccia, ed una volta in biblioteca trovai un articolo di A. su D’Annunzio, da lui pubblicato nell’agosto del 1940, pochi mesi dopo l’entrata dell’Italia in quella guerra, che tanti lutti e tante sciagure avrebbe portato al nostro amato paese.

L’articolo di A. l’ho trascritto nelle righe che seguono. Per me fu una rivelazione: cambiò totalmente il mio modo di considerare il Poeta-Soldato, la sua vita e la sua opera. Negli anni, ebbi modo di discutere con G. varie volte di D’Annunzio e di alcune cose da lui scritte. Anche in tali casi, il mio amico G. trovava modo di sollecitarmi ad una più audace penetrazione del pensiero di lui, di quanto non fossi stato capace ad un iniziale esame. Anzi si servi di alcune parole di D’Annunzio, con mio grande stupore e meraviglia, per condurmi al punto in cui mi potesse essere sollevato il velo che per lui celava il Grande Arcano.

Lascio quindi la parola ad A.

***

Del meditare come arte.
D’Annunzio e il realismo magico
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«L’uomo nasce e vive e muore per effetto di una precisa e vigilata volontà». Così Massimo Bontempelli in un suo ultimo «D’Annunzio o del martirio», saggio che per molti riguardi a me pare tra i migliori, se non il migliore sul D’Annunzio; intendo il migliore tra i saggi non letterari o non solamente letterari. Poiché D’Annunzio è stato abbastanza notomizzato, martirizzato dall’indagine letteraria, diffamato anche se con propositi laudatori da quelli che lo hanno scelto come maestro di vita, d’azione, d’eroismo, ma capito male in genere nella sua unità o totalità. Bontempelli è tra i pochi che abbia saputo accostarsi al suo vero genio. Che la morte sia stata considerata dal Bontempelli come un atto di volontà come un atto di volontà è di per sé abbastanza significativo; anche Massimo Scaligero ha scritto della morte di Cesare come di un preciso atto della volontà di Cesare; queste sono affermazioni che potrebbero sembrare pressoché gratuite; appartenendo ad un ordine alquanto diverso da quello in cui normalmente si svolge l’esame dei dati esteriori dei sensi, tali affermazioni non avrebbero bisogno di dimostrazione. Sono problemi che sottintendono un’esperienza; un’esperienza capace di portare a stati di coscienza diversi, come si verifica del resto nell’esperienza mistica. Inutile dunque cercare di dimostrare ciò che non è dimostrabile con i mezzi ordinari; occorre più che dimostrare, meditare; offrire un metodo di meditazione su verità che in precedenza sappiamo tali in quanto unicamente rivelabili. Se nella sua più alta accezione, il genio rivela, la sua rivelazione perché sia attiva deve suscitare in chi la riceve un processo pressoché identico di successive illuminazioni.

La morte come atto di volontà non va intesa come un imperativo che l’individuo dà a se stesso in un certo momento, di morire; tale atto sarebbe assurdo o ridicolo o banale. La meditazione a che cosa ci porta? Nel cammino della meditazione occorre andare cauti. Se nel linguaggio e con la tecnica filosofica è possibile risolvere molti problemi nel senso di una sistemazione intellettualistica, ciò dal punto di vista della meditazione non costituisce un grado apprezzabile per la conoscenza. Conoscenza può essere intesa nel modo mistico; come corrente capace di trasmettere moti di vita, non moti esteriori, per i quali siano possibili equilibri propri tra il nostro essere e il mondo circostante. Allora la volontà ci appare non come un movimento riflesso ma quale forza indispensabile per una sistematica creazione del nostro organismo.

Bontempelli, infatti dice che «l’uomo nasce e vive e muore per effetto di una precisa e vigilata volontà», dove quel vigilata presuppone un vigilatore.

L’affermazione, audace, acquista un senso solo in quanto la volontà sia in rapporto reale con tutti gli elementi fisici e metafisici concorrenti a uno stato di esistenza in cui siano da escludere quei moti riflessi comandati dalla volontà non vigilata. Camminare è un atto di volontà, ma chi cammina non sa di compierlo, ecc. ecc.

Che molte verità più che dimostrate debbano essere meditate, lo insegna ogni teologia. La meditazione e la concentrazione sono capitoli importanti di ogni pratica religiosa. Per molti aspetti l’arte, nelle più alte manifestazioni si accosta alla religione; niente di così straordinario che spesso le relative tecniche abbiano momenti somiglianti.

Chi legga il “Notturno” di D’Annunzio, astraendo dal mero valore letterario, potrà facilmente scoprire un’arte della meditazione: meditazione scritta, attenta vigilatissima molteplice, nella quale gli stessi elementi del reale si trasfigurano e si potenziano acquistando originarie potenze; ed esercitano un vero potere suscitativo. In questo senso D’Annunzio, il D’Annunzio notturno come già qualche critico ha intravisto, è lo scrittore più positivamente qualificato a creare stati di coscienza perché una volta entrati nelle maglie sottilissime della sua arte è difficile – a meno di essere marci di letteratura – di non procedere avanti in riscoperte e chiarificazioni.

Si è tanto discusso di realismo magico, a proposito e a sproposito; soprattutto a riguardo di stranieri. Il termine magico, inteso come allusivo a forze suscitate da una tecnica, nei confronti della tecnica del linguaggio in particolare fu dal D’Annunzio stesso applicato all’arte di Giovanni Pascoli. E, come al solito, con significati profani. («In nessun laboratorio d’uomo di lettere m’era avvenuto di sentire la maestria quasi come un potere senza limiti, penso che nessun artefice moderno abbia posseduto l’arte sua, come Giovanni Pascoli la possedeva. La sua esperienza era infinita, la sua destrezza era ineffabile, ogni sua invenzione era un profondo ritrovamento. Nessuno meglio di lui sapeva e dimostrava come l’arte non sia se non una magia pratica. “Insegnami qualche segreto”, gli dissi a voce bassa; ma, in verità, un’ombra di superstizione era nel mio sentimento»). Ma a quale artefice – arte come artifizio, come artigianato, anche – più che al D’Annunzio si può attribuire questa qualifica di magico? Egli ha saputo affinare l’arte della parola fino a farne vera e propria opera di magia, in questo riprendendo segni e insegnamenti della più schietta tradizione italiana. Più volte egli si è compiaciuto di definirsi operaio e lo studio attento dei vocabolari delle arti, dei mestieri, delle specialità non risponde in lui ad esigenze estetiche; è un bisogno sentito nel più profondo, un bisogno di chi è persuaso nella parola esser riposta un’arcana forza creativa. L’arte – artigianato ha in D’Annunzio un rappresentante tra i più significativi; un maestro conoscitore di molti segreti dell’arte sua. La tecnica non fine a se stessa ma dispiegata in tutta la sua importanza, la tecnica come fatto spirituale; ecco ciò che accosta ancor più D’Annunzio ai nostri sommi e in particolar modo a Leonardo.

Il realismo del “Notturno” ha in certi momenti il rapido procedere cronachistico. Nel ricordo ogni minimo istante rivive e la visione si fa più densa più si lega al fuggevole; l’attenzione del Poeta è sublimata in questo bagno nella realtà. Morte di Miraglia. Chi ha mai potuto e con più ritmata partecipazione accostarsi al dissolvimento della morte seguendone così minuto per minuto, grado per grado il corso devastatore? Poche volte pagine scritte hanno potuto fermare con tale incisiva costanza ciò che ripugna ed esalta ad un tempo, il dissolversi e il permanere; alzare con sì lieve mano i veli vietati, persuadere alla Bellezza quando tutto è dissoluzione.

Modi di meditare; per trovarne altri di uguale durata occorre rivolgersi a testimonianze mistiche. L’intensa volontà è presa e serrata in moti interiori e così quanto è argomento di rappresentata mutabile realtà si conchiude in un’armonia che vive di una propria vita.

Perché crea la vita. Il metodo di Leonardo ha i medesimi segni; anche per Leonardo il reale ha un valore magico, e lui che nelle statue antiche prima si ostinava in misurazioni meccaniche con quella geniale pedanteria che ha sempre distinto l’audacia, che tanto si macera nell’osservare riscopre le leggi più antiche per significazioni sempre nuove.

Lo stato di coscienza eroica in cui D’Annunzio per istinto si pone – eroismo che si affina fino a sconfinare con l’ebrezza del martirio – è lo stato di coscienza più proprio a capire al di fuori e al di là di ogni definizione intellettualistica gli enigmi che la vita impone di risolvere se non si vuole rinunziare a vivere. È forse in virtù di questo stato di coscienza che D’Annunzio è sempre stato capito a metà dai letterati che hanno mirato soprattutto a ridurre a meri valori letterali i valori molteplici della sua azione; la critica ultima e ultimissima si è esercitata in codesta direzione, distinguendosi nel tagliare dall’opera d’arte dell’opera i poteri d’azione e D’Annunzio era lo scrittore che doveva più rimetterci; un altro ci ha rimesso ed è Pascoli.

***

Le severe parole di A. nei confronti degli inintelligenti lettori e critici di Gabriele D’Annunzio e di Giovanni Pascoli, si applicano oggi con ancor maggior severità nei confronti degli inconcludenti, inintelligenti, divaganti e pigri lettori e seguaci di Massimo Scaligero e di colui ch’egli chiama il Maestro dei Nuovi Tempi. Questi non sono stati capiti neppure per un decimo.

E spesso li si è voluti ridurre ad un edulcorato e brodoso misticismo, che è una delle disperate difese dell’ego, che cerca di sopravvivere, nei confronti di una energica Ascesi del Pensiero, alla quale l’ego cerca in ogni modo di sottrarsi. Così come è una menzogna ed una estrema difesa dell’ego l’intellettualismo parolaio e dispersivo, analitico e dialettico, capace a parole di dimostrare tutto e il contrario di tutto, senza mai afferrare – come ammonisce Massimo Scaligero – una briciola di realtà e di verità.

Non vi è verità che sia vera, se questa non viene realizzata in una pratica interiore: se non si giunge, nell’intuirla e viverla, a modificare ontologicamente la nostra costituzione interiore e se questa verità non si riversa poi nella nostra ulteriore azione esteriore e interiore. Ma questo intuire e vivere radicalmente le verità spirituali è il meditare. E la forza del meditare più radicale si invera nella concentrazione profonda, la quale può giungere nel proprio moto estraformale – nel quale il pensare folgorante è libero di pensieri – a farsi tutt’uno con l’atto di essere della Verità.

Gabriele D’Annunzio visse fortiter gli errori e le verità, le luci e le ombre della propria vita: compromettendosi sempre fino in fondo, vivendo coraggiosamente ed energicamente, pagando sempre di persona, rischiando la vita e affrontando la morte guardandola in faccia. Traendone persino una sottile e preziosa sapienza. A quanti, con facile critica, rilevano quelle che a loro appaiono inadeguatezze della vita di D’Annunzio, offro le parole di Massimo Scaligero – che di D’Annunzio era estimatore al punto di dare ad alcuni discepoli suoi versi come temi di meditazione – il quale più volte affermò che «il Logos ama chi si compromette», e che dal punto di vista spirituale sia «meglio essere delinquente che borghese». Ed io la penso esattamente come lui.

Da qui nasce tutta la mia più delinquenziale simpatia e ammirazione nei confronti di D’Annunzio.

GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

INCONTRO CON D’ANNUNZIO

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Più di quaranta anni fa, passeggiavo per Via Flaminia, a Roma, assieme a L., un caro amico, che mi fece conoscere la Scienza dello Spirito, e soprattutto mi fece incontrare Massimo Scaligero. Per inciso, va sottolineato come colui che ci ha fatto conoscere e incontrare Massimo Scaligero sia sempre l’amico più grande della nostra vita, come a lui dobbiamo illimitata gratitudine per il prezioso dono fattoci: indubbiamente il dono più prezioso.

Era una tarda mattinata e giunti quasi a Piazzale Flaminio, incontrammo A., un uomo visibilmente molto anziano, accompagnato dalla sua consorte. Il mio amico me lo presentò, dicendomi con evidente ammirazione: “Questo è uno degli ultimi membri del Gruppo di Ur ancora viventi.”. Allora ne erano rimasti ben pochi.

Già da qualche anno mi ero immerso con grande foga nello studio dei tre volumi della Introduzione alla Magia, riedizione pubblicata dalle Mediterranee nel 1971, della precedente edizione del 1955 fatta dalla gloriosa casa editrice Fratelli Bocca, fatta chiudere dalla mai troppo infamata compagnia, che a sua volta riproduceva – con aggiunte e rielaborazioni varie – le annate delle rarissime riviste UR-KRUR del 1927-1929.

L’incontro con A., naturalmente, a me poco più che ventenne fece una impressione fortissima. Il mio amico L. lo conosceva bene da decenni, perché abitava in un edificio di Villa Strohl-Fern, sito poco sopra il Piazzale Flaminio, con un magnifico parco adiacente a Villa Borghese, e facente parte dei possedimenti dell’Ambasciata Francese a Roma. Nel medesimo edificio abitavano vari artisti e scrittori del milieu intellettuale dell’epoca.

Il mio amico mi raccontava come A. avesse riunito attorno a sé un piccolo cenacolo di cultori dell’esoterismo, di «magisti», come usava allora dire. Sin dalla sua giovinezza, A. aveva avuto modo di conoscere le personalità più notevoli dell’esoterismo italiano come Arturo Reghini, Giulio Parise, Ercole Quadrelli, Julius Evola, e naturalmente Giovanni Colazza e Massimo Scaligero: tutte personalità collegate al suddetto Gruppo di Ur, e alle vicende per certi versi tragiche che determinarono la chiusura di quelle belle e importanti riviste. Secondo varie testimonianze concordi, l’amicizia di A. nei confronti di Massimo Scaligero rimase viva sino alla propria morte.

La formazione spirituale di A. fu molto complessa. Sin da giovane egli fu attratto dalla Tradizione Classica, che lo condusse ad immergersi nel mondo della sapienza orfico-pitagorica, nel mondo degli Antichi Misteri, nella religiosità egizia, ellenica e romana. Quel mondo lo condusse poi – oserei dire fatalmente – ad innamorarsi dell’Ermetismo e dell’Alchimia medievali e rinascimentali, di quella «Magia filosofica», che nel Rinascimento ebbe tra i suoi maggiori rappresentanti l’abate Giovanni Tritemio con la sua Steganographia e Poligraphia , Enrico Cornelio Agrippa con la sua De occulta philosophia, Paracelso, Giordano Bruno, Tommaso Campanella. Di tutti loro, il nostro «magista» fu sapiente e profondo cultore, così come fu cultore di una forma elevata, non volgare, di Astrologia.

Una persona, che ebbe modo di incontrarlo e di parlarci a fondo, mi raccontò come A. fosse un fine conoscitore di Plotino e di Meister Eckhart. Tutto ciò lo portò ad incontrare inevitabilmente la tradizione rosicruciana e la Scienza dello Spirito, pur tenendosi lontano dall’aggregarsi alle organizzazioni formali, che non si confacevano al suo spirito libero e indipendente. Un caro amico, discepolo di Massimo Scaligero sin dagli anni quaranta, era in cordiale amicizia con A., e mi testimoniò come questi si incontrasse ogni settimana con Massimo Scaligero e quanto profonda e libera fosse la sua adesione alla Scienza dello Spirito.

In un certo senso fu tutta colpa di A., se mi sono riaccostato negli anni novanta alla figura di Gabriele D’Annunzio, facendomene scoprire aspetti per me insospettati. Tra le vicende abbastanza strane – e decisamente curiose dal punto di vista del destino – della mia vita vi fu l’incontro con G., una persona di elevato rango spirituale, che seguiva un’antica Via spirituale. Un «asceta d’altra dottrina», come lo definirebbero i testi del Sutta Nikayo del Buddhismo originario.

G. era una di quelle persone che molto avevano osato nel cammino spirituale, pagando anche di persona, spingendosi in zone per i più inesplorate. Sin dal primo incontro, la mia stima per la sua sottile e profonda sapienza e il suo grande coraggio furono sconfinate, e l’affetto che mi ha fraternamente legato a lui sino alla sua morte, e che tuttora mi unisce a lui, oltre la morte, profondissimo. Egli faceva parte di quella sparuta serie di temerari cercatori, affamati di Spirito e assetati di Assoluto, che Isidoro ed io chiamiamo il «sale della terra». Fu lui, che peraltro stimava moltissimo Giovanni Colazza e Massimo Scaligero, a riparlarmi dopo tanti anni di A., di come A. fosse una personalità di notevole rango spirituale, di come A. fosse amico di colui che egli stimava essere il suo Maestro, che a sua volta nei confronti di Massimo Scaligero provava anche lui stima ed un’amicizia di antica data.

Ricercando, su consiglio del mio amico G., alcuni scritti di A., che rincontrai la figura di Gabriele D’Annunzio. Egli me ne mostrò alcuni aspetti di radicale coraggio spirituale, che mi sorpresero assai. Ascoltando Massimo Scaligero in alcuni incontri e riunioni, avevo udito la grande stima ch’egli aveva di D’Annunzio, pur non celando affatto eventuali suoi aspetti problematici. Ma per il Mondo Spirituale valgono come realtà solo gli aspetti positivi di un essere, non i suoi errori e le sue deficienze.

Tuttavia, pur avendo ascoltato e accolto quel che Massimo diceva di lui, egli rimaneva per me una figura enigmatica. Tanto più, che la mia amica M., una fedelissima di Massimo Scaligero, parlando con me del processo della meditazione, mi raccontò di come Massimo le indicasse alcune poesie di D’Annunzio come temi proficui di meditazione. Ma dovevo ancora giungere ad una visione mia di D’Annunzio. Fu proprio leggere alcuni scritti di A., e il parlarne successivamente con il mio amico G., che mi aprì gli occhi, e mi offrì una prospettiva affatto nuova per contemplare la sua figura spirituale. Come vedremo nel prossimo articolo.

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GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO
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