SCIENZA DELLO SPIRITO

Alfred Meebold

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Alfred Meebold (1863-1952 )

Quando iniziai a frequentare il Gruppo antroposofico di Trieste, sulla parete dietro il tavolo dove si sedeva il capo gruppo, il conferenziere di turno, ecc. vidi appesa una foto che ritraeva due uomini per me sconosciuti. Chiesi chi fossero. Gentilmente, il dott. Corazza fece due nomi: Fortunato Pavisi e Alfred Meebold.

Pavisi ora è giustamente più conosciuto. E Meebold?

Alfred Meebold lo conobbi poi col contagocce. In Sede feci amicizia con una anziana e dolce signora. Si chiamava Stella Padoa e mi raccontò come la sua “tremenda” zia, Lina Schwarz, la trascinasse – lei piccina – a tutte le conferenze che Meebold faceva a Milano e a Trieste. Stella era la nipotina a cui la Schwarz fece riferimento nominale con una poetica ninna nanna che poi apparve persino nelle antologie scolastiche degli scrittori italiani (Stella stellina, la notte s’avvicina…).

Meebold amava l’Italia e scrisse su vari giornali italiani articoli che riguardavano l’opera di Rudolf Steiner e la sua avventura per incontrarlo. Quest’ultima è anche divertente e ve la riassumo.

Ardente cercatore di un vero maestro spirituale e gran viaggiatore, arrivò sino in India. Trovò, sulle pendici dell’Himalaya, un asceta considerato da molti un iniziato. Quando finalmente fu ammesso al suo cospetto, l’asceta, senza i saluti di rito, gli chiese:”Perché sei qui?”. Il Nostro rispose che cercava un Maestro. Con un lieve tono compatito il sadhu gli disse: “Che viaggio inutile hai fatto! Torna a Berlino dove c’è il tuo Maestro”.

Carattere impetuoso e irascibile, spesso teneva come ufficio un tavolino in un Caffè e aiutava nello studio e nella comprensione dell’antroposofia molte persone. Sempre con il sigaro acceso e la tazzina colma. .Ma quando qualcuno dei suoi protetti “saltava” un concetto o “sbandava” in un ragionamento, sbandava o saltava pure la tazzina ed il suo contenuto, perché un vigoroso pugno si abbatteva sul tavolino. Accompagnato da un ruggito di disapprovazione.

Sono notizie che me lo resero assai simpatico!

Ora riassumo una Commemorazione apparsa nel 1952 sul bollettino della Società Antroposofica.

Tornato in Europa, Meebold andò a Monaco per visitare Sofia Stinde e la contessa Kalkreuth. Raccontò loro delle sue esperienze indiane e della rottura con la Teosofia anglo-indiana. Con sua meraviglia le due dame approvarono la cosa, poiché il segretario tedesco era Rudolf Steiner. La Stinde propose un incontro tra i due.

Meebold era prevenuto e l’entusiasmo delle signore non gli fu d’aiuto.

Quando si trovò di fronte ad un uomo, circa della sua stessa età, iniziò a raccontare le sue passate esperienze, accorgendosi del cortese disinteresse dell’altro. In breve, dopo una manciata di minuti, Meebold si ritrovò alla porta con un foglietto di istruzioni. Irritato, disse alla Stinde:” Perché mi ha dato questo? Io non gli ho chiesto niente. E perché mi considera superficiale?

Rudolf Steiner era diverso a seconda di chi gli stava di fronte: con i deboli, i sensitivi era mite e incoraggiante. Coi forti era severo ( Nei Misteri, Benedictus dice a Strader: “per chi ha raggiunto il vostro grado è viltà quello che per un altro sarebbe coraggio”).

Meebold protestò, si irritò, ma fece gli esercizi che Steiner gli aveva dato!

Era già un discepolo del Dottore ma continuava ad essere irritato e diffidente (la diffidenza fu un tratto comune di certi discepoli, vedi Colazza e Rittelmeyer). Forse l’orgoglio del proprio valore gli impediva una chiara visione. Questo travagliato periodo durò due anni. Poi riconosciuta la grandezza del Maestro, gli fu incrollabilmente fedele.

Meebold durante la guerra si trasferì a Heidenheim, ma si recava spesso a Dornach.

Guerra persa, rivoluzione scoppiata, visitò Steiner mentre scolpiva nell’atelier la figura del Rappresentante dell’umanità. Scosso, chiese al Dottore cosa avrebbero fatto gli antroposofi.

Ora si vedrà se sono uomini” rispose Steiner continuando a scolpire con energia “Lei torna a Heidenheim?” “Ma non si può in questo momento, c’è la rivoluzione”. “Cosa importa? – tuonò Rudolf Steiner – torni e parli alla gente”. “E cosa devo dire?” “Raduni la gente e quando sarà sul podio le idee verranno”.

E Meebold tornò a Heidenheim e fece passare la voce che in tal giorno, in tale sala, avrebbe parlato. Salì su podio e ogni incertezza scomparve. Le idee fluivano e trovavano da sole le parole. Appunti non servirono. Parlò per due ore. Il pubblico rimase seduto, muto e immobile. Meebold si inchinò e disse :”Signori, ho finito”.

Non ci furono applausi ma domande e richieste di altre conferenze. Meebold tenne allora conferenze su tutto, in particolare sull’introduzione all’antroposofia, sulla tripartizione.

La sua casa e la sua biblioteca furono a disposizione di tutti.

I nuovi amici erano in gran parte operai e divennero ottimi antroposofi. Così il Gruppo di Heidenheim divenne unico al mondo: per il numero elevato dei suoi componenti (l’uno per cento della popolazione cittadina) e per la prevalenza del ceto operaio.

Quando venne fondato il “Kommender Tag”, Meebold vi investì tutto il suo patrimonio, poi quel tentativo fallì e il Nostro perse tutto, divenne povero: “Se non avessi agito così i miei amici operai avrebbero perso ogni fiducia in me”: confessò poi con serenità e pacatezza, commentando la sua rovina.

Nella sua casa il lavoro antroposofico era un’esperienza singolare.

Al pianterreno c’era una sala di lettura dove tutti gli amici potevano leggere e studiare anche in assenza del proprietario. Meebold si era ritirato in due stanze, mettendo il resto a disposizione di due famiglie rimaste senza tetto.

Vivere con il Nostro era però un costante corso di autoeducazione, poiché Meebold non lasciava passare niente. Imprecisioni di pensiero, mancanza di riguardo, venivano sempre corrette con affetto, ma con un’obbiettività che ignorava gli eufemismi o riguardi alla suscettibilità di chi ascoltava.

Meebold sedeva con caffè e fumava in continuazione: la stanza era piena di fumo e di persone. Molti uomini dalle mani incallite e gli occhi scintillanti e…tanta cultura che si formava. Non solo antroposofica ma di tutte le opere che Steiner aveva nominato in libri e conferenze, cioè di quanto di più significativo che il mondo aveva dato. Tra i lettori vi erano anche industriali e dirigenti d’azienda: con Meebold che spiegava, rispondeva, raccontava.

Al termine della serata ognuno riportava la sedia al piano di sotto, perché dopo aver trattato di Anima cosciente e di Tripartizione sarebbe stata una stonatura andarsene senza pensare ad agire concretamente nel dettaglio. Sì, l’educazione spirituale con Meebold non tralasciava il dettaglio!

Quando il gruppo di Heidenheim fu forte, Meebold ricominciò a viaggiare con il karma del viandante: “ein Reisekarma”, come disse lui stesso. In gioventù da ricco, in vecchiaia da povero.

Invitato e aiutato da amici peregrinò in Austria, Ungheria, Francia, Inghilterra e per l’appunto in Italia.

Poi giunse la chiamata dalla Nuova Zelanda. Ancora un breve soggiorno in Europa, poi la II guerra mondiale lo sorprese ad Honolulu dove rimase per la durata della guerra, partecipando al lavoro antroposofico del Gruppo del posto.

A ottantadue anni tornò finalmente in Nuova Zelanda, conscio che quello era stato il suo ultimo, grande viaggio. A detta di molti l’impulso vivificatore portato da Meebold fu salutare e molto profondo.

Non permise mai che qualcuno lo chiamasse “Maestro” (Massimo Scaligero fece lo stesso) perché questo appellativo lo riservò solo per Rudolf Steiner.

E mai s’atteggiò a grand’uomo, pur consapevole del suo valore: spesso agli amici ricordava che “Lei dovrà abituarsi all’idea che io commetta degli errori”. Errori? Certo che ci furono, ma egli non cercò mai di nasconderli.

Aggiungo che il Dottore, nei rapporti epistolari con Meebold, che ho letto nei Testi riguardanti la Scuola Esoterica, sembra un Maestro all’antica, terribile: poche righe secche e “intuisca lei quello che ne può derivare nella pratica”: lasciando in toto a Meebold tutto lo sforzo interiore di scoprire il resto da sé. Ottima scuola!

Mi piacerebbe che questa alta figura, ben dotata da un caratteraccio da paura, fosse in qualche modo riscoperta…specie ora che si confonde la personalità con l’individualità…

ALFRED MEEBOLD, SCIENZA DELLO SPIRITO

UNA NOTA QUASI PERSONALE

colazza -

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Cari amici, il “quasi” del titolo non è a caso, poiché so per certo che molto del poco che scrivo è del tutto condiviso da altri. In termini quantitativi possono essere pochi, ma di ratti che girano in tondo è pieno il mondo e questo increscioso stato di cose è solo quello che è, cioè il nulla nel nulla: possiamo addizionare lo zero con se stesso un milione di volte ma rimarrà sempre quello che è…anzi, quello che non è.

Troppo vago? E’ vero e mi scuso.

Qualcuno ha scritto (bontà sua) che Eco è, in pratica, rimasto il Sito più robusto (e i decenni dell’Archetipo?) rimasto in rete.

Allora chiediamoci il perchè. Sapete che a me piacciono i paragoni sportivi, trovo analogie pertinenti.

Cosa fa il corridore mentre corre? Corre e basta. Di solito la sua mente è silenziosa, quasi vuota. E se l’obbiettivo è lontano o è solo allenamento, corre dando il meglio di sé e basta.

Il meglio di Eco è lo “spirito di servizio” e basta.

Nulla è nascosto e chi attua l’adesione lo fa solo per suo convincimento: può non farlo – dipende solo da lui – ma non gli serve, è una gentilezza e di ciò gli siamo grati.

Del resto so di persone che seguono Eco con grande attenzione, ma preferiscono leggere le note senza un milligrammo di vincoli, compresi quelli virtuali.

Poi,invece, non c’è uno – specie tra quelli che predicano l’amore universale – che non punti il ditino accusatore sul dogmatico rifiuto di Eco ad “aprirsi” verso tutti i possibili apporti…

E’ una critica seria. Potrebbe essere fondata. Poi però scopro (ho già detto che parlo per mio conto e non per gli altri collaboratori) che si vorrebbe portare in Eco ogni fritto misto, disperdendo, come già avviene nei Siti che trovano collocazione in facebook, in chiacchiere e fantasie di oscura origine, quel poco che qui si tenta di mantenere nel solco della Scienza dello Spirito. Assai spesso si tratta di spiritualismo che rema contro lo Spirito: spazio lasciato libero a confuse demenze personali e ad avversioni travestite di moralismo cattolicheggiante. Aggiungo a questa lista pure scritti più articolati e ben fatti…che purtroppo sono espressione di ossessioni violente, di ricerca di vetrine per la visibilità personale, di stracche astuzie…e qui, per non farla lunga, mi fermo.

Qui, su Eco, mi sento libero e non provo alcun moto di antipatia se a tanti le mie note non piacciono. Nemmeno io sono entusiasta di alcuni articoli e temi che ci sono in Eco. Però il discrimine è in quello che ho scritto: chi mette qualcosa su questo sito, lo fa perché ama davvero quanto espone e non perché ama se stesso. E se ciò pare poca cosa, almeno per me è, a dir poco, il confine invalicabile.

A calce di questa sparuta nota vorrei riportare una (antica) lettera che il dott. Colazza scrisse a Marco Spaini (personalità assai notevole nel suo tempo).

Qualcuno si arrovellerà sulla natura delle “comunicazioni” sulle quali il dott. Colazza è, senza remore, negativamente “tranchant”. Vedete, la comunità antroposofica attraversa periodi di moda. Circa quarant’anni fa erano i settennali dell’Antroposofia, vent’anni dopo ciò che concerneva la Pietra Fondazionale… Sessant’anni fa ci fu una vera e propria agitazione intorno al ritorno dello Steiner: si moltiplicarono annunci e visioni. Vi furono persino dei veri delinquenti che spillarono ingenti somme agli antroposofi benestanti fabbricando comunicazioni sul dove, quando e chi. Un tripudio di corbellerie! A mio parere ora è anche peggio…ma tutto più diluito, come l’impallidito sangue dei protagonisti attuali.

Ma non è questo che intendevo, ribattendo fedelmente le righe della sottile copia ingiallita…

§

                                                                                                    21.1.49

Caro Spaini,

ho coscienziosamente letto i due “messaggi” che del resto già conoscevo e debbo ripetere ciò che ho detto altre volte: che non hanno un contenuto di ordine spirituale. Sono delle affermazioni dogmatiche, alquanto sensazionali – ma non sono accompagnate da quel tono di dignità, di profondità che tocca l’animo. Quando Rudolf Steiner ha fatto delle rivelazioni sui retroscena occulti dell’Antroposofia – aveva già dato tanto di insegnamento spirituale da aver guadagnato la nostra fiducia. E del resto quelle rivelazioni si inquadravano perfettamente nella visione d’insieme dell’Antroposofia – mentre quei messaggi contengono flagranti contraddizioni all’insegnamento e a ciò che sappiamo del Dottore.

Per es. il Dottore ha detto alla Sig.ra Steiner che lui non era incarnato al tempo della venuta del Cristo. E la Sig.ra Steiner me lo ha ripetuto direttamente. Così pure per l’attribuzione a lui di una essenza d’angelo – ma la sua grandezza è appunto nell’aver raggiunto come uomo altezze spirituali che lo hanno reso degno di essere il messaggero del Bodhisattva. E così via…

Ma la “gaffe” più grossa è nel messaggio del novembre -46: “Non è contro lo spirito del tempo, in qualsiasi tempo ciò possa accadere, l’accettare solo per fede l’aiuto divino…Molti uomini possono solo così.” Sicuro, ma allora restano cattolici – il progresso dell’Antroposofia è che: “è una via della conoscenza”.

E non parlo della forma, quasi sempre enfatica, banale e persino volgare – lei in realtà si è allontanato dall’Antroposofia per seguire ombre. Rilegga Novalis, le sentenze direttive e vedrà quali torrenti di luce si riversano nell’anima.  Federici parla sempre di “amore” ma l’amore deve appoggiarsi sulla saggezza e sulla conoscenza altrimenti è sensualismo o sentimentalismo. Ricordi quando il Dottore diceva di Giovanni! – Quando egli diceva ai suoi discepoli “amatevi l’un l’altro” – è una frase così semplice – ma vi era dietro la forza della conoscenza e saggezza spirituale che le davano forza di contenuto.

E con quanta leggerezza parlano del cuore – ma se il cuore è una tappa dell’evoluzione a cui si arriva quando il pensare evolve ed esso è accolto nel cuore.

Qui abbiamo un gradino dell’iniziazione – il vostro “cuore” è di nuovo sentimentalismo.

In questo tempo mi ha colpito il deterioramento prodotto da questi messaggi sui loro seguaci: – quanta superficialità, quanta leggerezza in quelle intuizioni basate su assonanze e similarità esteriori.

Quel incensarsi l’un l’altro – quasi per farsi coraggio – e sopratutto quel voler credere a ogni costo. Io comprendo come in lei un desiderio di sacrificio – direi quasi di espiazione – lo abbia fatto immergere in queste rivelazioni.

Creda però che lo spirituale è la conquista quotidiana, paziente, pertinace del proprio essere – non il frutto di una rivelazione.

Creda che se lei ritorna all’Antroposofia – se si immerge di nuovo nella sua corrente – ritroverà se stesso. Non si preoccupi di quello che avviene nella Società – ho giusto poco fa letto queste parole del Dottore: “Potrebbe essere possibile che una volta l’Antroposofia si debba svincolare dalla Società Antroposofica. Non dovrebbe essere, ma ci sarà questa possibilità.” –

Ma naturalmente qui si parla dell’Antroposofia del Dottore e non della miseria spirituale, morale e intellettuale di queste rivelazioni.

E nessuno di quelli che hanno conosciuto Rudolf Steiner si lascerà sedurre da esse.

Vorrei ancora parlarle di molte cose e spero che verrà da me una sera.

                       Con affettuosa amicizia

suo

                                                               Giovanni Colazza.


Ringrazio F. A. che mi ha dato l’occasione di trascrivere questa lettera su Eco.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

IL CORAGGIO OLTRE IL LIMITE

G D'A.

.« Limite alle forze?
Non v’è limite alle forze.
Limite al coraggio?
Non v’è limite al coraggio.
Limite al patimento?
Non v’è limite al patimento.
Dico che il non più oltre
è la bestemmia al Dio
e all’uomo più oltraggiosa.
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Di là dal coraggio,
di là dal sacrificio,
di là dalla vita,
di là dalla morte,
ecco il luogo altissimo,
ecco il luogo profondissimo,
ecco il luogo segreto,
mistico e ardente,
dove io respiro ».

Gabriele d’Annunzio,
Ai compagni d’ala e d’anima.
Il dì 7 di agosto 1918. Sul campo di S. Pelagio.

*

Vi è un impulso interiore nell’anima del quale il cercatore dello Spirito ha assolutamente bisogno, se vuol percorrere sino alla mèta la Via ch’egli si è liberamente prescelta per giungere alla realizzazione cosciente dello Spirito. Posto, tuttavia, ch’egli si sia realmente prescelta, liberamente e coscientemente, una tale Via, poiché – come ammonisce Lao-tse – la Via dello Spirito non è e non può essere la via ordinaria, ossia la via volgare, la via comoda, in definitiva, la via egoica: quella che seguono tutti. E ciò che rattiene tutti, o i molti, nella comodità della via egoica è la paura. Paura di che cosa? Paura dell’ignoto spirituale che ci trascende e che temiamo conoscere. Paura di quell’ignoto spirituale che esige imperiosamente che noi superiamo la eccessivamente comoda natura umano-troppo umana in noi, ossia quella natura umano-animale che è la distorta, caricaturale, immagine dell’autentico Uomo Interiore, del verace Uomo Spirituale, ossia di quello che sapientemente Lao-tse chiama: l’Uomo Vero. Il che naturalmente – vorremmo dire: ovviamente – implica che l’«uomo ordinario», in quanto essere umano-animale, non è l’Uomo Vero, e che, perciò, egli si trova immerso in uno stato di menzogna: menzogna su se stesso, sul mondo, sullo Spirito. L’«uomo ordinario» è immerso in uno stato inautentico, in uno stato antispirituale, contraddicente il suo essere originario. Ed egli teme conoscere la verità su tale sua vilissima condizione di vera abiezione. La teme talmente da scambiare per « spontaneità della sua natura », quella che in realtà non è altro che il suo impotente assenso, il suo passivo subire la manifestazione non ostacolata della decaduta e nondimeno arrogante natura psichica e animale in lui. Paura di conoscere, quindi, la sua stessa paura.

L’«uomo ordinario» teme, appunto, conoscere questa scomoda verità sul suo reale stato, ma teme ancor più conoscere l’autentico stato spirituale che trascende e supera lo stato di miserabile abiezione nel quale egli normalmente si trova. Ignora, e segretamente teme, l’autentico Spirituale che lo trascende. Teme, soprattutto, la radicale trasformazione interiore a lui richiesta e necessaria per innalzarsi alla conoscenza di un tale Spirituale. Teme, infine, lo sforzo, l’energia della quale dovrebbe essere capace per realizzare tale conoscenza. La sua è proprio una condizione vilissima.
Ma qual è, dunque, l’impulso interiore necessarissimo – e assolutamente imprescindibile – del quale ha bisogno il cercatore sincero che, coscientemente e audacemente, sceglie il sentiero della realizzazione concreta – e quindi non filosofica, non culturale, non mistica – dello Spirito, ossia la «Via» non ordinaria cui allude Lao-tse? Come nasce, come si alimenta e vien tenuto vivo quest’impulso interiore capace di sospingere il cercatore sull’arduo sentiero spirituale da lui scelto? Indubbiamente, è necessario un grande coraggio per affrontare una Via che richiede tutto da chi la affronta. Un tale coraggio è necessario per affrontare la verità su se stessi, evitando la tentazione di attenuarla, di diluirla, di edulcorarla, di «travestirla» a se stessi con illudenti menzogne. Un coraggio anzitutto conoscitivo. Ma un tale coraggio, pur tanto necessario, non è sufficiente perché egli è ancora fermo entro il limite che lo paralizza. La sua conoscenza non è ancora sufficientemente coraggiosa e quindi egli ancora non conosce realmente. Non conosce così intensamente da poter superare il limite, trascendendo la natura umano-animale che lo asserve e lo imprigiona. Entro tale limite egli può rimanere anche per tutta la vita, pur continuando a macerarsi in un’autoconoscenza che diviene, alla lunga, sterile e impotente, e quindi, in definitiva, insincera e illusoria.

Quello che gli necessita è il coraggio di voler conoscere l’inconosciuto Spirituale, che è oltre il limite che fatalmente lo arresta. Limite dal quale egli si fa arrestare. Limite fatale al quale, tuttavia, non è fatale ch’egli si arresti. Limite che è un pensiero ch’egli non riesce compiutamente a pensare. Si lascia fermare e paralizzare da un pensato oltre il quale egli non riesce, non vuole, non osa pensare o imaginare . Gli occorre, infine, il coraggio di conoscere la forza, l’intensità della forza che è necessaria per attuare la trasformazione dell’anima che faccia dischiudere in lui il nuovo stato interiore: l’assolutamente diverso, l’affatto inaspettato. La forza che può far superare la bronzea barriera che arresta l’uomo ordinario – barriera che spegne l’aspirazione condizionata, insufficientemente intensa – viene da oltre il limite.

Questa forza, tuttavia, pur provenendo dallo Spirituale al di là del limite, in realtà è già presente nell’anima del sincero ricercatore, dunque al di qua del limite. Massimo Scaligero chiama tale forza: volontà solare, e chiama: «Via della volontà solare», l’arduo sentiero che questi deve percorrere. Questa «volontà solare» è quella che si attua nella concentrazione. Vi è una progressione dell’intensificarsi della forza di questa «volontà solare» nei gradi di attuazione della concentrazione: a partire da un preliminare, semplice, volitivo controllo del pensiero logico, alla concentrazione vera e propria come ricostruzione del concetto-sintesi dell’oggetto, alla concentrazione su questo stesso concetto-sintesi, sino alla concentrazione-contemplazione profonda del concetto-idea percepito al di là di ogni possibile forma, e alla contemplazione della pura forza-pensiero libera da ogni oggetto. La «volontà solare» si attua sempre più nel processo della concentrazione come forza indivisa, nella quale pensare sentire e volere sono uno. Anzi essi sono l’Uno. Questo progressivo attuarsi della «volontà solare» è un audace atto di donazione assoluta di sé, un incondizionato donarsi che è un radicale essere liberi dal passato, dal già fatto, dai movimenti obbligati della memoria automatica, da ogni routine spenta e meccanica, dalle abitudini, dalle forme cristallizzate di una decaduta «natura» coagulata in noi come psiche razionale e animale. È il progressivo intensificarsi di un «fuoco» che, ardendo, «purifica», disciogliendo e cancellando le coagulate configurazioni della «natura», che condizionano l’«uomo ordinario». È un de-configurarsi, un de-condizionarsi, un coraggioso far tabula rasa di tutto ciò che noi veramente non siamo, ma con cui ottusamente e fiaccamente c’identifichiamo.

Naturalmente, questo far piazza pulita di tutto il passato e il conseguente attuarsi del «vuoto» dell’antica natura è temuto e avversato dalla parte umano-animale dell’«uomo ordinario», che reagisce in ogni modo possibile nel tentativo di sopravvivere al proprio naufragio. L’umano-animale può reagire in maniera virulenta o sottile. Può reagire con imponenti emergenze istintive o emotive, con la brama o con l’angoscia, con la fatuità o col deviare il problema sul piano «culturale», o «mistico», o peggio ancora «politico». Si può presentare addirittura il caso in cui nell’ «intellettuale impegnato» – ossia nell’asceta mancato – si fondano, in maniera insana e improvvida, «cultura», «misticismo» e «politica». Vi è da chiedersi, allora, quale sia la causa che spinge ad inoltrarsi su questi binari morti sui quali si arresta e fallisce l’impresa interiore. Il veleno offuscante e paralizzante è sempre la paura. La paura che impedisce l’intraprender «lo cammino alto e silvestro», che spinge a ritornare alla «selva selvaggia», alla «diserta piaggia», a rinunciare alla «speranza de l’altezza», e a volgersi indietro «a lo passo che già mai lasciò anima viva».
Illuminanti, a questo proposito, sono le parole di Massimo Scaligero ne La Tradizione Solare:

«La correlazione metafisica è la donazione di Sé all’e s s e n z a, epperò il moto d’amore incondizionato, realizzabile nell’anima: l’essenza essendo identica in ogni ente. Insufficiente è la volontà di verità in chi muove non dall’elemento originario della coscienza, bensì da un principio che si rappresenta fuori di sé, attribuendogli una virtù suscitatrice che non sa scorgere in sé: non gli è concepibile l’atto di amore inscindibile all’atto della conoscenza »(p. 120). E poco più oltre:
«La conoscenza è la ricerca della verità. L’amore per la verità può essere tale da far scorgere il segreto della presenza dell’elemento solare nell’anima. La insufficienza dell’amore per la verità, è sostanzialmente insufficienza del coraggio necessario a contemplare il processo del pensiero nella coscienza. Tale contemplazione è un atto improgrammato, non previsto, non tradizionale: un atto libero, che immette nei processi del mondo un elemento di interna resurrezione: l’elemento originario solare che va oltre essi. È l’atto possibile a chi muove dall’elemento solare della coscienza, non dai prodotti cristallizzati di essa, assunti come premesse per un ulteriore argomentare. Invero la Tradizione perenne è il ritrovamento del Logos solare. Perciò viene detta Tradizione Solare» (pp.120-121).

Dalla dimensione della paura può sorgere, in taluni, l’impulso ad attaccare la Via del Pensiero Vivente, che è il veicolo – l’unico – dell’attuarsi della volontà solare. È capitato di udire come «la Via del Pensiero possa diventare la via del sublime egoismo», come «occorra stare attenti a non fare troppa concentrazione perché può far male», come, in definitiva, la Via della concentrazione non sarebbe la Via Regia al Logos e che, di conseguenza, la Via indicata da Colui che è stato chiamato il Maestro d’Occidente sarebbe «una via incompleta e superata». In realtà, può essere superato unicamente ciò che stato conosciuto, attuato e conquistato. E non si può non vedere nelle suddette espressioni, che possono ingannare molti, se non l’espressione non solo della paura dello Spirituale, bensì anche della radicale avversione nei confronti dello Spirituale e della sua conoscenza. La concentrazione – se eseguita così come è stata instancabilmente indicata con abbagliante e ripetuta chiarezza da Massimo Scaligero, se eseguita con coraggio e purità di cuore – non può mai fare male, perché essa è l’attuarsi dello Spirito in noi e attuare lo Spirito non solo non può far male, anzi è la medicina radicale del male umano, di ogni male umano. Mentre fa sicuramente malissimo non attuare lo Spirito.

Osiamo dire che tale Via del Pensiero, recando in sé l’elemento solare originario, non solo è insuperata bensì è anche insuperabile. Questo elemento solare non è possibile superarlo, ma solo illimitatamente attuarlo. Attuarlo sempre di più, oltre il limite raggiunto lottando, oltre la misura di conoscenza, di volontà, di coraggio, dei quali si è stati capaci sino a quel momento, oltre quello che si è stati capaci di pensare o di imaginare. Avere tanta volontà di Assoluto, tanta sete d’Incondizionato, da aprirsi in sé stessi alla forza che può portarci oltre il limite che prima ci arrestava. Avere il coraggio di trovare il riposo nel movimento incessante, nell’agire instancabile che rinuncia al mero fruire del già fatto – che irrigidirebbe al di qua del limite – e di portarsi oltre ogni barriera alla quale la natura, anche come natura spirituale, aspirerebbe arrestarsi. Un tale coraggio è quello richiesto per percorrere sino alla mèta la Via che lo Spirito esige dal ricercatore sincero, Via, che in contrapposizione alla via egoica, vien detta Via solare ed eroica.
Rispetto all’importanza per l’ascesi individuale solitaria e per quella attuata dall’individuo nella Comunità Solare, sono decisive, a nostro avviso, le seguenti parole de La Tradizione Solare, nella quale, alle pp.133-134, è detto:

«L’Evento centrale accennato, anche se riguarda la totalità del genere umano, nella sua dimensione invisibile fa appello alle comunità spirituali e alle rare individualità che costituiscono nei popoli le minoranze sconosciute, o isolate, o misconosciute il cui còmpito è collegare il karma dei popoli con il principio solare. Resta tuttavia a vedere quanto dell’elemento solare nelle personalità qualificate sia ancora suscitabile ai fini di una restituzione della Tradizione Solare: quale potenziale irriducibile di volontà e di dedizione sia ancora in essi possibile in senso sacrale, e fino a che punto il caos delle parvenze e l’ethos del laido e del livellato, divenuto valore della cultura, abbiano avuto il potere di spegnere in essi l’impeto della fedeltà e della lotta. Un simile spegnimento equivale a un tradimento, ossia a una dissoluzione dello Spirito, non dissimile a quella in atto nella cronaca quotidiana dell’attuale vita dei popoli.
Anche se non si può parlare di un tradimento cosciente, bensì di insufficienza di coscienza che rende possibile il tradimento, l’entità decisiva di tale tradimento non è quella delle associazioni e dei gruppi spirituali, scadenti nel destino delle chiese e dei mediocri pontificati medianico-dialettici, ma quello di coloro che conoscono e tuttavia rifiutano di rendere operante l’elemento solare dell’anima. La Tradizione Solare è la Scienza dello Spirito che restituisce all’interiorità umana la coscienza dell’elemento solare e il metodo per realizzarlo nell’attività in cui può divenire immediatamente consapevole. Chi riesca a riconoscere in tale Scienza il còmpito che le corrisponde, non può non avere in esso l’indicazione dell’impegno dominante della propria vita».

Queste parole severe di Massimo Scaligero sono più che giustificate dall’insufficienza di dedizione dimostrata dall’immemore accolita di molti che da lui ricevettero insegnamento, consiglio e aiuto e che poi hanno smarrito il dono della Luce ricevuta nei meandri paludosi di una torpida e ottusa quotidianità, di una fiacca compromissione con i valori ambigui e illudenti di una esteriorità mondana, fatta di brama, di delusione, di disgusto e di avversione. In altri casi, indubbiamente più gravi, si è giunti all’aperta o all’abilmente mascherata avversione nei confronti della Via Solare da lui indicata, per la coscienza, o il rimorso, di aver fallito l’impresa interiore, di non aver osato, o di aver rinunciato, per paura della tensione assoluta che la Via Vera esige .
La Sapienza Celeste è una Dea che dai suoi innamorati esige ch’essi per suo amore tutto donino, tutto sacrifichino, tutto osino: che La amino con assolutezza, che non condividano questo amore per Lei con altri oggetti – inevitabilmente di natura effimera e volgare – perché una tale condivisione non potrebbe essere, ai suoi celesti occhi, altro che adulterio e tradimento. Per esser veraci amanti della Sapienza Celeste è necessario divenire Fedeli d’Amore. E la misura autentica di amare la Sapienza Celeste è di amarLa senza misura, perché solo un Amore Assoluto, cioè voluto incondizionatamente oltre ogni ostacolo, oltre ogni barriera, oltre ogni limite, può congiungere il cercatore che si faccia Fedele d’Amore a Lei.

Anni fa, parlavo con un caro amico sapiente, audace ermetista e grande ammiratore di Massimo Scaligero. Egli mi fece un’esegesi spirituale delle mirabili parole di Gabriele d’Annunzio, riportate all’inizio come motto. Mi mostrò quanto fosse importante, per la Via eroica, l’atteggiamento interiore e lo stato interiore dell’anima in esse alluso. Poiché, al di là di quel che è stato detto più sopra, vi è un grande segreto celato in tali parole, lasciamo alla sagace meditazione del sincero ricercatore la gioia della sua scoperta. Il disvelamento di un arcano che può essere intuito solo con Intelletto d’Amore.

Poiché la figura del Vate-Soldato ha suscitato e suscita in taluni cultori della Scienza dello Spirito varie difficoltà e non poche prevenzioni, è il caso di riproporre alcuni pensieri su Gabriele D’Annunzio pubblicate a suo tempo sul vecchio forum da Attila, che volentieri ne concede ad Ecoantroposophia la disponibilità e un necessario adattamento del linguaggio al presente sito, eliminando talune espressioni virulentemente polemiche – secondo noi, peraltro, pienamente giustificate.

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L’impacabile veggenza interiore conduce alla solitudine dell’anima”.
Gabriele D’Annunzio

Gabriele D’Annunzio cultore di una celata Sapienza? Assolutamente sì, se in un’epoca – quello che fu chiamato le siècle stupide – nella quale il positivismo faceva a fine Ottocento la mistica della locomotiva a vapore e del motore a scoppio, a lato delle fatuità dei balli ai Grand Gala nei vari Grand Hôtel, illusioni che la Prima Guerra Mondiale tutte spazzerà via sanguinosamente, egli scriveva parole come queste: “Io sono un ardentissimo novizio della scienza occulta. Da qualche tempo io vivo in un altro mondo. so finalmente come si fa a sollevarsi dalla terra, a navigare verso una nuova regione, a camminare per una selva di sogni, a ragionare con gli spiriti, ad esse ospite in un reame di fiabe, ad abitare in palazzi d’oro immateriali e di perle imponderabili. Io so che tutto è una emanazione della sostanza una, infinita ed eterna; e che l’uomo terrestre è l’immagine dell’uomo celeste; e che li universi sono i riflessi dell’Uno”. E questo è il Vate ermetista e kabbalista.

Ma pochi sanno come D’Annunzio fosse attento lettore di Rudolf Steiner. Infatti, egli possedeva nella sua biblioteca il libro Iniziazione e Misteri, edito a Napoli, nel 1923, dalla Casa Editrice Partenopea, dove a p. 43 vi è una citazione di Filone d’Alessandria, riportata da Steiner, e ben evidenziato da D’Annunzio, segno di attenta e interessata lettura, che con parole significativamente simili dice: “Sovente, allorché mi riscoto dal sopore della corporeità e rientro in me, distogliendomi dal mondo esteriore, e penetro dentro me stesso, scorgo una mirabile bellezza; allora io sono certo di essermi internato nella parte migliore di me; metto in attività la vita vera, sono unito col divino, e in lui fondato, e conseguo la forza di trasferirmi nel mondo trascendentale”.

Ma D’Annunzio aveva anche altre opere di Rudolf Steiner, tuttora presenti nella biblioteca del Vate al Vittoriale, tra queste il libro Teosofia, edito nel 1922 a Milano dalla Casa Editrice Aliprandi. Ed ancora anni dopo, il 3 settembre 1935, segno di un suo profondo e persistente interesse, il Vate abruzzese così scrive ad Antonio Bruers che al Vittoriale gli riordinava la biblioteca: “Tu che meglio di chiunque altro leggi l’incognito, svela al tuo misero fratello la divinazione di Steiner nella mia Officina operosa”. E si hanno anche varie notizie e testimonianze di altre opere di Steiner, possedute e lette dal Poeta-Soldato, andate poi smarrite o rimaste in altre mani dopo la di lui morte.
Che, malgrado la sua vita caotica e trasgressiva, nella parte più profonda di sé D’Annunzio avesse le idee ben più chiare di tanti antroposofazzi ed antroposofesse chiacchierone, lo si può vedere dalle parole davvero illuminanti, riportate nel suo Libro segreto, ove dice: “ A Eleusi in un pomeriggio d’estate appresi da una pietra che, secondo un’essenzial legge dello Spirito, l’arte stessa può diventare esotèrica. In antico religioni e filosofie non vissero se non di silenzio: conobbero ed osservarono la necessità del silenzio. Quelle che a tale necessità si sottrassero, quelle furono sempre mal comprese difformate profanate avvilite”. Chiaro, no?!

Ma c’è di più! Il valente orientalista Enrico Pappacena, sincero e ardente seguace della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, nonché discepolo e amico di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero, così scrive di Gabriele D’Annunzio, chiamandolo “il più grande poeta che l’Italia ha avuto dopo l’iniziatissimo Alighieri”, alludendo palesemente a rapporti con chi avrebbe potuto essergli Maestro: “D’Annunzio era, senz’altro, a conoscenza dell’iniziazione e delle possibilità che l’Iniziazione offre, nonché delle norme e delle espressioni che essa impone. Le prove esteriori di tale conoscenza sono numerose e facilmente individuabili, da un lettore attento. Mi basterà ricordare una sola, e di per sé eloquentissima. La simbologia della rosa, del giglio, del melograno. Da fonte autorevole seppi, anni fa, in Abruzzo, che Gabriele D’Annunzio aveva ricevuto da un grande Maestro di vita spirituale, l’invito a rinnegare tutte le proprie opere – come Platone rinnegò la sua abbondante produzione poetica -, per dare inizio ad una vita nuova e ad una nuova scrittura. D’Annunzio si rifiutò. Egli si sentiva celebratore dell’Universo quale appare ai sensi scaltriti e della Vita quale può essere liberamente sperimentata. Non volle varcare la soglia, o passare nel Regno della sola Pura Spiritualità Causatrice, ove sovrani dominano tutti i Grandi che conosciamo e quelli che ignoriamo ( le Guide operanti, ma non manifeste), dai primissimi Cantori del divino sino al Goethe e a Rudolf Steiner. È chiaro che D’Annunzio non avrebbe potuto ricevere quell’invito (i Maestri lasciano poi, sempre, assoluta libertà), se non fosse stato giudicato idoneo al superamento, che, d’altronde egli fece pur bene a non attuare, in questa vita”.

E questo fia suggel ch’ogni uomo sganni.

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Sicuramente D’Annunzio visse in maniera coraggiosa la sua tragica vita, e coraggiosamente agì sia nelle sue imprese migliori che nei suoi errori, ch’egli – come ricordava Attila nella chiusa del suo articolo sul precedente forum – pagò sempre di persona. S’egli peccò, peccò fortiter, ossia virilmente, temerariamente compromettendosi. Ma come affermava Massimo Scaligero, il Logos ama ed è vicino a chi coraggiosamente si compromette.

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GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO,

IL SENSO DELLE NOZZE MISTICHE (di Rastignac)

nozze

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Prima di giungere al Mistero dell’inverno, credo sia necessaria una riflessione intermedia che potrebbe essere la seguente.

Se parlo di qualcosa di “mistico”, non siate rigidi: qualcosa di ciò che avviene nell’anima in profondità, lo si coglie a tutta prima nella zona del sentire personale. Da ciò la scelta della parola.
E, se possibile, scusatemi per la generale povertà delle altre parole usate.

In riferimento alla forza autunnale di Michele, non solo Arimane non può stendere la sua gelida ragnatela, ma l’impulso di Lucifero, l’entusiasmo, lo slancio dell’anima che Arimane voleva impietrire, sono trasformati, sotto la guida di Michele, in cosciente e temprato, impersonale trasporto verso il bene spirituale ricevuto in dono nell’estate e custodito in seno all’anima.

Questo germe interiore ha cominciato a maturare nel tempo di Michele. Cos’è dunque tale bene interiore, il dono divino dell’estate? Qui si lambisce un delicato mistero.

Per caratterizzare il mistero dell’estate, del Natale occulto, ho antecedentemente usato il termine di “Nozze mistiche dell’estate”. Questa denominazione può essere usata perchè nell’estate avvengono veramente le nozze mistiche. Tra chi vengono fatte queste nozze?

Per rispondere occorre risalire assai lontano. Si legge nel Genesi che nel sesto giorno della creazione Dio formò l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ciò significa che, mentre gli altri esseri del mondo sono solo elementi, singole parti del Tutto, l’uomo nel suo archetipo è una immagine completa di Dio: ciò che è in Dio è anche nell’uomo, come in uno specchio vivente.

E nel Genesi (I, 27) si legge pure che Dio fece l’uomo maschio e femmina. Solo nel capitolo seguente, dopo che Adamo ha già dato i nomi alle cose, dopo che egli ha già compiuto opere importanti, si narra che Dio procede alla divisione dei sessi, traendo Eva dall’Adamo unitario.

Ciò significa che non è essenziale all’uomo la divisione nei sessi maschile e femminile, ma che, anzi, l’uomo nel suo archetipo è bisessuale, è maschio e femmina, come dice il Libro.
Ma ciò significa pure che, essendo formato l’uomo ad immagine di Dio, anche in Dio stesso esiste questa polarità.
Per questo motivo, per esempio, sarebbe errato credere che la generazione del Figlio dal Padre avvenga mediante il rapporto con lo Spirito Santo.
Il Padre ha in sé tutti gli elementi per la generazione del Figlio, in quanto è Padre e Madre nello stesso tempo.
La divisione, in varie dottrine, tra il Padre Supremo e la Grande Madre, deriva dalla proiezione verso l’esterno di alcunché che in Dio è uno.
Il Figlio è generato ab aeterno dalle nozze misteriose che in Dio avvengono fra la polarità maschile e quella femminile.

Cosa si effettua nelle nozze, nella fecondazione in genere? Un germe viene accolto dalla madre: nella madre il germe si evolve a nuovo essere, finchè esso nasce, viene partorito, nel figlio.
Questa madre è, per il singolo essere umano nelle nozze mistiche dell’estate, l’anima stessa, che nel suo volo estivo si congiunge nell’universo con il Logos cosmico: il Logos la feconda con l’oro solare.
Questo “oro solare”, che è il Sole stesso, è il dono che l’anima umana riceve nel Natale estivo.
E’ ora compito dell’anima umana portare il germe a maturazione: la maturazione del germe estivo non è un fatto che possa avvenire solo naturalmente: occorre che l’anima stessa vi provveda coscientemente.
Altrimenti il germe muore e a Natale il figlio spirituale non può nascere.

A questo punto possiamo domandarci: cosa avviene a Natale in quelle anime che non sono in grado di compiere coscientemente il descritto processo spirituale?
Il ritmo spirituale che si svolge dalle nozze mistiche dell’estate al Natale invernale non ha per esse alcun beneficio?

La risposta a questo quesito si ha dalla considerazione di ciò che è per l’uomo la sfera religiosa, il suo cammino positivo e regolare lungo un indirizzo spirituale e, in particolare, l’intimo approfondimento del Mistero del Golgotha, rispetto ad un vivere solo nella dimensione sensibile anche quando si sia colti ed evoluti.

Tutta la storia dell’uomo è compresa in due termini: involuzione ed evoluzione.
Essi rappresentano il ritmo fondamentale di tutta la vita umana sulla terra.
Senza l’involuzione dell’essere psichico-spirituale umano nel fisico-sensibile, l’uomo terrestre non ci sarebbe mai stato. L’involuzione è rappresentata simbolicamente da una spirale che s’imbozzola in sé stessa, con un processo verso il ‘dentro’ della materia, fino al punto ultimo, il centro, oltre il quale non c’è più niente: in quel punto sta Satana, che vuole impadronirsi dell’essere umano.

Questa spirale involutiva può esser detta “il gorgo della vita” e anche “il gorgo della morte”,
essa è effettivamente un gorgo in cui l’anima viene inghiottita.

L’uomo, con il suo organismo psichico-spirituale, ha dovuto scendere fino al centro del gorgo della vita in un processo di involuzione che rappresenta il progredire dello spirito umano verso la formazione dell’uomo terreno con tutte le sue capacità, ma anche con ciò che via via egli ha perduto per guadagnare la terra.

Il risultato dell’involuzione è la formazione del “Figlio dell’uomo”. Ed è nella sua natura l’essere dapprima sottoposto alla morte. Nel centro della spirale però, l’uomo, giunto sino ad un punto in cui sente di annullarsi, è giunto alla formazione del suo io terreno: il “Figlio dell’uomo” ormai esiste: l’io umano terreno è completato. Lì Satana vuole ghermirlo e annientarlo.
E’ a questo punto che interviene il Cristo, il Logos incarnato che ha accettato la morte e l’ha vinta con la Resurrezione: la Vittoria dello Spirito sul “gorgo della morte”, cioè sull’involuzione dell’anima nella materia.

Con il Mistero del Golgotha la spirale cambia direzione. Come ha insegnato Rudolf Steiner, si ha un salto oltre il vuoto: l’entità umana con la forza del Cristo inizia un processo di evoluzione verso lo Spirito, portando il suo intero organismo corporeo-animico-spirituale alla trasformazione per vivere nel corpo spirituale di resurrezione, di cui parla san Paolo.

Con il Cristo nasce il processo evolutivo, e cioè il “Figlio di Dio”.
L’effetto benefico del ritmo che si svolge dall’estate al Natale invernale, opera dunque sempre, in via naturale,col formare nel singolo individuo il “Figlio dell’uomo”, e cioè nel dare all’uomo le forze necessarie per lo sviluppo del suo essere terreno.
Ma solo una cosciente unione col Cristo, la quale permetta di cooperare coscientemente al processo spirituale descritto, fa sì che a Natale sbocci nell’anima non solo il “Figlio dell’uomo” ma bensì il “Figlio di Dio”, il “Cristo in me” paolino.

Va tenuto ben presente a questo riguardo che già all’epoca del Mistero del Golgotha il processo di formazione dell’uomo terreno, del “ Figlio dell’uomo” era giunto a maturazione.
L’involuzione complessiva dell’entità umana giunse al centro della spirale involutiva pochi secoli dopo l’avvento del Cristo.
Da allora ogni ulteriore ‘progresso’, quale appare nel sensibile, in realtà non è più un progresso ma è piuttosto un abbandono di sé stesso che spinge verso Satana, costantemente in agguato nel centro della spirale: lì dove l’io umano giunge a maturazione.

Solo destandosi dalla vita data unilateralmente ai processi della materia e iniziando a sviluppare in sé una cosciente attività spirituale, esoterica e non solo formalmente religiosa, l’uomo d’oggi può uscire dal presente giogo a Satana, che porterebbe all’annientamento dell’umanità.
Per questo motivo occorre all’uomo del presente di cooperare consapevolmente affinché nel tempo natalizio nella sua anima principi la nascita del “Figlio di Dio” come frutto della presenza cristica: ma sempre più vissuta nella coscienza, cioè non fondata solo nel sentimento d’amore ma, in primissimo luogo, sulla conoscenza interiore.

Salute a tutti.

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MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

VERITA’ E ILLUSIONE NELLA PRATICA INTERIORE

Johann_gottlieb_fichte

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Nelle mie ore di notturna insonnia, pervase di dolcissima malinconia, mi do talvolta a peregrinare nell’infida palude della telematica rete, ove è possibile rinvenire di tutto e di ogni. E non è che quel che si rinviene sia sempre – anzi quasi mai – cosa da infonder nel cuore letizia e giubilo. Per quanto, poi, uno ritenga di aver raggiunto il punto di non doversi oramai stupire più di nulla, e che si sia toccato il fondo, succede che ci si vada a scontrare con novità che lasciano trasecolati e senza fiato. Soprattutto ci si rende amaramente conto, una volta di più, che invero non vi è mai fine al peggio.

Capita di leggere – ed anche se è ogni volta sempre la stessa solfa, ogni volta mi stupisco – da parte di coloro che vorrebbero indirizzare i cercatori della Via dello Spirito ad una più «umana» (anche troppo umana, se è per questo) «via dell’anima», distogliendoli da una «pericolosissima», ancorché nobile, Via del Pensiero, la quale – negli ultimi mesi ce l’hanno petulantemente ripetuto in tutte le salse in blog, in social network e in talk-shows, secondo il volgarissimo costume yankee oramai ovunque invalso – può facilmente trasformarsi in una «via del sublime egoismo». Perché rischiare di diventare «sublimemente egoisti», osando percorrere temerariamente una Via dello Spirito, quando è possibile procedere, comodamente e con tutti i comfort, lungo una via dell’anima che, a loro dire, col tempo e con la paglia – attraverso i quali sulle nostre balze appenniniche maturan le sorbe ed eziandio la canaglia – si perverrebbe felicemente all’esperienza spirituale?

Cotale «via sostituita» – surrettiziamente sostituita – viene illustrata con tutti i «morbidi» artifici retorici, che edificano, commuovono e consolano i cuori delle anime belle, e rassicurano gli imbelli, i pigri e i vili. Ma si tratta di una volgarissima, ancorché abilissima, truffa.
Non si dice, che il pericolo – pericolo concreto – non è quello di diventare, attraverso una intensa e fervida pratica della Via del Pensiero «sublimemente egoisti», bensì quello di non cessare di essere volgarmente o sentimentalmente egoisti, perché si continua ad essere impastati nel fango di una natura inferiore dalla quale certamente non si esce con le edificanti e morbide consolazioni di una pretesa via dell’anima. Semmai è osando, audacemente osando, percorrere la Via dello Spirito – il quale è un «fuoco che consuma», che «arde» ed estingue la natura inferiore – che si cessa di essere volgarmente o intellettualmente o sentimentalmente esseri egoici. Anzi si può dire che scopo precipuo delle suddette comode e «umane» – invero troppo umane – vie dell’anima, sia proprio quello di illudere il cercatore circa un conseguimento spirituale attraverso l’anima, e non attraverso l’energica, e audace, azione dello Spirito su se stesso.

Oggi vi è una profusione di proposte estremamente allettanti per l’ego. Vi sono le vie dell’azione dell’anima sul corpo, dell’azione del corpo sull’anima, le vie dell’azione dell’anima sull’anima (col potenziare e sublimare emozioni ed istinti, che nell’uomo attuale sono sin troppo potenti), le vie intellettuali nelle quali ci si infarcisce di disseccata erudizione, le vie magiche, quelle mistiche, e quelle che fanno un fritto misto – totani, calamari e gamberi, direbbe il mio amico C. – di tutte le precedenti. Così il ricercatore, sincero ma eccessivamente fiducioso e ingenuo, viene prima avviato su un binario di scambio, poi su un binario morto, sul quale potrà indefinitamente stazionare. Viene data l’illusione di fare qualcosa di spirituale attraverso l’anima, mentre in realtà si procede alla inavvertita paralisi delle forze spirituali. E si arriva sino alla denigrazione dell’Ascesi del Pensiero, e alla derisione degli animosi e appassionati praticanti della medesima.

Il grande Johann Gottlieb Fichte – che ho avuto il dispiacere di vedere ingiustamente telematicamente infamato da chi del suo pensiero nulla capiva – sosteneva che «è più facile convincere un uomo di essere un inerte pezzo di lava sulla Luna, piuttosto un vivente Io che pensa». E, purtroppo, accade di avere sempre nuove conferme di una tale sconfortante diagnosi del grande filosofo dell’idealismo dell’Io trascendentale.

Capita così di leggere – nelle suddette melanconiche ore di dolcissima insonnia – che vi è chi sostiene che si illude chi pensa che a qualcosa serva fare – che so – per esempio dieci concentrazioni al giorno, come si ostina da sempre a sostenere instancabilmente, ringhiando e ululando, un marimontano lupaccio tergestino, mio amico (tra lupi, diversamente che tra cristiani, ci si vuole bene…). Perché darsi pena di fare così tante faticose concentrazioni, quando ne basterebbe giusto una di un cinque minuti, di una qualche intensità, accompagnata dalla pigra lettura di una mezza paginetta di Filosofia della libertà? E così facendo e procedendo – oh stupore, oh meraviglia! – si giungerebbe in presenza delle celesti Intelligenze delle Gerarchie. Naturalmente – anche questo viene abilmente sostenuto – l’Iniziazione verrebbe dalle prove della vita, intelligentemente e impavidamente affrontate.

A me – malfidato lupaccio appenninico – risulterebbe che, a chi non pensa, le esperienze della vita con le sue «prove» (impavidamente affrontate, naturalmente…) non insegnino proprio un bel niente, e che per quanto si proceda a ripetute bastonature di un asino, non per questo si cresce in sapienza. L’esperienza, di per sé, non insegna nulla a nessuno, così come nulla insegnano di per sé gli accadimenti nello scenario dell’anima.

L’uomo è un Io, che ha un’anima, in un corpo. Quindi l’essere umano così come non è un corpo neppure è un’anima. L’uomo può e deve conoscere e afferrarsi come Io nell’Io, il quale non è un pezzo di lava sulla Luna, bensì la stessa concretezza dell’essere.

Perché l’essere è atto, non fatto.

E l’Io è in quanto compie l’atto di essere, perché questo atto non è che si compia da solo, impersonalmente, come il variare del tempo meteorologico nella attuale materialistica scienza della natura. E l’Io è, veramente è, quando compie l’atto di essere. Massimo Scaligero affermava aforisticamente che «non basta che l’Io sia: occorre essere l’Io». Cioè all’Io non è sufficiente il mero esistere, in quanto l’Io non è un oggetto, una mera cosa, una cosa fra le cose. L’Io è soggetto: soggetto agente, e non – come l’anima – un oggetto passivamente paziente. E l’Io è attivo nel pensare volitivo, non nel sentire, il quale è oggetto di conoscenza: non conoscenza esso stesso. Nulla è meno ingannevole del sentire non penetrato dal pensare attivo.

Il pensare può attivamente afferrare e conoscere la propria stessa attività pensante, e può attivamente afferrare e conoscere la passività del sentire. Mentre il sentire non può conoscere né afferrare se stesso, così come l’anima – della quale il sentire è parte – non può conoscere se stessa.

L’Io nella passiva identificazione con l’anima, non conosce, perché si conosce unicamente ciò che è possibile porsi di fronte obbiettivamente come oggetto di conoscenza, non ciò che involgendoci in una passiva e sognante immedesimazione, porta ad uno stato di alienazione nel quale l’Io smarrisce il potere di identità con sé. Per questo le «esperienze» della vita, che possono essere oggetto di conoscenza per il pensare, di per sé nulla insegnano a chi non pensa: perché sono conosciute, o possibile oggetto di conoscenza, non conoscenza esse stesse.

Il Maestro dei Nuovi Tempi così ammonisce nella sua Filosofia della libertà: «Con quale diritto considerate voi il mondo completo senza il pensare?».

Ugualmente si potrebbe chiedere: con quale diritto venga considerata realtà l’esperienza, senza un Io sveglio e attivo che compenetra l’esperienza con l’attività pensante, che è tutt’altro che pervadere l’esperienza stessa con la passività senziente, che è l’equivoco delle comode vie dell’anima, la quale vorrebbe passivamente sentire, quel che invece l’Io deve volitivamente conoscere.
Una stessa esperienza, o le prove della vita, o le «prove» dell’Iniziazione, significano ed agiscono diversamente a seconda dello stato di coscienza dello sperimentatore, perché sperimentare non vuol dire conoscere. Così come il calore agendo – è un’immagine tratta dalla sapienza ermetica – scioglie la cera ma indurisce l’uovo. Ed è un allusivo ed antico adagio etrusco quello che, parlando di talune inintelligenti teste, afferma che «l’òva più tu le còci, e più le rassodano!» e, nel medesimo eloquente spirito circa l’«utilità» purificatrice delle esperienze per le suddette inintelligenti e pigre teste, un altro adagio etrusco ribadisce che «a lavar le teste a ll’asini, ci si rimette i’ ranno e i’ sapone!».

Può darsi che l’Ascesi del Pensiero sia per molti dura e faticosa, o non si dimostri suadente e allettante per l’inferiore natura, che non ama essere disturbata nel suo torpido sonno. Può darsi che la Via dell’Io spaventi molti, o che non la trovino gradevole o consolante, e che per una sorta di «invidia metafisica» vorrebbero che quel che loro non possono, o non vogliono, realizzare, neanche altri devono osare realizzare, o anche solo tentare di realizzare. Per cui dichiarano essere l’Ascesi del Pensiero una via astratta, e per chi percorra le vie dell’anima, tutto sommato inutile, perché le esperienze della vita sono alla bisogna più che sufficienti. Questa ingenerosa e plebea pretesa è tipica della ottusa pavidità piccolo borghese. Solo le parole che Fichte pose a conclusione della sua Premessa a La missione del dotto sono, a mio parere, adeguata ed eloquente risposta:

«Mentre nell’ambito dell’esperienza comune si pensa oggigiorno forse più ampiamente e rettamente di prima, la maggior parte della gente perde completamente la strada e diventa cieca non appena debba salire anche solo di una spanna al di sopra di quel piano. E se è impossibile di riaccendere in questi tali la scintilla geniale ormai spenta, è bene lasciarli tranquillamente nella loro cerchia, dove sono utili e necessari, e dove hanno pure il loro valore. Quando tuttavia essi si mettano a pretendere di ridurre alla loro misura tutto ciò che non riescono a raggiungere, e se per esempio esigano che ogni cosa che si stampa debba avere il carattere del libro di cucina o dell’abaco o del regolamento di servizio, e considerino privo di utilità tutto ciò che non può essere impiegato in tale maniera, allora essi hanno completamente torto.

Che gli ideali non siano materia corrente e dimostrabile nel mondo dei fatti lo sappiamo noi come loro, se non forse meglio. Riteniamo tuttavia che il mondo dei fatti debba venir giudicato sul metro degli ideali, e corrispondentemente modificato da coloro che sentono in sé la forza di farlo. Posto che essi di ciò non possano convincersi, perderanno comunque poco di ciò che sono, e l’umanità ancor meno. Dimostreranno in tal modo soltanto che la nobilitazione dell’umanità non dipende da loro. Questa continuerà a procedere per la una via, quanto ad essi, voglia la benevola natura guidarli, dar loro ogni volta a tempo debito la pioggia e il sereno, e concedere loro un buon cibo e una tranquilla circolazione degli umori, nonché saggi pensieri!».

SCIENZA DELLO SPIRITO

IMPOSSIBILE SOLE COSCIENTE ATTO AL SANARE

 Copia di 8-12  OTT 2013 FK 010 - Copia (2)

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IMPOSSIBILE SOLE COSCIENTE ATTO AL SANARE

 

LA MALVAGITA’ CHE QUANDO SI RIPOSA E’ ATTENTA.

ATTIMI DI CURIOSITA’ MERAVIGLIATA IN CUI NON HA DECISO OVE COLPIRE.

ATTIMI DI BONARIA ATTESA IN CUI IL VELENO ATTENDE IL SUO BERSAGLIO OCCULTO.

 

MALIGNI SUFFICIENTEMENTE DESTI PER INTERESSARSI A CIO’ CHE NON LI RIGUARDA MA CHE LI STUPISCE.

NELL’ ATTESA DELL’ATTO SCONVOLGENTE IN CUI DIPANARE IL NUOCERE.

NELL’ATTESA IN CUI L’AGUZZO FAR SOFFRIRE POSSA SCOCCARE.

 

MALVAGITA’ SUFFICIENTEMENTE AVIDA E LUNARE

PER RIMANERE COMUNQUE INAMOVIBILE NEL PROPRIO INTERESSE PRIMARIO :

MANIFESTARE GELIDO DISPREZZO IN CUI POSSA SOFFRIRE L’ORO.

 

TUTTA UNA GENIA DI PALLIDE ENTITA’

CHE AFFILATISSIME LAME DI GELO E DI LUNA

RENDONO EFFICACI E ARMATE.

 

PROFONDA INFISSA E TENACE

SUPERBIA DI SE’ FRA GLI APPETTITI

IN CUI LA COMMOZIONE E’ ODIATA.

 

CHIUSURA TESISSIMA E GELIDA

CHE BRAMA OGNI ALBA AL TRAMONTO

ED OGNI LUCE DEL CUORE OSCURATA NEL TERRIBILE AFFANNO.

 

LA FEROCIA SILENTE DEL PROFONDO EGOISMO ASSASSINO

NELL’ESTREMO BRAMARE LE LACERE VESTI DEL BENE TRAFITTO E INFANGATO.

AFFINCHE’ VI SIA DOLO.

 

LA GRANDEZZA AVVINCE I MALVAGI.

MA VIENE RESPINTA IN NOME DEL GELIDO ABBRACCIO CHE ODIA.

E CHE INFINE DETIENE IL POTERE CUI HANNO ADERITO.

 

CAMPIONI NELL’INFRANGERE I SOGNI :

CUI E’ AFFINE LA SUPREMA E LONTANA SUPERBIA D’ORIENTE.

TOTALE SILENZIO NEL VOLERE CHE TUTTO SOSPINGE FRA MASSE INFINITE DI ROCCE CALCAREE.

 

IMPASSIBILE ESTREMA TENACIA-SUPERBIA.

IL SILENZIO DI ORDE ASSASSINE.

 

IMPLACABILI E SPENTI

FURENTI E COMPOSTI.

IGNARI DEI CIELI CHE HANNO PERDUTO.

 

DENSITA’ CHE COLTIVA SUPERBIA NEL VUOTO IN CUI IL CALORE E’ SVANITO.

 

FRA MASSE INFINITE DI ROCCIA DESERTA

E SPENTA

E GELATA.

 

L’AVANZARE DI QUELLA SUPERBIA E’ L’OTTUSA TENACIA DEL GELO

CHE NON TROVA CALORE ADATTO A INCENDIARLO.

ETERICO INCENDIO CHE NASCE A OCCIDENTE.

POTERE UNITIVO CHE MUOVE I CONCETTI SECONDO ARMONIE CHE RIASCENDONO AI CIELI.

E CHE MUOVONO FOLGORI AUREE SCONOSCIUTE AI SAPIENTI.

 

SCONOSCIUTE AI SERPENTI.

 

TUTTO  -OPERANDO-  RIVIVE L’IDEA.

E TUTTO ATTRAVERSA.

SOLVENDO.

 

LA LUCE CHE COPRE DESERTI :

LI ACCENDE E LI ARDE.

 

–       SANANDO –

 

 

E’ GLORIA E CALORE.

 

PROTENDERSI ESTREMO DI VERA ARMONIA.

 

ESSENZA CHE SVELA E CHE REINNESTA IL VALORE.

 

AUREO CONNETTERE SACRO CHE IMPOSSIBILE SANA.

 

LO STUPORE DI SOLERTI ENTITA’ DEL DOLORE

-CERTE DI ESSERE OLTRE OGNI POSSIBILE AFFRONTO-

RICHIAMA SUPERBIA E LA IMPONE

TENENDO BEN SALDE LE FORZE DELL’ETERNO SERRARE NELL’ALVEO DELL’ETERNO DOLORE.

 

EPPURE NON SANNO PENSARE.

E IGNOTE AUREITA’ SI DISPIEGANO OVE I MALIGNI NON SANNO GUARDARE.

OVE IL PENSARE UNISCE I CONCETTI E LI IMPONE NELLA IMPOSSIBILE FORMA CHE –VOLENTE- LI MANTIENE PRESENTI.

E’ ORO CHE GIUNGE DA LUOGHI CHE ERA IMPOSSIBILE CONCEPIRE ESISTENTI.

DA LUOGHI CHE ERA IMPOSSIBILE PENSARE ABITATI DA UN SOLE COSCIENTE ATTO AL SANARE.

 

ORO SOLARE MANIFESTA ED IRRAGGIA POTENZE SANANTI

E SOCCORRE GLI ATTI DELL’IO CHE MANTIENE EVIDENTI LE LOGICHE ESSENZE DEI RICORDATI CONCETTI CHE SI VOLLE CREARE.

OTTENENDO DEL VERO STUPORE NEL CREARSI DI UN BENE VIVENTE CHE ERA IMPOSSIBILE SUPPORRE ESISTESSE.

 

MAI SOPITE SPERANZE OTTENGONO VESTI FULGUREE CHE PER ATTIMI SONO REALI.

E SCOLPISCONO L’IMPOSSIBILE FARMACO AUREO.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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http://fuocoimmateriale.blogspot.it/2009/0…lf-steiner.html

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

LE ORIGINI DELLE ESPERIENZE EXTRASENSIBILI

Hieronymus_Bosch *

Cari amici e lettori di Eco, vi dico subito che il titolo è dettato solo dal fatto che un titolo ci vuole, ma che presenta limiti poiché i fenomeni sono complessi. Solo il termine “extrasensibile” mi pare giustificato, infatti ho evitato apposta l’utilizzo dell’usato “sovrasensibile”. Quasi tutto quanto passa per spirituale non lo è affatto, mentre può succedere che possa darsi, talvolta, una specie di riflesso o come un raggio di sole che attraversi un leggero varco tra dense nebbie, quando la coscienza si attutisce perché si sogna oppure quando un oggetto sensibile succhia via la mente.

In questi casi non v’è certezza, è l’anima che si sente sfiorata da qualcosa di vero ma difficilmente le illazioni del poi sono in grado di guidarla ad una soddisfacente conoscenza di quanto portava in sé il fenomeno. Terreno più che altro ottimo per fantasie, giudizi errati e le sementi della superstizione.

Basta anche meno per illudersi di avere esperienze spirituali. Basta un disordine organico o un’alterazione del tessuto nervoso.

Il sistema nervoso dovrebbe limitarsi ad essere un veicolo neutro, attraverso il quale possano passare “comunicazioni” del tutto “altre” da esso. Come il filo del telefono, per svolgere la sua funzione nel migliore dei modi, deve essere veicolo per la voce e non per scariche elettriche: in questo caso esso funziona male, non adempie al proprio uso.

Consideriamo il nervo ottico. Affinché noi si veda le cose che ci circondano, egli deve (dovrebbe) svolgere la sua funzione in una condizione di assoluta impersonalità. Poi esistono situazioni di danno al nervo che possono ledere la visione. Anche una eccessiva somatizzazione degli sforzi negli esercizi interiori possono provocare un danno temporaneo che può concludersi con un mal di testa o con percezioni alquanto strane.

Qui abbiamo l’insorgenza di ogni tipo di forme e colori: reticoli luminosi, flussi di onde colorate…e se il guasto temporaneo stimola in qualche modo il corpo eterico anche forme più elaborate, come disegni floreali o immagini simili a quello che si vede nei caleidoscopi.    

Fenomeni transitori che possono venir superati da una evoluzione di intensità e destità in chi fa gli esercizi.

Sono solo il segnale che occorre superare la somatizzazione: che al momento si è sotto e non sopra il confine dato dai sensi.

Purtroppo e spesso, l’uomo vuole illudersi, perciò si convince facilmente che tali fenomeni, essenzialmente non diversi da un casuale prurito, siano “manifestazioni” dello Spirito.

Ad un essere desto e pensante (che sappia essere nel pensiero) non dovrebbe essere difficile  discriminare tali avvenimenti che non coinvolgono l’anima e la coscienza pensante…Ripeto: essi si danno come sensazioni anormali e in essi non c’è niente di più che possa renderli distinti dalle più grossolane funzioni corporali. Inoltre l’operatore dovrebbe respingere ogni fenomeno che non sia attivamente prodotto da lui stesso. Ma spesso è un parlare al vento…c’è sempre qualcuno che valuterà questo genere di cose come indice del suo terzo grado di iniziazione tantrico-masson-lamaista.

Spero sia chiaro: se con la comune coscienza, che è già somatica, si cerca di forzare le energie corporee, si scende di sotto, non si sale di sopra. Insistere per illusione o presunzione su questa via porta ad una sola certezza: quella di rovinare irreparabilmente la salute del corpo e della psiche.

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Il tema di questo articolo è tripartito. Ora passiamo all’anima. E qui tutto si fa più difficile poiché essa può accogliere quello che sale dal corpo e quello che scende dallo Spirito. Detto così sembra anche facile. Però le anime sono due: lo sapeva anche Goethe che lo espresse con poetica semplicità. Noi viviamo in un inestricabile impasto delle due. Chiunque può osservare una duplice azione in sé, vivendo come al solito nell’acquitrino dell’istintività e delle brame…che spesso è disturbato dal sommovimento  della compassione, dell’azione retta, della veridicità, del sacrificio: insomma da quelle temporanee virtù che sovente vengono ad interrompere la vita facile.

Qualcuno ha scritto che la via maestra (verso lo Spirito) è la vita. Opinione molto cattolicheggiante, mi pare. Se questo milite ignoto si crede esoterico è anche peggio. Poiché sperimentiamo la vita con l’anima, o meglio con la sua entità peggiore.

Viviamo immersi nell’astrale, quello invasivo che assoggetta il corpo alle brame e passioni e che riempie di queste pure la coscienza, piegando alle sue inesauste velleità tutti i pensieri che non siano deliberatamente voluti. Siamo, immaginativamente parlando, prigionieri in una bolla di astralità (inferiore) e che ciò sia tragicamente reale lo dimostrano gli esempi, tutt’altro che rari, degli spiritualisti che fanno a gara per manifestare, al di là delle terminologie, il peggio di quanto può esserci nell’uomo.

Si studia, si pensa e si agisce dall’interno di quella bolla: ciò spiega l’inanità di esotiche discipline, il nulla (però ridicolo) di vantate “trasmissioni”…che fanno compagnia ai generalizzati tradimenti nei confronti dei rari Indicatori. Gruppi e Chiese sono in genere bolle più estese: rafforzano la spiritualità deformata e invertita dei singoli componenti.

Esiste solo un fenomeno che non proviene dall’astrale, cioè dal guasto ormai formalizzato e considerato perfettamente normale: questo fenomeno lo chiamiamo pensiero. Non il facile pensiero che è contraffazione ma il pensiero forte, capace di sorreggersi per virtù propria, indipendente da situazioni esterne, da piacere e dispiacere: vero anche oltre chi sembra produrlo. Scienziati e filosofi lo hanno conosciuto, gli esoteristi dei cinque minuti o del fine settimana, no.

In questo pensiero c’è, virtualmente tutto: la Via, la Libertà, il Soggetto vero, e solo in esso affiora nell’anima lo Spirito…e se siete di altro avviso non mi dolgo, al massimo mi spiace per voi.

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Per terminare dovrei parlare di Spirito e purtroppo  la  mia ascendenza plotiniana e buddhista non tiene in nessun conto tutte le infarciture che, suddividendo l’Unissimo in mille pezzi, irretiscono alla grande i bambinoni sessantenni. Inoltre parlare di Spirito come fosse un (aureo, radioso) oggetto è una scempiaggine che potrebbe (dovrebbe!) essere pagata con un prezzo senza misura. I maestri che talvolta crediamo di onorare hanno già detto quel che è stato possibile dire senza infrangere i severi limiti che esistono e che nessuna fantasticheria può nemmeno sfiorare. Al negativo penso si possa dire che non è cosa per il soggetto a testa in giù delineato nelle righe precedenti. Ramana, spiccio, riassumerebbe la cosa con una domanda: “Chi è che lo vuole sapere?”. Dove in quel “chi” c’è tutto.

Forse una sola cosa si può dire: per l’uomo lo Spirito è esperienza, tanto reale che il resto è solo sogno.

Sapete come terminavano spesso le incomprensibili spiegazioni dei sapienti cultori dell’Arte Regale? “Ho detto tutto, ho svelato l’Arcano” Così, dietro l’angolo, si piegavano dalle risate.

SCIENZA DELLO SPIRITO

UN MOMENTO DELL’ANIMA

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Quando l’Infinito s’accosta sembra che tu sia sempre e dovunque.

Smarrita ogni asprezza, scivolata nel nulla la forma inutile, partecipi alla vita dell’eterno, che vedi, non è un prima infinito o un futuro illimitato ma un sempre.

Però, se avesse senso, potresti dire che ti infuturi nell’eterno. Ma più esattamente, quanto avanzi nel poi così ti prolunghi nel prima.

E come sai ciò che sarai dopo la morte, così senti in trasparenze successive cos’eri prima della nascita. E quello che chiamiamo flebilmente Divino è dappertutto.

Così sperimenti in verità che conoscere è ricordare: persino ad ogni fatto di cui ti arrivi la più debole, frammentata notizia ti par d’esser stato presente: quasi d’esserci stato immischiato anche tu. E dentro ad ogni più lontana cosa ti senti.

Un’intima forza strapotente, straripante, ti penetra: colora di solennità, di lucente maestà ciò che è intorno E’ uno spirito di potenza nel quale si vive bene – è sempre un più-che-vita – solo si teme il prevedibile momento in cui ci abbandona.

Tutto è pagliuzza che galleggia sul flutto (unico) dell’eternità: cose, persone, stelle, case alberi, stagioni hanno la leggerezza del sughero sostenuto dall’onda unica e immane che il tutto regge, agita, schianta, trasporta.

Si sente che nulla è al di sopra di ciò.

Mentre le cose non cessano di essere. Tutt’altro. Ma si sente che esse sono poiché partecipano all’essere: all’essere essenza: come petali sparsi che vediamo sollevati e trasportati dal vento, dall’invisibile onnipresente.

E’ un fluire (respiro del dio?), ma è sostantivo: le cose in esso conquistano sé stesse: l’essere del loro essere.

La contraddizione coesiste: tutto quello che appare è fragile crosta: le costruzioni tessute dalla mente sono come macchie d’unto sull’acqua, cui basta nulla per disfarsi.

Ma è un gioioso disfacimento: l’Infinito che per un attimo a noi s’apparenta, è distruzione: il mondo, come i pensieri su esso, è mondo da disgregare: che disgregandosi  esso è. L’”essere” è assimilabile al fuoco.

Le Esistenze, in una ventata demateriante, in un certo senso assottigliano la loro luce ma la storbidiscono: sicché riscintillano più vive. Sono inestinguibili poiché il Soffio le ha create fiamme: le fa ardere più nette.

Così non si è soli. Ci sei tu ed il tuo fuoco e senti un potente, gioioso segreto che t’attraversa, senti che, dal dentro potresti sollevare sopra te il Mondo.

E’ un fuoco che consuma te e ti fa costantemente rinascere.

Comprendi che, se continuasse, saresti rifatto in gloria…e invece si ritira e lascia l’anima vana, cieca, smorta.

In fondo ad essa resta il pallore del ricordo del ricordo: pallidissimo e qualche seme di speranza ma anche una pietra in più sulla tua contingenza comune.

Sì, occorre consumarsi nella pazienza, ridursi nel silenzio, scendere di grado e gradino, accogliendo ogni mortificazione dell’anima…attendendo.

Attendendo cosa? La luce del Consolatore. Basta che il suo riverbero cali su te e, per l’ennesima volta, rivivi purificato.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SUI DEFUNTI

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*

Cari amici, buona sera.

Anche questo è argomento che viene posto alla luce della Scienza dello Spirito. Forse interessa poco i giovani, così avvolti nelle forze della vita, ma può essere una delle tante riflessioni a chi ha dovuto salutare la scomparsa nell’inaccessibile di amici e parenti: soprattutto di quelli che hanno svolto un ruolo evidente nel nostro tracciato personale.

Non vi è nulla di oscuro o malsano in questa direzione: non tavoli a tre gambe ma raggi di sole, fioriture nei prati e scintillio di stelle: in questa vivezza il defunto è presente.

Ognuno dovrebbe dirsi: “prima di occuparmi dei defunti, bisogna che mi prepari nello spirito”.

Un buon esercizio è quello di trasportarmi col pensiero sotto il cielo stellato. Perdo di vista il mio corpo e le sue miserie; cerco di immaginare le figure delle costellazioni che occupano la volta celeste, rivedo la corsa del sole, i colori che tingono il suo levarsi, il suo coricarsi.

Trasporto ciò in stati d’animo.

Per finire immagino davanti a me la terra con montagne e masse d’acqua: utilizzando i ricordi di impressioni vissute durante arrampicate, nuotate ed escursioni nei boschi.

Tutto ciò deve essere ricordato obbiettivamente e senza l’aiuto del corpo: è una delle condizioni per cercare liberamente il contatto con i defunti.
Il ricercatore dovrebbe dirsi: “Posso andare spiritualmente da qualcuno poiché ho reso mobile il mio pensiero, ho purificato il mio sentire e ho dato un orientamento alla mia volontà.
Posso ora ritornare sui miei passi sino all’infanzia e riguadagnare una condizione perduta nella maturità.

Ecco le forze che ho usato inconsciamente nei miei primi tre anni, per stare sulle mie gambe, fare i primi passi, trovare l’equilibrio: le devo al divino architetto che edificò il piccolo tempio umano. Poi ho cantato, parlato ed è stato il celeste musicista e poeta che formò i miei organi e respirò in me.
Finalmente lo spirito universale mi aprì i campi del pensiero.”

Quindi lo sguardo del ricercatore indugia pensieroso sull’immagine dei defunti e, rammentando la realtà quotidiana, comprende come i morti vedano la natura. Ciò che viene percepito con gli occhi fisici, le pietre e le piante, non esistono per essi. Essi non vedono nulla della realtà sensibile. Essi percepiscono solo quello che esiste per la loro natura: lo spirito. Cosa percepiscono del cristallo poggiato sul mio tavolo? Solo l’impressione interiore che in lui si è arrestata: la geometria delle forme: cubo, tetraedro, ottaedro, cioè quello che in lui è stato lo spirito, la melodia celeste.
E della pianta? Non la forma fissa ma il susseguirsi degli stati che hanno metamorfosato il seme in foglie, poi in fiori, dunque il moto dei pianeti che si ritrova nella crescita dei vegetali.

E degli animali? Il loro principio, nel Paradiso.

I defunti seguono le azioni celesti nei regni della terra. Scambiando tra loro le impressioni che raccolgono. Così conversano e imparano. Avendo ricevuto un vivente insegnamento: i loro istruttori noi li chiamiamo Angeli.

Che fanno gli Angeli? Esattamente il contrario di quello che sulla terra fanno i sapienti. Questi hanno osservato con i loro sensi, ma il loro pensiero era rigido.
Gli Angeli restituiscono vita al pensare e nutrono i morti con idee viventi (entità) che sono il viatico nel corso del loro pellegrinaggio celeste.

Le azioni degli uomini hanno avuto la lenta conseguenza di uccidere certi pensieri.
E non solo ciò: certe proprietà possedute dalla materia inanimata è servita a costruire macchine che distruggono la vita.

Ora, per riparare i danni, hanno dovuto intervenire forze superiori a quelle degli Angeli.

Una grande tristezza pervade i defunti quando il loro sguardo scende sui sentimenti di chi vive nel terrestre. Costoro non sono passati, come i disincarnati, attraverso un lavoro di purificazione.

Al contrario, i vivi si sono induriti nell’odio e nei conflitti e hanno fatto della terra un luogo sempre più favorevole ai demoni che diventano più forti degli Angeli dei cieli.

Queste forze sub-umane esprimono la loro potenza quando i popoli si scagliano gli uni contro gli altri. Durante ogni forma di guerra, la Bestia ipnotizza intere nazioni e tiene sotto il suo giogo gli Angeli degli uomini.

I defunti tentano, assai prima, di farsi intendere dagli uomini: “Se non volete sapere più nulla di noi, soccomberete non solo alla morte del corpo ma anche a quella dell’anima”.

Saranno ascoltati?

Io li posso comprendere, pensa il ricercatore che si è chinato sui loro nomi immortali: “Avvicinatevi verso me, ciò che dite lo riferirò agli altri uomini”.

Ma per (fare) questo devo rafforzare il mio proprio essere. Potrò farlo se comprenderò il monito: “Uomo, conosci te stesso!”
Se posso ancora percepirlo, comprenderlo, tra infiniti rumori e mille rovine, allora, in qualsiasi momento, qualsiasi sia la tormenta che spazza il mondo ed il cielo profondo e l’abisso infernale, posso anche edificare in me stesso il campo della mia libertà.

Io sono. Per quel tanto che io resti vero, v’è realtà in me. Per quel tanto che io sappia amare, c’è realtà nell’universo.

Rastignac

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

AI DEFUNTI ( VLADIMIR SERGEEVIČ SOLOV’ËV )


( Devachan di Marina Sagramora )

AI DEFUNTI

Non appena ho lasciato ogni tumulto

di questo mondo, già i defunti amici

mi s’affollano intorno, ed i lontani

fantasmi dei confusi anni trascorsi

m’appaiono, ecco, sempre più distinti.

Tutta la luce del terreno giorno

si spegne e langue; l’anima s’inebbria

d’una dolce mestizia; ancor non vista,

già vibra d’echi e il soffio dell’eterno

alita la ventura primavera.

Lo so: foste voialtri a chinar gli occhi

verso la terra, m’innalzaste voi

sul greve tramestìo, vivificando

la rimembranza del convegno eterno,

quasi lavata dell’effimera onda.

Né ancor vi vedo, ma nell’ora estrema,

dato alla vita rea tutto il tributo,

palesi voi mi schiuderete il santo

asil di pace e mi dimostrerete

agli astri inestinguibili il sentiero.

*

(VLADIMIR SERGEEVIČ SOLOV’ËV)

ARTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO, VLADIMIR SERGEEVIČ SOLOV’ËV

OLTRE IL FIUME

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*

Buona sera!

Nei primi giorni di Novembre volevo postare su Eco qualche riga per commemorare i defunti.
Dopo due righe un pensiero molesto mi ha fermato. Mi ha sussurrato, senza complimenti: “no caro mio, così non va bene!” Chiesto il perché, il pensiero, con una screziatura leggermente canzonatoria ha continuato: “Hai cominciato pensando e sentendo con la rassegnata compunzione che si usa davanti a povertà, ingiustizia, sofferenze e lutti…se sbagli così, dal principio, non scrivere nemmeno una parola. Noi – perché il “noi”? Era un pensiero tutto mio? – siamo vivi, più vivi di voi. Smettete una buona volta di credere voi vivi e noi morti…guarda ti spiego facile: immagina di andare al cinema per due ore. Segui lo spettacolo di una lunga avventura, ti fai afferrare dalla vicenda che si dipana per anni…sulla tela. Poi esci, ti muovi, c’è il sole, persone vere che passano, un amico che ti saluta: ora sei rientrato nella realtà.
Così è per chi ritorna nella Luce dello Spirito, nella gioia della libertà e in una consapevolezza assai intensificata.
Se non la vedi in questo modo non scrivere di chi, dopo aver sognato da bruco il tuo mondo di sogno, s’è svegliato nella vera luce con ali di luce!”

In effetti…c’è una frase di Rudolf Steiner che merita d’essere pensata attentamente in un’epoca come la nostra in cui si nasconde il fatto innegabile che si muore. Egli dice che l’istante della morte, visto dall’altra parte, corrisponde ad una gioia estrema che s’accende, al medesimo tempo, come un’estasi.

Quando si muore, ci si disimpegna dal proprio corpo. Si lascia che la sostanza ricada in ciò che è passato.
Certo, manca l’appiglio degli elementi che ci avevano composto: il solido, il liquido, il gassoso; vengono persi il calore e la luce che ci animarono; le membra che ci avevano sostenuto.
Gli organi non chiedono più il nutrimento. Il respiro s’arresta. Il calore va via. E’ l’oscurità che ci invade.
Chi assiste il morente piange e soffre con lui vedendolo subire queste sofferenze.

Ma attraverso (oltre) alle lacrime, chi assiste dovrebbe comprendere: è l’esordio dell’esistenza spirituale. Nella Luce.
Può essere presentito. E’ chi muore che lo incoraggia. Manda il Consolatore. Esso ci mostra che per il corpo che è stato perso si riceve un altro fatto di Spirito.
Il defunto non si volge più indietro, verso il mondo in cui brilla la luce dei sensi, tutto egli riceve dal proprio Sé e dai pensieri, dai sentimenti, dal volere che ha potuto portare con lui nello Spirito: lì penetra l’attività divina delle Gerarchie.
Le vede scendere verso sé come da una immensa montagna.
Dal “luogo”dove ora si trova contempla tutta l’esistenza che va dalla sua morte alla prossima vita terrestre.

Sfere stellari gli forgiano una corona dal lume del loro splendore. Dirigendo senza sosta verso il defunto i Messaggeri: gli amici morti prima di lui, ormai trasfigurati, pronti a guidarlo. I suoi Maestri gli fanno cenno. I discepoli, usciti dai porticati, stendono verso la Montagna un arcobaleno.
E’ da lì che giunge la luminosità che avvolge il volto del defunto.
Basta guardare nel silenzio…

Rastignac

SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – Sesta Lettera (Parte I)

Denderah

SESTA LETTERA

Settembre 1944

LA NATURA SPIRITUALE DELLO ZODIACO DELLE STELLE FISSE

(Continuazione)

Nell’ultima Lettera abbiamo dovuto arrestarci alla descrizione della Costellazione della Vergine. L’abbiamo trovata in rapporto alla Costellazione opposta dei Pesci ed anche in rapporto con i misteri della sostanza. E’ la manifestazione delle forze del Padre dell’Universo che dette e ancora darà “esistenza”. Certamente, se guardiamo i Pesci come il velo di quelle forze che, attraverso il loro sacrificio, dettero il fondamento di tutta l’esistenza fisica e cominciamo da lì, possiamo contare sette Costellazioni fino a che raggiungiamo la posizione della Vergine. Queste sette Costellazioni sono come il sembiante celeste di un Essere Spirituale che, con la sua più alta manifestazione nei Pesci, possiamo chiamare la “Volontà del Padre” e che discende – o ascende – verso la Vergine entro la sfera nella quale esso può manifestare se stesso in molteplici forme di sostanziata esistenza. Perciò, possiamo vedere nella Vergine la sfera di manifestazione delle forze del Padre nell’esistenza fisica. 

La Costellazione della Bilancia

Libra

Mara Maccari – Libra

All’opposizione della Bilancia abbiamo la Costellazione dell’Ariete. Nel corso della descrizione dell’evoluzione dell’Antico Saturno, abbiamo trovato l’attività degli Spiriti localizzata, per così dire, in Ariete oppure dovremmo piuttosto dire che le loro attività cominciano da questo regno. Da questi Esseri emanavano Forze di Vita, sebbene non fossero ancora capaci di compenetrare l’esistenza con la Vita. Proprio come nel caso dei Pesci e della Vergine, possiamo ora partire dall’Ariete e percorrere sette Costellazioni.

Giungiamo allora alla Bilancia e possiamo percepire nelle sette Costellazioni l’immagine di un Essere Celeste, o di diversi Esseri, che possiamo chiamare i Donatori della Vita. Essi hanno donato realmente Vita in successivi cicli di evoluzione, dei quali dobbiamo parlare ancora in prossime Lettere. Proprio come possiamo trovare la sorgente originaria o l’impulso della Vita nell’Universo dietro l’Ariete, possiamo sperimentare qui, attraverso la Bilancia, la sfera dalla quale emana la manifestazione delle forze della Vita entro la sostanza. Così come abbiamo trovato la manifestazione delle forze del Padre nella Vergine, possiamo vedere il regno della manifestazione delle forze del Figlio nella Bilancia.

Il Padre donò l’esistenza, ma il Figlio la vivifica. Possiamo trovare ciò illustrato abbastanza chiaramente nel Mistero del Golgota.  Nel Cristo, il Figlio fu presente in un corpo fisico. Attraverso il sacrificio del Cristo sulla collina del Golgota, la Terra, che era allora al punto della morte cosmica, venne dotata di vita eterna. La manifestazione delle forze della Vita Cosmica presero luogo sulla Terra, e al tempo stesso la Luna era nella Costellazione della Bilancia (Venerdì Santo, 3 Aprile 33 d.C.).

Possiamo trovare ulteriori illustrazioni in molti eventi Stellari nella Bilancia. Saturno era in Bilancia quando nacque Johann Wolfgang von Goethe (28 Agosto 1749) , e sappiamo ch’egli fu il moderno iniziato delle forze vitali o, come le chiamiamo noi delle forze eteriche. Così egli poté dire: “La Natura ha inventato la morte per avere molta vita”. Ciò rivela come egli fosse un miglior cristiano di quanto molti non immaginino.

Il famoso pittore Raffaello Sanzio nacque quando Saturno e la Luna erano in congiunzione in Bilancia (26 Marzo 1483). Nelle sue pitture vengono rivelate le forze dotate di vita e risanatrici. Le forze vitali cosmiche del Sole risplendono attraverso tutto il suo essere come un eterno Sole, e queste forze vitali divengono nello stesso istante Amore cosmico.

La Costellazione dello Scorpione

 Scorpius

Mara Maccari – Scorpius

Lo Scorpione è all’opposto della Costellazione del Toro, nel circolo dello Zodiaco. Dobbiamo ricordare che questa Costellazione era percepita una volta come l’immagine di un’aquila. Possiamo procedere nuovamente nella stessa maniera di sopra. Dietro il Toro troviamo la sede delle attività degli Spiriti del Movimento. Da essi emanavano Forze di animazione. Esse erano forze cosmiche “dotanti di concetto e parola”. Di nuovo, se attraversiamo sette Costellazioni dello Zodiaco, ci troviamo nella Costellazione dell’Aquila –Scorpione, percepiamo ivi le caratteristiche di Esseri Gerarchici che in Aquila-Scorpione discesero nella loro manifestazione all’interno del mondo della sostanza. Troviamo poi in questa Costellazione la manifestazione dello Spirito Santo che discese sugli Apostoli nel primo evento di Pentecoste e dette loro il potere di “parlare e capire tutte le lingue del mondo”. E’ il potere della Parola creativa del mondo, com’esso fluì nelle molteplici differenti forme di esistenza nell’Universo.

Eventi Stellari in Scorpione sono sempre collegati con l’”appello spirituale” che si sforza di raggiungere il singolo essere umano, esigendo da lui di adempiere un certo compito del quale è capace attraverso il suo proprio destino. Scaturendo dalla molteplicità di tali “appelli spirituali” o “parole creative” viene composta la gigantesca immagine dell’evoluzione umana e lo sviluppo spirituale. Questa è la rivelazione dello Spirito Santo.

Possiamo trovare un tale evento all’inizio del 17° secolo. Molte anime che vivevano in quei tempi attendevano un mutamento fondamentale della natura spirituale nell’umanità. E ve ne erano molte che basavano le loro aspettative e le loro speranze su eventi che leggevano nel mondo Stellare; poiché nell’anno 1603-1604, ebbe luogo una “grande congiunzione” nello Scorpione. Saturno e Giove ebbero una congiunzione in questa Costellazione e nella seconda metà del 1604 anche Marte era là. Insieme con questo evento una nuova Stella – una Nova – apparve nel cielo e fu visibile per diversi mesi. Coloro che conoscevano, attendevano qualcosa come una grande Pentecoste per l’umanità, ma non accadde nulla di visibile.

Comunque, ebbero luogo grandi eventi nella vita spirituale dell’umanità, e Rudolf Steiner parlò di questi.

Qualche tempo prima del 1603, cominciò un rapido declino sul Pianeta Marte. Dal 15° secolo in poi, questo declino cominciò ad essere riflesso nello sviluppo della conoscenza umana attraverso gli impulsi che le anime umane portarono giù nelle loro incarnazioni terrestri dalle esperienze prenatali nella sfera di Marte. Sorse allora il pericolo che l’aspirazione umana alla conoscenza ed il modo di vivere cadessero troppo profondamente nel materialismo, mentre i portatori della cultura spirituale sulla Terra divenivano sempre più stranieri su questo Pianeta. Tuttavia, verso la fine del XVI e il principio del XVII secolo, quando ebbe luogo questa grande congiunzione nella Costellazione dell’Aquila-Scorpione, lo Spirito ispirò vari membri dell’umana famiglia con compiti che, fluendo insieme alla fine, fecero in modo che questo pericolo venisse evitato, e dette la possibilità di una nuova prospettiva spirituale.

Christian Rosenkreutz, una delle più grandi guide spirituali dell’umanità, percepì il pericolo. Egli aveva un grande amico, l’anima del Gautama Buddha, il quale era nel Mondo Spirituale e che non si incarnava più in un corpo fisico.

Poiché l’anima che ha raggiunto il grado di un Buddha non discende più in un corpo fisico. Christian Rosenkreutz inviò ora il suo amico, il Gautama Buddha, su Marte onde rinvigorire quel Pianeta in declino.

Sappiamo che Gautama Buddha fu Maestro di Amore e Compassione. La natura di Marte nel suo declino era aggressiva e fredda; perciò, l’impulso di amore e compassione venne trapiantato su quel Pianeta per risanare la sua caduta.

Così lo Spirito Santo, operando attraverso i più alti membri dell’umana famiglia, aprì la via per il positivo sviluppo nel futuro. Ciò viene indicato negli eventi dell’Aquila-Scorpione, nel 1603-1604, e possiamo trovare sempre avvenimenti simili in rapporto con eventi in questa Costellazione.

 

Costellazione del Sagittario

SagittariusMara Maccari – Sagittarius 

Mentre troviamo le forze dell’Aquila-Scorpione che usano gruppi di esseri umani da differenti direzioni per la realizzazione degli impulsi dello Spirito del Mondo, scopriamo eventi in Sagittario che rivelano il rapporto del singolo essere umano col Mondo Spirituale. Conseguimenti di esseri umani che appaiono essere di un carattere singolarmente ingegnoso sono in prevalenza collegati col Sagittario.

All’opposizione del Sagittario vi è la Costellazione dei Gemelli. Da lì abbiamo visto l’impulso di individualizzazione che giunge come risultato dell’antico agire degli Spiriti della forma e degli Spiriti della Personalità sugli antenati della razza umana.

Abbiamo visto gli Spiriti della Personalità sperimentanti il loro stadio umano attraverso gli esseri di calore sull’Antico Saturno. In maniera simile, possiamo trovare indicato oggi in eventi nel Sagittario la maniera in cui il “Genio” del singolo essere umano vuole sperimentare e sviluppare se stesso. Moltissimo dipende, nell’atteggiamento morale, dal fatto se il Genio – l’Io superiore – non riesca ad esprimere se stesso oppure trovi il sentiero che conduce ad un positivo sviluppo. Oggi è nel dominio dell’umana libertà aiutare gli Angeli o provocare la loro caduta.

Quando nacque Richard Wagner (22 Maggio 1813), Saturno stava in Sagittario. Studiando il suo cielo di nascita, troviamo espressa attraverso la posizione di Saturno in Ariete la sua lotta di tutta la vita per l’espressione adeguata del suo impulso più interiore attraverso i vari stadi della sua vita. Per lui la mitologia e il mondo della musica furono i mezzi per causare l’entrata appropriata del suo Io superiore nell’esistenza terrena.

Nel Parsifal, che fu il suo ultimo poema e la sua ultima composizione, egli creò l’immaginazione del tendere dell’essere umano, attraverso le tenebre e il dubbio, alla sorgente della vita nel calice del Santo Graal; perciò, la Costellazione del Sagittario diviene l’immagine cosmica dell’umano tendere attraverso le valli e gli abissi della vita verso le altezze dello Spirito.

 

(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L'ESPERIENZA LIBERATRICE

L’isola dei morti – Arnold Böcklin - Mozilla Firefox

Quando Ramana stava morendo di cancro, i suoi devoti gli chiesero di operare una guarigione su se stesso: “Perché fratelli ? Questo corpo è sfatto, perchè aggrapparsi ad esso ? Perché costringerlo a durare ?” rispose Ramana. Al che, essi implorarono: “ Maestro, ti preghiamo di non lasciarci”.

Guardandoli come si guardano dei figli, Ramana rispose: “ Lasciarvi ? E dove sarebbe il luogo dove vado ?”. Giovedì 15 aprile (1950), un medico portò a Ramana un sedativo per alleviargli la congestione ai polmoni ma lui rifiutò. “Non è necessario, tutto accadrà come deve entro due giorni”.

Al tramonto del giorno successivo Ramana chiese a quelli che lo assistevano di aiutarlo a mettersi seduto. Essi sapevano che ogni movimento o anche solo toccarlo era per lui doloroso ma egli disse loro di non preoccuparsi e rimase seduto con uno degli assistenti che gli reggeva la testa.

Un dottore fece per somministrarli l’ossigeno, ma Ramana lo allontanò con un piccolo gesto. Improvvisamente, un gruppo di devoti seduti all’esterno della veranda, cominciò a cantare Arunachala Shiva.

Udendo il suo canto preferito Ramana aprì gli occhi che brillarono, sorrise con indescrivibile dolcezza, lacrime di benedizione gli scesero lungo le guance. Ancora un respiro profondo e poi niente più. Non ci fu lotta, non ci fu spasimo, nessun segno di morte, soltanto il respiro successivo non venne.

La paura della morte sorge nell’anima dell’uomo moderno dal momento in cui egli si estroflette con il suo essere verso il mondo sensibile dal quale trae la forza per sviluppare una precisa ed intensa chiarezza di pensiero ed enucleare un senso di sé mai prima raggiunto. Dall’osservazione del mondo esterno egli però non raccoglie conoscenza per la sua anima, anzi essa sembra sparire al suo sguardo.

Perdendo l’anima, ciò che rimane indubitabilmente è il corpo. Corpo sensibile che il mistero della morte pare rendere evidente come qualcosa che si decompone e si disgrega. Incollato tenacemente ai fenomeni del mondo che gli paiono fatti e finiti e incapace di cogliersi quale attore o soggetto del percepirli, l’uomo crede di vedere soltanto una natura indifferente che distruggerà il suo essere riassorbendolo nel ciclo delle proprie leggi. Una simile visione, radicatasi nel sentimento e costantemente affermata dalla cultura generale, ha suscitato la paura della morte e, in tempi più recenti, persino la rimozione: ossia la paura della paura.

In epoche moderatamente più antiche il terrore dell’annichilimento non esisteva. Intendiamoci: l’evento della morte, da quando essa esiste per l’uomo, non è mai stata una semplice passeggiata – ora sono qui, poi faccio due passi e sono dall’altra parte – e frasi come “La morte non esiste!” appartengono alle idilliache fantasie (tutte latte e miele) di una certa teosofia moderna.

Però un tempo l’uomo sognava da sveglio. Cosa sognava? Sognava obbiettivamente la propria anima e le azioni dello Spirito che in essa si contessevano.

Se egli meditava o pregava il suo sognare diveniva più reale del mondo sensibile (questo a volte spariva del tutto), si estendeva e con una certa facilità incontrava esseri e mondi assai concreti seppure privi di sostanze fisico-minerali, riconoscibili poiché già conosciuti prima della nascita (non a caso lo Steiner enuncia un concetto enormemente importante che chiama innatalità).

Perciò la morte, del resto ben presente e familiare nell’ordinario divenire della vita sociale, era piuttosto considerata come un importante gradino di maturazione e di trasformazione: per i più semplici accettabile e accettata, per gli asceti un incontro proficuo.

In tempi non proprio remoti l’Oriente usava drastiche tecniche immaginative  per liberare il discepolo dai timori legati alla morte e alla dissoluzione del corpo.

Esso, intendo il discepolo, veniva condotto, nelle più oscure ore della notte, in isolati e lugubri luoghi cimiteriali o naturalmente orridi. Poi, seduto in silenzio, doveva evocare immagini spaventose, di demoni, che lo assalivano, squarciavano il suo corpo e lo divoravano finché di esso non rimanevano che sparse ossa. Alexandra David-Neel racconta che qualcuno, travolto dalla paura, non usciva vivo dalla prova!

Ma anche l’Occidente rispondeva all’appello. Nella Formula honestae vitae di Bernardo da Chiaravalle si leggono queste indicazioni: …quomodo nutat caput, cadunt brachia,…Quomodo componantur in tumulo, quomodo pulvere contegantur, quomodo vorentur a vermibus… Summaque tibi sit philosophia, meditatio mortis assidua, hanc ubicumque fueris, et quocunque perrexeris, tecum porta, et in aeternum non peccabis.

Per onestà d’inventario non va dimenticata la medioevale Ars Moriendi che appare lungo un asse di tempo che va dal basso medioevo e giunge sino al ‘600 o ai primi del ‘700 con circa oltre 300 testi documentali. In sintesi essa segue tre modalità. La prima consiste nella coltivazione di cinque virtù (fede, speranza, pazienza, umiltà e generosità): in questo caso il morente viene portato in cielo dagli angeli. La seconda è costituita da preghiere e meditazioni sulla morte recitate da coloro che assistono il morente. La terza è un compendio di citazioni bibliche che commentano la morte a edificazione dei vivi e dei morti.

Sull’ars moriendi, salvo i casi contrari, aleggia una certa leziosità formale (a ben guardare già espressa nel suo nome) ed uno scarso contenuto sostanziale somigliante alle gozzaniane “buone cose di pessimo gusto” per cui solo i tradizionalisti stravedono in bellezza e significati.

Più austero e…lapidario l’uso del memento mori, non per nulla coniato dallo spirito latino e successivamente adottato dai monaci trappisti che assume due significati: il primo consiste nella accettazione consapevole della morte; il secondo nell’abitudine a considerare i valori mondani e gli appetiti  relativi come vuoti e transitori. Anche il buddhismo possiede una formula analoga con il marana sati (consapevolezza della morte) in cui la tecnica consiste nella ripetizione di marana vavissati che significa ‘arriverà la morte’.

La (necessità della) contemplatio mortis non appartiene solo all’antico ma appare qua e là sino ai giorni nostri. Miguel Unamuno avverte con forza la tragica, insopportabile, incongruità dell’esser vivi, attivi e coscienti per poi non essere, e scrive: “Pensa al lento tuo disfacimento: la luce si spegne e più non danno suono fasciandoti nel silenzio, ti si struggono tra le mani gli oggetti, di sotto i piedi scivola via il terreno, svaniscono come in deliquio i ricordi, tutto va a dissolversi nel nulla e neppure rimane la coscienza del nulla (…) E’ un confrontarsi faccia a faccia con lo sguardo della Sfinge: è così che si spezza il suo incantesimo”.

Si può intravvedere nell’ultima frase che Unamuno, gran lottatore, presagisce un atto, coraggioso e profondo, che possa spezzare il limite dell’inevitabile (che forse è un potente incantesimo). Negli stessi anni un altro uomo assai diverso per età, carattere e cultura, Carlo Michelstaedter presagisce l’incombenza della morte ma anche intuisce lo svincolamento radicale dalla “rettorica” del dato, del compiuto e con ciò il superamento della morte (pur essa rettoricamente data) attraverso il compimento di una dolorosa, ineffabile ascesi verso un nuovo tipo d’uomo, il “persuaso”.

Anche l’immersione nell’esperienza della morte di congiunti o sconosciuti è capace di insegnare molto. Non avete forse notato come il dolore della perdita di di una persona amata regala ai sopravvissuti un respiro di spiritualità forse  mai  prima presentatosi all’anima? E la vita tra malati terminali riserva spesso grandi sorprese.

Ne fu testimone Roger Godel (Essais sur l’expérience libératrice) durante il suo soggiorno medico tra moribondi in Egitto negli anni trenta del secolo trascorso. Ne rende testimonianza recentissima la dottoressa Marie de Hennezel che, senza preconcetti metafisici, lavora da anni nelle unità di cure palliative a Parigi.

Tali settori, fortemente sostenuti da François Mitterand, aiutano i malati terminali a riconciliarsi con l’evento inevitabile. Estraggo da lui, ormai presciente della propria fine, alcune considerazioni. “…mi accompagnarono al capezzale dei moribondi. Qual’era il segreto della loro serenità? Dove attingevano la tranquillità dei loro sguardi?…Spesso chiedevo a Marie della trasformazione profonda che lei stessa osservava in alcuni pazienti alle soglie della morte. Nel momento di maggior solitudine, con il corpo spezzato sulla soglia dell’infinito, subentra un altro tempo, che non può essere misurato con i nostri criteri. In pochi giorni, con l’aiuto di una presenza che permette alla disperazione e al dolore di esprimersi, i malati comprendono la loro vita, se ne appropriano, ne manifestano la verità. Scoprono la libertà di aderire a se stessi. Come se, quando tutto sta finendo, tutto si liberasse finalmente dal groviglio di pene e di illusioni che ci impediscono di essere noi stessi. Il mistero di esistere e morire non è affatto chiarito, ma è pienamente vissuto. E’ questo l’insegnamento: la morte può far sì che un essere diventi ciò che era chiamato a divenire; può essere, nella piena accezione del termine, un compimento. E poi, non c’è forse nell’uomo una parte di eternità, qualcosa che la morte mette al mondo, fa nascere altrove?”

E’ interessante notare come in Mitterand, uomo laico e spregiudicato, per molti anni dedito al massimo potere politico e agli intrighi di corte, il contatto con la morte risvegli nell’anima le forze corrispondenti a quanto mostra di intendere con queste parole.

Questa impressione non pare astratta perchè la morte insegna davvero molto quando la coscienza, limpida e disciplinata, non venga trascinata in fantasie gotico-romantiche o nelle pessime trame di pessimi film (con ciò non dico di evitare una affascinante stagione artistico – letteraria e persino il “macabro” spesso presente nei prodotti della X Musa. I divieti spiritualistici spesso sono risibili e ridicoli perchè ad essere radicali allora andrebbe vietata l’intera esperienza sensibile in quanto dualistica…) e qualche tipologia interiore potrebbe persino trarre ottimi spunti dagli insegnamenti tolteco-stregoneschi di don Juan: “La cosa da fare quando sei impaziente è voltarti a sinistra e chiedere consiglio alla tua morte. Ti sbarazzi di un’enorme quantità di meschinità se la tua morte ti fa un gesto, o se ne cogli una breve visione, o se soltanto hai la sensazione che la tua compagna è lì che ti sorveglia. (…) La morte è il solo saggio consigliere che abbiamo. Ogni volta che senti, come a te capita sempre, che tutto va male e che stai per essere annientato, voltati verso la tua morte e chiedile se è vero. La tua morte ti dirà che hai torto; che nulla conta veramente al di fuori del suo tocco. La tua morte ti dirà: ‘Non ti ho ancora toccato’. (…) Si deve chiedere consiglio alla morte e sbarazzarsi delle maledette meschinerie proprie degli uomini che vivono come se la morte non dovesse mai toccarli”.

Ci sarebbe anche molto (troppo) da dire circa le NDE (near-death experiences) che, per l’appunto, non sono meditazioni ed esercizi ma esperienze dirette. Diversi studiosi hanno svolto lunghe e approfondite indagini sulle NDE, come Frank e Potzel, ma la grande risonanza mediatica è stata suscitata dal lavoro del prof. Raymond A. Moody dopo l’uscita del suo primo libro La Vita Oltre la Vita, tuttora facilmente reperibile nelle librerie. Sulla sua strada diversi altri medici hanno continuato la ricerca, persino specializzandosi nelle sotto-categorie del fenomeno. L’esperienza più completa si configura in otto stadi successivi: la sensazione della morte, il senso di pace e l’assenza del dolore, il tunnel, gli esseri luminosi, l’incontro con il supremo essere di luce, la visione panoramica dell’intera vita, l’ascesa al cielo e la riluttanza a tornare in vita.

Ma tutto ciò con quanto è stato pubblicato da Moody e dai suoi epigoni può venir approfondito fuori da questa nota. Credo invece che valga sottolineare la vastità del fenomeno che è assai più comune di quanto si possa immaginare e come questo venga artatamente occultato da moltissimi medici. Sono molti i pazienti che, raccontata la loro esperienza al personale sanitario, vengono autoritariamente invitati a tacerla e dimenticarla, anche con l’aiuto di sostanze chimiche. Risulta inoltre che nelle linee direttive (protocolli) di diverse entità ospedaliere, le NDE sono valutate alla stregua di sintomi patologici da curare.

Nella Scienza dello Spirito orientata antroposoficamente  una forma nuova di contemplazione della morte è spesso presente, anche prescindendo dai molti Cicli di conferenze specifiche. Non è una tematica svolta in maniera angosciante o malsana ma ad un livello conoscitivo impersonale: “La morte stessa ha per sola causa un mutamento nel rapporto degli arti dell’entità umana”.

L’impersonalità conoscitiva che parla a te di te, venendo riprodotta in te al suo proprio livello trasporta il tuo essere ad un momento di superiore consapevolezza ove il pensare inizia ad essere qualcosa che porta in sé una entità cosmica.

Da questo privilegiato punto d’osservazione ti senti connesso agli eventi dell’universo e avverti, in serena ampiezza, come l’umano episodio della morte si armonizza in seno a questi. Con questa chiara o persino gioiosa impressione acquisti una nuova forza e speranza per la tua vita e per il mondo a cui sei legato da viventi azioni dello Spirito.

E’ la tua stessa anima a suggerirti l’immagine della trasformazione, organicamente vera per l’uomo, il pensiero e il bruco. L’inganno arimanico-scientista che, con amplificato schiamazzo, offende la tua coscienza pensante con le ottuse immagini di un tutto che meccanicamente reciso diventa il nulla, puoi persino vederlo, livido e rancoroso, allontanarsi dalla tua anima.

A tutto ciò non può non connettersi l’idea del ritorno (karma): essa è vertigine d’altezza, il cuore sente un illimitato dilatarsi dell’orizzonte; ti responsabilizza sub specie aeternitatis. Il significato della tua vita si scioglie dalla falsa banalità del caso, del contingente (le azioni e le cose acquistano luce e gravità morale) e si infiamma di speranza e d’audacia sacra perchè presagisci una vita e un senso che sono cosmici.

Nello specifico dell’Opera di Rudolf Steiner esiste una contemplatio mortis vissuta come un gradino conoscitivo del vero Io dell’uomo. Sto parlando della prima meditazione che trovate in Una via per l’uomo alla conoscenza di se stessoin otto meditazioni.

I pensieri suggeriti da Steiner in tale meditazione si correlano in maniera rigorosa e severa e possono “far sperimentare interiormente tutto l’orrore del pensiero della morte, senza che a questa impressione si mescolino i sentimenti puramente personali che abitualmente sono connessi nell’anima con quel pensiero”. Permettetemi di disegnare una traccia della meditazione proposta: solo una traccia che non vuole essere né una sintesi né tanto meno un riassunto.

Il corpo fisico è qualcosa che io ho, non è una cosa che io sono. Il mio corpo, attraverso cui vedo, ascolto, tocco, mi esprimo, ecc., in un giorno qualsiasi sarà perduto: il mondo lo distruggerà.

Ma il modo in cui il mondo esterno tratterà il mio corpo (il mio cadavere) non cambia. Sarà il medesimo con il quale ora tratta il mio corpo vivo.

Tuttavia io sono e vivo in questo corpo che, di fatto, appartiene al mondo: io vivo in un corpo a me esterno poiché appartiene al mondo che mi è esterno.

Se la meditazione viene vissuta dal discepolo sino a quella condizione in cui il pensiero dialettico si consuma, la sua anima sente (scopre) una sensazione di estraneità rispetto al corpo fisico. Avverte che il corpo le è sostanzialmente estraneo (esterno) come qualsiasi altra cosa presente nel mondo esteriore.

Questo primo gradino meditativo prepara l’anima al passo successivo ma determina anche effetti suoi propri. Uno di questi, ad esempio, è avvertire il nostro corpo come uno strumento usato o guidato da un principio volitivo che lo muove e lo usa.

Ancora uno sguardo. Il nostro esercizio regale perchè contiene proprio tutto, ossia la Concentrazione, è estraneo al tema di questa nota? Non direi proprio: da un certo punto di vista la Concentrazione è assai più che una meditazione sulla morte.

E’ un’immersione nella morte; attraverso essa ci rechiamo al punto zero dell’esistenza personale e oltre. Non sto parlando parole: oltre alle esperienze interne all’esercizio in sé, che ognuno può fare, sono inevitabilmente possibili anche esperienze “collaterali” come, ad esempio, questa: si avverte qualcosa che non si conosce ma che però viene dall’interno come vero contenuto spirituale che se non si pasticcia si palesa ma, sulle prime, sembra irriferibile a quanto si conosce.

I “contenuti interiori” quando sono veri, saranno pure sottili ma sono anche forti; lasciano una traccia nell’anima. Magari giorni dopo, esso risuona ancora come un debole diapason. Si entra nel Silenzio, si afferra il diapason per la coda e si attende con molta dolcezza: riesce oppure no. Se riesce, l’immagine si alza nel campo visivo della coscienza ed è come se si alzasse la luna e la luce lunare nella notte.

Lo sperimentatore trova così, in un punto della Concentrazione la medesima esperienza descritta da Rudolf Steiner quando il discepolo si abbandona all’impressione interiore  che può sorgere (obbiettivamente!) nella ripetuta immersione meditativa rivolta ai fenomeni dell’appassimento e della morte.

Rivediamo per un momento la situazione dell’operatore. Egli non nega il corpo, la psiche, ecc. rivolgendosi al “io non sono questo o quest’altro” ma indirizza tutta l’attenzione verso una direzione inusuale (per trovare il sé, si vuole in un assoluto “altro da se”) e nel far ciò abbandona con dedita indifferenza corpo, sentimenti, ricordi, volizioni, pensieri, il proprio soggetto comune, il mondo dei sensi: insomma tutto cade “come corpo morto cade”.

Questo da un lato mentre l’oggetto verso cui l’operatore conduce la quintessenza della sua potenza percettiva, l’immagine del chiodo, del turacciolo, del bicchiere, ecc. è, a tutti gli effetti, l’unica cosa morta che esiste in un universo vivente in molti modi. L’immagine del chiodo non è il nulla: è soltanto una delle infinite forme (simboli) della morte del pensiero. Perciò il vero asceta contemporaneo, per frazioni di ora giornaliere, muore al mondo e a se stesso per contemplare ciò che è morto.

Per fare questo occorre mettere in campo tutta la forza che non si sa di possedere e che, in un certo senso, non si possiede poiché è inavvertibile.

La Forza che non viene avvertita è la Presenza dello Spirito: Esso è ciò che conduce l’acme della Concentrazione e anche l’eroismo per ritentarla sempre: l’uomo, nell’accezione comune, non potrebbe contemplare, lui vivo, la morte. Altrimenti una simile operazione, basta il buon senso per capirlo, sarebbe una vana e folle presunzione inattuabile (ciò spiega tante cose: l’avversione e la paura per la Concentrazione, la scarsità di operatori veri, l’abbondanza di ascoltatori e lettori, ecc.).

E’ anche un punto di osservazione forte per avvertire come possano essere necessari alcuni provvedimenti che, a svariati livelli, possano condurre il discepolo ad un’opera di trasformazione e riedificazione dei veicoli costitutivi – alludo alla pratica dei cinque esercizi – per non danneggiare o distruggere la propria entità umana quando lo Spirito scende e infrange vittorioso “il volto di Medusa”.

Fu per  queste mancanze che il citato Michelstaedter pagò con la vita la sua possente intuizione.

                                                                                                                

SCIENZA DELLO SPIRITO

ERA L'ANNO….

LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

Il pensiero svincolato, il pensiero tutto-potenza, Çakti universale, è la chiave e la porta e l’ambito della Via diretta indicata all’attuale coscienza da Rudolf Steiner.
La sua dynamis ascetica è la Via “più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile”, la sua esperienza è “un’entità di per sé vivente”.

Testi come La Filosofia della Libertà e, quasi cent’anni dopo, Il Trattato del Pensiero Vivente di Scaligero, vengono compresi con immensa difficoltà: perché non è sufficiente per essi lo studio disciplinato, anche se inizialmente necessario. Il pensiero logico non basta: serve il pensiero coraggioso, quello che sia capace di superare il timore (la paura) delle conseguenze alle quali proprio la logica dei suddetti scritti porta il ricercatore: là dove l’automatica, rassicurante certezza del famigliare pensato cede il suo limite a quello che il già pensato non può pensare: l’impensabile, nel suo più letterale significato.

§

In realtà Steiner, con una autorità non concessa da filiazioni sensibili, non è un sincretista di comodo, come fu arguito negli apriori dei suoi avversari.
Non riassume l’antica sapienza: con La Scienza Occulta, L’iniziazione, i Cicli antroposofici, ricapitola in forma non più simbolica ma in quadri di pensiero (sovente in forma così oggettiva e minuziosa da urtare lo pseudo “sentimento cosmico” dei piccoli mistici) il divenire interiore dell’uomo e del suo cosmo: la Tradizione perenne, resa accessibile alla potenza conoscitiva dell’attuale coscienza.
E’ un insegnamento che pochi hanno la spregiudicatezza di pensare. Soprattutto i custodi delle vuote tombe delle tradizioni trascorse: ingabbiati nel cliché del dogmaticamente formalizzato, purché sembri antico; comunque valutato con i parametri del pensiero ingenuo: duale e materialistico.

Rudolf Steiner ha offerto al mondo le strade per il rinnovamento della sapienza, le ha fornite alle arti, ai mestieri e ai grandi problemi umani, sociali, economici, esistenziali.
Da tempi anteriori alla storia nessuna élite esoterica ha dato così tanto agli uomini inseriti nell’immanenza e per di più in un periodo buio ed ostile.
Proprio mentre il Sole potentemente realizza il profetismo che Āruni consegnò al figlio Śvetaketu: “Da questa verità tutto è animato; essa è il solo vero, essa è l’Ātman e tu stesso o Śvetaketu, lo sei”. Così si compie il divenire Io dell’uomo.

Ora può risorgere dall’uomo l’intero cosmo con i suoi fiammanti tessitori, il fuoco di Kundalinî, il vayra mahasattva, la pentecostale folgore del Logos, qualora esso tenti l’impresa di volere oltre tutti i pensieri per giungere alla sintesi, che fu scissa, di Vita e Coscienza.
Purché l’uomo liberamente osi, il Principio è immanente.

E’ la lenta ma totale conversione, il radicale rovesciamento del luogo dello Spirito: che può essere compiuto davanti l’abisso, nella devastata situazione del mondo umano.

Rudolf Steiner è stato l’unico a indicare la via che dal pre-umano è ascesa all’autocoscienza.
Via inconcepibile anche per il più sublime passato, perché conduce oltre ogni esistente già esistito: la indicò in un sobrio scritto, minimamente cifrato da una necessaria veste filosofica.

Era l’anno 1894.

Sarà sempre misero e disonorato o dimenticato il debito che a Lui ci lega.

Rastignac

SCIENZA DELLO SPIRITO

«VACUITÀ» E PERSONALITÀ

Phersu

*

Che questa sia un’epoca di estremo pericolo è stato detto varie volte da Massimo Scaligero in molte sue opere. E che la situazione attuale dell’essere umano sia addirittura tragica, è dimostrato dal fatto che egli nel pericolo dimora totalmente inconsapevole. L’uomo si muove nella vita come un ubriaco, intossicato da un’esteriorità illusoria, ch’egli nella sua ottusa ignoranza ritiene essere l’unica realtà, fonte della sua brama, della sua paura della sua avversione. Ma come l’ignoranza è una forza oscurante della coscienza, che ne viene diminuita e obnubilata, così le sue tre esiziali figlie – brama, paura e avversione – sono forze ostili che divorano – ardendola – la vitalità dell’anima.

Vi è un pericolo per l’umanità in generale, e vi è un correlativo pericolo per l’essere umano individuale. Ma qual è questo pericolo? Per l’umanità in generale è la de-umanizzazione, una caduta nel subumano, che non è una caduta nell’animalità – gli animali sono in uno stato di spontanea purezza, essendo sono la manifestazione nel sensibile del loro «Io di gruppo», ossia dell’entità sovrasensibile che dal piano astrale anima e dirige la molteplicità delle sue manifestazioni sul piano sensibile. La caduta nel subumano è la perversione nella demonicità, nell’orrore della «malvagità intelligente» volta all’illimitato appagamento, con qualunque mezzo illecito, della divorante brama, del gelido odio. Caduta che rischia di essere irreversibile. «Il progetto uomo potrebbe anche fallire», ammoniscono le parole severe del Maestro dei Nuovi Tempi.

Ma un più immediato pericolo lo corre l’essere umano individuale. Egli «vive» – ma è vero vivere il suo? – tutta la sua vita nell’arroganza dell’affermazione della sua «persona», della sua personalità come valore supremo, personalità ch’egli ingenuamente – e molto scioccamente – considera costituire il suo «essere», mentre non è altro che un «vuoto» apparire. La personalità, della quale l’uomo occidentale moderno va con tanta tracotanza fiero, è solo un «vuoto» fantasma, una miserabile illusione, una stolta superstizione. E per questa miserabile illusione, per questa stolta superstizione, l’uomo brama, teme, odia, rapina, mente, tradisce, distrugge, uccide, e si uccide. Ma che ne è dopo la morte di questa «personalità», per l’uomo così importante, anzi unicamente importante? Viene meno lo scenario sensibile, viene meno l’apparire illusorio che nell’anima, durante la vita, risuona e – come avverte Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente – «si fa potenza interiore», potenza costringente, deformante, oscurante. Ma soprattutto ardente e divorante. Con l’evento della morte si dissolve l’involucro corporeo, e di conseguenza di dissolvono anche quegli organi di senso e quel sistema nervoso che sono l’indispensabile strumento perché si diano le percezioni sensibili. Il dissolversi degli organi di senso corporei e del sistema nervoso comporta il dissolversi dello scenario sensibile, fonte del bramare dell’uomo.

L’essere umano, separato dalla spoglia corporea si trova di fronte al nulla di ciò ch’egli riteneva sostanziale e reale. Ma il dissolversi di quell’illudente apparire non estingue in lui quello che il Buddhismo chiama l’«attaccamento», suscitato dalla «sete»: sete di esistenza, sete di annientamento, sete di piacere. L’attaccamento è il frutto del lungo perdurare della «sete», servaggio alla brama lungo quanto tutta la vita. Ma il morire non è automaticamente la liberazione da tale tormento, anzi ne è il riacutizzarsi, perché il fango corporeo, nel quale l’incorporeità dell’anima va a impastarsi col nascere alla vita terrena, in qualche modo attutisce e in parte spegne la percezione del patimento di tale umiliante servaggio. E l’appagamento della voluttà bramosa distende una sorta di velo illusorio sulla condizione di «arsione» nella quale l’anima già durante la vita si trova.

Ma con la morte la veste di fango e di argilla, appunto, si dissolve e viene meno anche il suo effetto narcotico sull’anima. Il mondo dell’apparire sensibile si rivela essere il nulla, rivela la sua impermanenza, la sua «vacuità» di natura propria, ed anche la «personalità», quello che l’essere umano stoltamente ritiene essere un ‘io’, rivela anch’essa la sua insostanzialità, la sua «vacuità» di natura propria. Cessato l’effetto narcotico derivante dalla mescolanza dell’anima con la fragile argilla terrena, l’«arsione», o la «sete» – come la chiamano i Buddhisti – si acuisce al massimo e il suo divampante «fuoco», consumando l’«attaccamento», dissolve ciò si era troppo legato al «nulla» del sensibile.

In uno scritto precedente abbiamo visto come nella Scienza Occulta venga descritto – senza morbide attenuazioni – come il «fuoco astrale» divorante mostri l’azione distruttiva di ostili entità malvagie che nel Kamaloka, nel Kamadhatu dei Buddhisti, trovano nel distruggere nutrimento e voluttà di distruggere. Il mondo delle passioni, delle cupidigie umane è per loro allettante cibo. Ma di queste passioni e brame è costituita l’inconsistente «personalità», tanto cara all’opinare e al bramare degli umani. Che ne è di questa idolatrata «personalità» una volta passata dalle fauci di quei demoni che saziano la loro fame col «fuoco» delle cupidigie e delle passioni umane? La «persona», nella sua «vuota» consistenza, è combustibile che si consuma nell’ardere di quel fuoco distruttore. E in tale ardere si dissolve senza residui. Ed è bene che sia così, perché essa era solo menzogna. A che pro far sopravvivere una menzogna?

Forse non molti sono coscienti del fatto che la parola latina e italiana «persona» ha un’origine etrusca. In effetti, da molti studiosi, soprattutto gli etruscologi, la sua etimologia viene fatta risalire a phersu, «maschera», da cui phersuna, che nelle iscrizioni tombali etrusche indica «personaggi mascherati». Questa la «maschera» che cela il vero volto dell’anima, maschera che ipnotizza l’anima trascinandola nell’identificazione con un «personaggio», il cui ruolo e le cui vicende ella reciterà sul palcoscenico della vita terrena. È raro che chi recita, sappia di non essere il personaggio ch’egli fa rivivere sul palcoscenico dell’esistenza terrena: allora egli sarà come l’Imperatore Ottaviano Augusto uno «svegliato», un «Iniziato» – Maximus Scaliger dixit – che si sforzerà di svolgere – ed effettivamente come Augusto svolgerà – il ruolo assegnatogli dal Destino e dalla Provvidenza Celeste nel migliore dei modi.

Ma supererà la «seconda morte» solo ciò che l’elemento spirituale puro, il Nous, l’Atman, il Purusha, l’Io, avranno strappato alla labilità mortale e consacrato all’immortalità e all’eternità. E nella barbarie dell’attuale superba «civilizzazione» de-sacralizzata, quanto viene strappato alla menzogna dell’apparire illusorio e alla labilità mortale? Quanto della «personalità» viene sottratto alla divoratrice voracità dei demoni del mondo o della sfera della brama ardente? Ben poco, ovvero molto poco. Questa, sicuramente, non è una prospettiva «consolante», come nelle dolci fiabe della New Age anglosassone, e nemmeno è come quella promessa – a prezzi di vero realizzo – ai fedeli delle varie confessioni le cui Chiese da troppo tempo – quasi da subito – hanno smarrito la Scienza o la Gnosi delle «cose sacre». Preti e sacerdoti ciechi, che promettono quello che non possono garantire neppure per se stessi, perché nulla conoscono, e il più delle volte sono solo dei mestieranti ignoranti, avidi, corrotti e depravati. Alcuni, in buona fede, «credono», ma credere non è conoscere. Credere di sapere non è sapere, non è conoscere. È molto meglio – socraticamente e buddhicamente – sapere di non sapere che credere, perché dietro al «credere» si celano sentimentalità, desideri e speranze, passioni, istinti e paure, dei quali è salutare liberarsi se si vuole «conoscere». Come diceva Arturo Reghini, le credenze stanno bene in cucina, con dentro piatti, bicchieri e barattoli di miele e marmellata!

La prospettiva presentata può apparire sconsolante per molti, purtuttavia essa è vera, e la più dura, aspra, difficile realtà è migliore della più rosea illusione, la quale il più delle volte si rivela estremamente pericolosa. La virtus romana era soprattutto quella di guardare in faccia la realtà, di affrontare con crudo realismo gli eventi, anche i più infausti: guardarli con crudo realismo, senza veruna volontà di autoillusione. Sarebbe savio che nel mondo presente e nel momento attuale gli esseri umani volessero guardare romanamente in faccia il pericolo, perché solo questo cosciente e coraggioso guardare sveglia quelle forze della volontà che rendono l’uomo capace di affrontare l’abisso che può inghiottirlo, di vincere il Drago che vorrebbe divorarlo. L’impresa è eroica, e non è salutare incamminarsi sulla via egoica, che promette morbide comodità e ingannevoli voluttà.
A questo riguardo, possono essere risvegliatrici e orientatrici le severe parole di Giovanni Colazza, tratte da una conferenza tenuta da lui il 10 dicembre 1944 alla Sala Capizzucchi a Roma:

«In realtà, se noi pensiamo a ciò che col cervello muore e che, con la forza vitale che è propria dell’individuo, se ne va anche tutto il mondo del suo sentire e ciò che appartiene alla sua vita intellettuale, noi vediamo che vi è poco di quello che è la personalità attuale che resta: vi è il «testimone» dell’esperienza, vi è un impulso determinato dall’esperienza della vita, che ci spinge verso la direzione di un’altra esistenza per continuare la sua via, quella che i Buddhisti chiamano la “brama”, che si reincarna, ma non è l’essere attuale, non è la personalità quella che si reincarna.

Questo è quello che dobbiamo tenere presente, ed allora molte obiezioni contro la reincarnazione potrebbero cadere. Vi è la spinta di una vita verso l’altra e vi è soprattutto il testimonio che ha accompagnato quella linea particolare evolutiva e che dalle esperienze ha ricavato degli impulsi e delle tendenze; e questi impulsi matureranno appunto fra una vita e l’altra, quando queste forze egoiche ridiventeranno una forma spirituale, perché s’immergono nella loro sorgente primordiale e lì, in un certo senso si riunisce quella che è la coscienza terrena con la coscienza cosmica e quindi può maturare l’esperienza in saggezza e in impulsi di volontà».

Queste parole ammonitrici di colui che di Massimo Scaligero fu Maestro e Guida, oltre che fraterno amico, suonano oggi ancor più severe e urgenti in una situazione dell’uomo e del mondo vieppiù precaria e pericoloae rispetto a quella di settanta anni fa. Esse invitano, anzi incitano, all’intenso lavoro interiore, invitano a liberarsi dei deformanti attaccamenti al sensibile. Il sensibile non degradato a sensazione soggettiva ed egoica, ma contemplato dall’Io nella sua purezza, ritorna ad essere manifestazione e presenza dell’Assoluto, manifestazione e presenza del Mondo Spirituale, che delle sue forme si riveste come in un eloquente linguaggio cosmico e spirituale. Ma solo un Io, che abbia disincantato la «vacuità» dell’apparire esteriore e della personalità, può contemplare in tutta la sua purezza e nel suo fulgore la Luce dell’Unica Dea, la mia Amata.

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SCIENZA DELLO SPIRITO
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