SCIENZA DELLO SPIRITO

SPINE

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La vita non inizia quando tutti i problemi sono risolti, quando si è in pace col mondo e con se stessi, traguardo sempre troppo posposto, quando tutte le tessere del puzzle sono al loro posto. Vivere è sperimentarsi e avventurarsi nell’ ignoto che ti fa più paura, mollare gli ormeggi che ti ancorano saldamente al suolo, per accorgersi che questo suolo non lo si è mai toccato realmente. Piccole sortite per tacitare la coscienza che urla, finché il dolore arriva a strapparti dall’immobilità e dalle false certezze.

La verità è che il dolore ci fa paura, per presunta incapacità di affrontarlo e vincerlo, per timore del cambiamento, per diseducazione sociale o pseudoreligiosa. Questa società aborrisce il dolore, in funzione di una sola polarità che ci rende distonici e nevrotici, magnificando il benessere ad ogni costo, la bellezza esteriore perenne, la giovinezza eterna che sa tanto d’infantilismo. Continuamente privati e provati dalla costante, affannosa e illusoria ricerca di una felicità spicciola e superficiale che sempre ci sfugge di mano.

Ma il dolore è medicina per le piaghe che continuamente suppurano, non viste nè ascoltate. Il dolore è farmaco potente che ci ricollega al senso di questo nostro calcare la terra, a quell’ umanità reale che ci alberga dentro e preme per essere ascoltata. E’ la fragilità che spezza gli schemi di pensiero e le illusioni su ciò che non siamo; rimette in moto meccanismi inceppati che ci vorrebbero sempre più asserviti a destini non più umani. Il rifiuto nevrotico di un lato della nostra esperienza terrena non fa che ingigantire i problemi, renderci deboli e incapaci di agire concretamente per risolvere le sfide che la quotidianità e il nostro percorso individuale ci pongono.

Confrontarsi con la ferita originaria, con l’impotenza e il senso di colpa e indegnità, apre il varco a nuove energie che hanno bisogno di essere continuamente sollecitate e rielaborate a livelli diversi affinché divengano attitudini alla vita. Permettersi la fragilità, scendere nel proprio inferno per illuminarlo e trarne nuovi stimoli a continuare il percorso. Lasciarsi attraversare volutamente da disarmonie che chiedono nuove partiture, difficile ma anche foriero di importanti capovolgimenti. Fino a scoprire che la libertà non attende premi o punizioni, non idolatra falsi padri e madri; la libertà sa, con ogni fibra, che è sempre necessario scegliere e che ogni scelta comporta conseguenze alle quali non ha intenzione di sottrarsi. E così, man mano si accresce e diventa sempre più in grado di comprendere, discernere e agire le scelte più giuste, sulla strada verso la nuova umanità che siamo chiamati a costruire.

SCIENZA DELLO SPIRITO

AUTODISCIPLINA

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Qui di seguito voglio proporvi questo scritto di Franco Giovi apparso su l’Archetipo dell’ottobre 2005; una vera manna per i testoni tendenti all’indisciplinatezza come il sottoscritto, ma credo possa essere di una qualche utilità anche per chi testone ed indisciplinato non è.

L’articolo (che in originale potete trovare qui: www.larchetipo.com/2005/ott05/esercizi.htm ) si sviluppa in 8 punti, che proporrò  accompagnati da quelli che sono da considerare come semplici appunti personali (in blu, sotto ogni punto) con i quali cerco di esporre a me stesso con altre parole il contenuto dei punti medesimi, che di loro non necesitano invero di commento alcuno (insomma, la parte scritta da me potete tranquillamente saltarla a piè pari; quello che conta veramente è ciò che l’Autore ha esposto).

Non indulgere a bassa dottrina, non vivere senza vigilanza.
Non indulgere a falsa opinione, non compiacerti del mondo.
Non eccitarti, non inebriarti, vivi secondo profittevole Disciplina.
Chi vive secondo Disciplina vive gioiosamente in questo e nell’altro mondo.

Dhammapada (Detti del Buddha)

La disciplina è una necessità chiesta all’uomo dalla vita stessa.
Non v’è tappa del suo tirocinio terreno che non sia scandita da regole a cui egli deve conformarsi: dalla scuola all’azienda, dalla famiglia alla società. L’uomo, sia esso di temperamento anarchico o borghese, si adegua di fatto alla disciplina imposta. I dolori inizierebbero se e quando gli venisse prospettata la possibilità dell’autodisciplina da imporre a se stesso prendendo le mosse dall’unico punto di indubitata certezza a cui costantemente si appella anche quando ignora il suo appellarsi: il proprio soggetto.
L’azione voluta dall’Io, perciò autodisciplinata, è il primo grado superiore di pratica della Libertà. È sperimentabile che nell’uomo ordinario questa possibilità risulti ignota o incomprensibile. Egli sovente trae persino un oscuro vanto (tamas) della propria incapacità ed ignoranza: «Sono fatto cosí e nulla può cambiarmi!».

Anche le grandi religioni non amano affatto l’idea, per esse pericolosa o blasfema, di autodisciplina: appare come esempio sintomatico che nei poderosi volumi dell’Enciclopedia Cattolica tale voce sia assente, mentre è rintracciabile la “disciplina” nell’unica accezione di una sorta di flagello usato un tempo per vigorose penitenze corporali.

Le individualità sane tra gli indagatori dell’occulto sanno con chiarezza che le regole della ricerca implicano l’elaborazione della vita interiore e che questa non si produce da sé ma si attua attraverso la prolungata ripetizione di ferree discipline, produttive di forze autonome dalla potenza degli istinti, che mantengono l’uomo vincolato ad una sfera di sofferta cattività del tutto opposta alla Luce che è sempre sul punto d’affiorare nell’autocoscienza.

Poiché le definizioni lapidarie sono spesso di scarsa sostanza per il cuore umano, vorremmo riflettere un poco sui caratteri o qualità (certamente non esaustivi) dell’uomo disciplinato, sperando che alla fine rimanga un senso, un’impressione, la cui natura possa venir riconosciuta dall’anima.

La disciplina (si parla di disciplina col sotteso significato di autodisciplina) è un requisito chiave in ogni aspetto della ricerca e della trasformazione interiore, e al contempo è in se stessa un beneficio primario derivato dalla pratica degli esercizi. Abbiamo tutti bisogno di disciplina; riconosciamo in molti la sua importanza. Alcuni sono anche in grado di trarre da essa una speciale gioia, e bisogna enfatizzare il fatto che, senza una minima disciplina, anche il piú profondo e sacro testo della Sapienza resterebbe solo un libro tra i tanti.

Ecco alcuni caratteri distintivi di un individuo disciplinato:

1. Un individuo disciplinato impara ad orientarsi verso gli obiettivi che si è posto. Egli sa quello che vuole ed il pensiero è in accordo con la volontà, costantemente consapevole dell’obiettivo. Una persona disciplinata forma pensieri chiari in merito al modo di giungere alle sue mete, o quantomeno all’impegno per raggiungerle, e anche se i metodi le sono stati forniti da altri, li utilizzerà senza pregiudizi, almeno sino a quando questi le appariranno comprensibili, controllabili e sensati.

La distanza che intercorre tra il momento della designazione di un obiettivo ed il suo raggiungimento può essere coperta in maniere differenti. Differenti percorsi per raggiungere il medesimo obiettivo possono incidere sensibilmente sull’efficacia del raggiungimento stesso. Sapere esattamente, prima della partenza, dove si trova l’obiettivo e qual’è la strada migliore per raggiungerlo garantisce maggiori possibilità di riuscita, affina il senso dell’orientamento e aiuta a far tesoro delle esperienze fatte lungo la strada, ivi comprese quelle apparentemente erronee o negative. E’ un’arte che si può imparare ed allenare. Indipendentemente da quale sia la meta o l’obiettivo che ci si è posti non sempre è scontato che essi siano ben chiari e delineati nella nostra coscienza. Ad un obiettivo stabilito in condizioni di coscienza non adeguate conseguirà una tensione ed una efficacia esecutiva non adeguata. Un arciere bendato che abbia preparato il tiro con la dovuta attenzione e concentrazione avrà molte più probabilità di colpire il centro del bersaglio rispetto all’arciere non bendato e con dodici decimi di vista che abbia sistemato bersaglio e pensieri in maniera approssimativa. Una perfetta preparazione rischia di venir inficiata da cadute di attenzione e consapevolezza, che bisogna pertanto allenarsi a mantenere e ravvivare qualora se ne percepisca il venir meno, giacché la disattenzione è causa di disgrazia. Anche il percepire di tale venir meno può essere allenato, rafforzato e sviluppato. Non meno importante è la chiara definizione ed il chiaro portare a coscienza dell’entità dello sforzo richiesto per arrivare alla meta nonché degli strumenti e dei mezzi necessari e/o disponibili. Non sempre si può disporre in maniera immediata dei suddetti mezzi (specie se si è di fronte ad obiettivi che si sono in qualche modo posti da sé, senza volontà iniziale, almeno in apparenza, del soggetto) ed in tal caso potrebbe essere necessario affidarsi a metodi altrui, da utilizzarsi in maniera spregiudicata permettendo al contempo lo sviluppo graduale di metodi e mezzi propri; gli uni e gli altri da utilizzarsi in alternativa o concomitanza, in dinamica correlazione e fintanto risultino validi e coerenti all’atto pratico.

2. Una persona disciplinata è sempre disposta ad impegnarsi. In parole semplici, non si può raggiungere niente senza lo sforzo necessario a raggiungerlo. E mentre la stragrande maggioranza degli studiosi pratica un sentiero spirituale a parole, ama fare programmi ed è incessantemente “proprio sul punto di cominciare ad impegnarsi seriamente”, l’individuo disciplinato viene spinto dalla disciplina che lo distingue, a muovere realmente, per cosí dire, un piede dopo l’altro e a fare veramente quelle cose di cui gli altri seguitano a parlare.

Stella solitaria nella notte buia e appoggio dove appoggio non c’è; vento calmo nella tempesta e onda virile che scuote la bonaccia…la disciplina è un amico silenzioso, di quelli con i quali ci si intende con uno sguardo, in un dinamico equilibrio autoalimentantesi e traente sempre nuova forza da sé stesso. Come l’amicizia anche la disciplina va coltivata con dedizione, costanza ed adeguata disposizione d’animo.  La disciplina è l’amico scomodo, quello che dice le cose in faccia dando modo di vederle così come sono, nella loro vera sostanza permettendo una adulta, libera e responsabile attitudine a fronte delle varie situazioni della vita.

La disciplina è come l’acqua calda, occorre riscaldarla costantemente o si raffredda.

3. Una persona disciplinata produce energia. Non essendo né pigro né evasivo, l’individuo disciplinato possiede il potere d’iniziativa. Spesso è in grado di praticare il piú strenuo lavoro spirituale anche in solitudine, senza sollecitazioni o suggestioni di amici o di figure carismatiche, poiché impara a trarre forze dal proprio essere. Egli irradia una serena vitalità e mai lo si sentirà lamentarsi di essere troppo stanco per fare ciò che è necessario fare.

La disciplina è dinamica. Coltivata con energia ne produce altrettanta ed oltre, ammantandosi della forza gentile scaturente dal suo stesso movimento. L’individuo che la coltiva sa che a fronte di ogni apparente impedimento può sempre attingere ad una risorsa più reale e concreta, e quindi vincente, rispetto ad esso; cio comporta libertà e conseguente responsabilità. L’individuo disciplinato sa che il lamentarsi dissipa energia e impara man mano a rapportarsi in maniera adeguata con tale attitudine. La forza conseguente alla disciplina ha come portato anche un equilibrato rapporto con l’altro, essendo costitutiva di spazi vitali e operativi autonomi affinanti le individuali capacità autopercettive riguardo al proprio essere e divenire, permettendo così anche un fattivo operare non dipendente dalla presenza di amici e/o figure carismatiche.

4. Una persona disciplinata agisce con vero coraggio. Il coraggio per essa diviene l’abitudine ad agire nonostante i brutti ostacoli che si trovano sul cammino; nonostante i piú neri ed ingannevoli suggerimenti travestiti da pensieri che vengono sussurrati dall’invisibile alla coscienza; è la volontà di andare avanti quando il mondo si disumanizza e si pietrifica. Il coraggio è una necessità pratica della vita: nell’avversione e nella collera del mondo circostante, nella stanzetta dove si medita sempre avvinghiati al proprio peggiore nemico.

Dovremmo ricordare.
Spesso dimentichiamo.

La soddisfatta sorpresa provata allorché affrontammo con insospettato coraggio situazioni difficili, disperate ed inattese diventa un tesoro perduto negli anfratti del tempo se non viene seminata nell’anima in maniera appropriata e coltivata con silenzio, calore, pazienza e trasparente attesa permettendo così il germogliare del coraggio. Nutrito dal ricordo esercitato con costante, tranquilla e ferma volontà il coraggio può trasformarsi in solida e rigogliosa pianta. Quanto in tale maniera coltivato permette di autoeducarsi a far fronte alle difficoltà generosamente elargite dalla Vita, e se il ricordo non giace abbandonato in polverose soffitte s’offre come importante strumento per mantenere la rotta durante le tempeste dando modo di trarre preziose lezioni riguardo al soffiare dei venti, al mutare di correnti e maree, all’affiorare degli scogli…nonché al canto delle sirene.

Il coraggio non consiste nel non aver paura.
Nel non farsi avere dalla paura è il coraggio.

5. Una persona disciplinata non si arrende. L’individuo comune è grande nel fare progetti, e talvolta anche nell’incominciarli. Ma dopo un iniziale scoppio d’entusiasmo, rallenta, si autogiustifica e lascia perdere. È una triste considerazione che una vasta maggioranza di ricercatori non giunge alla disciplina per soddisfare le esigenze conformi a raggiungere gli obiettivi a cui anelava. Una persona capace di disciplina è spesso la personificazione del detto: “Chi si arrende non vince mai e il vincitore non si arrende mai”.

Quando non siano supportati dalla disciplina i progetti, anche i più alti e nobili, sono deputati a sciogliersi come neve al sole delle inevitabili difficoltà realizzative; spesso ancora prima di prendere il via. Paura, stanchezza e improrogabili impegni rischiano di fare il paio con vari, veri o presunti malanni e impedimenti nel dar forma e vita al quella poltiglia paludosa che risucchia e trattiene l’individuo impedendogli di andare oltre. Con buona pace dei grandi progetti e dei nobili intenti. La disciplina non contempla la resa; contempla solo la disciplina. Mandalicamente creantesi, distruggentesi e ricreantesi ogni volta ed una volta raggiunta l’identità con sé stessa, essa insegna a riconoscere le sabbie mobili quando ancora sono in formazione, dando modo all’individuo di fronteggiarle al meglio e di porsi in maniera adeguata di fronte ai portati di tale fronteggiamento.
Per proseguire.
Oltre.
E oltre ancora.

6. Una persona disciplinata è realista. Vivendo con i piedi ben piantati sulla terra, sperimentando reali fatiche e difficoltà, non è interessata affatto a conquistare irreali castelli di fantasia. Essa è disponibile ad impegnarsi, con sé e con gli altri, per ottenere risultati concreti, sperimentabili; perciò evita con cura il fanatismo e l’astrazione. Può osservare con ammirazione il lavoro di uno spazzino in strada ed essere disgustata nel dover ascoltare un frivolo cicaleccio sul significato filosofico dell’Iniziazione.

7. Una persona disciplinata è in grado di superare delusioni e scoramenti. Tutti pensiamo che il nostro dolore sia il peggiore che esista; ma una persona disciplinata accetta la propria umanità e anche se sente di poter fare grandi cose, sa che sconfitte, dolori, fallimenti e delusioni sono parte della vita. Le persone senza disciplina sembrano sfaldarsi quando le cose vanno male. Ma la vera disciplina significa molto di piú del restare fedeli ai propri ideali quando le cose vanno per il verso giusto: tutti sono in grado di rimanere in piedi se il terreno è solido. Chi incarna la disciplina rimane dedito alla sua opera anche davanti alla morte.

La disciplina è formativa. Agisce come forza esterna alla formazione dell’individuo che la persegue e la accoglie lasciando, per il fatto stesso di essere perseguita ed accolta, ampio spazio e accordo alla partecipazione ed alla libertà dell’individuo che diviene quindi al contempo formato e formatore, contenuto e contenitore, creato e creatore.

Nasce così l’individuo sicuro.
Cresce così l’individuo umile.
Prospera così l’individuo realista.

Conscio per sperimentazione diretta della reale essenza positiva e aiutatrice degli ostacoli che ogni nuovo giorno la vita gli pone dinnanzi, l’individuo che persegue la disciplina si pone di fronte ad essi in maniera appropriata, educandosi ad avanzare con passo costante senza inebriarsi nelle vittorie né avvilirsi nelle sconfitte, tanto nelle piccole battaglie quanto nelle grandi guerre e financo dinanzi alla prova suprema. Castelli in aria, fantasticherie, aspettative e sogni di gloria stanno bene al loro posto, ma sono zavorra inutile nelle tasche e nella bisaccia. L’individuo disciplinato lo sa; non si aspetta nulla dalla disciplina, né tantomeno si reputa migliore di alcuno, rendendosi così aperto al proficuo e libero incontro con l’altro.

8. Un individuo disciplinato dà forma all’anima. Egli, non ponendo limiti di tempo al suo essere disciplinato, costruisce stabili qualità interiori completamente diverse dai moti capricciosi dell’anima sollecitati dal decorso degli avvenimenti. La forza della disciplina si configura in saldezza, dedizione e illimitata pazienza. Questi sentimenti sono soltanto allusi dai nomi usati per indicarli: vengono sperimentati come parti di un organismo che si forma nell’interiorità dell’anima stessa: un organismo dotato di proprie forze e di capacità conoscitive.

Pur partendo dal ed agendo sul palcoscenico fisico sensibile l’individuo disciplinato si trova man mano a costruire un qualcosa di sempre meno dipendente da esso, dando così modo di nascere in un terreno di coltura a-spaziotemporale ad un “quid animico” in grado di crescere e svilupparsi in maniera indipendente e alt(e)ra rispetto a quanto, seppur sostanzialmente affine, risulta essere passivamente soggetto a forze esterne (che spesso si illude invece di controllare). Perseverando nella disciplina tale “quid animico” si rafforza ed aumenta in presenza, consapevolezza e destità; lungi dall’essere mezzo e via di fuga/(c)astrazione rispetto al fisico-sensibile, quanto va così (tras)formandosi può agire con sempre maggior presenza, fermezza e padronanza rispetto a quanto su tale palcoscenico va in scena.

Siamo riusciti a suscitare una impressione, seppure minima, del carattere della disciplina? Un gesto, un passo trasformatore sul sentiero della Luce e della Vita interiore sarà perlopiú impossibile, a meno che non si abbia la disciplina per perseverare con generosità, contemporaneamente accettando se stessi e facendo il massimo per superare se stessi, senza tener conto di quanto questo diventi difficile. Il lato positivo di ciò è che, quando si coltiva la disciplina, subentra un effetto valanga; il tempo non passa inutilmente: l’uomo comune, smarrito e passivo, non potrebbe nemmeno immaginare quanta forza e capacità possieda una persona disciplinata.

Nel mondo, gli uomini si dividono in due grandissimi gruppi: maestri e discepoli. Questo è un segreto che i piú ignorano ma che gli studiosi dell’Occulto possono intuire. Chi non conosce questo segreto sta ancora dormendo. Non sono gruppi distinti: ogni uomo che vive sulla terra è, per destino, maestro di qualcuno e discepolo di altri. L’esoterista porta lentamente queste misteriose tessiture a consapevolezza, e allora inizia, con l’autodisciplina, a soddisfare le elevate esigenze che il rispetto e l’amore per il prossimo impongono a chi si avvede delle responsabilità connesse con la trama karmica dell’educazione umana. Egli inoltre suscita o riaccende una consapevole potenza di devozione: condizione preliminare necessaria a ciò che l’Insegnamento chiede per essere il vivente veicolo dello Spirito.

Franco Giovi

SCIENZA DELLO SPIRITO

AURORA CHE PIETRE ERRANTI DISSOLVE

AURORA

MORTI NEL GELIDO LAMENTO

STANNO AMMASSATI

E REPLICANO –INUMANI- IL DISPREZZO CHE LI MOSSE.

 

VISSERO NELLA SUPERBIA DEL SANGUE E DELLA CARNE

E OLTREPASSATA LA SOGLIA DELLA MORTE

NON EBBERO ALTRA EVIDENZA DA POTER SEGUIRE.

 

ASSORTI NELL’UNICO PENSIERO CHE EBBERO LE CARNI DI CUI FURONO SCHIAVI :

IMMERSI NEL MALEDIRE

OSSERVANO DISTANTI L’AGIRE DEI VIVENTI.

 

LE LORO TOMBE SONO ALTARI DI IMPASSIBILE FURORE

MASSE DI GELO E DI VERGOGNA ISPESSISCONO I LAMENTI

NEL SEMPRE PIU’ DISUMANO GIUDICARE.

 

MORTI SOLO A META’ POICHE’ VISSERO D’ABISSO

ORA NULLA LI PUO’ SCALDARE AL DI FUORI DELLA FOLGORE SUPREMA.

UNO SGUARDO LAMPEGGIANTE CHE LI ESPONGA AL GIUDIZIO DEI CELESTI.

 

NON POSSONO MORIRE POICHE’ VISSERO A META’

NEL SANGUE DELLA CARNE ADORATA COME SE FOSSE IL DIO.

NELLE PROFONDITA’ DEL GELO CHE TUTTO RESPINGE E ODIA.

 

L’ENTE DEL NEGARE ASSORBE OGNI RESIDUA FORZA

E TUTTO QUANTO SI SPESE QUALE VIGORE UMANO

NACQUE DAL MALEDIRE.

 

ACIDI E SILENZIOSI AMMORBANO DI GELO L’ARIA CHE LI CIRCONDA.

AFFOLLANO UNA TERRA CHE  STRENUAMENTE LI RIFIUTA

MA CHE SANNO DI NON POTER LASCIARE.

 

IL PESO E’ UNA FERITA CHE A LORO PIACQUE INFLIGGERE

E CHE ORA LI TORMENTA POICHE’ NON LI LASCIA LIBERI

E CHE ANZI LI COMPRIME NEL NULLA INAMOVIBILE.

 

FINANCHE LE TRAPIANTATE ROSE REALI : GIACCIONO IMMERSE NEL CALCARE

PREDA DELL’OMBRA IMMENSA E DELL’IMMANE PESO

CHE GLI OCCHI FISICI NON POSSONO VEDERE MA SOLO PRESENTIRE.

 

INFINE UN VIVENTE SGUARDO HA TRAPASSATO IL TUMULO.

HA SCOSSO QUELL’INFINITA RABBIA DEL MORIRE

HA OTTENUTO IL PALPITO DELLA FULGUREA FIAMMA

CHE NELL’IMMATERIALITA’ DISSOLVE E SANA.

 

UN ATTIMO DI FOLGORE HA INCRINATO IL PESO.

HA INTERROTTO IL DRAMMA DELL’INUTILITA’ CALCAREA.

UN PALPITO DI LUCE SI E’ ACCESO SULL’INFERNO

PERMETTENDONE IL DISSOLVERSI.

 

NELLO STUPORE STREMO : UN PALPITO DI MERAVIGLIA HA EGUAGLIATO IL TUONO.

CALORE HA PERCORSO I GELIDI SENTIERI

MENTRE VERITA’ ACCORREVA AD ANNIENTARE ESSENZE MINERALI

DI INAMOVIBILE MENZOGNA.

 

UN FUOCO LONTANISSIMO IMPONE LO STUPORE CHE INNESTA LA MERAVIGLIA.

 

POTENZA DELL’ACCENTRARE NEL SOVRUMANO

SVELLE IL DENSISSIMO COMPRIMERE

E SVELA IL VERO VOLTO DEL PENSARE CHE MAI VENNE NEPPURE CONCEPITO.

E MASSE MINERALI SGRETOLANO AL SUO COSPETTO.

 

TUONO FOLGORE E LAMPO INDICANO LE VIE DEL CUORE

CHE MAI EBBERO RICOMPENSA

MA CHE SONO L’UNICA MEDICINA NEL TEMPO ESTREMO DEL GIUDIZIO.

DINANZI ALL’ESSENZA VERA DEL REALE.

 

VERA FISIONOMIA DEL SOVRAMENTALE RESPIRO NEL SOLE ETERICO

LUNGO I SENTIERI DELL’IDEA CHE GIUNGE A CONTEMPLARE LA PROPRIA FORMA.

ATTRAVERSO UN VOLERE CHE NELL’IMMATERIALE PROTENDERE : CONSACRA.

E ARDE.

 

UNA SPERANZA INCRINA QUELLE OCCULTE PIETRE CHE BRAMARONO GLI ABISSI.

UNA LIEVITA’ ILLUMINA IL PESARE E LO TRAPASSA.

INTOCCABILE E INVINCIBILE  INDICA IL CALORE.

INDICA LE ALTEZZE.

 

IMPONE GLI ORIZZONTI CHE  -SACRI-  ORA RITORNANO VISIBILI.

 

ATTRAVERSO GLI INFINITI GRADI DI UNA LUCE CHE E’ IL SOLO FONDAMENTO.

 

ALL’UOMO AFFIDATA ED AL SUO ATTO DI ACUME.

CHE E’ ATTO DI FEDELTA’ IN IDEA.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

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 Hephæstus

Tra chi realizza pienamente quello che aveva concepito e chi non ha potuto realizzare nulla di ogni cosa, vi è di sicuro una gradazione quasi infinita di valori intermedi.

E’ una scala assai complessa poiché, oltre alla differenza tra i gradi di conseguimento dell’ideale che si voleva raggiungere, viene ad aggiungersi la differenza fra le qualità diverse dell’ideale medesimo.

Vediamo un po’: vi sono ambiziosi che mirano ad interessi materiali, sentimentali o intellettuali personali.

Altri che si propongono scopi più generali, più elevati e che possiedono l’impeto di scavalcare, a momenti, sé stessi.

Altri che, per così dire, sentono da millenni il canto delle stelle e vogliono scalare le cime che conducono agli splendori della Verità, della Coscienza e della Pace, quelli oltre ogni tempo.

E’ facile capire che la forza immessa negli sforzi e nelle rinunce  deve essere proporzionale all’ampiezza e all’elevazione dello scopo che ci si è proposti.

In ogni grado, dal più modesto al più trascendente, è raro trovare la quantità e l’equilibrio tra la somma di sforzi individuali, la forza di sacrificio di cui dispone chi si è proposto una meta e la somma delle rinunce di ogni genere e di ogni ordine che tale scopo esige.

Nei momenti in cui la costituzione complessiva di un essere umano permette la coerenza di ognuno di tali elementi è possibile il trascendimento di sé oltre il vincolo terreno.

Per questo servono le discipline. Che debbano essere molte o poche è destino individuale.

Il significato della “disciplina”, il suo significato originale, è quello di essere un discepolo.

Seguire la disciplina ed essere discepolo sono un tutto unico, come ossigeno e idrogeno sono una cosa sola quando vediamo l’acqua.

I tempi sono mutati, il maestro esteriore appartiene ad un momento precedente, ma rimane il fatto che il discepolo è uno che impara, che è pronto ad imparare da un maestro.

Dunque il primo requisito di un allievo, di uno che impara, è quello di obbedire. L’obbedienza è l’inizio e la base della disciplina.

Dei tempi antichi sappiamo qualcosa dei modi in cui si esigevano le dimostrazioni della disciplina dell’obbedienza da parte del discepolo. Poi la Conoscenza era un quid vivente che passava dalla coscienza del maestro in quella del discepolo.

Nel mondo dello Spirito ciò non è cambiato. Un giorno di decenni orsono un Iniziato che avrebbe abbandonato il corpo fisico dopo pochi mesi, mi disse forse con una punta d’amarezza ma con il tono neutro dell’obbiettività: “ Non c’è nessuno a cui possa trasmettere….”.

Un tempo fu necessario per il discepolo che la Trasmissione avvenisse in condizioni di animo del tutto passivo e ricettivo, frutto di obbedienza assoluta. Questo era il procedimento universalmente accettato. Molte cause hanno prodotto nell’uomo un maggiore senso di sé ed un forte sentimento di libertà che non consentono più una condizione di quel genere.

Ma, in ultima analisi, la dedizione, l’abnegazione verso il maestro, liberatesi dal maestro, sono riapparse dentro al discepolo, si sono incarnate in lui. Sono regole a cui egli accetta di obbedire.

Però ci sono regole e regole. Dipendono dallo scopo che ci si prefigge: se esso è ristretto, superficiale, le regole sono dello stesso calibro e per quanto efficaci in campi definiti, hanno (avranno) un effetto limitativo, persino debilitante sulla coscienza dell’individuo.

Se la disciplina significa obbedire, dovrebbe essere obbedienza ad una legge ampia ed elevata. La disciplina perfetta verrà soltanto dall’obbedienza alla legge più elevata. Il cuore della disciplina è quindi lo sforzo di superare sé stessi.

Invece di un sé inferiore che immancabilmente segue le leggi della natura inferiore, ciò che occorre è elevarsi ad un livello superiore di coscienza e alle sublimi leggi dell’Essere.

“Un determinato atteggiamento fondamentale dell’anima deve servire d’inizio. L’occultista chiama questa disposizione fondamentale il sentiero della venerazione, della devozione, di fronte alla verità e alla conoscenza. Soltanto chi possiede questa disposizione fondamentale può divenire discepolo dell’occultismo”.

Tanti hanno letto queste parole, pochi hanno avuto il rispetto e la devozione e la disciplina necessaria per condurre il proprio cuore “nelle profondità della venerazione e della devozione”.

Semplificando al massimo: si fa perché si ama. Si fa tutto per amore. Ma questo termine è così frainteso che è come se non avessi detto nulla.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LIBERTA' INDIVIDUALE E FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

Cari amici,

se non vi dispiace vado subito al nocciolo di queste righe con una domanda forse ingenua oppure meno ingenua di quel che appare: “Perché nel movimento antroposofico (collettivo e individuale) c’è tanta paura nei confronti della Filosofia della Libertà?”.

Ho usato il termine “paura” e così troverò tantissimi scudi alzati. Avrei dovuto o potuto scrivere indifferenza, scarso interesse, rimozione, ecc. ma poiché credo assai poco al candore personale in chi segue da decenni la Scienza dello Spirito, non farei un buon servizio se usassi una fumosa diplomazia per evitare una parola indicante una nota animica fondamentale che, quando ascende e si fa discorso, in attimi come il geniale Fregoli, si traveste d’altro, persino nascondendosi in panni di elegante fattura bene imbottiti di sacrificio, moralità e volontà (desiderio) di azioni eroiche.

Anche e soprattutto di amore si parla e si straparla, come se questa elevatissima virtù – reale presenza dello Spirito nel mondo e potenza trasformatrice di ogni realtà – potesse venir accesa (o spenta) al pari delle lampadine, con un “clic” sull’interruttore. Come se la personalità corrente, che è qualcosa di più di un incidente di percorso ma non molto, non fosse consanguinea della stessa Forza che divise l’uomo dal mondo universale attraverso ciò che nell’anima si esprime come impulso d’odio e separatezza. Persino l’io in quanto intuibile e sperimentabile al centro della coscienza ordinaria, viene avvertito nelle individualità più deste e sensibili, come se attraversasse una sorta di “ossificazione” che pochi decenni fa ancora non esisteva.

Non coltivo il pessimismo ma vorrei soltanto che i lettori ed i ricercatori tenessero i piedi ben ancorati al suolo, ossia alla realtà che purtroppo è spesso meno carina delle rappresentazioni che gemmano dall’impulso spiritualista. Essa, la realtà, però educa l’uomo al pensiero corretto: è il sano contrappeso alla fantasia, quella che di “morale” non ha proprio nulla poiché nasce nel servaggio dell’anima dominata dal corpo ossia dalla animalità che giunge sino ad ingombrare e drogare la coscienza: fantasia che quando si agita nel pescivendolo o nell’antroposofo ha la medesima dinamica.

In realtà, quello che si evita non è un “libro” ma l’assunto della Scienza, che ha per fondamento l’osservazione pensante rivolta ad un fenomeno, il più possibile indipendente dalle condizioni esistenziali ed animiche dell’osservatore.

La Filosofia della Libertà risponde a questi requisiti, ponendo solamente come fenomeno da osservare il pensare stesso. Compreso questo, comprendiamo subito dopo che l’osservazione del pensare non è una condizione ordinaria.

Abbiamo un illustre esempio. Quando il libro fu stampato, Steiner mandò una copia a Eduard von Hartmann, il grande filosofo dell’Inconscio (oggi quasi dimenticato) che in una conferenza di molti anni dopo, il Dottore definì come “l’uomo più intelligente del XIX secolo”. E, infatti von Hartmann, oltre a tante annotazioni a margine, marcò laconicamente la cosa con una sola parola: “impossibile”.

In questa parola sta tutta la chiave per capire la Caporetto generale, non dell’antroposofia in sé ma dell’averla abbandonata come scienza, preferendo estrarre da essa una mistica che, in essa, non c’è mai stata.

Nella mia concezione, l’essere umano si apre e porta in sé a oggettiva manifestazione il mondo spirituale esterno; mentre il mistico intensifica la propria vita interiore, cancellando così il vero aspetto dell’elemento spirituale oggettivo” (la corsivizzazione delle parole, equivalente alla sottolineatura, è mia).

Ed è proprio questo che si è fatto e si sta facendo anche ora, energizzando anche indirettamente caratteri e atteggiamenti dell’anima che ribaltata com’è esigerebbe un “ribaltamento delle luci” per stare almeno diritta come si conviene, con la terra sotto ed il cielo sopra.

L’anima personalizzata a misura propria, cioè della propria natura consueta, non esce (e mai uscirà) dalla ruota dell’imperduranza e dell’impotenza: capace soltanto di creare scenari spirituali del tutto soggettivi per un solipsistico uso e consumo. Da ciò risulta consequenziale l’ottuso scontro, la rissosità, l’avversione cieca di cui fanno continua mostra i dinamici campioncini dell’amore fraterno ed i piazzisti del cammino spirituale.

Rudolf Steiner, sedici anni dopo la prima pubblicazione della Filosofia della Libertà (e altre otto opere), nel più ampio testo da lui scritto sull’uomo e il suo divenire cosmico, La Scienza Occulta, dedica una speciale parentesi a quanto può essere ritrovato nel suo libro precedente, nel quale converge il risultato “a cui il pensiero umano può giungere, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso(qui il corsivo è dell’Autore) e continua osservando che il pensiero puro, come entità vivente giunga alla conoscenza del mondo, della vita e dell’uomo. Indicando questa via come più sicura e più esatta.

Circa nel 1922, rispondendo ad una domanda che presumibilmente riguardava il destino della sua vasta opera, il Dottore rispose che sarebbe rimasta “solo La Filosofia della Libertà” e che in essa “era contenuta tutta l’antroposofia”.

Risposta che non può non essere intesa se non “sub specie interioritatis”, essendo il libro fatto di carta e non di leghe iperuraniche. E forse non è isolata follia quanto apparve scritto e firmato sul Das Goetheanum nel gennaio 1992, in occasione dell’uscita in lingua tedesca di un libro di Massimo Scaligero in cui si garantiva la connessione eterica del suddetto libro con il chef d’oeuvre di Steiner (evidentemente ignorando i non compos mentis italici contrari a Scaligero, da essi non compreso ma nemmeno letto: contraddizione grottesca e senza scusanti).

Per non dilungarmi troppo concludo questo excursus, ricordando ancora una severa conferenza di Steiner, tenuta all’inizio del 1923 che, forse dà una parziale risposta alla domanda, canagliescamente retorica, che ho posto nelle prime righe.

Molte cose non andavano bene nella Società Antroposofica, tra beghe, discussioni, scarsa capacità scientifica, compromessi, ecc. che il Dottore denunciò apertamente, come denunciò pure l’estraniamento dei movimenti connessi (ora diremmo “le figlie”) dal nocciolo spirituale dell’antroposofia. Suppongo si sappia com’è andata poi, nonostante l’estremo sacrificio del Maestro!

Ai dirigenti convenuti, Steiner fa osservare che anche nel  diffondere l’antroposofia, sarebbe dovuto subentrare un atteggiamento diverso. “Si tratta di quanto segue. Vorrei rimandare al mio libro La Filosofia della Libertà, pubblicato tre decenni or sono…quando oggi si parla di pensiero, proprio quando se ne parla nelle cerchie più influenti, si collega ad esso il concetto di passività nell’atteggiamento dello spirito umano…di fronte a ciò, nella mia Filosofia della Libertà ho messo in rilievo l’elemento attivo nel pensiero umano, ho messo in rilievo come la volontà penetri nell’elemento del pensiero, come si possa sperimentare la propria attività interiore nel cosiddetto pensiero puro, mostrando al tempo stesso, come da tale puro pensiero sgorghi tutto ciò che può diventare impulso morale nella realtà. Ho quindi cercato di descrivere l’inserimento della volontà nel passivo mondo dei pensieri ed il conseguente risveglio di questo mondo a quanto l’uomo attivamente compie da un punto di vista interiore”. Prosegue indicando in questa esperienza un reale risveglio della coscienza, rispetto ad un precedente stato (ordinario) affine al sonno e oltre. “Si giunge a vedere che il pensiero passivo si comporta nella vita dell’anima proprio come il cadavere di un uomo nel mondo fisico.”

Poi il Dottore comunica un certo tipo d’esperienza che si attua con il pensiero vivificato, ”ossia bisogna giungere al di là di Saturno per trovare il mondo a cui siano applicabili i pensieri viventi, in cui si possa tuttavia trovare ciò che dall’universo agisce creativamente sulla nostra Terra” proseguendo in ulteriori descrizioni cosmiche che si manifestano quali esperienze attraverso il puro elemento della volontà.

E benché abbia sempre detto che l’ordinaria ragione umana, scevra da pregiudizi, possa ammettere i risultati della Scienza dello Spirito, ho anche sottolineato come per chiunque sia oggi accessibile un tale atteggiamento della coscienza, attraverso il quale poter conseguire direttamente un nuovo pensare ed un nuovo volere, onde sentire di penetrare effettivamente nel mondo di cui narra la Scienza dello Spirito. Sarebbe stato necessario evitare di leggere qualcosa come la mia Filosofia della Libertà con lo stesso atteggiamento con il quale si leggono altre esposizioni filosofiche”.

Davanti a queste parole, pronunciate da uno dei più grandi Iniziati che si sono palesati nella storia umana, il peggiore criterio possibile usato comunemente dall’anima è il cieco ossequio o il totale respingimento. Ciò è persino comprensibile, data la condizione del “umano troppo umano” anche se sarebbe auspicabile che l’individuo avesse il coraggio conoscitivo di lasciar penetrare qualche fastidioso granello di pensiero estraneo e perturbante nel suo oliato meccanismo di spiegazioni e giustificazioni che gli consente di mantenere una ferrea e statica opinione su tutte le cose.

Ma come potrebbe essere possibile accendere nell’anima una condizione di libertà individuale capace di esperire le condizioni che La filosofia della Libertà sembra esigere? Probabilmente esercitando se stessi all’atteggiamento scientifico, necessariamente portato al limite delle sue caratteristiche.

La raccomandazione di Steiner è questa: “…elimino tutte le definizioni mentali conseguite mediante la percezione della mia visione del mondo e trattengo solo quello che appaia all’orizzonte delle mie osservazioni senza che io faccia qualcosa, allora ogni malinteso verrà escluso”.

Qui si indica la morte di tutte le definizioni pensanti raggiunte tramite la conoscenza ossia la condizione zero della coscienza!

Appare chiaro che con ciò va fermato il pensare ulteriore e con esso tutto il più o meno vasto mondo dei nostri pensati e con essi il nostro mondo personale e la brama di essere che sostiene ogni nostra rappresentazione.

La mistica personale, che è sempre ipertrofia di ciò che semplicemente crediamo di essere e valere, va ridotta all’assoluto silenzio.

Quanti sono coloro che accettano di “morire da vivi”? Credo pochi, mentre i molti coltivano subcoscientemente una sorta di orrore per la più che audace azione interiore che, progressivamente, sembra spogliare di tutto l’entità umana, specialmente se arricchita dalla conoscenza esoterica che invece è per lo più fondata su un errore di valutazione evidente: non è esoterico ciò che naviga sul mare della discorsività. Questo non è un assioma mio, ma un fatto. Un fatto irriconosciuto, respinto: ma così è e tale rimane.

Ma cosa ci resta che renda forse possibile una “violenza buona” così radicale? Non di certo il continuo monologo con noi stessi a cui siamo abituati: esso è infinito ma non esce mai dal proprio circuito, equivalendosi in ogni suo punto.

E’ necessario l’esercizio, la disciplina dell’anima capace di interrompere progressivamente tutti gli apriorismi della nostra esistenza: l’atto, non l’elucubrazione.

L’itinerario, le esperienze della Filosofia della Libertà sono sostanzialmente raggiungibili solo quando l’anima possa riconoscerle, ma per riconoscerle, l’Io abbisogna del grado corrispondente all’intuizione – non parola vaga – come definita nella terminologia antroposofica. L’intuizione può affacciarsi là dove il pensare che contiene tutto il sentire e tutto il volere, in quanto rappresentativo, venga consumato: il fine ultimo della Concentrazione quando non venga scambiata con il  pur sano controllo delle rappresentazioni o altra operazione mentale o giochino psichico, essendo propriamente estinzione dell’essere in quanto brama radicale di vita.

Questo è il veridico livello dell’opera, in quanto si cerchi, per questa via, lo Spirito (e le eventuali “carenze” se reiterate quasi giornalmente, appartengono a chi fa il possibile per allontanarsi, assai più di chi fatica per avvicinarsi. Un pochino di logica, no?) .

E’ stata anche data la via delle immagini cosmiche: quella che dovrebbe essere “più facile”, sempre ché si dia un senso nuovo a tale parola. L’avete vista indicata, questa via, su  l’Archetipo, nelle limpide parole del dott. Colazza:”La Scienza dello Spirito, infatti, invece di esporre una dottrina (Pesate bene l’”enormità” di tali parole!)– come avviene in altri campi del sapere umano – suscita immagini vive che sviluppano, di per se stesse, forze di evoluzione e trasformazione. Così, chi riesca a percepire in sé l’operare delle Gerarchie che hanno contribuito e lavorano tutt’ora alla sua formazione umana, risveglia la coscienza di quanto vive nel suo essere, e si congiunge alle superiori forze dello Spirito in una relazione attiva…Chi formi questo quadro d’insieme e lo faccia vivere in sé, sviluppa forze viventi e muove un passo verso l’Illuminazione della coscienza…”.

Però anche in questo caso l’anima dovrebbe avere un eccezionale portato karmico o una completa disciplina di preparazione che si traduce nella capacità di porre dietro a sé la personalità ordinaria per offrire spazio e luogo all’attività del pensare-sentire-volere quando esso incontri, senza autoimpedimenti, le articolazioni immaginative dello Spirito.

Compiere questo sacrificio, per il quale serve tanta forza e tanta dedizione, per il quale è indispensabile uscire dalla mistica del proprio sé, è obbiettivamente difficile, per cui, anche questa direzione sembra essere stata sostituita da una sorta di astrazione discorsiva, anche da chi si ritiene operatore capace, alla conta dei fatti preferendo ogni sorta di rivoluzione o rifondazione che, fuori dalla realtà dello Spirito, è solo illusione nobile nell’illusione ideologica del mondo.

Questa è la partita che viene giocata nel prezioso ambito della libertà individuale,in nuce esistente davvero, ma che sembra accolta con poco entusiasmo dall’anima la quale non vuole subordinarsi all’io se non avvisa in sé l’intima presenza dell’Io Sono che i più intendono come esperienza mistica.

SCIENZA DELLO SPIRITO

VIVEKANANDA (di Savitri)

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E’ vero che oggi in occidente il materialismo e la dittatura del corpo sensibile ci impediscono di cogliere il fulcro delle dottrine orientali. Però è anche vero che, sempre oggi, è ormai giunta la potenzialità di poter cogliere, con capacità e volontà propria cosciente, l’essenza di queste tradizioni, invece che il loro manto e la forma di moda, invece che il deragliamento di questa su binari di allenamenti mentali arenantisi nell’inconscio, arricchenti il desiderio di torpore e oblio della triste realtà.

Dopo Ramakrishna ecco la virilità e la forza di Vivekananda, che porta il suo messaggio addirittura in occidente.

Due anime differenti eppure da amare nella loro totalità.

Se metto a fianco questi due grandi uomini non posso evitare di pensare al grande compito che è stato diviso tra Steiner e Scaligero.

“ Siate virili. Siate forti.” (Vivekananda)

Dalla “Sapienza Mistica” alla “ Forza Sociale Operativa”.

Vivekananda rimette in tutto il suo merito alla virtù di Ramakrishna.

Trasmette in “linguaggio occidentale” la potenza della sapienza mistica del suo maestro.

Scaligero operò una sintesi potente e attiva del messaggio di Steiner, e comprese di dover portare all’uomo sociale ciò che questi aveva dimenticato e ritenuto ormai solo astrazione e potenza perduta, per poter risorgere dalla tomba del materialismo e del meccanicismo.

Rifererendosi a Vivekananda Scaligero pone l’accento sul “… suo duplice compito di spiritualizzare il materialismo occidentale e di operare al contempo alla redenzione morale e materiale delle popolazioni dell’India.”

“Tra i pensatori orientali, egli è stato il primo ad opporsi alla plutocrazia e al suo presuntuoso considerare il denaro come guaritore di tutti i mali del mondo.” ( M. Scaligero)

Vivekananda sosteneva che “l’India può essere rigenerata sia socialmente che materialmente da una totale ripresa di quelle dottrine e di quella tradizione.”

Non si può non essere d’accordo con Scaligero quando sottolinea di Vivekananda la grande intuizione del collegamento da ripristinare tra lo spirito e la materia morta, divenuta avulsa dall’ interiorità dell’uomo; del collegamento come sola salvezza, la grande intuizione della necessità di ricongiungersi alla tradizione perenne, per l’uomo, per la sua redenzione.

Steiner nelle sue opere sulla questione sociale pone l’accento sulla urgenza di dover riesaminare la caratteristica di priorità che l’uomo ha assegnato al lucro, con l’illusione  cosi’ di soddisfare un istinto di libertà e creatività di diritto umano, mentre al contrario è caduto, a causa di questa sua brama, solo in un meccanismo di grande schiavitù, in una dipendenza apparentemente senza sbocco e sempre più facogitata, stretta e soffocante.

Questa problematica ha sviluppato Scaligero nella sua intera opera di pensiero, da una parte dimostrando la grande contraddizione della logica umana arrestatasi al suo limite razionale sensibile da cui si fa dirigere in toto e dall’altra, specialmente nelle sue “OPERE SOCIALI” , quasi spietatamente e in maniera profetica analizza la questione sociale come risultato sia della deificazione del liberalismo economico più sfrenato, sia della deificazione della collettivizzazione o pianificazione economica, generanti entrambi l’alienazione e la sofferenza dell’uomo.

La spiritualizzazione della materia… non significa eliminare e rifiutare quest’ultima per l’eremitaggio e la fuga nella meditazione.

“Non si può concepire peggior errore di una pratica del misticismo fine a se stesso, cioè come forma di individualismo essoterico, reso totalmente estraneo agli interessi e alle vicende dell’uomo comune”. (M. Scaligero)

Nello stesso tempo nemmeno la soluzione può essere il ripristino di usi e costumi tradizionali svuotati, e solo di facciata o comunque separati e indipendenti dalla vita sociale, cioè non intridenti di spirito e vita le azioni e il lavoro quotidiano.

Dunque dar vita e potenza di spirito al lavoro e alla creazione dell’uomo.

“Uno sforzo costante per spiritualizzare ogni giorno la vita umana, applicando al mondo della realtà il potere derivante dal mistero dello Spirito, è la forza motrice dell’opera di Vivekananda.” (M. Scaligero)

“Un vero uomo è colui che è forte come la forza stessa eppure ha un cuore di donna…». (Vivekananda)

In questa frase di Vivekananda è racchiusa una grande verita’ ed essenza di vita. Il Volere ed il Pensare, il maschile e il femminile in unità nel regno dell’Anima.

Le visioni profetiche per questi tempi, di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, potrebbero scoraggiare e far temere l’uomo, ma focalizzarsi sulla forza, sul pensiero che permettono la giusta visione ed analisi, ridona la speranza di poter cambiare e correggere le sorti nefaste dell’umanità, perché allora trasferire, collegare lo stesso giusto pensare e la stessa forza che permette la chiara visione, all’azione creativa e restauratrice è –  e può essere – l’espressione umana della Magia dei nuovi Tempi.

«Alcuni dicono – scrive Vivekananda – che le religioni stanno cadendo in rovina, mentre le idee spirituali stanno scomparendo dal mondo degli uomini. Al contrario, mi sembra che le religioni stiano imboccando adesso il percorso che li condurrà alla loro realizzazione finale… Fintanto che la religione è nelle mani di una élite di sacerdoti, rimarrà confinata entro il ristretto spazio di un tempio, di una chiesa, di un libro di preghiere, di un rituale e di una liturgia. Ma lasciate che si estenda il suo raggio d’azione e che il suo ritualismo si purifichi, che sia permeata dallo spirito della fratellanza universale degli uomini: essa sarà allora una forza vitale che influenzerà di nuovo ogni aspetto della vita sociale e della vita dell’individuo, una dispensatrice di bene infinitamente piú efficace di quanto non lo sia mai stata».

Non si può, di fronte a al valore di queste grandi anime, non pensare alla Pietra di Fondazione, Anima dell’ Uomo, dove Steiner recita:

“… Fate che l’ Oriente accenda di fuoco Ciò che attraverso l’ Occidente assume forma…

… In Oriente, Occidente, Nord, Sud, possano udirlo gli uomini…”

E’ il Fuoco della Tradizione Perenne che l’Oriente vuol donare all’Occidente affinchè quest’ultimo possa riaccendere nel suo pensare il potere forgiante il nuovo mondo.

(Swami Vivekananda at Chicago’s parliament of world’s religions -1893)

Personalmente, dovendo riconoscermi l’ignoranza di molta grande realtà orientale, ringrazio di cuore Isidoro per tutte le sue preziose proposte di figure rappresentanti la relativa tradizione, in questa sezione dedicata che integreremo man mano. E dopo la sua presentazione di Ramana, trovare ne L’Archetipo la descrizione di Vivekananda nelle profonde spiegazioni di Massimo Scaligero,  mi rende davvero grata anche nei confronti di Marina Sagramora per averci proposto questa lettura.

Segnalo dunque nella sezione Filosophia de L’Archetipo lo scritto molto interessante di Massimo Scaligero sulla figura del discepolo preferito di Ramakrishna, Vivekananda. 

http://www.larchetipo.com/2011/nov11/filosophia.pdf

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE, TRIPARTIZIONE SOCIALE

L'ARCHETIPO – FEBBRAIO 2014

archtros

laboratorio

In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 60

Socialità
O. Tufelli L’oro di Roma

Poesia
F. Di Lieto Ikiru

Etica
T. Diluvi Fuori tutto

AcCORdo
M. Scaligero Oltre lo Spirito della menzogna

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Il pensiero che nasce

Therapeia
E. Tolliani Lungo le rive del grande fiume

Il Maestro e l’opera
I. Stadera Il potere solare del pensiero

Invocazione
Eliano Ansia d’Assoluto

Le voci di dentro
Grifo Angeli e Dei

Testimonianze
M.G. Moscardelli Danza Il mio ricordo di Massimo Scaligero

Musica
Serenella Riflessioni su alcuni aspetti della musica

Miti e saghe
R. Steiner Segni e simboli occulti

Inviato speciale
A. di Furia Congeliamo la disoccupazione

Esoterismo
M. Iannarelli Nessi esoterici del testamento di Rudolf Steiner

Uomo dei Boschi
R. Lovisoni Il Libro

Spiritualità
R. Steiner Le Feste cristiane e la respirazione della Terra

Costume
Il cronista Omaggi-Oltraggi

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
L.I. Elliot I giardini di Babilonia

 Arretrati

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

NEL CROGIOLO (di F. Di Lieto)

crogiolo

NEL CROGIOLO

Poiché la forma si degrada e varia
in corrotta materia, e la bellezza
tradisce col trascorrere degli anni,
e la mano ferisce se ripudia
l’oggetto di un amore alla sua fine,
per non patire queste immani offese,
ecco, mi rendo a una placata inerzia,
a una stasi privata di ogni pena,
libera da moventi di passione.
Dico al mio cuore: férmati, ho trovato
il momento sublime, il dolce attimo
in cui dolore e gioia, tempo e sangue
ghiacciano il loro fiume diventando
calmo diamante, equilibrata pace.
E la mia mente un silenzioso lago
con sereni vascelli di pensieri
all’ancoraggio, finalmente paghi
dei peripli incessanti, dell’ozioso
vagabondare che riporta il viaggio
sempre al suo punto di partenza. Ho spento
sulle mie tempie l’onda inesauribile
del recidivo fuoco cui si accendono
i desideri, e la mia fronte splende
viva di quieta luce, ormai dissolte
in me le inesaudibili speranze.
Ma non è questa la mia sorte, né
il segnato destino. Occorre scendere
nel vortice, saggiare la veemenza
del turbine, salvare la fugace
dolcezza, nonostante la tempesta
che spinge il mondo alla brutalità,
farsi scudo nel vento per la fiamma
che rischia di morire, e della musica
alta, vibrante, della interna voce,
facili ostaggi di un sentire muto,
rendersi testimoni. Consumare
nel rogo della vita ogni tessuto
del nostro corpo. È quanto ci richiede
l’invisibile essenza: di provare
cosa valiamo esposti ai reiterati
oltraggi, alla violenza degli eventi,
ai colpi inevitabili del male.
E quando finalmente il logorìo
avrà fatto di noi combusta cenere,
da smembrate parvenze allora, forse,
il primo fiato e la bontà paterna
ci chiameranno a esistere, saremo
infinita radianza, eterno seme.

.

Fulvio Di Lieto

***

www.larchetipo.com/1998/feb98/poesia.htm

L’Archetipo, febbraio 1998 – Poesia

Fulvio Di Lieto | Il sito ufficiale

ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

L'APPENDICE DEL '18

 rudolf-steiner

Non è difficile aver notato qualche milione di volte, la ripetitività di singole frasi, svuotate dal contesto e contenuto, mentre brevi discorsi completi dalla a alla zeta e posti a perfetta chiarezza e fondamento vengono eternamente evitati come fossero il calderone della peste.

Sfido! Esternano le condizioni sine qua non affinché un possibile resto ci sia e non si concluda l’avventura mai iniziata nel luna park del fantastico o delle sue ceneri.

Detto questo mi sobbarco l’onere di riscrivere su Eco, una relativamente breve nota, che c’è in tutte le edizioni dell’Iniziazione (perciò in tutte le biblioteche di coloro che…) e che, a quanto pare non viene né letta né valutata per quel molto che vale.

Premetto che le corsivizzazioni, equivalenti a sottolineature, sono mie e non dell’Autore.

Dall’Appendice all’ottava edizione (1918):

La via alla conoscenza soprasensibile, descritta in questo libro, conduce ad uno sperimentare animico nel quale è specialmente importante che il discepolo che vi aspira non si abbandoni a nessuna illusione o malinteso sul medesimo.

In questo campo riesce facile all’uomo esser tratto in inganno.

Una delle illusioni, e la più importante, si verifica, se spostiamo l’intero campo dello sperimentare animico di cui si parla nella vera scienza dello spirito, in modo da sembrare che esso si debba confondere con la superstizione, coi sogni visionari con la medianità e con parecchi altri deviamenti dell’aspirazione umana.

Questo spostamento deriva spesso dal fatto che alcuni uomini i quali, vorrebbero cercare una strada che li conduca nella realtà soprasensibile, cadono nei deviamenti citati, e vengono confusi con gli altri che seguono la via indicata in questo libro.

Ciò che viene sperimentato dall’anima umana sulla via qui indicata si svolge completamente nel campo della pura esperienza animico-spirituale.

E’ possibile per l’uomo vivere queste esperienze solamente se, anche per altre esperienze interiori, egli può rendersi altrettanto libero e indipendente dalla vita corporea, quanto lo è nello sperimentare della coscienza abituale quando, su ciò che ha percepito dall’esterno o su ciò che ha desiderato, sentito, o voluto, egli si forma dei pensieri che non derivano dal percepito, sentito, o voluto.

Vi sono uomini che non credono all’esistenza di tali pensieri.

Essi credono che l’uomo non possa pensare niente che non sia tratto dalla percezione o dalla vita interiore dipendente dal corpo; e che tutti i pensieri in un certo qual modo solo ombre e immagini di percezioni o di esperienze interiori.

Può credere questo soltanto chi non abbia mai sviluppato la capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su  se stesso.

Chi però l’ha sperimentata, sa per esperienza che sempre, quando il pensare domina nella vita dell’anima, e nella misura stessa in cui tale pensare compenetra altre funzioni dell’anima, l’uomo si trova coinvolto in un’attività alla cui formazione il suo corpo non partecipa.

Nella vita ordinaria dell’anima, il pensare è quasi sempre commisto ad altre  funzioni animiche: percepire, sentire, volere, e così via.

Queste altre funzioni si formano per mezzo del corpo. Ma il pensiero agisce in esse.

E nella misura in cui vi agisce, si svolge nell’uomo e per mezzo dell’uomo qualcosa a cui il corpo non prende parte.

Gli uomini che negano questo non possono superare l’illusione che viene creata dal fatto di osservare l’attività pensante sempre in unione con altre funzioni.

Ma nell’esperienza interiore ci si può animicamente spingere a sperimentare la parte pensante della vita interiore da sola, anche separata da tutto il resto.

Dall’ambito della vita animica si può liberare qualcosa che è unicamente costituito di puri pensieri; di pensieri che  esistono di per se stessi, e dai quali è escluso tutto ciò che è dato dalle percezioni, o dalla vita interiore dipendente dal corpo.

Pensieri siffatti si rivelano di per se stessi, per mezzo di ciò che sono, come qualcosa di essenzialmente spirituale, di soprasensibile.

E l’anima che si unisce a tali pensieri, in quanto durante questa unione esclude da sé ogni percezione, ogni ricordo, ogni abituale vita interiore, sa di essere con il pensiero stesso in una regione soprasensibile, e sperimenta se stessa al di fuori dal corpo.

Chi abbraccia con lo sguardo tutta intera la questione, non può più porsi il quesito se esista uno sperimentare dell’anima in un elemento sovrasensibili al di fuori del corpo, perché sarebbe per lui negare ciò che egli sa per esperienza.

Per lui esiste soltanto la domanda: “Che cosa impedisce agli uomini di riconoscere un fatto così certo?” E a questa domanda trova la risposta che il fatto in questione è tale da non manifestarsi se prima l’uomo non si pone in una disposizione di anima atta ad accogliere la manifestazione stessa.

Gli uomini diventano però subito diffidenti se devono cominciare col fare qualcosa di puramente animico, affinché si manifesti loro un elemento in sé indipendente da loro.

Per il fatto di doversi preparare ad accogliere la manifestazione, credono di aver formato il contenuto della manifestazione stessa.

Vogliono esperienze alle quali l’uomo non contribuisca per niente, di fronte alle quali rimanga completamente passivo.

Se inoltre questi uomini ancora ignorano le più semplici condizioni necessarie alla comprensione scientifica di uno stato di fatto, allora, nei contenuti e nei prodotti animici in cui l’anima è pressata al di sotto di quel grado di autoattività cosciente che si trova nella percezione sensoria e nell’azione volontaria, vedono una manifestazione obbiettiva di un’essenza non sensibile.

Tali contenuti animici sono le esperienze visionarie, le manifestazioni medianiche.

Ciò che si palesa però attraverso manifestazioni siffatte non è un mondo soprasensibile, è un mondo subsensibile.

La cosciente vita umana di veglia non si svolge completamente nel corpo; la parte cosciente questa vita si svolge soprattutto ai margini fra corpo e mondo esteriore fisico; così la vita percettiva, per quanto si svolge negli organi sensori, è tanto l’introdursi di un processo extracorporeo nel corpo, quanto una penetrazione di questo processo da parte del corpo stesso; e così dicasi della vita volitiva, che dipende dal porre l’essere umano nell’essere cosmico, in modo che quanto succede nell’uomo per mezzo della sua volontà sia al tempo stesso un organo del divenire cosmico.

In questo sperimentare animico che si svolge al limite del corpo, l’uomo è in gran parte dipendente dalla sua organizzazione corporea; ma in questo sperimentare agisce l’attività pensante e, nella misura in cui ciò avviene, l’uomo si rende indipendente dal corpo nella percezione sensoria e nella volontà.

Nello sperimentare visionario e nelle produzioni medianiche l’uomo si pone completamente alle dipendenze del corpo.

Egli elimina dalla sua vita animica ciò che lo rende indipendente dal corpo nella percezione e nella volontà.

E di conseguenza i contenuti animici e le produzioni animiche diventano semplici manifestazioni della vita corporea.

Lo sperimentare visionario e la produzione medianica risultano dalle circostanze che in questo sperimentare e in questo produrre l’uomo, con la sua anima, è meno indipendente dal corpo di quanto non lo sia nella vita abituale percettiva e volitiva.

Nello sperimentare del sovrasensibile, quale è inteso in questo libro, l’evoluzione dello sperimentare procede in direzione opposta a quella dello sperimentare visionario e medianico.

L’anima si rende progressivamente più indipendente dal corpo, di quanto non lo sia nella vita percettiva e volitiva. Arriva a quella indipendenza che si può abbracciare nello sperimentare del pensiero puro, per darsi ad una attività animica molto più vasta.

Per la qui intesa attività animica soprasensibile è di straordinaria importanza comprendere con piena chiarezza lo sperimentare del pensiero puro, perché in sostanza questo stesso sperimentare è già un’attività animica soprasensibile.

Però è tale che, per mezzo di essa, non si vede ancora niente di soprasensibile. Si vive col pensiero puro nel sovrasensibile; ma si sperimenta soltanto esso in modo soprasensibile; non si sperimenta niente altro di soprasensibile.

E lo sperimentare soprasensibile deve essere una continuazione dello sperimentare animico che può già essere raggiunto nell’unione col pensiero puro.

Perciò è tanto importante poter sperimentare questa unione in modo giusto, perché dalla comprensione di tale unione risplende la luce che può anche recare una visione giusta sulla natura della conoscenza soprasensibile.

Appena lo sperimentare animico dovesse abbassarsi al di sotto della chiara coscienza che si esplica nel pensiero, questa visione si troverebbe sopra una via sbagliata per la vera conoscenza del mondo soprasensibile.

Essa verrebbe afferrata dalle funzioni corporee; ciò che essa sperimenterebbe e produrrebbe non sarebbe non sarebbe allora una manifestazione del soprasensibile attraverso di essa, ma una manifestazione corporea nel campo de mondo subsensibile.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA CONCENTRAZIONE E LA BAIA DI TOKYO

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A proposito di “Anima e concentrazione”, Savitri e altri amici ne hanno parlato un gran bene, ma non come essa scrive, per il modo in cui ho scritto (l’articolo era stato buttato giù con dita…più veloci del pensiero) e forse nemmeno per la tematica, per la quale sono e sarò preso per matto da molti lettori e da tutti gli odiatori fissi (ça va sans dire).

Comunque, se qualcuno andava ringraziato, non ero io ma la viva immagine di un mio caro amico, la quale – lei, l’immagine, non lui – mi saltellava, quasi spazientita, per l’anima.

Tutti voi che mi leggete, dovreste sempre ricordare una cosa che è fin troppo facile dimenticare, ovvero che ci sono pure quelli che non appaiono mai, che non apparirebbero né per soldi né per amore e tanto meno per gli inconfessabili motivi di chi vuole apparire ad ogni costo.

Già, vi sono quelli, vivi, vegeti e salterini che non hanno alcun desiderio di apparire nemmeno se promettete loro tutta la riserva aurea di Fort Knox.

Sono anche, almeno per il mio sense of humor, decisamente spiazzanti, se li associo ai paludamenti in cui Tizio o Caio cercano di occultare (e già che ci siamo, di soffocare in senso letterale) l’impulso che dal sovra-umano, cioè da Michele, attraversa Rudolf Steiner e Massimo Scaligero.

La gentaccia di cui faccio accenno, se ne frega beatamente dei  bric-à-brac esposti, delle forme universalmente concordate, delle virtuosità esibite o vezzosamente mal celate…insomma sgomma via veloce dai partitini esoterici. Non si preoccupa nemmeno di selezionare ciò che è buono da ciò che lo è meno: vede, sa e non se ne cura affatto.

Nel vivere passano inosservati, oppure sono conosciuti per altre cose che fanno in totale distacco dai benefici personali come Krishna insegna nel Bhagavad Gītā.

Sono esoteristi? Ma, per semplificare, diciamo pure di sì. Eppure sono distanti anni luce da quelli che si dicono esoterici…non avendo alcun tratto comune con questi ultimi, privi come sono del peso dell’importanza personale, dunque ignoti per chi vive costantemente in un eccesso forsennato di autostima o nel desiderio di possedere tale ambìto eccesso.

Allora, mi fa un gran bene conversare di tanto in tanto con i militi ignoti di cui parlo. Entro un po’ in loro e vedo le cose dalla loro prospettiva in cui, oltre l’essenziale, tutte le categorie pubbliche sono più inconsistenti di fata Morgana.

Ma questo, dato che pure le parole scritte hanno una forma precisa, a riportarlo è impossibile e del resto cosa si potrebbe scrivere per sottolineare il senso di una Filosofia della Libertà che già c’è, dei Testi di Scaligero (ma qualcuno ha letto interamente un suo libro? Qualcuno ha capito almeno la metà di un suo libro?) che già ci sono?

Beh, molti hanno fatto anche questo lavoro di rimessa, qualcuno spero con le migliori intenzioni, ma sono sempre traduzioni al ribasso o inconsci tentativi per dare al ricercatore la mela di plastica al posto della mela vera: sia mal fatta o ben fatta è sempre una porcata a gloria di chi l’ha compiuta.

Allora vengo al punto: avevo scritto una frase dopo le prime righe e messa in corsivo, affinché fosse evidenziata ma non sfacciata.

La sua eventuale declinazione è solo questa:

Solo chi è capace di superare il confine dell’anima conosce la concentrazione.

Mi pare persino più netta dell’originale.

Perché ho parlato di individui fuori dai contesti famigliari a molti? Perché quello che ho corsivizzato loro lo cantano in coro e con tutti gli accenti immaginabili e non.

Mi sono solo preso il permesso di dirlo e credo che, per la loro “non-visione” del mondo lo direbbero soltanto dietro ad una precisa domanda perché nel loro vocabolario la parola “mentire” non esiste.

Lo direbbero a chi ha già capito, poiché sanno benissimo che chi non capisce o non vuol capire, non capirà una risposta facile, ma facile solo per chi ha già capito.

Infatti (come mi era stato predetto), a parte insignificanti disturbi sulle onde hertziane, ho avvertito un gran bel silenzio…Prego, cancellate quel “bel” perché è un silenzio imbarazzato, perché non sta bene scavare solchi, segnare confini dove dovrebbe dominare l’informe, ciò che si plasma facile facile a tutte le esigenze dell’animuccia.

Quale rozzissima violenza dare una forma ad un Proteo che si vorrebbe trasformato in ogni cosa che più aggrada: e giù i Vangeli e anche di questi ciò che più piace. E giù il “Maestro” che, come un dio di poco prezzo, viene ricostruito a propria immagine e somiglianza.

Comprendo meglio la malafede o l’avidyā che le fenomenali torsioni o conversioni di conclamati ottimi discepoli…che forse erano già un tantino meno che ottimi se non riuscirono a stare in piedi da soli quando Massimo Scaligero mancò al mondo.

Ho potuto constatare il fenomeno con una personalità molto vicina a Scaligero. Bontà sua, la vedevo abbastanza spesso. Dopo la scomparsa di Massimo, portava con sé, oltre una ricchezza acquisita sul campo, l’amore, il rispetto e la viva memoria che un lungo rapporto con il portatore del Pensiero Vivente aveva forgiato.

Bastarono circa due anni di tempo che tutto sembrò confondersi e Scaligero ormai stava “ruzzolando” giù di gradino in gradino. Taccio, per carità (non so se pagana o cristiana), qualche oscura frase a metà, presenti non pochi amici, su cui nessuno chiese lumi per tatto e amicizia ma che purtroppo si sarebbe delineata, sempre più chiaramente in un “sistema” un tantinello buio.

Soltanto dopo due anni, già l’amico, il maestro e la sapienza dispensata venivano dimenticati in nome di una sorta di mistica alternativa che poi – noi ne sapevamo poco o nulla, lontani da Roma – venne considerata addirittura come una evoluzione o un superamento dell’insegnamento di Scaligero, il quale in ultima analisi era la nuova – e probabilmente unica – fioritura di quello che Rudolf Steiner aveva espresso in Verità e Scienza e nella Filosofia della Libertà.

Allo stesso modo come ora, in cui uno scombiccherato rivolo para-religioso vorrebbe porsi come superamento dell’antroposofia, dopo averla depredata dalla testa ai piedi senza averne compreso un accidente. Stessa deriva, un tantino più volgare.

Qualcuno ha il lodevole coraggio di chiedermi perché scrivo sempre (non è del tutto vero) di “tecnica” e mai d’amore.

Quante risposte potrei dare!

Per non farla troppo lunga:

a) perché è una parola prostituita,

b) perché troppi, tra gli animi di chi legge, la interpreterebbero sentimentalmente,

c) per il rispetto dovuto al suo originario significato,

d) per il rispetto dovuto alle Figure che l’hanno usata con il suo contenuto vero.

E spero (invano) che ciò basti.

Ps: nel titolo, cosa c’entra la baia di Tokyo? Andateci e se avete occhi e naso capirete se c’entra o no.

SCIENZA DELLO SPIRITO

INCONTRI SOLARI CON MASSIMO SCALIGERO

-Massimo

Incontrai per la prima volta Massimo Scaligero quasi alla fine della mia adolescenza. Nell’agosto del 1969 avevo conosciuto a Roma L., che aveva in Via Flaminia una piccola baracca che usava come atelier di pittura. Vi veniva alcune volte durante la settimana per dedicarsi in pace alla sua arte. Pur essendo romano di nascita, viveva ad Anzio dove si era trasferito quando si era sposato. L’incontro con L. fu per me oggetto di grandissima meraviglia, perché era un uomo decisamente fuori del comune, e quello che mi proponeva andava completamente oltre tutto quello che conoscevo.

Io venivo dalle Vie dell’Oriente, delle quali ero appassionato cultore. All’età di 13-14 anni, poco prima di iniziare il liceo, avevo incontrato l’India ed era stato subito amore a prima vista. I Veda, le Upanishad, lo Yoga, la Bhagavad Gita mi avevano preso subito il cuore, ma l’incontro con la figura del Buddha Shakyamuni, l’Illuminato, il Buddhismo sia Theravada che Mahayana, e soprattutto lo Zen,  mi aveva preso la mente, il cuore e l’anima tutta.

Allora non vi era la disorientante proluvie di libri, che oggi così tanto disorientano ed ubriacano il cercatore spirituale. Allora si trovavano pochi libri in circolazione, ma devo dire che, pochi, quei libri erano sotto molti aspetti davvero molto buoni. E vi era inoltre la possibilità di accedere alla Biblioteca Nazionale e ad un’altra ricca ottima biblioteca della mia città, che nel loro seno nascondevano dei veri tesori. Soprattutto vi erano i testi classici della Sapienza d’Oriente. A quell’epoca ancora non era diffusa la possibilità di fotocopiare, per cui mi ero organizzato in modo da poter copiare a mano i testi che amavo. A volte passavo in biblioteca intere giornate. Per cui già nell’estate del 1964 mi buttai con tutto me stesso nella lettura di quei testi, che dissetavano la mia divorante sete di conoscenza.

A dire il vero, il primo anno di liceo lo passai in Sicilia, ospite dei miei zii, a Paternò, un paese alle falde dell’Etna, ad una ventina di kilometri da Catania. La piccola biblioteca comunale locale divenne subito oggetto della mia immoderata cupidigia. Vi scoprii i quattro volumi delle Civiltà dell’Oriente, editi a cura di Giuseppe Tucci, il Buddha di Hermann Oldenberg, e persino uno dei primi testi sullo Zen, che di recente era stato pubblicato in Italia. Fu a Paternò che iniziai la pratica di copiare a mano i testi che amavo. Quel copiare, che cercavo di compiere in uno stato di silenzio interiore, si trasformava nella mia anima spontaneamente in una forma di attenta meditazione che accendeva in me uno stato interiore di intensità intuitiva, che cercavo di mantenere a lungo.

Applicavo tale silente lettura soprattutto a testi come il Dhammapada, o i Discorsi Lunghi del Buddha nel Digha Nikaya, o ai testi dei Maestri Chan e Zen, che leggevo alla Biblioteca Nazionale nei tre volumi di D.T. Suzuki dell’edizione francese di Albin Michel degli Essais sur le Bouddhisme Zen, mirabilmente tradotti in lingua gallica da Jean Herbert. Subito mi resi conto che la cosa più importante era la pratica interiore e l’esperienza spirituale diretta che ne discende, mentre l’intellettualismo e la dialettica erano per me la morte di tale luminosa esperienza spirituale.

Quando, nell’agosto del 1969, incontrai L. avevo letto e praticato molto. L’incontro con L. fu l’incontro non con un erudito – per quanto anche lui avesse ben conosciuto prima della Scienza dello Spirito sia le Vie dell’Oriente che quelle d’Occidente – bensì fu la prima volta l’incontro con qualcuno che veramente sperimentava ciò di cui parlava. Non ero uno che si lasciava incantare da coloro che tentavano rifilare con le loro parole quanto avevano letto nei libri, perché quei libri più o meno me li ero letti anch’io e mi rendevo conto se qualcuno cercava di rivogarmi con belle parole quel che non aveva sperimentato. L. invece mi parlò di quello che lui sperimentava ed ebbi subito la percezione di trovarmi di fronte – mi si passi la parola, ma è quella giusta – ad un vero mago. Aveva una vasta conoscenza ed una vasta esperienza. Esperienza diretta: vissuta sulla sua pelle. Anche dolorosamente.

Al di là delle tradizioni d’Oriente, mi ero interessato – anche se vi capivo il giusto, ossia quasi nulla – alla Tradizione Ermetica, all’Alchìmia, al Rosicrucianesimo. Allorché, in quel agosto del 1969, con L. portai il discorso – con tutta la disarmante ingenuità della mia adolescente età – sui Rosacroce, lui cambiò volto e mi descrisse una sua diretta esperienza interiore nel pensiero vivente. Quando, a distanza di moltissimi anni, glielo ricordai ringraziandolo cordialmente, L. si allarmò assai, perché è vero che parlava talvolta delle esperienze interiori da lui vissute, ma si guardava bene dal descriverle. Egli aveva fatto allora quella descrizione per un forte impulso interiore – diciamo un’ispirazione – ed io ne ebbi l’anima totalmente presa, come se si trattasse di un elemento spirituale totalmente nuovo nella mia vita. Sentivo che lo Yoga, il Buddhismo e lo Zen appartenevano alla mia storia interiore proveniente da vite passate, mentre quello che L. poneva di fronte al mio sguardo era l’assolutamente nuovo, qualcosa che dovevo conquistarmi, con dura lotta, a nuovo. Qualcosa che andava oltre la mia anima, la mia antica anima «asiatica». L. venendomi qualche mese dopo a trovare mi donò la Logica contro l’uomo di Massimo Scaligero, e proprio su suo consiglio. Mi introdusse alla pratica della concentrazione: conservo ancora le lettere ch’egli mi scrisse in quegli anni lontani.

Alla fine della primavera del 1970, potei tornare a Roma. La mia situazione finanziaria era allora – ed avrebbe continuato ad esserlo nei successivi decenni – drammaticamente fallimentare. Un vecchio occultista mi aveva fatto la «simpatica» (si fa per dire…) predizione: «Ricorda: a quelli come te il Cielo darà sempre tutto il necessario, e nulla di più del necessario». Nessuna sciagurata profezia si dimostrò invariabilmente più vera! Conciosiacosaché dovendo andare a Roma per incontrare Massimo Scaligero, nella mia endemica condizione di squattrinamento assoluto (che si sarebbe protratta nei decenni successivi…), mi risolsi «eroicamente» a fare l’autostop su quella che allora veniva chiamata l’Autostrada del Sole. Mi ero portato dietro zaino e sacco a pelo e, sfruttando un primo passaggio di un automobilista, giunsi ad una area di servizio ai confini con l’Umbria e quella notte mi feci una saporita dormita sull’erba verde (quanto le mie tasche…) di una vasta aiuola dell’area stessa. La mattina dopo, un camionista – gli Dèi lo benedicano – mi offrì un secondo passaggio sino a Piazza Ungheria a Roma, donde, pedibus calcantibus, me ne venni fino a Via Flaminia alla baracca-atélier del mio amico L.

Qualche giorno dopo, generosamente rifocillata la mia arretratissima fame, L. mi portò da Massimo Scaligero. Sin dai miei 13-14 anni ritenevo che la più grande fortuna per un sincero cercatore spirituale fosse quella di incontrare un Maestro, che potesse guidare con mano sicura sull’arduo sentiero della Conoscenza, e ciò era l’oggetto dei mie auspici e delle mie silenti invocazioni ai Numi. Ed ha ragione la nostra amata Marina ad affermare che colui che ci ha fatto incontrare Massimo Scaligero è nell’attuale vita sicuramente il nostro più grande amico: quello che ci ha fatto il dono più grande, quello al quale dobbiamo la gratitudine più grande. Il mio debito nei confronti di L. rimane, dunque, felicemente impagabile.

Venni condotto da L. a Monteverde Vecchio, in Via Cadolini – corta stradina senza sfondo – ove salimmo sino all’attico al quarto piano, all’interno 7, che Marina Sagramora aveva messo a sua disposizione. Salendo le scale, il mio cuore – che in precedenza avevo sconsideratamente creduto passabilmente coraggioso – mi batteva in gola all’impazzata. Bussammo, e Massimo ci aprì. Mi trovai di fronte ad una persona sulla sessantina, vestito con grande semplicità, calmissimo. Ci accolse molto cordialmente. Nella stanza – coperta di quadri e di alcune foto per me molto significative – ove venni introdotto era già presente A., un altro discepolo di Massimo, valente violinista. Così mi trovai di fronte a tre «artisti»: L. pittore, A. musicista, e Massimo, Maestro dell’Arte Regia. Appena mi sedetti sulla poltrona verde, che si trovava accanto alla vecchia stufa a cherosene, sentii chiaramente nella mia anima: sono ritornato a casa!

Fu il momento più felice della mia vita. Parlai della mia affannosa ricerca spirituale, dell’amore sconfinato che nutrivo per l’Oriente, per il Buddhismo Mahayana in particolare, e per lo Zen. Egli mi invitò ad approfondire il Mahayana, dandomi consigli che si rivelarono in seguito molto preziosi. Gli chiesi notizie e chiarimenti su quelle organizzazioni americane, sedicenti rosicruciane, che avevano cominciato ad inondare l’Europa con i loro «corsi per corrispondenza», che – data la loro plebea volgarità – lasciavano non poco perplessi. Massimo fu drastico. Mi disse esplicitamente: «Ricordati, dall’America non verrà mai niente di buono!». E da allora questo io me lo son tenuto per detto.

Massimo mi lasciò assolutamente libero. Anzi mi invitò ad una prudente diffidenza, e mi disse: «Tu non devi credere in nulla. Non devi credere una cosa perché la dico io, o la dice L., o la dicono gli antroposofi. Tu non devi credere a niente e devi sperimentare tutto!». Anche questo me lo sono tenuto per detto. Una tale attitudine era simile a quella del suo amico di gioventù Arturo Reghini, il quale dichiarava umoristicamente che non si doveva credere, perché le credenze stanno bene in cucina con i piatti, i bicchieri e i barattoli di marmellata. Ed in seguito me ne sono ricordato, quando – soprattutto dopo che Massimo ci ebbe lasciati – mi furono chiesti ‘atti di fede’, di varia natura e tendenti al fine di ‘sostituire’ surrettiziamente alla Via del Pensiero una morbida ‘via dell’anima’, ritenuta e predicata come ‘più adatta’ alla maggioranza delle anime, per le quali «una completa austerità è insostenibile». Questo è un miserabile inganno: una frode, perpetrata attraverso la predicazione di una edificante e stupefatta sentimentalità, la quale devia i pigri e gl’ingenui dall’unica Via percorribile da chi veramente vuole realizzare lo Spirito, per condurli spregiudicatamente a…, lasciamo perdere dove!

Massimo mi donò il Trattato del Pensiero Vivente – copia che, oramai quasi distrutta dall’uso, conservo ancora gelosamente – ed un fascicolo tratto dai Quaderni Esoterici con la traduzione del testo dei cosiddetti cinque esercizi, che poi in realtà son sei, che taluni chiamano ‘ausiliari’ e che stanno alla base del cammino interiore, del vero e proprio lavoro di Concentrazione e Meditazione. E siccome ero molto giovane e molto ignorante, a Massimo chiedevo tutto: come si fa la Concentrazione, come si fa la Meditazione, come si esegue la Percezione pura, l’ascesi della volontà, e così via. Ma, soprattutto, egli m’insegnò il valore dello studio rosicruciano delle opere fondamentali della Scienza dello Spirito, ossia dello studio rituale, sacrale, di tali opere: elaborazione interiore meditativa, detersa da quell’intellettualismo che tutto deforma e tutto paralizza nell’anima: questo mi ha salvato!

Infatti, è enorme il pericolo che l’intellettualismo riduca la Sapienza Celeste a vuota dialettica parolaia, all’ipocrita recitazione di valori che non vengono vissuti, ad una illudente menzogna, dietro la quale si celano i più inconfessabili fini. Mentre l’energica pratica interiore fa giustizia radicale annientando ogni dialettica, smascherando ogni recitazione, dissolvendo ogni menzognera illusione.   

Massimo era un Maestro severo. La sua compassione non aveva alcunché di sentimentale e di condiscendente. Egli non concedeva alcunché alle approssimazioni, alle sfrangiature di pensiero, agli sfilacciamenti o – come direbbero a Roma – agli «ammosciamenti» della volontà. Nei confronti dell’intellettualismo e delle sue presunzioni poi, era spietato. Le recitazioni le smascherava, e le ambizioni le abbatteva senza misericordia alcuna. A me egli ricordava quei terribilissimi Maestri Chan della Scuola Lin-tsi o Tsao-tung, i quali con urla, pugni, colpi di bastone, e scarpate «raddrizzavano» – e non di rado «illuminavano» – i volenterosi quanto inevitabilmente deraglianti discepoli. Io gli sono grato – davvero estremamente grato – dei molti «shampoo» nei quali egli lavava la mia testaccia di rapa con l’acido nitrico e la risciacquava con l’acido muriatico. Vedevo, invece, che dei gaglioffi, ch’io giudicavo essere degli autentici «pendagli da forca», venivano trattati da Massimo con distaccata e divertita cortesia – a meno che essi, per dirla alla romana, non si «allargassero» ed allora lui inesorabilmente li «stroncava» – e questo per me valeva come un criterio fondamentale di distinzione di valori rispetto alla Via.

Incontravo Massimo con la maggior frequenza possibile, compatibilmente alla mia possibilità di andare a Roma, e al crescente numero di impegni che i sempre più frequenti incontri individuali e le riunioni che da metà degli anni settanta erano divenute bisettimanali, il mercoledì e il sabato, ai quali Massimo doveva far fronte. Gli incontri con Massimo erano un respirare e vivere nell’atmosfera del pensiero puro, un riaccendere e far divampare la fiamma dell’Ascesi, una energica fluidificazione della volontà.

A partire da metà degli anni settanta, cominciammo alcuni amici ed io a ritrovarci con Massimo, al suo studio in Via Cadolini, l’ultimo venerdì di ogni mese per una intensa meditazione rituale. Egli la introduceva con alcune parole, quindi recitava un mantram e meditavamo a lungo. Infine, recitava il Prologo di Giovanni e ci salutava. Uscivamo silenziosi dal suo studio, e silenziosi rimanevamo durante tutta la lunga camminata che andava da Porta San Pancrazio al Gianicolo sino a casa di L. dall’altra parte di Monteverde Vecchio, ascoltando la rimembranza in noi delle sue parole e dello stato meditativo vissuto insieme nel Rito.

Il 25 gennaio 1980 – appunto l’ultimo venerdì di quel mese – ci riunimmo con Massimo per il Rito della meditazione comune. Eravamo in sei – in sette con Massimo – e tra noi vi era L. come nel mio primo incontro. Massimo non stava visibilmente bene, pur tuttavia trasse da sé la più grande forza, ci fece in pochi colpi d’ala – come un’aquila che s’innalza in cielo – una sintesi luminosa della Via del Pensiero: ci fece una sorta di operativo testamento spirituale. Già nei due mesi scorsi aveva mostrato apertamente quanta fiducia egli avesse nel gruppo di giovani, che negli anni avevo collegato con la Scienza dello Spirito e con lui, e che per sua volontà cercavo di orientare verso la Via del Pensiero. In quelle occasioni, egli disse che aveva fiducia in noi giovani «Perché seguivamo veramente la Via del Pensiero. Perché nella Via del Pensiero noi potevamo essere fervidi, alacri, intensi. Potevamo anche esagerare, addirittura essere ‘settari’, perché la forza-pensiero è l’unica capace di autocorrezione».

E nell’ultimo incontro rituale con lui – in quel tardo pomeriggio del 25 gennaio 1980 – egli ribadì la centralità della Via del Pensiero, e ci fece il quadro degl’inganni, dei possibili deragliamenti e guai, che il «realismo» primitivo, scientifico, trascendentale, religioso e persino «antroposofico» produceva in ogni campo, ma soprattutto in quello spirituale. A quel guasto realismo, ch’egli fustigava nelle riunioni, Massimo opponeva il «realismo del pensare», il realismo dell’esperienza eterica del concetto, il realismo del Logos, che non lascia residui fuori del proprio energico atto conoscitivo. In quella ultima riunione egli ci chiese di essere fedeli a questo «realismo», di essere fedeli alla Concentrazione, e di tendere con ogni nostra forza all’esperienza del momento eterico del concetto. Poi facemmo la meditazione come ogni volta. Quella volta Massimo volle abbracciarci uno per uno – ben sapeva che ci avrebbe lasciati – e ci salutò con particolare calore. Fummo gli ultimi che quel giorno egli ricevé. Io uscii per ultimo, e varcando la porta sentii nell’anima: questa è l’ultima volta che vedi Massimo! Cacciai il pensiero, come avevo allontanato dalla mia anima i presagi che mi avevano assalito durante il viaggio di andata a Roma.  Le parole di Massimo di quell’incontro sono scritte a lettere di fuoco nella mia anima, e dopo trentaquattro anni sono vive in me come allora.

A quanto Massimo ci disse quella sera, all’impegno ch’egli ci chiese, dentro di me giurai di voler esser fedele per la vita. Molte sciagure, che negli anni successivi avrebbero colpito la Comunità spirituale da lui fondata e impulsata, sono la diretta conseguenza dell’oblio, della noncuranza, della negligenza, ed in alcuni casi di un tradimento vero e proprio, rispetto a quel che egli aveva indicato come Via Aurea, come Via solare, come Via Vera, come l’Unica Via sulla quale il Principe dell’Oscuro Pensiero non aveva e non ha potere alcuno.

Ma silenziosi ed operanti, coloro che vogliono realizzare quanto indicato da un Maestro luminoso e adamantino come Massimo Scaligero, continueranno, con quello che lui chiamava il «coraggio dell’impossibile», a perseguire «instancabili e disperati», come egli ci disse che dovevamo essere per giungere alla Mèta, con ogni forza, quella impresa di Sapienza e d’Amore ch’egli ci ha indicato e per la quale soltanto – per noi –  vale l’esser nati.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SE SMARRITA

notte sulla collina

Se smarrita l’immagine del sole
mi chiama dal profondo della vita,
sento che ignota l’onda del pensare
si rifrange nell’anima e s’invola:
non disperare: la più vera amata
è colei che nel ciel sempre ritrovi
mentre nel giorno un sonno t’affatica
in trame strane di perdute cose.

L’essenza che non può tradir tu cerchi
oltre vaghe penombre d’un sentire
che alimenta l’angoscia del suo farsi.

Cercala sol tornando a quell’altezza
ove limpida splende la sua gioia
d’essere vera oltre la morte e il fato.

Cercala nell’angelica orditura
che è il mistero sottile di ogni vita,
sciogliendo il senso della pena buia
che grava come peso della terra,
cuore di piombo sotto gola amara.

Qualcuno attende là sulla collina
vivendo amore in palpito di stella.

Soltanto se tu sai salire il colle,
se sai tendere l’ala sulla morte
di questo giorno senza luce amica,
tu puoi salvar del mondo il tuo segreto,
ineffabile dono del Divino
da consacrare alla vicina fiamma
vivente nel respiro alto dell’aura
che accende il giuoco della sua figura.

Sciogliti e vivi per recarle il dono
che il suo fato respinge per averlo,
che il suo sogno nel tuo sogno richiede
come sorgente di perenne vita
come un amore che non può tradire.

.

Massimo Scaligero

ARTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

FEDELTA’ (di Savitri)

la dea ignota

FEDELTA’

(La Dea ignota)

****************

Dimenticanza non temo
quando nel tempio ti rechi
e volente ritrovi la forza.
Da te amata per sempre,
riconosciuta ogni volta,
nei tuoi respiri di luce
io vivo.

Presso l’altare
da me nasci fedele
quando il pensiero
si libera e la volontà pure:
in unione volgiamo
a Gioia nuova infinita
che universi feconda.

( S. S. )

ARTE, PENSARE MASSIMO (poesie di Savitri), POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

ANIMA E CONCENTRAZIONE

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L’altra volta ho accennato ai Misteri, non a quelli di Eleusi ma a quel mondo misterioso che sta intorno a noi e a quello che portiamo dentro di noi.

Allora, sebbene sia quieto e silenzioso un po’ oltre la media, il dàimon personale mi invita ad essere un tantino più scandaloso di quanto lo sia di solito.

Posso esserlo? Lascio ad altri il gravoso compito di stabilire cosa sia più giusto e cosa non lo sia: scivolate via da me tali preclare virtù, non sono ritornate e la mia ignoranza s’è fatta più ampia e profonda. Conosco solo ciò che sperimento e solo di questo posso parlarne, spero tra amici.

Temo che offenderò molti con la apodittica frase che segue:

Solo chi è capace di attraversare l’anima conosce la concentrazione.

E chi la fa davvero ha subito compreso cosa essa significhi.

Perché, vedete, sarebbe sempre il momento del grande rintocco in cui una voce grida di smascherarsi: solo così cadrebbero le infinite interpretazioni, i logoranti “distinguo” e le polemiche poco serie su cose serissime.

Avevo scritto che anche i sassi si concentrano. Mica è una battuta! Dal punto di vista delle dottrine della Potenza, i sassi esprimono al massimo la potenza dell’immobilità. Le piante la potenza della crescita e della riproduzione. Gli animali la potenza del moto…e l’uomo?

Già, l’uomo! Contiene naturalmente le potenze elencate e non ditemi che lui però possiede l’anima perché quella c’è l’ha anche il mio cane che, per intelletto associativo, ha pure una visione del mondo e così capisce molte cose.

Forse l’uomo (dico forse perché c’è una casistica che fa cadere le braccia e non solo quelle…) possiede l’intuizione del proprio principio che quelli sotto di lui non hanno.

E’ un’intuizione costante, almeno quando egli è desto, ma pur essa tende ad attutirsi considerevolmente quando le “acque inferiori” lo immergono troppo oltre la sua statura. E’ davvero notevole la capacità umana di farsi canale di forze (sono Entità, sono sempre Entità) aliene e distruttrici.

Tale capacità negativa, in tempi antichi, era meno perniciosa e per quei tempi pur essendo in parte persino naturale, veniva sorvegliata, controllata e  talvolta indirizzata a scopi positivi.

Genericamente ora passa col nome di medianità. Un nome non dice molto ma possiamo comprenderla meglio se immaginiamo i due piatti della bilancia classica. Poniamo su di un piatto la presenza del Principio e sull’altra la sua Assenza. Così ogni piatto si alza o s’abbassa a seconda di quanto pesa di più. Possiamo anche immaginare che i due piatti non stanno mai fermi: mai i “giudici” coincidono.

L’uomo comune è quasi sempre veicolo di qualcos’altro. Quando viene afferrato da un dilagante istinto o passione e compie le azioni sotto quelle forze, il suo Principio pesa assai meno. Non moraleggio: ciò vale per il criminale che, afferrato da parossismi, compie i più atroci delitti e per il santo che fa opera di bene in quanto dominato dall’estasi divina.

La tirannia dell’Altro muta la fisionomia coi tempi, sa stare alla moda. Nel tempo dell’intelletto, pur di scansare il Principio, diventa “idea dominante” e funziona benissimo: subordina la coscienza dell’uomo all’ideologia che naturalmente si colora di colori diversi per le singole anime, fornendo una ammirevole impressione di libertà individualistica. In tale senso, dal condizionamento della natura e passando per il condizionamento delle regole, siamo giunti al condizionamento ideologico: un bel passo in avanti!

Qualcuno penserà subito alla Politica. Se vuole può farlo ma non sarebbe esatto poiché avviene per tutte le attività umane. Anche per le scienze. Ma qui è necessaria una distinzione: tra quanto è prodotto dal rigoroso pensiero e quanto si presenta come un portato animico. Difficile è distinguere le due cose, giacché l’uomo è complesso e la sua interiorità disordinata, ma quello che risalta è che, quando l’anima prende il sopravvento, quello che viene espresso si avvicina molto ad una leggiadria demenziale.

Spero comprendiate che non parlo di Anima ma di animuccia, quella semi-accidentale che grava sul corpo fisico-sensibile allo stesso modo per cui il corpo la condiziona totalmente. E questo insano connubio dobbiamo tenercelo dalla nascita alla morte! E’ con l’animuccia che abbiamo a che fare per tutta la vita, abituati come siamo a darle un’importanza sproporzionata e immeritata, poiché essa è la generosa fonte di tutte le nostre ambasce e dei nostri malanni.

Poi, quando questa si incarica di decifrare le Vie dello Spirito produce ineffabili casini: è lei che produce l’ordinaria lotta del “tutti contro tutti”, anche tra coloro che, spero in buona fede, dicono di fare disciplina nel pensiero.

Molti, tra questi, mentono, pur non sapendo di mentire…perché?

Perché, se la concentrazione non esce oltre l’anima, non può assolutamente, chiamarsi ancora concentrazione. Da qui i mille equivoci (sempre in buona fede, spero).

Se la concentrazione inizia e termina nell’animuccia, chiamiamola tentativo, chiamiamola inizio…ma non chiamiamola con un nome che non le appartiene.

Come una linea ferroviaria consta di scali intermedi, così la concentrazione non principia dallo scalo di partenza e non rappresenta la stazione finale. Ma la tratta significativa si realizza quando oltrepassa il confine dell’anima.

Va messa e rimessa sempre in chiaro una cosa: l’anima teme ogni superamento, da reazionaria assoluta e ingorda usa e userà ogni strumento a sua disposizione per non permettere alla coscienza di disincagliarsi da essa. Non va sottovalutata poiché userà le possenti forze corporee per sabotare ogni punto del tragitto. Userà tutti i sentimenti alti e bassi – fa lo stesso – e la debolezza insita nel pensiero riflesso (perciò corporeo) per rendere difficilissimo il percorso.

L’asceta può superare l’impasse solo quando riesce a suscitare una forza o uno sforzo più potente e questo non è facile.

Faccio un esempio al negativo. Un valido collaboratore al tempo del forum, preferì lasciare adducendo come motivo importante che situazioni di contrasto gli rovinavano per una settimana l’esercizio interiore (ricordatevi per piacere che è solo un esempio tratto dalla realtà e niente altro). In parole povere, l’anima, turbata, non gli permetteva un buon stato interiore.

Cose come questa non dovrebbero accadere se non al neofita. Ad un esperto mai. Anzi, l’esperto avrebbe avuto ottime occasioni per separare o superare il maltempo animico, l’impulso polemico, lo stato d’animo e i pensieri parassiti dall’esercizio che richiedeva, nel caso, una intensità maggiore.

Certo, non si può sostenere ogni giorno o più volte al giorno una lotta senza quartiere: a volte possono mancare in simultanea l’energia e il tempo…ma sono pure imprescindibili all’esercizio momenti di determinazione e volontà tali da portarsi oltre il limite dell’anima. Sennò che staremmo a fare con l’indicare cose come il puro pensiero, la sua origine extra-corporea ed extra-animica?

Allora vivremmo la Via spirituale in una condizione di menzogna, allora dovremmo respingere il contenuto della Filosofia della Libertà, gli incalzanti insegnamenti di Scaligero, sempre ripetuti in ben 28 libri (senza ritagli ad usum di questo o quello).

Sono così tanti gli ostacoli che l’anima frappone tra il dominio del pensiero e la concentrazione profonda che sarebbe impossibile farne un elenco e persino quando si impara a superare ciò che in un certo senso è grossolano può succedere di entrare in una condizione di dolore diffuso che, sebbene non sia come l’emicrania o il mal di denti, ha il carattere dell’insopportabilità (il Dottore ne parla in un ciclo tradotto, ma non chiedetemi quale).

Questa insopportabilità è simile ai “muri” che esistono su vari livelli del Mondo spirituale. La scelta di ritirarsi dal dolore o di continuare si offre continuativamente all’asceta: se rincantucciarsi nell’anima o uscire da essa: nella Realtà, dove affanni personali e dolenzie di ogni tipo sono temporaneamente superate.

Almeno qualche volta l’esperimento andrebbe fatto. Uno fa l’esercizio e sa di non aver fatto nulla. Perché non ritentarlo? E ritentarlo ancora?

Un giorno, un giovanotto telefonò disperato a Scaligero. Aveva in mente il suicidio per ragioni che sono fuori da questo contesto. Massimo, dopo aver cercato di calmarlo lo implorò di fare una concentrazione. Poi ci fu una seconda telefonata e Scaligero convinse il disperato a fare ancora una concentrazione. Non so quante furono complessivamente le telefonate. Non furono poche. Ma miracolosamente, l’autorità di Scaligero funzionò ed il giovane s’imbarcò in ore d’esercizio…finché, nella telefonata finale poté comunicare a Massimo, assai sbalordito, che tutto il dolore e la furia autodistruttiva che lo perseguitavano, s’erano dissolti, erano completamente spariti. Poi, il giorno dopo, guarda caso, anche i motivi sensibili che avevano travolto il suo animo, si erano risolti per il meglio.

Io e altri vecchi imbecilli par mio, abbiamo fatto cose simili molte e molte volte, per più ore, decisi a farcela o crepare. Anche con tremende emicranie o in condizioni scomodissime, perciò dopo poco assai dolorose. E taccio riguardo a situazioni interiori come quella narrata che riguardò un discepolo di Scaligero.

Funziona? Non sempre, anche se mi piacerebbe raccontare di mali di testa magicamente scomparsi.

Però, quello che apprendemmo “sul campo” è che gli ostacoli possono venire superati e l’animella vinta. Se parlo di abnorme quantità è solo perché devi attraversare un piccolo inferno per trarre dall’interiorità l’intensità necessaria e l’uomo, in condizioni relativamente “normali” non attiva l’intensità nemmeno a pagarlo a lingotti d’oro, non la conosce!

Chi, attraverso la concentrazione, riesce talvolta a passare oltre l’anima, osserva con sincera curiosità l’affanno di moltissimi a darsi regole per aprirsi allo Spirito che, evidentemente, in questo modo di pensare è sempre fuori dall’uomo.

E’ evidente che la comprensione dello Spirito come interno al proprio Io è rimasta un’astrazione, mentre le mille regole paiono la salvezza per le anime vetero-testamentarie.

In queste ultime vige frequentemente una particolare collera verso l’ego, ma chiedo ai lettori, che razza di ego è quello che naviga imperterrito verso la propria estinzione?

Perché è ciò che succede quando il pensiero cosciente e voluto supera il limite dell’anima. Perché a quel punto nulla resta della mia natura e dei suoi abiti e virtù, vizi, convinzioni, carattere, eccetera, tutto il mio mondo personale svanisce, è svanito. Lì il pensare è impersonale, così non può certo “pensare” a stilare sofismi di qualsiasi tipo. E pazienza se ciò non sembra chiaro.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA LUCE

luce

Dopo il solstizio d’ inverno la luce del giorno, lenta e sicura, riprende a salire.

Ma che cos’è, o chi è in realtà la luce che illumina il mondo intorno a noi?

Qual’è la natura di quella cosa invisibile chiamata luce, la cui presenza ci fa vedere ogni cosa, tranne se stessa? Per quanto possa sembrare impossibile, la luce è invisibile!

Esperimenti scientifici hanno dimostrato che la luce diventa visibile solo quando illumina un oggetto.

L’occhio umano vede sempre soltanto cose, soltanto oggetti, non lei….la luce.

In un’ intervista, l’astronauta del progetto Apollo, Russell Schweickart, raccontò che durante il suo viaggio nello spazio, nonostante fosse difficile mantenere fuori dal campo visivo il veicolo spaziale o altri oggetti che, colpiti dalla luce, diventavano estremamente luminosi, se riusciva a farlo, allora si vedevano solo le profondità oscure dello spazio punteggiate dallo splendore di innumerevoli stelle. La luce del sole, sebbene presente in ogni luogo, non cadendo su nulla non era percepibile e quindi tutt’intorno c’era solo profonda oscurità.

Il fenomeno luce ha sempre affascinato l’essere umano. La sua natura e il suo significato sono stati oggetto di attenzione e venerazione per millenni da parte dell’uomo, ma essa ha conservato sempre il suo mistero.

E’ stata trattata scientificamente dai fisici, simbolicamente da mistici e filosofi, praticamente da artisti e tecnici: ognuno ha dato voce ad una parte della nostra esperienza collettiva della luce.

Molto prima di divenire oggetto di studi scientifici, la luce e le sorgenti di luce, furono venerate come divine, come immagini di divinità della natura.

Mitologie di tutte le civiltà sono ricche di racconti sul Sole, la Luna, le Stelle, il Fuoco, l’Arcobaleno e l’Aurora.

In questi miti si rispecchiavano le esperienze e le emozioni che l’anima umana viveva tramite le varie manifestazioni della luce. Epoche diverse e popoli differenti, sono stati attratti da uno o dall’altro dei numerosi suoi aspetti, e ognuno a suo modo, ha tentato di interpretarli e raccontarli.

La storia della luce “esterna” all’essere umano, nel tempo, si è delineata prima dolcemente nell’antica mitologia, poi i moderni studi scientifici hanno tentato, con esperimenti sempre più complessi e sofisticati, di svelare, inutilmente, i suoi più intimi segreti.

Ma in che relazione sta l’uomo con questa luce e con il mondo da lei illuminato? Qual’è il ponte che unisce se stesso con il mondo esterno?

Deve trattarsi di un ponte a sua volta fatto di luce, perché solo la luce può cogliere la luce e questo ponte è il PENSARE!

L’uomo, che ne sia cosciente o no, vive tra due tipi di luce: la luce “esterna” e la “luce sua propria”.

Senza questa seconda luce che illumina e fluisce attraverso tutti i nostri sensi, lo splendore del mondo rimarrebbe muto davanti al nostro spirito indagatore.

L’occhio percepisce la luce perché è intessuto di luce, diceva Goethe. E l’organo umano per percepire la realtà del mondo è il pensare, perché il pensare è spirito umano nella sua attività.

Anche la luce del pensare viene percepita attraverso le percezioni, ma anch’essa rimane invisibile all’essere pensante. Egli la usa continuamente per illuminare le percezioni intorno a lui, ma dimentica di chiedersi cosa o chi essa sia. Solo quando questa luce inizia ad indagare se stessa l’uomo la può portare a coscienza.

Grandi pensatori si sono impegnati nella ricerca di una spiegazione scientifico-spirituale anche per questa luce interiore e ci si può accostare a loro nel tentativo di comprendere.

 

J. W. Goehe fu il primo ad iniziare un percorso di conoscenza nuovo. Il suo approccio richiedeva un cambiamento del metodo di osservazione, sia dei fenomeni naturali sia della mente che osservava.

Nel processo andavano a formarsi nuovi organi di percezione, atti a vedere gli aspetti essenziali dei fenomeni osservati, fino ad arrivare a percepire l’idea dentro la realtà, come fenomeno archetipico. Goethe, di fronte al fenomeno vegetale contemplato in maniera vivente, dal concetto di forma statica, salì al concetto di forma in movimento e in questo movimento trovò la Urpflanz o Pianta primordiale che comprendeva in sé tutte le piante e tutte le creava: questa fu l’ opera grande e centrale della sua ricerca scientifica in questo campo.

Rudolf Steiner con la “ Filosofia della libertà”, non partì nella sua ricerca con l’ indagare concetti o idee, ma iniziò dall’attività pensante. Non si fermò ad osservare gli oggetti illuminati dalla luce, ma la luce stessa: e la rese oggettiva e osservabile.

Analizzò e descrisse le sue leggi. La mise in stretta relazione all’Io dell’uomo, e restituì al pensatore la possibilità di percepire nuovamente lo spirituale, facoltà andata perduta nel corso dei millenni, attraverso un lavoro di pensiero cosciente e voluto, perché… “vivere nel pensare è già vivere nello spirito”. (Fil. d. Lib.)

Nell’uomo non dovrebbero esistere solo pensieri atti a riempire i vuoti involucri delle percezioni, ma un pensare che può potenziarsi fino a diventare la luce che illumina e “crea” la realtà del mondo.

Nel dare la possibilità all’essere umano di vivere coscientemente il mistero dell’atto conoscitivo, il dottor Steiner superò con un balzo la paralisi del pensare portata nel mondo da Kant con la sua “teoria della cosa in sé” irraggiungibile e inconoscibile, per ridare vita alla facoltà più importante dell’essere umano: il pensare!

Massimo Scaligero: il Maestro del pensare vivente!

Il suo “Trattato del pensiero vivente “ è un inno alla Luce spirituale e, nello stesso tempo,un accorato appello al risveglio dell’uomo.

I pensieri, nelle pagine del trattato, disegnano meravigliosi arabeschi dove la luce appare e scompare su tracciati volutamente disseminati di luci ed ombre, che confondono il viandante che in essi si è avventurato.

Il suo passo deve proseguire lento, parola dopo parola, frase dopo frase, ponendo grande attenzione per non perdere quel filo di luce che, se veramente lo vorrà, lo condurrà alla meta.

L’anima che vuole percorrere la via del labirinto senza perdersi, deve immettere una luce sempre più forte e più cosciente nel pensare che, tramite questo lavoro, si sveglia a se stesso, ritrova la vita e si riconosce per quello che è: perché questo è lo scopo del trattato di Scaligero!

Come in una palestra vengono fatti lunghi e faticosi esercizi per rinforzare i muscoli, così per potenziare il pensare servono analoghi sforzi nello spirito.

Finalmente, forse dopo anni di tentativi, può arrivare qualche risultato.

Può succedere che un giorno, improvvisamente, una pagina diventi luminosa….e si sa di aver trovato la chiave che svelerà, a poco a poco, tutte le altre pagine.

La Luce finalmente ha conosciuto se stessa!

Le due luci, quella esterna e quella interna all’uomo, ora si riconoscono come la stessa identica Luce: la Luce Logos!

SCIENZA DELLO SPIRITO
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