SCIENZA DELLO SPIRITO

IL CONSEGUIMENTO DELLA COSCIENZA ETERICA (di R. Benvenuti)

Due Arcobaleni

Quando noi pensiamo realmente, la connessione dei corpi sottili è diversa da quella che normalmente si dà: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale ed Io, tutti e quattro connessi. Nell’attività pensante il corpo fisico viene come sciolto nella sua connessione con gli altri tre, eterico, astrale ed Io. Cosí che la coscienza si rafforza in sé e si evolve da coscienza ad autocoscienza, permanendo tale nel moto del pensare, da essere capace di avere oggettivato il contenuto del pensiero, in quello che potremmo definire “lo spazio interiore”. Ecco la differenza tra esterno ed interno e i termini interiorità ed esteriorità. I primi valgono per significare posizione nello spazio tridimensionale esteriore-fisico, i secondi per lo spazio interiore che può presentarsi come bidimensionale e nel quale vivevano gli uomini antichi. Questo tipo di coscienza “bidimensionale” era presente ancora presso i pittori vissuti fino all’epoca preraffaellita.
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Colui il quale educhi l’attività pensante mediante gli esercizi spirituali ha modo di realizzare il vivere nella dimensione extracorporea, quindi è legittimo affermare che l’uomo il quale realmente pensi è già fuori della dimensione spaziale-corporea e non si avvede di ciò. Ha luogo l’entrata nello spazio eterico. Il pensiero è la manifestazione della vita, quindi principia con la sua pura attività un’esperienza del trascendente che continuamente si fa immanente. La vita è presente mediante il pensare e a contatto con il corporeo, con la materia, la illumina e la spiritualizza. È l’inizio di una lenta spiritualizzazione di essa, il cui compimento una parte dell’umanità può compiere secondo le leggi del vero e del bene in questo operare di vita pensante.
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È secondo la medesima direzione che la coscienza umana realizzerà lo stadio che segue quello che attualmente ha, ovvero: coscienza oggettiva in quello della coscienza eterica. È con la liberazione del pensiero dal suo strumento riflettente, il sistema nervoso centrale, che ha inizio l’esperienza della coscienza eterica che è piú alta, vasta e profonda rispetto a quella da cui prende le mosse (la coscienza oggettiva). Lo spirito del tempo presente attende che l’uomo per libera iniziativa realizzi questa vita pensante. Ma l’indirizzo che l’uomo sta dando, per cosí dire, a questa attività pensante ha segno e direzione contraria, legandosi pericolosamente alla materia cercando di eternizzarla.
 
Si può dire che il dolore delle prove drammatiche che stiamo attraversando sia causato da questa prepotente unilateralità nell’uso della forza pensante. La immoralità, il male, sono figli di questo pensiero materialistico, che nel suo cieco orgoglio uccide se stesso, concependo il sensibile-materiale come realtà unica, a se stessa e di per se stessa sufficiente.
 
È bene rammentare che la moralità nasce da attività spirituale, esprimentesi in pensieri privi di elementi assunti dal percepire sensibile, quindi avente in sé tutta l’autonomia del proprio contenuto, onde l’anima umana configurandosi a se stessa per la presenza in lei del puro atto pensante, vive sperimentando l’essere se stessa in stato di libertà, e realizza cosí il vero sentirsi un essere autonomo. Non esiste vera morale priva di libertà. Come non esiste separazione tra problema morale e problema di conoscenza. Conoscenza e morale sono una essenza sola. La conoscenza non rispondente al reale è falsa, è di per sé immorale. La conoscenza vera è moralità in atto, divenuta compiuta immanenza (v. R. Steiner Filosofia della libertà). Chi sia capace di puro pensare sa che il puro pensare è spirito, essenza universa, fonte di autentica morale. Occorrono forza di pensiero e pensiero volitivo in comunione con il coraggio: «…se non ti poni come dominatore di fronte all’idea ne divieni schiavo!» (id.)
 
Prima di proseguire è bene premettere che non si intende negare o sottovalutare la materia che si dà al conoscere mediante percezione sensibile, ma attirare l’attenzione del conoscente sul momento in cui la coscienza pensante compone a se stessa il percepito quale sintesi, rappresentazione. Scoprendo cosí che la materia assunta mediante coscienza pensante eleva questa a completa realtà. Tuttavia si dimentica che è l’azione del pensare che tale la fa alla coscienza conoscente. Cosí la natura del pensiero slegato dal suo strumento riflettente, il cervello fisico, rivela il suo potere di sintesi degli elementi sconnessi dell’oggetto percepito. Cioè al suo primo apparire alla mera percezione sensibile, l’oggetto che cosí si dà sembra essere compiuto in se stesso da per se stesso, ma ciò avviene per carenza di forza pensante, onde la coscienza muore a se stessa per essere coscienza dell’oggetto: il pensiero slegato o pensiero puro ha il compito di ristabilire completezza del vero stato di fatto, l’autentica realtà.
 
La vera natura della realtà è sintesi spirito-materia. Materialista è quella concezione che, ignorando la funzione della forza ideante, tuttavia la adopera per consacrare la materia come totale assoluta realtà, fino al punto di credere lo spazio tridimensionale come reale di per se stesso, mentre alla coscienza pensante, in se stessa e da per se stessa rafforzata, lo spazio si dà come idea.
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Domandiamoci: perché siamo spinti da necessità a dover pensare in presenza dell’oggetto osservato? Perché un sano conoscere scopre che la separazione tra materia e spirito è per la costituzione dell’uomo, che essendo cosí costituito come è, in modo tricotomico (corpo, anima e spirito), mediante gli organi dei sensi corporei riceve il lato sensibile e mediante l’animico spirituale ritrova l’essenza spirituale del sensibile. Abbiamo qui la fonte, la ragione della malattia al posto della salute, che, come ebbe a rettificare il Dottor Giovanni Colazza, rispondendo a chi affermava essere la malattia un fatto morale, disse: «No, la malattia non è un fatto morale, ma un fatto dello spirito».
 
Domandiamoci quale significato abbia la verità evangelica: «Tutti i peccati saranno rimessi tranne uno, il peccato contro lo Spirito Santo». Essendo il pensiero organo di percezione superiore o sovrasensibile, esso può, intensificandosi in se stesso, percepirsi quale entità, ora percettibile nella interiorità della coscienza permanente a se stessa anche al cospetto del percepito sensibile. A questo punto si manifesta quale pensiero-Logos, essenza e fonte di etere vita-luce. Il mondo eterico è sostanza-pensiero, è Vita, pensiero eterico-luce. Allora è possibile percepire a questo stadio le entità del mondo della vita, e tra queste il Sublime Essere creatore assoluto della Vita stessa, il Cristo. Il pensiero-Logos è pensiero cristificato, ovvero puro pensare, puro spirito, Spirito Santo.
 
La risposta alla domanda quale sia il peccato conto lo Spirito Santo, sarà: il pensiero materialistico, dominante nelle scienze naturali! È questo il peccato contro lo Spirito Santo.
 
Allorquando si sia capaci di realizzare, mediante disciplina spirituale, la coscienza pura, la catarsi dell’anima di coscienza, la coscienza vivente, eterica, si è pronti per il decisivo, importante avvenimento della nostra vita che è incominciato poco dopo la metà del secolo scorso: l’incontro con il Cristo eterico, annunciato da Rudolf Steiner. Numerosi sono i richiami nelle conferenze che vanno dal 1909 al 1913-14. Nella conferenza tenuta a Monaco il 28 agosto 1909, la sesta del ciclo: L’Oriente alla luce dell’Occidente, egli cosí dice: «…Nel Cristo, abbiamo davanti a noi un Dio che può essere trovato al di fuori e anche nell’interiorità». Va tenuto presente che il corpo eterico del Cristo è unico nel suo genere, il solo capace di operare come se fosse un corpo fisico materiale: agisce, cammina, apre le porte, parla (nessun altro essere eterico può farlo), non respira, attraversa i muri (esce dalla tridimensionalità) e un altro segno lo caratterizza: non scende mai le scale!
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All’inizio abbiamo compiuto una distinzione tra i termini esterno e interno, validi per lo spazio tridimensionale, tra esteriore e interiore, validi per lo spazio dell’anima, spazio o luogo animico. Occorre ancora fare una precisazione, una distinzione tra rappresentazione ed immaginazione. La prima nasce dalla percezione sensibile e si imprime nel vivente del cervello fisico, la seconda dalla osservazione di quanto svolgentesi nella interiorità dell’anima, e precisamente nella parte di essa in cui l’elemento astrale è pervaso, interpenetrato dalla vita, l’eterico, nella terminologia della Scienza dello Spirito. L’unione dell’ente astrale con l’ente eterico, i Greci antichi la denominavano psyché, noi, italianizzandola, psiche: l’elemento vivente dell’anima, ente luogo delle immaginazioni. Nel Vangelo di Giovanni (20-11,14) la Maddalena al sepolcro vede due figure distinte di angeli che il dott. Steiner chiarisce essere uno il corpo astrale, l’altro il corpo eterico del Gesú. È per questo motivo che li possiamo chiamare entità.
 
Il pensare in movimento scioglie il legame col corporeo materiale del fisico, portando la coscienza ad un livello superiore al livello eterico. Si diventa cosí di fatto cittadini legittimi del mondo eterico, del mondo della vita. Qui, nell’ora fatale del nostro destino, il grande momento s’invera: l’incontro con il sublime eroe solare, il Cristo.
Ora portiamo davanti alla nostra anima quanto il Dott. Steiner afferma nella 6a conferenza del ciclo L’Oriente alla luce dell’Occidente: «Nel Cristo abbiamo davanti a noi un Dio che può essere trovato al di fuori e anche nell’interiorità». Piú oltre nella medesima conferenza, dice: «Da divinità cosmica, il Cristo disceso in Terra diventa sempre piú un Dio mistico, che potrà essere sperimentato nell’intimo dell’anima umana». E ancora, nel ciclo Da Gesú al Cristo, nella 10a conferenza, precisa: «La diffusione della concezione antroposofica del mondo ai nostri tempi avviene appunto perché l’uomo possa essere preparato sul piano fisico a percepire l’evento del Cristo, o sul piano fisico o sul piano superiore».
 
Quindi, sia che si manifesti oggettivamente, fuori di sé, sia nel proprio spazio interiore, dentro di sé, siamo sempre sul piano eterico: piano nel quale il “qui” e il “là” non esiste, la distinzione spaziale perde di significato. Noi siamo dentro tutto ciò che percepiamo, in quanto il nostro intimo essere si espande fuori del corpo fisico (della pelle ) e diviene uno con tutto quanto vede attorno a sé. Chi percepisce su questo piano non è l’organo fisico, bensí quello eterico. La differente modalità di percezione dipende, come anche per l’esperienza del Guardiano della Soglia (v. R. Steiner, I segreti della Soglia) dalla costituzione interiore del soggetto, dalle sue predisposizioni e attitudini, dal suo passato karmico.
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Ed è appunto per questo passato karmico che oggi ci si ritrova insieme, con il cuore acceso alla causa dello Spirito, potendo inserire in questa realtà del presente la conoscenza delle forze operanti nel retroscena degli avvenimenti inverantesi nel presente momento e l’ardua capacità di misurarsi per vincere le potenze demoniache dell’abisso. La divisione tra gli uomini è in atto. L’umanità si spacca in due, generando la razza dei malvagi e quella degli eletti. Ancora poco visibile, ma non lo resterà per molto, poco visibile.
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Urge la necessità che vi siano uomini realizzati nella coscienza eterica, che consentirà loro il grande incontro con il Cristo presente nel mondo eterico.
A noi, che conosciamo il sentiero della conoscenza dei Maestri Rosacroce ed il loro appello, è rimesso nel nostro cuore un impegno antico: essere i realizzatori dello Spirito, percorrendo veramente questo sentiero nel presente momento, unico nella storia di tutti i tempi per la sua gravità e particolarmente irto delle difficoltà poste dalle potenze demoniache, in una battaglia occulta in cui si decide della salvezza del mondo. Portiamo veramente presente nel nostro cuore il monito del Maestro dei Nuovi Tempi: «L’esperimento “Uomo” potrebbe anche fallire!»
 Facciamo sí che possa esser detto veridicamente in ciascuno di noi, nel segreto del nostro cuore: «Non sbigottir, ch’io vincerò la prova!»
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Romolo Benvenuti

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Per gentile concessione della Rivista

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SCIENZA DELLO SPIRITO

LUCE OLTRE LA SIEPE

 luce siepe

Buon giorno a tutti.

Scrivo qualcosa che di certo ho già scritto quando Eco era un forum. Sicuramente non ha fatto parte delle mie note migliori e sarà così anche questa volta. Inoltre la natura del tema si presta ad infiniti “distinguo” poiché mi pare impossibile abbracciare tutto quello che potrebbe venir detto.

Il fatto è che non passa mese o anche meno che qualcuno, avuto il mio indirizzo, non mi scriva chiedendo cose complicate o terribili. Semplici, quasi mai. Allora tento comunque una risposta stringata, quasi telegrafica e mi accorgo, un’ora dopo, di non aver ancora terminato, poiché la risposta assume  il carattere di un trattato. E mentre scrivo, anche velocemente, chiedo pietà a Spiriti e Maestri per la responsabilità che mi prendo.

La domanda/richiesta che mi viene spesso fatta, tralasciando i modi diversi, è in sostanza questa: “Mi può spiegare come dovrei fare la concentrazione?”.

Qui devo specificare che, di solito, sono domande piuttosto concrete, cioè che parlano dello zero in su. Non dell’elemento interiore all’esercizio. In questo caso, più raro, rimando gentilmente il mio interlocutore alle indicazioni date da Massimo Scaligero nei suoi libri, magari indicando i Testi che credo più consoni allo scopo, sottolineando quanto sia necessaria una lettura assai attenta, ripetuta e sempre prolungata pazientemente anche nel tempo, poiché ci si trova di fronte a concetti che non sono mai assimilabili in poco tempo e con facilità.

Un’intima persuasione richiede tempo: non quello dell’orologio o del calendario…e questo al netto del superamento di ogni genere di preconcetti o altre costruzioni mentali istituzionalizzate nel nostro animo. Già questa fase di ciò che potremmo chiamare “vero percorso conoscitivo” può richiedere anni di gestazione in chi è dotato di buona volontà.

Chi ha conosciuto un onesto mentore, chi ha avuto la fortuna di aver stabilito sani rapporti con altri ricercatori, può essere avvantaggiato.

Ma chi è solo? Non pochi, ordinario ambiente sociale a parte, sono lì, con un impulso dentro, qualche libro fuori e tutto il resto è nebbia fitta.

In realtà possono essere persino fortunati, perché è molto facile che, quando cominciano a guardarsi attorno non trovino strade pulite ma gabbie e trappoloni, alcuni grossolani ma tanti che imitano caricaturalmente le vie del sacro. Per taluni, che sanno non fermarsi mai, le trappole appaiono (poi) deviazioni temporanee che sviluppano l’interiore criterio di distinzione del falso dal vero. Sono dunque inciampi positivi.

Altri invece imparano la cosa peggiore che può capitare ad un’anima: imparano a credere di sapere. Se il karma non porge loro un aiuto, rimangono crocifissi alle menzogne più assurde, dalle quali potranno liberarsi solo dopo la morte. Tutto ha un significato, anche questo. Non v’è tenebra che non contenga un atomo di luce.

Poi, in realtà, a leggere e rileggere bene testi come Tecniche della concentrazione interiore e il V capitolo di Scienza occulta si dovrebbe sapere anche più del necessario…ma nella vita le cose sono spesso più indistinte e complicate.

Così succede che persino le indicazioni date dal Dottore per un corretto modo di leggere ciò che viene dopo (penso a Teosofia o alle prefazioni e al capitolo introduttivo della Scienza Occulta), non vengono colte da uno su cento (mentre stavo scrivendo queste cose è intervenuto Hugo con un importante articolo sul livello che lo Studio esige: leggetelo con attenzione).

La barchetta del mentale allora si incaglia subito, anzi – perdonate la metafora – resta nell’imbrago sulla riva. E, purtroppo, così deve essere, così è sempre stato: la Tradizione perenne, quale sia stato il volto che abbia preso nei tempi, segue sempre e comunque il rigore assoluto datole intemporalmente dallo Spirito e l’uomo, quale entità autocosciente è la cosa più lontana dallo Spirito che possa esserci nel Cosmo. L’uomo, a differenza del sasso o del filo d’erba, odia lo Spirito con il meglio della sua coscienza.

Lo so, è un paradosso, ma è un paradosso bello grande e concreto e non basta certo blaterare di spirito per ribaltare lo stato delle cose.

Ma il senso di questa nota è davvero semplice; vuole essere un rapido ripasso di ciò che gira intorno alla disciplina e che non dovrebbe mai essere considerato come un aiuto interno alla disciplina che, fondata interamente sul soggetto, non può ricevere aiuti. Cercare aiuti nella concentrazione è aver sbagliato indirizzo, città e Paese!

No. Sto parlando di tutto quello che è tangibilmente utile e sommamente inutile. Anzi, essendo l’uomo istintivo sempre in agguato, potrebbe gironzolare per l’animaccia l’impulso allo sconfinamento, ossia il credere che azioni di qualunque tipo possano entrare come parti in causa nell’esercizio che, invece, essendo assolutamente interiore non ha nulla a che fare con l’esteriore mondo dei sensi.

Chiarito questo punto non irrilevante, possiamo passare in rassegna quelle cose che, poste là dove devono stare, potrebbero favorire o sfavorire la condizione in cui si fa o si tenta di fare la più importante tra la notevole quantità degli esercizi che Maestri e Iniziati hanno divulgato attraverso la parola scritta.

a) l’ambiente: tenendo ben presente che importa ciò che si fa e non dove lo si fa, di solito è saggio fare l’esercizio in una stanza chiusa, dove il rischio di una improvvisa interruzione sia ridotto al minimo. Se si vive in famiglia, oltre la porta chiusa, sarà cura dell’operatore far capire alla propria tribù che, per i prossimi 15 minuti egli non dovrà essere chiamato o altro, per nessun motivo. Con molto tatto e moltissima fermezza. Inoltre, cellulari o fissi, se presenti, devono venire preventivamente staccati o spenti. Conviene essere svegli su queste cose e accollarsi con rassegnazione l’eventuale mancanza d’attenzione e le sue conseguenze;

b) postura: il migliore assetto del corpo è da seduti, soprattutto senza incrociare gli arti inferiori. I circuiti non vanno chiusi come nelle asana del popolare Hatha Yoga. La colonna dorsale è eretta e la testa può essere leggermente piegata in avanti. Meglio che in ciò non vi sia tensione o sforzo; al caso un cuscinetto lombare aiuta la posizione. Le mani cadono sulle ginocchia o sui braccioli della sedia/poltrona. In relazione allo stare seduti è buona abitudine il vestire comodamente e quando ciò non sia possibile, evitare costrizioni eccessive come la cintura e i lacci delle scarpe troppo stretti;

c) altro: si eviti di compiere l’esercizio in piena digestione o subito dopo un pesante esercizio fisico: in ambedue i casi le attività del metabolismo favoriscono la sonnolenza proprio quando si dovrebbe essere svegli come grilli.

A questo proposito mi ricordo che quando Scaligero era tra noi, scorrevano fiumi di caffè, che è un buon stimolante del sistema nervoso centrale. Qui tutto verte sul buon senso e la sensibilità personale. A qualcuno ciò non serve, ad altri possono bastare quantità minime: anche le droghe “buone” andrebbero amministrate con cura e senza inutili esagerazioni.

In alcuni casi (parlo di individui sani) Scaligero consigliava l’assunzione di alcuni medicinali omeopatici ad alta diluizione.

In un ambito ancora più individuale e lontano da contesti di disciplina o pseudo-analogie purificatorie, talvolta sarà utile una breve doccia, né troppo fredda né troppo calda. Non fa male lavarsi (spesso) le mani con acqua corrente, meglio ancora dai gomiti alle dita.

Però, lo ripeto, non date assolutamente a queste cose un carattere rituale o apotropaico: nulla di tutto ciò ha qualcosa che lo leghi direttamente alla disciplina della attenzione totale polarizzata su un tema o un’immagine.

Piuttosto è l’intensità immessa nell’esercizio che, specie nei tempi in cui tutto è presente come potenza ma con l’atto che si realizza a tratti e scossoni, provoca indirettamente alcune “esperienze” interessanti, ma forse è meglio che ognuno constati da sé queste cose. Esse possono essere la prova che l’esercizio “funziona”, ma potrebbero venire anche valutate come sottili distrazioni.

Ne è prova che, quando l’assorbimento voluto nel quid meditativo giunge ad un buon livello, le percezioni straordinarie che vengono avvertite nel corpo o nella psiche, tendono a scomparire. Scompaiono persino eventuali lampi di veggenza che qualcuno portava ancor prima attraverso profondi retaggi.

L’anima, con il lavoro interiore, non si complica ma si semplifica e se la via allo spirituale è corretta, lascia cadere tutto quello che non le è necessario, mondo ordinario compreso.

Sulla linea di confine tra mondo ed esercizio mi pare assai importante sottolineare una modalità che Massimo Scaligero non incorniciò nei suoi libri, ma che fu causa di correzioni piuttosto severe con non pochi tra coloro che andavano a visitarlo.

E’ scorretto – e chi conosce il senso dell’atto pensante nell’uomo dovrebbe intuirlo – inghirlandare l’anima o tentare aiutini, nel momento immediatamente precedente l’esercizio. Rilassamenti psicofisici, preghiere rappacificanti o altro del genere non possono e non devono essere la “spinta” della concentrazione: nel migliore dei casi, sono altro: non è il loro posto.

In concreto, posate le onorevoli posterga sul supporto (sedia o poltrona) si parta immediatamente con l’esercizio, convergendo tutto l’impegno possibile alla sua esecuzione: pura azione senza  trascinare con sé alcun ninnolo. Si “scaldi” l’anima in altri momenti.

Quello che cerchiamo di attuare nella concentrazione, sul primo vero gradino di essa, è “l’accordo del pensiero con la volontà”. Già questo è un tentativo possibile ma una realizzazione difficile.

SCIENZA DELLO SPIRITO

FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ E L’AUDACIA DI VOLERE IL PENSARE

Liberta'

Uno dei concetti tra i più equivocati della Scienza dello Spirito è quello dello «studio». Eppure, proprio dal punto di vista ascetico, esso è fondamentale. Perché un tale concetto è equivocato? Rispondere ad una tale domanda è tra i compiti più ingrati, perché una tale risposta non può che essere amara per chi la deve dare e sicurissimamente non gradita (per usare un eufemismo…) per chi la riceve. Per chiarire il tema sarà necessario fare una quantità di citazioni – un piccolo florilegio policromatico – a mio avviso assolutamente necessarie, viste le molte idee confuse ed errate che circolano a questo proposito. Non avendo questo scritto come finalità quella di soddisfare esigenze «estetiche» o «edificanti» di qualsiasi tipo, ma solo di parlare con chiarezza e di stimolare la ricerca interiore del lettore, non vi è motivo di preoccuparsi del fatto che il testo possa risultarne appesantito.

Il concetto di  «studio» è così tanto equivocato, perché all’essere umano nulla è tanto difficile quanto il combattere le abitudini. Massimo Scaligero usava chiamare le abitudini «le rughe dell’anima»: il segno evidente di un «invecchiamento», di uno «spegnimento» della vitalità interiore, di quell’ «ardore» spirituale, di quella «giovanilità» dell’anima, che devono invece  accompagnare l’essere umano sino all’ultimo giorno – anzi sino all’ultimo istante – della sua vita terrena.

Infatti, le ‘buone’ abitudini ci vuole molto tempo ad acquisirle – dovrei dire a conquistarle – e, se non costantemente coltivate e stimolate, le si perdono molto rapidamente. Mentre le cattive’ abitudini le si acquisiscono subito, e poi ci vuole molto tempo a sradicarle. Molto tempo, e sforzi vigorosi, faticosi e, soprattutto dolorosi. E il ricaderci è tra le cose più facili del mondo, perché le ‘cattive’ abitudini consonano con la «natura» dell’uomo: la natura inferiore e corrotta dell’uomo, beninteso!

Anzi – bisogna dirlo esplicitamente – il ricadere nelle ‘cattive’ abitudini è ancor più facile dell’acquisirle la prima volta, perché nel ricadere in esse opera una  «base» già preparata, ossia un cedimento, un indebolimento della compagine interiore, già operato dalla precedente «acquisizione». E, a rigor di termini, non si dovrebbe parlare di abitudini «buone»: si dovrebbe parlare di un habitus, di un ethos, ossia di un «costume» interiore, che non è affatto la stessa cosa. Le ‘buone’ abitudini non esistono affatto, e ciò è eloquentemente mostrato da quanto sia difficile acquisirle (costano sforzo, fatica, dolorosi superamenti interiori) e quanto, invece, sia poi facilissimo perderle. Basta  «rilassarsi», ossia «rilassare», allentare la tensione della volontà, e molte conquiste interiori possono andare perse.

Ci accorgiamo benissimo quando un esercizio – sia esso la Concentrazione o la Meditazione – sia pure correttamente eseguito, è diventato un’«abitudine», quando ci siamo «impigriti», quando siamo scaduti in una ripetitiva routine, e non diamo più tutto di noi stessi. Inavvertitamente, abbiamo perso l’habitus – non l’«abitudine» di portarci al limite estremo di noi stessi: a quel limite estremo ove, per uno schianto interiore, «moriamo» e «risorgiamo». Questo portarsi al limite estremo di se stessi davvero non diventa mai una «abitudine». La natura in noi non ama morire. Non ama morire né la natura inferiore e volgare, né quella sedicente «spirituale».

Ed è per questo motivo che molti – troppi – oggi proclamano la necessità di una «via dell’anima»: perché il carezzare e il lusingare la natura e le abitudini dell’anima, non esigono lotta e non implicano sforzo. Arturo Reghini scriveva ad un suo sapiente amico che «l’acqua scivola naturalmente su un piano inclinato, mentre bisogna compiere un ‘lavoro’, uno sforzo, per riportarla in alto». Come sa bene chiunque dalla fisica abbia appreso come l’energia potenziale si trasformi in energia cinetica, e viceversa. Si proclama – con una forma di condiscendente e ingannevole «compassione» che «una completa austerità sia insopportabile a molti, anzi ai più, i quali hanno bisogno di una più ‘morbida’, consolante e illudente, via dell’anima». Dietro la scelta di una tale ‘via animica’ vi è sempre la rinuncia all’impresa interiore, l’accettazione della sconfitta e la resa senza condizioni nei confronti della natura inferiore.

Massimo Scaligero affermava, con la maggiore chiarezza possibile, che «tradire non è il cadere bensì, una volta caduti, mettersi a strisciare e voler giustificare poi dialetticamente a se stessi e agli altri il livello della caduta».

Nella Scienza dello Spirito il concetto dello «studio» viene equivocato proprio per questo motivo: perché – per non andare in rotta di collisione con la natura inferiore – se ne riduce la pratica al livello «accettabile» all’istinto di sopravvivenza, reazionario e conservatore, tipico di tale natura, la quale tutto vuole fuorché morire, togliersi di mezzo, permettere all’essere umano di risorgere da un antico e abietto servaggio, divenuto appunto «abitudine». Una pessima, anzi la peggiore, la più esiziale, delle abitudini: quella che, permettendo alla natura di sopravvivere, rende l’essere umano mortale.

Il concetto di  «studio» viene equivocato perché, nello stato di neghittosa passività dell’anima,viene sommamente equivocato il pensare. In tale stato di accidiosa passività dell’anima, l’essere umano ritiene che il mondo esista ex se, ossia preesista a lui, fuori di lui, indipendentemente e senza di lui: senza il suo conoscere, senza il suo pensare. Ma non dovrebbe occorrere scomodare Aristotele, per rendersi conto che se c’è un «fatto», questo è frutto di un «atto», e che l’«atto» presuppone una «potenza». In India, gli Shivaiti direbbero che l’«atto» manifesta la Shakti, la Potenza del Supremo, Shiva Parameshvara. L’immagine del mondo, quindi, in quanto «fatto», ossia come scenario che si dispiega ai nostri occhi, presuppone un «atto» immaginante tale scenario, un momento genetico, producente tale immagine. Di tale «atto» immaginante l’apparire del mondo non si è normalmente consapevoli, ma tale  «atto» è pensare, anche se non è pensare riflesso, ossia dialettico, espresso in rappresentazioni e in parole.

Nella Filosofia della Libertà viene detto con chiarezza: «Con quale diritto considerate il mondo completo senza il pensare?». E che non si parli dell’abituale pensare passivo è mostrato nelle parole:

«Solamente non bisogna fare confusione fra l’«avere immagini mentali» e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante, come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare. Certo, qualcuno potrebbe dire: se s’intende il pensare in tal modo, in questo pensare sta nascosto il volere, e non si ha a che fare soltanto col pensare, ma anche con la volontà del pensare. Questa osservazione, tuttavia, autorizzerebbe solo a dire che il vero pensare deve sempre essere voluto».

E proprio questo è il punto: volere il pensare, il vero, autentico, pensare che deve sempre essere voluto. L’essere umano non ama affatto il pensare attivo, il pensare volitivo, perché tale pensare non è amato dalla inferiore natura, la quale giustamente vede come un tale pensare attivo e volitivo porterebbe alla sua morte, alla sua dissoluzione, cosa che l’istinto reazionario e conservatore della natura vuole evitare in ogni modo. E a tale proposito mette in atto la sua perfida sapienza e la consumata esperienza di molti millenni di dominatrice fredda e calcolatrice.

Tale potere della natura sull’uomo deve essere vinto e abbattuto, e questo può essere fatto solo col pensare attivo e volitivo. Massimo Scaligero dice, nel Trattato del Pensiero Vivente, che è necessario volere l’atto pensante, ossia: perché il pensare si scuota dal suo stato di morte e di paralisi, e ritorni vivo, è necessario volere il pensare nella Concentrazione, la quale è ben di più del semplice, e indispensabile, controllo del pensiero. La Concentrazione implica ed esige un intenso sforzo di volontà: volontà nella fase della descrizione dell’oggetto, ossia della ricostruzione della concetto-sintesi attraverso la serie delle rappresentazioni, delle quali ognuna deve essere voluta, volontà fervida, sottile, continua nella sua silente dedizione di contemplare la sintesi, volontà di rimanere immobili con l’anima di fronte al darsi della forza-pensiero. Va da sé che ciò implica attenzione illimitata ed enorme sforzo di volontà. Sino al non-sforzo, sino alla non-azione.

Lo «studio», inteso come gradino dell’Iniziazione, esattissimamente come la Concentrazione, esige illimitata attenzione e sforzo di volontà. Nel precedente articolo, Audacia interiore e Filosofia della Libertà, avevamo scritto: Che la Filosofia della libertà sia una Via di Conoscenza spirituale è quel che afferma Rudolf Steiner in Teosofia, ove dopo aver detto nella Prefazione alla terza edizione che «Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno essere conquistati con sforzo. A questo si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. Chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono essere sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso» – osservazione che, se vale per Teosofia, a maggior ragione vale per la Filosofia della libertà.

Lo  «studio», dunque, deve attingere allo stesso pensare attivo e volitivo che si mette in atto nella Concentrazione, e come ha più volte messo in evidenza Isidoro su questo blog – ogni frase, anzi ogni parola deve essere attentamente  e volitivamente pensata. Nessuna frase, nessuna parola, può essere rapidamente sorvolata, né deve attraversare l’anima in maniera inavvertita, senza dar luogo alla necessaria risonanza interiore. Questo va compiuto con tutti i testi della Scienza dello Spirito. I libri scritti di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero sono stati composti in modo da esigere tale necessario forzo volitivo di pensiero. La difficoltà che si incontra nello «studio» di tali opere non dipende mai da limiti intellettuali o di cultura, bensì da forme di «chiusura» interiore, dalla sordità del cuore, dall’opacità totale o parziale dell’anima di fronte a tali contenuti, la cui finalità è appunto quella di trasformare l’anima, introducendola all’esperienza spirituale diretta e concreta. La «chiusura» è sempre quella dell’anima nei confronti della travolgenza trasformatrice dello Spirito.    

Nella dodicesima conferenza, del 2 settembre 1906, del ciclo Alla porta della Teosofia, intitolata Sviluppo occulto – GA 95, apparso in italiano col titolo di La scienza dello Spirito – Rudolf Steiner sottolinea fortemente la necessità di una rigorosa disciplina di pensiero come base della indipendenza interiore del discepolo della Via rosicruciana – dalla quale è bandita ogni forma di fede dall’autorità – e dell’oggettività dell’esperienza spirituale. Infatti, vien detto:

«Indipendenti al massimo si è nel discepolato rosicruciano. Qui il Maestro non è più la guida, ma il consigliere che dà ad ognuno i suggerimenti sul da farsi. In pari tempo egli cura che, parallelamente all’addestramento occulto, si svolga un energico sviluppo del pensare, senza il quale non può compiersi nessuna educazione occulta. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre cose non hanno. Trovandoci, per esempio, sul nostro pianeta fisico, percepiamo coi sensi fisici ciò che si trova su questo piano: null’altro. Sul piano astrale valgono le percezioni astrali; e l’udito devachanico vale soltanto nel Devachan. Insomma ogni piano ha le sue proprie percezioni. Una cosa, invece penetra tutti i mondi: il pensiero logico. La logica è comune e identica per tutti e tre i piani. Così ci è dato imparare sul piano fisico una cosa che ha valore anche nei mondi superiori. Questo metodo viene osservato dal discepolato rosicruciano, il quale addestra prevalentemente il pensiero, sul piano fisico e coi mezzi del piano fisico. Un pensare penetrante viene già educato attraverso lo studio delle verità teosofiche o anche mediante diretti esercizi del pensiero. Se però desideriamo addestrare l’intelletto maggiormente, potremo studiare libri come La Filosofia della Libertà, Verità e Scienza, scritti appositamente in uno stile consente a un pensare, da essi disciplinato, di muoversi assolutamente sicuro anche nelle più alte regioni. Ci potrebbe addirittura essere qualcuno che studia questi scritti e  nulla sapesse di Teosofia potrebbe nondimeno orientarsi nei mondi superiori. Ma come detto, anche gli insegnamenti teosofici agiscono nella medesima maniera».

Ho preferito ritradurre il pezzo citato, perché la traduzione pubblicata ha subito un «intervento di ortopedizzazione» di dubbia finalità. Il termine «teosofia», che Rudolf Steiner adoperò largamente i primi tempi della sua missione pubblica e che poi abbandonò, ha qui il significato originario (e non quello che assunse il movimento occulto orientaleggiante a lui contemporaneo), viene chiarito nell’Introduzione del libro Teosofia:

«L’uomo designa come “divine” le cose più alte che gli è concesso di vedere, e deve pensare in qualche modo collegato il suo destino più alto con l’elemento divino. Di conseguenza anche la saggezza che va al di là del mondo sensibile e che gli manifesta il suo essere e quindi il suo destino potrà ben chiamarsi “saggezza divina” o teosofia. Allo studio dei processi spirituali nella vita umana e nell’universo si potrà dare il nome di scienza dello spirito. Se da essa, come avviene in questo libro, si estraggono specialmente i risultati che si riferiscono all’essenziale nocciolo spirituale dell’uomo, può venir usata per questo campo l’espressione “teosofia”, perché in questo senso essa venne usata nel corso dei secoli».

E in effetti, in tal senso tale espressione venne usata a partire sin dalla corrente neoplatonica ed ermetica alessandrina, poi nella corrente  ermetico-rosicruciana rinascimentale e settecentesca. E illustrando il primo gradino della Iniziazione rosicruciana, ossia lo studio, nella quattordicesima conferenza del 4 settembre 1906 del suddetto ciclo, così viene detto:

«L’europeo attuale non raggiungerà da solo, senza studio, la conoscenza della verità. Prima deve far nascere in sé i pensieri dell’intera umanità, deve imparare a pensare macrocosmicamente, deve dirsi: “Se altri hanno pensato questo, deve pur essere umano pensarlo, ed io voglio provarmi come si possa vivere con tali pensieri”. Non occorre giurarci sopra come fossero un dogma, ma bisogna imparare a conoscere lo sviluppo dei sistemi universali fissi e planetari della Terra e dell’uomo. Questi pensieri che ci vengono trasmessi dallo studio purificano lo spirito. Come l’edera si appoggia all’albero, finché il suo fusto non è da tanto da sostenere i propri rami, così i nostri pensieri si appoggiano degli alti pensieri altrui, fino a tanto che noi stessi non siamo capaci di formare alti pensieri. Questo studio purifica a sua volta i nostri pensieri, sicché arriviamo a pensare con una logica severa. Se per esempio studiamo un “libro molto difficile” importa assai meno il comprenderne il contenuto che trovare il filo delle idee dell’autore e imparare a pensare i suoi pensieri. Perciò non dobbiamo stimare nessun libro troppo difficile: ciò equivarrebbe ad attestare la nostra indolenza a riflettere. I libri migliori sono quelli che bisogna leggere e rileggere molte volte, che non comprendiamo subito, che occorre studiare frase per frase. Nello studio importa più il come che il che cosa si studia. Attraverso le grandi verità, come quelle che trattano delle leggi planetarie, veniamo a crearci grandi linee di pensiero, e questo è l’essenziale. C’è molto egoismo in chi dice: “Voglio maggior copia di dottrine morali e nessuna sul sistema planetario”. La vera scienza genera la vita morale».

Ora, è evidente come la Filosofia della Libertà sia proprio uno di tali “libri molto difficili”,  e che lo «studio», rosicrucianamente inteso, di essa esiga un energico pensiero volitivo. La stessa cosa vale per le opere di Massimo Scaligero – soprattutto per il Trattato del Pensiero Vivente e la Logica contro l’uomo – nelle quali, come dice Rudolf Steiner in un punto di Teosofia, già citato nel precedente articolo e in un paragrafo più sopra – durissimis repetita juvant capitibus«Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno essere conquistati con sforzo. A questo si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. Chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono essere sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso».  

Lo scopo profondo, perseguito dallo «studio» in particolare dello studio della Filosofia della Libertà – viene indicato in maniera esemplare nella dodicesima conferenza del ciclo sul Vangelo di Giovanni, ove vien detto:

«Con un termine antico si chiama catarsi, o purificazione, la elaborazione del corpo astrale mediante la meditazione e la concentrazione. Questa catarsi, o purificazione, ha appunto lo scopo di eliminare dal corpo astrale tutto quanto gli impedisce di organizzarsi in modo armonico e regolare, sì da sviluppare gli organi superiori, poiché il corpo astrale è predisposto a sviluppare quegli organi e basta mettere a nudo, per così dire, le forze latenti in esso.

Abbiamo menzionato che si potrebbe ricorrere ai metodi più diversi, per determinare la catarsi. Ad esempio si potrebbe progredire assai su quella via, giungendo a compenetrarsi intimamente e a vivere tutto il contenuto del mio libro Filosofia della Libertà, fino a sentire di essere divenuti capaci di riprodurre da se stessi e fedelmente i pensieri che vi sono esposti. Se qualcuno si comporta nei riguardi di quel libro (che è scritto proprio con questo intento) come un pianista nei riguardi del compositore d’ un pezzo da eseguire, in modo da riprodurre il tutto in se stesso nel modo adeguato allora la catarsi può prodursi in grado elevato, già solo a causa della rigorosa concatenazione dei pensieri. Infatti, ciò che conta in questo campo, come nel caso di quel libro, è che i pensieri siano tutti collocati in modo da diventare operanti. In molti altri libri dell’ età nostra, in fondo, basta configurare solo un po’ diversamente la sistematica, perché si possano spostare i pensieri, ed esprimere una cosa prima e un’altra dopo. Nel caso della Filosofia della Libertà ciò non è possibile. E altrettanto impossibile spostare una pagina nell’insieme del contenuto, quanto non si possono scambiare le gambe anteriori d’ un cane con quelle posteriori, poiché quel libro è un organismo articolato, e lo studio assiduo dei pensieri che vi sono esposti produce una specie di allenamento interiore. Esistono dunque diversi metodi per produrre la catarsi. Chi non l’abbia conseguita, dopo avere studiato quel libro non deve pensare che sia inesatto quanto ho detto adesso; ma piuttosto pensi che potrebbe non averlo studiato nel modo giusto, o non con sufficiente energia o serietà».

E sullo «studio», Rudolf Steiner ritorna nella quattordicesima conferenza del ciclo La Saggezza dei Rosacroce, tenuta a Monaco il 6 giugno 1907 e intitolata L’Essenza dell’Iniziazione, ove vien detto:

«Chi poi voglia salire nei mondi superiori, dovrà abituarsi a una forma di pensare che faccia sorgere ogni pensiero da quello precedente. Un tal modo di pensare è sviluppato nei miei libri: La Filosofia della libertà e Verità e scienza. Entrambi i libri non sono scritti in modo da poter spostare un pensiero per portarlo in un posto diverso da quello ove si trovi; sono scritti piuttosto nello stesso modo in cui può sorgere un organismo, in quanto ogni pensiero sorge dal precedente. Questi libri non hanno nulla a che fare con chi li ha scritti; l’autore si rimise ai pensieri medesimi, che si elaboravano in lui, e li scrisse come essi si configuravano.

Per chi si accontenti di farlo in modo elementare, lo studio è quindi un prendere conoscenza dei fatti principali della scienza dello spirito, mentre per chi voglia salire ai mondi superiori, questi studi rappresentano un approfondimento in una costruzione di pensiero nella quale ogni pensiero è la conseguenza del precedente, sorge per così dire da se stesso».

Perché, dunque, una tale insistenza sul volitivo pensare i pensieri della Scienza dello Spirito, e in particolare i pensieri di opere come la Filosofia della Libertà o del Trattato del Pensiero Vivente? Massimo Scaligero ce lo mostra sin dalle primissime parole del Trattato:

«Il presente trattato, anche se formulato e accessibile, propone un compito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza interiore, che lo spirito esige da lui in questo tempo. […]

Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della  «concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta in ogni pensiero che pensa».

Nella Filosofia della Libertà viene indicato lo stato eccezionale del pensare che fa di se stesso il proprio contenuto, stato eccezionale nel quale il pensare volitivamente attivo osserva, percepisce, e contempla, nell’obbiettività dello scenario interiore dell’anima, una serie di pensieri attentamente e intensamente pensati, sino a sperimentare di essi il momento genetico o sorgivo, sino a sperimentare mediante tali pensieri vivi l’estraformale forza-pensiero libera di pensieri, ossia libera di oggetti pensati, la cui funzione mediatrice si estingue, cessa, di fronte al sorgere del pensiero vivente che non ha bisogno di veruna mediazione . Ma questo è ugualmente il processo della Concentrazione e dello «studio» iniziaticamente inteso. Infatti, nel 22° capitolo del Trattato vien detto:

«Possiamo attingere al pensiero vivente per via di determinati pensieri, che risorgano compiutamente come nostra attività».

E proprio di questo si tratta: di non leggere velocemente e superficialmente, bensì di leggere intensamente e profondamente, e non per acquisire eccentriche «informazioni» ma per sperimentare la «vita». Perché l’Io può vivere unicamente nel pensiero vivente: fuori di tale realizzazione, gli esseri umani non sono spiritualmente vivi, perché spiritualmente non conoscono. Psichicamente, invece, essi sono animalmente vivi, ossia animati e galvanizzati da una animale vita «caduta» che consuma ed erode le forze autentiche dell’anima, nutrendo con esse dèmoni.

Un siffatto lavoro di pensiero è tale che lo «studio» è un atto «rituale» – e in quanto Rito deve essere considerato «sacro» che deve essere compiuto con lo stesso rigore, con la stessa abnegazione e dedizione, la stessa devozione e venerazione della Concentrazione e dela Meditazione. Come la Concentrazione, lo studio meditativo della Filosofia della Libertà, la meditazione del Trattato del Pensiero Vivente, richiedono il massimo sforzo interiore, la massima tensione della volontà. Come direbbe Isidoro, questo è  «un lavoro di edilizia pesante». Lo sforzo è quello di pensare intensamente, con la massima attenzione i pensieri della Concentrazione, i pensieri della Filosofia della Libertà o del Trattato, insistendo con la volontà pensante sino ad aprire il varco alla forza-pensiero, alla vita e alla luce primigenia del pensiero.

Questa è la Via Vera, la Via del Pensiero autenticamente iniziatica, quella che porta all’esperienza della morte e del superamento della morte. È la Via più coraggiosa, quella che cerca la Vita Vera con l’affrontare da vivi la morte. La Via eroica che col calor cogitationis – come lo chiamava Massimo Scaligero – col fuoco del pensare volitivo dissolve la brama dell’apparire illusorio, la paura di perdere il menzognero sostegno della natura inferiore, e accende nel cuore l’Intelletto d’Amore.   


 

SCIENZA DELLO SPIRITO

EMANUELE (di V. S. SOLOV’ËV)

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Emanuele


Nell’ombra dei secoli si è ormai dileguata
quella notte in cui, stanca di male e di affanno,
la terra posò nelle braccia del cielo, e nel silenzio nacque
Dio-è-con-noi.

Molte cose oggi non sono, che erano possibili ieri:
i re più non scrutano il cielo,
e i pastori non ascoltano nel deserto
come gli angeli parlino del Signore.

Ma ciò che di eterno in quella notte fu rivelato
non può essere ormai più corrotto dal tempo;
e il Verbo nato in quell’evo remoto, sotto a una greppia,
ti rinasce nuovo nell’anima.

Sì – Dio è con noi: ma non già sotto l’azzurro padiglione,
non al di là dei confini dei mondi innumerevoli,
non nel perfido fuoco, e non nel fiato delle tempeste,
non chiuso nella sopita memoria dei secoli.

È qui Egli, adesso; e tra l’effimera vanità,
nel torrente torbido delle ansie della vita, tu possiedi
un segreto onnigioioso: – impotente è il male,
e eterni noi siamo: Dio è con noi.

 

ARTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO, VLADIMIR SERGEEVIČ SOLOV’ËV

AUDACIA INTERIORE E FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ

LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

Rievocavo, nelle ore nelle quali una dolcissima melanconia è fedele compagna alla mia insonnia, quanto era emerso in vari colloqui tra una persona amica e me, circa la centralità che Massimo Scaligero dava alla Via del Pensiero e alla Concentrazione. E ogni volta i nostri scambi di idee mi riportavano alla mente quel che Massimo Scaligero, in vari colloqui, mi aveva detto, e che io custodisco nella memoria del mio cuore, come un prezioso tesoro. Le sue parole – comprese quelle ch’egli disse nell’ultimo colloquio del 25 gennaio 1980, poche ore prima che ci lasciasse – le porto scritte a lettere di fuoco nella mia anima e sono per me «bevanda della memoria», nonché un criterio radicale di distinzione tra ciò che costituisce l’essenza della Via Solare e ciò che non lo è.

Più volte nei nostri periodici, Massimo Scaligero mi disse come la missione di Rudolf Steiner – missione che Rudolf Steiner riconosceva essere sua propria – fosse quella di portare all’Occidente, e all’umanità tutta, una Via magica del pensiero e della percezione: una Via che fosse al contempo rigorosamente scientifica ed iniziatica. Sin dalla sua giovinezza, egli aveva lottato, prima per conquistare, e poi per indicare nelle sue opere, una tale Via che da una parte porta alle sue estreme conseguenze le istanze del metodo scientifico di rigore logico e sperimentale, e dall’altra una Via iniziatica nelle forme di un audace idealismo magico.

Risulta dalla stessa biografia di Rudolf Steiner, come questi sia partito da un confronto serrato con la filosofia kantiana, che nella seconda metà del secolo diciannovesimo avrebbe avuto, soprattutto in Germania, una immensa influenza, con la matematica, con la fisica, la chimica, le scienze naturali, le quali pure passavano di scoperta in scoperta e vedevano aumentare a dismisura la loro influenza sulla visione del mondo e sulla vita di innumerevoli persone. In particolare, il giovanissimo Rudolf Steiner riteneva – come mi diceva Massimo Scaligero e come si evince altresì da molte delle sue vicende biografiche – che l’esperienza del momento originario del pensiero e dell’essenza sovraindividuale, universale, dell’idea fossero comuni, oltre che a lui, anche a scienziati e filosofi, perché egli non si spiegava come costoro potessero avere una intuizione matematica, scoprire una legge fisica, chimica o biologica, di valore universale, senza avere coscienza come tali intuizioni e leggi fossero «idee», e senza essere coscienti del momento «dinamico», «vivente», del pensare producente tali «idee». In effetti, egli dai suoi diciotto sin oltre i suoi quarant’anni cercò di riscontrare in scienziati e filosofi la coscienza di tale momento originario del pensare, la consapevolezza del momento ideante del pensare, del quale in maniera evidente essi usufruivano, sino ad avere ogni volta cocenti delusioni. Egli stesso riferisce ne La mia vita come, di fronte alle risposte sprezzanti di un fisico, al quale si era rivolto esponendo le proprie idee e che dimostrò tutta la propria chiusura mentale e l’incomprensione totale rispetto a quanto gli veniva esposto, dovette «ammutolire».

Se seguiamo il suo percorso, così come lo possiamo scorgere nelle sue opere scritte, vediamo come per oltre due decenni egli sia rimasto fedele a questa sua «missione» – radicale e audace sino alla temerarietà – di portare un impulso spirituale rinnovatore nella scienza, nella filosofia, nella cultura e nella visione del mondo moderna. Attraverso la raccomandazione di Karl Julius Schroer, che lo presenta all’editore Kürschner, cura – a partire dal 1882, quando aveva solo 21 anni – per la «National Literatur» l’edizione delle Opere Scientifiche di Goethe, ch’egli arricchisce di varie introduzioni, riunite poi nel primo volume della sua Opera Omnia, e di moltissime note. Seguono poi la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo del 1986 – quando di anni ne aveva venticinque – Verità e scienza. Proemio ad una filosofia della libertà del 1892 – che era l’ampliamento della sua tesi di laurea in filosofia, sostenuta a Rostock nel 1891 – la Filosofia della libertà. Risultati di osservazioni animica secondo il metodo delle scienze naturali del 1894 – aveva allora trentatré anni – Friedrich Nietzsche, lottatore contro il suo tempo del 1895, la Concezione goethiana del mondo del 1897, Concezioni del mondo e della vita del XIX secolo degli anni 1900-1901, che – ampliata nel 1914 di un secondo volume – diverrà gli Enigmi della filosofia. Solo al principio del nuovo XX secolo, egli scriverà I mistici all’alba dei nuovi tempi del 1901, ma affronterà il problema della Mistica medievale e rinascimentale – che è tutt’altra cosa dal misticismo, contro il quale egli si scaglia nella Filosofia della libertà – ma lo affronterà dal punto di vista della stessa Filosofia della libertà. Per non parlare di molti suoi articoli come L’individualismo nella filosofia, di ben sessanta pagine, o Haeckel e i suoi avversari, che sarà un vero e proprio opuscolo, ed un’infinità di altri suoi contributi alla scienza, alla filosofia e alla cultura in genere apparsi in riviste, giornali, opere collettanee varie.

Per molti anni, dal 1881 al 1901 – sin oltre la metà della propria vita – Rudolf Steiner operò col pensiero, con la parola, con l’azione, ad indicare una Via dei «nuovi tempi», una Via radicale per giungere alla diretta esperienza spirituale, alla concreta possibilità della Iniziazione mediante l’esperienza dell’Io libero: libero nel conoscere da qualsiasi limite, che possono essere posti contingentemente, e superati, solo dal pensare in sé privo di limiti, e libero nel volere, che non riconosce altra legge se non quella ch’egli prescrive a se stesso come frutto della fantasia morale.

La Filosofia della libertà, pur nella forma di un’esposizione filosofica, è in realtà – come lo definì il mio amico L., suscitando in me gioioso stupore ed entusiasmo – «il più potente trattato di magia mentale che sia mai stato scritto». Io oserei dirlo addirittura un «rituale interiore d’Iniziazione mediante l’esperienza del pensare puro». Che attraverso l’esperienza interiore del pensare puro, operando secondo il metodo indicato nella Filosofia della libertà, si giunga alla concreta e diretta esperienza spirituale, lo dice apertamente lo stesso Rudolf Steiner nella Seconda aggiunta alla seconda edizione (1918), alle pp. 216-218 della traduzione italiana di Dante Vigevani, che io preferisco per chiarezza e precisione, edita nel 1966 dall’Editrice Antroposofica. Vale la pena di trascriverne le parti salienti:

«L’esposizione fatta in questo libro è costruita sul pensare intuitivo, sperimentabile solo spiritualmente. […]
Con ciò si è indicato nel pensare l’elemento per mezzo del quale l’uomo si immette spiritualmente nella realtà. (E nessuno dovrebbe veramente confondere con un mero razionalismo questa concezione del mondo costruita sul pensare sperimentato). D’altra parte, però, da tutto lo spirito di queste esposizioni segue che l’elemento percettivo, per la conoscenza umana, consegue un valore determinativo di realtà solo quando viene afferrato nel pensare. Fuori del pensare non c’è possibilità di riconoscere alcunché come realtà. Non si può dunque sostenere che il modo sensibile di percepire ci sia garanzia dell’unica realtà. L’uomo deve assolutamente aspettare, nel cammino della sua vita, ciò che sorge come percezione. Ci sarebbe soltanto da domandarsi se, partendo dal punto di vista che risulta unicamente dal pensare intuitivo, sia giustificato il fatto di aspettare che l’uomo possa percepire, oltre ciò che è sensibile, anche lo spirituale. Sì, questa aspettativa è giustificata; perché, se pure l’esperienza del pensare puro è, per un verso, un processo attivo che si svolge nello spirito umano, per un altro è allo stesso tempo una percezione spirituale, conseguita senza l’aiuto di alcun organo fisico. È una percezione nella quale è attivo lo stesso percipiente, ed è in pari tempo un’autoattività che viene percepita. Nel pensare, intuitivamente sperimentato, l’uomo viene trasferito in un mondo spirituale anche come essere percipiente. Ciò che, quale mondo spirituale del suo proprio pensare, gli viene incontro entro quel mondo come percezione è riconosciuto dall’uomo come un mondo di percezioni spirituali. Questo mondo avrebbe col pensare il medesimo rapporto che, dal lato dei sensi, ha il mondo delle percezioni sensorie. Il mondo di percezioni spirituali, non appena sia sperimentato dall’uomo, non può essergli per nulla estraneo, perché nel pensare intuitivo egli ha già un’esperienza di carattere puramente spirituale. Di questo mondo di percezioni spirituali parlano numerosi miei scritti che sono stati pubblicati dopo il presente libro. Questa «Filosofia della libertà» è la base filosofica. In questo libro si è infatti tentato di mostrare che l’esperienza del pensare, giustamente compresa, è un’esperienza spirituale. Sembra perciò all’autore che chi può accogliere con tutta serietà il punto di vista dello scrittore di questa Filosofia della libertà non si tratterrà dal penetrare nel mondo della percezione spirituale. Certo, quanto è esposto nei libri posteriori del medesimo autore non può essere dedotto logicamente, per via di ragionamenti, dal contenuto del presente lavoro. Ma dalla comprensione vivente del pensare intuitivo, quale qui è inteso, risulterà naturalmente l’ulteriore ingresso nel mondo della percezione spirituale».

Penso che più chiari di così non ci si possa esprimere. Eppure, la Filosofia della libertà, tra i libri di Rudolf Steiner, è sicuramente quello meno conosciuto, il più equivocato, e soprattutto il meno amato. Soprattutto il meno amato dagli antroposofi. È il meno conosciuto perché si evita accuratamente di conoscerlo, e si evita di conoscere la Filosofia della libertà perché la si teme, si teme l’intensità interiore ch’essa esige. Essa è il libro più equivocato, proprio perché si evita accuratamente di pensare sino in fondo i suoi pensieri, per tema ch’essi conducano ad esperienze radicali che si presentono ma che si vogliono ad ogni costo evitare. Per cui è più comodo pensare che sia un semplice libro di “filosofia” – come in fondo ce ne sono tanti – che vuole dare una “giustificazione gnoseologica” – che taluni trovano un tanti nello arida e noiosa, in fondo inutile – all’Antroposofia. La Filosofia della libertà è il libro di Rudolf Steiner meno amato, perché come Via d’Iniziazione porta all’esperienza della morte, a quell’esperienza del morire prima di morire, senza morire, che è lo scopo precipuo e il mezzo assolutamente necessario del processo dell’Iniziazione. Esperienza cui l’umano-animale, presente in ogni essere umano, cerca con ogni mezzo ed ogni astuzia di sottrarsi. Contro tale umano-animale deve fare coraggiosamente i conti chi, con risolutezza, vuole giungere ad una esperienza spirituale autentica.

La Filosofia della libertà non è certo tenera con il sin troppo umano bisogno di cercare «appoggi» di natura vitalistica, filosofica, scientifica, moralistica, e persino religiosa. Il rinunciare a tali appoggi dà all’uomo impastato nei processi della natura inferiore – ossia all’uomo che subisce il servaggio alla natura corporea, inevitabilmente animale – la vertigine dell’abisso, la paura del precipitare, e la brama di cercare un «rifugio» in una «ideologia» economica, politica, scientifica, religiosa, che può trovare in partiti, corporazioni scientifiche e accademiche, logge e Ordini «occulti», confessioni religiose varie. Cercando, naturalmente, di non vedere, di nascondere a se stessi l’estrema precarietà di una tale «soluzione», la cui unica funzione è quella di narcotizzare l’angoscia esistenziale e la paura che ascendono dalle profondità della natura umano-animale.
Che la Filosofia della libertà sia una Via di Conoscenza spirituale è quel che afferma Rudolf Steiner in Teosofia, ove dopo aver detto nella Prefazione alla terza edizione che:

«Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno essere conquistati con sforzo. A questo si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono essere sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso» – osservazione questa che, se vale per Teosofia, a maggior ragione vale per la Filosofia della libertà – poco più oltre aggiunge:

«Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile».

In maniera ancora più esplicita, Rudolf Steiner indica ne La scienza occulta nelle sue linee generali come nel campo dell’esperienza spirituale solo l’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, possa rappresentare un criterio di certezza assoluta nei confronti delle innumerevoli illusioni che per il cercatore spirituale possono scaturire dalla sfera immaginativa. Certezza assoluta lo sperimentatore spirituale può avere nell’esperienza ispirativa, e soprattutto in quella intuitiva. Massimo Scaligero, nell’indicarmi la centralità delle opere di pensiero di Rudolf Steiner, mi disse esplicitamente che queste muovevano, indipendentemente da qualsiasi elemento apporto immaginativo, facendo appello direttamente ad un pensare ispirativo-intuitivo. E l’importanza di un tale pensiero ispirativo-intuitivo viene sottolineata, ne La scienza occulta – che amiamo citare dell’edizione italiana del 1947, pubblicata da Laterza di Bari – con le seguenti parole:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi, per mezzo delle comunicazioni della scienza dello spirito, è completamente sicura. Ve n’è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti più difficile, e sta descritta nei miei libri La teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo e La Filosofia della libertà. Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come entità di per sé vivente, e non il pensiero rivolto solo ai ricordi di oggetti sensibili, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente delle comunicazioni della scienza dello spirito; nondimeno in essi viene mostrato che il pensiero puro, concentrato in se stesso, può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensare può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione spirituale. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri è già nel mondo spirituale, sebbene questo li si palesi come mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio, segue una via sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore, che gli arrecherà bellissimi frutti per l’intiero avvenire».

Che una tale Via del Pensiero porti alla diretta esperienza spirituale, è giustificato dalle parole che Rudolf Steiner pone una pagina prima, ove dice:

«Per chiarire questo punto bisogna considerare che il pensiero umano, quando si stimola con energia, arriva ad abbracciare un campo più vasto di quello che di solito gli viene assegnato. I pensieri contengono infatti una essenza interiore che è in rapporto con il mondo sovrasensibile».

Mentre in Teosofia, a proposito della natura intuitiva del pensare, dice:

«Nello stesso senso in cui le manifestazioni del mondo corporeo sono chiamate sensazioni, le manifestazioni di quello spirituale si possono chiamare intuizioni. Il pensiero più semplice contiene già intuizione, perché non può essere toccato con le mani né veduto con gli occhi: bisogna riceverne la rivelazione dallo spirito attraverso l’io».

Non posso che rimandare, dunque, a quanto Isidoro – col quale concordo pienamente – ha scritto nel suo articolo Libertà individuale e filosofia della libertà. Aggiungo che anche varie conferenze dedicate ai soci della Società Antroposofica, in maniera particolare ne La Saggezza dei Rosacroce e in Alle porte della Teosofia (apparso in italiano col titolo La Scienza dello Spirito), Rudolf Steiner collega l’elaborazione meditativa di opere come Filosofia della libertà, Verità e scienza, Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, come fondamentali per lo «studio», in quanto primo gradino della Iniziazione rosicruciana. E nella dodicesima conferenza sul Vangelo di Giovanni, egli indica lo «studio» meditativo, e non intellettuale, della Filosofia della libertà – «che è stata scritta proprio con questo scopo», dice il Dottore – per realizzare quella kàtharsis, o purificazione del corpo astrale, che trasforma l’anima nella «pura, casta, sapiente Vergine Sophia», e la apre all’azione fecondatrice dello Spirito, in modo che venga da essa generato l’Io superiore.

Ciò mostra in maniera che più chiara non si potrebbe la funzione iniziatica della Filosofia della libertà e delle opere di Rudolf Steiner ad essa correlate, nonché del Trattato del Pensiero Vivente di Massimo Scaligero che da essa è scaturito. Come ne scaturisce la  pratica della Concentrazione che, intensificandosi nel suo momento dinamico, giunge a liberarsi di ogni mediazione che non sia il suo stesso «essere» in atto, sino a farsi Contemplazione della propria essenza e del Mondo Spirituale.

Fu Massimo Scaligero  a farmi comprendere l’importanza di quanto Rudolf Steiner scrive nella Appendice all’edizione 1918 – che citiamo nella edizione pubblicata dai Fratelli Bocca nel 1952 – nella quale viene indicato come:

«La via alla conoscenza soprasensibile, descritta in questo libro, conduce ad uno sperimentare animico nel quale è specialmente importante che il discepolo che vi aspira non si abbandoni a nessuna illusione, o malinteso sul medesimo. e in questo campo riesce facile all’uomo essere tratto in inganno. […] Ciò che viene sperimentato dall’anima umana sulla via qui indicata si svolge completamente nel campo della pura esperienza animico spirituale. È possibile per l’uomo di vivere queste esperienze solo se, anche per altre esperienze interiori, egli può rendersi altrettanto libero e indipendente dalla vita corporea, quanto lo è nello sperimentare della coscienza abituale, allorquando, su ciò che ha percepito dall’esteriore, o su ciò che interiormente ha desiderato, sentito, o voluto, egli si forma pensieri che non derivino dal percepito, sentito, voluto».

Nella citata Appendice viene messo in evidenza l’incorporeità dell’esperienza del pensiero puro, della «capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su se stesso». Isidoro ha riportata L’Appendice del ’18 nel suo articolo del 29 gennaio 2014, al quale perciò rimando il lettore.

In particolare, in tale Appendice il Dottore mette chiaramente in evidenza come ogni esperienza dell’anima, ad eccezione del pensiero puro, non possa non svolgersi normalmente senza il coinvolgimento del corpo, del quale è fatale subire l’influenza. E qualsiasi esperienza pretesa «spirituale», che non si liberi radicalmente di ogni influenza corporea, non può evitare di essere medianica, e di aprirsi non ad una sfera sovrasensibile, bensì ad un equivoco sperimentare subsensibile, fonte di ogni errore e d’infinite illusioni.

Un tale scivolamento nella medianità più o meno inconsapevole è fatale allorché alla Via del pensiero si contrappone una «via dell’anima», come via che sarebbe «più adatta» a molti per i quali «una completa austerità è insopportabile». Un tale scivolamento è fatale al misticismo – che è qualcosa di alquanto diverso dalla Mistica per es. di un Meister Eckhart della quale parla Steiner nel suo libro sui Mistici all’alba dei nuovi tempi – perché il misticismo «vuole sentire quello che, invece, deve conoscere» (Filosofia della libertà), e un tale sentire non è libero dalle pastoie del coinvolgimento corporeo. Per questo affermare che «il pensiero puro-libero dai sensi è una esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», è affermare l’esatto contrario della verità. Quella verità che Massimo Scaligero ci ha indicato nella Via del Pensiero Vivente e nella disciplina dura, difficile, ma aurea ed eroica, reale, in sé e a sé sufficiente, della Concentrazione.

Questa Via della Filosofia della libertà è indipendente e al contempo polarmente opposta all’Antroposofia – come ha sagacemente sottolineato Isidoro nel suo articolo – ed essenzialmente connessa con l’esperienza di profondità della Concentrazione. Si può dire che la meditazione della Filosofia della libertà e la pratica della Concentrazione si alimentino a vicenda: ognuna permette di andare al cuore dell’altra. E soprattutto sono il più potente antidoto a quel veleno che è costituito dalla sentimentalizzazione fideistica e dall’intellettualizzazione dogmatica dei contenuti dell’Antroposofia, veleno che paralizza le forze dell’anima, la deforma, ed offre al mondo un’immagine caricaturale della Scienza dello Spirito.

L’audacia è porre sempre al centro la diretta esperienza interiore, scaturente dalla risoluta pratica dell’Ascesi del Pensiero, superando ogni forma di realismo primitivo, scientifico, politico, religioso e «antroposofico» – come ammoniva Massimo Scaligero nelle riunioni dell’ultimo anno – attraverso il «realismo del pensare», il «realismo» dell’esperienza eterica del concetto, il «realismo» del Logos.

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

EL HOMBRE INTERIOR

Massimo Scaligero El Hombre Interior – Caviarbleu, Editora Andina Sur
Calle Alpatacal 1764, – (5500) Mendoza, Republica Argentina
e-mail info@caviarbleu.com– Páginas 260 – Precio € 17,00 Traductor: Veeraj Giovanni Gullo

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Tempo fa venni  a conoscenza della traduzione in Castigliano de  “L’Uomo Interiore” di Massimo Scaligero nella rivista  L’Archetipo, operazione raccontata dall’Amico Franco Giovi e che vi invito a leggere sul mensile online: www.larchetipo.com/2011/gen11/pubblicazioni.pdf

Personalmente credo che questo avvenimento sia di portata eccezionale, il signor Giovanni Gullo Veeraj, nostro lettore e iscritto, italiano ma che vive da molto tempo in Argentina ha assunto questo compito sicuramente non facile, e addirittura pare ne stia a tradurre altri e cio’ mi riempie di tanta gioia perche’ riconoscendo la preziosita’ dei concetti espressi dai testi in questione e intendo anche solo lontanamente quanto siano costati sotto tutti i fronti a Massimo Scaligero, allora penso che se e’ giunto il momento di rendere questi contenuti disponibili anche agli altri popoli, sia un grosso e buon segno dai mondi spirituali che operano per l’evoluzione di ognuno.

Grazie signor Veeraj Giovanni Gullo.Grazie Franco Giovi e un saluto a tutti.

Naitsirc

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Dopo aver letto la presentazione della traduzione del libro di Scaligero su L’Archetipo di gennaio 2011, decisi di scrivere a Veraaj Giovanni Gullo, tra l’altro iscrittosi al nostro allora forum poco tempo prima, per chiedergli maggiori informazioni. Tra le altre cose abbiamo saputo che su L’Archetipo Franco Giovi ha omesso, sicuramente per modestia, di indicare che il testo in lingua spagnola contiene una sua prefazione, anch’essa in lingua castigliana.

Veraaj ci ringrazio’ per l’interessamento, per aver citato l’evento, e ci invio’ lo scritto del dott. Giovi chiedendoci di condividerlo con i lettori del forum se fosse stato possibile.  Per noi fu un piacere e un privilegio poter accogliere una richiesta del signor Gullo e nello stesso tempo pubblicare nello stesso mese del gennaio 2011, in italiano, la prefazione curata da Giovi per El Hombre Interior. Una testimonianza inedita e preziosa.

Testimonianza  che ben si incastona con altre di suoi discepoli ed amici, che va a comprovare l’eccezionale levatura di Massimo Scaligero, la sua grande umanita’ e potere di accoglienza interiore di molte sofferenze e drammi umani. Nella vastita’ della sua anima questo grande Iniziato, svuotandosi di tutto poteva accogliere e lenire le sofferenze di coloro che disorientati e bisognosi si recavano da lui per ricevere un Lume…..

Gullo ci comunica la sua intenzione di poter tradurre e pubblicare un libro all’anno di Scaligero. Siamo certi che tutti gli estimatori di questo Maestro del Pensiero proveranno una grande gioia a questa notizia, ringraziando in cuor loro Veeraj per questa importante, non facile impresa ma sicuramente di inestimabile valore e fedelta’ alla causa della Tradizione Perenne.

Siamo grati a Veraaj per la sua considerazione, per il lavoro prezioso che ha svolto e per quello che svolgera’: siamo sicuri che in questa magnifica fatica non sara’ mai solo.

Savitri

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Prefazione di Franco Giovi a El Hombre Interior – M.S.


Cenni sull’Autore

In un articolo scritto per la rivista L’Archetipo del marzo 2008 in relazione ad una assai sintetica biografia di una notevole personalità francese, Paul Sédir, scrissi queste parole: “L’oscurità infittisce quando si dirige lo sguardo su specifiche individualità. Vi siete mai accorti che di esse non trapela l’essenziale e che anzi non scoprite nulla della loro anima e del suo più intimo percorso? Mogli, figli, amici ed eventuali biografi possono raccontarvi di avvenimenti, gesti, parole dette. Questo per noi può essere soddisfacente o almeno interessante ma ricordiamoci che sono superfici, descrizioni di quanto è percepibile alla coscienza comune…”. Iniziai a studiare i primi scritti di Massimo Scaligero all’inizio degli anni ’60 e dopo un decennio di lavoro d’intelletto e di sperimentazione interiore, reputando maturo il momento, decisi di incontrare personalmente il responsabile delle mie fatiche.

Quando andai da Scaligero mi ero ritagliato lo spazio per un giudizio libero ed attento. Certo, avevo già orientato molto della mia vita sulla base delle sue indicazioni espresse attraverso una forma magistrale, capace di darsi come rigorosa veste di un contenuto che indirizzava all’esaurimento della dialettica e alla conseguente accensione di un difficile atto interiore, ma non dimenticavo tuttavia i giudizi critici e preoccupati di personalità e correnti sapienziali che avevo, in tempi precedenti, valutato con rispetto. Detto in soldoni, Scaligero era un personaggio che metteva d’accordo pure gli estremi opposti: tutti uniti ad essergli contrari (a quel tempo ignoravo le bordate di anatemi e maldicenze scatenategli contro da membri della Società Antroposofica) e anche per tale motivo desideravo conoscerlo direttamente.

Dopo l’arrampicata dei ripidissimi gradini di tutto lo stabile di via Cadolini 7 a Roma, bussai ansimante alla porta metallica del suo Studio; sguardo coraggiosamente diretto verso chi (il gigante che) m’avrebbe aperto: la porta s’aprì e dovetti abbassare gli occhi per incontrare quelli di un signore anziano dai capelli bianchi, notevolmente più basso del sottoscritto… Un’ora dopo, uscendo, portavo in me il vivo seme della più profonda esperienza della mia vita, esperienza che durante quasi quarant’anni è cresciuta più forte e profonda ed è il filo aureo che congiunge il mio lavoro interiore allo Spirito. Essa, rafforzata tra parole e silenzi meditativi lungo un decennio di incontri sino alla sua sortita dal palcoscenico, è ciò che mi guida come pura percezione in se sussistente, nella conoscenza dei significati adialettici del mondo. In quel pomeriggio di tarda primavera avevo incontrato l’Iniziato della comunità Solare.

Il lettore dotato di spirito critico a questo punto sbuffa e pensa: “Vera o ingannevole, quella che ci racconti è esperienza tua, non mia di certo” Egli ha perfettamente ragione e la mia autorità è più piccina di un guscio di noce affondato nella baia di Tokyo. Allora proviamo ad ascoltare per un momento la voce di colei a cui Scaligero dedicò alcune tra le sue più alte Opere.

“Ricordare Massimo è tornare a far vivere l’atmosfera che da lui emanava in ogni incontro, che destava in chiunque lo incontrasse una energia vivificante, e non solo in chi seguiva la Via dello Spirito. La positività era per lui una disposizione d’animo, e questo rasserenava chi lo avvicinava, riportando la pace fra persone che vivevano d’avversione e contrasti.
Per fare un semplice esempio, tratto dalla vita di tutti i giorni, a Via Cadolini, a piano terra, c’era un anziano signore in pensione, che passava il suo tempo tra il giardinetto di casa e la passeggiata al Gianicolo. Convinto fascista della prima ora, fischiettando con insistenza le prime note di “Giovinezza” aveva indotto a imitarlo un merlo che aveva preso alloggio nell’albero di fronte al cancello. Sentirli fischiettare in alternanza, l’uomo e il merlo, era un’esperienza divertente. Il villino confinante era abitato da un signore altrettanto anziano, anche egli in pensione e con molto tempo da spendere. Convinto comunista, non si rassegnava affatto alla performance, e anzi, fortemente infastidito, aveva pensato di contrattaccare, rivolgendosi ai merli degli alberi del suo giardino con le prime note di “Bandiera rossa”. Uno dei merli cominciò a risponderli, e così anche lui faceva dei duetti. Da una parte il fischio insisteva: “Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza …di bellezza …di bellezza” e dall’altra “Bandiera rossa la trionferà …la trionferà …la trionferà”, con una ripetitività ossessiva che faceva salire la tensione tra i due. Non si trattava più di un allegro fischiettare, ma di una sorta di duello canoro. Massimo iniziò (nei tempi sempre troppo esigui che aveva per se) a intrattenersi una volta con l’uno e una volta con l’altro dei duellanti, rivolgendo loro domande in tono amichevole e a voce abbastanza alta da coinvolgere, almeno uditivamente, l’altro contendente. Man mano che i due si “parlavano attraverso Massimo” scoprivano di avere molto in comune e la politica divenne una divisione fittizia e facilmente superabile. I contendenti alla fine abbassarono le armi e ne nacque un’amicizia che riempì la vita di entrambi”

Questa è una piccola storia e tante piccole storie potrebbero fare un ragguardevole album di belle storie edificanti, ma in tutta sincerità, vi servirebbero a qualcosa di concreto, o meglio, muterebbero il vostro livello di coscienza?

Nessuno tra coloro che conobbero veramente Scaligero potrebbe (ne desidererebbe) raccontarlo. Nessuno è degno e deputato a farlo. A parlare di Lui si schiudono comunque due pessime strade: o si finisce immancabilmente a parlare di se stessi (come ho fatto nelle righe precedenti) oppure si fa dell’accademia e vi assicuro, ciò è stato fatto con dovizia e perizia e il risultato ricorda il museo delle cere di madame Tussauds al profumo d’incenso. Questo è fatale poiché quaggiù, nel nostro mondo chi può dire d’aver conosciuto veramente Massimo? Per qualcuno era il Maestro che ti trasmette l’esperienza fondamentale che (salverà e) orienterà la tua vita. Per altri il saggio anziano che ascolta gli sfoghi personali. C’era gente che si faceva una giornata di treno per dire a Scaligero di avere difficoltà sul lavoro o con la moglie e Lui accoglieva tutti. E qualcuno tra tanti si accorgeva di un fatto strano ossia mentre Scaligero lentamente rispondeva, si sentiva portato ad un livello di coscienza diverso da quello con cui era venuto. Era come se, senza perdere lucidità, ma anzi acquistandone di maggiore, si fosse innalzati un poco oltre la coscienza normale. Prova ne sia che molti problemi, magari da tempo sentiti come tormentosi o quasi catastrofici, di colpo non esistevano più o diventavano del tutto meschini, incapaci di incidere nella tua vita.

Pochissimi sanno qualcosa della dimensione di santità in cui Scaligero operava, silenziosamente e segretamente, nella vita comune (egli, poverissimo, donava tutto a tutti). E non è minimamente razionalizzabile quale fosse (sia) davvero il suo rango spirituale o la sua presenza nel più alto e inviolabile Santuario. Se su questi che sono i tratti essenziali della sua realtà, Massimo tacque, è d’uopo mantenere il silenzio. Quello che resta alla portata di chiunque, se sufficientemente lucido e coraggioso, è la sua opera, il suo pensiero, attraverso il quale scorre ciò che un tempo fu il Sole stesso e ora balena come segreta folgore di Vita nella Terra e nel Pensiero quando questo riafferri se stesso prima di morire nel proprio riflesso.

Questo è stato il compito di Massimo Scaligero: offrire al ricercatore una Via, conforme all’odierna struttura dell’uomo, articolata in forma logica di pensiero che nel venire pensata schiuda al pensatore l’organo interiore del Risveglio.
E’ quanto la vera Tradizione Perenne trasmette all’uomo di questo tempo. Sognare le meraviglie del passato, lo yoga, la magia, l’ermetismo, ecc. è facile. Invece è terribile destarsi dal sogno. Per questa ragione vi sarà difficile leggere e capire le pagine di questo libro. Procedendo in esse con il VOSTRO pensiero sarà il pensiero stesso a decidere cosa fare di sé. Voi abbiate soltanto la dignità di tentare.

Franco Giovi

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Ricordiamo ai gentili lettori interessati che dopo questa opera di Scaligero fu pubblicata anche la traduzione del Manuale, da parte, naturalmente dell’amico Gullo (con camicia bianca nella foto, insieme a lui il ns carissimo amico e maestro di arti marziali Roberto Daniel Villalba). Vi rimando a un nostro articolo gia’ pubblicato nel blog Eco: https://www.ecoantroposophia.it/2013/09/lib…itri/el-manual/

LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L'ARCHETIPO – MARZO 2014

angelo-liberatore

In questo numero

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 61

Socialità
L.I. Elliot Il Grande Fardello

Poesia
F. Di Lieto Presagio

Etica
T. Diluvi Il contagio

AcCORdo
M. Scaligero Armonizzare le dissonanze

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Il segreto dei segreti

Il Maestro e l’opera
I. Stadera Il potere solare del pensiero

Spiritualità
R. Steiner Le Feste cristiane e la respirazione della Terra

FiloSophia
M. Scaligero La dottrina giapponese del hara

Inviato speciale
A. di Furia Imperialismo dell’illusoria materia

Uomo dei boschi
R. Lovisoni Il libro

Esoterismo
M. Iannarelli Nessi esoterici del testamento di R. Steiner

Miti e saghe
R. Steiner Segni e simboli occulti

Personaggi
M.G. Moscardelli Danza La signora con la lanterna

Costume
Il cronista Vittime

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
O. Tufelli La Scuola Medica Salernitana

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

COSCIENZA E AUTOCOSCIENZA

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(Concilio degli dei – Raffaello)

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A volte un’immagine può dire più di tante parole se colpisce il profondo dell’anima, ed un mito – come c’insegna Platone – può esprimere una verità profonda, celata nella trama delle immagini, meglio di un discorso dialettico, che spesso è solo il rumoroso risuonare di vuote parole. Immagine e mito possono avere un afflato poetico, e suggerire o far presagire arcani significati, ai  quali l’anima può volgersi nel meditare.

Pochi colgono la differenza tra coscienza e autocoscienza, ma essa è fondamentale per intuire e avere vivo e intenso in se stessi il clima nel quale si svolge l’Ascesi del Pensiero, il clima del pensiero puro, che ha pochi, scelti innamorati. Pochi sono così svegli da rendersi conto come un’aurea disciplina, che molti ritengono aridissima, come la Concentrazione possa essere in realtà un’operazione interiore che può generare nell’anima slancio ed entusiasmo, possa suscitare dedizione sacrificale e abnegazione, generoso impegno e gioiosa immolazione. È una disciplina ardua e austera, è vero, è tuttavia essa può accendere – dopo aver dissolta e dispersa la mucillaginosa e logorante emotività nella quale sguazza l’anima «naturale» – un impeto interiore che travolge la mediocrità nella quale l’accidiosa comune umanità si crogiola e apre all’audace e al fedele  il varco alla Via eroica e al sentire celeste: quello autentico, non la sua caricaturale degenerazione che è la consueta erodente emotività.

Un tempo – che era prima del sorgere del «tempo», ossia del tempo umanamente concepito – l’Assoluto, il Supremo, riunì tutti gli Dèi, tutti gli Esseri delle Gerarchie Celesti, e dette loro un compito: portare ad esistenza nell’Universo la «libertà». Compito che gli Dèi, le Entità divine, ritennero estremamente arduo, perché essi non conoscevano la libertà. Non la conoscevano perché essi non erano liberi. Gli Dèi, gli Esseri delle Gerarchie divine, infatti, erano emanazioni e manifestazioni dell’Assoluto, del Divino: nel loro essere manifestava ogni Gerarchia un particolare aspetto del Divino, ed il loro agire esprimeva direttamente  e dinamicamente un aspetto dell’Assoluto, agire che non poteva essere diverso da quello che era. Vi sono Deità che sono «Spiriti della Saggezza o della Sapienza»: Essi non «hanno» Saggezza o Sapienza, bensì «sono» la divina Saggezza o Sapienza, e non possono non esserla, non possono sottrarsi a tale identità. Altri Dèi sono «Spiriti dell’Armonia», o «Spiriti della Volontà e del Coraggio», e anch’essi sono «Armonia», «Volontà», «Coraggio», così come altre Deità sono «Amore», «Forza», «Forma», e via dicendo. Sono quello che sono, e non possono non esserlo. Sono legati all’«essere» che costituisce la loro essenza, e non hanno la possibilità della scelta del «non essere», del non essere quello che sono e come sono. Per non essere quello che sono, per essere diversi da quello che sono, dovrebbero essere «liberi». Ma essi, appunto liberi non sono, perché non «conoscono» la «libertà», ma soltanto la «necessità» che li lega al loro «essere». Non si può essere quel che non si conosce.

Compito difficile, dunque, per gli Dèi quello di portare ad esistenza nell’Universo la «libertà». Per cui «deliberarono» di creare un essere che avrebbe portato lui ad esistenza la libertà nell’Universo e che, quindi, l’avrebbe fatta conoscere loro. Quello che crearono fu l’Uomo Cosmico, l’Uomo Primordiale: quello che nei Veda viene chiamato Mahapurusha, il ‘Grande Uomo’ e, nella Kabbalah, Adam Qadmon, l’Uomo Primevo. Ad un tale Uomo Primordiale, ogni Deità, ogni Entità delle Gerarchie celesti donò una parte del proprio «essere»: egli ricevette Sapienza, Armonia, Volontà, Forza, Coraggio, Amore, e tutte le altre «qualità» o manifestazioni dell’Assoluto, che costituivano l’«essenza» delle Gerarchie stesse.

Ma un tale Uomo Primordiale non era e non poteva essere immediatamente «libero»: finché fosse rimasto nel seno degli Dèi, egli sarebbe stato sapiente, anzi onnisciente, potente e morale, ma non libero, perché la visione e la presenza degli Dèi in lui, con la sua travolgenza, agiva in maniera coartante in lui. Una conoscenza sapiente o un impulso morale sorgevano in lui in maniera immediata, in certo qual modo come un istinto superiore, analogamente a come in un animale sorge la fame, la sete, il sonno. Se l’Uomo primordiale fosse rimasto nel seno degli Dèi sarebbe stato un automa conoscitivo e un automa morale, e perciò non libero. E ciò per la medesima ragione per la quale le Gerarchie non sono libere: la visione del Divino, dell’Assoluto, agisce in esse in maniera così immediata e travolgente che loro sono «costrette» ad essere quello che sono, senza possibilità di sottrarvisi.

Fu necessario che l’Uomo venisse separato conoscitivamente e volitivamente dal Mondo Spirituale e degli Dèi, che lo avevano generato e dei quali egli era figlio. Poiché, parlando da un punto di vista radicale, esiste unicamente il Mondo Spirituale, ossia gli esseri spirituali e i loro stati di coscienza, una tale «separazione» non può essere che una «illusione», un mero «apparire» una maya, anzi la Grande Maya, ossia una limitazione nello stato di coscienza ed una progressiva diminuzione dell’ispirazione della sua volontà.

A tale scopo gli Dèi «incaricarono» una serie di deità inferiori, affinché «velassero» progressivamente la visione dell’Uomo, sottraendolo alla visione del Divino, lo «seducessero», sottraendolo all’azione diretta degli Dèi in lui, lo «precipitassero» nella frantumazione dell’apparente molteplicità, lo facessero smarrire nell’oscurità di un mondo illusorio. Ma neppure tali deità inferiori erano libere: esse eseguivano semplicemente un compito fatale, al quale erano costrette  e al quale non potevano sottrarsi. Come «Spiriti dell’Ostacolo» essi eseguirono – e tuttora eseguono – inesorabilmente il compito comandato loro, con l’impersonalità e la travolgenza di forze della natura, e subendo anch’esse – sia pure su un altro piano – una limitazione dell’intensità e della vastità della coscienza spirituale.

Sotto l’azione di tali Entità Ostacolatrici, l’uomo ha visto nei millenni oscurarsi progressivamente la propria visione diretta del Mondo Spirituale, dapprima sostituita dalla «memoria» struggente di tale comunione diretta, poi con l’attenuarsi e l’estinguersi della stessa «memoria», a sua volta sostituita dalla «tradizione» inizialmente orale e successivamente scritta. Nei secoli e nei millenni, la «tradizione» ha cercato di restaurare per gli asceti la comunione col Divino con i metodi dello Yoga, con i Riti iniziatici, e per i popoli e le comunità un collegamento con la sfera spirituale attraverso i riti e le cerimonie religiose. Sino al punto fatale nel quale – come scrive Massimo Scaligero – la Madre Divina lascia il bimbo umano nel buio e nell’oscurità del terrestre, perché impari a camminare da sé, non più sorretto e non più guidato da Entità superiori.

Sempre più una tale comunione e un tale collegamento col Divino, nel corso dei secoli e dei millenni, diveniva difficile e problematico per gli asceti e le masse. Sempre meno i metodi delle ascesi tradizionali e quelli religiosi funzionavano. E negli ultimi due o tre secoli è andato scomparendo per moltissimi persino il semplice sentimento del Divino, sino alla diffusione di un materialismo in campo scientifico, filosofico, etico e persino religioso, con tutta la serie dei suoi effetti devastanti. Questo è ciò che è stato prodotto dall’azione delle deità ostacolatrici inferiori, per effetto di un compito che a tali inferiori deità ostacolatrici è stato imposto – quindi non da loro stesse scelto – da parte degli Dèi.

Il fine di tutto questo immenso dramma cosmico – ricordiamolo – è la nascita dell’uomo libero, la nascita dell’uomo che, tacendo ormai la parola degli Dèi, che un tempo lo guidava attraverso Oracoli, Iniziati e sacerdoti, ai quali egli si rimetteva passivamente, e estinta l’antica visione spirituale, smarrito il ricordo, spento il sentire del Mondo Spirituale, non può che fare appello all’Assoluto che è alla base del suo essere. Attraverso il dubbio, lo smarrimento, l’errore e il male,  e il loro superamento, l’uomo cercherà con le proprie sole forze, la conoscenza di se stesso e dell’Universo, e libertà del proprio autonomo volere.

Possiamo dire che gli Dèi sono il principio e la causa dell’essere dell’uomo, mentre l’uomo è il fine e la mèta degli Dèi. Perciò – come ci ricorda ancora Massimo Scaligero – «delude gli Dèi l’uomo che vuole dipendere dagli Dèi». Perché gli Dèi hanno coscienza sovrasensibile, ma non autocoscienza. Gli Dèi hanno coscienza del loro essere fondati nell’Assoluto, ma non hanno coscienza dell’Io. Hanno possente volere creativo, ma non libero e autonomo volere.

Autocoscienza, coscienza ed esperienza dell’Io, libertà e autonomia del volere sono ciò che gli Dèi non hanno, ciò che essi attendono dall’uomo: dall’uomo che in sé è sintesi di tutto ciò che le Gerarchie, gli Dèi sono nella loro essenza. L’uomo può essere e non essere: può realizzare la propria libertà o anche annientarla. Gli Dèi no. L’uomo può scegliere la propria condizione: oltre che essere, può voler essere, liberamente scegliere e volere che cosa essere. gli Dèi non possono questo. Essi attendono nostalgicamente che l’uomo realizzi questa libertà e la doni loro.

Per il Buddhismo, in Oriente, la condizione dell’uomo è suprema: superiore a quella di tutti gli atri esseri a lui inferiori o superiori. Una condizione superiore a quella degli stessi Dèi, che non sono liberi. «Se un Dio vuole realizzare la libertà, deve incarnarsi sulla Terra come uomo»: questo afferma il Buddhismo. Pochi tra gli Dèi hanno rinunciato al loro rango divino e si sono incarnati come uomini sulla Terra per fare l’esperienza dell’io, per sperimentare e realizzare la libertà, per accompagnare l’uomo in questa difficile  impresa terrestre.

Per questo non è possibile rivolgersi ai metodi antichi della Yoga e della «tradizione», ché sarebbe un tentare di tornare indietro, ad una impossibile infanzia divina, nella quale eravamo in tutto e per tutto dipendenti dagli Dèi. Sarebbe un tradire gli Dèi e l’uomo stesso, rendere inutile l’intero dramma attraversato, con i suoi strazi, i suoi fallimenti, le sue vittorie. Oggi l’uomo è volto verso il futuro: egli sarà ciò che vorrà essere. Egli dovrà liberarsi del passato, della sua decadente e corrotta natura, dei suoi condizionamenti ereditari, delle tradizioni culturali, sociali e religiose, provenienti da un passato che oramai ha esaurito la sua funzione.

Essere volti verso il futuro significa cominciare ad essere liberi nel pensare: cominciare ad essere «svegli» nel pensare, perché solo nel pensare per ora possiamo essere totalmente svegli. Se il pensare lo vogliamo, coscientemente, come «atto» sin dal suo sorgere. Perché se pensiamo veramente, nessun Dio prescrive i pensieri che pensiamo volitivamente nella nostra coscienza. Ma questa è la Concentrazione: volere talmente l’atto pesante sino al punto che il pensare diviene cosciente del proprio movimento: diviene cosciente del proprio essere pensante  indipendentemente e senza un oggetto pensato. Allora è il pensare dell’Io, non il pensato dell’anima, la quale è mossa dal sentire, condizionata dalla natura corporea. Per ora il sentire non è libero, perché non è voluto dall’Io, bensì passivamente generato nell’anima. Né è libero il volere mosso da forze ancora più oscure di quelle sognanti del sentire. Per questo una «via dell’anima» non può funzionare, perché non è cosciente delle forze che la muovono.

L’anima ha coscienza dei pensieri passivi, dei sentimenti, dei moti volitivi e istintivi, ma non ha autocoscienza: non scorge come sorgano in lei tali pensieri, sentimenti e moti volitivi, che talvolta la fanno molto soffrire: l’anima non conosce se stessa. Questo è il suo dramma. L’Io, invece, ha autocoscienza: coscienza di sé e coscienza del pensare, del sentire, del volere. L’Io ha coscienza della genesi del pensare, del sentire e del volere. L’Io può volere il pensare, il sentire e lo stesso volere: col suo potere d’identità può farsi ad essi identico, o tornare ad essere identico a sé, essere «forma» estraformale, «vuota», del proprio puro essere. Questo è essere liberi.

Missione dell’uomo è realizzare Conoscenza, Libertà e Amore. Ma non vi è vero Amore se non si è veramente liberi: liberi soprattutto dalla guasta sentimentalità. Massimo Scaligero diceva che «si ama perché si vuole amare, non perché non se ne può fare a meno». Ma non vi è Libertà se non si conosce se stessi e il mondo: se non si è, oltre che coscienti, autocoscienti. Hic opus, hic labor est!

Vale tutt’oggi l’ammonizione dell’Ulisse dantesco:

O frati”,  dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza
”.

(Inf. XXVI).

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

COMBATTERE LE TENTAZIONI CENTRIFUGHE

 spirale centrifuga

Ben giustamente in uno scritto recente di Eco, l’autore ricordava come Massimo Scaligero si rifiutasse di dare, ai tanti che sicuramente lo chiesero, un costrutto di concentrazione. Invariabilmente Scaligero rispondeva che questo sarebbe stato un errore. L’indicazione formale e il senso dell’esercizio, altrettanto importante, lo si trova alla base di tutti i suoi scritti. Mentre il “costrutto” sarebbe una incursione dialettica e definita oltre un confine dell’azione, in cui – mi pare ovvio – curiosità e finalità razionalistiche non dovrebbero avere neppure un permesso temporaneo per metterci il naso.

La concentrazione è un atto serissimo e se ciò non viene compreso…forse sarebbe meglio tentare altre cose. Chi è pratico di concentrazione sa che, di fatto, entra in un mondo diverso, dove inizia a trovare un grado di realtà superiore a quello che gli è consueto, avverte che la pace è possibile, che un centro dell’essere esiste, che la determinazione sacrificale di tutto quello che avvertiva abitudinariamente come sostanza di sé, può consumarsi in un punto geometrico oltre il quale si spalanca l’infinito.

Da quello che ho sentito e visto – e gli anni non sono pochi – mi pare evidente che solo una minoranza di discepoli dell’antroposofia si sia sentita disposta a seguire la via, “più esatta e sicura” della Scienza dello Spirito. Ciò è assolutamente comprensibile: in genere la comunicazione antroposofica dona tantissimo alle anime mentre la luce del pensiero, se diventa il contenuto per eccellenza dell’anima, appare fredda, arida…anzi non appare affatto se non come un invisibile che illumina ciò che del pensiero giunge a coscienza come rappresentazione. Quest’ultima è sempre riproduzione del sensibile, sia esso una poltrona oppure un saputo o un pensato. In tal senso, attenendoci all’esperienza, non potremmo mai dirci altro che materialisti: l’interiore presentandosi come specchio imperfetto e frammentato del mondo sensibile. Pure il sopravvalutato sentire, quello ordinario sia chiaro, non se la cava, rivelandosi solamente l’impronta di condizioni o situazioni: dando anzi una passiva e ingiustificata valenza di valore vitale alle “cose”.

La Scienza dello Spirito ci indica un percorso che, prendendo l’avvio dall’esperienza dell’immanenza di questo pensiero che come puro riflesso non condizionante ha avuto il positivo compito di rafforzare il senso dell’Io ed un certo spazio di libertà di cui purtroppo troppo pochi sembrano esserne consapevoli, può risalire al suo momento dinamico  ossia a ciò che esiste potentissimamente prima che si rifletta, ormai estraniato, in ogni cosa altra da sé, in cui  è pressoché impossibile intuirlo.

La strategia atta a percorrere questa strada è, al contempo arida impersonalità scientifica e arte ineffabile. Chiamiamo il suo gesto col nome di concentrazione.

Sinceramente è un pessimo nome, così generico e abusato che, a fronte della comprensione superficiale, regge poco. Tant’è che potremmo usare il termine antico di ekagrata, che almeno rallenta la disattenzione. Naturalmente l’obiezione consisterebbe sulla liceità del significato. Vero! Ma anche altri termini d’uso, come karma, atma ecc. devono venir corretti da una energico lavoro di comprensione e rettifiche.

Del resto, in tutta la Scienza dello Spirito, la facile fissazione dei concetti e delle immagini in quadri statici è l’errore tra i più gravi. Tutte le comunicazioni antroposofiche sono congegnate in modo da rendere il pensiero mobile e immaginativo (sto parlando di una condizione già non comune): se per passività e pigrizia si permette alle comunicazioni di scivolare sul piano razionalistico della mente (e di restarci), mi pare inutile girarci intorno: si consegna la prima fioritura dell’Anima Cosciente al dio oscuro. Cosa che viene fatta e perseguita con lodevole impegno.

Occorrerebbe mettersi d’accordo, una buona volta – una volta per tutte – che già il tentativo di una corretta conoscenza volta allo spirituale, implica un grande sforzo, una vera e propria lotta con sé stessi e col proprio mondo concettuale: quest’ultimo è dapprima, per proprie peculiarità, naturalmente inadatto ad acquisire senza rivoluzioni, i pensieri che, anche se aggiogati alla necessità dialettica, recano contenuti spirituali. In questo caso occorrerebbe accorgersi che la struttura dialettica è pura forma che l’anima dovrebbe superare: non col facile rumine della propria provincia emozionale, né con la fantasticheria che vola oltre i contenuti.

Ci sono parole e frasi: sono esse il territorio di confine che va superato per azione profonda, esercitando un pensiero più profondo. Si giunge persino a percepire come il cervello venga maltrattato!

Suppongo conveniente per il lettore che su ciò mi ripeta: se lo studio e la comprensione della letteratura spirituale non includessero fatica, lotta e superamenti interiori, se appagassero l’anima come fossero zucchero filato, nessuno dovrebbe illudersi di ricordare così Scuole sovrasensibili: per restare in dolce analogia, piuttosto si è trovata la via del Luna Park dello spirito. O del Paese dei Balocchi.

Realtà e finzione. Occorre che vi citi qualche nome inciso sui grani del rosario delle personalità che prima e assai meglio di me, hanno ammonito gli incauti ricercatori del pericolo di farsi attrarre proprio da quello che per l’anima bastarda è facile ed attraente?

Non si tratta di chiudere l’interiore a quanto ci viene incontro ma di riflettere poi, attentamente, se regge ad una logica essenziale e infine, se saprebbe reggersi per sé, senza il nostro complice intervento.

Tutto questo dovrebbe avvenire sul terreno di una serena e illuminata luce di consapevolezza.

Con la scomparsa di Massimo Scaligero, il senso di un serio lavoro interiore fondato sui fondamenti del proprio Io, per tanti è svanito in un soffio. Troppi si sono, per così dire, sostituiti a lui: più di zero sono subito tanti!

Vige una femminea attitudine (chiedo scusa alle lettrici) di cercare e trovare un polo aggregante fuori di sé. Senza alcun impulso conoscitivo ma fondamentalmente emozionale. Cito il caso della signora von Halle, verso cui mi astengo da ogni giudizio.

Allora: ha le stigmate, non mangia, possiede vari e diversi poteri: bene! Ma, detto semplicemente, qual è l’ aiuto che lei può dare al mio lavoro interiore? Se il suo principale avversario che non demorde e lancia dardi con la scusa di Caterina Emmerich, imparasse da oggi a volare come Superman, certo sarebbe sensazionale…ma ciò cosa porterebbe nel mio tentativo di modificare la mia coscienza?

Cerchiamo di essere seri: per certi versi basterebbe giungere all’intuizione della persuasione di Michelstadter rispetto alla rettorica e il ricercatore farebbe un enorme passo in avanti. Ma il conoscere è davvero difficile.

SCIENZA DELLO SPIRITO

PARADISO E INFERNO

Janus-Vaticano

Alcuni anni fa cercammo di valutare una frase di Gustavo Rol (1903-1994) famoso sensitivo torinese: “Inferno e Paradiso sono qui sulla terra”.

Qualcuno rispose, con una certa divertita ragionevolezza che non occorreva essere veggenti per formulare una frase così, che bastava vivere la vita di ogni giorno e aggiungerci le comunicazioni dei media. Mi sembra giusto…anche se i giornali e le televisioni mentono spudoratamente e un po’ di bassa pressione ci snatura e illividisce la visione del mondo.

Sul vecchio Forum antroposofico, quello deceduto per colossale incapacità amministrativa, l’utente Mars avrebbe istituito un velocissimo tribunale per ragionevolmente fucilare, con fragore logico, la vaghezza della frase.

In effetti essa è ancor meno supportata di quella di Sartre che, con la “Nausea” che sentiva, disse che “L’Inferno sono gli altri”…forse non mettendo nel conto raffinate signore e giovani discepole, focose parentesi d’alcova di tanta disgustata profondità esistenziale.

Quel che si dice coerenza d’acciaio: sentendosi più proletario e rivoluzionario di tanti, teneva l’umanità “in gran dispitto”. Minuscolo Farinata, in un comodo inferno di cartapecora!

Può darsi che il veggente torinese intendesse la simultaneità nel medesimo luogo delle sfere di realtà extraspaziali, oppure alludesse a come un’anima possa, su questa terra, patire le più atroci sofferenze o la gioia celeste. Mah! Quanto mistero dietro ad una frase misteriosa pronunciata da un uomo misterioso!

Il fatto è che, chiudendo in un ripostiglio la metafisica, s’intende quella rimasta dopo gli gnostici e i neoplatonici, la frase di Rol si adatta, come l’abito del sarto, alla condizione dell’anima dell’operatore interiore: la sua vita può trovare addentellati in quella frase, magari togliendo le maiuscole ai termini.

Il meditante, superato il periodo delle difficoltà più grossolane, inizia a sperimentare due mondi, anche quando ancora ne ha scarsa consapevolezza.

E non sono cose granché segrete: una rumoreggiante giornata nel mondo esteriore e ed una manciata di minuti, spero ripetuta, in un mondo opposto, silenzioso e inabituale.

Quest’ultimo sembra così poco famigliare che viene, anche per molto tempo, confuso con la navetta dell’esercizio: del resto, salvo casi eccezionali nella vita, il mondo interiore è irraggiungibile senza la disciplina interiore. Lo so che le teste dure lo negano, qualcuno anche se tesserato alla S.A. ci bestemmia sopra  come l’idrofobo fugge irato dall’acqua (essere santi è difficile, ma se un po’ di coerenza logica entrasse…). In realtà capisco ben poco di ciò che viene negato poiché è solo reazione contro tutto ciò che è fuori dal piccolo sé stesso razionalistico, quello che è sostenuto dal cieco furore dell’istinto. Negli anni in cui Eco, come forum prima e come blog poi, è stato oggetto di critiche, in realtà monotematiche, nessuno dei nostri inquisitori ha mai risposto coerentemente o meno alle nostre osservazioni: iudicium sine intellectu.

Ma ciò non riguarda il tema. Ed è estraneo al mondo interiore.

Il mondo esteriore, quello che appare solido, certo e compatto, quale lo percepiamo e l’intendiamo, è tutt’altro che reale, piuttosto è anima travolta, asfaltata.

La corporeità percepita è solo mediatrice sensoria: colori, suoni, temperatura, liscio e scabroso, durezza e morbidezza, odori, ecc. ci giungono attraverso le vie dei sensi, che hanno un rapporto con l’esteriore come il tubo in cui fluisce l’acqua che gli scorre dentro.

Chi o cosa percepisce tutto questo? La coscienza, che, per così dire, viene colpita passivamente o bombardata.

Il pensiero, i concetti, che fluiscono dall’Ignoto, organizzano (nell’uomo normale) tutto ciò che in forme definite e concluse ci appare come il mondo che conosciamo.

Sembra una burla ben riuscita: dall’esterno un quid che non conosciamo cosa sia in sé, dall’interno una attività a cui siamo ben poco presenti e che ignoriamo da dove venga.

E abbiamo il coraggio di chiamare questo duplice inconosciuto “il mondo che conosciamo”!

Semmai una cosa è certa: che l’incontro tra gli sconosciuti sembra avvenire nella nostra coscienza: da essi nasce la rappresentazione. Non è poi sbagliato affermare che il (nostro) mondo è rappresentazione. E’ un’affermazione che la negazione, la cancellazione che interviene nel sonno, conferma.

Anche da questo punto di vista si può avvertire quanto possa essere (per noi) eccezionale la produzione di una rappresentazione completamente volontaria.

Formare una rappresentazione che non sia un prodotto passivo, intervenuto sulla scena della coscienza senza la nostra regia, è la prima azione vera che sia possibile all’uomo in quanto dotato da tutti gli elementi che dovrebbero comporlo. Tutto quello che discende dal già fatto, scusatemi tanto, ma in sede conoscitiva è essenzialmente una sciocchezza.

Nel nostro tentativo di entronauti, appena usciti dal porticciolo del fuori, avvertiamo quasi subito che non ci siamo infilati in un “cul de sac” ma che davanti a noi si apre un mare sempre più vasto: realtà stranissima: più limitiamo noi stessi, più lo spazio si dilata.

La coscienza, sempre piena di robe come un ripostiglio stipato, magicamente si svuota, si fa più chiara, illimpidisce. La cacofonia continua dei rumori svanisce nel silenzio.

Vi sono gradi di silenzio: il più elementare viene chiamato mentale ed è connesso con l’esercizio della rappresentazione voluta ma quando l’immagine assume una speciale mobilità e autonomia voluta senza sforzo, essa ed il silenzio che l’avvolge dinamicamente sembrano svincolarsi e assumere una specie di potenza propria, anzi sono veste di una potenza libera da sedi particolari: di solito essa  viene condotto al cuore oppure può succedere l’eccezionale: che una luce trasmutatoria scenda dall’alto nell’anima e nel corpo.

Comunque, in entrambi i casi, che sono temporanei, l’essere cosciente può assaggiare (sperimentarsi) qualcosa dell’infinito vivente e avvertire cosa sia la liberazione nel flusso dello Spirito.

Liberata dall’anima personale, sciolta dallo spettro della illusoria corporeità, la coscienza avverte il sentimento della libertà ed il sentimento della vita. Essi irraggiano in tutto l’uomo (ben oltre quella che continuamente deduciamo come morto riflesso).

In un mondo che permane ma più chiaro, illimpidito, fattosi cristallo, è il primo alito di forza e di vita che possiamo sperimentare o, per usare i termini della tradizione religiosa occidentale, avvertiamo l’alito delle virtù che emanano dal paradiso. Il loro “nulla” riempie tutto, le forme ed i vuoti tra le forme. Da tale nulla che illumina come un sole, il cuore si alimenta, si avverte che è ora il centro di ogni cosa.

Il contrappasso consiste, per la coscienza ed il suo sentire il vero, in una maggiore difficoltà ad indossare le vesti di scena sul palcoscenico del mondo ordinario che si avverte insufficiente e talvolta insussistente.

Ciò fu esperienza anche per giganti del pensiero a cui però il destino, tragicamente, non recò le giuste conoscenze di ascesi, e non evento raro, si rivelò per essi fatale.

Del resto, quale acqua di questa terra può dissetare, da quel momento, l’anima di chi riesce ad attingere anche a una sola goccia della rugiada dei Cieli?

SCIENZA DELLO SPIRITO

OBLIO E SMARRIMENTO DELL’UOMO, UNA SOLUZIONE: TRIARTICOLAZIONE DELL’ ORGANISMO SOCIALE? Ricollegamento cosciente alla Fonte.

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(Luca Signorelli – Anticristo)

*

Ricordo un articolo dell’Uomo dei Boschi,  che ho davvero apprezzato molto per la chiarezza e lucidità di interpretazione della situazione umana e sociale, mondiale: www.larchetipo.com/2011/nov11/uomo-dei-boschi.pdf.

Mi sono apparsi gli scenari del romanzo di Solov’ëv: “L’Anticristo”….., il grande inganno di una globalizzazione del potere e del materialismo dietro la menzogna illusoria dell’unità dei popoli e delle nazioni, dietro la menzogna degli ostacolatori.
Mi è apparso il simbolo del lavoratore persuaso e reso impotente nel suo spirito, defraudato ormai pure dell’anima: il nuovo schiavo.
E poi ecco la speranza, messaggio segreto nascosto nel miracolo quotidiano della natura, come è nascosto nella profonditaà dell’uomo, intima come la speranza di Anna Frank, speranza sconosciuta e quasi illogica in quella realtà di prigionia e schiavitù umana…È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo.”

Sono una ignorante, la cultura, la politica e l’economia mi sono apparse sempre dei mostri, sempre mascherate dietro manifesti di verità, giustizia, fratellanza, liberta’….che hanno divorato sempre gli uomini che affermavano di voler servire….dunque manifestazioni umane degenerate, nell’organismo sociale, della volontà, del sentire, dello spirito: l’uomo contro sè stesso…

Così queste parole di UdB mi fanno tornare alla mente uno dei più bei video, quello che preferisco, peccato che la musica sovrasti un pò le parole….ma poi Albi, la Nutria Bianca copre tutto con la sua tenerezza e bellezza.

Colazza ricorda all’uomo la speranza, il potere che egli ha di ricollegare lo Spirito alla natura, il suo Pensiero alla sua natura, il suo Logos al Logos del mondo: la speranza di poter risorgere e guarire Il Mondo.

“…L’uomo è il centro dell’universo. Tutte le masse materiali fredde o incandescenti delle miriadi di mondi non pesano nella bilancia dei valori quanto il più semplice mutamento nella sua coscienza. I limiti del suo corpo non sono che illusione; non è solo alla terra che si appoggia, ma egli si continua attraverso la terra e negli spazi cosmici. Sia che muova il suo pensiero o le sue braccia, è tutto un mondo che si muove con lui; sono mille forze misteriose che si lanciano verso di lui con un gesto creativo, e tutti i suoi atti quotidiani non sono che la caricatura di quello che fluisce a lui divinamente.

Così pure deve volgersi intorno e liberare dall’impietramento ciò che lo circonda. Prima di saperlo, dovrà immaginare che nella terra, nelle acque, nell’aria e nel fuoco vi sono forze che sanno di essere, e che le così dette forze naturali non sono che modalità della nostra sostanza proiettate al di fuori. Non è la terra che fa vivere la pianta ma le forze nella pianta che strappano alla terra elementi per la propria vita. Nel senso della bellezza delle cose deve innestarsi il senso del mistero delle cose come una realtà ancora oscura ma presentita. Poiché non soltanto quel che possiamo vedere e conoscere deve agire in noi; ma anche l’ignoto coraggiosamente affermato e sentito nella sua forza…..”

G. Colazza

Grazie a UdB, l’Uomo che dai Boschi osserva ed è nel mondo.

MUSICA, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE

LIMITARSI? NEMMENO PER SOGNO!

 Lo stappo di Bombaci

“Vi sono dei limiti che l’uomo non può superare”, “Tutto ha un limite”, “Conoscere i propri limiti”, ecc.

Bene, ma cos’è il limite? Il vocabolario non ci aiuta.

Dice: “Linea di confine o di demarcazione” oppure, per l’interiore, qualcosa di simile agli esempi che ho fatto: ”I limiti della mente umana”. Dagli altri esempi si capisce che ogni tentativo di superare il limite è sbagliato o almeno rischioso.

Una volta tanto il VII volume dell’Enciclopedia Cattolica è più esaustivo. Inizia con Aristotele che nella Metafisica definisce il limite come “punto estremo di una cosa: quel punto primo, cioè, al di là del quale non si trova nulla, e al di qua del quale c’è tutto di essa”.

Per Kant il concetto-limite coincide con il noumeno, in quanto esso limita la validità oggettiva  dell’intuizione sensibile, non essendo possibile intuizione diversa da quella sensibile: quindi il territorio al di là della sfera dei fenomeni è per noi vuoto.

“Il concetto di noumeno è dunque un concetto-limite, atto a circoscrivere le pretese della sensibilità, cioè di puro uso negativo”.

Al filisteo assoluto di Königsberg nemmeno ribatto, mentre ad Aristotele, verso cui nutro rispetto, faccio notare il…limite astratto della sua proposizione: è del tutto vero che al limite del bosco il bosco non c’è più, è finito, ma oltre v’è altro, come, ad esempio, il prato che quest’anno con le temperature miti, già rinverdisce spruzzato di crocchi bianchi e azzurri.

Con questa immagine intendo che, oltre ogni limite, c’è sempre qualcosa d’altro, di diverso.

Magari non i filosofi, ma molti sportivi lo sanno benissimo. Anche Schwarzenegger lo seppe: cito con traballante memoria una sua esperienza: “ Presi la decisione di allenare le gambe sino all’esaurimento. Portai il bilancere sulla riva del fiume e iniziai gli squat (accosciate con il bilancere dietro le spalle): furono ore di agonia, poi improvvisamente avvertii una immensa energia, la sofferenza che avevo sopportato per ore si tramutò quasi in un’estasi e, in questo stato di grazia, potei continuare quasi all’infinito l’esercizio che era stato fin lì durissimo e penoso all’inverosimile”.

Negli squat aveva superato il limite.

Ho citato un personaggio noto, ma sono tanti, corridori su lunghi tratti, alpinisti che si fanno otto ore di alte vie con zaini strapieni, ecc.

E, fuori dallo sport, prendete un sacco di cemento e fatevi tre piani di scale a piedi, poi ripetete per altre quarantanove o cinquantanove volte lo stesso tragitto col sacco. Non siete braccianti, non siete allenati: già al decimo sacco il cuore inizierà a battere in modo preoccupante. Al trentesimo sarete certi di non farcela più e sarete, oltre che stanchissimi, sempre più preoccupati, non per la salute ma per la stessa vita.

“Devo smettere, rischio davvero di morire”. Il pensiero si fa angosciante…ma non potete lasciare in strada l’ingombro scaricato dal camioncino con la pioggia che minaccia di fare blocco col cemento. Digitate sul telefonino il numero di qualche amico che possa giungere in aiuto, ma si sa, il cellulare non serve quando se ne ha bisogno.

Poi, dopo che paura e stanchezza hanno raggiunto un livello indescrivibile, quando ci si trascina oltre ogni certezza del possibile, quando tutto è accolto e trabocca, qualcosa vi rivolta come un calzino: subentra una calma mai provata, il corpo si fa leggero, il cuore è in pace, avvertite che ciò che urlava e pesava in voi era l’anima, non il corpo e che essa è come scomparsa. La mente è tersa ed è libera dai  pensieri: non c’è più nulla che pesi, né fuori né dentro.

Messner scrisse, negli anni ’80, un bel libretto, si intitolava Il limite della vita e narrava le molte esperienze di chi ha potuto raccontare cosa succede al limite (esaurito e superato) delle forze psicofisiche.

Parlava anche di chi è caduto e ha avuto l’avventura di poter raccontare, poi, quali fossero le esperienze attraversate nella caduta, assolutamente diverse da quelle immaginabili da chi vede la cosa dal di fuori.

Però su questo sto divagando e non vorrei spingere nessuno o solo pochi, nel tentativo di emulazione dei rari sopravvissuti al volo di 60 metri sulle rocce sottostanti.

Come dicevo prima, gli atleti conoscono bene ciò che può succedere quando avviene che riescano a superare il limite che sarebbe assegnato alle loro forze: è stato pure coniato un termine per questa condizione: viene chiamato “esperienza di picco”.

E ciò cosa c’entra con Eco che, sostanzialmente, scrive di esperienze d’anima? Tutto e niente. Mi serviva da analogia, dettagliata, per indicare che il “superamento del limite” è del tutto realistico. Assai difficile ma non fuori portata dalla capacità umana.

Persino il concetto di analogia, in questo caso, è parzialmente relativo, poiché anche se ho parlato in termini di fisicità e muscolarità, negli esempi proposti, di mezzo c’è sempre tutto l’uomo ed in ogni caso i “limiti” – pensateci bene – sono assai più apparentati all’anima piuttosto che al corpo. Anzi, proprio non esistono “superamenti” nei quadricipiti o nelle altre bistecche di cui siamo dotati.

Il superamento del limite, inutile nasconderlo, si fa più difficile quando abbiamo a che fare direttamente con l’interiorità. Non fosse altro che per estraneità nostra a quel mondo.

In questo caso dovremmo comprendere, fare nostro, essere arciconvinti, totalmente persuasi che, come scrive il Dottore, il pensare sia davvero l’elemento ignorato quando osserviamo il mondo: che esso sia la parte della realtà che dobbiamo trovare ad ogni costo: costi quel che costi: ad ogni costo.

Non possedendo la forza e l’intensità necessaria per spingerci al limite, dobbiamo impararla. Nessuna dialettica, nessuna mistica, nessun quadricipite può insegnarcela. Dobbiamo imparare. Da chi? Da noi. Come? Con lo sforzo, ripetuto e progressivo. Se qualcuno vi parla di alternative, vi sta ingannando, se qualcuno dualizza (col “bene” o col “male”), tenta di ingannarvi. Un tempo pure i bifolchi sapevano che nell’uno c’era il sublime, nel due il male.

Ripeto: non è una questione di studio, di intellettualità, di parole segrete di passo, di tesseramenti…è solo sforzo che tenda ad essere molto più di quanto lo è oggi.

Il resto, se pure colma abbondantemente la vita è, in gran parte ciò che è nato con voi e si consumerà con la vostra morte. Non mi credete? Abituatevi a farvi consigliare dalla morte: evocatela spesso e lei vi dirà quante sono le cose inutili di cui vi circondate, fuori e dentro. Provateci e vedrete che funzionerà.

Anche il Dottore, che fa sempre comodo citarlo quando l’ortodossia fa comodo, inizia gli otto gradini della conoscenza con una rinnovata ars moriendi: o è meglio non approfondire queste cose turche?

Divago nuovamente (sfido! Ho il dottor Aloysius Alzheimer che mi ispira). Allora revenons à nos moutons: ora vi deludo, perché non esiste una indicazione che ci possa aiutare.

Però eccone una al volo: sedetevi su duro legno ponendo tra esso e le vostre nobili posterga qualche sassolino appuntito.

Ascesi antica, via del dolore? Al contrario: dateci dentro fino al giorno e al momento in cui non sentirete affatto panca e sassi… Impossibile? No! E’ possibile quando ogni cellula della vostra attenzione sarà volta al tema e non ad altro. Quando? Quando andrete oltre il limite, è lampante!

L’esempio è (forse) eccessivo ma indica alla grande ciò che si cerca di fare, ciò che va fatto.

Nessuno dovrebbe spaventarsi: è un lavoro progressivo, magari con molti tentativi di scatto in avanti, così come nessuno inizia le accosciate con centinaia di chili sulle spalle o una scarpinata di un giorno in quota.

Ma poiché un giorno sarà capace di fare cose del genere, perché “pensare” di non farcela con l’attenzione pensante assolutamente concentrata?

Aggiungo una domanda che mi è stata posta da una persona intelligente pochi giorni fa: “va bene, tengo tutta l’attenzione sull’immagine…ma poi cosa devo fare?” “Questo” gli ho risposto “non è altro che il tentativo estremo del mentale di ingannarti. Non devi fare altro, solo dare tutto e di più a questo non-fare”.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – Settima Lettera (Parte I)

Denderah

SETTIMA LETTERA

Ottobre 1944

RAPPORTO TRA L’ESSERE UMANO E L’UNIVERSO

I lettori di queste Lettere possono talvolta stupirsi di quel che deve esser fatto delle indicazioni che vengono date nel Calendario [Gli eventi del Calendario non sono qui acclusi, ma queste parole sono pertinenti alle ragioni d’essere delle Lettere]. Alcuni degli eventi principali che hanno luogo durante i rispettivi mesi sono selezionati, ma non è possibile seguire l’argomento sufficientemente lontano per riportarli tutti. Spesso viene posta la domanda: che cosa vuol dire o significare questo o quell’evento o aspetto tra due o più Pianeti? E’ mia intenzione in queste Lettere dare una qualche indicazione, cosicché il lettore possa esser capace di vivere più intimamente col Calendario e le sue indicazioni.

Vi era, naturalmente, la finalità delle Lettere precedenti di dare una conoscenza fondamentale delle Costellazioni dello Zodiaco; comunque, non dobbiamo soltanto imparare a conoscere qualcosa sull’Universo Stellare, ma altresì come vivere con esso, e vi sono indubbiamente possibilità di vivere con gli eventi nell’Universo così come viviamo sulla Terra tra gli esseri umani.

Willi Sucher

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Nei tempi antichi l’umanità era ancora realmente capace di vivere con le Stelle. Noi sperimentavamo Entità Spirituali dietro le Stelle che guidavano la vita sulla Terra. Ma tutta questa bella Sapienza è giunta a fine ai nostri giorni in una sorta di fatalismo. Abbiamo perso la percezione di quelle Entità Spirituali, e tutto quel che è rimasto, che oggi è noto come Astrologia, è l’esperienza di essere esposti a poteri sconosciuti nell’Universo che governano il Destino degli esseri umani sulla Terra. Poiché la natura di questi poteri non può essere penetrata in alcuna maniera da vera conoscenza, lo studio dell’Astrologia può condurre unicamente al fatalismo.

E’ stato detto spesso che dobbiamo creare una nuova concezione della nostra relazione con l’Universo Stellare. Comunque, possiamo far ciò unicamente se troviamo vie ad una nuova percezione delle Entità Spirituali che sono collegate con le Stelle.

In precedenza, abbiamo tentato d’indicare il fatto che possiamo realmente vedere nelle dodici Costellazioni dello Zodiaco i giganteschi profili della forma umana Archetipica, ma questa forma Archetipica è molto più di un’immagine. Uno che viva con essa per lungo tempo, trova che essa è la forma visibile, ovvero la si può persino dire il corpo, di un’Entità Spirituale che è vicinissima a noi, poiché porta le fattezze della forma umana. E’ un’Entità Spirituale che cammina davanti e accanto a noi, e che può essere di confortante aiuto a tutti coloro che lo cercano realmente. Può essere sentita come la mano, che guida e risana, di una Guida o Maestro più anziano. E’ il Grande Rappresentante dell’Umanità, al quale possiamo elevare i nostri cuori e che non mancherà mai di darci l’aiuto allorché siamo nel bisogno.

Gli esseri umani sulla Terra devono vivere entro un corpo fisico. Esso è l’espressione e il mezzo di esistenza dentro il mondo dei sensi, ma è anche una limitazione, e talvolta può essere sperimentato come un’ostacolo. Questa limitazione ed ostacolo rivela la storia della Caduta. Il nostro corpo fisico è caduto nelle catene della materia. Abbastanza diverso è il “corpo” di quell’Entità Celeste che cammina davanti a noi. Il suo corpo è l’Universo Stellare stesso con le sue eterne profondità. Mentre il corpo umano sulla Terra è limitato, il corpo di quell’Entità ha la capacità di un’espansione senza fine ed incalcolabili possibilità di trasmutazione.

Abbiamo provato ad “abbozzare” le forme di quest’Entità: un’Entità Angelica con possenti ali. Ma persino così, dobbiamo immaginare che gl’interni poteri dinamici di questa forma sono di una diversa intensità da quelli nella forma fisica dell’umanità.

Noi guardiamo la testa dell’essere umano. Essa dà al nostro apparire fisico il suo volto individuale. E’ la radice della nostra esistenza cosciente diurna entro il mondo dei sensi. Tuttavia essa è chiusa dal possente elmo del cranio. Questo è la sua limitazione, e spessissimo questo recinto è una potente barriera per una comprensione e penetrazione universale dei fatti dai quali noi veniamo affrontati sulla Terra. Se guardiamo la “testa” di quell’Entità Celeste, la testa della Costellazione dell’Ariete, e se vogliamo conquistarci una nuova immagine di essa, dobbiamo formare una diversa concezione. Proprio come la testa terrestre è racchiusa nel cranio, questa “testa” è aperta come se il cranio fosse rovesciato verso l’alto, formando una sorta di vaso. Ed entro questo vaso fluisce la Sapienza, la Saggezza Cosmica degli Spiriti della Saggezza la cui espressione visibile abbiamo trovato nella Costellazione di Ariete. E’ la Saggezza che da allora è fluita nelle forme ed oggetti esistenti sulla Terra, l’ingegnosa Saggezza Cosmica che sperimentiamo se guardiamo la struttura dello scheletro o l’incomparabile ingegnosità dell’organismo della pianta. Le corna dell’Ariete si allungano entro gli spazi cosmici e portano questa Saggezza Cosmica giù nell’esistenza, ed il vello bianco splendente dell’Ariete è l’immagine del vasto mare di questa omnipenetrante e vivificante Saggezza. Così dobbiamo imparare ad immaginare la “testa” di questo Precursore cosmico dell’umanità. [In seguito verrà mostrato come possiamo trovare questa immagine in connessione con eventi Stellare in Ariete].

Nel corpo umano troviamo poi la laringe. Essa è lo strumento col quale noi produciamo suono e parola, ma quest’organo è pure limitatissimo, specialmente nella nostra era. Noi possiamo parlare degli oggetti, ma nel formare parole possiamo unicamente riflettere la natura degli oggetti attorno a noi. Il linguaggio umano è diviso in molti linguaggi e questo processo di divisione ed allontanamento è costantemente aumentato. Nel nostro tempo è difficile persino per coloro che parlano lo stesso linguaggio capire il significato delle altrui parole. Se guardiamo la “laringe” di quell’Entità Celeste, la Costellazione del Toro, sperimentiamo che le sue parole sono creative ed universali. Il Toro è l’espressione esteriore degli Spiriti del Movimento che fondarono l’unico archetipico linguaggio creativo dell’Universo, che ha la sua espressione nelle vocali e consonanti dei movimenti Stellari da cui gli umani linguaggi trassero la loro origine. L’alfabeto è il rappresentante terrestre dello Zodiaco e dei Pianeti. Solo l'”alfabeto” cosmico nella composizione del linguaggio degli eventi Stellari è ancora creativo ed uniforme negli eventi entro i regni della Natura. Questa è la maniera in cui dovremmo immaginare la “laringe” di quell’Essere Cosmico allorché guardiamo la Costellazione del Toro. Essa è ancora un “organo magico”. 

Troviamo poi nella forma umana le braccia che sono in relazione con la Costellazione dei Gemelli della nostra Celeste Guida. Le braccia umane sono sicuramente organi potenti con i quali possiamo entrare attivamente nel mondo e, tuttavia, quante volte l’attività che fluisce attraverso le nostre braccia divide e ci estrania l’uno dall’altro. Gli esseri umani combattono e persino si uccidono l’un l’altro con le braccia. Quest’organo delle nostre braccia, con le sue tremende capacità incorporate, spessissimo diventa strumento di distruzione. Le braccia – i Gemelli – dell’Entità Celeste che noi cerchiamo di accostare sono diverse. Esse sono come possenti ali che possono essere sperimentate dai sensi interiori dell’essere umano come una protettiva veste argentea attorno a quelli che realmente cerchino l’aiuto e la guida del loro Predecessore Celeste. Le “caratteristiche” di queste ali fluiscono giù, per così dire, ad ogni singolo essere umano e così ad ogni singolo Io, e sebbene possiamo sentirci separati dagli altri, possiamo sperimentare la nostra unione spirituale con tutta l’umanità dentro l’Essere della nostra Guida Celeste. E queste ali possono venir sentite non soltanto come un potere protettivo, ma anche come una realtà interiore che può sollevare e liberare l’anima, come se essa s’innalzasse sulle ali.

In Lettere precedenti abbiamo spiegato come la parte superiore delle braccia abbia relazione con la Costellazione del Sagittario. Nella nostra forma umana sulla Terra la parte superiore delle braccia continua ed esperimenta, per così dire, la scissura che attraversa sia l’essere umano individuale che l’umanità, di cui abbiamo parlato più sopra. Il Sagittario di quell’Entità cosmica, nuovamente è diverso.

Le “caratteristiche” argentee delle ali si allungano in basso ad ogni singolo essere umano sulla Terra, e allorché degli individui nella tenebra terrestre sono toccati da queste caratteristiche possiamo dire – se desideriamo esprimere ciò poeticamente – che essi trovano l’esperienza dei propri Angeli e viene ricordato loro il proprio compito sulla Terra oppure, forse, l’anima viene ammonita o confortata.

Qui la molteplicità dell’umanità diviene unicità. L’immagine delle ali fluenti in ogni singolo essere umano può venire introdotta in un’altra immaginazione che il Christo creò con queste parole: “Io sono la vite, voi siete i tralci”. Il singolo, dolce e succoso grappolo può sentire se stesso unito alla vite che dette la sua vita all’uva. Così possiamo imparare ad immaginare l’organo Gemelli-Sagittario del Maestro cosmico dell’umanità.

Se seguiamo la struttura delle braccia, la forma umana ci mostra allora i gomiti e negli arti inferiori le ginocchia. La loro controparte cosmica è la Costellazione del Capricorno. Comunque, questa parte dell’organismo umano è caduta troppo profondamente nelle catene della materia; così profondamente che possiamo difficilmente scorgere la sua origine cosmica. Nella Lettera Quarta ciò venne descritto più dettagliatamente, in special modo come il Capricorno è collegato con la creazione degli Archetipi degli organi di senso, e veramente se proviamo a trovare le caratteristiche del nostro Cosmico Precursore nello Zodiaco, scopriamo che ogni singola “caratteristica” delle ali, alla fine, diventa un organo veramente “sensorio” conficcato nell’essere umano sulla Terra. Le ali di cui abbiamo parlato sono, per così dire, coperte con milioni e milioni di organi di senso: come occhi. Essendo questi organi “conficcati” nel singolo essere umano terrestre, la nostra Cosmica Guida vuol percepire il mondo da innumerevoli punti di vista individuali. Ogni singolo essere umano, buono o cattivo, con la sua attitudine verso la vita, filosofia e prospettiva, diviene un “occhio” dell’Entità Celeste. Non siamo molto spesso coscienti del fatto che i nostri pensieri, il nostro sentire e il nostro volere sono non soltanto esistenti per amor nostro bensì pure per l’amore di Dio. Se siamo coscienti di ciò, allora la nostra vita animica deve, necessariamente, mutare considerevolmente.

(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

FRATELLANZA D’ARMI SPIRITUALE

Krishna

Che l’impresa spirituale di realizzare l’Iniziazione sia una impresa «eroica», sia un combattimento spirituale, lo dicono tutti i testi sacri della Sapienza Celeste e, tra quelli a me più cari, in Oriente la Bhagavad Gita dell’Induismo, il Dhammapada e l’Anguttara Nikaya del Buddhismo originario. Il dominare pensieri, emozioni e moti volitivi, in tutti quei testi viene esplicitamente paragonato ad una lotta mortale che si svolge tra l’asceta, che temerariamente vuole realizzare lo Spirito, e i riottosi, oltremodo recalcitranti, moti della mente e dell’anima, asservite ad una prakriti, ad una «natura» alla quale l’essere umano è assoggettato da tempi immemorabili.

In India soprattutto – ma progressivamente il fenomeno andò gradualmente estendendosi all’Oriente tutto – si assiste al fatto che tutto ciò che apparteneva ad una ritualità apparentemente ‘esteriore’ (‘esteriore’, beninteso, per una moderna mentalità disanimata e positivistica) sia andato poi nel tempo sempre più interiorizzandosi. Così quello che nei Veda dell’epoca indiana più arcaica – e più arcana – era il «sacrificio» rituale, yajña, compiuto dai brahmana, divenne nella successiva epoca delle Upanishad  e delle Aranyaka – non meno arcana – la disciplina, sadhana, con la quale si compiva l’«aggiogamento», yoga, dell’essere «naturale», compiuto nelle foreste o nei romitaggi dagli stessi brahmana o dagli appartenenti alla casta dei guerrieri kshatriya, in vista della agognata «liberazione», mukti o moksha. Ed il mistico fuoco sacrificale, ritualmente acceso dal purohita nel sacrificio vedico e impersonificato nello stesso dio Agni, al quale nei Veda vengono elevati molti inni, tra i più belli, diviene per quei luminosi asceti il tapas, ossia l’«ardore» col quale viene eseguita la disciplina, l’«ardore» e lo slancio col quale le anime assetate d’Assoluto tendono, instancabili, all’esperienza spirituale liberatrice.

Nello stesso Buddhismo delle origini, la parola del principe Siddharta Gautama, della stirpe guerriera degli Shakya, divenuto con l’Illuminazione il Buddha Shakyamuni, parola raccolta nel Dhammapada, afferma che è l’asceta che con ogni sua forza interiore tende a realizzare l’Illuminazione, bodhi,  ad essere veramente degno di venir chiamato «brahmana». Mentre nell’Anguttara Nikaya, parlando ai suoi monaci, che tutto hanno abbandonato per il Sentiero della Liberazione, così si esprime:

‘Guerrieri, guerrieri’, perché, o Asceti, siamo chiamati ‘guerrieri’? Perché lottiamo per la Suprema Sapienza, per la Sublime Virtù: per questo siamo chiamati ‘guerrieri’!

L’urgenza e la tensione interiore, con la quale deve essere condotta questa lotta con quella che il Buddha Shakyamuni, nel Majjhima Nikaya, chiama la Morte, Mara, e la sua schiera, l’Armata della Morte, viene da Lui espressa con le emblematiche parole, che più volte udìi pronunciare da Massimo Scaligero in incontri personali o in riunioni con gli amici:

Oggi è da dare battaglia: forse domani non si sarà più. Per noi non vi sia tregua con la grande Armata della Morte!

Ma – da questo punto di vista – è cambiato forse qualcosa dall’epoca in cui il grande Yajñavalkya nella Bṛhadaranyaka Upanishad, o il Buddha Shakyamuni nel Majjhima Nikaya indicavano la Via per realizzare lo Spirito? Assolutamente no! Perché, oggi come allora, per il discepolo dell’Iniziazione vi è un aspro sentiero da percorrere, e vi è una dura disciplina da attuare, mentre si sono infoltite e moltiplicate le «Armate della Morte». E la condizione umana si è fatta infinitamente più pericolosa.

Guardiamo romanamente in faccia la realtà, ossia senza infingimenti, senza quelle edulcorate attenuazioni, che possano esorcizzare o narcotizzare quell’angoscia esistenziale che lo sradicato uomo moderno sente sorgere dagli oscuri meandri della propria anima, naufragante nel tempestoso mare dell’apparire illusorio, della Maya. La situazione dell’uomo attuale è realmente una situazione di estremo pericolo, e se cento anni fa un uno studioso inglese del Buddhismo, il Rhys Davids, scriveva che: Buddhism has no milk for babies, ossia che il Buddhismo non ha latte per bambini, oggi è necessario affermare chiaramente che neppure la Via dell’Iniziazione che oggi il cercatore dello Spirito deve percorrere ha «latte per bambini», ossia non ha «dottrine» consolatorie o divertenti «pratiche», «dottrine» e «pratiche» in salsa new age, che come droghe stupefacenti facciano «sognare» il fiacco e poco consapevole uomo moderno.

Se nel mondo antico – un mondo molto più a misura dell’Uomo spirituale che non l’attuale – erano necessari ardore e slancio, erano necessari distacco e rinuncia, erano necessari lotta, coraggio e tensione assoluta della volontà, quanto più questi lo saranno oggi in un mondo nel quale è estremo il pericolo dello scivolamento nel subumano, il pericolo per il singolo essere umano e l’umanità tutta dello sfracellamento nell’abisso?! È davvero cosa poco salutare, a questo proposito, volersi illudere, e addirittura criminale il voler illudere gli altri.

In un articolo su East and West, la prestigiosa rivista dell’Is.M.E.O. (Istituzione fondata dal grande orientalista Giuseppe Tucci, che la follia, la brama di potere, la disonestà, la cupidigia dei politici italiani ha permesso venisse chiuso e a vil prezzo liquidato), Massimo Scaligero scriveva che lo Spirito del Tempo, l’Antico dei Giorni della Bhagavad Gita, è l’essere veramente rivoluzionario, il quale trasforma vivificando, ma al contempo distrugge ciò che si oppone al cambiamento e alla trasformazione, ciò che resiste al necessario cambiamento, ciò che non vuole abbandonare le forme passate e caduche, oramai abbandonate dalla estraformale forza vivificante dello Spirito, e di conseguenza nellasua opposizione dimostra di essere ottusamente reazionario. Lo Spirito del Tempo, scriveva Massimo Scaligero, si serve degli stessi Dèi distruttori per demolire, abbattere, ciò che non ha la volontà, la forza, il coraggio di trasformarsi da sé. Lo Spirito del Tempo incalza gli umani, spingendoli alla lotta spirituale, incitandoli ad affrontare il Drago, esigendo loro di liberarsi di viete tradizioni, che oramai non sono più la Tradizione, che oramai non sono più altro che la vuota spoglia dello Spirito, ciò che lo Spirito ha abbandonato dietro di sé, avendo compiuto ed esaurito la sua funzione, spoglia della quale si sono impadronite potenze anti-spirituali. 

Ma l’essere umano sovente, nel profondo di sé, teme  e segretamente avversa la forza dissolvitrice dello Spirito, teme ciò che è nuovo, ciò che è oltre il limite della sua capacità di imaginare, teme di perdere le proprie catene, e addirittura si innamora delle mura della propria prigione, per la fallace sicurezza che queste sembrano dargli. Per cui brama conservare tutto il cascame dei pensieri morti, tutto lo sguazzare nella mucillaginosa emotività più edulcorata e tutto il suo avido affondare nel servaggio all’istintività più fangosa. La «natura», ossia la natura inferiore, la natura caduta, asservita e manovrata ad Entità Ostacolatrici, non ama che le venga tolto l’avvincente velo illusorio, non ama che venga messa a nudo la sua ripugnante nudità con tutte le sue ributtanti piaghe infette. Per cui, se viene disvelato il suo stato di menzogna – che è la grande contraddizione interiore dell’uomo, soprattutto nei tempi moderni – tale «natura», asservita agli Dèi distruttori, può reagire molto violentemente e molto astutamente. Per questo motivo, l’audace che intraprende la Via dell’Iniziazione, inizia una lotta senza quartiere contro la «Morte», contro l’«Armata della Morte»: questa non può non essere al contempo una lotta tragica ed eroica.

Questa situazione – frutto di una risoluta scelta interiore – porta l’asceta a diventare, secondo una espressione di Massimo Scaligero, un  «lottatore contro la morte». Questa lotta si svolge necessariamente nello scenario interiore dell’anima, ma non è detto che non possa o non debba talvolta manifestarsi anche nello scenario esteriore, e richiedere decise azioni esteriori, coinvolgendo, di conseguenza, rapporti con altri esseri umani. Il confronto con l’infida natura inferiore comporta necessariamente «prove», che possono rivelarsi molto dure, «prove» che portano al limite estremo la tenuta interiore dell’asceta. Ma tali «prove» non si svolgono nell’atmosfera serena di un tranquillo eremo montano, bensì nelle condizioni spesso di una convulsa vita esteriore. Come dice il Buddha: «Nella tempesta è il rifugio».

Il Mondo Spirituale «mette a prova» le libere promesse, i sacri giuramenti che l’asceta, giustamente, ha pronunciato nei momenti di entusiasmo, di slancio, di consacrazione interiore. Quel che in tali momenti di elevazione dell’anima è per sua natura  «volatile», e necessita di venire «fissato»: sono le «prove» ad accelerare il cammino e a «fissare il volatile».

Ma queste prove, non sono di quelle che un asceta abbia facoltà di scegliersi, e di regola non sono mai come questi se le possa immaginare. Esse sono un evento interiore e possono richiedere un «atto» unicamente interiore, ma questo può riguardare simultaneamente lo scenario interiore dell’anima e il mondo esteriore. La «prova» può  non concordare affatto con le rappresentazioni o i pensati che inevitabilmente l’asceta si porta in sé – rappresentazioni e pensati che, specialmente in campo morale, possono essere ardui da abbandonare – e può anche andare in rotta di collisione col cascame dei pensieri morti, col coarcevo di automatiche reazioni emotive e istintive di quanti a lui stanno attorno. La «natura caduta» si può difendere benissimo – anzi quasi sempre lo fa – attaccando l’ardimentoso asceta non solo nella sua propria interiorità, ma soprattutto in quella delle persone in qualche modo a lui collegate, e questo può creare davvero dei seri problemi.

Può accadere di trovarsi di fronte ad una serie di azioni malvagie, compiute da persone pure malvagie, verso persone collegate al ricercatore spirituale, e questa situazione può ben costituire una «prova» interiore del suo cammino iniziatico. Una tale «prova» esige di essere riconosciuta e di essere consapevolmente affrontata. Che l’aspetto materiale degli eventi riguardi altri, non cambia in nulla la «prova». Uno potrebbe comodamente dire: «La cosa non mi riguarda, non devo interferire col karma di un’altra persona: la cosa riguarda lui e non me, e non posso, non devo, non voglio risparmiargli una prova del genere», o addirittura, rispetto ad un’azione correttiva decisamente spartana, con una considerazione moralistica pensare: «Queste cose non si fanno: io non sono certo uno che si mette a fare di queste cose!». Ma questa sarebbe azione vilissima: una latitanza, una turpe diserzione. A posteriori – a parte le conseguenze negative della serie di azioni malvagie sulle persone attaccate, alle quali si sono voltate le spalle – ci si accorgerebbe ben presto che il cammino interiore subirebbe un repentino arresto, e dentro l’anima si porterebbe un amaro senso di sconfitta e di vergogna per l’«atto» – sicuramente fuori dagli schemi previsti – chiaramente richiesto dalla situazione e mancato per ignavia e viltà.

Possono presentarsi situazioni nelle quali quelle persone malvagie fanno un freddo calcolo non solo sul cinismo dei malvagi e sull’indifferenza degli opportunisti, ma anche sulla pavidità, travestita da moralismo, dei cosiddetti «buoni», i quali – così afferma esplicitamente Massimo Scaligero – nella loro debolezza ricercano una «coesistenza pacifica» col Male per evitare la scomodità di dover diventare forti e permanere, avidi di inerzia, nella propria neghittosa accidia. Si percepisce chiaramente come la situazione richieda «presenza di spirito» ed azione risoluta e tempestiva, agendo con rapidità ed energia al fine di evitare eventi tragici, che già si stanno chiaramente delineando all’orizzonte. Può essere talvolta necessario agire, per così dire, anche manu militari.

Una situazione del genere si presentò per esempio, alla fine del trascorso secolo e millennio, ad una persona che dovette scontrarsi con avversari potenti, malvagi e pericolosi, i quali col loro agire, moralmente alquanto spregiudicato, avevano già colpita e mandata all’altro mondo una cara persona anziana, ed avevano in mente di distruggere una intera famiglia sul piano individuale e interpersonale, sul piano familiare, economico e lavorativo. In tale evenienza, si era creata sul piano esteriore quella che Massimo Scaligero, con espressione dantesca, chiama più volte il «triste amplesso tra Pietro e Cesare».

Senza badare a prudenze, la persona che scorse il malo intento si gettò temerariamente nella lotta e riuscì, con una serie di azioni ad hoc, a scongiurare ulteriori sciagure. Ebbe il torto di vincere e, naturalmente, la cosa gli avversari si fecero un dovere di fargliela pagare assai salata. Costui aveva ben intuito che, se avesse evitata la lotta – che ai suoi occhi mostrava essere simultaneamente interiore ed esteriore – il suo cammino spirituale si sarebbe inevitabilmente arrestato, mentre l’avere accettata la prova, l’affrontarla, sia pure con tutte le estreme tensioni interiori che l’andare ‘impreparati’ verso l’ignoto comporta, provocò in lui una fluidificazione della volontà ed una forte accelerazione degli eventi interiori dell’anima, e pur in situazioni veramente pericolose non gli mancò mai la generosa protezione della Provvidenza Celeste.

L’importante è il tenore interiore del lavoro spirituale che deve accompagnare una tale azione esteriore. Un testo di ascesi guerriera come la Bhagavad Gita può dare a tale proposito un prezioso orientamento. Il Supremo, nella veste di Shri Krishna, indica al guerriero Arjuna, la Via del coraggioso adempimento del Dharma, della propria legge interiore, attraverso il compimento del puro agire per amore dell’azione stessa, con completo distacco dalle tensioni personali e dalla fruizione dei frutti dell’azione stessa: è la Via del Karma Yoga. Così dice il Supremo al Suo guerriero-discepolo:

Balaṃ balavatāṃ cāhaṃ kāmarāgavivarjitam,

ossia:

«dei forti Io son la forza, libera di brama e di passione».

Un orientamento interiore simile indica il Buddhismo originario, per il quale l’azione, anche la più energica, deve essere compiuta con quella impersonalità per la quale si possa poi affermare con sereno distacco: katam karaniyam, ossia: è stato compiuto quanto era da compiersi. Mentre nel Buddhismo Mahayana la realizzazione ascetica della «vacuità», shunyata, lungi dall’esser motivo di fiacchezza della volontà, diviene fonte di inesauribilità delle forze interiori, di fantasia morale e di sereno coraggio. Nel Chan cinese e nello Zen giapponese si parla di wu-nien o munen, «non-pensiero», di wu-hsin o mushin, «non-mente» o «non cuore», di muga, «non-ego», ove con queste espressioni si invitano l’asceta nella pratica interiore e il guerriero nella lotta esteriore a svuotare la mente dei pensieri dialettici, dei pregiudizi intellettuali, e liberare il «cuore» dagli attaccamenti egoici, in modo da poter  «abbandonare il corpo e la mente», «affrontare la vita e la morte» con animo «eguale». Un tale distacco e una tale impersonalità possono benissimo accompagnarsi all’azione più impetuosa.

Tra coloro che scelgono la Via dello Spirito, tra coloro che irreversibilmente si sono consacrati ad una tale impresa eroica, si viene a crearsi un’autentica fratellanza d’armi spirituale, per la coscienza di tendere in maniera individuale e pur concorde a quella che il Buddha Shakyamuni chiama l’Eccelsa Mèta. In una tale fratellanza d’armi, chi è forte, in sanscrito balin, lo è per tutti, chi è eroe, vira, lo è per tutti, chi è guerriero e vincitore, kshatriya e jina, lo è con tutti e per tutti, perché l’impresa è unica e comune a tutti, ed uno stesso pensare pensa nel liberato o liberantesi pensare di tutti gli asceti che si sono consacrati alla Via del Pensiero, che in libertà e per amore hanno scelto di votarsi alla pratica più ardente della Concentrazione. Chi vince in sé stesso un limite interiore, lo vince per tutti gli audaces commilitones huius sacrae militiae, lo vince per tutti i compagni impegnati in questa sacra milizia. Milizia sacra non dissimile a quella praticata dai mitriasti, dagli antichi iniziati ai Misteri di Mitra. Invictus Mithra, lo chiamavano i Romani, Ajita Maitreya gl’Indiani.

Mitra è il Dio cui sono sacri i patti e l’amicizia, e per tale ragione si può affermare che in una tale sacra amicizia viene veramente a realizzarsi sul piano spirituale il fatto che essa è idem esse, idem velle : un identico essere e un identico volere. In essa, come mi disse, oltre trent’anni fa sui Pirenei, Marcel – un anziano esoterista olandese, incontrato nei pressi di una grotta ove anticamente venivano celebrati appunto i Misteri mitriaci, cari ai legionari romani – si deve essere solitari e solidali, per cui le volontà individuali e libere sono sacralmente concordi nel tendere all’unica Mèta. Una tale concordia fa sì che i momenti di apparente debolezza di uno, momenti che rappresentano sempre una «prova» interiore positiva, possano essere aiutati e risolti dai momenti di forza di un altro, e la vittoria di uno diviene impulso di tutti all’azione interiore radicale, alla consacrazione della volontà, alla determinazione assoluta.

Non cercheremo, perciò, comodo rifugio, come gl’ignavi, in un turpe ozio, bensì – come incita l’Illuminato della stirpe guerriera degli Shakya – audaci e concordi cercheremo «nella tempesta il rifugio».

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 1 APRILE 1978

Massimo Scaligero.

01.04.1978

(cliccare sulla data in azzurro per ascoltare)

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“Bisognerebbe poterci dire tutto con amore e fiducia, così potrebbe sperimentare ciò che in noi è verità o menzogna. Ma questo manca tra noi perchè ognuno ha il suo punto di vista unico e crede di possedere già tutto. Come comportarsi in questi casi ?”

porgere la mano

Siccome non è un caso questo, ma è un insieme di circostanze che può avere diverse forme, quindi siamo un pò nel campo delle generalità, il punto di vista di ciascuno, eccetera… poi  l’amore, la fiducia…. a questa domanda io credo che si possa rispondere così: rinunciare a pretendere da altri questa aurea regola dell’amore e della fiducia, con fiducia che questo sia però possibile, è attuarlo, noi: sia colui che nota questo e che sente che la mancanza di questa connessione di amore e di fiducia impedisce una armonia tra diverse persone… è lui che deve cominciare a realizzarlo, si deve talmente avere fiducia in questa regola interiore da poterla trasmettere mediante la propria realizzazione, perchè l’essere addolorati dal fatto che da fuori certe volte non si accoglie, non si riceve, non si ha la sensazione di un simile accordo, questo essere addolorati, non è producente, anche perché le situazioni sono molto fluide e formalmente ….. diverse, e possono nascondere contenuti che noi non supponiamo, per cui per esempio, una ginnastica molto importante è – dinanzi a delle situazioni in cui si nota questa carenza – giustificare continuamente l’altro, e dire “può darsi che non si sia accorto di questo, può darsi che abbia avuto un altra ispirazione, può darsi che questo significhi altro”. Altrimenti noi stessi ci togliamo la possibilità di esercitare quella relazione che vorremmo dagli altri.

Quella relazione dobbiamo iniziarla noi, con la fiducia che dopo agisca e sia sentita dagli altri. Comunque vedremo se si può ancora dire ancora qualche altra cosa su questo.

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 “I sogni premonitori sono da considerarsi una manifestazione del nostro doppio perfezionato, o un aiuto divino indipendente dai nostri desideri e dalla nostra volontà ?”

Sogni premonitori (2)

Ecco, i sogni premonitori sono una bella responsabilità, perché sarebbe meglio non averli. Tuttavia se ci sono implicano da parte nostra – se riguardano noi – comportarsi come se niente fosse, come se non sapessimo nulla, perchè il futuro è sempre, in quanto divenire, in quanto accadimento…, è sempre il processo del karma. Ora il karma noi non lo dobbiamo sfuggire. Se un occultista sa, mediante un sogno, che passando per la via per la quale passa ogni giorno gli cadrà una tegola in testa lui ci passerà, ci passerà perchè sa benissimo che se non ci passa la tegola gli viene in un altro modo; quindi un occultista, per esempio, difficilmente si fa predire il futuro, perchè non ne ha proprio bisogno.

Mentre può darsi che il sogno sia premonitore a beneficio di altri, e questo può essere positivo. Può essere positivo anche nel caso che riguardi noi, ma che sia per esempio l’incentivo allo sviluppo di una qualità interiore che ci è urgente, e allora va molto bene, ma se si tratta di un fatto rientra nel processo del karma, e quindi noi ci dobbiamo comportare come se niente fosse . Se invece si tratta di qualcosa che riguarda altri, noi possiamo aiutare gli altri mediante questa intuizione, e lì però è la responsabilità di trovare la forma di come aiutare l’altro, perchè ci sono molti casi in cui avvertire l’altro significa peggiorare la situazione. Immaginiamo che possiamo predire un terremoto: intanto non si sa la data, e poi non è veramente possibile traumatizzare una popolazione avvertendo del terremoto… e se poi non viene ti pigliano per uno jettatore, e quindi i sogni premonitori sono qualcosa che noi dovremmo perdere lungo la strada, e lo sviluppo interiore ci porta a stendere un velo su questo. Perchè… – e qui non è che noi abbiamo ancora risposto a questa domanda…- l’occultista deve conoscere soltanto ciò che riguarda il lavoro interiore, ossia la lotta che si svolge sul piano spirituale. Avere premonizioni in questo senso, quello va benissimo, perchè noi possiamo sapere quali provvedimenti interiori dobbiamo prendere per determinate situazioni difficili, quindi siamo a un livello in cui il conoscere il futuro può essere utile, ma si tratta di processi spirituali, processi della evoluzione. Noi possiamo sapere che a un certo momento una data collettività attraverserà una difficoltà grave, per cui è importante che i rappresentanti spirituali di questa collettività operino ritualmente, operino spiritualmente, operino apostolicamente, e questa premonizione va benissimo, ma riguarda il piano spirituale. In questo senso si può dire che è un aiuto dell’Io, e quando abbiamo detto… piuttosto che di un doppio perfezionato, io capisco che cosa vuol dire qui, ma noi possiamo parlare dell’Io, dello spirito, ma quando questo riguarda lo spirito possiamo dire che viene dal divino, quindi è il divino che dà a qualcuno la possibilità di conoscere l’urgenza di una certa azione interiore da svolgere, allora colui che ha questo sogno può anche fare in modo da sollecitare provvedimenti interiori, sollecitare personaggi, e quindi collaborare a ciò che è richiesto dal divino.

Qui c’è una domanda che non so se affrontare, ma per passare poi a quelle più impegnative, possiamo prenderla come una specie di transizione piacevole.

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 “Alla televisione hanno raccontato questo: poco tempo dopo la caduta di un albero di noci, una gallina che viveva in un pollaio sottostante, ha cessato di fare uova normali, e si è messa a fare soltanto uova col guscio duro, giallo e variegato come quello del guscio delle noci”.

Nest with Golden Eggs

Certo sarebbe stato bello se avesse cominciato a fare le uova d’oro, perché sopra c’era una cassaforte che hanno rubata con i lingotti, allora quella che era abituata a stare… a un certo punto fa le uova d’oro… ma allora non l’avrebbero portata alla televisione, l’avrebbero nascosta…

Ora questo… e siccome il mondo animale vive veramente sul piano vegetativo e in comunione con le forze della natura, io non è che qui pretenda spiegare scientificamente e razionalmente il fenomeno, lo posso intuire, però dovrei contemplarlo in un altro modo, e questo forse avverrà, se avrò tempo, comunque è spiegabilissimo col fatto che c’è un rapporto assolutamente obiettivo tra il mondo animale e il mondo vegetale. C’è tutto un mondo animale che ha continuamente queste influenze, per cui determinati animali hanno il colore…- per esempio, lucertole, ramarri, grilli – che hanno il colore dell’ambiente in cui vivono, ci sono quelle belle cavallette verdi, oppure le stesse cavallette in un ambiente spinoso, grigio, hanno lo stesso colore, si confondono coi rami, voi guardate la mantide religiosa, etc… Le galline sono veramente degli esseri ritmici e legati al mondo vegetale in una maniera armonica. Quindi è chiarissimo che a un certo punto l’assenza di questo elemento che serviva come quadro alla produzione dell’uovo a un certo punto traumaticamente ha reagito dall’interno. E’ un fenomeno del mondo eterico, dell’etere della vita che è identico sia nel mondo vegetale come nel mondo animale. Comunque passiamo adesso a domande più severe.

Vorrei riunire due domande che sono quasi sullo stesso…

“L’unicità del rapporto e il senso verticale della Via al superamento del sesso”.

L’altra è:

“Come può la compassione trasformare in me la paura in venerazione.Può la compassione in me risvegliata trasformare la paura dell’altro in coraggio e fedeltà?”.

Forse le domande vanno separate.

Allora, quella sulla unicità la unisco invece a una domanda che viene dopo.

E invece affrontiamo questa:

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 “Come può la compassione trasformare in me la paura in venerazione. Può la compassione in me risvegliata trasformare la paura dell’altro in coraggio e fedeltà?”

compassion

La paura dell’altro.

“Come può la compassione trasformare in me la paura in venerazione”.

Non c’è bisogno, perchè se c’è la compassione…. La venerazione è già in germe nella compassione. Ho la sensazione però che qui occorra veramente capire che cos’è la paura. La paura è una forza del volere che sfugge all’Io. E sfugge tanto che incide sul fisico. E minimamente sul sistema neurovegetativo, e poi ci ha la sua ripercussione nell’organo cerebrale. Quando c’è questa minima alterazione noi possiamo andare dalla nevrosi ossessiva alla psicosi. Se invece non c’è questo, cioè non si arriva… c’è una forma di paura che può anche allarmare ma allora il personaggio si può anche far visitare: non ha niente, è sanissimo, è forte, è muscoluto, fa la ginnastica, ha buon appetito, però ci ha paura.

Lì …il “feffo”, il sesso volevo dire, è importante perché la brama non risolta, non purificata, non scaricata, non trasformata, diventa paura e si tratta di vedere perché.

Perché questo trapasso dalla brama alla paura riguarda soltanto coloro che hanno responsabilità interiore, perché altri con la brama se la cavano benissimo perché la soddisfano, e poi, soddisfatta, ritorna; poi ritorna e passano la vita cercando questa soddisfazione continua, e deve arrivare il momento della resa dei conti psicofisica e quindi lì lavora il karma. Mentre invece qui si tratta di qualcosa inerente al lavoro spirituale, lavoro spirituale, brama non risolta. Oppure c’è qualche altra cosa che può dare la paura: per esempio un eccesso di lavoro interiore, un eccesso di tensione interiore. Per esempio per impegni di lavoro. O preoccupazioni. Tuttavia è quasi sempre una questione che riguarda la sede istintiva.

E allora l’arte è di lavorare molto con il pensiero, ossia con un pensiero che scavi in profondità, e che divenga energico obiettivamente.

Che si intensifichi in maniera da assorbire la corrente della volontà perché la paura non è altro che volontà sfuggita all’Io. E’ forza che sfugge all’Io. Quindi noi questa forza la possiamo riprendere.

Sta a noi compiere un atto, potremmo chiamare un atto energico, gagliardo, o estremo, insomma come volete voi, dinamico. Un atto in cui noi affermiamo qualcosa che appartiene a un principio opposto a quello da cui viene la paura e adesso chiariremo il perché.

Perché ho due domande che mi richiamano proprio alla struttura dell’uomo che è una struttura paradossale. Una struttura che è una contraddizione, per cui l’uomo deve morire mentre non dovrebbe morire.

L’animale deve morire perché non muore, perché il suo Io sta altrove, quindi non muore. L’animale si annienta con le forme ma il suo Io vive, il suo Io continua a vivere negli altri animali. Quindi l’animale non muore mai, così la pianta.

L’uomo invece ha il suo principio in se stesso, e l’uomo non dovrebbe morire. E invece l’uomo muore, perché? Perché distrugge il proprio strumento mediante le forze con cui acquisisce la coscienza di se stesso.

Per acquisire una coscienza dell’Io si serve delle forze dell’Io contro l’ordine dell’Io. E questo paralizza tutte le forze dell’astrale e dell’eterico fino al fisico e quindi …. non solo la nascita degli istinti e delle passioni e quindi la paura, ma quindi anche la malattia e la morte. Però tutto questo è bellissimo perché?

E’ necessario perché l’uomo faccia con l’Io…, daje ‘na botta …, faccia con l’Io… non si chiama più Italia… daje ‘na botta, va’!  (nota dei trascrittori: qui Scaligero, dopo tanta stoica pazienza rivolge un pensiero gentile a chi è fonte di tanti schiamazzi e disturbo sulle scale)…. faccia con l’Io immanente ciò che è già presente nell’Io vero, nell’Io spirituale, ossia nell’Io autentico. Quindi, perché l’uomo faccia questo deve essere libero e si trova dinanzi queste situazioni …. antinomiali, come possiamo dire? Contraddittorie, assurde: è un assurdo. E allora la risposta a questa domanda­, lavoro di pensiero, la compassione è importantissima, è la chiave di tutto. Perché? Lo vedremo adesso rispondendo alle altre domande.

Cum patior. La compassione è la forza mediante cui noi andiamo incontro al calore potente degli istinti e lo assorbiamo come una forza di amore. E questa forza d’amore trasforma gli istinti. Deve essere compassione ma non nel senso pietistico, ma nel senso etnologico, come un sentimento che irradi per tutti gli esseri che soffrono questa soggezione, si dibattono in questa brama che li travolge, ne fa quello che vuole e poi li rigetta in una sfera continua di dolore e di delusione. Quindi come non cominciare con la compassione… quindi va benissimo questo….

E allora….

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“L’unicità del rapporto e il senso verticale della via al superamento del sesso”

L’altra domanda è:

 “Ma che cos’è la Pietra Filosofale?”

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Quindi, ritorniamo alla costituzione dell’uomo, e voi la conoscete bene quindi mi consentite di essere breve, perché… non stiamo qui a fare…

La costituzione dell’uomo è tripartita: testa, torace, sistema del ricambio, degli arti parliamo dopo. Nella testa… la testa è strutturata dalle forze più alte dell’universo, a prima Gerarchia. La zona mediana è strutturata dalla seconda Gerarchia. Il sistema del ricambio è edificato dalla terra, appartiene alla terra, perciò lì agisce la gerarchia più potente, la prima Gerarchia. Ora, nella struttura – abbiamo parlato della struttura – ma altra è la struttura dell’uomo, e qui abbiamo forse anticipato, quando noi abbiamo detto che la sede del ricambio è strutturata dalla terra ci dobbiamo fermare perché la prima Gerarchia la dobbiamo chiamare in un secondo tempo.

Ed è questo: che in questa struttura è una descrizione che riguarda l’uomo ma noi non la viviamo affatto nella coscienza, perché nella coscienza il rapporto è capovolto.

Perché nella coscienza della testa noi viviamo con la terza Gerarchia; nella sede mediana viviamo con la seconda, in quella che è la zona più profonda viviamo come avevo anticipato con la prima Gerarchia, ossia: per dominare ciò che è afferrato dalla terra e per dominare i processi della terra che vanno dalla nutrizione all’assimilazione fino all’espulsione delle deiezioni occorrono le forze più alte dell’universo che poi voi le vedete agire strutturalmente nella testa.

E’ questa l’antinomia dell’uomo, perché l’uomo ha la coscienza di sé nella testa. E come? Là incontrando ciò che nella testa corrisponde alla terza sede, ossia alla sede della terra, ossia del sistema del ricambio. L’uomo acquisisce coscienza di sé non tanto dal cervello cerebrale quanto dal cervello ritmico, metabolico, ossia dal cervello che appartiene alla terza sede, ossia alla sede della terra, lì dove il cervello ha processi di ricambio. E’ lì che l’uomo è inchiodato alla terra.

Adesso guardiamo il sesso.

Il sesso è l’azione della prima gerarchia nella sede più profonda, la sede del ricambio, in cui è inserito il sistema della riproduzione di tipo animale, che per funzionare, non per l’animale ma per l’incarnazione dell’uomo, ha bisogno che insieme alla brama animale, e qui l’animale c’è, ma complicata da ciò che di deteriore c’è nella psiche umana, perché magari fosse la brama animale: l’animale è puro e casto, agisce secondo la natura, l’uomo complica con la immaginazione e fa del sesso qualche cosa di demoniaco. Beh, qualcuno dice, ma come, è tanto bello il sesso, è così dolce. Eh no, è proprio lì sotto che c’è quel sordo fòdere, Arimane (nota dei tr.: il verbo latino fòdere ha il senso di scavare, erodere, eccitare, tormentare). Quindi, situazione veramente…

In questa situazione, perché si incarni lo spirito deve agire la prima Gerarchia, la quale coinvolge la seconda e la terza, e questo spiega il fatto che anche l’essere più… direi… più safi e tutufu (nota dei tr.: anagramma di una salace espressione calabrese, scherzosamente, abitualmente usata da M. S.),  intendiamoci, più greve, in quel momento lì sente la beatitudine, sente e siate boni, boni, boni, insomma si sente afferrato in una sfera divina. E cerca questo, lo cerca per quel momento, e poi cerca di riprodurlo artificiosamente, e poi gli sfugge, allora cerca altri mezzi fino ad arrivare a potenziare ancora il demoniaco. Ecco perché il sesso è difficile a superare, perché mediante questa soggezione gli ostacolatori dell’ uomo posseggono l’uomo, e lo posseggono usando la conferma della situazione antinomiale, ossia che l’uomo soggiaccia alle forze che vengono dalla terra in modo che il mondo degli istinti domini la sede mediana e poi domini il pensiero. Dominando il pensiero, il pensiero poi diventa scienza, diventa ideologia, e allora il pensiero giustifica la situazione di soggezione al sistema del ricambio ossia all’animale, ossia a Darwin, alla evoluzione animale, al materialismo. Allora l’ideologia ti giustifica tutto ciò che è materialistico, oppure tutto ciò che è istintivo. E allora vogliamo l’uomo vero, allora scateniamo gli istinti, e così abbiamo i criminali, gli psicotici. E’ questa le pedagogia che obbedisce… adesso è inutile insistere su questo perché già l’abbiamo detto parecchie volte. Però, il superamento del sesso, il superamento del sesso, lo dicemmo mercoledì, è la via del Graal, è una via iniziatica, quindi è la possibilità di capire che il sesso è un’esperienza che si deve compiere in senso verticale perché si muove dalla testa al muladhara ,ossia gli organi… la sede degli organi di riproduzione, lungo la colonna spinale c’è tutta una serie di lotta di forze e c’è la possibilità che l’uomo folgori il sesso con la luce che viene dalle gerarchie impegnate in questa operazione. Questa è una possibilità iniziatica. Ma c’è la possibilità di cominciare ad accogliere il sesso senza egoismo, ma uno che cominci questo si accorge che per questa redenzione del sesso, che è la massima conquista dell’uomo, occorre un’unica esperienza del sesso, con un essere solo, a cui sia legata l’esperienza, perché quest’essere solo, a tutti i gradi contiene, offre la possibilità che il sesso sia risolto, e toglie all’uomo, educa l’uomo a non cadere nel sofisma che là dove non riesce sia possibile riuscire con un altro essere, quindi alla prostituzione che è la legge del sesso da dopo Caino, dopo Caino comincia la legge della reincarnazione, e quindi della prostituzione dell’uomo per cui: un uomo molte donne, una donna molti uomini e questo…

Non facciamo del moralismo. Facciamo semplicemente la Scienza dello Spirito. La Scienza dello Spirito è la scienza della reintegrazione dell’uomo. Se l’uomo vuole veramente vincere deve attaccare lì dove lui cade sempre, e allora si spiega il mito del Graal, perché Amfortas cade, Parsifal vince.

Allora, guardate come vince; vince perché prima di tutto è fatto di tutto coraggio e di tutta potenza della volontà, perchè che possiamo tradurre… potenza interiore di pensiero.

Quindi Parsifal vince. La via della unicità è il segreto, perché l’uomo può cominciare l’esperienza con una donna e poi si secca, perché la brama gli dice: ce n’è un’altra che è più bella, con lei lo puoi fare meglio. E lì la brama si riattizza. Mentre proprio con l’essere che non suscita la brama deve continuare a fare il sesso, perché c’è un momento in cui la brama deve lasciare il sesso, in modo che l’uomo possa arrivare a conoscere un alto segreto dell’operazione del sesso, per cui può scoprire, e qui posso dire una frase audacissima, che il sesso non è fatto solo per fare figli.

Quello è l’unico scopo: fare figli, non ce n’è altro.

Però quando comincia quella redenzione il sesso è la via per poter raggiungere la reintegrazione dell’uomo, in modo da scioglierlo alla radice, ma per questo occorre veramente conoscere la via del Graal, che è la via della unicità. E questa via è possibile quando non c’è più brama.

Voi credete che la brama sia necessaria a quella che noi chiamiamo fase anaplastica, quella tensione, quella… erezione, eccetera. No. Il giorno in cui l’uomo è capace di questo senza brama e in stato angelico direi, allora comincia la redenzione del sesso.Come vedete, non c’è bisogno di brama.

Detto questo, perché l’abbiamo abbinato alla domanda, questa della pietra filosofale? E’ molto semplice: la pietra filosofale è il simbolo della redenzione dell’uomo. Quando l’uomo realizza il Graal si può dire che la pietra filosofale è raggiunta. La via verso il Graal è il conseguimento della pietra filosofale, e noi abbiamo ricordato il tomo, il lascito del Golgotha. Non ci sarebbe vera Alchìmia se non ci fosse questo lascito, perché l’Alchìmia vera non è il Cinabro; il Cinabro contiene sostanze che non sono veramente minerali, non sono minerali come il Carbonio. E’ il diamante, e qui il Tantrismo intuì il Vajrayana, però è una semplice…, un semplice tentativo, perché la Scienza dello Spirito dà modo di scoprire qual è il punto vero in cui nasce la possibilità della pietra filosofale dell’uomo, l’ abbiamo accennato parlando di quella zona superiore del corpo eterico, in cui si svolge proprio per lascito o dono del Golgotha.Quella operazione continua, per cui le forze eteriche respingono tutto ciò che viene dal mondo animale e vegetale come nutrizione, assumendo solo la parte aurea del minerale, uniscono a quello che è l’estratto puro dei sensi in contatto col mondo fisico, quindi minerale, e formano insieme quello che abbiamo chiamato il cibo del San Graal. Ma noi sappiamo che questa operazione si svolge nell’assoluta incoscienza dell’uomo, perché l’uomo mediante la brama la guasta. Perché l’uomo è chiuso nella testa. E’ qui dobbiamo ritornare al quadro con cui abbiamo iniziato. Nel cranio l’uomo è veramente imprigionato nella cerebralità e in questa prigione è difficile che giungano forze superiori, forze dall’alto. Unicamente giungono forze di entusiasmo, di poesia, di arte, di elevazione mistica, in momenti particolari, ma è difficile che non sia la penetrazione degli istinti, ossia è difficile che questo processo non sia qualcosa che viene dagli istinti, perché? Perché questo organo cerebrale in cui si accende la coscienza dell’Io e per cui potrebbe essere il punto di resurrezione dell’Io mediante un atto assoluto, questo organo è continuamente ferito dal sistema sanguigno che giunge lì mediante forze di morte.Il sistema sanguigno è il veicolo mediante cui l’Ostacolatore, gli Ostacolatori dell’uomo giungono in quella zona per turbare quel processo minerale, ossia per turbare il processo iniziale della Pietra Filosofale.Quando parliamo di brama, di istinti, di passioni noi dobbiamo riferirci a questa ascesa del sangue che è la lancia che ferisce Amfortas e lo avvelena. E abbiamo impiegato qualche mercoledì e qualche sabato a parlare del compito iniziatico di trasferire l’Io nel sangue, perché nel sangue noi abbiamo lo scorrimento continuo degli istinti e delle passioni, mentre il sangue dovrebbe essere la sede dell’Io. Ora, voi pensate che ogni meraviglioso moto dell’anima che possa giungere alla testa, e rallegrare questo essere prigioniero nella testa, prende il veicolo del sangue, ma che è percorso sempre dagli istinti, per cui quello è un moto istintivo e noi siamo capaci di fare delle cose grandiose solo quando un istinto o uno stimolo del sentire ci spinge. L’innamorato è capace di miracoli, perché ama e si trova in queste condizioni, ma quello è l’istinto, poi lo perde, e tutti quanti coloro che amano dopo perdono quel fuoco, perché veniva dal sangue, nel veicolo stesso che percorrono gli istinti e le passioni, mentre noi sappiamo che dobbiamo portarci nella sfera del sangue liberando l’etere del pensiero dall’organo cerebrale. Allora passa al sangue, allora l’Io è vittorioso nel sangue, allora la corrente del sangue è percorsa dall’Io, allora l’Io va incontro al processo meraviglioso, a quel processo grandioso che è il più alto che avvenga nell’universo, che è la formazione continua del cibo del Graal all’interno della testa, e che è veramente il dono del Golgotha, per cui chi a un certo punto possa veramente verificare questo, si accorge quanto sia veramente assurdo il fatto che si possa opporre una tradizione alchemica o ermetica a una via cristiana, perché questa trasformazione del minerale in assoluto Spirito viene veramente dalla Resurrezione del Christo. Perché è il minerale che finalmente viene permeato completamente dal Logos. E’ un processo che si svolge nella testa di ogni uomo, ma ogni uomo lo respinge, e il mondo delle brame, specialmente il sesso scatenato, ha il compito di paralizzare questa possibilità della evoluzione a venire dell’uomo: e per questo si svolge una grande lotta ai confini dell’umano perché questo dono sia mantenuto alla Luce del Logos.

 

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO
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