Nome dell'autore: isidoro

OSSESSIONE O STRATEGIA?

  ap13-KSC-70PC-107

Avevo pubblicato il giorno 24 maggio dello scorso anno un breve articolo intitolato “Slogan esoterici?”. Se vi può interessare lo trovate nell’archivio di Eco in “Scienza dello spirito”: https://www.ecoantroposophia.it/2014/05/scienza-spirito/isidoro/slogan-esoterici/

Avrei voglia di ristamparlo ora, quasi un anno dopo. Esattamente com’era. Ma in quelle righe c’è troppa bonomia ed esse sono, per così dire, generiche. Lì, a modo mio, avevo cercato un filo di ragionamento e un’oncia di cortesia. Ora non ho alcun desiderio di girare intorno alla pesante contraffazione che mi è capitata sotto gli occhi curiosando tra temi cari e famigliari che vedo scorrere nel fiume delle cose pubblicate o lette.

Adesso, se non vi dispiace, svolgo il tema prendendo, posso dire a caso, come esempio, alcune righe tratte dal V capitolo della Scienza Occulta (pag 256 dell’edizione 1969).

Scrive il Dottore: “Vi possono essere anche concentrazioni sopra dei semplici sentimenti; queste sono di particolare efficacia.”

Riscrivo queste due righe dappertutto, le ingrandisco, le coloro, faccio in modo che esse vengano ripetute, rincarate nel tempo: così da divenire – quasi – il senso di un tutto completo. Confidando nei pigri non indico la loro esatta origine, confidando negli ingenui le firmo col nome di garanzia di Rudolf Steiner.

Né mi importa che manchi un sopra o un sotto, la loro concreta articolazione: di pensanti ricercatori non mi interessa punto. Cerco solo di ottenere nei lettori un’impressione animica immediata, meglio se poi, io insistendo, essa perdura nel tempo.

Ora abbiate pazienza: dopo le due righe scritte sopra andiamo a visitare il pensiero complessivo, comprensivo delle due righe estratte: “ Vi possono essere anche concentrazioni sopra dei semplici sentimenti; queste sono di particolare efficacia. Si prenda per esempio il sentimento della gioia per effetto di uno stimolo esteriore. Quando un’anima dotata di sentimenti sani si accorge che un uomo compie un’azione per bontà di cuore, essa potrà provarne soddisfazione e gioia; ma può inoltre riflettere sopra un’azione di quel genere e dirsi: “Chi compie un’azione buona per per bontà di cuore non persegue il proprio interesse, ma l’interesse del suo simile. E una tale azione può essere detta moralmente buona”.

Orbene, l’anima che la contempla può mettere da parte completamente la rappresentazione di quel singolo caso esteriore, che le ha procurato gioia o soddisfazione, e può formarsi un’idea generale della bontà di cuore. Riflettendo su questa, può pensare che la bontà di cuore derivi dal fatto che un’anima assimila, per così dire, l’interesse dell’altra, e lo fa proprio. L’anima può ora sentire gioia per l’idea morale della bontà di cuore. E allora è gioia derivante non da un avvenimento determinato dal mondo dei sensi, ma gioia proveniente dall’idea come tale (il corsivo è dell’Autore, la sottolineatura è mia). Se si cerca di far vivere questa gioia per lungo tempo nell’anima, si ottiene la concentrazione sopra un sentimento…(continua ancora).

Bene, come ho già scritto, trovate la completa trattazione a pag 257 della Scienza Occulta. Qui volevo soltanto evidenziare come estraendo dal contesto le prime due righe, esse oltre che apparire come una specie di indicazione tranchant assai generica, sono completamente fuorvianti, esse paiono indicare un esercizio dell’anima ben grossolano e diverso se non opposto a quanto lo Steiner cerca di far capire.

Passo avanti. Talvolta digito al pc sul motore di ricerca qualche termine usato nelle scienze spirituali, poi leggo a caso cosa riporta sul tema Tizio o Caio o la reincarnazione di Semiramide. Nel caso in questione avevo digitato Iside-Sophia. Oltre la ripetitiva offerta del libro di Scaligero, le personali elaborazioni del signor Bellucci e le follie “copia/incolla” dei mattacchioni, come succede sempre su internet, resta ben poco.

E guarda: trovo una pagina (che poi è facebook) in cui il discepolo (trattasi di Piero Cammerinesi) che per otto anni si abbeverò di continuo alla fonte di via…Scadolini (non è un refuso ma un’opzione ragionevole), imposta, esattamente due giorni dopo il mio scritto, in splendida cornice, come unico materiale visibile anche per chi non è iscritto al social, sotto la scritta “Iside Sophia”, le righe che mi permetto di incollare direttamente:

ISIDE-SOPHIA

La stessa Via del Pensiero rischia di divenire una via dell’orgoglio o del sublime egoismo, se non conduce alla consacrazione di sé al Divino e all’amore illimitato per il prossimo: appunto il ritrovamento della Iside-Sophia.

Massimo Scaligero

Per rafforzare il pensiero di…Scaligero, il seguito consiste in un ritaglio di un dipinto di carattere spirituale con, a lato, le seguenti righe:

La stessa Via del Pensiero rischia di divenire una via dell’orgoglio o del sublime egoismo, se non conduce alla consacrazione di sé al Divino e all’amore illimitato per il prossimo: appunto il ritrovamento della Iside-Sophia.

Massimo Scaligero.

Infine, nello spazio che rimane sotto, troviamo questo:

Iside-Sophia (Massimo Scaligero)

La stessa Via del Pensiero rischia di divenire una via dell’orgoglio o del sublime egoismo, se non conduce alla consacrazione di sé al Divino e all’amore illimitato per il prossimo: appunto il ritrovamento della Iside-Sophia…

Ora, vi prego, ancora uno sforzo: leggete il brano completo, come fu scritto da Massimo Scaligero:

*

“La ricongiunzione del pensiero con l’Io è l’iniziale moto della Volontà magica: l’atto della libertà possibile unicamente all’uomo autocosciente. La pura connessività del pensiero dialettico può portare lo sperimentatore a intuire una simile logica del pensiero vivente: l’autonomia di questo rispetto ai sensi e alla psiche, la sua possibilità di donare l’iniziale esperienza del “corpo sottile”. Ma ciò non è ancora ritrovare il Logos: anzi, questo è il momento in cui l’asceta corre il rischio di usare inconsciamente l’acquisita virtù del puro pensiero contro il Logos: secondo un residuo impulso della radicale natura egoica. Egli può diventare l’istruttore di molti discepoli avidi di dipendenza da un maestro che dialetticamente mostri di possedere la via.

La Via del Pensiero rischia di divenire una via di sublime egoismo, se non viene illuminata dalla luce della Iside-Sophia.

V’è un possibile punto d’arresto nella sfera dell’intellettualismo esoterico, dotato della sua dinamica interiore e persino dei suoi poteri: certamente limitati. Si può parlare di arresto della via, al livello di un intellettualismo esoterico organico ma incapace di connessione radicale con l’Io, ossia con il Logos. E’ la zona che può essere superata soltanto, ove si segua radicalmente l’Ascesi del Pensiero: così che apra la via al cuore, dal quale risorge la Memoria delle cose divine, la Iside-Sophia.

Per superare la zona neutra, in cui è possibile il ritorno alla viltà senziente o al tradimento dell’intelletto, occorre il trasferimento dal sussistente modo di essere dell’anima a un modo di essere originario, perduto: che era necessario perdere, per riconquistarlo da un grado di spontaneità a un grado di libertà: la Memoria delle essenze perenni, che è l’intima struttura dell’anima, smarrita: eliminata dalla coscienza dialettico-sensuale.

L’originario modo di essere dell’anima risorge nella misura in cui essa giunga a contemplare fuori di sé ciò che le è divenuto processo intimo: il formarsi dell’idea, l’imaginare creatore. Questo imaginare è il s e n t i r e liberato, che volge verso la zona in cui può accendersi, come fiamma dell’Amore Divino, la potenza dell’antica fede ridestata, la virtù dell’assoluta consacrazione di sé. Essa viene preparata dal connubio del Pensiero con la Volontà.”

*

Nel confronto si notano subito alcune cose, tra cui l’inserimento di “illimitato amore per il prossimo” che non trovate nel brano originario: nobilissime e vuotissime parole che appartengono al Nostro ma ripetutamente affibbiate a Scaligero. Non ci sta nemmeno l’orgoglio ed il resto è personale sintesi…ma avvalorata dall’autorità di Scaligero (magari mi risponderebbe che “sente” che così avrebbe voluto Scaligero). Sono queste le licenze di “libero pensiero” permesse da chi mette la MORALITA’ davanti a tutto? Forse sarà attorcigliata coerenza se si appartiene a quella rete di personaggi che modificano, con scuse strampalate, persino i capitoli dei libri di Scaligero e macellano le sue conferenze?

Del resto Hugo su ciò si è sgolato. Il problema resta sempre lo stesso: esiste in tali esseri una precisa volontà di attutire o alterare l’insegnamento, anestetizzare o almeno confondere i ricercatori più giovani. Questo, perché? Personalmente sono stufo di scriverlo. Ognuno indaghi e valuti da sé…oppure lasci perdere e continui con studio e disciplina.

Invertendo la celebre frase trasmessa dall’Apollo 13 nel 1970, potrei concludere che a Houston ci dev’essere un problema, abbastanza grosso.

SCIENZA DELLO SPIRITO,

Di LUCIO ANNEO SENECA

 Seneca

Lucio Anneo Seneca

Chi era Seneca? Quasi tutti sanno che fu un filosofo. Qualcuno crede di ricordare che (probabilmente) non rideva mai. Viene definito come esempio dello Stoicismo – cosa non vera – ma che comunque non disturba i sonni dell’informe uomo qualunque d’Occidente. Permane o permaneva l’impressione popolare che fosse stoico chi sapesse sopportare con imperturbabilità disagi contingenti e cosmica sfiga.

Il Nostro nacque a Cordova nel 3 (circa) avanti Cristo. Figlio del retore Marco Anneo che cercò di limitare gli eccessi del figlio nelle pratiche ascetiche.

Sposatosi, seguì una notevole carriera: divenne consigliere imperiale in tempi non facili. Così dovette subire l’esilio come amico di Giulia, figlia di Germanico. L’imperatore Caligola gli risparmiò la vita poiché fu considerato tisico, dunque prossimo a morire.

Dal 41 al 48 visse in Corsica dove scrisse il De Consolatione. Poi Agrippina gli confidò l’educazione dell’undicenne Nerone e nei primi cinque anni dall’accessione al trono del pupillo, governò insieme a Burro.

Poi cadde in disgrazia (pare che a quei tempi il cadere in disgrazia fosse uno sport popolare e pericoloso) e in modo sempre più netto, ma restò a corte anche dopo l’uccisione di Messalina. Un affresco pompeiano mostra una farfalla cocchiera di un drago: sono gli emblemi di Seneca e Nerone.

Infine venne accusato di aver preso parte alla congiura dei Pisoni e, nel 63 fu costretto a togliersi la vita. La sua seconda moglie dapprima volle morire con lui, poi preferì la vedovanza.

Delle sue opere sono perdute le orazioni, le descrizioni dell’India e dell’Egitto. Rimangono invece libri di disquisizione sulle scienze naturali, l’Apocolocintosi del divo Claudio, De Beneficiis, dodici Dialoghi, De Clementia dedicato a Nerone, le Epistole a Lucilio e le tragedie.

Perché ve lo traduco? Perché mi piace lo stile, la chiarezza ed il sobrio cinismo ed umorismo – ma non privo del senso del sacro – di chi scriveva (non dimentichiamolo) pochi decenni dall’inizio del nostro tempo storico.

Da Lettere a Lucilio

Prima di tutto, o mio Lucilio, impara a godere.

Credi forse che io intenda ora toglierti molti piaceri, sol perché ti metto in guardia dal caso, sol perché stimo tener lontano da noi quel dolcissimo allettamento che è la speranza?

Al contrario: io desidero che non ti venga mai a mancare la gioia; desidero anzi che essa ti nasca in casa: e ti nascerà purché essa alberghi dentro te stesso.

Le altre gioie non saziano l’animo, spianano soltanto la fronte, sono superficiali, a meno che, per avventura, tu non creda che sia felice chi ride: l’animo dev’essere alacre, fiducioso ed elevato in tutto. Credimi: la vera gioia è una cosa seria.

O forse tu stimi che chi ha il volto spianato o, come amano dire gli effeminati, ilare, disprezzi la morte, apra la sua casa ai poveri, tenga a freno i piaceri, mediti sulla sopportazione del dolore? Solamente chi volge entro di sé questi pensieri, prova una grande gioia, anche se poco carezzevole.

Io desidero che tu sia in possesso di questa gioia, la quale non ti verrà mai meno una volta che tu abbia saputo individuarne le origini: i metalli più vili si ricavano dalla superficie del suolo quelli più pregiati invece hanno la loro vena nascosta nel profondo della terra, ma rispondono sempre e ben più copiosamente a chi scava.

Le cose di cui il volgo si compiace, danno una soddisfazione leggera e superficiale, perché qualsiasi gioia artificiosa manca di radici: invece questa di cui parlo e a cui mi sforzo di condurti è una gioia valida e tale da penetrare più addentro.

Si farà beffa di te chiunque che questa vita sia una milizia comoda e facile: non voglio che tu sia ingannato. La terminologia di una sì nobile milizia è la medesima che è in uso nell’altra, così infame, dei gladiatori: “Venir bruciati, incatenati, uccisi di spada”.

Ma almeno quegli infelici, che offrono a nolo le loro braccia e che mangiano e bevono solo per restituire col sangue, sono scusabili in quanto soffrono spesso contro la loro volontà: da te, invece, si esige che soffra deliberatamente e volentieri. Quelli almeno hanno la possibilità di abbassare le armi e di affidarsi alla misericordia della folla: tu invece non puoi arrenderti, né implorare che ti si risparmi la vita: devi morire in piedi e invitto. D’altra parte a che gioverebbe cercare di guadagnare pochi giorni o anni? Si nasce senza speranza di condono.

Tu mi dirai: “E allora come potrò salvarmi?” Tu non puoi sottrarti all’ineluttabile, puoi soltanto vincerlo: “La via si apre con la forza”.

Non serve elevare al cielo le palme e supplicare il custode dl tempio che ci conceda di accostarci più da presso all’orecchi delle statue degli dei per poter essere meglio ascoltati: Dio ti è vicino, è con te, è dentro di te. Sì, o Lucilio, uno spirito divino è dentro di noi, osservatore e giudice delle nostre azioni buone e cattive: e come trattiamo lui, così lui tratta noi. Certo, nessuno è buono senza Dio. Ma come ci si può alzare al di sopra della sorte se non col suo aiuto? Dio ci dà i nobili e retti consigli: in ogni uomo onesto “c’è Dio, anche se non sappiamo chi sia”.

Se ti trovi dinanzi allo spettacolo di una foresta popolata di vecchi e giganteschi alberi, i cui rami, intrecciandosi tra loro, oscurano la vista del cielo, quella vista si sì alta vegetazione, quell’arcano del luogo, quell’ombra meravigliosa, così densa e continua pur nell’ampia distesa, ti testimoniano la presenza di Dio.

E così pure non ispirerà alla tua anima un senso di religioso stupore la vista di un’ampia caverna, corrosa dal tempo, alle falde di un monte, scavata nella sua vasta estensione, non già dalla mano dell’uomo, ma da fenomeni naturali? Noi veneriamo le sorgenti dei grandi fiumi; noi riteniamo sacri alcuni laghi o per quel loro color cupo o per quella loro immensa profondità.

E se tu vedrai un uomo impavido di fronte al pericolo, incontaminato dalle passioni, felice nelle avversità, sereno in mezzo alle tempeste, guardare gli uomini dall’alto e gli dei a faccia, non proverai tu per costui un senso di venerazione? Non dirai tu: “ Questa è una cosa troppo grande e troppo sublime perché si possa credere che sia della stessa natura di quel piccolo corpo nel quale è racchiusa?”. Qui è discesa qualche potenza divina.

Un animo così elevato e sereno, che tutto trasvola, come su cose a lui inferiori, dev’essere necessariamente ispirato da una potenza divina. Non può essere che una cosa così grande sussista senza il sostegno di una divinità: e allora vuol dire che la parte migliore di quest’uomo risiede lassù donde è disceso.

Come i raggi del sole toccano, sì, la terra, ma stanno là donde provengono, quell’anima grande e santa, che è stata inviata quaggiù per farci conoscere più da vicino l’essenza divina, sì, si aggira tra noi, ma resta legata alla sua propria origine: lì è sospesa, verso lì mira e tende, vive tra noi, ma è qualcosa meglio di noi.

Chi ogni giorno dà alla propria vita, per così dire, l’ultima mano, non sente il bisogno di vivere ancora. E’ da questo bisogno che proviene il timore di non arrivare al domani, la brama del domani, che ci corrode l’animo. Niente è più tormentoso dell’incertezza degli eventi futuri. Il nostro spirito allora viene agitato da un inspiegabile senso di terrore, chiedendo ansioso quanto e come resti ancora da vivere.

E in qual modo potremo noi evitare quest’ansia? In un modo solo: non proiettando la nostra esistenza nel futuro, ma restringendola al presente. Si sente sospeso al futuro solo chi vive l’oggi inutilmente: quando invece avremo pagati i nostri debiti verso noi stessi, quando avremo la certezza che non c’è nessuna differenza tra un giorno e un secolo, soltanto allora potremo dominare dall’alto il corso dei giorni e degli eventi futuri e ridere al pensiero della fuga del tempo. Come infatti potrà turbarci la varietà e la mutabilità degli eventi, se saremo certi contro l’incerto?

Tu aggiungi: “Mi lascerai almeno il diritto di provare un po’ di di dolore o di timore?”. Ma quell’ “un po’” diventerà “parecchio”, “molto” e via di seguito e non si fermerà più quando tu lo vorrai. Per il saggio è diverso. Egli, anche se non si sorveglia rigorosamente, sta sempre al sicuro, perché sa arrestare un pianto o un piacere nel momento che vorrà. Ma noi, che troviamo tutt’altro che facile fare marcia indietro, la cosa migliore è che non ci mettiamo in marcia per niente.

A me sembra che molto acutamente abbia risposto Panezio ad un giovane che gli chiedeva, come ad un saggio, della sua disponibilità agli umani amori: “Del saggio,” gli disse, “ne parleremo un’altra volta: quanto a me e a te, che del saggio siamo ancora lontani, non è proprio il caso che incappiamo in una faccenda così vulcanica e prepotente, che ci asservisce vilmente ad un’altra persona.

Infatti, se questa ci corrisponde, ci eccitiamo ancora di più appunto perché ci corrisponde, se ci rifiuta, ci sentiamo feriti nell’orgoglio; e così, come vedi, tanto un “sì”, quanto un “no” in amore fanno male: del primo diventiamo schiavi, col secondo dobbiamo fare guerra: tanto vale che, consapevoli della nostra debolezza, rinunciamo all’amore e ce ne stiamo per i fatti nostri”.

Dunque non abbandoniamo la nostra debole anima nelle mani né del vino, né della bellezza fisica, né dell’adulazione, né di alcun allettamento. E quel che Panezio ha risposto a quel giovane sull’amore io lo dico per tutte le passioni. Per quanto ci è dato possibile, evitiamo i luoghi sdrucciolevoli, dato che neppure su quelli asciutti ci reggiamo bene in piedi.

TRADIZIONE

DEL PENSARE SCONOSCIUTO

uomo in naturaRimango sempre un po’ stupito (o stupido) quando vedo sorgere, come i funghi dopo una pioggia, incertezze di tutti i tipi che riguardano la preminente posizione del pensiero anche quando la si raffronti con la restante organizzazione dell’entità umana.

Sarà perché ho fatto le scuole di una volta, in cui anziché cominciare coi cromosomi, davano un principio chiaro e solido: l’immagine generale del mondo conosciuto.

Regno minerale, regno vegetale, regno animale e l’Uomo a coronamento; che si distingueva con un bel salto per la capacità di pensare coscientemente.

Tempi ingenui o maggior chiarezza di visione?

Certo è che quasi tutti i grandi esponenti dell’Arte e della Scienza e direi indipendentemente dalla propria visione del mondo, materialisti o idealisti che fossero, hanno mostrato per il pensiero un rispetto, un entusiasmo o una sacra riverenza, si chiamassero Goethe, Conan Doyle o Rutherford. Ciò faceva parte di un carattere generale.

Il limite dovremmo conoscerlo piuttosto bene: tutti a usare il pensiero, nessuno a considerarlo per sé stesso. Sul versante magico-occultistico-religioso era ed è anche peggio: il pensiero veniva e viene certamente usato ma assai spesso valutato come un nemico dell’esperienza trascendentale e qui il mio Oriente, compreso in superficie, banalizzato, tradotto per cretini, non aiuta.

Situazione curiosa ma non tanto: è connaturata: se uno cammina, guarda il paesaggio o tende al punto d’arrivo, saggiamente non presta attenzione alle gambe che lo portano verso quel posto.

Ciò vale anche nelle attività dove il pensiero regna sovrano, come nella scienza della fisica o della matematica (non accenno ai filosofi che non esistono più). Ho chiesto spesso a matematici e ricercatori qualcosa in merito. Qualcuno mi ha persino confidato di avere l’impressione come di entrare in un altro mondo più reale, più certo…ma se arrischiavo un accenno sul pensiero come un fenomeno in sé, scattava sempre una difesa e coglievo un netto rifiuto dell’anima verso una tale impudente stravaganza.

Un giorno colsi al volo come l’anima del sapiente fisico che mi stava davanti, letteralmente si schivava per non beccarsi lo shrapnel dell’orribile idea che gli lanciavo in quel mondo concettuale in cui si muoveva la sua immagine del cosmo, perfetto come l’insieme che forma l’orologio.

Siccome non sono nato ieri e ho avuto grande interesse per i rapporti comunicativi e culturali, posso dire d’aver trovato, nel tempo, tantissimi disposti a pensare: pensare qualsiasi tema ma mai nessuno che potesse prendere in considerazione il pensare.

Sto dicendo una sciocchezza: in verità ho trovato parecchi affascinati dalle ricerche scientifiche che, guidate e devotamente sostenute dal diavolo, scambiano l’effetto con la causa, così giungendo a pensare che il pensiero sia vibrazione, onda magnetica, reazione elettrochimica e altre cose del genere, ora poi si fotografa la zona del cervello che si attiva in una determinata attività…e il dubbio, se c’era, scompare.

Magari scompare forzatamente anche la ventennale ricerca del MIT che annunciò, fuori da ogni dubbio, che vent’anni di meditazione modificano sensibilmente l’amigdala, ossia tutto il contrario.

In opposizione allo scientismo ruvidamente primitivo, in molti ambienti che si dicono ispirarsi alla Scienza dello Spirito fa da ospite fisso uno spiritello misticheggiante che, sgomitando da destra a sinistra, tende ad imporre la pretesa della primogenitura al sentire e, in casi assai più rari, al volere. Ho letto le impudiche dichiarazioni di un medico antroposofo che si dichiara modestamente border-line con l’antroposofia (se questa è coerenza!) e che deduce la supremazia del sentire per il fatto che questo sta in mezzo al pensare e al volere: è cioè la zona dell’equilibrio. Da questo giudizio discende l’antipatia verso le opere di Scaligero…così “incomprensibile”, cerebrale e ostile all’animo femminile..! Parlo di persona concreta e molto attiva nei gruppi antroposofici (sarebbe interessante vedere cosa dinamizza queste creature). 

Anche in questi casi vige il primitivismo della forza apparente poiché ad uno sguardo infantile la forza delle emozioni e dei risultati volitivi si impongono in chi, forse inconsapevolmente, limita sé stesso nel sensibile.

Ma senza il coraggio di accompagnarsi a Freud che non aveva torto se, nell’osservazione medico-psichiatrica, constatava come la libido fosse la forza più attiva e pervasiva nell’uomo comune. L’occultismo serio avrebbe potuto dargli ragione, vedendo nell’uomo un coacervo di bramosia al 90%: l’uomo comune fatto e strafatto di brama (la “sete” menzionata dal Cristo).

Eppure non occorre essere “iniziati” e nemmeno asceti per riconoscere (osservare) che quelli che di solito chiamiamo sentimento o volontà ci portano dritti dritti nella sensazione corporea: stimolatori delle funzioni corporee per eccitare l’anima, per far godere l’anima di momenti di eccitazione. Così questo circolo (vizioso) si chiude: per questo si assumono droghe: chimiche o “spirituali”. Con la loro assunzione il circuito anima-corpo-anima è soddisfatto ed energizzato. Ciò viene scambiato per “elevazione”. E quando ogni presupposto nasce da ciò, tutto il successivo discorso non può essere che errato, errato appunto dal fondamento. E poiché nessuno vuole o possiede la forza di svellere le proprie radichette, i tentativi di dialogo appaiono impossibili: pure perdite di tempo.

Il pensare è l’unica tra le attività umane che riesca a sottrarsi a tale, semi-animalesca condizione: l’unica attività che ci dia consapevolezza del mondo, di noi stessi e di capire qualcosa delle relazioni che intercorrono tra i fenomeni.

E’ persino possibile produrre una sorta di condizione patologica nella quale i sensi siano intatti e non si possa più pensare. Ripeto che questa è una condizione patologica. Però interessante, radicale. In questo stato si vede ogni cosa, si sente tutto, eccetera, ma non si sa cosa si vede, cosa si sente: non si sa nemmeno che si sta vedendo, udendo…: si vede il colore rosso ma non si sa cosa sia il colore, si percepiscono gli oggetti ma non si sa cosa siano, non si sa nemmeno cosa sia una forma, sebbene gli occhi funzioni alla perfezione: tra un portacenere e un elefante non v’è differenza alcuna.

Insomma, il pensiero, sperimentato nella sua forma più comune, è già qualcosa di immenso: una eccezionalità rara che la natura/struttura umana porta in sé come un dono sacro. So di aver già parlato di questo, ma è, al negativo, una delle condizioni più splendide per comprendere nettissimamente come, senza pensiero, l’uomo sia un nulla. Meno d’un animale, meno di una pianta.

Allora può sorgere un senso adeguato e possiamo dirci che il pensiero è già una realtà possente che, fluendo incessantemente, donandosi illimitatamente (qualcuno lo chiamerebbe Amore, parola che l’uomo ha prostituito) dà realtà al mondo e a noi stessi.

E non è nemmeno “invisibile”!

Mettetevi seduti e guardate un oggetto qualsiasi. Siete sicuri che quell’oggetto sia reale e permanente? Di solito tutti rispondono (precipitosamente) che è proprio così.

Ma per quanto tempo? Non vi siete mai accorti che, se l’attenzione pensante si dirige su altro o su un tema, gli occhi non vedono più l’oggetto? E ciò, per chi non è addestrato, capita di continuo. Voglio solo dire che l’oggetto appare e scompare e, poiché avete fiducia nelle “cose”, formulate un granitico giudizio subconscio di certezza nella stabile realtà delle stesse. Mentre è possibile che l’oggetto sia quello che appare solo perché pensato. Mi sa che dire che una tal cosa esiste anche prima e poi, sia all’incirca un grosso atto di fede.

Oppure, in alternativa, perché non sospettare che la matita o il sasso, percepiti, siano pensieri temporaneamente…visibili!

Nell’esperienza interiore infatti, una tra le situazioni che si possono sperimentare è del tutto rovesciata rispetto all’apparente sostanzialità del mondo sensibile, e chi, troppo precocemente, si vedesse in questa situazione, si annichilirebbe di paura poiché vedrebbe che si sta muovendo nel vuoto o sopra un abisso, sostenuto, come il ragno col suo filo, solo dal pensiero: come un funambolo, lì pensi e, solo per questo fatto, non cadi.

Su un gradino intermedio di esperienza è possibile osservare come la potenza che si esprime in immagini nel sognare, poi si riconfiguri secondo precise leggi acquistando una immagine finale che interrompe ogni movimento: è un precipitato.

La sua forza di fissità è il mondo finito che percepiamo con la coscienza di veglia con, talvolta, qualche dubbio: allora si insinua nell’anima la perniciosa immagine che tormentò Sigismondo: che tutta la vita sia un sogno.

Ho osato dire che matita o sasso potrebbero essere pensieri visibili, allora oso ancora, senza nemmeno usare parole mie ma di un utente di Eco che non ha mai scritto e questo è un vero peccato perché è un gigante e se pur scrivesse con delicata gentilezza schiaccerebbe involontariamente le sciocchezze dei tanti moscerini .

Lasciamogli la parola: “E’ molto semplice: basta prendere l’immagine dell’ago con la quale si fa concentrazione e avere il coraggio di ammettere che è una realtà pari a quella del muro che ci sta di fronte o quella della voce di un amico. Semplicissimo: è reale ed esistente come il muro”.

Giacché lui non è me, posso anche dirlo: una vita intensa e cinquant’anni di discipline di tutti i…colori per dichiarare…l’ovvio? Davvero è ovvio ciò che dice? E molti penseranno: “Così poco e nessuna bancherella di bamboline e manufatti antroposofici…mancano i fatti, manca l’azione e la commozione, manca persino you tube“.

Rispondo indegnamente al suo posto: “Espletate fino in fondo, scrupolosamente, fatiche e doveri che la vita vi ha posto davanti? Date un aiuto a chi ne ha bisogno? Non evitate nulla? Oltre a ciò tentate giornalmente l’azione più difficile e torturante che nemmeno il “divin Marchese” avrebbe escogitato? Avete imparato a strizzare l’anima oltre voi stessi? Se foste davvero sinceri in “pensieri, parole e opere” dovreste dirmi: “E’ impossibile fare di più!”.

Se non lo dite (con la testa gioiosamente illuminata da mille pensieri) vi state burlando di me (niente di grave) e di voi stessi (guai seri!).

Eppure ci si dovrebbe contenere: un pensiero che non abbia uno straccio di coerenza con la percezione dovrebbe essere avvertito come sospetto. Non che il pensiero non possa strutturarsi come qualsiasi altra cosa, ma implica un lavoro poiché pensare e non solo venir pensati dalla psiche e dal corpo è veramente difficile. Sulla indicazione del Dottore, fate un altro esperimento. Iniziate a leggere l’Etica di Spinosa: vi mancherà il terreno sotto i piedi alla seconda o terza riga perché non si è abituati al pensare come attività pura in sé. E’ una esperienza penosa che avverte il lettore come esso sia solo capace di riconoscere le parole. Troverete di persona come sia profondo il solco tra l’articolare parole ed il pensare pensieri. E vedrete pure come il “sapere” non aiuta.

Però in questo modo si può comprendere come l’Opera di Steiner venga letta ma raramente pensata. Era l’unica cosa (di essenziale) che il Dottore chiedeva per le sue opere. E se non viene pensata cade il palco su cui si recita l’antroposofia o si vagheggia persino il suo superamento: in sé non impossibile, ma di sicuro non da un livello in cui essa ancora non c’è, sebbene se ne parli all’infinito. Sì, miei cari, quietamente contesto la Scienza dello Spirito discorsivizzata perché, se fosse reale, sarebbe in contraddizione con sé stessa!

E’ in questo luogo inesistente che avvengono le scaramucce o le battaglie tra correnti e fazioni, di solito a colpi di brani scritti dai Maestri. Questo è il vero teatro delle contrapposizioni, delle dogmatizzazioni, cioè del niente che si oppone al niente: a gloria della consolidata liturgia delle rappresentazioni personali.

Quanto sarebbe invece necessario pensare con rigore pensieri liberi dal nostro mondo soggettivo: radicalmente, fino a consumarne l’impronta sensibile. Chi osa ciò giunge ad accendere, per uomini e spiriti, una luce nei tre mondi.

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL CASO RAYMOND DE BECKER

 raymond de becker -

Complicato tratteggiare l’individualità di Raymond de Becker (1912-1969). In breve possiamo dire che fu un giornalista (poi pubblicista e scrittore) belga di molti interessi, vissuto in tempi difficili.

Redattore dell’Indipendenza belga e della Avant-Garde, scrive alcuni libri dal ’32 al ’39, poi nel ’41 diventa direttore del Soir collaborando con l’occupante tedesco ma non abbandonando i suoi ideali di un Belgio realista e unitario. Ben presto i suoi rapporti con l’amministrazione tedesca si deteriorano e nel ’43 è sottoposto agli arresti domiciliari in Svizzera. Nel ’45 si consegna alle autorità belghe e viene imprigionato.

L’anno successivo il Consiglio di Bruxelles lo condanna a morte, poi commutata in ergastolo. Infine viene graziato nel ’51 ma deve lasciare il Belgio. Trova un lavoro a Parigi dove lo aiuta finanziariamente l’amico Hergé (autore del famoso Tintin). Durante la prigionia approfondisce la psicoanalisi, soprattutto il lavoro di Carl Jung, con il quale poi avrà molti incontri diretti. De Becker, seppure tra i tanti imbarazzi dei suoi vecchi amici, dialoga col citato Hergé, Maritain, Gide, Spaak, ecc. Nel suo periodo giovanile spicca uno slancio mistico verso un cristianesimo puro e una forte avversione verso il comunismo e il cattolicesimo. Negli ultimi anni di vita scrive L’altra faccia dell’amore, La comprensione dei sogni e molti articoli. E’ di uno di essi, noto per la sua ripubblicazione per la rivista Planète, che vogliamo occuparci.

Purtroppo de Becker mostra come, senza una apertura dell’anima assai profonda o se si preferisce, una specifica “segnatura” karmica (mica siamo in democrazia), siano talvolta vani anche frammenti di esperienze “forti”.

Ricordiamoci che è stata una personalità poliedrica: spiritualista e idealista maturato nella scuola psicoanalitica junghiana e studioso dell’Oriente sapienziale (L’hindouisme. 1968)

Ebbe momenti di illuminazione interiore, descritti e commentati in un articolo, apparso dopo la sua morte, intitolato: La visione del mondo nella sua gloria e che riapparve poco dopo sulla rivista Planète, un tempo nota e diffusa in molte nazioni, Italia compresa, con un titolo equivalente: Visioni di Luce.

Vale la pena di riferire la sua interpretazione, poiché affronta le obiezioni che il senso comune oppone alle esperienze di genere spirituale, facendole derivare da incrinature morbose o patologiche della psiche.

Dopo aver premesso, in base ai suoi molti studi, di avere il diritto di pensare che “ la causa di un fatto non ne spiega la natura e tutt’al più ne descrive la faticosa strada da cui sorge”, egli conclude: “ sappiamo semplicemente attraverso quale via le visioni hanno potuto effettuarsi L’apparecchio sensibile classico deve sempre essere spezzato in qualche modo perché possa verificarsi una percezione insolita del mondo.

Questo apparato può essere spezzato o incrinato da traumi infantili, da incidenti, dalla droga, da discipline mistiche o da esperienze esistenziali. Ma in ogni caso l’occasione della frattura può informarci su come si è prodotta ma non ci illumina mai sulla natura del fenomeno al quale la frattura dà luogo”.

Ecco: “dalla droga” al pari di “discipline mistiche”. Su questa parificazione è scivolato anche A. Huxley , il famoso scrittore che fece epoca con Le porte della percezione e non pochi altri geniacci.

Allora, senza dare giudizi a nessuno, ditemi come mai Santa Teresa, quando ritorna tra noi può indicare un particolareggiato percorso dell’anima che va dalla terra ai Cieli mentre costoro, dopo aver vissuto abbacinanti rivelazioni ritornano a mani vuote?

De Beker, onestamente certifica che, su queste esperienze e la vita comune ci sia una netta frattura, per lui incolmabile e indirettamente ci conferma che il suo bagaglio del sapere, ogni possibile acrobazia del suo pensiero, anche a livello scientifico, non getta alcun ponte di conoscenza.

Eppure è una tentazione – quella di pensare tutti i pensieri del mondo linearmente, ovvero con il pensiero ordinario – alla quale la mente umana difficilmente resiste.

Succede che al primo istante l’esperienza gli rivela l’esistenza di un mondo di Luce e Gloria, completamente diverso da quello abituale: “ E’ come se una mano misteriosa avesse alzato il velo che mi separava dall’universo glorificato, il mondo era sospeso nella gloria, mi pareva di sentire Dio in me…”.

Un altro giorno, mentre discute con un amico sull’autentico significato delle parole Dio, anima, grazia, immortalità, accade un fatto sconvolgente: “All’improvviso vidi il mio interlocutore balzare dalla sedia nell’istante in cui balzavo dalla mia…Una luce abbagliante ci aveva strappato dalle riflessioni teologico-intellettuali.

La stanza era inondata di luce, non c’era alcun dubbio, e la nostra conversazione era divenuta priva di oggetto. Quale eterno testimone voleva imporci il silenzio? Nel chiarore di questo sole notturno – saranno state le quattro o le cinque del mattino – gridai: Ecco Dio! Era troppo. Come mai questa parola dalle mie labbra? E già la mia mente cercava altre deduzioni…”.

Raymond lascia che il pensiero cerchi, chiede aiuto alla biologia, alla fisica, alla psicoanalisi, per trovare le “strutture concettuali” (così si esprime) capaci di contenere queste esperienze e, sorpresa, non le trova.

Si ripete la sconfitta di chi non può accettare la grazia, anche se ha avvertito la presenza del testimone eterno che ha invano cercato di imporgli il silenzio…così rapidamente la luce si spegne.

Dice poi:” anche i più esperti tra noi assomigliano a coloro che avendo visto il sole ne negano l’esistenza non appena viene velato dalle nubi…”.

Il nostro amico ora scomparso, lo scrittore italo-svizzero Piero Scanziani, nel suo libro Entronauti chiama queste nubi “elefantiasi della mente” ed il dottor Ruzbehan, menzionato nel medesimo volume usa il termine “anemia del Sacro”.

Non gli esercizi di ieri, finiti nella spazzatura, possono strangolarci , sono piuttosto questi i mali che non perdonano e l’elefantiasi della mente è un termine azzeccato: assai diffusi in Occidente (ma l’Oriente boccheggia) e dai quali uno spirito inquieto come Raymond de Beker non si è salvato.

Come Cicerone per la sua casa, esibisco così anche la prova che le tensioni morali contano relativamente poco sul piano spirituale: quando non siano validamente sostenute dalla disciplina, da una instancabile aspirazione ed un’apertura all’Eterno testimone.

Altrimenti le esperienze (così tanto bramate!) non servono a niente. Serve ben più non mollare mai su una via indicata dalla Sapienza eterna.

Raymond de Beker, in una nota conclusiva, scrive: “Malgrado quelle esperienze, devo confessare che sono diventato un piccolo borghese come tutti quanti…”

E, per quanto mi pare di ricordare, nel 1969 egli si toglie la vita, forse non sopportando la deriva della banalità in cui, seppure lucidamente, era caduto.

Se il suo sia stato un ultimo gesto virile davanti l’ignominia della decadenza oppure la sopraffazione dell’angoscia, questo non so dirvelo.

SENZA CATEGORIA

NON MAESTRI O DISCEPOLI MA UOMINI LIBERI

catena

.

“libertà vò cercando, ch’è si cara, come sa chi per colei vita rifiuta” d.a.

“quando suoneranno le trombe del Giudizio, andrò a prendermi un caffè” f.a.

.

Cari amici e lettori, chi conosce anche il superfluo delle cose del Dottore, capisce che il titolo di questa nota è la riproduzione modificata del motto che Steiner adottò durante il suo periodo universitario, sebbene l’originale sia come un pugno nello stomaco per le anime belle: dunque m’accontento di molto meno.

Rimane comunque una provocazione, visto che quasi nessuno è capace di farsi i fatti suoi senza l’ossessività moralistica.

Non mi spiacerebbe tessere le lodi del “sublime egoismo”. Magari, e perché no? Sublime o meno è dall’ego che inizia il viaggio e chi non vuole l’ego, rimane in Stazione: viaggiatore che non viaggia.

Ma non è questo il punto: quello che vorrei indicare piuttosto sarebbe l’idea della fedeltà alla propria tradizione interiore, anzi: “Tradizione”: così si capisce che dalla terra esteriore passo ai Cieli interiori, nella zona in cui la personalità contingente rimane giù, abbarbicata con “tenaci organi alla terra”.

Di questa tradizione interiore Scaligero ne parla e da come ne parla si può capire come non sia né cosa facile comprenderla, percepirla né cosa facile poterla afferrare: eppure essa esiste latente in ciascuno di noi, e si svela a patto che si sappia uscire da noi stessi, dal nostro simulacro.

Anche in tale senso la via regia è l’esercizio a sé sufficiente – quello che porta in sé il passo essenziale sulla via di Michele – che con i suoi (nostri) superamenti, integrato a meditazioni, colte intuitivamente, ci avvicina al filo soprasensibile che ci attraversa dal passato all’avvenire: questo aspetto, parlando di meditazione, l’ho sorvolato ma in effetti, sul cammino della concentrazione, ci vengono incontro vari contenuti meditativi che non provengono dall’esterno ma dalla tangenza dello spirito sull’anima. Poi su una linea non tanto diversa il Dottore ha indicato un ampia scala di esercizi karmici.

E tutto ciò solo quando, al contempo, ci si renda vittoriosamente capaci di uscire dalla fittissima tela di ragno che si è formata e di continuo si forma sulle parole e sulle immagini che provennero dai maestri spirituali.

Cari amici, se rimaniamo irretiti in quella tela, finiamo immobilizzati e soffocati, come gli insetti che pendono imbozzolati sulla tela dei ragni veri.

Naturalmente nessuno considera se stesso, in un certo qual modo, ridotto a tale condizione: in realtà è un buon meccanismo protettivo il fatto che l’uomo possa eliminare dalla consapevolezza ciò che potrebbe trascinarlo nell’angoscia e nel disgusto di sé: così può agire nella vita con l’energia e la fiducia che, ad ogni risveglio, si rinnova.

Rimane solo un “ma”. Questo consiste nel fatto che ogni sentiero interiore è anche una via di autoconoscenza: così ad ogni gradino della scala verso i Cieli sembra che corrisponda ogni genere di scoperta di quanto – ordinariamente – rimane celato nel buio della cantina.

Ciò non deve impedire il lavoro interiore, poiché ogni rafforzamento rende l’operatore capace di guardare, senza esserne travolto, il peggio che si rende percepibile.

Però muta lo stato delle cose: è indiscutibile la perdita della semi-innocenza, della sempre positiva valutazione di sé: l’amnio viene strappato dagli occhi e si viene a conoscenza che, a sorreggerci vi sono le alterate forze che conosciamo coi nomi di falsità, presunzione, codardia, malvagità, lussuria…e nemmeno continuo.

Insomma, come diceva Scaligero, scopriamo di essere dei grandi, grandissimi farabutti: così termina la fase ricreativa della nostra vita: ora, per amore o per forza, inizia il tempo della serietà interiore.

In questa condizione di chiarezza è possibile distinguere nettamente il gobbo e il diritto: il gobbo è sterminato e il diritto è un’ asse sottile posta in verticale, sempre pronta a dissolversi. Se si è onesti fino in fondo si realizza: a) che non è più possibile mischiare, come eterni bambinelli, queste due entità, b) che i brevi momenti di verticalità appartengono ad una condizione eccezionale, del tutto diversa dalla comune cinestesia: quella in cui permangono sempre buona parte degli spiritualisti.

Dalla consapevolezza scarsa ed irretita scaturisce l’ottusa serie di sussurri che salutano ogni scritto che appare su Eco: taluni avvertono come irritante il costante riferimento alle poche indicazioni che contano per chi se la sente di camminare con le proprie gambe.

Qui nessuno (almeno lo spero) crede di essere un Mosè con le tavole della Legge ma almeno tenta di essere onesto nel riferire ciò che ha compreso o sperimentato con le capacità proprie. Io, se mi è permesso citarmi, faccio un lavoro suppletivo: confronto ciò che faccio con quei pochi, non ostili ma diversi per costituzione e carattere, che a modo loro fanno un percorso simile. E, credetemi, le difficoltà insite nell’obbiettivare certe fenomenologie, svaniscono come neve al sole.

Se si pensa sul serio si può fare molto e se due persone pensanti riescono a scalare, da concetto a concetto, l’impervia salita alla comprensione di un’idea, sperimentano anche una comunione forte e luminosa: occorre provare una cosa simile: in questo sforzo tutto in noi retrocede, si arresta. Corpo, personalità e la fumisteria dei sentimenti…tutto ciò sparisce ed è l’idea che riversa vita e calore in tutto il nostro essere. Vi sono molti che giudicando erroneamente, stimano l’incontro e la comunione come esperienza di sentimento. Magari è vero il contrario: il sentire ci appartiene come individui singoli mentre il vero pensare trascende il personale, esso è universale. Ed è da esso che il sentire può rinnovarsi e gettare l’angusta maschera che lo ha reso meschino e ancora meno reale delle immagini del sogno.

Avevo già osservato, quando mi accordavo con Scaligero per un incontro, che nel tempo che trascorreva tra accordo e incontro, riuscivo a risolvere per mio conto dubbi e domande che avrei voluto mettere sul suo tavolo. Questo è ciò che ottenevo pensando a fondo ogni problema.

Per questo e altro posso dire che Massimo fu un (il) maestro ma, almeno per me, sostanzialmente indialettico e così, semplicemente, mi ha indotto e mi induce a suscitare e rafforzare la memoria di un’essenziale libertà, compresa quella da lui, se inteso solo come personalità storica.

Questa libertà non sa che farsene del binomio maestro-discepolo: essa mi si comunica da dentro a fuori e mai viceversa: più esattamente trova fuori quel tanto che c’è dentro.

Solo i nati-per-sentirsi-buoni potranno credere che così stia tirando calci a Steiner e Scaligero, mentre invece la gratitudine e il rispetto verso di essi è diventato parte del mio più intimo essere, ed è proprio per non tradire la purità della connessione posso, coerentemente all’elemento spirituale del loro insegnamento, stare in piedi da me stesso, non appoggiarmi alla loro immagine.

Già! La loro immagine! Sfigurata, vilipesa, fatta coriandoli…non parlo di “nemici”(quelli sono fisiologici) ma di chi giura eterno discepolato. Parlo di coloro che usano righe e brani del Dottore: eppure dicono di sapere che l’Opera è organica ed in tal senso ciò che costantemente riportano sminuzzato è un pezzo morto, sfatto. Irrealtà proposta giornalmente: opera meritoria? Adamantina coerenza? Non scherziamo! Lo sfregio, l’ulteriore inganno è strappare bocconi delle sue conferenze in maniera che venga ad apparire ciò che si vuole, in contrasto con l’essenza ed il fondamento delle sue Opere: incommentabile!

Allora è lecito pensare che a tali “campioni” nulla importi se non la manipolazione per ambigui scopi personali. Cioè come dice sempre un mio silente amico: “la scienza dello spirito viene pensata oppure usata: usata non è più scienza dello spirito ma autocelebrazione, profitto o piacere personale”.

Dire questo a quei campioni è peggio che inutile: ti passano subito nell’archivio dei censori draconiani e unilaterali, poiché essi pensano solo mediante schemi di pensieri cristallizzati, pensieri defunti che devono continuamente venir sostenuti dal sentimento più personale che ci sia per sembrare vivi: ti fanno capire di essere (loro) la giusta sintesi: la terza via.

Il sentire cioè la loro “araba fenice”, che per l’ovvia fenomenologia della costituzione umana sale dal basso, viene sognato come amore. Credono di sublimare la loro disposizione animica in una sorta di amore orbo. Così elargiscono, a profusione bulimica, antroposofia manipolata ai deboli, ai fuori di testa, ai corrotti: non rendendosi mai conto che così facendo si sorregge e si alimenta non l’individuo ma la sua malattia, la sua devianza, aggravandola. In ciò esiste ancora un grado di bassezza: si legano le povere anime alla gratitudine…che non è virtù ma il mezzo del ricatto più astuto.

Sepolti all’interno della loro recita di devozione e bontà sono catafratti verso ogni concetto che venga da fuori del loro mondo, che non faccia parte dei pensieri staticamente posseduti ormai da una vita: questo ho potuto (io ma anche altri) osservarlo in diretta.

Ma le facce di bronzo si esprimono con autorevolezza: si presentano ai barbari ignoranti che siamo con l’affermare un prestigioso discepolato: così certi del proprio grumo intestinale che possono esprimere con disinvoltura frasi ridicole come questa: “Sento che Massimo vorrebbe che io…”. Roba da fucilazione a vita!

Quello che invece si capisce benissimo è che il “discepolato vanesio” li ha asfaltati: blaterano di libero pensiero ma sono dominati da qualcosa di simile ad un esteso lapsus freudiano (parapraxis) proprio perché non conoscono cosa esso sia e cosa possa essere la libertà: quella fuori dalle convinzioni e dai testi letti.

Questo è il limite (e il danno) di chi rimane fermo perché inchiodato dalla rappresentazione del maestro e del discepolo: non legato dalla devozione ma dalla soddisfatta pigrizia dell’anima. Del resto l’anima pigra perché sognante è il comune denominatore di quasi tutti i gruppetti che ancora vivacchiano intorno al “santino”.

Così come l’antroposofia è oggi un panorama di macerie, più o meno lo stesso vale per i circoli che si dicono di ispirarsi a Scaligero. Quella sua profetica frase: “Dopo che me ne sarò andato, qui non resterà più nulla” che non fu soltanto detta a me ma non so a quanti – io ne conosco altri due – proprio non vuole entrare (almeno come ipotesi di riflessione) nelle teste dure. Figuriamoci! Comporterebbe un approfondito esame e forse una severa revisione di quanto si è fatto negli ultimi trentacinque anni, transumanze al ribasso comprese.

Cari amici, Steiner non è bastato, Scaligero non basta. E perché non bastano se hanno dato tutto e di più? Perché è il vostro lavoro, il vostro sforzo che manca, che è venuto a mancare! Perché, ubriacati o sazi o abbagliati dal troppo splendore che irradiava dalle parole dei maestri, vi siete fermati – quasi subito – a dormire sul ciglio della Via.

Certo, i maestri e la connessione spirituale con essi è un atto essenziale e questo lo sanno meglio loro che voi, ma non è un fatto stabilito, non è cosa simile ad un oggetto o ad una quantità e non è nemmeno necessaria una presenza sensibile. Credo si possano contare a centinaia quelli che, andati a pellegrinaggio da Scaligero, lo abbiano poi salutato, forse più sereni o ringalluzziti, ma ciechi e sordi come erano prima. Questo perché? Scaligero (come Steiner prima di lui) insegnava col suo proprio essere la libertà secondo il canone dei Nuovi Tempi, sicché ognuno restava libero di accogliere o meno la sapienza spirituale che in lui si manifestava.

Poi c’erano anche quelli che ammiravano l’uomo, ma l’uomo è morto, cosicché hanno poi mantenuto lo status di “orfani” (cosa mai non si fa pur di non far niente!).

Insomma voglio chiarire che, nel nostro tempo, i maestri indicano la strada, forniscono l’armamentario delle giuste pratiche ma non fanno il lavoro che spetta a noi: questo dovrebbe essere assai facile da capire (è da notare che Scaligero, molto attento anche nelle espressioni, non volle mai sentirsi attribuire il titolo di maestro: basterebbe questo ad inficiare gli intenti di chi non riesce fare a meno di chiamarlo Maestro: ciò si rivela – assai semplicemente – come ossequio rivolto a se stessi nel regale ruolo di gran discepoli). Da quando – scusate – chi chiama “Maestro, Maestro” fa la volontà dei Cieli?

In pratica spetta ad ognuno essere il centro di tutto. Spetta a voi, ad ognuno di voi, con un lavoro che si prospetta duro, difficile e sottile, rafforzare e trasformare le potenze dell’anima in modo che essa possa giungere a quel radicale vuoto di sé che può accogliere l’infinito senza frantumarsi. Ciò esige una condizione di libertà (reale: non recitata) che i legami sensibili non possono immaginare: una indipendenza che sarebbe vissuta con terrore da chi non può non appoggiarsi di continuo alla forma della dottrina e all’immagine dei maestri.

Queste son cose che vanno superate e non è facile per chi non abbia sperimentato attimi di trascendenza. Sebbene a onor del vero, superati i primi incerti tentativi, basterebbero rette concentrazioni per provare e sapere che si aprono alla coscienza condizioni e livelli che superano la natura e, sostanzialmente, il piano della sua piattezza: visto quello che passa, per questo continuo a dire che quelli che fanno davvero concentrazione mi starebbero nel palmo delle mani. E gli altri? Mentono!

I mentitori, in buona o cattiva fede, sono marea: mossi dalla luna in un buio senza stelle. Di continuo ammaliati dal gracidio delle sirene d’acqua fetida, quatte in ogni pozzanghera antroposofica o spiritualistica acquasantiera.

SCIENZA DELLO SPIRITO

VIRGILIO E L'OBLIO

 ????????????

(Virgilio – Introduzione alle Bucoliche dal Virgilio Vaticano – VI secolo d. C.)

*

“O pater, anne aliquas ad coelum hinc putandum est

Sublimes animas, itremque in tarda reverti

Corpora? Quae lucis miseris tam dira cupido?”

(O padre, bisogna pensare che alcune anime di qui vadano lievi al cielo e di nuovo tornino ai pesanti corpi? Quale sì crudele desiderio di luce per le misere?) Virgilio: Eneide, libro sesto: Sorte e destino delle anime.

Virgilio: quel Publio Virgilio Marone che il mondo ricorda come poeta.

Nato nel mantovano ma ben diversamente ricordato dal popolo partenopeo per tantissimi secoli, dove riposarono le sue ossa: protettore ma anche sublime mago, teurgo.

Al punto che nel XII secolo i conquistatori normanni e la Roma papalina dissacrarono la tomba e rubarono i pochi resti con il  prudentissimo aiuto di un negromante!

Pensate poi che papà Dante si affidi ad un poeta latino per la tremenda impresa di scendere sino al fondo dell’Abisso? Solo i letterati ci cascano, come pere troppo mature!

Torniamo alla domanda di Enea che Virgilio pone in bocca al profugo troiano rivolgendosi al padre Anchise.

Infatti quale cieca voglia, anzi quale crudele bramosia contro sé stessi sarebbe quella degli spiriti che si trarrebbero a rinascere su questa impietosa terra – vera e non metaforica – valle di lacrime?

Chi mai, dopo averne sopportati i travagli, le ingiustizie, le amarezze e le delusioni, può risentire il maniacale desiderio di tornarvi daccapo?

Bisognerebbe essere matti incurabili, bietole incoscienti…oppure eroi votati alla santità del doloroso martirio!

Ecco perché la remota sapienza insegnava la necessità morale e indeclinabile (dharma) del rinascere per la educazione progressiva delle anime, per le quali la terra è la fucina atta a fusioni, temprature e forbiture.

Tale sapienza insegnava anche la necessità dell’oblio che accompagna la rinascita: indispensabile alla stessa possibilità del nuovo ritorno, essendo l’amnesia una sorta di amnistia temporanea, oltre che la tutelatrice o custode del “libero arbitrio”, non impantanato dal passato nelle sue iniziative e nel suo dinamismo etico.

Da qui il favoloso fiume di Lete, le cui acque bevute a larghi sorsi (ma c’è chi beve molto e chi pochissimo) dalle anime sulla strada del ritorno alla terra, davano la benefica dimenticanza dei tempi anteriori, terrestri e ultraterreni.

“Lethaeum ad fluvtum Deus evocat agmine magno:

Scilicet immemores supera ut convexa revisent

Rursus, et incipiant in corpora velle reverti”

Con questa ragionevole risposta Anchise dissipa lo stupore, non irragionevole, di Enea, descritto al principio. Il dio provvidenziale, con l’oblio, induce le anime a “voler ritornare nei corpi” (in corpora velle reverti) dopo che “Securos latices et longa oblivia potant”: cioè con la profonda dimenticanza di tutto ebbero sgombra mente e coscienza dai neri affanni del passato.

Gli antichi sofi iniziati, assertori della reincarnazione, non si lasciavano turbare dalla volgata e volgare obbiezione di un oblio postnatale che per loro era anzi prenatale, altrimenti il cervello fisico non ne avrebbe potuto usufruire e ben comprendevano la necessità morale delle rinascite inscindibile dalla concomitante condizione dello stato amnesico.

Ammettevano però la possibilità eccezionale dell’anamnesi in taluni casi e specialmente in individualità eccellenti, alle quali, come a spiriti maturi, il ricordo poteva non riuscire dannoso al loro progresso interiore, mentre divenivano testimoni viventi della grande legge delle rinascite.

Tale, tra alcuni altri quali Empedocle, Giuliano, ecc., fu Pitagora, santo della filosofia e martire della Sapienza al pari di Socrate. Pitagora infatti era lucidamente sicuro di serbare il ricordo di molte precedenti personalità, fino a declinarne i nomi e dandone anche prove credibili.

Ma in quei tempi, in cui Filosofia e Scienza non erano tra loro come suocera e nuora, i diritti e le ragioni del cuore erano valutati e fatti valere alla pari con le nobili esigenze dell’intelletto e anzi, più del “come” si stimava il “perché” delle cose e non meno della “causalità” si considerava la “finalità”.

Perciò si diceva che Socrate avesse fatto discendere la Filosofia dal cielo sulla terra, perché la portava nell’introspezione dell’anima e nella condotta morale della vita.

TRADIZIONE

PROCEDERE AL MEGLIO

Viandante- Molte sono le persone che si consumano a riflettere su cosa fare e cosa non fare quando iniziano a stabilire che (forse) è cosa coerente con gli insegnamenti e con la vita dell’anima decidersi di inaugurare, oltre le necessità comuni, una porzione di spazio e di sforzo dedicato non saltuariamente a inusuali moti interiori che, per brevità, chiamiamo esercizi.

Si può persino stabilire un “programma”: di scarso impegno, cioè facile in confronto al suo utilizzo.

E’ possibile studiare molto su quale possa essere la giusta forma di esecuzione e stimare di saper che cosa fare. Entro limiti assai corti ci si può impratichire saggiando un po’ questo e quest’altro. Ma mantenere grande e qualificata costanza, volta alla saturazione cerebrale o a continui tentativi di attraversare le sconosciute terre dell’intensità, è qualcosa di molto diverso.

Potete dare un assenso mentale ed emotivo ad un’opera che dovrebbe essere tra le migliori possibili, ma non è la stessa cosa che agonizzare nel 17° minuto della concentrazione alla sua quarta o quinta ripetizione della giornata.

La realtà – nei fatti – è piuttosto squallida e riduttiva, al netto delle belle chiacchiere. La maggioranza delle persone non cava fuori da sé il proprio potenziale: certo, tutti portano avanti per un po’ una modesta disciplina, ma non aumentano la loro dedizione quando l’esigenza interiore reclama maggior durezza ed un onere complessivo che fatalmente aumenta.

Succede, nel corso dei mesi o degli anni, che l’anima sbatta di sicuro il grugno contro esigenze più elevate: più si va avanti maggiore è l’impegno richiesto. Di solito si fa, più o meno esattamente, l’opposto: anche se ciò produce in segreto stagnazione e malessere, ci si disimpegna: tanto le scuse sono come i conigli: prolificano incessantemente.

Un programma così semplice da apparire minimalista (ricordatevi, nell’articolo di Hugo, quello che diceva Hella Weisberger intorno ai Testi fondamentali) come una lettura, la concentrazione ed qualche brevissima disciplina ausiliaria, può funzionare per qualche settimana e se stimola un “senso” interiore, allora può funzionare anche per mesi e per anni – per molti anni – così com’è: se, al pari, ci si abitua a sgombrarsi dall’intasamento delle sciocchezze e del superfluo e ci si riappropria dei mille rivoli di forza dispersa nella marea dell’insignificanza.

Tale lavoro fa parte delle regole del gioco, regole che non mi sono inventato ma che ogni operatore serio può confermare. Tutto quello che sto facendo è ribadirle e tentare di far capire la loro importanza.

Si è abbastanza disciplinati anche quando emozioni, umori e contingenze sembrano fare catenaccio contro la motivazione che si aveva assunto?

Si cerca di sistemare in maniera ragionevole e passabilmente sana, almeno per quanto sia possibile, il quotidiano percorso della vita?

Si continuano a seguire imperterriti e principalmente le discipline di fondamento?

Si tenta talvolta di giungere (e superare) le precedenti condizioni che sembravano al limite delle possibilità?

A questo punto starete pensando: “Queste cose le ho già sentite dozzine di volte”. Ma è tutto qui. Le regole per fare passi reali sulla via, sono semplici: è l’utilizzo delle regole che è molto impegnativo.

Così sono tanti coloro che affermano di seguire le regole dettate dagli insegnamenti: peccato che ciò sia completamente falso.

Allontanatevi dallo spiritualismo farlocco, zeppo di menzogne tese a dare importanza a tantissime cose tranne che alla disciplina primaria.

Le “ultime rivelazioni” sulla Via, gli insegnamenti segreti del discepolo amato, le integrazioni pseudo-tantriche, la pubblicistica sull’amore (battuta e ribattuta da quelli che lo scambiano col proprio sentimentalismo per insufficienza di fiuto noetico), le conferenze dei cretini intercambiabili…eccetera, sono parte di un mondo di menzogna o fantozzianamente, di “cagate pazzesche”.

Non prestatevi a simili cose, sebbene siano pubblicate e divulgate in modo vasto e massiccio: paiono innocue ma vi terranno attaccati alla menzogna e ruberanno la vostra integrità.

L’unico motivo per cui esistono è per dare false speranze e per procurare onori e talvolta guadagni a chi immerge bulimicamente il muso nel truogolo delle enunciazioni burlesco-esoteriche.

Quando il vostro lavoro è impeccabile, quando siete capaci di non desistere, aumentate ancora di più l’impegno cosciente e voluto per continuare ad alimentare, in silenzio e solitudine, l’etere reintegrativo che irradiando dal “sole che splende tra gli occhi” si riversa nella profondità del cuore.

Questo è il compito del volere extrasomatico che si sveglia come “più che pensiero” quando il lavoro severo, prolungato e durissimo viene superato in potenza di quiete.

Una volta fatto il lavoro di preparazione, impegnatevi, aumentate la determinazione e l’impegno e traete veramente più del massimo dall’esercizio. Le sconfitte sono solo momentanei disturbi dell’elemento inferiore della mente: non esistono se non che per se stesse. Se sentite come necessaria una pausa di qualche giorno, sarà scelta e responsabilità vostra, comunque libera da pentimenti e auto-recriminazioni.

Rendete assolutamente importante ogni lavoro, svolto in ritualità interiore, in ogni momento, in ogni giornata, in ogni settimana ed in ogni mese. Con l’immaginare vanesio, nel tempo, soltanto invecchierete: con la disciplina giornaliera invece, emergeranno in voi vasti piani di realtà e gradini di risveglio.

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL VIANDANTE CHERUBICO

Silesius In diverse conferenze il Dottore ricordò qualche distico di un mistico tedesco “ all’alba della vita spirituale dei tempi nuovi” : Angelo Silesio.

Silesius nacque nel 1624 a Breslavia ed il suo nome era Giovanni Scheffler. Studiò in Olanda ed in Italia ed esercitò la medicina. Si convertì al cattolicesimo e fu ordinato sacerdote nel 1661, in seguito entrò nell’Ordine dei Minori. Morì a Breslavia nel 1677.

Scrisse brevi liriche, pubblicate nel 1657 col titolo Geistriche Sinnund Schlussreime.

Steiner scrive di lui:” Come un essere spirituale egli aleggia al di sopra di ogni vicenda terrena, e ciò che dice è come il soffio d’un altro mondo, esente a priori dalla rozza impurità onde, di solito, la saggezza può solo faticosamente liberarsi.” (I MISTICI, 1948. Pag. 116 – 120).

In effetti Silesio si esprime con lievità e dolcezza…per dire in tante righe delle verità che, pensate a fondo, fanno quasi impallidire -per fare un esempio – le vie della Potenza.

Trascrivo la sua composizione più famosa, da cui ho preso il titolo per questa nota.

.

Io non so ciò che sono, non sono ciò che so,

cosa e non cosa, un puntino ed un cerchio.

 

Nulla c’è che ti muova, tu stesso sei la ruota

che da se stessa corre e non ha riposo.

 

Fermati! Dove corri? Il cielo l’hai in te.

Se altrove cerchi Dio, mille volte lo perdi.

 

Io non sono fuorché Dio, Dio non è fuorché me,

io sono il suo fulgore ed egli è il mio ornamento.

 

Dio è il fuoco in me, io in lui sono il riflesso,

non siamo l’uno all’altro intima essenza?

 

Noi preghiamo: Signore, sia fatto il tuo volere,

ma vedi, egli non vuole, egli è l’eterna calma.

 

Amare è faticoso: non dobbiamo soltanto

amare; come Dio dobbiamo essere amore.

 

Creature: queste voci dell’eterna Parola.

Essa canta se stessa in leggiadria e furore.

 

Dio non faticò mai né riposò, ricorda:

riposo è la sua opera, opera il suo riposo.

 

Io sono un monte in Dio, debbo scalar me stesso

perché il suo caro volto Iddio mi sveli.

 

Puro come oro fine, arduo come la roccia,

netto come cristallo sia il tuo animo.

 

Immisurabile è il Supremo, lo sappiamo,

eppure un cuore d’uomo può racchiuderlo.

 

L’amore quando è nuovo fermenta come il vino;

più invecchia e schiara e più si fa quieto.

 

Dio non cura le opere e quando il santo beve

gli piace come quando prega o canta.

 

Chi un attimo soltanto si levò su se stesso

potrà cantare il Gloria con gli angeli di Dio.

 

Io non credo alla morte: morissi ad ogni ora,

passerei ogni volta a miglior vita.

 

Uomo, in ciò che tu ami, in ciò sarai mutato.

Sarai Dio se tu l’ami e, se l’ami, la terra.

 

Sboccia, Cristo gelato, maggio è alla porta,

se ora e qui non fiorisci, resti morto in eterno.

 

Amico, quel che sei tu non puoi rimanere:

l’uomo deve passare dall’una all’altra luce.

 

Nulla è se non tu e io, e se non siamo in due

neppure Dio è più Dio e rovinano i cieli.

 

La rosa che tu vedi coi tuoi occhi di carne

anche in Dio dall’eternità fioriva.

 

Due occhi ha l’anima: uno è fisso nel tempo,

l’altro si spinge fino nell’eterno.

 

La croce in cime al Golgota non ti potrà salvare

dal male, se in te stesso tu non l’abbia levata.

 

Tu non ami gli uomini? Hai tutte le ragioni.

L’umanità nell’uomo è quel che devi amare.

 

Uomo, se hai brama e nostalgia di Dio,

da lui ancora non sei tutto avvinto.

 

Uomo, sii essenziale: quando il mondo trapassi,

il Caso crolla e l’Essere rimane.

 

Dio non manca di nulla, non gli occorrono doni;

se è vero – perché vuole il mio povero cuore?

 

Pioggia non per sé sola cade, né sole splende,

anche tu sei creato per altri e non per te.

 

Dio dice sempre sì, è il diavolo che nega,

per questo egli non può riunirsi a Dio.

 

Se il diavolo potesse uscire da se stesso

di colpo lo vedresti sul trono del Signore.

 

Tu considera bene: in Dio c’è eternità,

col diavolo all’inferno vi è solo un tempo eterno.

 

Credi tu, pover’uomo, che il grido della tua bocca

sia giusto inno di lode a un immobile Dio?

 

L’amore entra da Dio non annunziato,

sottile ingegno fa lunga anticamera.

 

Un cuore che sia quieto in Dio come Dio vuole,

sarà spesso toccato da lui: è la sua cetra.

 

Io non muoio né vivo. Dio stesso muore in me

e ciò che debbo vivere egli tutto lo vive.

 

E Dio è più in me che se l’intero mare

fosse raccolto in minuscola spugna.

 

Tu stesso fai il tempo, l’orologio è i tuoi sensi;

se arresti l’inquietudine, il tempo non c’è più.

 

Uomo, Dio nulla pensa: se avesse in sé pensieri

potrebbe vacillare qua e là, e non gli si addice.

 

So che senza di me Dio non vivrebbe un attimo:

fossi annullato, renderebbe l’anima.

 

Anch’io devo esser sole e coi miei raggi

dipinger l’incolore oceano del Divino.

 

Uomo, dacché il volere e il correre non contano,

devi far come Dio, che vince non volendo.

 

Quando Dio fu nascosto nel grembo di una Vergine,

allora il punto in sé contenne il cerchio.

 

Debbo esser Maria, Dio da me partorire,

s’egli deve concedermi l’eterna beatitudine.

 

Io stesso debbo essere virtù e ignorare il caso

se la vera virtù deve da me sgorgare.

 

In quanto è morta la mia volontà,

Dio deve ciò ch’io voglio:

io stesso gli prescrivo il modello e la meta.

 

Cristo stesso, se avesse un po’ di volontà,

per quanto santo, credimi, cadrebbe.

 

I sensi, nello spirito, sono uno

e per un solo uso: chi contempla

Dio, anche l’ode, lo sente, gusta e odora.

 

Chi è come non fosse, come mai fosse stato,

colui, o beatitudine, è fatto un Dio palese.

 

Che è, non peccare? Non occorre chiedere.

Vai, e te lo diranno i muti fiori.

 

La preghiera più nobile: quando colui che prega

si muta in ciò dinnanzi al quale supplica.

 

Lo zero, la creatura, se si antepone a Dio

non vale nulla: dietro di lui, sarà pregiata.

 

Ciò che fan tutti i santi può farlo un uomo solo.

Guarda: non fanno altro che abbandonarsi a Dio.

 

Amico, adesso basta. Poi leggerai dell’altro.

Ora vai, e diventa tu stesso Scritto ed Essere.

 

“A me, però, dalle confessioni religiose che male si accordano con i fatti naturali, non echeggia nulla dello spirito di quella vera e ampia pietà, che trovo in Boehme e in Angelo Silesio. Anzi, questa pietà più alta sta in perfetto accordo con l’azione delle forze naturali. Non c’è alcuna contraddizione tra il compenetrarci delle nozioni fornite dalla moderna scienza naturale e l’intraprendere al tempo stesso quella via verso lo spirito, che fu cercata da Boehme e da Angelo Silesio. Chi si accinge a percorrerla nel senso in cui la intesero quei pensatori, non ha da temere di cadere in un piatto materialismo se porge l’orecchio alla narrazione dei segreti della natura descritti nella Storia naturale della creazione. Chi accolga in questo senso i miei pensieri, comprenderà con me e come me l’ultimo versetto del Viandante cherubico, col quale vogliamo pure conchiudere questo libro: Amico, ora basta. Per il caso che tu voglia leggere più avanti, va e diventa tu stesso la scrittura, tu stesso l’essere.” (R. Steiner: I MISTICI Ed. Bocca 1948, pag 124 – 125).

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

COSA E' LA CABALA – CENNI

 

Con l’evolversi del pensiero, almeno ad un certo livello di cultura, vanno sparendo le associazioni mentali che venivano suggerite da termini come Cabala, Alchimia ecc.

Ancora oggi, nel caso dell’alchimia, dopo che questa era stata sinonimo di cialtroni o ingenui primitivi chini a bollire sterco aspettandosi da esso la trasformazione in oro sonante, vige negli ambienti accademici il giudizio di Kopp e Lippman che la giudicano – bontà loro – come una preistoria bizzarra della moderna chimica. Il pensiero-a-metà si è imbevuto di un tale giudizio, basta leggere cosa c’è scritto sotto la voce “alchimia” nell’autorevole Enciclopedia Treccani.

Per quanto riguarda la cabala che veniva attribuita al gioco del lotto, i pochi studiosi ebrei e diffidenti ne avevano rilevato il carattere irrazionale, frutto di spontanei moti popolareschi di reazione alla sistematicità del pensiero filosofico.

Forse Gershom Scholem è stato il primo studioso che applicando il rigore storico e filologico, trova radici e divisioni e sviluppi che vanno dalla mistica della Merkabah al moderno hassidismo.

Qui esprimo solo cenni conoscitivi su di un tema, o per meglio dire su una parola che lo studioso di esoterismo spesso incontra ma che, fuori dall’ebraismo (e spesso anche al suo interno) resta parola vuota di senso. Perciò non mi addentro nella assai complessa e variegata ascesi: preferisco solo che un pensiero nebuloso venga un po’ sostituito con qualche concetto chiaro. Solo alla fine di questa nota indicherò con poche righe una curiosa o impressionante (decidete voi) indicazione in cui mi sono imbattuto leggendo lo Sefer Bahìr, testo all’origine della Cabala.

Secondo gli studi di Scholem l’inizio documentale della Cabala risale alla metà del XII secolo con il testo chiamato Sefer Bahìr, poi soppiantato, alla fine del XIII secolo dallo Zohar.

Il primo risulta redatto come un insieme di varie nozioni e di svariate provenienze più antiche. Tutte però di provenienza gnostica. Perciò con il Bahìr il pensiero gnostico entra (o rientra) nel giudaismo divenendone l’elemento più vitale e più profondo nella cultura e nella religione: questa è la Cabala.

(Un giorno, passeggiando con un grosso e allegro rabbino, lui credendomi nella dimensione del cattolicesimo, amichevolmente rimarcò che “loro” avevano un punto di vantaggio su “noi”. Alla mia occhiata interrogativa, con un sorriso mi rispose: “noi abbiamo la cabala”).

Essa possiede i caratteri distintivi della Gnosi: il valore esoterico della conoscenza e la segretezza distintiva per quelli che ne sono partecipi, la nozione che all’interno dell’uomo esista una scintilla divina (neshamàh) oltre la psiche individuale (nèfesh).

A ciò si aggiunge la concezione cosmica con il pleroma degli gnostici greci (nella Cabala malè) che si dispiega in manifestazioni (in greco eoni, in ebraico sefiròt) da cui, in un dramma cosmico, esce l’inferiore mondo della materia. Il dramma consiste nella scissione di una primigenia unità: essa va riparata sia nell’uomo che nel cosmo con una lunga opera reintegrativa.

Martin Buber definisce la Cabala come gnosi del giudaismo e osserva come essa sia l’unico modello di gnosi antidualistica poiché tende all’integrazione dell’eone malefico nella complessa unità delle sefiròt.

La mistica corrente espressa dalla Cabala può venir messa in relazione con diversi movimenti spirituali, come e soprattutto all’alchimia, alle dottrine eretiche cristiane (catari e albigesi), alla magia e allo yoga. Accenni a pratiche alchemiche si trovano nello Zohar e nello stesso Bahir. In un testo di anonimo cabalista italiano, intitolato Esh mezaref (fuoco trasmutatore), risalente al XVI secolo troviamo addirittura la sequenza dei rapporti tra sostanze alchemiche e sefiròt.

Keter corrisponde alla Radice metallica, Hokmàh al Piombo, Binàh allo Stagno e così via.

Nel gioco del comparativismo possiamo trascinare dentro pure i principi indiani tamas, rajas e sattva ma credo inutile appesantire cenni già poco digeribili.

Insomma la Cabala è una via reintegrativa al mondo spirituale ma essenzialmente interna alle esigenze dell’anima ebraica. Ed è solo malaffare (I Segreti della C. Lezioni di C. Introduzione alla C. ecc: statene lontani) che essa, non altrimenti che lo yoga o lo zen, sembri esser stata aperta – ma ciò è del tutto falso – alle smanie di cantanti di successo e alla stupidità di chi non è migliore di loro.

*

Di un certo interesse pare la fonte provenzale della miscellanea che è il Bahìr, la quale cita la machshavà tehorà, ossia il “pensiero puro”.

La pura machshavà, nel Bahìr è portata al più alto grado, più alto ancora della Sophia di Dio. La qualità del pensiero è messa in rilievo: l’illimitato, come concepito nel Bahìr, collega il pensiero umano a quello divino. Le due specie di machshavà indicano che una conduce all’altra: il pensiero puro dell’uomo, scartando ogni contenuto concreto e meditando non solo su un determinato oggetto, ma soprattutto su sé medesimo, conduce al pensiero divino ed entra in comunione con esso. In ciò (guarda il caso…) inizia un metodo di meditazione che non ha più bisogno dell’apparato della dottrina degli eoni, ma si lancia tutto dritto e sufficiente verso la sua meta spirituale “poiché la volontà divina li ha uniti l’uno all’altro” (Avrahàm bar Chjià: Hegjòn ha-néfesh).

Molti kabbalisti del XIII secolo si servirono dell’espressione “puro pensiero” come di un termine tecnico fisso in materia di ascesi interiore.

Anche sul tema del pensiero ho detto ben poco, ma immaginate di ridurre la Filosofia della Libertà a poche righe oppure lo yoga integrale di Aurobindo ad una frase. Poi magari questo minimo che ho scritto non interesserà nessuno.

TRADIZIONE

L'AZIONE SECONDO L'IO

20080802200526!Fulmini_su_lecco_(Italy)_(estate_2006)

Intorno al tema della libertà nella comune coscienza umana, mi ha sempre affascinato l’esperienza riportata da C. R. Richet (Premio Nobel per la Medicina, 1850-1935). La ritrovate sulle pagine di Ur ma credo sia sempre utile rammentarla.

Al soggetto venne dato un comando post ipnotico abbastanza complesso: gettare nel fuoco un libro posto vicino al caminetto.

Giunge il momento: l’occhio – beninteso a caso – si posa sul libro. L’attenzione si concentra. Sorge il pensiero: “Ecco il libro datomi da ***. Ora è mio e mi è caro.” Intervengono ricordi ed associazioni.

Poi, inaspettatamente: “Caro…Ma sono forse schiavo di ciò che mi è caro?” Poi altri pensieri staccati: “Certamente no! Sono libero di fare quello che voglio, io”.

Lo sguardo si posa distrattamente sul fuoco del caminetto: “Certo, potrei anche gettarlo nel fuoco, per esempio, quel libro, se volessi” Pausa. “Se lo volessi…E perché no?

Risoluzione: “ Accidenti, io ce lo getto…appunto perché mi è caro!”

E lo getta, con un senso di soddisfazione per un atto che ha testimoniato la forza della personalità libera.

Il ragionamento è quello del libero arbitrio: cosciente, trasparente.

Ma intanto l’ “io” (“quello che l’uomo dice di essere”: vedi l’incipit del Trattato del Pensiero Vivente) è stato giocato alla grande.

*

Risparmiatevi, in un eventuale commento, le obiezioni più ovvie. Prima tra queste, l’evidente anomalia dell’esperienza, la sua originaria patologia. Beh, la scienza medica impara dalle patologie e non dalla (apparente) condizione di salute.

Poi, nel caso narrato, gli organi sono assai sottili: psiche, anima, coscienza e definire quale possa essere la condizione di salute di queste, per la scienza sarebbe impossibile.

Certamente chi ha una certa famigliarità con la vita interiore si accorge senza troppe difficoltà che un tono di fondo, una minima mutazione del sentire è capace di modificare rotta e pescaggio. Ma anche l’essere capaci di avvertire ciò, difficilmente muta la situazione.

Non parliamo della “spontaneità”: un pensiero s’affaccia e noi apriamo porte e finestre allo sconosciuto. Se poi lo sconosciuto è seducente…è di certo più vero e buono di Padreterno.

Le opinioni generali ma anche robusti costrutti logici sono raffiche di indiscutibili verità.

Non c’è azione (apparentemente non riprovevole) che non sia supportata da un deflagrante impulso buono e cristiano.

Vi dico solo che molto può essere vero e giusto, ma…andateci piano.

Sarebbe forse meglio ridurre gli slanci dell’azione: sulla Via, la “retta azione” è agire soltanto nella luce della rigorosa consapevolezza ma già questa è una disciplina, perciò limitata da tempi e contingenze e risulta, nei fatti, impossibile al gusto dei..palati alterati, anche se sedicentemente occulti.

Ai fini pratici venne data una disciplina molto difficile che fa parte del sacrificio globale del vero asceta poiché implica una vasta sottomissione di sé allo Spirito.

Avete presente il secondo esercizio dei cinque ausiliari? Intendo l’atto puro. Bene. Esso consiste nel compimento di una breve attività avente le primarie caratteristiche d’essere: a) predeterminata, b) assolutamente priva di interesse o significato per chi la compie.

Pare, in fondo, poca cosa. Pare ma non è così. Faccio un esempio: nella metà degli anni ’70, quando molti andavano ad ascoltare Scaligero e parlavano con Lui in privato, con la pienezza dell’energia e dell’ardore giovanile, c’era chi riusciva a prendere fischi per fiaschi nei riguardi dell’atto puro.

Un esempio? Eccolo: il giovanotto che riusciva ad evitare l’esercizio di cui stiamo parlando assorbendolo in una concentrazione in più. Il ragionamento che faceva e che gli sembrava più liscio del sedere di un neonato era che l’atto puro fosse perfettamente assimilabile alla concentrazione: era un atto della disciplina spirituale, era o poteva essere predeterminato e implicava un’attività senza alcun interesse personale.

Naturalmente il fatto che l’atto puro sia una disciplina in cui la coscienza entra nel gioco della sfera metabolica (volitiva) è un fatto che, forse, neppure lo sfiorava.

Né lo sfiorava che il ragionare, indipendente da un solido radicamento nella realtà (in questo caso la semplice osservazione che gli esercizi sono due), può portare, con le intenzioni migliori, del tutto fuori strada.

Ho parlato di questo vecchio amico non certo per crocifiggerlo ma proprio perché il suo caso fu totalmente estraneo alla scarsa solerzia, alla volontà sfiaccata, ecc.

Lasciamo la mollezza ai nullafacenti che neppure vanno considerati.

Bene. L’atto puro ha un parente bastardo persino più grosso e cattivo.

Si tratta di stabilire – per quanto possibile – le azioni che si compiranno nell’intero arco della giornata successiva. Non “una” azione “pura” ma l’intera attività del giorno che andrà svolta secondo ciò che si era deliberato di fare dal giorno antecedente, salvo l’irruzione di contingenze esterne assolute.

Una sorta di “colpo di grazia” sul sentiero della disciplina interiore.

Dovrebbe essere chiaro, per chi se la sente, che i rigidi titanismi vanno evitati come la peste. Dovrebbe essere chiaro che è impossibile ottemperare a questa disciplina con le mille cose che si presentano come attività quotidiana…allora facciamoci un bel esempio concreto.

Sono molte le persone assai impegnate che per non dimenticare cose da fare, appuntamenti, eccetera, scrivono le cose importanti su di una rubrica o, negli ultimi anni, su costosi cellulari che, per telefonare, servono poco.

Si tratta di fare una cosa simile del tutto interiormente, immaginando una inderogabile serie di attività, anche quelle che possiamo chiamare necessarie, per poi eseguirle senza tentennamenti il giorno dopo.

Sono azioni che vanno immaginate come fortemente volute.

Male che vada scoprirete che obbedire a se stessi è un’esperienza che dovrebbe essere coerente con la disciplina e che invece viene vissuta quasi come una insopportabile violenza o una costrizione soffocante. Se uno tiene duro scoprirà di essere più desto, potrà avvertire che qualcosa si aggiunge in verticale lungo la colonna vertebrale e che, a momenti, un “vuoto pieno” riempie le braccia e le gambe. Sono questi, fenomeni che vanno percepiti con distacco (da percettore puro) e su cui non ci si lancia con la ghiottoneria di affamati avvoltoi. L’assetto realizzato istruisce l’anima sulla sua tripartizione.

Provate questo esercizio per alcuni giorni e allora capirete sulla vostra propria pelle quanto possa essere difficile l’atto puro e quanto sia difficile comandare (dominare) il proprio sé comune, sebbene si sia sempre se stessi ad agire: ma non come Io.

Tanto per essere talvolta noi stessi a fare, per nostro conto, quello che demoni e enti esterni di ogni tipo fanno solitamente con noi ma che scambiamo per libertà. 

SCIENZA DELLO SPIRITO

I SEMI DEL RINASCIMENTO

marsilio-facino

Mentre virgolettavo alcune parole di Charles de Bouelles, ebbi un’immagine (un quadretto) vivace dello splendore che, tra Francia e Italia, veniva a nascere ad opera di illuminati spiriti: uno splendore che afferra in profondità il sentimento umano.

Fu un momento forse irripetibile, in cui uomo, pensiero e Dio sembrarono intrecciarsi come in quel magico tappeto di cui in Oriente si narra che possedesse la virtù di sollevare verso il Cielo ogni essere puro che su esso si adagiasse.

Parlo in particolare di Giovanni Pico e Marsilio Ficino. Due volte si recò a Parigi Giovanni Pico: per attingere il sapere della gloriosa università e per trovare rifugio e comprensione quando veniva perseguitato dalla Chiesa romana.

Così in Francia fu grandissima l’influenza della cultura italiana e soprattutto del gruppo fiorentino (siamo sulla fine del Quattrocento).

Si attingeva in Ficino e in Pico quella sintesi neoplatonizzante di aristotelismo e platonismo, adatta al movimento spirituale iniziato dall’umanità.

Non più l’aristotelismo scolastico che, irrigidendosi in questioni di logica e di fisica aveva raggiunto grandi profondità ma si era anche dilapidato in esasperanti sottigliezze, ma neppure il platonismo evanescente divenuto troppo spesso materia di nebulose aspirazioni di imprecisi letterati e perdigiorno.

Il Pico aveva sognato l’accordo fra Platone e Aristotele, tra Avicenna e Averroè: voleva la “pace filosofica” come espressione dell’unità umana nella ricerca del vero e che sa sempre cogliere qualche aspetto positivo nella manifestazione dissimile. Infatti, scherzosamente fu chiamato dagli amici “Il principe della concordia”.

La filosofia, la filosofia perenne, è indagine insaziata, paga e inappagata, è platonico impennarsi dell’anima nella ricerca di quel sapere per il quale l’uomo si fa veramente uomo, ricongiungendosi nella sintesi sempre viva (unica) dell’umanità pensante, in tutti coloro che cercarono la verità una.

Il capolavoro di Pico – capolavoro filosofico del primo rinascimento – è il Discorso sulla dignità dell’Uomo (già riportato in Eco): esso trova il suo senso nell’esaltazione non del valore dell’uomo in quanto ente ma nell’uomo come pensiero.

E’ pensando che l’uomo si fa persona, ed in questa trasfigurata rigenerazione, solleva l’universo a Dio.

L’uomo centro del mondo, il microcosmo, non è tale perché posto da Dio in posizione privilegiata, non perchè riassume tutti gli elementi del mondo: l’uomo (che sarebbe un nulla) può essere al centro dell’universo perché è capace di una azione consapevole e il mondo lo riconduce a Dio poiché egli si solleva quando celebra in sé tutte le sue possibilità: libero artefice di sé pone se stesso e il suo valore come frutto di infinita libertà.

La libertà dell’uomo è il capovolgimento che si opera nella concezione della dignità umana.

Il microcosmo non è più la concentrazione degli elementi del mondo, non è più la sintesi materiale, soggetta al fato, dominata da leggi inesorabili, schiacciata da influssi astrali.

Il microcosmo è il concentrarsi della coscienza: l’universo che si invera per trovare il suo significato, per affacciarsi alla libertà dal mondo della necessità.

Però pochi accolsero il messaggio universale di Pico: Lefèvre d’Étaples lo valutò come spunto sincretistico, Gaguin vide soprattutto il moralista e l’asceta, altri il trait d’union tra i cristianesimo virgiliano di Spagnuoli e l’asprezza di Savonarola (amici di Pico verso la fine della sua vita).

Invece Charles de Bouelles (discepolo di Faber Stapulensis) colse l’ispirazione di Pico, pur sistemandola e fondendola con i familiari motivi del pensiero di Cusano. Bouelles, appena ventenne pubblicò un opuscolo, l’Ars oppositorum tra aristotelismo e mistica platonica: dove il primo è introduzione alla seconda: discorso che guida all’intuizione dell’Assoluto per il quale l’unico termine è il Silenzio.

“Tibi silentium laus” “Aristotele è vita nel sapere, Pitagora è morte, ma morte superiore alla vita. Perciò Aristotele insegnò con la parola, Pitagora col silenzio: ma questo silenzio è perfezione, quella parola difetto. In Paolo e Dionigi è grande il silenzio, silenzio nel Cusano e in Vittorino. In Aristotele invece scarso è il silenzio, molte le parole. Ma il silenzio parla, le parole tacciono”.

Il testo riuscì impervio e lo stesso autore ammise che nessuno lo aveva compreso.

Successivamente, conciliando la luce di Dionigi e del Cusano con la salda fede nell’uomo di Pico, nel 1510 col Liber de Sapiente, raccogliendo i temi sparsi nel De sensu, nel De intellectu e in altri scritti, si trova una organizzazione che abbraccia natura, uomo e Dio (Pico, nell’Heptaplus, aveva ordinato la Creazione con i commenti dei Padri e dei cabbalisti, ma la sua attenzione si era concentrata sull’uomo agente piuttosto che sull’uomo contemplante: solo la fattiva “carità” apre l’ascesa e dischiude i misteri).

De Bouelles volge lo sguardo al conoscere: l’uomo è il centro del mondo perché in lui il mondo prende coscienza di sé. Da oggetto diviene soggetto, da essere conoscenza.

L’uomo nel suo immediato, è cosa, natura. E’ ente fra gli enti. Ma Dio – ripete de Bouelles con Pico – non ha dato all’uomo “una” natura: l’uomo non è: il suo essere è frutto del suo farsi.

L’uomo sarà pietra, pianta, animale, angelo o Dio, secondo la sua opera. E per l’autore, quest’opera è conoscenza: la dignità umana è essere coscienza del mondo. L’uomo di natura si fa uomo d’arte: l’oggetto si fa soggetto.

Dunque l’uomo diventa centro del mondo perché specchio del mondo: non cosa allineata con le cose ma punto di confluenza dei raggi che convergono da ogni realtà. Specchio vivente: non dato di fatto bensì potenza di conquista e conquista non dall’esterno delle cose ma dall’interno, dallo Spirito. Come l’occhio che volto all’esterno è capacità visiva solo per la metà del suo globo, così deve guardare con l’altra sua metà: guardare l’uomo nell’intimo. Così affiora il Sapiente, miracolo eterno del cosmo.

Il Sapiente è arbitro del suo destino, è Dio terreno con il compito e l’infinita responsabilità della propria libertà, verso cui gravita l’intero universo.

L’Uomo Sapiente, sillaba incancellabile di Dio, insieme padre e figlio di se stesso, è il fine sacro del mondo: egli è Dio per l’altro uomo, Dio per la natura che reverente si china innanzi a lui. E’ lui che offre al Dio dei Cieli l’universo redento.

Questo è il tragitto che viene offerto a tutti gli uomini di buona volontà, perchè ognuno di essi può giungere alla Sapienza solo che voglia combattere la sua buona battaglia.

Forse in ciò si celava l’intuizione cristiana più profonda che il Rinascimento osava riscattare affinché il divenire del mondo potesse farne uso come la direzione ed il programma in esso più sacro. Ora, con la Filosofia della Libertà, tentiamo in fondo di portare avanti queste ignorate seminagioni.

Ps: il grande Guenon (visto il suo tombale giudizio sul Rinascimento) e la sua abbondante prole non sarebbero d’accordo su alcuna delle cose scritte: di tutto il quadro con cornice compresa: ce qui me honore très…

TRADIZIONE

L'ESSERE ANGELICO nella tradizione occidentale

 ANGELI E ARCANGELI

(Raffaele- di Mara Maria Maccari)

________________________________

 Cenni scolastici.

Gli angeli vanno di moda: svolazzano tra libri e siti, con tutte le immagini ben colorate, con le istruzioni per semplici e dotti sul come contattarli e – quasi sempre – usarli: una tra le tante bestialità, ovviamente anti-sacre, che riempiono all’inverosimile il piatto già colmo dei mali contemporanei.

Allora, per pulire un poco l’idea di questi esseri, da umile lustrascarpe non vado a fare il pappagallo del Dottore, avendo assai scarsi diritti di comunicare il comunicato, e m’accontento di spolverare i concetti che animavano l’Occidente quando questo teneva in rispetto sia il pensiero dell’uomo che i Messaggeri degli Dei.

Secondo Tommaso d’Aquino (Summa contra Gentiles II), Alberto Magno, eccetera, gli spiriti puri non possiedono una intuizione immediata delle cose corporee e neppure, essendo puri esseri spirituali, la conoscenza che è il prodotto del pensare discorsivo-concettuale pure se questo astrae dalla percezione sensibile. Conoscenza che, per l’uomo, può raggiungere i molteplici aspetti della complessa realtà soltanto per via di giustapposizione e di successione.

Secondo l’Aquinate, l’oggetto formale della conoscenza angelica non è l’essenza delle cose in quanto materiali, bensì la natura della loro specie angelica, che essi attualizzano nella sua intera pienezza quali individui di cui ciascuno è irripetibile.

Pertanto ciascun angelo costituisce un “piccolo mondo” in sé conchiuso – cioè un aevum o aion – e fa di se stesso l’oggetto formale della sua innata conoscenza intuitiva.

In definitiva si tratta della realizzazione perfettissima di quella esperienza interiore del proprio essere più concreto, che all’uomo, in quanto essere al contempo corporeo e spirituale non è mai concessa completamente in un singolo atto, quale totum simul (Op. cit. II, pp.99).

Tutto il resto – l’intero mondo sensibile e gli altri angeli, comprese le superiori Gerarchie – non forma l’oggetto proprio dell’intuizione angelica immediata: la natura di quelli, cioè l’essere concreto del mondo e delle Gerarchie creatrici, viene contemplata soltanto analogicamente: per così dire sullo sfondo e nello specchio della propria essenza.

Pertanto l’angelo percepisce solo “genericamente” tutto ciò che non è direttamente oggetto della conoscenza di se stesso che gli è congeniale, fatta eccezione per le particolari conoscenze del concreto che il Divino gli comunica tramite le sue idee infuse e senza le quali la conoscenza angelica sarebbe imperfetta.

In altre parole: la conoscenza non infusa del mondo esterno – il quale resta sostanzialmente precluso all’angelo secondo il suo essere immateriale – essendo analoga, è sì intuitiva, però per così dire, “allegorica” (nell’ampio significato applicabile alla conoscenza angelica).

Secondo la visione della Scolastica, l’angelo conoscerebbe il mondo esterno soltanto indirettamente nello specchio e nella similitudine del mondo (saeculum) spirituale del suo “evo”.

E l’uomo? Sino al 16°/17° secolo c’è per l’uomo verso l’angelo confronto e aspirazione: con un realismo che nemmeno ci si immagina che sia esistito: “L’anima pensante è congiunta e immediatamente vicina a quell’atto che primo fu generato, che fu destinato a sussistere fuori della materia, che chiamiamo inizio di ogni opera divina, concetto, atto primo e prima creatura. Atto che è l’angelo il quale, stando sempre vicino a Dio, bontà creatrice di tutte le cose, attende senza posa alla sua contemplazione. L’Areopagita lo chiama intelligenza somma che, con assoluta costanza, rende grazie a Dio…” (Charles de Bouelles, 1510: Liber de Sapiente. Einaudi, 1943, pag. 57).

Sempre nel pensiero di quei giorni, l’uomo che contempla può conoscere la visione analogica dell’universo nello specchio della propria essenza, cioè in maniera attribuibile esclusivamente agli spiriti puri. Ciò potrebbe configurarsi come una “presunzione angelica” da parte di coloro che si arrestano alla discorsività e oltre proprio non ci vanno.

In realtà, la conoscenza contemplativa dell’uomo si distingue dalla conoscenza connaturale e intuitiva dell’angelo per il fatto che questo contempla i tratti analogico-essenziali del cosmo a priori nella sua essenza spirituale. Al contrario, l’uomo, essendo un essere corporeo e spirituale, conosce il mondo non propriamente a priori, bensì partendo dalla conoscenza empirica non del cosmo stesso ma della propria natura, dapprima corporea e poi spirituale, la quale rievoca oggettivamente, nella sua complessa natura, la costituzione essenziale della totalità mondiale.

L’intuitività di tale conoscenza è dunque relativa, ma tuttavia imita la contemplazione angelica nella visione globale e veramente universale di tutte le corrispondenze che congiungono microcosmo col macrocosmo.

Grazie a tali rispondenze e relazioni, l’uomo – spirito anima corpo – viene innalzato alla dignità come una specie di “evo” umano. Per tali motivi si pensò che la vera conoscenza spirituale o “pneumatica” non potesse essere univoca e concettuale, bensì analoga-multivoca (allegorica) e simbolica.

Bene: ho finito. Certo che stringendo il più possibile ho reso il tema quasi incomprensibile. Ma se lo leggete almeno due volte potrete trarne il senso, cioè che passano differenze non minime tra angelo e uomo e che l’angelo non andrebbe antropomorfizzato (in sé è un assoluto) come succede di solito nell’ottusa blandezza della spiritualità liberata dal pensiero così come dal pensiero non liberato dai pensieri. Va anche tenuto presente che l’abbozzata concezione risente dei limiti del suo tempo, cioè di un pensiero grossolano, confuso…o no?

TRADIZIONE

LA PRATICA IN PRATICA

 groviglio di liane

Chiedo doppia scusa: una per l’amico a cui ho mandato queste poche righe e una all’amica a cui mandai le righe successive. Qui tutto è criticabile ma ho lasciato intatto ciò che scrissi: ricordatevi che sono frammenti di discorsi fatti con persone reali e che hanno avuto altro di antecedente e successivo.

Quando si tenta di parlare di cose che riguardano la concentrazione, ciò che viene fuori è come un gomitolo arruffato da un gatto.

*

Allora, caro amico, se può, dimentichi tutto gli inutili palazzi di vapore che l’anima ha costruito e, con coraggio, segua il minimo e se desidera un supporto significativo ai “perché” dell’estrema semplicità (povertà) dell’azione interiore, rilegga attentamente i primi capitoli de L’uomo interiore.

Si sieda, se le va bene, ricordando che l’attività interiore non ha nessun bisogno di positure corporee, ed evochi nella coscienza desta un oggetto semplice, comune, comprensibile, facile, banale, ecc. (un chiodo, un tappo di sughero, un bicchiere, ecc).

Cioè costituito da pochissimi concetti e adempiente ad una funzione semplice, chiara, ordinaria, banalissima.

In effetti basta evocare l’oggetto che la sintesi già c’è: evocarlo in un attimo di consapevolezza e sapere tutto di esso è cosa che attraversa la mente. Ma siamo noi a non reggere per un tempo anche minimo questa immediata comprensione che lampeggia come una folgore, per un attimo, nel buio.

La ricostruzione dell’oggetto e del suo uso – voluta con tutta la volontà (determinazione) di cui è capace – con parole e immagini, ci serve come esercizio per dominare il pensiero ordinario ed abituarlo (con la volontà: è tutto questione di volontà) a essere sempre maggiormente attivo e indipendente da ogni supporto fisico (veda le righe con le quali R. Steiner descrive il senso del “controllo del pensiero” nel V cap. della Scienza Occulta).

Inizialmente la coscienza è strapiena di immagini e parole: sembra una giungla: è una giungla. Magari solo con parole predeterminate si apra un varco. Lo riapra di nuovo: molte e molte volte poiché il caos ricresce subito. Ciò potrebbe essere esasperante ma con una decisa indifferenza lei riapra sempre il sentiero. Senza occuparsi di quanto accade a destra o sinistra.

Dominare il pensiero ordinario è un lavoro duro e improbo, spesso vorrà rifuggire da questa innaturale fatica interiore. Qualcuno mi scrive che prova nausea (ha ragione!).

Quando il dominio inizia ad essere raggiunto sul serio (il tempo della pratica è individuale, il risultato della pratica è individuale e non è mai un qualcosa di stabile una volta per tutte), terminato il breve e semplice lavoro di ricostruzione dell’oggetto che è formalmente assai semplice, come un tema di poche righe compitato da un bimbo di II elementare scarso di fantasia, freni e spenga il vizio della parola sub-vocalica che è solo una pessima abitudine: realizzi che non c’è nulla da dire e tanto meno da dirsi. Tenga nella coscienza l’ultima immagine prodotta, o la prima o una qualunque del breve percorso – non ha alcuna importanza – e polarizzi tutta l’attenzione interiore su essa.

Attenzione: non faccia come tanti lo stravagante tentativo di “tenere” nella consapevolezza le immagini che ha prima evocato: tutta l’attenzione deve venir rivolta ad un solo punto di pensiero: è impossibile pensare simultaneamente 5 o 50 pensieri diversi: ciò significherebbe solo che passerebbe velocemente da un’immagine ad un altra e non si concentra. Un altro ircocervo è il tentativo di fondere in una immagine unica tutte le altre: la fantasiosa traduzione personale della parola sintesi usata da Scaligero. La “sintesi” è qualitativa e non un arzigogolo!

Le sottolineo che è solo una questione di sforzo, tant’è che Scaligero indicava, per combattere l’automatismo e lo scemare dell’attenzione concentrata, di rifare il breve decorso dei pensieri ripercorrendoli dall’ultimo al primo.

Dopo poco, l’immagine sfugge: la rievochi. Poi la rievochi nuovamente. E ancora. E’ una faticaccia frustrante: si chiama concentrazione: può essere un’agonia perché la continuità cosciente dura poco e, in aggiunta, l’anima si ribella: qui non trova alcun sollievo segreto. L’unica tecnica utile è l’insistenza.

Prima o poi diverrà abile e un minuto senza interruzioni sarà un successo colossale e molte cose cambieranno.

Può sostituire spesso l’oggetto, poi si accorgerà che le medesime difficoltà si ripresenteranno…così si scopre che non occorre nemmeno mutare oggetto: essendo qualsiasi oggetto pensato, non un pensiero ma “il” pensiero: in questo equivalendo a tutti i pensieri pensabili (perché spillo e non Dio?: perché lo spillo è pensabile completamente. Dio no).

Poi un giorno avverte che riesce a “tenere” l’immagine e l’anima inizia a riposare di un riposo speciale. In questa condizione, già eccezionale, vede sottilmente che l’immagine sembra assumere una particolare indipendenza e può rimanere come pura forma, oppure muta, oppure si trasforma in un segno luminoso, oppure…ecc. E’ sempre la volontà che fluisce continua, sottile, ininterrotta, ma è una volontà sconosciuta che non prende più la via del corpo.

Questa è la “sintesi” che continua ad essere contemplata…mentre cambia tutto in lei e in essa: è sostanza di volontà che riempie il pensiero. Una specie di “più che pensiero”.

Come vede, l’itinerario è semplice ma impervio e difficile: passare da un mondo sensibile ad un mondo supersensibile è percorso iniziatico, non certo un gioco della mente.

Anche per questo, scrivo sempre che occorre far molto. Come un garzone a bottega che impiega anni per imparare. Altre vie non ci sono. I venditori di facili illusioni, invece, sono tantissimi.

In effetti, sono stato telegrafico, ma quello che le ho scritto lo pensi e lo confronti. Poi il tentativo, la tenacia, lo sforzo e la continuità sono tutti suoi!

Vale.

Ps: è poco e non è esaustivo ma ho notato che dire poco o molto non cambia granché la situazione, poiché il fare o il non fare dipende da una decisione profonda che parte da un principio dell’Essere: presente ma molto lontano dalla nostra coscienza comune. Lui dà il via, poi il resto può (deve) dipendere da noi.

 Sealed

…Ora che hai, in qualche modo, realizzato che il pensiero è il prius ( né brutto o bello che sia) della coscienza, passiamo a valutare sinteticamente alcune sue caratteristiche.

Quando parliamo di pensiero parliamo di qualcosa che ci rimane un tantino sconosciuto, poiché lo riconosciamo solo attraverso le rappresentazioni che invadono la mente: le riconosciamo, essendo queste come un’eco del sensibile, una sua copia fantasma, ma della forza che dietro esse si nasconde e le aggancia, le une con le altre, al massimo chiamiamo ciò logica e di essa sappiamo che abbisogna di lucidità e di un po’ di volontà.

Morale della storia è che conosciamo tutto con i pensieri, ma non conosciamo il pensare: eppure è questo è la “cosa” da cui promanano i “soliti” pensieri. Tieni presente che ciò non riguarda solo il mondo esteriore ma anche tutto ciò che sale a noi come mondo interiore: il mondo interiore, con tutti i nostri affanni, le gioie e i dolori, il piacere e dispiacere giunge a noi involto di pensiero: conosciamo ogni singolo nostro sentimento poiché è nel pensiero che lo riconosciamo.

Per cui, tragicamente, incolpiamo il pensiero che sembra farci tanto male, mentre in realtà con esso prendiamo solo consapevolezza di quanto sale dal sentimento.

Prima di divenire fragile copia carbone della realtà e come tale sembrare insignificante, il pensiero è potentissimo: se vedi il divano che ti sta di fronte significa soltanto che si è attuato un darsi del pensiero che IMMEDIATAMENTE, più “rapido” della ordinaria coscienza, ha dato forma, colore, distanza, ecc. al divano. Avvenuta questa operazione, in cui non eri presente, tu vedi il divano e solo poi pensi se ti piace o meno e a quello che vuoi fare di esso.

Queste cose che ti sto ora dicendo, a tutta prima non sono sperimentabili: puoi solo ipotizzarle o intuirle. Le “vedrai” quando la tua coscienza riuscirà a trasformarsi al punto in cui rimane desta in ciò che chiamiamo sonno.

Occorrerebbe un trattato per dimostrare logicamente ciò: è logicamente possibile, Scaligero è riuscito a farlo…ma in una letterina nemmeno lui, e in un messaggio email probabilmente è anche peggio.

Ora, almeno in via ipotetica, abbiamo: a) un pensare “comune, b) un pensare potente (più che potente) che è inavvertito.

Così, come la chiave della coscienza che conosce le cose è il pensiero ordinario, così la chiave della conoscenza (esperienza) dell’entità umana e del suo rapporto con la realtà (REALTA’) sta nel risalire dal pensiero “normale” alla forza-pensiero che lo determina.

Questa è antecedente a tutto, anche al corpo e a tutto ciò che viene a noi tramite il corpo: perciò un tempo fu chiamata “pensiero puro libero dai sensi”. Non è granché come dizione, ma vedi in essa un’esperienza che sperimenta le radici (il Principio) dell’umano e la sua realtà colta prima che questa cada nell’oscurità che chiamiamo mondo dei sensi. In questo contesto di esperienza si coglie che la realtà dell’uomo è di natura pre-sensibile, cioè spirituale.

L’uomo è una entità duplice: immerso nel sensibile dimentica la propria realtà spirituale: da ciò sgorga gran parte delle sue angosce e contraddizioni. E l’inesausta ricerca di un qualcosa che, in vita, non giunge mai ad appagamento.

E’ possibile la Risalita? Sì: è possibile: strada lunga che si impara a conoscere solo percorrendola. Comunque già il percorrerla è liberatorio: la tenebra, a poco a poco, si scioglie ed esperienza, dedizione e volontà, in preciso ordine crescente, devono accompagnare il viandante.

Dunque si inizia con il dominare l’ordinario flusso dei pensieri: prendi un oggetto che non stimoli alcun sentimento, che sia semplice, che sia prodotto da pochi concetti: bicchiere, ago, chiodo, tappo di sughero, matita, ecc. Prendine uno così semplice e delibera di pensare (i pochi) pensieri che lo riguardano: forma, colore, sostanza, funzione. Per un tempo che va da un minimo di 5 minuti ad un massimo di 15, ricostruisci l’oggetto davanti la tua mente (non fisicamente) con parole e immagini. Siedi con schiena diritta, in una stanza che non sia disturbata da intrusioni per quel tempo. Fa ciò per 2 volte al giorno iniziali. Cambia settimanalmente l’oggetto, ma poi vedrai che puoi lavorare anche molto più a lungo con lo stesso.

Ovviamente l’oggetto/immagine non ha alcuna importanza: è importante essere attenti e VOLERE sempre gli stessi pensieri: pensieri deliberati e voluti. Naturalmente la “natura” non vuole ciò. E’ un lavoro di sforzo, non di raffinatezze: puro, desolato facchinaggio!

Non perder tempo a combattere le distrazioni (interne ed esterne): ciò è un ulteriore distrazione…piuttosto rafforza l’attenzione interiore su quanto stai facendo, tentando il più possibile di non spezzare il filo della continuità (e se lo spezzi – cosa che succede – riannoda e continua).

E’ molto semplice e arido…molti non osano poiché il semplice è difficile, è solo questione di prolungato sforzo d’attenzione!!

Cara amica, per un messaggino è già tanto. Leggi e prova: così, nel sudore dell’anima, inizi a sperimentare la Libertà.

SCIENZA DELLO SPIRITO

MISOPÓGON O ANTICHIKÓS

 giuliano0001

…il ragazzo aveva 9 anni…chiuso il libro s’era abbandonato sull’erba il volto verso il sole. Il senso di benessere si trasformò in fervore mistico. Cercando parole capaci di esprimerlo, cominciò a mormorare:

Padre nostro che sei nei cieli,

sia santificato il tuo nome..

Era la preghiera che il vescovo Eusebio gli faceva recitare ogni giorno.

Improvvisamente una voce risonò in lontananza. Chiamava con tono grave il suo nome: “Giuliano! Giuliano!”.

Il bambino interruppe la preghiera, qualcuno, accortosi della sua assenza, lo stava cercando.

Stringendo i pugni dalla rabbia, il fanciullo si acquattò dietro il tronco dell’olivo.

“Giuliano! Giuliano!”.

Il grido ripetuto poi s’affievolì e si spense. Era tornato il silenzio, rotto soltanto dal cinguettio di un uccello.

Accadde allora un fatto straordinario che avrebbe lasciato nella sua vita un’impressione indelebile. Come in un sogno meraviglioso, gli pareva di correre lungo la spiaggia, facendo salti sempre più alti, finché i suoi piedi non toccarono più il terreno e cominciò a librarsi sopra il mare. Gli pareva di veleggiare  attraverso lo spazio in un volo verticale e di salire in alto, sempre più in alto, come se fosse risucchiato dal sole.

Poco dopo dominava dall’alto la Propontide, il Bosforo, Costantinopoli e tutte le campagne circostanti.

Infine la terra scomparve ai suoi occhi e non vide più, intorno a sé, se non un abisso di luce.

In quel momento una voce tonante lo chiamò per nome: “Giuliano! Giuliano!”.

“Chi mi chiama?” domandò.

“Sono io, tuo padre Elio!”.

“Elio? Eccomi!” rispose Giuliano, senza esitare.

Immediatamente fu accecato da una luce folgorante e perse la conoscenza…

Quando riaprì gli occhi, si ritrovò disteso a terra, ai piedi dell’olivo: il sole tramontava al di là dell’Ellesponto…

Signore Iddio, ho grande paura.

L’anima mia, non mai sicura,

sussulta nelle più intime fibre…

Ecco la terra è sconvolta e trema la volta

sotto la quale il mio cuore,

che prova del terrore la inarrestabile scossa,

si scava la fossa

per seppellirsi e riposare;

ma si sente compenetrare dall’avvampante

firmamento e si domanda sgomento:

Da me fino a Te, la strada dov’è?

§

Pergamo. Gli anni sono passati. Giuliano si confida con Massimo d’Efeso. Costui era un teurgo ma eludeva sempre le domande del giovane.

Un giorno Giuliano raccontò a Massimo la sua esperienza, avuta durante la sua relegazione ad Astakos.

“Improvvisamente mi sentii trasportato in aria. Poi, mentre mi libravo in un oceano di luce, udii distintamente Elio che mi chiamava per nome”

Massimo lo fissò a lungo e sorridendo gli rispose ”Fin dal nostro primo incontro io seppi di legami speciali fra te e gli dei”.

Ma, ribatté Giuliano, “ho bisogno di un dio di cui senta la reale presenza nel mio essere! Quando mi rivolgo ai Galilei mi consigliano di leggere il Vangelo. Se mi rivolgo ai pagani, mi indirizzano ad Aristotele o a Platone. E’ sempre la stessa risposta. Libri, sempre libri!”.

“ Cosa devo fare di tutti quei libri? Io ho sete di vita, di comunione. Ho bisogno di trovarmi faccia a faccia col mio Creatore. Non fu certo un libro che aprì gli occhi a Saulo sulla via di Damasco. No! Fu un torrente di luce, una visione, una Voce!”.

Massimo scosse il capo: “ Tu cerchi Iddio in una direzione sbagliata. Tu vuoi obbligarlo a rispondere. Ma non sei il suo padrone! Tu volevi comprendere per credere, mentre bisogna credere per comprendere…e ora non comprendi più nulla perché non credi…”

“Non mi dire che io non credo. Io credo con tutte le mie forze. Ma invece della risposta che aspetto non sento che l’eco della mia voce. Io vorrei ascoltare la voce dell’Altro. Vorrei essere visitato, illuminato, folgorato…”

“In questo caso non ti rimane che metterti nelle mani del Mediatore”

“Ma esiste davvero? E’ da molto che lo cerco”

“Egli esiste!” affermò massimo con un tono di assoluta certezza.

“E chi è?”

“Il Figlio del Sole”

“E’ come uno di noi? Come me stesso?”

“Tu sei un figlio del Sole. Invece ho detto che egli è il Figlio del Sole!”

“E’ una via?”

“E’ la Via”

“Come si chiama?”

“Il suo nome è Mitra”

§

Poco tempo dopo, un uomo di nome Edesio, si presentò a Giuliano e lo invitò a seguirlo.

In un valloncello, presso un dirupo, Edesio spostò la sterpaglia e dietro apparve una profonda caverna: sulla soglia c’era Massimo ed un personaggio bianchissimo nelle vesti e nei capelli e la fluente barba. Una carnagione trasparente come l’alabastro.

“Ti presento Crisanzio” disse Massimo “il pontefice di Ecate”.

Entrati, Massimo ed Edesio si ritirarono. Crisanzio invitò Giuliano a spogliarsi e gli insegnò le abluzioni rituali. Poi l’aiutò ad indossare una tunica di lana bianca e lo condusse in una seconda caverna, più angusta della prima. Giuliano sentì come un terrore lambirgli il corpo.

Il pontefice di Ecate, con una solennità che pareva provenire dagli abissi, così parlò: “E’ qui, figlio mio che principia il tuo viaggio: esso comincia con l’oblio del mondo. Per ora sei ancora debole e perciò ti occorre un po’ di luce. Entro qualche giorno sarai rafforzato e la luce si spegnerà. Ti troverai in assoluta tenebra: essa è lo spogliamento totale di sé e indica come tutto ciò che vive debba morire per nascere a nuova vita.

Se avrai sete potrai bere l’acqua consacrata di questa brocca. Ma non puoi mangiare. Ti porterò in alcuni momenti il mio soccorso. Ora abbi coraggio, figlio mio: preparati a morire!”

Angoscia attanagliò il petto di Giuliano, Crisanzio era sparito. Era stato imprudente?

Massimo era forse un agente dell’Imperatore e lui sarebbe sparito? Sepolto per sempre nel fondo di una spelonca?

Dopo breve (interminabile) tempo, riapparve Crisanzio. Il giovane chiese allora di uscire.

“Nessuno te lo impedisce, ma non sei forse venuto spontaneamente? Qualcuno ti ha costretto? Ad ogni modo se vuoi andartene ti accompagno subito. Se non sei all’altezza di superare la prova, ritorna pure a mordere la polvere..”

Giuliano, a quelle parole, pronunciate tranquillamente, arrossì di vergogna e pregò di essere perdonato.

L’anziano gli disse anche che l’iniziazione era una prova terribile, che strazia tutta l’anima.

Giuliano rimase nel buio per tre giorni, digiunando, pregando e meditando. Il pontefice lo visitava a intervalli regolari e gli faceva compiere degli esercizi per il corpo e per la mente. Poi lo benediva: “Dio scenda su te…La sua spada invisibile ti apra il cammino…Le sue virtù compenetrino la tua sostanza e alimentino la luce del tuo sole…”

Giuliano ebbe tremiti incontrollabili, poi un sentimento di profonda pace. Sentì il corpo farsi leggero e come svanire. La fiammella della lampada si estinse ma sentì come se si accendesse in lui una luce immateriale. Poi piombò in un sonno profondo.

Svegliatosi trovò Crisanzio che gli porse una tunica nuova, di lino. “Ora sei Puro. Nessuno deve toccarti né parlarti, né guardarti: tu stesso sei lo Sguardo”.

Fu condotto oltre, in una diversa sala: un altare nel fondo con una statua di Atena. Ai lati gli iniziati, disposti lungo le pareti.

Fu fatto prostrare al suolo, braccia aperte in croce, volto rivolto verso l’alto. Giuliano entrò nell’Estasi.

E rivisse, ad un livello assai superiore, ciò che aveva sperimentato da giovanissimo. Sentì vampe di luce sorgere e dilagare dal suo essere, venne trasportato nella luce del cielo, contemplò il Padre solare, il sole interiore si ricongiunse al Sole supremo e dalla sua anima sgorgò un giuramento verso gli Dei e verso la Via.

§

Devo molto a Benoist-Méchin che mi ha indicato il ritmo narrativo: alcune righe sono praticamente copiate da lui.

Non è un racconto di fantasia e gli ”attori” sono tutti storicamente esistiti.

Qualcuno osserverà che Giuliano non “giace” per tre giorni: in effetti le iniziazioni erano già parzialmente diluite.

Il titolo non c’entra niente: trattasi di un caustico ed arguto libello di Giuliano a favore dell’onor del mento che mi piace per la limpidezza, l’arguzia e tante altre cose.

TRADIZIONE

LA SCIENZA DELLO SPIRITO A FLATLANDIA

Molti ma non tutti conoscono il grande Paese di Flatlandia. Esso fu scoperto da un intrepido viaggiatore che si chiamava Edwin A. Abbot nel XIX secolo. In realtà questo Paese era sotto gli occhi di tutti ma, incredibilmente, nessuno ci aveva fatto caso o, forse, nessuno aveva voluto vederlo.

Il carattere saliente di Flatlandia – almeno per noi – è che manca di una dimensione: lì la piattezza non è come da noi un modo di dire. Nossignori! Lì tutto è piatto, perfettamente piatto. Naturalmente anche le persone e le cose sono piatte. A Flatlandia nessuno pensa che vi possa essere un mondo di altezze.

In Flatlandia l’intelletto si misura nel numero di lati che uno possiede. Ciò, a onor del vero, sembra fastidiosamente analogo a quel pensiero mona-dimensionale che da noi giudica il valore di un individuo per quanto appare dappertutto col suo verbo e si pone nella società con un ammirevole bagaglio di parole e frasi tali che possano piacere alla maggioranza.

Il problema delle “quote rosa” a Flatlandia non esiste proprio: le donne sono soltanto linee e come tali, possedendo solo due lati ed un angolo pari a zero…immaginate voi come esse possano venire considerate!

Poiché l’universo è vario ma non perfetto, può incidentalmente capitare anche in un bel posto come il mondo bidimensionale che avvenga l’inaspettato, cioè la fragorosa comparsa di un essere tridimensionale.

Un fatto simile, chiaramente innaturale, in Flatlandia viene rifiutato a priori o almeno vivacemente contestato: oltre l’universo bidimensionale non può e non deve accadere che possa esserci qualcuno o qualcosa che si erga verticalmente (anzi, mi scuso coi gentili lettori per l’ignobile pensiero espresso dal…verticalismo).

Non posso neppure nascondere che i pochi contravventori al giusto e naturale ordine del bidimensionalismo, non siano altro che pazzi fuorilegge: pensate che osano pensare…alto! Essi andrebbero curati o compassionevolmente soppressi. Ma a quel che mi consta, non intaccano minimamente la serena armonia dei sentimenti dei probi cittadini.

Come nel nostro mondo anche a Flatlandia – lo so per certo – gruppi, gruppetti e singoli individui coltivano la Scienza dello Spirito. Potrei dire che rappresentano una specie di élite perché quasi tutti sono caratterizzati da molti lati e non c’è lato che non si adoperi alle tante rivelazioni espresse nella forma più piatta possibile dai divulgatori di tale Scienza.

Essi, assai giustamente, rifuggono dai contenuti che potrebbero risultare pericolosi per le altrui anime: certe indicazioni contengono istruzioni nocive poiché parrebbero alludere a impropri moti verticali.

Per evitare questa disgrazia, i bravi discepoli si offrono di propria iniziativa alla lobotomizzazione indolore di qualche angolo acuto, in maniera che venga resa impossibile persino l’ipotesi di una Via (tr)ascendente.

Così che nessun pensiero molesto e birbaccione venga a turbare la soddisfazione, la gioia soddisfacente e l’amore soddisfatto che, invece, sono il principio ed il fine ultimo della ricerca.

Da ciò deriva che la stessa ricerca, in Flatlandia, è, più o meno, una insensatezza, poiché sembra del tutto sufficiente e corroborante sostituire ai sentimenti disdicevoli, altri sentimenti del tutto positivi di adesione, gentilezza, amicizia, compartecipazione, ecc.

Poi, se alcuni testi paiono riferirsi a fantasiose imprese, basta solo espungere righe e capitoli, purtroppo (mica lo nego) sbianchettando anche molto: ma con abili copia-incolla d’artistica fattura si trovano sempre le parole giuste per il giusto progresso dell’anima.

Insomma: per potersi sentire degni discepoli di selezionati Maestri è più che sufficiente sostituire nell’anima ogni male con ogni bene, beninteso cancellando severamente dalla bidimensionalità ogni sospetto di tridimensionalità che, come già indicato, in Flatlandia (a ragione!) è considerata come una aliena irruzione dell’impossibile.

Da molteplici fatti pare che il modello di Scienza spirituale coltivato in Flatlandia, venga sentito come il migliore possibile da diversi personaggi del nostro mondo tridimensionale, sebbene qui sopravvivano “sacche di resistenza” che si ostinano a credere alla deviata e odiosa convinzione che modificazioni superiori della coscienza ottenibili tramite un pensiero rafforzato (volitivo), siano il gradino necessario indicato dai Maestri. C’è persino chi dice di avere esperienza diretta di simile stoltezza!

Che ciò sia nocivo oltreché inutile e financo incomprensibile lo dimostrano importanti figure che in anni di costante vicinanza, discepolato e stretta amicizia con i massimi Indicatori, hanno tratto l’illuminante certezza e l’evangelico verbo che indica al cuore come basti e avanzi il proprio altruistico sentimento raggiante quando esso sia generosamente riversato nelle altrui anime per portare il sole della verità sulla terra (poco importa che, proprio nel sentire, ognuno sia un mondo a sé: è un dettaglio miserabile, ininfluente, forse falso: di certo goetheanismo della peggior specie).

Le parentesi non sono importanti: questo è ciò che nel mondo appiattito, in Flatlandia, funziona magnificamente.

Vi è poi, nel nostro mondo, un numero notevole di individui, probabilmente una maggioranza, che inconsapevolmente aspira alla più assoluta piattezza e sogna di poter essere assai simile ai cittadini di Flatlandia .

Essi fanno il possibile per saperne nulla di cose verticali e di aspre salite. Tanto meno del fatto che solo il superiore può modificare l’inferiore: legge gerarchica che, disgraziatamente, vale per il cosmo e per l’uomo.

*

Nota: Devo ringraziare un amico venuto da lontano, il quale, del tutto indirettamente, mi ha aiutato a comprendere assai meglio aspetti di un movimento che, di fatto, ha abbandonato l’idea dello Spirito, avendo trovato nella opulenza dell’anima ogni bisogna.

Ed è, in un certo senso, a lui che mi sono ispirato per le pastiche très peu agréable che avete letto ora.

ALTRO, SCIENZA DELLO SPIRITO
Torna in alto