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LE ESPERIENZE DELL’INIZIATO E LA TEORIA DELLA CONOSCENZA

Rudolf Steiner cop 2

III

LE ESPERIENZE DELL’INIZIATO E LA TEORIA DELLA CONOSCENZA (*)

Rudolf Steiner

Questa esposizione permette di riconoscere che alla base di un’antroposofia rettamente intesa sta una via di evoluzione dell’anima umana, che deve rigidamente sistematizzarsi in sé e che sarebbe un errore che nell’atteggiamento dell’iniziato ci sia quello che nella vita ordinaria viene designato come entusiasmo, estasi, rapimento, visione, ecc. E’ proprio la confusione fra lo stato d’animo che abbiamo descritto e questi altri stati, a far nascere le obiezioni che si possono fare alla vera antroposofia. Soprattutto una tale confusione desta la credenza che nell’anima dell’iniziato abbia luogo una astrazione dall’autocontrollo della coscienza, una specie di anelito verso una veggenza immediata, istintiva. Si tratta invece proprio del contrario. Lo stato d’animo dell’iniziato dista dalla cosiddetta normale estasi, dalla visione, da ogni comune veggenza, ancor più di quanto non ne disti la coscienza ordinaria.

Persino gli atteggiamenti di cui parla per esempio lo Shaftesbury, sono mondi nebulosi rispetto a ciò che si cerca di conseguire con gli esercizi del vero iniziato. Lo Shaftesbury trova che la fredda ragione, senza il rapimento dell’anima, non porta a conoscenze profonde.

La vera indagine spirituale invece, quando cerca di trasferire la coscienza dalla sfera sensibile a quella soprasensibile, porta in sé tutto l’apparato animico interiore della logica e della piena consapevolezza. Non si può perciò obiettare che essa non tiene conto dell’elemento razionale della conoscenza. In verità essa non può elaborare il proprio contenuto, pensandolo in concetti, dopo averlo osservato, in quanto porta sempre con sé, uscendo dal mondo sensibile, l’elemento razionale, e lo trattiene sempre come scheletro dell’esperienza soprasensibile in tutte le osservazioni soprasensibili, come una componente integrante.

E’ impossibile qui, naturalmente, mettere in rapporto l’indagine spirituale con tutte le diverse tendenze vigenti oggi nel campo conoscitivo. Si deve piuttosto cercare, in via di esperimento, di tratteggiare con alcune note quasi aforistiche l’atteggiamento dell’attuale teoria della conoscenza e la sua difficile posizione rispetto all’indagine spirituale (non è forse immodesto accennare qui che una base esauriente per risolvere il contrasto fra filosofia e antroposofia si può acquistare con la lettura dei miei volumi: Verità e scienza e Filosofia della libertà). Nella teoria della conoscenza moderna è invalso sempre più una specie di assioma, secondo il quale nel contenuto della coscienza sono date dapprima solo delle immagini, o anche solo dei segni (Helmholtz) del trascendente reale. Qui non è il caso di esaminare come il criticismo kantiano e la fisiologia (secondo le vedute del Müller e dei suoi seguaci sulle energie specifiche dei sensi) abbiano collaborato a rendere una tale opinione inamovibile.

Il realismo ingenuo, che vede nei fenomeni dell’orizzonte cosciente qualcos’altro che non solo delle rappresentazioni soggettive di un che di oggettivo, viene considerato, nelle correnti filosofiche del XIX secolo, come superato ormai per tutti i tempi. Ma da quanto sta alla base di una tale idea risulta quasi naturale che l’atteggiamento antroposofico venga respinto. Dal punto di vista kantiano, quest’ultimo può essere considerato solo come un impossibile salto oltre i confini che la coscienza umana ha per natura. Se si volessero ridurre ad una semplice formula le infinite e acutissime estrinsecazioni della gnoseologia critica, si potrebbe dire: il filosofo critico, nei fenomeni che si presentano sull’orizzonte della coscienza, vede soprattutto delle rappresentazioni, delle immagini o segni. E una possibile loro relazione con alcunché di trascendente esterno, egli la può trovare soltanto entro la sfera della coscienza pensante.

La coscienza non può saltare oltre se stessa, non può uscire di se stessa, per sommergersi in un trascendente. Una tale idea ha in sé qualcosa che appare del tutto naturale. Tuttavia essa si fonda sopra un presupposto che, purché solo lo si esamini, potrà essere respinto. Sembra quasi un paradosso accusare l’idealismo critico, che si esprime nel senso di cui si è ora parlato, di un nascosto materialismo. Eppure non si può far altro. Quel che è da dirsi qui, può essere reso evidente mediante un paragone. Si prenda della ceralacca e vi si imprima con un sigillo un nome. Il nome, con tutto quanto esso significa, è passato nella ceralacca. Quello che dal sigillo invece non può passare nella ceralacca è il metallo.

Si prenda ora, in luogo della ceralacca, la vita dell’anima umana, e in luogo del sigillo, il trascendente. Risulterà subito evidente che di una impossibilità, per il trascendente, di passare nella rappresentazione: si può parlare solo se si pensa all’oggettivo contenuto del trascendente in modo non spirituale. Il che dovrebbe poi valere, analogamente, per la totale assunzione del nome da parte della ceralacca.

Nel caso dell’idealismo critico, bisogna presupporre che il contenuto del trascendente sia da pensarsi in modo analogo al metallo e non al nome del sigillo. E ciò non può avvenire, se non si fa nascostamente la materialistica premessa che il trascendente debba essere assunto dalla rappresentazione mediante un suo fluire in essa concepito materialmente. Nel caso invece in cui il trascendente sia un che di spirituale, l’ipotesi della sua assunzione da parte della rappresentazione è perfettamente possibile.

Da parte dell’idealismo critico viene fatto poi anche un altro spostamento nei riguardi del dato immediato della coscienza, in quanto vi è lasciato inosservato il rapporto effettivo esistente fra l’oggetto della conoscenza e l’Io. Se infatti si premette a priori che l’Io, col suo contenuto ideale e concettuale di leggi universali, stia fuori del trascendente, allora è ben naturale che questo Io non possa saltare oltre se stesso, ossia che debba restare sempre fuori del trascendente. Ma alla luce di un’imparziale osservazione dei fenomeni della coscienza, questa premessa non può sussistere. Per amor di semplicità si consideri qui, dapprima, il contenuto delle leggi universali in quanto esprimibili in concetti e formule matematiche.

Il regolare nesso interiore delle forme matematiche viene attuato entro l’ambito della coscienza e, successivamente, viene applicato ai fatti empirici. Ora non è possibile fare una differenza fra ciò che vive nella coscienza in forma di concetto matematico, quando questa coscienza riferisce il proprio contenuto ad un fatto empirico, e questo stesso concetto matematico quando esso si attua in un puro astratto pensiero. Ciò però non significa se non che l’Io, con la sua rappresentazione matematica, non sta fuori della trascendente legge matematica delle cose, ma dentro. E si giungerà perciò, dal punto di vista della teoria della conoscenza, ad una migliore rappresentazione dell’Io, se non lo si rappresenterà situato entro l’organizzazione corporea, facendogli giungere le impressioni da fuori. Se lo si collocherà entro la legge delle cose stesse, si riguarderà l’organizzazione corporea solo come specchio,  il quale rifletta all’Io, mediante l’attività organica del corpo, la vita extracorporea dell’Io nel trascendente. Entrati una volta che si sia, riguardo al pensiero matematico, nell’idea che l’Io non stia nel corpo ma fuori di esso, e che l’attività organica corporea rappresenti solo lo specchio vivente da cui la vita dell’Io nel trascendente viene riflessa, allora si potrà trovare comprensibile questa idea anche dal punto di vista della teoria della conoscenza, per tutto quanto sorge sull’orizzonte della coscienza.

Allora non si potrà più dire che l’Io, se vuole pervenire al trascendente, debba saltare oltre se stesso: si dovrà riconoscere che l’ordinario contenuto empirico della coscienza sta alla reale esperienza interiore del nucleo essenziale dell’uomo come l’immagine riflessa sta all’essere che si guarda nello specchio. Mercé una siffatta concezione conoscitiva, potrebbe così venir veramente superato in modo univoco il contrasto fra la scienza naturale che tende al materialismo e un’indagine spirituale che presuppone lo spirito. L’indagine della natura avrebbe infatti in tal modo via libera, in quanto potrebbe investigare le leggi dell’organizzazione corporea senza essere influenzata dall’intromissione di un atteggiamento spirituale.

Se si vogliono conoscere le leggi secondo le quali l’immagine riflessa nasce, allora si è rimandati alle leggi dello specchio. Da questo dipende il modo come chi guarda allo specchio viene specchiato. Ciò può avvenire in modi diversi, a seconda che si tratti di uno specchio piano, convesso o cavo. Ma l’essere di colui che si specchia sta fuori dello specchio. Così, nelle leggi che risultano all’indagine naturale, si potrebbero vedere le basi per la formazione della coscienza empirica: ed in queste leggi non dovrebbe immischiarsi nulla di quanto la scienza dello spirito ha da dire intorno all’intima vita del nucleo essenziale dell’uomo. Entro l’ambito dell’indagine naturale ci si dovrà guardare sempre, ben a ragione, dall’immischiamento di punti di vista puramente spirituali. A quanto vive nelle chiare rappresentazioni della scienza, deve riuscire simpatica un’idea come la seguente: “Il fenomeno cosciente, prodotto dall’eccitamento delle cellule cerebrali, non è sostanzialmente diverso da quello della forza di gravità vincolata alla materia” (Confr. Moritz Benedict: Seelenkunde des Menschen als reine Erfahrungwissenschaft).      Comunque, il pensiero scientifico è reso in quelle parole, in modo esattamente metodologico. Esse sono sostenibili scientificamente, mentre le ipotesi di leggi dei processi organici attuate direttamente per opera di influssi psichici, sono scientificamente insostenibili. La concezione gnoseologica fondamentale ora caratterizzata non può però riconoscere, in tutta la sfera del scientificamente determinabile, se non dei dati che servono a rispecchiare il vero nucleo animico essenziale dell’uomo. E questo nucleo essenziale non è da porsi nell’interno dell’organismo fisico ma nel trascendente. L’indagine spirituale sarebbe allora da pensarsi come la via per immergersi nell’essere che si specchia.

In tal modo, evidentemente, il fondamento comune alle leggi dell’organismo fisico e a quelle del soprasensibile, resta situato dietro l’antitesi di essere e specchio. Ma questo non reca pregiudizio, né da un lato né dall’altro, alla prassi della concezione scientifica. Sussistendo una tale antitesi, la prassi scientifica potrebbe continuare ad esplicarsi in due correnti separate che si illuminano e si spiegano a vicenda. E’ infatti da tener ben fermo che nell’organizzazione fisica non si ha a che fare con un sistema riflettente del tutto indipendente dal soprasensibile. Questo sistema riflettente deve pur essere considerato come il risultato dell’entità soprasensibile che in esso si riflette. Alla sopracitata idea di una relativa indipendenza dei due, deve venire incontro, integrandola, un’idea più profonda, che sia in grado di riconoscere la sintesi del sensibile e del soprasensibile. Il confluire delle due correnti può concepirsi come attuabile un possibile ulteriore sviluppo della vita animica fino al conseguimento della già descritta conoscenza intuitiva. Solo nell’ambito di questa, è data la possibilità di superare l’antitesi.

Si può dunque dire che, nel campo della teoria della conoscenza, le osservazioni spregiudicate lasciano la via libera ad un’antroposofia rettamente intesa. Esse infatti rendono comprensibile, teoreticamente, la possibilità che il nucleo essenziale dell’uomo abbia un’esistenza libera dall’organizzazione corporea: e che l’opinione della coscienza ordinaria secondo la quale l’Io sarebbe assolutamente da considerarsi come un’entità situata entro il corpo, debba essere tenuta come una necessaria illusione della vita animica immediata. L’Io, con tutto il nucleo essenziale dell’uomo, può essere considerato come un’entità che sperimenta il proprio rapporto col mondo oggettivo entro questo stesso mondo, e che ne riceve le esperienze, in forma di immagini riflesse della vita rappresentativa, dall’organizzazione corporea.

La separazione del nucleo essenziale umano dall’organizzazione corporea non deve, naturalmente, essere concepita in senso spaziale, ma in senso dinamico, come un distacco relativo. Così si risolve anche un’apparente contraddizione che si potrebbe forse scoprire fra quanto è detto qui, e quanto è stato fatto rilevare più sopra sulla natura del sonno. Nello stato di veglia, il nucleo essenziale umano è connesso con l’organizzazione fisica, in modo tale da rispecchiarsi in virtù del proprio rapporto dinamico con essa. Nello stato di sonno il rispecchiamento cessa. Ed essendo – secondo le considerazioni gnoseologiche fatte qui – la coscienza ordinaria possibile solo mediante un rispecchiamento, ossia mediante il riflettersi delle rappresentazioni, durante lo stato di sonno essa si estingue.

Si può dunque comprendere che nell’anima dell’iniziato l’illusione della coscienza ordinaria venga superata, e nella vita dell’anima si consegua una nuova prospettiva per cui il nucleo essenziale dell’uomo viene realmente sperimentato libero dall’organizzazione corporea. Tutto quanto si ottiene poi, proseguendo gli esercizi, è solo una più profonda immersione nel trascendente in cui l’Io della coscienza ordinaria è realmente, sebbene in quanto tale, non sappia di esserci. In tal modo l’indagine spirituale è stata dimostrata gnoseologicamente pensabile. Questa pensabilità, naturalmente, sarà ammessa soltanto da chi possa convenire che la cosiddetta teoria critica della conoscenza è in grado di sostenere il proprio assioma sull’impossibilità della coscienza di trascendere se stessa, soltanto in quanto non riconosce come illusoria l’idea che il nucleo essenziale umano sia rinchiuso nell’organizzazione corporea, e riceva le impressioni per tramite dei sensi. Sono ben consapevole che in queste considerazioni di argomento conoscitivo sono state date soltanto delle brevi note. Forse tuttavia, si potrà comprendere che queste non sono delle idee isolate ma scaturiscono da una concezione gnoseologica fondamentale e in sé compiuta.

(*) Questa è l’ultima parte della Relazione sostenuta dal Dott. Steiner al IV Congresso Internazionale di Filosofia, tenutosi a Bologna nel 1911.

 

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

I FONDAMENTI PSICOLOGICI DELL’ANTROPOSOFIA (2° parte)

Rudolf Steiner cop

I FONDAMENTI PSICOLOGICI DELL’ANTROPOSOFIA E LA SUA POSIZIONE RISPETTO ALLA TEORIA DELLA CONOSCENZA

Rudolf Steiner

(continuazione e fine)

Ora, mercé una vita interiore conseguita in tal modo, è possibile,   una conoscenza soprasensibile che porti in sé un grado di certezza superiore a quello della semplice conoscenza immaginativa. A questo punto, nello sviluppo dell’anima, si presenta quanto segue. L’esperienza interiore si colma a poco a poco di un contenuto che giunge all’anima da fuori, similmente a come il contenuto della percezione sensoriale le giunge, attraverso i sensi, dal mondo fisico esterno. Solo che, in questa esperienza interiore, il colmarsi di un contenuto soprasensibile è vita immediata.

Se si volesse fare un paragone con un fatto della vita ordinaria, si potrebbe dire: il congiungersi dell’Io con un contenuto spirituale viene ora sperimentato similmente al suo congiungersi con un ricordo conservato nella memoria. C’è però una differenza: il contenuto di ciò con cui ora ci si congiunge, non è per nulla paragonabile a qualcosa di sperimentato precedentemente e non può essere riferito ad un passato, bensì ad un presente. Un siffatto genere di conoscenza può chiamarsi conoscenza ispirativa, purché con questa parola non si pensi a null’altro che a quanto abbiamo caratterizzato qui (nel mio libro L’iniziazione ho usato questa espressione come un termine tecnico).

Ora, mediante questa conoscenza ispirativa, si presenta una nuova esperienza. Il modo come si diventa coscienti del contenuto dell’anima è del tutto soggettivo. In un primo tempo il contenuto dell’anima non si manifesta affatto come oggettivo. Lo si riconosce bensì come alcunché di sperimentato, ma non ci si sente contrapposti ad esso. Quest’ultimo fatto si attua solo quando, con energia animica, il contenuto dell’anima si condensa in certo modo in se stesso. Solo allora esso diventa qualcosa che è possibile guardare oggettivamente. Durante un tale procedimento psichico però ci si avvede che, fra l’organizzazione corporea fisica e quel quid che, mercé gli esercizi, se ne è distaccato, s’interpone qualcos’altro.

Se si vogliono dare nomi a tali cose, purché non vi si ricolleghino ogni sorta di fantasie, ma s’intenda con essi esclusivamente quello che si è caratterizzato qui, si possono usare i nomi divenuti comuni nella cosiddetta letteratura teosofica. Lì, quell’alcunché in cui il sé vive come un elemento indipendente dall’organizzazione corporea è chiamato corpo astrale. E quello che si presenta fra il corpo astrale e l’organismo fisico è chiamato corpo eterico (col che, naturalmente, non è affatto da pensarsi all’etere della fisica moderna). Dal corpo eterico originano le forze mediante le quali il sé si rende atto a trasformare il contenuto soggettivo della coscienza ispirativa in una percezione oggettiva.

Ora, con quale diritto – si potrebbe a buona ragione chiedersi – l’iniziato è indotto a riferire una tale percezione ad un mondo spirituale soprasensibile e non la ritiene invece come un prodotto del suo sé? Non ne avrebbe alcun diritto se non ve lo costringesse con necessità oggettiva, per la sua stessa legge interiore, il corpo eterico che egli sperimenta nel proprio divenire psichico. E così è. Il corpo eterico è sperimentato come un confluire di tutte leleggi universali del macrocosmo. Importante è che all’iniziato risulti evidente, per conoscenza diretta, che il corpo eterico altro non è se non una immagine concentrata della legge cosmica, una immagine che riflette in sé tutte le leggi del mondo. La conoscenza del corpo eterico non indica all’iniziato quale parte, nel complesso di tutte le leggi universali del mondo, una tale immagine rifletta, ma gli indica di che natura essa sia.

I dubbi legittimi che la coscienza ordinaria può sollevare sull’indagine spirituale sono, fra molti altri, anche i seguenti. Si possono osservare i risultati di questa indagine (come si trovano esposti nella letteratura attuale) e si può dire: quello che voi descrivete come contenuto della conoscenza soprasensibile si rivela, più da vicino, solo come una combinazione di rappresentazioni ordinarie prese dal mondo dei sensi. Così effettivamente è (anche nelle descrizioni dei mondi superiori che io stesso ho fatto nella mia Teosofia e nella mia Scienza occulta, non si trovano altro, così sembra, che combinazioni prese dal mondo dei sensi. Per esempio l’evoluzione della terra vi è descritta mediante combinazioni di entità di calore, luce, ecc.).

Ma a ciò è da rispondersi quanto segue. L’iniziato che vuole descrivere le sue esperienze, è costretto ad esprimere ciò che ha sperimentato in una sfera soprasensibile coi mezzi della rappresentazione sensibile. Per cui non si deve pensare che la sua esperienza sia adeguata ai mezzi da lui usati per esprimerla: si deve tener conto che l’iniziato si serve di questi mezzi d’espressione come delle parole di un linguaggio a lui necessario. Non bisogna cercare il contenuto della sua esperienza nei mezzi d’espressione, ossia nelle rappresentazioni materiali, ma nel modo con cui egli si serve di questi mezzi di espressione. La differenza fra la descrizione di un iniziato ed una fantastica combinazione di rappresentazioni sensibili, consiste effettivamente soltanto nel fatto che le combinazioni fantastiche originano da un arbitrio soggettivo, mentre le descrizioni dell’iniziato  si fondano sulla viva esperienza delle leggi soprasensibili, da lui conseguita mercé gli esercizi.

Qui è anche da ricercarsi la ragione per cui tanto facilmente le descrizioni dell’iniziato possono venire fraintese. Infatti non conta veramente molto che cosa egli dice, ma come lo dice. Nel come sta il riflesso delle sue esperienze soprasensibili. Se qualcuno obiettasse che allora quello che l’iniziato dice non avrebbe alcun rapporto diretto col mondo usuale, bisognerebbe fargli notare che il modo di descrivere dell’iniziato è effettivamente sufficiente per spiegare praticamente il mondo sensibile alla luce di una sfera soprasensibile e che per un esame reale dei dati trasmessi dall’iniziato, è richiesta la comprensione del divenire sensibile del mondo.

Si potrebbe anche sollevare un’altra obiezione: si potrebbe chiedere che cosa hanno a che fare le asserzioni dell’iniziato col contenuto della coscienza abituale, la quale non potrebbe certo controllarle. Ma questo punto, in linea di principio, è sbagliato. Per fare indagini nel mondo soprasensibile, per ricercarne i dati, è necessaria all’anima quella condizione che può essere conseguita solo mediante gli esercizi descritti. Ma non per un controllo. Per un controllo è sufficiente, comunicato che l’iniziato abbia le sue esperienze, la spregiudicata logica abituale. Questa potrà riconoscere, in linea di principio, che se quello che l’iniziato dice è vero, allora il divenire del mondo e della vita diventa comprensibile nel suo svolgimento sensibile. Come si considerino dapprima le esperienze dell’iniziato, non è importante. Si possono scorgere in esse delle ipotesi, dei principi regolatori (nel senso della filosofia kantiana). Ma purché esse siano applicate al mondo sensibile, già si vedrà che questo, nel suo divenire, conferma in pieno tutto quanto l’iniziato asserisce. (Ciò vale naturalmente solo in linea di massima: nei particolari, evidentemente, le asserzioni dei cosiddetti iniziati possono contenere gli errori più gravi).

Una nuova esperienza si presenta all’iniziato, se gli esercizi vengono ulteriormente proseguiti. Questo progresso consiste nell’essere l’iniziato, dopo aver conseguito la percezione di se stesso, in grado di sopprimerla mediante un’energica forza di volontà. Egli deve poter ancora liberare l’anima da tutto quanto è stato conseguito come effetto di esercizi che poggiano sul mondo sensibile esterno. Le rappresentazioni simboliche sono combinate da rappresentazioni sensibili. Nella conoscenza ispirativa l’attività del sé in se stesso è bensì libera dal contenuto dei simboli, ma è pur sempre una conseguenza di esercizi eseguiti sotto il loro influsso. Se dunque la conoscenza ispirativa avrà già prodotto un diretto rapporto fra il sé ed il mondo soprasensibile, allora si potrà anche cercare di conseguire una pura percezione di questo rapporto. E ciò può avvenire mediante un’energica soppressione della percezione del sé, precedentemente conseguita.

Dopo questa soppressione, o il sé si troverà di fronte al vuoto, e in tal caso gli esercizi dovranno essere continuati oppure esso si troverà posto di fronte all’essenzialità del mondo soprasensibile ancora più direttamente che non nella coscienza ispirativa. In  quest’ultima ci si presenta solo il rapporto fra un mondo soprasensibile e il sé: invece, nel tipo di conoscenza che ora vogliamo caratterizzare, il sé è totalmente escluso. Se si volesse usare, per questa condizione dell’anima, una espressione adeguata alla coscienza ordinaria, si potrebbe dire: la coscienza ormai sperimenta se stessa come una scena sulla quale un contenuto soprasensibile essenziale non viene rappresentato, ma rappresenta se stesso (nel mio volume L’iniziazione, ho chiamato questo tipo di conoscenza conoscenza intuitiva: col che assolutamente dobbiamo prescindere dal normale concetto di intuizione che intende indicare un contenuto di coscienza sperimentato direttamente col sentimento).

Mediante la conoscenza intuitiva, il rapporto in cui l’uomo si trova in quanto anima, rispetto alla propria organizzazione corporea, si trasforma interamente per l’osservazione animica interiore diretta. Alla facoltà di percezione spirituale, il corpo eterico si presenta in certo modo come un organismo soprasensibile differenziato. Ed i suoi elementi differenziati si riconoscono come coordinati, in un determinato modo, agli elementi dell’organizzazione fisico-corporea. Si avverte il corpo eterico come primario ed il corpo fisico come una sua riproduzione, come secondario. L’orizzonte della coscienza appare determinato dall’azione ordinatrice del corpo eterico. Il coordinamento dei fenomeni, su questo orizzonte, risulta effettuato dai differenti elementi del corpo eterico, in modo unitario. Alla base del corpo eterico sta il complesso di tutte le leggi del cosmo: alla base dell’unitarietà della sua azione sta la tendenza a riferirsi ad un quid, come a un punto centrale. E immagine di questa tendenza all’unità è il corpo fisico. Così quest’ultimo si rivela come espressione dell’Io cosmico e il corpo eterico si rivela come espressione della legge macrocosmica.

Quanto è stato esposto qui diventerà più evidente quando si sarà parlato di un fatto speciale della vita animica interiore. Ciò avverrà a proposito della memoria. L’iniziato, mediante lo scioglimento del sé dall’organizzazione corporea, sperimenta il ricordo in modo diverso da quanto non lo sperimenti la coscienza ordinaria. Per lui la memoria, che altrimenti è un processo abbastanza indifferenziato, si suddivide in diversi momenti. Dapprima egli si sente spinto verso un’esperienza da ricordarsi, come quando l’attenzione è rivolta in una determinata direzione. Qui l’esperienza è realmente analoga al volgersi dello sguardo su di un oggetto distante, che prima è stato veduto, da cui poi si è distolto lo sguardo e a cui nuovamente ci si rivolge. L’essenziale qui è che l’esperienza tendente ad essere ricordata, viene sentita come  un alcunché che è rimasto distanziato, sull’orizzonte temporale e che non viene semplicemente sollevato dalle profondità della vita sub-animica.

Questo rivolgersi ad un’esperienza che tende a essere ricordata, è dapprima un processo meramente soggettivo. Ma quando poi il ricordo si presenta realmente, allora l’iniziato sente che è la resistenza opposta dal corpo fisico, il quale agisce come corpo specchiante, a sollevare l’esperienza al mondo oggettivo della rappresentazione. In tale modo l’iniziato, nel processo mnemonico, sente dapprima un divenire (osservabile soggettivamente) che si svolge entro il corpo eterico, il quale poi diventa un suo ricordo solo in quanto viene rispecchiato dal corpo fisico. Il primo fatto del processo mnemonico dà perciò soltanto esperienze sconnesse del sé. Poi ogni ricordo diventa parte delle esperienze dell’Io, in quanto viene rispecchiato mercé la sua immersione nella vita del corpo fisico.

Da ciò risulta evidente che l’iniziato, nella sua esperienza interiore, giunge a riconoscere che alla base dell’uomo sensibile sta un uomo soprasensibile. Egli cerca di ottenere una consapevolezza di questo uomo soprasensibile, non attraverso deduzioni e speculazioni fondate sul mondo immediatamente dato ma trasformando lo stato dell’anima, cosicché questa si sollevi dalla percezione del sensibile ad una reale partecipazione ed esperienza del sovrasensibile. In tal modo egli perviene al riconoscimento di un contenuto animico che si rivela più ricco, più pieno di quello della coscienza ordinaria. Dove poi tale strada conduca, questo veramente lo si può soltanto accennare, perché una esposizione particolareggiata esigerebbe un’opera più ampia.

L’interiorità dell’anima diventa per l’iniziato un che di produttivo, un che di formativo, nei confronti di ciò che costituisce la singola vita umana del mondo fisico. E questo elemento produttivo mostra di avere realmente intessuto nella propria esistenza le forze non di una sola vita ma di molte vite. Quella che noi possiamo concepire come reincarnazione, come ripetizione della vita terrena, diventa qui una osservazione reale. Ché l’esperienza del nucleo interiore della vita umana mostra che questo stesso è una risultante di personalità umane connesse tra loro. E queste possono essere sentite soltanto in un rapporto temporale. Una personalità successiva si mostra sempre come il risultato di un’altra. Nel rapporto fra l’una e l’altra personalità non v’è continuità: anzi, il loro rapporto è tale che si esprime in esperienze successive, le quali sono separate da intervalli di esistenza puramente spirituale. I periodi di tempo in cui il nucleo spirituale essenziale dell’uomo è stato incarnato in una organizzazione corporea fisica, si distinguono, per l’osservazione animica interiore, da quelli della vita soprasensibile in quanto per i primi l’esperienza del contenuto animico appare proiettata sullo sfondo della vita fisica, mentre per gli altri appare immersa in un indistinto divenire soprasensibile.

In rapporto alla cosiddetta reincarnazione, non si doveva, in questa sede, offrire null’altro che una specie di colpo d’occhio su una prospettiva apertasi in seguito alle considerazioni precedenti. Chi ammetta la possibilità, per il sé umano, di trasfondersi nel nucleo essenziale soprasensibilmente intuibile, non troverà neppure incomprensibile che, ad un ulteriore sguardo entro un siffatto nucleo essenziale, il suo contenuto si riveli differenziato e che, mercé questa differenziazione, all’occhio spirituale risulti una serie di forme di esistenza trascorse nel passato. Che queste forme di esistenza portino in se stesse le loro date, può risultare comprensibile per analogia alla memoria ordinaria. Anche un’esperienza che si presenta alla memoria ordinaria, porta infatti in sé la sua data.

La vera memoria retrospettiva delle forme di esistenza passate, basata su un rigoroso autocontrollo, è per altro una mèta ancora assai distante dalla disciplina iniziatica che abbiamo descritto: grandi sono le difficoltà per la vita animica interiore prima che tale memoria sia conseguita senza restrizioni. Tuttavia tale mèta si trova sul diretto proseguimento della via conoscitiva ora descritta. Qui ho voluto innanzi tutto registrare, per così dire, alcuni dati di esperienza dell’osservazione animica interiore. Perciò ho descritto in tal senso anche la reincarnazione. Ma questa si può anche documentare teoreticamente. E ciò è stato fatto nella mia Teosofia, nel capitolo Reincarnazione dello spirito e destino. Lì ho cercato di mostrare come certi risultati della scienza moderna, pensati fino alle loro estreme conseguenze, portino ad accogliere l’idea della reincarnazione per l’umanità.

A chi voglia prendere in considerazione l’intera natura dell’uomo, risulta da quanto precede che la sua entità può essere comprensibile, se la si considera come il risultato della cooperazione di quattro elementi: l’organizzazione corporea fisica, il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io che si elabora negli elementi precedenti e si manifesta mediante il rapporto fra il nucleo essenziale e l’organizzazione fisica. Nell’ambito di questa mia relazione non è possibile procedere ad un’ulteriore suddivisione di queste quattro manifestazioni vitali dell’uomo intero (qui si dovevano solo mostrare i fondamenti dell’indagine spirituale: il resto ho cercato di esporlo, metodicamente, nella mia Iniziazione e, sistematicamente, in Teosofia e nella Scienza occulta).

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

I FONDAMENTI PSICOLOGICI DELL'ANTROPOSOFIA…

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I FONDAMENTI PSICOLOGICI DELL’ANTROPOSOFIA E LA SUA POSIZIONE RISPETTO ALLA TEORIA DELLA CONOSCENZA (*)

Rudolf Steiner

Sia detto innanzi tutto senza riserve che quella che si è usi chiamare scienza dello spirito, già per quanto riguarda il concetto di conoscenza, solo difficilmente può essere messa sullo stesso piano di quella che oggi sembra essersi affermata come l’idea di scienza e conoscenza, idea che è stata tanto ricca di benedizioni per la civiltà umana, e che indubbiamente continuerà anche in futuro ad esserlo.

Gli ultimi secoli hanno portato a considerare come scientifico tutto ciò che può essere senz’altro dimostrato, sempre e da tutti, mediante l’osservazione, l’esperimento e la loro elaborazione da parte dell’intelletto umano. Inoltre dai dati scientifici si deve escludere tutto ciò che presenta un significato solo nell’ambito delle esperienze soggettive dell’anima umana.

Non si potrà negare che il concetto filosofico di conoscenza si sia già da molto tempo adeguato all’atteggiamento scientifico ora caratterizzato. Ciò risulta con la massima chiarezza dalle disamine, in uso all’epoca nostra, sull’oggetto di una possibile conoscenza umana, e sui limiti che questa conoscenza deve riconoscere come suoi.

Sarebbe superfluo qui voler documentare una tale affermazione, dando un abbozzo di tutti gli studi fatti oggi dalle varie filosofie. Queste presuppongono tutte che il concetto del processo conoscitivo sia da determinarsi mediante il rapporto dell’uomo col mondo esterno: e che poi, sulla base di questo concetto, si possano delineare i contorni di ciò che è raggiungibile su base scientifica. Per quanto diverse possano essere le varie correnti gnoseologiche, purché si prenda in sufficiente considerazione la caratteristica di cui sopra, si potrà scoprire nella detta caratteristica il lato comune di tutte queste correnti filosofiche.

Ora, il concetto di conoscenza della scienza dello spirito è tale che sembra contraddire a quanto è stato caratterizzato ora. La scienza dello spirito intende la conoscenza come un qualcosa che non risulta direttamente dall’esame del rapporto fra l’uomo e il mondo esterno.

Sulla base di dati sicuri della vita dell’anima, la scienza dello spirito crede di poter affermare che la conoscenza non sia qualcosa di compiuto, di conchiuso, ma sia fluida e suscettibile di sviluppo. Crede di poter additare, dietro alla sfera della normale cosciente vita dell’anima, un’altra sfera in cui l’uomo può entrare. Ed è necessario sottolineare che con quest’altra sfera della vita dell’anima non si intende quella che oggi si è soliti designare come subcoscienza.

La subcoscienza può essere oggetto dell’indagine scientifica: da un punto di vista degli usuali metodi di indagine, essa può diventare oggetto di esame, come lo sono gli altri fenomeni naturali ed animici. Ma la subcoscienza non ha nulla a che fare con quella condizione dell’anima di cui intendiamo parlare qui. In questa condizione l’uomo vive altrettanto cosciente e con altrettanto controllo logico, quanto entro l’ambito della coscienza ordinaria.

Solo che questa condizione deve prima prodursi, mediante determinati esercizi, mediante determinate esperienze dell’anima. Non si può senz’altro premetterla, come un dato dell’entità umana: in questa condizione dell’anima si manifesta quello che può essere designato come un ulteriore sviluppo della vita animica umana: in questo ulteriore sviluppo, però, il controllo di sé e gli altri segni distintivi della vita cosciente non vengono meno.

Ora io vorrei prima caratterizzare questa condizione dell’anima, e poi mostrare che quanto in essa si consegue può essere inserito nei concetti conoscitivi del nostro tempo. Mio primo compito sarà dunque di descrivere, sulla base di un possibile sviluppo dell’anima, i metodi della corrente spirituale di cui qui si tratta. Questa prima parte della trattazione potrà chiamarsi:

.

I

Un metodo scientifico spirituale

fondato su determinati possibili fatti psicologici

Quanto andremo esponendo è da intendersi come una serie di esperienze dell’anima, attuabili purché nell’anima umana si producano determinate condizioni. E solo dopoché siffatte esperienze dell’anima saranno descritte, si potrà provarne il valore conoscitivo.

Si tratta di intraprendere quella che possiamo designare come una disciplina dell’anima.

Innanzi tutto si dovranno considerare da un punto di vista nuovo i contenuti dell’anima a cui normalmente si attribuisce solo un valore di immagini della realtà esterna. Nei concetti e nelle idee, l’uomo intende per lo più avere un quid che possa riprodurre o almeno significare ciò che sta al di fuori di tali concetti o idee.

Ma chi fa indagini spirituali, nel senso inteso qui, cerca dei contenuti animici che, pur essendo simili ai concetti e alle idee della vita ordinaria, o dell’indagine scientifica, non vengono da lui scelti per il loro valore conoscitivo, per il loro riferimento ad alcunché di oggettivo: bensì egli fa vivere questi contenuti nella sua anima come forze attive.

Li immerge, per così dire, come semi spirituali nel terreno della vita dell’anima, e attende con tranquillità assoluta che essi esplichino la loro azione su di essa. Così egli può osservare che, mediante il ripetersi di esercizi siffatti, la costituzione dell’anima effettivamente si muta: sia detto esplicitamente che quello che conta qui è il ripetersi dell’esercizio.

Infatti non è che nell’anima, mediante un contenuto concettuale, si attui un processo conoscitivo, come avviene solitamente: bensì, nella vita dell’anima, ha luogo un divenire reale. In questo divenire i concetti non operano come elementi conoscitivi, ma come forze reali: la loro azione si fonda sul fatto che la vita dell’anima viene ripetutamente afferrata sempre dalle stesse forze. E un tale effetto sull’anima non si ottiene essenzialmente mediante l’esperienza concettuale ma mediante la ripetuta azione sull’anima delle medesime forze.

A tale scopo si fanno perciò in genere, per un periodo di tempo abbastanza lungo, delle meditazioni sempre sul medesimo contenuto, le quali vengono ripetute in determinati momenti. La durata della meditazione non ha molta importanza. Può anche essere breve, purché si svolga nella quiete assoluta dell’anima e nel totale isolamento di questa da tutte le impressioni del mondo esterno e da tutta la consueta attività intellettuale. Quello che conta è l’isolarsi dell’anima in se stessa col contenuto di cui si è parlato.

E ciò sia detto esplicitamente, in quanto deve essere chiaro che, intraprendendo siffatti esercizi, l’andamento ordinario della vita non deve essere per nulla turbato. Per questa disciplina, ogni uomo normalmente ha a sua disposizione il tempo necessario. E il mutamento che essa produce, se esercitata correttamente nella vita dell’anima, non influisce affatto sulla struttura della coscienza necessaria all’uomo per una vita normale (che poi talvolta, a causa della loro stessa natura, gli uomini esagerino o facciano stranezze e ne consegua un danno, non può mutare per nulla la nostra visione sulla cosa stessa).

Per un siffatto trattamento dell’anima, i concetti consueti non sono in linea di massima molto usabili. Tutti i contenuti concettuali che si riferiscono spiccatamente a qualcosa di oggettivo situato fuori di loro, hanno uno scarso effetto per gli esercizi in questione. Sono invece da prendersi in particolare considerazione quelli che possiamo designare come concetti simbolici, come simboli. E utilissimi sono quelli che si riferiscono, in modo vivo e denso di sviluppi, ad un contenuto molteplice.

Buona per questa esperienza è per esempio quella che Goethe chiamava l’idea della pianta primordiale. Di questa pianta pianta primordiale egli tracciò una volta, in occasione di un suo colloquio con Schiller, con pochi tratti, un’immagine simbolica. E disse anche che chi fa vivere nella sua anima questa immagine, trova in essa qualcosa che permette di concepire, mediante legittime modificazioni, tutte le possibili forme di piante, tutte le forme vegetali che portano in sé la possibilità dell’esistenza. Qualunque cosa si pensi sul valore conoscitivo oggettivo di una siffatta simbolica pianta primordiale, se come si è detto, la si fa vivere nell’anima, se si attende tranquillamente l’effetto della sua azione sulla vita dell’anima, allora ecco che subentra quella che possiamo chiamare una disposizione mutata dell’anima.

Le rappresentazioni simboliche che la scienza dello spirito ritiene utilizzabili per questo scopo, potranno talvolta apparire assai singolari. Da un tale fatto però si può prescindere, se si riflette che tali rappresentazioni non devono essere prese, come di consueto, per il loro valore di verità, bensì se si tiene conto che esse operano sull’anima come forze reali. Chi fa indagini spirituali non dà valore a quello che questi simboli significano, ma a quello che, per loro influsso, si sperimenta nell’anima. Naturalmente qui si possono dare solo pochi esempi di simboli in tal senso efficaci.

Si pensi per esempio, in immagine, all’entità umana, in modo che il rapporto fra la natura inferiore dell’uomo, affine all’animale, e l’uomo stesso quale essere spirituale, venga espresso simbolicamente mediante la figura di un animale a cui sovrasta una figura umana altamente idealizzata (per esempio mediante una figura simile al centauro). Quanto più immaginativamente e denso di contenuto è il simbolo, tanto meglio è. Questi simboli, nelle condizioni sopra menzionate, operano sull’anima in modo che questa, trascorso che sia un tempo sufficientemente lungo, sente in se stessa rafforzarsi, mettersi in moto e vicendevolmente illuminarsi i processi vitali interiori.

Un simbolo antico, adatto allo scopo, è il cosiddetto caduceo, ossia l’immagine di una retta intorno a cui si svolge una curva a spirale. Occorre veramente rappresentarsi questa immagine come un sistema di forze: come se lungo la retta scorresse un un sistema di forze, a cui corrispondesse nella spirale, secondo determinate leggi, un altro sistema, di velocità relativamente minore (in concreto, si può aiutarsi rappresentandosi la crescita del fusto di una pianta e il germogliare lungo di esso delle relative foglie; oppure l’immagine dell’elettromagnete. Similmente possiamo anche rappresentarci l’immagine dell’evoluzione umana: le facoltà che si sviluppano nella vita sono simboleggiate dalla retta e la molteplicità delle impressioni corrisponde alla spirale).

Particolarmente significative possono essere le figure matematiche, in quanto vi si possono vedere dei simboli di processi universali. Un buon esempio è la cosiddetta curva del Cassini con le sue tre varianti: la forma simile all’ellissi, la lemniscata e la forma che consiste di due rami interdipendenti. In questo caso quello che conta è di far vivere in sé l’immagine, in modo che il passaggio da una forma all’altra, effettuato secondo leggi matematiche, corrisponda nell’anima a determinati sentimenti.

A tali esercizi se ne aggiungono altri. Anche questi consistono in simboli, che però corrispondono a rappresentazioni da esprimersi in parole. Si pensi alla saggezza che vive e opera nell’ordinamento del mondo, simboleggiata dalla luce. E si pensi alla saggezza che si manifesta nell’amore sacrificale, simboleggiata dal calore generato in presenza della luce. Si pensino delle parole coniate su tali rappresentazioni, che abbiano perciò solo un carattere simbolico. L’anima può abbandonarsi ad esse nella meditazione.

Il successo dipende in sostanza dal grado di tranquillità e di isolamento che l’uomo raggiunge nell’anima mediante l’immersione in un tale simbolo. Il successo consiste nel sentire l’anima come sollevata fuori dall’organizzazione corporea.  Subentra in essa come una trasformazione del suo senso dell’esistenza. Come nella vita normale l’uomo sente la sua vita cosciente unitaria specificarsi secondo le rappresentazioni derivate dalle percezioni dei singoli sensi, così in conseguenza di questa disciplina, l’anima si sente pervasa da un’autoesperienza i cui elementi mostrano confini meno netti che non, per esempio, le rappresentazioni dei colori e dei suoni entro l’ambito ordinario della coscienza.

L’anima ha l’esperienza viva di potersi ritirare in una sfera della vita interiore di cui va debitrice al buon successo degli esercizi e che, prima che fossero stati intrapresi, era un vuoto, era un alcunché di impercepibile. Prima che si possa raggiungere una tale esperienza interiore, hanno luogo nell’anima vari mutamenti. Uno di questi è annunziato da un notevole prolungarsi – ottenuto con l’esercizio – del momento in cui l’uomo si desta dal sonno.

Allora egli è in grado di sentire chiaramente che da un quid, prima ignoto, penetrano ora nella struttura dell’organizzazione corporea delle forze ben determinate. Egli sente, come in una rappresentazione mnemonica, l’eco dell’azione esplicata da questo quid, durante il sonno, sull’organizzazione corporea. Se poi l’uomo acquista anche la facoltà di sperimentare un siffatto quid dentro la propria organizzazione corporea, allora gli risulta evidente che il rapporto  fra questo quid e il corpo è diverso durante la veglia e durante il sonno. Allora egli non può dire se non che questo quid durante la veglia sta dentro al corpo e durante il sonno sta fuori. Non bisogna però connettere questo fuori e questo dentro con le consuete rappresentazioni spaziali: bensì bisogna designare per loro mezzo le esperienze specifiche che l’anima fa, quando abbia compiuto la sopra menzionata disciplina.

Gli esercizi sono di natura intimamente animica, e per ogni uomo si configurano in forma individuale. Principiati che siano, l’individuale risulta da una determinata prassi dell’anima che ne deriva. Ma quella che si manifesta con assoluta necessità è la positiva consapevolezza di una vita situata in una realtà che, rispetto all’organizzazione corporea esteriore, è autonoma e di natura soprasensibile. Per semplificare, chiameremo iniziato chi aspira a siffatte esperienze dell’anima.

L’iniziato si trova di fronte alla precisa consapevolezza, sottoposta ad esatto controllo, che alla base dell’organizzazione corporea sensibilmente percepibile sta un mondo soprasensibile, e che in quel mondo è possibile sperimentare se stesso, come alla coscienza normale è possibile sperimentare se stessa entro l’organizzazione fisico-corporea. Qui possiamo solo accennare in linea di principio a tali esercizi. Un’esposizione particolareggiata di essi si trova nel mio libro L’iniziazione.

Mediante un adeguato proseguimento degli esercizi, questo quid ora caratterizzato, passa ad una condizione in certo modo organizzata spiritualmente. Allora alla coscienza risulta evidente di essere in rapporto con un mondo soprasensibile come, mediante i sensi, essa è in rapporto conoscitivo col mondo sensibile. E’ ben naturale che gravi dubbi possano sorgere riguardo l’asserzione di un tale rapporto conoscitivo fra la parte sovrasensibile dell’entità umana ed il mondo sovrasensibile circostante. Si può tendere a relegare tutto quanto in tal modo si sperimenta, nella sfera dell’illusione, dell’allucinazione, dell’autosuggestione, ecc.

Naturalmente, una confutazione teorica di siffatti dubbi deve essere in fondo impossibile. In questa sede infatti non può trattarsi di una discussione teorica intorno all’esistenza, o meno, di un mondo soprasensibile, ma solo di possibili esperienze e percezioni che si presentano alla coscienza proprio nello stesso modo come si presentano le percezioni trasmesse dagli organi di senso esteriori. Non si può perciò raggiungere per il mondo soprasensibile nessun altro genere di cognizioni se non quello che l’uomo ha del mondo dei colori e dei suoni.

Bisogna però tener presente che se si fanno questi esercizi correttamente, e soprattutto senza che mai l’autocontrollo venga meno, la diversità tra la rappresentazione del sovrasensibile e la percezione di esso risulta per esperienza diretta con altrettanta certezza quanta ne risulta, nel mondo dei sensi, tra la rappresentazione di un ferro rovente e un ferro rovente toccato realmente. Proprio riguardo al divario fra allucinazione, illusione e realtà sovrasensibile, l’iniziato, coi suoi esercizi, acquista una pratica quanto mai infallibile. Naturalmente però,  l’iniziato deve andare cauto, e deve essere altamente critico nei confronti di ogni sua osservazione soprasensibile.

Ed effettivamente non si deve mai parlare di risultati positivi dell’indagine sovrasensibile, se non con la seguente riserva: sono state fatte delle osservazioni e la critica, esplicata al riguardo con ogni cautela, autorizza a supporre che chi sia in grado, mediante esercizi adeguati, di mettersi in rapporto col mondo sovrasensibile, farà anch’egli le medesime osservazioni. Che poi, nelle comunicazioni fatte dai diversi iniziati possano presentarsi delle differenze, ciò non può spiegarsi se non analogamente a quando dei viaggiatori diversi danno notizie differenti intorno ai luoghi che hanno visitato e descritto.

Nel mio libro L’iniziazione, accordandomi con la consuetudine di coloro che si sono rivelati iniziati nel medesimo campo, ho chiamato mondo immaginativo quel mondo che, nel senso ora descritto, emerge sull’orizzonte della coscienza. Questo termine, però, usato esclusivamente in senso tecnico, non è assolutamente da confondersi con quanto potrebbe alludere ad un mondo puramente immaginario. Qui il termine immaginativo sta solo ad indicare la qualità del contenuto animico. Nella forma, questo contenuto animico è simile alle immaginazioni della coscienza ordinaria: solo che, nel mondo fisico, un’immaginazione si riferisce ad un reale sensibile: mentre le immaginazioni dell’iniziato sono da attribuirsi altrettanto univocamente ad un reale sovrasensibile. Il mondo immaginativo e la sua conoscenza però, sono solo un primo passo sulla via dell’iniziazione. Per mezzo loro si può sperimentare soltanto il lato esterno del mondo soprasensibile.

Occorre ora fare un altro passo, il quale consiste in un approfondimento della vita dell’anima oltre quanto è stato effettuato col primo passo. Concentrandosi rigidamente sulla vita che gli si presenta nell’anima per opera dei simboli, l’iniziato deve ora acquistare la facoltà di allontanare totalmente dalla sua coscienza il contenuto dei simboli. Mediante una specie di astrazione reale, il contenuto rappresentativo deve ora essere eliminato, e solo la forma dell’esperienza deve permanere. In tal modo il carattere simbolico irreale della rappresentazione, che ha un significato per l’evoluzione dell’anima solo come stadio di transizione, viene rimosso: ora la coscienza prende come oggetto di meditazione l’attività interiore stessa dell’anima. Quello che di un tale processo è possibile descrivere, è, rispetto all’esperienza reale dell’anima, come una debole ombra rispetto all’oggetto che la proietta. Quella che dalla descrizione risulta come una parvenza dell’esperienza reale, acquista il suo significativo effetto tramite la forza impiegata.

La vita così suscitata nell’interiorità dell’anima, può essere chiamata una reale autopercezione. In essa l’interiorità umana impara a conoscersi, non soltanto mediante la riflessione su se stessa, come veicolo delle impressioni dei sensi e della elaborazione concettuale di esse. Bensì il sé impara a conoscersi come esso è, senza alcun riferimento ad un contenuto sensibile: sperimenta sé in se stesso come realtà sovrasensibile. Questa esperienza non è come la consueta auto osservazione dell’Io, nella quale l’attenzione viene distolta dal mondo conosciuto e riflessa sul sé conoscente. In tale caso per così dire si restringe sempre più nel punto dell’Io. Ma non è così per l’autopercezione reale dell’iniziato. Nel corso degli esercizi il contenuto dell’anima si arricchisce in lui sempre più e vive secondo determinate leggi: il suo sé non si sente estraneo alla rete di queste leggi, come lo è per le leggi naturali, estratte dai fenomeni del mondo circostante.

In questa fase della disciplina può presentarsi il pericolo che chi la esercita, a causa dell’insufficienza di un vero controllo di sé, creda troppo presto di aver conseguito il giusto risultato e senta allora come vita interiore quella che non è che una reminiscenza delle rappresentazioni simboliche. Naturalmente ciò è senza valore e non deve essere scambiato per la vera vita interiore che si presenta  al momento giusto, che è veramente riconoscibile a chi consideri che, sebbene essa manifesti una realtà piena, tuttavia non assomiglia a nessuna realtà precedentemente nota.

(*) Dagli Atti del IV Congresso Internazionale di Filosofia – Bologna 1911, Vol. III, pag. 224-227.

(Continua…)

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

L'EDIFICIO

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Un piccolo, cattivo intervento, che potrebbe interessare pochi lettori, se non fosse per la sintomaticità trattata.

La storia, davvero insignificante, è questa: premesso che su Facebook non mi ci troverò mai, qualche volta ho sfogliato la pagina di Sigwart, di Scienza dello Spirito e poche altre cose. Trovo una certa correttezza nelle suddette.

Sotto l’immancabile e suggestiva fotografia del Goetheanum, oltre a 48 assensi di piacere (in effetti la foto è buona) lessi questa breve nota che riporto. M.M. scrisse: “chi può osservare e cogliere la sua bellezza, trasforma la propria anima attraverso lo sguardo che magicamente plasma una realtà che altrimenti rimarrebbe nell’oscuro come nostalgia incompresa”.

Se si parte dal presupposto che il nostro popolo sia composto da poeti (e navigatori) e che la positività sia la disciplina dell’anima più facile del mondo, non potrei aggiungere altro!

Invece leggo anche righe meravigliate dell’ubicazione dell’Edificio (sì, è vicino a Basilea e lontano da Kuala Lumpur), nessuna perplessità circa la non-architettura della facciata posteriore, né sulla pessima collocazione museale delle poche cose rimaste (es: i medaglioni planetari), né qualcosa sullo sconcio (sì, lo sconcio!) dell’ubicazione dell’unico manufatto spiritualmente vivo, ossia della grande composizione lignea, posta con divina intelligenza e purezza d’animo in una buca, per non sottolineare il tradimento architettonico di buona parte del pianterreno – tedesco sì, antroposofico no, nemmeno formalmente – .

Rudolf Steiner - Mozilla Firefox

L’Edificio viene a risultare un vistoso guscio della cui grandezza e creatività artistica rimane solo ciò di quanto è stato riprodotto dal bozzetto e da alcune indicazioni del Dottore (nemmeno queste eseguite fedelmente).

Pare quasi che l’effimero superficiale sia lo strutturale duraturo: ecco l’antroposofia che piace: vaghe impressioni, generiche piacevolezze. Roba che nemmeno i primitivi…

Su quanto scrivo, i vecchi antroposofi ne sapevano molto e molte furono le furenti polemiche in tal senso…poi ci mettiamo una pietra sopra che fa comodo per chi rimane.

Naturalmente i “bollettini” riportarono sempre e solo  gli entusiastici commenti, secondo il vizietto delle “democrazie popolari”.

Ancora oggi vecchi visitatori che vengono da molto lontano, dimenticano una vita di studio e disciplina (o forse proprio per questo) e scoppiano riprovevoli e vivaci alterchi.

Io ho assistito al tentativo di un anziano americano, ormai paonazzo, di strozzare (sì, avete letto bene) la guida all’edificio. Un caro amico svizzero mi ha confermato che le esplosioni di indignata delusione non sono rare.

Perché succede questo, moralisti spiritualeggiadri dei miei stivali?

Perché, ognuno al suo livello, percepisce la mancanza di ciò che dovrebbe esserci, oltre la splendida maschera della facciata.

Se poi uno ci va beato e contento e ritorna beato e contento, avrebbe potuto non andarci, risparmiando, nella sua beatitudine, fatica e denaro: beato era anche prima e può accontentarsi delle foto (suggestive) per essere contento.

Poi, se invece si è capaci di percepire qualcosa, si prolunghi l’itinerario e ci si rechi alla cattedrale di Chartes. Essa è posta su una collina, già sacra al tempo dei Druidi, su cui è possibile darsi una ripulita all’anima, facendo silenzio e contemplando.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA FESTA D'AUTUNNO

autumn

Ci siamo introdotti attraverso la soglia di San Giovanni nell’elemento infuocato (quest’anno, a onor del vero, alquanto bagnato) dell’estate il 24 Giugno.

Ora penetriamo i misteri legati all’autunno passando per la porta di  San Michele, il 29 settembre.

Il giorno di San Michele cade in un periodo divenuto incolore e privo di festività per il mondo moderno.

La liturgia cattolica, dopo la Pentecoste, sfila le domeniche con monotonia,  la vita esteriore si cruccia tra evasioni e rientri.

All’esaurimento di questo viavai ecco apparire l’equinozio di autunno: un gran vuoto triste… dalle mie parti con il grande vento e le foglie che cadono: molte foglie d’alberi e non poche foglie di… imposte mal fissate.

Ma questo vuoto, un po’ prima, è stato un crogiolo dove bollivano  e si calcinavano i rifiuti della immane solforizzazione che, in estate, debordava dalla natura.

Feste severe ma belle contrassegnano la presenza di Mikael nel cielo d’autunno:

– festa della condensazione delle forze della natura nelle spighe raccolte e nell’uva vendemmiata,

– festa di penitenza per l’uomo (Yom Kippur), d’interiorizzazione e di rientro in se stessi.

La circolarità dell’anno non deve rimanere incompleta e portare con sé vuotaggine o svista sul suo perimetro: mentre fuori la luce decresce, gli uomini debbono (dovrebbero) celebrare la luce interiore che rinasce in loro.

Questa luce è una presa di coscienza che mostra l’alta figura dell’Arcangelo solare che punta verso le profondità un gladio del tutto particolare.

Fuori, nel mondo, le meteore saturano l’atmosfera di un apporto metallico, di cui sarebbe di riconoscerne l’importanza: il ferro meteoritico, emesso non dalla terra ma dal sole.

Verso dentro, questa pioggia di ferro dona al sangue il supporto necessario affinché il coraggio sappia tornare nel cuore dell’uomo.

Egli – Volto del Signore – può allora ritornare nell’uomo: nella chiarità del pensiero cosciente, riprendendo la sfera in cui stava insediandosi il dragone sulfureo.

Il coraggio morale di trovare entro sé la luce, nel mezzo delle tenebre della vita e del mondo, può venire a noi nel tempo di San Michele più che in altri momenti dell’anno.

Comunque ciò che chiamiamo “via di Michele” è via trascendente: va verso l’Essere che trascende, nell’infinito, spazio e tempo: per l’asceta ogni attimo può essere l’immisurabile che incontra la forza di Michele.

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

DAI COLLOQUI CON ECKERMANN

 Goethe

Parva selecta:

J. W. von Goethe

DAI COLLOQUI CON ECKERMANN

A settantacinque anni non si può fare a meno di pensare talvolta alla morte. Questo pensiero mi lascia del tutto tranquillo perché ho la ferma convinzione che il nostro spirito sia un essere di natura indistruttibile, sempre operante di eternità in eternità: simile al sole, il quale solo ai nostri occhi mortali sembra tramontare, ma che effettivamente non tramonta mai e continua invece a splendere senza fine.

§

L’uomo deve percorrere diversi gradi: e ciascun grado porta con sé le sue particolari virtù e i suoi errori: i quali, nell’epoca in cui si producono, si devono considerare conformi a natura, e in qualche modo giusti.

Nel grado successivo, l’uomo è divenuto un altro: più nessuna traccia delle prime virtù e difetti, ma al loro luogo sono subentrati altri modi e altri trasmodamenti. E così via, sino all’ultima trasformazione: dopo la quale non sappiamo quello che saremo.

§

La capacità di ammettere il Superiore è molto rara, e nella vita ordinaria è quindi sempre bene di tenersi tali idee per sé, o scoprirne soltanto quanto è necessario per essere di qualche vantaggio agli altri.

§

Nel mezzo della vita di un uomo si produce generalmente una svolta: e come nella gioventù tutto gli andava a seconda e tutto gli riusciva, ora, ad un tratto, tutto si cambia, e una disgrazia succede a un sinistro, una sciagura ad una sventura.

Ma che cosa penso in proposito? Che è necessario che quell’uomo perisca!

Ogni uomo straordinario ha una certa missione che è chiamato a compiere. Quando l’ha compiuta, non è più necessario che egli duri sulla terra in quella forma, e la Provvidenza lo impiega a qualche altro fine.

Ma poiché in questo mondo tutto procede per via naturale, così i dèmoni gli dànno uno sgambetto dopo l’altro, talché alla fine egli viene sopraffatto.

Così accadde di Napoleone e di molti altri: Mozart morì a trentasei anni e Raffaello alla stessa età; Byron visse soltanto un poco di più.

Ma tutti avevano perfettamente assolta la loro missione ed era tempo che se ne andassero, così che anche agli altri rimanesse qualcosa di duraturo da compiere.

§

Ogni produttività veramente alta, ogni intuizione importante, ogni scoperta ogni grande idea che reca frutti e conseguenze, non è in dominio degli uomini e sta, sublime, sopra ogni potenza terrena.

Doni del genere l’uomo li riceve solamente dall’alto, e sono da riguardare come puri figli di Dio, che egli deve accogliere con liete azioni di grazie e deve adorare.

Tali doni sono parenti di quel Demonico il quale fa dell’uomo, prepotentemente, ciò che gli piace ed al quale l’uomo si arrende senza saperlo, mentre si illude di agire per proprio impulso.

In questi casi l’uomo è da riguardare piuttosto come uno strumento di un alto governo del mondo, come un eletto vaso riconosciuto degno d’accogliere un influsso divino.

Dico ciò considerando come spesso un’idea abbia dato un’altra fisionomia a secoli interi: come singoli uomini con l’opera loro abbiano impresso alla loro età un’impronta che restò riconoscibile anche nelle generazioni seguenti e che continuò ad operare beneficamente.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SULLA PSICOLOGIA DELLA FRASE (Conf. di R. Steiner)

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Presento agli amici lettori questo breve stralcio del Dottore. Esso è piuttosto semplice ma ricco di osservazioni che ogni buon ricercatore potrebbe giustificatamente approfondire. Poiché lungo la strada della conoscenza si incontrano inciampi di tutti i tipi. A dire il vero, il discepolo della via dei Nuovi tempi dovrebbe essere abbastanza capace di evitare la magia soporifera su cui si pone l’attenzione di Steiner: perché il discepolo della Scienza spirituale si educa al pensiero in piena autonomia.

Così dovrebbe essere ma poi l’osservazione del reale mostra quanto spesso l’educazione del pensiero sembra mancare, e ciò accade dove non dovrebbe accadere: pare che una mistica malia stia vigile alle porte della coscienza pronta a fermare il pensiero o intricandolo in una tela di veti e contro veti. L’ortodossia che, per paura, teme l’eresia, è solo un serio guasto nell’organo del pensiero: se il pensiero non pensa a fondo, affonda. Se affonda rimangono i luoghi comuni e con essi si campa nelle paludi della falsità.

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di Rudolf Steiner

Sulla psicologia della frase

Si assumerebbe certamente un compito ragguardevole chi volesse intraprendere un’esauriente descrizione della potenza delle “frasi fatte”. Vi sono poche cose al mondo che operano altrettanto suggestivamente e con effetti così misteriosi.

Quel che più importa è che la “frase fatta” è sulla bocca di tutti: ognuno la pronuncia con una certa importanza, senza accompagnarla con alcun pensiero, e in modo altrettanto scevro di pensiero, ognuno l’ascolta con altrettanta importanza.

Basta che colui che parla, come colui che ascolta, sia ben persuaso del peso di quelle parole. Al tempo stesso deve apparire stolto chi chieda il senso della “frase fatta”: poiché così facendo, ne distruggerebbe l’effetto. E dovrebbe di necessità distruggerlo: poiché, naturalmente, un senso la “frase fatta” ce l’ha.

Semplicemente perché ogni parola ha un senso in bocca a chi la usa per primo in una certa connessione. L’effetto, però, non risiede nel senso della “frase fatta”, ma in qualcosa che col senso non ha nulla a che vedere.

Un uomo politico intelligente usa una parola. Questa, nel complesso della sua argomentazione, ha senso e piena giustificazione. Ora si dà il caso che, nel Paese a cui quell’uomo politico appartiene, per un certo tempo in ogni discorso politico s’incontri quella frase. Quando il primo uomo politico intelligente ne ha fatto uso, essa agì in modo elettrizzante, perché illuminata dal resto del discorso. Ma a quel senso non pensano più affatto gli innumerevoli altri che pronunciano la stessa frase.

Bismarck tiene un discorso autorevole: un discorso che è un’azione politica. Egli dice: “Noi tedeschi temiamo Dio e null’altro al mondo”. Queste parole hanno un senso nel contesto del suo discorso. Ma continuano ad essere usate. Diventano “frase fatta”. Possiamo risentirle in innumerevoli altri discorsi. E possiamo benissimo promettere una mancia competente a chi, in quelli innumerevoli altri discorsi, trova un senso in quelle parole. Eppure la massima parte di quei discorsi dovrà l’effetto che produce, alla circostanza che l’oratore abbia adoperato quelle parole.

Si può tranquillamente affermare che una frase deve perdere il suo significato prima di diventare “frase fatta”. Perché la gente nulla ama quanto le frasi: e nulla le riesce ostico quanto l’intenderne il senso. Gli organi della favella sono animati da un’enorme smania di attività: gli organi del pensiero sono i più pigri che un organismo possieda. Gli uomini vogliono parlare assai e pensare pochissimo. Perciò occorrono molte “frasi fatte” che producano forti effetti senza obbligare a pensare.

A chi sappia osservare la fisionomia degli uomini potrà capitare spesso di assistere a un fatto di questo genere: due si intrattengono tra loro; cercano di intendersi in modo sensato, e così continuano per un certo tempo. Ad un tratto, ad uno di essi questa sensatezza viene a noia. Gli salta in mente una “frase fatta” con la quale può metter fine alla conversazione. Allora su ambedue i visi si esprime la gioia di poterla finire. La “frase fatta”, priva di senso, pone termine a una lunga conversazione, forse tutt’altro che insensata.

Una lontana somiglianza con la tendenza ad agire mediante “frasi fatte” ha la mania di corroborare le asserzioni con le citazioni. Per lo più le citazioni non hanno senso, perché adoperate fuori del contesto originario. Ne troviamo per ogni dove: sopra bandiere, monumenti, portoni di casa, articoli di fondo, teste di pipa, bastoni da passeggio, ecc. Il leggere quelle citazioni ci spinge ogni volta a dimenticare il senso che hanno avuto all’origine.

Con tutto ciò, non voglio dir nulla contro i luoghi comuni, né contro l’uso delle citazioni. Perché spesso i modi di dire più spiritosi provengono dall’impiegare una citazione in senso contrario a quello originale. Sarebbe nondimeno istruttiva una raccolta di osservazioni sul modo in cui agiscono le “frasi fatte”. Chi scrivesse questo capitolo della psicologia popolare potrebbe prendere due piccioni ad una fava: perché scriverebbe al tempo stesso un brano notevole di un altro capitolo della dottrina dell’anima, dal titolo: La spensieratezza della gente. L’uso delle “frasi fatte” rivela nel modo più chiaro quanto la gente cerchi di evitare di pensare.

Vi sono giornalisti che erigono tutta la loro esistenza su questa qualità delle masse. Scrivono, diciamo, tutte le settimane, un articolo che contiene qualche parola atta a esser ripetuta otto giorni di seguito. Con ciò i lettori hanno per otto giorni il mezzo di parlare di una cosa senza far uso dei loro pensieri. Ad ogni occasione ornano il loro dire con l’ultimo motto del giornalista X. Molti giornalisti possono registrare grandi successi solo perché possiedono l’arte l’arte di coniare parole che, oltre il loro senso, hanno in sé anche qualcos’altro che esercita una azione suggestiva, che le fa agire quando sono state spogliate del loro senso. La psicologia della “frase” dovrà investigare che cosa sia questo “qualcosa” che residua quando da una frase si è distillato il senso, e che ha poi la forza magica di rendere quella frase una potenza che domina gli uomini. Questa psicologia della frase sarà un contributo importante alla psicologia delle masse.

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Nota: non potendo rintracciare il probabile ciclo di conferenze a cui quanto sopra appartiene, indico la provenienza: Antroposofia, rivista mensile di scienza dello spirito – Anno I – N. 1. Gennaio 1946.

SCIENZA DELLO SPIRITO

OSSERVAZIONI

Cannoni_Miramari

Ora che Eco ha terminato di pubblicare gli scritti di Massimo Scaligero e di Rudolf Steiner, che comunque possono essere riletti negli archivi dedicati di questo blog, permettetemi di esprimere alcune impressioni in sostanza molto semplici su questi brevi saggi che, tra le carte che possiedo in disordine, mi sembravano importanti  per il contenuto e perché erano testi scritti.

Ho sempre considerato gli Scritti, per molti versi, più importanti di altre cose: certamente la vivacità, in questi, è smorzata o addirittura non esiste, ma essi altresì non dipendono da contingenze e dagli interrogativi di qualche singola anima. Essi sono stati curati e prodotti per tutti i lettori o almeno per tutti i ricercatori che provano interesse per i percorsi della Scienza dello Spirito, sebbene un po’ meno per chi in questa cerca emozioni di qualunque tipo.

Poi non è secondario il fatto che gli scritti i quali discendono da una fulgida visione spirituale possano essere pensati dai lettori, anzi lo scopo del veggente che abbia avuto la capacità ed il permesso di scrivere è sostanzialmente questo: che ogni sua parola possa venir pensata, che ogni nesso tra questa e quella possa offrire da guida a fare altrettanto: ciò diventa un movimento meditativo nostro, che si dipana nella nostra anima: il suo pensiero diventa nostro pensiero, perché possiamo volerlo in libertà e piena consapevolezza. E se per lui lo scritto è esperienza spirituale tradotta in pensieri interconnessi in modo particolare, così – in perfetta chiarità – possiamo risalire il suo percorso. Una caratteristica del pensiero è di non essere qualcosa che uno possiede solo per sé medesimo. Il pensiero è universalmente condivisibile.

Mentre li trascrivevo per Eco, ho osservato, quasi a posteriori (potete credermi, poiché ero in primo luogo attento alla trascrizione, lavoro che a dirla tutta mi è faticoso) che, in realtà, Steiner e Scaligero, seppure in maniera diversissima, non si rivolgevano affatto al lettore onnivoro, al “turista (spirituale) per caso”, ma a tipologie animiche non proprio comuni (secondo la terminologia di Evola: differenziate), comunque, in un certo qual modo, particolari.

Come spesso accade all’impressione dei lettori, il linguaggio del Dottore, poiché incurante delle ortodossie terminologiche, sembra forse più semplice, mentre quietamente apre le porte alle conoscenze più elevate – più ardite – che possano essere avvertite sul limitare del pensiero sveglio e consapevole. Certo, Egli invita a prestare la massima attenzione verso tutte le facoltà dell’anima, ma per poter fare ciò è necessario che l’indagatore non ne sia in queste sommerso: dunque è bene vivere appieno i moti dell’anima ma è al pari importante procurarsi la forza per poterli contemplare in assoluta indipendenza.

Scaligero sfida, nei quattro scritti presentati, la difficoltà di offrire i mezzi per comprendere la situazione in cui si trova immancabilmente il pensiero ordinario, sia esso esotico o esoterico, il suo limite e dunque il modo per il suo trascendimento. Operazione non facile, perché il lettore non può non usare se non il livello di pensiero che dovrebbe superare: la comprensione di tale superamento – possibile a tutti ma difficile a molti – è uno dei motivi della ripetitività di alcuni concetti fondamentali che riappaiono costantemente nella lettura dei suoi scritti.

Scaligero, come ho già evidenziato in una noterella precedente, si rivolge agli esoteristi di qualsiasi appartenenza o scuola per svegliare in essi l’idea di una priorità epistemologica ed operativa ignorata, nonostante la loro passione: che molte volte si avverte geniale, impetuosa, ma che essi credono venire dalle profondità della tradizione abbracciata: una splendida audacia “naturale” che diviene, proprio a causa del pensiero discorsivo che l’avvolge, il limite che andrebbe eroicamente superato.

Eppure, almeno a mio parere, non è soltanto la Scienza spirituale ad unire nell’essenza tali grandi figure, non sono solo i contenuti, ma anche il rapporto che c’è o potrebbe esserci tra questi ultimi ed i lettori.

Senza pregiudizi è facile notare ciò che non c’è: ambedue trattano di esperienze spirituali, di realtà operative senza darsi alcuna pena per quanto vive nel contingente sensibile quando esso si riflette nell’anima, mentre informano l’indagatore su quali possono essere le vie da intraprendere al massimo delle forze. Fondamentalmente si appellano all’impulso alla trascendenza.

Permettetemi un siparietto che già in sé spiega qualcosa. Mi è stato raccontato da un amico che, andato un giorno a incontrare Scaligero, questi, appena esauriti i saluti, impassibilmente gli chiese ragguagli sulla salute del suo gatto. Avuta risposta (il gatto stava benissimo), Scaligero continuò ponendo domande su cose di tenore più o meno simile. Ottenute monosillabiche e stupite risposte in merito, Scaligero con più vivacità esclamò: “Ma allora oggi possiamo parlare di spirito!”. Poi, mantenendo un lieve umorismo raccontò qualcosa della valanga di frattaglie settimanali postegli sul tavolo dai tanti deferentissimi amici.

Morale della storiella è che se le condizioni del gatto o di ogni altra cosa si presentano come il prius interiore, diventa impossibile concedere se stessi ai momenti di disciplina, questa iniziando da una lettura in pensieri desti di un testo spirituale e che poi potrebbe giungere fino alla contemplazione. Itinerario impossibile per chi non riesce a dominare le sue preoccupazioni e le banalità che sempre infesteranno l’anima: abbiano pur esse una giustificazione o siano frutto di fantasia: c’est toujour la même chose.

In questo genere di cose Scaligero si è mostrato (quasi sempre) molto paziente, compassionevole e gentile. Anzi, ho potuto constatare che, se nel tempo qualcuno deludeva la propria potenzialità di ascesi, verso costui aumentava in Scaligero la gentilezza. Del resto chi fu presente e desto in quegli anni alle riunioni settimanali potrà convenire circa la sua santa capacità di incamerare in alte tematiche domande che forse avrebbero imbufalito anche Sorella Mitezza.

Più severo fu il suo Maestro, il dott. Colazza, capace (a fronte di certi incontri e domande) di rimanere in silenzio per due o tre minuti per poi indicare con il massimo risparmio di parole, la porta d’uscita (nell’estrema decadenza animica dei giorni nostri, tale modo di comportamento apparirebbe incivile ed insensibile). Colazza, per tutta la vita, in quanto dedicata all’antroposofia, randellò senza patemi anche amici carissimi e di gran caratura (ho copia di lettere personali che lo confermano) quando questi scivolavano in ciò che per lui era uno dei grandi nemici della Scienza sacra: il sentimentalismo spiritualistico.

Non a caso, tra le costanti accuse che gli furono sempre rivolte dai sodali della Società, capeggiava il suo rarefatto menzionare il Cristo e l’amore.

Negli scritti di Scaligero che avete letto su Eco avete trovato – nonostante le difficoltà contingenti – una formula essenziale che, sulla via di Michele, va dal pensare al Logos.  Tutto qua? Infatti, cosa volete che ciò sia per chi ha un ego di gran taglia? L’ascesi attiva è proprio quello che sembra interessare pochissimi tra i pochi. Gli altri sconigliano via lesti. E questa non è solo una sensazione: dovreste vedere come diminuiscono i lettori interessati!

Passiamo oltre: sulla stessa linea, Steiner è ancora più sintetico: nel titolo del suo quarto saggio trovate tutto l’essenziale: “Coraggio e paura dell’anima”: tutte le vicende singole, i drammi attraversati da ognuno, si contendono il campo della vita interiore, a qualsiasi livello, tra ciò che questi due termini significano per l’intera entità umana ed il suo destino.

Aggiungo che, contrariamente alla comune abitudine interpretativa, il coraggio e la paura non sono, all’origine, sentimenti, ma potenze sovrapersonali.

E’ sempre una questione di livello: Steiner e Scaligero scrivono di operazioni interiori, esperienze e realizzazioni che sono difficili o difficilissime, che però possono essere intuite ed è dunque anche possibile, per ogni essere umano, afferrarne il senso per poi ad esse tendere o rifiutarle.

In questo tendere o rifiutare gioca anche la libertà umana: dunque la scelta, quale possa essere, mi pare comprensibile, onestamente accettabile, non fosse altro, per il rispetto dovuto al dharma del singolo.

Provo un rispetto – sacro – per la figura metafisica – incarnata o disincarnata – di ogni essere umano: è lo sfondo reale che, di fatto, stempera di molto le asperità dei giudizi che non mancano in queste righe.

Però, fate ancora uno sforzo per seguirmi. Nemmeno so a che possano servire – non i miei articoletti, sciapi e rozzi – i brevi e densi saggi dei Maestri che avete finito di leggere su Eco.

Perché parlo così? Perché non li si vuole, perché urtano, perché offendono quelli che imbrogliano le carte, perché disturbano chi vorrebbe trasformare a propria misura – piccina e bislacca – l’Opera e l’Insegnamento di Steiner e Scaligero ( vengo a sapere che vi sono pure gli sciocchi ai quali i contenuti interessano assai poco o niente rispetto al dedurre che potrebbero essere solo tentativi di contrapposizione. Santiddio! A cosa? Va a sospettare che pure i Maestri siano, in qualche modo “arroccati e unilaterali” con la “sindrome di Fort Alamo”!).

Però è involontariamente vero un aspetto, colto da tale indecenza d’anima storta: sono di per sé praticamente opposti a ciò che viene esposto e trangugiato nelle mense collettive dello spiritualismo diffuso (confuso). Su tale piano sono incomprensibili. Fanno paura.

Esiste inoltre un problema a cui non si è abituati: nel comune comprendere, il compreso entra senza grandi difficoltà nell’archivio della memoria: è un processo naturale e lecito. Con le comunicazioni riguardanti lo spirituale le cose cambiano: chi legge può comprendere logicamente lo scritto, i cui nessi interni però scompaiono, come per magia, nel ricordo. Rimane il sentimento dell’aver compreso ma una corretta riproduzione in retti pensieri è impossibile.

Da qui il giudizio sbagliato che fa dire che “Steiner è facile e Scaligero è difficile”. Mentre semmai è vero il contrario.

I Nostri hanno scritto in tempi diversi, osservate ad esempio come, agli inizi del XX secolo il Dottore avvertiva ben poco il pericolo dialettico: non era una priorità che andava affrontata per le anime dell’epoca. Poi il Tempo galoppa ed il verbale astratto (dopo la II Guerra mondiale) afferra la coscienza umana ed è contro questa nullificazione che principia l’insegnamento di Scaligero (credo che ora, dopo solo poco più di trent’anni, Scaligero stesso si esprimerebbe già  diversamente). Comunque egli, vedendo l’incapacità degli antroposofi e dell’umano generale, di risalire oltre la forma delle descrizioni e delle conseguenti impressioni, a dir poco primitive (nei Paesi di lingua tedesca fioccarono grafici o persino artistiche stampe riassumenti tutta l’evoluzione cosmica, dall’antico Saturno in poi e testi riassuntivi facilitati), elaborò un linguaggio che porta alla massima tangenza l’esperienza interiore nel modo della forma. Ciò sfugge, e di solito non resta nulla nel cervello fisico: la “difficoltà” di cui tanto si ciancia risale all’incapacità di volere il pensare, che non è un prodotto della materia e nemmeno una sorta di eco vocalica. Occorre muovere il pensiero, ossia tendere a sperimentare.

Il comune “ricordare”, nel campo in cui si tratti di Spirito, fa un male della malora: lo si estrae dalla corporeità contaminato da molto del buio che c’è in questa (l’odio del doppio arimanico). Poi ci si domanda del perché degli eterni contrasti personali che fanno da sfondo fisso tra discepoli, magari della medesima scuola. E’ del tutto possibile che impiegando più energia nei processi conoscitivi e nel lavoro di ascesi questi scontri si esaurirebbero per motivi di lavoro e di livello.

*

E qui, scusate, passo ad altro tema:  chiedo, seppure nella contingenza delle cose del mondo dove si scambiano sempre apparenze per sostanze, se per caso  mi è forse stato proibito esprimere al minimo un giudizio? Chi non me lo permette? Dovrei infilarmi in testa e in bocca una mordacchia per non urtare la dogmatica orba di Tizio o Caio?

Il giudizio, non proprio positivo, che ho espresso su parenti di Scaligero, beninteso per quanto si svolse in tempi successivi alla sua scomparsa, ha infuriato molti. Vi sono state pressioni un tantinello ardite (forse eccessi di buona volontà per farmi convertire a conversioni verso cui non convergo): tutta roba ridicola, spero, e che tengo in nessun conto .

Tali reazioni ad un’opinione fondata, se non fosse altro, sulle tombali parole di Scaligero, che si vogliono dimenticare o non tenere in alcun conto, dimostrano almeno in parte l’assennatezza dell’iconoclastia che mi si contesta.

Sembrano esserci, nel panorama antroposofico, figure che sono intoccabili, che se le sfiori con un pensiero che non sia di devota adesione, sei condannabile per blasfemia! Già quello che dissi, in semplice onestà, ovvero che sulla signora berlinese sospendevo ogni giudizio mentre ero rimasto basito dalla scolastica simil-guenoniana dei suoi difensori, ha sollevato il polverone della “lesa maestà” e volgari critiche su quanto mai avevo né pensato né scritto ma che mi sono state cucite addosso da chi mi fu amico fin l’altro ieri e che ora, per motivi a me estranei, pare traboccare di avversione distillata.

Ragazzi, documentatevi con cuore ed intelletto: e scoprirete che i migliori discepoli di Steiner furono quelli che seppero mantenere una ferma (persino feroce!) autonomia e capacità critica nei  confronti suoi e delle discipline sino a quando la loro stessa esperienza confermò le indicazioni del Dottore e la sua grandezza: ma è questione di autonomia interiore, di intuirne il valore. Se questa manca parlo al vuoto.

Però il polverone è conturbante e potrebbe essere esaminato alla luce delle abbondanti indagini del dottor Freud riguardanti le pulsioni verso das Mutter  più che con i mezzi della Scienza dello Spirito. Comunque, a chi sta davvero fuori dalle beghe di bottega, pare piuttosto che si tratti di un fenomeno di antroposofismo misticizzato e inchiodato, ridotto (pure quello!) a chiesismo, chiesismo ruzzolato nei settarismi esasperati dove ricerca e conoscenza sono astrazioni dissacrate, ammazzate e ben  sepolte. Ho potuto constatare nel nostro Paese, un po’ dappertutto, come tante anime intrise di cattolicesimo (e pure da ismi di lega inferiore), scivolino senza alcun mutamento interiore verso ammaestramenti scientifico-spirituali: il risultato è un ircocervo che trasmette il peggio del primo nei secondi.

Si è giunti ad un punto tale di ipogeica bassezza che chi ascoltò per molti anni il verbo della saggezza, oggi irride chi sa meditare nella propria stanza o, se volete, nella sua yurta o nel teepee (all’aria aperta, probabilmente, il giudizio non cambierebbe) snaturandone la realtà come se chi medita contemplasse inebetito il proprio ombelico. Però vige ancora e sempre la speranza che arrivi qualcuno che sia portatore di una rinascenza, come un vento di freschezza giungente magari da Berlino o da Singapore. Che arrivi da fuori e da lontano. Mi dispiace.

Così l’Io che si è, anche se non pare molto, viene sempre lasciato indietro: certamente sembra che non abbia dato granché… eppure nel lungo termine una incrollabile dedizione e una grandissima pazienza a opera dell’Io cosciente sarebbero già il miracolo che non arriva mai quando lo si cerchi fuori e a caso. Se si attinge al coraggio di guardare la situazione come essa sia, senza fantasie consolatorie, non dovrebbe essere impossibile realizzare quanto la via sia stata percorsa poco e male. E chi, sedotto da nebbie mistiche o  da viziate svogliatezze, ha svolto poco e male il compito, con quale diritto sfrutta la dabbenaggine della gente?

Piuttosto pare che l’idea dell’azione si traduca, a conti fatti, nel fare da appassionati campioni degli “occultologi fuori di testa” (termine felice apparso sui quotidiani nazionali) e dei volponi venditori di corsi di puzze fritte. Questa è l’azione? Ma va?

Lettori interdetti si chiederanno in cosa queste ultime righe abbiano a che vedere con gli scritti di Steiner e Scaligero: potrei rispondere: poco o molto o niente del tutto: dipende dal punto d’osservazione.

Molto di questo ambaradan –  certo malamente – di cui ho scritto, si presenta come parte del quadro che davanti alla conoscenza (Steiner) o nell’esperienza (Scaligero) non dovrebbe neppure esistere: adesione alle fantasie della psiche e fede in ciò  che è il rifiuto o l’oblio della conoscenza o esperienza che, in alcuni momenti in talune figure, forse almeno come direzione, inizialmente ci furono. Oggi però costoro paiono ricordare ciò che resta dopo aver bevuto a garganella dalla spumeggiante acqua del Lete.

Il pensiero della testa, nel vero esoterismo, non è sufficiente. I sentimenti della zona mediana, nel vero esoterismo, non sono sufficienti. Mentre cercare costantemente in altro ciò che urge nell’Io è il capovolgimento dell’assunto apicale della moderna Scienza dello Spirito.

A meno che non risulti una strutturale incapacità di discriminare tra ego e Io, tra anima e spirito. Allora si sparano continue bordate contro l’uno o l’altro solo per questioni di carattere, che, per analogia è soltanto la carta, la confezione e non l’oggetto. Con quale metro si invalida tutto? E dietro una sottile facciata di comprensione o accondiscendenza  più falsa di Giuda, vedi tutti i colori umorali che si sventagliano: dal risentimento per passare all’antipatia sino al livore ed all’avversione più radicale.

Il nocciolo del problema  resta sempre una questione di livello: rigorosamente distinto e distintivo rispetto alla sfera in cui si esplica il proprio inutile monologo discorsivo, vuoto di morale poiché consistente nella brama moralistica di riversare il proprio modo di sentire nelle altre anime. Genericamente, i detrattori grandi e piccini della via del pensiero (nonché i finti estimatori), mancano di disciplina interiore, né conoscono neppure l’ombra di cosa sia il volere super-personale. Questo lo scrivo con sicurezza certa: so che è così (ne uscirebbe un trattato). Sono intontite frange di pupari e pupi: corrotti dalla lunga frequentazione (fornicazione intrecciata) di personalismo e antroposofismo. Così tutto va ridotto al corpo morto della  scienza dello spirito subordinata ai propri fini.

Con le chiacchiere si è così lontani dalla vera Scienza dello Spirito che nemmeno si concepiscono le esperienze che il ricercatore trova lungo il cammino interiore che – santa pazienza! – è davvero un cammino su gradini illuminativi di percezione verso il riequilibrio degli eteri presso il cuore: da dove ascende in quieto, gioioso e inarrestabile impeto la potenza cosmica del Logos: mahâkâly ânanda.

E’ la forza che fluisce nel centro come nelle lontananze: si sperimenta quasi oltre la più intima realtà di noi stessi come essa sia l’illimitata portatrice di salvezza, redenzione e trasformazione dell’uomo e del mondo sin dentro la mineralità di questi: giungere ad essa è azione vera, tentare di giungere ad essa è azione vera:  le discipline portano l’operatore ascetico ben oltre i limiti e i luoghi conosciuti dagli uomini ma non ci mondano interamente dalla nostra infamia quotidiana. Perciò, alla fine è la Forza ciò che si dona, che sboccia:  qui in Occidente possiamo chiamarla col nome antico di Misericordia divina: l’Avvocatessa che interviene a salvare l’anima dal giudizio schiattante degli Dei.

Le discipline che investono tutto l’essere divengono la retta domanda: solo alla retta domanda risponde il Cielo.

Ma anche nel suo minimo, nei più timidi vagiti, è questione di spirito, non di anima  quando e se questa viene confusa  con il calderone di istinti, vitalismi e passioncelle personali e talvolta di volgare benché astuto plagio. Che confusione, forcuti amici miei!

E’ sempre una questione di livello ma chi è prigioniero della propria anima non sa di che parlo.

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA VITA DELL'ANIMA (4° SCRITTO)

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–L’ESSERE ANIMICO NEL CORAGGIO ANIMICO

E NELLA PAURA ANIMICA

Le abitudini di pensiero ormai vigenti nella moderna conoscenza della natura sono giunte al riconoscimento di non poter fornire nella conoscenza animica alcun risultato soddisfacente. Quello che si vuole cogliere, con queste abitudini di pensiero, deve o dispiegarsi nella quiete dinanzi all’anima, oppure, se è in agitazione, l’anima stessa deve sentirsi saltar fuori da tale agitazione. Poiché, partecipare all’agitazione di ciò che viene conosciuto significa perdersi in esso, in certo qual modo sommergersi in esso.

Ma come deve l’anima afferrare se stessa in una conoscenza in cui dovesse perdersi? L’anima può attendersi l’autoconoscenza solo da un’attività in cui, passo per passo, essa conquisti se stessa.

Questa può essere unicamente un’attività che sia creatrice. Ma allora, per il conoscitore sorge subito una incertezza: egli crede di cadere nell’arbitrio personale.

Proprio a questo arbitrio nella scienza egli rinuncia.

Egli esclude se stesso e lascia dominare in sé la natura. Cerca la sicurezza là dove non può giungere col proprio essere animico. Nell’autoconoscenza non può comportarsi così. Ovunque voglia conoscere, egli deve condurre se stesso con sé. Non può perciò, sulle sue vie, trovare la natura. Perché là, dove essa lo incontrasse, egli non ci sarebbe già più.

Ma questo ci dà appunto quella sensazione che ci occorre di fronte allo spirito. Non si può attendere nient’altro se non di trovare lo spirito là dove la natura, nell’autoattività, in certo qual modo si dissolve. Là dove ci si sente tanto più forti quanto si sente di questo dissolversi della natura.

Se perciò si colma l’anima con qualcosa che più tardi si rivela simile al sogno nel suo carattere illusorio, e si sperimenta interamente l’elemento illusorio nella sua piena essenza, allora si rafforza il proprio sentire. Nei confronti del sogno, pensando, noi correggiamo la nostra credenza nella realtà del sogno stesso. Nell’attività della fantasia non si ha bisogno di questa correzione, perché non si ha questa credenza. Nell’attività meditativa dell’anima, a cui ci si dedica per la conoscenza spirituale, non ci si può accontentare della mera correzione del pensiero. Bisogna correggere, sperimentando. Bisogna creare il pensiero illusorio in una attività, ed estinguerlo poi in un’altra attività altrettanto forte.

Entro l’attività estinguente si desta poi l’altra, l’attività conoscitrice dello Spirito. Se infatti l’estinzione è reale, la forza per attuarla deve provenire da tutt’altra parte che non dalla natura. Ciò che questa può dare, si è volatilizzato nell’esperienza dell’illusione; ciò sorge durante la volatilizzazione non è più natura.

In questa attuazione deve presentarsi qualcosa che nella conoscenza della natura non entra neppure in questione: coraggio interiore. In virtù di questo si deve trattenere ciò che emerge interiormente. Nella conoscenza della natura non si vuole trattenere nulla interiormente. Ci si fa trattenere da quello che è esteriore. Non occorre il coraggio interiore. Perciò in essa lo si disimpara. Questo disimparare produce l’paura, allorché lo Spirituale deve penetrare nella conoscenza. Si ha paura di fronte al fatto di poter afferrare nel vuoto, quando non si può più tastare la natura.

Questa paura si erge alla soglia della conoscenza spirituale. E questa paura fa sì che di fronte a questa conoscenza si indietreggi. E allora si diventa creativi, anziché nell’avanzare, nel l’indietreggiare. Non si lascia che lo Spirito formi in sé una conoscenza produttiva: si inventa una logica apparente che contesti la legittimità della conoscenza spirituale. Sorgono ogni sorta di ragioni apparenti per risparmiarci di riconoscere lo spirituale, perché di fronte ad esso, angosciosamente, si indietreggia.

In luogo della conoscenza spirituale, dalla creatività che ormai si manifesta nell’anima, quando questa si ritrae dalla natura, affiora la nemica della conoscenza spirituale: dapprima il dubbio verso ogni conoscenza che sia  al di là della natura: poi, quando la paura cresce, la contro-logica che vorrebbe relegare ogni conoscenza spirituale nella sfera del fantastico.

Chi ha appreso a muoversi, conoscendo, nello Spirito, scorge spesso nelle confutazioni di questa conoscenza le più forti dimostrazioni. Gli appare infatti chiaro come il confutatore soffochi via via nell’anima la sua paura di fronte allo Spirito, e come egli in tale soffocamento produca la sua logica illusoria. Con un tale confutatore non è, dapprima, affatto il caso di discutere. Poiché la paura, che lo assale, affiora nel subcosciente. La coscienza vuole salvarsi da questa paura. Essa sente, in un primo tempo, che se sopravvenisse questa paura, sull’intero essere interiore si riverserebbe debolezza nello sperimentare.

D’altronde l’anima non può fuggire di fronte a questa debolezza, giacché la si sente ascendere dall’interiorità. Anche fuggendo essa ci accompagnerebbe ovunque. Chi progredisca nella conoscenza della natura e, dedito ad essa, debba conservare il proprio sé, sente sempre, se non è capace di riconoscere lo Spirito, questa paura. Essa lo accompagnerà se egli non vorrà sospendere, oltre alla conoscenza dello Spirito, anche quella della natura. Nel procedere nella conoscenza della natura, egli deve in qualche modo disfarsi della paura. In realtà non lo può farlo. Perché essa si genera nel subcosciente nella conoscenza della natura. Essa vuole sempre dal subcoscio ascendere nella coscienza. Perciò lo scienziato confuta entro la sfera del pensiero ciò che non può eliminare dalla realtà del suo sperimentare animico.

E questa confutazione è un illusorio strato di pensieri posti sopra la paura subcosciente. Il confutatore non ha trovato il coraggio di lottare nella vita meditativa contro l’elemento illusorio dove avrebbe dovuto estinguere l’illusione per giungere alla realtà spirituale. Perciò egli insinua in questa, ora emergente, sfera della sua vita animica, le ragioni apparenti della confutazione. Esse placano la sua coscienza: non sente più la sua paura, pure permanente nell’essere subconscio.  

Il rinnegamento del mondo spirituale è un voler fuggire di fronte al proprio essere animico. Ma ciò rappresenta una impossibilità. Si deve restare in se stessi. E poiché pur fuggendo non si può fuggire se stessi, si cura, nel procedere della fuga, di non vedere più se stessi. Avviene però, animicamente, con tutto l’essere umano, quello che avviene con l’occhio quando viene affetto da cataratta. Allora l’occhio non può vedere. Si è ottenebrato in se stesso.

Così si ottenebra colui la sua anima che confuta la conoscenza dello Spirito. Egli opera questo offuscamento mediante le ragioni illusorie nate dalla paura. Evita la sana illuminazione dell’anima: si crea un malsano ottenebramento dell’anima. Il rinnegamento della conoscenza dello Spirito ha la sua origine in una specie di malattia catarattogena dell’anima.

Così, in ultima analisi, si viene ricondotti all’intima forza spirituale dell’anima, allorché si vuole investigare la giustificazione della conoscenza spirituale. E la via ad una tale conoscenza può essere percorsa soltanto mediante il rafforzamento dell’anima.

L’attività meditativa dell’anima, preparatrice della conoscenza dello Spirito, è una graduale vittoria dell’anima sulla «paura di fronte al vuoto». Ma questo vuoto è soltanto un «vuoto della natura», entro il quale può rivelarsi «la pienezza dello spirito», se la si voglia cogliere. E in questa «pienezza dello spirito», l’anima non si immerge con l’arbitrio che le è proprio quando è attiva, mediante il corpo, nell’esistenza naturale: essa vi si immerge quando lo Spirito le mostra il volere creatore, di fronte al quale l’arbitrio sussistente unicamente all’interno dell’elemento naturale si dissolve così come la stessa natura.

*

Rudolf Steiner

LA VITA DELL'ANIMA. Scritti di Rudolf Steiner, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

L'AMORE PER LO SPIRITO

 Medit e mirac

Nel terzo volume di Introduzione alla Magia quale Scienza Dell’Io edita dai Fratelli Bocca nel 1955, testo complessivo rimaneggiato da J. Evola rispetto all’originale del 1927 – 1929, a pagina 378 troviamo una nota intitolata: Appunti sul “Distacco”. L’articolo in questione è già di per sé un sintetico riassunto di quanto, nella pratica, investe anni e decenni di strenua disciplina interiore, perciò ridurlo a poche righe utili ai fini della nostra nota è impossibile (comunque è consultabile in rete nel numero di giugno 2003 dell’Archetipo). Nel suo nocciolo descrive quel lungo e pericoloso periodo in cui l’asceta, raggiunto con il silenzio e la forza–pensiero la separazione dalla comune vita psichica, realizza un’autonomia, per così dire, neutra, perché se pure parzialmente liberata dalle istanze oppressive della natura, rimane incapace di ricongiungersi alla Forza che dall’alto scende, sostiene e trasforma l’essere sino alle tenebre delle sue radici e dunque viene indicata l’opportunità (la necessità) di integrare la “ via conoscitiva” con la bhakti, ossia con “un orientamento dell’anima fervidamente trascendente”.

Proprio coloro che svolgono con dedizione e fedeltà il retto lavoro volto alla liberazione del pensiero, indissociabile dalla rianimazione della volontà pura, possono avvertire con una chiarezza che non concede alibi o fraintendimenti, l’oscura tragedia che monta nel loro essere: la consapevolezza di un limite insormontabile anche per l’io ascetico.

“Ma come”, mormoreranno i lettori più fedeli ed attenti, “Non sei tu che sottolinei sempre come anche la sola concentrazione è la via verticale e diretta dalla terra al Cielo?”. E’ vero ed è proprio così; ma nella prassi, nel tempo misurato con l’orologio della terra, è anche altrettanto vero che la strada è lunga o lunghissima. Gli strati di tenebra da superare sono tantissimi come, alla pari, esistono molti gradi o gradini di liberazione.

E durante tale tragitto, cadute, arretramenti, angoscianti stagnazioni e strazianti incapacità ci sferzano con la brutale violenza di tempeste monsoniche. Questo accade paradossalmente perché siamo (stiamo diventando) assai più forti e svegli delle legioni di robottini che intorno a noi sognano il mondo: siamo così forti da disturbare (turbare) moltissimi esseri anche quando ci limitiamo a respirare. La nostra è la fragilità (il rischio) dell’alpinista forte che s’arrampica più in alto, per altezze che fanno paura: anche alla nostra anima. Quasi fossimo Titani risorgenti avvertiamo talvolta l’eterno, lancinante dolore di Prometeo, fratello nostro.

Ho scritto: “strati di tenebra da superare” e quando li si supera? Attenti amici! Quando li si supera ci si scopre mancanti di un pezzo di quel noi stessi che eravamo prima. Avvertiamo una sottrazione e la tentazione di ripigliarci qualcosa che assomigli al pezzo perduto è fortissima essendo un istinto costituzionale. Quanti di coloro che indicano i 5 ausiliari come una panacea universale (e hanno ragione), conoscono in corso d’opera cosa viene tolto alla brama che continuativamente esige sentirsi come sensazione, sentimento e soggetto ? Poiché questa, cari lettori, è la normalità umana: la rovesciata controfigura di Corpo, Anima e Spirito.

Nel 1977, per le Edizioni Mediterranee uscì un nuovo libro di Massimo Scaligero. Il titolo, a lungo meditato, era Meditazione e Miracolo. Ero da Massimo quando, terminata la bozza, stava soppesando il titolo possibile. Con amichevole gentilezza mi rese partecipe del dilemma: “Ho pensato di intitolarlo Appello ai Disperati. Tu che ne pensi?” Io, d’istinto, arricciai il naso; Massimo vide e continuò “Non convince neppure me, dobbiamo trovargli un altro titolo”. E lo trovò.

Ho notato che Meditazione e Miracolo non è stato uno di quei testi che, come si dice, abbia fatto e faccia “furore”: mai citato, poco letto… e direi che è del tutto giusto che sia così, almeno secondo una logica di verità interiore.

Fatto salvo che chiunque potrebbe studiarlo e meditarlo con estremo profitto, è essenzialmente dedicato ai “disperati” del testo ancora manoscritto, coloro che non sognano il mondo felici e contenti ma che, aggrappati alle colonne tra la Terra e il Cielo, guardano in alto una vetta irraggiungibile e vedono in basso l’enormità della caduta: nati non per strisciare ma privi d’ali per volare liberi.

Insomma quelli che fanno (che sanno fare) gli esercizi interiori e non giustificano in alcun modo la presenza continua della propria miseria. Vige per i praticanti non illusi una contraddizione giornaliera che sembra protrarsi all’infinito: da una parte momenti di riallineamento della propria struttura complessiva, nel Silenzio, ove per attimi il pensiero si trasfigura in Potenza e talvolta squarcia il mondo sensibile nelle vivificanti e trasmutatorie forme della Luce Vivente; dall’altra l’amaro rosario di fatti e corrispondenti reazioni che dominano e polverizzano non soltanto gli assetti interiori più nobili ma persino il modesto e ordinario equilibrio dell’anima.

Possiamo chiamare col nome di “crisi” i grani di tale rosario. La crisi è l’assoluta impotenza: poiché sembra perduta ogni possibilità d’azione e le forze sono scomparse. Subentrano, sottili e pervasive, la paura e l’angoscia e anche quando queste temporaneamente sembrano placarsi, permane un fondo di disperazione. E’ un quid percepito anche dalle anime più coraggiose e pure.

Qui, imperfettamente (a modo mio), ho tentato di descrivere alcuni aspetti animici alla cui soluzione si indirizza il contenuto di Meditazione e Miracolo. Tessuti nel discorso del libro troverete una gran quantità di indirizzi operativi d’assoluta potenza (chi ha pratica di concentrazione provi, ad esempio, l’efficacia delle meditazioni estratte da immagini di fenomeni naturali dinamici come, ad esempio: “Il vento solleva i corpi leggeri”).

Tra le tante v’è una pratica che non viene percepita o forse scivola immediatamente nell’oblio. La ripropongo copiandola fedelmente dal testo: “…V’è un’altra via, ugualmente valida; se si può intuire l’azione diretta dell’Io spirituale e la sua possibilità di risolvere qualsiasi oscurità, grazie al suo assoluto dominio della Materia e perciò a fortiori dell’animico e dell’eterico, si può anche comprendere a questo punto la via della preghiera continua nel cuore. Occorre imaginare di essere nel cuore come in un tempio, in cui genuflessi s’incontra vivente il Divino e si merita di accogliere il dono della sua Forza infinita. Può essere pronunciata una preghiera continua, breve, tale da potersi ritmizzare con il respiro: la frase orante può essere divisa in due tempi, venendo accordata con l’inspiro e l’espiro.(…) La  preghiera del cuore può preparare l’evento donato dalla connessione con il Logos. Il Potere che domina la Terra può in qualunque momento entrare in azione, se l’uomo si congiunge in sé con esso.”

In queste righe Massimo Scaligero espone un possibile adattamento (ce ne sono tanti e tutti ammissibili) di una antica forma d’orazione cristiana, già in uso presso alcuni Padri del deserto e che in seguito venne trascritta in un Corpus di due compilazioni della chiesa greca con il titolo di Filocalia (da philokalìa che significa “amore del bello”). La prima consiste in una selezione di scritti di Origene curati nel 359 da Basilio e Gregorio Nazianzeno mentre la seconda, più famosa, è un’antologia di scritti mistici e ascetici che vanno dal 300 al 1400, curata da Macario e Nicodemo del monte Athos e pubblicata per la prima volta a Venezia nel 1782. In questa seconda antologia viene esposto con rigore e ampiezza di particolari l’Esicasmo (da hesychìa che significa quiete) che fonda l’opera ascetica sulla ripetizione incessante della “preghiera di Gesù”(preghiera monologica) di cui l’esempio più conosciuto è: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me”; poi vi sono diverse varianti anche più semplici e brevi. Si valuta che essa derivi dal precetto paolino “pregate senza interruzione” (Tessalonicesi 5, 17). La preghiera continua viene ritmata dal respiro e tradizionalmente inizia mormorata con la voce, poi per forza propria diviene mentale e infine “scende” nel cuore, accompagnata da fotismi (percezioni di luce) sino all’esperienza della Luce Increata Divina, detta anche Taboritica (in riferimento alla Trasfigurazione del Christo avvenuta sul monte Tabor). Storicamente la Filocalia riguardante l’esicasmo viene tradotta in slavo – ecclesiastico nel 1793 da Paisij Veličkovskij, poi in russo nel 1876 da Teofano il Recluso (sulle date le fonti sono discordi) per raggiungere poi una singolare “notorietà” mistico – letteraria con l’anonimo capolavoro: Racconti di un pellegrino russo. La prima edizione di quest’ultimo, stampata a Kazan’, praticamente introvabile, si situa negli stessi anni e anzi il testo cita la data di una Pasqua che in quel periodo cadde solo nel 1860; mentre è certa la data della seconda edizione che, corretta e completata da Teofano, è del 1881.

In Italia, dopo la pubblicazione di quattro edizioni incomplete, sotto la sensibilissima cura di Cristina Campo, nel 1973 il testo è stato pubblicato, per la prima volta in Occidente, in maniera assolutamente completa. Dall’introduzione di Cristina Campo: “…non lui prega la Preghiera, ma dalla Preghiera è pregato, non lui ne vive ma ne è vissuto, non il suo cuore scandisce le parole divine ma ne è divinamente scandito…” E’ un romanzo picaresco, un fiabesco poema e un grande trattato di ascesi spirituale: una storia di anime vive, quasi in opposta simmetria alle Anime morte di Gogol.

Vedo alquanto triste e bizzarro che gli spiritualisti europei, giustamente aperti ad accogliere la saggezza taoista e la grandezza vedantica e ora, seguendo con dubbia autonomia una certa corrente del  tempo, persino scoprenti l’elevazione nel prostrarsi nella direzione della Mecca (e, all’interno dell’edificio di Dornach, tempo fa, ascoltare compunti le fantasticherie di un Carneade islamico), sembrino non riuscire a scrollarsi di dosso quella antipatia anticristiana che, sul piano della chiara coscienza pensante, è frutto di un perdurante (e grossolano) equivoco. Equivoco in cui cadde l’imperatore Giuliano ed acuti pensatori moderni come Nietzsche ed Evola (equivoco che la loro serva di casa forse avrebbe superato con un po’ di buon senso). Tutti loro hanno coerentemente lottato contro la stoltezza e la depravazione degli uomini e delle istituzioni che nei secoli si sono dichiarate cristiane e che in realtà hanno usurpato, ottusamente o artatamente, i luoghi dell’anima preposti alla comprensione del Logos, cosmico e spirituale perciò non pertinente all’abuso, via via sanguinario o stolto, del suo Nome storico. Questa però è una valutazione bonaria che deriva dalla mia dichiarata simpatia per gli amici paganeggianti (di solito ho trovato più rettitudine e forza in chi anela alla “virilità olimpica” rispetto a coloro che si soddisfano con una conferenza o con un paio di “Credo” e di “Pater”…).

Però, gli amici neo-pagani dovrebbero pur essi praticare l’arte del risveglio per accorgersi, più prima che poi, che cercare di farsi “individui assoluti” è solo un buon esercizio per sentirsi eroici senza arrivare a niente. Poiché (e torniamo al tema della nota) anche la più possente quercia pur possedendo in germe la sua maestosità, senza il Sole e i suoi raggi rimarrebbe solo un’ipotesi di grandezza.

Il fatto è che essi sono interiormente solo adolescenti, indubbiamente dotati di nobili sentimenti ma passivamente alimentati dall’esotico semi–incomprensibile a patto che questo mantenga intatta la natura comune, comodamente trattenuti in profondità dalla paura del mutamento di cui si parla solo con parole: non si osa entrare nell’agone degli atleti dello Spirito. Non sono asceti.

L’asceta è il disperato coraggioso. Coraggioso poiché avanza nell’impossibile; disperato perché è consapevole che la sua forza è limitata anche quando cammina lungo i confini del Mondo, in territori impensabili (impraticabili) alla semi–totalità degli uomini.

Lì trova il suo severo guardiano che è lui stesso e le sue catene che sono le stesse nel buono e nel cattivo, nel dotto e nell’analfabeta, nel filosofo e nel carrettiere. Con il cuore sanguinante e con matematica chiarezza appare allora evidente la necessità di appellarsi (non per debolezza ma per slancio coraggiosissimo) ad una Forza più forte che anzi (si intuisce) dovrebbe (deve!) essere Assoluta : tale da trarre l’asceta oltre le acque infere simultaneamente annientando tutto il potere della natura inferiore, del guasto originario.

Allora sgorga, come una corrente sostanziale, la devozione vera e la preghiera; non c’è nulla di “sentimentale” in ciò! E’ quella che fluisce da Aurobindo, da Ramana, da Maître Philippe, da Madre Teresa, ecc. per il Divino. Il grande Śaņkara nel suo commento sul Brahmā–sūtra scrive: “Il conseguimento della liberazione diviene possibile tramite la conoscenza che, in verità, è frutto della grazia di Dio.” E con queste righe, riprese dalla nota di Ur citata all’inizio, chiudiamo il cerchio: “Non altro è il senso profondo dell’insegnamento cattolico (cristiano), secondo il quale solo mediante la “grazia” è possibile combattere contro il “peccato” e contro le “tentazioni”.

Se qualcuno leggendo queste righe oppure riprendendo la lettura di Meditazione e Miracolo, trova possibile avventurarsi nell’esperienza indicata della preghiera continua, non temendo d’essere salvato, potrà trovare qui appresso alcune indicazioni pratiche, utili se non fosse altro a far tacere l’io solito che s’inventa problemi immaginari per consumarci a risolverli così da “farla franca” ancora una volta.

La Via Solare è imprescindibile dall’accordo profondo del pensare con il volere che temporaneamente annienta l’ordinario sentire. La vera forza del Sentire si attua dopo la cessazione dell’attività impropria della sfera mediana. Il vero Sentire è un organo, non la cassa di risonanza per l’ego.

Il Sentire è l’organo di percezione del Divino. L’assenza di percezione del Divino è la prova diretta del guasto e dell’errore di quello che nell’assurdo quotidiano crediamo giustificare come nostro sentimento.

La disciplina di cui stiamo trattando rimanda imprescindibilmente al possesso di una capacità di realizzare una concentrazione del pensiero e della volontà e di presentire il Sacro come una realtà superiore dell’anima e del mondo.

La preghiera, tradizionalmente corta può essere semplificata ulteriormente (es: Figlio di Dio, salvami) o essere cortissima se si pronuncia soltanto il Nome. Se nella veglia o nel sonno un Messaggero vi offre la preghiera che per voi è stata formulata in Cielo, accoglietela con gratitudine e fissatela senza commenti impropri nella vostra interiorità.

Quanto dura una preghiera continua? Tutto sia molto semplice e sensato: fermatevi quando siete stanchi.

Non cercate posture mistico-ieratiche, non siete sul palcoscenico e la disciplina è interiore: l’elevazione che comporta suggerisce da sé la dignità del portamento.

Siate riposati e tranquilli: se seguite il ritmo respiratorio questo non può essere affannoso e concitato. Non sforzate in alcun modo sul respiro: se un inspiro e un espiro non bastano non modificate volontariamente il ritmo; usate piuttosto quattro fasi respiratorie.

Per chi può, esiste un veicolo più potente del respiro. Si tratta del ritmo cardiaco stesso. E’ difficile sentire il battito cardiaco: è più facile percepirlo in generale; poi, da qualsiasi zona venga percepito (in genere si tiene con le dita di una mano la vena pulsante sul polso dell’altra mano), con la pratica vi porta diritti al cuore.

Infine, conformemente all’indirizzo dato da Scaligero, se nel concentrarsi e nel meditare siete stati capaci di superare del tutto il supporto della parola e persino della forma, potreste sentire come più alto e puro uno stato di adorazione silenziosa che, quasi formandosi da sé, chiede soltanto d’essere alimentato con assoluta semplicità e silenzio.

SCIENZA DELLO SPIRITO

FINALMENTE UNA BUONA NOTIZIA!

E’ di questi giorni la notizia arrivata dall’Argentina, che il nostro amico Veeraj (a sua volta con l’aiuto di ottimi amici), può annunciare la pubblicazione del Trattato del Pensiero Vivente, già terza opera di Massimo Scaligero tradotta in castigliano.

Vi ricordiamo che Veeraj, negli ultimi anni, ha già tradotto di Scaligero, L’uomo interiore ed Il manuale pratico della Meditazione.

Per quanto sia riuscito a capire, il Trattato del Pensiero Vivente è stata probabilmente l’opera più sofferta. E’ una impresa azzardata e titanica riportare in una lingua diversa non soltanto il senso ma ancor più il ritmo concentrato, anzi meditativo di questo scritto. A ciò si sono aggiunte alcune traversie editoriali e umane, tanto per rendere più tosto lo sforzo.

Ma ora è fatta: il testo (forse più importante) è ora a disposizione dei tanti amici di lingua spagnola che soprattutto seguono l’Archetipo.

Noi da Eco, talloniamo a ruota il glorioso mensile, non certo per emulazione ma perché desideriamo che notizie come questa, che ci riempie di gioia, abbiano il maggior risalto possibile, rumoreggino come superbi tuoni.

Poi ho fiducia che lo spirito di un simile libro incontri, per virtù propria, le anime disposte ad accogliere nell’intimo l’avventura che esso indica e che si avviva con la sua lettura.

Infine ringraziamo Veeraj ed i suoi amici di Mendoza, i Responsabili dell’Archetipo e F. Giovi. Essi ci hanno permesso queste righe e la nota introduttiva al “Tratado del Pensamiento Viviente”.

***

 Prólogo a la edición castellana
sobre el autor

A lo largo de mi no muy breve vida en contacto con la Ciencia del Espíritu, -me acuerdo que leí por primera vez “La Ciencia Oculta” de Rudolf Steiner recién en la adolescencia-  encontré pronto y por casualidad, en una librería, el voluminoso texto de un italiano, cosa que, en mi opinión de aquel entonces, ya no hablaba muy bien sobre el autor. Las pocas informaciones que luego conseguí confirmaban ulteriormente mi juicio: se trataba de un discípulo de Julius Évola*, del cual había tomado posturas incluso más “preocupantes”, en fin, un comediante de la Iniciación, productor de mamarrachos donde un cierto orientalismo andaba mezclado con las fantasías evolucionistas de Steiner… y cosas por el estilo.

        Por suerte ya era capaz de separar los juicios ajenos de la experiencia directa, así que puse mucho empeño en la lectura de “La Vía della volontà solare”. Una vez llegado, con dificultad, al 2do capítulo, a duras penas, y además con el obstáculo de un lenguaje insólito y arduo, tuve (mejor dicho me encandiló) la clara intuición de que el autor hablaba soportado por el rarísimo privilegio que tiene el que conoce de lo que habla por experiencia directa. 

Luego de haber conocido y buceado a lo largo y a lo ancho por el océano de las comunicaciones sobre lo suprasensible, había sacado la desoladora conclusión de que eran muy pocos aquellos que tenían algo que decir más allá del saber académico y de la ambigua obra de copiar y trascribir textos y doctrinas precedentes. Siempre estas repeticiones se revelaban, cada vez, inferiores a los originales.

¡Qué abundancia de chantas, estafadores, médiums y locos !

¡Aptos para todos los gustos de las almas ya predispuestas en continuar en los sueños, las fantasías, y la más absoluta credulidad frente a toda barbaridad que hablara de Espíritu!

        Bueno, seguimos: empecé a buscar todo lo que Scaligero había ya escrito, que en aquel entonces todavía no era mucho. Encontré “El Hombre Interior” y “El Tratado del Pensamiento Viviente”. Confieso, en forma de auto-reproche, que pese a la breve aunque estimulante introducción del autor, el segundo texto me resultó más parecido a un breve tratado filosófico que a una indicación práctica de un camino interior.

Tal que me sorprendí mucho cuando me di cuenta que Scaligero consideraba este libro como un texto de suma importancia. De hecho, lo hizo reimprimir dos veces  en un tiempo relativamente breve.

        Tomé conciencia de la importancia del Tratado muy lentamente, no con los tiempos del intelecto, sino más bien con el ritmo de las estaciones y del crecimiento del mundo vegetal.

Pero esto no fue una desgracia, sino un bien, ya que uno no incorpora realmente tamaño escrito mientras falte todavía una puntual profundidad adentro suyo, mientras dentro de uno no exista ya al menos una pizca de conciencia de lo que realmente somos, y, claro está, no aludo a algo trascendente, sino simplemente a un conocimiento de sí mismo realista y riguroso.

        A falta de eso, ¿cómo podríamos advertir el impacto dramático de las palabras iniciales del libro: “El Yo que el ser humano dice ser no puede ser el Yo…?”: o sea, la negación de uno mismo, echada en cara. Y eso sin al menos una educada advertencia para poder cobijar algo el alma, para tener algo suave, agradable y protector alrededor de nuestra más segura certeza.

        Sin embargo, que se trata de un texto poderoso, casi prepotente, se lo intuye  ya desde la tapa: debajo del título, en seguida, la afirmación inaceptable: “Una vía más allá de las filosofías occidentales, más allá del Yoga, más allá del Zen”.

        O sea, ¡más allá de todo! ¡Claro! …Bueno, entonces será la obra de un loco… sin embargo, créanme, Scaligero era el más sabio entre los seres humanos. Quizás no conocía el Yoga, el Zen… pero no, incluso esto no es cierto, ya que practicó profundamente y por décadas tanto el Yoga como el Zen.

        Entonces, ¿por qué no considerar la eventualidad de que en un momento crucial de su vida encontró el secreto de los secretos, lo que todos buscan o aparentan buscar?

        Una individualidad excepcional que, tras haberlo experimentado todo, experimenta algo que nunca fue pensado ni experimentado. En comparación al cual el Yoga e incluso el Zen son cosas de adolescentes.

        Que quede claro, no se trata de creerlo, sino de leer. Y leer no es suficiente: hay que pensar los pensamientos, “descongelarlos” y liberarlos de las páginas escritas para volverlos propio pensamiento: algo para nada fácil, ya que en el Tratado forma y contenido coinciden a la perfección. El Tratado es una disciplina vertical, totalmente desprovista de cómodos puntos de agarre.

        Es difícil que la escalada tenga éxito al primer intento. Por lo que entiendo, teóricamente es posible, pero en la práctica nadie tiene la lucidez, la constancia y el valor para alcanzar inmediatamente la cumbre.

        Son necesarios la fuerza que se irá adquiriendo a lo largo de la obra, y  el pensamiento “querido” (y no simplemente pensado) que se irá formando más allá del sueño que, pasivamente soñando, confundimos con la realidad.

        Es necesario un tipo de conocer que nunca fue conocido, y que, si fuese conocido, no sería el saber hacia el cual apunta la obra de Scaligero. ¿Un conocer desconocido? Ya a partir de estas simples palabras, con las cuales no estoy jugando, podrán advertir cuán “peligrosa” puede ser la aventura que las páginas siguientes les presentan.

        ¡No! El Tratado no es idealismo filosófico, más bien lo llamaría un poderoso texto de Magia, de la cual nace y destella el Fulgor que derrotó al mundo.

        Por otro lado el Tratado no muerde, pueden no leerlo, o incluso leerlo como se lee un diario: así resultará totalmente incomprensible y su vida de ensueño podrá seguir tranquila.

Franco Giovi

ANNUNCI, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

UN GIOVANOTTO ESEMPLARE

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Attila (detto Etzel nella canzone dei Nibelunghi) è, storicamente una figura misteriosa. Vediamo di seguirlo con l’aiuto del Dottore.

Già le rappresentazioni storiche sono contraddittorie: le saghe e le epopee di popoli diversi danno di Attila una visione che contrasta col terrore con cui viene ricordato nel sud dell’Europa. Infatti presso i Germani e gli Ungheresi (per non parlare di Prisco, ambasciatore bizantino che lo conobbe) Attila viene descritto come un nobile eroe, un grande re, degno di sposare la vedova del sommo Sigfrido e chiamato a compiere un’alta missione per l’umanità.

Nei paesi meridionali invece e ancora oggi la parola “Unni” è sinonimo dei più inumani, spietati distruttori. Attila è il mostro orrendo del genere umano, la crudeltà e la barbarie fatta carne.

Veniva detto che gli Unni passavano la vita sul dorso dei cavalli: giorno e notte, staccati dal suolo e in moto quasi perpetuo. Pare anche che non possedessero leggi o ordinamenti, né scritti né orali e tuttavia nella loro azione, nel combattimento regnava una perfetta unità, un “disegno” impercepibile, simile a quello che guida gli uccelli migratori.

La scienza dello spirito ci dice che essi non avevano una coscienza diurna troppo dissimile da quella notturna e, non mettendo piede in terra, era come se vivessero nei moti dell’aria e con una possente organizzazione istintiva che nessun altro esercito poteva contrastare.

Gli Unni rubavano, massacravano, sterminavano: la sola notizia del loro giungere diffondeva una paralisi di terrore negli animi: così si moriva prima di morire.

Steiner li caratterizza dicendo che erano avanzi atlantidei: senza ordinamenti né leggi poiché ancora immersi in una coscienza chiaroveggente, quasi identica di giorno e di notte, non delimitata. La possibilità di operare con gli spiriti della natura cavalcava insieme all’ignoranza del senso del dolore e persino la morte fisica era per essi diversa da ciò che intendiamo comunemente.

Gli altri uomini avevano subito una grande trasformazione dall’epoca atlantica al IV e V secolo dc, mentre gli Unni, rimasti in parte nella coscienza atlantica (quindi luciferizzati) erano come una sorta di corpo estraneo per la restante umanità.

Tutte le leggende sugli Unni e su Attila confermano l’indole atlantica di questo popolo: in tempi assai remoti viveva nel centro dell’Asia una meravigliosa regina di nome Eneh. Essa aveva due figli: Hunor e Magyar (dunque capostipiti di due popoli: gli Ungheresi e gli Unni).

I due fratelli, appassionati cacciatori – così racconta la storia – inseguirono un cervo meraviglioso, sino ad un paese “ove il sole non tramontava più ad Occidente ma a Oriente”. Smarrito il cervo, trovano un boschetto dove due figlie di re imparano a diventare fate. I fratelli rapiscono le fanciulle e successivamente le sposano. Il luogo dove avvenne il rapimento divenne la seconda patria degli Unni: l’Ungheria, la grande pianura tra gli Urali del Sud e il mar Caspio.

Qui essi svolsero la loro vita nomade ma nel IV secolo questo immenso paese non basta ed iniziarono le scorrerie verso Occidente: questi primi urti spingono a loro volta, verso Occidente, popoli germanici e slavi: è fatto storicamente riconosciuto che la migrazione dei popoli fu iniziata dagli Unni ed ebbe termine con gli Ungheresi, loro popolo fratello, sul finire del IX secolo.

Rudolf Steiner parla dello sfondo spirituale di questa migrazione di popoli. Egli dice che essa fu inserita nella storia dell’umanità a causa del romanesimo che erigeva un carattere mondiale di uniformità, nemico dell’Io. Questa tendenza arimanica divenne pericolosa quando l’Impero iniziò a trasformare l’impulso cristiano in organismo esteriore.

Molto era già compiuto in questa direzione: gli gnostici erano stati sterminati, così i Manichei in Oriente: a Roma i superstiti venivano perseguitati orrendamente: nato fin d’allora, il concetto di eresia uccideva i più alti e nobili impulsi spirituali dell’umanità.

Secondo il disegno spirituale del mondo, la migrazione doveva combattere la base arimanica del decadente potere romano.

A mio parere è impossibile stabilire se gli Unni avessero consapevolezza della loro missione, però le leggende narrano che i sacerdoti avessero indicato, con precisione, che un grande re sarebbe sorto ed avrebbe avuto tra le mani “la spada di Dio” e la considerazione tra le genti come “flagello”.

Sappiamo che Attila fu consapevole del suo compito e per suo mezzo anche il popolo unno: ciò appare nella obbiettiva relazione di Prisco, ambasciatore bizantino. Secondo la scienza dello spirito, Attila possedeva una iniziazione atlantica che lo aveva dotato di forze e capacità occulte, così che i contemporanei vedessero in lui non solo un re e condottiero ma anche un mago. La leggenda racconta che il suo sguardo e la sua spada – la spada di Dio – sempre tenuta in mano, erano sufficienti per morire all’istante.

Si ritiene che Attila fosse nato in riva al Volga (Athlys). Il punto di partenza delle sue imprese fu l’odierna Ungheria che divenne la sede principale del suo regno che si estese dalla Scandinavia al Mar Nero. Divenne re nel 435.

La disciplina di iniziato, delle cui manifestazioni esteriori ci informa ancora Prisco, lo differenziavano molto dal carattere generale del suo popolo. Attila dominava costantemente la focosità, l’impulsività: i suoi tratti non si atteggiavano mai né al riso né al pianto: taciturno e impassibile, la disciplina esaltava queste sue qualità. Era immune da ogni sfarzo, indossava una semplice veste nera e beveva da rozzi recipienti di legno.

Sin dalla gioventù, Attila venne riconosciuto dal popolo come il predestinato e la missione del popolo unno era totalmente congiunta alla sua individualità. Convinzione fortissima e tale che nonostante avesse figli carnali, non vi sarebbe stato alcun successore e persino che, alla sua morte, sarebbe perito tutto il suo popolo.

Tale convincimento era diffuso in tutte le classi del popolo: Prisco ne parla nella sua sobria esposizione: Attila, come Wotan in attesa del Crepuscolo degli Dei, guardava giornalmente e consapevolmente la morte, sapendo che, adempiuta la missione, tutta la sua comunità sarebbe passata per l’annientamento.

La leggenda ungherese narra di un giovane toro ferito ad una zampa. Il pastore esamina allora il luogo dell’incidente e vede una punta di spada sporgente dalla terra: tra fuoco e fiamme questa spada cresce fulmineamente fuori dalla terra. Viene subito portata ad Attila. Questi traccia con la spada quattro segni nell’aria nella direzione dei venti e così si unisce con le correnti aeree per conseguire il futuro dominio sul mondo.

La storia, in (raro) accordo con la leggenda, conferma il fatto che Attila intraprende il compito di essere il flagello di Dio soltanto dopo aver trionfato su se stesso. Dovette sciogliere i legami affettivi più importanti: con Honoria, figlia dell’imperatore romano, col proprio fratello maggiore Buda (fondatore della futura capitale ungherese Buda-pest) e con Ezio, l’amico più intimo e profondo. Così strappò dal suo cuore amore, gratitudine e fedeltà: così poté intraprendere la sua missione.

E’ ancora fatto storico che Attila fu riconosciuto e considerato dalla maggioranza dei popoli germanici. Accanto agli Unni, le sue schiere furono colmate da numerosi Germani. Il fatto storico fu adombrato nelle epopee in cui si narra del matrimonio di Attila con Crimilde, come ho citato all’inizio.

Attila passò di vittoria in vittoria. Roma, quando se ne accorse, raccolse tutte le sue forze per fermare la sua avanzata con le truppe guidate da Ezio, l’amico di gioventù tradito. La battaglia decisiva fu combattuta nella attuale Francia, sui campi Catalauni sul fiume Marna (là dove, nell’autunno del 1914 ebbe luogo lo scontro tra l’Intesa e le Potenze centrali).

Sui campi Catalauni avvenne una delle più spaventose battaglie della storia mondiale: l’esercito romano fu sterminato e quello unno fortemente indebolito. Fu chiamata “la battaglia dei morti”.

Attila tornò in patria a raccogliere nuove schiere e ben presto marciò verso Roma per giungere alla vittoria finale.

L’esercito romano non esisteva più: fu comandato ad Ezio di riformare un nuovo esercito, ma con chi? Infatti Ezio rifiutò l’incarico.

Nel momento della estrema disperazione, il vescovo di Roma, Leone il Grande, mise a disposizione la propria vita e si offerse di andare da Attila insieme a due inermi compagni per chiedere la grazia…e la storia si vela di mistero poiché Attila si ritrasse con le sue schiere e tornò in patria.

La leggenda, rappresentata da Raffaello in un affresco del Vaticano, vuole che, all’incontro con Attila, oltre al vescovo Leone si presentassero al suo sguardo interiore una o due figure librate nell’etere e munite di spade:   queste figure dissero ad Attila che anche le loro spade erano di Dio e più alte e possenti della sua e con queste spade avrebbero combattuto a fianco di Leone e avrebbero vinto. Attila riconobbe la verità di queste parole e immediatamente si ritirò.

Gli storici sorridono davanti a questa narrazione, poiché nell’indole crudele e impavida di Attila, coerente lungo tutta la sua vita, non si riscontra alcun tratto di timore o paura. Però non trovano alcuna soluzione razionale per un accadimento così inspiegabile.

Rudolf Steiner ci dice che al momento dell’incontro di importanza mondiale, Attila effettivamente riconobbe che l’individualità di Leone si presentava con i caratteri sovrasensibili del nuovo Iniziato, di fronte al quale le forze atlantiche non potevano più affermarsi. Il compito del re unno si era adempiuto con l’annientamento dell’esercito romano. E poiché, come Iniziato, egli seguiva le norme date dalle potenze dello spirito, il nuovo fatto che ravvisò lo determinò a retrocedere.

Dopo il ritorno in patria la vita di Attila si chiude e con essa il regno degli Unni. Si narra che innumerevoli persone del seguito di Attila lo abbiano accompagnato nel sepolcro acqueo e con ciò fossero “morti da vivi”. La salma fu posta in un triplice feretro d’oro, d’argento e di ferro. Il Theiss (fiume dell’Ungheria) fu deviato dal suo letto naturale: in un punto fu posta la bara e coloro che vollero (o dovettero) morire col re. Poi l’acqua del fiume fu fatta scorrere nuovamente nel suo letto.

Una bella leggenda racconta che un grande numero di unni, sopravvissuti a tutte le battaglie, sotto la guida di Csaba, figlio minore di Attila, entrarono vivi nel mondo spirituale, attraverso la Via Lattea (denominata ancora ai tempi nostri, in Ungheria come “Via di Csaba”). Questo morire da vivi degli Unni, questo vivente passaggio nell’Invisibile ci indica che essi conservavano ancora qualcosa dell’antica Atlantide: morte come metamorfosi assai più che come trapasso.

La migrazione dei popoli, sostenuta da Attila, indebolì la coltre arimanica, le forze propulsive trovarono la strada e già nel VIII secolo cominciò a splendere la luce del Graal.

TRADIZIONE

STIRB UND WERDE

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Chi si interessa di antroposofia ha sentito o letto quasi certamente la frase Muori e Diventa (Stirb und werde) e sa pure che fu coniata da Goethe. Difficilmente conosce il contesto in cui troviamo questo intenso e profondo ammonimento o se vi aggrada di più, questa splendida intuizione.

Essa si trova in una organica miscellanea che il Poeta scrisse tra il 1814 e il 1819 (anno di pubblicazione) con il titolo di Divano occidentale-orientale. Poco prima Goethe conobbe la traduzione tedesca del poeta Hafiz che lo colpì al punto di considerarlo il suo gemello spirituale. Questo incentivò in lui la conoscenza del Corano, del Libro di Kabus, poi ancora delle relazioni di viaggio, da Marco Polo alle recenti.

E’ stimolante per Goethe l’aria in cui respirano i maggiori poeti arabo-persiani del tempo che va dal 1000 al 1500: vivacemente e giocondamente fruitori della vita dei sensi ma altrettanto volti all’interiore ricerca del divino, spregiudicati davanti società, stato e religione ufficiale ma insieme attenti ai riposti significati che balenano dietro il comune apparire delle cose.

All’inizio del libro, nel capitolo intitolato Libro del Cantore, troviamo una poesia – tra tante! – che fu scritta il 31 luglio 1814 e che in prima stesura fu intitolata Sacrificio di sé, poi Perfezione ed infine Anelito spirituale:

Non ditelo a nessuno, solo ai savi,

perché la folla tosto si fa gioco:

io voglio celebrare ciò che vive,

che sospira la morte in mezzo al fuoco.

Quando tranquilla la candela splende,

nel refrigerio di notti d’amore,

donde tu avesti e dove hai dato vita,

un ignoto contatto ti sorprende.

La tenebra prigione

in sé più non ti tiene,

ti attira nuova brama

a più alta congiunzione.

Non distanza ti vince, affascinata

a volo eccoti giunta,

anelando alla luce,

o farfalla, tu infine sei consunta.

E finché non avrai compreso questo:

muori e diventa!

non sei che ospite mesto

qui sulla terra spenta.

C’è un giunco tuttavia, ch’emerge vivo

il mondo a raddolcire!

Quand’esso sta tra le mie mani e scrivo,

un fiume possa di dolcezza uscire!

*

Sempre nel Divano occidentale-orientale, nelle Note e Dissertazioni per una migliore comprensione del “divano occidentale-orientale”, all’inizio del capitolo intitolato Idee Generali, Goethe riporta il commovente scritto di Nizami, poeta persiano. Scritto che nelle parole del Dottore è divenuto l’asciutto paradigma di un importante esercizio dell’anima.

Il Signore Gesù, quando percorreva il mondo,

passò una volta accanto ad un mercato;

giaceva per terra sulla via un cane che s’era

trascinato a morire sulla porta di casa.

Lo circondava un crocchio di gente,

come gli avvoltoi s’affollano attorno alle carogne.

L’uno diceva: – Il mio cervello

non regge al puzzo. –

E l’altro: – Perché starlo a guardare?

I morti senza tomba portan solo sventura. –

Così ognuno cantava il suo ritornello

per denigrare quel povero corpo di cane morto.

Quando fu la volta di Gesù,

Egli parlò senza disprezzo, benignamente,

parlò secondo la sua indole buona:

I denti, disse, son bianchi come perle.

A queste sue parole arrossirono i circostanti

come conchiglie che una fiamma attraversi.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

LA VITA DELL'ANIMA (3° SCRITTO)

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L’anima sulla via dell’auto-osservazione

Nel sogno, l’anima coglie se stessa in una forma fugace che è una maschera.

Nel sogno senza sogni, apparentemente, essa si perde del tutto.

Nell’auto-percezione spirituale ottenuta mediante una meditata riproduzione del sogno, l’anima perviene a se stessa in quanto entità creatrice di cui il corpo è l’immagine.

Ma il sogno affiora dal sonno. Chi si propone di sollevare il sogno alla chiara luce della coscienza, deve anche sentirsi spinto ad andare oltre. Lo fa, quando cerca di sperimentare coscientemente il sonno senza sogni. Ciò sembra impossibile. Poiché nel sonno la coscienza, appunto, cessa. E pretendere di sperimentare coscientemente l’incoscienza, sembra una pazzia.

Ma la pazzia appare subito in altra luce, se ci si contrappone ai ricordi che si possono seguire retrospettivamente, da un determinato momento fino all’ultimo risveglio. Allora però bisogna procedere collegando in modo assolutamente vivo le immagini della memoria con ciò che esse rammemorano. Se allora si cerca di risalire all’indietro fino alla successiva immagine mnemonica cosciente, questa è situata prima dell’ultimo sogno. Se si compie realmente il collegamento con l’oggetto del ricordo, sorge una difficoltà interiore.

L’immagine mnemonica successiva al risveglio non si può accostare a quella antecedente al sonno.

La coscienza ordinaria supera la difficoltà effettuando il collegamento debolmente con l’oggetto ricordato, e semplicemente apponendo l’immagine del risveglio a quella dell’addormentamento. Per chi però abbia intensificato la sensibilità della coscienza mediante la ben consapevole riproduzione del sognare, quelle due immagini si scindono.

Per lui, fra le due sta un abisso. Ma, in quanto nota questo abisso, esso anche gli si colma. Il sonno senza sogni cessa di essere un vuoto lasso di tempo, nell’autocoscienza. Ne emerge, come un ricordo, uno spirituale colmarsi del tempo vuoto.

E’ bensì come un ricordo di qualcosa che la coscienza ordinaria prima non aveva affatto avuto in sé, nondimeno questo ricordo porta in sé il richiamo ad una esperienza dell’anima, altrettanto quanto ogni altro ricordo abituale. In tal modo però l’anima guarda realmente entro ciò che, per lo sperimentare ordinario – nel sonno senza sogni – trascorre per lei incoscientemente.

Questa è la via su cui l’anima guarda in sé ancora più profondamente alla sua propria entità che dà forma al corpo. Mediante la cosciente penetrazione del sonno senza sogni essa si vede, nella sua propria essenza, interamente svincolata dal corpo.

Ormai essa guarda non solo alla formazione del corpo, ma, al di là di quello, alla formazione del proprio volere.

L’intima essenza del volere resta altrettanto ignota, alla coscienza ordinaria, quanto gli eventi del sonno senza sogni. Si sperimenta un pensiero che racchiude in sé l’intento del volere. Questo pensiero si sommerge nel mondo indistinto del sentimento e scompare nell’oscurità dei processi del corpo. Riemerge da fuori, poi, come processo corporeo del moto del braccio, ed è di nuovo afferrato da un pensiero. Fra i due contenuti di pensiero sta qualcosa che è come il sonno fra i pensieri che precedono l’addormentarsi e quelli che seguono il risveglio.

Ma come con la prima forma di veggenza dell’anima si può cogliere il lavorio interiore dell’anima sul corpo, così con la seconda forma di veggenza si può cogliere il volere al di là del corpo. L’anima può trovare la via che la porti a contemplare il proprio intimo lavorio sulla struttura organica del corpo: e può anche arrivare all’altro sentiero, su cui le è possibile scorgere come essa lavori sul proprio corpo per estrarne il volere.

E come tra sonno e veglia sta il sogno, così fra il volere e il pensare sta il sentire. Sulla medesima via che conduce ad illuminare il processo volitivo, si trova anche l’illuminazione del mondo del sentimento.

Nella prima veggenza l’anima svela a se stessa il suo interiore lavoro sull’organismo. Nella seconda veggenza perviene al volere. Ma alla manifestazione esterna del volere deve precedere un’attività interiore. Prima che il braccio si sollevi, la corrente dell’attività deve riversarsi in esso in modo che entro i processi del ricambio che hanno luogo quando il braccio è in riposo, se ne inseriscano altri che si manifestano come l’esplicarsi di un sentimento. Il sentimento è un volere che resta chiuso nell’uomo, un volere che è trattenuto nella forma del suo nascere.

I processi inseriti nel corpo per l’esplicazione del sentire e del volere si rivelano alla seconda veggenza come processi opposti a quelli che sostengono la vita. Sono processi che demoliscono. Nei processi costruttivi la vita prospera: ma in essi l’anima si estingue. La vita del corpo che è edificata dall’anima stessa, deve essere demolita affinché la natura e l’attività dell’anima possano esplicarsi per suo mezzo.

Per la percezione spirituale, l’azione dell’anima sul corpo è come un ricordo di qualcosa che essa ha compiuto prima di estrinsecare se stessa nell’azione.

Ma in tale modo l’anima si sperimenta come un’entità puramente spirituale che ha fatto precedere alla propria attività la formazione del corpo, per avere nel corpo stesso il fondamento per la sua propria originaria e puramente spirituale esplicazione.

L’anima, prima dedica al corpo la propria attività creatrice, per manifestarsi poi, dopo aver assolto questo compito, in libera spiritualità.

E questo esplicarsi dell’anima comincia già col pensiero stesso che prende lo spunto dalla percezione sensoriale.

Se si percepisce un oggetto, l’anima entra già in attività. Essa plasma la corrispondente parte del corpo in modo che essa sia atta ad esplicare nel pensiero un’immagine riflessa dell’oggetto. Nello sperimentare questa immagine riflessa, l’anima scorge allora il risultato della sua propria attività.

Non si troverà mai l’essere spirituale dell’anima, filosofando sui pensieri che si presentano alla coscienza ordinaria. Poiché l’attività spirituale dell’anima non sta dentro, ma dietro a quelli. E’ esatto che i pensieri sperimentati dall’anima siano un risultato dell’attività cerebrale. Ma l’attività cerebrale è a sua volta il risultato dell’attività spirituale dell’anima.

Nel misconoscimento di questo fatto sta il malsano della concezione materialistica. Quando, partendo da ogni sorta di presupposti scientifici, essa dimostra che i pensieri sono un risultato dell’attività cerebrale, ha ragione. E una concezione che voglia confutare questa affermazione, dovrà pur sempre fare i conti con quanto il materialismo ha da dire. Ma l’attività cerebrale è risultato dell’attività spirituale. Per vedere ciò non basta volgere lo sguardo entro l’uomo: vi si incontrano i pensieri. E questi hanno solo una realtà riflessa: proprio questo è il risultato della corporeità.

Volgendo lo sguardo su se stessi, bisogna valersi di facoltà animiche rafforzate e potenziate. Bisogna strappare l’anima che sogna all’oscurità crepuscolare del sogno: allora essa non si volatilizza in fantasmi, ma depone la maschera per apparire come un essere che lavora sul suo corpo. Bisogna strappare l’anima che dorme, alla tenebra del sonno: allora essa non scompare di fronte a se stessa, ma si pone di fronte a se stessa come essere puramente spirituale che, nel volere, opera per tramite del corpo al di là di questo.

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Rudolf Steiner

LA VITA DELL'ANIMA. Scritti di Rudolf Steiner, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA FINE DEL MONDO

crepuscolo

RAGNARØKKR, ossia la fine del mondo secondo l’Edda. Questo manoscritto fu probabilmente redatto agli inizi del 1300 e si trova in quattro principali codici. Compose l’Edda, all’incirca dopo il 1220, Snorri Sturluson, islandese, nato a Hvammr nel 1179 e fatto assassinare (forse con qualche ragione) dal re di Norvegia nel 1241. I racconti e la mitologia descritti nell’Edda sono uno dei principali tesori di conoscenza sulla religione dei popoli scandinavi e germanici. Ma nell’insieme è parte di una comune origine indoeuropea.

Per come le cose vanno a finire, potrà sembrare un tantino pessimistico, ma non troppo se lo confrontiamo con la visione indiana espressa dal Vishnu Purāna e, in occidente nell’Asclepio (uno dei testi del Corpus Hermeticum):”…allora il mondo, a causa del tedio degli uomini, sembrerà da non ammirare e da non adorare…Infatti saranno anteposte le tenebre alla luce e la morte sarà giudicata più utile della vita, nessuno guarderà il cielo, il religioso sarà tenuto (per) pazzo, irreligioso prudente, il furibondo forte, il pessimo buono. Avviene la secessione dolorosa tra dei e uomini, restano solo gli angeli nocivi…Verrà questa vecchiaia della terra con l’irreligiosità, il disordine, l’irrazionalità di tutti i beni”. E ditemi, chi pronuncia queste parole? “…insorgerà popolo contro popolo e regno contro regno. In ogni luogo ci saranno carestia, pestilenze e terremoti…; il sole si oscurerà, la luna non darà più il suo chiarore, le stelle cadranno e le potenze dei cieli saranno squassate…”.

Il motivo della decadenza del creato è dunque universale. Si presume che anche il ragnarøkkr sia fine del mondo come fine di un ciclo. Poi inizia uno nuovo. Comunque pensateci, prima di frullare lieti in vacanza…

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Esso (il ragnarøkkr) avrà inizio quando verrà l’inverno chiamato Finbulvetr (inverno spaventoso): la neve cadrà vorticando da tutte le parti, vi sarà un grande gelo e venti pungenti. Non ci sarà più il sole.

Verranno tre inverni insieme, senza estati di mezzo. Passeranno altri tre inverni e su tutto il mondo imperverseranno grandi battaglie, i fratelli si uccideranno per cupidigia e non ci sarà rispetto per il padre o il congiunto nell’assassinio o nell’adulterio.

Era di lupi prima che il mondo crolli.

Allora avverranno gli eventi che parranno spaventosi: il lupo ingoierà il sole e sembrerà agli uomini una grande sventura. L’altro lupo raggiungerà la luna e farà un disastro. Le stelle scompariranno dal cielo.

Avverrà pure che tutta la terra tremerà e così le montagne, tanto che gli alberi saranno sradicati, i monti crolleranno e tutte le catene e i legami si scioglieranno e si spezzeranno.

Così il lupo Fenrir sarà libero.

Il mare dilagherà sulle coste poiché Midhgardhsormr (la serpe che nel profondo degli oceani cinge il globo) sarà preso dalla furia dei giganti e assalirà la terra. Allora sarà sciolta anche Naglfar, la nave che così si chiama: essa è fatta con le unghie dei morti, per questo motivo si fa attenzione se un uomo muore con le unghie non tagliate perché costui porta molto materiale per la nave Naglfar che gli uomini e gli dei vogliono si costruisca lentamente.

In questo mare tempestoso Naglfar avanzerà. Hrymr si chiama il gigante che la guiderà.

Il lupo Fenrir avanzerà con le fauci spalancate, la mascella superiore contro il cielo e quella inferiore contro la terra: ma le spalancherebbe di più se ci fosse posto. Dai suoi occhi e dal suo naso eromperanno fiamme.  Midhgardhsormr sputerà tanto veleno che ne saranno spruzzati tutto il cielo e la terra: spaventoso d’aspetto, avrà al suo fianco il lupo.

In quel boato si fenderà il cielo e di là si precipiteranno cavalcando i figli di Muspell. Surtr avanzerà per primo e davanti e dietro di lui ci saranno due fuochi. La sua è un’ottima spada e irradia più splendore del sole. Quando cavalcheranno su Bifröst, lo manderanno in frantumi.

I figli di Muspell avanzeranno lungo il campo che si chiama Vígrídhr; là verranno anche il lupo Fenrir e  Midhgardhsormr e inoltre Loki e Hrymr, e con lui tutti i giganti del ghiaccio e seguiranno Loki tutti i compagni di Hel. I figli di Muspell formeranno da soli una legione sfolgorante.

Il campo di  Vígrídhr si estende da ogni lato per centoventi leghe. E accadrà che Heimdallr si ergerà e soffierà impetuosamente nel corno Giallarhorn, e allora tutti gli dei si desteranno e cercheranno consiglio. Ódhinn cavalcherà verso la fonte di Mímir al quale chiederà consiglio per sé e la sua stirpe.

Il frassino Yggdrasill (l’asse del mondo) si scuoterà e nulla sarà allora senza terrore, né in cielo né in terra. Gli Asi indosseranno l’armatura e con loro tutti gli Einheriar, e avanzeranno verso il campo di battaglia.

Per primo cavalcherà  Ódhinn con elmo dorato e la corazza splendente e con la lancia che si chiama Gu˂ n ˃gnir, dirigendosi verso il lupo Fenrir, mentre Thórr avanzerà al suo fianco ma non potrà aiutarlo perché dovrà combattere una battaglia senza quartiere con  Midhgardhsormr.

Freyr si farà contro Surtr e sarà un’ardua battaglia prima che Freyr cada: mancandogli la buona spada che aveva donato a Skírnir, morirà. Allora sarà libero anche il cane Garmr che è legato davanti a Gnipahellir; è il più grande dei mostri: combatterà contro Týr e sarà la morte di entrambi. Thórr ucciderà  Midhgardhsormr, farà nove passi e infine cadrà morto a terra a causa del veleno sputatogli addosso dal serpente.

Il lupo ingoierà  Ódhinn, e questa sarà la sua morte.

Dopo avanzerà Vídharr e porrà uno dei suoi piedi sulla mascella inferiore del lupo, in quel piede avrà la calzatura che tutte le epoche hanno contribuito a fare: sono i triangoli di cuoio che gli uomini tagliano via dalle scarpe, dall’alluce o dalla caviglia (si parla degli avanzi di cuoio derivati dalla confezione); perciò chi desidera aiutare gli dei deve gettar via questi avanzi di pelle. Con l’altra mano  Vídharr afferrerà la mascella superiore del lupo e gli spaccherà la bocca: quella sarà la fine del mostro.

Loki combatterà contro Heimdallr: sarà la morte per entrambi. Subito dopo Surtr appiccherà il fuoco alla terra e tutto il mondo brucerà.

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