Nome dell'autore: isidoro

IL MALE. Riflessioni.

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Di fronte al male, più che restare sorpresi rimaniamo annichiliti. Lo sgomento, il dolore ci avviluppa e pare che nel cuore qualcosa venga spento.

Al minimo, dovremmo pensare, dovremmo fare un tentativo e chiederci quale possa essere l’origine, la natura e persino se ci sia una sorta di “missione del male” nella nostra esperienza umana.

Dovrebbe risultare chiaro – continuamente gli avvenimenti lo confermano – che la coscienza intellettuale, se vissuta come unica realtà, non è mai in grado di rispondere a queste domande. Anzi: occorre che il male giunga ad esploderci in faccia per riconoscerlo.

La scienza moderna ci ha insegnato a comprendere ogni cosa in guisa di fenomeno naturale. Così si è capaci di parlare di patologie, di perversioni, di degenerazioni, ma non di salute e condizione morale. Mancando ogni rapporto di vera distinzione tra cosa è sano e cos’è malato, l’asticella si è abbassata come mai era accaduto. A criteri svaniti è divenuto indistinto ciò a cui l’uomo arriva a soggiacere.

Intanto le forze del male, nel buio di questi anni, afferrano sempre più possentemente il generale divenire, minacciando di trascinare tutta la civiltà in un assurdo gorgo.

Per evitare il disastro, l’uomo deve imparare nuovamente a riconoscere e percepire il male, a sviluppare quanto più possibile le forze per superarlo, onde cancellare i suoi letali effetti per la cultura e la convivenza umana e persino per la propria sopravvivenza intesa come integrità personale.

Il pensiero agnostico non è capace di cogliere i sostrati profondi del male. Il diavolo è per esso una pessima rappresentazione medioevale (superstizione) o, al massimo, una vuota questione tra i balocchi teologici. La massima ammissione è che sia il residuo di una rivelazione del passato, la quale comunque si sottrae all’indagine, dunque estranea alla scienza. E’ il nulla per l’intelletto scientifico.

Questo intelletto, quando si dirige sull’interiorità dell’uomo, abolisce pure la coscienza che poteva ancora valere come coscienza del peccato, così che pure su questo versante una comprensione del male risulta impossibile. Né la conoscenza ordinaria di se stessi né la conoscenza del mondo possono condurre la scienza della natura ad un concetto del male.

Però, al medesimo sguardo al quale il male sfugge, s’impone con orrida chiarezza, la sua azione. Sembra anzi che ogni cosa nell’evoluzione sia fatalmente puntata sulla distruzione.

Cultura e sapere, industrie e professioni, scuola ed educazione, l’indagine e la pratica scientifica, sembrano entrate in permanente servizio presso svariati gradi di opera di annichilimento.

Chi vuole sottrarsi a questa discesa rende se stesso inerme: non armarsi significa cadere in balia del nemico, significa annientarsi. Questi effetti che diventano ogni giorno più grandi sono la conseguenza di una visione/concezione del mondo che non poteva (o meglio) non voleva più riconoscere il male.

Dall’epoca dei “Lumi” in poi, è proprio la scienza agnostica, che credeva di poter eliminare ogni male, a essere quella che ha aperto la porta alla sua incursione, così che esso invade l’umanità continuando a crescere.

Se siamo capaci di immergerci in ciò che resta del passato, nei suoi documenti figurativi e linguistici, vediamo senza dubbio che il male era ancora accessibile allo sguardo. Ora si è sottratto alla vista ma ciò non vuol dire che non agisca: al contrario agisce tanto più quanto si vorrebbe nasconderne la realtà.

Una Scienza dello Spirito rende palese come entità sopra e sub sensibili intervengono negli eventi ed influiscano sull’umanità secondo intenti. Del resto basterebbe un grado minimo di veggente sensibilità per potersi accorgere, senza pregiudizi, dei parassiti (larve, simili nature, demoni) che infestano molti esseri umani.

Ad un superiore livello si può dire che l’uomo consegue la sua umanità solo se riesce a trovare il punto di pareggio tra le forze che lo strattonano. Queste forze, in sostanza, offrono – loro malgrado – la possibilità della libertà per l’uomo. Certo, lo conducono nelle illusioni, negli errori, nelle menzogne: ciò gli permette una severa scuola di conquista: una scuola di verità raggiungibile per forza propria.

Riconoscendo il proprio debito alle forze dell’ostacolo (Lucifero e Arimane), portatrici involontarie di quello che, nello scontro, gemma i più bei fiori dell’umana esistenza, l’esploratore dello spirito si guarderà del designarle come “cattive”.

Le deviazioni ci sono e sono continue: perdiamo continuamente l’equilibrio tra le due forze, forse anche all’estremo. Ma ciò, in ultima analisi non ci rischiara per quanto può consistere nella natura umana, in sé disposta al bene, come propri impulsi all’odio, alla crudeltà, alla violenza e all’assassinio.

L’ordine e l’armonia del cosmo viene turbata quando forze (esseri) agiscono fuori la sfera di propria competenza per agire illegittimamente in altra sfera.

Ponete attenzione a ciò che dice il Dottore: “Il male entra nella vita ed il misfatto esiste nel mondo perché l’uomo fa sommergere la sua natura superiore – non destinata a ciò che è terreno – e sviluppa nel fisico corporeo, che come tale non può essere cattivo, quelle qualità che non appartengono ad esso, ma allo spirituale.

Gli uomini possono essere cattivi perché è loro lecito essere spirituali e, come tali, devono sviluppare qualità che, applicate alla vita fisico sensibile, diventano male. Qualità che estrinsecano nella crudeltà, nella perfidia ed altre simili nel mondo fisico, sono invece nel mondo spirituale qualità che perfezionano l’uomo e lo fanno progredire.

Il fatto che l’uomo applichi nel fisico qualità destinate solamente allo spirituale, conduce al suo male. Ma le qualità che possono renderlo malvagio egli deve averle, altrimenti non potrebbe mai salire nel mondo spirituale per essere ivi un’entità puramente spirituale.

Sarebbe una vera assurdità e un disconoscimento di quanto abbiamo esposto se qualcuno volesse dedurre la conclusione che solo il malvagio progredisca nel mondo spirituale. Le dette qualità sono cattive perché nel mondo dei sensi esse vengono applicate nella direzione dell’ego, non per il bene dell’uomo. Applicate giustamente e al posto giusto passano tosto per una metamorfosi e allora sono forze buone.”

Tramite l’azione luciferica e arimanica, l’uomo è stato attirato entro il sensibile, ma in questo (Scaligero lo chiama: “L’inumana palestra dell’umano”) egli ha sviluppato, come personalità terrena, la coscienza della libertà.

Nel momento storico in cui l’uomo raggiunge il culmine della separazione dal mondo spirituale, attraverso l’astratto intellettualismo, anche le forze della sua natura spirituale si configgono più che mai nel sensibile ove tendono quasi soltanto al godimento e al dominio fisico. Contemporaneamente gli impulsi del male si manifestano nella vita civile moderna con la spaventosa forza delle catastrofi.

Gli esseri degli ostacoli, che erano stati portatori di libertà, diventano ora le potenze causanti delle forze del male: ora esse in questo uomo rovesciato lo inducono a lasciarsi completamente dominare dal fisico sensibile in cui si altera l’elemento animico spirituale.

Chi, quale essere spirituale, rinnega il mondo spirituale, e con il suo sforzo si tende unilateralmente nel dominio e nell’organizzazione del mondo dei sensi, diviene uno strumento infero che crea le forze del male distruttrici della nostra civiltà: ovunque operi, nella vita economica, sociale e spirituale.

Ecco la “missione del male” per il divenire del mondo. Nessuna illusione: le forze del male proromperanno con sempre maggior violenza sull’umanità e poiché esse hanno radici nello spirito e non nel mondo fisico, possono e potranno venir comprese e superate solo nel riconoscimento (non astratto) dello spirito.

Il male, emergendo nel mondo come distruzione, omicidio e orrore – sono queste le cose che il materialismo riconosce – costringe a rivolgersi al mondo spirituale, poiché solo da questo si possono conquistare le forze per opporsi fruttuosamente al male.

Dice il Dottore: “Gli uomini devono imparare ad abituarsi a considerare il prorompere delle forze del male come il prorompere di leggi e forze naturali, per imparare a conoscerle e a sapere cosa viva ed operi nei sostrati profondi. Non bisogna considerare il male in modo da fuggirlo senz’altro in pieno egoismo; questo non si può fare; bisogna compenetrarlo di consapevolezza”.

L’uomo, nella zona di libertà del proprio Io, deve sperimentare come nell’anima cosciente che sta svegliandosi, emergano le tendenze al male. Nel superamento di tali tendenze, egli crea il bene in libertà.

Chi sente sorgere in sé il male, lo riconosce e ne trionfa, non vedrà più in esso qualcosa da condannare, da cui fuggire ma giungerà a scorgervi il mezzo che (dolorosamente) riconduce l’uomo allo spirito da essere libero. Il teatro della lotta è l’anima. Finché ciò non viene riconosciuto egli combatte nemici esterni, con enorme difficoltà a riconoscere che i veri nemici sono attivi nella propria interiorità.

Se accetta la lotta contro se stesso, sui gradini dell’autodisciplina, possono dissolversi magicamente modi e motivi delle lotte esteriori. Se l’uomo accoglie il dono del Rappresentante dell’umanità, trova l’altezza da cui vincere le apocalittiche tribolazioni del tempo…, e un giorno, anche redimere la missione cosmica degli dei dell’ostacolo.

Molto di quanto ho scritto sgorga vivo nelle parole di Antoine Leiris, pur vergate nel momento del dolore più straziante. Ciò che in lui viene a manifestazione è certezza di quanto dia luce e futuro all’anima umana.

Avrete già letto dappertutto la lettera in calce. Potete leggerla ancora una volta sulle pagine di Eco. Per questo sito è semplicemente un onore il ristamparla.

*

«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa. L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

ALTRO, SCIENZA DELLO SPIRITO

FUORI DAL CORO E ALTRO

 Fuori dal coro

Spesso mi si rimprovera di magnificare il volere a detrimento delle altre potenze dell’anima. Questo significa solo che non mi spiego bene o sufficientemente o che per molti il volere è un oggetto misterioso. E, in questo caso, non intendo criticare nessuno poiché tanti dei molti sono assolutamente sinceri. Vi sono persino raffinati antroposofi che, mettendo la corona in testa al ”umile intelletto”, vedono nella volizione un carattere ovviamente unilaterale di muscolarizzazione della via allo Spirito. Credo che valutazioni come questa siano nient’altro che opinioni, anche quando esse vengano riccamente guarnite con la dotta accademia di riferimenti steineriani.

Lo dico sempre: quando si hanno a disposizione migliaia di conferenze del Dottore, chi ha buona memoria e un po’ di pazienza può dire ogni cosa con un carattere quasi inappellabile ed è veramente difficile in tali prodotti distinguere ciò che è vero da ciò che è soltanto esatto di forma. Se poi uno conosce il tedesco e possiede i dischetti dell’O.O. può costruire monumenti più fiabeschi del castello di Neuschwanstein.

Ormai sembra inutile ricordare che Steiner si oppose al fatto che le conferenze di Stoccarda finissero a Monaco ecc. A fatto compiuto il Dottore volle che le copie viaggiatrici riportassero in testata la seguente dicitura: “Pubblicato come manoscritto per gli appartenenti alla Libera Scuola di Scienza spirituale del Goetheanum di Dornach. Non viene riconosciuta competenza di giudizio interno a questi scritti per chi non sia in possesso delle cognizioni necessarie richieste dalla scuola – sia per mezzo della scuola stessa – sia per via di altri mezzi da essa considerati equipollenti. Ogni altro giudizio verrà respinto nel senso che si rifiuterà in merito a questi scritti la discussione con i non competenti”. Poi le cose sono finite nella democrazia del diritto universale, beninteso senza doveri.

Sono “reazionario”? No, miei cari o almeno non troppo: le cose sono andate come dovevano andare ma ciò non assolve il fatto che non siano andate granché bene. Come un pasto troppo abbondante carica l’organismo di veleni e ottunde la coscienza, così l’eccesso di spirituali rivelazioni tramortisce il sano impulso alla conoscenza, che nel caso di una scienza dello spirito è fatta soprattutto di approfondimento e mai di dispersione intellettuale.

La lettura a 360 gradi non è lesiva nell’approccio iniziale della ricerca, quando si vorrebbe sapere il più possibile. Saranno poi le stesse letture, come modificatrici dell’anima, a invitare lo studente ad esigere lo studio approfondito delle pietre d’angolo dell’edificio sapienziale. E’ l’anima che alla fine dovrebbe formulare l’assenso, riconoscendo la verità di quanto, a tutta prima, può parere solo asserito.

Quasi tutta la Scienza spirituale comunicata e ricomunicata risulta in un certo qual modo, falsa: poiché viene accolta supinamente, con fede cieca. E’ possibile che all’inizio la situazione sia diversa ma con la complicità dell’abitudine alla passività, si smette presto la fatica di pensare e si accoglie tutto: senza distinzione.

Così è roba di cartapesta che passa da anima ad anima, con la consapevolezza dell’istinto condizionato. Questa è la condizione primaria dei tanti che affermano a sé e al mondo di essere discepoli di qualcuno o della via sapienziale: esoteristi? Ma va là. Cani di Ivan Pavlov, piuttosto.

Tutto quello che non può, che non riesce a venir sperimentato è feccia. Il fatto che l’esperienza possa configurarsi in pensiero e non in misterica veggenza è cosa secondaria o incidentale. Un’obiezione in tal senso mostrerebbe solo che viene pure incompresa l’intima natura del pensiero. Con il pensiero logico e purificato si giunge ad una condizione di equivalenza con ciò che viene chiamato mondo eterico, e chi questo non l’ha capito non comprende il senso delle “comunicazioni” e non sa distinguere il vero dal falso. Come avviene ogni giorno per sostanziale rozzezza, tra i blablatori delle Scienze spirituali.

Quello che a nominarlo gli piglia il furore morale, tra le tante sciocchezze che scolpisce come fossero su pietra mosaica, afferma essere inconoscibile il grado interiore dell’altro. Questa, tra le tante affermazioni vuote o pasticciate, è falsissima: basta seguire l’origine di quanto sottende l’animus di una sola parola udita per avere davanti a sé un vasto panorama. Inoltre se un decente operatore è capace di immergersi nel silenzio interiore può, da tale condizione, persino “vedere” l’atmosfera animica ed i toni qualitativi di questa, emanati dalle persone che lo attorniano. Sono percezioni senza nome: spetta poi al pensiero intenderle, subito o dopo immersione meditativa. Il Nostro, che è ipovedente, ha la stupefacente pretesa di dar per scontato che altri siano almeno orbi.

E se ciò vi sembra strano ditemi allora con quale criterio sceglieste (la vostra anima scelse) di seguire Scaligero e non i molti Egemoni Cosmocrati che affollavano la piazza? Qualcuno risponderebbe di sicuro che fu atto karmico. Non dico che, in fondo, non sia stato così ma per il senso dell’attuale, individuale destità, obbietto: ma voi dove eravate con la vostra coscienza? Da Scaligero o al bar dello sport?

Una retta conoscenza conduce, prima o poi, alle rette discipline. E’ essenziale che, con anima sgombra, si pensino i pensieri nei quali l’Iniziato ha trasfuso l’esperienza sovrasensibile: allora i pensieri possono dare al sentimento una schiarita che si traduce in risveglio animico. Infiniti sono i risvegli, come fossero strati di una cipolla cosmica e già dopo il primo, il dio ti lascia a sbucciare da solo, e l’utensile che ti trovi tra le mani si chiama disciplina. Così continui oppure contempli la cipolla – dita incrociate a girarti i pollici – per il resto della tua vita. Anche questa è libertà, no?

Per non farla troppo lunga sulle tristi sorti dell’uomo davanti la cipolla, vorrei offrire al lettore qualcosa di costruttivo che funziona. Che non viene dall’antroposofia ma dalla galassia teosofica. Si tratta di un esercizio comunicato già negli anni ’30 da E. Wood in un libretto intitolato Concentrazione, poi ripreso in un nuovo testo ampliato e ambiziosamente arricchito dall’Autore, edito dall’Astrolabio nel ’68. Un amico lo riportò sulla Rivista L’Archetipo alcuni anni addietro. Che io sappia non incuriosì nessuno: ed è un vero peccato, poiché potrebbe aiutare chi ha serie difficoltà nell’approccio con l’immateriale. E’ possibile, con questo esercizio, avvertire subito la potenza della mente incentrata in se stessa. Preciso che la descrizione risulta complessa ma se compresa è di facile attuazione. Cercherò di liberare l’esercizio dalla ridondanza di quanto Wood si è sentito di aggiungere nella II edizione.

Preso un foglio di carta bianca e una matita, disegnate un cerchio nel mezzo. Nel cerchio scrivete il nome di un semplice oggetto che vi sia famigliare. Dedicate attenzione all’oggetto inscritto e lasciate che il pensiero sia libero di formulare da sé un concetto connesso (se, ad esempio, abbiamo scritto “vite” è probabile che la connessione sia “cacciavite” o una qualità dell’oggetto: in effetti è una libera associazione dal guinzaglio strettissimo). Tenendo il termine/ immagine “cacciavite” disegnate con la matita una riga o freccia che parta dalla circonferenza del cerchio ad un punto qualsiasi del foglio: lì scriverete “cacciavite”. Poi scivolate lungo la riga con la punta della matita fino al cerchio e, dimenticato il cacciavite, dirigete nuovamente l’attenzione alla vite. Lasciate nuovamente che il pensiero attui una nuova connessione che sorga in voi come, ad esempio, “acciaio”. Ora, tenendo l’”acciaio”, tirate con la matita una nuova riga dal cerchio ad un punto qualsiasi del foglio dove scriverete acciaio. Nuovamente scivolate con la matita dall’acciaio verso il cerchio e osservate nuovamente la vite. Permettete al pensiero una nuova connessione: potrà essere anche “mobile” poiché per voi il mobile è tenuto insieme dalle viti. Disegnate una terza freccia e scrivete “mobile”, poi, insieme alla matita, tornate al cerchio.

Se ora riuscite a scorgere il diagramma (un cerchietto con tanti raggi) capirete anche che è un continuo lasciar libero il pensiero per poi riportarlo sempre all’oggetto-tema. Questo esercizio di riporto va continuato per un certo tempo, con serietà, continuità e senza distrazione. Potete notare che nell’esercizio vi è una parte meccanica ma la sua riuscita dipende esclusivamente dalla costante attenzione immessa, che meccanica non è.

Esso attua, con le facilitazioni date dal sensibile descritto, un atteggiamento della volontà che realizza una atmosfera di concentrazione: come un essere avvolti in una nube di concentrato, forte e denso silenzio. Più all’interno di sé. Percepirete, forse anche dalla prima volta, la potenza del mentale concentrato in se stesso. Quello che ho detto non appartiene ai modo di dire: percepirete questa assorta concentrazione animica come si percepisce un tavolo: ma dentro. Realisticamente. Provate l’esercizio descritto per una settimana o meglio ancora, per un mese. Se l’attenzione supportata permane dedicata in questo prolungato riportare, avrete molti benefici: il realismo dell’esperienza conseguente l’esercizio, una mente addomesticata cioè silente e la capacità di fare una meditazione.

Se vi sentite antropo-ortodossi in conflitto morale, non fate niente di ciò che ho scritto, anche se è solo un esperimento, dimenticatelo e continuate le vostre chiacchierate. Così non correrete alcun rischio e potrete sempre continuare col vostro noiosissimo auspicare e aspirare ad una concezione spirituale che, in senso aristotelico, mai vorreste che fosse atto.

Approfitto di questa breve nota per rispondere alla domanda di un amico di Eco che vorrebbe un particolare punto di vista sulla via della fede.

Mio caro, ognuno ha la sua strada e non dovrebbe tradirla: dalla sua immagino che non occorra perdersi a distinguere tra fede e Fede. Sulla via data dal pensiero, che noi propugniamo, è quanto deve accadere con la concentrazione, non in quanto concentrazione in sé ma quando per suo tramite essa venga superata come “esercizio”, divenendo moto ulteriore orientato verso lo Spirito. Termini non bastano o non ci sono: è un andare oltre l’agonia, cioè si sperimentano gradi di agonia ma da lì basta un passo per superarli.

Così anche la Fede, da come ne parla, essa comporta esperienze non dissimili, poiché si tratta di volere oltre ogni percorso razionale, oltre la massiva rappresentazione della Materia, oltre ogni certezza acquisita precedentemente. Mica facile volere l’inimmaginabile, l’impossibile (ciò che per il mondo è inaudito). Per giungere ad una tensione sovrumana d’impeto della volontà e del sentimento che balzano oltre il saputo, il conosciuto. Titanismo che trascende se stesso per diventare Potenza di trasformazione della realtà.

Slancio sacrificale che tutto spezza tutto infrange.

Però mi permetta di trascrivere le ammonitrici parole di quella magnifica rompiscatole di Santa Teresa: “Proprio una bella maniera di cercare l’amore di Dio! Lo si desidera subito, in tutta la sua perfezione, e ognuno conserva le proprie tendenze. Non si compie sforzo alcuno per suscitare buoni desideri né per riuscire a sollevarli da terra, e poi si ha il coraggio di pretendere molte consolazioni spirituali! Ciò non può avvenire, e simili pigrizie sono incompatibili con l’amore perfetto. Quindi, se Dio non ci concede il tesoro interiore, ciò dipende solo dal fatto che noi non facciamo a Dio il dono assoluto di noi stessi” (Vita: I, 11).

Così, non me ne voglia, tanto per riflettere e gettar acqua sugli ardori suoi e miei.

Cari saluti.

ALTRO

SUI DEFUNTI

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Per i primi giorni di Novembre volevo spendere qualche parola per i defunti. Dopo qualche riga un pensiero invadente mi ha fermato.

Mi ha sussurrato, senza complimenti: “No caro mio, così non va bene!”

Ho chiesto subito il perché ed il pensiero, con un tono che mi è parso leggermente canzonatorio, ha continuato: “Tu hai cominciato a pensare e sentire con la compunzione rassegnata che si accende davanti la povertà, all’ingiustizia, ai maltrattamenti, alle sofferenze, ai lutti…se sbagli così dal principio non scrivere nemmeno una parola!” “Noi” – perché il “noi”? Era solo un pensiero tutto mio? – “siamo vivi, più vivi di voi”.

“Smettete una buona volta di credervi, voi vivi e noi morti…guarda, mi spiego meglio: immagina di andare per due ore al cinema: segui lo spettacolo, fatti afferrare dalla vicenda che si svolge sullo schermo. Poi esci dall’edificio, dall’oscurità artificiale, e ti muovi, c’è il sole, persone vere che ti salutano.., ora sei rientrato nella realtà. Così è per chi rientra nella Luce dello spirito, nella gioia della libertà e in una coscienza moltiplicata.

Se non la vedi in questo modo non scrivere di chi, sognando da bruco s’è risvegliato trasformato in farfalla!”

*

Così riprendo in altro modo. Anche questo è argomento che viene posto alla luce della Scienza dello Spirito. Forse interessa poco i giovani, tanto avvolti nelle forze della vita, ma può essere una delle riflessioni per chi ha dovuto salutare la scomparsa nell’inaccessibile di amici e parenti: soprattutto di quelli che hanno svolto un ruolo evidente nel nostro tracciato personale.

Non vi è nulla di oscuro o malsano in questa direzione: non tavoli a tre gambe ma raggi di sole, fioriture nei prati e scintillio di stelle: in questa vivezza il defunto è presente.

Ognuno dovrebbe dirsi: “prima di occuparmi dei defunti, bisogna che mi prepari nello spirito”.

Un buon esercizio è quello di trasportarmi col pensiero sotto il cielo stellato. Perdo di vista il mio corpo e le sue miserie; cerco di immaginare le figure delle costellazioni che occupano la volta celeste, rivedo la corsa del sole, i colori che tingono il suo levarsi, il suo coricarsi.

Trasporto ciò in stati d’animo.

Per finire immagino davanti a me la terra con montagne e masse d’acqua: utilizzando i ricordi di impressioni vissute durante arrampicate, nuotate ed escursioni nei boschi.

Tutto ciò deve essere ricordato obbiettivamente e senza l’aiuto del corpo: dimenticarlo è una delle condizioni per cercare liberamente il contatto con i defunti.

Il ricercatore dovrebbe dirsi: “Posso andare spiritualmente da qualcuno poiché ho reso mobile il mio pensiero, ho purificato il mio sentire e ho dato un orientamento alla mia volontà.

Posso ora ritornare sui miei passi sino all’infanzia e riguadagnare una condizione perduta nella maturità.

Ecco le forze che ho usato inconsciamente nei miei primi tre anni, per stare sulle mie gambe, fare i primi passi, trovare l’equilibrio: le devo al divino architetto che edificò il piccolo tempio umano. Poi ho cantato, parlato ed è stato il celeste musicista e poeta che formò i miei organi e respirò in me.

Finalmente lo spirito universale mi aprì i campi del pensiero.”

Quindi lo sguardo del ricercatore indugia pensieroso sull’immagine dei defunti, rammentando la realtà quotidiana, comprende come i morti vedano la natura. Ciò che viene percepito con gli occhi fisici, le pietre e le piante, non esistono per essi. Essi non vedono nulla della realtà sensibile. Essi percepiscono solo quello che esiste per la loro natura: lo spirito. Cosa percepiscono del cristallo poggiato sul mio tavolo? Solo l’impressione interiore che in lui si è arrestata: la geometria delle forme: cubo, tetraedro, ottaedro, cioè quello che in lui è stato lo spirito, la melodia celeste.

E della pianta? Non la forma fissa ma il susseguirsi degli stati che hanno metamorfosato il seme in foglie, poi in fiori, dunque il moto dei pianeti che si ritrova nella crescita dei vegetali. E degli animali? Il loro principio, nel Paradiso.

I defunti seguono le azioni celesti nei regni della terra. Scambiando tra loro le impressioni che raccolgono. Così conversano e imparano. Avendo ricevuto un vivente insegnamento: i loro istruttori noi li abbiamo chiamati Angeli.

Che fanno gli Angeli? Esattamente il contrario di quello che sulla terra fanno i sapienti. Questi hanno osservato con i loro sensi, ma il loro pensiero era rigido come scorza.

Gli Angeli restituiscono vita al pensare e nutrono i morti con idee viventi (entità) che sono il viatico nel corso del loro pellegrinaggio celeste.

Le azioni degli uomini hanno avuto la lenta conseguenza di uccidere certi pensieri.

Ora, per riparare i danni, hanno dovuto intervenire forze superiori a quelle degli Angeli.

Una grande tristezza pervade i defunti quando il loro sguardo scende sui sentimenti di chi vive nel terrestre. Costoro non sono passati, come i disincarnati, attraverso un lavoro di purificazione.

Al contrario, i vivi si sono induriti nell’odio e nei conflitti e hanno fatto della terra un luogo sempre più favorevole ai demoni che diventano più forti degli Angeli dei cieli.

I defunti tentano, assai prima, di farsi intendere dagli uomini: “Se non volete sapere più nulla di noi, soccomberete non solo alla morte del corpo ma anche a quella dell’anima”.

Saranno ascoltati?

Io li posso comprendere, intuisce il ricercatore che si è chinato sui loro nomi immortali: “Avvicinatevi verso me, ciò che dite cercherò di riferirlo agli altri uomini”.

Ma per (fare) questo devo rafforzare il mio proprio essere. Potrò farlo se comprenderò il monito: “Uomo, conosci te stesso!”

Se posso ancora percepirlo, comprenderlo, tra infiniti rumori e mille rovine, allora, in qualsiasi momento, qualsiasi sia la tormenta che spazza il mondo ed il cielo profondo e l’abisso infernale, posso anche edificare in me stesso il campo della mia libertà.

Io sono. Per quel tanto che io resti vero, v’è realtà in me. Per quel tanto che io sappia amare, c’è realtà nell’universo.

SCIENZA DELLO SPIRITO

RIPENSIAMOCI UN PO' SU

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Cari amici, nonostante vi voglia bene, cercherò il più possibile di essere molto noioso. Necessariamente noioso perché c’è ben poco da dire, molto da ridire. Avete letto l’articolo di Scaligero, quello del ’48? Da lì a poco avremmo avuto tre decenni che, confrontati con i giorni nostri furono quasi paradisiaci – intendo come atmosfera interiore – e già Massimo Scaligero parlava della tragica situazione del comprendere. Se la capacità di comprendere era, eufemisticamente, in crisi, se il capire era in massima parte capitombolato nel bestiale, univoco riconoscimento delle parole, fate uno sforzo d’immaginazione che realizzi l’attuale situazione. Ed essendo anche figli del proprio tempo non illudetevi di essere rocce svettanti fuori dalla corrente.

Cerco sempre di non pappagallare Scaligero ma ripeto sempre che la comprensione è atto difficile e anche chi si sforza realmente di capire, deve di solito combattere con se stesso per molto tempo poiché non ci si rende capaci di osservazione e di pensiero come se si passasse dalla cucina al soggiorno. E’ il motivo per cui il Dottore principiava il titolo di molte conferenze (e qualche scritto) con la parola “Enigmi”. E’ un assetto dell’anima il rendersi conto che il mondo e l’anima umana ci compaiano davanti come misteri. Essendo alimentati dalla sub-natura ci si abitua a credere che si comprenda con una sorta di infusione automatica e in effetti nel mondo pietrificato la comprensione viene da sé, non essendoci nulla di comprendere al suo morto livello. Nel mondo morto si inglobano parole come Spirito, Graal, Karma, Gerarchie, ecc. Perciò si opera poi nel male come consuetudine e senza sforzo: la banalità della Arendt applicata alle cose del mondo spirituale.

Spero che qualcuno intuisca ciò che intendo seppur goffamente. Così spero che qualcuno capisca che c’è davvero bisogno di tracciare sempre a nuovo le medesime cose: esse volano via come fossero segni sulla sabbia sferzata dal vento.

E’ possibile non accorgersi che tutto è defluito, che l’anima è stata anestetizzata: rimane una parvenza meccanica, capace di riprodurre meccanicamente le formule della conoscenza e degli atti interiori. Ciò non produce nulla. Gli orologi, complessi e mirabili, non fanno le uova.

Allora: il sano punto di partenza di una disciplina (di ogni disciplina) che non dissipi nell’illusione l’entità umana ma la inveri attraverso una sempre più intensa attivazione di forze dell’anima dominate, prende le mosse dalla lucida coscienza di veglia: l’ordinaria coscienza di veglia che si sviluppa nella percezione del sensibile.

Ciò andrebbe sottolineato e ripetuto all’infinito poiché tale coscienza viene facilmente elusa nello spiritualismo ingannatore e inoltre l’anima è così squassata da onde, flutti di sue rappresentazioni, fantasie e risacche di rumori al punto che la “normale” percezione sensibile diviene, nella concretezza della vita, assai poco sperimentata. Pochi realizzano la propria destità quando sono svegli: non si fermano per constatarla, costringerla ad essere per pochi secondi.

Volgere lo sguardo al portacenere e vedere il portacenere per quello che è, cioè un portacenere, sembra essere divenuta un’impresa pre-iniziatica. Non sto esagerando: fermatevi un momento, guardate in voi stessi, osservate se un attimo prima eravate desti o sognanti o dormienti davanti a ciò che vi circondava.

Occorre guadagnare una propria capacità d’attenzione, l’attento osservare, cioè il punto di partenza della rigorosa scienza della materia, a cui però, con un atto inusitato, eccezionale, cercherete di aggiungere l’unico elemento presente ed imprescindibile ad ogni osservare: il pensiero.

Non si tema di perdere la faccia ad acquisire una capacità che fu tralasciata o forse mai avuta. Quando ero giovane e strapieno di me stesso, giudicai come troppo banale la disciplina dell’attenzione: in un libro di Ramacharaka (Raja yoga, Lezione VI) avevo a portata di mano un ottimo esercizio: prendere un oggetto e osservarlo a lungo, per più giorni, affinando l’osservazione anche e specialmente quando essa sembra essere giunta ad un punto morto. Scrivere su un quaderno cosa si è visto dell’oggetto osservato e aggiungere, giorno dopo giorno le caratteristiche sfuggite nei giorni precedenti.

Naturalmente tentai l’esercizio, ma svogliatamente. Non immaginavo nemmeno che avrei dovuto penetrare e attraversare tutto il ventaglio dell’impazienza, della noia, della saturazione personale, dell’aridità interiore e tanto altro: così persi una occasione, giacché ero affascinato da “cose più importanti”.

Il pensare è sempre integratore attivo del percepito, che viene poi colto come dato, come fatto, come somma di tutti i dati e fatti che vanno a costituire il mondo.

E’ importante comprendere che il pensare, per l’ordinaria consapevolezza, non viene mai avvertito in sé e per sé. Per l’ordinaria consapevolezza viene a mancare sia il pensiero come realtà a se stante, sia il momento in cui il pensare si aliena in altro da sé e la coscienza lo coglie (a posteriori) come oggetto che appare, cioè come riflesso interiore dell’oggetto apparso: la rappresentazione che sorge in noi. Dove il concetto c’è ma non si vede.

E’ il pensiero che non viene visto dall’uomo, che vede il tavolo, l’albero o costruisce con le rappresentazioni la propria cultura…finanche il proprio esoterismo. L’esoterismo è insignificante se non supera la condizione rappresentativa comune agli oggetti del mondo.

E’ il pensiero che spiega il mondo, i suoi nessi, i suoi significati, ma che in sé non è stato ancora spiegato.

Pensiero da cui comunque non si esce, essendo il primo mediatore di ogni comprensione, di ogni giudizio: persino l’affermazione che il pensiero sia un mero fenomeno prodotto da interazioni elettrochimiche oppure sia un sottoprodotto dell’anima o più radicalmente l’affermazione che neppure esista se non come una insostanziale chimera: tutto ciò, in primo luogo, è semplicemente giudizio di pensiero (lo so che qualcuno lo sa ma so anche che per i più occorrono anni per “metabolizzare” questo fatto. Lo so a mie spese).

Se si è svegli innanzi a tale fenomenologia o alla comprensione logica di essa, si giunge alla consapevolezza che le indagini sui testi sapienziali, la lettura più o meno sistematica dell’Opera di Steiner o l’amena lettura di un infimo rotocalco, e a valle di ciò le relative valutazioni e giudizi, passano tutti per l’impersonale potenza mediatrice del pensiero. Certo! Le differenze ci sono ma sfuggono in un battito di ciglia. La situazione non cambia anche quando i ricercatori pigri – sono legioni – s’imbarcano nelle evasioni pseudo-yoghiche, nei magismi mollaccioni o nei turgori moralistici: in cui il messaggio segretamente sussurrato oppure gridato è indurre a pensare che non occorra pensare, che il pensiero è un incomodo da cui sfuggire.

Vedere innanzi a sé questo inafferrabile proteo non può essere opera di filosofi, di moralisti o di dietologi, non fosse altro che per l’ovvia impotenza di tali direzioni che non escono dall’ordinario rumine dell’astrazione materialista: verso qualsiasi tema possano rivolgersi. Del resto ogni tematica che coltivi le libidini dell’anima ci allontana dall’opera essenziale: passare dai pensati al pensiero.

Colazza e Scaligero indicano il massimo evento possibile per l’uomo contemporaneo all’incirca con l’identica frase: “ Giungere a vedere il pensiero come si vedono gli oggetti del mondo” (il pensiero, non il pensiero di qualcosa!).

Non è vero che la concentrazione coinvolge soltanto il pensiero: è atto di pensiero ma, al suo interno chiama in causa le potenze fondamentali dell’anima.

Il segreto della concentrazione è la volontà. La concentrazione senza volontà non è concentrazione.

Il segreto della concentrazione è il sentire. La concentrazione non si attua senza il sacrificio del “sentito”, del sentire attivo soltanto nella sua invasiva passività: per cui quasi mai si sente ma invece si viene sentiti. La volontà è sconosciuta, il sentire è ignoto. Con la disciplina affiora il volere.

Questo è un aspetto fenomenologico spinoso. Come rispondevo ad un amico, ciò che sembra non esserci non è detto che non ci sia. Il mancamento del sentire ordinario, il suo “sonno” (parola del Dottore nei mantra della Classe) è il presupposto per lo scambio corretto tra il pensare ed il volere ed è simultaneamente il presupposto per la liberazione del sentire ( che cela il più possente organo di percezione spirituale) dal passivo sentimento personale, quello che ci inchioda al “noi” della corporeità.

Infatti la prima meditazione che trovate in Tecniche della Concentrazione configura sinteticamente tutta l’opera interiore. Sembra però immensamente difficile riconoscerla viva, operante come archetipo del proprio lavoro. E’ piuttosto facile non capire la sua sintetica importanza. E’ piuttosto strano che venga evitata come la peste da parecchi discepoli che sembrano rivolgersi ad una bizzarra ortodossia davanti alla quale pare oltraggiosa l’individuale  attività di pensare autonomamente e con logica.

Ma sono sempre le stesse cose – penserà educatamente qualcuno – ed è vero, verissimo.

E possono essere dette e ridette per tutti gli anni che passano prima che qualcuno le comprenda.

Occorre un mucchio di tempo per accorgersi già soltanto che il pensiero è almeno altrettanto reale della sedia su cui mi siedo (facile farci atto di fede ma questo fa parte delle sciocchezze): un tipo serio può farcela ma metta sul proprio conto molto o moltissimo tempo poiché ciò deve essere pura esperienza.

Non fa alcun male ricordarsi che la disciplina chiamata “controllo del pensiero”, pur essendo già molto impegnativa, non è la “concentrazione”. Sebbene quest’ultima, nella maggioranza dei casi, prevede una notevole e prolungata pratica con il controllo. Va da sé che senza una certa capacità di dominare i pensieri, l’avvicinamento verso uno stabile, continuato e totale flusso d’attenzione verso un unico oggetto di pensiero è assai difficile o impossibile.

Essendo due discipline contigue ma diverse ed essendo la concentrazione più difficile del controllo di una deliberata successione di pensieri voluti, ho notato una certa reticenza in molti che pur si esercitano regolarmente con il controllo, a tentare la concentrazione vera e propria.

Ma se si giudica la cosa equivalente ad un dover scegliere significa che ci si è inventati un falso problema: superata una sottile paura dell’ignoto, ci si potrà accorgere che tra i due esercizi non v’è contrapposizione, che l’anima, in fasi diverse, può avere necessità di rafforzarsi ora con l’uno o con l’altro dei due. La concentrazione è superiore al controllo dei pensieri.

Solitamente molti terminano il controllo del pensiero e proseguono con la concentrazione. Ciò può andare bene ma è anche bene ricordarsi che le regole fisse servono soltanto finché l’anima non trova autonomia e coraggio di seguire i suggerimenti che le giungono dalla sua stessa interiorità. In merito a ciò il ventaglio di opzioni è piuttosto vasto. Ad una estremità del ventaglio esiste anche la possibilità di dedicarsi completamente alla concentrazione dal momento in cui ci si siede.

E “l’immagine sintesi”? Qualcuno potrebbe essere turbato per quanto sto per dire: quando si maneggiano i pensieri con una certa pratica, quando ci è del tutto famigliare il percorso voluto, ci si accorge anche che l’immagine “tappo” o “ matita”, assieme alla sua evocazione possiede tutti i concetti subordinati dai quali è stata formata. E’ già sintesi. Siamo capaci di ciò. Esattamente allo stesso modo in cui se ti chiedo un ago non mi porti un frigorifero.

E’ allora che basta dedicare tutta (tutta) l’attenzione cosciente sull’immagine, una qualsiasi purché sia in essa riconoscibile adialetticamente la somma dei concetti che fanno di un ago…un ago.

Il lavoro successivo è solo il mantenere desta e focalizzata l’attenzione con l’esclusione di tutto il resto del mondo, noi stessi compresi, continuativamente. E’ fondamentale che, a un certo punto, l’immagine, nonostante sia prodotta volitivamente da noi, venga sperimentata come fosse autonoma, capace di starci davanti per forza propria: la volizione che la sostiene diventa così sottile che quello che abbiamo considerato (conosciuto) come “sforzo”, può abbandonare la scena: si contempla.

Ora una digressione. Molti hanno letto che, in ultima analisi, l’immagine finale può essere qualsiasi cosa (un segno, una luce, un nulla). Se questo è un risultato non v’è nulla da obbiettare, ma se diventa un trucco, se dall’immagine si salta ad altro, ci si inganna alla grande. Il “segno”, il “nulla” deve farsi da sé, essere forte, pregno, concreto…persino un po’ più reale dell’immagine che lo aveva preceduto. Nessuno dice che deve esserci per forza il segno di luce o il nulla: spesso, per l’operatore fraudolento, pasticcione, il “nulla” è proprio il niente e null’altro.

Nonostante il fatto che coscienza e volontà siano stimolate al massimo grado possibile, tralasciando eventuali fenomeni ultrasensibili che possono prodursi in vari momenti ma non necessariamente, tre importanti virtù o potenze vengono ormai destate: il silenzio profondo, la quiete del sistema nervoso e l’indipendenza dell’immagine (di cui ho parlato sopra) che, come scrive Scaligero, può rimanere stabile o muoversi, comunque continuamente alimentata dalla volontà più profonda che si veicola attraverso una condizione di coscienza vuotata da ogni riflesso della corporeità e totalmente priva di rappresentazioni o echi di immagini estranee che riducono la forza messa in moto e che riconducono sempre al senso corporeo.

Con ciò si indicano momenti eccezionali, non condizioni stabili o da rievocare con la facilità della coscienza ordinaria.

Non credo si possa caratterizzare tale apice con parole: è un’attività che coincide con una condizione di riposo assoluto e di liberazione. E’ già molto. Il passo successivo consiste nel lasciar cadere l’immagine. Questo è difficile perché tale azione ulteriore non va pensata: essa è un puro atto (decisione) della volontà. Quest’ultima non è la volontà ordinaria ma l’essere della volontà che la dedizione assoluta nella disciplina ha sollecitato.

Quando la possente corrente del volere si desta e riempie la coscienza, l’immagine cade oppure rimane come pura forma. Come pura forma il suo essere qualcosa non ha più alcun significato: se il significato svanisce, con esso svanisce anche il soggetto comune che dava significato all’immagine, a se stesso e al mondo sensibile.

Con la sparizione dell’immagine, la coscienza si riempie (o si proietta) nel sovrasensibile: quello delle forze interne o quello di altri mondi. Forse è corretto sottolineare che anche il carattere famigliare della coscienza muta sebbene permanga una sottile identità di sé con sé.

Il modo ed il cosa dipendono da diversi fattori: tra i principali campeggia la struttura animica individuale e la preparazione precedente. Ora si fa concreta l’importanza dei cinque ausiliari, delle meditazioni e delle letture meditate: nella misura in cui hanno modificato la sostanza dell’anima, rendendola capace di essere nel vento, nel vuoto, negli abissi: finché c’è traccia di riflessità ciò è impossibile.

E’ invece possibile che questi ultimi passaggi siano realizzabili – sono fulminei – in condizioni particolarmente favorevoli ma inadeguate. L’anima non ha abbastanza forza per sopportare altri mondi. In questo caso sorge immediatamente sgomento, paura o orrore: di solito è orrore cieco, insopportabilità assoluta, ma anche questa condizione è rapida: l’anima si ritrae subito nella oscura sicurezza della corporeità fisico-sensibile, all’incirca come avviene nel sobbalzo alle soglie del sonno. Ciò indica soltanto che il ricercatore potrebbe riuscire ma deve conquistare ancora maggior forza e maturità.

Vi sono ancora tante situazioni intermedie: la via è relativamente semplice, noi siamo indiscutibilmente assai complicati: su ciò facciamoci due risate: non modificano la nostra contraddittoria situazione ma saranno sempre meglio che piangerci addosso.

SCIENZA DELLO SPIRITO

AUTUNNO, TEMPO DI CENERE

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Poiché Eco è un Sito orientato verso i contenuti che sono espressione palese e occulta dell’essere umano e del mondo, che ne dite di fare un po’ di silenzio come natura insegna, sconnessi da pc, tablet e smartphon e fuori casa, magari per annusare la stagione che sta per piombarci addosso modificando non poche cose della nostra consueta vita, anche quella più vicina al nocciolo interiore?

Avere più consapevolezza di quanto la natura ci comunica è sempre un buon passo per una maggiore salute animica e per la coscienza di sé in quanto estranea, almeno per poco, dai pesanti aliti che come serpenti si alzano con le personali passioni.

Cercate di notare, quando la canicola è passata, come si cominci a respirare nell’aria, un odore diffuso sottile e particolare.

Che non è più il sentore puro delle mattine estive o la dolcezza delle serate crepitanti di strudalazionesche attività e sature del profumo degli esausti fiori. No, agli odori dell’estate già si mescola un leggero tanfo di decomposizione e di foglie morte, che svanisce completamente a metà giornata, sotto i raggi ancora dardeggianti del sole.

In certi paesi europei l’autunno iniziava con la festa dell’apostolo Bartolomeo, poi abbiamo fatto quasi centro con Matteo…non è solo un caso che, per queste date appaiono i primi sintomi dell’autunno che annunciano che la sonnolenza estiva dell’atmosfera comincia ad allontanarsi dal nostro mondo.

Per quanto belle possano essere le giornate, in settembre e in ottobre, le mattine e le sere ci fanno sapere che l’estate è fuggita via.

Questo odore autunnale ha la sua origine in una profonda metamorfosi della vita terrestre.

Un po’ come in primavera, i batteri del suolo e gli altri microrganismi si mettono all’opera per trasformare la massa vegetale caduta lungo e alla fine dell’estate. Ma questa metamorfosi è altra da quella primaverile: al presente nulla si costruisce, tutto si prepara soltanto a subire il freddo e l’umidità dell’inverno.

Questo processo che incomincia con la caduta delle foglie, delle bacche e dei frutti, prosegue per tutto l’autunno, al fine d’essere trasmesso alle forze dell’inverno.

Si può parlare, nei confronti dell’estate, come di un “fuoco estivo”: certo, è un fuoco assai dolce che fa schiudere i fiori, ma nondimeno ha gli stessi effetti del nostro fuoco ordinario, di legno o carbone. Il fuoco lascia sempre un residuo incombustibile: la “cenere”.

Ma la cenere non è solo una materia, è anche un processo.

Nella combustione ordinaria si vedono elevarsi in alto, calore, luce e gas mentre la cenere piomba in basso Questa caduta verso il centro della terra è ciò che meglio caratterizza la cenere ed è un processo.

Il cadere ed il deporsi della cenere sono altresì il segno distintivo dei fenomeni autunnali. Noi sentiamo il tonfo delle mele che si staccano dall’albero, lo scricchiolio delle noci maturate sui rami, il fruscio delle foglie morte. Il profumo del “fuoco estivo” avvolge ancora mele, pere e prugne ma esse contengono semi duri o noccioli legnosi. Solo le noci, che intorno a sé più non hanno morbida sostanza, sono perfetti frutti d’autunno, ossia frutti bruciati, di cenere.

E’ possibile chiedersi allora in che cosa certe produzioni della precedente stagione, cereali, patate e altri ancora hanno qualcosa di cinerino?

Per rispondere a questa domanda noi dobbiamo farci aiutare dall’arte del chimico: da lui possiamo apprendere che la maturazione dei frutti e dei grani, così come l’ingiallirsi delle foglie e la loro caduta, implica un grande arricchimento di diverse parti della pianta con sostanze minerali.

Tra l’estate e l’autunno, quando tutto matura, i vegetali si mineralizzano, in particolare per quanto concerne frutti e semenze e questa mineralizzazione compenetra anche l’amido e l’albumina; essi si impregnano di calcio, magnesio, silice e fosforo.

Ma questi elementi non si presentano sotto forma del “principio Sale”, essi piuttosto sono connessi al potere alimentare e nutritivo. Così non è un semplice carbonato di calcio che finemente si spande nella nostra farina di frumento o un semplice fosfato di magnesio che si deposita nell’albumina dei grani. Questi sali minerali non sono più dei sali nel senso proprio del termine, ma dei costituenti vivi che si integrano intimamente all’amido e all’albumina.

Se essi non fossero attivi in grani e semi, alcune nuove piante, nella successiva primavere non potrebbero nemmeno crescere.

A queste sostanze minerali si aggiungono il ferro, il potassio, il sodio e altro ancora…ossia tutto quello che si trova nelle ceneri rilasciate di piante bruciate o dagli incendi boschivi.

Il processo del “divenire cenere” autunnale, nella terminale maturazione vegetale, non giunge sino ad una vera combustione e il “fuoco estivo” non giunge certo sino a conseguenze estreme!

Ciò poiché nei processi viventi della natura, nulla va a termine, nulla si perfeziona: tutto si intensifica solo fino ad un certo punto, così da poter essere trasmesso nell’ulteriore divenire.

Questo è rettamente un carattere del vivente: esso non porta a termine nulla, esso affida quello che ha maturato alle forze del cielo e della terra che lo faranno riapparire sotto una nuova forma. Mai una totale completezza né perfezione: ciò sarebbe sinonimo di morte assoluta.

Così noi siamo spesso ingannati dall’autunno, per la sparizione dello splendore estivo nella “cenere” delle foglie cadute.

Noi pensiamo: “Qui tutto finisce, muore”. Ma non è assolutamente vero!

Soltanto, l’uomo non vede più come i resti vegetali diventino l’alimento per il suolo materno.

Egli non vede più quel che succede ai semi in seno alla terra, quando umidità, freddo e neve hanno uniformato ogni cosa e tutto nascosto.

Il grande mistero dell’autunno è che non esiste alcuna regione della terra dove sia possibile affermare: “Qui regna un autunno perpetuo!”.

Infatti esistono luoghi dove regna una sorta di eterna primavera, una eterna estate, un inverno perpetuo. Ma non v’è posto in cui si possa dire che lì l’autunno sia eterno.

E ciò per quale motivo?

Perché l’autunno è la stagione delle metamorfosi.

Tutte le altre stagioni contengono metamorfosi allo stato virtuale, ma senza manifestarle.

Per contro, nelle zone temperate del mondo, là dove regna il ritmo delle stagioni, la metamorfosi si rivela attraverso i processi autunnali, cioè per mezzo della cenere rinnovatrice: in ciò, in tutto ciò, al momento giusto, sorge l’immagine della Fenice.

PS: scusate se – del tutto intenzionalmente – non accenno a Michele. Chi vuole mediti o legga quello che il Dottore ha scritto in merito. Il coro di “pensieri micaeliti”, “intelligenze dei cuori”, le esortazioni ad “afferrare con coraggio la spada di Michele”, insomma la litania annuale di pie esortazioni, paiono solo parole con l’abito di festa. Col sottofondo di devozione cattolica sconfinante nella superstizione che quasi sempre è la sua deriva.

Per chi volesse, più seriamente, avvicinarsi ad un ambito che lambisce qualcosa di reale nel merito di tale Essere, consiglio di pensare i pensieri che si snodano con la lettura della “Tradizione solare” di Massimo Scaligero. Pensare pensieri, signori miei: le genuflessioni sentimentali, figlie di una ottusa decadenza, valgono meno di niente.  

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO,

IL DITO E LA LUNA

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La Via, di cui testardamente cerchiamo di indicare i primissimi passi, è davvero una via. Un camminamento di montagna. Esiste forse una strada in cui, con un balzo, ci si possa portare dal suo misterioso punto di partenza all’altrettanto misterioso ed ignoto Tempio dello Spirito?

Certamente grandi maestri del passato caratterizzano la realizzazione spirituale con pochissime, sostanziali parole. Faccio un esempio con il sesto Patriarca cinese Huei-Nêng, detto anche l’illetterato. All’anziano istruttore Shen Hsin che diceva: “Questo corpo è l’albero bodhi, questo cuore è come uno specchio brillante. Senza posa noi lo spolveriamo e lo asciughiamo per non lasciare che vi si arresti la polvere”, Huei-Nêng risponde: “Non vi è albero dell’Illuminazione (bodhi), né cornice brillante. Poiché tutto è vuoto, dove potrebbe posarsi la polvere?”

Ecco un esempio di via diretta di conoscenza della “natura propria”.

Tuttavia occorre forse ricordare che con tali parole il Patriarca si rivolgeva di fatto a pochi, qualificati discepoli che per karma e per una profonda vita meditativa potevano essere in grado di cogliere, nel maturato vivente dell’anima, la travolgente essenza della via e forsanche per uno su mille si compiva, con un balzo, l’istantanea illuminazione.

Quella, si badi bene, liberata da ogni supporto, dai lacci del mondo e dai lacci di se stessi.

Mi si può facilmente obbiettare che ho portato un esempio lontano, esotico…ma credo che una obbiezione di tal fatta regga poco. Questo perché? Perché, in genere, si è lontani dalla spiritualità vera, dalla influenza spirituale di cui le parole sono solo il veicolo (o anche meno) e aggiungo che se l’Occidente è confuso, pure l’Oriente lo segue da vicino dove sono molti coloro che, imbastarditi dalla massa di preconcetti balordi offerti capillarmente dalla cultura occidentale, non riescono più ad avvicinarsi alla Saggezza iniziatica delle proprie tradizioni.

Una approfondita riflessione sul tema del percorso interiore è utile a chiunque, sia per le anime d’Occidente che per quelle d’Oriente.

Così, l’uomo che sente come necessaria una direzione interiore, potrà trovare molte occasioni: ad esempio sarà portato a intuire come una autentica via iniziatica sia qualcosa che non può essere rinchiuso negli schemi di nessuna teorizzazione ma che invece può condurre verso il superamento di ogni preconcetto e di ogni particolare ideologia, fede o sistema dottrinario. Sete di assoluto.

Rimane il fatto per il quale ci dovrebbe essere alla base un intimo quid, un nucleo di memoria, annebbiato ma ferocemente persistente, assai interno alla propria anima: se poi una lama di luce entra dalle imposte spalancate dal vento del destino e tutto si fa chiaro, non va dimenticato che – prima – il fondamento sta negli occhi sani, dotati della potenza del vedere. Occhi accecati non distinguono il buio dal raggio di luce. Per una triste patologia dell’anima, ciò che è ovvio, elementare nell’analogia, può non esserlo nella vita dell’uomo e non lo è affatto nei conati spiritualistici.

Lasciando i salti rarissimi che possono prodursi quando il discepolo è pronto, “il viaggio di mille li principia da sotto il piede”: così si esprime Lao Tzu con il suo Tao che non è suo ma eterno e insondabile e che dunque va oltre la ridotta quantità di secondi contenuta in ogni minuto, il magro numero di ore e la scarsa elemosina dei giorni e dei secoli.

Già! Come fa l’accorto contadino col maiale, lo stesso vale per la Tradizione originaria. Non si butta via niente. Ma il problema che sorge subito è sia quantitativo che qualitativo: i contadini ci sono ancora mentre gli esoteristi sono fauna di scarsa sostanza in estinzione e manco protetta.

Tale è uno stato di fatto e sui fatti – come il coppo che ti cade in testa – c’è poco da discutere. Anzi possiamo discuterne per tutta la vita o in quello che di essa ci resta e non è di scarsa importanza capire come sia potuto succedere quello che è successo o non è successo.

Forse così arriviamo a comprendere come il deflusso di quel poco che ancora c’era ci abbia scalciato fino alla libertà assoluta…ma solo virtuale e ancora per niente virtuosa. Ora possiamo fare marameo a tutto perché abbiamo perso tutto e la Via si è così ristretta che la “cruna dell’ago” pare un traforo a quattro corsie.

Davanti alla Via c’è uno iato, sottile ma profondo, che la separa dalle falsificazioni, dagli apparentamenti deformanti e piuttosto osceni o ridicoli, dai discorsi vuoti e dai sensazionalismi di cartapesta. In pratica da tutto quello che c’è in giro.

C’è molta ironia nel accusare il dito che indica, quando si vuole far credere che la luna sia, per così dire, a portata di mano. Pare a molti che le indicazioni siano tempo perso, dunque che l’osservazione di Lao Tzu, citata prima, sia cosa ovvia, di desolata banalità. Fa parte della straordinaria libertà – che ora l’uomo moderno possiede senza sapere di possedere – la capacità di pensare tutto…ma senza il potere di fare qualcosa di reale, con quel pensiero straripante di sbracata impotenza.

Non è vero che nessuno avverta l’inanità del pensiero ordinario, anzi ci soffre su e per evitare questa sofferenza, svicola. Così scende in ciò che promette sostanza di vita: si immerge nel sentimento, nella volontà istintiva o negli istinti tout court: dove trova il calore che manca nel mondo gelido del pensiero. Così, a parlar chiaro, il 99% dei presunti esoteristi si muove con la pancia e le auliche parole appartengono all’ipocrisia della psiche serva della pancia.

Questo affinché non ci sia una modificazione della coscienza, così il resto (tutto il resto) è solo cenere che si posa o si alza smossa dagli oscuri venti della sotto-natura.

Talvolta, durante le sue conferenze, Scaligero ricordava quanto era facile la lettura di testi esoterici. Credo che l’esplicito ammonimento nelle sue parole fosse persino troppo bonario poiché sono ben pochi gli studiosi tra i pochi lettori e tra i pochi sono tanti che non ce la fanno a capire quello che stanno leggendo. Capire non è cosa da poco. Mi ricordo una storia che molti conosceranno. E’ più o meno questa e scusatemi le inesattezze: Il Dottore indica a una discepola alcune discipline. Questa signora segue per un certo tempo le istruzioni ricevute ma i risultati sperati non arrivano. Succede poi che abbia, dopo mesi o anni, occasione di parlare nuovamente col Maestro e di lamentarsi con lui per la mancanza di esperienze spirituali. Ascoltata, il Dottore le fa una domanda: “Come sta andando lo studio della Scienza Occulta (il Testo)? La signora risponde: “Mi è diventato tutto molto più chiaro, lo comprendo assai meglio”. “Ecco” risponde il Dottore “questo è il risultato degli esercizi”.

Già, gli esercizi. Pure questi possono non venir capiti e allora vengono fatti in modo sbagliato. Ma ciò non è cosa troppo grave. Succede in ogni attività di cui non si sa ancora nulla, capita in qualsiasi noviziato. Invece è molto grave che si continui a sbagliare dopo dieci, venti o più anni di pratica. Perché in questo caso non si sbaglia ma si imbroglia. Perché, arrivati al minimo sforzo, si sceglie di non faticare, di evitare ogni sofferenza. Si sceglie l’anima facile, l’anima comune, persino l’anima colta…purché in essa non cambi una virgola. E vi assicuro che qualcuno lo fa con la consapevolezza di ciò che non fa.

Vi chiedo: non giudichereste impazzito un artigiano che dopo aver accolto un giovane a bottega lo continuasse a tenere presso sé quando risultasse evidente che il giovane in prova non avesse alcuna voglia di imparare, di lavorare o almeno di tentare di fare, maldestramente, qualcosa?

Pari pari succede tra il mondo spirituale e l’anima umana ed i Maestri invisibili non sono matti. Così il discepolo che erra può venir perdonato ma se continua ad errare viene tolto dalla Via. Questa è una realtà di cui non si parla mai e invece spiega come muoiano le comunità spirituali. L’albero, tolta la linfa, si fa legno. Spiega le incredibili regressioni dei gruppi e dei singoli che, in breve tempo, vanno a rimpinguare  le coorti delle tenebre.

In realtà l’uomo possiede una chance che dubito sia tema da blog:

una Potenza universale gli si è affratellata (chiamatela col nome che volete): un atto e un fatto così immenso che – almeno per il mio modo di sentire – pensiero e chiacchiera sono inadeguate e dissacranti. Di ciò l’uomo, nella sua cultura, sa qualcosa e appena subodora, schizza via, cerca in ogni manifesto di periferia Chi lì non c’è: cerca un fantasma.

Naturale! Si bramano maestri e maestrine ma l’Io non lo vuole nessuno. E nessuno – tra i bravi ragazzi – vorrebbe il disprezzatissimo “ego”, così viene a mancare pure quel “da sotto il piede” di Lao Tzu. Scaligero ha indicato lo scandaloso mistero in sette parole: “L’essenza dell’ego è il Logos”(Luce, pag. 119). Mai riflettuto su questo? No? Peccato.

Eppure chi non dorme o sogna 24 su 24, comincia da sé, da quel sé inevitabile e poi scopre faticosamente che dentro quel sé vi sono luoghi e forze che non hanno limite: vastità all’interno del punto più piccolo, l’unico atomo di Democrito che abbia un senso. Potreste farmi notare che il Dottore ha scritto abbastanza e ha raccontato molto. Allora, a mia volta, dovrei farvi notare che ogni suo testo è un percorso che va dalla parola all’esperienza interiore, alla modificazioni della coscienza e, se del percorso vi sono rimaste solo parole, non avete percorso nulla.

La modificazione della coscienza è il primo vero passo compiuto sulla Via ma essa comporta sfittimenti e capovolgimenti che sono frutto di estreme maturazioni. Il Dottore scrive di: “…un’esperienza viva, accompagnata da interiori sconvolgimenti, tensioni e soluzioni.” (La mia vita, pag 334).

Pur tuttavia “è un fatto che oggi molti respingono con la massima energia quello di cui hanno più bisogno.” (Teosofia, pag. 14).

Sembra proprio che la luna, indicata con criminale faciloneria da chi vive da orbo, non sia proprio a portata di mano: credere che lo sia dopo i primi tre anni di vita è un errore che, prima o poi, si paga. Le potenze dell’anima sono come un fiume: esso scorre verso la foce dove ristagna o imbastardisce in salsedine. Le discipline sono momenti in cui si fanno risalire a monte le acque vive e forti del fiume. Tutto qua: senza dita che indichino la luna, senza lune a due passi dalle dita: le rappresentazioni personali perdono totalmente ogni importanza e così crolla il mondo, il soggetto che fa parte di esso e pure l’antroposofia che si era scambiata per antropo-sofia. Sofia che non si trova mai quando la si scambi con una immagine da riverire o come oggetto sacro da appendere sopra un altarino: maleducazione non bella e non buona.

SCIENZA DELLO SPIRITO

MANCO FOSSI RASTIGNAC!

 mani tre

Che l’organismo societario dell’antroposofia fosse da molto tempo gravemente ammalato, eravamo in molti a saperlo e poiché non giovanissimi, da tantissimi lustri. Ebbi la discutibile fortuna di veder sparire figure che furono discepoli diretti del Dottore: gente che comprendeva benissimo cosa fosse il metodo d’osservazione goethiano e come l’antroposofia fosse, in un certo senso, il suo fiorire oltre ogni limite.

Alcune di queste figure, data la venerabile età, erano davvero pervase e sostenute dallo Spirito ed era impressionante osservare la luce/fiamma che, oltre gli umani giorni, dava loro un senso di giovinezza perenne che i numerosi sodali più giovani, diciamo sessantenni, non possedevano. Conoscenza ed entusiasmo fluivano da essi come da una sorgente feconda.

Come ho detto, discepoli del Dottore, avevano conosciuto Dunlop, Meebold, Unger, Stein, Emmichoven, il giovane Pavisi, Bauer, Rittelmeyer, ecc. Cioè persone che avevano sviluppato gradi o alti gradi di “veggenza”.

Non parlerò di Colazza e Scaligero, essendo questi ultimi volutamente impercepiti dalla faziosa cecità animica invalsa tra la maggior parte dei membri della Società nel nostro Paese. Ed il fatto conclamato che Colazza fosse un importante discepolo di Steiner, non sposta di un millimetro la muraglia di contenimento formatasi intorno all’ammalato per non far entrare il medico: quasi nessuno, tra i soci, si è posto su ciò uno spazio di riflessione minimamente intelligente, autonomo e spregiudicato!

Nei decenni successivi, quelle che possiamo chiamare seconda e terza generazione, portarono avanti la forma acquisita mantenendo un certo equilibrio tra conoscenza acquisita e rispetto e devozione, però sempre più vuote di sostanza interiore: questo con la pessima influenza che provenne dallo stesso Edificio di Dornach per lungo tempo.

Così iniziò la diaspora degli spiriti (umani) più liberi o semplicemente indipendenti dagli spiriti (arimanici) del tempo, sotto le cui grinfie l’Organizzazione era caduta come le altre associazioni mondane. Aggiungo a ciò il fatto che il mio primo mentore era pure lui “veggente”. Come lo era stato il suo maestro, amico di Marie Steiner. Venni a conoscere la cosa solo dopo anni di lavoro con lui. Dai non pochi occultisti della mia città era l’unico antroposofo che fosse rispettato: mai stato tesserato.

Ora la stanza dell’ammalato (che a mio parere è spirato da tempo) si è trasformata in un sūq arabo o bāzār persiano dove ognuno tratta le sue più fantasiose merci e patacche.

Cose che l’incauto turista porta in occidente dove può apparire splendida ogni cianfrusaglia che odori di esotico.

Nel senso di queste righe è apparso sul web un interessante articoletto, tratto dalla Rivista Antroposofia, intitolato “Perché non siamo chiaroveggenti”. Se questa fosse una domanda (e non un titolo), la risposta potrebbe essere: ilare, tagliente e breve.

D’altro canto, perdere tempo a confutare ogni singola riga dello scritto è un lavoro noioso e quasi inutile; piaceva molto al gospodin Prokof’ev, a me no.

Poi se uno scritto parte da una rappresentazione impiccata per il collo qual’è “La critica più ricorrente che viene fatta all’Antroposofia è che nessuno degli antroposofi è mai diventato chiaroveggente.”, che rispondere a tale cretinata?

Ma questo chi l’ha mai detto a ‘sto benedetto uomo? Forse ha letto di Evola “Maschera e volto…” ma già in tale caso ha letto male oppure ha trasferito ciò che avrebbe desiderato che fosse scritto e forse dà per scontato che chi percorre la Via interiore venga a comunicarglielo. A lui o al mondo. Ciò è proprio quello che non succede e il Dottore ne parla con accento drammatico nelle prime pagine di “Iniziazione”.

Per tutti gli dei inferi! Vi esibite da antroposofi e non avete letto con un briciolo d’attenzione i pochi libri canonici…bene, passiamo ad altro.

“Oggi è diffuso l’equivoco che la chiaroveggenza parta dal pensiero o da qualcosa di affine”. Mi pare un’opinione giustificata poiché i pensieri del Nostro, che buttano nel pozzo non soltanto l’Opera del (anche) suo Maestro, sembrano da lui pensati – a mio parere senza equivoci – per negare la sua propria esistenza come essere umano poiché senza l’inutile pensiero egli sarebbe il primo caso di anello di congiunzione tra il mondo minerale e quello vegetale. Evidentemente indeciso tra la demenza e la supercoscienza, egli ritiene del tutto inutile l’organo con cui è capace di consapevolezza di sé e del mondo, antroposofia compresa, anzi, nel suo caso incompresa.

La parte finale della frase riportata, la quale riassume gli inutili strafalcioni successivi, è quasi sfiziosa poiché ho potuto apprendere (diceva Manzi: “non è mai troppo tardi”) che esistono “cose” affini al pensiero. Ma il riserbo su ciò è stretto. Mi chiedo se non sia affinità con il grana padano o gli acufeni…oppure con l’umor vitreo, poiché siamo sul plurale e gli occhi sono – Polifemo a parte – due.

Ma ora sono io che scrivo a vuoto ed è inutile pensarci su poiché il nostro eroe, più in là decide che “Il pensiero ha perso definitivamente la sua forza conoscitiva”. Allora, mi chiedo, quale potrà essere l’organo e l’attività con cui il Nostro vive nel mondo, lavora, comprende? Io una risposta c’è l’ho sulla punta della lingua ma suppongo che Eco non accetti il turpiloquio, anche quando sia santificato dalla trasparenza del vero.

Bisogna dargli atto che su ciò egli non ha reticenze: tutte queste cose lui le fa con le mani (qui i quadrumani ne escono favoriti: vedasi, di Pierre Boulle, La planète des singes.) e perché non si sospetti una mia manipolazione, riporto un periodo più articolato: “Ora la via della conoscenza parte dalle mani: non possiamo più parlare di chiaroveggenza del pensare, ma di chiaroveggenza del volere. Sotto questo aspetto la visione antroposofica del mondo è fluita in centinaia di opere in tutto il mondo, nelle scuole, negli ospedali, nei centri artistici”. Per affermare questa sgangheratezza logica, dagli antichi babilonesi egli passa alle epoche stellari sino ai Pesci, in cui: “…l’energia (sic) conoscitiva è fluita dalla testa alle mani”.

Devo continuare? Mette in un pentolone “Steiner ai giovani”, volontà, cuore e calore e termina come fan tutti, poiché il conformismo è di assai facile apprendimento: “E’ dunque dall’elemento del cuore, del calore della volontà, che dobbiamo riconquistare la forza della conoscenza. Ciò che di spirituale agisce e tesse nel mondo, rimarrà sempre invisibile ai nostri sensi fisici se noi non saremo capaci di riconquistare questo rapporto con il calore”.

Già! Senza alcun dubbio qui avrebbe ragione da vendere se scrivesse che lo spirituale (pensato sempre fuori di sé, nel mondo) rimarrà sempre invisibile ai sensi fisici. Sarebbe lapalissiano ma almeno non demenziale.

Sono più di cinquant’anni che sento o leggo simili farneticazioni, la pazienza è affar mio ma il messaggio che questi generi di pattume lanciano, affossa sempre le coscienze deboli e incerte, le allontana dalla minima presa di contatto con le basi ed il fondamento dell’antroposofia. Non ditemi che tra questa e le altre innumerevoli fregnacce non ci sia un oscuro filo ad unirle: portano sempre verso un messaggio univoco!

E’ tristissimo che simili righe provengano dalla Rivista riconosciuta (a torto) come autorevole manifestazione della conoscenza antroposofica come in effetti lo fu nel II dopoguerra.

Continuo ad essere un tontolone poiché resto ancora colpito dal fatto che il distinto discepolo, trovandosi a distanza di gomito da tali lordure, mentre pone altari alle nobili parole di uno scrittore per ragazzi, rimanga coerentemente più fedele alla sua politica d’immagine che alla luce del vero, così da non saper o non voler raddrizzare – magari qualche volta – il timone dalle derive dei più vistosi sbandamenti. Già, di notte tra gatti e ratti che differenza c’è?

In effetti, l’autore dell’articolo in questione (ed il suo fiducioso accolito), come succede sempre, è stato timido, un po’ chierico: non ha portato la sua analisi alla radice del conoscere. Fermandosi alle mani non è riuscito a raggiungere il piano pelvico su cui poggiano le parti anatomiche maggiormente sature di energie… conoscitive e ricreative.

SCIENZA DELLO SPIRITO

DELLA VERA ESPERIENZA SOVRASENSIBILE

satori

Cari amici lettori, dopo qualche intemperanza torno serio e perciò dico e ridico sempre le stesse cose, speziandole un tanto per variarne – poco davvero – il sapore. Questa noterella potrebbe iniziare volgendosi esaustivamente all’eccezionale fenomeno che consiste nella capacità di comprendere le cose che cadono sotto la nostra osservazione poiché, seppure mediate dallo spazio e dal tempo e dagli organi del nostro corpo (e già a questo punto dovrebbe aprirsi un ampio capitolo sulla presunzione di oggettività di tali mediazioni: ciò è stato compiuto con assoluta profondità da Rudolf Steiner nel IV capitolo della Filosofia della Libertà e da Massimo Scaligero con Segreti dello Spazio e del Tempo), esse, prese di per sé, non offrono al nostro sguardo il loro significato di realtà, avendo il carattere di un tutto indiviso e incomprensibile.

La norma che permette di distinguere i caratteri di un ente dagli accidentali generali e dal resto del mondo già appartiene alla nostra attività pensante e non al percepito indiscriminato che senza dubbio c’è ma mai si saprebbe cosa sia. Già la III dimensione non si dà ma viene data dall’attività del soggetto. Questo fatto è intuibile a chiunque sia capace di pensare e dunque minimamente presente a due mondi: a quello sostenuto dal pensare e a quello indeterminato poiché privo di pensiero.

Nella sua indagine, Rudolf Steiner osserva che persino “in due oggetti dello stesso genere non vi è nulla di veramente comune se ci si attiene soltanto all’esperienza dei sensi”. Prendiamo l’esempio elementare di due triangoli: uno isoscele e l’altro scaleno, oppure uno piccolo ed il secondo grandissimo…potremo continuare all’infinito.

Occorre compiere uno sforzo riflessivo per realizzare che fermandoci alla mera esperienza sensoria (cioè priva di pensiero) non esiste alcun triangolo uguale ad un altro e non esisterebbe nemmeno la possibilità di riconoscere un secondo triangolo dopo il primo (a dire il vero non esisterebbe nemmeno la comprensione per il primo triangolo, ossia la possibilità di riconoscere che un triangolo è un triangolo). Normalmente invece riconosciamo la loro comune identità poiché portiamo loro incontro nel moto pensante la luce del concetto di triangolo: solo allora riconosciamo tutti i triangoli del mondo.

Ma in tale caso abbiamo oltrepassato la mera esperienza sensoria e il contenuto del concetto (di triangolo) dove siamo andati a coglierlo? Semplificando al massimo, la risposta è questa: dal mondo del pensiero.

Ci siamo avventurati in quel settore di realtà (teoricamente rifiutata dal positivismo filosofico, dal materialismo becero e dall’esoterismo di mezza tacca) senza la quale nulla delle cose del mondo sarebbe da noi compresa e comprensibile perché, per la nostra costituzione, manca nel puro mondo sensibile. Questa è l’esperienza interiore assolutamente necessaria alla comune condizione umana ed è parimenti quella meno avvertita consapevolmente.

In quanto uomini, l’esperienza interiore del pensiero è ciò che ci colloca al vertice di quelli che sino a ieri furono chiamati “regni della natura”. Ci distinguiamo dal resto della natura non perché ci muoviamo o respiriamo ma nemmeno per il fatto che qualcosa susciti in noi odio o amore con una fenomenologia quasi simile alla pioggia che cadendo modifica la precedente compattezza o morfologia del terreno.

La luce del pensiero genera l’uomo in quanto entità completa, e dalla interiorità di lui essa sgorga incessantemente donando compiutezza al mondo, ancora senza che lo si sappia, poiché per ora una consapevolezza desta non esiste ancora, o meglio, l’atto non viene avvertito durante il suo processo: dandosi, a posteriori, come riverbero (riflesso): la consapevolezza si riaccende solo dopo, nel riverbero, in cui coglie il compiuto, il mondo già fatto ed il pensiero come fosse soltanto un riflesso di questo: per moltissime anime tale pensiero viene sentito come una copia sbiadita e sicuramente più incerta del mio “oggettivo” portacenere.

So bene che le precedenti righe sono insoddisfacenti rispetto al tema ma da esse potrebbe risultare sufficientemente chiaro che tento di indicare, ripetitivamente, che la prima e più importante tra le esperienza interiori è la coscienza pensante: il chiaro pensiero del soggetto. Ciò dovrebbe essere una conquista, eppure rimane sempre il fatto più negletto, non solo in anime strutturalmente primitive ma assai spesso nei cenacoli dove, nelle intenzioni, andrebbero curate e aiutate le forze attinenti la difficile alba della cosiddetta “anima cosciente”. Ogni ulteriore esperienza interiore vera che si definisca occulta dovrebbe essere oggetto della pura coscienza pensante come in natura ogni cosa percepita abbisogna di un sano organo percepente.

A molti, tutto questo potrebbe apparire semplicemente ovvio, ma se davvero fosse così il mondo esoterico sarebbe una riproduzione fedele del cielo in terra.

Purtroppo così non è, la confusione regna e per “esperienza interiore” si intende proprio di tutto, essendo di sufficiente soddisfazione per la presunzione e l’orgoglio umano, l’esperienza di qualsiasi cosa che possa essere sentita e giudicata diversa o straordinaria se per una minuta briciola appare soltanto estranea all’ordinario vissuto. Spesso Rudolf Steiner ha rimarcato il desiderio di molti spiritualisti di ritrovare, nelle esperienze interiori, somiglianze con le cose che ci sono famigliari nel mondo sensibile. Ciò non inficia quello che ho scritto, poiché quasi tutte le esperienze vantate sono soltanto quantitativamente diverse dal menzionato portacenere: viene aumentata la quantità delle “cose” se posso anche vedere colori o udire suoni inesplicabili che semplicemente aggiungo a quanto mi è famigliare nell’esperienza comune. C’è chi giudica spirituale persino un sentimento: come se questo non ascendesse – o fosse mediato – dalle profondità dell’organismo sensibile, dunque si confonde l’esperienza animica con l’esperienza spirituale: carenza pensante!

E’ un errore tra i più profondi laddove si volesse chiamare esperienza interiore quanto può esser sperimentato dualisticamente, cioè con le caratteristiche del mondo sensibile e nel mondo sensibile, dove il prodotto della nostra attività supercosciente si arresta nella passività cosciente.

Trattare di esperienze “superiori” quando ancora non si abbia chiara e sperimentata la funzione (e persino l’esistenza) del pensiero, permette tutte le illecite illazioni che poi divengono chiese, scuole sapienziali, correnti spiritualistiche.

Anche l’imponente castello antroposofico patirebbe (patisce) le più malsane correnti se non avesse a proprio fondamento una esigenza di obbiettività scientifica.

Nonostante tutta la cura profusa dal Dottore, è un fatto visto e rivisto come troppo spesso l’antroposofia divenga comunque suggestione, atto di fede e persino vociare pettegolo senza attività di pensiero, dunque miserabile verbalismo, inferiore alla stessa dialettica in cui esiste ancora moto di pensiero. Così, usando la stessa terminologia antroposofica, pare del tutto legittimo a molte anime il tradurre la visione esoterica in misticismo luciferico che nell’uomo moderno trapassa in supina resa all’ envoutement arimanico: come a dire che spingendo proditoriamente in su un piatto della bilancia, l’altro scende vistosamente in basso. Situazione corrente.

Per questa devianza e anche per altri motivi più intimi e delicati, preferiamo usare il termine Scienza dello Spirito quando ci riferiamo alle comunicazioni spirituali: esse, dati i presupposti, si dichiarano obbiettive. Appunto: come risultati di attività scientifica.

La chiave del discorso scientifico è la pura, spassionata osservazione.

Ebbene, nel divenire scientifico è quasi una stravaganza storica e metastorica dover constatare che soltanto uno semisconosciuto ma promettente giovane filosofo, nel 1894 si portasse alla radice epistemologica, indicando come, alla radice dell’osservazione scientifica mancava, sino a quel momento, l’osservazione del fenomeno che sta alla base di ogni possibile osservazione.

Tra l’altro osservo che egli scrisse il suo chef d’oeuvre con un linguaggio spregiudicatamente piuttosto semplice, essenzialmente fruibile anche ai non addetti. Eppure il carattere dell’indagine e del tema portò allo Scritto un interesse inversamente proporzionale ad una sua completa comprensione.

E pare che le illuminanti aggiunte all’edizione del 1918 siano ben poco penetrate nelle dure teste degli uomini.

La Filosofia della Libertà (taccio per comodo Verità e Scienza e Linee fondamentali di una concezione goethiana del mondo) si presenta come un puro risultato di osservazione scientifica, e infatti Steiner volle sottotitolare il libro come “Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”.

In che modo ciò è possibile? Troviamo la più stringata risposta in Verità e Scienza: “Io separo dalla mia immagine del mondo tutte le determinazioni di pensiero ottenute mediante il conoscere, e fisso soltanto quello che si presenta senza il mio intervento sull’orizzonte della mia osservazione”.

Non è facile capire la gigantesca portata di questa frase, poiché se pure immersa in un contesto di forma filosofica, essa indica un operare tanto radicale che per l’anima umana significa il portarsi allo zero di sé: annientamento cosciente e voluto, che sottende una disciplina straordinaria.

E questo, se non sbaglio, è uno dei momenti culminanti del percorso Reale sulla Via iniziatica.

Però è così, allo stesso tempo, che le due esigenze dell’uomo contemporaneo vengono soddisfatte: il bisogno di scientificità e di (vera) spiritualità.

Certamente, per il nostro essere quotidiano la via è poi dura, difficile o molto difficile: la chiamiamo Scienza dello Spirito ma è strada in salita. Forse per la stessa ragione, i molti preferiscono i mercatini dove si incarta antroposofia…cosa volete che costino otto righe di saggezza altrui?

Trovo, per farmi qualche risata, che uno swami pavoncello mette in guardia i suoi ammiratori circa l’abuso di disciplina interiore…Abuso? Eccesso? Dove, chi, quando? Evidentemente, immolati ad Atagartide i resti della sensatezza e di una infiacchita virilità, il povero swami forse crede che qualcuno possa davvero eccedere in ciò che è mortalmente difficile…  Certo è che raglia su ciò che lui non conosce se non a parole. E come uno Svengali dell’antroposofismo mistico, così ha pure intortato pazzi da legare e persone ingenue (raccolta indifferenziata). Mah!

A proposito della Filosofia della Libertà si può osservare come siano amate le conferenze e gli scritti che la esaminano da tutte le parti, perquisiscono ogni sua riga: notevoli esibizioni di raffinata cultura e di intelligenti riflessioni. Esse sembrano virtù. Anzi: “umile” lavoro intellettuale (espressivo di kulturaristokatie). Possibile che siano pochi a rendersi conto che questo poderoso armamentario sposti nel limbo indefinito delle cose lontane proprio ciò che è oggetto di tante attenzioni?

Anche questo è un evitare e far evitare il lavoro personale, il confronto del proprio pensiero (e della propria anima) con il percorso del Testo, la sua organicità e la possibile sperimentazione del suo fondamento, cioè il senso per cui era stato scritto.

Ma forse a ciò lo sforzo ordinario potrebbe essere non sufficiente. Per chi ne è capace (nessuno può saperlo prima di tentare), forse sarebbe cosa migliore, parallelamente allo studio severo, abusare, per un tempo non limitato, della disciplina posta a fondamento e colonna di ogni attività d’attenzione consapevole, almeno nei casi in cui si sappia distinguere quando si dorme e quando no.

SCIENZA DELLO SPIRITO

UNA INCURSIONE NELLA MAGIA


Accidenti se fa caldo! In realtà un pensiero molesto zampetta ai bordi della coscienza: “ma non t’accontenti mai…sei delicato come il culetto di un bebè…ti squagli come un gelato…”.

Poi, vicino al Tribunale dove trovo sempre un parcheggio salato, mi si avvicina un africano, uno di quelli che cercano di rifilarti opuscoli sulla negritudine per qualche spicciolo, ma senza prepotenza, direi con garbo. Era la “sua” zona di lavoro da parecchie ore, sotto un sole che cuoceva uova e cervelli. Io cammino veloce. Ma ora rallento, forse perché in questo momento siamo compagni di cottura, e mentre cerco nelle tasche qualche cosa che somigli ad un euro, lo guardo con attenzione. E’ più cotto di me. Già magro, sputa acqua da ogni poro.

Addolcisco il grugno e gli chiedo: “ Tu arrivi dall’Africa, no? Come mai patisci tanto il caldo? E’ contento che qualcuno scambi con lui due parole, sorride e potrebbe fare il testimonial di qualsiasi dentifricio.

Mi risponde, un po’ in italiano e un po’ in dialetto e se la cava bene.

“Da noi non fa questo caldo e poi, di sera, xe fresco.”

Ricordo allora quello che è un assioma per un fine intellettuale italiano che conosco: “Gli africani venuti in Italia hanno portato da noi anche il loro clima”. Ma si sbaglia per difetto: forse hanno aggiunto il loro caldo al nostro, così contribuendo ad alleggerire – nella quantità – il peso delle pensioni. Davvero benemeriti.

Sia come sia, la temperatura nel mio studio bollirebbe tutte le aragoste del Maine, perciò vado giù leggero e, sperando che ai lettori di Eco piacciano le storie, ne racconto una.

*

Tanto tempo fa c’era un ragazzo, non ancora maggiorenne, che trafficava con ogni sorta di sapienza più o meno occulta. Essendo molto giovane fu facilmente sedotto dalla magia (quella più o meno tradizionale) che prometteva poteri e conoscenze straordinarie. Leggeva avidamente il poco che (si) trovava. Poi un giorno, già tormentato dal dilemma – che serpeggia in ogni occultista – tra il sapere e il fare, decise di passare alla pratica.

Laboriosamente mise insieme gli strumenti dell’opera. In realtà poca roba, ma che pareva tanta per uno sbarbatello squattrinato: un tripode con superficie concava per bruciare i profumi e qualche metro di lino bianco.

Per la purificazione della stanza usò fiori di zolfo, inizialmente eccedendo al punto che la colonna di fumo riempì sovente così tanto la stanza da dover aprire porta e finestra per non rimanere purificato forse, ma soffocato certo: ecco i primi pericoli della magia fai-da-te!

Poi i profumi: un mix di incenso, foglie di eucalipto e benzoino (quest’ultimo comperato sotto gli occhi severi del farmacista e lui annichilito dalla domanda “a cosa ti serve?”).

Invece il lino servì a tre cose. La prima fu una rozza tunica, stile KKK senza cappuccio, cucita da una santa donna (“ma a cosa ti serve?”), poi una striscia a cingere reni e pancia come simbolo di castità e purezza, infine quel che rimaneva per avvolgere rispettosamente la bacchetta. La bacchetta non sarebbe servita al rituale. Biforcuta, poteva venir utile solo in casi estremi come arma dissuasiva contro entità moleste. Non fu necessaria in questo caso, ma in un episodio di un’altra storia, funzionò davvero.

La parte importante del rituale fu la preparazione che sarebbe durata 40 giorni. Nella magia le analogie simboliche sono importanti. Per quarant’anni il Popolo Eletto dovette vagare nel deserto e persino Gesù si ritirò nel deserto per quaranta giorni. Il numero 40 è simbolo di espiazione, purificazione, preparazione.

Al sorgere del sole e al tramonto, il nostro aspirante mago – in successione – puliva o rovinava,  a seconda del punto di vista, il pavimento di marmo con acqua marina, accendeva i mistici aromi e, con il pollice della mano destra tracciava nei punti cardinali, in immagini dorate, i glifi della lingua angelica. Poi recitava a bassa voce una lunga invocazione al Sole e un preciso salmo davidico.

Vi sembra poco o facile? Magari per qualche giorno sì ma questo ripetuto lavoro, cammin facendo, si inspessì e gravò sull’anima e nel corpo.

Verso il mondo esterno la segretezza non si incrinò, ma alcuni rapporti col mondo vennero temporaneamente sacrificati. Il maghetto troncò, senza bugie ma pure senza la possibilità di una spiegazione sensata, l’interessante liaison che stava sbocciando tra lui e una bella ragazza, ahimè ben disponibile a focose iniziative. A ruota dovette abbandonare anche le dure sessioni della lotta greco-romana perché non gli fu possibile accollarsi, praticamente alle medesime ore, due fatiche impegnative così diverse. Inoltre cercava di mangiare in solitudine, onde evitare la condivisione coi famigliari, per i possibili rischi di contagiarli con le forze occulte suscitate (?) durante le operazioni magiche.

Se con la cabina telefonica del dottor Who torno a quei tempi, direi che il giovane amico operò (tutto sommato) correttamente, ed i sacrifici – vi ricordo che parliamo di un diciassettenne – furono in pratica pesanti ma necessari.

Mentre nel nostro mondo la preparazione al rito si faceva quasi innaturalmente gravosa, nei mondi dell’invisibile dovette suscitare un gran baccano: almeno in basso, tra baronti, larve e sedicenti spiriti-guida creava preoccupazioni e malcontento.

Prova ne sia che si presentarono alla sua porta, in giorni diversi, due persone, del tutto sconosciute, teleguidate dai propri spiriti per dissuaderlo a continuare. E non erano matti casuali. Sapevano tutto (non nei particolari) quello che l’amico stava facendo. Lo supplicarono di fermarsi – (Nota mia: mai fermarsi durante un rito!) – vaticinando lutti e rovina, lo accusarono di praticare la più empia delle magie…finché (vedo la scena dalle finestrelle polverose del Tardis), il nostro apprendista, persa la pazienza, minacciò, con un tagliacarte molto appuntito, di infilzare lo spirito-guida del secondo missionario. Funzionò: il tipo guadagnò svelto la porta, ululando che il gesto era la comprova di un’anima tenebrosa, volta al male. (Nota mia: in effetti le punte ferrose fanno paura e feriscono i cosiddetti “spiriti” dell’inframondo).

Che io sappia, come lontano testimone degli avventati avvenimenti in questione, il nostro apprendista non cercava poteri mondani ma alate intuizioni di alti spiriti. Mi pare che l’aspirazione di dialogare con gli Dei fosse molto ingenua, esagerata ma onesta.

Come tutte le cose del mondo anche il tempo passò trascinando via i 40 giorni. Per quanto mi è stato concesso di sapere l’ultima settimana fu soggetta ad una tentazione continua: “Questa preparazione è un incubo”, “Puoi smettere quando vuoi” o semplicemente: “Oggi smetti, falla finita”.

Se c’è del vero nel detto: “Dio tace, è il diavolo che parla”, la condizione dell’anima del nostro apprendista rispondeva appieno a questa perla di saggezza.

Poi, analogo ai sette giorni della Creazione, ci fu il rito vero e proprio. Mi dispiace ma in ciò la riservatezza non guasta. Accenno alla poca diversità dalla lunga preparazione, sostanzialmente implementata da una invocazione precisa indirizzata al Dio Alato che è Messaggero tra gli Dei e l’uomo.

(Nota mia: ho sempre detto che in queste operazioni si è come ciechi. Sai poco o nulla delle forze che ti ruotano intorno o che smuovi dentro i tuoi occulti veicoli: per queste cose occorre determinazione, rigore nell’azione ma soprattutto una ineffabile dose di incoscienza. Fai cose che non conosci, cerchi di attirare forze che non conosci…insomma salti ma non sai dove vai a finire. Perciò cerco di dissuadere quelli che vorrebbero tentare: credo che difetti l’incoscienza e la grinta. Per la salute dell’anima nessuno dovrebbe giocare con simboli e invocazioni: funzionano anche oggi e nell’invisibile c’è sempre qualcosa o qualcuno che risponde. Attenzione: per l’amico Meyrink anche la preghiera non è esente dal rischio di venire ascoltata dagli Abissi e non da Dio).

L’amico mi riferì che, tolte alcune incerte, fantasmatiche apparizioni tra veglia e sonno, nei primi sei giorni non accadde nulla. Fu nella notte del settimo giorno che avvenne una intensa successione di esperienze. Leggiamo alcune righe dal suo diario magico: “Mi svegliai in piena notte a causa di un suono. Era come se una indefinibile quantità di palline d’argento (suono argentino) fluisse, cozzando le une con le altre, lungo l’interno della mia schiena (…). Mi trovai (fuori dal mio corpo) in uno spazio stranissimo: era come un cielo infinito azzurro pallido illuminato dappertutto come da puntini di luce dorata. Non avevo alcun timore. Poi, come da un orizzonte lontanissimo, mi accorsi che qualcosa si avvicinava velocemente: vidi avvicinarsi una immensa creatura di fiamma (o di fiamme). Non ebbi paura in un senso fisico ma non potevo sopportare l’intensità che arrivava travolgente. Così, d’istinto, scappai (ma non è il vocabolo giusto) introflettendomi. E’ come essere un calzino consapevole di sé che si rivolta in se stesso (…) non sapevo che si poteva fare questa cosa. (…) …a ogni introflessione si passa a luogo o mondo diverso (…) ero in un luogo scuro da cui si alzavano fiamme senza luce: probabilmente l’inferno dei cattolici ma sono certo che stavo vedendo il chakra di base, il muladhara che si stava attivando. Fuoco buio? Da questa impressione poi (…) e passai immediatamente al senso corporeo di me stesso. Questo fu tutto”. Mi era mancata la forza necessaria (…).

*

Ma, che io sappia, oltre a non rimetterci la salute (in questo genere di cose l’amico era come il classico topo nel formaggio), forse ci fu un successo indiretto ed imprevisto. Forse Atena, talvolta compassionevole dea, mandò il suo gufo a bubulare nel modesto intelletto del nostro apprendista…fatto è che pochi giorni dopo gli capitò tra le mani un vecchio libro di Paul Brunton che si intitolava Il sentiero segreto. Così conobbe, per interposto scrittore, il grande Ramana ed il suo limpido essenziale percorso a cui aderì con slancio: il più lontano possibile dai bric-à-brac della magia.

(Nota mia: molti anni dopo, del tutto convertito a ciò che La filosofia della libertà esprime, il personaggio di questa storia mi confidò un segreto cruccio antico ovvero di non essere riuscito, almeno, a conquistare il potere di formare piccoli fulmini globulari: da lanciare sulle posterga di chi sa lui).

Qui la storia di questa breve avventura finisce, sperando che, pur sforbiciata qua e là, non abbia anche (s)finito i pazienti lettori di Eco. 

TRADIZIONE

GIOVANNI DELLA CROCE

Giovanni Della croce

Se mi è permesso, pongo Giovanni della Croce tra le grandi individualità dello Spirito. Di lui ne avevo già parlato… ma il nostro non è un campo della vita in cui è meglio ripetere spesso le cose?

E’ un fatto personale: ancora apprendista maghetto, rimasi lungamente colpito nell’anima da alcune sue immagini (La notte oscura): esperienze profonde che mi attiravano e che, giovane com’ero, temevo. Mi perseguitarono per diversi anni con il fascino di un abisso che, essendo pieno di me stesso sentivo come tremendo, eppure incredibilmente volto verso l’alto. Solo una rigorosa disciplina interiore mi permise una serena visione della natura della sua visione, che sfrondata dall’elemento personale (immancabile anche tra i più grandi mistici) resta uno tra i più splendidi gioielli della Scienza spirituale cristiana.

Il tratto fondamentale della scienza mistica di Giovanni della Croce è, probabilmente, l’ascesi del “nulla” quale risulta dalla povertà evangelica, dalla sofferenza eroica e dall’annientamento di di sé fin oltre le radici dell’orgoglio:” Se vuoi possedere il Tutto, studiati di ricercare nulla in nulla”.

Il Nostro nasce nel 1542. Troppo presto la morte porta via il padre e la madre Caterina si logora nel lavoro per sfamare tre figli. Troppo presto il piccolo Giovanni va al lavoro per fronteggiare la miseria: falegname, sarto, scultore in legno, pittore. Nonostante la buona volontà non riesce in alcun mestiere.

La carestia spinge la famiglia a Medina del Campo, ove Giovanni trova nutrimento per corpo e anima tra i “Fanciulli della Dottrina”, lì raccoglie le elemosine per i bambini poveri.

Viene notato, forse per il suo contegno grave e dignitoso, da Don Alonso Alvares che da nobile cavaliere si è fatto servo dei poveri.

Così Giovanni passa nell’Ospedale della Concezione: è adibito al reparto delle pustole. Nel tempo libero gira a chiedere l’elemosina per i poveri.

A 21 anni potrebbe seguire il desiderio di Don Alonso, terminare gli studi e diventare cappellano dell’ospedale, ma una voce gli indica il Carmelo.

Che però, mitigato, è divenuto un luogo mediocre. Ecco perché Francesco di S. Mattia (è il suo nome tra i Calzati), dopo 5 anni, aspira ad una assoluta solitudine che spera di trovare nella Certosa.

Non sa ancora che una donna eccezionale ha già parzialmente realizzato quello che è il suo sogno e che l’ideale carmelitano risplende ancora per l’eroismo contemplativo di giovani castigliane.

Nel 1567 Giovanni incontra Teresa di Gesù. Quella tosta che alle monache che vantavano esperienze spirituali, subito modificava la dieta: più abbondante e carnea. Quella che vedendo il Signore apparirle davanti fece subito le corna (immaginate come si sarebbe comportata oggi con le reincarnazioni delle “dame in lilla” che, per scissione si sono moltiplicate come batteri).

Comunque il piano è stabilito. Nel novembre dell’anno dopo, nel villaggio di Duruelo, in una misera casa che Teresa chiama “stalla di Betlemme” inizia la Riforma dei Carmelitani Scalzi.

Scelto a maestro spirituale della Riforma, Giovanni diventa, con Teresa, la sorgente che alimenterà spirito, vita e dottrina del Carmelo. Ogni riforma porta in sé un germe rivoluzionario. Vi fu lotta dentro e fuori la Spagna. Per 5 anni Giovanni dirige le 130 carmelitane Calzate in Avila, avvalorando con il suo essere, il magistero di Teresa.

Nella notte del 3 dicembre del 1577, la porta della casupola dove vive viene abbattuta e Padre Maldonado, con l’aiuto del “braccio secolare”, arresta Giovanni.

Ricevute per due volte le “verghe”, viene rinchiuso a Toledo. Il ribelle è gettato in un ripostiglio scavato nella roccia: stretto, buio e senz’aria.

Lì marcisce nel rigido inverno e nell’inferno toletano, tormentato dalla dissenteria e dalle febbri, nell’ovvio fetore. Accompagnato in refettorio, mangia per terra. Ordinariamente pane e acqua. Poi arriva la “disciplina pubblica”: Spesso il sangue e le piaghe incollano la veste alle spalle.

Ciò è solo l’esteriore. All’interno imperversa la terrificante notte dello Spirito, più atroce di qualsiasi pena.

Quando, dopo 9 mesi di prigionia, viene “liberato dalla Vergine”, appare alle Scalze di Toledo “così consumato e sfigurato da parere l’immagine della morte”.

Tremendo è il martello di Dio ma sotto i suoi colpi sprigiona le scintille della Notte Oscura e del Cantico spirituale.

Tra il martirio e l’esperienza mistica c’è spazio per la calunnia, processi infamanti, viene persino – lui, Padre della Riforma – spogliato dall’abito.

Così il Dottore del “nulla”, gettato in disparte, vilipeso, martirizzato nel corpo e sovrano nello Spirito, conclude la vita terrena il 14 dicembre 1591, a 49 anni.

A ciò vorrei aggiungere una cosa frequentemente dimenticata o ignorata: la sua statura intellettuale.

Bambino, impara a leggere e scrivere tra i Fanciulli della Dottrina. All’Ospedale della Concezione compie, per 6 anni circa, studi letterari sotto ottimi maestri del Collegio dei Gesuiti. Poi apprende le scienze a Salamanca dove compie l’intero corso filosofico. I Teologia può ascoltare i più quotati maestri del suo tempo, come i domenicani Mancio e Gallo e l’agostiniano Giovanni di Guevara.

Studente, dà ripetizioni ai condiscepoli del collegio di S. Andrea.

Sempre a Salamanca studia il grande Tommaso, anche se come dottore avrà una direzione diversa dall’Aquinate.

Quando il Carmelo di Teresa, nemico come la fondatrice, della mezza ignoranza e della mezza dottrina, fonda i collegi nelle università di Alcalà e di Baeza, Giovanni è il primo Rettore. Tale è la sua profondità che il Maestro domenicano Fernandez ne è rapito. Molti dotti religiosi e professori lo ritengono capace di dirigere le tesi a Salamanca.

Riferisco ciò per non dimenticare la sua statura di uomo terreno, anche se la sua dottrina deriva principalmente da esperienze che trascendono concetti e parole.

Teresa ci dà testimonianza della sua grandezza interiore considerandolo “il vero padre della mia anima”; “Io cerco qua e là la luce: trovo tutto quel che mi occorre nel mio piccolo Seneca”; “Le ricchezze e i tesori che Dio ha riposto in quell’anima nessuno li conosce: sono grandissimi”. Teresa afferma ancora che “egli era arrivato a tanta santità quanto una pura creatura può possedere in questa vita”.

Come altri contemplativi i testimoni ce lo dipingono soave e mansueto, ma che riprende con severità, pronto per altro ad inginocchiarsi ai piedi del colpevole. E’ remissivo, ma quando gli altri tacciono la sua parola è diritta e rovente.

Caccia i demoni con l’orazione e il digiuno; placa le tempeste con un gesto del suo mantello; converte i tentatori con lo sguardo.

Ma non solo: il “contemplativo” lavora coi manovali portando a spalla pietre e legno. Ama la madre che spesso lo segue nei conventi, chiama il fratello e lo presenta a persone di riguardo dicendo: “ecco mio fratello, la persona che più amo al mondo”. Coltiva l’amicizia di nobili e di poveri, come attestano le sue lettere.

Eppure spaventa ancora tanti preti (mi rammento come il parroco della chiesa vicina a casa, che era uomo ben inserito nel mondo, prima cercò di dissuadermi di leggerlo, poi iniziò ad avere qualche timore anche verso di me, nemmeno ventenne).

Dalle Massime spirituali:

E’ meglio essere carico di peso in compagnia del forte che essere spedito in compagnia del debole. Quanto più sei aggravato, stai vicino a Dio che è la tua fortezza e assiste i tribolati; quando sei alleggerito, stai vicino a te, che sei la tua stessa fiacchezza.

La forza dell’anima cresce e si corrobora nel faticoso esercizio della pazienza.

Iddio stima in te più la propensione all’aridità e al patire per l’amor suo, che tutte le visioni spirituali che tu possa avere.

E’ più gradita al Signore l’anima che con pena e aridità si assoggetta a ciò che è ragionevole che non quella che, mancando in questo punto, fa tutte le cose con piacere.

L’opera pura e intera, fatta per amor di Dio, prepara nel cuore puro un intero regno per il suo Signore.

Un solo pensiero dell’uomo vale più di tutto il mondo: solamente Iddio è degno del pensiero umano.

Rifletti che il tuo angelo custode, benché sempre illumini la ragione, non sempre muove l’appetito ad operare. Perciò, per esercitare le virtù non aspettare il gusto, ché ti basta la ragione e l’intelletto.

Beato colui che, lasciando da parte l’inclinazione propria, attende alla ragione e alla giustizia nel fare le cose.

Se vuoi andare al santo raccoglimento, non devi andare ammettendo, ma rinnegando.

Non credere che l’essere gradito a Dio consista tanto nell’operare molto, quanto piuttosto nell’operare con buona volontà, senza spirito proprio ed umani riguardi.

Poiché nell’ora del rendiconto ti dovrai pentire di non avere impiegato il il tempo presente in servizio di Dio, perché adesso non lo impieghi come in punto di morte vorresti aver fatto?

Pensa che devi essere il nemico di te stesso.

L’anima che cammina in amore, non si stanca, né stanca.

Opere spirituali, lettera terza:

D’altra parte, è certo che il progresso di un’anima sulla via della perfezione non è legato al numero di nozioni che acquisisce, bensì all’assimilazione attiva che ne fa.

Ciò che manca, supposto che di qualcosa si senta la mancanza, non è lo scrivere, né il parlare, perché tutto questo anzi abbonda: ciò di cui dobbiamo sentire la mancanza è il tacere e l’agire.

Quando si è fatto conoscere ad un’anima tutto quello che è necessario al suo progredire, essa non ha più bisogno né di prestare orecchio alle parole di altri, né di parlare essa stessa: non ha che da mettere in pratica quanto conosce, con generosità, applicazione e silenzio.

In umiltà, carità e disprezzo di sé, senza l’irrequieta ricerca di cose nuove, che servono soltanto a soddisfare l’appetito delle consolazioni esteriori senza mai esaurirlo, e che lasciano l’anima debole, vuota, spoglia di spirito interiore e di virtù autentica.

Succede a quest’anima quel che accadrebbe a colui che tornasse a prender cibo prima d’aver digerito il precedente:il calore naturale, dividendosi fra tutti questi cibi, non sarebbe sufficiente a fargli assimilare il tutto e convertirlo in sostanza; è di qui che provengono le malattie.

Nella vita dello spirito, infatti, conta soltanto ciò che è tradotto nella pratica. I bei pensieri, i grandi sentimenti che non producono solide virtù non hanno valore alcuno; il collaudo di una dottrina si ha nella pratica.

Il desiderio di istruirsi nella scienza soprannaturale denota senza dubbio uno spirito retto; ma chi si limita a studiare la verità, senza la volontà efficace di mettere a frutto le ricchezze dell’intelletto, dà prova di illogicità e di debole convinzione.

Salita al monte Carmelo:

Per arrivare a quello che non sai

devi andare per dove non sai.

Per arrivare a quello che ora temi

devi andare per dove non ti piace.

Per arrivare a quel che non possiedi

devi andare per dove non possiedi.

Per arrivare a quello che non sai

devi andare per dove non sai.

TRADIZIONE

L'ARTE DEL CUOCO FILOSOFICO

CUOCO (2)

 La scienza moderna non considera il calore come una entità a sé stante ma accetta il fatto che esso modifichi le proprietà di un corpo.

*

Le donne sono più spirituali degli uomini! E per affermare questo nemmeno oso addentrarmi nelle osservazioni del Dottore riguardanti la plasticità della donna confrontata con la più densa s(t)olidità del genere maschile.

Nossignori. Basta rimanere qui, coi piedi piantati saldamente per terra. Il grande saggista e romanziere inglese C. S. Lewis ha caratterizzato efficacemente questa innegabile verità in una sua deliziosa “fiaba per adulti” (That hideous strength) in cui la personalità che dirige un improbabile gruppetto di inconsapevoli eroi della Luce stabilisce che le ordinarie faccende domestiche vengano svolte con una netta separazione tra i sessi: solo donne o solo uomini.

Perché questo? Allo scopo di evitare, in cucina, insanabili fratture: se un uomo chiede ad un altro dove riporre un oggetto, il primo risponde al secondo: “Mettilo nella credenza, nel secondo cassetto in basso a sinistra”. Se una donna fa ad un’altra donna la stessa domanda, la risposta può essere: “Là” oppure “Laggiù”.

Il mistero è manifesto: tra loro le donne, in questo modo, si capiscono benissimo mentre per l’uomo una spiegazione di quel tipo gli cortocircuita le cellule grige generando frustrazione, irritazione e in alcune situazioni sfoghi violenti. Ma, nel migliore dei casi, tra i due sessi si litiga.

A me è capitato spesso (in salotto, non in cucina), dopo aver chiesto lumi su di un fatto ad una gentile amica e dopo una sua lunga, accuratissima narrazione del come e del perché, di uscirne poi senza una immagine che (per me) avesse un fondamento di sensibile realtà e persino più nebulizzato di prima…ma con una delicata e dedicata malinconia verso l’irrisolto tema a causa delle mie patenti incapacità.

Arguisco che le donne siano come dotate di poteri che nemmeno in sogno l’uomo può sperare di possedere. Esse invece detengono la signoria di un linguaggio ermetico, il quale essendo ermetico è di certo figlio nobile dell’Arte regia, cioè della tradizione ermetica che nel passato è stata la via spirituale di quelli che furono e sono chiamati alchimisti.

Qui però c’è un però, poiché con la lettura di un testo originario di Ripley o Sendivogio o Geber, ammesso che la (in)comprensione possa essere un metro di misura, si giunge presto all’impressione che tali signori siano stati molto, ma molto superiori alle donne: e parlo di chi tra essi scrisse, forse mosso a pietà dalle turbe di pecoroni – ovviamente maschi – duri di comprendonio, divulgando e spiegando nei particolari i segreti della Trasmutazione e della fabbricazione della Pietra filosofale. Parlo degli Alchimisti conosciuti poiché questi scrissero valanghe esplicative, condividendo con il lettore l’arcano, strappando (a detta loro) persino la foglia di fico che dissimulava il segreto dei segreti.

Se non l’avete mai fatto, provateci, leggeteli. E’ la migliore disciplina d’avviamento alla sublime condizione del Non-Capire: invero condizione naturale generalizzata, ma in questo caso prodotta da un duro lavoro cosciente.

Bando a scherzi, a me che provenivo da un Oriente tutto trascendenza, dannarmi sull’ambigua equivalenza tra metallurgiche operazioni sensibili e stati di coscienza servì ad avvicinarmi all’idea del sensibile/soprasensibile che è la chiave dell’indagine goethiana.

Visto il titolo di questa nota, ogni dissertazione su valenze simbolico-terminologiche di cui i testi alchemici sono ricchissimi, è fuori discussione. Salvo gli accenni ai fuochi filosofici.

Perché “è dal regime del fuoco che tutto dipende” (Filum Ariadnae). “L’Opera non si fa né col fuoco volgare, né con le mani, ma col solo calore interiore” (Pernety). “Mediante lento e paziente riscaldamento, con continuo e mite calore si opera sino ad ottenere lo spirito occulto del mondo chiuso dentro la Pietra” (Chymica Vannus). Col Fuoco si cuoce: “intendete tutto secondo natura e secondo regime. E credetemi senza cercar tanto. Io vi ordino solo di cuocere: cuocete al principio, cuocete nel mezzo, cuocete alla fine, senza far altro: poiché la Natura si porterà al compimento” (Turba Philosophorum).

Prima di continuare spendo qualche riga su due termini ancora in uso che indicano strade e attitudini diverse: “umido” e “secco”.

Può valere, tra i molteplici significati, quanto è scritto nel Liber singularis de Alchimia che caratterizza la via secca dall’azione del Fuoco nudo e dall’assenza del “nero”, cioè dalla mortificazione. Ciò significa un operare senza crisi o salti o alterazioni ma con un processo continuo di sfittimento, di progressiva luminosità: attivo data la continua presenza del Sole e dello Zolfo (principio Io/volontà). Per l’uomo antico e per chi si trovi ad avere una naturale relazione con l’extrasensibile, la via umida, devozionale potrebbe essere più immediata. A patto che non sbocchi in condizioni passive e di estasi mistiche in cui il Mercurio (etere universale) scardini e sommerga l’operatore. Muovere qualcosa nel corpo eterico oppure esserne mossi si traduce in direzioni fatali.

Poiché il passato si prolunga nel presente, credo si possano cogliere alcuni tratti della via umida o della via secca anche nelle disposizioni animiche di coloro che operano nella presente forma della Scienza spirituale.

Tornando al tema del fuoco filosofico, esiste un testo breve di Giovanni Pontano che dà una relativa chiarezza e che potrei ricopiare per intero. Supponendo che ciò non sia un ardente desiderio vostro e mio, trascrivo qualche pagina saltando oltre le usuali lamentele delle fatiche e delle ambascie affrontate in lunghi anni di ricerca e di tentativi a vuoto, cosa familiare anche oggi a molti.

“…..La pietra filosofale dunque è una e si chiama in più modi: prima che tu la riconosca ti sarà ben difficile. Infatti è acquea, aerea, ignea, terrea, flemmatica, sanguigna, malinconica, collerica, è anche sulfurea ed è parimenti argento vivo. E ha molte qualità felici, che per opera dell’altissimo Dio, si convertono in vera essenza mediante il nostro fuoco.

E chi separa qualche cosa dal soggetto, ritenendo che ciò sia necessario, quegli per certo non sa nulla di filosofia, perché ciò che è superfluo, impuro, sudicio e di rifiuto, insomma tutta la sostanza del soggetto, si perfeziona in corpo spirituale sempre mediante il nostro fuoco. E questo i veri sapienti non l’ignorano mai.

Ora bisogna dire le proprietà del nostro fuoco e se cioè convenga alla materia e in quale modo, affinché si trasmuti con la materia. Quel fuoco non brucia la materia, niente separa dalla materia, né divide le parti pure dalle impure, come dicono tutti i filosofi, ma converte in purità tutto il soggetto: non sublima, come Geber fa le sue sublimazioni, similmente Arnoldo di Villanova e altri, parlando di bilanciamento ed equilibratura dei principi e di sublimazioni. Rende perfetto in breve tempo.

E’ minerale, acqueo, eguale, continuo, non evapora se non si faccia avvampar troppo, partecipa del sulfureo da altro che dalla materia, disgrega, scioglie, congela tutto e similmente calcina ed è artificiale, facile a trovarsi e a comporsi, senza spesa o almeno con poca.

Il nostro fuoco è minerale ed eterno, non evapora se non è eccitato oltre misura: partecipa dello zolfo, non proviene dalla materia: distrugge, dissolve, congela e calcina tutte le cose. Occorre molta abilità per scoprirlo e prepararlo: non costa nulla o quasi nulla. Inoltre è umido, carico di vapori, penetrante, sottile, dolce, etereo. Trasforma, non si infiamma, non si consuma, circonda tutto, contiene tutto: infine è il solo della sua specie. Egli è ancora la fonte d’acqua vitale nella quale il re e la regina della natura si bagnano continuamente.

Questo fuoco umido è necessario in tutte le operazioni alchemiche, poiché tutta la scienza è in questo fuoco. E’ alla sua volta un fuoco naturale, soprannaturale e antinaturale, un fuoco alla sua volta caldo, secco, umido e freddo che non brucia, né distrugge. E quel fuoco è fuoco con investigazione, con mediocre contributo: con fuoco languido tutto insieme produce tali equilibri.

E chi legge Geber e tutti gli altri filosofi, se vivesse cent’anni, non riuscirebbe a comprenderlo, perché soltanto per mezzo della profonda riflessione si riesce a trovare quel fuoco.

Allora si può capire nei libri e non prima.

(…) La pratica invero è questa: si prenda la materia e il più accuratamente possibile si triti con tritura filosofica e si metta al fuoco e la proporzione del fuoco si conduca in modo tale che ecciti semplicemente la materia, la tocchi tuttavia e in breve tempo quel fuoco, senz’altra apposizione delle mani, celermente compirà tutta l’opera, perché putrefarà, corromperà, genererà e perfezionerà e farà apparire i tre colori principali, nero, bianco e rosso, mediante il detto fuoco molteplice. Si aggiunga poi materia cruda non solo nella qualità, ma nella virtù.

Sappi dunque cercare con tutte le tue forze questo fuoco e ci arriverai, perché è quello che compie l’opera ed è la chiave di tutti i filosofi che non hanno mai rivelato…

Per quel poco che comprendo, davvero il Pontano si esprime più chiaramente degli altri alchimisti (resto al vostro servizio per le poche cose che paiono meno comprensibili, così ci faremo insieme almeno quattro risate).

Il fuoco o calore – sono termini intercambiabili – è dappertutto, come lo è stato dall’inizio della Creazione. Nell’uomo si affaccia come calore corporeo, perciò la nostra Pietra è naturalmente calda: essa manifesta la “vita della luce”, cioè abbiamo la vita che non possediamo e la luce che si palesa ma sembra nascosta.

Nell’uomo si avverte la vita come fuoco dei sensi, calore delle passioni. Nell’uomo il calore risorge come amore quando diventa percezione e pensiero ossia nell’atto che tende a restituire allo Spirito la materia. Nei confronti dell’anima la luce del pensiero deve incontrare il calore che promana dalla vita istintiva. Per comprenderci per il verso giusto si potrebbe parlare di realizzare una speciale condizione di “entusiasmo” indipendente dalle condizioni personali: sarebbe un buon termine qualora non venisse alimentato, come sempre avviene: a) dalle forme del sensibile (…partecipa dello zolfo, non proviene dalla materia…), b) dal godimento della natura personale (...senz’altra apposizione delle mani...).

Così, nel comune divenire, anche spiritualista, si usa e si sostiene pure che l’entusiasmo e tutto quanto vi si correla sia cosa grande mentre è palese contraddizione: si rinserra la sezione mediana al fluire di ciò che libera il pensare ed il percepire dalla categoria corporeo-animale: il volere profondo: il volere pre-corporeo è la vera forza attraverso la quale l’uomo può essere libero.

Solo dalla (progressiva) libertà può scaturire l’amore e l’atto morale. Libertà è essere indipendenti dal corpo, è agire dalla straordinaria condizione nella quale ci si possa trasferire nel corpo eterico. E tutto quello che pifferai e zufulatori spargono in giro con ossessione tematica diversiva è solo piatta fuffa dialettico-luciferica.

Dunque c’è chi si entusiasma per ciò che legge, chi per ciò che fa, poi ancora c’è chi scoppia di entusiasmo rimirandosi allo specchio…è roba di tutti i giorni e non vale un accidente.

Come ho scritto sopra, l’opera è portare l’essere del pensare nella vita degli istinti: il sole, l’oro, lo zolfo hanno, detto alla buona, un senso analogo ed il punto di questa somma analogica non può essere che il centro più possente dell’anima che la simbologia architettonica occulta indica come zona cardiaca.

Nel cuore avviene l’incontro tra calore e luce che “trasforma, non si infiamma, non si consuma, circonda tutto, contiene tutto: infine è il solo della sua specie”.

Nelle più serie e veraci correnti occulte esauritesi meno di un secolo fa, l’opera consisteva nel sentire ed avvivare con l’immaginazione una caloricità nella zona del cuore, nutrendola progressivamente con sensazione e immaginazione. Sebbene fosse preparata da una pratica volta all’isolamento dell’uomo lunare, il suo limite era quello comune a tutti gli occultismi: trasferire nella corporeità la coscienza, disciplinata ma ordinaria, seppure purificata dall’umido naturale così caro al volgo.

In realtà c’era già tutto ma mancava soltanto ciò che può immergersi nel corpo essendo da questo indipendente: la forza-pensiero. Senza la forza-pensiero ogni operazione o rito è solo operazione corporea poiché officiata dalle possenti forze corporee dominanti la coscienza. Di questa essenziale forza e della sua, già difficilissima conquista, su Eco se ne parla tanto, forse così tanto da confondere il buon lettore. Allora rimando a qualsiasi opera di Massimo Scaligero ed in particolare al Trattato del Pensiero vivente (in particolare l’edizione del ’79 riveduta e ampliata dall’Autore poco prima della sua scomparsa).

Pur essendo del tutto convinto che la “pietra angolare” non soltanto sostenga ma riassuma in sé l’intero edificio, ad un certo punto della disciplina della liberazione del pensiero dal vincolo cerebrale è possibile indirizzare parte del lavoro interiore verso la dinamizzazione del fuoco cardiaco. Infatti il dott. Colazza dice: “Tutte le regole e gli indirizzi di educazione occulta non daranno frutti senza questo senso del fuoco risvegliato nel cuore. E’ per questo che gli uomini del passato hanno tentato la via della devozione ma questa era troppo spesso inquinata da pregiudizi e da emozioni passive e non poteva dare la conoscenza. Scendendo nel cuore gli uomini perdevano il senso dell’Io per disperdersi nel sensibile sentimentale”

Ricordatevi dei “santini” in cui è raffigurato Gesù che tiene in mano il cuore fiammeggiante: ermeticamente semplificato in un triangolo rovesciato sormontato da una croce (tale simbolo ha anche altri significati. Nei tarocchi corrisponde al XII arcano: l’impiccato).

Molti sanno quale sia la disciplina: si trae, con l’immagine di normali processi sensibili (dal calore del sole al fuoco di un ceppo di legno), un sentimento o “senso” del calore. Se questo viene colto dalla coscienza della testa, il suo carattere lo traduce immediatamente nel cuore. Il processo, quando sia posseduto, accende subitaneamente la condizione a cui il dott. Colazza diede la migliore definizione possibile: “Emozione attiva”, del tutto indipendente da quanto può entrare in noi dal mondo esterno e dalla contingente personalità nostra.

Ma questo a che serve? Quasi già detto: porta a Vita la Luce. Ossia l’illuminazione si “accende”: diventa potere trasformante, giunge fino ai sistemi corporei, pervade ogni singola cellula del corpo e secondo misura e destino dissolve la materia e la sostanzia di etere spirituale. Parlarne come ora, indica, ma oltre non serve più di tanto: sono tutte condizioni, esperienze dell’anima metadialettiche, metarazionali: pure esperienze. Esse iniziano sempre dal pensare senza pensieri. Mi verrebbe da dire (e perciò lo dico): dal pensare…spensierato! 

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

SUL CANTO DEL BEATO

Peter Brooks Mahabharata Krishna talks to Prince Arjuna - (2)

I seguaci dell’antroposofia fin troppo spesso nulla sanno di quanto non sia strettamente legato ad essa. Ma su ciò dovrei correggermi. Vedo sedicenti antroposofi conoscere a menadito Osho, l’AMORC, le Kabbale, Krishnamurti, poi le cloache chiamate canalizzazioni e altre (infinite?) sciocchezze.

Neppure un timido un balbettio sugli autorevoli critici, vuoto pneumatico con gli autentici testi della tradizione. Poi Steiner e Scaligero, ma leggeri come i saldi di fine stagione: ottimi per libertine e esibizionistiche discussioni.

Che questo sia il futuro che avanza? Che ci sia una nuova scuola esoterica molto, ma molto a sud di Ushuaia?

Lascio ai lettori la meditazione sul senso del verbo avanzare, invito tutti a corsi di geografia esoterica, e riprendo il filo.

Va bene, anzi benissimo, seguire il pensiero scientifico-spirituale sulle “Basi occulte della Bhagavad Gita”, però esiste pure la Bhagavad Gita per se stessa e, se non erro, nell’”Iniziazione” Steiner stesso la indica come un testo che è cibo per l’anima.

Allora, è conosciuta o no?

Sfrondata da studi filologici ed esegesi, non è mica un grosso testo ed è rintracciabile in qualunque libreria, anche in edizioni di pochi soldi. Dunque di facile acquisto e ognuno poi fa quello che vuole.

Però mi stupirebbe se nelle fornite biblioteche personali di figure a vasto raggio di interessi spirituali, ça va sans dire, questo aureo volumetto non ci fosse proprio.

Non smetto di ritenere che riassunti o bignamini non comunichino nulla di buono: le Opere dettate dalle altezze (di qualunque tempo), qualora le anime sappiano riconoscerle, dovrebbero essere avvicinate e “trattate” con un minimo di rispetto, anche quando manchi una devozione sincera.

“Farle a pezzi non è rispettarle”, come diceva il capo ispettore Abberline nei riguardi delle povere vittime di Jake the Ripper. Eppure i festoni di budella appese sono il prodotto dell’encomiabile fatica quotidiana di chi, credendo d’essere l’attuale incarnazione del maestro del maestro, lancia alla canaglia indefinibili pezzi di cose alte o sacre: così va il mondo dell’illusione elevata a potenza.

Purtroppo chi fa ciò come nobile arte di sottoscala si autogiustifica sempre e comunque: in nomine diaboli, puto.

Qui, da parte mia, preferisco dunque limitare le prossime righe alla cornice in cui si situa “Il Canto del Beato”, confidando nell’interesse dei lettori per l’ulteriore proseguimento.

La Bhagavad Gitā è un un episodio del Mahābhārata, narrazione epica di una visione della grande India unificata in cultura e vita politica, completata tra il V e il I secolo avanti Cristo e che si traduce letteralmente come “La grande India”.

Quando Dhritarāshtra, il re cieco dei Kuru diviene vecchio decide di cedere il trono non a suo figlio Duryodhana ma a Yudhishthira, il figlio maggiore di Pāndu, suo fratello minore.

Duryodhana, uomo di inclinazioni cattive, mediante scaltrezza e tradimenti, si impadronisce del trono e cerca ogni mezzo per annientare Yudhishthira e i suoi quattro fratelli.

Krishna, divinità incarnata, tenta di conciliare le parti: in nome dei cinque Pāndava chiede per essi cinque villaggi ma Duryodhana rifiuta brutalmente e dice che senza battaglia non cederebbe nemmeno uno spillo di terra. Diviene inevitabile battersi per la giustizia e il diritto.

Tutti i principi dell’India si uniscono ad una delle due fazioni. Krishna, amico imparziale, offre una scelta e Duryodhana sceglie per sé il potente esercito di Krishna e Krishna entra nel campo opposto, non come combattente ma come auriga del carro di Arjuna (uno dei cinque pāndava).

Drona, il maestro di ambedue, sceglie Duryodhana perché il suo nemico Drupada ha scelto l’altro campo. Bhīshma, parente di ambedue i capi delle opposte fazioni, l’uomo più forte dell’India seppure anziano e che aveva tentato la riconciliazione, dopo un scrupoloso esame di obblighi e doveri e visto che nemici s’erano schierati a fianco dei pāndava, decide di combattere con Duryodhana per dieci giorni e poi di ritirarsi in morte volontaria ottenuta cioè con mezzi iperfisici.

L’auriga del carro del vecchio re cieco e spodestato svolge per lui la cronaca degli avvenimenti della lotta mai superata in importanza nella storia dell’antica India: qui inizia la Bhagavad Gitā, ossia il Canto del Beato, perché ripete le parole di Krishna, il divino incarnato e perché insegna all’uomo come elevarsi alla coscienza divina, realizzando nella sua vita terrestre il Regno dei Cieli.

Dei cinque fratelli pāndava, il maggiore è il più puro e virtuoso (sattvico), il minore è il più forte (rajasico) mentre Arjuna, terzo dei fratelli, è in equilibrio in forza e purezza: per questo viene scelto dal Divino per essere il suo principale strumento nella grande guerra che doveva determinare, nel mondo, un ciclo, yugāntara, e per essere il discepolo a cui dare il messaggio divino della via allo Spirito.

Se pensiamo l’insegnamento antico come staticamente immerso nel suo proprio splendore, la figura di Arjuna e il momento dell’insegnamento infrangono tale pensiero.

Arjuna è un uomo attivo, osservante delle leggi che regolano la vita dell’uomo giusto, posto nel mezzo della sua più profonda e violenta crisi. Il suo temperamento è indicato dall’inizio del libro ed è conservato fino alla fine: consapevole del grande massacro (di cui è destinato ad essere il principale strumento!), quello che sorge nella sua anima non è ragione filosofica o spirito riflessivo ma da uomo pratico e d’azione scopre di colpo di venir privato di tutto il fondamento della fiducia in sé e nella vita.

Egli, vissuto finora seguendo la legge (dharma) e mettendo in pratica le nozioni di diritto e virtù, scopre improvvisamente che esse l’hanno condotto a diventare il protagonista di un massacro terrificante e inaudito, di una mostruosa guerra civile che incendia tutte le nazioni, prepara la strage dei più valorosi eroi e minaccia la rovina della civiltà.

Allora Arjuna, gettando lontano l’arco divino e la faretra inesauribile che gli erano stati dati dagli dei, esclama: “ è meglio che io mi lasci massacrare, disarmato e senza resistenza, dai figli armati di Dhritarāshtra. Non combatterò”.

Non è il dubbio di un pensatore ma piuttosto la rivolta elementare di tutto il suo essere: non solo il suo pensiero ma anche il cuore e gli impulsi vitali non trovano più regole d’azione, nessun valido dharma.

Egli chiede allora a Krishna una regola sconosciuta, mentre il Maestro lo condurrà verso il segreto che Arjuna non cerca né conosce. Il Divino non vuole condurlo ad una legge qualsiasi (inevitabilmente umana) e chiede piuttosto che rinunci a tutti i dharma, tranne a quello, ben diverso da tutti, che consiste nel vivere coscientemente nel Divino e nell’agire secondo questa consapevolezza.

Il Maestro deve dare al discepolo una nuova legge di vita e d’azione che vada oltre l’insufficiente regola dell’esistenza ordinaria con l’infinita serie di contraddizioni e conflitti, di dubbi e certezze illusorie, così che liberi l’anima dai legami dell’azione senza impedirle di agire e con forza conquistare l’immensa libertà del suo essere divino.

Anche il Canto del Beato, come ogni altro testo, può essere mal tradotto. Basta poco per farne oggetto di erudizione oppure nel dare più luce alle parti preferite mettendo in ombra il resto. Spesso è stato detto, nella critica positiva, che la Gitā sarebbe, essenzialmente, l’insegnamento dello yoga dell’azione (karma-yoga). Ciò non è falso ma solo limitativo, come se da un pugno di sabbia si pretendesse di conoscere l’immensa spiaggia che scivola nell’oceano. Forse è più semplice: il Canto vuole che si viva nel Divino – “sebbene nel mondo, tuttavia in Dio” – . Esso vuole che l’uomo, oltre a vivere nella carne, nel cuore e nell’intelletto, viva nello Spirito. L’uomo, che vive nel mutevole corso del tempo, giunga a vivere nell’Eterno.

Ancora un rilievo: Arjuna è un uomo d’azione, è un uomo concreto e, nel drammatico momento dell’imminente combattimento, è anche uomo interiormente lacerato, confuso, ma è già amico di Krishna: riconoscerà in pieno, durante il dialogo l’infinita natura divina dell’amico, ne prenderà a poco a poco consapevolezza ma, è questo che voglio sottolineare, il Dio è con lui sul suo carro: è già suo amico. Tra i due c’è amicizia già prima che il Divino gli si riveli. Non è cosa di poco conto, non vi pare? E ognuno tragga da ciò qualche conclusione.

La Gitā non è arma di battaglie dialettiche,

è una porta che si apre sull’intero mondo di Verità,

di esperienza spirituale, e la visione che offre comprende

tutti i domini del piano supremo. Essa traccia il cammino,

ma non innalza mura o barriere per confinare la nostra visione.

(S.A.)

TRADIZIONE

SPIGOLATURE

Rudolf-Steiner-

“Ogni parola di Steiner tornava a noi più profonda, immensamente arricchita quando Lui la pronunciava”

Questa è una di quelle frasi che molti discepoli del Dottore hanno scritto rievocando una impressione comune per coloro che ebbero in sorte la possibilità di essere presenti e di udire la sua voce. Un ricordo, ma uno di quei ricordi che non abbandonano più l’anima per il resto del suo cammino.

Perché dentro c’è tanto. Ma che a mettere in parole è assai difficile, forse troppo difficile. E vale anche per me che ormai do per scontate fin troppe cose. Ora (se qualcuno lo ignorava…) insisto più volentieri a sottolineare il carattere precipuo dell’esercizio interiore, poiché i grandi ostacoli vengono dall’anima: l’anima comune che svolge funzioni naturali e necessarie, ma che nello spiritualismo mi pare fin troppo celebrata. Quell’anima in cui ci identifichiamo e che desidera l’omeostasi, la stabilità della propria condizione.

Al contrario, è proprio quando le sue funzioni naturali vengono sospese o deviate o invertite, si apre il varco interiore in cui si libera il percorso tra la volontà e il pensiero: condizione che non è il “risultato” o un risultato esotico e isolato, ma è la pietra angolare della reintegrazione.

Vista la situazione interiore di quando si comincia, di come si comincia, che è come una trama di nebbie fitte, tutte le situazioni umane che ho potuto osservare nel corso di molti decenni (compresa la mia) mi hanno indicato che il capire questo percorso è cosa difficilissima e che la semplice comprensione intellettuale o peggio ancora una acritica adesione sentimentale non vale un centesimo bucato (ho scritto “comprensione intellettuale” e così ho detto una stupidaggine poiché il comprendere è cosa serissima, sacra, persino rara. Credo che la comprensione abbia poco o niente a che fare con ciò che nel mondo passa con questo termine). Neppure una onesta ma astratta decisione riesce a mandare avanti qualcosa. Queste sono le buone intenzioni che illuminano il cielo della coscienza di una realtà simile all’effimera fioritura di un fuoco d’artificio.

Per fare qualcosa (di vero) serve che tutto l’uomo risponda all’appello. Non è necessario che lui ne sia completamente consapevole. Anzi, se si muovesse solo quello che c’è nella consapevolezza faremmo ben poco.

Ad un certo momento –  dopo molto ma anche subito – rivedendo il proprio percorso più essenziale di vita o abbandonandosi a una particolare condizione meditativa oppure attraverso una percepibile irruzione delle profondità sollecitata da una richiesta altrettanto profonda, ascende attraverso gli strati oscuri dell’anima una causa: è senza nome ma possiamo chiamarla karma prenatale, Io superiore, grazia divina, Tao…oppure anche stare zitti: succede che ci viene data la bicicletta e pedalare è poi affar nostro.

Possiamo anche gettare la bici (scusate la grossolanità dell’analogia) in un fosso e vivere come non fosse successo niente. E’ il bello di quella eccezionale condizione di libertà che possediamo nella sfera terrestre.

Quando Scaligero era presente, buttare l’evento interiore nel fosso era assai più difficile. Non perché vi fosse coercizione, ma perché ogni sua parola si formava come un involucro dello Spirito.

Talvolta la “testa” non afferrava, ma il cuore sì; esso riconosceva con stupita devozione la consonanza. Lo Spirito riconosceva lo Spirito.

Le sue, alle volte assai parche parole, praticamente le vedevi entrare nel mondo come fosse la prima volta oppure come rarità preziose: erano epifanie. Spesso intervallate dal silenzio. Anche il suo grande mentore, il dott. Colazza, faceva del silenzio un’arte: illuminante per alcuni, insopportabile per altri. Chi lo conobbe coniò il termine “silenzio attivo”, intuendo che il suo lavoro spirituale si svolgeva ben oltre la dottrina, la logica, i suoni e i rumori.

Come ho scritto sopra, bastava che una singola parola del Dottore venisse pronunciata da Scaligero ed era come la sentissi per la prima volta: diventava una porta aperta su altezze e profondità di cui mai ti saresti accorto: intuivi a malapena quale potesse essere il vero livello del discorso. Toccavi con mano la tua distanza, l’abisso che ti separa dalla vera comprensione dell’Opera del Dottore e dell’interiore tenore – sopramondano – di Massimo Scaligero.

Racconto un fatto narratomi da persona che poi fu molto vicina a Scaligero: andò da lui quasi con rabbia avendo conosciuto fin troppi spacciatori di spiritualità: “Forza! Proviamo a conoscere anche questo…tanto…, uno in più…”. Palesemente aggressiva si impose di ascoltare anche Scaligero.

Massimo, in tutta calma, le espose la costituzione interiore dell’uomo. Non aggiunse nulla.

Però la persona in questione, uscita poi in strada, sentiva a malapena il selciato: “Camminavo ma era come se non toccassi il terreno e, a tratti, forse non lo toccavo”.

A me, che spremevo tante concentrazioni ma poche meditazioni (nessuna), un giorno chiese: “Fai meditazione?” gli risposi di no e lui: “E’ persino più facile della concentrazione”. Un lieve sospiro, (che tradussi in un: “che lavoraccio con queste teste dure”) poi disse: “Ti mostro come si fa”. Pronunciò una parola, per niente misteriosa e feci…la meditazione più intensa e perfetta della mia vita. Fu un suo dono.

Non possiamo “imitare” Massimo Scaligero, come, sbattendo le braccia, non si può volare nel cielo tra le aquile; questo è certo. Ma potrebbe essere realistico ricordare il livello dello Spirito e delle Virtù che generosamente donava imparzialmente a tutti.

Ma poi occorre coraggio dell’azione individuale, tutta nostra.

*

Come scrisse un amico, la corda va tesa, senza curarsi se si spezza: che si spezzi!

Esiste per l’uomo anche il coraggio di conoscere ciò che egli è, che si è: il coraggio nella umana desolazione, quello crudo e senza fingimento. Lì intorno, il riduzionismo antroposofista che si traveste di ampiezza è il porto sicuro della menzogna. Il pannicello protettivo che cela la realtà, che ottunde, che travia.

In un commento, un valido collaboratore ora passato su posizioni piuttosto diverse, osservò come dietro ai sermoncini di qualcuno, alle assai più dotte conferenze o scritti di altri, ci fosse l’impulso inconscio di frantumare, diluire, soffocare l’atto più conseguente: pensare liberamente e volitivamente il pensiero originale dell’Iniziato.

Esso è lì, in attesa di essere nuovamente pensato sino alla consumazione della sua necessaria forma dialettica: da lì si può risalire…oppure ci si curva in spiegazioni, deduzioni, nessi culturali. Cosa non impossibile che accresce persino l’aura di autorevolezza di alcuni personaggi, ma che, a guardarci negli occhi, è solo fuga, paura e vergogna.

L’eterno soliloquio, il moto perpetuo del pensiero insignificante, va dominato, va arrestato: occorra pure un tempo quasi infinito. Un tempo si attenuava con molti mezzi la sua attività: ora questa strada butta a mare centinaia di anni di evoluzione e offre il quasi certo rischio di uno stato in cui la presenza dell’Io viene appannata sino allo sconfinamento in quella landa tra veglia e sonno chiamata trance o rêverie. Ora occorre immergersi con coraggio nel fiume del pensiero con un pensare più vigoroso, più intenso del suo corso naturale, ma non è cosa facile: è un’azione faticosa e dolorosa: afferra, in concreto, tutto l’uomo: tutto l’essere ne è coinvolto.

E’ possibile avvertire la ribellione dell’ordinario pensiero psichico che vuole contrastare con ogni mezzo la rinascenza di ogni singolo pensiero voluto dall’Io e certo, non è una scaramuccia ma una lunga guerra: una contesa tra due soggetti. Guerra che si svolge sul terreno della libertà umana: è il luogo dove maestri o dei non hanno accesso. Nemmeno le vittorie vengono vinte una volta per tutte: ciò che oggi si è conquistato può venir perduto domani. Ciò spiega gli strani – tragici – arretramenti di figure notevoli che ripiegano su posizioni di rendita personale o persino antitetiche alla strada originariamente intrapresa.

*

Ho scritto che tutto, dell’uomo, viene coinvolto. Allora qualcuno potrebbe, a ragione, chiedersi a cosa andrebbe incontro ciò che si sente come proprio. Nell’anima, ciò che sentiamo come maggiormente nostro riguarda la sfera del sentimento: lo avvertiamo come un mondo che appartiene solo a noi stessi, dunque per ogni individuo è cosa preziosissima.

Il problema che si pone è questo: da un simile atteggiamento non è possibile qualsiasi altro passo: grossolano o raffinato che sia, il sentire tende ad alimentare se stesso, a vivere in sé. Questa è la condizione che possiamo chiamare naturale.

Ma l’operatore, il ricercatore, l’asceta vuole evolvere ed è assolutamente possibile portare il sentimento in tale evoluzione. Purché non entrino in gioco e si rafforzino rappresentazioni comuni ma errate. Sono quelle che derivano dalla tendenza naturale indicata sopra. Parlo della “nobilitazione dei sentimenti”. Sentite, in ogni uomo normale convivono molte cose diverse: alcune (o molte) belle e splendide, altre (o molte) vergognose e brutte. In questo senso vi sono davvero uomini migliori e uomini peggiori…poi magari, in momenti particolari tutto si ribalta e dal migliore scaturiscono pessime azioni mentre il peggiore agisce con generosità ed eroismo. Ho conosciuto tanto velleitarismo ma scarsissimo prodotto: tuttalpiù abit-udini, cioè abiti: roba indossata.

La rappresentazione più corretta ci indica non il nobilitare, ma il trasformare. La differenza tra i due si misura col metro della realtà. Può apparire come immagine di gradini di sviluppo.

Il primo è indiretto (tutti sono indiretti se non si voglia, come ha sottolineato un collaboratore di Eco, cadere nella stupidità astratta di parlare di “sentire il sentire”). Si consegue con il lavoro che permetta di coniugare il pensiero con la volontà: in ogni suo momento il sentire è presente, ma nella apparente forma negativa: è il non-sentire: il sentire vuoto. Qui in realtà la potenza del sentire è superiore ma l’abitudine al “pieno” rende difficoltoso tale riconoscimento (pure nella percezione di correnti eteriche si sperimenta come esse si presentino come correnti di “vuoto” rispetto alle percezioni di natura). Dal sentire ordinario trae forza il sé inferiore, l’io psichico. Più l’Io si fa strada nell’immanenza, più retrocede l’io inferiore col suo mondo sentimentale.

Il carattere di imperturbabilità dell’Io permette l’acquisizione di un dominio di sé tale da essere in grado di percepire la gamma dei sentimenti senza che questi travolgano la vita dell’anima. Inizia la capacità di sperimentarli ma senza esserne invasi e catturati: questo è il secondo gradino.

Il terzo gradino va pari passo con l’autonomia dell’Io che, di solito, è relazionata ai momenti in cui il pensiero dialettico viene completamente estinto anche nei suoi riflessi: qui vige il silenzio, vivo e pieno. Allora, in questo silenzio, possiamo accorgerci che gioia o dolore giungono a noi come fossero sostanza di altri. L’esperienza è netta, possiamo persino stupirci della sua inusitatezza. Allora il piacere e dispiacere ci giungono come ogni altro oggetto del mondo: possiamo contemplarli e chiedere a noi stessi cosa essi vogliano comunicarci: sono diventati organi di percezione di qualcosa, come lo sono gli occhi sensibili che permettono di vedere le cose che stanno fuori.

Queste sono condizioni che mutano, purtroppo a tratti, l’organamento dell’anima nella sua realtà. Comunque il “travaso” che avviene sulla psiche è pur esso assai notevole: porta a diversi cambiamenti che modificano la precedente “visione del mondo” ed in particolare il nostro rapporto con le indicazioni del Dottore,  financo il significato e lo svolgimento dei cinque ausiliari che tutti credono di conoscere.

SCIENZA DELLO SPIRITO

TECNOLOGIE ALIMENTARI E ALTRI ORRORI

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La premessa a questa nota è abbastanza semplice. Il punto cruciale rimane sempre il pensare che, integrato alla percezione, produce conoscenza. Sembra quasi che vi siano due tipi di pensiero e altrettanti di percezioni: i primi superiori ai secondi. In parole povere, se il tema che viene afferrato dal pensare si traduce in pensieri che sembrino riguardare lo Spirito, (per gli spiritualisti) va tutto bene mentre pensieri d’altro tipo paiono quasi privi di diritto di cittadinanza. Per l’asceta questo è un equivoco che deve essere chiarito in fretta. Invero non si può essere operatori moderni se l’eco formale della Tradizione domina la nostra anima. Scaligero ha osservato e scritto che il pensiero non muta pensando Dio o una seggiola (e quante volte l’ha ripetuto ad amici e discepoli della Via Solare anche usando termini più crudi!). Il pensiero non è più vero se volge ad un testo antroposofico piuttosto che al manuale del piccolo chimico. Esso è più vero se è più forte, se è più concentrato, se è più cosciente, se c’è “IO” in esso: allora s’avvicina a realizzare la propria, spirituale natura: solo allora lo spettro semiautomatico che si dice uomo prende sostanza e diritto d’umanità. Tenete conto di ciò nel leggere i cenni e frammenti di rigorosi esperimenti scientifici, compiuti in tutto il mondo nell’ultimo decennio e conosciuti da Okinawa a Ottawa grazie alla rete, che non è quella di un ragno, ma, dall’origine, un modo per comunicare veloce tra scienziati. Chinandomi allo spazio tiranno voglio darvi subito qualche ragguaglio circa la realtà di prodotti del tutto comuni e “naturali” che attraversano i labirinti della tecnologia alimentare contemporanea.

Il latte: sino a vent’anni fa tutti accettavano l’indubitabile nozione che il latte faceva bene. Oggi il consumo di latte è accusato di tutto, dalle infezioni croniche al cancro e al diabete. C’è l’intolleranza al lattosio, l’allergia alla caseina. Sebbene alcune fortunate persone siano geneticamente equipaggiate per digerire il latte in tutte le sue forme, quello che si acquista nei negozi andrebbe evitato. E’ dannoso.

Vediamo di capirci. La mucca moderna è un mostro di natura. Un secolo fa le mucche producevano 8 – 12 litri al giorno, quelle di oggi (es.: le Holstein) arrivano a produrre tre o quattro volte tanto. Si è giunti a produrre animali con ghiandole pituitarie anomali attraverso selezioni e alimentazione proteica. La pituitaria non produce solo ormoni di stimolo alla produzione del latte ma anche gli ormoni della crescita. Essi sono presenti nella parte acquosa del latte, non nel grasso. L’eccesso di ormoni pituitari è associato alla comparsa del tumore.

La mucca con pituitaria superattiva è malata: secerne quasi sempre pus nel latte e richiede dosi frequenti di antibiotici. Troppo spesso le mucche sono alimentate con miscele ricche di proteine di soia. Ciò, oltre a stimolare maggior quantità di latte incrementa nell’animale l’incidenza di mastiti, sterilità e problemi epatici.(1)

(L’alimentazione appropriata è l’erba verde, specie quella a crescita rapida di primavera e autunno. Il latte delle mucche alimentate correttamente contiene il fattore Price e l’anticancerogeno CLA, oltre una alta quantità di vitamine e minerali).

Passiamo alla pastorizzazione del latte che, come tutti sanno, ci protegge dalle malattie! Le moderne macchine per produrre il latte, i contenitori in acciaio inossidabile, l’efficiente confezionamento, ecc. rendono la pastorizzazione perfettamente inutile. Ma, peggio, la pastorizzazione non garantisce l’assenza di impurità. Tutti i casi di salmonella dovuti al latte, verificatisi negli ultimi decenni, hanno fonte nel latte pastorizzato (nel 1985, in America, un’epidemia in tal senso colpì oltre 14000 persone ed il ceppo nella partita di latte era resistente alla penicillina e alla tetraciclina). Il latte non pastorizzato contiene batteri produttori di acido lattico, protettivo per eccellenza dai patogeni. La pastorizzazione distrugge tali organismi utili, lasciando il prodotto privo di protezione nel caso di contaminazione. Nel tempo il latte non pastorizzato si acidifica, quello pastorizzato imputridisce. E non solo: il calore altera gli amminoacidi lisina e tirosina, rendendo difficoltoso l’assorbimento del complesso proteico; la perdita della vitamina C supera il 50% mentre la perdita di altre vitamine idrosolubili giunge al 80%; il “fattore Wulzen” o antirigidità è totalmente distrutto, idem per la vit. B12, necessaria per la salute del sangue ed il funzionamento del sistema nervoso; riduce la quantità di calcio, cloruro, magnesio, fosforo, potassio. Alcuni studi indicano che la pastorizzazione altera il lattosio. Ciò, e il fatto che il latte pastorizzato pone sforzo al pancreas per produrre enzimi digestivi, fa collegare, nelle società evolute, il consumo di latte al diabete. La pastorizzazione distrugge inoltre tutti gli enzimi presenti nel latte: la prova della riuscita del processo è l’assenza di enzimi. Questi aiutano il corpo ad assimilare i fattori costruttivi, compreso il calcio; perciò coloro che bevono il pastorizzato possono soffrire di osteoporosi. E arriviamo alle ultime infamie: dopo la pastorizzazione, a volte vengono aggiunte sostanze chimiche per smorzare l’odore e ripristinare il gusto. Sono aggiunte le vitamine sintetiche D2 e D3, la prima è tossica ed è stata collegata alla cardiopatia mentre la seconda è di difficile assimilazione. Alla cardiopatia è stata anche collegata l’omogeneizzazione. Non dimentichiamoci del latte scremato in polvere. I metodi di disidratazione commerciale ossidano il colesterolo nel latte in polvere, rendendolo dannoso per le arterie. L’essiccazione attraverso le alte temperature crea grandi quantità di proteine con legame crociato e di nitrati, potenti cancerogeni, oltre all’acido glutammico libero, tossico per il sistema nervoso. Sembra spaventoso, ma in realtà nelle persone sane tutto questo produce soltanto allergie, fatica cronica e una sequela di malattie degenerative.

Vi prego di continuare a rammentarvi che riassumo, fotografo, brevi spezzoni dimostrativi: in poche pagine non posso fare di più e comunque non sono “l’esperto” che ci vorrebbe.

Ai fini pratici, del tipo “se lo conosci lo eviti”, vorrei spendere alcune righe sui grassi idrogenati che fanno da re in merendine, biscotti, patatine e che sono presenti, in media, nel 40% degli alimenti che trovate nei supermercati (ora stanno venendo sostituiti con olio di palma, economico ma estremamente calorico).

Il punto di partenza sono gli oli più economici (soia, mais, semi di canola, già rancidi a causa del processo d’estrazione). L’idrogenazione è il procedimento che trasforma i polinsaturi, normalmente liquidi a temperatura ambiente in grassi solidi a temperatura ambiente: la margarina e il grasso. Gli oli di cui sopra vengono mischiati con minuscole particelle di metallo, solitamente ossido di nickel. L’olio con il suo catalizzatore (nickel) viene esposto a gas idrogeno in un reattore ad alta pressione e alta temperatura. Nella miscela vengono poi inseriti emulsionanti simili al sapone e amidi per una miglior consistenza; il prodotto è nuovamente soggetto a alte temperature quando è pulito a vapore: serve ad eliminare l’odore sgradevole. Anche il colore, grigiastro, è poco appetibile ma, grazie al cielo (!), è modificato con la varechina. Un’aggiunta di coloranti e aromatizzanti ed è pronto per essere venduto come l’alternativa sana al burro. Le margarine ed i grassi parzialmente idrogenati (noti come: olio idrogenato, olio vegetale parzialmente idrogenato, transgrassi, acidi grassi trans, margarina, margarina vegetale) sono per noi ancora peggiori degli oli vegetali molto raffinati di cui son fatti a causa delle trasformazioni chimiche (alchimie perverse) che si verificano durante il processo di idrogenazione. Nelle alte temperature, il nickel catalizzatore spinge a cambiare gli atomi di idrogeno nella catena degli acidi grassi: prima, nella catena sono presenti coppie di atomi di idrogeno che costringono la catena a piegarsi leggermente creando una concentrazione di elettroni nel punto del doppio legame. E’ detta formazione cis ed è la configurazione più comune presente in natura. Con l’idrogenazione, un atomo della coppia si sposta dall’altra parte e la molecola si raddrizza. Si chiama formazione trans e provate ad indovinare: è raramente presente in natura. I grassi trans da laboratorio sono tossici ma il sistema digestivo non li riconosce come tali e vengono incorporati nelle membrane cellulari come cis. Entrati, i trans con i loro atomi di idrogeno fuori posto creano problemi di metabolismo cellulare.

I grassi idrogenati alterati bloccano l’utilizzo degli acidi grassi essenziali, causando: disfunzione sessuale, aumento di colesterolo ematico e la paralisi del sistema immunitario(7). Il loro consumo è associato al cancro, l’arteriosclerosi, il diabete, l’obesità, la riduzione della vista, la sterilità, difficoltà di lattazione, stati infiammatori a ossa e tendini(8). Parlando di acquisti, la popolarità della margarina parzialmente idrogenata (rispetto al burro) è il trionfo della pubblicità sulla conoscenza. La miglior difesa è evitare alimenti idrogenati o nascosti nella lista degli ingredienti come la lebbra.

Potrei annoiarvi ancora con tante altre sostanze: mi limito a raccomandarvi il Glutammato Monosodico (noto anche come: glutammato di sodio, E 621, glutammato libero, estratto di lieviti, lieviti autolizzati, proteine idrolizzate, Accent) di cui accenno a solo una delle sue caratteristiche: il glutammato è anche una eccitotossina e un alto livello di questa provoca danni al cervello. Il dott. Olney, esperto mondiale di glutammato, scrive: “Penetra facilmente in alcune regioni cerebrali (ipotalamo) distruggendo velocemente i neuroni negli uomini e negli animali”(9). Come “esaltatore di sapidità” è onnipresente nei cibi raffinati.

Infine, per togliervi quel briciolo di certezze che rimane sempre, concludo questa breve passeggiata tra le mine antiuomo di tutti i giorni aprendo il dossier di un efferato killer , chiamato anche: la morte bianca.

Di solito lo chiamiamo zucchero. Cerchiamo di capirci: in quantità modesta è un alimento utile, anzi necessario alla coscienza, al cervello, alle funzioni corporee, ma negli ultimi decenni, nella società occidentale è stato introdotto pressoché in tutti gli alimenti, anche nei cosiddetti alimenti salubri come i cereali poveri di calorie, yogurt, cracker senza grassi e così via. Dunque perché lo zucchero (glucosio, fruttosio, saccarosio, galattosio, maltosio, destrosio e lattosio) fa male? Perché ora l’occidentale nella media assume un kg di zucchero la settimana. Avete letto bene: alla settimana! (sino a un kg e mezzo nei paesi anglosassoni, in Canada voliamo a quote ancora più elevate). In pratica, questa enorme quantità di zucchero fa sfracelli nell’organismo. Favorisce gagliardamente l’obesità, le cardiopatie, il diabete e l’alta pressione. Inoltre, causando rapide fluttuazioni nei livelli glicemici (spinta in alto seguita, mezz’ora dopo, dal crollo glicemico) vi lascia desiderosi di altri alimenti zuccherati (rilascio di dopamina) e così vi trasforma in zucchero–dipendenti. Immaginate che questo sta veramente accadendo per la maggioranza dei giovani e bambini del mondo occidentale e vi sorgerà il sentimento che, per gli effetti futuri, si profila una catena di problemi più gravi di una guerra regionale(10) (11).

Stiamo sfiorando la spuma di un mare oscuro che le tradizioni non prevedevano e gli studi antroposofici di settore conoscevano poco. L’unica difesa che ci rimane è la capacità di pensare autonomamente, senza rifugiarci nel mito. A mio avviso il vero ricercatore di Scienza dello Spirito può, anzi dovrebbe pensare tutto, purché immetta IO nel pensiero che pensa, soprattutto per quanto riguarda la scienza contemporanea. Sia chiaro che posso ammirare gli studi di Hermann Poppelbaum o di Gerhard Schmidt, ma nella velocità dei cambiamenti, essi sono rimasti indietro. Poppelbaum dice: “ Non esistono nell’universo sostanze non appartenenti a nessuno ma per le sostanze sintetiche prodotte dall’uomo forse le cose non stanno così” Ebbene, da quel tempo ad oggi sono state create più di 52 sostanze che non esistevano in natura e che, per forza maggiore, respiriamo, mangiamo, assorbiamo per osmosi. Schmidt, sulla traccia data da Steiner, osserva come l’evoluzione umana sia collegata all’elemento zucchero: vedete nelle righe precedenti e in quelle successive della mia nota a cosa questo binomio stia portando. Ripeto: sono stati lavori molto pregevoli ma ora da essi l’eventuale ispirazione ci porta indietro ad un tempo di certo migliore ma incapace di comprendere le istanze che urgono davanti a noi. Ora.

Le cose cambiano. C’è un divenire. E, se si è avanti nell’età, sembra che tutto (o quasi) vada peggio.

*

Quelle che seguono sono semplici indicazioni, suggerimenti generali per il benessere del corpo e della base corporea della mente che si giustificano soltanto alla luce della pura sperimentazione contemporanea.

Attività fisica: essa stimola l’accelerazione del metabolismo, riduce i livelli di insulina, provoca l’aumento del colesterolo buono HDL (riducendo il rischio di cardiopatie) e della resistenza al declino mentale legato all’età, protegge, in misura per ora non quantificabile, dal morbo di Alzheimer.

Controllo dei carboidrati: visti i picchi insulinici forniti dagli eccessi di carboidrati, che causano divisione cellulare, resistenza all’insulina e la glicazione delle proteine, possiamo parlare di moderazione nell’assunzione dei carboidrati.

Parliamo di indice glicemico e carico glicemico (Il c.g. È il prodotto aritmetico dell’indice g. per la quantità di carboidrati). L’indice glicemico misura quanto l’alimento specifico aumenta i livelli glicemici ematici. Più alto è il numero (da 1 a 100) più veloce è la conversione. 100 è rappresentato dal pane bianco o dal glucosio. Si consiglia di mangiare pochi alimenti con IG alto (da 70 a 100) ma principalmente con IG basso (55 o meno). La pasta, piatto nazionale, è di indice 55. I carboidrati fibrosi causano una conversione glicemica molto bassa (cocomero, carota). In sintesi: i carboidrati che meno tendono ad aumentare l’insulina sono meno inclini a stimolare depositi di grasso e le malattie connesse all’invecchiamento. In pratica sarebbero da evitare alimenti contenenti zuccheri nascosti ossia: sciroppo di mais, melasse, fruttosio, destrosio, turbinado, amazake, sorbitolo, polvere di carruba, saccarosio e sciroppo d’acero. Quando valutate i meriti di un pasto sano, sappiate che un cucchiaino di zucchero raffinato è pari a 4 g di zucchero, perciò un prodotto che contiene solo 16 g di carboidrati non fibrosi per porzione contiene 4 cucchiaini di zucchero.

Antiossidanti : le reazioni ossidative fuori controllo sono collegate all’aumento dei radicali liberi, i supercattivi nel nostro corpo (la teoria dei radicali liberi è complessa, in sintesi: ogni tipo di RL è una molecola a cui manca un elettrone nella struttura esterna. Ciò rende i radicali liberi instabili e alla ricerca di un modo per rimpiazzare l’elettrone mancante. Quando incontrano una cellula normale sana rubano un elettrone dalla struttura esterna della parete cellulare, danneggiando così la cellula e innescando una reazione a catena, con ogni molecola cellulare danneggiata che cerca di rimpiazzare il suo elettrone mancante. Il risultato finale è un gruppo di pareti cellulari permanentemente danneggiate che possono condurre a problemi come il cancro, cardiopatia, artrite, ostruzione delle arterie, ecc.) Il sistema di antiossidanti connaturato nel corpo declina con l’età. Inoltre, il cervello, che è composto per la maggior parte di grassi è particolarmente soggetto all’ossidazione e la ricerca dimostra che le persone che assumono una quantità maggiore di antiossidanti sono anche quelle più sane. Il fatto che gli antiossidanti aiutino a preservare la funzionalità cerebrale è già una ragione sufficiente per assumerli e, inoltre, contribuiscono alla difesa dell’organismo contro malattie gravi come il cancro, l’aterosclerosi e la degenerazione cerebrale. Gli antiossidanti sono abbondanti negli ortaggi (cavoli, cavolini di Bruxelles, carote, ecc.) e nella frutta di colore accentuato (fragole, ribes, mirtilli, ecc,). Tra le molte sostanze assumibili come integratori ci sono: betacarotene, vitamina C, vitamina E, selenio, zinco, CoQ10, acido alfalipoico in forma R (R – ALA), gingko biloba, estratto di semi d’uva.

Antiinfiammatori: Data l’influenza dei processi infiammatori in moltissime malattie e traumi, il consiglio è di adottare strategie antiinfiammatorie. Ricordatevi che moltissimi esperimenti, prolungati nel tempo, attestano che l’intervento precoce può arrestare e persino invertire il declino cognitivo associato al binomio invecchiamento e stati infiammatori. Tra gli alimenti vi sono ortaggi come cavolo verde, alghe e altri ortaggi verdi e frutta come mirtilli, olive, avocado, papaia e ananas. Tra le sostanze abbiamo la vitamina C, D, E e gli eccezionali grassi omega – 3. Questi ultimi sono indispensabili alla salute del corpo e dell’attività cerebrale. Inoltre proteggono il sistema cardiovascolare, diminuiscono il rischio di cancro, riducono sensibilmente gli stati depressivi e altro ancora in rapporto alla quantità, in grammi, d’assunzione.

Riduzione delle calorie : Troppo cibo, anche il più salubre, produce quantità enormi di radicali liberi (molecole iperattive come superossido, idrossile, ossigeno singoletto e perossidi) che danneggiano le pareti delle arterie e avviano l’accumulo di depositi di grasso bloccanti il flusso ematico. Si valuta inoltre che la riduzione indiretta dell’assunzione di zucchero, smorzando le calorie, riduca la produzione di insulina e la conseguente divisione cellulare legata al cancro, i danni ai grandi e piccoli vasi ematici e diminuisca la formazione dei glicati avanzati causanti l’invecchiamento prematuro. Sia quel che sia, è saggio abituarsi all’assunzione di nutrienti sufficienti, senza affamarsi, ma anche senza mantenere, da sedentari, un volume di cibo adatto ad un boscaiolo canadese! Il che non è facile se si viene a sapere, come esempio, che il contenuto di una sola lattina di una famosissima bevanda globalizzata, contiene, in zuccheri, più di quanto abbisogna l’organismo per una giornata.

Il sonno: In occidente si stima che il 74% di persone soffre di problemi di sonno, alcune o più notti alla settimana. Si è scoperto che: una sola settimana con carenza di sonno altera i livelli ormonali e la capacità di metabolizzare i carboidrati; aumenta il livello di cortisolo associabile alla resistenza all’insulina e alla perdita di memoria; i livelli glicemici impiegano a calare con il 40% di tempo maggiore e la risposta all’insulina precipita del 30%. Il fabbisogno di sonno è comunque soggettivo ma viene facilmente snaturato da diverse pessime abitudini: ho assistito persone stressate e aggressivizzate che sono ritornate ad un buon equilibrio con un aumento di mezz’ora di sonno associato ad un’integrazione di fosfatidilserina.

In una ancora più generale visione dell’insieme si potrebbe aggiungere qualche strategia nutrizionale controcorrente rispetto ad alcune abitudini inveterate e alle tradizioni familiari: Fare 5 – 6 piccoli pasti al giorno. Fare pasti piccoli e frequenti aiuta ad aumentare il ritmo metabolico (bruciare più grasso), stabilizza i livelli glicemici nel sangue (energia costante durante il giorno), migliora l’assorbimento dei nutrienti. Mangiare di più al mattino e ridurre l’assunzione calorica col progredire della giornata; col procedere del giorno il metabolismo rallenta, quindi fare pasti più piccoli e limitare l’assunzione di carboidrati la sera può essere un passo positivo verso il sano dimagrimento.

Riassumendo: attività fisica, controllo dei carboidrati, antiossidanti, antinfiammatori, restrizione calorica e sonno sufficiente, possono riportarvi al miglior stato di salute fisica e psichica che vi è stato potenzialmente concesso.

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Riferimenti.

1) Enig MG, the cookbook that challenges politically correct nutrition and the diet dictocrats. 2000.

2) Joseph D, MD, and Jerry J., MA, The Kellog Report, 1989, institute of health policy, Annandale, NY,174.

3) Maclaren, N, et al, New England Journal of Medicine, jul. 1992.

4) Fraser, DR, The Lancet, jan 14, 1995.

5) Thomas, MK et al, New England Journal of Medicine, mar 19, 1998.

6) Samuels, JL, “MSG Dangers and Deceptions, Price-Pottenger Nutrition Foundation, 1998.

7) Holman, RT, Geometrical and Positional Fatty Acid Isomera, 1979.

8) Enig, MG, PhD, Trans Fatty Acids in the Food Supply, dec 1991.

9) Olney, JW, Exitotoxins in foods. Neurotoxilogy, Review, 1994.

10) Daly ME, Alberti KG et al, Dietary carbohydrates and insulin sensivity, Am J Clin Nutr, 1997 nov.

11) Mittendorfer B, Sidossis LS, Mechanism for the increase in plasma triacylglycerol concentrations after comsumption of short term, high carbohydrate diets, Am J Clin Nutr. 2001 may.

SALUTE

PEREGRINANDO INTORNO AL LIMITE

alpinista-

“Vi sono dei limiti che l’uomo non può superare”, “Tutto ha un limite”, “Conoscere i propri limiti”, ecc.

Bene, ma cos’è il limite? Il vocabolario non ci aiuta granché poiché risolve la questione con questa breve definizione:”Linea di confine o di demarcazione” oppure, per l’interiore, qualcosa di simile agli esempi che ho fatto:”I limiti della mente umana”. Dagli altri esempi si capisce che ogni tentativo di superare il limite o è sbagliato o rischioso.

Una volta tanto il VII volume dell’Enciclopedia Cattolica è più esaustivo. Inizia con Aristotele che nella Metafisica definisce il limite come “punto estremo di una cosa: quel punto primo, cioè, al di là del quale non si trova nulla, e al di qua del quale c’è tutto di essa”.

Per Kant il concetto-limite coincide con il noumeno, in quanto esso limita la validità oggettiva dell’intuizione sensibile, non essendo possibile intuizione diversa da quella sensibile: quindi il territorio al di là della sfera dei fenomeni è per noi vuoto: “Il concetto di noumeno è dunque un concetto-limite, atto a circoscrivere le pretese della sensibilità, cioè di puro uso negativo”.

Al geniale filisteo di Königsberg nemmeno ribatto, mentre ad Aristotele, verso cui nutro rispetto, faccio notare il…limite astratto della sua esatta proposizione: è del tutto vero che al limite del bosco il bosco non c’è più, è finito, ma oltre v’è altro, come, ad esempio, il prato che quest’anno con le temperature miti, è già rinverdito e spruzzato di fiori colorati.

Con questa immagine intendo dire che, oltre ogni limite, c’è sempre qualcosa d’altro, di diverso.

Magari non i filosofi che fanno e disfano pensieri, ma molti sportivi lo sanno benissimo. Persino la “quercia austriaca”, tal Schwarzenegger, lo seppe: cito con incerta memoria una sua esperienza: “ Presi la decisione di allenare le gambe sino all’esaurimento. Portai il bilancere sulla riva del fiume e iniziai gli squat (accosciate con il bilancere dietro le spalle): furono ore di agonia, poi improvvisamente avvertii una immensa energia, la sofferenza che avevo sopportato per ore si tramutò quasi in un’estasi e, in questo stato di grazia, potei continuare quasi all’infinito l’esercizio che era stato fin lì durissimo e penoso all’inverosimile”.

Nelle pesantissime accosciate, giunto volitivamente all’estremo, aveva superato il limite della fatica fisica e nervosa.

Ho citato un personaggio noto nelle palestre e nei media, ma sono tanti, corridori su lunghi tratti, atleti di triathlon, alpinisti che si fanno otto/dieci ore di alte vie con zaini strapieni, i quali dopo aver sputato l’anima, vanno oltre il bosco di cui ho parlato sopra.

E che dire di quelli come il compianto Valerj Brumel che superò, per sette volte il limite mondiale di salto in alto: questione di pochi centimetri ma oltre la capacità del mondo intero!

E, fuori dallo sport, prendete un sacco di cemento e fatevi tre piani di scale a piedi, poi ripetete per altre quarantanove o cinquantanove volte lo stesso tragitto con altri sacchi. Non siete braccianti, non siete allenati: già al decimo sacco il cuore inizierà a battere in modo preoccupante e vi sentirete sfiatati come balene dopo una lunga apnea. Al trentesimo sarete certi di non farcela più e sarete, oltre che stanchissimi, sempre più preoccupati, non per la salute ma per la stessa vita.

“Devo smettere, rischio davvero di morire”. Il pensiero si fa angosciante…ma non potete lasciare in strada l’ingombro scaricato dal camioncino con la pioggia che minaccia di fare blocco col cemento. Digitate sul telefonino il numero di qualche amico che possa giungere in aiuto, ma si sa, il cellulare non serve quando se ne ha bisogno.

Poi, dopo che paura e stanchezza hanno raggiunto un livello indescrivibile, quando ci si trascina oltre ogni certezza del possibile, quando tutto è accolto e trabocca, qualcosa vi rivolta come un calzino: improvvisamente subentra una calma mai provata, il corpo si fa leggero (lo sentite come fosse trasparente da levarsi nell’aria), il cuore è in pace e non schizza nel petto.

Avvertite con chiarezza che ciò che urlava e pesava in voi era l’anima, non il corpo e che essa è come scomparsa. La mente è tersa ed è libera dai pensieri: non c’è più nulla che pesi, né fuori né dentro.

Messner scrisse, negli anni ’80, un bel libretto, si intitolava Il limite della vita e narrava le molte esperienze di chi aveva potuto raccontare cosa succede al limite (esaurito e superato) delle forze psicofisiche.

Parlava anche di chi è caduto e ha avuto l’avventura di poter raccontare, poi, quali fossero le esperienze attraversate nella caduta, assolutamente diverse da quelle immaginabili da chi vede la cosa dal di fuori.

Però su questo sto divagando e non vorrei spingere nessuno – non è vero, qualcuno sì – nel tentativo di emulazione dei rari sopravvissuti al volo (e allo schianto) di 60 metri sulle rocce sottostanti.

Come dicevo prima, gli atleti conoscono bene ciò che può succedere quando avviene che riescano a superare il limite che sarebbe assegnato alle loro forze naturali: è stato pure coniato un termine per questa condizione: viene chiamata “esperienza di picco”.

E ciò cosa c’entra con Eco che, sostanzialmente, scrive di esperienze d’anima? Tutto e niente. Mi serviva da analogia, dettagliata, per indicare che il “superamento del limite” è del tutto possibile, realistico. Assai difficile ma non fuori portata dalla capacità umana.

Persino il concetto di analogia, in questo caso, è parzialmente relativo, poiché anche se ho parlato in termini di fisicità e muscolarità negli esempi proposti, di mezzo c’è sempre tutto l’uomo ed in ogni caso i “limiti” – pensateci bene – sono assai più apparentati all’anima piuttosto che al corpo. Anzi, proprio non esistono “superamenti” nei quadricipiti o nelle altre funzionali e organizzate bistecchine di cui siamo dotati.

Il superamento del limite, inutile nasconderlo, si fa più difficile quando abbiamo a che fare direttamente con l’interiorità. Non fosse altro che per abituale estraneità nostra a quel mondo.

In questo caso dovremmo comprendere, fare nostro, essere arciconvinti, totalmente persuasi che, come scrive il Dottore, il pensare sia davvero l’elemento ignorato quando osserviamo il mondo: che esso sia la parte della realtà che dobbiamo trovare ad ogni costo: costi quel che costi: ad ogni costo. Inutile (?) ricordare che si sta parlando dell’ignoto pensare antecedente al suo rifrangersi sminuzzato nelle infinite immagini delle cose del mondo, e che, nella testa, rimbalzano dappertutto: schegge che feriscono.

Non possedendo la forza e l’intensità necessaria per spingerci al limite, possiamo impararla. Nessuna dialettica, nessuna mistica, nessun quadricipite può insegnarcela, né tanto meno gli allegri compagni della minestra dell’amore incondizionato: puro e insensato slogan data l’ordinaria struttura dell’uomo che, per avere uno straccio di autocoscienza deve, in primis, respingere ogni altra cosa, in una occulta tessitura d’odio o se questo termine non piace, chiamatela antipatia strutturale. Per cui l’amore vero, così spesso evocato a parole, è ancora un bellissimo istinto: certo, viene dallo Spirito ma passa per il corpo come istinto. A suo modo, persino la psicologia sa distinguere due condizioni dell’amore: quello captativo e quello oblativo. Quando non sia oblativo – lo è troppo poco o non lo è quasi mai – si guasta o fugge via: ricordatevi gli amori perduti.

Dobbiamo imparare. Da chi? Da noi. Come? Con lo sforzo, ripetuto e progressivo. Se qualcuno vi parla di alternative come i suddetti compagni, vi sta ingannando. Se qualcuno dualizza (col “bene” o col “male”), tenta di ingannarvi. Un tempo pure i bifolchi sapevano che nell’uno c’era il sublime, nel due il male.

Ripeto: non è una questione di studio, di intellettualità, di parole segrete di passo, di tesseramenti…è solo sforzo che tenda ad essere molto più di quanto oggi se ne abbia sentore.

Il resto, se pure colma abbondantemente la vita è, in gran parte ciò che è nato con voi e si consumerà con la vostra morte. Non mi credete? Abituatevi a farvi consigliare dalla morte: evocatela spesso, senza timore ma con rispetto, e lei vi dirà quante sono le cose inutili di cui vi circondate, fuori e dentro. La morte può diventare un’amica fedele. Provateci e vedrete che funzionerà.

Anche il Dottore, che fa sempre comodo citarlo quando l’ortodossia fa comodo, inizia gli otto gradini della conoscenza di sé con una rinnovata ars moriendi: o è meglio non approfondire queste cose turche?

Divago nuovamente (sfido! Ho il dottor Aloysius Alzheimer che mi ispira). Bon alors, revenons à nos moutons: ora vi deludo, perché non esiste una indicazione che ci possa aiutare.

Però eccone una al volo: sedetevi su duro legno ponendo (affinché la scomodità sia perfetta) tra esso e le vostre nobili posterga qualche sassolino.

Ascesi antica, via del dolore? Al contrario: dateci dentro fino al giorno e al momento in cui non sentirete affatto panca e sassi… Impossibile? No! E’ possibile quando ogni cellula della vostra attenzione sarà volta al tema e non ad altro. Quando? Quando andrete oltre il limite, è lampante! Il limite di che cosa? Il limite del dannato senso corporeo di voi stessi: l’unica cosa che l’uomo ama con tutta la sua forza.

L’esempio è (forse) eccessivo ma indica alla grande ciò che si cerca di fare, ciò che va fatto.

Nessuno dovrebbe spaventarsi: è un lavoro progressivo, disciplinato, (magari con diversi tentativi di scatto in avanti: le eccezionalità piacciono agli Dei) persino sistematico, così come nessuno inizia le accosciate con centinaia di chili sulle spalle o una scarpinata di un giorno in quota. Siano accosciate o scarpinate reclamano pazienza.

Ma poiché un giorno si potrà essere capaci di fare cose del genere, perché “pensare” di non farcela con l’attenzione pensante assolutamente concentrata?

Aggiungo una domanda che mi è stata posta da una persona intelligente pochi giorni fa: “Va bene, tengo tutta l’attenzione sull’immagine…ma poi cosa devo fare?” “Questo” gli ho risposto “non è altro che il tentativo estremo del mentale di ingannarti. Non devi fare altro, solo dare tutto e di più a questo non-fare e se mi fai questa domanda mi sembra che tu sia ancora lontano dall’attenzione di cui stiamo parlando”. Totale immobilità del tutto dinamica.

Ad un certo momento che non può essere predeterminato ma di certo suscitato dall’intensità prolungata, sacrificale, si può sperimentare la concretezza della frase, ripetuta da Scaligero, a non pochi praticanti: “La concentrazione è autocorrettiva”. Frase che poté sembrare vuota o beffarda nel lungo rosario dei tempi della disciplina, quando niente ci aiutava nei nostri ingessati sforzi. Esiste nell’esercizio una potenza di saggezza e siamo noi, soltanto noi che possiamo non percepirla o persino rifiutarla. Fenomenologicamente essa ascende dal cuore ma perché essa ascenda è l’essenza del pensare nostro che deve liberarsi dalla testa e scendere verso il cuore: ciò che pigri e testoni non vogliono capire. A ciò si riferisce il dott. Colazza quando scrive del cervello che lascia libero il concetto (Pag. 50 della ristampa di Ur, 1980). In pratica, questo è ciò che manca a chi non supera il mistico nominalismo. Mi sembra evidente, persino esibito, come ho mostrato nel precedente articolo circa l’uso ossessivo di termini o nomi “alti” ma che vivono come primitivi sentimenti religiosi nell’anima. 

Vi pare difficile? Allora mettiamo in chiaro una cosa: esiste uno spiritualismo (teosofico, antroposofico, pseudomistico, magistico, new age, ecc.) che usa paroloni, immagini sacre ma è sterile, vuoto come un guscio di lumaca: lì non v’è nulla da “superare”, basta fingere valori e gonfiare se stessi come mongolfiere.

Comprendo il bisogno di fingere valori e virtù: l’anima priva di disciplina scivola verso il suo elemento animale. Osservate ciò che domina gli animali, siano predatori o prede: nel linguaggio nostro viene chiamata paura. Anche l’animalità umana vive nella paura, solo che nell’uomo essa è come attutita dalle giustificazioni. La dialettica, contro cui Scaligero spese molti capitoli dei suoi libri, è l’intellettuale manifestazione della paura. E dialettici lo siamo tutti.

L’alternativa sapete qual’è: non fingere e darci dentro, nonostante la nostra miserabilità – una tra le poche cose vere che ci appartengono – con rassegnata determinazione, diventando decisamente indifferenti ad aspettative e speranzuccole. La chiave è sempre quella: ferrea determinazione volitiva – arto dell’Io – che non si occupi né si preoccupi, fosse anche l’anima visitata da beata visione o da oscuri pericoli.

SCIENZA DELLO SPIRITO
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