Nome dell'autore: isidoro

L’ETICA DELLO STRAVOLGIMENTO

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Superficialità, disattenzione, cultura orizzontale fanno credere che la magia non operi nel mondo e, in effetti, la magia celeste è pressoché invisibile per la coscienza terrestre sicché i miracoli vengono chiamati coincidenze.

Però la magia oscura è quotidiana, è presente nella manifestazione: la sua natura è quella di incantare, di pietrificare, partorire incubi che soggiogano l’anima.

Chi fosse sempre desto difficilmente non si accorgerebbe del gesto magico che potrebbe imprigionarlo, della mano che traccia il pentacolo nel quale perde pezzi di sé. Ma chi è sempre desto, chi è capace di tale disciplina da osservare senza tregua l’orizzonte? Un attimo di sonnolenza, un momento di giustificata spensieratezza ed ecco che una forza del male si apre il varco per conquistare la nostra anima.

E’ possibile rispondere ai gesti dell’incantamento con gesti disincantati, alle formule diaboliche con il pensiero più spregiudicato. Ma l’innocente, o meglio l’ingenuo incauto non possiede la disciplina desta ed instancabile e non si salva sul momento. Se, dopo, avverte nell’anima qualcosa che somiglia a scontento, irritazione, ascolti questi fastidi preziosi. Gli stanno dicendo che è stato raggirato: meglio entrare nel dubbio che farsi stolido come un sasso per venire spaccato nei frantumatori. “Sai, vi sono diverse specie di aweysha. Alcuni possono fare aweysha per mezzo del semplice parlare. E’ sempre un aweysha, benché più naturale. Ma con chi crede solo in se stesso ed è sempre presente a sé, non vi è uomo al mondo che possa fare aweysha. Chi crede solo in se stesso e riflette prima di agire, con costui nessuno può fare aweysha.”

Ecco un esempio per non rimanere nel limbo delle righe precedenti: un termine della magia oscura è lo sostituire al verbo essere il credere di essere o il credere che sia. Queste locuzioni sono velenose poiché attingono al potere della parola credere.

Accettare il verbo credere falsifica tutto. Sentite l’assurdità pleonastica di un: “Credo che l’idiota sia meno capace del saggio” e la follia lieve di un “Credo che due più due faccia quattro”. Il credere serve a disgregare la verità oggettiva. Questo verbo va sostituito, nella formazione consapevole dell’uomo, con conoscere o almeno sapere e, ai minimi termini con congetturare e supporre.

Uno dei modi per arrestare la carriera del pensiero è questo: se, per avventura si mostrino le sciagure portate dall’unità d’Italia, la formula paralizzante è: “Allora lei tornerebbe alla divisione in Stati regionali?”. Se si depreca l’orrido spettacolo dei macelli: “Allora lei preferisce il vegetarianismo?”. Oppure, quando si mostri la triste condizione di un uomo gettato alla cura di aziende ospedaliere: “Vorrebbe forse che la gente si curasse da sola?”.

Certo, non dico che il pensiero possa sempre fornire ricette ma almeno potrebbe capire come stanno le cose. Il fatto che una cosa non sia evitabile non significa che non possa essere criticabile. Capire non è accettare.

La magia oscura mira a disgregare la vocazione, la parte dello Spirito. Essa pretende, se si risponde invocando l’ineffabile, a chiamare l’ineffabile ineffabile, cioè a classificare ciò che non è classificato, se non altro nella categoria delle cose sottratte alla definizione: definirle in maniera che esse possano aggiogarsi al fumoso, impreciso. Dannandole all’esaltazione dell’irrazionale oppure alla goffaggine delle asserzioni false per parzialità (basta guardarsi attorno, dall’articolo giornalistico alle dichiarazioni spiritualistiche).

Rifacendomi al precedente articolo, essa costringe a perdere il contatto con la realtà presente, chiedendo al passato giustificazioni e precedenti, al futuro garanzie. Così l’operazione nefasta è compiuta e l’uomo colpito è stato “legato” (envoûté).

Carattere della magia oscura è che, una volta ceduto al primo gesto di difesa, si è prigionieri senza scampo: sovente sia la coraggiosa pertinacia come la disorientata viltà possono essere solo effetti morbosi, così che uscire dal groviglio esige una purificazione estenuante di digiuni psichici poiché basta una trascuratezza e tutto il lavoro viene a cadere (“Sei pessimista se parli così”. Sì lo sono! Poiché non ho visto nessuno a sciogliersi dai nodi se non con l’aiuto di imprevedibili folgori a ciel sereno).

Per esempio, basta omettere una considerazione e lo spirito che possiede il malcapitato, riprende immediatamente a tessere sofismi (“Ti reputi diverso dagli altri? E se tu stessi sognando? Cerca testimoni a tuo favore. Trovami testimoni credibili. Procurati prove tangibili. Trovaci dei precedenti.).

Oppure passa al ricatto sentimentale (“Sei forse solo al mondo?” “Hai pensato ai tuoi cari?” “Recherai dispiacere a qualcuno”). Più in uso è questa formula: “Come puoi sederti a contemplare quando il tuo prossimo è rattristato, con quale diritto prendi per te il tuo tempo mentre il primo dovere è servire la comunità che tanto ti ha dato…”.

Aut aut falsissimi, perché la scelta fra individualismo e collettivismo, tra prodigalità ed avarizia, tra sacrificio ed edonismo non si risolve mai con una astratta volontà di essere “dalla parte giusta”, non fosse altro che così non si sceglie ma si è scelti.

Si paralizza l’uomo innocente in modi assai facili. Per esempio investendolo con affermazioni di questo tipo: “Tu hai un alto concetto di te stesso”, “Si vede da come ti comporti che ti ritieni superiore a tante persone”. Giunge la paralisi se l’innocente darà peso all’accusa invece che alle prove dell’accusa (ciò vale anche per il Sito che ospita le mie corbellerie. Viene di continuo criticato: il malanimo vigliacco – che di questo si tratta – c’è, ma prove non le porta mai.). Da quel momento si sentirà tratto ad agire come persona sospetta, a stabilire una falsa cordialità con persone indifferenti a lui per il destino che da lui le separa, a porsi quesiti vani sulla dignità delle persone più insignificanti, cioè penserà a vuoto e come il tarantolato, dovrà ballare. L’accusa di superbia ha colpito. Ed è solo un esempio.

E’ meglio che l’individuo non abbia troppe idee su se stesso (questo è ciò che l’asceta può fare anche radicalmente). Va superato l’invito all’autoconoscenza quando questa è una bufala che si svolge poi sul terreno dei pensieri vuoti o fiacchi: se uno crede di essere onesto o malvagio è già ammaliato.

Narra un racconto dello chassidismo che un rabbino stava alla finestra e chiedeva ai passanti cosa avrebbero fatto trovando a terra del denaro. A chi gli rispose che l’avrebbe portato al proprietario, rispose: “Sei uno sciocco”. A chi lo assicurò che l’avrebbe intascato disse: “Sei un mascalzone” e solo quando un passante replicò che non sapeva se sarebbe stato indotto a fare il bene o il male, egli levò le braccia in segno di giubilo, riconoscendo in quello il saggio.

Non lasciarsi irretire nelle categorie dei cretini intelligenti: non si abbia la supponenza di valutare come ininfluente la loro catalogazione, per loro è una necessità ma non esiste determinazione psichica che non sia contagiosa: batteri o virus dell’anima.

A mio parere, sul campo esistenziale le antiche sfide sono consentite, in nuova veste. Sono allegre, leggere: come la rinuncia agli spettacoli, decadenti o orridi, che la civiltà del meccanicismo psichico fornisce in abbondanza, opponendosi al costume di tolleranza generale. Come il rifiuto di rendere utile, consolatorio, positivo il proprio pensiero.

Citato uno, cito pure un secondo: lo shassidita Rabbi Nachman dice: “Meglio il malvagio che sa di essere malvagio del buono che sa di essere buono”. E davanti agli ovvi beni di fortuna o di carne, sia solo lecita una giocosa astinenza o un tragico piacere fin tanto che la meditazione non sciolga dalla meccanica e fornisca la retta ispirazione: che almeno si stia nell’ironia umana, nella lucidità dinanzi al reale, piuttosto che nella dubbia santità rapita fuori di sé.

Qualsiasi lettera rimane morta finché si miri a ricavarne dei precetti o si creda di dover comporre una sorta di casistica di cose lecite ed illecite, di costumi raccomandabili o riprovati. Provare: la lettera cade come scorza importuna se si scioglie la mente dall’ossessione della legge.

Due mali di estrema gravità sono: a) la soddisfazione di avere la coscienza a posto, b) gli scrupoli tormentosi. Da questi derivano le azioni che sono impedite di palesarsi con spontaneità. Chi indossa tali atteggiamenti crede di dover essere positivo in tutte le cose, di dover far servire a qualcosa la sua azione o il suo pensiero, di doversi unire ad un gruppo per aver ragione, di doversi appoggiare ad una istituzione per avere carismi o autorità. In pratica soltanto chi ha posto al centro di sé la Via allo Spirito può percorrere libero le vie di chi è vincolato e nemmeno ciò è un assoluto salvacondotto che lo ripari da delusioni, tradimenti e imbrogli.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

COMMENTANDO

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Un mio vecchio amico (anzi più che un amico poiché col tempo è diventato un fratello) ha scritto da qualche parte l’ennesimo articolo che riguarda l’ascesi che procede con la Concentrazione.

Mi sembra che abbia voluto parlare dei tempi, cioè della durata dell’esercizio. Credo abbia fatto bene poiché ha calcato sul tanto per non burlarsi dei lettori attivi, ma relativizzandolo, perché è in effetti relativo ad un milione di condizioni e situazioni individuali. Però so bene – ne parlammo insieme come sempre – che lo esaspera il continuo sbucare, come i funghi dopo una notte piovosa, qualcosa dell’eterna litania dei tempi fissi, naturalmente inclinati a ottantanove gradi verso il minimo.

Purtroppo i quattro gatti che ne sanno qualcosa, sanno pure, con montagne di esperienza diretta e confrontata per tanti lustri, che così non è, che così non può essere e che, se qualcuno parla così, o fa accademia di quello che non fa, oppure è prezzolato come ottusa manovalanza dagli agenti klingoniani.

Questo perché, anche sul gradino più elementare, ma ampio e faticoso, del “dominio del pensiero” ordinario, non è certo una semplice questione di pensiero (quello che “non paga dazio”): già qui tutta l’anima viene messa in gioco. Nemmeno nel corpo fisico umano le singole parti e i grandi sistemi, sono realmente separati. Lo possiamo capire con qualche semplice immagine tolta dal sensibile.

Se oggi mi dedico alla corsa, potrei dire che stanco gli arti inferiori. Dunque domani potrei dedicarmi alle pagaiate in canoa e riprendere a correre dopodomani. Come sembra logico! E’ un vero peccato che cozzi contro la realtà: dopo qualche settimana accuserei tutta la dozzina di sintomi del superallenamento, mi beccherei il raffreddore per un nonnulla, i valori ematici sarebbero stravolti, diverrei un perfetto raccoglitore di ogni germe vagante in vena di conquista e così via.

Questo perché il corpo è un insieme interconnesso e non v’è organo che venga sollecitato separatamente dagli altri organi: non v’è per il fegato un lunedì di lavoro e il martedì di riposo (come tutto sia “collegato” lo si osserva, senza sforzi particolari, persino nel cadavere aperto per bene in autopsia completa, se lo si guarda conoscitivamente e spregiudicatamente).

Nell’anima, le forze sono ancor più frammischiate, fluiscono di continuo le une nelle altre: in tale modo che, ad esempio, separare il pensiero dal sentire modifica sia il pensiero che il sentire.

Tutto l’uomo interiore interviene in un atto così radicale com’è la Concentrazione (nemmeno la coda di paglia che abbiamo tutti ne resta fuori): la Concentrazione prende tutto: questo tentativo d’essere solo nel pensiero costringe al digiuno estremo l’elemento passivo, personale e superficiale del sentire…mentre il sentire vero, il grande organo di percezione interiore, inizia a liberarsi dalla tenebra che lo imprigionava proprio nel falso sentire. Pensate ad un occhio che volesse vedere solo se stesso: che funzione avrebbe? Questo è il falso sentire, il coccolo degli spiritualisti.

La Concentrazione prende tutto: come il Sole caccia il buio, così essa azzera implacabilmente il falso volere, costantemente usurpato dalle spire caliginose degli istinti e delle brame: così comincia a far nascere nell’anima la terza delle tre potenze che mai l’uomo terrestre aveva conosciuto nella loro realtà originaria. Il volere è la spada leggendaria che nessun soggetto riflesso impugnerà e brandirà mai: mai giungendo a sfilarla dal macigno magico che l’uomo crede di conoscere come suo corpo e di cui è poco più di un secreto.

Mi sa che le persone abbiano un sesto senso, chiamato con più (im)pertinenza fifa nera: che funziona da sé solo con l’avvertire che v’è uno spiffero di cambiamento. Quello che di continuo reclami a gran voce per il mondo, quando sospetti che potrebbe succedere dentro te…sono dolori e patteggi o molli.

Racconta divertito Aurobindo che un discepolo va da lui spaventatissimo: “Maestro, sono diventato scemo!” “Perché? Cosa ti è successo?” “Maestro, succede che non penso più!” Aurobindo allora gli fa notare che sta parlando e pensando ancora. Si era solo consumato (spento) il clangore ordinario che abbiamo nella testa. Era successo qualcosa di positivo, dunque ciò aveva spaventato moltissimo lo sprovveduto discepolo.

Comunque, se uno non ha avuto per improbabile destino una precedente disciplina di pensiero, pochi minuti servono solo a non rischiare che i sospirati mutamenti possano diventare reali. Anche l’uomo fatto può volere la luna, come un bambinello, ma stando sicuro perché sa bene che non l’avrà mai.

Questa non è una critica ad un fratello, comprendo bene che non si può dire tutto in poche e mirate righe. Ad esempio, quando egli scrive di varianti per generare più intensità, e per non macinare meccanicamente l’esercizio (dismettere talvolta ogni parola o rifare il percorso all’indietro – questa variante dovrebbe far sospettare quello che ho/abbiamo scritto in vari commenti, cioè che la tristemente famosa “immagine sintesi” è il prodotto di intensità e mai una sorta di sbocco naturale o artificioso di rappresentazioni) si dimentica del consiglio più semplice e rude.

Mi spiego. Molte volte erano proprio i discepoli più attivi che si lamentavano della brevità della ricapitolazione interiore dell’oggetto e di questo ne parlavano con Scaligero, ossia che l’esercizio iniziava e terminava in pochi minuti. Scaligero rispondeva che avrebbero semplicemente potuto ripeterlo più e più volte.

Altra cosa che l’amico non ha menzionato è che alla “saturazione”, la saturazione dell’anima, che nel mondo del sensibile trova analogia in un bicchiere che va riempito fino all’orlo da dove poi il liquido trabocca, non si raggiunge con una ripetizione ottusa, meccanica del circuito, divenuto familiare, di parole e immagini: questo è un pericolo che arriva per tutti, quando si usa lo stesso oggetto con i suoi pochi elementi formativi. Allora: riempire il bicchiere è analogicamente l’esercizio, il traboccare (ciò che trabocca) inizia ad essere quello che si realizza: realizzare qualcosa non è mai l’esercizio ma quanto va oltre esso.

Naturalmente, chi è furbo più di una volpe, cambia spesso l’oggetto…per poi accorgersi che dopo pochissimo le stesse difficoltà si ripresentano. Dalle difficoltà non si scappa: in fondo sono proprio loro a esigere un impegno ed uno sforzo maggiore, esattamente come i muscoli del corpo fisico i quali si rafforzano combattendo resistenze progressivamente più elevate (Milo docuit).

Può essere, per un certo tempo che spesso non è minimo, che il lavoro interiore sia per l’anima come l’andare da un dentista: paghi molto per gustarti sgradevolezze e dolori di ogni tipo, tenendo conto che il dentista sei tu, ossia un pasticcione autodidatta che si impratichisce sopra la soglia della propria sopportazione.

Qui però ho esagerato: superate le tensioni corporee che immancabilmente duettano con lo sforzo interiore, la ripetizione voluta dell’esercizio dapprima disturba la spontaneità dell’anima (astrale), poi diviene un vero sforzo per il pensare che attraversa la scura, appiccicosa selva dell’astrale: il cervello, veicolo del pensiero ordinario, si stanca e si inceppa. Sembra davvero impossibile pensare. E’ un buon momento poiché precede il disincagliarsi del pensiero dall’organo che abitualmente lo media attraverso il corpo fisico. Il motivo del tanto sta in questo. Semplicemente.

Accanto al martellamento rappresentato dalle ripetizioni dell’esercizio, è necessario che la consapevolezza concettuale di ogni singola parola e immagine non tracolli mai in qualcosa di vuoto, che viene da sé poiché è stata ripetuta cento o mille volte.

Anzi, è proprio questa consapevolezza attiva il “filo” che non dovrebbe spezzarsi dal principio alla fine dell’esercizio.

Perciò la parola “ripetizione” non andrebbe mai intesa nel suo senso comune: dunque sono almeno due le cose difficili che dovrebbero essere inderogabili:

a) la prima consiste nel fatto che non deve esistere un ripetere l’esercizio, più volte durante lo stesso giorno, che possa definirsi come ripetizione di qualcosa di precedente, anche quando lo sia stato fatto già per due, cinque volte, con il medesimo percorso, le stesse immagini.

b) la seconda consiste nel fatto che la ricostruzione, in quanto catena di concetti, non deve spezzarsi in nessun punto.

Queste due, per lungo tempo non sono regole, ma piuttosto intoppi su cui si ruzzola: il bello è che alternative facili non esistono: bisogna solo tirar su dal pozzo dell’anima con più energia e determinazione secchiate abbondanti di pura insistenza e vagoni di pazienza.

Sarebbe sempre l’ora giusta di smettere la bambocceria che ci portiamo dentro per tutta la vita da quando essa era giustificata nell’età del ciuccio. C’è chi dirà che non è vero ma nel sistema limbico è così: la Chiesa imbarazzata si è decisa di cancellarlo dalla carta geografica dello spirito ma il Limbo vive in noi e tiene tutto.

E’ da esso che galleggia sulla soglia crepuscolare della coscienza comune la strana visione che una Via iniziatica sia simile a via X o ad un viale alberato Y: una passeggiata dal principio alla fine. Invece è una aspra e stretta mulattiera, invisibile per le anime ipovedenti, che parte dai limiti inferiori: da un basso che più basso sarebbe impossibile, per giungere a Tir-na-nÓg.

Perdendo un pezzo di sé ad ogni passo. Non il sé ma tutto ciò che di solito crediamo sia parte di noi: qui perdendo si diventa più forti, perché occorre essere fortissimi per salire perdendo tutto quello che fummo e che siamo. Spoliazione ineludibile per una frazione di ora ma che poi può diventare l’intimo carattere stesso dell’anima: essa tinge l’intera anima. E’ bene ricordare che non è la forza di cui parliamo quando viviamo come uomini del mondo.

Dobbiamo sempre ricordare che, nel campo dello spirito non esistono parole umane e che “ l’iniziato che vuole esprimere ciò che ha sperimentato in una sfera sovrasensibile è costretto ad esprimere ciò coi mezzi della rappresentazione sensibile. Per cui non si deve pensare che la sua esperienza sia adeguata ai mezzi da lui usati per esprimerla” (R. Steiner: Dagli Atti del IV Congresso Internazionale di Filosofia – Bologna 1911). Dunque qualsiasi esperienza interiore che non sia rappresentazione tolta dal sensibile deve – se necessario – venire enunciata con  parole usuali ma con un senso diverso: anche questo sforzo necessario è una continua disciplina dell’esoterista che tenti di abbandonare la dialettica per giungere a momenti noetici. Tant’è che spesso sceglie il silenzio.

Insomma, un lavoro interiore che porti a qualcosa è un lavoro severissimo e pian piano, esso assorbe tutto il vivere: certamente gli esercizi indicati dai Maestri richiedono solo brevi frazioni di tempo…però nel tempo i loro effetti riorganizzano la vita. Persino la spontaneità, che deve esserci, che è salutare, muta: la spontaneità naturale diventa cosa diversa.

La coscienza umana impara ad essere una condizione meditativa che, in immobile trasparenza, continuamente si plasma nel variabile.

Molti tra tanti amici che leggono queste righe meditano nella solitudine di una stanza e forse nella solitudine umana generale. Non è facile dirigersi nella direzione opposta a quella che pare abbia preso il mondo: ebbene, si facciano coraggio. Anche se soli non sono mai soli, non sono abbandonati. Intorno al meditante, con animo fattivo, amoroso, si raggruppano i Messaggeri e se, per dedizione alla disciplina, i mari interiori si placano e s’acquieta il vortice abissale (come le cascate dell’Iguazú ma senza fondo) che per essi appare spaventosamente l’uomo, allora possono entrare e uscire portando in dono suggerimenti e sottili aiuti: ciò non va cercato. Succede.

Per non incorrere in equivoci, molto di cui sopra si rivolge ai neofiti…tenete in conto che anche alla più decisa e dedita creatura umana occorrono tempi di maturazione lunghi o molto lunghi. Poi, in effetti, l’esercizio regale, la Concentrazione e la Concentrazione Profonda, penetra subito in profondità: se la Volontà è stata risvegliata, l’opera è immediata, la via è aperta.

Il mio amico ha ricordato Ramakrishna: in effetti quest’ultimo aveva ragione: poi basterebbero tre minuti…

SCIENZA DELLO SPIRITO

RELAZIONE SU EVOLA

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Qualcuno mi dice: “Ma mettere su Eco le parole di una personalità chiacchierata che parla (anche bene) di un tradizionalista suis generis che sputtanò l’antroposofia in lungo e in largo, forse non è il caso.”

Io credo invece che lettori pensanti troveranno interessante l’esperienza di Pio Filippani Ronconi sulla via della Potenza e della Conoscenza – perché la traccia è questa. Quanto di positivo viene riconosciuto a Evola dal Relatore andrebbe riconosciuto come corretto per due fondamentali motivi: il primo si snoda lungo un esame conoscitivo ben superiore alle chiacchiere del sūq del sedicente spiritualismo. Il secondo vale come lezione per tutti: anche quando venga superata la visione del nostro primo mentore, sarebbe una condizione da “uomini di paglia” non mantenere devozione e rispetto per quanto egli si fece positivo veicolo della nostra ricerca.

Il prof. Ronconi non è ben visto. Anche negli ambienti che si professano cultori di Scienza dello Spirito e, in qualche strano modo, discepoli di Massimo Scaligero: ciò a dimostrare l’imperante formalismo e (soprattutto) l’incapacità di penetrare in anime e situazioni diverse dalla propria.

Milano, novembre 1988.

Parlare di Evola e della sua filosofia per chi ne abbia seguito l’opera e il pensiero durante gli anni formativi della propria personalità, non è compito facile: si rischia sempre di parlare di se stessi, di scivolare, cioè, in un’autobiografia, di esporre le proprie esperienze e non di colui di cui si parla.

Ma tant’è: essendo io per ragioni cronologiche e per particolare inclinazione del mio ingegno, epigono di quella generazione che conobbe e partecipò all’esperienza singolare – vale a dire “occulta” – di Evola, mi limiterò a parlare di questa, abbondantemente testimoniata, per esempio, dai titolo della “Magia come Scienza dell’Io”, de” L’Uomo come Potenza”, della “Teoria dell’Individuo Assoluto”, della “Tradizione Ermetica”, tralasciando gli aspetti artistici e infine, politici, che in qualche modo caratterizzarono la sua produzione ulteriore.

Quindi mi esprimerò come testimone di quanto allora fu tentato o sperimentato come accesso ad una realtà sovrasensibile, su cui opera un piano di forze che sovrasta anche il divenire della storia. Per quanto, invece, possa personalmente riguardarmi, si tratterà semplicemente di fatti “accidentali” che, come elementi ambientali, fanno da sfondo ad una vicenda principale, sia per chi la impersonò – cioè Evola – che per la generazione che ne seguì l’esempio.

Il mondo in cui io conobbi l’opera, indi la persona di Evola, era una società, sì fondamentalmente conservatrice, ma in rapida trasformazione sulla quale incombeva il presentimento di un uragano ineludibile, quello della guerra, nella quale noi giovani ermetisti avremmo forgiato le nostre aspirazioni virili ed eroiche.

Mi riferisco al periodo tra le due guerre, in particolare a quel 1934 nella cui estate ritornai assieme ai miei familiari, reduci da quarant’anni di emigrazioni, dalla Spagna natale, sfuggimmo di stretta misura alla guerra civile che sarebbe esplosa da lì a poco. Il passaggio dalla puerizia all’adolescenza fu così segnato – evento quanto mai karmico – da un insieme di fatti familiari traumatici e di eventi interiori che marcarono il mio destino. Importanza fondamentale ebbe per me la scoperta dell’Oriente o, detto meglio, dell’Induismo tantrico, sulla scorta delle edizioni di Arthur Avalon è, più ancora, delle tecniche di autorealizzazione interiore che dedussi da “L’Uomo come Potenza” dell’Evola e dall’insegnamento del Gruppo già di UR.

Questo veniva a soddisfare un’ansia di conoscenza intesa ad una esperienza concreta delle realtà sovrasensibili, non tanto per sfuggire alla presa di un mondo che reputavo in estrema decadenza, bensì per dominarne la negatività attuando per via interiore la conversione dell’ignota sua potenza in una dimensione di Luce. Non lo sapevo ancora, ma si tratta di quello che il Mahâyâna denomina âśraya parâvrtti, la “revulsione dell’appoggio”, “appoggio” dato dal mondo delle percezioni sensibili, che viene meditativamente sperimentato secondo la dimensione trascendente dei suoi archetipi.

Non si tratta di un’astrazione logico-discorsiva, ma di esperienze di un mondo “al di là da forme e fattezze”, che l’interpretazione evoliana di allora ne rischiarava a tratti l’impervio cammino. L’accesso all’Oriente tradizionale era facilitato dallo studio che, come autodidatta, avevo compiuto in vari ambiti linguistici: ciò mi permetteva l’accesso alle fonti.

Ancora ragazzo avevo appreso l’arabo e il sanscrito, a cui avrei aggiunto il turco, il persiano e il greco classico, quest’ultimo per conseguire la licenza liceale classica che mi avrebbe permesso l’accesso alla Scuola orientale. Oltre l’utilità pratica di permettermi di rileggere in lingua originale i testi sapientemente citati dall’Evola a commento degli esercizi, ero attirato dallo studio delle lingue perché ritenevo – come ritengo ancora – che in ogni idioma sia imprigionata una favilla del verbo creatore, una creatura angelica che custodisce il destino del particolare popolo che parla quell’idioma.

Presi coscienza, attraverso gli esercizi quotidiani, di un’altra vocazione che urgeva nel mio spirito, con l’esigenza di una prova iniziatica, ed era questa la vocazione militare, intesa come offerta sacrificale allo spirito immortale della Nazione in cui mi ero incarnato. Questa esperienza che qualche anno più tardi avrei dovuto affrontare combattendo in Africa Settentrionale ed in Italia, fu di contrappeso spirituale agli studi orientali, questi indirizzati verso la meditazione e la realizzazione devozionale, quella orientata verso l’affermazione dello “io sono” e l’assunzione della responsabilità inerente la mia condizione di uomo.

La rilettura dei saggi contenuti in “UR – la Magia quale Scienza dell’Io”, mi rafforzarono nella mia duplice vocazione: quella sapienziale e quella militare. Oltre all’Evola, che conobbi personalmente ai miei sedici anni, presi contatto con qualche altro Autore che operava in quel sodalizio, in particolare con Giovanni Colazza, altissima personalità spirituale, di indirizzo per molti versi opposto a quello di Evola, ma da Lui profondamente rispettato – tra l’altro ne fu il paziente fino a quando si estinse, nel 1953.

Per un giovanetto precoce, quale io mi era, l’Evola de “L’Uomo come Potenza” rappresentava un generoso stimolo spirituale, anche perché mi aiutava considerevolmente a scoprire l’autentica collocazione di ciò che andavo studiando e sperimentando. Mi aiutò – proprio Lui, l’anti-borghese e l’anti-politico per eccellenza – a riconoscere il limite metafisico delle concezioni del mondo che allora, come ancora oggi, si contendevano il dominio del mondo. Non mi meravigliava, quindi, che fosse in sospetto dai regimi politici in auge, compresa la Chiesa che aveva subito individuato la Sua pericolosità.

Nella pars construens dei miei ricordi di Evola non posso dimenticare i colloqui stringati e significativi avuti con Lui al mio ritorno dall’esilio postbellico e, sempre nella sua atmosfera, i rapporti che potei intessere con i superstiti di quella straordinaria fucina d’ingegni che era stato il Gruppo di Ur, il cui impulso occulto probabilmente continua ad operare, seppur ignorato, nel destino della nazione che lo vide nascere.

Oltre alla personalità di Giovanni Colazza, il “Leo” del Gruppo, già amico e condiscepolo di Rudolf Steiner e operatori a livello rosicruciano, ricordo Massimo Scaligero, di cui divenni fraterno amico e compagno di avventure spirituali. Non posso poi dimenticare, almeno di nome, Colonna di Cesarò, Arturo Onofri – grandissimo poeta e gnostico profondo – Arturo Reghini, pitagorico studioso di aritmosofia e di “parole di passo”, e lo stesso Emilio Servadio fra i primi in Italia ad introdurre nella terapia la psicologia del profondo.

Quello di cui Evola era la presenza animatrice era un mondo vivente di autentici valori – riconosciuti anche dai filosofi “ufficiali” come Croce e Gentile. Si trattava di un sodalizio, diviso talvolta sulla via da seguire, ma unito da un afflato di solida amicizia – come quella tra Evola e Scaligero – ben lungi dalla plumbea dogmaticità para-politica dei sodalizi di questi giorni. Tra questi studiosi ed operatori dello spirito vigeva la realizzazione di quell’elemento che gli Indiani denominano anubhava (etimologicamente: “diventare la cosa meditata”), cioè l’esperienza diretta, omorganica di quello che altrimenti è l’oggetto di pensiero separato dal soggetto, quindi astratto. Ed è a questo punto che si pone il tema della natura del pensiero evoliano, del pensiero in sé, indipendente dal suo contenuto contingente al quale viene abitualmente identificato.

Veniamo quindi alla pars destruens. La critica che si può muovere al pensiero evoliano è di natura epistemologica. La realtà del pensare non risiede nei contenuti che reca alla conoscenza, bensì nell’identità che in esso si attua fra oggetto e soggetto, quella stessa identità che su una “ottava” cosmica, propria della tradizione hindu, in particolare del Vedânta, si verifica fra âtman, sé spirituale, e brahman, spirito universale, ben noti a tutti gli studiosi della metafisica indiana. Nella via del sâdhana, dell’ascesi tantrica, dall’Evola così ben sceverata, si tratta in fin dei conti, di attuare un pensare la cui natura è volontà pura, superando la contraddizione propria al pensare comune in cui si sperimentano le fattezze di un pensiero “visto al passato”, di contro ad una volontà operante “dal futuro” verso il passato. Questa, la volontà, alberga la potenza che sintropicamente si realizza nel mondo, quello, il pensiero, offre una immagine sbiadita, entropica, di un universo “trapassato” nel momento stesso in cui viene formulato.

La prevalenza che, nell’ascesi, Evola assegna alla volontà rispetto all’esperienza di un “pensiero puro” che ab interiori itinere fa realizzare il significato del mondo, impedisce nella pratica l’ultimo trascendimento per il quale “io mi realizzo come interiorità cosmica” che è il fine dei Tantra.

Pur ammirando il solido impianto filosofico dell’Evola e, soprattutto, l’impeccabile translazio dell’insegnamento tantrico entro le categorie concettuali dell’Occidente, che ne manteneva viva e operante l’originale esigenza soteriologica della mukti (la liberazione dal ciclo delle nascite e delle morti), io avvertivo nella pratica del suo yoga questo jato fra un pensiero astratto e una azione turgida di volontà nel suo concreto realizzarsi come potenza. Cioè a dire: “il pensiero con cui mi rappresento il mondo e che poi uso per compiere il sâdhana, cioè la disciplina, non è omogeneo ad esso, ma solo una disanimata immagine con cui non posso operare”. La immaginazione “magica” che apre la via al mondo eterico, implica la preventiva realizzazione di un pensiero libero dai sensi come da qualunque condizionamento astratto o discorsivo. Evola possedeva naturalmente questo tipo di pensiero, come suo peculiare viatico esistenziale. Da questo dipendeva fra l’altro il suo straordinario coraggio – dimostrato da numerose imprese alpinistiche compiute in solitaria – come pure, molto paradossalmente, dall’affilata logica di cui si serviva e non il contrario, come nella prassi comune.

Ricordando questa sua rara qualità, mi ritornano in mente le parole di Massimo Scaligero (Dallo Yoga alla Rosacroce, 1, 32): “capii che di Evola non ce ne poteva essere che uno solo valido e non delle copie: tutto il suo insegnamento, il suo Yoga, il suo Tantrismo, il suo “Grande Veicolo” presuppongono la qualità interiore originaria, la magia imaginativa, che per il cercatore moderno è un punto di arrivo…Essendo la coscienza imaginativa la condizione per la coscienza magica, l’arte del discepolo è ritrovare dietro il pensiero riflesso la luce imaginativa…” Ciò significa che “laddove il suo pensiero coincideva con il proprio contenuto ideale, ivi di volta in volta, si accendeva l’intuizione della Realtà, come interiorità del medesimo processo pensante”.

Questo modus operandi, che rendeva la sua personalità svincolata dalla comune mediazione logico-discorsiva, si univa ad una straordinaria impersonalità, una freddezza ed un distacco che lo assimilavano a quel saggio taoista che ”…profondamente ancorato nel fiume del sentimento contemplava sereno l’apparire e il disparire delle passioni e dei sentimenti…” Questa disposizione interiore gli conferiva anche esteriormente quel contegno, diciamo,, “poco emotivo” che, in altri tempi, era proprio al “signore” di razza, come egli lo era senza mai averlo detto. Perché egli era soprattutto un Signore del tipo che le varie culture borghesi posteriori alla Rivoluzione francese si sono sforzate di estirpare.

“Antipatico” e talvolta odiato dalle cosiddette autorità culturali dei vari regimi politici, a tacere di quelli religiosi, il suo spirito veleggiava impassibile verso lidi ignoti ai sodalizi intellettuali e politici. Pochi si avvidero della grandezza della Sua personalità. Fra costoro lo stesso Croce che, pur lontanissimo da lui ne lodava i “Saggi sull’Idealismo Magico” definendola “un’opera bene inquadrata e ragionata con esattezza”, e A. Schmidt che, negli “Annalen der Philosophie” li definiva come “il primo poderoso tentativo di fare delle scienze magiche un valore dinnanzi alla seria cultura”.

Quanto a chi vi parla, l’incontro con Evola, addirittura nell’adolescenza, servì probabilmente a conferire dimensione filosofica e compattezza spirituale a quello che, altrimenti, sarebbe stata mera curiosità intellettuale per l’Oriente sapienziale, o sul lato cavalleresco, una pura ricerca di una dimensione eroica, alla “questua” del personale Chastell Marveille, o di una Wewelsburg ideale.

Aggiungo come chiusa che Evola, proprio come conseguenza della particolare impostazione del suo pensiero, lasciò aperti alcuni problemi di natura metafisica, ma anche pratica, che si possono riassumere nelle linee seguenti: pur propugnando su tutti i livelli una ascesi “secca”, solare e virile, per antonomasia, il tema della Donna è prevalente e risolutivo nelle sue opere più significative, come quelle ispirate ai Tantra ed alla Tradizione Ermetica: nei Tantra l’esperienza – archetipa e non contingente – dello ūrdhva-retas, cioè il riflusso della luce-seme verso la sua sede apicale, tramite – naturalmente – la Donna, è essenziale nella realizzazione dell’androgino spirituale, quindi nel superamento della morte. Sul versante alchemico, che si tratti della tradizione ermetica o del Tao-chiao cinese o del cînâcâra hindu, la pratica dei ”due Vasi” è risolutiva per quello che grecamente potremmo definire tò télos tou érgou, la “Finitura della Grande Opera”. E ciò con tutti i possibili riflessi sul campo della vita contingente. Questo tema è stato affrontato dalle “Tecniche della Concentrazione interiore” di Massimo Scaligero.

Altro tema è quello dell’evoluzione, quella vera, spirituale, delle Gerarchie – coincidente con lo “spostamento dei Lumi”, che si continua sulla Terra nello sviluppo storico dell’Umanità. Collegato a questo, appare l’altro tema delle ripetute vite terrestri dell’uomo, che è fondamentale per l’intelligenza dell’ascesi buddhica. Un ultimo tema fra i tanti lasciati incompiuti è quello posto dalla Gnosi, del “Salvatore Salvato” quale funzione finale della figura dello “Iesus Patibilis”, tema da liberare ed interiorizzare, fuori dall’abbraccio dogmatico delle infinite chiese. Ciò potrebbe condurre a una ricostruzione della Gnosi quale “seconda Eva” nel ripensamento di un Cristianesimo delle origini.

In riassunto: quello che si vuole significare è che qualsiasi “visione del mondo” che si voglia ispirata al verbo evoliano deve venir dedotta dall’esperienza vivente, lo anubhava, della disciplina, il sâdhana dei suoi esercizi, non certo dall’esposizione più o meno ordinata dei suoi principi teoretici. La realtà a cui Evola tende è di natura apofatica: non cerca un sistema di pensieri che la giustifichino. A meno che non si tratti di un “pensiero puro” omorganico al suo apparire, la cui realtà risieda nel movimento per cui si manifesta, non nella “cosa” per cui si è manifestato. Solo allora il pensiero si fa POTENZA.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

ETERNITA’ E TEMPORALITA’

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Vi sono dei sogni tormentosi, anche angosciosi, in cui si stende la mano ma non riesce di afferrare l’oggetto, o in cui si tenta di parlare ma la voce non esce dalla gola o ancora, non si riesce a ritrovare la strada che prima si era percorsa.

L’uomo moderno, sovente è tale sognatore e non trova la via, non sa dire la parola liberatrice, e quello che è peggio, ignora quale sia l’impedimento.

Forse egli vive suggestionato da dogmi paralizzanti, forse si irrigidisce per prestare loro una strana fede: come se un’invisibile Inquisizione glieli imponesse con uno spietato sgherro attento che il prigioniero non fugga. E certamente non fugge: connivente col carceriere.

Vi fu un tempo, solo in parte mitico, in cui le Vie dello spirito incoraggiavano, per devota imitazione o per indicazioni dirette, l’anima umana ad apprezzare nella vita tutto quello che adombrava l’immutevole.

Di cosa parlo? Di oggetti armoniosi, come i cristalli, di piante che crescono secondo norma e legge, del respiro su cui si modellano i versi poetici, degli edifici eretti da sezioni auree, dei rapporti simbolici che appaiono tra fenomeni diversi. A questo genere di osservazioni fa riscontro una disposizione contemplativa, la calma e l’armonia delle facoltà: dei sentimenti, delle immagini, dei pensieri.

Ora il piatto della bilancia dell’esperienza generale si è inclinato sul lato opposto. Ha il suo significato questo fatto e non va eluso o avversato ciecamente, però è anche un fatto che tale opposta inclinazione si è allontanata dall’essere, da ciò che manifesta la durata: il divenire si è imposto su quello che non muta.

Questo stato di cose, resosi eccessivo, impone come condizione sana il turbamento e innalza sugli altari l’antitesi di quanto è perfetto: fatti umani banali, mortali, provvisori, oggetti che suggeriscano la polemica, la discussione, una labile temporaneità. Sia chiaro, non è il trionfo dell’evoluzione ma del progresso indefinito, avente qualche giustificazione nella sfera degli oggetti meccanici e nessuna nell’ambito della pura condizione umana.

Ad esempio nell’arte si sente dire che un artista è valido perché “inserito nel suo tempo”, o con mineraria metafora, “in un filone attuale”. La ricerca deve aggettivarsi con “inquieta” e l’esperimento con la condizione di “sofferto”.

Da sempre, nell’arte, l’uomo si è teso verso un ideale superiore, di bellezza o di divinità. Porre al loro posto il caos delle pulsioni subconscie sembra – e forse lo è davvero – la confessione di non essere umani ma solo e semplicemente dei bruti.

L’artista, nel dogma del progresso infinito, vale per quanto sia scadente, per quanto appare e non è: infatti esso “provoca” o “segue una corrente”, invece di tirarsi fuori dal gioco delle circostanze.

Così è venuta a mancare la tradizione di gusto e perizia: infatti più nessuno è capace di comporre un poema, pochi sanno scrivere un credibile romanzo ed i buoni ritrattisti, ammesso che ce ne siano ancora, vengono soppiantati da compiacenti fotografi del pennello.

Chiedete ai preti del progresso il motivo per cui, tra il culto della storicità e quello dell’eternità, deve essere doveroso optare per il primo. Chiedete loro quale senso abbia il continuo votarsi alla corrente delle cose di oggi e già domani precipitate nella dissoluzione.

Essi rispondono, in linea di massima, che è una necessità che ogni opera, ogni sentire debbano dipendere dal mutevole sociale del contesto storico. Come a dire che se l’uomo dipende dal respirare e dal mangiare ne deriva che in lui niente può sussistere oltre i movimenti polmonari e digestivi.

Sono d’accordo che in ogni nascita sia insito il declino, che ogni atto piglia il colore della storia che lo precedette, ma questo modo di vedere e di sentire, quando è univoco, fomenta solo labilità, storicità, mortalità mentre altre cose (ad esempio i cristalli e le monodie gregoriane) portano all’idea della durata, della intemporalità, della permanenza perenne.

Posso non parteggiare: solo affermo che il soggetto che possegga una naturale capacità di contemplare sia il crescere che il deperire è venuto a mancare. E senza di esso manca appunto l’elemento permanente, quello che domina il divenire. Religioni e gnosi si adeguano, con ignominiosa leggerezza alla mutevolezza, alle mode dei tempi che casuali non sono: mosse da spiriti di potente intelletto e votati a trascinare l’uomo in una realtà mozzata, privata da quella armonia, bellezza e sacralità ancora presente in molte anime sino alla metà del secolo scorso.

All’uomo di oggi sfugge l’evasione dal tempo che si manifesta quando egli incontra lo stupore ammirativo.

Non si appartiene a questo tempo se non ci si aggiorna “adeguando le strutture” o “indicando nuove prospettive di ricerca e sperimentazione”.

Abbiamo letto di comunità spirituali (l’antroposofia, che sia figlia o madre, ci sta in pieno) che considerano superate o da superarsi le indicazioni spirituali che hanno dato un senso al loro esistere, perché “sorpassate”. Sorpassate da chi o da cosa? Che ci sia un superamento è certo: quello dell’involuzione dei nuovi araldi verso il proprio lieto coacervo di confusione e demenza .

Dove manca la percezione qualitativa, la qualità (valore) si riduce a quantità e la quantità si dissolve in statistica, cioè in astrazione. L’astrazione non è capace di confrontare i fatti contingenti con un giudizio che possa relazionarli con i valori perenni: così tutto si fa utopico, rinviando al futuro immaginario la soluzione di ogni problema. Si scarica sul futuro tutto quello che avrebbe bisogno – nel presente – di pensiero capace di afferrare le idee rispondenti agli enigmi percettivi.

Verrebbe da dire, con la rustica furbizia di Sancho Panza: “E se vi ascolto e mi adeguo ai tempi, che cosa mi offrite in cambio, che cosa ci guadagno?” Fate questa domanda ai propugnatori dell’effimero e nessuna risposta soddisfacente vi verrà data.

A compenso, sono così tanti ad essere d’accordo nel parlare di “crollo dei valori” che già la quantità di queste brave persone appare sospetta. A ragione. Poiché questo crollo dei valori non è un fatto ma un atto.

Nessuno impedisce ad un soggetto reale di valutare ciò che, via via, si presenta all’attenzione per quello che è in quanto privo di radici nell’eterno: persino quando la Bestia mimetica si appropria di parole che appartennero alla Luce. Chiunque è libero di porre rifiuto e riverenza alla moda, all’attualità acefala, alla saggezza degli psittacidi di umana sembianza.

Certo, la valutazione di un essere libero non avrà, probabilmente, eco sociale, ma essa per essere vera non aspetta risonanze, solo oggettività. In caso diverso è misero calcolo politico. Il critico menzognero ha già abbandonato l’idea della qualità a favore della quantità cioè di quanti possano ammirarlo. Egli ha disdegnato la gioia del conoscere perché non sa conoscere, ignora il lampo spirituale che lo aprirebbe all’eterno. Di fatto, teme l’eterno.

Basterebbe uno scatto, uno scatto regale o fatale, per affrancarsi. Ma lo scatto gli risulta impossibile, come a chi nel sogno non riesce a cacciar fuori la voce, a ritrovare la via.

Per chi è in combutta col suo carceriere, per chi si lascia sommergere totalmente nel flusso indifferenziato del divenire, nulla rimane che possa orientarsi verso la realtà dell’essere. Eppure senza uno spiraglio nell’essenza anche il tentativo di molti di operare per il bene è inganno. Riccardo da San Vittore ammoniva: “I demoni sollecitano allo zelo dell’altrui salvezza. Eccitano e infiammano a convertire ed edificare gli altri per togliere la pace dal cuore e distogliere dal pensare quanto si dovrebbe alla personale utilità e salvezza”.

Già: spiritualizzare gli altri! E Rosmini ha dato, per queste smanie, una regola aurea: “L’indifferenza a tutte le opere buone” spiegando che: ”santa può essere l’opera in sé medesima, ma non è l’opera santa in sé medesima che Iddio vuole, ma quella che è santa per noi. Perché Iddio vuole da noi la nostra santità, e non vuole altro che la nostra santità”.

C.S.Lewis spiega la demonia del mutamento. Scrive Lewis che il reale è un bene e pienamente reale è soltanto il presente. Tuttavia chi guarda al passato può, se non fantastica, affermare qualcosa di determinato. Chi ha occhi solo per il futuro è esposto in pieno alla irrealtà satanica, al massimo del non essere, perché il futuro è la temporalità schietta ed irrimediabile, il luogo della speranza e del timore, l’ignoto, ciò che non assomiglia affatto all’eterno: mentre il presente, se lodato o portato con rassegnazione, si illumina di indizi o primizie di eternità.

Non a caso, proprio nei Vangeli è così ripetuta l’esortazione al presente e raccomandata l’incuria del futuro.

Perciò, spiega il demonio di Lewis, l’apriorismo dell’evoluzione, l’umanesimo scientifico e in genere le dottrine che inchiodino al futuro, sono satanicamente incoraggiate: timore, avarizia, ambizione, sono radicate nell’avvenire, mentre la gratitudine e la lode sono volte al passato e l’amore è tutto presente.

Il tempo che succhia la vita ha bisogno, talvolta, di essere fermato. Noi tentiamo di fermarlo con la meditazione e con quello che essa, intuitivamente, insegna all’anima.

Chi medita è oggetto di pesanti ironie, così come viene dimostrato il fatto inequivocabile che questi non è immune da problemi e difetti. Egli pare più colpevole dei comuni criminali: è il tripudio dei bruti che, pare, pretenderebbero da lui una santità da evento mediatico.

Essi ignorano e sempre ignoreranno che il meditare può, all’inizio e non solo, portare sembianze di turbamento: la solitudine dell’asceta può provocare ansia, paura di non si sa che cosa. La resezione dell’io può dare frustrazioni, ire, che potrebbero mascherarsi e sfociare nel fanatismo persecutore e zelante, o può far piombare nella depressione.

Coloro che non esercitano alcun freno su se stessi si compiacciono a vedere queste prove di chi ha preso l’opposta via e ignorano che esse sono come lo scricchiolare delle giunture quando, dopo una lunga inerzia, si tenta di nuovo il movimento.

Assai incerta e tortuosa è la via per liberare dalle tenebre la parola, per ritrovare la strada smarrita, ma assumendosi il rischio e uscendo dal sogno, è comunque la via possibile.

SENZA CATEGORIA, TRADIZIONE

RAMANA

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Cari lettori, avete spesso visto, in testata ad alcuni articoli, una fotografia in bianco e nero di Massimo Scaligero. E’ una delle foto che preferisco perchè più risponde all’uomo che conobbi.

Osservando quella foto osserverete che sul muro alla sua destra si trova appesa una piccola immagine. Un volto con barba e capelli candidi. Non era l’unica che Scaligero aveva appeso sui muri ma è quella che dalla foto non esce mai più. Mi sembra più che giusto che quel volto indistinto (nella foto) non vada da altre parti: non stava lì a caso né serviva a vivacizzare la parete.

E’ l’immagine di un asceta dell’India moderna, Ramana Maharshi (30-12-1879 14-04-1950), dunque per decenni contemporaneo a Massimo Scaligero.

Sarei tentato verso qualche similitudine ma è cosa che non mi piace e che non trovo produttiva, come trovo esempio di volgare superficialità ridurre a brevi battute frammenti di osservazioni di Ramana. Come sdrucciolano i mistici compari: senza ombra di devozione o rispetto davanti a queste grandi anime. Userebbero pure padreterno per farsi pubblicità: incommentabili!

Nella spiritualità (vera) del XX secolo tutti i giganti dello Spirito oltrepassano il ricco terreno delle tradizioni, fatto che Guenon e Evola non notano chissà perché. Esemplare è Aurobindo che rifiuta l’evasione conclusiva del samādhi e tende, con il suo Yoga integrale, allo spirito che trasforma l’uomo storico e la materia terrestre: egli porta i cieli nella zolla di terra che è l’uomo incarnato. Trasformatore di trascendenze che in lui divengono atto immanente.

Rischiando di semplificare, direi che per Ramana questo (formidabile) problema pare non esistere, poiché non vi è contrasto o incompatibilità tra l’esistenza e la liberazione, tra l’illusione e la realtà. Per Ramana c’è un solo ostacolo: l’identificazione dell’Io con l’ego.

Erano tanti coloro che andavano da lui con desideri non appagati, oppure per conoscere la soluzione dei mali del mondo. Velleitari riformatori che udivano l’invariabile risposta: “Hai per prima cosa riformato te stesso?”.

A parole tutti vorrebbero cambiare in meglio il mondo ma ciò è autogratificazione: porre mano alle cose per escludere ciò che sarebbe la prima cosa da farsi: trovare il proprio Soggetto. Il culmine del più vero servizio è l’Autoconoscenza.

Nel Sutra-Bhāsya, il saggio Bāșkali dopo esser stato ripetutamente interrogato, disse: “Noi abbiamo già dichiarato la verità ma tu non hai compreso. L’Io è pace, silenzio.” Ramana parlava poco e avvertiva gli interlocutori che domande e risposte appartenevano all’avidyā (nescienza): erano soltanto indicazioni. E in verità, molti al suo cospetto furono orientati dal suo Silenzio.

Ma se il pensiero rappresentativo si figurasse una figura immobile e staccata cadrebbe nell’errore. Ramana leggeva con cura il giornale (lo ridava al possessore come se non l’avesse mai sfiorato), accudiva agli animali della comunità, era solito a dare una mano in cucina, preparando la cottura dei vegetali. Passeggiava spesso intorno alla sacra collina di Arunachala seguito rispettosamente da tigri ed elefanti e gli uccelli che in cielo lo accompagnavano indicavano alla comunità dei discepoli dove egli si trovasse.

Dava, se richiesto, spiegazioni di testi sacri che gli erano persino ignoti sino a quel momento.

Il bisturi che Ramana propone per aprire un varco sino alla realtà dell’Io è sostanzialmente uno e semplice, si chiama ātma vicāra o jnana vicāra. Discriminazione conoscitiva che giunge al vero essere dell’uomo. In pratica è una domanda rivolta a se stessi: “Chi sono io?”. Domanda non oziosa ma operosa: veicolo che assume varie forme per quanti possano essere gli involucri che nascondono la realtà dell’essere supremo.

Ho visto che in rete vi sono molti Siti che scrivono di Ramana, diversi copiano le stesse cose di gente che ci campa sopra. Per distinguere Eco da essi faccio una cosa ribalda. Poiché ho seguito l’insegnamento di Ramana per tempi non troppo brevi, provo a ricapitolare parte della sua Via attingendo dalla mia esperienza diretta. Mi pare una strada più concreta e meno noiosa.

Si inizia, come per tutte le cose, con quello che si è e che si ha, e pazienza se è poco.

L’apprendistato di base è, in un certo senso, volto alla negazione: il “non questo, non quello” (Neti neti). Ci si chiede: “Io sono questo corpo?”, poi, dal senso/immagine corporea si sale ai comuni contenuti dell’interiorità. “Questi sentimenti sono Io?”. Si giunge al mondo dei pensieri che salgono o entrano nella coscienza e la domanda viene ripetuta. Neppure essi sono l’Io.

Naturalmente il lettore capirà che non ci si trastulla con semplici (automatiche) domande avendo in tasca la facile risposta. Faccio un esempio: la risposta intellettuale non vale nulla. Occorre realizzare quanto profondamente ci identifichiamo nelle sensazioni corporee, come ci riconosciamo allo specchio e nelle foto, come tutti ci riconoscono vedendo il nostro modo di camminare, la nostra figura, i nostri lineamenti che sono unici…

Occorre realizzare tutto questo, conficcarcisi dentro, prima di realizzare che tutto questo non è l’Io. Perciò si medita, si medita a lungo (io, credendo di fare chissà cosa, meditavo per mezz’ora due volte al giorno. Lessi poi che Ramana, consapevole dei tempi limitati dei suoi affacendati discepoli occidentali, consigliava loro il minimo sufficiente: due ore al mattino e altre due alla sera). E si deve giungere ad una persuasione assoluta.

Ho parlato del corpo sensibile, poi le difficoltà aumentano e raggiungono l’apice con il pensiero, sebbene il vicāra e il meditare svolgano un ruolo non secondario. Perché non sono solo i pensieri erratici a turbare la condizione dell’operatore ma soprattutto il pensiero dell’Io: l’Io come pensiero radice e tutte le radici di pensiero andrebbero divelte, rimanendo nell’anima soltanto l’interrogativo implacabile, ormai del tutto privo di parola e forma.

A questo punto possono essere auspicabili degli aiuti per penetrare in una condizione di enstasi attiva. Per me furono utili due esercizi collaterali: il controllo del respiro e la fissazione oculare. E prima di venir lapidato lasciate che mi spieghi in cosa essi consistevano.

Il “controllo del respiro” non era parente del prānāyāma. Aveva una minima affinità formale con il Qigong cinese, breve e semplificato. Si trattava solo di un rallentamento della respirazione che si fa dolce e lieve (dicono i Testi che il respiro non dovrebbe smuovere una piccola piuma). Indipendente dalla meditazione, lo praticavo per una decina di minuti giornalieri. Porta una maggiore calma nel corpo ed acquieta la mente (diversi studi hanno dimostrato che la pratica del Qigong è positivamente terapeutica in diverse malattie).

Il secondo esercizio menzionato, fuori da una desta coscienza meditante e se prolungato oltre ad un minimo, può essere senza dubbio pericoloso. Senza la dedizione completa all’impulso profondo innestato dal vicāra, esso rischia di trascinare a visioni medianiche, al medianismo (credo che il valoroso dott. R. Moody con esperimenti simili abbia imparato cose oscure a proprie spese). Scrivo con spassionatezza di discipline ma non le indico come suggerimenti da imitare: spero che ciò sia chiaro.

Detto questo, la fissazione oculare (guardare nel silenzio un punto luminoso) va fatta per pochissimi minuti. Talvolta basta un attimo.

Il mondo, il corpo, il respiro, le tracce di pensiero: tutto pare congelarsi, tutto si arresta in virtù di “fiamma fredda”. Su questo delicato tema, il Dottore parla di un nesso tra il nervo ottico ed il fuoco kundalini nella O.O. 54 del 1906 . Poi, se la dynamis del vicāra non si arresta, il suo informale dardo prosegue il viaggio oltre la muraglia del sonno (il potente impulso ad un sonno non naturale mi parve l’ostacolo più grande e penoso).

E poi cosa succede? A questo punto, per me che stavo vivendo una serie di fenomeni come vengono descritti da G. Meyrink, niente di più, poiché un tale mi scrisse di abbandonare – in pratica – questa via: ”Ma, caro amico, una volta nella corrente del pensiero vivente, si sa quale asana o tecnica psicosomatica ci può essere utile. Le posso assicurare che si sa tutto, a questo punto si possono buttare i libri. Si può tutto, ma occorre ravvisare la condizione vera, il vero sādhana di questo tempo: è decisiva per la civiltà la distinzione tra pensiero somatico e pensiero vivente: per il pensiero vivente passa tutta la magia antica. Se le è necessario si giovi ancora dei supporti ramaniani ma metta al centro la magia del pensiero e i 5 esercizi come correttivo di tutto. Nel pensiero incorporeo c’è la potenza della folgore. E’ la via dei forti e dei risoluti. (da una lettera di M.S. all’autore, del 9 gennaio 1970). Per conoscenza e ragione essenziale sapevo che Scaligero diceva il vero: così dovetti combattere una breve e feroce battaglia tra inclinazione istintiva e coerenza logica. Non a gradi: abbandonai drasticamente il precedente lavoro con una crisi da contraccolpo (mi parve di essere vuoto in un vuoto senza appigli) per poi dedicarmi all’assurdo pensiero concentrato su una ridicola, insignificante matita. Una disciplina talmente estranea dalla mia condizione animica, tale da dover essere aiutato: da un lampo che conteneva tutto.

Ma l’amore per questo lontano Maestro rimane in me intatto, anche se credo di aver trovato qualcosa di grandemente diverso che, se mi è permessa una battuta, sembra chiedere moltissimo per dare pochissimo.

Ora, per terminare questa nota, trascrivo qualche parola del grande nato-due-volte. Volontariamente evito ciò che piace di più: le fulminee battute, quasi socratiche, che si svolgevano tra Ramana e i devoti. Scelgo piuttosto qualcosa di costruttivo che riguarda cosa sia e cosa non sia la ricerca del Sé, trascritte da un discepolo occidentale a cui va un pensiero di gratitudine: A. Osborne. E rammento di non fermarsi alla semplicità delle frasi: quale sarebbe il senso di farle più complicate?

“Quando la mente indaga incessantemente sulla propria natura, trapela la constatazione che non c’è quella tal cosa detta “mente”. Questa è la via diretta ed è per tutti.

La mente non è che un coacervo di pensieri. Di tutti i pensieri, quello dell’io è la radice. Quindi, la mente è solo il concetto io. Donde nasce? Cerchiamo entro di noi: sparisce. Questo è perseguire la Saggezza. Quando l’io svanisce, appare, da solo, un Io-Io. Questo è l’Infinito (purnam).

Quando l’ego è, ogni cosa è. Se l’ego non è, le altre cose non sono: invero l’ego è tutto. Perciò la ricerca di quello che veramente è l’ego è il solo modo di abbandonare tutto.

Lo stato in cui l’io non emerge è lo stato in cui si è QUELLO. Se, non si cerca questo stato nel quale l’io non emerge più è lo stato in cui si è QUELLO. Se non si ricerca, nel quale l’io non emerge più e non lo si raggiunge, come è possibile raggiungere la propria estinzione, dalla quale l’io non rivive? Senza questo raggiungimento, com’è possibile prendere dimora nel vero stato nostro, nel quale si è QUELLO?

Così come, per ripescare qualcosa che è caduto in acqua, occorre tuffarsi, così ci si deve immergere nel nostro intimo, con coscienza acuta e ben concentrata, controllando parola e respiro e trovando dove si origina l’io. La sola ricerca che conduce all’Auto-Realizzazione è quella della fonte della parola io. La meditazione “io non sono questo”, “io non sono quello” è di aiuto nella ricerca ma non è la ricerca. Se uno si chiede “chi sono io” nella mente, il mentale cade umiliato appena si raggiunge il Cuore, e immediatamente si manifesta la Realtà spontaneamente, come Io-Io, e per quanto si manifesti come Io, non è l’ego ma l’Essere Perfetto: il Sé assoluto.

I concetti di legame e di liberazione non sono che modificazioni della mente. Non hanno realtà propria e non possono funzionare per proprio moto. Essendo modificazioni in qualcos’altro, ci deve essere una entità da essi indipendente che ne è sorgente e sostegno comune e se cerchiamo in quella sorgente per sapere di chi è la liberazione o il vincolo, troviamo che essi sono attribuiti a me.

Se si cerca davvero “chi sono io” si vedrà che non esiste nulla che sia io o me. Al vedere che l’io non esiste, rimane qualcosa che è conosciuto immediatamente ed inequivocabilmente come auto-luminoso e sussistente soltanto come Sé. Questa viva presa di Coscienza, che è una diretta e immediata esperienza della Verità Suprema, giunge in modo del tutto naturale, senza alcun aspetto straordinario, a chiunque rimanga com’è, e ricerchi introspettivamente senza permettere alla mente neppure un momento di esteriorizzarsi o di perder tempo in chiacchiere inutili. Non vi è quindi il minimo dubbio riguardo alla certa conclusione che, per coloro che hanno raggiunto questa Realizzazione ed in tal modo risiedono nel nel Sé, ad esso identici, non v’è né legame, né liberazione.

Il Sé è pura Consapevolezza. E tuttavia l’uomo si identifica col corpo, che è insenziente e che di per sé non dice: “io sono il corpo”: chi lo dice è qualcun altro. E neppure lo dice l’illimitato Sé. Chi lo dice allora? Tra la pura Coscienza ed il corpo insenziente sorge un io spurio, che si immagina di essere limitato dal corpo. Cercatelo ed esso svanirà come uno spettro. Quello spettro è l’ego, la mente, la personalità. Tutti gli insegnamenti di saggezza trattano di questo fantasma ed il loro scopo è la sua eliminazione. Lo stato presente è pura illusione, che deve dissolversi.”

ALTRO, TRADIZIONE

L’INCIAMPO DEL DILETTANTE

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Una quindicina di anni fa, un amico che lavorava a Milano e che talvolta ritornava a respirare un po’ d’aria di mare, mi raccontò una storiaccia che girava in quel di Dornach. Più precisamente tra persone che lavoravano nel “polo museale” chiamato Goetheanum.

Queste, avvalorando coscienziosamente la tesi della pericolosità della magia, narravano come a Trieste (Italy), diversi anni prima fosse stato officiato un rito finito tragicamente a causa dell’evocazione di forze che, incontrollate, avevano ucciso tre degli operatori.

Ciò chiacchierato a Dornach ma essendo accaduto in Italia, rimbalzò sino a Milano negli ambienti occultistici e antroposofici ed in questi ultimi l’amico venne a conoscenza della storia.

Tutto ciò mi parve assurdo poiché sarei, in diversi modi, venuto a saperlo. Se non altro per la riconosciuta capacità degli occultisti a mantenere il segreto sui segreti più segreti…

Poi, lentamente, mi affiorò nella mente una specie di déjà vu: un vecchio ricordo o una alterazione della memoria? La chiacchiera favolistica coincideva abbastanza con una delle disavventure in cui inciampai all’alba del mio breve tirocinio magico. E per mancanza di altre vicende simili, non poteva essere se non quella. Avessero saputo a Dornach i precedenti di un loro socio (munito pure di ambedue le tessere)!

Tenendo in considerazione gli sguardi corrucciati di chi mi legge, indico a mia parziale discolpa che il fattaccio avvenne quando fui e fummo molto giovani.

Tutto iniziò in un bel pomeriggio di primavera. Un mio amico – ruvido discepolo dei Tantra – aveva pescato un ragazzo assai suscettibile come soggetto per esperimenti d’ipnosi, durante uno spettacolo del prof. Steno Schaffer (costui fu uomo dalle multiformi capacità: esperto illusionista, per campare collaborava con i medici dell’Ospedale psichiatrico, si esibiva in esperimenti di telepatia e di fascinazione a distanza. Inoltre ho le prove che fosse conoscitore e operatore di vere operazioni magiche: almeno quelle di basso conio che vediamo nei film e che strabiliano i profani).

Così passammo parte del pomeriggio con la nostra cavia in esperimenti davvero interessanti. Esaurito un bel mazzo di questi, tentammo un salto di qualità. Ci sedemmo intorno ad una boccia di vetro riempita d’acqua – noi svegli, lui in trance – e procedemmo ad una invocazione tratta da un testo di Pietro d’Abano. Nessun risultato apparente e la cavia non vide nulla.

Al tramonto tornai a casa, con la sgradevole sensazione di non essere solo. Era una sensazione soltanto, ma perché mentre camminavo, da dietro i muri delle villette più vicine i cani si mettevano ad ululare (i lupi ululano, i cani abbaiano)?

Dopo cena, come al solito mi trovai con gli amici di zona su una strada a quel tempo deserta. Così dimenticai il pomeriggio. Alle dieci di sera eravamo rimasti in tre. Il discorso si incanalò sull’ipnosi e uno dei due mi sfidò a provare con lui. Dopo ripetute sollecitazioni, nel timore di perdere la faccia, acconsentii. In piedi, nell’androne semibuio di una casa isolata. Sentii subito una intensa corrente fluire dalle dita, quasi crepitante e bastarono pochi comandi per portare nella trance l’amico. Mi parve affaticato (una lacrima era scesa da un occhio) e quasi subito iniziai il processo inverso. Lui era scombussolato, perciò lo feci sedere su un muretto mentre parlavo con l’eccitato testimone.

Mi accorsi che l’amico seduto era rimasto immobile e fissava la luna piena. Troppo a lungo. Lo presi per una spalla per scuoterlo e distoglierlo: lui si girò con uno scatto violento, ringhiando.

Valutai in un lampo che la mia forza era superiore alla sua…ordinariamente. Ma quale poteva essere la forza di un uomo-lupo? Mi riavvicinai con maggior prudenza e delicatezza, ripetendo più volte il suo nome. Si alzò ma gli occhi erano fissi e sbarrati. Il volto una maschera congelata. Incominciò a palparsi e ad osservare i propri vestiti. Scoprì le tasche da cui estrasse le poche cose che teneva e le guardò attento. Osservò con attenzione anche una solitaria vettura che passava in quel momento. Sto usando termini inesatti poiché era privo di ogni espressione nel volto e nello sguardo.

Dissi al testimone superstite (che stava tremando) di correre a chiamare gli unici due occultisti che abitavano vicino. Un “vicino” assai relativo ed il poveraccio dovette farsi una maratonina per raggiungerli. Io intanto sorvegliavo e seguivo l’amico perduto che gironzolava intorno.

Arrivarono il prima possibile. L’essere prese un rametto spinoso, lo spezzò e, a gesti, mi fece capire che dovevo impugnarlo nella destra. All’amico del pomeriggio, terribile discepolo della Potenza, diede un fiore. Simbolismo palese: io minacciato, lui coccolato.

Mandammo a casa il corridore che stava cedendo ad una crisi di paura (dormì per sei mesi con la luce accesa). Il terzo “tra cotanto senno” occulto, lanciò intorno a It diversi pentacoli mentali che non suscitarono alcun effetto.

Poi, non ricordo chi, ebbe l’idea di scrivere sul dorso del muricciolo un simbolo magico. Funzionò. Chi era dentro al mio amico, a gesti, volle il pezzo di mattone e iniziò a coprire un tratto del muro con tante figure geometriche di cui riconoscemmo solo la stella a cinque ed a sei punte, una spirale e poco altro. Poi fissò il buio sopra di noi e tracciò un segno zigzagante: un istante dopo crepitò in cielo il primo di molti fulmini non lontani. Pensai per un attimo che fosse stato lui a chiamarli, magari per poi incenerirci.

Forse (di sicuro) esasperato dalla nostra totale ignoranza abbandonò l’impresa di comunicare e, subito dopo, entrò nel cantiere di una casa in costruzione, nel garage che era già finito. Ci ritrovammo tutti e tre con l’essere che ci veniva incontro, ma che, improvvisamente, si arrestò. Vedemmo meravigliati che non poteva superare un’asticella di legno poggiata per terra. Il legno era per lui un ostacolo insormontabile.

Allora, rapido, con una scheggia di mattone, il “pentacologo” disegnò un cerchio intorno a noi tre. Funzionò. Fu impressionante vedere come il mio ex amico trovava un invalicabile impedimento, sia a terra che nell’aria. Ci trovavamo, noi e lui in una classica posizione di stallo alla messicana. Non ricordo chi suggerì, dopo un po’, di lasciarlo entrare. Bastò un segno sul cerchio per annullare la sua difesa. Del resto avevamo avvertito che il senso di rabbia o frustrazione se n’era andato. Sul muro alle nostre spalle, tracciò sopra le teste per ognuno un complicato segno diverso. Poi si sedette su dei mattoni accatastati, noi lo imitammo.

Che potevo fare? Pregai con tutte le mie forze per il ritorno del mio amico. It, come percependo ciò, mi mise una mano sulla nuca e, a gesti mi fece raddrizzare il rametto spezzato che da ore tenevo in mano. Era un ottimo auspicio, come se mi avesse perdonato. Poi si alzò e sfregiò i segni che aveva fatto sopra le nostre teste. Uscì velocemente dal garage mentre i tuoni stavano tambureggiando con maggior violenza. Si fermò accanto ad una buca, si tolse la maglietta e, a gesti, chiese il fuoco di un accendino che avevamo usato per fumare nervosamente qualche sigaretta.

Accese la maglietta e la tenne alta in mano mentre bruciava. Poi la gettò nella buca. Prese una pietra abbastanza grande e piatta, vi incise due segni: riconobbi uno dei due: era simile all’omega greco. Gettò anche la pietra nel buco. Poi, furiosamente, lo riempì di terra con le mani.

E corse. D’istinto lo chiamai per nome. Lui alzò una mano a palmo aperto, come a dire “fermatevi”. Noi lo seguimmo lo stesso e vedemmo che spezzava (annullava) tutti i simboli con cui aveva coperto il dorso del muretto per dieci metri buoni. Bastava un taglio minimo.

Poi si fermò, immobile. Un momento dopo si piegò, come uno che prende un pugno in stomaco. Si raddrizzò nuovamente con l’espressione e gli occhi allegri che ci erano famigliari.

Erano passate quattro ore dall’inizio di questa storia e le sue prime parole furono: “Ma cosa vi succede? Avete gli occhi fuori dalla testa”. Lui, riposato e fresco, non ricordava nulla.

Poi, come succede nei racconti, arrivò una pioggia scrosciante che cancellò parte dei segni, rendendoli irriconoscibili.

Quella notte, credo poco dopo, un maremoto si abbatté contro le rive di una cittadina attigua a Trieste e due persone persero la vita.

Nei giorni successivi vi fu un pellegrinaggio di occultisti che volevano decifrare il muretto. Non credo che qualcuno ne ricavasse qualcosa. Con me furono gentilissimi, prevedendo la mia morte a breve. La connessione logica non l’ho mai trovata appieno ma in quei giorni ero pronto ad accettare il mio destino di colpevole.

Fu una lezione che non dimenticai. Mai più, dissi a me stesso. Coerentemente, l’anno dopo e nello stesso giorno del medesimo mese, dopo una lunga opera di convincimento, la vittima della nostra follia si trovò disteso su di un letto, ben legato e circondato da un vero pentacolo, mentre, con le passate magnetiche, lo trasportavo nella trance profonda. Ma questa è un’altra storia.

Così, narrando questa piccola avventura, regalo un po’ di fieno alla greppia dei fessipedi e solipedi che giudicano non tanto bene chi scrive e questo sito di matti. 

ALTRO

LA VITA NON MUORE

 fiore del deserto

Le poche righe qui sotto non hanno la pretesa di vestirsi da articolo, dunque prendetele per quel poco che valgono.

Valgono qualcosa? Per i pochi che tentano di seguire la via della Scienza sacra sono una ennesima riflessione. Per i molti non dicono niente. Sono solo un appello all’essenziale. Dunque valgono poco.

L’avvicinarsi, il comprendere e l’aderire all’itinerario dell’anima quando questa si avvicina e entra – senza squilli e grancasse – su una strada che si snoda fuori dalla quasi infinita rassegna offerta dallo spiritualismo facile è altro che occuparsi, anche per tutta la vita, delle sensazioni ed emozioni che il fascino rappresentativo dell’occulto può offrire ogni giorno.

Purché i fondali vengano assai spesso cambiati, coloro a cui basta guardare, si sentono incuriositi, edificati, beatificati. Non pagano nulla per il cangiante spettacolino (nemmeno immaginano in cosa possa consistere il pagare), in cambio sono di bocca buonissima: applaudirebbero anche alla esumazione di resti mortali o di ogni genere di pattume.

Che la via interiore sia indirizzata alla reale reintegrazione dell’anima allo spirito, nonostante l’ampiezza delle indicazioni rintracciabili per chiunque, evidentemente non sfiora l’anima soddisfatta nel solipsismo delle proprie vaghezze ed emozioni.

Rivolgersi a quest’ultima razza di uomini è tempo perso, fatica sprecata: fatti così, non cambieranno mai. E se qualcuno, a queste parole, si risente per una loro lapidaria brutalità, come dico sempre, è toujours libero di pensare e sentire a suo modo. Mentre la mia esperienza di oltre mezzo secolo è questa.

Invece è molto più recente l’esperienza – di cui avrei fatto volentieri a meno – di quelli che passano per integerrimi discepoli della via solare mentre con ogni loro sforzo remano contro di essa. Ringrazio sempre il cielo per avermi mostrato tali anime quasi alla fine dei miei giorni, cioè quando mi è più facile mandarle all’inferno con più distacco e persino col divertimento amaro che il dramma buffo evoca.

Certo, rimane l’interrogativo se questo modo di essere dipenda da esercitata ottusità e farneticazione o per un tragico capovolgimento avvenuto a seguito del fatto che il Maestro è uscito dal palcoscenico del sensibile.

Senza retrocedere sino al sovvertimento patito dalle antiche fratellanze, si può constatare che discepoli vicini al Dottore – non certo barbari estranei – uccisero tutto il possibile di ciò che avesse il senso della direzione conoscitiva dell’antroposofia.

Proprio in questi giorni è giunta a Eco una breve e gradita lettera di una lettrice sconosciuta. Tralasciando i convenevoli mi permetto di riportare qui poche righe: “…quando ho parlato con qualche conoscente antroposofo degli esercizi, mi sono sentita rispondere che avevano fatto il loro tempo e potevano essere sostituiti da altre cose. Ho sentito tutto questo come una mistificazione colossale, per non dire di peggio!”.

Se Messenia piange, Sparta non ride (Aristodemo, Atto II).

Ho letto poco tempo fa una rozza caricatura di controindicazioni decisamente volte ai cretini del web e spacciate per parole pronunciate da una nobile figura vicina a Scaligero. Pare che la parodia della eduardiana “nuttata” non finisca mai.

Però ho anche osservato con sollievo che quelli che lavorano sodo sono interiormente forti o quanto meno indifferenti o impermeabili a tale canea il cui selvaggio latrato è principalmente rivolto contro ciò che Scaligero affermava come precipua opera di risveglio.

Quando l’anima è scossa da tensioni, da ignoti dubbi, in alternativa ai sacri e dannati testi (che diventano gabbie di rappresentazioni aprioristiche) meglio sarebbe sedersi, guardare una pietra illuminata dal sole e chiedersi: “Cosa vedo?”. E se si è capaci di vedere, proseguire domandandosi: “Come la vedo?”. Poiché l’essenziale è impegnativo ma è semplice.

Essere capaci di ricostruire in se stessi l’atto della conoscenza è rito di liberazione dalle mitogenie farlocche, dal servaggio delle figure oracolari, dalle superstizioni spiritualistiche, dalle lucide – perché consunte – vesti abbandonate dai morti.

Quando ci si priva dell’inutile, miei cari, delle mille cose rimane una sola che chiamiamo concentrazione, la quale scritta così è solo un termine enfatizzato fin troppo. Che può infastidire . Ma il fatto è che dal suo canone non si scappa. Ci si dedichi alla concentrazione meditativa, alla meditazione, alla percezione pura, al silenzio interiore: il canone resta invariato: è l’intimo svolgimento della concentrazione ciò che ogni disciplina richiede. Chi non se ne accorge, non lo vede, non ha ancora aperto gli occhi. Oppure è cieco.

Tutte le discipline interiori prendono le mosse dalla concentrazione del pensiero. Tutti gli atti della nostra vita dipendono dal pensiero.

Si rileggano le prime pagine di Teosofia, quelle in cui, in uno splendido esempio di semplicità, si osserva la morfogenesi che i corpi subiscono giungendo all’uomo: è osservazione obbiettiva che ancora si regge con l’appoggio sensibile. Così potete usare gli occhi che dei e natura ci hanno fornito per giungere alla ri-conoscenza del Principio che tutto modella dell’uomo.

Il Principio plasma l’uomo in funzione del pensiero: in esso è perennemente presente quello che chiamiamo spirito. Cercare lo spirito fuori dal pensiero è la follia dei neo primitivi o dei guasti, cioè delle specie che tentano di trascinare l’umanità all’annientamento.

Chi sa liberarsi dai fantasmi che incessantemente tessono la fitta rete sul mondo e nell’anima, chi per attimi si svincola da essi, sa quale sia la strada: sa cosa fare.

Ho letto che i momenti della disciplina interiore dovrebbero essere assai più brevi dei tempi di cottura di un uovo alla coque, poiché l’assoluta attenzione pensante sul pensiero stesso può provocare superiorità, orgoglio, disprezzo, egoismo, danno per l’umanità poiché con la disciplina si abbandonano gli altri pur di affermare la propria presunzione quotidiana, ecc. Un concentrato di mali che diventa male assoluto.

Persino Erasmo ammoniva: “La maggior parte dell’umanità indulge alla follia e quindi le cose peggiori incontrano sempre il massimo successo”. Perciò posso immaginare che suggerimenti così scellerati abbiano avuto e abbiano ancora una buona accoglienza.

Ciò sembra il negativo dell’esperienza di chi opera. Costui trova sulla strada la propria incapacità, la propria miseria. Può venire assalito da disprezzo e angoscia per il contrasto avvertito tra la forza del sé corporeo e la determinazione dell’Io giornalmente travolta. Potrebbe persino, in momenti di stanchezza, provare una punta d’invidia verso chi, ben inserito nella natura ordinaria, non deve mai affrontare le bufere che piagano il viandante. Da lui scivola via quella rilevanza personale di cui ognuno, per natura, è più o meno saturo.

E pure tutto ciò fa ancora parte di fenomeni, per così dire, collaterali, poiché tutto (tutto!) viene lasciato indietro quando si giunga all’essenziale nudità dell’atto interiore. Quando il flusso pensante incontra se stesso, nessuna categoria della natura, nemmeno quella che si traveste d’anima, nemmeno il soggetto ordinario a cui ci si identifica, trova spazio in un continuum che travolge anche la pura forma. Inizia un processo di risveglio che non ha analogie. L’ekagrata assoluto libera l’Io dall’ego, il pensare dai pensieri, il volere dalla volontà personale, il sentire dal sentimento personale…Parafrasando i Vangeli: “Colui che avete creduto di conoscere non è più qui”.

Il secretum secretorum, la trascendenza immanente è concentrata in questo punto. Urge dentro e dietro ogni pensiero, ogni percezione, ma per l’uomo è la santa e diuturna lotta che, secondo lo schema guerriero che il divino ha cantato al cuore di Arjuna, egli combatte palmo dopo palmo in desolate terre interiori rare di arcobaleni. Tutto ciò, in noi, viene vissuto attraverso una disciplina che in sostanza è unica, perché altro non serve.  

SCIENZA DELLO SPIRITO

SULLA REINCARNAZIONE

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Una corretta nozione di reincarnazione, svolta dal pensiero cosciente è una “medicina urgente” per l’uomo contemporaneo: di ciò furono ben consapevoli Aurobindo in Oriente e Rudolf Steiner in Occidente.

Non a caso contro tale insegnamento s’è scagliato il materialismo meccanicistico, trovando come energici alleati i grandi (si fa per dire) nomi del tradizionalismo e la Chiesa cattolica. Evidentemente per questa eterogenea ciurma, come osservava Corrado Rocco in un bel librettino vecchio di alcuni decenni, l’idea di reincarnazione è avvertita come straordinariamente pericolosa.

E non c’è da meravigliarsene: ad esempio già su di un piano che sembra più concreto tutto è buono per avversare i bianchi globulini omeopatici: pur essi portatori di riflessioni pericolose sul significato della materia, sull’efficacia vera di scellerati protocolli medici…insomma sui feticci che reggono la menzogna mondiale: solo gli ingenui patentati non comprendono lo “strano” giudizio negativo della Chiesa nei confronti dell’omeopatia!

Scusatemi, questa era una digressione.

Come ho già scritto da qualche parte, in realtà non è vero che tutti gli scienziati siano sul libro paga delle Potenze arimaniche. Invece è purtroppo vero che molti si tappano prudentemente la bocca e che il sudario calato sull’umanità da tali Potenze permette quasi soltanto le comunicazioni a senso unico, dagli stravaganti Accademici di Svezia fino al modesto foglio giornalistico locale.

C’è qualcuno, forse incline al suicidio professionale, che ha il coraggio di comunicare punti di vista diversi: l’altro ieri veniva presto dimenticato, ora prova la povertà, il ludibrio e persino la galera.

Sentite cosa poteva ancora dire un fisico contemporaneo, morto però nel ’46. Parlo di J.J. Hopwood, matematico, fisico e astronomo britannico, insegnante universitario a Cambridge.

“ Trent’anni fa, si pensava o si supponeva che la scienza potesse infine svelare l’ultima realtà delle cose, e che questa realtà fosse di natura meccanica…Oggi si ammette, ed i fisici sono quasi tutti propensi da parte loro per questa opinione, che la corrente scientifica ci conduce ad una realtà per nulla meccanica; l’universo rassomiglia sempre più ad una grande Idea, e non già ad una grande macchina. Lo spirito non sarà più, nel regno della materia, quell’importuno sopraggiunto per caso come lo si riteneva un tempo; noi cominciamo a presentire che egli piuttosto sia il creatore e il signore della materia. Non già, ben inteso, il nostro spirito individuale, ma lo spirito in seno al quale vivono gli elementi atomici del pensiero che compongono il nostro essere personale. La scienza moderna ci obbliga a rivedere le frettolose opinioni che noi ci siamo formate e che ci presentarono il mondo materiale come estraneo e ostile alla vita. L’antico dualismo dello spirito e della materia, causa profonda di questa supposta ostilità sembra voler scomparire. Non, per questo, che la materia divenga meno densa, più eterea di una volta, né che nello spirito si sia rivelato il risultato d’una attività della materia; al contrario, appare a poco a poco che quest’ultima potrebbe essere una creazione e una manifestazione dello spirito.”

Certo che Hopwood non intuisce la propria presenza attiva nella formazione del dato, della cosa ma espone con coraggio e sincerità in quale vicolo cieco la scienza del tutto-materia si sia cacciata. Essa però, cieca e sorda e dotata di enorme potenza inerziale, ora ha acchiappato il bosone…dopodomani, con folli spese, troverà qualcosa di ancora più piccino.

Rubbia, quasi mio concittadino, che tante ne ha dato a bere ma che ha bevuto molto di più per suo conto, spiegava il processo: “Taglio il salame a fette, via via sempre più sottili…” Bravo! Così del salame non ti resterà nulla per riempire il panino e salterai la merenda.

Così, come per l’omeopatia, che nonostante tutto “prende” sempre più medici e tanti pazienti, anche l’idea del karma e della reincarnazione ha iniziato, e non da oggi, ad aprirsi varchi nelle dure teste contemporanee.

Già F. Rittelmeyer, nel suo libro Wiederverkörperung, nota che nel corso di diversi viaggi in Europa e in America conobbe diversi teologi (protestanti) di fama, i quali ritenevano possibile e anche necessaria l’adozione dell’idea della reincarnazione nella concezione cristiana (in tal senso il nostro Paese non fa molto testo, dovendo sopportare la sciagura di avere il Papato e la sua prepotenza politica in casa).

Il vero Occidente ha mantenuto intatte nel corso dei secoli le intuizioni spirituali al riguardo della reincarnazione: nelle epoche così dette “oscure”, nel medio evo dei mistici, poi nei giganti come Goethe, Novalis, Balzac, Lessing, Herder, Wagner, ecc.

Leggendo Montaigne, Emerson ebbe a dire: “Avevo l’impressione d’aver scritto io stesso quel libro nel corso di una precedente esistenza”.

Impressionante è la confessione di un uomo moderno immerso nel mondo delle macchine, come Henry Ford (Ralph Waldo Trine: The power that wins – Conversations with Henry Ford): “Quanto a me, credo che quelli che vengono chiamati doni o talenti, non siano che il frutto di una lunga esperienza, acquistata nel corso di molteplici esistenze. Io credo infatti che noi rinasciamo più volte. Voi e io, noi tutti, viviamo numerose vite nel corso delle quali accumuliamo un ricco tesoro di esperienze…Ciò che ci sembra un dono intuitivo è stato in realtà penosamente acquistato…Voi lo sapete, io sono convinto che la reincarnazione è un fatto” E altrove: “Il tempo non mi dominava più. Non ero più lo schiavo del mio orologio. La scoperta della reincarnazione mi aveva dato la pace interiore.”

E’ possibile dare una perfetta giustificazione logica all’idea della reincarnazione? Nel suo libro Teosofia il Dottore ci offre una rigorosa riflessione sul tema. Così fa anche nella Scienza Occulta dove rimarca con schiettezza che, a livello concettuale ci sarebbe sempre uno spiraglio di incertezza critica se la dimostrazione non divenisse portatrice di un pensiero che, calato nei fatti, porta in sé una forza di realtà che…realmente modifica il rapporto tra l’uomo e gli avvenimenti che sembrano piovergli addosso.

Perciò indica come prova sovrana una sintesi di pensieri che, come ogni altro processo interiore, può divenire valida per qualsiasi uomo e che è accessibile a tutti. Tale processo è però intimo ad ogni singolo uomo che ne deve “fare da sé l’esperienza”. E pure questa è una decisione individuale, libera: sul tracciato dunque della nuova consapevolezza spirituale, il cui fondamento è un di più contro l’abituale passività nella vita.

Nel senso di una più ampia e completa ricerca conoscitiva delle polarità che si esprimono come vita sulla terra e vita nel cosmo valgono due discipline formative: esse sono l’astronomia e l’embriologia nel cui ambito si svolge l’alterna evoluzione dell’uomo.

“Per abbracciare la realtà nel suo insieme, occorrerebbe dedicarsi ad un duplice studio: quello degli astri e quello dell’evoluzione dell’essere umano, in particolare dell’embrione”

Questa idea che lascio qui in sospeso, è sintetizzata da Steiner in queste due righe:

Uomo, tu sei l’immagine condensata del Cosmo,

Cosmo, tu sei l’essere effuso dell’Uomo.

Ciò è proprio quello che, in tutta modestia, porta su Eco il nostro amico Daniel, rubando spazio alla propria mancanza di tempo.

C’è poi il mainstream del pensiero banale che orienta il popolo a credere che l’idea della reincarnazione sia un prodotto della visione orientale esportato l’altro ieri in casa d’altri, cioè in Occidente.

Questo è un falso storico, proprio andando alle radici della nostra civiltà. E i testi non mancano.

Ora scusatemi, faccio un passo indietro poiché davo per scontato che per i lettori di Eco il pensiero della reincarnazione fosse una realtà digerita e forse non è così, perciò consiglio i lettori poco avvezzi, di immergersi con calma profondità nella lettura di Teosofia e Scienza Occulta di Rudolf Steiner e Reincarnazione e Karma di Massimo Scaligero. In quei libri troveranno sequenze di pensieri che possono far avvicinare o dare plausibilità per la coscienza pensante ad un tema che dovrebbe essere molto importante per una visione vasta e soprattutto completa dell’entità umana e del suo divenire. Per l’occidentale la reincarnazione è un’idea difficile e soprattutto inesatta. Non da ieri ma da quando venne “tolta” all’uomo l’idea di Spirito. Ciò ha generato pasticci senza fine in ogni campo della vita al punto che cultura, scienza e religione sono cresciute con un handicap formidabile.

Questo per dirvi che occorrono pensieri rinnovati e ben fondati per comprendere se e come il ritorno sulla terra non sia semplicemente una scusa per addolcire il destino, che pare assai spesso cinico e baro. E ora, scusatemi, ritorno al tema del discorso.

Platone, nel Cratilo fa gioco di parole sul termine soma (corpo): “Secondo alcuni il corpo è il sepolcro (sema) dell’anima che essi considerano come seppellita nella vita presente; e anche perché ogni qualvolta l’anima si vuole esprimere, essa si esprime mediante il corpo; sicché per tale riguardo esso è proprio chiamato un sepolcro. Ed invero i seguaci di Orfeo mi sembra abbiano fissato tale nome perché l’anima soffre nel corpo la punizione delle proprie colpe, ed è circondata da questo recinto che può assumere l’aspetto di una prigione”.

Ippolito (Philosophumena v.6) dice: “I Frigi nei loro Misteri la chiamavano “il morto” poiché essa come in una tomba o sepolcro è sepolta nel corpo”.

Eraclito (parlando di anima non incarnate) dice: “Noi viviamo la loro morte, e moriamo la loro vita”.

Il pitagorico Filolao (citato da Clemente Alessandrino, Strom.III) scrive: “Anche gli antichi teologi e iniziati affermano che l’anima è unita al corpo perché vi soffra punizione; Pitagora stesso ci assicura che qualsiasi cosa noi vediamo durante la veglia è morte, e durante il sonno, un sogno. La vita reale non è in alcuno di questi stati”.

Cicerone, riferendosi ad Orfeo e ai suoi successori dice (Hortensio, Frag., p. 60): “Gli antichi, quelli che erano veggenti o interpreti della mente divina nella tradizione delle sacre iniziazioni, sembra abbiano conosciuto la verità, quando essi affermavano che noi eravamo nati nel corpo per scontare la pena di falli commessi in una precedente vita”.

Agostino (De Civitate Dei XXII, XXVIII) scrive: “Certi gentili hanno affermato che nella rinascita degli uomini vi è ciò che i greci chiamano palingenesi (…) essi insegnavano che vi fosse un’unione della stessa anima e corpo (?) in quattrocentoquaranta anni”.

Ma secondo Platone (Fedone e Repubblica, X) il tempo medio che trascorreva tra due nascite era di mille anni. Virgilio (Eneide, VI, 758) dà il medesimo periodo.

Diogene Laerzio (Vit. Pythag. VIII, 14) asserisce che “egli (Pitagora) si dice che sia stato il primo tra i greci ad insegnare la dottrina che l’anima passando attraverso il “cerchio di necessità” (kiklon anankes) veniva vincolata per varie volte in vari corpi viventi”.

Infatti lo stesso scrittore ci racconta (VIII, 4-6) che Pitagora diede ai suoi discepoli dettagli di alcune sue nascite precedenti.

Su ciò vale forse la pena di specificare questi “dettagli”.

Allora: ai tempi degli Argonauti era stato Etalide, “figlio di Mercurio”, cioè un iniziato. In tale vita aveva acquistato il potere di conservare la memoria durante lo stato intermedio tra due vite. Aveva ottenuto ciò come una grazia da Mercurio e altri poteri ad eccezione dell’immortalità (athanasia).

Tornò quasi subito a reincarnarsi in Euforbio. In tale vita fu ferito da Menelao sotto Troia e così morì. Durante tale vita affermò d’esser stato precedentemente Etalide e insegnò la dottrina della reincarnazione, spiegò il corso che l’anima compie dopo la morte e, nel suo proprio caso, con quali entità del regno vegetale e animale aveva avuto temporaneo rapporto.

In un terzo tempo si reincarnò in Ermotimo e in tale incarnazione andò in pellegrinaggio al tempio di Apollo jonico (Ovidio dice al tempio di Giunone in Argo (Metamorph.,XV) e Tertulliano (DeAnim.) al tempio di Apollo delfico) dove riconobbe i resti dello scudo che aveva usato come Euforbio e che Menelao aveva appeso nel tempio come offerta votiva.

Poi egli fu Pirro, pescatore a Delo, che ricordava le vite trascorse.

Finalmente si incarnò in Pitagora.

Ieronimo (Apol. ad Rufinum) riferisce che il filosofo di Samo sarebbe stato successivamente Euforbio, Callide, Ermotinmo e infine Pitagora.

Aulo Gellio aggiunge alla lista Pirandro e Alice (bellissima donna dai facili costumi).

Certo è che vi fu una notevole confusione intorno alle rivelazioni del Maestro: la confusione spiritualistica è antica, non solo moderna!

Nella Vita di Apollonio di Filostrato troviamo riferimenti alle antecedenti vite di saggi antichi. Per esempio (I, 1) Empedocle (V sec. avanti Cristo) dichiara: “Io fui un tempo una giovane ragazza”. Iarcha dice ad Apollonio di esser stato in tempi remoti un monarca chiamato Ganga, all’epoca in cui gli Etiopi (?) occuparono l’India e che il suo corpo all’epoca era alto dieci cubiti.

Iarcha dice poi al suo ospite greco di averlo visto (Apollonio) come comandante di una nave egiziana e Apollonio risponde che ciò è vero e anzi aggiunge alcuni dettagli.

Proclo si dichiarò convinto di essere stato, in una esistenza precedente, Nicomaco, il pitagorico.

Egli (Tim. v. 330) scrive che ”Non vi è che un modo perché l’anima sfugga al ciclo della generazione ed è di voltar le spalle al pellegrinaggio nella generazione e di dirigersi verso il proprio prototipo spirituale…come dice Orfeo, cessare dal ciclo e distanziarsi dal male”.

Anche Plotino (En. I. XII) dichiara con chiarezza che “è una credenza universalmente ammessa che l’anima commette peccati, li espia, subisce punizioni nel mondo invisibile e poi passa in nuovi corpi”. Egli afferma inoltre (En. IV. IX): vi sono due modi perché l’anima entri in un corpo; uno quando l’anima, essendo già in un corpo, subisce la metensomatosi cioè a dire, passa da un corpo aereo o igneo in un corpo fisico, l’altro quando l’anima passa da uno stato incorporeo in un corpo di determinato genere”.

Nei Misteri la dottrina della reincarnazione era “scientificamente” dimostrata. Così troviamo in Plutarco (De Esu Carn, T. XIII) la spiegazione come l’intera storia di Bacco, l’esser questi fatto a pezzi dai Titani e la successiva distruzione dei secondi da parte di Giove, non fosse altro che “una narrazione sacra riguardante la reincarnazione”.

La superstizione popolare dell’incarnarsi in qualche animale è contemplata solo come un aspetto dello stato intermedio della parte irrazionale dell’anima fra due nascite.

Si fa affermare ad Ermete psicopompo che l’anima non può mai ritornare nel corpo di un animale.

Proclo nei suoi commenti sul primo Alcibiade così scrive: “Ermete governa le diverse schiere di anime e disperde il sonno e l’oblio da cui sono oppresse. Egli provvede alla rimembranza il cui fine è un genuino comprendimento intellettivo delle nature divine”. Questa è la memoria eterna o “memoria del cuore”: ciò che Ermete diede ad Etalide come è stato scritto sopra.

Oltre questi cenni non voglio dilungarmi ancora (il materiale è assai vasto). Segnalo come, dalla saggezza orfica in poi, si evidenzi l’anima e non si accenni mai all’Io come ad un quid indipendente: le personalità ci sono, è evidente, ma sembra mancare un Soggetto superiore. Ai tempi nostri esso (la sua intuizione) è del tutto indispensabile per potersi avvicinare alla visione dei ritorni dell’uomo sulla terra.

ALTRO, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’UOMO MASSA ED IL CINEMA

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Una Avvertenza: la presente nota è un esercizio. Quello di sviluppare un tema partendo da un punto di vista lontano da ciò che ci è congeniale nei termini così come nel contesto. Però il risultato mi pare interessante. 

Prendiamo una frase che pare sensata e accettabile: “Meglio un bel film di un brutto teatro o di un brutto libro”. E saremo tutti d’accordo.

Eppure in ciò c’è odor di zolfo, poiché è un luogo comune. Il luogo comune è simile ad una pietra instabile sul terreno: basta sollevarla per scoprirvi sotto insetti e marciumi. Il luogo comune appartiene all’applicazione della Sindrome di Robinson, ovvero alla deduzione che deriva da una ipotesi di isolamento totale, applicata ad una realtà dove non c’è isolamento.

Per chiarire con esempi si dice: “Meglio una bella fotografia che un brutto dipinto” e talvolta: “Meglio un bel sogno di una brutta realtà”. Il vizio di questo tipo di affermazioni sta nel supporre una irreale coazione a scegliere. Chi mai si trova a dover optare fra leggere un libraccio e vedere un bel film? Forse in carcere ma pure lì rimane, di solito, la possibilità di non fare né l’una né l’altra cosa.

Chi dice: “Se mi trovassi su di un’isola deserta potrei anche…” già si incarta in una efficace magia infera poiché immagina che l’azione non dipenda da lui stesso ma dalle circostanze: si addestra a farsi prigioniero delle circostanze, anche fuori dalle necessità.

Queste sciocche frasi, mancanti del presupposto della coazione di scelta, portano in sé questo significato: “Io ritengo di avere il diritto e il dovere di essere intrattenuto o di essere rallegrato, ecc.”

Il diritto all’intrattenimento è un falso privilegio che poggia sulla fabbrica del falso bisogno. Una civiltà sana insegna a ridurre i bisogni mentre la civiltà malata esorta a fabbricarli artificiosamente.

Ai luoghi comuni sarebbe da rispondere: “Nessuno ti obbliga ad essere intrattenuto, nessuno ti obbliga a fornicare, nessuno ti obbliga a dilettarti”.

Quello che si sente come bisogno o è la maledizione dell’essere afferrati da dura necessità senza scampo o l’obbedienza alla vocazione che è l’essere scelti senza rimedio o lo scegliere d’esser scelti. Tale stortura del diritto e del dovere è semplicemente ciò che gli altri si aspettano dall’individuo. Perduta una obbiettiva consapevolezza di cosa possa essere il bisogno, non rimane che accettare il luoghi comuni senza considerare che sono risposte a domande che nessuno ha mai fatto: reazioni meccaniche a frangenti immaginari e problemi gratuiti.

Per non sembrare troppo astratto prendo uno scenario concreto: il cinema. Il cinema è un teatro dove lo spettatore è disturbato da una presenza che costringe la sua partecipazione, ne irreggimenta l’attenzione: una prosa dove alla metafora viene sostituita la presentazione dell’oggetto. Una pittura che abdica in favore dei quadri viventi. Il suo fascino proviene dal ricordo di quel che potrebbe essere un quadro, un teatro, una prosa: è un non-teatro, un non-quadro, una non-prosa che vive dei suggerimenti di quello che potrebbero essere stati teatro, prosa, quadro.

La funzione del cinema, del disco, della fotografia, sarebbe come un soccorso alla memoria, mentre invece esso si impone come spettacolo per se stesso. Così la facoltà di proiettarci immagini nella mente sarebbe di rivedere e rimeditare cose viste o a determinare cose possibili in vista dell’azione. Mentre il vizio ne fa un’attività fine a se stessa che distoglie dall’azione. Chi crede di ascoltare un concerto ascoltandone la riproduzione meccanica o di vedere una recita proiettandone la pellicola è simile a chi creda di vivere una vicenda immaginandola o ricordandola.

Certo che un disco può agevolare la comprensione di un concerto, ma se lo si sostituisce completamente, se ci cessa di percepire la pena e il fastidio del divario, si piomba nel delirio: come chi non distinguesse più tra sosia e persona, tra perla vera e fabbricata. E il cinema? Il cinema è così “popolare” perché è un’espressione balorda, una biblia pauperum destinata non già agli analfabeti, ma ai decaduti. In esso si incorona nel linguaggio quando accoglie l’illeggibile nella parvenza di espressibilità poiché lo aiuta l’immagine e l’immagine può essere insignificante perché la soccorre la parola e la musica può essere inaudita perché la vicenda le conferisce un senso.

Il rinvio dell’una all’altra arte è simile a un gruppo di uomini che, lavorando in squadra, si illudessero che addizionando rinunce e umiliazioni, per algebra stravolta, ne risulti una somma positiva.

Ogni prodotto meccanico esige, per il suo uso, un prezzo occulto: ben pochi musicisti sanno ancora quale sia il costo spirituale della riproduzione. Montale, nel racconto Il lacerato spirito: “Non ci furono dischi del periodo aureo…chi conosce a memoria un brano e le sue difficoltà riesce ancora a cavarne un senso”. Lancelloti in Alta fidelidad: “Tutto il gusto di una élite di conoscitori gira attorno alla portentosa industria fonoelettrica, senza che appaia, in piena stereofonia, il termine cui tali fenomeni possano condurci. La possibilità di una sordità psichica quanto all’apprensione del senso profondo, musicale dell’opera è già discernibile. Una sinfonia, smaltata nei suoi minimi congegni sonori, è glossata come una esposizione di timbri dove ciascuno, separato dal complesso, acquista il diritto di far sentire integralmente la sua voce”.

Torno al cinema, che varrebbe qualche pena se, a tratti, emergesse dal mercato come arte minore. Se così fosse ci si potrebbe chiedere quale potrebbe essere la fenomenologia afflittiva che spinge chi è capace di leggere si abbassi a guardare un film, problema simile a quello di uomini che preferiscano l’acqua fangosa alla chiara.

Il cinematografo è la consacrazione del vizio, della solitudine coatta: se tale non fosse non chiamerebbe sterminate turbe di solitari dove ai balordi si mischiano coloro che balordi non avrebbero il diritto di essere.

Il maglio è un pugno, il treno un cavallo, la camera oscura un occhio: riproduzioni di facoltà corporee oggettivate, ingrandite. E come vi sono proiezioni di membra e di virtù esistono pure oggettivazioni di vizi. Cosa produce questo stare seduti in sale buie a fissare veloci immagini? La dilettazione morosa, cioè la fucina di ogni vizio: la fantasticheria o sogno di veglia. A questa il cinema pone il sigillo della visibilità e dell’approvazione sociale, come ad un mostro a cui una società barbara allestisce un tempio. Così si accredita ciò che un tempo era cagione di vergogna: il perdersi nei meandri dei mondi dei desideri con rappresentazioni volute e permesse. Attività antisociale perché isolante e sociale perché istituzionalizzata: surrogato della fantasticheria e insieme suo alimento. Musatti, in Cinema e psicoanalisi: “Il cinematografo sfrutta la tendenza delle immagini stereocinetiche per una realtà più intensa della effettiva, nonché la tendenza dell’inconscio ad assimilare piuttosto immagini di tal sorta che non ricordi normali. L’alleato del cinematografo nella psiche è la propensione a velare i propri conflitti, fingendosi spettatori di scene oniriche alle quali non si confessa nemmeno in sogno di partecipare inconsciamente”. Chi esce dalla sala di proiezione continua a ruminare le immagini ricevute, e appena non gli bastino più dovrà correre a rifornirsene. Grazie al rifornimento avrà altre immagini da dipanare, si figurerà di spasimare o sparare senza il disagio del comune sognatore perché la sua solitudine è promiscua: la sala ha radunato una torma di suoi simili. La voce interiore può avvertire il fantasioso: “stai barando, nella realtà l’amara minuziosità dell’accadere non tollera scorciatoie, la sorpresa è costante e non coglie mai quando la si propizia” ma, come per l’ubriaco, non fanno più presa ritegno e coscienza.

Stimolo alla fantasticheria, alla minorazione della coscienza del reale, non sono danni unici. Si è osservato che il cinematografo è apparentato ad uno specifico tipo di sogno: quello di chi guarda ma non partecipa, cioè di chi soffre di inibizioni così ferree da nemmeno osare la manifestazione onirica degli istinti repressi: una sorta di modulo per esseri psichicamente anchilosati fino alla fissità statuaria.

La società non smentisce il sonnambulo poiché riconosce e capisce il sogno in cui è immerso. Reso rispettabile dall’industria, come un tempo un difetto del re diventava prezioso suggerimento. Viceversa un uomo non preoccupato di sognare un ruolo si sentirà trattato, nel migliore dei casi, come di norma va trattato un caratterista un po’ distratto, snob o ridicolo, forse perdonabile. Poiché il compatimento è il crisma che accoglie un po’ tutti nella società dei sognatori.

Queste digressioni non hanno neppure sfiorato la rovina che la scarica di immagini porta alla mente. E poiché alle cose più serie bastano poche parole, ecco la formula malvagia: l’immaginazione sana viene soffocata con l’eccesso, non con la soppressione.

Da sempre si sono avuti apologeti del male: essi salutano come benefico il turbamento, la confusione ed il malessere, così l’aritmia tra suono e immagine, tra musica e rumori, tra rumori e parole “può darci nell’istante tutto lo spessore della coscienza, la sua ambiguità, il suo passato, il suo futuro, la sua vita” J.Masarés, in Cinéma et psycologie.

E sul “piccolo schermo”? Quello che ha intasato i pochi spazi ancora aperti. Beh, qui ho accennato ad una condizione di decadenza e caduta e non a ciò che va oltre la caduta.

Per non annoiare troppo termino con un gioiellino intellettuale di U. Eco in Verso una civiltà della visione?: “…una civiltà democratica si salverà solo se farà del linguaggio dell’immagine una provocazione alla riflessione critica, non un invito all’ipnosi.”

Grande Eco! Come a dire: se si troverà l’alcol che rende sobri e temperanti si sarà salvi dall’alcolismo. Di poco inferiore alla profondità espressa alle sue esequie dal grande Mona Ovadia: “Dio sopporta i credenti ma ama gli atei”.

Ora saluto i lettori e vado a vedermi Il ponte delle spie. Quando non si rimbecillisce con gli effetti speciali, Spielberg non delude.

ALTRO, TRADIZIONE

ESPERIENZA

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Sapete cosa sono gli iconoclasti? Certamente sì poiché l’istruzione è un fatto (quasi) universale. Così, gli iconoclasti dell’altro ieri e di oggi, saturi di verità vera, giustizia vera e furore, anche quello verissimo, fanno la barba al mondo, distruggendo sapienza, arte e bellezza.

Come tutti gli esseri che cadono sotto il giogo dell’ipnosi di massa, per gli iconoclasti è del tutto impossibile volgersi verso sé medesimi – mica hanno un soggetto proprio che potrebbe farlo – e dunque non possono accorgersi dei tantissimi oggetti (sculture, quadri, libri, mazze da baseball, bandiere, cubi di Rubik, ecc.) che ingombrano la loro stessa interiorità a guisa di un strampalato e maltenuto museo.

Aristotele ci direbbe che, essendo uomini gli iconoclasti, tutti gli uomini sono – chi più e chi meno – iconoclasti.

Però, come ho già scritto, ben pochi sembrano capaci di rivolgere gli occhi all’interno di se stessi, fosse almeno per sgomberare (far fuori) il caotico magazzino che intasa la mente. Perciò scalcionano tutto quello che è fuori di loro.

Gli uomini completamente rivolti all’azione mondana sono quasi sempre privi di interesse o incapaci a prender tempo con l’interiore ma neppure i caratteri misticheggianti, sebbene rivolti all’animaccia propria, amano riordinare il caos degli oggetti sepolti dentro la loro buccia.

Questo genere di persone preferirebbe stipare ancora di più il poco spazio libero dell’anima, ritenendo ogni gingillo, anche vecchio e sgualcio, un inestimabile tesoro: in parole povere, amano ciò che hanno, amano smodatamente ciò che sono, con l’aggravante dello spiritualismo. E da lì non si schiodano.

Gli addetti alle pulizie (se il mondo fosse migliore) in definitiva dovrebbero essere dei puri scienziati, dei puri filosofi, dei veri artisti…in pratica dei cultori dell’arte dell’Io.

Non ho menzionato gli antroposofi, poiché dopo oltre cinquant’anni di ininterrotta militanza (ma da tempo assai rarefatta) in tali nobili schiere, non ho ancora capito, in senso generale, se essi siano carne o pesce o altro.

Per mio limite, non sono troppo convinto che parlare, cinguettare o blaterare di antroposofia (specie “In relazione a…”) abbia la concretezza e la ragionevole funzionalità posseduta, ad esempio, dal mio portacenere.

Anzi, a dire il vero, ben poco scorgo in essi dell’afflato dell’Intelletto che, per l’ottimo Charles de Bouelles è più antico della materia e non è da essa generato. Secondo uno schema rinascimentale, per questo autore sono cinque le condizioni attuali create da Dio: sostanziale, vitale, sensitiva, razionale e intellettuale o angelica. Quest’ultima è immateriale, non ha nulla in comune con la materia, non è parte o manifestazione del sensibile: l’esistenza attua la pietra, la vita attua la pianta, il senso attua l’animale e la Ragione attua l’uomo. Mentre l’Intelletto è l’atto che permette all’uomo l’eccelsa condizione di immortalità e visione celeste propria dell’atto angelico.

Linguaggio desueto, diranno i miei pochi lettori, ma credo che l’osservazione sia giusta, è solo il modo che ha dovuto cambiare: “Solo agli uomini è stato concesso di stare in piedi, d’avere diritta statura, di guardare le cose celesti. Ne deriva che i primi gradi sono di esseri acefali, privi non solo di testa, ma anche di ogni differenziazione di parti e d’ogni ornamento di membra; radicati nelle viscere della terra…Gli altri esseri sono forniti di testa, di parti differenziate. La testa dei vegetali è tuttavia radice ed è nascosta in terra né può scostarsi o separarsi dalle mammelle della madre”.

Questo veniva pubblicato nel 1509 e ditemi, cinquecento anni dopo, escludendo il Dottore, se c’è qualcuno che abbia la stessa limpidezza nel guardare così l’anima e il mondo.

Mi correggo: qualcuno c’è ma preferisce il silenzio.

Oggidì si pensa molto e male. E’ il mondo della quantità, inversamente proporzionale alle altezze che danno le vertigini e alle profondità che fanno paura.

La croce senza asse verticale che croce potrà mai essere? Il legno orizzontale non sta su per forza divina ma cade a terra per primordiale legge fisica: somigliando perfettamente al cristianesimo che nelle Chiese e nelle belle parole gira senza il Christo.

Già, cos’è il Christo per l’anima umana? Per il mio ininfluente parere Esso è esperienza – anche ammesso che vi siano molti gradi di esperienza – o non è nulla o è altro da quello che si dice sia. Nel mezzo trovi solo le variopinte penne di pavone ossia gli atteggiamenti del sentimento di Tizio, Caio e Sempronio che, essendo soltanto sentimenti personalissimi, vanno bene solo per Tizio, Caio e Sempronio.

Per piacere, leggetemi con un briciolo d’attenzione: non ho detto che ciò è “ il male” ma solo che tra gli alti sentimenti personali e l’esperienza obbiettiva c’è sempre un largo fiume senza ponti nonostante l’invadente presenza di tanti zelanti pontefici di corta taglia che pontificano sui ponti che non esistono.

In effetti provo una leggera nostalgia, probabilmente senile, verso il ricordo degli occultisti che conobbi da giovane.

Erano forse una massa poco raffinata, Atena latitava ma – per Giove – erano sperimentatori e se qualcuno tra essi chiacchierava, lo faceva dopo l’esperienza. Il parler pour parler era visto con giustificato sospetto.

D’accordo, erano esperienze ben poco elevate, assai spesso si traducevano in esperimenti di veggenza con la stimolazione delle placche del dott. Calligaris, con i viaggi in astrale, con cerimonie magico-spiritiche, ecc.

Però vorrei vedere che strizza prenderebbe ora chi avvertisse come l’intero senso di sé si inclinasse a 75° e scivolasse fuori dal corpo fisico-sensibile…con tutte le avventure e disavventure seguenti e conseguenti.

Non convenite che discettare sulle alte mete verso cui l’uomo si protrae è un pochino più sicuro? Ecco perché importa non far niente: immaginare alla buona non costa e la ghirba rimane ben ancorata ad un lembo di tranquillità.

Però qualche granello di scomodità potrebbe persino fare del bene: sarebbe come una camminata in salita in cui si sbuffa e si suda: gli esperti dichiarano che sarebbe un toccasana per tutti i sistemi del nostro organismo.

Pari pari, qualche contraddizione che scuotesse un tantino il nostro impietrito palazzo concettuale potrebbe fare un gran bene all’anima.

Di questi tempi si assiste ad un rifiorito interesse nei confronti dei 5 ausiliari, magari non molto sereno. E fioccano le interpretazioni alcune piuttosto stravaganti. Ma questo è secondario, accidentale, perché ognuno, se vuole, può recarsi alla fonte più sicura.

Quello che non mi piace è che si tiri Scaligero per la proverbiale giacchetta. Se qualcuno afferma che Massimo Scaligero indicava a tutti i 5 esercizi come una condizione assoluta e necessaria, rispondo che ciò, nella prassi, non era assolutamente vero.

Vedete, chi abitava lontano da Roma, appena uscito da via Cadolini, si fiondava nel più vicino bar d’angolo e trascriveva tutto quello che riusciva a ricordare. Così potei leggere, nel tempo, più di una ventina di riassunti: bene, solo in un caso Scaligero invitò un giovane amico a praticare intensivamente il controllo del pensiero e l’atto puro. Ciò ha senso: “L’accordo del pensiero con la volontà è la base dell’equilibrio e della forza dell’anima”. Seppure infastidisce gli sbandieratori del proprio sentire spiritoso.

A tutti gli altri, oltre la Concentrazione che non mancava mai, diede altro; cioè meditazioni ed esercizi che poi apparvero in suoi scritti come Yoga Meditazione Magia e Tecniche della Concentrazione interiore.

Chi scrive, quando incontrò per la prima volta Scaligero, faceva già ciò che credeva fosse l’esercizio di Concentrazione. Scaligero, dopo essersi gentilmente espresso su ciò, caricò ulteriormente il meschino con due discipline che si trovano nei volumi di Ur e con una terza, di cui chiarì poi il significato in Tecniche senza però indicarne (nel medesimo testo) la forma pratica, che viene considerata avanzata.

Ci fu persino il caso di un giovane artista a cui, davanti a richieste specifiche, Scaligero rispose letteralmente: “Tu che sei Poeta, puoi fare tutto quello che vuoi”.

Poi, se ad altri mille venne suggerita una rigorosa pratica dei 5 ausiliari, io non lo so e certamente non è impossibile. Vorrei solo che non si pensasse ad essi come ad un imperativo universale. Perché questo non è vero. E’ solo ortodossia antroposofica.

Come è procustiano il continuo tentativo di spacciare i 5 secondo una fisionomia di “moralità” che è stata loro appiccicata in tempi in cui la solare via occulta ed il borghesismo spiritual- cattolicheggiante hanno, di necessità, preso strade diverse!

Non faccio le pulci ai termini, ma mi chiedo come non ci sia proprio nessuno che sappia dire che lo scopo dei cinque è accendere una importante sequenza di correnti eteriche nei veicoli dell’uomo incarnato, per poter accedere a stati non dialettizzabili? Esse – le correnti – sono reali: uno può “vederle” nella forma di luce argentea, un altro percepisce un raggio o rivolo vuoto che fluisce lungo il pieno che percepiamo di solito in noi, ecc. Quello che vale per tutti è la direzione che prendono se si permette loro di funzionare. Certo che provocano cambiamenti, ma essi non sono miserie psicologiche.

C’è una cosa che mi disgusta: le volgarizzazioni e le schegge che troncano la completezza dell’informazione (che non ci appartiene, è del Dottore): esse sono pensiero leso, respiro troppo corto per dare vita, caos concettuale.

Che la situazione sia, all’incirca questa, lo si nota di continuo nella (patologica?) incapacità di distinguere la Concentrazione dal controllo del pensiero…e su questo ammutolisco! Perennemente sbigottito. Pure il grande pubblicista, nelle poche intemerate su temi riguardanti la scienza spirituale strambotta di concentrazione e meditazione come primo dei 5 ausiliari: sì, come il Duca quando canta “Questa o quella per me pari sono”. Già, timbro tenorile ma senza tenore.

Non c’è uno che non indichi come assoluti i “tempi” della disciplina: che non esistono giacché sono individuali, non appartengono all’orologio e, sia detto genericamente, sono piuttosto calibrati su elementi qualitativi, talvolta inversamente proporzionali alla continuità e intensità dell’Opera. Come a dire che il discepolo che fa di più può giungere, per maestria nella intensificazione, ai primi risultati dell’esercizio in tempi passabilmente brevi e pure questa non è regola perché la coscienza pensante polarizzata non lavora nel tempo comune.

In definitiva, affinché l’anima possa almeno lambire la possanza solare, regole e ricette (utilissime nella cottura delle uova sode e di cibi più complicati) servono come un tempo serviva l’asta e filetto per passare alla scrittura.

Già una quarantina di anni fa, Scaligero indicò a dei giovani che avevano da poco iniziato il cimento con “l’esercizio a sé sufficiente” un approccio di cui ho già scritto ma che sembra necessario ricordare: iniziare la giornata con una ricostruzione rigorosa, pedante dell’oggetto, per poi, durante il giorno, ridurre al minimo la ricostruzione e persino non compierla, polarizzando tutte le forze sull’oggetto. Atto immediato che qualcuno tra i pochi sa fare bene.

Ci sarebbe da aggiungere che le ricostruzioni, consigliate o pensate con la testa propria, sono a misura umana cioè sempre complicate, complesse: piuttosto si pensi di essere come un bimbo di II elementare, poco dotato, che butti giù un tema sullo spillo. Perché perdere energie e attenzione oltre i quattro o cinque concetti subordinati o immagini sufficienti?

E, già che ci siamo, persino lo scrivente conosce l’indicazione di risalire dall’immagine estranea che ci ha distolto…solo che il pensiero, spesso e velocemente, per un infinitesimale blackout della destità, ci ha trascinati su pianeti lontani e rifare l’esatto percorso per il ritorno è impossibile perché l’Io era mancato. Allora non sarebbe meglio iniziare l’esercizio daccapo? Con più attenzione, più dedizione e così ci diamo da soli un colpo di bastone, cosa che fa più che bene. Destità dell’Io è un altro nome per il nostro cammino.

In sintesi, vedo come sbuchi dal terreno sempre la stessa, vecchia storia. Sembra che si parli per non comunicare, per celare addirittura il senso più genuino del severo sentiero Occulto che, mi crediate o meno, non è una passeggiata corroborante in un giardino fiorito ma piuttosto sa di passi stentati nel deserto.

Il moderno discepolato occulto non toglie nulla a nessuno, ma nei brevi momenti operativi toglie invece tutto: sarebbe impossibile fare qualcosa di reale se si volesse portare nelle discipline l’immagine di sé e la potenza della propria ricca impotenza.

Ogni minimo passo comporta, come sottolinea il dott. Colazza, un mutamento di coscienza…che mai avverrà se non si smuovono mattoni, muri e pilastri del museo (mausoleo) che riempie la nostra anima…con radicale spregiudicatezza.

Amici cari, credo di avere le prove provate che la via dell’Occulto muove da esperienza a esperienza mentre la sistematica del sapere, pastorizzato e filtrato e sempre più manomesso, appartiene all’Accademia della Disgrazia e della Grande Inutilità. E se, come è giusto che sia in piena libertà, chi legge sente disaccordo con ciò che ho scritto ed è contento, buon per lui e…contenti tutti.

SCIENZA DELLO SPIRITO

CENNI SULLA VITA DI SIGMUND FREUD

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Tra gli uomini che hanno operato per la storia dell’anima nei tempi moderni si presenta quale figura importante il dottor Sigmund Freud, considerato padre della psicoanalisi.

In genere il suo ricordo fu fissato, quasi imbalsamato dai suoi adepti. E le rappresentazioni che seguirono non escono mai da questo sulfureo “santino”. Divenuto una sorta di mito poi si seguono narrazioni manipolate, persino ucroniche, comunque distanti dalla realtà o sottomesse al mainstream della convenzionalità.

Seguendo gli interessi che animano i lettori di questo Sito, cerco di disegnare qualche (più che insufficiente) cenno biografico relativo a Freud che dia conto dell’uomo e del ricercatore che egli fu anche alla luce di indiscrezioni sfuggite a suoi discepoli.

Freud nacque a Freiberg da famiglia ebraica. Intellettualmente assai dotato, si iscrisse all’università a soli 17 anni. Egli raccontò che il suo primo indirizzo era il Diritto poiché attratto dalla politica. Poi, affascinato dagli studi di Darwin e da una conferenza su l’inno goethiano Alla natura, decise di dedicarsi allo studio dell’Arte medica. Non ebbe alcun impulso a fare il medico e curare i suoi simili: “i pazienti sono gentaglia, gli torcerei il collo a tutti”. I discepoli poi testimoniarono che non era minimamente interessato alla professione di medico. In realtà si considerava uno psicologo e, intelligente com’era, terminò l’università con tre anni di ritardo.

Ritardo dovuto agli interessi, assai ampi e assai diversi da ciò che il suo corso richiedeva: l’evoluzionismo darwiniano, le lezioni di filosofia di Franz Brentano (di Brentano, Steiner scrisse con grande interesse in Enigmi dell’anima. Egli fu filosofo e attento psicologo: la sua intuizione si ferma là dove Steiner completa l’osservazione della tripartizione dell’organismo umano).

Una nota (quasi) fuori contesto: quando Freud studiava non sopportava la musica. Per essa non ebbe alcuna attrazione: era del tutto a-musicale.

Laureatosi, le condizioni economiche non gli permisero la pura ricerca scientifica, perciò lavorò nell’Ospedale di Vienna ma si dedicò allo studio delle malattie nervose e conquistò, a 29 anni, la libera docenza in neuropatologia.

Fu una dimostrazione che la relativa povertà e l’origine ebraica non avevano potuto ostacolarlo. Del resto si sentiva come un essere speciale con compiti speciali. Di ciò scrisse più volte alla fidanzata: “Sono consapevole di avere una missione”. E’ un presentimento che risale alla sua infanzia e qualcuno parla anche di profezie. Comunque era “segnato” dalla nascita: un tempo il bimbo che nasceva avviluppato nell’involucro amniotico era speciale: da questo la frase ancora usata “nato con la camicia”.

Nel suo trentesimo anno d’età iniziano a profilarsi i punti fermi del suo percorso di destino: l’incontro con Charcot a Parigi, con Breuer a Vienna e con Fliess a Berlino.

Il dottor Karl König (Die Schicksale Sigmund Freud und JosefBreuer. Verlag Freies Geistesleben, 1962) vede in tali incontri tre tappe (da superare) per iniziare la discesa alle Madri.

Freud, nel 1885 si trasferì a Parigi per studiare neuropatologia alla Salpétrière con J.M.Charcot. Così imparò a conoscere il potere dell’ipnosi nella cura delle malattie nervose e gli incredibili fenomeni che questa pratica svelava.

Ricordiamoci che quello che ora chiamiamo ipnosi appartenne in antico ai Misteri e fece l’ingresso nella medicina semi-ufficiale all’inizio ottocento. Charcot, forte del vasto materiale umano a sua disposizione e di molta autonomia, poté svolgere esperimenti straordinari (a mio parere nemmeno più eguagliati o superati), evocando forze reali ma incomprensibili per l’ordinaria osservazione scientifica.

Freud ne fu molto colpito e Charcot lo accolse nella sua cerchia con amicizia. Quando però il primo ritornò a Vienna gli studi prodotti furono accolti con scetticismo e disprezzo. Ciò lo allontanò dalla vita accademica: dedicandosi ai fenomeni isterici ed ipnotici si staccò per sempre dalla medicina ufficiale e percorse un sentiero isolato ma non antitetico all’agnosticismo ufficiale: volle comprendere fenomeni nuovi con idee antiche.

Josef Breuer, più anziano di Freud di 14 anni, era era uno spirito eclettico e geniale. Era medico di famiglia e vero scienziato. Il giovane Steiner lo conobbe presso la famiglia dove abitò come precettore: “Per me il dottor Breuer era una personalità attraente. Ammiravo il suo modo di assolvere i compiti di medico. Ma anche ad altri campi il suo spirito era grandemente interessato. Parlava di Shakespeare in modo tale che se ne riceveva uno stimolo fortissimo. Era anche interessante sentirlo parlare, con un atteggiamento che era assolutamente quello di un medico, di Ibsen o magari della Sonata a Kreuzer di Tolstoj. Quando egli parlava di tali argomenti con la mia amica, madre dei bambini di cui ero precettore, spesso io ero presente con grandissimo interesse. Allora la psicoanalisi non era ancora nata: ma i problemi che tendevano in quella direzione esistevano già. I fenomeni ipnotici avevano conferito al pensiero medico una particolare colorazione” (La mia vita. Ed. Antroposofica).

Steiner menziona ancora Breuer nel ’17: “Fu particolarmente interessante per lui, che con tanta profondità si immergeva nei fenomeni patologici, un certo caso che lo occupò in modo speciale”. Si trattava di una giovane sonnambula che Breuer curò con l’ipnosi. Essa manifestava tali sintomi isterici che suscitarono in Breuer, sia come medico che come uomo, il massimo interesse per un mondo celato.

Freud e Breuer si incontrarono nel 1879, quasi un incontro tra padre e figlio. Freud alla fidanzata scrisse: “Parlare con Breuer è per me come star seduto al sole: effonde luce e calore. Egli è una personalità luminosa. Non so cosa abbia trovato in me per trattarmi con tanta amicizia. Non lo si caratterizzerebbe giustamente se si dicessero di lui solo cose buone: bisogna soprattutto sottolineare che la malvagità in lui è del tutto assente”.

Breuer aiutò Freud anche economicamente e quando questi ritornò da Parigi gli mandò pazienti con problemi neuropsichici.

Nel periodo che intercorse tra il 1887 e il 1895 Freud, con l’apporto prezioso di Breuer, stabilì le osservazioni ed i fondamenti della psicoanalisi. Poi, la rottura dell’amicizia con Breuer. Secondo König il dissidio trasse origine dal trattamento della giovane sonnambula più sopra ricordata. Il fatto: essa venne posta in sonno ipnotico e da tale condizione affiorarono le cause profonde. Ciò che in questa situazione venne rivelato atterrì Breuer che non volle insistere nella buia sfera dell’uomo notturno. Va ricordato che Breuer era massone e forse non poté comunque rivelare pubblicamente certi fenomeni legati all’ipnosi.

Freud, crudelmente spregiudicato, volle capire anche le tenebre e continuò in solitudine la ricerca. Steiner, riguardo alla rottura tra i due indagatori, dice: “Si potrebbe pensare che, se Breuer avesse ottenuto una cattedra universitaria e avesse potuto seguire la via della psicoanalisi, quest’ultima avrebbe forse assunto tutt’altra forma. Così invece fu principalmente il dott. Freud ad occuparsene”. Si può notare anche che Steiner e Freud partirono con un atteggiamento formalmente simile: osservazione animica col metodo delle scienze naturali. Le direzioni furono opposte. Steiner investigò la natura spirituale dell’anima, Freud denudò la sua vita sub-umana.

Estraniandosi da Breuer, Freud fece amicizia con Wilhelm Fliess. Costui, studioso dei rapporti organici, aveva scoperto una identità di ciclo nella donna e nell’uomo e così trovò certi principi che rimandavano alla natura androgina dell’entità umana. Un suo scolaro, tal Swoboda divenne paziente di Freud e gli fece conoscere gli studi di Weininger, autore di Sesso e carattere.

La psicoanalisi di Freud abbandonò in gran parte l’ipnosi, preferendo la tecnica dell’ascolto dei pazienti, prima con metodo interrogativo, poi tramite la libera associazione. Egli invece si sottopose a due processi: l’autoanalisi e e un’acuta indagine sulle esperienze di sogno. Scoprì molte cause inconsce che si manifestano nel dimenticare, nel lapsus linguae, ecc. Le rivelazioni dei processi inconsci dell’anima lo portarono ad un più profondo isolamento. Così ruppe i rapporti anche con Fliess. Liberatosi da questi rapporti umani e d’amicizia, Freud distrusse ogni ponte con l’umanesimo e forse con una certa parte dell’umano in lui stesso. Iniziò ad avere alterigia e disprezzo per gli altri, una irreligiosità pressoché assoluta, una inflessibilità nel lavoro, una vita scandita con ferrea regolarità.

La missione che gli proponeva l’investigazione dell’anima notturna lo aveva reso spietato e cieco per quanto potesse riguardare altre parti della natura umana, sapendo nonostante se stesso che ciò che aveva svelato non si sarebbe tradotto in una soluzione positiva per gli ammalati. Un giorno, rispondendo ad una domanda sulla “cura psicoanalitica”, rispose che questa era un processo che non poteva terminare mai.

Fu adorato ciecamente dai discepoli: devozione assai analoga a quella tributata dalle folle a certi personaggi storici. La diffusione nel mondo occidentale della psicoanalisi fu più forte dove la tradizione religiosa aveva dovuto ritirarsi dinnanzi la cieca fede nel progresso scientifico: specie nei paesi di lingua inglese la psicoanalisi divenne una religione acritica con Freud come profeta.

Una stravaganza del Nostro era quella di circondarsi di statuette di bronzo o argilla che raffiguravano dei e animali sacri nel tempo antico. Qual’era il muto dialogo tra questi e lo scienziato?

Freud, avendo tra i suoi oggetti anche pietre preziose, ne fece montare sette in corrispondenti anelli: uno per sé e sei per i suoi discepoli più intimi. Scrive Sachs nel 1920: “D’ora in avanti noi sette dovevamo formare un gruppo coordinato ma del tutto anonimo. Perché l’avvenire della psicoanalisi non doveva essere lasciato nelle mani del caso, né doveva dipendere dagli interessi di certi gruppi o da ambizioni personali. Il nostro gruppo aveva il compito di dirigere, secondo un piano comune ed in reciproco accordo, il movimento psicoanalitico. Per ottenere ciò, noi sette dovevamo valerci del nostro influsso personale e della nostra solidarietà (…) Per poter eseguire indisturbati questo lavoro, era necessario che questo nostro accordo restasse un segreto ben custodito. Il nostro doveva venir considerato come un cerchio chiuso ora e sempre: nuovi membri non potevano aggiungervisi”.

Dunque una sorta di gruppo iniziatico segreto, cioè più affine al vecchio occultismo che a un movimento scientifico.

Freud, continuando nelle indagini, ordinò istinti e pulsioni in due sfere principali: Eros e Thanatos. Mentre l’impulso al sesso, alla vita vorrebbe lanciarsi nell’immortalità, l’impulso opposto vira all’irrigidimento, all'(auto)annientamento.

Non credo sia una particolare forzatura interpretativa dire che con Eros si intende l’azione luciferica e con Thanatos il dominio di Arimane. Secondo König, Freud consacrandosi nell’isolamento freddo della sfera arimanica, riuscì a svelare parte dell’azione luciferica. Vita e morte e nient’altro: da ciò Freud e discepoli formarono un fronte che potrebbe essere considerato come anticristico. Ci fu persino chi battezzò la psicoanalisi come una rivolta mondiale contro il contenuto dei Vangeli.

Negli ultimi anni di vita Freud interpretò il cristianesimo come una visione raccapricciante in cui la Cena era un pasto funebre che commemorava l’assassinio del padre: “Il padre dell’orda primordiale, despota assoluto, pretendeva tutte le donne per sé. Ma un giorno tutti i figli si unirono, lo sopraffecero, lo uccisero e lo mangiarono tutti insieme (…). Il convitto funebre è una solenne commemorazione di questo fatto mostruoso da cui deriva la coscienza di colpa dell’umanità”.

Questa visione mi pare coerente con le parole esclamate in vista della costa americana (1909): “Ignorano la peste che sto portando loro”. Freud muore a Londra nel settembre del ’39, all’inizio della seconda guerra mondiale.

König chiude il suo saggio su Freud con le parole di Emil Bock: “Nel cielo dello spirito regna sull’uomo il mondo degli archetipi luminosi, puri, creatori e salutari. Se questo mondo viene dimenticato, allora nel profondo dell’inconscio umano si generano con estrema facilità i contro-tipi, oscuri, generatori di malattia. Il mondo soprasensibile dimenticato diventa nel singolo uomo causa di malattia e nell’epoca in ora cui viviamo diventa causa di drammatiche, apocalittiche catastrofi”.

Sigmund Freud ed il suo movimento come oscura controimmagine di forze spirituali che, nell’epoca di Michele, cominciano a manifestarsi.  

SENZA CATEGORIA

TEOSOFIA

 Teo

Racconto un breve fatto avvenuto oltre quarant’anni fa. Discutevo amichevolmente con il parroco di una parrocchia molto influente. Costui era giovane e simpatico, dirigeva la chiesa e le molte attività connesse con vivacità ed intelligenza. Parlavamo di religione. Io gli feci notare alcune contraddizioni che appaiono nei vangeli canonici. Lui si arrestò: quasi sentii il lavorio delle sue “cellulette grige” per dirla alla Poirot. Poi, sorridendo mi rispose con un tono di scusa: “ E’ troppo tempo che non leggo i vangeli, da quello che mi ha detto, dovrei riprenderli in mano”. E ci salutammo da amici.

Ho narrato questo episodio perché mi piacerebbe sentire qualcosa di simile da parte di coloro che hanno intrapreso la via della scienza spirituale. Più esattamente ho sentito qualcosa del genere, però non troppo spesso, da persone che da molti anni calcano questo sentiero. Essi si accorgono che, ripresa la lettura di testi rimasti a prender polvere, la comprensione di capitoli, pagine e singole righe è cambiata. Anche molto.

Questo è un esempio sperimentabile della circolarità della ricerca. Fin dai tempi del mito, l’eroe attraversa mezzo mondo, grandi avventure e difficili prove per poi ritornare a dove tutto ebbe inizio ma con i grandi cambiamenti che hanno forgiato a nuovo la sua anima.

Molti invece, salpata l’ancora, lasciato il porto (e dimenticato a casa il portolano), si avventurano all’orizzonte, vengono rapiti da tripudio panico o da inconsci meccanismi e dimenticano ciò che può dare senso e certezza all’incursione nell’illimitato mare.

Perché dico questo? Beh, uso il rasoio d’Occam personalizzato e posso dire di non aver (quasi) mai inteso bocca che pronunci la parola “spirito” senza che questa esca morta come un pesce appeso da giorni oppure – più raramente – accompagnata da un paio d’occhi spiritati o lucidati da un recondito orgasmo su cui non desidero indagare. In ambedue i casi la suddetta parola è priva di un contenuto che dovrebbe esserle più appropriato. Ciò non è “cosa da nulla” qualora provenga da sé dicenti discepoli della scienza spirituale.

Così non mi sono ancora spiegato sufficientemente.

Prendiamo in mano un testo base della scienza spirituale: il libro non voluminoso che il Dottore ha intitolato “Teosofia”. Esso, a leggere una delle introduzioni riportate, per l’Autore (e per chi lo leggesse) non è una cosa tra le tante. Scrive lo Steiner: “Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. Alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile”. Dunque con queste parole, non casuali, il Dottore avverte – visto il ruolo della Filosofia della libertà per una Scienza dello spirito – che il testo è importante e per qualcuno fondamentale. Posto a fondamento.

Allora? Dobbiamo fare molta attenzione che una prosa semplice non induca ad una semplice lettura. Dal XXXIII capitolo de La mia vita mi permetto di estrarre alcune righe (in caso contrario sarei costretto a ricopiare l’intero capitolo, comunque chi vuole può leggerselo per intero): “A chi abbia letto le spiegazioni precedenti, prendendo solo conoscenza del loro contenuto, le verità che vengono presentate ora sembrano semplicemente affermazioni arbitrarie. Diverso è il caso per colui la cui esperienza di idee abbia subìto un rafforzamento in seguito alla lettura di ciò che era stato esposto in connessione con l’osservazione del mondo sensibile”.

In questa ultima frase ritroviamo quanto, nel primo capitolo di Teosofia, guida la semplice e attenta osservazione: dalla “ordinaria” esperienza che attraversa la nostra vita nel mondo sensibile ai concetti corrispettivi di corpo, anima e spirito.

Allora ritorno a quanto ho scritto sopra. Per quale motivo si può parlare e straparlare di gerarchie o di fantomi mentre incontriamo il vuoto quando si tratti invece di concetti sperimentabili – a noi intimi e presenti – come anima e spirito? Sì, è possibile, partendo dal sensibile, giungere ad un concetto nitido e cosciente di “spirito”.

Se fossimo costretti ad ammettere che da quelle parti c’è il vuoto, su cosa reggerebbe il resto dell’edificio?

Evidentemente è possibile essere ciarlatani anche presumendo il contrario. Il mondo delle parole vuote.

Contro cui Scaligero spese interi capitoli dei suoi libri e che il Dottore aborriva: non esiste una sua opera che non poggi scrupolosamente sul reale, sperimentabile da ogni sana costituzione umana. E non c’è pensiero che, elevandosi, partendo dalla attenta osservazione della realtà, non segua poi il tracciato della concatenazione logica e dell’obbiettività scientifica. Ciò esige dal lettore una fatica di pensiero ardua. E già questa sembra merce rara. Il primo gradino della conoscenza spirituale su cui sembra difficile salire.

Il Dottore prosegue: “…ma un libro antroposofico giustamente composto dev’essere un risvegliatore della vita spirituale nel lettore, non una somma di comunicazioni. Il leggerlo non dev’essere una semplice lettura, ma un’esperienza viva, accompagnata da interiori sconvolgimenti, tensioni e soluzioni. So bene quanto ciò che ho dato nei libri sia lontano da suscitare, per sua propria forza interiore, una tale esperienza nelle anime che li leggono. (…) Ma solo questo stile può essere un risvegliatore: poiché il lettore deve suscitare in se stesso il calore e il sentimento: non può lasciare che, in uno stato di coscienza smorzata, essi vengano a lui semplicemente “travasati” dall’autore”.

E’ certo il bisogno, per il lettore, di un “approfondimento rafforzante che si raggiunge per mezzo degli esercizi”. Chi segue ora le indicazioni date da Massimo Scaligero non dovrebbe avvertire in ciò un ostacolo insormontabile.

In effetti, come ho detto e ridetto in altri momenti, Scaligero e prima di lui il dott. Colazza, davano immediatamente ai ricercatori alcuni esercizi (prima tra tutti, la disciplina della concentrazione) e mi risulta dalle testimonianze trasmesse, che anche il Dottore usasse questo approccio con molti tra coloro che poi divennero suoi discepoli.

Dalle castronerie che fioriscono in ogni stagione pare che pochi abbiano nell’anima la virtù della intellettuale modestia che aiuta l’asceta o il ricercatore a scorgere la limitatezza del proprio intelletto: in questo senso i dotti possono avere più difficoltà di altre persone.

Poiché qui non si tratta di sapere questo o quello ma di usare il pensiero, ovvero l’organo interiore che partecipa, quale indispensabile elemento, alla conoscenza umana e che, simultaneamente, opera in ciò che è eterno.

“Alcuni tendono a sottovalutare il pensare e a porre più in alto “l’intima vita del sentimento”. Dicono che alle cognizioni superiori non ci si elevi per mezzo di ”arido pensiero”, bensì mediante il calore, la forza immediata del sentimento. Quelli che parlano così temono che un pensiero chiaro smorzi i sentimenti. Nel pensare quotidiano, rivolto solo alle cose utilitarie, avviene certo così. Ma nel caso di pensieri che guidano alle regioni superiori dell’esistenza accade l’opposto. Non esiste alcun sentimento o entusiasmo che, in fatto di calore, bellezza ed elevatezza, sia paragonabile ai sentimenti accesi dai puri e cristallini pensieri che si riferiscono ai mondi superiori. I sentimenti più alti non sono quelli che si presentano “da sé”, ma quelli che si conquistano con un energico lavoro di pensiero”.

Allora, cari lettori, nel testo su cui abbiamo puntato l’attenzione, quale potrà essere “un energico lavoro di pensiero”? Non occorre nemmeno proseguire oltre il primo capitolo di Teosofia per porsi questa domanda.

Mi pare che le mezze misure siano brutalmente assenti: se si legge il capitolo come si fa con “una semplice lettura” cosa succede e cosa rimane? Non succede proprio nulla ed al massimo si giunge a ricordare una scaletta di elementi che sono, più o meno, solo parole.

Oppure si evoca in immagini ciò che ad ogni parola corrisponde e si unisce immagine con immagine senza tralasciare nemmeno una congiunzione. Questo è arduo già nei limiti di poche pagine, dunque è un lavoro possibile a piccoli o piccolissimi passi: occorre tempo e fatica per completare l’intero capitolo (uso la parola immagine nell’accezione in cui essa contenga il proprio contenuto concettuale e non immagine come svolazzo casuale di farfalline cerebrali).

Già questo lavoro, se rigoroso, permette – come scritto dal Dottore – l’accendersi di intense impressioni nell’anima: forti e puri sentimenti. Gli faccio da modesto eco: non quelli che ascendono dalla caotica oscurità corporea: questi sono fiamma accesa dalla luce. Nascono come preludio delle altezze.

Quando ci si sia familiarizzati con le singole parti costitutive, l’anima stessa avverte che ciò non basta: l’uomo è sintesi.

Lo sforzo successivo allora diventa il riunire ogni parte pensata e sentita, in un’unica sintesi. Il fatto che si possa avvertire – quasi fosse sensazione fisica – come il pensare si tenda ben oltre l’ordinario, che venga come strappato dai noti ormeggi, dev’essere esperienza.

Solo in questo caso l’anima comprende d’aver avviato un processo meditativo che stacca una parte di sé dal sensibile. Basta un attimo ma è un attimo che “funziona” anche per i capitoli successivi. Intemporalità che vale lungo i tempi.

In nessun capitolo successivo troviamo l’identica forma di percorso. Ogni capitolo offre un modo di percorrerlo diverso, la maggiore difficoltà che è possibile incontrare è bilanciata dalla capacità sviluppata precedentemente.

Come in ogni attività disciplinata, l’esperienza precedente non ci rende meccanicamente più capaci ma la familiarità con stati non usuali del pensiero e dei corrispondenti sentimenti ci offre maggiore abilità per continuare l’impresa. Questa ora sta alla lettura ordinaria come la scalata dell’Everest sta a fronte di una foto del gruppo di monti: c’è un certo riconoscimento ma trattasi di esperienze completamente diverse.

Se qualcuno mi ha seguito fin qui, potrà chiedersi a buon diritto se il paziente e deciso operatore si trova tra le mani un libretto oppure un laborioso tratto della propria vita. Datevi da soli la risposta.

Ecco che i capitoli finali (quelli più controversi nello stile, apparentemente assertivo) si articoleranno come forza a malapena trattenuta: qui le immagini ed i concetti sono come porte che quasi non riescono ad ostacolare l’abbagliante luce che trapela. Qui l’anima può avvertire il timore di aprire tali porte: è prova di quanto coraggio e amore si possiede davanti al rischio della visione del mondo spirituale. E’ l’interiore sconvolgimento di cui scrive il Dottore. Davvero l’anima può venire scossa. Il ricercatore scopre quanto sia più facile coltivare la virtù dell’umiltà a confronto dell’assenso alla grandezza e alla potenza che può riempire l’anima.

Senza una disposizione di destino o una saggia maturazione dell’anima, so di accennare a qualcosa che appare (troppo) difficile.

Ma, chiedo ai lettori, da quando e da dove è spuntata la fantastica opinione che le vie iniziatiche siano “facili”?

Il fatto che una corrente esoterica sia stata resa attuale, cioè rispondente alle modificazioni occulte dell’uomo, preparate da centinaia d’anni di trasformazione della sua coscienza e che le indicazioni esoteriche possano venire comunicate in diverso modo, ossia conformi alle modalità di vita culturale e sociale in cui è pur possibile il discepolato, non ha diminuito di una virgola le difficoltà di una vera via iniziatica. “E‘ arduo passare sulla alata lama del rasoio”, recita la Kaţha-upanishad. E’ solo che l’arduo si è trasferito nel campo del Soggetto, nella libera sfera dell’Io pensante: perciò si può scegliere in gran lusso: la realtà o le sceneggiate.

Riguardo al tema di queste righe, mi pare di aver letto che Steiner, con Carl Unger si comportò in questa maniera: come talvolta accadeva, apparentemente incurante del batticuore del giovane ingegnere, sprecò poche parole e nessun incoraggiamento. Nemmeno un vero e proprio incontro seppure breve. Gli diede una copia di Teosofia e gli disse di tornare quando (e se) fosse stato pronto. Unger, se ricordo bene, tornò – passati più di tre anni – con i mutamenti interiori idonei ad un discepolato occulto.

Un quadro indicativo sin nei particolari, non vi sembra?  

SCIENZA DELLO SPIRITO

SUL SENTIRE

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Cari lettori, premetto che, come quasi sempre, non offro nulla. Perlomeno nulla di nuovo. Se Eco lo permettesse riproporrei dieci volte note già apparse. E questo vi allontanerebbe. Ma sarebbe, dati i particolari temi di cui questo sito si occupa, l’atto più coerente. Perché qui – guardiamoci idealmente negli occhi – l’arte si chiama approfondimento, non divertimento.

L’approfondimento, in senso nostro, non significa partire da qualcosa per poi erigere monumenti di pensiero sopra, sotto e oltre quel qualcosa ma entrare e rientrare ancora e poi ancora: verso un punto. Ciò è l’opposto di quello che si desidera trovare nei Siti che suppongono di trattare temi riguardanti lo spirituale. Non dovrebbe essere impossibile comprendere che un corso di notizie ed di nobili esortazioni spirituali in continuo scorrimento non aiuta nessuno, salvo il portare a vizio la voracità, il piacere animico per le impressioni fuggevoli e cose del genere.

Ciò non è “impulso alla conoscenza”, piuttosto ottunde quel minimo che, nell’anima, dovrebbe sorgere come elementare bisogno per lambire quella che diviene intima ricerca di verità. La ricerca della verità principia da domande: non esiste proprio che possa iniziare da facili risposte: queste servono a paralizzare il nascente moto interiore. Qualsiasi forma esso abbia temporaneamente usato, viene condotto in un recinto per restarci a languire e talvolta ad estinguersi.

Perciò quanto viene scritto va interpretato soltanto come stimolo alla ricerca, invito a valutare, chiedere al proprio sé quanto di ciò può essere un problema della propria anima.

Sembra che l’approccio disciplinare verso la sfera del sentimento sia ancora più ostacolato e confuso di quello che dovrebbe essere l’esercizio di fondamento ossia la concentrazione, anche quando essa sia vista riduttivamente come una decente padronanza del mondo dei pensieri senza l’assistenza temporanea delle cose sensibili.

In Eco scrivo spesso (sennò che avrei da sottolineare?) riguardo l’asse dinamica che si costituisce tra pensiero e volontà e che, sebbene un po’ alla buona (però non c’è limite alla sua intensificazione), può essere interpretata, almeno finché non si sia capaci di…permanenza nella vera concentrazione, come la risultanza del potenziale che si sviluppa nell’interazione tra il I ed il II dei cinque esercizi ausiliari (controllo del pensiero e atto puro).

A dire il vero, non faccio mistero del fatto di essere più che convinto che la concentrazione sia completamente sufficiente (e sino ad un certo punto assolutamente necessaria) per giungere alla massima reintegrazione concepibile e concessa all’uomo di questo periodo storico e spirituale. In questo senso, non indico la disciplina come l’alfa e l’omega della reintegrazione interiore ma semplicemente come il suo più diretto veicolo: essa non è la realizzazione spirituale: offre l’occasione all’atto fulgureo dello Spirito. Questo dovrebbe esser chiaro ma pare che non lo sia, specie a tacchini e pavoni che, dal canto loro, dopo decenni di amorevole osservanza, fanno una confusione da bar dell’occulto tra controllo del pensiero e concentrazione e meditazione, che per essi sono cose ignote.

Basterebbe essere d’accordo sul fatto che la concentrazione non debba venire rappresentata come un liscio (e infecondo) palo telefonico: essa è piuttosto un albero vivo con i suoi rami: se c’è il tronco (concentrazione), crescono di pari passo pure i rami, come ad esempio il silenzio con i suoi diversi gradi, a cui segue un certo distacco dall’inerimento col sensibile che dà mobilità al corpo eterico, condizione che a sua volta permette di cogliere il quid creativo che si scioglie dalla fissità delle cose create: perciò l’inizio di esperienze che vengono definite col termine di percezione pura, sia verso fuori che verso dentro, ecc.

E’ un linguaggio che l’anima non ha mai pronunciato prima. Inoltre è dalla concentrazione che risultano altre eccelse attività dell’anima, come ad esempio la meditazione, che non viene compresa o fatta male specialmente per la carenza di quanto si può formare nell’anima con la concentrazione. Qualora sia possibile distinguere la meditazione dal rumine del soliloquio o da una impressione emotiva qualsiasi, ditemi come può trovare luogo e permanenza un contenuto meditativo nell’ordinario flusso della psiche?

Ma questa è una parentesi, abbastanza condivisa da altri amici che seguono la pratica. Su ciò, quello che scrivo non è di necessità quello che altri fanno. Mica siamo tutti uguali e certamente vi è chi ha trovato esperienze diverse che vanno meglio per i caratteri della propria individualità.

Ritornando al problema del sentire, riferito agli esercizi di preparazione iniziatica, a mio parere le cose si complicano. Sempre che non si consideri l’”equanimità” come una sorta di placido e saggio atteggiamento cerchiobottista verso le opposte fasi della vita pratica. Ma per questo ruolo mi pare giochi molto il carattere (flemmatico) e l’immaginazione personale, per cui ci si vede come bonari arbitri che, stando alla finestra, sanno dare ragione a tutto e a tutti. Questo è carenza d’anima o solo ipocrisia congenita.

Il solo parlare del III dei 5 esercizi può rendere l’idea ma, in un certo senso, è anche una indicazione grossolana: uno potrebbe prendere la strada di quei suggerimenti operativi che il Dottore ha dato come “Cultura pratica del pensiero” e potrebbe giungere a grandi soluzioni che riguardino il sentire. Credete che contemplare le modificazioni giornaliere di fenomeni naturali sia del tutto fuori tema?

Questione di scelte…il solo “ma” è dato dalle grandi difficoltà che si hanno, che sorgono appena si tenti di far fare onestamente una virata “innaturale” al corso ordinario delle potenze dell’anima. Allora si avverte di essere entrati in zone pericolose, dove manca il terreno sotto i piedi e soffiano fortissimi venti contrastanti. Infatti i tentativi di dominare direttamente la zona del sentire che è condominio di possenti forze extra-umane di vita che ci subaffittano un certo uso, è pura follia: la zona toracica è intessuta alla corporeità che è per il soggetto ordinario una inavvertita sostanza di brama.

L’immagine estremo-orientale del “cavalcare la tigre” è drammaticamente appropriata. Vale sottolineare che un noto esoterista scrisse persino un libro (inteso come un manuale pratico) con questo titolo ma avrebbe dovuto supporre – e questo proprio non lo credo – che i lettori fossero consumati asceti: tali da suscitare il corrispondente potenziale interiore nel tuffarsi in situazioni distruttive. Così le indicazioni contenute nel testo fecero davvero vittime tra gli entusiasti estimatori che fluirono nell’agone: problemi psichici e constatati casi di ricovero.

La sostanza di brama di cui per buona parte si è fatti, non è avvertita, tanto che uno può giudicarsi assai poco bramoso di questo e quello, anche di ogni cosa, eppure essa è manifesta come è manifesto il bisogno di respirare: dal primo vagito all’ultima espirazione. Non a caso, nella concentrazione profonda, nella meditazione profonda o nella contemplazione succede che il respiro si riduca al minimo e persino cessi per brevi momenti. Ancora oltre, esso cessa completamente poiché si accende il misterioso circuito della respirazione interiore. Swedenborg, ad esempio, conseguì una vasta veggenza in concomitanza a tale accensione.

Se qualcuno ha letto le indicazioni del Dottore date per gli “Esercizi principali” della Scuola esoterica, ha potuto osservare come i brevi mantra da polarizzare su specifiche zone corporee siano sostenuti da una specie di controllo del respiro, suddiviso in porzioni di tempo praticamente inverse rispetto al pranayama tradizionale e alle sue salutistiche traduzioni moderne. A rispettarne i tempi, specie nella seconda versione, ci si scontra con l’auto-soffocamento: lì avvertiamo in noi l’urlo incontrastabile della immensa potenza della brama di vita. Essa si concentra nel torace. Da lì entriamo nel terrestre e da lì ne usciamo dopo l’ultimo respiro.

Il cuore delle discipline che riguardano il sentimento è sempre un prudente, progressivo e indiretto arresto del passivo sentire personale. Perché sentiamo questo caos così prezioso? A causa di un equivoco: poiché è indissolubilmente intrecciato con la nostra percezione della vita, allora lo confondiamo con il fondamento di noi stessi e in tale misura lo valutiamo d’istinto come una specie di verità inconfutabile. Ciò al punto che nello sfascio della conoscenza antroposofica è sorta una mistica del sentimento che parla a sproposito del “pensiero del cuore”, incapace com’è di distinguere (persino logicamente) una precisa condizione iniziatica dalle emozioni personali.

In effetti l’impersonale sentire ( sentire, non venir sentiti: il termine stesso indica una peculiare attività e non la passività comune) è il grande organo di percezione: se liberato dalla deformata contrattura personale esso percepisce la vita dell’Infinito e le Forze e gli Esseri che a buon diritto agiscono creativamente nel cosmo. Come il raggio di un faro nel buio della notte, esso illumina lo “spazio” dello Spirito. E’ un organo elettivo di percezione dello Spirito.

Esso diviene attivo anche nei mistici, in cui non essendosi operata la netta separazione tra coscienza pura e personalità, tra potenza extracorporea del pensare e le forze organiche, diviene una capacità spuria, nella quale la visione obbiettiva e la vicenda personale (sensazioni e sentimenti) sono mescolate. Ciò al punto che, come in basso lo scoppio dell’ira ci porta via, così in alto, nel mistico, l’eccesso emotivo cancella l’Io dall’apice dell’esperienza.

Rileggete con attenzione le parole dello Steiner nei riguardi dell’equanimità: “L’anima deve soltanto arrivare a dominare l’espressione della gioia e del dolore, del piacere e del dispiacere”.

A meno di non atteggiarsi formalmente ad un atteggiamento di imperturbabilità, se si tenta davvero una simile disciplina, la si avvertirà come una dolorosa limitazione nella natura delle manifestazioni dell’anima, anche per molto tempo, prima di giungere a essere dotati dell‘intima calma di cui il Dottore scrive in qualche riga successiva, necessaria per poter giungere ad una condizione in cui si diviene “più ricettivi di quanto prima non si fosse,per tutta la gioia e il dolore che ci attorniano”. Nessuno pensi a una condizione percettiva in tale senso come realizzabile nelle condizioni comuni. Essa, per l’appunto, non è possibile fintanto non ci si renda capaci di sollevarsi oltre il proprio astrale bramoso. Inoltre, seppure non piaccia a molti, questo diventa un lavoro inutile o impossibile senza la guida della disciplina del pensiero: solo il pensare, dapprima arido e disciplinato, poi saturo di volere, possiede la chiave della impersonalità necessaria. Impersonalità che non è una parola ma una condizione più alta dell’anima: fare dell’anima un organo dello Spirito significa darle le caratteristiche che, ad esempio, possiedono gli occhi nel vedere. Ciò che le Potenze hanno fatto con gli occhi, noi dobbiamo farlo con una parte della nostra entità animica. Gli occhi non vedono ciò che vogliono ma ciò che il Soggetto vuol vedere. E’ da qui che inizia quella inegoità di cui si parla a vuoto.

Scaligero consigliava di iniziare provando ad avvertire l’irrealtà delle tragedie, commedie o farse umane, in maniera di separare quello che succede intorno a noi dal nostro sentimento personale, lasciando che ogni cosa possa scorrere secondo la sua propria dinamica davanti all’anima che vede ma lascia che tutto accada poiché così deve accadere. Più che un semplice esercizio – pochi minuti e via – è un lento lavoro di separazione dell’essere dal divenire o della luce dal fuoco, che va fatto all’interno, senza metterci le mani ossia senza grucce “psicologiche”. Il delicato lavoro di “separazione del sottile dal denso” può durare tutta la vita.

Però è possibile ed augurabile, come scrive Scaligero nelle poche pagine di un libretto che circolò dappertutto, dare un breve stop alla reazione emotiva. Pure ciò non è per niente facile, per la qual cosa sarebbe meglio prepararsi con brevi e vivaci immaginazioni di situazioni in cui si possa rimanere come testimoni distaccati, dove non ci si permetta l’immancabile reazione. Del resto Scaligero mi disse che tutti gli esercizi che si volgono verso la (pre)potenza allucinatoria del mondo esteriore avrebbero dovuto essere preparati meditativamente, creativamente immaginati per settimane o mesi.

L’idea di una vera equanimità, se la si osserva seriamente, senza fantasie in rosa, può essere avvertita come un impoverimento per la propria anima, o persino come una brutale limitazione: però se viene compresa a fondo, non è rinuncia (se non per la psiche) ma via di conoscenza: divenire tanto tersi da poter non essere afferrati dalle forze che stanno dietro le passioni. Faccio il più classico degli esempi: finché aderisco col mio sentire all’ossessivo attaccamento umano generale alla natura inferiore (Prakŗti), finché mi sento coinvolto e leso dall’ingiustizia, dalla falsità, finché prendo sul serio la cattiveria e le passioni altrui, rimango giocato dall’illusione più coercitiva. Ciò consiste nel fatto che non riesco a cogliere le realtà che mi vengono incontro, nella misura in cui la mia reazione cali un velo di cecità sui miei organi percettivi interiori.

Abituarsi dunque alla solitudine ed al silenzio, e da questa profondità dell’anima volgersi verso fuori. Osservare, con una crescente meraviglia (il cui frutto può essere l’indulgenza: stare accorti al rischio del disprezzo che potrebbe sorgere se si percepisce dell’altro solo la superficie e la meccanica psichica), la ferrea immedesimazione degli uomini nella illusione rappresentativa. Sorge allora il senso della vacuità dei sentimenti incontrollati ma, da un punto di vista diverso, controllati da altro di sé perché obbliganti secondo leggi non dissimili dalle oggettive leggi naturali.

E’ vero che le azioni degli altri possono giovarmi o nuocermi, ma questo sempre più non è il motivo per il quale debba, per forza, provare dei sentimenti verso di essi.

Scaligero ricordava spesso una frase di Lao-Tzë: “Il saggio è buono coi buoni, buono coi cattivi”. Questo non significa, come i superficiali pensano, insieme ai ciecobuonisti – ma che Bernardo di Chiaravalle ben sapeva e insegnava – che le carezze debbano sostituirsi agli sganascioni ma piuttosto che questi vengano somministrati con conoscenza e compassione commisurata all’energia del loro impatto.

Così, lentamente, i moti paralizzanti della psiche abbandonano la sfera del sentire e la sua forza, non alterata, si ridesta come una potenza pura, originaria, in cui l’autocoscienza può espandersi. In effetti non più come “emozione” ma come “manifestazione di vita” del nostro essere, in comunione con enti celesti che operano magicamente nelle altezze e negli abissi cosmici della nostra anima e dell’infinito.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SPIGOLANDO SULLE MINIME COSE

 Statua_faraone_(Torino_Museo_Egizio)

Continuiamo a rivedere alcune cose che possono essere alla base o meglio sul terreno su cui poggiano i fondamentali. Il terreno è ciò che ordinariamente siamo o sentiamo di essere e, di solito nella vita corrente, non c’è gran differenza tra chi si sente spiritualista e chi afferma di essere materialista. Anzi il materialista sembra avere più solide ragioni per dimostrare ciò che afferma, poiché la corporeità è condizionante e, come dice sempre un mio amico, pure la preziosa coscienza è zoppicante, giacché ogni sonno la confuta spegnendola con un soffio come flebile luce di candela.

La corporeità è condizionante. Perlomeno esistono condizioni di essa che dovrebbero essere combattute o usate o almeno comprese. Secondo le competenze che spettano alle situazioni della vita ed alle capacità di ognuno.

Facciamo subito qualche esempio concreto:

Un’estrema debolezza fisica che risulti da malattie in fase acuta e dolori forti: essa è tale da influire sulla comune autopercezione animica e sembra dissolvere la volontà, anche quando l’individuo ha compreso tutto il meglio nei confronti della disciplina.

In questo caso occorre fare il possibile per ristabilire la salute del corpo. Intanto l’operatore più preparato può, in tali situazioni, abbandonarsi ad una condizione di silenzio prolungato: sto parlando di semplice astensione dalla parola che, se accompagnata da immobilità corporea, può portare frutti assai notevoli.

In casi molto gravi, rimane la possibilità della preghiera che può essere tentata in modo continuato. Ma, e ne abbiamo già scritto, vanno bene preghiere semplici e brevi. Non breviari. Se l’estenuatezza è massima ci si può affidare al Cielo, al Divino, lasciando che sia proprio l’estrema debolezza a guidarci: “Nelle Tue mani, Signore”. E le parole non sono necessarie.

La vita ai nostri giorni comporta per molti troppi impegni pesanti, al punto di non lasciare tempo e energia necessari per una pratica sistematica e continuata. Una disciplina da week-end, anche se protratta per ore, non porta a nulla se non ad un senso di disgusto e disfatta. L’eccesso di impegni può nascondere furbizie e imbrogli: molte persone affette da “angina temporis” dovrebbero soltanto darsi priorità e scuotersi da parecchie attività inutili o abitudini troppo consolidate. Un mio amico ricordava sull’Archetipo come il dott. Colazza, medico di una volta cioè impegnatissimo, praticava le discipline interiori essenziali nel cuore della notte!

Possiamo anche tenere conto della mancanza di una convinzione interiore, solida e intuitiva – quasi una “persuasione” alla Michelstaedter – che la Via del pensiero sia una strada maestra per il senso della propria vita. Se questa convinzione, frutto di coerenza logica ed obbiettivo sentire, mancasse totalmente, non dovendovi essere costrizione di alcun tipo ma consapevolezza e slancio dell’anima, sarebbe forse il caso di abbandonare iniziative fragili, quelle che in pochi giorni si estinguono con tutta la forza della loro debolezza poiché viziate all’origine o premature. In questa situazione sarebbe meglio tornare, con serena semplicità e interiore modestia, all’approfondimento di testi che portano nell’anima il respiro ampio di una visione cosmica dell’uomo e del suo destino, come ad esempio una chiara lettura della  Scienza Occulta.

Queste ultime righe riguardano più la mente che il corpo: sono comunque espressione della mente in quanto subordinata alla corporeità. Occorre abituarsi a scindere l’Osservatore da ciò che chiamiamo mente o psiche: l’Io non è la mente. E. P. Blavatski disse al riguardo: “La mente è un buon servitore ma è un padrone crudele”.

Ricordiamoci spesso quello che non è un’astrazione ma un fatto severo: la psiche asservita al corpo asservito alle forze più basse dell’anima è totalmente ostile ad ogni sforzo che l’uomo compie per domarla.

Chi dice di domarla componendo puzzle o parole incrociate è uno un po’ sciocco che andrebbe lasciato in pace.

Per la disciplina, che inizia dal controllo dei pensieri e si focalizza nella concentrazione vera e propria, non ci si illuda circa l’esistenza di misteriosi supporti interni all’operazione.

Essa però può essere svolta in condizioni circostanti migliori o peggiori. Attenzione: questa non è una regola aurea: può succedere che condizioni difficili stimolino forze più profonde e quella che avrebbe dovuto essere una condizione di sconfitta a priori diviene un’occasione irripetibile di vivificazione della volontà profonda.

Tra gli aiuti (sempre e del tutto) esterni all’operazione, possiamo indicare quelli che l’esperienza ed il buon senso insegnano: sono in genere cose che andrebbero evitate.

  • Non praticare l’esercizio qualora vi sia la certezza di improvvise irruzioni di altre persone;

  • non farlo temporalmente vicini alla pesantezza di attività digestive oppure nel riposo immediatamente successivo ad un eccesso di sforzi muscolari;

  • evitare, per quanto possibile, il rischio di forti rumori improvvisi e inaspettati,

  • evitare la posizione distesa come postura abitudinaria,

  •  evitare, (come tutti sanno?) completamente l’alcol, anche nelle quantità  minime, come nelle paste o nei cioccolatini (Scaligero diceva che anche una sola goccia arretra di molto il lavoro precedentemente svolto. Ciò può sembrare eccessivo: ricordiamoci che un’ individualità, sia pure assai particolare come la von Halle, per subire i sintomi di avvelenamento, le bastò l’alcol usato tra gli eccipienti di un dentifricio messo a contatto con lingua e gengive).

Viceversa può essere di minimo aiuto un leggero stimolante del sistema nervoso centrale come il caffè (non per tutti!), una rinfrescata con acqua corrente al volto e alle mani, meglio sino ai gomiti (in certi casi può servire una breve doccia fresca o a temperatura neutra). Più importante è l’abitudine a vesti comode, ma se la contingenza non lo permette si cerchi di liberare il corpo da cinture, stringhe o in genere da cose che stringono: flusso sanguigno e respirazione non vanno costretti.

La migliore posizione della colonna vertebrale dovrebbe essere naturalmente verticale: a ciò può venire in aiuto un cuscino posto all’altezza delle reni.

Meglio abituarsi ad una posizione che sia mantenuta nel tempo. Le mani possono cadere sui braccioli o poggiate sopra le ginocchia. Alcuni tengono le mani congiunte (destra sulla sinistra).

Le gambe non vanno incrociate e la base del busto non dovrebbe insaccarsi più in basso rispetto all’articolazione della gamba. A farla semplice l’immagine riassuntiva è data dalle ieratiche statue dei Faraoni in posizione seduta.

Queste sono indicazioni di base, che non hanno nulla a che vedere con l’attività interiore messa in moto nell’esercizio, così come il più volte menzionato tubo di rame è cosa diversa dal liquido che in esso scorre.

Quanto ho scritto favorisce soltanto il mezzo su cui l’esercizio, per molto o moltissimo tempo, poggia come il corpo poggia sulla poltrona.

Alcol a parte, nessuna delle indicazioni può o deve costituire una forma di obbligo: dobbiamo piuttosto compenetrarci dalla non facile intuizione che l’attività del pensiero voluto è indipendente da ogni condizione corporea e ciò è assai più importante per lo sperimentatore di tutte le altre indicazioni.

Fuori da Eco, ho ricevuto per altre strade alcune perplessità circa le “cose” più elementari di cui scrivo. Sono cose ovvie, mi è stato comunicato. E l’osservazione è giusta.

Ma non trovo del tutto scontato che si diano per scontate le cose semplici perché molti le conoscono ma altrettanti no.

Come già raccontai, io fui fortunato ad avere relazione con personalità di valore e con amici molto attenti e attivi. E, nonostante questo, non fu certo affare di un giorno il liberarmi dai lacci, alcuni sottili e profondi che mi tenevano tenacemente legato a pregiudizi, soprattutto a quegli inconsci, che non si vedono ma sono svegli e attivi nel tenerti al loro guinzaglio. E più erano “ingenui” e tenui, più erano attaccaticci.

Non suona alcun campanello quando, inerzialmente, scivoliamo da quattro o cinque pensieri chiari a zone di nebbia fitta. Il nostro primo compito dovrebbe essere quello di portare alla luce della coscienza desta ogni pensiero che venga pensato, superando, per attenzione cosciente e dedicata, quei groppi e sfilacci di pensieri che vagano come alghe sotto la superficie frenando o incagliando le eliche della nostra barchetta.

In fondo è quello che fece, a ben altro livello, il Dottore con il primo capitolo della Scienza Occulta: trarre a consapevolezza e rettificare i dubbi e i pregiudizi che possono arrestare o alterare lo studio libero e aperto di quanto si legge nei capitoli successivi.

Inoltre so che esistono persone assai dotate, le cui capacità vengono bilanciate negativamente da una solitudine assoluta. Persone che vivono in minuscoli paesi e che non hanno possibilità di rapportarsi a qualcuno: vedono il vivente nella natura che le circonda ma si arrovellano se sia meglio concentrarsi al chiuso o all’aperto. Alcune di queste hanno bisogno anche del pur scarso dialogo che tento con righe di questo genere.

Questo, amici miei, è reale, mentre baloccarsi col pensiero facile sui massimi sistemi è, da Oriente a Occidente, solo una perdita di tempo e un allontanamento dall’essenziale. Dunque “sapersi sedere” è un essenziale? No certo! Ma anche sì (non a caso Maestro Eckhart scrisse: “Ho conosciuto Dio sedendo”).

Dobbiamo essere scandalosamente veritieri con noi stessi. Capita spesso che persino una frase mutuata da Scaligero, come “Via del Pensiero” (la cito a caso), venga detta, ridetta e difesa (oppure offesa) ad oltranza senza che essa, il suo significato, sia chiaro nella nostra coscienza.

Credere che occorra iniziare da un pensiero raffinato o complicato è una maya come tante. Forse fuori di tema comunico un fatto che molti non conoscono. Scaligero, visto che l’impegno (la forza) interiore dedicato era assai spesso inversamente proporzionale ai personali monumenti del sapere e in genere all’intellettualismo, valutò seriamente di introdurre alla Via del pensiero alcune persone preparate soltanto con le basi dell’euritmia, naturalmente messa in pratica. Senza altre mediazioni intellettuali. Contingenze esterne impedirono questo esperimento.

In ogni caso la concentrazione non può essere un rifugio o un’evasione dal karma individuale e dal dharma generale della vita.

D’altronde superare l’invisibile trama di forze che si oppongono alla pratica della disciplina del pensiero è più difficile che conseguire una…laurea universitaria. Sebbene molti uomini normali siano capaci di completare in modo soddisfacente un corso di studi superiori, non tutti sono capaci di creare in sé stessi qualcosa che prima non era presente, cioè la capacità di concentrarsi, anziché di accontentarsi di un semplice bagaglio mentale.

Mi soffermo ora su ostacoli interiori.

Grosso modo, forse l’ostacolo principale riguardante la concentrazione è la natura emotiva e caratterologica incontrollata dell’uomo comune e impreparato. Troppe volte chiamiamo “spontaneità” ciò che ribolle indisturbato sotto di noi senza venir illuminato,temperato e guidato dalla ragione.

Nella tradizione orientale esiste un termine che indica le tendenze mentali e astrali sedimentate. Il termine è “vāsana” (per Ramana: impressioni latenti, lasciate nella mente dalle esperienze trascorse). Mi sembra pratico, come quelli più popolari, come karma, maya, eccetera. Poi, come tutti i termini davvero intraducibili, non può essere difeso dal mio uso bastardo.

I vāsana possono, nella concezione grossolana di buono o cattivo, essere di ambedue le specie, ma per una ascesi sono tutti ostacoli; sono indesiderabili e andrebbero minimamente arginati e nel tempo, meglio ancora, progressivamente distrutti (i 5 ausiliari, come descritti nel loro primo tempo, possono svolgere una grande opera in questo senso).

In parole povere, siamo capaci di rifiutare di occuparcene, almeno quando ci apprestiamo agli esercizi animici? Quali risultati possiamo aspettarci da questi se siamo del tutto incapaci di frenare o sospendere collera o avidità nei confronti di chicchessia e di conseguenza essere come costretti a pensare e sentire incessantemente al tale o alla tal cosa?

Ho indicato il negativo ma anche un irrazionale attaccamento al benessere di chi ci è vicino porta ansia e tensione: così dimentichiamo che possiamo portare amore ma anche rispetto e fiducia per il destino di ognuno. Anche il bisogno di taluni di riconoscimenti sociali e “sogni di gloria” distorcono ed erodono le forze dell’anima.

Insomma, il risultato è che ci si trova incapaci di arrestare o ammansire i pensieri superflui e persistenti.

Perciò disciplinarsi, dominarsi, vietarsi l’influenza dei vāsana è uno dei lavori più severi che l’operatore deve fare in sé.

Mi pare che ben pochi siano coloro che da tali influenze vorrebbero davvero liberarsi: sono ancor meno di quelli che vogliono fare la concentrazione poiché le considerano alla stregua di proprie articolazioni strutturali. Si è potuto vedere spesso come figure dotate di potenziale valore e capacità siano state buggerate da queste forze, istintive e primitive: l’anima va vuotata oppure è tempo perso. 

Un altro ostacolo, relativamente difficile poiché non esce mai allo scoperto è il “materialismo istintivo”. Sembra una contraddizione ma vi sono anime attratte dalla spiritualità eppure incapaci di pensare o sentire qualunque cosa che non possano toccare o vedere: è cosa che può raggiungere un notevole livello di raffinatezza in quanto tali soggetti possono trafficare con i grafici che presentano l’evoluzione dallo stato saturnio, possono ascoltare conferenze o leggerle…ma quando si staccano da tali forme legate alla percezione sensibile, per essi i mondi interiori non esistono più, il pensiero ridiventa un fenomeno astratto e collaterale.

Finché non si giunga ad avvertire una minima oggettività del pensiero o intuire una visione cosmica dell’uomo, il materialismo istintivo è un ostacolo, immanente o latente.

Essere in potere della superstizione è un altro grave ostacolo. Anzi, è una schiavitù della mente. Essa è costretta a pensare torcendo ogni realtà obbiettiva, popolandola di nessi spettrali. Quasi sempre il fratello della superstizione, il fanatismo, soccorre e nutre l’empia sorella.

Mi ricordo che F.G. si rammaricava per aver ricordato sull’Archetipo l’esercizio della moneta (qui ora non lo spiego). Persone “normali” gli scrivevano per avere delucidazioni e chiarimenti sul “responso della moneta”: chiedevano alla moneta cosa avrebbero dovuto fare nel decorso della giornata e via dicendo!

La faccia di una moneta come sostituto alla propria responsabilità d’azione: uno scambio perfetto.

Un’altra barriera che chiude la porta alla disciplina pratica è la mania di leggere troppi libri. Ciò procrastina l’azione all’infinito. Ci si procura un libro interessante perché sembra dire qualcosa di nuovo, poi terminato quello si procede avanti in una interminabile ricerca. Così è possibile trascorrere l’intera vita. Ci si dimentica che i libri sono realmente più numerosi dei mesi e degli anni da vivere. Quindi a che serve leggerne vagonate e poi morire prima di inverare le cose che si sono conosciute?

In certi casi non è una bulimia che spinge il lettore ma una insoddisfazione per quanto ha sinora incontrato. Questi sono i casi in cui la ricerca deve proseguire.

Gli alcolisti e quanti sono dediti ad altri vizi che creano assuefazione non possono, in tali condizioni, praticare la concentrazione. Senza esaminare il lato occulto, la ragione più evidente è che la loro forza di volontà è prossima allo zero. Se le pessime e distruttive abitudini sono irrinunciabili, dove potrebbe trovarsi una forza interiore bastante per sopraffare la pigrizia e l’apatia mentale?

Altro ostacolo che frena da subito la giusta capacità di tentare positivamente il viaggio interiore è la ricerca di “aiuti” da tutte le parti fuorché in sé medesimi. Vi sono spiritualisti in perpetua ricerca di grucce e bastoni. Qui tutto sembra far brodo. Con un atteggiamento assai tipico nei nostri tempi, si desidererebbe che “altro” facesse tutto al posto nostro. E’ con questo imbelle ed ottuso altruismo rovesciato che ci si trascina da una conferenza all’altra o che si saltabecca da una massima morale ad una “immagine spirituale”, succhiando da ciò quello che costituisce l’inazione individuale. Persino la preghiera, in questo caso, ha solo il significato di dire: “Signore, fai tutto tu perché io non ne ho voglia”!

Termino riprendendo la nozione di vāsana che si applica fin troppo bene alla politica.

Con l’eccezione della lettura del limpido testo omonimo di Aristotele, che consiglio caldamente, la “passione” politica è quanto di più lontano possa esserci da un reale cammino interiore. Se idealmente potrebbe essere diverso, nella realtà essa separa, divide gli uomini, accende “fuochi” di oscura origine, genera ideologia e preconcetti giungendo sino all’odio. Anche quando si veste di nobili intenti. Con ciò non giungo ad additare solo la passione partitica ma anche il “carattere politico” che non fa parte di alcun partito ma di un perverso atteggiamento dell’anima come dimostrato pure nell’antroposofia da molte e pessime figure pubbliche: in primis politici e poi antroposofi di rimessa!

Vedremo di trovare ancora qualcosa di buono che possa implementare volontà, pensiero e destità ai fini di una sana disciplina, cioè quella che insegna all’uomo lo svincolamento dalla sfera senza porte dell”enorme autismo egocentrico che lo imprigiona.

Queste cose sono come la fascia di asteroidi: i mille puntolini che orbitano intorno al concentrarsi e al meditare: spesso quelli utili ruotano lontani e gli inutili tanto vicini che impattano l’esercizio sviandolo dalla retta orbita.

Se così non è, è pur qualcosa di simile: a sentire di tutti quelli che dicono di fare le vere operazione, avremmo ad ogni passo iniziati e il mondo sarebbe guarito e salvo.

La natura dei fondamentali è così “semplice” che in realtà articoletti di questo genere non dovrebbero nemmeno essere scritti.

Eppure mi par di vedere nella boccia della visione che così non è, che la mascalzonaggine così propria alle nostre anime, è ingegnosissima nel trovare scuse, travestimenti, nascondigli che evitino l’atto vero e questo avviene all’infinito!

Del resto questa formidabile attitudine già appare in tutta la sua gloria davanti alla lettura seria, di un testo fondamentale e credo ci sia poco da fare. Il Dottore, in parole povere, chiede una cosa sola: di pensare i pensieri che il libro ti offre l’occasione di pensare.

Mi sa che – abbiate pazienza – devo chiarire, e lo faccio nel modo più semplice: da una parte abbiamo un quid che chiamiamo percezione, dall’altra abbiamo il pensiero che incontra la percezione. Dall’incontro dei due, nella coscienza umana si forma un qualcosa che chiamiamo rappresentazione. Fin qui i fatti che non sono né buoni né cattivi (certo, la faccio semplice ma credetemi: non occorre affatto complicarla). Il brutto da bollino nero giunge quando l’uomo, il cosiddetto ricercatore spirituale, si lascia dominare dalle proprie rappresentazioni, come se queste, anziché essere mediatrici necessarie alla conoscenza (come osservava Goethe), fossero inappellabili demiurghi.

Allora sì che diventa possibile stravolgere o smantellare la FdL senza neppure comprenderla dov’è comprensibilissima: le proprie, inappellabili rappresentazioni, anche quando sono solo dei gusci di noce piccoli e vuoti determinano ogni realtà.

Poiché spesso non sono solo gusci vuoti ma strapieni di sentimentalità e passioni: “egoismo conoscitivo” è una geniale espressione del Dottore. 

Allora ogni esortazione a pensare con un briciolo di oggettività diventa un discorso ai sassi.

Amen…torniamo a livello del suolo. Non sarà mai troppo ripetuto che la concentrazione, quando la si realizza, fa a meno di qualsiasi supporto fisico o psichico e che tale atteggiamento di indipendenza del pensiero dovrebbe essere un tentativo continuo anche quando si lavora per arrivarci. Questa indipendenza già la possediamo naturalmente quando l’attenzione viene completamente assorbita nella lettura o nell’osservazione di un fenomeno.

Ma appena determiniamo volitivamente un pensiero del tutto cosciente, iniziano i dolori: non c’è cosa che non inizi a sbraitare in noi, cominciando dalla corporeità.

Alcol a parte, nessuna delle indicazioni può o deve costituire una forma di obbligo: dobbiamo piuttosto compenetrarci dalla difficile intuizione che l’attività del pensiero voluto debba  essere indipendente da ogni condizione corporea e ciò, in pratica, è assai più importante per lo sperimentatore di tutte le ovvie predicazioni che avete avuto la pazienza di leggere in questa nota.

ALTRO, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL DEMONIACO NELL'ARTE

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Per chi ha cuore e sensibilità di fronte a ciò che vede nell’arte (architettura, scultura, pittura, ecc.), ecco un discorso chiaro e nel quale sono assenti le elucubrazioni che vengono partorite dall’eccesso di onanismi intellettualistici i quali mascherano tutte le nullità, o peggio, le oscenità galleggianti nell’artificioso bacino di molta parte della cosiddetta arte contemporanea.

Nell’epoca della omologazione globalizzata può risultare difficile, persino faticoso l’essere costretti a nuotare controcorrente. Non per stizza o contraddizione aprioristica ma per opporsi necessariamente ad una deriva che si spinge verso il basso e poi più in basso ancora. E non si creda, ingenuamente, che ciò derivi solo da una “beata” incoscienza. V’è, ad esempio e proprio ora, una corrente di architettura che nel suo “manifesto” si oppone ad ogni idea di trascendenza o almeno di bellezza: il suo scopo dichiarato è costruire in nome del brutto e del disgustoso.

Qui propongo un piccolo anticorpo: un breve intervento tenuto a Roma nel 1952 di Hans Sedlmayr (1896-1984), uno tra i più importanti storici dell’Arte del XX secolo.

Certamente ciò che esprime può essere non condivisibile (la sua biografia porta le stimmate del tradizionalismo, del nazismo e del cattolicesimo: che sottendono, nell’esteriore, il bisogno interiore di un “centro” perduto), ma il filo del suo pensiero mi pare, come ho detto nelle prime righe, assai chiaro e di un certo valore. Ho simpatia (che, credo sarebbe condivisa per i contenuti che seguiranno, anche da C.S. Lewis: qualcuno ricorda i dipinti appesi nella stanza iniziatica del dott. Frost in Questa orribile forza?) verso chi parla con conoscenza non raffazzonata, sebbene non possa essere indipendente da un certo punto d’osservazione: condizione inevitabile per ogni uomo che non si finga angelo.

*

In quali condizioni un’opera d’arte o l’arte di un artista o di un’ epoca può essere chiamata demoniaca (che significa, come avevamo convenuto, cacodemoniaca, ossia derivante dallo spirito maligno), diabolica o infernale.
Sul piano di una storia dell’arte che abbia pretese di autonomia, e dunque di estetismo puro, è impossibile stabilire utilmente un concetto di arte demoniaca. Di più: su tale piano non si riesce neppure a percepire quale sia il senso esatto del termine ‘arte demoniaca’; termine peraltro indispensabile a penetrare realmente i fenomeni artistici e a discernere efficacemente i diversi spiriti che si manifestano nelle arti. Per giungere a tale discernimento è indispensabile fare quello che l’estetismo non fa:
prendere sul serio le opere d’arte.

A tale scopo è necessario considerarle come enunciazioni, enunciazioni plastiche riguardanti stati di cose reali e ontologici, enunciazioni che possono essere vere o false (o insensate) al pari delle enunciazioni verbali.
Procedendo così, difenderemo la seguente tesi: un’opera d’ arte è demoniaca, diabolica, quando conferma con l’immagine un’enunciazione ontologicamente falsa su Dio, gli angeli, l’uomo, il mondo, la natura ecc.; ossia quando esprime tale enunciazione sotto una forma artistica che impegni lo spettatore ad approvare e accettare la falsa asserzione. Tale opera d’arte è un ‘rovesciamento’, divenuto forma, non solo dell’ordine dei valori, ma anche dell’ordine ontologico, e ciò corrisponde peraltro al senso primo del termine
diabolus, diabolico. Dal punto di vista oggettivo, in rapporto all’essere e a ciò che è, si tratta di una menzogna, proprio come il diabolus è il ‘padre della menzogna’. E dal punto di vista soggettivo, in rapporto allo spettatore, si tratta di ‘seduzione’, proprio come Satana è il ‘seduttore delle origini’.
Ecco alcuni esempi per illustrare la tesi.
Un pannello murale della biblioteca del college di Dartmour negli Stati Uniti dovrebbe raffigurare un ‘Cristo’, opera del messicano Orozco, pittore espressionista della seconda scuola. Il personaggio si solleva in aria, i fianchi cinti da un lenzuolo, e sopra il grembiule di cuoio da operaio, con le stigmate che indicano in lui il Cristo. Ha le gambe divaricate, il pugno sinistro teso in avanti, nella mano destra stringe una grande ascia. Il volto, dallo sguardo di una fissità demoniaca, ricorda la fisionomia nota come quella di Lenin. Sullo sfondo, ai piedi di un’immensa piramide formata da armi belliche, fucili, cannoni, carri armati ecc., giacciono gli idoli rovesciati: la Colonna greca e l’immagine di Buddha. Ma giace a terra anche la Croce, rozzamente intaccata. Il Cristo-Operaio l’ha distrutta con l’ascia.
Il quadro costituisce indubbiamente la rappresentazione plastica più radicale del mito del proletario, vero uomo-Dio, che non partecipa del peccato originale dello sfruttamento, che scaccia le potenze delle tenebre, abbatte gli idoli, porta la Salvezza con l’azione e annuncia l’era nuova. L’opera è nata dallo spirito dei manifesti di propaganda dei senza-Dio sovietici, evocati anche dal carattere pubblicitario dello ‘stile’, che spesso addirittura la superano quanto a veemenza blasfema. Infatti, dal punto di vista cristiano, il quadro di Orozco è blasfemo. Ontologicamente parlando, non si tratta solo di una falsa enunciazione: poiché un Cristo che fa a pezzi la sua croce con l’ascia non potrebbe in alcun modo essere il Cristo; è il Ribelle, diabolicamente travestito, con la maschera del Cristo. Ci troviamo qui in presenza del ‘rovesciamento’ insensato di tutte le immagini concepibili del Cristo. Un rovesciamento, evidenziato appassionatamente dallo stile dell’autore, che ci invita con sguaiataggine a dichiarare la nostra appassionata adesione. Il diabolico dell’opera prendendo le parole alla lettera: la confusione volontaria dell’immagine del Cristo con quella del Ribelle si manifesta apertamente e senza veli. Quanto scompiglio degli spiriti anche nel nostro tempo! Basti pensare al fatto che il quadro è stato dipinto per la biblioteca universitaria di un Paese in fin dei conti cristiano.

Un’incisione di James Ensor porta il titolo Diavoli che bastonano angeli e arcangeli. Se la tela di Orozco è il rovesciamento di una raffigurazione del Cristo, questo disegno è il rovesciamento del vecchio tema occidentale della caduta degli angeli ribelli e del loro capo Lucifero. La plasticità dell’incisione, non priva di grande fascino grafico, porta tutti i tratti del caos incarnato. Nel disegno angeli e arcangeli sono provvisti degli stessi elementi di deformazione, bruttezza, perversione e oscenità dei diavoli vittoriosi. Ecco un esempio eclatante d’immaginazione demoniaca.

Ma non facciamoci illusioni: una tavola come l’Angelus Novus di Klee appartiene alla stessa famiglia di prodotti attraenti d’una immaginazione diabolica, checché ne dica un’ interpretazione ad usum delphini dell’arte di Klee. Infatti, qualunque forma possa assumere l’immagine di un angelo nella rappresentazione umana, mai potrebbe rivestire quei tratti grotteschi e idioti. Il leggero tocco di umorismo sardonico, piuttosto che attenuare, accentua l’orrore dell’apparizione.
Un quadro di Max Ernst, tra i protagonisti del sedicente surrealismo, mostra la
Vergine che bastona il Bambino Gesù coricato sulle sue ginocchia. La freddezza glaciale dell’esecuzione accentua il carattere blasfemo del soggetto fino al livello di ironia sacrilega.
Accanto al ‘rovesciamento’ dell’immagine del Cristo, degli Angeli, della Vergine, quasi tutte le scuole di ‘arte moderna’ fanno apparire una deformazione dell’immagine dell’uomo, del volto umano e del mondo familiare che circonda l’uomo, deformazione tendente al demoniaco.
Le varianti di tale
demonificazione sono sterminate, come le negazioni della verità, ma è possibile raggrupparle in alcuni cicli infernali.
L’uomo viene sfigurato sotto le sembianze: dell’insetto (Ensor); della maschera vuota senza sguardo (Picasso); del fantoccio cavo (George Grosz); del congegno (de Chirico); del robot (Archipenko); della macchina (Duchamps); della chimera (Max Ernst); del mostro (Picasso, Moore, Dalì); del demonio (Max Ernst, Dalì e soci). .
Ciò significa che, attraverso l’immagine, si trasferiscono sull’uomo tutti quei tratti che la concezione occidentale dell’inferno aveva attribuito agli esseri dalle smorfie sataniche che popolavano il luogo di dannazione. E ciò che fa subire all’uomo, l’immaginazione dell’arte moderna può ugualmente applicarlo al mondo che ci circonda e a ogni creatura solidale con l’uomo. L’universo dell’uomo si perverte in un tipico paesaggio infernale (basti ricordare i ‘paesaggi’ dei surrealisti).
Se parliamo, a giusto titolo, di deformazione, non intendiamo una deviazione dal canone naturalista. Nel quadro stesso di un’arte sovra-realista si osservano deformazioni della figura umana: in tal caso si tratta di veicoli che devono sollecitare lo spirito, attraverso l’immagine, a elevarsi su un piano superiore a quello ‘meramente umano’. Pensiamo all’
Angelo dell’Apocalisse di Bamberga, che scaglia la macina in mare: la sua mano, quattro volte più grande di quella di un uomo, simboleggia la potenza sovrumana del gesto. Pensiamo all’Angelo dell’Apocalisse di Dürer: le sue gambe sono colonne fiammeggianti, il corpo rilascia raggi immateriali, ma la testa è puro volto d’uomo. Assimilare tali figure agli angeli di Ensor o di Klee equivarrebbe a rinnegare e falsare le distinzioni più certe. E tale osservazione vale in maniera assolutamente generale.

Ci sono poi deformazioni dell’essere umano, della sua figura, del suo volto, che restano ancora nella sfera dell’umano.
Ontologicamente parlando, l’uomo nello stato di decadenza è al tempo stesso sublime e infranto, grande e miserabile, piacevole e brutto. Se dunque altri artisti moderni mostrano l’uomo afflitto da tutti i segni della sua miseria deformato, sfigurato, infranto, talvolta sul punto di decomporsi, segnato da tratti oscuri del nulla dove si trova proiettato, stilizzato sotto le apparenze del criminale, dell’idiota o dell’alienato ciò è unilaterale, ed è molto rischioso mostrare all’uomo immagini simili del suo essere. Ma non è ontologicamente falso, e dunque non è illegittimo. È infatti pregiudizio meschino credere che l’uomo debba abbellire una realtà presunta oggettiva.
Se il Rinascimento e il Barocco hanno mostrato, unilateralmente, l’uomo nella sua nobiltà, magnificenza e divinità astraendo dalla morte e dal peccato, e questo comportava a sua volta dei rischi non è meno legittimo farlo apparire nella sua condizione infranta e precaria. Il Medioevo conosce bene l’immagine del Cristo sfigurato dalla sofferenza e persino brutto, un Uomo-Dio il cui aspetto è privo di bellezza.
Ma le deformazioni dell’uomo sopra menzionate sono di tutt’altro ordine. Si tratta di enunciazioni ontologicamente false, sotto forma d’immagine e attraverso l’immagine, che si rapportano alla natura, all’essenza stessa dell’uomo. Rimproverare tale deformazione verso l’infra-umano alle tendenze dell’arte moderna che la rappresentano, non significa volerla misurare secondo il canone naturalista dell’immagine umana, come insiste a ripetere chi difende tali tendenze. Quella deformazione corrisponde invece a una falsa enunciazione attraverso l’immagine.
Poiché, per quanto in basso sia caduto, mai e poi mai neanche nelle sue degradazioni estreme l’uomo è diventato insetto, maschera, manichino, congegno, macchina, robot, fantasma, chimera, demone.
Tuttavia bisogna riconoscere che questi sono altrettanti pericoli che aspettano al varco l’essere umano; essi non sono apparsi mai così visibili come ai nostri giorni. Ma se dovessimo interpretare in tal senso tutti quei dipinti, le deformazioni plastiche e grafiche dell’uomo dovrebbero venir mostrate con tono di lamento, compianto o minaccia. Ebbene: nella maggior parte dei casi, è proprio quel che non accade.

Da: Avvenire-Agorà,2007.

ARTE
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