Nome dell'autore: isidoro

PURITÀ E PURIFICAZIONE

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Come sempre di quanto segue ne abbiamo già parlato. Credo che se ne possa parlare ancora, poiché chi tenta di seguire la Via occulta dovrebbe affinare una qualità di discernimento più alta ed incisiva del comune. L’anima che possiede una coscienza lucida è come un falò in una notte buia dove tutto d’intorno è un coacervo di cose o esseri celati: tutti vorrebbero trovar spazio nell’uomo. Per fare un esempio concreto, in particolare nel nostro Paese, può essere oltremodo difficile il saper separare i sentimenti religiosi da una sorta di subconscio cattolico: esso è un ente reale. E’ suadente: vuole.

A tal proposito non parlo di coloro che sono stati cattolici e antroposofi consapevoli. Un tempo ce ne furono. Di costoro conobbi uno che faceva la spola tra Marie Steiner e Padre Pio: il karma non è mai semplice e probabilmente costui seguiva correttamente il dharma, la propria interiore legge. Di questo signore, scomparso da anni, posso raccontare un aneddoto: egli ad un certo momento e dopo lunghe meditazioni, aveva messo insieme una forma rituale e, prima di farne, con i suoi amici un uso pratico, mise accuratamente tutto su carta. Prima portò il documento all’attenzione di Marie Steiner. Avuto da lei l’assenso andò a incontrare Padre Pio. Lì, nella chiesa attese che il sacerdote passasse. Voleva parlargli, spiegare. E il Santo passò veloce, toccò la borsa che conteneva la descrizione del rito, alzò gli occhi sul nostro e, quasi senza fermarsi gli disse: “Figliolo, va bene”.

Il male è piuttosto quando, inconsapevolmente si agisce (ad esempio) per la Chiesa di Roma supponendo che la molla dell’azione provenga dalla Filosofia della Libertà. Del resto, immergersi nella mistica “assistita” è mille volte più facile che osare il cammino della libertà: questo, già in se difficilissimo, è incompreso, perciò odiato, persino negli ambiti dove si coltiva la spiritualità che vorrebbe essere di contenuto esoterico.

Troppo spesso ciò che passa per spiritualismo è solo un complicato reticolo di osservanze, regole, condizionamenti, pregiudizi culturali, educazione famigliare e sociale: si crede di fare qualcosa mentre l’anima è sepolta (schiacciata) sotto il peso abnorme di latenze psichiche e di pregiudizi non avvertiti. L’antica inimicizia tra la via della chiesa e la via occulta, per quanto ho potuto sperimentare in ambedue, mi pare giustificata.

Si cerchi di non dimenticare che il senso della parola “puro” è parecchio distante da quegli strati geologici che si sono sedimentati nelle anime come frutto del comune sentire e che, nella pratica, diventa carattere di azioni obbligate, come fossimo schiavi in catena. La purezza di S. M. Goretti e la purità del Mago sono cose assai diverse.

Premetto che in tutto ciò non vi è alcuna antipatia o avversione nei confronti della vita comune, sociale o religiosa: che andrebbe compresa e rispettata quando chi la segue non possiede altra via d’uscita (anche se per “noi”è più facile rispettare “loro” che il contrario). Queste sono semplici osservazione che, per analogia, ci portano solo a distinguere le banane dall’uva.

Se ci riportiamo al senso proprio del termine “puro”, troviamo innanzitutto il concetto fondamentale di “ciò in cui non è presente alcun elemento estraneo” o “che non è mescolato con altra cosa” e poi, per estensione, quello di “vero”, “semplice”, ecc…

Si potrà dunque dire che nella pienezza del termine, l’attributo “puro” è applicabile solo a Principi sussistenti per virtù propria, mentre ogni cosa (o essere) manifestato è interdipendente o composto di svariati elementi e determinazioni non proprie. Da ciò risulta che la purità trova esistenza solo in ambito metafisico.

Perciò, nella prassi, una via di purificazione – intesa nel senso più profondo – non può non tendere ad una identificazione con un puro Principio. E questo, guarda caso, è il fine di una via iniziatica.

Cito alcuni passaggi di Chuang-Tse, in sostanza eternamente validi:

“Nel corpo di un uomo, egli non è più un uomo…Infinitamente piccolo è ciò per cui è ancora un uomo, infinitamente grande è ciò per cui è uno con il Cielo”

“L’essere che ha ridotto il suo io distinto a quasi nulla non entra più in conflitto con chicchessia, perché è stabilito nell’Infinito, cancellato nell’indefinito. Esso è pervenuto e si è stabilito nel punto di partenza delle trasmutazioni, punto neutro in cui non vi sono conflitti. Concentrando la sua natura, alimentando il suo spirito vitale, chiamando a raccolta tutte le sue potenze, esso si è unito al Principio di tutte le genesi”.

Questo potrebbe far intendere quale possa essere il senso della “purificazione” preliminare e necessaria per comprendere e ricevere le forze atte a procedere nelle fasi iniziali ed intermedie del processo iniziatico.

Essenzialmente si tratta di condurre l’essere che si è verso una condizione di semplicità indifferenziata (analogo allo stato di materia prima della saggezza ermetica) che sospenda o cancelli in momenti via via più ampi e radicali le sovrastrutture provenienti dalle contro-forze dell’apparenza sensibile e della sua impressione psichica.

Senza questa condizione gli ostacoli al Fiat Lux dell’esperienza interiore sono barriere permanenti.

Contrariamente a quanto il sentire comune è portato a credere, la fase di preliminare purificazione non consiste in alcun rafforzamento delle qualità come ordinariamente vengono riconosciute, nell’arricchimento delle “capacità mentali” o dei propri assunti morali, ma in un relativo e realissimo processo di inversione e cancellazione delle determinazioni personali. E qui troviamo subito una contraddizione, poiché il soggetto che si adopera per questo scopo deve sviluppare una grande forza che gli permetta i momenti di una spoliazione di sé.

Scrive il Dottore, nella sua superbamente incompresa Verità e Scienza: “...al principio della teoria della conoscenza si deve escludere ciò che già rientra nel campo del conoscere; se la teoria della conoscenza vuole veramente illuminare l’intero campo del conoscere, deve prendere per punto di partenza qualcosa che da questa attività non sia stato affatto toccato, donde anzi questa attività stessa riceva il primo impulso. Ciò da cui si deve cominciare sta fuori del conoscere…”. Sì, non è condizione raggiungibile con l’ebetismo: l’Opera al Nero chiede una forza sconvolgente.

Da un punto di vista strettamente personale si potrebbe parlare più di perdite che di guadagni: ma questo dovrebbe in fondo apparire, seppure difficile, “normale” in chi si senta spinto a liberarsi dalle aspre limitazioni inerenti l’angusta condizione personale per realizzare la natura dell’Uomo Vero.

Dunque l’Opera Iniziatica implica una sequenza di sacrifici: essi non rimangono “vuoti” ma ad ogni atto in cui si consegua una morte interiore corrisponde la nascita di una forza che era sconosciuta e che modifica anima e corpo. Non a caso nella terminologia coniata dal Dottore, il concetto di “pensiero puro” indica una condizione in cui il pensare si sia liberato dalle rappresentazioni del sensibile ed in cui si riveli solo potenza e atto di se stesso. Questo ci riporta alla necessità di volgersi ad un Principio sussistente per se stesso.

La purificazione, nella struttura dell’uomo contemporaneo, si rivolge sostanzialmente al denudamento e all’inversione delle forze del pensare, del sentire, del volere, del ricordare e del giudicare (i livelli di lavaggio dei metalli dalle impurità). In sede di operazioni pratiche ci si può indirizzare verso i cinque “ausiliari” dati da Rudolf Steiner. Essi hanno una portata assai più vasta di quanto il giudizio superficiale possa ritenere. Forse vale la pena ricordare che, di solito, il loro apprendimento è tragicamente sminuito dal pensiero riflesso o profano con il quale – in un primo momento o per tutta la vita – gli si considera come compresi.

In tempi più antichi si mediava ritualizzando attraverso gli “elementi” che sono i più ‘semplici’, validi non soltanto per gli uomini ma anche per gli oggetti, luoghi ed edifici.

Vicino alla nostra cultura abbiamo l’esempio dell’acqua: nel Battesimo come nella benedizione di luoghi e nelle abluzioni. A nord i corpi venivano bruciati sulle pire, nel fuoco.

Cose che nulla hanno avuto a vedere con prescrizioni igieniche o di pulizia corporea secondo la sciocca concezione moderna che sembra compiaciuta nello scegliere sempre l’interpretazione più ottusa e grossolana. Come altrettanto avviene con le pretese spiegazioni “psicologiche” che alla base non sono migliori.

Vale a dire che l’azione effettiva dei riti non è ‘credenza’ né teorizzazione ma fatto attivo e positivo.

Rivolgendosi al moderno Occidentale è importante insistere che, per cominciare un lavoro iniziatico è indispensabile uscire dai giri viziosi delle elaborazioni mentali e dagli astrattismi deduttivi per rivolgersi con i mezzi appropriati allo scopo ovvero alla pratica costante e ben diretta dello sforzo interiore e dell’interiorizzata vita rituale. Ciò senza accennare ai tanti rattenimenti, crisi e soluzioni che l’anima attraversa: prima e durante.

E’ una strada determinata e sostenuta dall’Io che estrae da una oscurità tombale il volere, da cui divampa l’igneo splendore dell’elemento solare: essa è dunque una via magica e pura.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

PRIMAVERA E TEMPO DI PASQUA

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Presto è Pasqua. Ma non amo granché ossequiare gli eventi metafisici nei tempi sanciti dalla tradizione e dalla convenzione. Ho notato che pure allo scadere di dignitose, anche encomiabili manifestazioni ormai annuali di feste e giornate (c’è pure la giornata del sollievo, manca invece la giornata del salame ungherese) esse diventano occasione di approfondimenti antroposofici, o in generale, spiritualistici.

Che volete? Mi paiono un po’ tutte alla stregua delle “cure compassionevoli”, ossia quelle che offrono un sollievo posticcio al malato terminale. Roba di facile preparazione, che non costa quasi nulla al Servizio Sanitario ovvero a chi scrive e che serve ben poco a chi legge. Sebbene siano di sostanze del tutto diverse credo che possano alleviare la sete di spirito quasi come, ad un grado minore, un bicchiere di Coca Cola può soddisfare chi ha semplicemente sete di liquido. Però il paragone è improprio: la sete dell’organismo è più seria.

Se alla parola “spirito” fate corrispondere un gradevole (compiacente e compiaciuto) sussulto emotivo, non dico che non siate belli e buoni, ma di cammino interiore o pellegrinaggio dell’anima verso i Cieli…nemmeno fermarci a parlarne.

Mi pare che molti non riescano a sospettare o a capire che, con i soliti contenuti dell’anima e le solite, fantastiche costruzioni della mente, non si trovano ponti – nemmeno quelli tibetani – che permettano di superare quello che soltanto viene permesso da ciò che in noi vive e domina come implacabile ostacolo alla realtà spirituale e persino alla comprensione consapevole dei più elementari processi che la riguardano e per i quali basterebbe l’attività svolta da un accurato e spregiudicato esame sostenuto da un lucido processo logico.

Potrei anche prepararvi un discorsetto storico/culturale su miti o personaggi: ovviamente preriscaldato ma insaporito e sacralizzato da un velo di riferimenti di antroposofia e di tradizione.

Quando si è giovani l’appetito non manca e si è disposti a trangugiare ogni cosa che si trova sul tavolo. Mantenendo la metafora, sono fortunati quelli che poi si accorgono che l’eccesso non accresce l’energia ma porta piuttosto a disordini intestinali e pesantezza. Questi sono come i cosiddetti peccati di gioventù o nel migliore dei casi fanno parte, comprensibilmente, della tortuosa didattica dell’apprendimento.

Ma perché mi soffermo e dissipo righe per cose del genere? Il fatto è che mi pare rimarchevole (disdicevole) che una non indifferente quantità di apprendisti ricercatori – sarà un beffardo destino? – abbiano trovato una variante della fonte di Ponce de Leòn poiché sembrano rimanere eternamente giovani nella psiche: che non è un complimento. In altre parole si iscrivono all’accademia antroposofica e rimangono per tutta la vita in quei corridoi come imbolsiti studenti fuori corso.

Giorni fa, su una stagionata Rivista straniera ho letto un lungo articolo del sig. Emile Rinck dal titolo accattivante: Un cammino verso la conoscenza immaginativa (Metodo, criteri, risultati). Allora si disquisisce su Giovanna d’Arco, sulla necessità di conoscere se stessi, sull’esperienza del doppio per poi giungere alla conclusione che la coscienza immaginativa è una facoltà nella quale si percepiscono immagini attraverso cui si esprimono esseri spirituali e che tutto quello che c’è nell’articolo può essere soltanto una “frammentaria riflessione” che andrebbe completata con lo studio dell’Iniziazione e della Scienza occulta.

Benedetto uomo! Questo avrebbe potuto dirlo ai lettori prima, anzi subito, oppure il compitino avrebbe potuto tenerlo per sé, in un cassetto munito di serratura: uno degli infiniti esempi di quello che passa per lezioso ed inutile antroposofismo.

L’azione di Massimo Scaligero avrebbe dovuto essere dirompente nei confronti di tale desolato ma resistentissimo labirinto accademico. Egli con vigore ed un rigore che non lascia scampo ti mette di fronte ad una scelta di vita essenziale. Ma sarà che il grado di analfabetismo cognitivo è faccenda più seria di quanto dicano le statistiche oppure che viga negli animi una pura e dura voglia di non far niente, resta il fatto che tra l’adamantino, coerente e tagliente insegnamento di Scaligero e i tanti che si dicono suoi discepoli sembra succedere quello che avviene a coppie in crisi: convivono da separati in casa.

Forse una osservazione che Scaligero mi fece un giorno potrebbe spiegare alcune cose. Arrivai da lui mentre stavano uscendo tre ragazzi un po’ più giovani del sottoscritto. Solo dopo molti anni riconobbi che tra i tre, almeno due erano divenuti figure che sono apparse di una certa rilevanza in alcuni ambienti. Erano appena usciti e Massimo mi fermò in corridoio con queste parole: “Hai visto quei giovanotti? Vengono qui con domande molto intelligenti sulla Filosofia della Libertà”. Dopo un brevissimo silenzio continuò: “Ma non riescono proprio a capire che è esperienza”.

Ecco: con questo breve ricordo (ora penso che il commento di Scaligero fu molto gentile), mi permetto di estendere, generalizzare la cosa. Come ho già scritto e riscritto, se tratto Verità e Scienza o Teosofia oppure la Via della Volontà Solare o Il Trattato del Pensiero vivente come fossero dei portacenere – io qua, loro là – posso sapere molto, posso anche usarli a mio comodo ma se non li vivo, se non li riaccendo in me riga per riga, anche drammaticamente, rimarranno per sempre e soltanto entità del mondo, più famigliari di tante altre, ma nella mia anima non accadrà nulla, non vi sarà potenza che si attua, modificando il mio assetto interiore. Ciò che naturalmente io sento di essere non cambierà di una virgola. In sintesi mi proteggerò, inconsapevolmente, dal “rischio” dell’esperienza.

Occorre non fraintendere il significato di conoscenza. Se la si intende come la intese Pico o Bovillus e, ai nostri giorni, Rudolf Steiner, essa è il sacro e operoso divenire dell’anima che si dirige alla sua verità divina, altrimenti è solo un sapere (alla Emile Rinck o peggio) che ottunde l’uomo e lo trascina in una forma di accidia spirituale, spesso persino elegante, à la page, e di sicuro confortevole.

Uno potrebbe credere che leggere qualcosa che profuma di nobiltà e di mistero lo introduca nell’hortus conclusus dell’esoterismo: non è così né lo sarà mai: una temporanea variazione di sentimento non porta se non ad un breve moto circolare in sé. Sono così pochi coloro che, sollevando per un secondo la testa oltre le acque inferiori, sanno rendersi conto che un attimo di destità pensante vale, per un concreto cammino interiore, assai più che l’Himalaya delle altre cose che sono dentro o fuori dell’uomo.

Fossi un illuminato despota, obbligherei chi aspira a illuminazioni e iniziazioni a mettersi a bottega da un buon meccanico oppure a lavorare da magazzinieri…per il tempo in cui si rendesse capace di ripararmi la macchina o di portarmi una vite da 8 se chiedo una vite da 8.

La perdita di una chiara, educata relazione tra la coscienza pensante ed il mondo sensibile – fenomeno che sta già avvenendo – è sommamente preoccupante, poi nel caso di velleità spirituali preclude anche il primo passo verso la conoscenza.

Eppure è proprio il Dottore a sottolineare che “nel mondo fisico sensibile la vita è incaricata di ammaestrare l’io umano all’obbiettività” e che proprio “nel mondo sensibile i fatti esercitano sempre la loro rettifica sul pensiero”.

Queste sono parole che paiono ovvie ma furono stampate tra il 1904 e il 1910 e, come ammoniscono i cugini nostri, le temps s’écoule vite. Un decennio dopo, nei corsi sulla fisica, Steiner osservava che il continuo impatto del sensibile percepito sulla coscienza, porta quest’ultima ad una sorta di deliquio.

Così la faccenda si complica: il sensibile ci porta a destità ma poi ci narcotizza. Infatti questa “striscia” di sonno, purché ci siano famigliari alcune possibilità che la pratica della concentrazione è capace di offrirci, la possiamo trovare e cogliere: esiste davvero. Persino a posteriori, se si porta l’attenzione ai nostri comportamenti nella vita comune, possiamo riconoscere che si sia come incalzati da una condizione sonnambolica.

Da questa tenaglia offertaci dal deliquio nel sensibile esterno e dalla sognante confusione animica, la via della destità dell’Io passa inevitabilmente per l’unica condizione indipendente: il voluto controllo del pensiero e la voluta attenzione verso un “oggetto” che non dipenda da queste due polarità: è l’attività determinata dall’Io che chiamiamo concentrazione.

Il valore assoluto della concentrazione è minato da una fallace controimmagine che aderisce nel retrobottega della coscienza: si stima che la disciplina della concentrazione, poiché nella prassi comune si esegue in brevi frazioni di tempo, sia qualcosa di simile ad un segmento, tirato dal punto A al punto B, mentre in realtà essa è paragonabile a una semiretta: dal punto A all’infinito.

Da ciò, la mia scandalosa affermazione che la concentrazione riesca ad assumere in sé tutti i livelli potenziali della coscienza sino all’intuizione, non dovrebbe apparire esagerata.

Le persone non si accorgono che la concentrazione è l’ultima àncora offertaci dal mondo spirituale. Se così non fosse, dato il principio di stretta economia di quei mondi, l’attività di Scaligero non sarebbe stata necessaria.

Ma qualcuno potrebbe comunque chiedermi: “Non sono forse sufficienti i tanti esercizi dati dal Dottore?”. Ed io rispondo: “Certamente…se non si fossero verificati grandi e veloci cambiamenti nell’uomo, direi epocali se comparati al breve lasso di tempo in cui si sono verificati”. Poi vi dico pure che Scaligero queste cose le ha scritte e riscritte con perfetta proprietà di significato, basterebbe non ignorarle. E dove ha dato in quantità indicazioni di esercizi di varia direzione (Manuale pratico della meditazione, Tecniche della concentrazione interiore, ecc.) ha avvisato che questi sono comunque operazioni di concentrazione: consistendo sostanzialmente in “accordi del pensiero con la volontà”.

Pensateci, riesaminate, insomma fate quello che sentite come vostra capacità di indagine e di esperienza. Poi se vi sentirete (onestamente) in disaccordo con ciò che dico, nessuno si strapperà i capelli, anzi: potrebbe solo voler significare che vi può essere ampia ricchezza di variabili.

Quando scrivo, come ho fatto ora, tengo sempre presente nell’anima che dharma e karma individuali non sono astrazioni esotiche e che conseguentemente possano esserci approcci e modi diversi per ogni singola persona. Nonostante ciò ritengo ugualmente che la concentrazione sia l’ultimo appiglio donato all’entità umana del presente, sia per iniziare un cammino vero verso la Realtà, sia per non capriolettare all’indietro nel subumano. E l’urgenza è drammatica: non è affatto impossibile che l’ultimo dono possa venire perduto.

Quello che occorre non è facile: si tratta di abbandonare ciò che ieri o l’altro ieri si è congiunto con l’impotenza delle cose morte e avanzare nell’ignoto con il nudo coraggio di chi non ha più nulla perché è giunto allo zero di sé ed in questo vuoto costruire vita per domani e per tutto il futuro. Occorre quel salto speciale che giunge alla metamorfosi. Solo lo spirito è capace ad operare alla ri-creazione dell’uomo. Solo il vasaio può modellare la creta: avete mai visto un informe mucchietto di creta da sé farsi vaso? Ma perché possa operare nell’anima, l’io/IO deve prima squarciare l’armatura in cui l’anima si protegge dallo spirito. Cercate di comprendere, troppe parole non servono a niente.

Ho iniziato col dire che presto è Pasqua, e la primavera è già iniziata. Dai rami di alberi e siepi si affacciano al sole le nuove foglie, piccole ma con tanta volontà di crescere. E chi conosce un po’ d’attenzione e silenzio può fare qualcosa. “In pace di cuore” può guardarle e permettere ad un sentimento che sorge (che può sorgere) di entrare nell’anima. Scrivo “entrare” poiché esso non è solo nostro ma giunge in noi dall’impeto gioioso della natura che risorge. Con estrema delicatezza trattenetelo in voi che non scompaia subito. Guardate di nuovo le foglioline: osservate come ci sia sostanziale unità tra questo sentire vostro ed il loro manifestarsi. Immergetevi completamente in questa impressione. Allora albeggia un fluire, sempre più vasto, che lega insieme voi e la natura. Sorge una delicata impressione di soave luce/colore animico “giallo-rosato”: essa pervade il mondo del vivente. Non c’è da far molto, solo silenzio e un po’ d’arte interiore. Così si sperimenta quella che è l’atmosfera nel tempo della primavera e della Pasqua.

PASQUA

PIFFERAI

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Leggevo, non molto tempo fa, su un Sito che svolge un suo modo di far conoscere e affrontare temi riguardanti la Scienza dello Spirito con particolare riguardo ai suoi aspetti operativi, un post che mi parve notevolmente fuori luogo nel merito generale e nel particolare perchè è del tutto fuorviante nei riguardi di detta Scienza.

Esso prende il titolo (ignoro se originale o meno) di “Controllare il pensiero”. Ciò non dice nulla che non sia un invito che una catena ininterrotta di Maestri e Testi sapienziali hanno rivolto in svariati modi agli uomini almeno negli ultimi tremila anni.

L’equivoco prende forma poiché l’autore inizia parlando della retrospezione serale della giornata: importante esercizio presente nelle indicazioni date dal Dottore. Divergendone completamente.

Certo, potete trovare qualcosa di simile negli scritti di Max Heindel e di Valentin Tomberg: esempi non eccellenti di chi, allontanandosi dagli insegnamenti della Scienza dello Spirito ma usandone l’esposizione conoscitiva, ha poi mescolato per derive personali, i propri umori e la propria fantasia ad un corpus di sapienza esoterica di cui è rimasta “vergine incompresa” l’asse centrale. Senza infierire è comunque possibile denunciare il fatto, purtroppo non raro, che sono stati fondati movimenti e scuole sedicentemente iniziatiche proprio sulla mancata comprensione della sorgente da cui, in un primo momento questi signori hanno attinto.

Però questo non si può dire dell’autore delle (poche) righe di cui qui si tratta. Costui non è un antroposofo deviato ma un mistico. E di lui parleremo più tardi.

Ciò che ora conta è lo spirito di queste righe. Quando herr Gröning parla di revisione della giornata, da mistico del sentimento, si cruccia di cogliere nei fatti e nei pensieri l’errore a cui deve seguire il pentimento: “Se il pensiero, la parola o l’azione erano sbagliati, ci si deve pentire profondamente…” Ora leggete quanto il Dottore scrive (12 gennaio 1906): Di sera: revisioni delle azioni ed esperienze del giorno. All’indietro dalla sera alla mattina, senza rimorsi ma unicamente con la tendenza di imparare dalla vita”. Vi sono altre indicazioni a discepoli in cui, assai brevemente, il Dottore invita ad un grande distacco dalle immagini ricordate. Ma, evitando l’eccesso referenziale, invito il gentile lettore a comprendere questo modo di esecuzione della retrospezione. Un amico ne ha scritto diffusamente in un articolo apparso su L’Archetipo del novembre 2002 dove, digitanto gli Arretrati o l’Archivio, potete consultarlo e di cui riporto qualche rigo dedicato per l’appunto all’atteggiamento dell’operatore: “Lo sperimentatore deve assumere un atteggiamento di intensa attenzione, rimanendo al contempo assolutamente distaccato, indifferente, alle vicende dinamicamente evocate. (…) Chi non può non obbiettare che simili atteggiamenti risultino in pratica amorali o egoistici o inumani, non è maturo, giacché non capisce ancora che proprio l’ordinario sentimento personale è strutturalmente egoistico e antispirituale in quanto opposto alla moralità dello spirito e alla vera natura dell’Io”.

A farla brevissima, la ferma attenzione senza identificazioni è l’arte che imita il “vedere” dell’Io, testimone immobile ed imperturbabile (Scaligero usa anche il termine: “con disinteresse”), conformemente alla Via Interiore dei Nuovi Tempi: quella che parte dall’Io per giungere al Logos. Per comprendere il riferimento all’Io basterebbe la lettura di un testo base come Teosofia, purché lo si leggesse in maniera confacente: facendo propri i pensieri letti: reinventandoli per moto proprio. E’ questo pensiero più forte, creativo che fa giustizia nello scontro infinito tra il pensare ed il sentire: esso suscita un alto sentire, del tutto diverso da ciò che ascende, deteriorato ed oscuro, dalla sentina della sfera psico-fisica. Si può dire che chi lo ignora non conosce ancora la forza del pensiero e la potenza del sentire. Accenno anche al fatto che il puro volere è pervaso di sottile gioia (beatitudine).

Chi preferisce mettersi la corda dei sentimenti personali intorno al collo, scalciando via il Soggetto, si impicchi pure, beninteso a lui piacendo. Ma non venga a scodellare uova di antichi serpenti come fossero apporti utili alla sperimentazione secondo una Scienza dell’Io.

L’autore dello righe di cui si parla, continua spiegando che i nostri pensieri non sono nostri ma che essi vengono da fuori di noi: “I pensieri che girano ogni secondo nella vostra mente, non sono vostri, cari amici, voi li ricevete, proprio come l’apparecchi radiofonico riceve le trasmissioni radio. Voi siate i soli a poter decidere se ricevere pensieri buoni o cattivi, trasmissioni buone o cattive. (…) E ripeto, cari amici: ogni pensiero che ricevete e che successivamente non mettete al vaglio di un sincero pentimento, inevitabilmente si trasforma in azione; che voi vogliate o meno”.

L’autore può dire quello che vuole, però già nella prassi suonano un po’ irragionevoli le sue affermazioni: immaginate di ricevere costantemente “pensieri”. Quale metro di verità potreste usare per dare a ciascuno una sorta di giudizio su cosa sia il bene ed il male? Qui ci caliamo nella più stretta soggettività o nel relativismo che pervade costantemente anche il latore dello scritto. Una carenza strana in uno che imponeva le mani questa fissa di “bene” e “male” e non di “sano” e “malato” (assai più opportune e confacenti in tutto ciò che appartiene all’immediato mondo di forze appena oltre il sensibile).

E che dire dell’assoluta mancanza di consapevolezza del fatto, sperimentabile in qualsiasi momento, che noi si possa produrre pensiero per attività nostra? Già col primo dei 5 ausiliari (controllo del pensiero) il discepolo della Scienza spirituale si trova a lavorare nella direzione di un pensiero voluto dal proprio soggetto, cioè da lui stesso.

Il Dottore è tranchant su questo argomento: nella sua Filosofia della Libertà spazza ogni dubbio riguardo a ciò che viene a noi senza la nostra attività e dice:”...non bisogna far confusione fra l’”avere immagini mentali” e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante, come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare. Certo, qualcuno potrebbe dire che: se si intende il pensare in tal modo, in questo pensare sta nascosto il volere, ma anche con la volontà del pensare. Questa osservazione tuttavia autorizzerebbe solo a dire che il vero pensare deve essere sempre voluto.” (ed. ’66, pag. 45).

E chi pratica da sveglio le discipline interiori si accorge subito della faccenda. Queste sono cose assai elementari che vengono sperimentate subito, ma ho osservato con dispiacere che nessuno, in quel sito, ha svolto una (minima) critica allo scritto (anzi mi è parso che qualcuno l’abbia accolto positivamente): ecumenico buonismo o gran confusione?

Ma, in effetti, il pensiero attivo, voluto è già un passo sconosciuto a molti che s’accontentano di avere pensieri suscitati da qualcosa: con la stessa naturale passività con cui si vedono gli oggetti posti davanti ai nostri occhi. Mi pare significativo che attuali orientatori non facciano mai chiarezza tra il carattere del visionarismo e le immagini che possono essere prodotte, quali frutti, dalla coscienza rafforzata.

Ora veniamo all’estensore di quelle righe: Bruno Gröning (1906 – 1959) fu sostanzialmente un guaritore mistico di modesto livello: paragona l’uomo ad una “batteria” che può essere nutrita dalle forze del Bene e che guarisce tramite l’auto convincimento che una forza superiore o divina scenda in lui. La sua biografia è costellata da guarigioni, spesso non verificate e dell’incensamento delle persone pronte a dare immensi significati a discorsi piuttosto banali. Difficile trovare in questi l’eco di una grandezza spirituale. L’ho chiamato “mistico” ma egli pare piuttosto simile ad un istintivo pranoterapeuta. Ciò che ho letto delle sue parole offre un quadro vago e desolante. Poi il fatto che si siano formate delle sette intorno al suo nome non è significativo, specchia anzi il neo primitivismo spensierato dei nostri tempi quando si coagulano chiese e correnti alternative alla religione, che in effetti sta perdendo quel minimo di sacralità, tradizione e bellezza che indubbiamente possedeva.

Mi attengo a ciò che posso osservare e non sto giudicando il signor Gröning. Sono invece perplesso che simili apporti sbuchino in Siti che trattano di Scienza spirituale. Mi pare che chi posta queste cose abbia poco chiaro per cosa si intenda con il termine “scienza” applicato allo spirito. E cosi sembra, vista l’attrazione, (per onestà del vero insieme a più edificanti autori) verso veggenti addormentati, ipnotisti e medium: brutta merce messa in vetrina da un “brand” che vorrebbe apparire blasonato e che raccoglie vasta ospitalità nel cuore degli spiritualisti. Che ciò possa configurarsi come una manipolazione della ingenuità e della fiducia?

Ma è vano l’appello per comportamenti più seri, poiché è possibile che queste frequenti intemerate siano mirate e serissime. Suggerite e condotte da una brigata (probabilmente sostenuta da interessati poteri ecclesiali) che, “lodando” Scaligero (il quale, per sua diretta ammissione, non ebbe “discepoli”) quale continuatore autorevole dell’essenziale messaggio del Dottore, fa artatamente il possibile per distorcere il senso più puro e netto dell’opera del primo e del secondo.

SCIENZA DELLO SPIRITO

RIEQUILIBRI

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Premetto subito che mi dissocio da quanto sembra insinuare Isidoro in questa nota. So bene quanto sforzo, sacrificio e tempo dedichino amici e lettori alle discipline interiori. Forse Isidoro vorrebbe che i summenzionati dedicassero solo poche ore all’opera? Oppure è solo la birbonata che indicherebbe una preoccupante carenza di serietà dell’autore? Eco pubblica equanimamente gli interventi ma il problema rimane: esiste una grande differenza tra opinione e punto di vista. Se sia l’una o l’altro in questo caso, giudicate voi. 

 ***

Fare all’impossibile va bene, fare l’impossibile forse no: poiché è improbabile che ciò possa verificarsi per ordini impartiti dalla mente.

Se non vi dispiace vi racconto una esperienza personale che con la Scienza dello Spirito in sé non ha nulla a che vedere ma con la vita corrente sì.

Però un poco di analogia c’è, come gli arti fisici indicati dal Dottore per dare il senso concreto e reale dell’esperienza interiore: “Si impara a conoscere un pensiero, nel quale ci si sente come un veicolo di forza del proprio essere umano; un pensare – e non parlo ora figurativamente, ma esprimo la concreta effettiva verità – che può colpire, del quale si sa che può colpire. Si impara a conoscere un pensare che non si svolge in immagini passive come il pensiero abituale, ma che è ulteriormente assolutamente attivo e di cui si sa che, sebbene lo si svolga chiaramente, è nondimeno forza, come è forza quando alzo il braccio o quando faccio un segno col dito”.

Allora la storia è questa: nonostante la mia quasi venerabile età, continuo ad andare in palestra (follia controllata), poiché da tempo gli sport attivi non posso più farli (sto parlando di atletica pesante di contatto!) mentre un controllato e conservativo gruppo di esercizi sì, e fino all’esaurimento.

Mi succedeva spesso che, impostata sul diario d’allenamento una tabellina nuova, ben studiata al tavolino (ho oltre cinquant’anni di esperienza), nel fare ciò che avevo scritto, che mi ero studiato di fare, il risultato si risolveva in un massacro oltre misura: cosa che mi spegneva la velleità di ritentare, seppure dopo giorni di riposo, la stessa impresa. Così collassai ben tre volte.

Ciò non mi spaventava ma mi impensieriva: “Cosa succede? In due settimane sono invecchiato di due, cinque anni? Perché una simile incapacità?”.

Cambiavo la tabella, suddividevo in maniera diversa gli esercizi, l’approccio ed il metodo d’esecuzione ma il problema si riproponeva.

Stavo arrendendomi al disastro quando un pensiero fece capolino, sgomitando tra la conoscenza e l’esperienza: semplice e rivoluzionario: “Cretino che sei, quello che pensi di fare non coincide con la realtà delle tue attuali possibilità: stai solo facendo troppo!” Ragionamento astratto e presunzione concreta mi stavano ingannando.

Dovetti abbandonare quei pensieri che sembravano perfetti a tavolino, con notevole sforzo arrestai una ricca parte del mio sapere e, contro la mia abitudine e le mie velleità mi costrinsi a fare quello che potevo permettermi realmente di fare: sempre fino all’agonia ma più brevemente e con una mole totale di lavoro più che dimezzata.

E così ho ripreso il meglio che una disciplina fisica può dare: persino la sua piacevolezza (roba da matti!).

Quanto narrato è vero e non l’ho scritto per portare la vostra attenzione sul sottoscritto (chi di voi mi conosce sa che così non può nemmeno essere) ma sull’analogia tra la disciplina fisica e la disciplina interiore.

Alcuni, tra coloro che ora leggono, hanno fatto il mio stesso errore. Il risultato è stato un senso d’impotenza, di fallimento ed un giudizio negativo verso se stessi…per non parlare di qualcosa simile al disgusto verso gli esercizi.

Come nel mio caso, decidere a tavolino (anche se il tavolino è metaforico) può essere la cosa più lontana dalla realtà che possa esserci.

Nessuno dovrebbe dirsi: “Da domani inizio a fare la concentrazione” e nemmeno seguire il Dottore con i cinque esercizi: “Faccio il primo per un mese, il secondo per un secondo mese…e al sesto mese armonizzo il tutto” e così via. Ciò è formalmente possibile ma, in pratica, è semplicemente velleitario.

Provate piuttosto a fare quello che vi sentite di fare – con la massima intensità e dedizione – quando vi sentite di poterlo fare: pronti all’estremo ma senza sovrastimarvi!

Vi faccio un esempio semplice: Ramana comprendeva che le persone molto occupate, spesso occidentali, non avrebbero potuto vivere una vita immersi nella meditazione. Allora indicò per quelle persone un tempo di lavoro limitato: soltanto due volte al giorno: due ore (consecutive) al mattino e altre due ore alla sera. Sulle vie della Tradizione, quella di Ramana era, in effetti, una soluzione che sposava le necessità contingenti e l’ascesi interiore. Nulla di eccessivo se si considera che, in Occidente, il bistrattato cardinale Richelieu, primo ministro sotto Luigi XIII e di fatto dominus della Francia, iniziava la giornata con una sola ora di meditazione, tempo troppo breve di cui molto si dispiaceva .

Non indico ciò come modelli da seguire ma per rammentare quanto poco possono chiedere le direttive di una odierna scienza dello spirito.

Non seguite indicazioni o modelli alla lettera, senza un rapporto di fattibilità personale: seguiteli quando vi sono utili solo ascoltando la vostra coscienza: se la parte più ragionevole di essa vi chiama al dubbio, ascoltatela subito.

Rendetevi davvero conto che non sono io o chiunque altro che potrà dirvi cosa è bene e cosa è male per voi ma solo l’anima può dire ciò che è vero per la vostra anima: anche l’anima ha una sua interiorità: ascoltate quella. L’anima dell’anima esiste e andrebbe ascoltata.

L’esercizio è una esperienza di vita dell’anima non usuale in cui collabora il Destino, non il tavolino (tanto meno i guru: quelli che svolazzano qua e là sono palloncini di gas fetido e basta). E non lasciatevi imbrogliare dall’istrionesca superficialità dell’anima: quella, se vuole, si ammanta di serietà e ieraticità per dieci minuti e vi frega.

Chi chiede lumi avrà sempre una risposta. Alcune risposte stanno una vita per arrivare. Le risposte più rapide chiedono la tangente del tormento, del dolore, della disperazione. Chi è contento di sé continui ad esserlo, non ingarbugli la vita con cose che non gli competono.

Non credo alla realtà dell’esperienza di chi dice – un, due, tre, voilà – di giungere alla Luce beatifica con uno schiocco di dita: ma se vi piacciono le trappole dei mezzi-mistici nessuno vi tratterrà: forse è il vostro destino…un tantino più contorto ma anche i labirinti hanno il loro significato.

Siate onesti con voi stessi. Ogni giorno. E’ l’unica cosa che mi sento di chiedervi. In palestra, nonostante le disavventure che ho raccontato, il sensibile è il grande correttore della fantasia e della sovrastima: se non siete forti non potete sollevare da terra un bilancere di 180 kg: rimane incollato al suolo e nemmeno rotola se tentate di spingerlo: casomai saranno le vertebre a rompersi. La realtà sbriciola la rappresentazione dopata.

Gli errori dell’anima sono mille volte più facili: imboccato un certo modo di pensare non v’è rappresentazione che non sia seducente, non perché sia folle ma anzi porta in sé il carattere della verità e del buon senso. Però vi sono sensatezze dettate dai timori più meschini o da sentimenti di grandezza che sono solo parassiti dell’anima e che non andrebbero presi per consiglieri. Ascoltate invece il modesto ma inequivocabile sussurro della Ragione: confrontatelo con il duro ma sano pragmatismo dei fatti. Evitate la calda voce del misticismo facile quando decidete qualcosa…e poi, con calma e semplicità, agite e basta!

Vale assai più il consiglio di un amico che lo scrisse pure su Eco: “Fare pochissimo, fatto benissimo”. Così sintetica, pare una battuta dei terribili Patriarchi antichi, ma ci crediate o meno, è una buona fonte d’ispirazione: come in palestra così nel cammino interiore. Però ci sarebbe pure una variante: “Fare tantissimo, fatto benissimo”, buon modo per comprendere, per esperienza diretta, la misura della catena o dove sta il muro su cui vi schiantate. Così, come la luce ha forgiato gli occhi, con le testate contro i muri si formano nell’anima gli organi necessari per vedere quando piantare e quando lasciare perché cresca qualcosa.

Essendo campo dell’Occulto, qui possiamo anche trascendere il principio di non-contraddizione formulando una terza possibilità per niente astratta: “ Fare pochissimo, fatto malissimo”. Visto come vanno le cose, questo è il consiglio più realisticamente seguito: tertium datur est. Così abbiamo superato il principio del terzo escluso. Eccome!

SCIENZA DELLO SPIRITO

ALTERNATIVE?

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E’ imbarazzante: Eco chiama e io, non influente ma influenzato sì, tiro fuori dai miei documenti una lettera mandata a qualcuno anni addietro. Come articolo non regge molto ma allora avrei dovuto rivedere criticamente ogni parola e tutto l’insieme che, mi rendo conto, è disarmonico. Cosa che, con la scusante di febbre e debolezza, evito di fare. Del resto, quando si tenta di parlare di cose che riguardano la concentrazione, ciò che viene fuori è come un gomitolo arruffato da un gatto.

*

Allora, caro amico, se può, dimentichi le mirabolanti costruzioni che l’anima ha costruito come nella teologia dove tutto poggia su quello che non c’è ma che si presume ci sia, piuttosto con coraggio segua il minimo e se desidera un supporto significativo ai “perché” dell’estrema semplicità (austerità, povertà) dell’azione interiore, rilegga attentamente i primi capitoli de L’uomo interiore.

Si sieda, se le va bene, ricordando che l’attività interiore intesa come pensiero non ha alcun bisogno di positure corporee, ed evochi nella coscienza desta un oggetto semplice, comune, comprensibile, facile, banale, ecc. (un chiodo, un tappo di sughero, un bicchiere, ecc).

Cioè costituito da pochissimi concetti e adempiente ad una funzione semplice, chiara, ordinaria, banalissima.

In effetti basta evocare l’oggetto che la sintesi già c’è: evocarlo in un attimo di consapevolezza e sapere tutto di esso è cosa che attraversa la mente. Ma siamo noi a non reggere per un tempo anche minimo questa immediata comprensione che lampeggia come una folgore, per un attimo, nel buio.

La ricostruzione dell’oggetto e del suo uso – voluta con tutta la volontà (dedizione univoca) di cui è capace – con parole e immagini, ci serve come esercizio per dominare il pensiero ordinario ed abituarlo (con la volontà: è tutto questione di volontà) a essere sempre maggiormente attivo e indipendente da ogni supporto fisico (veda le righe con le quali R. Steiner descrive il senso del “controllo del pensiero” nel V cap. della Scienza Occulta.

Dominare il pensiero ordinario è un lavoro duro e improbo, spesso vorrà rifuggire da questa innaturale fatica interiore svincolata dal calore di istinti, sentimenti e sensazioni.

Quando il dominio inizia ad essere raggiunto sul serio (il tempo della pratica è individuale, i risultati della pratica sono individuali e non stanno lì fermi), terminato il breve e semplice lavoro di ricostruzione dell’oggetto che è formalmente assai semplice, come un tema di poche righe compitato da un bimbo di II elementare scarso di fantasia e di vocabolario, freni la mania della parola sub-vocalica che è solo una pessima abitudine: realizzi che non c’è nulla da dire e tanto meno da dirsi. Impari progressivamente a svestire i pensieri dal veicolo delle parole.

Qui l’equilibrio sta nel mezzo tra il non scalare troppo presto questo gradino oppure il non tentarlo mai, paghi della sicurezza che si raggiunge poggiando sulle parole. Tenga nella coscienza l’ultima immagine prodotta, o la prima o una qualunque del breve percorso – non ha alcuna importanza – e polarizzi tutta l’attenzione interiore su essa.

Attenzione: non faccia come tanti lo stravagante tentativo di “tenere” nella consapevolezza le immagini che ha prima evocato: tutta l’attenzione deve venir rivolta ad un solo punto di pensiero: è impossibile pensare simultaneamente 5 o 50 pensieri diversi: ciò significherebbe solo che passerebbe velocemente da un’immagine ad un altra e non si concentra.

Un altro ircocervo è il tentativo di fondere in una immagine unica tutte le altre: la fantasiosa traduzione personale della parola sintesi usata da Scaligero. La “sintesi” è esperienza qualitativa e non un arzigogolo mentale!

Le sottolineo che è solo una questione di sforzo, di audacia che non molla, tant’è che Scaligero talvolta indicava, per combattere l’automatismo e lo scemare dell’attenzione concentrata, di rifare il breve decorso dei pensieri ripercorrendoli (con rigore) dall’ultimo al primo. Perciò terminando il percorso con il primo pensiero/immagine e non con l’ultimo. Così si accorgerà che il tentativo di stabilire (fissare) una formula intellettuale del percorso è in sostanza il desiderio dell’intelletto comune di intervenire là dove esso non ha posto.

Dopo poco, l’immagine voluta sfugge: la rievochi. Poi la rievochi nuovamente. E ancora. E’ una faticaccia frustrante: si chiama concentrazione: può essere un’agonia perché la continuità cosciente dura poco e, in aggiunta, l’anima si ribella: qui non trova alcun sollievo segreto. L’unica tecnica utile è l’insistenza.

Prima o poi diverrà più abile e un minuto senza interruzioni sarà un successo colossale e molte cose cambieranno, però anche questo deve venir riconquistato ogni santo giorno, poiché la sua perdita è nell’ordine delle cose.

Può sostituire spesso l’oggetto, poi si accorgerà che le medesime difficoltà si ripresenteranno…così scopre che non occorre nemmeno mutare oggetto: essendo qualsiasi oggetto pensato, non un pensiero ma “il pensiero”: in questo equivalendo a tutti i pensieri pensabili (perché spillo e non Dio?: perché lo spillo è pensabile completamente. Dio no. E nemmeno angeli o diavoli che – i primi naturalmente – piacciono tanto ai vacanzieri dello spirito).

Altra cosa di cui non dovrei parlare è la questione del tempo dell’esercizio: forse me cavo dicendo che meno di cinque minuti, nel fare pratica, è troppo poco e che da Scaligero dovevo spremermi per almeno un quarto d’ora. Se la “ricostruzione” veniva tirata per le lunghe, Massimo la considerava un esercizio di pigrizia interiore, mentre si compiaceva per una pura, immediata concentrazione: anche quando essa pareva più simile ad un arrembaggio assai mal riuscito. Aggiungo che a diversi amici Scaligero indicava come base del lavoro interiore la concentrazione e l’atto puro (quest’ultimo è il secondo esercizio dei cinque ausiliari dati dal Dottore).

Quante volte? Meglio iniziare dal possibile. Due volte al giorno è prudentemente possibile. Realizzata una continuità certa, uno si accorge che forse è troppo poco e aumenta le sessioni dell’esercizio. Così poi andranno bene più volte e persino molte volte. Prima si fa, poi si sa: per qualcuno tre volte saranno il massimo, altri potranno fare sei. Un senso interiore ci dice quanto è troppo poco oppure troppo.

Poi un giorno avverte che riesce a “tenere” l’immagine e l’anima, tutta l’anima, inizia a riposare di un riposo speciale. In questa condizione, già eccezionale, vede sottilmente che l’immagine sembra assumere una particolare indipendenza (sebbene sia una continuità dipendente da una attenzione assoluta) e può rimanere come pura forma, oppure muta, oppure si trasforma in un segno luminoso, oppure…ecc. Essa è’ l’abito della volontà che fluisce continua, sottile, ininterrotta, ma è una volontà sconosciuta che non prende più la via del corpo.

Questa è la “sintesi” che continua ad essere contemplata…mentre cambia tutto in lei e in essa: è sostanza di volontà che riempie il pensiero. Una specie di “più che pensiero”: più reale del senso di sé corporeo.

Aggiungo una cosa (un fatto) che, nell’itinerario interiore, assume grande importanza. Non è qualcosa di fissabile in punti precisi. E’ solo che in taluni momenti anche distanziati nel tempo, come nella storia di Hansel e Gretel, vengono scoperte briciole di pane che indicano la via di casa. Sono momenti in cui affiora nell’anima un alito di Vita e Realtà che sostiene il senso di tutto il lavoro: attimi di interiore, profonda pienezza che giunge dal Cielo a consolare e ha pure un nome, ma i nomi dati a che servono? Attimo, Evento che rovescia i valori fondanti della vita terrena.

Come vede, l’itinerario è semplice ma impervio e difficile: passare da un mondo sensibile ad un mondo supersensibile è percorso iniziatico, non certo un gioco della mente.

Anche per questo, scrivo sempre che occorre far molto. Come un garzone a bottega che impiega anni per imparare. Altre vie non ci sono. I venditori di facili illusioni, invece, sono tantissimi.

Ho toccato solo certi punti, ma quello che le ho scritto lo pensi e lo confronti. Poi il tentativo, la tenacia, lo sforzo e la continuità sono tutti suoi!

Vale.

Ps: è poco, non è esaustivo ma ho notato che dire poco o molto non cambia granché la situazione, poiché il fare o il non fare dipende da una decisione profonda che parte da un principio dell’Essere presente ma molto lontano dalla nostra coscienza comune. Lui dà (le ha dato) il via, l’assenso poi il resto può (deve) dipendere da noi. Cioè per lei da lei stesso.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SU UN TERRENO SOLIDO

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L’Amministrazione di Eco ha fiducia in chi scrive e necessità di scritti. Di sicuro ha la ragione dalla sua ma sono io poi che nutro molte perplessità, poiché vado controcorrente e ancor peggio, mi ripeto.

Mi spiego: sono molti che leggono tanta antroposofia e fanno bene. Pure io ho letto tanto, e non solo di Scienza dello Spirito, ma continuereste a fare le stesse cose sullo stesso binario, nella medesima direzione per cinquantacinque anni (dedicati e) filati? Forse anche sì ma c’è modo e modo.

Comunque ognuno di noi è diverso ed è anche un mistero poiché un filo occulto lo lega ad altri tempi, ad altre vite. No, non incito a tornare indietro, ma quel filo è solido e con la disciplina interiore esso affiora e tocca la coscienza di oggi. Massimo Scaligero lo chiamava “la propria tradizione interiore” a cui, continuava, “bisogna essere fedeli”. L’intellettuale, intellettualizzando, dedurrà un gran contrasto tra il nuovo, dato da Steiner, e l’antico ormai abbandonato. Se ci si ferma alla superficie, potrebbe essere davvero così, ma in profondità le cose cambiano poiché in realtà non v’è alcuna frattura, nessun contrasto.

Come si giunge alla odierna Scienza dello Spirito? Per puro caso o dopo aver fatto “tabula rasa” di ciò che fummo? Certamente così non è. Le forze che ci hanno guidato verso la Scienza dello Spirito sono forze antiche e l’agonia sofferta nella volontà di comprendere il nuovo messaggio dello Spirito nasconde un avvenimento grande: la metamorfosi della Tradizione interiore, cioè ciò che non cessa mai di esistere; che per esistere è capace di morire e risorgere: impegno della sopranatura, amore possente che scavalca i secoli e le personalità apparse e scomparse in essi. Il filo mai spezzato è amore immortale: nella personalità in cui temporaneamente abitiamo, difficilmente palesa il suo volto. In rari casi lo palesa in un volto amato.

Dunque, su tale terreno, oggi mi spoglio di molte cose, sento che è cosa giusta abbandonare le vesti che non servono più alla mia anima essenziale…e in esse c’è molta antroposofia, quella che non serve a nessuno poiché è solo un saputo e la separo da ciò che rimane vivo, che ha impregnato carne e ossa: ciò che della Scienza dello Spirito è divenuto intimamente mio. Tradotta in semplice immagine, tolgo dal fiume dell’impermanenza una piccola gemma. Essa è l’eredità che trasmetto all’essere futuro come forza per continuare il cammino sulla nostra millenaria (infinita?) strada.

E siccome quel che brilla nella gemma è la quintessenza di una vita, per quanto ancora mi è possibile, traggo da essa qualcosa che possa servire anche nel presente. Verso coloro che seguono quel poco che posso dire cerco di promuovere gli atti più semplici, le letture fondamentali: perché sono convinto che la comprensione del nocciolo della Scienza dello Spirito e la disciplina che di necessità sfolgora in esso, siano il nocciolo segreto che molti cercano e difficilmente troveranno in mille nozioni o in segrete indicazioni e nel quantitativo.

Mi sento spesso incerto e sicuramente inadeguato circa una giustificazione solida per scrivere sul minimo che riguardi il terreno su cui si poggia la conoscenza e poi la pratica della disciplina fondamentale: devo fare un lungo viaggio nella memoria. Poi scopro che tante cose, in un certo senso dimenticate poiché assimilate, agli inizi mi sembravano montagne da scalare senza itinerari certi.

Al netto di tante letture, fu una scuola di grandi interrogativi però credo fosse una buona scuola poiché non dava mai rassicuranti certezze: piuttosto strattonava l’anima a proseguire, sempre valutando e spesso demolendo le certezze faticosamente guadagnate nei mesi e nelle precedenti settimane, obbligava a scrutare e scindere ogni riga letta e riletta. Inoltre forgiava una attitudine dell’anima a separare ciò che forse poteva contenere qualcosa di vero dall’idea patacca o dalla fiducia di comodo.

Pertanto, nei riguardi delle correnti sapienziali e nella Scienza dello Spirito in particolare, ebbi grande apertura d’anima: ma mai adesione cieca o fideistica: i cosiddetti punti fermi furono guadagnati con il bisturi della logica e l’assenso del cuore: comunque sempre ripercorribili (ri-sperimentabili) dall’inizio alla fine, messi alla prova davanti ad ogni nuova esperienza. Se una minima confutazione sembrava intaccarli, si ricominciava tutto daccapo. E questa fu la mia scuola in cui ebbi amici, taluni molto speciali, ma non maestri.

Ora, l’organo decisivo è il pensiero, su ciò spero che non ci piova: le esperienze non sensibili o illuminative certamente incitano, fanno toccare la realtà del sovrasensibile…ma sostanzialmente appartengono al singolo individuo, non modificano un pelo dei nostri simili.

Il pensiero invece può essere ripensato da chiunque, in tal senso è con esso che si comprende e si comunica perciò è stato il puro mezzo che i Maestri hanno usato.

Qualcuno, erroneamente, crede che ciò accada con sentimenti ed emozioni: non è vero: nel contingente il mio sentire rimane mio e, più nel male che nel bene, esso potrebbe coinvolgere altre anime più deboli, le subordinerebbe. E’ successo e succede di continuo proprio perché è l’opposto della libertà.

Il sentimento è corretto solo quando risponde al pensiero: è l’idea, guadagnata e liberamente pensata dal soggetto che deve infiammare il sentimento.

Anche se il maestro a scuola già ammoniva a “pensare con la propria testa”, questa è l’azione che rimane tra le più evitate. Scrive il Dottore nell’aggiunta al III capitolo del Filosofia della Libertà: “ Non bisogna far confusione fra l’avere immagini mentali e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante, come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare. Certo, qualcuno potrebbe dire: se si intende il pensare in questo modo, in questo pensare sta nascosto il volere, e allora non si ha a che fare soltanto col pensare, ma anche con la volontà del pensare. Questa osservazione, tuttavia, autorizzerebbe solo a dire che il vero pensare deve sempre essere voluto.”

E pensare volendo pensare è davvero difficile. Almeno per me non è nemmeno definibile.

Non occorre fare per forza la concentrazione: per liberare minimamente il pensiero dalla sua eco cerebrale (che continuiamo a chiamare pensiero) basterebbe e avanzerebbe ripensare autonomamente il pensiero espresso dalla Filosofia della Libertà o dal Trattato del Pensiero Vivente. Qui però si apre un abisso di incomprensione in cui cadono quasi tutti e che con questa ultima frase non ho neppure sfiorato. Pare che (quasi) nessuno comprenda che non basti leggere attentamente Testi come la Filosofia della Libertà: cosa già difficile ma questo è solo un gradino elementare.

Il fatto più importante e più incompreso è che le righe, le pagine portano con sé una continua esigenza di sperimentazione: l’usuale capire la riga o la pagina è un nulla al confronto (non solo afferrare i concetti ma tentare con essi vere e proprie trasformazioni). Già il brano riportato sopra in corsivo indica un pensare che quasi non c’è, non esiste e che dovrebbe essere conquistato.

Non v’è pagina che non indichi un processo qualitativo che andrebbe assunto nella propria anima e che comporta, quale soluzione, una operazione di pensiero del tutto reale ma ignota a ciò che poi Scaligero chiama “pensiero dialettico”: qualche salto mortale doppio o triplo sul trapezio alla radice del pensare: dove si tende e si spezza il rappresentare acquisito.

Nella vita comune è già difficile comprendere il senso delle due questioni che Steiner pone all’inizio della prefazione alla seconda edizione della FdL…figuriamoci pensare come “nostri pensieri” i canti e controcanti con cui Scaligero struttura i brevi capitoli del Trattato!

Molti credono che tanti lo facciano ma così non è. Mi ricordo assai bene, quando andavo a Roma per incontrare Scaligero, le figure che venivo a conoscere: per carità, tutti buoni e gentili. Tutti adoravano Massimo e lo ascoltavano come soldatini sull’attenti.

Ma poi se parlavi con loro, rimanevi spesso basito: quasi un mare magnum di sentimentalismo teosofico (mi spiace che qualcuno, leggendomi ora, possa sentirsi offeso, ma è quello che io e non solo, avvertii in quel tempo).

Da cui sorse il sospetto che, potendo avere la presenza di Scaligero in carne ed ossa, nemmeno leggessero seriamente qualche suo libro, nonostante i suoi ripetuti inviti a seguire quello che aveva comunicato negli scritti, utilizzando assai meno le sue conferenze.

Come si fa dunque? Ognuno dirà la sua mentre io dirò la mia. Innanzi tutto occorre abituarsi ai concetti. Occorre comprendere che le parole scritte sono l’occasione per capire. Capire è formarsi concetti corrispondenti. I concetti danno la comprensione, le parole per sé stesse no!

La connessione tra i concetti permette la vera comprensione del capitolo: se manca la connessione significa che la catena è spezzata. Se è spezzata è inutile. Significa che si erano assunte, qua e là, solo le vesti dei concetti, cioè le parole: riconoscibili certo, ma senza il concetto attinto non costituiscono comprensione: rimangono ad un livello conoscitivo alla pari di un sūtra o sutta scritto in sanscrito o pāli e non tradotto.

La prova è possibile ed è una vera prova: ripensare limpidamente tutti i concetti espressi nel capitolo: il primo deve agganciarsi al secondo e così via. Non va evitata la fatica di riformarli rifiutandosi di ripescare nel ricordo la spenta immagine di essi.

Quando si arriva a tanto, si è fatta allora una lunga pratica di pensiero desto, rigoroso e voluto. Sorge, dopo una lunga sessione in tale senso, per il pensiero con cui si pensava, una sorta di sfinimento, una stanchezza peculiare, poiché il pensiero, di solito, in sé non si stanca (la stanchezza interviene per altri fattori).

Allora può succedere uno strano fenomeno: si accende qualcosa. Se immaginiamo la coscienza come un luogo, possiamo sperimentare come l’Io si ritiri verso l’interno e acquisisca una certa immobilità. A compenso di tale immobilità si vedono scorrere diversamente i pensieri: essi diventano mobili, attivi, ricchi di “sostanza”: fluiscono portando in sé immagini vivide e vivaci. Sprizzano. Tutto ciò accade davanti ad una desta e quieta immobilità (riposo) della coscienza di sé.

Noi a questo punto non abbiamo ancora superata la condizione dialettica ma ne siamo al confine (l’individualità di Evola possedeva naturalmente questa condizione, poi forse perduta).

Infatti la “potenza” eterica, chiamata dal Dottore conoscenza per immagini, sta affiorando, è sul punto di affiorare. Tale successione di processi può sembrare inusuale per la coscienza comune e, in verità, lo è: ma potrebbe non esserlo per coloro che sanno insistere nello studio rigoroso e prolungato di qualsiasi testo fondamentale della Scienza dello Spirito. Proprio per questo Rudolf Steiner diede a molti che divennero suoi discepoli semplicemente un libro da “leggere” e rileggere per mesi o anni o sino a quando le frasi del testo non fossero divenute immagini dotate di vita propria.

E’ una condizione eccezionale, almeno rispetto alla coscienza stordita nel sensibile e, come capita sempre con le esperienze interiori vere, tutto ciò che sta sotto si rivela vuoto rumore di lingua che esprime solo le infinite sciocchezze cogitate dall’elemento banale dell’anima, quella sì, impura: dalla testa ai piedi.

Scrive Scaligero nella breve presentazione del Trattato:”…propone un compito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta…”

Ecco, probabilmente nel peggiore dei modi, ho indicato qualcosa di elementare in merito alle letture.

Alle letture “vive” vanno aggiunti gli esercizi. In generale si afferra troppo poco dei testi essenziali senza un’anima esercitata nella concentrazione, concentrazione meditativa e meditazione: le rappresentazioni preesistenti, irrigidite e ingombranti che automaticamente riempiono la coscienza ed il labile confine con la subcoscienza sbarrano il passo alla rivelazione che giace (e attende nella dimensione eterica, cioè vivente) nella struttura della Filosofia della Libertà o del Trattato del Pensiero Vivente, perciò occorre liberare una parte dell’anima, vuotarla dai propri abbarbicati elementi rappresentativi. In alternativa la lettura non si stacca dalla carta delle pagine e, al massimo, viene raggiunta una comprensione sterilmente razionale: limite mortale in cui non sono pochi coloro che di ciò si appagano con soddisfazione: sbarrando ogni apertura al livello reale dell’Opera.

Il primo giorno di quest’anno ricevo sul cellulare un augurio seguito da una lunga tiritera che mi pare come un grumo di farneticazioni spiritualistiche, poi mi accorgo che sono una decina di righe copiate da una conferenza del Dottore: dunque non mi ero sbagliato. Messe lì in quel modo erano soltanto sciocchezze di pessimo gusto. Mandatemi da chi crede che, messe in quel modo, siano qualcosa di importante. Questa è l’antroposofia di tanti.

Una cosa ancora. Si noterà che ho portato a modello testi impervi come la Filosofia della Libertà ed il Trattato del Pensiero Vivente. Ma se uno, per destino o altri fattori trovasse come sbarrata la via che conduce a questi Manuali tecnici di ascesa spirituale? Può trovare la via attraverso Teosofia o la Scienza Occulta, operando con ogni parola, ogni frase ma trasformando i concetti in immagini, unendo l’ immagine precedente a quella successiva e così via. Nemmeno ciò è “facile” ma può, per alcuni, essere in qualche modo più congeniale.

Poi ognuno faccia ciò che gli pare ma non mi stanco di consigliare anche qui i fondamentali e il meno possibile anche di questi, cercando invece costantemente l’obbiettivo dell’intensificazione della pratica e mai la ricerca dispersiva, curiosa ora con questo e domani con quello. Altrimenti si rischia l’intellettualismo e ci si arena lì. “Così deve essere, perché il Dottore, dopo aver dato una spinta verso il pensiero puro, dopo non ne ha parlato più. Cioè ne ha parlato nell’appendice di Iniziazione, ne ha parlato nel capitolo dell’iniziazione su Scienza Occulta, facendo però una parentesi, chiudendola perché è meglio non parlarne perché se no l’intellettualismo se ne impossessa. E l’intellettualismo è il vero nemico dello spirito. Quindi, vedete, né intellettualismo né assenza di pensiero. Bisogna che ci sia questo pensiero e sia santificato, ma questa è l’operazione della libertà. In questo pensiero c’è tutto il coraggio del mondo eroico di cui i kamikaze e i samurai furono capaci. Ma guardate anche il coraggio dei grandi yogi, il coraggio dei santi cristiani: tutto questo chiede oggi di rivivere in un atto interiore.” (Da una conferenza di Massimo Scaligero).

Una parte dell’anima è sempre ostile alla disciplina e all’esercizio interiore deciso, voluto e ripetuto in chiarezza di coscienza dall’Io. Mentre è decisamente benevola con gli ariosi sfarfalleggiamenti di piume e lustrini o con gli SMS del tipo di cui ho raccontato sopra.

La comprensione attiva dei testi e la magica forza suscitata dalla disciplina si rafforzano vicendevolmente. Così è sempre stato dai tempi più antichi, anche sotto altre forme, e Steiner, Colazza e Scaligero non hanno derogato da questo percorso di formazione; anzi in molti casi, da Essi furono indicati subito gli esercizi e consequenzialmente lo studio.

Solo deviazioni e tradimenti hanno portato la Scienza spirituale ad una controimmagine negativa di sé che ha separato queste pietre angolari.

Accorgersene è un evento importante che porta, in diversi casi, un pesante dazio sociale da pagare, poiché come dicevo all’inizio in diverso contesto si va controcorrente, spesso si è soli, costretti di fatto ad uscire dalle abitudini delle comunità, dei gruppi: persino dalle amicizie più fragili.

Come scrisse un mio amico su pagine diverse: poiché tanti commedianti, che a parole, si proclamano davanti alla maya del mondo antroposofi fedeli, “scambiano la solitudine per arroganza, la sofferenza per assenza di bonarietà, l’isolamento per aristocratica presunzione, il silenzio esteriore per interiore miseria, la semplicità per desolazione...” .

Niente di così nuovo: si impara con i colpi della vita ed i colpi della disciplina a poggiare progressivamente sul silenzioso essere che si è: solo da questo livello di assoluta moralità spirituale è possibile congiungere il pensare con il volere, cioè con “la base dell’equilibrio e della forza dell’anima” che può “aprire il varco al suo potere sovrasensibile”.

Ps: questa nota, per molte parti, risale ad un articolo di anni fa. Che però è stato revisionato, ampliato e approfondito.

SCIENZA DELLO SPIRITO

DEL CORPO SENSIBILE

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Passa un po’ di tempo e qualcuno mi fa osservare che si parla troppo poco di ciò che pare appartenere al mondo sensibile e che pure ci accompagna per tutta la vita: il corpo fisico-sensibile. Limitare il corpo fisico al solo corpo fisico già sarebbe un errore, poiché – come tutti sanno – una pura fisicità nemmeno esiste. Anzi esiste molto più in là dei concetti che ci appartengono e ovviamente alla direzione di queste righe. Essa, sul piano dell’esistenza terrestre sarebbe propriamente il cadavere dell’uomo, mentre l’uomo vivo ha la corporeità permeata dalla vita.

Dunque dovrei parlare di un corpo fisico unito ad un altro corpo: ad un corpo di vita. Nel linguaggio della Scienza dello Spirito chiamiamo tale temporanea unità come fisico-eterica. Perciò scusatemi se nel proseguire questa nota indico la nostra buccia semplicemente come “fisica”. Per il senso delle righe successive, ossia per il poco di cui scrivo, mi pare sufficiente perché va incontro a ciò che mi è stato domandato.

Un grande asceta del secolo scorso scrisse che il corpo fisico non è che uno “strumento e un’ombra”. E per le condizioni attuali ciò può essere sostanzialmente vero.

Il corpo fisico è soltanto lo strumento dell’Io ed è anche solo un’ombra scura se solo lo si confrontasse con la luce del Sole interiore.

Mi chiedo: è tale ombra utile allo sviluppo dell’anima ed è forse possibile che, coltivando lo strumento, esso sia di qualche utilità per le vite che verranno dopo questa?

In generale, ogni volta che l’anima si incarna in un corpo nuovo, viene con l’intento di vivere nuove esperienze che l’aiuteranno nella sua maturazione. Di vita in vita l’entità spirituale si contrae nella forma, diviene a caro prezzo una personalità cosciente e indipendente e che, a gradi sempre maggiori di sviluppo, può scegliere non solo il momento della propria incarnazione, ma il luogo, lo scopo e l’opera da compiere. Chi lo può di più, chi lo può di meno : è un processo evolutivo, cioè in un continuo divenire.

Comunque è il corpo che sostiene la coscienza ordinaria, lo dimostra una martellata sulla testa o meno violentemente, una condizione qualsiasi che provochi un minor afflusso di sangue ossigenato al cervello. Esistono persino dubbie correnti spirituali che operano con un calcolato strozzamento per portare la coscienza su altro piano: queste pratiche sono pericolose per diversi motivi. E tornando alle situazioni comuni, un disturbo organico determina quasi sempre un cambiamento temporaneo di umore, di carattere e indirizza il pensiero su binari particolari.

Quando nasciamo, il rapporto col corpo è tenue: con esso non ci siamo ancora confrontati e la coscienza, nei pochi casi in cui è desta, è diffusa come un alone e vede molto attraverso la madre. Sa molto con estrema precisione, ma poiché non ha ancora nulla su cui riflettersi, non può dire “io” a se stessa, non possiede pensiero autonomo: dunque non può riflettere su nulla di ciò che percepisce: è coscienza che nulla sa di sé.

Immergendosi progressivamente nel corpo, l’essere umano entra nell’oblio, la durata del quale è, anche in quel periodo più soggettiva di quanto si pensi: può essere inframmezzata a risvegli. Poi, come tutti sanno, nel terzo anno di vita, svolte le tre grandi operazioni del verticalizzarsi, del parlare e del pensare, l’essere inizia a riferirsi a sé stesso come ad un io. Sono eventi grandiosi che vanno ben oltre le ordinarie leggi di natura (un intuitivo pedagogista disse che “il più era fatto” per la totale biografia umana.).

Nonostante si sia già in grado di afferrare i concetti universali, la coscienza è semi sognante. Tale condizione, anch’essa in divenire, dura molti anni poiché le forze animiche devono operare nella corporeità, plasmarla: appena dopo due decenni si potrà parlare di una coscienza desta; nel frattempo le attività della veglia e del sogno si frammischiano, tant’è che molti ragazzini vivono più nella fantasia che nel mondo sensibile.

E’ del tutto possibile che in questo lungo periodo, l’entità umana possa, talvolta, percepire da sveglia alcune attività che appartengono allo stato di sogno, ovvero non sogni ad occhi aperti riproducenti le condizioni notturne più arbitrarie, ma immagini e azioni soprasensibili.

Quando l’entità animico-spirituale, secondo forze che variano per ciascuno, termina il suo inserimento nella corporeità, la destità per il percepito (corpo compreso) si fa massima per molti decenni: essa comporta la migliore consapevolezza di sé corrispondente e la più robusta attività nel pensiero ordinario.

Il corpo, salvo malanni passeggeri, è diventato davvero un buon veicolo, utile ma poco percepito: ora è davvero un’ombra di sé. Non percepire troppo intensamente corpo e organi è segno di salute: condiziona il meno possibile le nostre attività, che sono sempre interiori anche quando siano immerse nelle produzioni sensibili.

Allora è giustificata la domanda circa le chiacchiere di questo articoletto?

Ma insisto, poiché sono sempre due gli elementi che concorrono alla nostra adeguata incarnazione.

Quando ci svegliamo dal sonno possiamo anche constatare che sono due i mondi che concorrono al nostro divenire svegli: uno di questi è l’apparente oggettività persistente di quello che ci attornia; l’altro è il mondo del pensiero, dei concetti: altrettanto concreto e reale. Infatti capita a tutti, alle volte, di aprire gli occhi ma per un attimo di non sapere nulla: di chi si sia, di dove si sia, ecc. Poi interviene la mente e tutto va a posto.

Se l’attività interiore non ritrovasse la sua buccia fisica e se la buccia fisica non fosse in grado di accogliere l’attività interiore, di noi in quanto uomini terrestri cosa ne sarebbe?

Voglio, una volta tanto, dirigere l’attenzione sul corpo fisico, così come viene sperimentato nella nostra attuale condizione di consapevolezza e percezione. E rivalutare la sua coltivazione, ragionata e consapevole. Poiché con ciò aiutiamo allo stesso tempo la crescita dell’anima, il suo progresso e la sua illuminazione.

L’educazione fisica consiste nell’immissione di consapevolezza nel corpo. Che lo si sappia o lo si ignori, resta un fatto che ha la sua importanza.

Quando ci concentriamo per far agire i muscoli in accordo con la nostra volontà, quando ci sforziamo di rendere più elastiche le membra, a dar loro una agilità o una forza o una resistenza che è superiore a quanto abbiamo avuto in dote, infondiamo nella sostanza di questo corpo una forma di coscienza che esso non aveva e ne facciamo uno strumento che progredisce mediante questa azione.

Non è l’unica cosa che dia coscienza al corpo, ma è cosa che agisce in modo generale e questo è piuttosto raro. Come, al contrario, non è raro vedere persone (sane) che camminano in maniera disarmonica, che trovano difficoltà nell’esercitare la presa delle dita, che posseggono una sorta di deficit nell’equilibrio e che, persino, non sanno sdraiarsi o alzarsi senza manovre goffe e pesanti.

Per contro, l’artista come il pittore, lo scultore infonde coscienza nelle braccia e nelle mani e mi sembra, a ricordo, che uno tra i primi esercizi dati dal Dottore per la fanciulla che sarebbe divenuta una tra le prime euritmiste fu di farle scrivere con le dita dei piedi. Questa azione che può apparire stravagante, aiuta la coscienza a impadronirsi, in certo qual modo, delle gambe e dei piedi, per i quali, di solito, ci si accontenta che funzionino con automatismi acquisiti.

La cultura fisica ha un’azione generale. Quando i risultati sono visibili, quando si osserva a quale punto il corpo possa venir perfezionato, è anche possibile intuire come ciò possa essere utile all’azione dell’essere animico-spirituale che, possedendo un mezzo organizzato, armonioso, forte e agile ad un gradino superiore, è favorito considerevolmente nel suo lavoro.

Sono poche le persone che praticano l’educazione fisica con questo scopo, ma che lo sappiano o meno, il risultato c’è. Se si è un poco più sensibili dell’ordinario sognante, vedendo i movimenti di un essere che ha fatto molta pratica nella cultura fisica ragionata e metodica, si vede come essi siano pervasi da una luce, un’armonia, una vita che non esiste nelle persone comuni. La grazia di una danzatrice o la possanza di un pesista sono percettibili anche quando i suddetti siedono fermi dal parrucchiere o barbiere. Beninteso, se si guarda.

Ci sono molte persone che vedono (pensano) la cosa esteriormente, astrattamente e dicono che a far forza e muscoli bastano i mestieri pesanti, che almeno sono produttivi, che “servono a qualcosa di utile”.

E’ un’ignoranza bella e buona (tipica negli intellettuali di testa) poiché c’è un’essenziale differenza tra i muscoli che sono stati sviluppati mediante un speciale utilizzo, localizzato e limitato e muscoli coltivati insieme volontariamente e armoniosamente che, secondo un programma d’insieme, non lascia indietro nulla senza disciplina, lavoro ed esercizio controllato.

Le persone che, per la loro occupazione, sviluppano particolarmente certi muscoli hanno sempre una deformazione “professionale”: ciò non aiuta minimamente il progresso interiore.

Da un certo punto di vista l’intera vita aiuta necessariamente il progresso interiore, ma così lentamente che l’entità animico-spirituale dovrà reincarnarsi tantissime volte per giungere ad un grado elevato.

Posso dire, senza troppo rischio, che la cultura fisica è la disciplina ascetica del corpo e che ogni disciplina ascetica aiuta e affretta il passo sulla via della meta.

Tanto più coscientemente venga eseguita, tanto più il risultato è rapido e generale e anche se si fa senza vedere oltre la punta del naso, si dà un aiuto allo sviluppo totale.

Sottolineo che ogni disciplina, qualunque sia, se la si esegue con rigore, con sincerità e volontariamente, è sempre un aiuto considerevole. Disciplinarsi vuol dire affrettare l’avvento di una nuova vita di realtà superiore.

Così com’è, il corpo fisico è ombra, riflesso del principio saturnio e solare, ma quest’ombra possiamo renderla capace di un progressivo sviluppo e l’Io che si rende capace di svilupparla ora ne sarà capace in ogni ulteriore formazione individuale (incarnazione). Finché potrà produrre una condizione in cui la vita fisica e la vita spirituale forgeranno una unità di luce, forza e consapevolezza.

Una nota aggiunta: molti lettori di Eco non sono giovani e ciò potrebbe far loro pensare che quello che ho scritto non li riguardi affatto. Invece, a mio parere, potrebbe interessarli come e più di un giovane. Chi è “malandato” troverebbe grande giovamento dalla “ginnastica posturale”, naturalmente sotto la guida di laureati esperti. Per tutti gli altri, lo stretching, gli esercizi di mobilitazione, di coordinazione, di potenziamento, di equilibrio (importantissimi) e infine con piccoli attrezzi e una regolare passeggiata sull’imitatore di sci di fondo (ellittica) o tapis roulant o cyclette, accompagnati da un miglioramento nella respirazione, porteranno benefici impressionanti nella vita generale. Potreste almeno fare gli esercizi base dell’euritmia con la verga di rame alla sera e le 12 posizioni in sequenza dinamica del Surya Namaskara al mattino: salute accresciuta e benefici assicurati.

Un esempio abbastanza facile può essere questo: prendete dal Hatha Yoga un āsana tra i più semplici: il Vrksāsana o posizione dell’albero. Si tratta di piegare una gamba al ginocchio e di portare il tallone all’attaccatura dell’altra coscia per poi bilanciarsi sulla gamba diritta. Rimanere in equilibrio su una gamba sola per pochi secondi e poi ripetere con l’altra gamba. Può sembrare difficile ma si impara presto. Quando ci riuscite per mezzo minuto vi accorgete che una forte sensazione di equilibrio trapassa dal corpo alla psiche. Così accrescerete un senso interno di stabilità ed equilibrio favorevole alla vita di ogni giorno.

Anche per queste attività, meglio sarebbe non iniziare col “fatevelo da voi” ma sotto la guida di attenti insegnanti (persino un idoneo respirare sotto sforzo deve essere insegnato: tutti respirano ma quasi nessuno sa respirare). Le carenze nell’uomo moderno sono preoccupanti: spesso è necessario un ciclo di propriocezione guidata da figure professionali: persone rovinate da incidenti o ictus vengono riabilitate con spugnette di diverse densità!

Sono tante le cose che andrebbero valutate ed esaminate con cura ma questo Sito non paga abbastanza gli articolisti, perciò rimango sul generico e anzi qui mi fermo.

Insomma, senza eccessi fate qualcosa di disciplinato per il corpo: esso vi sarà grato e vi ricambierà generosamente!

ALTRO, SALUTE

STEINER E LA COMUNITÀ’ INTERIORE

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E’ sempre una buona cosa ricordare, con immagini e parole la figura del Dottore. Però ciò appare quasi sempre come un azione strumentale: condotta al fine da riempire una pagina di carta o una videata. Così si va sul sicuro: diventa incontestabile per chi segue, in ogni maniera possibile, la Scienza dello Spirito. Persino dove essa funge da piedistallo per i poveri, illusori fasti personali.

Difficile che venga posta con la devozione o almeno il rispetto minimo con cui essa andrebbe configurata. Questi caratteri interiori dovrebbero essere sostanza di realtà e se mancano, magnificare Steiner o una capra, l’insignificanza è la medesima.

Può colpire come particolarmente tragico il fatto che questa miseria coincide con l’enorme acuirsi dei conflitti sociali che inesorabilmente spingono verso decisioni gravi.

Che la crisi della società venga appunto a culminare in questi tempi, pone in misura tutta speciale davanti alla nostra anima il problema come una questione di coscienza.

Ciascuno di noi dovrebbe porsi la domanda: dove sta il nostro dovere?

Dobbiamo cercarlo in una comoda tolleranza che, per evitare la lotta e serbare di fronte al mondo l’apparenza della fratellanza, lascia correre le cose come vogliono, sacrificando così il voluto ideale di una spiritualità pura e cosciente e distruggendo a priori ogni tentativo nuovo di comunità che si dedichino su basi rigorose allo studio e all’esercizio della conoscenza dello Spirito?

Oppure sta nell’impegnare tutte le nostre forze affinché si adempia il massimo desiderio nutrito da Rudolf Steiner per il movimento da lui fondato, e cioè che di esso si fosse potuto dire: è esistita una volta, dedita allo studio dell’indagine spirituale, una Comunità che non ha tollerato, là dove esso voleva imporsi, un vano giocare all’esoterismo, ed ha impedito che nel proprio seno, si affermasse la volontà di dominio che su quello s’appoggia facilmente, aprendo le vie alla ciarlataneria.

In ciò sta il massimo pericolo per ogni società che si occupa dei risultati dell’indagine spirituale; poiché essa è sempre esposta ad essere invasa dai più svariati elementi; è un pericolo a cui soggiacque spesse volte nel corso dei tempi, e a cui si può sfuggire solo vigilando con la massima severità.

Da questo deriva la quasi naturale predisposizione del mondo, che occultismo e ciarlataneria vadano sempre uniti.

Infatti il mondo si occupa solamente dei ben noti personaggi, molto in vista che, spinti dall’ambizione, vogliono soltanto con questo mezzo, crearsi un nome e una posizione nel mondo, per venire, per quanto possibile, sollevati in alto dai flutti della vita sociale e politica.

Oppure vi sono tante piccole esistenze oscure, che usano la loro medianità a scopo di lucro e quindi soggiaciono facilmente alla tentazione di ingannare.

Colui che nel campo dell’indagine spirituale è puro, grande e incorruttibile, viene, come ben si sa, deriso, crocifisso o bruciato , e solo poi riconosciuto, forse dopo secoli, da un’umanità che nel frattempo, per la sua opera, è stata innalzata di qualche gradino.

Quando un tale martire ha lasciato la terra, proseguono a coltivare il suo lavoro i gruppi di uomini radunatisi intorno a lui perché da lui potevano ricevere risposta ai problemi che li assillavano: ora, se riconoscenti, essi vogliono trasmettere ad altri quell’opera che insegna le vie del progresso spirituale.

E quando l’opera è cresciuta, quando comincia ad essere radicata nel mondo delle anime, si accostano di più in più anche coloro che vogliono trovare in essa un campo dove esercitare la loro volontà di dominio e raggiungere ciò che altrimenti non è facile trovare nel mondo, un podio per salire più rapidamente.

Il bisogno che essi hanno di farsi valere trova un ostacolo nelle forze più modeste e meno egoistiche, che in quel campo hanno dovuto faticosamente creare, ed ora gli ambiziosi cercano di spinger quelle da parte, per brillare loro.

E se hanno ingegno, lingua lunga, molta cocciutaggine, pochi riguardi per gli altri, vi riescono facilmente. Poiché in una fratellanza consacrata a mete ideali, non si suppone, a tutta prima, che gli uomini che ne fanno parte possano volere il male: si è fiduciosi, fidenti.

E ciò fornisce il terreno propizio per molte oscure tendenze.

Quegli ambiziosi ingannano talmente sé stessi, possono essere così convinti di sé, che non riesce loro difficile convincere anche altri.

E molto si può raggiungere per mezzo di allusioni mistiche, quando si crede fermamente in sé stessi!

Ma il maestro al quale si aggrappano, che vede intorno a sé queste aspirazioni, questi sforzi, che deve dare un posto alle diverse facoltà, dice, se è un vero occultista: “Come non apro il cassettone chiuso di un altro per scoprire cosa esso contenga, così non mi è lecito, come occultista, scrutare le pieghe segrete di un’anima, per indagare cosa possa giacervi nascosto.” Già il pensiero, che dietro alle pretese buone intenzioni, si nasconda dell’altro, rafforza il male ancora nascosto nel subconscio.

Il pensiero di un occultista, nel mondo animico, è una forza assai più vigorosa del pensiero astratto ordinario. Perciò esso si proibisce quel pensiero anche quando ha ragione di presentirlo, anche quando, per questa ragione, egli a tutta prima ha rifiutato rapporti più stretti con tale discepolo.

“L’occultista deve lasciarsi ingannare...” Anche queste sono parole che Rudolf Steiner ha pronunciato.

Tragiche parole, perché hanno conseguenze ineluttabili, e perché il Maestro prende su sé il Karma del discepolo. Sempre di nuovo vi furono dei casi in cui si vide questa tragicità estrinsecarsi in tutta la sua grandezza.

Quando nei discepoli si palesavano la vanità e l’ambizione unite a frascherie mistiche, come le ciance intorno alle incarnazioni passate, Rudolf Steiner soleva dire: In una Società vastamente diramata, cose siffatte non si potranno mai totalmente impedire: si potrà venirne a capo, purché non ne entri mai nulla nella Direzione: se questa resta immune, si riuscirà ugualmente a tenere alto il livello della Società.

E sotto la sua direzione il livello fu sempre possibile: si riconosceva come naturale e indiscutibile la sua autorità…a meno che, per vanità offesa non si fosse usciti dalla Società e divenendone nemici giurati.

Naturalmente, coloro che a bella posta si oppongono agli influssi del massimo bene, si aprono tanto più ai nascosti sentimenti di odio, e in loro il male si accumula in misura stupefacente, diventa più forte di loro, si agglomera, ed ha inoltre la pericolosa qualità di agire suggestivamente, con la sua forza demoniaca, sugli altri.

Così si spiegano molte cose, altrimenti inspiegabili, nei tristi destini della Società Antroposofica e nella sorte, davvero inconcepibilmente tragica, della generosa Guida degli uomini.

Sul terreno di fatti così negativi, simili alle ombre che accompagnano la luce del sole sulla terra, germoglia poi tutto ciò di cui si impadronisce l’odio che esiste nel mondo circostante, per denigrare una figura radiosa, per rimpicciolire il grande.

Coloro che hanno sperimentato come possa venir odiato in un uomo ciò che è spiritualmente eccelso, come ciò sia insopportabile alla meschinità circostante, riconoscono che il loro compito più grande è quello di salvare, non solo la purezza della sua immagine, ma anche quella della sua opera, conformemente al suo desiderio così chiaramente espresso a questo riguardo.

Perciò non devono sottrarsi alla lotta per salvare la purezza di quest’opera, anche se avrebbero prescelto di ritirarsi piuttosto loro stessi.

La lotta viene loro imposta a forza, e diventa allora un dovere; e col riconoscere questo dovere la necessità della lotta s’accresce, dovesse pur l’anima spezzarsi.

Ma forse, appunto per questo, verrà un giorno in cui si potrà dire: Sono esistite delle comunità, che almeno hanno cercato, con tutte le loro forze, di tenere lontano da sé ciò che sempre di nuovo ha abbassato e indebolito altre fratellanze del genere.

Forse che il franco guardare in faccia i propri errori può far progredire tutta una comunità sacra di quanto occorre, affinché le manchevolezze solite di tali associazioni non si ripetano in eterno.

Forse che solo per questa via è possibile la formazione di una coscienza fondata sull’Io, in interi gruppi umani. Poiché, ove non vi fosse la lotta per riconoscere gli errori che si insinuano in unioni più numerose di uomini, non vi sarebbe nemmeno una possibilità di sviluppo per gruppi umani, né superamento cosciente dei relativi e purtroppo sintomatici fenomeni negativi, né ascesa a più alti gradi di comunità: così l’umanità, non solo si consoliderebbe nel materialismo e vi affonderebbe, ma cadrebbe in preda alle demonìe.

Oh, ben si sa, in quel regno, perchè le cose ci vengano rese così difficili: essi vogliono che la Terra appartenga a loro, e combattono per assoggettarsi i poveri uomini.

Quanto poco il Dottor Steiner si sia sottratto alla lotta contro sempre rinnovati assalti, appare da molti e molti dei suoi discorsi, e da molte introduzioni e chiuse dei suoi cicli di Conferenze. Cito ad esempio le parole con cui conclude le sue conferenze a L’Aja (1913), il primo ciclo dopo la separazione dalla Società Teosofica. Esso è uscito in forma di libro, col titolo scelto allora da Rudolf Steiner:”Quale importanza ha l’evoluzione occulta dell’uomo per i suoi involucri e per il suo Sé”. Nelle sue parole d’addio, egli vi parla della liberazione da ciò “che, in un certo modo, ci ha pure imposto dei ceppi, ceppi che, se vogliamo veramente progredire secondo le esigenze dell’evoluzione spirituale umana, ci sarebbero diventati, di giorno in giorno, più insopportabili…vennero interrotte forme di pensiero che hanno prodotto un certo influsso ostacolatore…E’ per noi una liberazione: pensieri che prima ci ostacolavano, devono ora come esulare dalle nostre file, veramente esulare…pensieri che prima operavano, non voglio dire come, in seno al nostro lavoro”.

Quindi egli continua: “Molte cose dovranno venir comprese, poiché il modo come, per es. si sono comportati i nostri avversari in Germania, e che ci ha portato alla necessaria difesa, ha mostrato ovunque, in ogni punto, il contrario di ciò che deve essere il modo di lavorare di un vero movimento occulto, ha cioè mostrato ad ogni proposito, una smania di tiranneggiare, rivestita di obbiettive menzogne. Un vero occultista non può che arrivare a non voler avere nulla da fare con coloro dei quali sa che non possono essere dei suoi. E cioè a non volerli avere nelle sue file. Questo è l’unico principio che può regnare in un movimento occulto: lavoro positivo e diritto di non occuparsi di coloro che lavorano su un altro terreno…Questa è stata l’unica pretesa che sia stata sollevata nelle nostre file. E chi esamina la cosa, potrà appunto vedere realizzato nelle nostre file questo sacro, antichissimo criterio di una vera comprensione dell’occultismo. Era infatti derisoria, per un vero occultista, la pretesa che la Sezione tedesca dovesse accogliere ognuno che volesse appartenervi per opinione propria e non secondo la valutazione della Sezione stessa. Ciò che allora chiedevano a noi i nostri avversari, e a cagione di che ci hanno scagliato contro ogni sorta di menzogne, equivaleva al fatto che gli uomini non dovessero camminare sulle gambe, ma sulla testa. Solo che al tempo nostro non si perseguono le cose fino alle loro ultime conseguenze”.

Ciò contro cui il Dottor Steiner ebbe a lottare è mostrato anche dal passo seguente: “Si è già arrivati al punto che in uno degli ultimi “Bollettini” si è dovuto dire che uno dei rappresentanti del sistema Besant in Germania ha detto persino che egli non comprendeva come mai quel singolare ragazzo (s’intende il giovane Krishnamurti) avesse potuto passare per una evoluzione come quella che si diceva avesse passato. Poiché, scrive quel signore, Annie Besant fa pompa di lui come futuro Cristo. Ma chi ha letto le non so quante incarnazioni di quel singolare ragazzo, saprà bene che Annie Besant non intende parlare di lui come fosse il Cristo dei Vangeli; essa dice solamente (dice quel signore) all’umanità europea, che colui che essa non ritiene essere il Cristo, è il Cristo.

Orbene, io credo che se è possibile che qualcuno stenda sulla carta simili cose, è già una prova sufficiente di fatti che non vogliamo più oltre caratterizzare.

Dunque, quanto avvenuto può veramente significare una liberazione. Voi pure lo avete sentito in questo ciclo che è stato per me, in certo senso, molto serio e solenne, perché è stato il primo ciclo del nostro nuovo Lavoro, nel nostro nuovo produrre. E in verità, solo il sentimento del dovere di questo nuovo produrre, ci ha dato la possibilità di sopportare con una certa equanimità tutto ciò che ci si è accostato in modi importuni, disgustosi e sfrontati.

Fate dunque sì, miei cari amici, voi tutti che avete potuto parteciparvi, che questo ciclo venga sentito nei nostri cuori come una certa inaugurazione di un nuovo periodo di lavoro.

Così vi ho salutati al principio, e così penso, siamo stati uniti in questo tempo in una intonazione armonica concorde.

E se, miei cari amici, questa volta non abbiamo veduto insieme a noi, taluno che forse vi sarebbe stato, ove i fatti precedenti non si fossero svolti possa qualche altra cosa, se noi la sentiamo nel giusto modo, sollevarci ben al di sopra di tutto questo”.

Forse tali parole paiono ora superate dai mille avvenimenti successivi, oppure possono sembrare poco incisive o astratte, ma se comprese oltre il recinto categorico di spazio e tempo, se accolto il loro senso nella coscienza meditante, fanno – insieme a tante altre – da cartina tornasole per l’anima, così che ognuno giudichi da sé su quale possa essere la reale cifra dello spirito che suggerisce le sue azioni.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ ILLUSIONE delle FORME

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Talora accade – quasi fosse a caso – che una serpentina musicalità, anche una sola, vibrante nota, suoni nel cuore e nel sangue di un uomo e lo renda dolorosamente sensibile alle catene a cui si tiene asservito. In queste catene egli ha creduto di amare molte cose di sé o del mondo, anche se per esse ha dovuto sempre complementarsi con la morte.

Piagato dalle catene egli inizia ad aspirare ad una liberazione: è come se una candela venisse accesa nel buio. Attira nella sua aura una genia di maestri, seguaci e succubi: avidi di ghermirlo con le catene ulteriori dello spirito contraffatto che giganteggia nell’obbedienza, nel sacrificio, nel simbolismo, nella rituale osservanza.

Non tutto resta buio: nelle anime sane o segnate, il male incita il bene e una frase remota o un breve incontro sono i minuti veicoli di grandi scelte: in chi porta il segno dello spirito l’ostacolo non prevale.

Però sono (e sono state) non poche le creature irretite nel metafisico campo di prigionia allestito da mediocri orientalisti o disinvolti manipolatori di sacri simboli, ombre meccaniche dei tanti strutturalisti e comparativisti che imperano nelle Università e nelle Associazioni culturali.

Per usare umida metafora, le anime appaiono, di questi tempi, semi sommerse nell’informe di acque che mareggiano a moto continuo, spruzzi e riverberi scivolosi di spiagge sassose, quasi che gli uomini non meritassero neppure i cimenti rocciosi che hanno caratterizzato buona parte del secolo scorso.

La pletora di ciarpame umidiccio esiste, è pure abbondante: iniziati imprenditori, divulgatori di pseudo digesti, blasonati ciarlatori: ominidi bidimensionali astutamente assurti in veste di mirabili mentori di piccole folle avide di follia.

Il ricercatore dotato di tormento interiore o di discriminazione conoscitiva, sente, intuisce o sa che un vero esoterismo inizia con la percezione diretta delle Forze, ossia da una posizione dinamica del tutto estranea alla cultura esoterica, al romanticismo esoterico ed al bazar dell’occulto, i quali non smuovono alcun limite al desolato quotidiano, ma anzi ingravidano il sordido e l’abbietto – nascosto in statiche e languide rappresentazioni – di cui è capace l’anima nelle sue lande crepuscolari.

E’ possibile dire che dietro lo scenario ingenuamente consolante di un vasto e rinnovato interesse per le antiche vie sapienziali (vedi Yoga e Tantrismo) non ci sia nemmeno una esigenza di tipo mistico-religioso ma piuttosto una larvale tensione psichica verso un mondo trasognato, intermedio – potremmo chiamarlo “junghiano” – che pare sufficiente a fornire quelle evasioni a cui altri disgraziati si dedicano esaltando o deprimendo funzioni organiche con la chimica delle sostanze psicotrope.

Il ricercatore sveglio attraversa e supera o evita tali malsane contrade. Se animato da attitudine più alta ed orientato ad Oriente, giunge alle indicazioni sorgive dello zen, dello yoga e parimenti ai più limpidi testimoni contemporanei di tali sentieri: Sri Aurobindo, Ramana Maharshi, Paramansa Yogananda, ecc.

V’è un mondo o un sopramondo in cui i giganti dello Spirito possono incontrarsi? Credo di sì: hanno tutti qualcosa in comune: una ricerca individuale senza filologie del Sacro, una illimitata audacia, attinta all’inesauribile siderea sostanza dell’Essere.

“Il samadhi è un’evasione…” scrive Aurobindo (Guida allo Yoga, pag.58. Roma 1975). In Aurobindo il suo “Yoga integrale” non si fonda sulle note tecniche del Hatha yoga, Jnana yoga, ecc. con la panoplia di pranayama, asana, mudra, mantra.

Yoga integrale è yoga non frammentato, yoga della consacrazione della coscienza, della vita e del corpo alla universale potenza della Vita Divina. Qui, dove l’uomo si trova, incarnato nella fisicità più densa, deve penetrare la Luce: fino alle oscure potenze della vita organica. Tutto va rovesciato e reso strumento della vita supermentale: impresa non contemplata nell’ortodossa ascesi yoghica, né dai coronamenti del Nirvikalpa samadhi né dalla liberazione Kaivalya mukti. “Il fine dello yoga è sempre difficile da raggiungersi, ma il nostro è ancor più difficile di ogni altro; esso è solamente per coloro che…sono risoluti ad affrontare tutto e a correre tutti i rischi...” (Op. cit. pag. 74). “Il fine del nostro yoga non è solo l’unione con la coscienza superiore, ma la trasformazione, tramite il suo potere, della coscienza inferiore, compresa la natura fisica” (Op. cit. pag. 83).

F. Hiebel, (tradotto senza alcuna utilità o virtù, in italiano) che fu formale presenza nell’Edificio, dalle pagine del “Das Goetheanum” da soldatino attento alla propria funzione di astratto teorico dello Spirito, attenendosi all’analisi della terminologia dell’asceta bengalese, contestò ad Aurobindo un indirizzo estatico, dunque incapace di cogliere le esigenze individualizzate dell’uomo “cosciente”. Contento lui che aveva visto subito in A. Steffen il continuatore dell’opera del Dottore.

Lasciamo parlare Aurobindo: “ Ciò che noi intendiamo quando parliamo di Vita divina è il compimento spirituale dell’impulso alla perfezione individuale e alla pienezza interiore dell’essere. E’ la prima condizione essenziale di una vita veramente umana sulla terra e ciò giustifica di fare della perfezione individuale la nostra prima preoccupazione. Se la verità del nostro essere è spirituale e non meccanica, allora deve essere il nostro stesso essere a determinare la propria evoluzione. La legge del karma è solo uno dei processi di cui a tal fine si serve. Il nostro Io deve essere più grande del karma. E’ inconcepibile che il nostro spirito sia una macchina nelle mani del karma.” E, aggiungerei, delle traduzioni inanimate della tradizione in Occidente.

Su tali parole anche l’occidentale cosciente potrebbe riflettere, laddove l’idea del karma (così necessaria all’uomo moderno!) porti ad un passivo (e naturalmente virtuoso) abbandono di sé a quanto succede e trascina quando l’Io venga scartato.

Indubbiamente è vero che luminose figure come Aurobindo o Ramana si muovono nello spazio dell’uomo orientale che però non sempre coincide con gli ambiti geografici attribuiti a questi o a quelli. Vi sono discepoli che non sopportano le contraddizioni culturali e metodologiche tra l’opera di Aurobindo e quella del dott. Steiner, ma ciò rimanda solo alla mancanza di esperienza e all’incapacità di sentire fiducia nell’azione provvidenziale del Mondo spirituale: mai unica e uniforme ma piuttosto articolata secondo necessità e rispondenze diverse.

Il problema di una comprensione vera con simili ascesi non sta tanto nella loro eterodossia ma piuttosto nell’ampia incapacità umana di trovarsi in possesso di talune qualità elementari ed imprescindibili a tali vie.

Però è anche vero che col samadhi non si risolve l’enigma che la coscienza normale offre attimo dopo attimo: tra il conto della spesa e il samadhi non v’è filo che l’Oriente sia in grado di tendere.

Autorevoli indicatori quali l’Evola, il Guenon e, su diverso piano Mircea Eliade, Aldous Huxley e altri ancora, hanno scelto il metafisico Oriente abbandonando l’Occidente alla sua compiuta desacralizzazione.

Inclini alle manifestazioni culturali dello spirituale, non hanno neppure sospettato che lo Spirito, ridotto da essi ad apparato o cosa, sia presente e vivente. E che non va o viene ma presenzia tutta la realtà e persino quanto in essa sembri esterno ed estraneo. Quando esso venga ridotto a identificarsi in sistemi o rituali, in mancanza dei quali pare non esserci, è questo il metro realistico della profondità di simili indicatori.

Nel più eccezionale dei casi il limite interiore di tali anime si riassume nel sintetico assunto che la via sarebbe l’arresto delle funzioni mentali. Condizione plausibile prima di Buddha e del Cristo. Poiché evitando le funzioni si evita l’esperienza del loro determinarsi nella conoscenza del mondo esteriore.

Infatti il mondo greco, la nascita della filosofia, lo studio matematico, lo sguardo artistico del corpo divengono sviluppo delle determinazioni: la logica, la filosofia della natura non si estinguono nella funzione conoscitiva ma sono formative di un’autocoscienza che nasce e cresce da una premessa e verso direzione opposta al senso intimo dell’antico yoga. Ora è la forza della determinazione che deve essere posseduta.

In quanto occidentali, sarebbe solo ignoranza prendere posizione contro lo yoga, mentre sarebbe vitale rendersi conto che la dinamica pensante a cui si attinge ora, sia per l’ordinario che per l’iniziale passo nella ricerca spirituale è polare rispetto all’antico conseguimento yoghico di liberazione e alla basale struttura dell’asceta antico.

E’ un dato facilmente sperimentabile (specie per anime che già furono operanti in Oriente) il fatto che attualmente con il sādhana di un tempo si possa scivolare agevolmente ad una “trance” povera di coscienza e ricca di fenomeni extrasensibili. I tanti che godono di questa condizione dovrebbero riflettere su quanto può valere una coscienza desta, anche se apparentemente priva di esperienze speciali (è questo il fondamento delle strane paure che poi vengono addebitate alla concentrazione: può succedere che durante i primi tempi della pratica, l’operatore non si accorga minimamente di scivolare dalla destità al trasognamento, situazione superabile con uno sforzo giornaliero e con la moralità intrinseca al pensare).

Tutto questo non inficia l’altissimo valore di asceti del calibro di Aurobindo o Ramana: essi hanno intuito (sperimentato) il mutato assetto della coscienza umana e, di conseguenza, di rinnovate modalità operative: per diretta esperienza individuando nell’Io il senso delle discipline o percependo che una vera liberazione non dovrebbe eludere la sfera dell’incarnazione.

E’ auspicabile, per l’occidentale moderno, un sentiero che parta dalle sue peculiari condizioni di coscienza, estranee alle nobili forme dell’antica tapasyâ, temporaneamente valide per l’asceta in ritardo o come ricapitolazione di remoti percorsi. Rintracciare in Occidente il filo di insegnamenti autentici può sembrare vano se si è sonnambolicamente aderito al ripiego orientalistico degli orientatori professionisti: occorre non cadere nell’errore di confondere la Tradizione perenne col prodotto dei sistemologi (è quasi divertente assistere a dibattiti accesi in cui, all’esaurirsi delle raffinatezze, uno accusa l’altro di essere meno tradizionale di lui).

Le vere scelte non sono solo problema di logica e acuto giudizio, rimandano piuttosto al presentimento di una antica volontà o scelta che si spiega lungo le azioni della vita terrestre. Ciò non dovrebbe essere smorzato!

“non è necessario dapprima che tale evento sia consapevole: l’importante è che esso sorga nell’anima del discepolo nella forma di un intento profondo: di fedeltà alla propria Tradizione interiore, intuita in rari momenti, di cui non gli può essere abituale il ricordo. Come pura Tradizione interiore…essa esprime la sua assoluta indipendenza rispetto alle espressioni riflesse della Tradizione formalmente regolari” (Scaligero, La Tradizione solare. Pag. 66).

Chi è debole, perciò bramoso di integrarsi in strutture formali (perpetuando il materialismo interiore), finisce nelle putrescenti braccia dell’apparato cattolico o magistico o nello sensualismo mistico.

In ciò alcuna critica: non c’è scelta per carenza di libertà del soggetto. Però nel nostro Paese ciò avviene in forma grave, condizionante: al punto da esigere un lungo e radicale lavoro interiore, non sempre coronato da una vera indipendenza (ho visto tante brave persone trasferire il loro cattolicesimo nella Classe esoterica). E ciò vale per i substrati dell’agnostico o dell’ateo: tanto superficiali da essere immuni solo a parole.

Inoltre potenze avverse distolgono l’anima dai pochi ispiratori che garantiscono con l’esperienza diretta le indicazioni elargite. In negativo vale come prova la patente di maestro (realisticamente insensata) elargita a Evola e Guenon, che sono stati indicatori non banali ma interpreti fuorvianti dei testi tradizionali.

Maître Philippe, Rudolf Steiner, Massimo Scaligero: quanti salami di sacrestia (tradizionalisti o meno) hanno torto occhi e cervella davanti questi nomi: raggelando ogni impulso conoscitivo con un apriorisma che sconfina nella patologia della psiche. Inaccettabili e basta e…così sia!

Ma non sono nemmeno pochi quelli ai quali il destino aveva combinato l’incontro con queste figure e che poi hanno scelto di retrocedere verso una mistica personale, perciò limitata ad una impossibile ascesi dell’anima su sé stessa, laddove questa richiede severamente la direzione opposta, cioè di essere dominata, equilibrata e vinta: come condizione necessaria per dare un varco all’obbiettiva potenza dello Spirito. Viste le difficoltà inevitabili è comprensibile che ciò sia avvenuto…lo è molto meno il fatto che ci si vanti di tale regressione e se ne faccia verbo, più o meno assoluto, presso altri ricercatori.

A tale proposito, veniamo costantemente accusati di unilateralità ed è vero. Spesso ci poniamo su un solo binario: quello della disciplina interiore e dell’esperienza diretta. Forse perché riteniamo insensato e un po’ folle tenersi per tutta la vita aggrappati alla giostra dei temi metafisici ed alle chiacchierate sentimentali su cose non sperimentate. Esiste un gruppo che, ritenendosi molto importante, non può non credere che qui (e da altre parti) non ci si dia altrettanta importanza. E’ inutile spiegarsi con chi dipende in toto dalle proprie rappresentazioni marmorizzate nel sentimento. Il mondo è più vasto di quanto quel gruppo stima. Riporto le parole di un esoterista d’oltralpe a cui venne chiesto della sua amicizia con Scaligero: “Spiace che la sua grandezza non sia stata adeguatamente compresa anche a causa dello scempio fatto del suo insegnamento da alcuni suoi congiunti e discepoli romani. Comunque le sue opere parlano per lui e sono onorato di averlo fatto conoscere in Francia“. Ecco che il giudizio negativo, basato su documentazioni inequivocabili, verso chi si sente prosecutore e che pare invece persecutore, è assai più vasto di chi crede che fuori Roma finisca il mondo. Noi veniamo costantemente bollati come pagani o non-cristiani o patologici egoisti: mai attraverso una sensata critica sui contenuti ma sempre con livore manifestato o camuffato.

Criticando noi in quanto persone mostrano di avere vista corta, criticando la nostra indicazione verso la Concentrazione, sottomettono i Maestri e la Filosofia della Libertà alle loro tendenze personali. Ma il mio parlare di questi melliflui sgherri di un “partito spirituale” (poiché tra ipocrisie, intrighi, intrallazzi e connivenze è proprio un partito), non serve a niente.

Dato che il loro pallino, un po’ ossessivo, è il freddo egoismo in cui caderebbero quelli che fanno ciò che (invece) loro non fanno o fanno assai male o hanno tentato di fare con anima morta, fallendo, chiudo citando due testimonianze di poche righe.

La prima è di un amico lettore e costante operatore che, in un breve saluto scrive: “…e ti posso dire che, al di là di tutte le cose, la Devozione cresce, cresce”.

La seconda appartiene al colloquio di Scaligero con un discepolo della Via del Pensiero: “ Non ti preoccupare del risultato, il Cristo è già presente nella descrizione iniziale dell’oggetto, perché è un movimento nuovo che la tua volontà/pensiero opera, ed il lento cambiamento che genera in te è ciò per cui il Cristo si fece Uomo”.

Ambedue si riferiscono a quello che risulta dalla pratica verace della Concentrazione.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

RIGHE AL VENTO

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In uno scritto di Eco, l’autore ricordava come Massimo Scaligero si rifiutasse di dare, ai tanti che sicuramente lo chiesero, un costrutto di concentrazione. Invariabilmente Scaligero rispondeva che questo sarebbe stato un errore. L’indicazione formale e il senso dell’esercizio, altrettanto importante, lo si trova alla base di tutti i suoi scritti. Mentre il “costrutto” sarebbe una incursione dialettica e definita oltre un confine dell’azione, in cui – mi pare ovvio – curiosità e finalità razionalistiche non dovrebbero avere neppure un permesso temporaneo per metterci il naso.

La concentrazione è un atto serissimo e se ciò non viene compreso…forse sarebbe meglio tentare altre cose. Chi è “pratico” – per quanto tale termine possa essere accettabile – nella concentrazione, sa che di fatto, egli entra in un mondo diverso, dove inizia a trovare un grado di realtà superiore a quello in cui si auto-percepisce di consueto, avverte che la pace è possibile, che un centro dell’essere esiste, che la determinazione sacrificale di tutto quello che avvertiva abitudinariamente come sostanza di sé, può consumarsi univoca in un punto geometrico oltre il quale si spalanca l’infinito…e che, mediamente per un lungo periodo, chiede sforzo, fatica vera: quella dei facchini o degli atleti: azioni invise o inconcepibili per i filosofeggianti.

Da tutto quello che ho sentito e visto – e gli anni non sono pochi – mi pare evidente che solo una minoranza di discepoli dell’antroposofia si sia sentita disposta a seguire la via, “più esatta e sicura” della Scienza dello Spirito. Ciò è assolutamente comprensibile: in genere la comunicazione antroposofica dona tantissimo alle anime mentre la luce del pensiero, se diventa il contenuto per eccellenza dell’anima, appare fredda, arida…anzi non appare affatto se non come un invisibile (nemmeno avvertito) che illumina ciò che del pensiero giunge a coscienza come rappresentazione. La rappresentazione, pur necessaria mediatrice tra noi e il mondo, è sempre riproduzione del sensibile, sia esso una poltrona oppure un saputo o un pensato qualsiasi. In tal senso, attenendoci all’esperienza, non potremmo mai dirci altro che materialisti: l’interiore presentandosi come specchio imperfetto e frammentato del mondo sensibile.

Pure il sopravvalutato sentire, quello ordinario sia chiaro, non se la cava, rivelandosi solamente come l’impronta di condizioni o situazioni: dando anzi una passiva e ingiustificata valenza di valore vitale alle “cose”.

La Scienza dello Spirito ci indica un percorso che, prendendo l’avvio dall’esperienza dell’immanenza di questo pensiero che come puro riflesso non condizionante ha avuto il positivo compito di rafforzare il senso dell’Io ed un certo spazio di libertà di cui purtroppo troppo pochi sembrano esserne consapevoli, può risalire al suo momento dinamico ossia a ciò che esiste potentemente (il “più che pensiero”) prima che si rifletta, ormai estraniato, in ogni cosa altra da sé, in cui è pressoché impossibile intuirlo.

La strategia atta a percorrere questa strada è, al contempo arida impersonalità scientifica e arte ineffabile. Chiamiamo il suo passo col nome di concentrazione.

Sinceramente è un pessimo nome, così generico e abusato che, a fronte della comprensione non approfondita, regge poco. Tant’è che potremmo usare il termine antico di ekagrata, che almeno rallenta la disattenzione. Naturalmente l’obiezione consisterebbe sulla liceità del significato. Vero! Ma anche altri termini d’uso, come karma, ātma ecc. devono venir corretti da un energico lavoro di comprensione e rettifiche.

Del resto, in tutta la Scienza dello Spirito, la facile fissazione dei concetti in geometrie statiche è l’errore tra i più gravi. Tutte le comunicazioni antroposofiche sono congegnate in modo da pretendere un pensiero mobile e immaginativo (sto parlando di una condizione già non comune ma a cui giungere è possibile): se per passività e pigrizia si permette alle comunicazioni di scivolare sul piano razionalistico della mente (e di restarci a memoria), mi pare inutile girarci intorno: si consegna la prima fioritura dell’Anima Cosciente al dio oscuro. Cosa che viene fatta e perseguita con lodevole impegno.

Occorrerebbe mettersi d’accordo, una buona volta – una volta per tutte – che già il tentativo di una corretta conoscenza volta allo spirituale, implica un grande sforzo, una vera e propria lotta con sé stessi e col proprio mondo concettuale: quest’ultimo è dapprima, per proprie peculiarità, naturalmente inadatto ad acquisire senza tensioni e rivoluzioni, i pensieri che, anche se aggiogati alla necessità formale della dialettica, recano contenuti spirituali. In questo caso occorrerebbe accorgersi che la struttura dialettica è una forma che l’anima dovrebbe superare: non col facile rumine nella propria provincia emozionale, né con la fantasticheria che vola oltre i contenuti ma con una immediatezza di pensiero che non si disperda subito dopo continuando a galoppare per inerzia oltre la pura forma: nessun pensiero oltre essa, ma in essa dandosi con intensità.

Ci sono parole e frasi: sono il territorio di confine che va superato per azione profonda proprio lì, nelle stesse, perché ci si cala dentro esercitando un pensiero più profondo. Si giunge persino a percepire come il cervello venga allora tirato e maltrattato da tutte le parti!

Suppongo conveniente per il lettore che su ciò mi ripeta: se lo studio e la comprensione della letteratura spirituale non includessero fatica, lotta e superamenti interiori, se appagassero l’anima come fossero zucchero filato, nessuno dovrebbe illudersi di ricordare o riconoscere lo spirito: per restare in dolce analogia, piuttosto si è trovata la via del Luna Park dello spirito. O del Paese dei Balocchi.

Realtà e finzione. Occorre che vi citi qualche nome inciso sui grani del rosario delle personalità che prima e assai meglio di me, hanno ammonito gli incauti ricercatori del pericolo di farsi attrarre proprio da quello che per l’anima canagliesca è facile ed attraente?

Non si tratta di chiudere l’interiore a quanto ci viene incontro ma di riflettere poi, attentamente, se regge ad una logica essenziale e infine, se saprebbe reggersi per sé, senza il nostro complice intervento. Contemplare una struttura di pensieri che si reggono da sé è la nuova religio dell’anima.

Tutto questo dovrebbe avvenire sul terreno di una serena e illuminata trasparenza di destissima consapevolezza.

Con la scomparsa di Massimo Scaligero, il senso di un serio lavoro interiore fondato sul fondamento del proprio Io, per tanti è svanito in un soffio. Troppi si sono, per così dire, sostituiti a lui: più di zero sono subito tanti!

Vige una femminea attitudine (spero di non essere mal compreso dalle lettrici) di cercare e trovare un polo aggregante fuori di sé. Senza un particolare impulso conoscitivo ma fondamentalmente emozionale, attrattivo. Anche di questo ne ho parlato abbondantemente, attirandomi addosso strali e critiche, ma forse non è stato compreso perciò lo ripeto così come lo scrissi, citando come esempio, il caso della signora von Halle, verso cui mi astengo da ogni giudizio.

Allora, con il massimo rispetto: ha le stigmate, non mangia, possiede vari e diversi poteri: bene! Ma, detto semplicemente, qual’è l’ aiuto che lei può dare al mio lavoro interiore? Se il suo principale avversario che non demordeva e lanciava dardi con la bifolca scusa di Caterina Emmerich, avesse imparato a volare come Superman, certo anche questo sarebbe stato sensazionale…ma ciò cosa avrebbe portato al mio tentativo di modificare la mia coscienza? E, su un terreno più vicino, a che possono servirmi le ampie lezioni (e digressioni) sulla Filosofia della Libertà svolte alla luce di una considerevole cultura ben versata nella analisi della psiche?

Vedo in queste manifestazioni ciò che allontana e non ciò che avvicina su un cammino che è individuale e interiore. Ripeto: non è questo un giudizio sul valore di ragguardevoli personalità. Mi pare solo che la loro produzione, in quanto pubblica, non dia, in pratica, alcuna indicazione di sostanza per chi voglia camminare sul sentiero interiore ma che, anzi, abbia un’azione centrifuga e il fatto che piacciano o meno non è un serio metro di misura nel confronto con l’essere vivo della disciplina esoterica.

Chi si scandalizza o dileggi il senso – davvero abbastanza semplice – di queste ultime righe, mi pare che non abbia compreso granché.

Cerchiamo di essere un po’ più fondati al centro: per certi versi basterebbe giungere all’intuizione della “persuasione” di Michelstaedter rispetto alla rettorica e il ricercatore farebbe un enorme passo in avanti. Ma il conoscere è davvero difficile. Richiede un profondo bisogno dell’anima (anelito, sacralità, dedizione) che può non esserci.

SCIENZA DELLO SPIRITO

CATASTROFI

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Un nostro amico e lettore (F. A.) ha scritto le righe che leggete qui sotto. Gli ho chiesto il permesso di pubblicarle anche su Eco. Mi sembrano un forte grido dell’anima: perciò più vere di molte altre cose.

 


In catastrofi come queste dei terremoti resto ammutolito dal mistero che si manifesta. Mistero perché c’è qualcosa di incomprensibile in fatti come questo: la ragione non riesce a cogliere un senso che sente esserci ma non sa decifrare in chiari pensieri.

E tutti i pensieri con i quali mi do contezza dell’accaduto, tipo le spiegazioni scientifiche, e tutte le problematiche relative – come il fatto che le comunicazioni non ci sono state o sono impossibili ecc. – giuste e necessarie, sacrosante , non mi danno però la sensazione di essere al cuore del fenomeno, al suo senso o causa: alla sua essenza!

Forse dovremmo cambiare metodo e chiederci al posto del perché, come faceva Goethe, il come. Ma anche questo non credo sarebbe sufficiente qui! È così grande il mistero che mi viene incontro, che sembra impossibile anche solo inquadrarlo. Non comprenderlo ma anche solo tipicizzarlo.

Ed è sempre così quando ciò che chiamo vita e ciò che chiamo morte, al di là delle vuote parole, si manifesta visibile e con simile potenza. Anche trascurando il senso della natura e la sua aseità, il senso del mondo che mi attornia, dell’universo nel quale sono posto, qui, la vita e la morte dell’uomo è così forte, che abbaglia la mia ragione…

E più lontana da me è questa morte, meno ne sono coinvolto (non sono parenti, amici e conoscenti, non sono io! ) più mi è chiaro che la mia ragione incontra il mistero. Perché quando sono io che sto morendo, o vedo morire una persona amata o un amico, il mio sentire, i miei sentimenti sono al massimo della loro intensità, ed in qualche modo vivo assieme al mistero la sua realtà, vivo fuso con essa e in qualche modo sento la sua essenza, la vivo anch’io, ed è talmente intensa che non riesco nemmeno a ricordarla quando è passata (come l’amore…): quando è passata la sento come sento un sogno che ho sognato, qualcosa del passato che ha lasciato una traccia nel presente della mia persona, della mia memoria, tenue di fronte al massiccio mondo del presente, ma indelebile.

Questo mistero che grida la sua presenza è il senso della vita umana. Ed è un passo, solamente un passo, di ovvietà, di ragionevolezza, che compio per relazionare questa catastrofe indicibile con la mia vita personale. La quale mi chiede di avere un senso anch’essa. Di essere collocata in qualche modo armonicamente all’interno di questo universo e di dare un senso anche alla mia comparsa ed poi alla mia futura scomparsa. E qui non so più cosa pensare, il pensiero quotidiano non ce la fa! Ognuno, a questo punto, fa i propri calcoli e va nella propria direzione: religiosa o ideologica, filosofica o di oblio.

Ma resta il mistero che grida la sua presenza. Finché l’anestetico del tempo non prende il sopravvento.
Fino al suo prossimo apparire.

SENZA CATEGORIA

RIGHE SU RIGHE

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Leggo le righe di molte persone. Gli approcci, gli atteggiamenti sono diversi ma alla fine il succo delle domande è quasi sempre il medesimo. Come ciò a cui poi rispondo. Comprendo queste situazioni: chi pratica non ha concluso ma inizia e, per molto, moltissimo tempo, può ritrovarsi in un mare di problemi, dubbi, incertezze. Nonostante si abbia compreso la necessità dell’azione, la mente e le sensazioni paiono ancora capaci di moltiplicare i problemi. Che si dissolveranno quando verrà dominato il turbinio dell’anima, quando verranno lasciate indietro le sensazioni che, dal corpo sciamano nell’anima. In questo stato di cose non c’è mai soluzione che assomigli ad una parola magica, ad un esercizio più segreto. Come per un muratore che costruisca qualcosa, servono piombo, mattoni, cemento e operoso lavoro. Quasi tutta la “medicina miracolosa” sta nella semplicità e nel proprio disciplinato lavoro.

Per questo motivo, dati gli spunti di questa breve nota che sono quesiti posti da amici lettori, cercherò di essere semplice e sintetico…anche perché, oltre le nostre personali esperienze (che davvero possono essere complicatissime), la Via interiore o l’Opera, o come si voglia chiamarla, è, pure lei, essenzialmente assai semplice: dura, lenta, impietosa, frustrante e altre cento cose…ma in sé è semplice.

Solo noi facciamo il possibile – roba che va in addebito all’anima – a essere smodatamente complicati: come fronzuti alberelli che il lavoro interiore denuda, fa spogliare del fogliame…foglia dopo foglia: è la porta stretta, la cruna dell’ago. Si chiama “semplificazione”: allora il mondo traspare, cioè diviene trasparente e sorge un senso di liberazione; con la parola mondo intendo tutto, anche ciò che percepiamo come un gran pezzo di noi stessi.

Non si tratta, come paventato da molti, di perdere qualcosa: come non muta il colore degli occhi, così tutto rimane (persino il carattere fondamentale) ma rimane come le vesti che possiamo indossare o appendere in armadio. Il problema è solo di disidentificarci dai vestiti: è illusione poterlo fare con le forze attraverso le quali c’è stata una prolungata identificazione: per questo lo spiritualismo superficiale non porta a nulla: è necessaria l’azione interiore capace di mutare la direzione delle forze, modificare la forma naturale con cui si danno nell’ordinario. Parlo del pensare-sentire-volere che c’è, non di astrazioni. I cinque esercizi ausiliari, che sono anche i più conosciuti, operano in questa direzione.

Altra illusione spiritualista è la rappresentazione che si parta e dopo un po’ si giunga a qualche destinazione. Non è così. Il lavoro spirituale è simile all’infinito, con esso cavalchiamo i secoli e con volti diversi svolgiamo un tratto per volta del nostro compito: ecco la necessità di giungere a congrue immagini della vita cosmica e terrestre e del suo divenire, che andrebbero pensate e sentite. Giungere ad una visione più completa di noi stessi – non come auto affabulazione ma in chiari pensieri conquistati con forza e amore – porta conoscenza e salute all’anima. Così cambia la prospettiva, cambia il nostro rapporto con la vita che si consuma velocemente.

Per camminare sulla Via dello Spirito è meglio misurare le cose con il metro dello Spirito: in una singola incarnazione si fa il possibile, talvolta l’impossibile…ma non tutto. Perciò essere asceti o guerrieri è la stessa cosa, poiché si impara ad avanzare e a combattere come guerrieri, talvolta vincendo, spesso venendo sconfitti…e tutto ciò ci addestra, ci matura al punto tale che per il mondo comune diveniamo incomprensibili: nel mondo ma non del mondo. Per mezzo dell’indifferenza o distacco giungiamo all’inesauribile pietà: vuoti di noi stessi possiamo ospitare gli altri. Per il pensare ed il sentire comune, qui i contro-sensi abbondano e farebbero scandalo.

Mi scrivono che le discipline forse accrescono orgoglio e superbia: l’hanno sentito da personaggi che ci mettono tutto per far del male straparlando di quanto esso sia bene. Le discipline emanano dai protettori dell’umanità e questi, per i mollaccioni, sarebbero il male? Non dimenticate l’ intuizione del sacro che riponete nel cuore e anche un po’ di sana logica non guasterebbe. Comunque con l’esercizio giornaliero corretto, sincero anche se con mille scivoloni, presto – se il timone viene tenuto ben saldo – sono incertezze che passano.

Qualcuno mi dice ciò che riporto integralmente:”Perché la mente cerca sempre di insinuare il dubbio che è la concentrazione a creare il problema e io devo escogitare sempre nuovi trucchi per non lasciarmi cadere nel giochetto”.

Niente trucchi: guardate la pietra: realizza la potenza della propria immobilità: seppur diversa è analogica alla forza di rimanere nella concentrazione: questa a differenza della pietra è dinamica, ma come la pietra può essere indifferente a tutto. Non lo è ancora? Ripetizione e ritmo: 10, 100, 1.000 volte, e mai col pilota automatico: ripeto: indifferente a tutto il resto. Anzi, poi si scopre che i “disturbi” sono buoni compagni: permettono di “toccare con mano” cosa la concentrazione non è! Invitano l’operatore ad operare con più intensità, insegnano il sacrificio.

Non sono pochi quelli che mi dicono qualcosa sulla percezione dei defunti. Scrivono che questi vengono a salutare, spesso avvolti in un’aura soffusa e dorata, sempre nel dormiveglia: molti hanno questa facoltà, che dura o che perderanno: sì, i defunti prendono congedo, poiché in termini di stato dell’essere essi vanno molto lontano.

Comunque si possono sempre aiutare anime e altri esseri non incarnati, conosciuti o sconosciuti: prendi la Scienza Occulta e racconta loro, a bassa voce, la metastoria dall’Antico Saturno in poi. Fallo giornalmente per, almeno, un quarto d’ora, con disponibilità e simpatia o amore. Si forma intorno a te come un anfiteatro (puoi immaginarlo o meno) sulle cui gradinate prendono posto tanti che hanno bisogno di conoscenza in forma di pensiero: per essi è concreta liberazione. La loro sete è concreta e tu fornisci loro l’alimento prezioso.

C’è chi scrive: “Ho compreso che il lavoro su Pensiero e Volontà va messo avanti a tutto”.

Appunto: vedrai che l’equilibrato rapporto del Pensiero nel Volere e Volere nel Pensiero rimette ogni cosa al suo posto: l’unico problema è di tener duro, costi quel che costi.

La volontà non è percettibile direttamente: ha due aspetti: uno è l’arto che muovi, le gambe mentre cammini. Qui la volontà è nascosta dalla corporeità. La volontà pura è metafisica, perciò impercettibile. Con la concentrazione e l’atto puro la estrai indirettamente. Quando inizi a tenere l’attenzione sulla rappresentazione dell’oggetto, sembra attenzione che si irrobustisce, ma ciò che la rende capace è il volere. Viene il giorno in cui il pensiero della concentrazione si estingue ed il suo posto nella coscienza viene preso da una trascendente corrente di luce/volontà pura (quella anteriore alla nascita): essa è folgore, è pensiero vivente; con essa trapassi dalla corporeità fisica al mondo della Forza che è il corpo eterico (di cui il fisico è espressione malata, raggrinzita).

Questo è esoterismo reale e non viene capito, non lo si vuole capire.

Questa potenza è priva di orgoglio e di tutti i sentimentalismi che agitano, ciechi, la nostra vita comune. Magari saranno solo attimi ma vedrai che brucia tutto. Poi torni qui, nel mondo: l’esperienza è passata ma l’anima ne è rimasta colpita: difficilmente potrebbe ancora prostrarsi davanti ai simulacri e agli altari dissacrati.

Amici cari, lo ripeto sempre, è solo una questione di fare, tener duro nonostante le infinite turbolenze dell’anima. Tu resisti e loro poi si accucciano. Il pensare ordinario scricchiola e infine cede: il primo grado della scala: la sua consumazione e il Silenzio: che diventa uno stato in cui entri o esci a tuo piacimento. Con il silenzio inizia la possibilità dell’animadversio, ossia la capacità di rivoltarti da te stesso come un calzino: così si affaccia nell’anima, portata allo zero, l’albeggiare dell’Infinito. Ho scritto più volte intorno al Silenzio. E’ la tela su cui le forze spirituali tessono le realtà. Grazie al cielo esiste ancora un briciolo di pudore: osservo che della “percezione pure” non si parla, almeno non a vanvera. Il fatto è che ci si può accostare alla percezione pura in qualunque momento. Chi abita in città, può, ad esempio, sedersi su una panchina e guardare una siepe, un grande albero e non fare altro: ossia senza dar spago ai pensieri che si affacciano alla coscienza. E’ un buon esercizio e fa bene perché acquieta il sistema nervoso e risveglia bei sentimenti che ci avvicinano al miracolo del vivente.

Ma non è ancora percezione pura il cui veicolo è la soppressione assoluta dell’attività rappresentativa. Per giungere a questa condizione deve instaurarsi il silenzio dell’anima: le parole devono essere dominate, devono cessare. Vale lo stesso per le immagini: dalle immagini volute si può passare alla loro estinzione. Collaterale a ciò sorgono gradi di silenzio: dapprima il silenzio della testa, poi il silenzio dell’anima. Occorre che si formi un particolare “allineamento” nei corpi sottili, allora subentra un profondo riposo. E da questo riposo, quello che s’affaccia allo sguardo è ciò che chiamiamo percezione pura. Tendere, volere la percezione pura è una specie di sforzo insensato.

C’è chi ha parlato anche di questo e con queste ultime righe non desidero tagliare le ali a nessuno: consiglio solo di non tentare gesti che sono inutili prima di aver raggiunto un grado realizzabile di Silenzio interiore.

SCIENZA DELLO SPIRITO

DALLA SCUOLA ESOTERICA

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Nota 1 : ricordo ai lettori che l’attività del Dottore nella Scuola esoterica, svoltasi dal 1904 al 1914, iniziò nella preesistente Scuola esoterica teosofica che Egli modificò progressivamente secondo i contenuti della Scienza dello Spirito. Gli studenti della Scuola erano perciò teosofi. Così le comunicazioni del Maestro furono modellate, al principio, su quanto era famigliare al linguaggio e alle conoscenze degli ascoltatori.

Nota 2 : i lettori noteranno un omissis verso la fine della conferenza: infatti non ho trascritto alcune indicazioni ed i mantra relativi. Ciò appartiene alla Scuola e non ad un blog. Provo un sottile orrore quando vedo meditazioni e discipline della Scuola apparire, come niente fosse, nei siti dei social. Sciorinate alla curiosità e diletto dei curiosi. Non posso nulla affinché ciò non avvenga. Posso forse, fuori tempo e “fuori moda”, far sì che Eco non faccia parte di questa deriva. Certamente sono cose rintracciabili per chiunque ma credo facciano parte di una ricerca e di un percorso strettamente individuale.

*

(BERLINO, 15/02/1904)

All’interno della cultura occidentale, lo sviluppo deve essenzialmente partire da ciò che si chiama “il controllo del pensiero”.

Benché il pensiero occidentale, disordinato e arbitrario al più alto grado, non si presti del tutto ad uno sviluppo controllato, in un seguito rigoroso dei pensieri, questo non è di meno una necessità primaria.

Dunque vorrei ritornare su ciò che ho già evocato: noi dobbiamo coltivare una sensibilità per percepire i concatenamenti illogici e mal controllati dei pensieri.

Quando agisce con forza sui suoi sensi l’uomo ordinario risente sempre di una sorta di dolore, ma è molto raro trovare degli uomini che sentano dolorosamente i pensieri incontrollati e illogici.

Eppure è una tappa che ciascuno deve attraversare, non soltanto di fronte al pensiero ma anche in rapporto alla lettura della nostra letteratura occidentale. Io non escludo nemmeno numerosi libri della letteratura esoterica, dove anche lì si trovano pensieri incontrollati.

La maggior parte degli uomini di oggi non controllano coscientemente i loro pensieri. E ogni pensiero incontrollato è rivelatore di una mancanza d’equilibrio, un rifiuto di mettersi in una giusta relazione di fronte ad una situazione. E’ come una scivolata, e una scivolata nel mondo fisico rappresenta un rifiuto di porsi in una giusta relazione in rapporto al mondo fisico.

Dobbiamo sviluppare in noi un sentimento molto forte per i giusti pensieri, condotti al bene, al punto di sentire una sorta di dolore fisico non appena sorge un pensiero che non è giusto in noi o in altri.

Nella vita quotidiana non è possibile controllare i propri pensieri in tal modo, perché il vostro coinvolgimento nella vita professionale vi obbliga in permanenza a pensieri illogici. Perché dappertutto si pensa senza logica, che ciò sia nella vita quotidiana, al lavoro, nelle professioni dette “superiori”, nelle scienze, nella storia, dappertutto incontrerete dei pensieri illogici: e troverete i pensieri più illogici nel mondo della giustizia, là dove si dovrebbe pensare con la maggior logica.

Chi vuole acquisire le conoscenze superiori e non solamente ascoltarle da quelli che le posseggono, deve incominciare a viverle interiormente.

Per questo bisogna ritirarsi ogni giorno, almeno per brevi istanti, da tutto il resto della vita. Bisogna donarsi, forse anche per cinque o dieci minuti, esclusivamente alla nostra vita interiore e a pensieri che non sono quelli della nostra cultura né della vita ordinaria ma pensieri di origine superiore, nei confronti dei quali possiamo avere confidenza.

Realizzare questo raccoglimento vivendi ed agendo in un mondo di pensieri strettamente ordinati, consacrarsi ad un tale mondo di pensieri anche per poco, ci compensa di tutta la dispersione e della lacerazione che la cultura esteriore genera. Siamo allora rinforzati e riconfortati attraverso un centro interiore e ci dirigiamo nel mondo di tutti i giorni allontanando dal nostro campo tutti i pensieri che non fanno parte della nostra vita ordinata.

Tuttavia non bisogna credere che voi siate sempre capaci di farlo. In effetti, ricordatevi solamente che quando attraversate la strada, voi non siete padroni dei vostri pensieri. Da tutti i lati, senza che voi possiate nulla, i pensieri dell’ambiente si fondono in voi, agiscono sulla vostra coscienza e giocano attraverso essa, sicché voi siete la preda della vostra coscienza.

Fintanto che non avrete la forza di sviluppare i vostri pensieri come si svolge un filo, non potrete raggiungere ciò che alla vostra interiorità si rivela. Possiamo sperare questa signoria sul mondo dei pensieri, se perverremo a riservarci un tempo infimo della vita quotidiana, e in cui ci eleviamo verso l’ideale. Quando si riesce ad amare un pensiero ideale si perviene all’affermazione interiore. Non importa che si afferri un pensiero attraverso il solo intelletto.

Prendete il primo pensiero di (qui il Dottore menziona una breve frase mantrica), prendete questo pensiero oggi, domani, ancora e sempre, finché divenga vivo. Se rifiuterete tutto quello che vi potrà mescolarsi, esso diverrà il centro del vostro essere. Vivrà e agirà in voi. Esso vi mostrerà che altri pensieri nascono da da esso, che esso è di una fecondità infinita. E vedrete ciò che dovrete superare interiormente.

Deve progressivamente svilupparsi una sensibilità che combatta ogni falso pensiero, fino alla sensazione di pungersi quando i pensieri non sono giusti. Dovete sentirlo anche leggendo libri. Se non potete sentire del dolore al contatto con i pensieri illogici, allora non potete sviluppare un pensiero giusto.

Ma voi dovete non solamente comprendere il pensiero giusto, ma dovete anche amarlo. Dovete amare un pensiero come si ama un bambino. Avete visto il vostro bambino oggi, ieri, l’altro ieri e l’amate sempre. Dovete fare lo stesso con il mondo dei pensieri. Quando credete di aver compreso un pensiero, non dovete rimandarlo lontano dalla vostra coscienza, ma piuttosto occuparvene ancora e sempre.

Se fate questo, allora avrete acquisito una sorta di corazza di pensieri, allora la fase intermedia nella quale voi siete, cessa: il combattimento contro ciò che era illogico finisce quando un pensiero diviene per voi un fatto reale al medesimo titolo di una sedia, di un tavolo, ecc….Voi diventate positivi. Chi vive nel mondo spirituale lo sa: sa anche che è sempre attorniato di pensieri che rappresentano potenze e forze agenti su di noi.

Chi è ricettivo percepisce i pensieri d’odio o di benevolenza che gli uomini si indirizzano mutualmente. Egli vede come essi entrano o rimbalzano in lui. Certi hanno una attitudine rimarchevole quando si tengono davanti a noi: essi sono là, in piedi, come attorniati da un corpo di cristallo, nel mezzo del quale essi vivono. E tutti i pensieri inappropriati rimbalzano su questo involucro di cristallo. Gli uomini che sanno vivere in maniera meditativa, sanno ordinare la loro vita a partire dal polo interiore verso l’esteriore.

Potete verificare se il vostro controllo dei pensieri è riuscito, non dicendovi: “ ora io penso in maniera giusta”, ma utilizzando un barometro che può mostrarvi fino a che punto la vostra vita di pensiero è controllata dall’interiorità. Per chi avanza sul cammino della conoscenza, questo barometro è il sogno. Chi veramente conosce questo non avrà più la medesima percezione della gente superstiziosa. Per lui, la vita del sogno assume un significato diverso rispetto a chi non è ancora giunto a controllare la vita dei suoi pensieri.

Nella maggior parte delle persone, la vita onirica è un terribile caos. Questo s’arresta completamente per colui che si dona, durante un certo tempo, alla vita meditativa. I sogni allora acquistano un profondo senso simbolico. Il barometro del controllo dei pensieri è la regolarità, la bellezza dei sogni. Quando procediamo “alla meno peggio” nella vita esteriore, i nostri sogni ne sono solo il riflesso disordinato. Quando ci ritiriamo nei brevi momenti della meditazione per divenire forti e possenti di fronte a tutto ciò che ci assilla, i nostri sogni assumono un significato simbolico. Così dobbiamo sforzarci di esercitare un controllo e domandarci: cosa significa questo sogno che mi si presenta così?

C’è anche differenza tra i sogni elevati e i sogni ordinari. Non è vero, come si è scritto, che i sogni abbiano tutti il medesimo valore. La vita che l’uomo dispiega nello stato di sonno è completamente diversa presso colui che sviluppa il suo corpo spirituale e presso colui che non lo fa. Chi ha avuto esperienze spirituali lo sa. Chi conosce solo ciò che apportano i suoi occhi, le orecchie, la lingua, che è totalmente assorbito dal mondo dei sensi può, durante il sonno, sentire solo una reminiscenza confusa delle sue esperienze sensoriali.

Invece ciò che elaborate spiritualmente, durante la meditazione, è qualcosa che stimola lo spirito e lo mette in attività: qualcosa che portate ovunque andate, sia col vostro corpo o senza di lui. Poi, quando i nostri sogni cominciano ad essere regolari, quando formano dei piccoli drammi con la loro evoluzione e le loro azioni ordinate, allora entra in azione ciò che si chiama la vera vita spirituale.

Ma questo è solo il grado più basso. Ciò che deve venire immediatamente dopo è il fatto seguente: quando voi riservate dei momenti dedicati al vostro progresso interiore – ma che non devono essere sottratti alla vita professionale, perché la teosofia non deve sottrarre nulla alla vita professionale – voi noterete presto qualcosa che apparirà nella vita interiore in coloro che consacrano un certo tempo alla meditazione. Noterete che vi ricorderete dei vostri sogni in tutt’altra maniera che prima.

Più l’uomo si sviluppa, più questa continuità di coscienza diviene tale che voi diventate obbiettivi nel vostro Io. Finché vi identificate col corpo, finché non siete divenuti uno con lo spirito, non potete sviluppare la coscienza del sé quando siete disincarnati, vale a dire durante lo stato del sonno. Da là viene lo stato incosciente della maggior parte dell’umanità durante il sonno. La continuità di coscienza, che vi rende svegli durante il sonno come lo siete nel corpo fisico, si manifesta inizialmente molto lentamente, così come il prolungamento di questa coscienza notturna nella vostra vita quotidiana.

Qui voi avete una misura, qualche cosa che può servirvi da barometro in rapporto alla vita fisica. La capacità di resistenza di fronte alla vita ordinaria è accresciuta. Il corpo deve diventare come un utensile. Voi potete allora guardare questo corpo “dall’esterno”, disteso, al vostro lato. Vivete nello spirito quando cominciate a ritirarvi da ciò che è legato al corpo. Grazie a questi mezzi non siete sprovveduti di fronte alla vita, ma ancora più adatti ad affrontarla, perché la conoscenza dello spirito accresce le vostre capacità. Importa che voi riserviate una parte della giornata per donarvi a pensieri elevati che non abbiano nulla a che vedere con il triviale egoismo, con l’ambizione e il piacere ordinario dei sensi, momenti in cui lasciate questi pensieri rischiarare la vostra vita quotidiana. (…ceteris omissis…)

Non è il successo esteriore, non ciò che possiamo raggiungere che ci fa avanzare, ma in ogni istante è la vita in ciò che è eterno. Non raggiungeremo niente se vi tenderemo con avidità. Non dobbiamo vivere nel futuro ma unicamente in ciò che è eterno: là, la malaerba non può prosperare ed il soffio dei pensieri eterni cancella questa macchia della nostra esistenza.

Così come noi lavoriamo sul nostro corpo mentale per mezzo del controllo dei pensieri, dobbiamo lavorare sul nostro corpo astrale per mettere in ordine la memoria. Anche essa deve venir controllata, messa alla prova. Essa esercita su tutta la vita una influenza di grande importanza. Bisogna che vi disabituate, quando guardate indietro, verso gli atti compiuti, a non avere rimpianti egoistici. Ciò di cui voi avete il ricordo deve essere là soltanto per imparare a far meglio. Se orientiamo la nostra memoria in modo che non guardiamo indietro non importa come, ma facendone la retrospettiva, compresa dei dettagli più insignificanti, di modo tale che questa divenga una scuola d’apprendistato, allora rafforzeremo la nostra colonna vertebrale psichica.

Attraverso un tale controllo della memoria si elabora la visione astrale. Il corpo astrale diventa un organo di volontà da utilizzare. Per farci una giusta concezione di fronte alle rappresentazioni sortite dal ricordo, dobbiamo perdere l’abitudine di piangere, dobbiamo superare simpatia ed antipatia.

Quando siamo signori delle nostre facoltà delle nostre rappresentazioni e delle facoltà di ricordo, abbiamo raggiunto provvisoriamente il nostro scopo. Comprendiamo allora che chi non esercita questo controllo deve sentirsi sempre dipendente da ogni corrente spirituale del suo ambiente come un giunco agitato, spinto qua e là da ogni pensiero. Non vi è altro mezzo per accedere ai mondi mentale e astrale che quello di svilupparsi così interiormente. Chi la sera organizza la sua facoltà di memoria conferendole una struttura regolare e raggiante rispetto alle formazioni vaghe delle sue immagini, in particolare quelle che provengono dalle parti superiori del cuore e della testa, riscontra di vivere la vita nel mondo a partire dalla propria vita interiore. Niente può turbare l’uomo che ha raggiunge questo stadio. I più esecrabili pensieri si allontanano da lui, come se non l’avessero toccato. Grazie al lavoro meditativo, ha formato una corazza spirituale attorno a sé.

Rudolf Steiner

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL TEMPO DI MICHAEL

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Parlare di Michele, ora che la ricorrenza si avvicina, è attingere, in un solo articoletto, ad alcune delle infinite sfaccettature che, con l’aiuto della Scienza dello Spirito, è possibile contemplare. Qui si parla di un’Entità divina, più vicina a noi di tante altre, più amica dell’uomo, ma ricordiamoci che Essa è del tutto sovrumana: perciò vicina ma anche tremendamente lontana. Ricordiamoci che solo uno tra gli Esseri divini ebbe la missione ed il coraggio (una follia assoluta!) di venire in ciò che è “fuori” dallo Spirito.

Facendosi parente stretto vostro e mio.

Allo stesso modo in cui Natale ed il San Giovanni estivo si oppongono e si completano, i due equinozi – Pasqua e San Michele – riflettono i due opposti volti di una situazione che interessa l’uomo, la natura e l’universo.

Questa situazione è quella del passaggio dalla morte alla vita e dalla vita alla morte.

La festa cristiana della Pasqua celebra in tre giorni morte, sepoltura e resurrezione. Ma certe religioni dei tempi antichi festeggiavano in autunno la resurrezione di un personaggio divino che aveva superato una prova paragonabile alla morte, come Adonis fa esempio.

Da cosa nasce questa confusione di avvenimenti che si ricollocano da un equinozio ad un altro?

Infatti si produssero due movimenti inversi: in primavera è la natura che passa dalla morte alla vita. Essa esce dalla tomba e resuscita. In autunno ripiomba nel sepolcro.

Però si produce anche un risveglio, ma questa volta nella coscienza individuale: che aspira ad addormentarsi in estate. Nelle belle giornate essa perde la concentrazione e la recupera in autunno. In autunno riprende il fardello del suo destino e del suo lavoro.

Questo “ritorno dall’evasione” la risveglia e la rende resistente all’impatto con il freddo e con il buio.

La natura soccombe, l’anima si rafforza: in un certo senso passa dalla morte alla vita.

Questa inversione fa eco nelle parole del Battista: “Bisogna che Egli cresca (il Sole dello spirito) e che io diminuisca (il sole fisico del solstizio)”.

La morte della natura è percepita da/nell’essere corporeo dell’uomo, ma il suo spirito non è subordinato a leggi naturali, ha suoi principi e ritmi.

Chiunque può percepire in sé stesso che la vita interiore è in “ragione inversa” alla vita della natura: le funzioni vitali, come per esempio la digestione o l’attività muscolare o una accelerazione della circolazione sanguigna rendono opaca la lucidità di coscienza e possono spegnerla completamente poiché è facile abbandonarsi al sonno. All’opposto, un’attenzione estrema, una riflessione intensa arrestano parte della vita dell’organismo: esempi grossolani si colgono quando, in questi casi, ci si ferma dal camminare o si trattiene il respiro.

La coscienza frena la vita, la vita disperde la coscienza.

Ritroviamo questa inversione nel contrasto delle stagioni. Possiamo constatare che l’equinozio di primavera rianima la vita nella natura ma indebolisce la concentrazione della coscienza come senso individuale, mentre verso San Michele è la natura che si placa e l’Io riprende nell’individuo la sua forza attrattiva.

Pasqua è un ritorno alla vita della natura; San Michele è un ritorno alla coscienza individuale.

Il tempo di San Michele è come se ci dicesse: “Guarda, tutto muore intorno a te. Questi colori, questa dolcezza dell’aria, questi quadri di bellezza che ti esaltavano, ora ti abbandonano. Il freddo, il buio, venti ostili ti attaccano. Rafforza te in te stesso, alimenta la luce interiore e veglia nella notte. Riconquista te stesso e supera la natura che t’abbandona. Ora è lo Spirito che in te vive, che t’invita alla gioia severa di questa festa!”

Chi desidera, legga con animo aperto i versetti che Rudolf Steiner ha scritto come “Atmosfera di San Michele” nel Calendario dell’anima.

Dei quattro Arcangeli che sono ciascuno il reggente dei quattro grandi punti cardinali dell’anno, Michele è quello che ha maggior rilievo nell’immaginazione degli uomini.

Una grande ineguaglianza regna, a questo riguardo, tra tali figure celesti: Uriel è caduto nell’oblio, Gabriel e Raphael sembrano impallidire davanti all’Arcangelo- cavaliere, Principe delle milizie dei cieli.

Già il suo Nome, “Micha-El” (Chi è come Dio) proclama forte quale altissimo “spazio” egli occupa. Egli è “colui che marcia davanti a Dio”, o ancora “il Volto di Dio”, “la folgore di Dio”, la Sua Luce.

La sua “attività” è ancora più possente quando non lo si compari solo tra i quattro Arcangeli che governano le stagioni, ma ai sette che presiedono la successione e la missione delle epoche.

Poiché Michele esprime solo una parte della sua natura nel ruolo d’Arcangelo dell’autunno.

In lui la tradizione riconosce l’Arcangelo del Sole, come in Gabriele quello della Luna, in Raffaele quello di Mercurio, in Anaele quello di Venere, in Zacariele quello di Giove e in Orifiele quello di Saturno.

La coscienza moderna non percepisce più i rapporti tra le forze planetarie e queste grandi figure della divinità, e soprattutto essa è priva della sensibilità che le permetterebbe di sentirsi connessa a tali esseri come il frutto all’albero che lo porta e lo sostiene. E comunque è l’intera struttura universale che sfugge a chi non vede o non vuol vedere come i regni inferiori hanno la loro corrispondenza nei regni che si elevano oltre l’uomo.

Molte soluzioni al problema dell’uomo terrestre e del suo ruolo, sono tuttavia contenuti in questo fatto.

Ad un piano sotto il livello che attualmente occupa l’umanità, troviamo gli animali, ancora privi di intelletto individuale; sotto di essi abbiamo le piante, prive di un proprio movimento e ancora più sotto “esistono” i minerali che, per l’appunto, hanno solo l’essere.

Da questo immenso laboratorio di forme si alza un appello, un sospiro, verso lo stato di coscienza al quale l’uomo si è elevato: poiché l’autocoscienza è il punto d’impatto del mondo fisico con il mondo spirituale interiore.

A partire dall’attività del pensiero cosciente l’uomo scopre lo Spirito e nello Spirito l’attività dei regni superiori: gli Esseri che chiamiamo Angeli egli può percepirli se medita il suo destino. Con altre forze di contemplazione si volge agli Arcangeli che hanno molteplici attributi. Egli può avvicinarsi poi ancora ad altri elevati regni ed esseri attivi nelle coorti delle Gerarchie sovrasensibili.

Secondo gli insegnamenti della conoscenza spirituale, compito degli Arcangeli è quello di governare i ritmi del corso dell’anno e la successione dei periodi della Storia umana sulla terra. Ogni sottodivisione del flusso storico dura da tre a quattro secoli e sta a significare che un altro Arcangelo-Spirito del tempo ne ha preso la guida. Il carattere del suo spirito riflette la mentalità della sua epoca. Egli è l’ispiratore comune di tutto quello che caratterizza individui e popoli entro quei tempi: è lo Spirito di un’epoca.

Nella cristianità, San Michele è sempre vittoriosamente attivo, presente.

Ricordo che in Italia, sul monte Gargano, Egli apparve e reclamò un Santuario su quel luogo. Inaugurato il 29 settembre del 492, divenne una intensa fonte di ispirazione e di miracoli. Due secoli più tardi, nuova apparizione, nuovo ordine di edificare una cappella alla sommità del Mont Tombe in Francia, luogo circondato dal mare, già in passato luogo sacro per i druidi. Diviene il noto Monte Saint Michel-au-péril-de-la-mer.

Malgrado le vicissitudini della storia, i pellegrini non hanno mai cessato di recarvisi. Si dice in Francia che non ci sia stato re che mancò ad un pellegrinaggio a Saint Michel.

Uno degli effetti dello spirito di Michele nella nostra epoca è il moltiplicare le occasioni che permettono agli uomini di incontrarsi oltre le frontiere.

Sotto l’azione della sua precedente reggenza, il pensiero fu reso universale e accessibile attraverso la filosofia. In una conferenza dell’agosto ’24 il Dottore dice: “ Anteriore al Mistero del Golgota, Egli si è dedicato alle gloriose imprese di Alessandro e all’espansione della filosofia di Aristotele”. Ora la sua reggenza (iniziata dopo l’autunno del 1879) deve creare l’universalità sul piano sociale. Michele non è più lo spirito di un particolare popolo ma di un’intera epoca e già si osserva la sua influenza. Gli uomini che hanno raggiunto una coscienza individuale, si uniscono in lingue, in blocchi. Là dove il fenomeno prende un carattere razziale, esso regredisce e ritorna ai tempi in cui il legame umano s’appoggiava al clan. Tali legami perdono ogni giorno la loro ragione d’essere. I nuovi apparentamenti nascono per interessi (idee e azioni) comuni.

Questo impulso è iniziale. Esso dovrebbe trasformare il bisogno di fusione negli ideali di una razza o di una nazione particolare in desiderio individuale di portare parte di ciò nel destino comune all’umanità, sperando che altri portino e condividano la loro particolare ricchezza di idee e creatività.

Questa tendenza non può essere un progresso se degenera nella propria caricatura: il livellamento sociale ottenuto sistematicamente con la distruzione della dignità individuale.

Il progresso sociale, secondo il carattere micaelita, non può portare che a forme di unione con il libero assenso degli individui che, sino in profondità, abbiano preso consapevolezza dell’umanità generale in misura non inferiore rispetto ad una maggiore destità dell’Io.

E’ purtroppo facile rappresentarsi la deformazione dell’uomo futuro: l’uomo-robot, privo di coscienza desta e persino fabbricato in serie.

Probabilmente questa sarà la lotta nella nostra epoca, più nostra che di Michele, poiché l’uomo stesso, con la conquistata coscienza di sé, può combattere con le proprie forze il Drago scacciato da Michele, che ora è in lui. Egli può combattere con la moralità che vive nel calore del suo sangue, con il pensiero – anch’esso reso vivente – che spazza le false astrazioni e l’inganno materiale, con la volontà di portare insieme ai suoi fratelli i destini dell’umanità a trionfare sul male che avvolge la terra.

La fioritura della coscienza individuale coincide con l’impulso micaelita di far regnare una luce universale che illumini tutto.

Tale sinergia sta in ciò che la festa di San Michele è per l’uomo contemporaneo: l’interiorizzazione della Luce.

Declinante nell’esteriore, essa rinasce nella coscienza.

La festa di San Michele dei tempi passati fu celebrata da uomini più di noi vicini alla natura della morte del mondo vegetale che resuscita al tempo di Pasqua. Al tempo odierno, lontano dalla natura, l’uomo cova i destini del suo Io all’interno della sua “buccia” individuale. Egli può sentire una affinità con una festa autunnale se vede che la Luce in lui si interiorizza e l’arma del coraggio di sopravvivere al declino di ciò che deve morire.

La festa di San Michele non celebra i grandi avvenimenti della vita del Cristo come invece lo fanno Natale e Pasqua, quando il decorso delle stagioni illustra perfettamente l’evento.

La festa d’autunno appare piuttosto come un passo sulla strada dell’avvenire dell’umanità.

Natale e Pasqua ricordano i doni portati agli uomini dallo Spirito che vive nel cosmo.

Le feste di San Giovanni e San Michele sono rivolte a festeggiare i giorni in cui lo spirito incarnato nell’uomo potrà rispondere allo Spirito dell’universo.

 

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

DEGRADAZIONE O REINTEGRAZIONE

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Il ricercatore delle vie spirituali, che poi un giorno – si spera – diviene operatore, cosa se ne fa dei nostri giorni, del mondo che gira intorno a lui?

Non occorre edificare qualcosa per dare corpo all’interrogativo, visto che all’esperienza di tutti appare piuttosto evidente il suo rovescio, ovvero cosa fa il mondo di noi. Poiché viviamo un tempo assai simile a quanto un chicco di riso senziente e cosciente potrebbe provare dentro una pentola a pressione.

In ogni tempo l’uomo ha dovuto soddisfare un quantum di doveri nella società e nella famiglia ma il poco o molto che rimaneva per lui era simile al silenzio che vige tra la nota precedente e quella successiva. Silenzio, pausa, vacanza che, assieme al sacro, è defluita dalla vita comune in cambio di seducenti sciocchezze indotte dall’industria culturale, alacre produttrice di miraggi non statici ma tesi a rodere quel poco di anima che è il nostro bagaglio naturale.

Ora il mondo sta divorando l’integrità interiore che ognuno portava in sé quasi sino alla metà del secolo scorso.

Detto ciò non si vuole rivangare i “bei tempi andati” che in realtà furono sovente duri ed impietosi. Osservo soltanto che essi non aggredivano la stabilità di una certa dignità che sempre appartenne all’umano. L’andare “avanti” significa, di solito, un ulteriore decadimento, una discesa verso gli inferi cioè sotto la desta coscienza dell’Io e della sana presenza dell’anima.

Ora all’uomo moderno vengono offerti prodotti a largo spettro: ogni gusto possibile purché si sia rinunciato al gusto, estrinsecazioni di vitalità purché si abbia abdicato alla vita, attivismi di ogni genere purché l’attività venga sacrificata.

Ad esempio, viene offerta l’intera gamma del soddisfacimento delle perversioni mentali. Si strilla nevroticamente nei confronti della incivile efferatezza della corrida mentre si gode alla vista filmica di sevizie, di massacri sul ring, di impietosi documentari di operazioni chirurgiche. Ciò è voyeurismo sadico.

Invece coloro che ambiscono la regressione di qua dell’Io possono affidarsi a partite (di calcio) dove il gioco di squadra e la collettiva simulazione della passione sostituiscono l’emozione comunitaria e l’esistenza personale in un circoscritto ambiente di studiato squallore.

Un buon training all’isteria è procurato dal settore rosa della (si fa per dire) letteratura, dal gossip dei rotocalchi, dagli eroi tesi e contraffatti di quasi tutti i film. Alla regressione alla schizofrenia, provvedono i giochi stupidi, come il contare a ritroso, i giochi intelligenti delle parole incrociate e, in genere l’assuefazione allucinatoria di sequenze cinematografiche.

Tutte le malattie hanno il loro banco di smercio.

Credete stia esagerando? Allora trovatemi un individuo equilibrato: con tutti i suoi difetti e le sue qualità esso, seppure raro, porta una distinzione avvertibile: pare un santo senza estasi.

Tanti si illudono di essere fuori dal giro perché scelgono prodotti alternativi o spregiano la letteratura popolare, oppure amano solo il jazz freddo col suo sinuoso invito alla demenza e spregiano le smancerie: nessuno consuma tutti i prodotti e le opzioni tra i banchi danno una sufficiente illusione della libera scelta, mentre la servitù è il trovarsi dentro questo immenso magazzino in cui ogni scelta è già coatta.

Pure il magazzino culturale offre ogni possibile apparenza: basta rinunciare ad ogni sostanza, alla nozione di reale e di falso. Così si sente almeno il bisogno dell’informazione cronachistica: il susseguirsi di accavallati accadimenti vuoti di significato.

L’uomo queste cose le sente ma non sa di sentirle. Simile a chi si assoggetta alla droga, egli ottunde ciò che sentirebbe se non chiudesse porta e finestre con l’aiuto di una dose ulteriore. Cosa rischia di sentire? Un dolore intenso e totale. Da cosa dipenderebbe, in ultima analisi, ciò che chiamo dolore? Rispondo con una sintetica frase di Adorno: “Essere dalla parte della propria degradazione”. E’ un’ottima intuizione, ma capita sempre che le cose grandi sembrino piccine o di poco conto.

Le doppiezze segrete che si usano come rifiuto del degrado sono quasi innumerevoli. Ad esempio si può fingere di agire per umiltà, ma l’umiltà consapevole di sé non è, non esiste vera. Si può fingere di ricavare significati eternamente umani nella obliqua contemplazione dello spettacolo dell’abiezione, ma sostanzialmente traendo da questo il gaudio per la propria immagine.

A questo proposito ricordo come una metà dei giovani che ascoltavano Scaligero negli incontri settimanali sentiva l’anima alleggerirsi quando l’oratore spendeva qualche battuta umoristica verso una domanda troppo ingenua o mal posta. Ad una parvenza di crocifissione altrui ecco il sentirsi più bravi, intelligenti. Ma la stessa presenza di Scaligero spegneva subito questa tendenza. Poi ai giovani molto può anzi deve essere perdonato.

Tornando ai bottegoni delle meraviglie, all’industria dell’inganno, dove non c’è oggetto che non puzzi del lezzo del Caprone (leggete Cose preziose di S. King dove la paccottiglia infima vale diabolicamente al massimo grado), c’è un sofisma che difende il sonno di chi vi è del tutto inserito ed impedisce a qualcuno che potrebbe uscirne, di destarsi: si stima che nelle artefatte arti di massa si manifesti la sostanza e la vitalità del tempo.

E’ il tempo dell’amore per il cibo guasto. Il sofisma su cui poggia il vizio è l’identificazione del popolare con il prodotto di grande consumo, così il fascino del circo equestre è diventato seduzione della letteratura industriale, del cinematografo, della televisione e della navigazione elettronica. Da questi, attraverso travestimenti poco avvertiti, sventolano i valori oscuri del tempo.

I fautori della tradizione, per carattere e cultura, hanno compreso tutto ciò ma mancano di risposte vive: chi rimanda ad “organismi tradizionali” che hanno perduto la metànoia necessaria, chi invita a “cavalcare la tigre” senza fornire sella e redini agli aspiranti cavalieri.

Solo la tradizione vivente può offrire la possibilità di formare, dentro sé, un centro permanente di forza talmente concreto da poter attraversare senza danno la demonia che pervasivamente infuria senza tregua, persino respirandone la tossicità sino a trasmutarla in una continua occasione di rettificarla per il bene del mondo e per la salute dell’anima.

Ho chiamato vivente quella tradizione che sa suscitare nell’anima, come intimo ricordo l’essere dell’uomo e della stessa Creazione: ricordo, non rappresentazione culturale. Possibilità che sorge come potere del pensare-sentire-volere se questo riesce ad animarsi oltre la barriera del personale.

Possibilità che può prendere partenza dallo studio di Teosofia e Scienza Occulta qualora si intenda un percorso immediato, cioè mediato dal pensiero puro. Nella natura di queste righe per “pensiero puro” intendo soltanto un pensiero agile, attento e purificato da qualsivoglia invadenza personale: un pensare attivo per intima forza propria, già svincolantesi dal sistema nervoso. Infatti il suo svincolato scaturire ha spazio in una condizione non ordinaria di quiete.

Qui non parlo di ciò che il Trattato del Pensiero Vivente indica magistralmente: l’aprirsi nell’umano alla possanza adamantina dello Spirito, ma solo del minimo essenziale per quello che rosicrucianamente si indica come “studio” e che dalla qualità dello studio potrebbe generarsi purché si diventi capaci di estrarre immagine quasi da ogni singola parola.

Dunque solo un pensiero purificato e sostenuto da un amore per la verità che abbia la forza di una passione sovrumana. La necessità di concentrazione e meditazione potrebbe sorgere organicamente, come un forte invito di saggezza sorgente dai frutti vivi dello studio.

Allora, come i primi raggi del sole danno luce, così l’alba della luce interiore offre salda pienezza all’esistenza: con essa una vasta gratitudine, bene espressa da Goethe: “Essere sublime, tu mi dai tutto ciò che avevo chiesto”. E’ l’inizio di una immensa avventura.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE
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