“A VOLTE UNO SCHIAFFO SALVA UNA VITA” (di Rastignac)

Certo, ognuno ha la propria rispettabile storia, ma sarebbe offensivo se dicessi che probabilmente 1 o 2 anni d’antroposofia sono troppo poco, non tanto in termini di tempo convenzionale quanto nel senso di conoscenza e del livello di questa?

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Comprendere è lunga e pugnace impresa, così è difficile comprendere con qualche lettura d’attacco che l’antroposofia sia una corrente iniziatica, cioè un evento spirituale mediato nel mondo tramite eccezionali figure umane operanti concordemente a esseri sovraumani.

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Il fatto che essa sembri accessibile poiché è facile reperire testi, non dovrebbe trarre in inganno: come in fondo è sempre stato, la Scienza dello Spirito è “moderna” nella misura in cui si è voluto che essa fosse adeguata ai tempi e, cosa più importante, alla struttura della coscienza umana contemporanea.

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Coscienza che dapprima, leggendo i testi magari senza impegno, capisce poco rispetto ai molti livelli che si aprono in perfetta corrispondenza al pensiero che diventi attivo, insieme al sentire e al volere. Un paragone concreto e comprensibile del divario iniziale potrebbe venir dato dall’esercizio di “asta e filetto” che si eseguiva in prima elementare e che precedeva gli iniziali tentativi di scrittura. Scambiare l’asta e filetto con il saper scrivere porta a pasticci senza fine.

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Pur nel rispetto dei sentimenti di tanti, mi sembra che troppo sovente si sia scambiata la Scienza dello Spirito per uno dei tanti spiritualismi all’acqua di rose della new age e se non lo si è fatto spesso si fa il possibile per farlo sembrare.

Ridurre o tradurre l’antroposofia a schematizzazioni, farne dei “Bignami”su cui per sopraggiunta pure discutere, è possibile e molti l’hanno già fatto: sapendo tutto senza aver capito nulla.

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Se dico che l’antico Saturno fu una massa di calore che si evolse in una massa gassosa che chiamiamo antico Sole, non faccio sintesi spirituale ma esprimo un contenuto simile a: «Luigi l’altro ieri ha mangiato cinque biscotti e ieri ne ha mangiati sei». E il prodotto è solo una caricatura che non porta da nessuna parte.

Quello che mi domando è: cosa si legge veramente? Non di certo le opere dedicate al Metodo conoscitivo goethiano o La Filosofia della Libertà – sono troppo difficili con il loro linguaggio filosofico – ma almeno Teosofia… dove però il Dottore ricorda che la comune lettura «non vale per questo libro» in cui «ogni pagina, spesso anche pochi periodi dovranno essere conquistati con sforzo» poiché «chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto», e aggiunge che quanto in esso viene comunicato, va pure “sperimentato”.

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Oppure La Scienza Occulta dove, poveri noi, nella sua caratterizzazione (1° Capitolo) l’Autore sottolinea l’importanza primaria dell’attività psichica, «ché il lettore perviene ai fatti descritti solamente se riesce a svolgere egli stesso, in modo adeguato, tale attività».

Ecco: mi sono permesso di usare il Dottore (e di ciò mi scuso) per affermare che lo studio dell’antroposofia non può, per il carattere dei suoi contenuti e per lo scopo che si prefigge, essere ‘facile ’e neppure ‘facilitato’.

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L’apparente facilità con cui possono venire letti i Testi è il primo, occulto, ostacolo che si presenta all’anima del ricercatore. Il Dottore già in un testo complessivo come La Scienza Occulta dice tutto ed è già la perfetta sintesi di ciò che può venire afferrato dalla ragione e quanto può manifestarsi al ricercatore dello Spirito.

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Ma dico: chi, di fronte ad un testo in latino medievale o ad una complessa dimostrazione matematico-geometrica o davanti all’Etica di Spinosa, chi potrebbe pensare di capire evitando gli sforzi necessari?

Persino per farti diventare uno con la divisa, ai Centri Addestramento Reclute, ti facevano marciare otto ore al giorno per tre mesi! L’uovo di Colombo consiste in uno sforzo disciplinato, in un pensiero che si rianimi dalla passività del percepito sensibile adeguandosi al contenuto della lettura, al suo percorso: riattivandolo con una attività logico-immaginativa per iniziativa nostra ma strettamente conforme all’architettura di ogni singolo rigo del testo. Questo è il primo lavoro che andrebbe fatto, proprio per “motivarsi” e non perdere tempo.

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È scorretto, sbagliato (questa l’ho sentita), confrontare L’Iniziazione con il Manuale. L’Iniziazione di Steiner non è una semplice somma di indicazioni, ma un complesso dialogo su come e cosa l’anima debba sperimentare nel lungo cammino che la separa dalla condizione ordinaria sino alla soglia di una totale reintegrazione spirituale a cui sono chiamati pochissimi, e nessuno nel breve tempo di una singola esistenza.

Ciò nondimeno le indicazioni più elementari che il ricercatore trova nelle prime pagine del testo sono tutte condizioni necessarie, come avere le gambe per camminare.

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Il Manuale, invece, è ciò che il suo titolo suggerisce: un manuale. Scaligero, voglio ricordare, nell’arco di oltre vent’anni aveva scritto già 15 libri che non trattavano ippica o cucina. Poiché da un lato eravamo un po ’scemi e dal lato opposto qualcuno era ormai attivo e preparato, scrisse con il Manuale un testo d’uso, rivolto, in primis, a chi già operava avendo compreso cosa fosse la Via del Pensiero di cui, a parer mio, i primi capitoletti sono comunque una splendida sintesi molto concreta. Studiarli e comprenderli alla radice offrono all’anima il terreno più solido che possa presentarsi.

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L’antroposofia è una Scuola di vera vita interiore ma non deve essere una imitazione della scuola in cui, pigramente, si chiede al compagno la risposta su di un argomento che, per inettitudine o indolenza, non si è studiato. Così si va qua e là e si chiede a qualcuno di dare una risposta facile ad interrogativi che non dovrebbero nemmeno esistere se almeno si possedesse il prodotto più ottuso dello studio antroposofico: il nozionismo relativo alle Opere fondamentali. In questo campo l’orientatore deve sviluppare la massima comprensione ma non una sorta di buonismo ideologico che diviene complicità, poiché in tale modo sorregge e dignifica difetti e mancanze: l’opposto dell’atto morale di cui, a sproposito, si parla spesso.

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So che queste righe possono sembrare dure (il che non vuole assolutamente essere): possono essere sentite persino come rimproveri o schiaffi; però mi si lasci passare nell’anima un’osservazione di Scaligero: «A volte uno schiaffo salva una vita».

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

LUCE E TENEBRA DEL SILENZIO (di M. Sagramora)

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Stare da soli con se stessi sembra non essere piú una cosa piacevole e ricercata. Si desidera la presenza dell’altro, degli altri, magari con il telefonino, in chat, sui social, nelle mail o anche guardando la Tv, ascoltando la radio o la musica in cuffia. In strada si vedono persone camminare parlando a voce alta, a volte agitando le braccia per sottolineare il discorso.

Ho assistito, involontariamente alla fine di un amore, mentre mi recavo a fare la spesa mattutina. Una giovane donna in lacrime chiedeva spiegazioni del perché veniva lasciata, cosí, per telefono: uno strano modo di interrompere una relazione, da lontano, senza guardarsi ne­gli occhi, forse per impedire una possibile riconciliazione.

Restare in silenzio con se stessi è corroborante: si recuperano quelle forze che continuamente vengono disperse nella nostra partecipazione con altri all’impegno quotidiano.

Dobbiamo sempre rendere conto del nostro operare alle persone che ci circondano, ne subiamo il giudizio, espresso o sottaciuto, anche se a volte ne condividiamo volentieri azioni e pensieri. Siamo esseri sociali, e non dobbiamo isolarci. Ma riservarci dei momenti di silenzio fisico e mentale ci restituisce il giusto equilibrio per tornare a collaborare senza tensioni o avversioni. Distaccarci per rimettere al centro il nostro “Io”.

E se durante questo distacco inseriamo la disciplina interiore, torneremo a operare con energie rinnovate e una serenità di spirito che coinvolgerà le persone vicine a noi.

Esperienza vissuta durante un recente viaggio aereo verso la Scozia: alla partenza si era imbarcata una nutrita comitiva di italiani che si recavano a Glasgow per un evento ciclistico internazionale. C’erano i partecipanti alle gare che sarebbero state disputate, con accompagnatori, tecnici e familiari. Tutti chiacchieravano festosamente, e anche piuttosto rumorosamente. Si scambiavano i posti, chiamavano ripetutamente la hostess per richieste di vario genere. Quando il carrello con le vivande e le bibite è passato, molti hanno chiesto alcolici e brindato allegramente, altri invece discutevano animatamente.

La cosa sarebbe continuata cosí fino al termine del volo, se non ci fosse stata una improvvisa turbolenza, con la voce del comandante ad imporre di restare seduti e di tenere allacciate le cinture. Anche le hostess e lo steward hanno interrotto il servizio e si sono seduti. L’aereo continuava a dare forti scossoni e vuoti d’aria. Un silenzio è calato all’interno del velivolo. Tutti in quel momento sono rientrati in sé. Passati cinque minuti o poco piú, l’aero ha ritrovato il suo assetto e tutto è tornato alla normalità. Ma l’atmosfera era del tutto cambiata. Quel ciarlare precedente non è ripreso, e all’arrivo le persone che si erano imbarcate in maniera chiassosa sono scese composte e tranquille. Il loro “Io” era tornato al centro.

Il silenzio e il raccoglimento in sé, anche di pochi minuti, è una terapia, e quando è fatto insieme, rappresenta una feconda terapia di gruppo.

C’è però un silenzio che ha un profondo aspetto negativo, ed è il silenzio di chi non parla ad altre persone, persino nel proprio ambito famigliare, chiudendosi in un mutismo che pesa e intende colpire, che mostra un aperto disinteresse, un voluto isolamento che gli altri cercano di superare ma non riescono a scalfire. Molti drammi di questo genere si consumano nelle case o negli ambienti dove si vive a stretto contatto.

C’è il silenzio di figli che non visitano e neppure telefonano ai genitori da anni, per una colpa a loro attribuita che non riescono a perdonare. Quel mutismo si sbocca a volte solo dopo la loro morte, e allora ci si chiede perché non si era fatto quel passo, non si era interrotto quel duro silenzio accusatore.

Un tempo la religione aiutava a vincere questi blocchi. Si andava dal confessore e questi suggeriva di agire con carità e compassione anche verso chi si presumeva avesse sbagliato. Citava il vangelo e la parabola del Cristo nel discorso della montagna: «Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello».

Ora si va dallo psicologo, un confessore laico, e per di piú a pagamento, il quale, se non è un illuminato, non farà che sviscerare traumi subiti nell’infanzia, fissazioni attuali e pregresse, incontri sbagliati che hanno lasciato ferite non ancora cicatrizzate, colpe dei genitori o dei partner incontrati e lasciati. Tutto ciò non aiuterà certo a trovare un equilibrio, e a tentare una necessaria riconciliazione.

Ne hanno fatto di danni questi presunti aiutatori, in realtà spesso persone che hanno scelto tale disciplina perché a loro volta disturbate e cariche di quei “complessi” da cui presumono liberare i loro pazienti!

Cosí scrive Massimo Scaligero in quel mirabile libro che ogni serio e sano psicologo o psicanalista dovrebbe conoscere, Psicoterapia – Fondamenti esoterici: «Dagli Psicoterapeuti del presente tempo la dimensione metanoetica della coscienza invero è stata ignorata, onde si sono scientificamente coltivati nella psiche impulsi d’autonomia non riferibili al loro fondamento, bensí alla corporeità, epperò si è confusa la fenomenologia della libertà con quella della istintività. Le psicologie, le pedagogie e le filosofie hanno cessato di conoscere l’organismo dell’uomo come struttura sorretta da gerarchie di forze estrasensibili, operanti parimenti nella Natura e nel Cosmo, secondo un ordine che tende a manifestarsi nella coscienza e la cui conoscenza è il reale principio della Psicoterapia».

Lo psicoterapeuta dovrebbe quindi essere una sorta di novello sacerdote, per poter aiutare a sciogliere nodi, a salvare dal silenzio colpevole e a riportare serenità nei rapporti famigliari e sociali.

L’immagine che mi diede un giorno Massimo, rimasta indelebile nella mia mente, è quella di un calmo lago che riflette il cielo. Lo psicologo che fruga nel passato del paziente alla ricerca di drammi e colpe da attribuire, è come un agitatore della mota che giace sul fondo del lago, facendola salire in superficie a intorbidare l’acqua: questa non rifletterà piú il cielo, cosí come il paziente non farà che rimuginare sul torbido del suo passato, che deve invece restare là dove è decantato, lasciando libera la psiche di affrontare, con luminosa trasparenza, il presente e il futuro.

Ognuno è il vero e unico costruttore di se stesso, senza appigli informatici, telematici o psicoterapeutici. Nel silenzio della propria interiorità, lontano dalle eccessive stimolazioni esteriori – spesso ricercate per tacitare quella che in altri tempi veniva chiamata “la voce della coscienza” – si ritrova la centralità del proprio essere e la soluzione a problemi spesso risolvibili con una generosa disponibilità verso l’altro: si attiva la forza del perdono.

Sulla porta dello studio di Via Cadolini Massimo mi chiese di scrivere con il pennello giallo, sulla porta verniciata di verde, una frase che alcuni ricorderanno, e che intendeva suggerire la giusta atmosfera interiore a chi arrivava: «Pax et bonum. Silentium!».

Marina Sagramora

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per gentile concessione de L’Archetipo

https://www.larchetipo.com/2023/09/socialita/luce-e-tenebra-del-silenzio/

MARINA SAGRAMORA, SCIENZA DELLO SPIRITO

AUTUNNO (di M. Scaligero)

(“Autunno nel villaggio” di M.Chagall)

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AUTUNNO

Un venticello autunnale

spira tra i pallidi rami

mentre la foglia già frale

quasi da molli richiami

tratta di dolce usignolo

si stacca e tremula e lenta

va a riposare sul suolo.

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Già son le foglie appassite,

già gli arboscelli son spogli,

co’ pampini s’erge la vite,

sorgono nuovi germogli

pe’ fertili ed umidi campi

vi regna il porifero autunno

calcatis sordidus uvis.

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2 agosto 1919 (Massimo Scaligero)

ARTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

Lettera APOCRIFA di Goethe dal suo Viaggio in Italia (di R. Arcon)

(UN “FALSO” PRELIBATO (SPECIALMENTE PER CHI CONOSCE QUALCOSA DI SCRITTI GOETHIANI.
E SE VI PIACE RINGRAZIATE RENZO ARCON, NON ME. Franco Giovi)
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Lettera APOCRIFA di Goethe dal suo Viaggio in Italia
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Mentre sempre più chiaro si delinea ai miei occhi quanto in questo viaggio ho appreso intorno al mondo minerale e vegetale, mentre ormai le meraviglie di bellezza che finalmente ho potuto ammirare sono parte di me e da me rifluiscono come forze vive che daran frutti al mio ritorno, trovo il tempo ancora di sviluppare le mie osservazioni sulla natura per sciogliere gli ultimi veli di cui essa pudicamente s’avvolge.
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Ho raccolto, malgrado il mio proposito di non gravarmi di pesi di tal genere, svariati campioni di minerale ed osservato che la conoscenza di essi non può che limitarsi al mero constatarne la presenza, la pluralità e le intrinseche qualità che pongono ciascun aspetto di essi in relazione agli altri, sicché il fenomeno della loro esistenza si esaurisce in rapporti spaziali e nulla di più è dato sapere di essi se non ch’essi esistono e interagiscono tra di loro.
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Non così mi si presenta quanto a ciò che riguarda l’essere delle piante, della vegetazione. Già vi scrissi come s’andò formando in me il pensiero che vi sia alla base d’ogni aspetto e d’ogni fenomeno riguardante il mondo vegetale una tal “pianta primigenia”, la quale va trasformandosi in infinite metamorfosi, dando origine e alle singole parti d’una specie e alla loro diversità in relazione all’ambiente in cui viene ad agire. Sicché, come già vi dissi, con questa pianta primordiale posso ben comprendere ogni essere vegetale e inventarne di nuovi che, ove certe condizioni d’ambiente lo permettessero, potrebbero bene configurarsi e svilupparsi ed essere del tutto reali.
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In una lettera ricordo d’avervi detto che questa mia teoria non solo giustifica l’aspetto e la diversificazione delle piante, ma è applicabile agli altri organismi come gli animali e infine anche all’uomo. È l’“animalità” nell’animale che produce le varie specie, che io intendo essere appunto specializzazione di certi caratteri sugli altri in maniera più o meno perfetta, e da cui mi par cogliere il motivo per il quale vi sono esseri complessi e semplici, tutti dotati di precise caratteristiche, così che ad esempio ci par il cavallo nato per la corsa, il pesce per il nuoto, gli uccelli per il volo e il cane per fiutare.
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Né mi sfugge che l’uomo stesso deve essere connesso a questo “tipo” o entelechia animale e che in quanto essere organico porti a sviluppo ed armonia quelle caratteristiche che la totalità delle specie animali esprime, così che la sola capacità di ragione è nell’uomo privilegiata e le altre concorrono tutte a dar spazio e giustificazione a questa.
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M’è altrettanto chiaro che la ragione, che dagli altri esseri organici distingue l’umano nell’uomo, è fondata sulla capacità di formare giudizi, e che questi son risultato della capacità di pensare. Ma questo pensare mi pare assomigliare a quel diversificarsi della pianta primigenia ove unico è il fondamento e complesse e diverse le sue determinazioni: noi passiamo da un concetto al successivo dimenticando i precedenti e tuttavia in ogni seguente determinazione accogliendo tutto lo svolgimento del processo, sicché il pensare è come un essere di continuo germogliante secondo un’entelechia interna al pensare stesso.
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Ma questo svolgersi dei concetti l’un dopo l’altro e il contenuto degli stessi dipende strettamente e dall’oggetto cui si volge il pensare e dal soggetto che pensa, così che, nel suo apparire, diverso sembra il pensiero da un uomo all’altro, pur uguale permanendo la sua scaturigine.
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Che quest’osservazione sia vicina al vero mi par evidente dalle matematiche, ove essendo presupposto uguale l’oggetto ed il soggetto facendosi uno con esso non v’è ragione che non concordi con esso e in esso non riconosca un identico processo. Se noi constatassimo come la foglia sia nell’essere vegetale il principio di tutte le metamorfosi, e come ogni aspetto di esso non sia che modificazione di quella, avremmo trovato la matematica relativa al mondo vegetale.
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Ma l’entelechia nei vegetali non è già la foglia bensì ciò che la determina ed il principio interno che la fa esser tale e ne produce i mutamenti. Così è nel pensare. Io credo che qui l’uomo possa afferrare la sua umanità ove scopra dove il “pensare primo” agisce nel passare da un concetto al successivo esprimendo se stesso secondo necessità del suo stesso essere: dove l’uomo è un essere per così dire divino.
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Renzo Arcon
SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-SETTEMBRE 2023

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

FIGURE INTOCCABILI NEL PANORAMA ANTROPOSOFICO (di F. Giovi)

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Sembrano esserci, nel panorama antroposofico, figure che sono intoccabili, che se le sfiori con un pensiero che non sia di devota adesione, sei condannabile per blasfemia! Persino se scrivi e riscrivi che i Testi, ben oltre la lettura, sono operativi e dunque da trattare con rispetto e non con bramosia culturale infastidisci Tizio o Caio o chi non può fare a meno di gridare in piazza.
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Amici, documentatevi con cuore ed intelletto: e scoprirete che i migliori discepoli di Steiner furono quelli che seppero mantenere una ferma (persino feroce!) autonomia e capacità critica nei confronti suoi e dell’opera sino a quando la loro stessa esperienza confermò le indicazioni del Dottore: ma è questione di autonomia interiore, di intuirne il valore. Se questa manca parlo al vuoto.
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Però il polverone è conturbante e potrebbe essere esaminato alla luce delle abbondanti indagini del dottor Freud riguardanti le pulsioni verso das Mutter più che con i mezzi della Scienza dello Spirito.
Comunque, a chi sta davvero fuori dalle beghe di bottega, pare piuttosto che si tratti di un fenomeno di antroposofismo misticizzato e inchiodato, ridotto (pure quello!) a chiesismo: chiesismo ruzzolato nei settarismi esasperati dove ricerca e conoscenza sono astrazioni dissacrate, ammazzate e ben sepolte.
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Ho potuto constatare nel nostro Paese, un po’ dappertutto, come tante anime intrise di cattolicesimo, scivolino senza alcun mutamento interiore verso ammaestramenti scientifico-spirituali: il risultato è un ircocervo che trasmette il peggio del primo nei secondi.
Si è giunti ad un punto tale di ipogeica bassezza che chi ascoltò per molti anni il verbo della saggezza, oggi irride chi sa meditare nella propria stanza o, se volete, nella yurta o nel teepee (all’aria aperta, probabilmente, il giudizio non cambierebbe) snaturandone la realtà come se chi medita contemplasse inebetito il proprio ombelico.
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Però vige ancora e sempre la speranza che arrivi qualcuno che sia portatore di una rinascenza, come un vento di freschezza giungente magari da Berlino o da Singapore. Che arrivi da fuori e da lontano. Mi dispiace.
Così l’Io che si è, anche se non pare molto, viene sempre lasciato indietro: certamente sembra che non abbia dato granché…eppure piano piano una consapevole dedizione e una grandissima pazienza sarebbero già il miracolo che non arriva mai quando lo si cerchi fuori e a caso: meglio il tripudio panico no?
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Se si attinge al coraggio di guardare la situazione come essa sia, senza fantasie consolatorie, non dovrebbe essere impossibile realizzare quanto la via sia stata percorsa poco e male. E chi ha svolto poco e male il compito dovrebbe tacere!
Piuttosto pare che l’idea dell’azione consista nel tenere ben chiusi gli occhi davanti le stramberie e lo strame accumulati dal bulimico ossesso di turno sui Testi di Steiner, di Scaligero – in effetti su qualunque malcapitato tema, riuscendo persino a sfregiare e ridicolizzare le discipline della Scuola Esoterica – ed invece a fare da appassionati campioni degli “occultologi fuori di testa” (termine apparso su giornali) e dei volponi venditori di corsi di puzze fritte. Questa è l’azione?
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Amici interdetti si chiederanno in cosa queste ultime righe abbiano a che vedere con gli scritti di Steiner e Scaligero: potrei rispondere: poco o molto o niente del tutto: dipende dal punto d’osservazione.
Questo ambaradan di cui certo malamente scrivo, si presenta come parte del quadro che davanti la conoscenza (Steiner) o nell’esperienza (Scaligero) non dovrebbe neppure esistere: adesione alle fantasie della psiche e fede in ciò che è il rifiuto o l’oblio della conoscenza o esperienza che, in alcuni momenti in talune figure, forse almeno come direzione, inizialmente ci furono.
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Oggi però costoro paiono ricordare ciò che resta dopo aver bevuto a garganella dalla spumeggiante acqua del Lete. Il pensiero della testa, nel vero esoterismo, non è sufficiente.
Cercare costantemente in altro ciò che urge nell’Io è il capovolgimento dell’assunto apicale della moderna Scienza dello Spirito.
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A meno che non risulti una strutturale incapacità di discriminare tra ego e Io, tra anima e spirito. Allora si sparano continue bordate contro l’uno o l’altro solo per questioni di carattere, che, per analogia è soltanto la carta, la confezione e non l’oggetto. Con quale metro si invalida tutto? E dietro una sottile facciata di comprensione più falsa di Giuda, vedi tutti i colori umorali che si sventagliano dal risentimento per passare all’antipatia sino al livore più radicale.
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Il nocciolo del problema resta sempre una questione di livello: rigorosamente distinto dalla sfera in cui si esplica il proprio inutile monologo discorsivo, vuoto di morale poiché si bramerebbe moralisticamente che il proprio modo di sentire potesse venir riversato nelle altre anime.
Genericamente, i detrattori grandi e piccini della via del pensiero, mancano di disciplina interiore, né conoscono neppure l’ombra di cosa sia il volere transpersonale.
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Questo lo scrivo con sicurezza certa: sbertucciatemi pure ma so che è così: se non avessi realizzato il silenzio dell’anima potrei semplicemente percepire un distaccato disgusto verso i plotoni di pupari e pupi: corrotti dalla lunga frequentazione (fornicazione intrecciata) di personalismo e antroposofismo: scienza dello spirito subordinata ai propri fini.
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Con le chiacchiere si è così lontani dalla vera Scienza dello Spirito che nemmeno si concepiscono le esperienze che il ricercatore trova lungo il cammino interiore che – santa pazienza! – è davvero un cammino su gradini illuminativi di percezione verso il riequilibrio degli eteri presso il cuore: da dove ascende in quieto, gioioso e inarrestabile impeto la potenza cosmica del Logos: mahâkâly ânanda.
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E’ la forza che fluisce nel centro come nelle lontananze: si sperimenta nella più intima realtà di noi stessi come essa sia l’illimitata portatrice di salvezza, redenzione e trasformazione dell’uomo e del mondo sino alla mineralità di questi: giungere ad essa è azione vera, tentare di giungere ad essa è azione vera.
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Le discipline portano l’operatore ascetico ben oltre i limiti e i luoghi conosciuti dagli uomini ma non ci mondano interamente dalla nostra infamia quotidiana: lo fa la Forza che si dona, che sboccia: qui, in Occidente, possiamo chiamarla col nome antico di Misericordia.
Le discipline che investono tutto l’essere divengono la retta domanda: solo alla retta domanda risponde il Cielo.
Ma anche nel suo minimo, nei più timidi vagiti, è questione di spirito, non di anima quando e se questa viene confusa con il calderone di istinti, vitalismi e passioncelle personali e talvolta di volgare benché astuto plagio. Che confusione, amici miei!
E’ sempre una questione di livello, ma chi è prigioniero della propria anima, non sa di che parlo.

SENZA CATEGORIA

PUO’ L’ UOMO USCIRE DAL TURBINE…? (di F. Giovi)

vento1
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Riesce dunque l’uomo ad opporsi o a sfuggire alle immagini (e ai sentimenti) che lo assalgono con la furia e la velocità dei predatori naturali, piombando in lui da luoghi oscuri ed ignoti, o piuttosto trascorre la vita subendo l’incessante dominio di forze scaturenti fuori dalla sua coscienza e comprensione?
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Secondo l’osservazione della vita animica dell’uomo in quanto desto e autoconsapevole, la pratica della Concentrazione può configurarsi come l’istanza conoscitiva più estrema: guadagnare una condizione da cui sia possibile vedere cosa sia il conoscere, ed afferrarlo.
La Concentrazione non è tanto una sorta di esercizio mistico o magico, quanto l’urgere di una coerenza epistemologica che ancora non c’è o va perdendosi poiché manca l’umano. Invero domina il subumano a cui siamo stancamente abituati, fatto salvo un senso d’irrealtà e disagio morale verso la sceneggiata quotidiana, quale che sia la sua parenza di valore.
Siamo immersi in una sfera di sottocoscienza in cui libertà, impulsi morali, conoscenza, il vero o il falso sono le rappresentazioni fantasmatiche di una entità umana che non pensa ma viene pensata, che non sente ma viene sentita, i cui istinti sono scambiati per volizioni.
È un livello in cui non può reggere alcuna verità e alcun giudizio sull’azione che l’uomo compie, poiché, ad essere sinceri, non sappiamo da chi e perché le azioni sono state compiute.
Tutti sono innocenti, anche gli esseri più abbietti, dato che essi, al pari dell’uomo dabbene, sono mossi dallo sconosciuto altro-da-sé. L’essere umano contemporaneo è, di norma, un medium inconsapevole della propria medianità.
L’ordinario fatto che tutti combattano tutti a fin di bene e con giusta causa, traendo il senso di sé dal risentimento e dall’avversione, persino nelle cosiddette comunità spirituali, dovrebbe almeno indurre a qualche riflessione che difficilmente trova coincidenza con le magnifiche e progressive sorti.
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Quando il ricercatore dello Spirito inizia l’esercizio interiore, si muove da una situazione animica non dissimile, poiché non è più desto degli altri uomini, né possiede organi per conoscere la giustezza della sua scelta. L’ottemperanza alle minime regole interne alla tecnica della concentrazione porta l’uomo interiore a modificazioni essenziali che (ben oltre gli occasionali fenomeni estranormali) verranno colte quali trasformazioni dell’anima dopo tempi lunghi di maturazione.
Predeterminare una linea di pensieri o un unico pensiero da pensare, limitando solo a ciò tutta l’attenzione cosciente di cui si sia capaci, attiva il circuito di una forza celata dal volere e mai prima avvertita, in spazi d’anima sconosciuti a qualsiasi precedente autosservazione. Il dazio da pagare per chi si rende capace di ripetere tale operazione sarà sempre un pesante tributo alle difficoltà generali che sembreranno moltiplicarsi o assumere carattere di sacrificio.
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L’uomo, dal momento in cui si predispone ad una definita coscienza terrestre, è privo della capacità di concentrarsi volitivamente, almeno in una misura degna di nota. Molti credono di concentrarsi quando vengono afferrati da un’idea che s’impone nell’anima trasportandoli lontano dalle sensazioni immediate. Allo stesso modo, quando l’imponenza e la bellezza di forme e colori naturali cattura la coscienza nel percepito, alcune nature giudicano a posteriori d’avere vissuto una esperienza mistica o cosmica: non impossibile ma improbabile, almeno per chi si attiene alla robusta concretezza dei veri mistici, che non sono fantasiosi. Osserva con sagace senso pratico Teresa d’Avila, nel suo Castello interiore: “Sono convinti che si tratti di arrobamiento (estasi) ma io lo chiamo abobamiento (ottusità).
Al contrario, chiunque potrebbe provare in qualsiasi istante che gli è impossibile mantenere l’attenzione per un significativo periodo di tempo su un qualsiasi particolare di quanto lo attornia. Come se qualcosa lo obbligasse a spostare di continuo occhi e coscienza da un particolare ad un altro, a un altro ancora. Senza posa.
Numerose Logge, Congreghe, Officine, Conventi ecc. detengono tecniche, tra loro assai simili, capaci di scantonare nei riguardi delle forze di coscienza dei nuovi tempi e di quanto a queste possa o debba corrispondere. Quando il tutto non si riassuma in una liturgia di simboli noti e persino ingenui, e in riassunti di approfondimento su incastri alfanumerici, beninteso gabbati come preziose reliquie dell’“antica Sapienza egizia”, il nocciolo del lavoro interiore corrisponde sempre a sistemi propizianti l’ipnosi o la trance autoindotta. Il restante, quello che gira liberamente e con ampia diffusione, è in unico blocco l’espressione tout-court della trionfante riforma spiritualistica dipendente dal subumano.
A chiarimento di cosa si stia parlando, prendo,  purtroppo a caso, una rivistina patinata e di buona grafica che impudicamente si titoleggia in copertina come “Itinerari dello Spirito”, riportando l’incipit dell’articolo principale: «Ho incontrato molte persone che mi hanno detto: “Ho provato a fare meditazione ma non ci riesco”. Impossibile, dico io, meditare è la cosa piú facile che ci sia. Il problema è che c’è un enorme malinteso. Meditare non vuol dire concentrarsi, costringere la propria mente a pensare questo o quello. Gli esercizi di concentrazione servono, in teoria, a prepararci a meditare, ma non sono meditazione. Anzi secondo me sono inutili, se non dannosi. Inutile tentare di impedirsi di pensare, è una cosa impossibile. Se penso di non pensare sto comunque pensando…lo scopo della meditazione è quello di rilassare il cervello, farlo riposare… pensando ci sforziamo. Bisogna smettere di sforzarsi a pensare. Essere pigri, sonnolenti, sornioni…».
Il tanto suesposto vale per tutta la marea del consimile su cui considero perfettamente inutile il giudizio. Per giungere a tali realizzazioni basterebbe un buon sonno o qualche molecola della famiglia delle benzodiazepine, ma giacché la coscienza comune chiama sognare sé ed il mondo col nome di veglia, l’ardimentoso spiritualismo confezionato per tale coscienza osa di più: vorrebbe fare dell’uomo un essere che dorma da sveglio. L’occultista sa che questa è una spaventosa ma realistica possibilità. L’alternativa comune all’uomo non ancora robotizzato consiste nel venire continuamente dominato da una sorta di natura emotiva autonoma che è il centro motore dei suoi pensieri ed azioni; essendo per giunta del tutto impreparato a dominarla.
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Cosa potrebbe fare allora il povero apprendista mago? Egli cammina, come tutti gli altri uomini, per le strade della vita, subendo una impollinazione incrociata tra sogno e veglia, e ciò avviene anche quando, seduto in silenzio, crede di meditare. Forse, prima di concentrarsi con sperabile profitto, il nostro motivato apprendista dovrebbe sospettare che il suo attuale mondo è sognato; a dirla tutta, anche per quanto crede di sapere sui mondi occulti, soprattutto su quanto concerne lo Spirito.
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Come fa a svegliarsi da sé uno che sogna? È un mistero. Ma forse, se il sognatore si addensasse in se stesso, se non temesse per attimi di dirsi io, IO e nient’altro? Proprio così. Distinguendosi, con uno scatto intimo, da pensieri, valori, abitudini, caratteri ai quali si attribuisce sempre una identità con se stessi, questo potrebbe essere il piccolo germe di un risveglio.
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Se qualcuno decidesse, con studio, comprensione e dedizione, di tentare la strada dell’Infinito e della Libertà, gli occorrerebbe, quanto prima e sempre troppo tardi, realizzare la più ovvia delle verità, ossia l’indiscutibile fatto che il dominatore e la cosa dominata non possono essere identici.
Con un’immagine presa a prestito: cavaliere e cavallo sono due, non una cosa sola. Finché non si impara a dominare il cavallo, non sarà possibile riconoscere con chiarezza chi è il cavaliere. Il cavallo (l’animale) è certamente forte ed esigente: non gli bastano tutti i pensieri del mondo. Non è disposto a cedere quei pochi minuti che con la disciplina interiore si cerca di sottrarre al suo avido potere.
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Non appena evocato un tema di concentrazione, uno sciame di pensieri aggredisce lo sperimentatore portandolo a dimenticare il tema proposto (e anche cosa sta facendo lì seduto). Il carattere di tali pensieri è la capacità di farsi pensare con l’urgenza prepotente dei più importanti pensieri del mondo. In quel confuso campo di battaglia della nostra sbrindellata coscienza, dove il buon cavaliere perde sempre, è forse possibile un barlume di resistenza, una futura rivincita? In una sola esistenza? Forse sì o forse no. Personalmente lo credo possibile, ma sono solo un pessimista che esercita la positività.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA BIODINAMICA DA STEINER AL VINO (di F. Giovi)

A proposito dei vini antroposofici.

Non tutti gli antroposofi vedono nelle bevande alcoliche il vero nemico dello Spirito. Mi ricordo che il compianto Salvatore Colonna, invitato ad un meeting internazionale, ci riferì, scandalizzatissimo, che molti tra i partecipanti non disdegnavano il ‘cicchetto’!
È un problema che riguarda sia la Madre che le Figlie – soprattutto le seconde, che spesso ignorano i contenuti antroposofici. Le prove limite me le fornì un buon amico assai attivo nella Società, che riesce a volermi bene nonostante le mie posizioni paurosamente anarchico-eretiche.

Mi raccontò di una visita ad un consorzio agricolo (biodinamico) estero. Tale entità funziona talmente bene da esser divenuta una vera industria, economicamente florida e in ulteriore sviluppo. Entusiasmato per cotanto successo, chiese al manager se vi fosse l’intenzione di stampare testi antroposofici, in particolare dello Steiner. La secca risposta dell’imprenditrice fu, all’incirca: «Steiner chi? Antroposofia? Noi con l’agricoltura biodinamica facciamo ottimi affari, mica libri!».

Non è mia invenzione, e da questo mi sembra di vedere la produzione vinicola come la più lieve delle preoccupazioni. Sinceramente, lo scorretto uso dell’immagine del Dottore è poco a paragone di tutto quello che, ingiustificatamente, è stato scagliato contro la Sua figura.

Fu accusato d’essere massone e antimassone, di essere cripto-cattolico, persino gesuita, e anti-cattolico, filo-ebraico ed anti-ebraico, poi pagano, razzista, filo-germanico e anti-germanico… e se dimentico qualcosa vogliate scusarmi. L’ignoranza, la stupidità e l’avversione non hanno limiti. Forse che la difficile possibilità di intervento sui media possa correggere le… qualità elencate?

Intanto cerco di ricordare che Rudolf Steiner proibì (ai discepoli della Scuola Esoterica) soltanto una cosa: l’alcol.
In tempi più recenti Massimo Scaligero dedicò a questo unico precetto un breve capitolo del suo Manuale pratico della Meditazione.

I ricercatori, mediamente adulti, per coerenza e maturità, si sobbarchino poi l’onere delle proprie azioni. Non siamo, per così dire, nati ieri e sappiamo che non pochi si difendono dicendo: «Io non faccio gli esercizi, dunque questa regola per me non vale; poi la scienza dimostra che un po’ di vino fa bene».

Mentre le Vie allo Spirito hanno sempre saputo, sperimentalmente, che, al di là di particolari e preparatissimi atti rituali, tutto quello che è altro (hetheron) è una privazione per l’Essere, una corruzione che rimanda a uno stato di imperfezione.

Inoltre l’alcol e le droghe sono entità attive: esercitano attivamente una propria azione in contrasto con le forze dell’Io. Allora l’individuo non consiste ma cede e moltiplica le molte passività che lo allontanano da se stesso. Anche senza esercizi (ma si potrebbe rilevare che un’attenta lettura di contenuti spirituali è già un esercizio formativo per l’uomo interiore!).

Forse è più proficuo ricordare due precetti: il primo, antico, ammonisce di non permettere che quello su cui nulla possiamo possa qualcosa su di noi. Il secondo lo troviamo nell’Iniziazione di Steiner e dice che «se sono in collera o mi irrito, erigo un bastione nel mondo animico…». Questa osservazione, del tutto vera, è davvero terribile: basta pensare che possiamo passare intere giornate in uno stato di irritazione anche senza quasi accorgercene.

Per mutare tale stato, spesso cronico, non bastano i buoni propositi. Occorre preparare una zona di calma interiore (mai come atteggiamento ma come risultato, ad esempio, della pratica dei 5 esercizi) per separare la giusta riprovazione dall’avversione e dall’odio che a questa s’accompagnano.

Il Dottore descrive una disciplina assai importante nel suo scritto I gradi della conoscenza superiore, dove indica come tutto quello che viene percepito come falso o ingiusto debba venir sentito e sofferto con intensità, ma separandolo dagli uomini che l’hanno formulato.

Il tipo di calma ‘magica’ conseguente a questa pratica aiuta il divenire dei fatti alla correzione. Da tali attività interiori, che sono esteriormente silenzio, prendono le mosse tutte le più reali forze rettificatrici. Poiché le cause dei fatti sono sempre spirituali, il problema più urgente consiste nella formazione di operatori spirituali che possano sanare le deviazioni alla loro origine.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-AGOSTO 2023

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-LUGLIO 2023

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-GIUGNO 2023

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-MAGGIO 2023

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-APRILE 2023

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-MARZO 2023

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA VIA ASSOLUTA

La Via dello Spirito è, e non può essere altro, che la ‘Via Assoluta’. Assoluta perché lo Spirito è l’Assoluto, l’Incondizionato, e come tale è disciolto da tutto ciò che, essendo solo relativo e manifestazione, potrebbe condizionarlo. Ciò che è relativo, ossia la manifestazione, dipende dallo Spirito che la genera, dipende dall’Assoluto, il quale, invece, non dipende affatto da essa. Lo Spirito, l’Assoluto non dipende da niente, se non da se stesso.

Facciamo un esempio, al fin di esser più chiari, per così dire di natura ‘ottico-astronomica’: il Sole è la sorgente della Luce. La Luce ha nel Sole la sua sorgente, perché da essa ‘sorge’, ed essa ha nel Sole la sua ‘scaturigine’ perché solo dal Sole essa, appunto, ‘scaturisce’. Anche la Luna, il bell’Astro della Notte che tanto allieta e commuove le anime delicate e i poeti, ci invia nelle ore notturne la sua pallida luce, ma quella lunare è luce solo ‘riflessa’, ossia essa non sorge originariamente dalla Luna, non scaturisce dalla Luna, non viene generata dalla Luna. La luce lunare, in realtà, è solo – dovremmo dire ‘era’, perché essa è ‘posteriore’ alla originaria scaturigine  – Luce solare oramai solo ‘riflessa’ e non più originariamente ‘sorgiva’. Come tale, essa dipende dalla Luce solare –  in definitiva dal Sole – dalla cui esistenza è ‘condizionata’. Infatti, durante la Neomenia, come la chiamavano gli Elleni, ossia durante il Novilunio, la Luna non c’invia nessuna luce, perché essa non la ‘genera’ affatto, non è l’originaria sorgente di quella bella luce ch’essa ci riflette durante il Plenilunio. Quindi la luce lunare, in quanto manifestazione, dipende ed è generata dal Sole e dalla Luce solare, che è Luce sorgiva, generante e manifestante, e non viceversa.

Lo Spirito, in quanto Assoluto, è – direbbero la platonica Scuola di Chartres e l’aristotelica Scolastica medievali – l’Ens realissimus, l’Essere supremamente reale,  il quale è – per dirla con Benedetto Spinozacausa sui, ossia unica, esclusiva, causa di se stesso, ossia Ente che ha unicamente in se stesso, e non in altro, la causa della propria esistenza. O, per dirla più esattamente, nell’Assoluto, e solo nell’Assoluto, ‘essenza’ ed ‘esistenza’ coincidono. Questo perché – secondo la prima proposizione dell’Ethica more geometrico demonstrata del coraggiosissimo filosofo olandese «per causam sui intelligo id, cujus essentia involvit existentiam, sive id, cujus natura non potest concipi, nisi existens», ovvero, per dirla nella bella lingua del nostro Dante, «per causa di se stesso intendo ciò la cui essenza implica l’esistenza, cioè la cui natura non può essere concepita se non come esistente». Va da sé, che  essendo l’Assoluto un qualcosa ha la causa esclusivamente in se stesso, e non in altro, non può essere limitato da qualcos’altro, anche per la ragione che, a rigor di termini, fuori dello Spirito, dell’Assoluto, nulla veramente è, e non potendo essere limitato da nulla, esso è per sua stessa natura infinito.

Questi possono sembrare pensieri ‘filosofici’, ossia meramente ‘speculativi’, mentre in realtà non lo sono affatto. Essi comportano, come vedremo, conseguenze pratiche di notevole importanza. Conseguenze che il discepolo della Scienza dello Spirito, che abbia la temerarietà di voler realizzare lo Spirito, ossia di voler realizzare l’Iniziazione ad una vita spirituale più alta, farebbe bene a prendere moltissimo sul serio. Il non farlo, sia pure in buona fede, può dare origine a vari equivoci – come purtroppo è molte volte, anzi troppe volte, accaduto – equivoci che possono portare a situazioni contraddittorie, dolorose, e financo al totale fallimento della tentata impresa spirituale. Le conseguenze di una tale incomprensione di questo punto fondamentale, e degli equivoci che ne scaturiscono, sono all’origine – anzi ne sono state per un secolo abbondante, e ne sono tuttora, purtroppo, la causa specifica – della sciagurata crisi del movimento spirituale antroposofico, dello snaturamento totale della Società Antroposofica, del fallimento della missione che a quest’ultima era stata assegnata da Maestro dei Nuovi Tempi, da Rudolf Steiner, nonché delle prove dolorose e drammatiche che ha attraversato, e che tuttora attraversa, quella Comunità Solare, che Massimo Scaligero ha creato, ha impulsato, e alla quale sino alle ultime ore della sua esistenza terrena egli ha donato sacrificalmente tutte le sue forze.  

Ora, la Via dell’Iniziazione, la Via che coraggiosamente – anzi oltremodo temerariamente dal punto di vista ‘relativo’ e ‘condizionato’, che è fatalmente un punto di vista meramente ‘umano’, ‘umanotroppo umano’, in definitiva ‘umano-animale’ – intende percorrere chi voglia realizzare l’Assoluto, è una ‘Via dello Spirito’, e non una ‘via dell’anima’, come abbiamo, invece, visto troppo spesso propugnare da chi come – tanto per ritornare, una volta di più, su una vexata quaestio – l’Innominato si sforza, con varie opportune tattiche, di attuare, tentativo che, del resto, più volte su questo audace blog abbiamo nominato, apertamente denunciato, ed ogni volta rintuzzato, come una insidiosa quanto esiziale forma di ‘trasbordo ideologico inavvertito’. La ‘Via dello Spirito’ è una ‘Via di Conoscenza’, e non la via di un mero infinito e indefinito ‘miglioramento morale’, che non esce, né può mai uscire, in quanto semplicemente tale, dai ferrei limiti di una natura radicalmente dominata dalle Deità ostacolatrici. La ‘Via dello Spirito’ non è una forma di ‘pietismo’ ad uso di quelle che il poeta tedesco Wolfgang Goethe chiamava ‘die schöne Seelen’, ossia le ‘anime belle’, ‘Pietismo’ che nei secoli XVII e XVIII – in epoca ancora gabriellita – pur ebbe la sua ragion d’essere, i suoi momenti luminosi, ed in taluni casi persino il suo esoterismo, ma che oggi – in epoca michaelita – è ormai del tutto superato ed esaurito.  

La ‘Via dello Spirito’ è, necessariamente, una ‘Via del Pensiero’: quella ‘Via del Pensiero Vivente’, che Massimo Scaligero ha riposto, come un filone aureo, al centro della Scienza dello Spirito. La ragione per la quale la ‘Via dello Spirito’ è necessariamente una ‘Via del Pensiero’, la chiarisce lo stesso Rudolf Steiner nella sua Die Philosophie der Freiheit, ossia nella sua La Filosofia della Libertà, là dove nel primo capitolo, Das bewusste menschliche Handeln, L’azione umana cosciente, citando G. W. F. Hegel, Enzyklopädie der philosophischen Wissenschaften (la di lui classica Enciclopedia delle scienze filosofiche), Vorrede zur 2. Ausgabe. Werke, Bd. 8, Frankfurt 1970, S. 25, così scrive, alle pp. 24-25 dell’edizione tedesca:

«Wenn wir erkennen, was Denken im allgemeinen bedeutet, dann wird es auch leicht sein, klar darüber zu werden, was für eine Rolle das Denken beim menschlichen Handeln spielt. «Das Denken macht die Seele, womit auch das Tier begabt ist, erst zum Geiste», sagt Hegel mit Recht, und deshalb wird das Denken auch dem menschlichen Handeln sein eigentümliches Gepräge geben»,

ossia, come, appunto, possiamo leggere ne La Filosofia della Libertà, Editrice Antroposofica, trad. di Dante Vigevani, Milano, 1966, p. 21:

«Quando sapessimo che cosa significa il pensare in generale, ci sarebbe anche facile comprendere l’ufficio che esso adempie nell’agire dell’uomo. «Il pensare fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, divenga spirito», dice Hegel con ragione, e perciò il pensare darà la sua impronta caratteristica anche nell’agire dell’uomo». 

Eppure, da parte coloro che propongono in varie forme, palesi o occulte, il suddetto esiziale ‘trasbordo ideologico inavvertito’, viene sovente propugnata una ‘via dell’anima’ come unica regolare e tuttora attuale ed efficace per l’uomo di questo tempo, e più o meno sommessamente, talvolta persino apertamente, da costoro viene sottolineato come una ‘Via dello Spirito’, in quanto ‘Via del Pensiero’ possa, invece, essere – a loro dire, naturalmente – insufficiente, e persino sovente pericolosa, e citando da un paio opere di Massimo Scaligero una frase, opportunamente staccata dal contesto, affermano che «la via del pensiero può diventare la via del sublime egoismo». Vi sono stati vari casi – da chi scrive constatati e verificati personalmente – di praticanti alle quali da persona ‘autorevole’, alcuni decenni fa, venne sconsigliata la pratica della Concentrazione: tanto per rammentare un singolo caso, a mo’ di esempio, ad una energica praticante tergestina venne addirittura consigliato di sostituirla col tricot-tricot, col lavorare a maglia, cosa che la praticante, asceta moltissimo impegnata, si guardò bene dall’accogliere e dal seguire. In altri casi, purtroppo, un cotale sciagurato consiglio, o per ingenuità o per inesperienza, venne accolto, paralizzando per sempre lo sviluppo interiore: anche in questo caso ho dinanzi un evento specifico. Ripeto: purtroppo! Sarebbe meglio, molto meglio, che io asinescamente mi sbagliassi, perché in cotal caso io riderei di me stesso, ed il mondo sarebbe migliore, ma purtroppo non è così. Coloro che riportano, strumentalizzandola furbescamente, la suddetta citazione, dimenticano quel che lo stesso Massimo Scaligero scrive in un’opera, da essi indubbiamente poco conosciuta (altrimenti non direbbero e non scriverebbero certe sciocchezze), del tutto incompresa, e ancor meno amata, La logica contro l’uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero, Tilopa, Roma, 1967, là dove nel primo capitolo della seconda parte, intitolato La ricerca dell’Io, alle pp. 156-157, così apertamente afferma che:

«L’impulso che amministra il sapere nel mondo attuale opera ormai ovunque a tagliare fuori lo spirito dalla cultura, nonostante che questa si formi grazie a conoscenze prodotte dallo spirito. Peraltro facilmente si scambia per presenza dell’Io nella cultura la tensione individualistica, che si esprime mediante ideologie tendenti ad assicurare il crisma etico-religioso all’indisturbato dominio degli istinti; mentre, per altro verso, si crede che un appello alla fondamentalità dell’Io e alla necessità di un’esperienza cosciente del suo principio, sia una via di sublime egoismo. La realtà è che proprio l’«individualista» di tipo moderno manca di individualità».

La Conoscenza spirituale – quella autentica, non quella sciagurata parodia di essa che circola in tanti ambienti a pretese esoteriche – è ben diversa dalla conoscenza meramente intellettuale, la quale non supera i limiti ferrei dell’anima razionale-affettiva, legata ai sensi corporei, al sistema nervoso, alla mediazione cerebrale. Su questo punto Massimo Scaligero è instancabilmente ritornato innumerevoli volte, mostrando come una tale ‘conoscenza’, pur espressa spesso in termini colti, filologicamente ineccepibili, sia in realtà una conoscenza apparente, una conoscenza fondamentalmente illusoria. E lo stesso Rudolf Steiner, parlando a coloro che erano stati accolti nella Scuola Esoterica, da lui rifondata dopo il Convegno di Natale del 1923, parla con totale chiarezza circa il carattere meramente apparente, e quindi illusorio, dal punto di vista spirituale, della conoscenza profana, di tutta la conoscenza profana, e persino della stessa conoscenza scientifica, che pure egli apprezzava pienamente, quando questa non era quel dilettantismo che, già da allora, sempre di più andava diffondendosi tra le corporazioni universitarie, oggi ovunque universalmente imperanti. Egli, sin dalla prima ‘lezione di Classe’, tenuta a Dornach, il 15 febbraio 1924, parlando delle esperienze che il discepolo dell’Iniziazione deve affrontare allorché giunge alla Soglia del Mondo Spirituale, vigilata da un severo Guardiano, così dice:  

«Ma per tutti coloro che sentono di essere membri di questa Scuola dovrebbe essere del tutto chiaro che quanto non viene raggiunto con questo atteggiamento d’animo [sc., con l’atteggiamento della conoscenza profana, originata dal pensiero riflesso] non è vera conoscenza, ma soltanto parvenza di conoscenza; che in quanto viene in genere considerato scienza – accolta dall’uomo prima di essere cosciente dei moniti del Guardiano della Soglia che conduce alla conoscenza spirituale – che in tutto ciò non vi è che la parvenza del sapere. Non occorre che essa rimanga tale. Noi non disprezziamo l’esteriore parvenza del sapere. Dobbiamo però renderci chiaramente conto che essa esce dallo stadio di apparente sapere solo quando si trasforma attraverso quanto l’uomo può apprendere intorno alla purificazione e alla metamorfosi del suo essere.[…] Chi non giunge a conoscere che fra la dimora nei campi dei sensi, dove dobbiamo vivere nella nostra esistenza terrena fra nascita e morte, e quel che c’è nel mondo spirituale si spalanca una voragine; chi non raggiunge un’adeguata conoscenza di questo fatto non può pervenire a una vera, reale conoscenza. Poiché solo con tale coscienza l’uomo può entrare in una vera, reale conoscenza».

Se mi è consentito, sempre al fine di essere il più chiaro possibile in un campo nel quale, oggi di chiarezza – malgrado tutto quello che Massimo Scaligero limpidamente ha scritto e detto  tra gli appartenenti alla Comunità Solare da lui fondata e instancabilmente impulsata, ve n’è molto poca, fare un esempio, a mo’ di illustrazione, tratto ancora una volta da campo dell’Ottica, accennare alla formazione di una immagine così come viene generata da una superficie catottrica, come viene chiamata in ottica geometrica, o più esattamente – secondo la denominazione usata dal Prof. Vasco Ronchi – nella geometria della radiazione ottica, ossia da uno specchio. Uno specchio piano dà di un oggetto, posto dinanzi ad esso, una immagine ‘riflessa’. Le leggi dell’Ottica definiscono un tale oggetto come ‘oggetto reale’, posto in un ‘reale spazio oggetto’, anteriore rispetto allo specchio, mentre l’immagine riflessa che di esso ne dà lo specchio sarà una ‘immagine virtuale’, situata in uno ‘spazio immagine virtuale’, sito posteriormente rispetto alla superficie dello specchio stesso. Avendo potuto studiare, per oltre cinque decenni, l’Ottica, come scienza della visione, secondo l’insegnamento di essa inaugurato, all’Istituto Nazionale di Ottica di Arcetri, dal Prof. Vasco Ronchi, posso assicurare il candido lettore, che non è sempre facile, in certe condizioni, per molti distinguere l’immagine ‘virtuale’ dall’oggetto ‘reale’, così come, invece, è facilissimo per molti, in certe condizioni, scambiare e sinceramente credere ‘reale’ l’apparente spazio immagine ‘virtuale’ dello specchio riflettente, e ciò che esso contiene. Il capitolo delle cosiddette ‘illusioni ottiche’ è un capitolo di estrema importanza nell’Ottica come scienza della visione, specificamente riguardo a quel fenomeno che viene denominato dal Prof. Ronchi, con una esatta definizione, ‘genesi del mondo apparente’, cui egli dedicherà del resto l’importantissima ed ultima delle sue opere scientifiche.

Ora immaginiamo di vedere nell’apparente spazio immagine virtuale dello specchio piano, opportunamente mascherato, l’immagine ‘riflessa’ di un cibo particolarmente gustoso, e di non essere nelle condizioni di scorgere l’oggetto ‘reale’ del quale lo specchio dà, nel fenomeno della riflessione, una ‘immagine virtuale’. Quella ‘immagine virtuale’, da chi non conosca le leggi dell’Ottica, potrà esser facilmente scambiata per un ‘oggetto reale’, e potrà persino suscitare la brama di voler afferrare e gustare quel cotal seducente cibo. Ma – come direbbe Wolfgang Goethe – i sensi non ingannano mai, semmai inganna il ‘giudizio’, ossia inganna un pensiero inetto, inesperto e incapace: un pensiero che, in realtà, non è reale, concreto, vivo pensiero. Ed è logico che sia così, perché in una condizione di ‘ignoranza’ – di avidyâ direbbero gli indiani, ossia di ‘non visione’, di ‘non retta visione’, contrapposta a vidyâ, la retta visione’, la ‘visione penetrante’ – l’essere umano, vittima del suo debole, distorto, ed offuscato conoscere, col suo incerto, anemico, assottigliato pensare, scambia facilmente per realtà ciò che reale non lo è affatto, e giunge a bramare, talvolta con una forma di sete divorante, ciò che non è reale, e che, per tale ragione, egli non potrà mai veramente cogliere e possedere. E, come insegna il Buddha Shakyamuni, da questa cieca ‘ignoranza’ nascono le sue tre male figlie: la brama, la paura e l’avversione. 

Ora, se la causa di tanto male è la cieca ‘ignoranza’ – la avidyâ, cieca appunto perché il distorto, soggettivo, assottigliato, fiacco e anemico pensare non ‘vede’ – il farmaco della guarigione non può essere altro che la ‘Conoscenza’, la Vidyâ che dona la ‘retta visione’, la ‘Gnosi folgorante’, che scuote e risveglia il pensare, liberandolo dalla sua paralisi, dal suo narcotico sonno, dalla sua debolezza, dalla sua cecità, dalla sua distorta visione, restituendolo alla sua realtà. Ma, a questo punto, occorre chiedersi quale tipo di pensare risorge dalla condizione di tramortimento, di offuscamento, di mortale paralisi. È fondamentale rendersi conto di questo punto cruciale, altrimenti non è affatto possibile comprendere perché il pensiero ‘profano’, anche il più ‘onesto’, ‘intelligente’ e ‘colto’ può dare unicamente una conoscenza ‘apparente’, non una conoscenza ‘reale’

La ragione di ciò sta tutta nella condizione di ‘riflessità’ del pensiero ordinario, del pensiero ‘profano’. Infatti, Massimo Scaligero già nel primo capitolo del suo Trattato del Pensiero Vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, 2° ediz., riveduta e ampliata, Tilopa, Roma, 1979, p. 7, così scrive:

«L’Io che l’uomo dice di essere non può essere l’Io, se non nel pensiero vivente: ancora da lui non conosciuto. Egli conosce solo il pensato, o pensiero riflesso, ma non sa come lo conosce. Deve prima pensare, per conoscere il proprio pensiero: non conosce il pensare». 

Così come la luce lunare, anche la più splendente e bella come quella del Plenilunio, non è luce ‘sorgiva’,  non è luce ‘originaria’, ma solo luce ‘riflessa’ rispetto alla vivente Luce che scaturisce dal Sole; così come l’immagine, che si forma nello ‘spazio immagine’ di uno specchio piano, è ‘virtuale’, in quanto non ‘reale’, perché ‘riflessa’, così anche il pensiero ordinario è mero ‘pensiero riflesso’, perché legato alla percezione sensoria, alla mediazione del sistema nervoso centrale, e soprattutto alla mediazione del cervello, che rispetto all’atto del pensare funziona come un ‘catottro’, ossia come uno ‘specchio riflettente’. Un tale pensiero non è dunque ‘pensiero sorgivo’, non è ‘pensiero reale’ ma solo ‘apparente’, non è ‘pensiero vivente’. E, se non è ‘pensiero vivente’, attualmente, concretamente, ‘vivente’, allora è ‘pensiero morto’, o ‘morente’. Un tale ‘pensiero riflesso’, per quanto possa essere ‘intelligente’, culturalmente ‘valido’, scientificamente ‘esatto’, manca di interna vitalità, manca di reale sostanza, di concretezza, e, per quanto possa essere intellettualmente seducente, fornisce solo una ‘conoscenza apparente’, quindi, dal punto autenticamente spirituale, è ‘irreale’. Il grande Śaṅkarâcârya, l’Ādi Śaṅkarâcârya fondatore nell’India dell’VIII secolo della Scuola dell’Advaita Vedânta, dell’audace ascesi  o sâdhanâ hindù, che vuole superare ogni dualità, definirebbe un tale apparente conoscere mâyâ, ossia una ‘illudente irrealtà’.

Ma se l’ordinario pensiero riflesso, che dà della realtà solo una ‘immagine virtuale’, priva di vivente sostanza reale e di concretezza, è ‘pensiero morto’, ‘pensiero disanimato’, significa, che prima di esser tale, esso necessariamente era ‘pensiero vivente’, così come la riflessa luce lunare, prima di tale riflessione, era necessariamente sorgiva, irradiante, vivente,  Luce solare. Infatti, Massimo Scaligero nel capitolo sesto del Trattato del Pensiero Vivente, pp. 19-20, così scrive:

«Il pensiero pensante, che può far risorgere dall’astrattezza il pensiero riflesso, riattivando il momento dinamico della riflessità, non è ancora, dunque, l’interiore vita che lo fa essere pensante, spegnendosi questa ogni volta che esso si attui come tale. Questa vita è bensì presente nel pensiero pensante, ma ogni volta per dileguare. […]

Quel che era metafisico un tempo si fa ora, negandosi, sostanza della individualità: è la disanimazione del pensiero che, come pensiero riflesso, proietta il mondo nell’astratta oggettività.

Ma la disanimazione presuppone il momento dell’animazione, o della vita, e la logica stessa del pensiero che pensa, sperimentata compiutamente, conduce a intuire il momento intemporale e incorporeo del pensiero, o pensiero vivente: intuizione che, tuttavia, è soltanto lampeggiare del pensiero vivente. Non è ancora il suo essere. Il suo reale essere è il Logos da cui discende, a cui segretamente è volto, e che sempre è pronto a darglisi come presenza della sua forza, identità, perennità».

È necessario, assolutamente necessario, veder ben chiaramente, per esempio, qual è il tipo di conoscenza e di pensiero che, per la sua compromissione mondana è disomogeneo, addirittura ostacolante il cammino spirituale del discepolo dell’Iniziazione. Per l’antico asceta d’Oriente o d’Occidente, la Via della Sapienza – della Sapienza, non la deragliante via della ‘cultura’ parolaia, vuota e narcisistica, oggi ovunque invadente e tirannicamente imperante, anche in ambienti ‘esoterici’ – era, e per il discepolo della autentica Scienza dello Spirito ancor oggi è, un processo pugnace, combattivo, faticoso, spesso doloroso, di autoconoscenza, di autocoscienza, di consapevolezza, di liberazione dai limiti umano-animali, che mal si concilia, anzi non si concilia affatto, con le aspirazioni, e la prassi, di arrivismo, di manipolazione politica, ideologica, psicologica, intellettuale, giornalistica, confessionale e religiosa. E non si concilia neppure – come qualcuno, con aspra sagacia, ha fatto osservare – «con l’umana troppo umana carriera da intellettuale-filosofo o professore universitario»

La ‘Via’ che deve condurre alla Conoscenza dell’Assoluto, naturalmente, non può essere un ‘via’ qualsiasi, una ‘via’ pur che sia: deve avere  caratteri omogenei con quelli dell’Assoluto stesso, perché solo il simile conosce il simile. È noto come di una figura grandiosa e tragica come quella del Conte di Cagliostro, nel XVIII secolo, venisse affermato – ut traditur – che: Pour savoir ce qu’il est, il faudrait être lui-même, ovvero, per sapere quello ch’egli è, bisognerebbe esser lui stesso. Ed è noto, altresì, come lo stesso Conte di Cagliostro amasse dire: Per conoscere una cosa, bisogna diventare quella cosa, per sapere che cosa sia l’amore, bisogna amare. E cioè, che per conoscere iniziaticamente qualcosa – ossia: veramente, e non dialetticamente, illusoriamente – è necessario, assolutamente necessario,  diventare,  e tramutarsi in quella stessa cosa nella immedesimazione contemplativa. Ciò, ovviamente, non è affatto comodo, né tampoco facile. Deve essere superata quella condizione per la quale l’esangue pensare ordinario è meramente ‘riflesso’, e come tale, incapace di cogliere la realtà, ed ‘irreale’ esso stesso. Per cogliere autenticamente la realtà, e non solo una sua inconsistente ombra, un mero ‘riflesso virtuale’, deve – assolutamente deve – essere superata la dualità che separa soggetto e oggetto. Ma questo superamento della dualità è un volitivo interiore atto ascetico, non un discorso ‘filosofico’, non una brillante performance da ‘chiacchieroni dello spirito’, come li definiva Giovanni Colazza, l’adamantino, austero e severo Maestro e amico di Massimo Scaligero.

Una tale ‘Via’ deve essere ‘omogenea’ all’Assoluto che vuole ‘conoscere’, anzi che vuole ‘realizzare’, perché la ‘conoscenza’ è ‘realizzazione’, o non è nulla. Non sono concesse approssimazioni di sorta. Quindi se l’Assoluto è l’Incondizionato, disciolto da ogni ‘condizione’, anche la ‘Via’, che conduce ad esso, deve essere tale, ossia deve essere ‘incondizionata’, libera da ‘pre-condizioni’ di qualsivoglia specie, che un tempo – per esempio, nelle antiche ‘Vie’ d’Oriente – erano richieste come ‘qualificazioni’ necessarie. In India, un Maestro, un Guru, accettava o rifiutava – rifiutava irremissibilmente, senza appello – un postulante come discepolo a seconda che questi possedesse o meno gli adhikâra, le necessarie ‘qualificazioni’, perché vigeva, e in Oriente vige ancor oggi, l’adhikâra-vidhi, ossia una ingiunzione vincolante ad una severa verifica, la quale determini se una persona abbia il diritto o meno a intraprendere o ad essere coinvolta nel sâdhana, nell’ascesi realizzativa. Quindi l’adhikâra-vidhi si riferisce ad un esame, ad uno scrutinio per constatare se il postulante abbia o meno le qualificazioni richieste per essere uno yogin. Ma una tale ‘Via’ che pone simili ‘qualificazioni’ come ‘pre-condizioni’ al cammino spirituale, è ancora una ‘Via’ che si basa su una ‘natura’ spirituale, non sullo Spirito nella sua assolutezza: è ancora una ‘Via lunare’, e come tale condizionata: non è, né può essere, la ‘Via Assoluta’, la ‘Via Solare’

Con l’esaurirsi dell’età oscura, dell’esiodea età del ferro, della nordica età dell’ascia e del lupo, del più che temuto kali-yuga indiano, tacciono tutte le voci degli oracoli e delle tradizioni. Quel che ne sopravvive sono residui involuti e largamente degenerati della ‘tradizione lunare’. Oggi, rimettersi ad essa, ad una qualsivoglia autorità sedicente ‘spirituale’, ad una ‘organizzazione tradizionale’, è rinunciare ad essere l’Io che pur sempre si è. Nel momento in cui, nel venir meno degli oracoli, tace la voce degli Dèi, l’essere umano può comunque – anzi deve – fare appello all’Assoluto che è in lui, e che gli è consustanziale. L’Assoluto è l’Io Sono del suo stesso Io: è l’Io ch’egli, comunque, e malgrado ogni offuscante illusione, pur sempre è, ma che ancora egli non ha  coscienza, né il coraggio di essere.  

Non è il livello immorale dell’anima la causa della mancanza di ‘conoscenza’, la causa reale della ‘cecità’ e della ‘ignoranza’ della realtà spirituale: semmai il contrario. Per chi, sagacemente, sappia ‘guardare’, e non solo ‘guardare’, ma anche ‘vedere’, è la cecità spirituale, la offuscante ‘ignoranza’ – che Siddhârtha Gautama, il Buddha Śâkyamuni, affermava essere la ‘radice di tutti i mali’ – a provocare la fatale corruzione delle forze originarie dell’anima, e non viceversa. Ciò è ampiamente dimostrato dalla usurante, sfibrante, lotta contro istinti, brame, passioni, emozioni, che intraprende colui che crede poterli affrontare unicamente sul piano dell’anima, colui che crede poterli affrontare con un mero ‘pensare riflesso’, condizionato dalla sua soggezione alla mediazione cerebrale e sensoriale. Vi sono casi – ne ho alcuni esempi davanti agli occhi – di persone capaci di fare una ‘analisi’ onesta, sincera, intelligente, perspicace del proprio modo di esistere, di vivere, che esse giudicano essere ‘immorale’, ma questa ‘analisi’ non dà loro neppure un briciolo di forza per sottrarsi a quel modo ‘immorale’ di esistere, perché alla loro intelligentissima ‘analisi’ sfugge la reale causa della loro ‘immoralità’: la ‘ignoranza’, la ‘cecità’ spirituale, che fatalmente provoca la corruzione delle forze dell’anima, e la obbliga ad una sfibrante, e in definitiva inutile, lotta contro le emergenze emotive ed istintive, che periodicamente la travolgono. È dalla ‘Conoscenza’, dalla ‘visione penetrante’, dalla ‘vidyâ’, che scaturiscono forze morali, e non viceversa. 

Mettiamo il caso – casi del genere sono realmente accaduti sia nella storia antica che in quella recente – di una persona che il destino abbia spinto a percorrere la oltremodo pericolosa via della criminalità. Può accadere – ma ciò, sia pure raramente, è realmente accaduto – che un simile criminale si trovasse, improvvisamente e in maniera inattenuata, di fronte alla conoscenza dello stato di abiezione morale nel quale è precipitato, ed intraveda una ‘conoscenza liberatrice’, radicalmente trasformatrice del suo immorale modo di esistere. Egli potrebbe intraprendere, con una audacia senza pari, un sentiero di ‘Conoscenza’ che trasformerebbe le sue forze ‘cadute’ in basso in novelle forze dell’Io. La storia di Aṅgulimâla, spietato brigante assassino, il quale – come raccontano le scritture buddhiste nelle fonti sia pâli che sanscrite – fu convertito dal Buddha Śâkyamuni mediante la ‘Conoscenza’, e che giunse alla stessa Illuminazione. Un altro esempio è quello di Paolo di Tarso, il quale era partito da Gerusalemme con quaranta ceffi suoi pari, per impadronirsi dei cristiani di Damasco, tradurli davanti al Sinedrio, e far fare loro, molto probabilmente, una fine poco raccomandabile. Eppure, dalla folgorante ‘Conoscenza’ del Logos venne anch’egli radicalmente trasformato. Ed anche nel nostro Medioevo si hanno esempi di simili radicali trasformazioni provocate da una subitanea, folgorante, ‘Conoscenza-Visione’. Ciò dimostra come avesse molte ragioni Massimo Scaligero a dichiarare che: «il Logos ama chi si compromette», e che «è meglio essere  delinquente che borghese». Naturalmente – è bene dirlo, a scanso di spiacevoli equivoci, a chiare lettere – qua non si sta facendo affatto l’apologia della criminalità e del reato. 

Ora, se la Via dello Spirito è la Via Assoluta, essa deve essere indipendente da ‘pre-condizioni’ di qualsiasi tipo e sorta. Giacché l’Assoluto è presente e, di conseguenza, comunque sempre ritrovabile, alla base di ogni essere, e, in particolare di ogni essere umano: dell’uomo ottuso e di quello intelligente, del saggio e dello sciocco, dell’uomo morale e del criminale, del forte guerriero volitivo e del fiacco borghese, del diligente conformista e dell’audace anticonformista, del pacato pensatore e dell’uomo sentimentale e istintivo, del santo e del peccatore. Leggendo gli stessi Vangeli, è evidente come il Signore sovente si rivolga non tanto ai ‘sapienti’, agli ’iniziati’, ai ‘qualificati’ eredi della antica, veneranda, sapienza lunare, ossia ai sacerdoti, agli scribi, ai dottori della legge mosaica, ai farisei, i quali allora sicuramente non erano tutti degli ‘ipocriti’, dei ‘sepolcri imbiancati’, quanto piuttosto ai derelitti, ai decaduti, ai disprezzatissimi ‘pubblicani’, odiatissimi servitori dell’occupante potere romano, addirittura a dei ‘gentili’, ossia dei ‘pagani’ estranei alla tradizione spirituale d’Israele, a delle adultere, a delle pubbliche peccatrici, com’erano le prostitute, ad un centurione romano, ad una ‘cananea’, agli ‘smarriti’, come vengono chiamati nei Vangeli, che rischiavano di perdere lo stato umano, scivolando pericolosamente nel subumano.

Per cui, la Via dello Spirito, la Via dell’Assoluto, oggi, è illimitatamente aperta a chiunque coraggiosamente voglia affrontarla – quale che sia il suo punto di partenza – a chiunque voglia seriamente percorrerla con volontà risoluta, e ad essa si consacri. Certo, la ‘Via’ non è affatto facile, altrimenti Massimo Scaligero non avrebbe scritto, sin dalle prime parole del suo Trattato del Pensiero Vivente, che:

«Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un compito attuabile forse da pochissimi».

Oppure, lo stesso Rudolf Steiner non avrebbe scritto nella sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, Bari, Gius. Laterza e Figli, 1947, pp. 251-252, che:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi per mezzo delle comunicazioni della scienza dello Spirito è completamente sicura. Ve ne è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile e sta descritta nei miei libri: «La teoria della conoscenza nella concezione goethiana del mondo» e la «Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come un’entità di per sé vivente, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente dalle comunicazioni della scienza dello Spirito; nondimeno in essi viene dimostrato, che il pensiero puro concentrato in sè stesso può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensiero può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione dei mondi superiori. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come un mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire».

Ma errerebbe moltissimo errerebbe – chi obbiettasse di non poter percorrere una simile audace ‘Via’, perché ‘debole’, perché ‘indegno’, o ‘immorale’, o ‘immaturo’, o ‘ottuso’, o ‘non qualificato’, perché la ‘Via’ è, di per sé, ‘qualificante’, è ‘purificatrice’, ‘maturante’, ‘dignificante’, ‘rafforzante’, radicalmente trasformatrice di tutto l’essere: ne ho avuto diretta, esemplare, esperienza in moltissimi casi. In Oriente vi è il detto: «Là dove è una volontà, là è una via». Non vi è mèta che non sia raggiungibile a chi veramente voglia, e non vi è temeraria realizzazione che non sia attuabile da chi – pur partendo dalle condizioni più sfavorevoli e meno propizie – si impegni con volontà tenace e risoluta. Anche chi avesse una volontà debole e fiacca, oggi, nella ‘Via Assoluta’, può costruirsi e conquistarsi una volontà che – come afferma il mio amico C., asceta d’altra dottrina, e mio  spirituale compagno d’armi di tante aspre battaglie – è «ghiaccio-diamante: fredda come il ghiaccio, e dura come il diamante». Anche di questo ho davanti agli occhi esempi eloquenti e illuminanti. Per cui, bando alle perplessità, bando ai dubbi e alle esitazioni!  

Sin dalla mia ormai lontana adolescenza, ho avuto modo di conoscere se non tutte, almeno la maggior parte delle ‘Vie’, antiche e moderne, simboliche e rituali, o prive di qualsivoglia forma cerimoniale, magiche, mistiche, yoghiche, ermetiche, sapienziali, gnostiche e via dicendo. Tipologicamente, penso di averle in qualche modo conosciute proprio tutte, perché anche quelle a me non direttamente note, erano e sono analoghe, affini e simili a quelle già note.  Esse tutte patiscono il limite proprio ad una ‘via lunare’; esse tutte non sono scevre di ‘presupposti’; esse tutte esigono ‘pre-condizioni’ e particolari ‘qualificazioni’ per essere percorse. Esse tutte presuppongono un particolare tipo umano: non sono ‘universalmente umane’. Esse tutte sono ‘condizionate’: non sono, quindi, la ‘Via Assoluta’

Ma ciò di cui necèssita – urgentemente, tragicamente, necèssita – l’uomo di questa epoca è proprio una ‘Via incondizionata’, percorribile da ogni tipo umano sapiente o ottuso, volitivo o sentimentale, idealista o istintivo, maturo o immaturo, morale o carente di moralità. Se l’Assoluto è alla base – e lo è realmente sempre – di qualsivoglia tipo umano, quale che sia il suo carattere, il suo temperamento, la sua personale maturità, allora Esso deve essere conosciuto come tale da ogni essere umano, e su di Esso – oggi solo su di Esso – si deve potere, ma soprattutto volere, far leva per una compiuta realizzazione spirituale.

Ma una tale ‘Via Assoluta’, una tale ‘Via incondizionata’, è la ‘Via del Pensiero’ indicata da Rudolf Steiner nella sua Filosofia della Libertà e nelle altre sue opere ‘filosofiche’ (ch’io preferisco chiamare ‘filosofali’), e da Massimo Scaligero in tutte le sue opere, in particolare nel Trattato del Pensiero Vivente e nella Logica contro l’uomo. Quella che viene indicata è la ‘Via immediata’, non necessitante di ‘pre-supposti’, o di ‘mediazioni’ di nessun tipo. Infatti, Massimo Scaligero, così scrisse nella seconda di copertina dell’Avvento dell’Uomo Interiore. Lineamenti di una tecnica dell’esperienza sovrasensibile, Sansoni, Firenze, 1959, con parole che più chiare non potrebbero essere:

«Chiave del senso della presente epoca e del valore attuale della Iniziazione, quest’opera è dedicata a coloro che hanno ancora il coraggio di volere l’uomo. Viene indicata una «via spirituale»  che, mentre è di là dalle tradizioni, attinge a un segreto e imperituro insegnamento: che un tempo agì attraverso le metafisiche dell’Oriente, oggi opera, inconosciuto, nell’anima dell’occidente, per chi giunga a scorgerla. La tecnica dell’esperienza soprasensibile descritta in questo volume già reca in sé quanto di essenziale operò nello Yoga, nel Taoismo, nella « via » del Buddha, nello Zen nel Tantrismo, ma si trae precipuamente dall’attivazione di un ulteriore elemento interno, che può sorgere soltanto nello svincolamento del pensiero razionalistico e astratto dai contenuti finiti e sensibili, valsi unicamente alla sua formazione. Per l’uomo moderno, è questo pensiero disanimato, che, risorgendo come magica forza, diviene veicolo della resurrezione cosciente del «sopranaturale» in lui, epperò virtù risolutrice degli urgenti problemi del tempo»

La ‘Via Assoluta’, la ‘Via immediata’, la ‘Via’ che può fare a meno di ogni ‘pre-supposto’, di ogni ‘pre-condizione’, di ogni ‘mediazione’, è quindi la ‘Via del Pensiero Vivente’, quella ‘Via’ «oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen», che Massimo Scaligero ha instancabilmente indicato sino alle ultime ore della sua vita, e la Concentrazione «l’esercizio a sé sufficiente», com’egli lo chiamava – è la ‘tecnica’ audace, efficace, realizzativa, risolutiva, non necessitante di ‘mediazione’ veruna, del ‘glorioso stato assoluto’, come lo chiamava molti decenni fa V., una eletta anima di coraggiosa asceta.   

La ‘Via del Pensiero Vivente’, la ‘Via’ della ‘Concentrazione Assoluta’ è – parlo per esperienza diretta: l’unica che, in definitiva, è Regina sovrana in quest’ordine di cose – la ‘Via’, più sicura, più veloce, la ‘Via immediata’, la ‘Via diretta’, la ‘Via senza appoggi’, quella più efficace – anzi, oggi, l’unica veramente efficace – più magicamente potente. E data la gravità dei tempi, data la precarietà dell’attuale condizione umana, la sua estrema pericolosità, non è più lecito perdere tempo e forze in esaurite ‘vie’ del passato, in sopravviventi ‘vie’ della ‘tradizione lunare’. Non è più lecito, né quindi concesso, perdere tempo e forze in ‘approssimazioni’, in tentativi sfilacciati e improvvisati di una volontà fiacca volubile e incostante, o nella ricerca di consolanti, quanto pericolosamente illudenti, narcotici sentimentali, mistici, magici, o intellettuali, che lasciano intoccato il dominio delle Deità Ostacolatrici sulla nostra natura inferiore.

La ‘Via’ oggi non può, ormai, essere altro che una ‘Via’ dello Spirito ‘oltre’ l’anima, una ‘Via’ dello Spirito ‘malgrado’ l’anima caduta, e – se necessario – anche ‘senza’ l’anima, ossia ‘senza’ le forze corrotte di una tale anima, perché solo lo Spirito può ricreare, rigenerare, l’anima stessa. La ‘Via Assoluta’ è la ‘Via’ del coraggio assoluto, ossia di quello che Massimo Scaligero chiamava il «coraggio dell’impossibile».     

SCIENZA DELLO SPIRITO
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