K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Terzo Giorno – P. 2

Copgenesi

IL TERZO GIORNO

2. L’orientamento nello spazio terrestre.

Collegamento alla parte precedente

Poco dopo l’implantazione11 comincia la differenziazione all’interno dell’embrione. Sulla parte inferiore dell’embrioblasto si forma una radura dapprima a forma di fenditura; questa cresce fino ad uno spazio a forma di crescente lunare, la cavita amniotica. L’embrioblasto, che è appunto il tessuto primordiale dell’intero corpo successivo, giace come disco (disco embrionale) tra la maggiore cavità rotonda della blastula, che ora viene chiamata cavità del sacco vitellino e quella piccola cavità amniotica a forma di crescente lunare (vedi Tavole III e IV). Il corpo embrionale disciforme è ancora circolare. Ora però in un punto del medesimo si forma, vicino al bordo periferico di esso, una delicata condensazione piatta, la placca cordale. Questa contrassegna il capo dell’embrione e determina perciò al contempo l’asse corporeo. La posizione di quest’ultimo diviene visibile subito dopo come sottile striscia sulla parete inferiore dell’embrione. Finora, per l’embrione esisteva soltanto un sopra e un sotto. Mediante questa prima differenziazione, esso riceve tutto in una volta un davanti e un dietro, una sinistra ed una destra. La prima cosa che dunque viene conferita al giovane embrione umano per la sua forma terrena, è il suo orientamento nello spazio terrestre. Nella dualità di sopra-sotto l’uomo si orienta nei confronti di Cielo e Terra, in mezzo ai quali egli sta come un terzo elemento; il suo orientamento sulla Terra è quadripartito.

Nel corso dell’implantazione dell’embrione le cellule embrioblastiche, sino ad ora accalcate in un mucchio, si ordinano in un’unica disposizione disciforme (vedi tavola III, uno stadio intermedio tra le Fig. 1 e 2). Nel frattempo, poi, al di sotto sorge la scissura amniotica, sulla parte superiore si forma, mediante scissione cellulare, da quest’unico strato cellulare embrioblastico una seconda più sottile. Con ciò il disco embrionale viene bistratificato (vedi Tavola III, Fig. 2 e 3, come pure Tavola IV).

TAVOLA IV

Formazione della disposizione del Chorion e della vescica embrionale. Fig. 1: 12 giorni dopo la fecondazione. Ulteriore evoluzione di tutti gli strati; il coelom estraembrionale si dilata, è ancora permeato dal mesenchima (punteggiato finemente). Il sinciziotroboflasto viene sempre più pervaso da lacune blu, che conducono il sangue materno, e viene alimentato dal seno capillare della mucosa materna. Sch: coagulo di chiusura. Fig. 2: 13 giorni dopo la fecondazione. La parte esterna del vecchio arco della blastula è diventato il trofoblasto, che si forma come chorion, quella interna come parete del sacco vitellino; nel frattempo si espande potentemente il coelom estraembrionale C, che da ogni lato è separato da ogni lato del mesenchima (finemente punteggiato). Dal sacco vitellino DS si è distaccato l’exocoelciste E. I ectoderma, II endoderma; 1 sinciziotrofoblasto, 2 citotrofoblasto, 3 mesenchima del chorion, 4 gambo peduncolare, 5 mesenchima del sacco vitellino, nel quale si formano in seguito le isole sanguigne.Il coagulo di chiusura non può più essere scorto, l’epitelio uterino si stende senza cicatrici sul mistero che si sviluppa nell’interno. Il circoletto indicato da una freccetta mostra l’effettiva grandezza di quel che si scorge nella raffigurazione. – LO spessore dell’epitelio uterino diminuisce sempre più dalla Tavola III alla V, via via che aumenta l’età dell’embrione. La misura di ciò si lascia valutare, perché in realtà l’epitelio ha sempre lo stesso spessore (liberamente, secondo LANGMAN).

 

Il primo strato, quello inferiore, si chiama ectoderma, da esso provengono il sistema nervoso e gli organi dei sensi. Quello superiore, che proviene da quello inferiore tramite scissione, si chiama entoderma, e da esso provengono l’intestino e gli organi digestivi. Così come nella scissione cellulare i cromosomi si dispongono e si raddoppiano sul piano mediano tra i due emisferi cellulari, e poi le loro metà si allontanano una dall’altra, così vi è la prima raddoppiantesi disposizione cellulare dell’embrioblasto tra le cavità polari del sacco vitellino e dell’amnion. Anche queste metà un giorno si separeranno – esse un giorno si troveranno l’una di fronte all’altra come sistema dei nervi e sistema del ricambio, come testa e ventre. E chi disperde questa formazione? In questo allontanamento vive la stessa forza del processo della scissione cellulare, vale a dire la forza del Cielo penetrata nell’interno dell’embrione-Terra nel senso della rappresentazione più sopra riportata. Vediamo subito l’inizio di questo processo in ciò che segue. Parimenti, scaturendo dall’ectoderma, si forma ora un terzo strato cellulare, che si insinua tra il primo e il secondo. Esso è mosso sin dal suo primo sorgere ed è anche il plasmatore di tutti gli organi del movimento. Da esso nasce dapprima l’elemento più mosso, il sangue; poi in sostanza le membra, ossia i muscoli, ossa, tessuti connettivi. Questo terzo strato di chiama mesoderma.

Come avviene in particolare la formazione del mesoderma? Nell’ectoderma la massa cellulare protoplasmatica si trova in movimento e da ogni parte fluisce dalla periferia dell’embrione al centro e alla linea mediana posteriore. Ivi le cellule s’incontrano, si gonfiano un po’ insieme, scivolano poi però all’interno della placca embrionale, ed ora, in quanto strato intermedio tra ectoderma ed entoderma, dapprima migrano nuovamente alla periferia, piegano poi in avanti e si dirigono alla placca cordale, ove il movimento termina (vedi Fig. 7). In luogo della linea mediana posteriore, ove all’interno scompaiono le cellule migranti, nasce dapprima una stria (stria primitiva), poi attraverso il rigonfiarsi d’ambo i lati dell’ectoderma si forma, mediante rigonfiamento del davanti, una scanalatura (scanalatura primitiva), sulla sua terminazione anteriore, all’incirca al centro del disco embrionale, il nodo primitivo.

Figura 7. Rappresentazione schematica di un disco embrionale durante il sorgere del canale primitivo 1, del nodo primitivo 2 e della placca cordale 3. Si vede dalla cavità amniotica all’ectoderma. Le masse cellulari a1, b1 e c1 migrano verso la scanalatura primitiva, lì penetrano in profondità e scorrono ulteriormente come strato intermedio a2, b2 e c2 (mesoderma, invisibile all’osservatore, perciò punteggiato). Da b1-b2 si forma la disposizione della colonna vertebrale (nella Tavola V si trova una rappresentazione schematica di questo processo di ripiegamento in sezione).

 

Questo è il punto di svolta per un particolare piede cellulare che viene dal davanti, che qui in egual maniera penetra all’interno dell’embrione, poi però proprio alla linea centrale tende in avanti in direzione della placca cordale. Da questa corda centrale sorge presto un bastone rotondo, «cartilagineo», la chorda dorsalis, che forma la base per la colonna vertebrale. Durante questo evento l’embrione cresce fortemente, in modo particolare la sua parte anteriore, ed ora ha assunto una forma piuttosto allungata, leggermente appuntita all’indietro.

Tutto il materiale afferrato dal movimento scorre via dall’ectoderma e si dirige come fluido strato intermedio alla placca dorsale. Ad eccezione della migrazione cellulare assiale, tutte le correnti cellulari sfociano nella regione della placca dorsale, ove giungono a quiete. In tale luogo pochi giorni dopo sorge, da questo materiale dello strato intermedio, dal mesoderma, la prima disposizione del cuore. Dall’ectoderma, dal quale originano le correnti, sorge la prima disposizione del cervello.

Ma lasciamo adesso parlare la Genesi:

E DIO DISSE:

SI RACCOLGA L’ACQUA SOTTO IL CIELO

IN UN LUOGO, CHE APPAIA ASCIUTTO.

E FU COSÌ.

E DIO CHIAMÒ L’ASCIUTTO TERRA,

E LA RACCOLTA DELLE ACQUE CHIAMÒ MARE.

E DIO VIDE CHE CIÒ ERA BUONO.

Nella massa cellulare-plasmatica del mesoderma scorrente come acqua vivente riconosciamo l’«acqua sotto il Cielo». Essa si raccoglie «in un luogo12», la regione della placca cordale. Lì, ove defluisce la corrente, l’«asciutto» diviene visibile, la prima disposizione del cervello. Nell’«asciutto» riconosciamo la sostanza nervosa primordiale; essa diviene la «Terra» per il primo sviluppo embrionale. Lì, ove fluisce il mesoderma, nasce il cuore. Nel cuore sfoceranno in seguito tutte le correnti sanguigne del corpo, perciò nel luogo della «raccolta» delle «acque» mesodermali, nello spazio del cuore, può essere visto il «mare». L’«acqua» stessa è il rappresentante del sangue. Ancora non è nato alcun sangue, ma il mesoderma, che più tardi formerà l’intero sistema del circolo sanguigno incluso quello del cuore, esegue alla sua nascita una sorta di movimento ritmico, che ricorda il successivo movimento sanguigno. In maniera archetipica esso presenta la sua immagine della funzione posteriore. Tuttavia questo primo «fluire» è un processo affatto lento, un poco del tipo dello scorrere dei succhi delle piante.

Nella parola «raccogliere» vi è uno scorrere concentrato. E poiché anche questo impulso opererà ulteriormente attraverso l’ulteriore evoluzione, questa parola ci indica il futuro circolo venoso e scorgiamo ovunque il raccogliere e il forare insieme di tutti i futuri circoli sanguigni che fluiscono al cuore. Nella parola «raccolta» il movimento giunge a quiete. Ma è una quiete agitata, la quiete della quale appunto il sangue è capace. È il presagio per la quiete del sangue nel cuore durante la diastole. In queste due parole «raccogliere» e «raccolta» vive il pensiero del sangue scorrente, che nel cuore giunge ad una sorta di quiete. Abbiamo di fronte a noi la prima diastole13 del futuro cuore in un momento nel quale né sangue né cuore sono formati. Già all’interno del tessuto primordiale vive la funzione dei successivi organi. Per il sangue il movimento concentrato delle masse mesodermali, per il cuore la congestione del medesimo nel «luogo» – makòm. Makòm porta dapprima il movimento alla quiete. È interessante considerare il significato delle parole che cominciano con la stessa coppia di consonanti come la parola makòm («luogo»), e che perciò sono interiormente affini con questa: luogo consacrato, ciò che è santificato, luogo di rifugio, asilo, cavità, profondità; assemblea; speranza, fiducia; martello, scaturigine, sorgente, punto d’inizio. Tutte queste parole si addicono alla caratterizzazione del cuore e risultano collettivamente un’ampia descrizione della funzione del cuore. Anche il cuore come sorgente e punto d’avvio di un ulteriore movimento del sangue sta all’interno della parola, anche se sino ad ora viene descritto il decorso del movimento del sangue soltanto fino alla sua raccolta. Di passaggio, inoltre, venga [ora] menzionata la parola che l’ebreo adopera per il cuore. Essa suona Lev e significa pure coraggio, sentimento, pensiero, sapere, interiorità, centro. Appartiene ad un gruppo di termini nel quale vi sono parole col significato di fiamma, leone ed anche splendore. Perciò si ha quasi tutto insieme quel che può essere riferito al cuore. Lev descrive il cuore secondo il suo lato animico-spirituale, makòn secondo quello organico-fisiologico. La Genesi descrive l’aspetto corporeo, giacché l’elemento animico-spirituale è ancora intessuto dentro alla corrente formatrice organica.

La Terra non nasce attiva, bensì al principio quiescente. Attraverso ciò viene a manifestazione il fatto che l’acqua agitata l’abbandona. Prima, l’elemento agitato e quello quiescente formano un’unità in questo dominio. Ora essi vengono separati, come un tempo vennero separati Luce e Tenebre. Ma l’acqua che si raccoglie in un luogo costituisce anche la via dal movimento alla quiete. E dell’«asciutto» vien detto che esso diviene «visibile». Ora, tuttavia, nella parola teraeh (divenir visibile, apparire) è racchiuso inoltre un altro significato, vale a dire quello del contrapposto guardarsi e perciò del vedere, del mirare. L’asciutto, il terrestre, comincia a divenire organo di senso; comincia dunque fuori della sua quiete, a considerare processi di movimenti che avvengono ed entra perciò in un rapporto percipiente con questi. La Parola creatrice dà a ciò che è mosso la tendenza alla quiete, a ciò che è quiescente la tendenza al movimento. Un elemento riceve il seme dell’altro. Con ciò riconosciamo l’autentica polarità di questi esseri neocreati: terra e mare. Essi si contrappongono ancora. Il mosso tende al quiescente, il quiescente fa avvicinare ciò che è mosso come percezione. Perciò questo necessiterà di un nuovo atto di creazione, che una polarità possa trapassare nell’altra secondo l’archetipo del Giorno, che attraverso la Sera penetra sin nelle profondità della Notte, e quello della Notte, che attraverso il Mattino tocca il Giorno. Poi l’Acqua riceverà la facoltà della riflessione speculare, della vitrea quiete, e la Terra il dono di far crescere piante in se stessa e così muoversi interiormente. E allorché il sangue nascente nell’organismo si è separato dalla sostanza nervosa, il sangue riceve la facoltà della quiete diastolica nel cuore, il sistema nervoso nondimeno la facoltà di farsi muovere dal pensiero.

 


11«Implantazione» dell’embrione nella mucosa uterina. Usuale è anche l’espressione nidazione, annidamento. 

12Secondo Lutero: «in luoghi particolari». Nel testo ebraico vi è la parola makòm: luogo, al singolare. 

13Diastole= dilatazione del cuore (riempimento sanguigno), sistole=contrazione del cuore (svuotamento sanguigno).

(Continua)

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Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

LE DISCIPLINE INTERIORI (di F. Giovi)

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Le discipline interiori: in genere possono sembrare anche assai diverse, e molti saltano da questa a quella cercando invano la più adatta o la più facile, ma potremmo paragonarle a case costruite secondo concezioni costruttive ed estetiche differenti. Sostanzialmente identiche in quanto a funzioni primarie.

La funzione primaria dell’esercizio interiore è di consumare il pensiero dialettico ma non evitando il pensiero razionale: anzi volendolo con tale intensa dedizione da renderlo veicolo di una corrente superiore che è più-che-pensiero: il Volere non dedicato alla corporeità sensibile e come tale puro ed extracorporeo.

La percezione del più-che-pensiero nel luogo della caverna cranica è percezione dell’organo eterico.

Esso apre la strada verso il Centro (simbolizzato dal cuore) da cui irraggia la potenza di ‘sentire’ il pensare delle Gerarchie, operanti in noi e nel cosmo (svincolati dalla testa fisica, la capacità di avviarsi lungo la via del Cuore è la base della possibilità d’incontro con il Logos eterico).

Inoltre, come ho già accennato ad un amico, l’asse verticale della Volontà pre-corporea (fuoco di kundalini) vivifica l’attività di tutti gli organi sovrasensibili (chakras).

Per giungere a tanto la concentrazione è del tutto sufficiente, purché essa non s’arresti al suo primissimo gradino: tendere l’essere psico-fisico con cui dapprima ci si identifica, sudando – sopracciglia aggrottate e occhi doloranti – per mantenere ‘davanti’ una scivolosa fotocopia interiore di un oggetto sensibile.

Situazione non scandalosa, perché dapprima non si sa volere senza sensazioni, ma che, con vigorosa e ripetuta disciplina, dovrebbe venir superata in tempi ragionevoli.

Ho caratterizzato il primo goffo tentativo in questo modo, poiché l’opposta alternativa è quella pessima che è pure la più strombazzata; si trova persino sui settimanali o mensili salutistici e sportivi, e non credo valga la pena parlarne: il suo fine essendo il raggiungimento delle condizioni di vacche al pascolo imbottite di Valium.

Nel particolare, essendo tutti diversi, nel corpo, nell’anima e nella biografia, la Scienza dello Spirito ci offre una vasta quantità di discipline che possono completare, favorire o persino risolvere, in particolari momenti della vita, difficoltà e limiti interiori: sono di grande potenza, ad esempio, l’esercizio della Rosacroce, le meditazioni sui quattro elementi, le discipline principali della Scuola Esoterica, la Costruzione del Tempio formulata nelle Lezioni della prima Classe (XI lezione)… ma anche esercizi più defilati come quello della forma della propria pelle (Tecniche della concentrazione interiore, XXXVII esercizio), da farsi appena svegli, può cambiarti la vita, e altri ancora.

Va pure detto che molti esercizi possono, in situazioni interiori poco o nulla predeterminabili, presentarsi come Portali attraverso cui si accede ai tanti mondi (o “modalità dell’essere”) extrasensibili:  sono esperienze la cui natura si incide duraturamente nel tessuto intimo dell’anima.

E in taluni casi, decisi non da noi ma dalle Potenze che ci guidano invisibilmente,  esse ti portano incontro ai Maestri e al Santuario che irradia su tutto l’Occidente: situazioni rare, giacché l’uomo assai difficilmente possiede (per più di qualche attimo) le qualità richieste.

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Non a caso Massimo insisteva spesso sul tenore di santità richiesto per l’Opera Solare. Lui non lo chiedeva a nessuno, ma lo esponeva come un fatto oggettivo.

Del resto qualunque via, anche la più lunga e difficile, come dice il vecchio adagio cinese, non può non iniziare che dal primo passo. Evitarlo in tutti i modi che l’umana intelligenza riesce ad escogitare, porta al danno e, nel migliore dei casi, allo spreco di una vita.

Il primo passo non può consistere in un atteggiamento, ma in un esercizio chiaro e regolato da un canone. La concentrazione (sono serenamente stufo di ripeterlo) è la via più diretta e concreta; nella retta concentrazione l’anima non può barare o sognare qualità che ancora non possiede.

Inizia come ricostruzione di un oggetto semplice, banale: di questo, evocato nell’anima, usando parole sub-vocaliche, oppure parole e immagini, oppure (più difficile) solo immagini, si fa un riassunto come fosse una descrizione da compitino di terza elementare, o come una breve “voce” enciclopedica (attenzione: l’esattezza rispondente al sensibile dei pensieri non ha importanza, mentre è assolutamente importante la rigorosa connessione tra i pensieri, la predeterminazione e la totale attenzione dell’anima nel decorso voluto).

La connessione voluta, le immagini volute devono possedere il loro significato, mai automatico, mentre è stolto e sbagliato tendere alla riproduzione esatta del sensibile: per la logica dell’esercizio ciò non ha senso. Già in questa fase dell’esercizio è possibile, per eccesso di dedizione al percorso, ‘staccare’ il pensiero dal personale-sensibile, dal soggetto ordinario e giungere all’esperienza del pensiero che pensa in noi, dunque all’iniziale percezione della sua obiettiva dynamis.

Comunque fa parte dell’evoluzione dell’esercizio consumare la ricostruzione dell’oggetto per volgere tutte le forze al suo puro costrutto formale: l’insistenza illimitata (e non interrotta) verso esso diviene ciò che affiora come sostanzialità reale: il flusso del volere.

Dunque è del tutto ‘naturale’ che, dopo anni e anni di concentrazione, ci si liberi dalla struttura dialettica dell’esercizio mirando direttamente alla concentrazione più essenziale. Purché il silenzio ne sia cornice e venga mantenuta, sia pure per tempi molto brevi, la totale attenzione non interrotta sull’oggetto di pensiero contemplato.

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E’ anche possibile che nel tempo si possano ridurre i tempi dell’esercizio, perché, di solito, se la precedente disciplina era corretta, così vanno le cose. Io consiglierei soltanto di riprendere qualche volta tutto l’esercizio (capire bene il concetto di “noia” per l’anima): la ricostruzione dell’oggetto rimane una sicura pietra di paragone per l’anima che muove i passi successivi. Importante sarebbe non mollare la dedizione immessa qualsiasi cosa non accada: con forza e pazienza.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-GENNAIO 2024

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

La vera origine di Babbo Natale? Uno sciamano siberiano, in trance con tamburi e funghi sacri (di M. N. Urech)

ALBERO DI NATALE, ANNUNCI, LE TREDICI NOTTI SANTE

VOCE (di M. L. Spaziani)

Natale è un flauto d’alba, un fervore di radici
che in nome tuo sprigionano acuti ultrasuono.
Anche le stelle ascoltano, gli azzurrognoli soli
in eterno ubriachi di pura solitudine.

Perché questo Tu sei, piccolo Dio che nasci
e muori e poi rinasci sul cielo delle foglie:
una voce che smuove e turba anche il cristallo,
il mare, il sasso, il nulla inconsapevole

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ALBERO DI NATALE, ARTE, LE TREDICI NOTTI SANTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

Massimo Scaligero – Il pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen (di P. Pistoletti)

OLTRE

Massimo Scaligero – Il pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen

Un testo fondamentale per chiunque intenda inoltrarsi lungo la via, verso il pensiero vivente. Qui, Scaligero, consegna alla libertà di ciascuno un altissimo aiuto. Un percorso che sottintende, va detto, la pratica della retta concentrazione e della meditazione, secondo i canoni indicati dallo stesso Scaligero.

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Dal Trattato del pensiero vivente, pp. 4-7

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Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza interiore, che lo spirito esige da lui in questo tempo. Il trattato non è filosoficamente confutabile, essendo fondato su tale esperienza: che va compiuta, se si vuole disporre dei mezzi per porla in questione. Ma chi possa compierla, comincia a vivere in un pensare che non ha nulla da porre in questione, perché penetra il mondo. E’ il pensare che è la verità di tutte le teorie e di nessuna, essendone la sostanza predialettica. Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che ne tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della « concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito: la via al pensiero vivente, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta, in ogni pensiero che pensa.

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L’Io che l’uomo dice di essere non può essere l’Io, se non nel pensiero vivente: ancora da lui non conosciuto. Egli conosce solo il pensato, o pensiero riflesso, ma non sa come lo conosce. Deve prima pensare, per conoscere il proprio pensiero: non conosce il pensare. L’uomo conosce ed opera secondo il pensato, che, esaurito nella sua determinazione, non ha vita. Non avviene mai che in lui il pensiero operi direttamente come vita, essendo ogni moto vitale un processo a sé, traentesi dalla inconosciuta vita dell’organismo corporeo: processo che attinge direttamente al pensiero soltanto nei movimenti volontari: a un pensiero comunque riflesso.

Al massimo oggi l’uomo giunge a concepire il « pensiero pensante » come « atto », o momento dinamico del pensiero: ultima positiva intuizione della filosofia occidentale. Egli filosoficamente intuisce il« pensiero pensante », tuttavia senza possibilità di percepirlo direttamente, come fa con il pensiero pensato, che può ogni volta conoscere, ripensandolo: facendolo risorgere come pensiero pensante. In effetto, il pensiero pensante gli sidà nella misura in cui egli non l’abbia, attuandosi esso solo in quanto rivolto a un oggetto, ossia pensante qualcosa, non pensante come tale: come · puro pensiero. E’ pensante in quanto possa essere per un tema, senza il quale non saprebbe essere pensiero, svolgendosi nei vari sistemi logici come una teorica del suo svolgersi solo per un tema, in vista dei fondamenti e dei metodi della scienza. Pensante, dunque, secundum quid: non secondo se stesso.

Conoscendo solo il pensato, l’uomo veramente non può dire di conoscere: in realtà non ha il conoscere, ma il conosciuto, privo del momento interiore per virtù del quale è conoscenza. II pensiero deve prima venir pensato, cadere nella riflessità, per essere da lui conosciuto. Ma, conosciuto, cessa di essere conoscenza. Così la morte del pensiero è la condizione del suo dialettificarsi in forme diverse, solo in apparenza contrastanti. Onde se all’uomo venisse oggi comunicato il segreto dell’essere, gli sarebbe inutile, perché non saprebbe pensarlo: potrebbe pensarlo solo a condizione di ridurlo a quella riflessità, o astrattezza, al cui livello non è possibile si dia qualcosa dell’essere. L’uomo, però, può trovare la forza del pensiero che pensa, ove giunga a scorgere l’essere del mondo fluente in lui come vita: vita dell’idea, che è vita della realtà percepita, nascente in lui come dal centro del mondo. Apice dell’ascesi del pensiero, che sia capace di portarsi oltre le posizioni idealistiche, oltre la dialettica del « pensiero pensante », oltre realismo fisico e metafisico.

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Massimo Scaligero, Trattato del pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen(Tilopa 1961)

foto di Nico Franz su Pixabay

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per gentile concessione de

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ARTE, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-DICEMBRE 2023

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LOGICA DEL LOGOS E ASCESI DEL PENSIERO (di H. de’ Paganis)

Logica del Logos e Ascesi del Pensiero

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Vi è logica e logica. Vi è una logica, invero, “illogica”, ossia una logica falsa, perché staccata dal Logos, ed è la dialettica. E vi è, invece, una logica vera, una logica autentica, una “logica dell’essenza” – come la chiama Massimo Scaligero – che è la verace logica: quella che scaturisce dal Logos. Solo quest’ultima è vera logica, ed ha il diritto di esser chiamata logica.

La Via dei Nuovi TempiMassimo Scaligero nel suo breve scritto, compreso nell’aureo opuscolo La Via dei Nuovi Tempi, Roma, s.d., ma pubblicato nella seconda metà degli anni Settanta del trascorso secolo, con un linguaggio semplice e piano, cosí descrive – ne verrà qui messa in evidenza in grassetto una parte importante – nel capitoletto La Via del Pensiero, a pagina 10, l’essenza della Via solare indicata dalla perenne Scienza dello Spirito per l’uomo di questa travagliata epoca: «La via “occidentale” di cui sono espressione i cinque esercizi, include in sé e supera quella “orientale”: essa cura che, parallelamente all’addestramento interiore, il discepolo svolga un’energica disciplina del pensare. Ciò dipende anzitutto dal fatto che il pensare è l’attività mediante cui lo Spirito, come Io, ha immediatamente presa nella coscienza. Inoltre il pensare ha una proprietà che le altre facoltà non hanno. Ogni facoltà interiore muove sul piano in cui sorge, senza superarlo, anche se scaturisce da livelli superiori. Si può dire che ogni livello ha le sue proprie percezioni. V’è un’attività, invece, che si muove simultaneamente nei vari mondi. Dal fisico, all’animico, allo spirituale, ed è il pensiero cosciente. Un pensiero logico che sia veste cosciente di una verità, risuona, anche se non lo avverte, nei mondi superiori, come una reale forza. La disciplina da noi indicata addestra prevalentemente il pensiero, trasformandolo in una forza cosciente di ascesa. Il pensiero, divenendo autonomo, si congiunge con le correnti superindividuali del sentire e del volere, costituendo un’unica forza reintegratrice di quel che nell’uomo è originario».

In queste parole, nella loro asciutta sinteticità, vi è l’indicazione e l’essenza dello studio come primo gradino dell’Iniziazione rosicruciana, ossia della elaborazione meditativa e non certo intellettuale dei testi della Sapienza Santa, dei testi della Scienza dello Spirito, nonché della pratica della Concentrazione e della Meditazione. A questo pensiero essenziale – pensiero “logico” secondo il Logos – si contrappone come sua contraffatta caricatura il morto pensiero cerebrale, l’esangue pensiero riflesso, lo stupidissimamente intelligentissimo pensiero dialettico, che di tutto si vuole impadronire senza nulla veramente cogliere, senza nulla voler concretamente afferrare, senza nulla mai voler autenticamente vivere. Per cui, se una parvenza di vita un cotale morto pensiero dialettico deve mostrare, questa è la corrotta vita proveniente dalla sognante sfera emotiva e dalla torpida, guasta ed arrogante sfera della volontà istintiva: zone da millenni fatalmente dominate e manovrate da Deità ostili all’uomo: Deità ostacolatrici e distruttive. E siccome la natura istintiva di ciascuno è al contempo uniforme e varia (mi si passi l’ossimoro), è inevitabile che la soggettività psichica personale di uno venga a contrapporsi a quella altrui, fomentando e accrescendo l’impulso radicale del­l’avversione con cui l’Oscuro Signore giuoca e domina il debole, il poco accorto, il non consapevole uomo psichico, sempre piú nevrotico e sempre piú dominato dall’animalità. Infatti, Massimo Scaligero cosí – anche in questa citazione verranno messe in rilievo alcune parole, che il benevolo lettore è invitato a ben meditare – scrive poco oltre, a pagina 11 del suddetto opuscolo:

«La relazione originaria tra concetto e concetto è la reale forza del pensiero e risponde alla reale relazione delle cose, ma il pensiero scisso del razionalista di questo tempo, la sostituisce con la relazione stabilita dall’esterno, che ha la parvenza della verità nella forma logica: onde esistono molte logiche: ciascuno dispone della logica necessaria alla propria limitata verità, che però afferma come tutta la verità. Ed è l’errore. Ciascuno ha la logica del proprio pensiero alienato. La disciplina del pensiero porta invece il discepolo dal pensiero scisso o riflesso, al pensiero che, come forza, vive simultaneamente nel mentale e nel sopramentale, essendo l’essenza delle cose: la logica vera.

L’uomo non è libero, finché non consegua la liberazione del pensiero, o la congiunzione della corrente viva del pensiero con l’Io, secondo il metodo proprio alla «via cosciente», o via occidentale, cui fanno riferimento gli accennati esercizi».

Appare evidente come esista un solo pensiero autentico, un solo pensiero verace, ed è il pensiero che scaturisce dal Logos, e la logica di questo pensare è la logica dell’essenza, proprio perché la sua essenza è il Logos stesso. Pensiero non de-via-to, pensiero vero, e pensiero vivo, poiché solo il Logos poté affermare – ed eternamente afferma – come in Giovanni 12, 44 (che cito dalla Riveduta del valdese Giovanni Luzzi): «Io Sono la Via, la Verità, la Vita». L’altro pensiero, quel pensiero dialettico che ha soltanto la forma logica, ma che è privo di autentico contenuto, è un falso pensiero, ossia non è autenticamente pensiero, bensí è menzogna, una ipocrita menzogna, che ha solo una illudente parvenza di verità. Quindi pensiero s-via-to o de-via-to, pensiero falso, pensiero morto e mortifero: apportatore di morte, perché la menzogna è apportatrice di morte. E il Signore, parlando a scribi e farisei, in Giovanni 8, 44, cosí dipinge l’Oscuro Signore e i suoi assecli: «Voi siete progenie del diavolo, ch’è vostro padre, e volete fare i desiderî del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando parla il falso, parla del suo, perché è bugiardo e padre della menzogna».

Nell’ultimo incontro che alcuni di noi ebbero con Massimo Scaligero la sera di venerdí 25 gennaio 1980 – dunque poche ore prima che ci lasciasse – egli cosí caratterizzò il mortifero pensare riflesso e dialettico che emana dall’Oscuro Signore: «Arimane mente anche dicendo la verità». Per cui, non è sufficiente che i pensieri siano formalmente corretti, e logicamente ineccepibili, non è affatto sufficiente nemmeno che siano pensieri “antroposofici”, perché sfuggano alla mortifera presa dell’Oscuro Signore. Se sono meri pensieri riflessi, dialettici e cerebrali, se sono al massimo lucifericamente sentimentalizzati, ma non per questo vivi, essi non escono dalla cerchia inesorabilmente dominata dal Signore della Morte.

Occorre vincere la morte, ossia occorre vincere lo stato di morte del pensiero prigioniero nella tomba della cerebralità, ma questo non si realizza senza un aspro e faticoso lottare. A livello spirituale non è concesso vivere di rendita, per cui la liberazione del pensare dalla condizione di abiezione, che è quella del suo servaggio alla corporeità, al sistema nervoso, alla cerebralità, non è un gratuito e comodo dono, ma frutto di duro lavoro e di coraggiosa lotta. Lo stesso Siddhârtha Gautama, il Buddha Śākyamuni, affermava che, sí, gl’Illuminati indicano la Via, ma che poi ognuno la deve voler percorrere e conquistare con le proprie forze. E come dice l’antico adagio: aiutati che il Ciel t’aiuta! Il Mondo Spirituale non aiuta sicuramente gl’ignavi, i pigri, gli opportunisti, i vili. Per questo scomodo ma eccellente motivo, la Via del Pensiero donata da Rudolf Steiner, e che Massimo Scaligero ha rimesso al centro come filone aureo dell’eterna Scienza dello Spirito, non può essere altro che la “Via del sublime eroismo”, perché in essa il discepolo lotta coraggiosamente contro lo stato di morte dell’anima, lotta temerariamente contro distruttrici Deità ostacolatrici, delle quali sfida e vince l’infero potere mortifero.

La logica contro l'uomo

Un libro come La logica contro l’uomo di Massimo Scaligero, stampato per la prima volta nel 1967 dalle Arti Grafiche Scalia per la prima editrice Tilopa, è un libro d’Iniziazione. Proprio nel senso “tecnico” del libro di Rudolf Steiner Iniziazione. Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori? Tutti i suoi libri in realtà lo sono, e solo questo vogliono essere. E, da sempre, l’Iniziazione è stata, ed è tuttora, come negli Antichi Misteri della nostra Età Classica, un affrontare e vincere la prova della morte. Certo, La Logica non è affatto un libro facile, come facile non è e non può essere l’Iniziazione, e come facile non è neppure la vita, per chi veramente voglia vivere vivo e non morto. Un libro come La logica contro l’uomo è un libro che esige moltissimo dal lettore: esige ch’egli sia un praticante interiore, un asceta operante. Massimo Scaligero lo scrisse in modo che il lettore dovesse fare nel percorrerlo, pensiero dopo pensiero, il giusto e necessario sforzo. Il leggerlo more rosicruciano, ossia concentrativamente, meditativamente, deve essere per il volenteroso lettore, appunto, una forma di àskesis, una forma di ascesi, che deve dar luogo ad un allenamento interiore, deve realizzare una fisioterapia delle forze infiacchite o paralizzate dell’anima troppo torpidamente adagiata nella vita corporea, troppo preda nel sistema nervoso e della cerebralità, troppo ipnotizzata dalla falsa concretezza dell’apparire sensibile: di quella illudente irrealtà che gli Orientali chiamavano mâyâ. La logica contro l’uomo di Massimo Scaligero è un libro d’Iniziazione che, come negli Antichi Misteri, vuol far attraversare al discepolo la kàtharsis o purificazione, il photismòs o illuminazione, e l’ènosis o unificazione con l’Uno, con il Logos, che è il risultato autentico della teletè o compimento, o perfezione (nel senso classico di perficere), ossia – latinamente – l’Iniziazione.

Un tale libro non si può dire certo che sia stato amato negli ambienti antroposofici, e lo è stato abbastanza poco anche – salvo le non molte eccezioni che è giusto riconoscere – all’interno di quella “Comunità Solare” alla quale Massimo Scaligero donò, consacrò, per una vita tutte le sue forze. Un sintomo doloroso di una tale incomprensione da parte del milieuantroposofico “ufficiale” – e dispiace doverlo rilevare – è la recensione che apparve sulla rivista antroposofica tedesca Die Drei, nel n° 7 del 1992, da parte di Renatus Ziegler, recensione che, tradotta, fu pubblicata una trentina di anni fa anche nella rivista milanese Antroposofia. La recensione dello Ziegler mostra, purtroppo, tutta l’incomprensione cui può portare un partito preso nato da un pregiudizio. Si può veramente dire che allo Ziegler, per tale motivo, sia davvero sfuggito l’essenziale.

Die Logik

La Logica di Massimo Scaligero era apparsa in tedesco col titolo Die Logik als Widersacher des Menschen. Der Mythos der Wissenschaft und der Weg des Denkens, tradotta da Georg Friedrich Schulz, e con l’introduzione di Michael Kirn, edita dalla Verlag Urachhaus di. Stoccarda nel 1991.

Si può considerare, invece, una felice eccezione quanto scrisse Karen Swassjan nella sua recensione, pubblicata a Dornach su Das Goetheanum nel febbraio 1992. In essa lo studioso armeno, normalmente residente a Basilea, mostra una rara spregiudicatezza conoscitiva, un’ampiezza ed una profondità di vedute invero non frequenti, e vale la pena di ripropor tale recensione ancora una volta alla lettura e alla riflessione del ricercatore spirituale. Essa – tradotta alla lettera – cosí suona:

“Un libro conforme allo spirito delle origini”: Massimo Scaligero, La logica come avversaria dell’uomo (Die Logik als Widersacher des Menschen).

 La reincarnazione dei libri esiste. Forse cosí si dovrebbe comprendere il vecchio detto “habent sua fata libelli” (anche i libri hanno il loro destino), sebbene questa verità non sembri esser stata presa in considerazione fino ad oggi. Chi avrebbe l’audacia di scrivere oggi una storia della filosofia come una sequenza ritmica di incarnazioni di una determinata serie di libri? Per esempio, partendo da De principiis di Origene circa il suo ulteriore destino in De divisione naturae di Erigena, in De vita rerum naturalium di Paracelso, nelle Opere scientifico-naturali di Goethe, fino a La filosofia della libertà di Rudolf Steiner. Il passaggio a una tale storia della filosofia, considerato sotto l’aspetto scolastico e tradizionale, verrebbe senza dubbio accompagnato dalla sensazione, come la dovrebbe vivere un botanico, quando questi venisse liberato su un prato in fiore dopo una lunga reclusione in un deposito di legname. Non è un caso, che io abbia scelto la sopraccitata serie di libri. La stupefacente opera di Massimo Scaligero mi ha riempito di sicurezza, già dalla prima pagina, che quella serie di libri è stata continuata nei nostri tempi, e se non oso definire questo libro una diretta incarnazione fisica del capolavoro (chef d’oeuvre) di Rudolf Steiner, ne garantisco però senz’altro la connessione eterica (i grandi libri, come le grandi individualità, non si incarnano sempre nel fisico, ma si accontentano anche di un’esistenza eterica o astrale). Forse non ha molto senso presentare tali libri, nel senso di volerli interpretare con parole proprie. Leggendo ci si deve immergere profondamente in essi, e solo allora portarli fuori, non con una propria interpretazione, bensí con i propri pensieri trasformati. Lo dico senza tanti preamboli: l’impressione era inaspettatamente sbalorditiva. La grande filosofia mi sembrava veramente, secondo il testo di Husserl La crisi delle scienze europee… una “per-sempre-addormentata”… Lo stesso Heidegger, malgrado tutti i suoi talvolta sorprendenti raggi di luce, aveva l’aspetto di una cupa mistica nuvola, che copre il gigantesco e direi quasi già invisibile sole. Il libro di Scaligero mi ha accecato nel vero senso della parola, non come un bagliore arabico-newtoniano di un conglomerato meccanico, ma con quella fonte di vita alla maniera di Goethe o di Giovanni. Poi mi venne in mente che non si trattava per niente solo di un’opera filosofica, bensí di un libro-mistero, di una specie di Iniziazione nel sacramento del pensiero. Il titolo del libro, stranamente, non corrispondeva al suo pieno contenuto: “La logica come avversaria dell’uomo” (con una visibile reminiscenza di “Lo spirito come avversario dell’anima” di Klage, secondo me un’allusione superflua, che del resto manca nel titolo originale La logica contro l’uomo), questo concordava solo con la prima parte del libro, ma non alludeva per niente alla seconda, in cui si tratta della trasformazione della logica divenuta morta in una “logosistica” e in cui, quindi, il confronto passa organicamente all’armonia generale: la logica per l’uomo.

Sí, un libro-mistero che conduce il lettore attraverso gli infiniti riti dell’orrore della moderna mancanza di pensiero e lo porta sulla via del pensare. La prima parte – “Il mito della scienza” – sembra essere proprio una specie di kamalokadell’attuale filosofia, in cui l’idolo cartesiano-kantiano che si è appropriato da usurpatore tutti i diritti sull’Io, in una sorprendente panoramica degli eventi postumi è dato alla purificazione di sé. È significativo che la struttura stessa della prima parte è stata trattata, direi quasi, in modo regressivo, cominciando dall’immagine totale delle forme logiche del declino interiore fino al punto di partenza del realismo ingenuo codificato: la nuova logica analitica. In fondo si potrebbe definire tutta questa prima parte anche come una logica e concreta realizzazione delle raccomandazioni che purificano il pensare nella teoria della conoscenza di Rudolf Steiner (del “Maestro dei Nuovi Tempi”, come è chiamato nel libro di Scaligero). Si richiamino alla memoria queste raccomandazioni: «Se ora si dice: elimino tutte le definizioni mentali conseguite mediante la percezione della mia visione del mondo e trattengo solo quello che appaia all’orizzonte delle mie osservazioni senza che io faccia qualcosa, allora ogni malinteso verrà escluso» (Verità e scienza). E ancora: «Se si vuole veramente comprendere il conoscere in tutta la sua reale entità, si deve indubbiamente comprenderlo anzitutto dove è esposto al suo inizio, dove comincia» (sic). Questo suona estremamente semplice e chiaro, ma solo colui il quale ha provato a realizzare quel che è stato detto, sa quale enorme abisso sta nascosto dietro a queste parole. Qui la teoria della conoscenza sperimentò per la prima volta una valenza di mistero iniziatico, perché non posso definire diversamente queste affermazioni di Rudolf Steiner se non come la preparazione del pensiero (in fondo l’abitudine agendo solo come pilota automatico di frasi fatte) all’incontro con il Guardiano della Soglia e la sua vera scaturigine, dov’è attribuito al pensiero incantato da una nomenclatura narcotica, di riconoscere la sua origine in un alto grado angelico. Quindi era quello che era stato espresso in maniera metodicamente cosí dura in questo libriccino Verità e scienza, implicante nient’altro che l’Iniziazione attraverso la morte – la morte di tutte le definizioni pensanti raggiunte tramite la conoscenza – e una riduzione della coscienza al grado zero, cioè a tale vuoto originario secondo cui la conoscenza non poteva essere nessuna sciocchezza di tutti i generi di sistemi e discorsi, bensí solamente un esame eseguito davanti alle Gerarchie, ed una licenza per collaborare con loro alla creazione continua del mondo. In questo modo trovo il motivo per cui il filosofo Rudolf Steiner è stato logicamente passato sotto silenzio dai filosofi del XX secolo – accoglierlo, seriamente parlando, significherebbe pronunciare irrevocabilmente su se stessi una condanna a morte. Forse Husserl era l’unico che osò questa purificazione della coscienza dalle stalle di Augia – stranamente senza avere una pallida idea di Rudolf Steiner e partendo soltanto da una fonte di verità profondamente sentita (del resto a questo punto sarebbe importante seguire la sua relazione intellegibile attraverso la ‘mediazione’ di Franz Brentano). Ma Husserl stesso non si decise ad andare fino in fondo rispetto all’inizio – in modo bello e profondo ha parlato di ciò Michael Kirn nella sua introduzione al libro di Scaligero. Nel sopraccitato libro, questa grande autopurificazione del pensiero si è ora realizzata in modo radicale (“radicale fino al delitto”, come avrebbe detto Nietzsche). Comunque io temo che anche questo libro sarà circondato dal complotto unanime dell’occultamento filosofico. I filosofi si sono abituati strettamente al “comfort” e alla “praticability” del pensare. Se gli psichiatri americani, svolgendo un incarico del rettore di un “college”, sono riusciti a diagnosticare come… schizofrenico l’autore della Fenomenologia dello Spirito, che cosa resterebbe da dire sul probabile destino in questo mondo del libro di Scaligero? Non si dovrà tuttavia perdere la speranza. Non è da escludere che un bel giorno appaiano altri psichiatri profondi, la cui diagnosi sarà totalmente contraria, pressappoco nel modo seguente: tali libri, come quello di Scaligero, non sono per niente trattati filosofici, bensí una “conditio sine qua non” della salvezza animica. Chi rifiuta la purificazione offerta da essi e la Via, si condanna a priori al cretinismo, dal quale nessuna cattedra e nessun premio Nobel potrà salvarlo. Experto crede!

Karen Swassjan

 

Questa recensione è uno scritto che allarga il cuore, proprio perché proviene da uno studioso non direttamente connesso con la Comunità Solare impulsata da Massimo Scaligero, e che tuttavia ha mostrato di possedere una spregiudicatezza conoscitiva ed un coraggio davvero notevoli. A tale proposito, viene davvero da pensare a quel che è possibile leggere nel Vangelo di Marco 9, 38-40, ove il Signore cosí rispose ad uno dei discepoli, il quale gli diceva:

«Maestro, noi abbiam veduto uno che cacciava i demonî nel nome tuo, il quale non ci seguita; e glielo abbiamo vietato perché non ci seguitava». Ma Gesú disse: «Non glielo vietate, poiché non v’è alcuno che faccia qualche opera potente nel mio nome, e che subito dopo possa dir male di me. Poiché chi non è contro a noi, è per noi».

L’autore di questa bella recensione è Karen Araevič Svas’jan (cosí viene traslitterato scientificamente dai glottologi il suo caucasico nome), nato il 2 gennaio 1948 a Tblisi in Georgia, ma è di origine armena, e si è formato ad Erevan in Armenia, ove ha studiato filosofia, filologia inglese e francese, e si laureò con una tesi sul filosofo francese Henri Bergson. Divenne professore di Filosofia, Storia della Cultura ed Estetica all’Università Statale di Erevan, la capitale del­l’Armenia. Egli curò anche la prima traduzione postsovietica delle opere di Friedric Nietzsche, nonché traduzioni di Oswald Spengler (Il tramonto dell’Occidente) e di Rainer Maria Rilke (I sonetti ad Orfeo).

Lo Swassjan negli anni 1993-1994 collaborò come ricercatore con la Alexander-von-Humboldt-Stifung di Bonn in Germania, fu “professore ospite” (Gastprofessor) all’Università di Innsbruck in Austria nel 1997, e dal 1993 vive in Svizzera, a Basilea, ove opera come scrittore e docente.

Quel che colpisce della recensione di Karen Swassjan, è l’aver egli còlto il lato “misterico”, e concretamente operativo de La logica contro l’uomo di Massimo Scaligero. Libro che mi è sommamente caro perché fu, assieme a Rivoluzione. Discorso ai giovani, il primo libro che mi donò l’amico L., libro che fu per me motivo della mia connessione con la Via Solare, e soprattutto con chi con immensa generosità ed abnegazione tale Via stava donando al mondo. Su richiesta di Massimo Scaligero, tenni, per quattordici anni, nella mia città un gruppo sulla Logica contro l’uomo, che mutò il destino di molti giovani. Davvero posso attestare che – come mi disse una persona a me moltissimo cara – colui che ti ha fatto conoscere Massimo Scaligero è il tuo piú grande amico: colui che ti ha fatto il piú grande dono!

Vorrei proporre, per la sua estrema importanza, al benevolo lettore la meditazione ripetuta e approfondita di tre capitoli della Logica. Sono, nell’ordine, nella prima parte del libro, Il mito della scienza, il capitolo intitolato “Il problema a cui si sfugge”; nella seconda parte, La via del pensiero, il primo capitolo “La ricerca dell’Io”, e il quinto ed ultimo “L’«Io Sono»”. La meditazione – ripetuta e approfondita –  di questi tre capitoli della Logica ha un valore formativo fondamentale sulla maturità dell’anima, valore che difficilmente potrebbe essere esagerato, e che quindi non può, e non deve, essere affatto trascurato.

Voglio porre termine a queste considerazioni con quanto scrive Massimo Scaligero, alle pagine 269 e 270 in chiusura della Logica:

«Coloro che cercano il vero, cercano lo spirito: se cercano lo spirito, cercano l’Io. Ma non possono giungere all’Io, se non conoscono il suo essere come presenza che di sé rende conto, in quanto rende conto di ogni assunzione di verità.

Soltanto il Logos può dire di sé «Io sono». L’Io sono è il nome del Logos, come l’Io è il nome che solo colui che lo pronuncia può dare a se stesso. Coloro che giungono all’Io trovano come fondamento dell’Io il Logos, onde possono dire: «non Io, ma il Logos in me», che è la libertà vera, non facendo leva su alcuna condizione, ma sul fondamento. Identificati con il quale, possono operare nel  mondo.

Coloro che volgono alla ricerca del Logos possono attuare sulla terra la fraternità, perché dall’intimo dell’anima sono uniti, secondo la parola vera dell’Io, nel principio che di sé può dire: «Io sono».

Hugo de’ Paganis

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per gentile concessione de L’Archetipo

SCIENZA DELLO SPIRITO

Massimo Scaligero – Dell’amore immortale. Prologo (di P. Pistoletti)

OLTRE

Massimo Scaligero – Dell’amore immortale. Prologo

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A chi ha suscitato l’essere vivo
di queste pagine. Al nome pronunciato
nel segreto dell’anima.

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Con Massimo Scaligero entriamo in un altro piano di pensiero, seguendo il suo. Lo dico a bassissima voce, e solo per quelli che vorranno. Qui vi è qualcosa di immenso e sacro, di assoluto.

Certo, è vero, non è questo il testo più adatto dal quale partire per seguire la via indicata. Ossia, bisognerebbe, quanto meno, aver praticato prima [per molto tempo] la concentrazione del pensiero [e la meditazione], secondo i canoni indicati proprio dallo stesso Scaligero. Però questo testo ha uno splendore così originario, e poi nel suo prologo, come un richiamo da lontano, lontanissimo – tanto che, per i lettori de Il Cipresso Bianco, ho scelto, tra i 27 libri di Scaligero, di iniziare proprio da questo qui.

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PREFAZIONE

Questo libro non va letto, né studiato: forse neppure meditato, ove il meditare non sia il muoversi stesso del pensiero nel suo contenuto. Va messo da parte, in attesa che una situazione senza uscita, o una crisi, lo renda veicolo delle forze di risoluzione proiettate nelle imagini e nei pensieri.

Può essere conosciuto anche prima di simili situazioni, ma a condizione che il lettore, per determinazione volitiva, dissuggelli quel che nelle parole è stato racchiuso, tenendo conto che la struttura del discorso, indipendentemente dalla sua necessità dialettica, è stata tratta dall’immediato movimento epperò dalla sonorità delle idee evocate.

La logica di un simile discorso è la forma stessa di ciò da cui deriva il processo logico identificabile dai logici come forma inseparabile dai vari contenuti, compreso quello «spirituale» che non è mai lo spirito.

La possibilità di una simile lettura, perciò, appartiene parimenti al destino come alla volontà che cominci a valere come un potere di destino. Se la virtù delle idee evocate è tale che opera già nel mondo, in quanto è parte della sua vita, non può non rispondere alla richiesta di uno spirito che giunga al punto in cui il suo volere e il suo destino coincidono. Ciò che è stato ideato allora si riaccende, germina di ulteriori forme, continua ad essere sostanza del divenire umano.

DEL VOLERE CHE AMA

L’amore è l’essere dello spirito: lo spirito che opera nell’umano, ordinariamente dandosi come evento corporeo: talora risorgendo come evento incorporeo: manifestando così la sua vita più alta, epperò più profonda.

Anche il più oscuro e ottuso amore, è in sé vita sovrasensibile: che si altera nelle forme sensibili: senza speranza, perciò, di penetrarle. La vita in ogni suo grado segretamente chiede all’amore revivere secondo il mistero della origine, essendo l’amore la possibilità del suo immediato ricongiungersi con tale mistero: in ogni punto e in relazione a questo. Mistero che l’amore sempre sfiora, evoca e smarrisce: per ritrovarlo. Senza mai ritrovarlo, finché esso stesso non riviva di quella sostanza immortale di cui la vita, in quanto vita egoica, necessariamente si priva e si va privando, sino ad esaurirsi.

Non v’è evoluzione che non si compia come ricongiungimento della forma creata con il suo principio. Essenziale moto d’amore: apertura del limite che limita la forma in cui necessariamente l’essere, in quanto creato, si separa dall’essere originario e si reclude.

Il limite che resiste, il limite che si spezza, è il dolore: che unicamente si dà per ciò in cui ha segrete radici: per l’amore in cui ogni volta, spezzandosi il limite, possa estinguersi. Ma lo spirito che si attua, ogni volta ritrovando se stesso oltre il limite, si riconosce in quella forma di sé che è «l’altro»: nel creato, nelle creature: in una creatura che le riassuma tutte.

Nel riconoscersi, comincia a conoscere la sua storia: da fuori del tempo, nel tempo. E intende il senso della sua solitudine: la ravvisa come il lungo preludio all’incontro con l’essere il cui nome ha sentito pronunciarsi nel segreto dell’anima. Ma è simultaneamente l’incontro con se medesimo: con il soggetto che sperimenta il nuovo moto di vita. Egli è colui che può infine essere con l’altro, perché ritrova se stesso nella sua illimitata solitudine: nel cui segreto è il segreto della solitudine di ogni essere: della profonda unità degli esseri. Che un giorno l’amore renderà manifesta.

Massimo Scaligero, Dell’amore immortale (Tilopa 1963), pp 4-5

Massimo Scaligero, pseudonimo di Antonio Massimo Sgabelloni (Veroli, 17 settembre 1906 – Roma 26 gennaio 1980)

foto di Bernard Hermant su Unsplash

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per gentile concessione de

https://ilcipressobianco.it/chi-siamo/

 

ARTE, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – NOVEMBRE 2023

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

ECCE HOMO – Il FIGLIO DELL’UOMO (di R. Steiner)

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Le potenze divino-spirituali conferirono all’uomo la sua figura, la sua immagine esteriore; ma quel che visse in tale figura esteriore, a partire dall’antica epoca lemurica, si trovò sempre sotto l’influsso delle forze luciferiche e più tardi anche di quelle arimaniche. Sotto gli influssi di tali forze venne in seguito sviluppandosi ciò che gli uomini chiamarono scienza, conoscenza, intendimento. Non è quindi da meravigliarsi che, essendo stata presentata all’umanità proprio in quell’epoca [al tempo del mistero del Golgota] la vera essenza, l’essenza spirituale dell’uomo, gli uomini non fossero in grado di riconoscerla e di comprendere che cosa fosse diventato l’uomo nel corso dei tempi. Il sapere umano, l’umana conoscenza, si erano andati impigliando sempre piú nell’esistenza sensibile, diventando cosí sempre meno capaci di accostarsi alla vera natura dell’uomo.
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…Al cospetto dell’umanità si trovava “l’uomo”, nella figura conferitagli dalle potenze divino-spirituali: nobilitata però e spiritualizzata dalla triennale presenza del Cristo in Gesú di Nazaret. Cosí “l’uomo” si trovava in quell’ora davanti agli occhi di tutti gli altri uomini. Per quanto riguarda la comprensione e la conoscenza di questo mistero, gli uomini avevano potuto conquistarne soltanto quanto lo consentiva la loro intelligenza sottoposta al millenario influsso di Lucifero e di Arimane. Ed ecco che ai loro occhi si presentò l’uomo che durante tre anni aveva espulso da sé gli influssi luciferici e arimanici, l’uomo ripristinato nella condizione precedente a Lucifero e ad Arimane. Solo grazie all’impulso del Cristo cosmico l’uomo era ritornato quale era stato posto nel mondo fisico, proveniente dal mondo spirituale. Lo spirito dell’umanità, il figlio dell’uomo, stava dinanzi a coloro che il quel momento erano giudici o carnefici, a Gerusalemme; si presentava però quale era divenuto per il fatto di avere eliminato dalla propria natura tutto ciò che aveva trascinato l’uomo verso il basso. Cosí, al compiersi del mistero del Golgota, l’uomo si presentava in immagine a tutti gli altri uomini; gli uomini avrebbero dovuto stare davanti a lui, venerandolo e pregando: ecco lí la mia vera essenza umana, ecco il mio ideale piú sublime, ecco lí la figura che io dovrei assumere con il piú strenuo sforzo dell’anima mia. Dinanzi a me vedo ciò che solo è venerabile e degno di adorazione nella mia natura, vedo il divino che è in me. Di quella figura, gli apostoli avrebbero dovuto dire (se fossero stati in grado, allora, di esplicare una vera autoconoscenza): in tutto il mondo non esiste nulla che sia confrontabile, per valore e grandezza, a questo figlio dell’uomo che sta dinanzi a noi.
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L’umanità avrebbe dovuto disporre di questo grado di autoconoscenza in quel momento storico. Cosa fece invece? Sputò sul figlio dell’uomo, lo flagellò, lo trascinò al calvario. Questo è il drammatico punto di svolta fra ciò che avrebbe dovuto avvenire (cioè il riconoscimento che ci si trovava di fronte a qualcuno di assolutamente incomparabile con qualunque cosa al mondo) e quello che avvenne realmente e che ci viene descritto subito dopo. I Vangeli ci descrivono che l’uomo, incapace di discernere, invece di riconoscere se stesso calpestò il meglio di se stesso, lo uccise: solo mediante questa tragica lezione cosmica l’uomo poté accogliere l’impulso a conquistarsi a poco a poco la sua vera essenza, in tutto il corso dell’ulteriore storia della Terra.

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Rudolf Steiner

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 Da R. Steiner, Il Vangelo di Marco, Editrice Antroposofica, Milano 1980, pp. 188-189

Immagine: Hieronymous Bosch «Ecce Homo» Olio su tavola Statlisches Kunstinstitut, Francoforte

per gentile concessione de L’ Archetipo di Marina Sagramora

 

MARINA SAGRAMORA, SCIENZA DELLO SPIRITO

PRIMI APPROCCI AGLI ESERCIZI (di F. Giovi)

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Se i primi approcci agli esercizi fondamentali, alludo principalmente alla concentrazione, sono difficili o molto difficili  e burrascosi, gli ostacoli successivi sono più subdoli e sottili.
Ho già riportato qui in forma integrale la lettere che in data 2 marzo ’72 Massimo  scriveva al nostro gruppetto (e  volentieri la ripropongo altre cento volte):
«…la concentrazione deve essere un’operazione assolutamente semplice, inintellettuale, indialettica (pur servendosi della mediazione delle parole, la più parsimoniosa possibile): è una concentrazione di forza e nient’altro. Ho notato che amici non intellettuali, semplici operai, riescono nella concentrazione perché ne fanno solo una pratica d’intensità di pensiero o di attenzione portata al massimo (e questo è invero tutto), meglio di amici colti, preoccupati di teoriche modalità…
Quando ci si concentra occorre dimenticare tutte le regole e avere una sola direzione, l’oggetto. Prima come rappresentazione del sensibile, poi costruito di pensiero. Occorre servirsi di parole e immagini, altrimenti non si costruisce nulla: certo, quando la sintesi è conseguita, si desiste dal richiamare immagini e parole…».
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Sono righe che valgono ancora per tutti, anche per gli operatori di lungo corso, e le riporto per ricordare la semplicità dell’azione, essendo ogni problematica già un attacco frontale degli Ostacolatori.
Dunque cerchiamo di separare le ‘problematiche’ dalle reali difficoltà che incontriamo poco tempo dopo ogni piccola vittoria.
Qualcuno qui, con Messenger, mi ha espresso una reale difficoltà, parlando dell’automatismo. Come risolverlo? Le indicazioni dei Maestri possono aiutarci e gli aiuti sono tanti, ne cito alcuni: il più radicale è il fermarsi, rivedendo sinteticamente il livello interiore da cui si prendeva l’avvio, chiedendo a se stessi con obiettiva severità se il lavoro interiore già svolto era per noi o per lo Spirito (si scoprono sempre egoismi e brame irriconosciute) Allora inizia un doloroso processo di combustione animica (interiore semplificazione), che ci ferisce ma che va alimentato con desta equanimità. Esso realizza la nera croce della nota meditazione. Poi, un poco arsi, si ricomincia tutto daccapo con semplicità.
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Un accorgimento meno drastico ma tecnicamente più arduo è quello di sparigliare le carte, modificando e rendendo oggettivamente più difficili gli esercizi, come ad esempio per la concentrazione è l’invertire il percorso del costrutto o prolungare il tempo di contemplazione dell’immagine finale (a brevissima scadenza può servire il cambiamento del tema, ma dopo poco ci si accorge che la difficoltà è stata solo sospesa e in breve ricompare). Oppure, se gli esercizi venivano svolti sempre ad occhi chiusi, iniziare a farli ad occhi aperti.
A mio parere vale il metodo meno suggestivo, che è quello di continuare imperterriti e consci, senza drammi, della propria inadeguatezza: continuare sopportando in interiore silenzio l’apparente invalicabilità dei limiti personali, pur tenendo nel cuore una intima, segreta speranza nel potere dell’Io e del Logos. Poiché è una Volontà sovrumana che deve venir estratta dalle profondità.
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«Realizzando una volontà pura sono sulle soglie dell’Iniziazione. Io non esisto perché ora lo voglio, ma perché lo volli in uno stato che trascende quello in cui esisto: la vera potenza della volontà, a cui si può dire che sono estraneo, è quella che si afferma all’origine del mio essere corporeo, sino ad esprimersi attraverso tutti i processi organici rispetto ai quali la mia coscienza è dormiente.
Il compito, in definitiva, è ritrovare all’origine questa volontà, da prima, mediante la ricerca delle energie profonde che sono entro il pensiero: indi innestarsi in essa così da trarla fuori della sfera della brama, così da farla essere in me ciò che essa veramente, divinamente, è.
Allora essa si rivela come la potenza del Logos in me; perché ciò si verifichi, occorre che l’io contingente sia completamente controllato se non ancora risolto» (tratto da una breve “Sintesi iniziatica” scritta da Scaligero, non datata e fatta circolare tra gli amici).
L’operatore non dovrebbe mai cercare di afferrare l’inafferrabile durante l’esercizio. Anzi!
L’attenzione dovrebbe essere completamente rivolta all’oggetto e mai orientata verso l’inconoscibile (per il livello normale della coscienza) da cui i pensieri fluiscono, che non è l’astrale ma, al contrario, è la forza che conduce l’operatore oltre i limiti dell’astrale. V’è una sola attività che, pur svolgendosi nella sfera astrale-eterico-fisica, giunge da fuori di questa: è il Pensiero.
Se gli esercizi venissero fatti dall’astrale (così è quando, durante l’esercizio, si cercassero suggestivi sentieri verso la Sorgente) , il soggetto dell’azione sarebbe Lucifero e non l’Io. L’esercizio, ripetuto e prolungato ci porta nel silenzio. Compito del silenzio mentale è  restituire l’astrale alla pura quiete, attendendo che il Pensare, liberato dai pensieri, divenga esperienza dello Spirito che in noi pensa.
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E’ benefica l’insistenza:  senza temere difficoltà e aridità. Quando, nel fare gli esercizi, verrà avvertita una inusitata, intima gioia sgorgare dal cuore, molto diversa dai sentimenti comuni si sperimenterà anche il senso degli sforzi precedenti e dove essi ci stanno portando: a ciò che da sempre ci appartiene e che fu nostro fino dal tempo che precedette l’Esilio.
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Franco Giovi
SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-OTTOBRE 2023

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI (29 SETT. 2022)

 

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI

(29 SETT. 2022)

 *

1/18061

ORO SOVRAMENTALE

 

NEBBIE ESALATE DALL’AURA DEI FEGATI

IN CUI DOMINA OSSESSIVA LA CERTEZZA MATERIALISTA

DEL TROPPO UMANO RAZIONALIZZARE NELLA FANTASIA MALATA.

 

NEBBIE CEREBRALI IN CUI L’ARROGANZA DELLA CERTEZZA ANIMALE

PERMETTE OGNI CONTORSIONE MORALE

FRA LE BRAME SCATENATE NEL BESTEMMIARE FISICAMENTE.

 

USANO I CORPI FISICI E LE LORO ENERGIE

PER RIBELLARSI CONTRO LE ARMONIE CELESTI.

 

TUTTA UNA MASSA DI PERSONALITA’ IMPAZZITE

PERCORRONO I SENTIERI DELLA FOLLIA URLANTE

TENTANDO DI EVOCARE INFERNI CUI PALLIDAMENTE SENTONO DI APPARTENERE.

 

INFERNI IN CUI VOGLIONO SPROFONDARE.

 

SI AGITANO INTENSAMENTE CERCANDO DI IMMETTERE

NEI PENSIERI COLLETTIVI QUANTO DI ORRENDO E DI DEFORME LI ATTRAVERSA E LI MUOVE.

 

EPPURE LE LORO VERTEBRE DI ENERGIE ABISSALI SI TORCONO SQUASSATE QUANDO UN RAGGIO DI SOLE LE ATTRAVERSA.

 

LE COLPISCE.

 

LE PORTA AL COSPETTO DELLA SOVRUMANA SANITA’.

 

IMPREVISTE E IMPREVEDIBILI FOLGORI SORGONO E SCOCCANO DALL’IMPOSSIBILE RISOLLEVARSI DELL’UMANO IN CUI LA TRACCIA DELL’IDEA GIUNGE A SFIORARE LE ARMONIE CELESTI.

 

ARMONIE MORALI.

 

RISORTI CIELI CHE LE POTENZE ARCANGELICHE CONCEDONO A QUELLA PARTE DI UMANITA’

CHE NEL SOVRAMENTALE SI RICONSACRA.

 

AVE AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI.

 

UNICA ARMA ED UNICO RITO.

 

FOLGORE DEL PENSARE CHE CONTEMPLA IL PROPRIO UNIRE LOGICO

NELLA POTENZA DA CUI SORGONO I CONCETTI.

 

ARCANGELICA VITU’ CHE INNALZA SINO AL SOLE LOGOS.

 

OPERATIVO ORO SOVRAMENTALE.

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 2/18062

NEL CENTRO DEL PENSARE

 

NELLE OSCURE PIEGHE CEREBRALI SI ACCUMULA L’INFERNO.

LA CARNEA ENERGIA DEL NEGARE.

 

DENSA VOLONTA’ CHE FINGE DI NON CREDERE A NULLA

MENTRE DEVOTAMENTE BRAMA L’APPIATTIRE NEL BESTIALE.

 

PIEGHE CEREBRALI : PIAGHE DI MEMORIA

IN CUI VIENE RIBADITA

– COME FOSSE EVIDENZA –

L’AMARA VIGORIA DELLA RABBIA CHE CALPESTA E OSCURA.

 

PIAGHE DI MEMORIA IN CUI SOLO L’OCCULTO FETORE

RIEMPIE I VUOTI DELLA OTTUSISSIMA INDIVIDUALITA’.

 

E’ L’AFFIORARE DEI SEMI DI VERGOGNA

ENUCLEATI NEL FISICO VIVERE COLMO DI DISPREZZO.

 

I SENZA DIO CHE ADERISCONO ALL’ESCA DELL’OPPOSITORE.

 

EPPURE TUMULTUA FORTE E TREMA IL CORO DEGLI INFERNI

QUANDO DALL’ALTO VI SI ABBATTE UNA FORZA CHE LI VEDE

LI VIVE

E CHE LI ARRESTA.

 

IMPOSSIBILE APPARE E AGISCE L’INCOMPRENSIBILE FULGORE.

TENUISSIMO ATTO DI TEMPESTA CHE RIMANIFESTA IL SOLE.

 

OVE IL DECORO ILLUMINA L’ALTARE E LI CANCELLA.

 

 

UNA CORRENTE DI VOLONTA’ UNITIVA

SCONVOLGE I POTERI DELLA BASSA CEREBRALITA’ NEGANTE.

 

OVE IL FARFUGLIARE FISICO DEVE CEDERE IL PASSO AL  SILENZIO IN CUI IL SIGNIFICATO DI UN CONCETTO RICORDATO :

MANIFESTA UNA POTENZA CHE PURIFICA REINNALZA E LAVA.

 

SPAZZANDO VIA LE DENSITA’  :

LUCE IMPOSSIBILE REINTESSE LE ARMONIE MORALI

REALIZZANDO ACUME CONSACRATO.

 

ATTO DELLA FOLGORE NEL FUOCO DELL’IDEA.

 

ATTO DELL’IO NEL CUORE DELL’ARCANGELO.

 

OVE IL PENSARE GIUNGE A FARSI RITO

POICHE’ NELL’ALTA SINTESI LA LOGICA E’ DEL LOGOS.

 

ATTO COSCIENTE DEL PENSARE CHE CONTEMPLA IL NUCLEO DEL CONCETTO

DIVENUTO A TALI ALTEZZE :

FORZA FORMANTE IN CUI LA RAREFATTA INTELLIGENZA E’ CUORE.

 

METEORA CRISTALLINA DEL VOLERE

NEL MISTERO DELL’INTELLIGENZA.

 

AVE  NEL CENTRO DEL PENSARE :

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI.

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 3/18063

FERREO CONTEMPLARE

 

I DENSISSIMI VOLTI INTERIORI DEGLI APPIATTITI NEL BASSO PENSARE.

 

CADAVERI DALLE VIVENTI CARNI

CHE SI MUOVONO SENZA SCOPO

ENTRO MASSE DI PAROLE CEREBRALI CAOTIZZATE.

 

BLOCCHI DI PAROLE CEREBRALI SI  URTANO E SI FONDONO

MENTRE L’ASSENZA DI VITA INTERIORE

OSSERVA QUELLO SCENARIO DI FOLLIA

E CREDE DI PARTECIPARE AD UN VIVERE

DEL QUALE SUBISCE SOLTANTO I MUTAMENTI SEMPRE PIU’ BLASFEMI.

 

INDIVIDUI TOTALMENTE SEPARATI DALLE FORZE ETERNE DELLA PROPRIA INTERIORITA’ :

SI IMMERGONO IN UNO SCENARIO DI AUTOMATISMI RAZIOCINANTI

IN CUI VI E’ SOLO ACCUMULO DI MENZOGNA  ED ERRORE.

 

I NON VIVENTI AGITATI DALLA BREZZA DEGLI INFERI :

VOCIFERANO IL NULLA CHE LI CONTRADDISTINGUE

MENTRE SEGUONO IN BRANCO LE ORME DELLA BESTIA.

 

SOLO UNA CATASROFE PUO’ ESTINGUERE QUEL BALBETTANTE CRETINISMO MALIGNO.

 

SOLO UNA CATASTROFE O UNA LUCE TANTO INTENSA DA FORARE QUELLE NEBBIE.

 

ED INFATTI E’ UNA FOLGORE CIO’ CHE QUEL DIFFUSISSIMO RETORIZZARE MALIGNO

CHIEDE OCCULTAMENTE.

 

FOLGORE SCATURITA DAGLI ATTI DELL’ASCESI.

 

COLORO CHE NELL’ATTIMO GIUNGONO A SFIORARE

–         SECONDO DEGNITA’ –

IL COSMO DELL’ARCANGELO.

 

NELLA VOLONTA’ SPESA PER MANTENERE EVIDENTE IL SIGNIFICATO DI UN CONCETTO.

 

OLTRE LA BARRIERA CEREBRALE L’ORIZZONTE E’ COLMO DI SPLENDORE CHE CONSUMA E SOVRASTA OGNI DENSITA’.

 

FRA OSSEE POTENZE OSTACOLANTI CHE VENGONO CONSUMATE.

 

FORZE FORMANTI SI IRRAGGIANO DAI LUOGHI INTERIORI

IN CUI IL SILENZIO CONTEMPLA IL POTERE DEL RICORDO.

SINO AL CREARE ARMONIE IN SENO ALLA TEMPESTA CHE PURIFICA.

E CHE INNALZA.

 

SANITA’ RIESCE A PROGREDIRE POICHE’ SQUASSA E INDEBOLISCE LE FORZE DELLA MALATTIA INTERIORE.

 

ESPANDENDO I LUOGHI OCCULTI IN CUI L’ESSENZA LOGOS

PUO’ IMPRIMERE

SECONDO LIBERTA’ D’ASCESI

IL SUO REDIMERE SUPREMO.

 

ARCANGELICO FERREO CONTEMPLARE NEL CENTRO

DEL PENSARE.

 

ESSENZA UNITIVA DEL CONCETTO CHE GIUNGE A FARSI RITO SOLARE.

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 4/18064

RESPIRO DEI CIELI

 

NELL’ALTO PENSARE SI UNIFICA IL VOLTO INTERIORE.

E RISORGE.

 

LA VERA QUALITA’

(IMPOSSIBILE E NEGATA NEL PLAUSIBILE MENTIRE CEREBRALE)

SI IMPRIME E SVELA E MANIFESTA IL SUPREMO VALORE.

 

LE RAZIONALITA’ SORRETTE DAL TANGIBILE VIVERE NEL MONDO FISICO :

SI SVELANO ATTRAVERSATE E DOMINATE  DA UNA CORRENTE CHE BRAMA PIATTEZZA E PESO.

 

FRANTUMATE E BALBETTANTI VITE INTERIORI

IN CUI LE BANALITA’ RAZIONALI SONO ASSEDIATE E MOSSE DALL’ANTIAMORE.

 

 

TUTTO CIO’ NELL’ATTO DELL’IDEA :

E’ COME SE VENISSE POSTO DINANZI AL RISORGERE DEL POTERE DI CUI ERA LA NEGAZIONE.

 

RESURREZIONE CHE IN QUANTO SI MANIFESTA

URTA CONSUMA E CANCELLA QUANTO LA ODIAVA.

 

NELL’ATTIMO IN CUI LA SINTESI RIESCE AD ATTUARSI

E PUO’ ESSERE CONTEMPLATA :

SORGE  NELL’ACUME L’ESSENZA DI UN VALORE

CHE FRANTUMA L’ANIMA PERVERSA DEL NEGARE  INTERNO AL RAZIOCINIO.

 

IL METRO DI OGNI VALORE SI CREA RISORGE E AGISCE NEL RITO DELL’IDEA.

 

E L’INTIMA VIRTU’ DELLE ARMONIE FOLGORA.

 

ATTO DI ACUME NEL FERRO CELESTE DELL’ARCANGELO.

 

STRENUA VOLONTA’ SPESA INNALZANDO I LIVELLI DEL PENSARE.

 

SINO AL CONSACRARE IL CUI RESPIRO GIUNGE SINO AI CIELI.

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 5/18065

INCENDIA L’ORIZZONTE

 

DENSI PENSIERI CARNEI GIUNGONO A FARSI OSSEI.

PEGGIORANDO.

 

RIGIDA NEL DISPREZZO L’ARIDA CORRENTE DEL MALEDIRE :

QUASI TANGIBILE COME CORRENTE DI ENERGIE :

SOMMERGE GLI INFETTATI PORTANDOLI AL DELIRIO.

 

EPPURE MASSE STERMINATE DI OTTUSI NELLA RABBIA :

PERDONO POTERE.

DIVENGONO ACCESSIBILI AGLI STRALI DEL DESTINO RETTIFICATORE.

VENGONO COLPITI DAL DISVELARSI DEL LORO MENTIRE.

 

VI E’ LUCE SACRA CHE COME FORZA DELL’ALTRUI ACUME

ORA LI FERISCE E LI RENDE VULNERABILI.

 

CROLLANO SECOLARI BASTIONI DI PERFIDIA E DI MENZOGNA.

 

LA TELLURICAMENTE FERREA ALBIONE ORA ARRUGINISCE.

 

AFFILATISSIMA INTANGIBILE MISTERIOSA FORZA DI VERITA’ :

ORA COLPISCE GLI ASTUTISSIMI DEMENTI.

 

NEI PIU’ RAREFATTI ALTISSIMI LAMPI DELL’IDEA :

TENUISSIMA LAMA DELL’ARCANGELO IMMETTE CORRENTI DI VERITA’.

 

NEL MONDO DELLE FORZE ORA UN IRRADIARSI DI METALLO CELESTE HA LA FACOLTA’ DI RISVEGLIARE NUMEROSI MOTI DI ACUME.

 

NEL FUTURO ORO E NELL’ACCIAIO.

 

NEL PURISSIMO LAMPEGGIARE

IN CUI DALLA LIBERA VOLONTA’ NASCE L’INCANTO.

 

VERITA’ VIVENTE CHE SEPPURE NON COMPRESA NELL’UMANO :

AGISCE ALL’ORIZZONTE.

 

SCULTOREO IMMETTERSI DI ARMONIE MORALI.

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 HELIOS FK AZIONE SOLARE

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https://www.ecoantroposophia.it/2014/07/arte/fk-azione-solare/ascesi-del-pensiero/

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, MICHELE - La Via del Pensiero, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO
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