SCIENZA DELLO SPIRITO

Il Fuoco e il Sacrificio

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«L’uomo che tenda alla reintegrazione non può non incontrare gli ostacoli che riguardano la normale condizione umana: lungo il sentiero non può non trovarsi dinanzi quelle barriere che arrestano la vocazione dell’uomo comune e lo costringono a rimanere ciò che è. A un dato momento queste barriere mostrano il loro potere di dominare ferreamente ciò che è possibile all’uomo in quanto semplicemente tale. L’arte è allora vedere sino a che punto giunga questo potere: a lato allo sperimentare umano, il pensiero libero dai sensi può dare simile conoscenza. D’onde la possibilità del libero imaginare, cioè del superamento del limite umano».

Massimo Scaligero

(L’Uomo interiore, Ed. Mediterranee, Roma 1976, p. 94)

È inevitabile per il cercatore spirituale, che voglia essere completamente sincero con se stesso, di partire da quello che egli concretamente è, dalle forze limitate e dalla ancora parziale consapevolezza che possiede. Talvolta il sentiero del cercatore spirituale ha al suo inizio una crisi radicale che travolge le certezze umane, intellettuali, morali – in verità di consistenza solo apparente – della vita cosiddetta “normale” e scuote violentemente tutta la struttura interiore dell’uomo. Questa crisi – radicale – è forse il momento piú prezioso di tutto il suo cammino, quello più intenso e sincero, nel quale il cercatore vede – in taluni casi per la prima volta – in maniera inattenuata il vero aspetto della condizione umana generale, e, soprattutto, quella sua individuale, personale. Questa crisi è il principio del cammino spirituale: principio non tanto, o non solo, in quanto inizio temporale dal quale si prendono le mosse per la ricerca, ma soprattutto come situazione-limite, come stato interiore dell’anima nel quale l’urgenza e il pericolo hanno fatto emergere forze che, altrimenti, avrebbero vegetato nel sonno torpido e ottuso di una condizione vitale e animale indisturbata: in una condizione, appunto, “normale”.

È indubbiamente una crisi molto pericolosa, che sommuove dal profondo dell’anima tutte le forze dell’essere umano, così che questi è costretto a far fronte ad un’emergenza, che violentemente travolge tutto ciò che vi è di autentico in lui e nel mondo attorno a lui. Crisi che il suo essere cosciente – limitatamente cosciente – non ha voluto e che il Destino gli ha portato incontro come un enigma che è per lui vitale sciogliere, come una prova estrema da superare. L’emergenza mette in evidenza quanto poco cosciente, appunto, sia la sua coscienza, quanto radicalmente egli s’inganni sulla saldezza delle proprie “certezze”, quanto relativi, o addirittura falsi, siano i “valori” ai quali, prima della crisi, con ingenua fiducia si affidava e che costituivano la “concretezza” e la “normalità” della sua vita. Se, per viltà o per “ignoranza”, tenta, o s’illude, di evitare l’affrontare la prova – che irrompe repentina e violenta – la crisi può avere un esito catastrofico, addirittura letale.

Non sempre all’inizio della Via vi è questa crisi totale, ma – per quanto ciò possa sembrare paradossale – il verificarsi di essa è da considerarsi un evento particolarmente felice, addirittura un prezioso dono del Cielo, del quale ci si accorgerà presto di dover essere grati, come di un privilegio raro che il destino ci concede, perché questa crisi ci offre l’occasione di un energico risveglio interiore, di una trasformazione decisiva, che può giungere sino alle radici più profonde e nascoste della nostra anima. A quel momento decisivo il cercatore dello Spirito può sempre di nuovo riportarsi: può evocarne l’intensità, il potere risvegliatore e purificatore. In effetti, l’emergenza improvvisa, l’evento critico, ha il potere di mobilitare le forze più energiche dell’Io ed evoca il clima vero dell’anima nel quale si deve svolgere l’ascesi, perché questa sia feconda: dà la misura dell’intensità della forza che ogni volta deve essere impegnata nell’esercizio interiore.

L’aiuto più prezioso della crisi, il suo dono veramente inestimabile, è il dissolvimento della sensazione di apparente “normalità” della vita abituale, cioè il dissolvimento o la demolizione di quella menzogna che stempera l’aspetto tragico dell’esistenza – che è il suo volto autentico – diluendolo nelle banalità della tran-tranquillità quotidiana, e spegne, narcotizzandola, la percezione intensa, anche se dolorosa, dell’urgenza dell’azione interiore che la condizione di pericolo, o la prova estrema, sollecita. La sensazione dell’apparente “normalità” del vivere solito è soltanto un’abitudine emotiva, ossia il ripetersi passivo, sempre più meccanico, di uno stato d’animo obbligato, che venendo subìto in forma sempre meno cosciente, arriva a diventare uno stato cronico, una vera e propria memoria organica, profonda, che come una falsa spontaneità prevarica sull’Io e impone il modo “naturale” di vedere e di agire nel mondo. Questa ipnotica abitudine alla “normalità” ha un effetto anestetizzante – ossia desensibilizzante – sulla coscienza, la cui consapevolezza si abbassa e, come conseguenza di questo intorpidimento, cessa la tensione della volontà, la sfrangia e la disperde, sino a che non vi è più presa su una volontà ridotta al sonno e alla paralisi. Per molti – per i più ormai – è addirittura inconcepibile e indesiderata una condizione dell’uomo diversa da questo turpe servaggio.

Il dissolvimento dell’aspetto di apparente “normalità” di una vita, la cui spenta routine è basata sulla visione ottusa e pigra di certezze approssimative e di valori limitati e scontati, porta l’asceta, che vuole realmente percorrere l’aspro sentiero della realizzazione spirituale, ad attuare coraggiosamente lui stesso, per iniziativa autonoma, quest’opera di destabilizzazione della assestata “normalità” animale, a voler vivere in uno stato interiore di mobilitazione permanente di tutte le proprie forze, ad impegnare in maniera incessante la volontà consacrata in una disciplina alacre, intensa, fervida, serrata, volta ad affrontare risolutamente ogni limite interiore incontrato, a combattere instancabilmente, per superarlo, ad amare, con nostalgia appassionata, questo stato interiore dell’anima assetata d’Assoluto, che non si acquieta nella “normalità” di un’animalità indisturbata, ma è teso a superare con slancio quella barriera con la quale la “natura” domina ferreamente coloro che subiscono passivamente il suo tirannico imperio e contro la quale s’infrangono gli sforzi pavidi ed indecisi di coloro che spensieratamente “giuocano” con lo spirituale e che vorrebbero ridurlo al proprio fiacco livello, per evitarne la travolgenza trasformatrice.

Se al principio del sentiero spirituale non si verifica questa crisi totale – che, ripetiamo, oltre che necessaria è “felice”, “fausta”, in definitiva “augurabile” – è molto difficile che si abbia, nel procedere, l’energia richiesta per una trasformazione radicale di sé. È veramente difficile che si abbia questa energia, perché non se ne scorge la necessità: restando immutata la visione del mondo e della vita, non venendo incrinati dalla crisi e fatti vacillare gli illusori valori sui quali ci si appoggia, non si ha la forza di percepire che la condizione umana è una condizione ad alto rischio, una situazione pericolosa, tutt’altro che stabile e salda, anzi, estremamente fragile e precaria, per la quale sarebbe oltremodo salutare – e salvifico – lo scuotersi dal tramortito sonno della visione “normale” delle cose e della vita e il vincere – ed è necessario lottare per farlo – il modo “normale”, “naturale” e “spontaneo” di un comportamento creduto autonomo e nostro, mentre è soltanto il segno di quanto siamo dominati e giocati da Deità Avverse.

Nella via egoica, si accoglierà dello Spirituale quel tanto che non incide ed altera l’andamento più o meno tranquillo o agitato – a seconda della “natura” che ci domina – della vita abituale. Ovverosia, il centro dell’esistere sarà costituito dal fatto che si mangia, si beve, si lavora, si gioisce e si soffre, si perseguono le proprie varie ambizioni, grandiose o meschine, comunque illusorie: tutto questo lo si chiama “vivere”, lo si ritiene un valore assoluto. A lato di questo “vivere” vi sarà, perifericamente, come comoda cornice egoica, una spiritualità timida e consolante, oppure una spiritualità “culturale”, intellettualmente “interessante”, che porti una nota di colore e un po’ di varietà nella noia esistenziale e nella vacuità sostanziale di un “vivere” spento e ripetitivo, che è un morire e un decomporsi dell’anima, al quale non si ha la forza – per comodità – e il coraggio – per viltà – di opporsi. Per questa ragione, per questo stato di menzogna rispetto alla situazione di concreto pericolo, che si evita di conoscere, e di diserzione con la quale ci si sottrae all’impegno di lottare per lo Spirito, la via egoica impedirà che si proceda oltre i primi passi, paralizzando ogni sforzo che possa destabilizzare lo stagnante status quo.

Nella via eroica, la crisi radicale demolisce tutto ciò, mostrandone l’irrealtà e la distruttività. Il discepolo si accorge dello stato di sordità e di opacità spirituale nel quale era immerso e della paralisi della sua volontà vera, quella capace di movimento autonomo rispetto alle sollecitazioni della “natura”. Al centro del suo esistere viene ora a porsi, come necessità vitale, la ricerca della conoscenza spirituale, la realizzazione del suo autentico essere interiore. Lo Spirituale diviene per lui l’essere reale, concreto, centrale del suo esistere, e l’impegno ascetico è ciò attorno a cui ruota, tutta intera, la sua vita che anela a rispondere al richiamo dell’Assoluto. Questa è per lui la necessità vitale: rispetto ad essa la vita esteriore, che pur vive, con le sue gioie e i suoi dolori, con le sue necessità e i suoi drammi, con i suoi doveri ai quali non si sottrae, diviene provvisoria, contingente: periferica rispetto alla concentrazione interiore continua, intensa, fervida, che la sua consacrazione alla Via spirituale, in quanto via eroica, esige. Ovviamente è inevitabile vivere, e il vivere ha giustamente, al suo livello, le sue necessità, i suoi impegni, che comportano doveri e responsabilità. Ma in quanto valore apparente, illusivamente autonomo, questa vita esteriore, contingente e periferica, se è vista come realtà in se stessa e come scopo a cui volgersi, diviene il campo della frantumazione e della dispersione, proprie alla molteplicità esteriore, contrapposta all’unità e alla concentrazione dell’essere interiore. Nel suo risuonare nell’anima e nell’afferrare il sentire, l’apparire consuma e oscura la vitalità spirituale, erode e paralizza le forze del volere. Alla presa illegittima dell’apparire, l’asceta si sottrae, svincolandosi, “morendo al secolo” – come dice un antico testo ermetico – ossia al mondo, pur rimanendo attivo, cosciente e sensibile nel mondo. È un morire al passivo e involontario assenso che il nostro essere istintivo, “naturale”, “normale”, vorrebbe dare, come in passato, ai valori irreali dell’apparire del mondo, che non è il mondo.

Abbandonata la riva falsamente rassicurante dell’antico modo di esistere, che ora, in conseguenza di questa voluta morte dell’essere apparente, si realizza vuoto e inconsistente malgrado le sue molte lusinghe, ci si inoltra a guadare una perigliosa corrente, e si avverte la necessità di conquistare, con fatica e lotta, nuovi valori e nuove, meno peregrine, certezze. Con la lena di chi tende ad una mèta fortemente anelata, si moltiplicano gli sforzi che, procedendo nel cammino, crescono in numero, intensità e durata, e arrivano a coinvolgere tutto l’essere cosciente. È mutata alquanto la visione del mondo e della vita, e i nuovi valori, ai quali si fa riferimento, sono il risultato di duri sforzi, di aspre lotte, di insistenza tenace oltre ogni sconfitta, oltre ogni inevitabile fase di oscurità e di aridità. Tutto ciò fa procedere per un lungo tratto nel cammino. Poi vi è l’arresto e nuovamente la crisi.

La crisi che sopravviene sembra non abbia possibilità di superamento, in quanto sopraggiunge allorché nell’ascesi – sempre che non ci si sia risparmiati, ovvero non si sia seguita la via egoica – si sono esaurite tutte le forze delle quali si disponeva, ed anche i valori, conquistati a prezzo di dedizione e sforzo, mostrano di essere, a questo punto, anch’essi contingenti e relativi. Per quanto preziosi, anzi assolutamente necessari, si siano dimostrati nel cammino sino ad allora percorso, essi ora mostrano la loro relatività e provvisorietà e, per quanto siano stati utili nella loro trascorsa funzione, oramai esaurita, si rivelano adesso incapaci di farci superare il sopraggiunto limite che ci arresta. Per quanto si continui con ostinata tenacia nell’ascesi, ci si avvede che, continuando così, non si procederà oltre. Ci si senti di fronte ad un abisso che non si riesce a varcare, ad una parete di impenetrabile roccia che non si riesce a superare. Tutto ciò può condurre alla disperazione. Si è coscienti che non si può tornare indietro, che il sentiero percorso è franato o scomparso alle nostre spalle e che questa crisi, qualitativamente diversa dalla precedente, è, come quella, decisiva e altrettanto pericolosa. Se prima si trattava di “morire al mondo”, ora si tratta di “morire a se stessi”, e questo è qualcosa che costa moltissimo, perché si tratta di morire non a un mondo profano e fatuo, del quale si scorgeva la vacuità, bensì a quanto ci siamo duramente conquistati, a quanto è diventato “noi stessi”, al prezzo di superamenti, sforzi, rinunce.

Ancora una volta è necessario essere completamente sinceri con se stessi e riconoscere che i “valori” conquistati, ai quali facevamo riferimento, e la visione del mondo, della vita, di se stessi, alla quale ci eravamo sforzati di giungere, erano quello che, partendo da ciò che eravamo all’inizio del cammino – ossia limitatamente coscienti e solo parzialmente mutati – eravamo in grado di concepire. Ma era, tuttavia, un modo di concepire, di intuire la mèta e il cammino ancora “umano”, ossia ancora soggettivo e provvisorio. Abbiamo detto che la crisi iniziale è importante, perché essa è il principio, ossia il modello, l’archetipo della necessaria trasformazione interiore. Il suo sopraggiungere non era stato da noi voluto: era un dono del Cielo e del Destino. Ma ad esso possiamo sempre di nuovo richiamarci. La sua azione di dissolvimento dell’apparire e del contingente in noi, possiamo audacemente volerla. Possiamo, rovesciando gli appoggi ai quali ci aggrappiamo, aprirci coraggiosamente all’assolutamente nuovo, all’ignoto, ancora inconcepibile, ma presentito necessario e reale.

Per cui di fronte allo spalancato abisso che ci blocca, alla impenetrabile roccia che ci arresta, possiamo, rivolgendoci al Mondo Spirituale, alla Suprema Potenza che regge i destini degli uomini e del mondo, chiedere che venga suscitata in noi l’intuizione vivente del compito che ci attende e che è necessario affrontare. Questa richiesta, meditata, a lungo ripetuta, intensamente sentita, appassionatamente rivolta al Cielo, con sincerità, con slancio, con coraggio, con disperazione, può suscitare la percezione lucida dell’azione interiore richiesta al superamento dell’abisso. Può essere donata l’intuizione o la consapevolezza di quanto prima necessariamente ci sfuggiva, perché non avevamo le forze per concepirlo, e che ora si presenta in tutta la sua concretezza. Quanto intuito, se accolto con coraggio e venerazione, diviene una forza agente, trasformatrice della nostra interiorità e del Destino.

Per impreviste e imprevedibili vie, a questo punto, la vita porta incontro al cercatore compiti e prove talvolta estremamente dure, che trasformano l’esistere in un insonne lottare contro la morte, nel quale l’accelerazione degli eventi non permette piú la stasi inerte, propria alla via egoica.

Questo lottare esige la consapevolezza che la Via non è per noi, ma per il Divino, che il superamento della nostra soggettività, mai esaurito e definitivo, ci apre alla possibilità di fare coraggiosamente nostri – in libertà e per amore – i fini dello Spirito, che il sacrificio del transitorio e dell’effimero, nella visione del mondo e di noi stessi, accende nelle nostre anime il fuoco celeste, la folgore che, percuotendola, dissolve la “natura” inferiore e la riplasma secondo il Logos, che la nostra anima “ignificata” può tuffarsi nell’apparire e riconsacrare ogni aspetto della vita e dell’esistere. Questa trasformazione interiore può portare ad incontrare grandi difficoltà, di fronte alle quali inizialmente ci si potrà sentire non adeguatamente preparati. Potrà portare ad una involontaria solitudine, anche esteriore, per l’intensità e la rapidità degli eventi che violentemente possono irrompere inaspettati nella nostra vita. Potrà portare persino ad una anche troppo prevedibile incomprensione, da parte di molti, rispetto a scelte e ad azioni che rispondono a richieste imperiose degli eventi, e che possono condurre ad un agire tempestivo e talvolta ‘fuori’ rispetto alla conformità alle regole convenute: quindi ‘problematiche’ di fronte alle “abitudini” mentali e morali proprie ad una “normalità” irrigidita, che paventa e resiste di fronte ad una trasformazione radicale.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L'incontro con Massimo Scaligero

studio3Il mio incontro con la sua Opera, e pochissimo dopo con lui stesso, avvenne oltre quarantré anni fa. Decisivo per me fu l’incontro personale con lui poiché tale evento sommosse tutte le forze della mia anima. Era una delle ultime giornate di primavera o forse una delle prime della sopravvenente estate di quell’anno. Lo incontrai nel suo studio, in una viuzza della parte gianicolense di Monteverde Vecchio, in quello studio all’ultimo piano di Via Cadolini, che per me divenne presto – anzi sùbito – un luogo sacro, come un luminoso eremo montano o un sacro tempio nel quale era possibile incontrare gli Dèi.

In larga misura avevo letto la vasta, tumultuosa, ed ampiamente contraddittoria, letteratura dell’Occultismo circolante a quel tempo in Italia, e ne avevo tratto idee alquanto confuse su come avrei potuto procedere nel mio cammi­no di formazione interiore. Veneravo le antiche Vie e i luminosi Maestri di un passato che mi sembrava ormai trascorso, ma ero consapevole dell’attuale decadenza che in Occidente, e persino in Oriente, dilagava a livello spirituale. Ero inoltre piuttosto scettico sui tanti se­dicenti “Maestri” che propinavano metodi addomesticati, tendenti a porre al servizio dell’ego bramoso forze occulte per abbeverare l’inesausta sete di potere e di voluttà dell’attuale uomo animalizzato. Tali sedicenti istruttori venivano definiti in antichi testi d’Oriente “prostituti spirituali” ed io concordavo pienamente con tale definizione. Sentivo fortissimamente la necessità di qualcuno che guidasse i miei passi sul sentiero spirituale, ma procedevo inevitabilmente guardingo nei confronti degli allettamenti che con profusione venivano offerti dalla legione costituita dai vari mercanti dell’Occulto. Ho sempre ringraziato il Cielo per l’incontro con Massimo Scaligero perché egli si dimostrò, oltre ogni mia immaginazione, al di sopra delle più esigenti aspettative che un cercatore spirituale potesse avere nei confronti di una Guida o di un Maestro autentico.

Massimo non volle mai né mai permise che lo si chiamasse Maestro. Perciò lo era. Egli diceva spesso (e lo scrisse a chiarissime lettere) che il Maestro è l’Io, e lo si educa nell’interiorità con rigorosa ascesi. Mai, nei numerosi incontri personali – che presto divennero ritmici – o negl’incontri riunioni con gli amici a Via Barrili, ho visto in lui la sia pur minima traccia di vanità; mai l’ho visto compiacersi della deferenza spontanea che tante persone con semplicità e immediatezza inevitabilmente gli portavano incontro; mai l’ho visto venire a patti, per ragioni di convenienza o altro, con la menzogna o coi tatticismi opportunistici di un modo di agire politico che come un malcostume levantino oggi dilaga in ogni campo e che ha infettato purtroppo anche il nostro ambiente.

Nel primo incontro che ebbi con Massimo, ebbi sùbito il senso della travolgenza dello spirito o della Sopranatura. Per la prima volta avevo di fronte non un intellettuale o un filosofo che parlava, sia pure con profondità e correttezza, di dottrine lette in antichi testi e tramandate lungo i secoli da una tradizione fedele e devota: mi fu immediatamente chiaro che Massimo era uno sperimentatore eccezionale del Mondo Spirituale che parlava unicamente di quel ch’egli sperimentava direttamente. Immediatamente mi pose il compito di non perdermi nei labirinti di un inutile apprendimento intellettuale, bensì di passare quanto prima all’azione attraverso una rigorosa pratica interiore. Al centro del cammino iniziatico egli poneva senza attenuazione veruna l’importanza della Via del Pensiero Vivente, l’assolutezza dell’Ascesi del Pensiero-Folgore, non solo come la Via più radicale che il discepolo dello Spirito oggi possa seguire, ma addirittura come l’unica che conduca alla mèta.

Per anni egli fu di una generosità senza pari nel donarmi le indicazioni delle quali avevo bisogno nel mio cammino interiore. La stessa generosità la ebbe nei confronti di chiunque si rivolgesse a lui con sincerità di cuore sollecitando la sua guida fattiva.

E devo dire che Massimo, negli incontri che avevo con lui, fu sempre un energico suscitatore del clima interiore del pensiero puro. Il dono incomparabile che ricevevo ogni volta dai colloqui con lui era il clima della Magia Solare del Pensiero-Folgore. Egli suggellava ed accendeva ulteriormente tale clima col Rito della concentrazione o della meditazione, breve o lunga, praticata insieme, col quale voleva accompagnare ogni nostro incontro.

In tali incontri non lo vidi mai appannato o deconcentrato. La sua presenza interiore, la sua consapevolezza siderea, era potente, dinamica e spontanea. Egli si sentiva sempre totalmente libero, qualunque fosse la situazione in questione, nei confronti della persona che aveva di fronte.

Parlava sempre partendo unicamente dalla reale richiesta, ossia dalla necessità interiore dell’anima di chi si rivolgeva a lui, indifferente all’effetto piacevole o spiacevole che le sue parole potevano suscitare nella poco consapevole psiche di chi lo ascoltava. Così come era assolutamente indifferente alla lode e al biasimo, alle opinioni che gli altri potevano farsi di lui. In chi lo incontrava non tollerava recitazione spirituale o morale ch’egli, ogni volta, inesorabilmente smascherava. Abbatteva energicamente ogni forma, palese o travestita che fosse, di ambizione, di opportunismo, di arroganza, di vanitosa intellettualità. Non blandiva mai in coloro che a lui si rivolgevano quei lati morbidi della personalità morale con i quali molti fanno molteplici compromessi, rivestiti delle più svariate giustificazioni dialettiche. Nei confronti delle inevitabili debolezze e degli errori di chi segue l’arduo sentiero dello Spirito, Massimo era tollerantissimo. Quella che non tollerava mai era la menzogna, la recitazione di esperienze interiori puramente immaginate.

Non si faceva alcuna illusione circa la tenuta spirituale della cerchia dei tanti che nominalmente si richiamavano a lui e che in ben pochi avrebbero potuto dirsi veramente suoi discepoli. Molti diluivano la sua severa indicazione ascetica in un misticismo sentimentale o in un verboso dialettismo intellettuale: né più né meno come accadde nei confronti di Rudolf Steiner e della Ascesi da lui indicata. In realtà ben pochi attorno a Massimo Scaligero erano i praticanti interiori. Pochissimi, poi, colsero la centralità della Via del Pensiero.

Una volta, ero allora ancora molto giovane, mi disse: “Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola!”. E ad un mio amico che gli chiedeva che cosa sarebbe accaduto dopo la sua scomparsa, Massimo disse: “Sei mesi dopo la mia morte, sarà tutto finito”. Quell’amico me ne ha reso varie volte esplicita testimonianza. Ciò spiega tanti eventi accaduti immediatamente dopo la sua dipartita e negli anni successivi.

Tuttavia, la mia non è e non vuole essere una posizione pessimistica. La volontà consacrata, veicolo della esperienza trasfiguratrice dell’idea, può compiere il miracolo della trasformazione radicale di un essere umano fiaccamente adagiato nella ottusa vicenda corporea, condizionato da una psiche nevrotica e istintiva, stordito da un illusorio apparire che gli si impone con la usurante magia dei suoi falsi valori, in un uomo spirituale, fondato sull’inesauribile forza originaria dell’Io, aperto alla realtà del mondo spirituale e perciò capace di superare ogni limite.

È vero che ci è stato dato in sorte di vivere in un’epoca spiritualmente tragica e pericolosa, ma Massimo ha insegnato che proprio nelle epoche di pericolo il Mondo Spirituale dona all’uomo le sue forze più potenti e rende possibili le più audaci imprese spirituali. Inoltre Massimo nella sua Opera è stato prodigo di indicazioni operative come forse nessun altro, e ci ha dato strumenti potenti per realizzare l’impresa interiore.

Solo, non dobbiamo smarrire il cuore dell’Ascesi Solare da lui indicata: quell’esperienza del pensiero puro che, partendo dal livello del pensiero libero dai sensi, audacemente s’innalza, intensificandosi, sino ad essere quella Forza-Folgore del Pensiero Vivente che è la veste di Luce e d’Amore del Logos. Occorre donarsi con slancio alla pratica interiore, amare la concentrazione, quella concentrazione che Massimo affermava che, coltivata con assolutezza, può da sola condurre all’Iniziazione e all’esperienza del Mondo Spirituale. Infine, occorre fare della gratitudine e della fedeltà a Massimo l’Arte della memoria interiore di un compito che non deve essere smarrito bensì perseguito con impeto e coraggio.

SCIENZA DELLO SPIRITO, ,

UN MAESTRO SEVERO: MASSIMO SCALIGERO

L’incontro con Massimo Scaligero fu per me, come sicuramente per altri, l’incontro con l’esigenza di un’ascesi severa. Massimo, che non tollerava intellettualismi né recitazioni, mi pose subito, sin dal nostro primo incontro, l’istanza energica di una realizzazione concreta: la richiesta dell’Io a se stesso di un pratica interiore capace di realizzare lo Spirito. Devo dire che le sue indicazioni si dimostrarono nel tempo preziosissime, perché esse mi permisero d’impostare la mia vita interiore in una direzione tale da salvarmi dall’intellettualismo parolaio e dalla superficialità sentimentale: ossia da quei pericoli che da subito minacciano di paralizzare lo sforzo e l’anelito del discepolo verso lo Spirito.

Al primo posto Massimo pose l’esigenza della disciplina individuale. Nell’Ascesi un posto di preminenza solare spettava alla pratica – intensa, fervida, ripetuta – della concentrazione, la quale, intensificandosi sino a realizzarsi come concentrazione profonda e contemplazione della pura forza pensiero vuota di pensieri, può – da sola – condurre all’esperienza del momento del pensiero folgorante, del Pensiero Vivente, che al di là dell’illusoria frantumazione della molteplicità è la veste di Luce e d’Amore della realtà originaria del Logos, della manifestazione di quell’Uno Unissimo che Dante chiama Amore Sovrano. La concentrazione poteva – Massimo Scaligero su questo punto fu assolutamente esplicito – condurre da sola sino all’Iniziazione.

Una pratica ulteriore della formazione interiore, indicatami da Massimo, fu lo studio – anch’esso intenso, fervido, ripetuto – dei testi di quella che – secondo un’antica e mirabile tradizione medievale – potremmo chiamare la Sapienza Santa. Ma questo studio non è un intellettuale glossare e rimuginare contenuti concettuali, bensì un meditare concentrativamente che porti il praticante interiore a realizzare quei contenuti: ossia a divenirenella mente, nel cuore, nell’anima tutta – quei contenuti stessi. L’intellettualismo paralizza e offende quel­l’angelica intelligenza celeste che è l’autentico Spirito del cuore. Lo studio va, dunque, condotto con Intelletto d’Amore.

Una terza pratica interiore, sulla quale Massimo ha dato anche a talune altre persone indicazioni chiarissime ed essenziali – è il Rito della meditazione in comune. Egli avversava esplicitamente la tendenza di molti a ritrovarsi in riunioni di discussione e commento di testi e argomenti spirituali, nelle quali regolarmente viene attuata la dispersione dell’atmosfera spirituale e la liquefazione di quei contenuti sacri attraverso la dialettica profanatrice.

La meditazione in comune è un Rito sacro, e deve essere eseguita con lo stesso ardore, con la medesima consacrazione interiore con la quale si eseguono la concentrazione e la meditazione individuali e lo studio meditativo dei testi della Scienza dello Spirito.

Anzi, tutte e tre le pratiche, indicatemi da Massimo per l’Ascesi realizzatrice, sono Riti sacri, da eseguirsi – tutti – con animo ieratico, con amore, con gioia, coscienti che essi sono la più alta azione che un essere umano può compiere sulla Terra, un’offerta sacrificale fatta agli Dèi e ai fratelli umani.

Massimo più volte disse – e scrisse – che la contemplazione è la più alta e potente forma di azione umana, la quale naturalmente non esclude, anzi esige e promuove, l’azione morale nel mondo.

Questi furono i doni preziosi che ricevetti da tanto Maestro. Le sue indicazioni orientarono la mia vita esteriore e soprattutto quella interiore. La Comunità Solare, come Egli amava chiamarla, dovrebbe fare di tale triplice Rito motivo di vita, di fervido slancio realizzativo, e mai dimenticarli.

Poiché dimenticare è sempre tradire. Ma chi veramente ama non può tradire, perché non può, non vuole, dimenticare. Perché un cuore che ama ricorda, ed è perciò sempre ricolmo d’Intelletto d’Amore.

SCIENZA DELLO SPIRITO

Il Coraggio e la Consacrazione

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Il Coraggio e la Consacrazione

La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è parlato dovrebbero diventare motivo dell’esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere la ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere possibile oltre ogni prova, difficoltà, ostacolo. Non vi è ostacolo che così non possa essere superato: occorre volere sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesima idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stessi, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza.                 

Massimo Scaligero 

Queste parole severe, austere, scritte oltre cinquant’anni fa nell’Avvento dell’uomo interiore, esprimono in maniera chiara e radicale quale debba essere l’atteggiamento interiore necessario a percorrere il sentiero spirituale e il clima dell’anima, nel quale si deve svolgere l’ascesi di colui che, sentendo il richiamo dell’Assoluto, vuole rispondere all’Appello del Mondo spirituale. L’ascesi interiore non è un’attività ricreativa o diversiva, volta a distrarre dalla routine o dalla noia di una vita quotidiana vuota e ripetitiva; non è un training o una ginnastica psichica, che debba far conseguire prestazioni eccezionali, per soddisfare la brama di vita e le velleità dell’ego; non è neppure un sedativo consolatorio o un narcotico che ci aiuti ad evitare, comodamente, le paure o le pene che la fatica di esistere, con indesiderata generosità, in abbondanza ci dona.

L’ascesi interiore, il sentiero della iniziazione ad una più alta vita spirituale, è una via eroica che vuole portare il discepolo ad una totale trasformazione dell’anima, tale da renderlo capace di rispondere all’Appello del Mondo spirituale. Per metterlo in grado di rispondere sinceramente e autenticamente a questo Appello, l’ascesi lo deve rendere forte – ma non si tratta della forza ordinaria – e lo deve rendere cosciente. Non è un training o una tecnica, è un sentiero sacrale e necessita dell’intenso clima conoscitivo, volitivo e morale descritto nelle parole dell’Uomo Interiore. È una Via – sacra – che deve rendere l’asceta tanto forte e cosciente da essere egli capace di attuare la consacrazione di sé.

La consacrazione di sé è la risposta all’Appello del Mondo spirituale. La consacrazione integrale di sé è l’unica risposta possibile a questo Appello: è l’unica possibile perché è l’unica sincera, l’unica autentica.

Questo Appello, questa chiamata, che si manifesta ormai con un’urgenza sempre crescente ed un’insistenza pressante che non hanno uguali nel divenire dell’umanità, richiede – esige – una risposta. È un Appello che, oggi, piú che come una chiamata, risuona, sempre piú alto e forte, come un drammatico grido d’allarme, come un incitamento impellente ad affrontare energicamente – e coraggiosamente – la battaglia suprema contro potenze antispirituali, la cui azione può rivelarsi fatale – o addirittura annientatrice – nei confronti dell’uomo.

A chi è rivolto questo drammatico Appello; chi è chiamato, in questo tragico momento, a dare la risposta risolutrice? L’Appello è rivolto all’Uomo e alle comunità spirituali.

È rivolto all’Uomo perché – prima che sia troppo tardi – egli si scuota dall’ubriacatura ottenebrante che lo lega ad un apparire effimero e illusorio, risvegli nel proprio cuore la memoria della sua essenza eterna, si ricordi della patria celeste dimenticata, della sua originaria grandezza spirituale da lungo tempo smarrita, divenga consapevole dell’alta missione legata al suo lottare terrestre – vita est militia sacra super terram – e affronti risolutamente, con coraggio, l’impresa affidatagli dal Cielo e dal Destino.

È nel cuore che deve risvegliarsi questa memoria celeste, ed è dal cuore che deve essere attinto il coraggio necessario a tanto ardua impresa.

Il Mondo spirituale rivolge questo Appello, questa chiamata, all’Uomo nella sua universalità e alle comunità spirituali, ma è l’individuo, il singolo uomo che deve rispondervi. La richiesta, l’invito alla compromissione interiore, è rivolta a ogni uomo, ma la risposta non è imposta ad alcuno: soltanto in libertà e per amore l’individuo, il singolo uomo – in una autonomia totale e in una solitudine interiore assoluta – sceglie di rispondere all’Appello dello Spirito, al richiamo dell’Assoluto, con la consacrazione integrale di sé.

Questa risposta al richiamo, questa scelta di compromettersi totalmente e definitivamente con l’Assoluto scaturisce dal coraggio del cuore, acceso dalla memoria celeste. È opera della intelligenza celeste del cuore che è, appunto, Intelletto d’Amore. Non può, quindi, non essere una via d’audacia e di dedizione: una via eroica d’Amore.

Che cosa impedisce, allora, all’uomo singolo di rispondere senza indugio a questo urgente Appello, che cosa fa sì che egli si sottragga, pavidamente e irresponsabilmente, ad un compito che, in maniera sempre più decisiva, l’incalzare degli eventi gli pone dinanzi e che le prove estreme esigono da lui di affrontare, senza concedere spazio al disimpegno, al procrastinare, alla fiacchezza, alla latitanza? È uno stato di profonda “ignoranza”, che in molti uomini si manifesta come una condizione di sordità e di ottusità del cuore, di offuscamento e di opacità dell’anima, di stordimento e di alienazione della coscienza spirituale. In tale condizione l’intelligenza celeste del cuore è paralizzata perché l’anima è tramortita, immersa in uno stato comatoso, come morta. Per cui si può dire che nell’uomo, che sia totalmente immerso nell’“ignoranza” – e sono i piú – è spenta la luce dello spirito, perché questo non conosce; è estinta e morta la vita del sentire, perché in tale stato di sordità e ottusità del cuore celeste nulla risuona; è inerte e paralizzata la forza del volere originario dell’anima, perché questa non ama. L’anima non ama, perché non sente e non conosce. Tradisce se stessa e il Cielo per viltà nata da ignoranza. E questo rinnegamento codardo ha conseguenze pericolose, letali, come letali sono le acque del Lete che procurano un oblio di morte.

Non vi è Sapienza o Conoscenza celeste senza Amore; non vi è Amore senza coraggio; non vi è coraggio senza fedeltà; né fedeltà senza consacrazione. Il compito, quindi, è quello di conquistare la forza di attuare la consacrazione di sé allo Spirito. Ma l’uomo, generalmente – anche se spiritualista – teme questa forza, come teme lo sforzo di conquistarla, e teme soprattutto la trasformazione totale dell’anima che l’attuarsi di questa forza comporta. Per cui egli si abbandona alla necessità e alla fatalità, siano esse d’ordine materiale o spirituale. Non concepisce, anzi evita di concepire, una possibilità diversa, attiva, responsabile e coraggiosa. Il piú delle volte immagina anche il Divino o il Mondo spirituale come qualcosa di necessario e di fatale. Desidererebbe che lo Spirito lo afferrasse o lo travolgesse, senza la sua iniziativa e senza la sua responsabilità. Il Divino lo dovrebbe assolvere dal faticoso compito di scegliere, di lottare, di realizzare: vorrebbe – anzi bramerebbe – essere posseduto dal Divino che dovrebbe funzionare in lui, al posto suo, in maniera meccanica, automatica.

Proprio questa è la viltà dell’uomo: la sua rinuncia a conoscere lo Spirituale autentico, l’abdicazione all’atto libero di essere coscientemente l’Io, il Soggetto autonomo, responsabile, del conoscere e dell’agire. È proprio da questa visione fatale e necessaria dello Spirito e del Divino che nasce l’anelito alla via egoica, ossia ad una via comoda che lasci indisturbato il dominio che la fatalità e la necessità hanno sull’uomo, dominio che non è del Divino o dello Spirito, ma delle potenze antispirituali che vogliono l’asservimento o l’annientamento dell’uomo.

La Via spirituale è la Via eroica, proprio perché l’asceta, mosso dall’intelligenza celeste del cuore, da Intelletto d’Amore, lotta contro la necessità e la fatalità, l’apparente onnipotenza degli Ostacolatori – che lo legano al divenire sensibile e al suo invadente risuonare nell’anima. Egli accetta che vengano messe nelle sue mani la responsabilità e le redini della sua esistenza esteriore e interiore, perché «delude gli Dei chi vuol dipendere dagli Dei», e quindi il suo andare avanti comporta un incessante lottare. Il lottare contro il sonno della coscienza, contro la seduzione ad abbandonarsi alla fatalità “naturale”, la rinuncia ad appoggiarsi ad una spiritualità tradizionale ormai esangue e spenta, lo portano ad essere un “lottatore contro la morte”.

«Qui si convien lasciare ogni sospetto; ogni viltà convien che qui sia morta». Non vi è piú aiuto o sostegno da verità già fatte o da regole trasmesse alle quali sia sufficiente conformarsi: si possono accogliere quelle verità o adeguarsi a quelle sapienti regole e restare tuttavia morti nell’anima, perché ci si aspetta che esse funzionino da sé, fatalmente o meccanicamente, come un fatto “naturale”, necessario, automatico. Tutto ciò è la morte dello Spirito, e contro questa morte, contro tutto ciò che è “naturale”, automatico, necessario, ripetitivo, abitudinario, deve imporsi l’atto dello Spirito. Non può non essere una lotta coraggiosa, risoluta, tenace, inesorabile, instancabile, malgrado tutto ciò che l’usura della quotidianità e l’“immane potenza del convenzionale” oppongono a questo atto dello Spirito: non può non essere una via eroica.

Nel suo stato di “ignoranza” non solo l’uomo non conosce, non sa, ma neppure sa di non sapere. Non soltanto non conosce la realtà spirituale del mondo e la propria essenza spirituale originaria, ma non sospetta neppure quanto il suo stesso atto del conoscere sia deformato e corrotto. Ignora lo spirituale che non conosce ed anche la propria incapacità a conoscere. In questa condizione ottusa spesso avvicina la Via spirituale, e fatalmente è portato ad accostarla con la stessa maniera “naturale” di conoscere che gli è abituale e che egli ritiene necessaria e ovvia. Questa maniera “naturale” di conoscere in realtà gli porrà ostacoli sin dai primi passi del cammino e spesso lo arresterà, facendogli ritenere che in fondo si tratti si solo di acquisire certe conoscenze o di “sapere” certe verità, lasciando più o meno immutato tutto il resto della propria natura. Le verità così acquisite da questo “sapere” nel tempo si accumuleranno, andando a formare nell’anima una sorta di stratificazione geologica di conoscenze morte. In taluni casi, specialmente nei primi tempi, il contatto con queste verità potrà accendere il sentire, che però tenderà rapidamente ad esaurirsi, dando luogo ad una superficiale emotività o ad una grigia e gelida intellettualità.

L’Appello del Mondo spirituale è rivolto all’individuo e alle comunità spirituali. Ma è il singolo che compie l’ascesi individuale solitaria e l’ascesi individuale compiuta ritualmente in armonia insieme ad altri, concordi a rispondere come lui al richiamo spirituale. È il suo agire che renderà sana ed efficace l’ascesi solitaria e l’azione rituale comune. Altrimenti opererà in maniera sterile, spesso distruttiva.

Il conoscere è vero e autentico quando trasforma colui che conosce, e la conoscenza spirituale è una conoscenza sacra: esige la consacrazione del conoscere e di colui che conosce. Il sentiero occulto comincia veramente quando ci si accorge non solo che non si conosce lo spirituale e non si è capaci di conoscere veramente, ma anche che, così come siamo, senza una radicale trasformazione, siamo incapaci di imparare a conoscere. La conoscenza spirituale – anzi tutta la conoscenza – deve diventare un Rito interiore sacrificale dell’anima e l’anima deve essere educata alla sacralità del conoscere. Per questo, il primo passo di questa educazione dell’anima è quello di imparare ad imparare. Una volta riconosciuta l’incapacità della conoscenza esteriore ad imparare, soltanto lo Spirituale può insegnare l’assolutamente nuovo: imparare ad accogliere la conoscenza vivente dello Spirito, in modo che nel discepolo che l’accoglie si operi una fecondazione e una trasformazione totale dell’anima. Tutto ciò richiede un sacrificio e una consacrazione: il coraggio di sacrificare il morto sapere, il coraggio di liberarsi del cascame del morto pensare intellettuale e la consacrazione dell’anima alla conoscenza vivente dello Spirito. Il discepolo apprende ad educare il pensiero ideante a farsi con amore forma del Soprasensibile, ad educare l’anima a venerare questa sacra operazione del conoscere. Questo Rito della resurrezione del conoscere dal cadavere della conoscenza morta viene incessantemente rinnovato, con fedeltà consacrata, nella concentrazione, nella meditazione, nello studio devoto della Sapienza Santa, oltre e malgrado ogni ostacolo, sino a far sorgere quel “coraggio dell’impossibile” che è richiesto nella prova suprema. Il secondo difficile passo è quello di realizzare la continuità di questa fedeltà consacrata nell’ascesi solitaria e nell’ascesi rituale comune. Essa deve vivere nel cuore e nell’anima come un intenso clima di devozione per la conoscenza, di appassionato slancio per l’ascesi, di amore per l’Assoluto. Ci è stato insegnato che il sentire è vero solo quando sente il Divino, e poiché il sentire che si accende per l’effimero e l’illusorio è la menzogna che oscura la luce dello Spirito, ottunde il cuore celeste e paralizza il volere, occorre sacrificare un’emotività che è la periferica, superficiale eccitabilità dell’anima a custodire, vegliando, il sentire celeste che, come una siderea fiamma, arde sull’altare stellare del cuore. Verrà un momento, cruciale, nel quale la consacrazione, la fedeltà, il coraggio, l’amore per l’Assoluto daranno la forza di compiere il terzo passo: quello di morire iniziaticamente: di affrontare per Amore – «zelus tuus devoravit me» – quella prova suprema di fronte alla quale si possa dire: «Il mio cuore non trema!».

La Via è difficile, ma anche l’attuale momento lo è. È un momento difficile ed estremamente pericoloso. Lo è per tutti: per i singoli, per i popoli, per le comunità spirituali. Non è concesso di rimandare ulteriormente l’affrontare prove dal cui esito dipende non solo l’ulteriore cammino, ma addirittura l’ulteriore esistere come esseri spirituali.

Questo è un mondo che, coinvolgendo in un apparire illusorio, erode a grande velocità le forze interiori dei singoli e disgrega le comunità spirituali, deviando gli uni e le altre verso quella via egoica, che è la via comoda della rinuncia a lottare per realizzare lo Spirito, quella dell’impossibile adeguamento dello Spirituale ai bisogni della pavida fragilità umana – che non sono i bisogni dello Spirito – che accetta una coesistenza pacifica col male purché gli Ostacolatori lascino indisturbati la torpida inerzia e il sonno comatoso di una “natura” che in noi non vuole saperne di trasformarsi ed attua ogni misura possibile per opporsi al proprio risveglio. Viene ad attuarsi cosí un patto scellerato con le Deità avverse nell’irragionevole speranza di essere poi risparmiati da queste, dopo aver disertato la lotta e aver tradito la propria anima e lo Spirito. Oltre che un’ingenuità questa è una menzogna distruttiva, un’illusione oltremodo pericolosa.

Il rispondere all’Appello del Mondo spirituale è la via eroica: è la via del coraggio e della consacrazione di sé. Questa consacrazione non può che essere integrale: nel pensare, nel sentire, nel volere. È un atto che richiede molta forza. L’ascesi costruisce in noi la forza che supera i limiti di una “natura” labile e paurosa. Ma occorre amare l’ascesi, amare la concentrazione e la meditazione, donandosi ogni volta ad esse con l’impeto e la dedizione di tutta l’anima.

Il rinnovarsi incessante di questa consacrazione è la fedeltà: fedeltà alla Via del pensiero vivente, fedeltà al Rito della resurrezione del conoscere che si attua ogni volta nell’ascesi individuale solitaria e in quella rituale comune. Il rispondere all’Appello dello Spirito è il coraggio della compromissione con l’Assoluto, è lo slancio d’amore al quale risponde a sua volta il Cielo, donandosi con la sua illimitata generosità.

Massimo Scaligero è stato, per taluni di noi, il Virgilio che ci ha tratto dalla selva selvaggia e dalla diserta piaggia; ci ha indicato il cammino alto e silvestro, percorrendo il quale è possibile passare da uno stato di tramortimento e di morte al risveglio spirituale, ad una vita nova dell’anima. Lungo questo aspro sentiero egli ci è stato esempio vivente di come sia possibile volere, comunque, realizzare lo Spirito, qualunque sia per noi il punto di partenza, inevitabilmente inadeguato. Ci ha insegnato che è necessario vivere vivi e non morti, che occorre vivere nello slancio, nell’impeto, nella dedizione assoluta, lottando con entusiasmo per la realizzazione di un’idea, per un ideale vivente, per un essere, per i quali si può con coraggio vivere, gioire, soffrire, compromettersi, anche morire. Che rinunciare a lottare per lo Spirito significa morire nell’anima; significa, per il più turpe dei motivi, per viltà, sentirsi indegni di vera vita.

Massimo Scaligero ci ha mostrato che alla disciplina interiore, alla concentrazione e alla meditazione possiamo dare tutto di noi, e che ad esse possiamo chiedere, per amore dello Spirito, le più audaci trasformazioni interiori. Questa disciplina interiore, l’ascesi del pensiero è la forza vivificante e la ragion d’essere della comunità spirituale, che non deve essere smarrita, non deve essere attenuata o appannata dalle menzogne fuorvianti – intellettuali o sentimentali – che gli Ostacolatori vorrebbero sostituire alla Verità dello Spirito.

L’ascesi del pensiero, la disciplina della concentrazione e della meditazione, sono la risposta all’Appello del Mondo spirituale. Esse attuano la consacrazione e la trasformazione radicale di sé: per questo sono la via eroica, la via solare, la via del coraggio e della fedeltà, la via dell’Amore.

SCIENZA DELLO SPIRITO, , , , , , , ,

La Via eroica e la via egoica

Ascesi vera è quella che dà modo al Logos-folgore di percuotere la natura vitale-animale: la quale tende a serbare intatti i propri processi psicofisiologici, in cui è inserita la necessità della Morte. La natura vitale-animale non va fornita di poteri spirituali, bensì trasformata. Questa trasformazione, quando è autentica, è sostanzialmente un processo di distruzione e di riedificazione.
Massimo Scaligero
Il Logos e i Nuovi Misteri, Teseo, Roma 1973, pag. 75.

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Che cosa significa voler seguire una Via spirituale? Sostanzialmente significa compromettersi totalmente e definitivamente col Mondo Spirituale: un atto di consacrazione di sé all’Assoluto. Significa voler rispondere sinceramente e senza riserve ad un appello del Mondo Spirituale. Appello che mai è stato tanto urgente quanto in questa epoca di oscuramento, di caos e di pericolo.

Che questa sia un’epoca di estremo pericolo è evidente a chiunque voglia vedere veramente, in maniera inattenuata, la situazione e non voglia né illudersi sulla reale portata del pericolo né credere di poter risolvere l’emergenza con mezzi palliativi e consolatori. Occorre, perciò, avere il coraggio di voler vedere le cose come sono, di non sottrarsi alla visione e alla consapevolezza concreta del pericolo.
Ma colui che è stato – almeno per taluni di noi – Maestro di sapienza, di coraggio e di azione interiore, ci ha insegnato che quest’epoca di estremo pericolo è per noi un’epoca oltremodo preziosa, poiché proprio nelle epoche di pericolo il Mondo Spirituale proietta sulla Terra le sue forze più potenti, ed in esse perciò sono anche possibili le realizzazioni spirituali più audaci, difficilmente attuabili in epoche ormai trascorse più a misura dell’uomo spirituale, nelle quali lo spirituale era più immediatamente avvertibile dall’uomo, che perciò era meno stimolato all’iniziativa autonoma e cosciente.

Oggi, invece, la condizione dell’uomo è di estrema fragilità, di estrema labilità e precarietà interiore. In questa condizione di fragilità e precarietà l’uomo si trova sull’orlo del baratro nel quale rischia di precipitare. Di fronte all’uomo si presenta lo spalancato abisso della caduta nel subumano, che rischia di inghiottirlo definitivamente. L’ammonimento salutare è che «l’esperimento uomo potrebbe anche fallire».

L’appello del Mondo Spirituale è l’appello ad affrontare risolutamente le incalzanti forze degli dèi distruttori, a risvegliare la memoria del còmpito eroico che l’uomo si è assunto nel discendere in questo mondo materiale, apparentemente dominato dagli Ostacolatori. Sta unicamente all’uomo raccogliere l’appello e portare fino in fondo la lotta.

In realtà l’uomo è esattamente dove deve essere: il problema, il pericolo, è che non vi è come vi deve essere. Di fronte all’incombente pericolo, egli è in una condizione di stordimento e di fatuità: si muove in esso cercando di sfuggire la consapevolezza della sua tragicità che, pure, nelle profondità di sé, con paura, egli presente. Per cui nel tentativo di evitare il confronto, per lui doloroso, con questa prova che non concede scampo, si dà alla ricerca di surrogati o di narcotici sedativi: sceglie di “giocare”, di “divertirsi”, coinvolgendosi nelle fattualità gioiose o dolorose che il suo esistere quotidiano gli porta incontro. Tenta così di “divergere” dalla mèta a lui destinata, di sostituire qualcosa di “diverso”, di più “umano”, al còmpito al quale deve far fronte, ma che teme. Tuttavia questo “divertimento”, questo “divergere” dalla mèta, porta sempre di piú a conseguenze disastrose. Sempre di più il dolore, la malattia, la morte abbattono le fragili barriere dell’autoillusione, con le quali l’uomo vorrebbe proteggersi, sottraendosi alla lotta.

Anche quando incontra la Via spirituale, vi è continuamente nell’uomo la tentazione di rendere più accettabile, meno faticoso, l’aspro sentiero. Anche nell’incontro con le verità spirituali egli può cercare di evitare il loro potere dirompente nell’anima, di attenuarne la forza che travolge la mediocrità umana, di conciliarle, diluendole, con le esigenze di una natura animale che non ne vuole sapere di trasformarsi. Per cui è facile la tentazione di “aggiustarsi” la Via ad uso e consumo della personalità egoica. Il che, naturalmente, è un tentativo illusorio, destinato in modo salutare e istruttivo, per sua fortuna, a fallire.

Occorre distinguere rigorosamente – questa è la prova cruciale dell’autoconoscenza – che cosa noi chiediamo al Mondo Spirituale, o alla Via Spirituale, e questa è la via egoica, ossia la via comoda con la quale ci illudiamo di poter ridurre lo spirituale alla nostra dimensione umana-troppo umana, e che cosa invece il Mondo Spirituale chiede a noi, e questa è la via eroica, ossia la via scomoda, con la quale decidiamo di esigere da noi stessi di portarci oltre quello che ordinariamente siamo come esseri naturali, cioè come esseri psichici, biologici, istintivi, animali. Scegliere la via eroica è decidere, per attuare la consacrazione di sé e rispondere all’appello del Mondo Spirituale, di superare ciò che ci arresta nel cammino interiore intrapreso.

La scelta tra la via egoica, comoda, e la via eroica, scomoda, è ogni volta la prova interiore della scelta tra la paura e il coraggio, la prova della scelta tra il desiderio dell’oblio, dello stordimento naturale, e la volontà della memoria del còmpito spirituale. Ogni volta è la scelta da rinnovare, perché nello Spirito non si può vivere di rendita sul già fatto, sul moto d’inerzia del passato. Al contrario lo Spirito, ogni volta, è l’atto creatore, inesauribilmente capace di nuova accensione e di slancio per l’Assoluto.

La via egoica è comoda, perché l’identificazione con l’essere naturale porta all’oblio del proprio essere originario, alla paralisi delle forze spirituali, al sonno e al tramortimento nella vita somatica e psichica. In questa condizione di oblio e di sonno ha luogo un continuo atto di tradimento dello Spirito: la memoria del còmpito interiore è smarrita. La via egoica è la via della paura, perché in questa condizione di servaggio animale viene cercato il godimento voluttuoso di questo oscuramento interiore e viene temuto e avversato tutto ciò che può scuotere questo servaggio, dissolvere questo voluttuoso sonno. Come in uno stato d’incantamento e di fascinazione, l’uomo patisce e gode il processo distruttivo del proprio oscuramento.

La via eroica è scomoda, perché esige la volontà e lo sforzo tenace di liberarsi di una ormai antica schiavitù, di riconquistare in forma nuova lo stato primordiale smarrito: è lo sforzo di fare, ogni volta, risorgere e incessantemente attuare la memoria dello Spirito. È questa memoria dello Spirito che scioglie dalla paralisi le impietrate forze interiori, che dissolve il sonno e la paura.

Questo continuo atto della memoria rinnovata diviene il Rito del coraggio e della fedeltà. La via eroica è la via del coraggio perché deve affrontare risolutamente una “natura” sapiente, potente, astuta, tenace, apparentemente inesauribile. È la via del coraggio perché – essendo coscienti che rimanere come siamo significa essere inservibili per lo Spirito – esige una trasformazione radicale di noi stessi.

Finché siamo troppo deboli per trasformarci, finché siamo afferrati senza residui dal risuonare invadente dell’apparire illusorio del mondo nella nostra anima, finché siamo continuamente in balìa dell’ondeggiare degli stati d’animo, finché siamo trascinati e travolti dalle emergenze istintive, c’è ben poco che noi possiamo fare per lo Spirito. Semmai è lo Spirito che deve fare qualcosa per noi.

Attraversando situazioni critiche, molti si avvicinano alla Via spirituale proprio perché ricevono da essa equilibrio, chiarezza interiore, maggiore serenità, rafforzamento della volontà. Ovviamente, tutto ciò è giusto e persino necessario. Ma non è ancora la Via spirituale: è ancora la via egoica.

La via egoica può temporaneamente soddisfare, per taluni, l’esigenza di ritrovare un certo benessere interiore smarrito nelle alterne vicende della vita, ma non spingerà mai il discepolo alla radicale trasformazione di sé. Solleciterà la pratica dell’ascesi e degli esercizi nella misura in cui porteranno un contributo a questo “benessere” interiore, ma li bloccherà inesorabilmente non appena questi cominceranno a scalzare le fondamenta del servaggio alla natura animale. La trasformazione radicale di sé è frutto unicamente di una audace risoluzione, di una decisa volontà di superamento di se stessi e dei propri limiti.

La difficoltà ad affrontare risolutamente questa “natura” astuta e tenace, che ci domina e ci manovra, nasce dal fatto che questa “natura” è all’interno di noi, è identica a noi, è insediata nel nostro intimo, ma noi non la vediamo, non la conosciamo, proprio perché siamo identici ad essa: non siamo gli attivi autori di questo paralizzante atto di identità con lei. Lo subiamo passivamente per lo stato di sonno della coscienza e per l’anemia spirituale del pensare svuotato d’interiore sostanza vitale.

In questa condizione, ad una vita spirituale dell’anima torpida, esangue, approssimativa e perciò debolissima, si contrappone l’arroganza di una forte vitalità biologica e psichica, alla cui potenza di sopraffazione “sembra” non potersi contrapporre nulla di veramente efficace.

Per cui il sentiero della via eroica non può essere che quello del risveglio e del coraggio. Risveglio dallo stato di sonno spirituale e dall’oblio del proprio autentico essere. Coraggio di affrontare l’insorgente “natura” in noi, la sola forza che può dissolverne l’infero e mortifero potere: il pensiero vivente. Ma l’azione di questo pensiero risorto è azione di folgorazione della “natura” inferiore alla quale, normalmente, siamo imponentemente identificati. Per cui la “natura” in noi avverserà la Via del Pensiero, cercherà di attenuarla, di renderla più “umana”, di alterarla in modo che non disturbi l’incontrastato dominio del sonno animale. Cercherà di portare all’abdicazione, ad una mascherata rinuncia rispetto all’impresa e alla mèta. Cercherà di interrompere l’esercizio proprio quando la concentrazione interiore comincerà ad essere efficace e la “natura” in noi avvertirà dolorosamente la pressione imperiosa dello Spirito. Il coraggio è, appunto, insistere laddove la “natura” ci suggerisce di abbandonare.

Il coraggio di procedere nel sentiero spirituale nasce e si alimenta della memoria del còmpito e dell’amore per l’Assoluto. Questa memoria, fedelmente rinnovata e lo slancio sempre riacceso di questo amore incitano a condurre l’esercizio interiore – ogni volta – ad incontrare e ad affrontare il limite che normalmente ci arresta e a tentare di superarlo; ci insegnano la necessità di evitare ogni forma di meccanica ripetitività, di ogni spenta routine abitudinaria, che svuota l’atto interiore della concentrazione della sua vitalità spirituale, e quindi della sua autenticità, della sua sincerità.

Ci è stato insegnato che lo Spirito è ciò che può essere voluto in modo assoluto, e che solo ciò che può essere voluto in modo assoluto è lo Spirito. Che per amore dello Spirito possiamo chiedere illimitatamente alla nostra volontà. Che si può volere oltre i limiti della nostra personale, “umana”, natura. Che per amore dello Spirito si può osare volere oltre i limiti del destino, oltre i limiti del karma. Che la volontà consacrata può tutto.

Chi ci ha indicato la Via chiamava questo volere “il coraggio dell’impossibile”, il coraggio di imaginare e volere oltre il limite che ci arresta, poiché questo limite è soltanto un pensato di fronte al quale smettiamo di pensare, uno stato d’animo oltre il quale non osiamo imaginare e volere.

Intuita la mèta, scorto il sentiero che vi conduce, non ha alcuna importanza quale sia il nostro passato, quanto poco ci sentiamo “degni” della Via, quanti errori, quante sciocchezze, quanti fallimenti e inadeguatezze ingombrino come macerie il sentiero da percorrere. Tutto questo è ancora soltanto un pensato. Invece, è l’atto della nostra libertà non farcene condizionare; malgrado e oltre tutto ciò, volere l’assolutamente nuovo, non abdicare al còmpito di realizzare comunque lo Spirito.

La Via del Pensiero Vivente, che Massimo Scaligero ci ha portato come un prezioso dono del Cielo, non è una via tra le vie, e – al punto in cui oggi si trova l’uomo – non è nemmeno la più alta tra le vie, ma proprio a causa della condizione di urgenza e di pericolo nella quale si trova l’uomo, è l’unica Via, l’unica per lui non illusoria, quella che affronta coraggiosamente e radicalmente il male che colpisce l’uomo e rischia di distruggerlo.

Non è vero che la Via del Pensiero Vivente sia una via incompleta o superata. Al contrario è la via più sicura, quella più veloce, quella più autentica, quella magicamente più potente ed efficace. E ognuno può audacemente dimostrare a se stesso che è anche l’unica sicura, autentica, veramente efficace. Certamente non è amata dalla comodità egoica, la quale può essere tentata di cercare qualcosa di meno disturbante per l’inerzia interiore, che è il giogo degli Ostacolatori, i quali spingono all’abdicazione, alla latitanza, alla diserzione.

Ma proprio per questo la Via del Pensiero è la via eroica, la via del coraggio, la via della fedeltà all’archetipo celeste, la via dell’Amore.

SCIENZA DELLO SPIRITO, ,

TECNICHE IMMAGINATIVE

Molti decenni di studi e di esperienze trasformano tanti particolari del quadro generale. I motivi sono tanti e confesso che mi sarebbe impossibile metterli in riga e nelle righe di documentazione scritta, non tanto per il loro carattere individuale – so distinguere quello che è propriamente mio da quel poco che appartiene a processi obbiettivi – ma per la loro stessa natura che è viva e fluente.

Le “definizioni” anche quando sono abbastanza corrette, raramente riescono a contenere la luce dell’idea ed il calore dell’esperienza: ciò vale per la vita e con quanta maggiore cura dovrebbe valere per tutto quello che può riguardare un lavoro interiore teso al trascendimento dell’ordinaria condizione dell’entità umana in quanto legata (tramortita) dalla/nella esperienza fisico-sensoriale.

Il Dottore stesso avvertiva questo pericolo, “condannando” discepoli e ricercatori attraverso continue modificazioni di immagine e di concetto intorno ai risultati delle sue indagini, affinché ogni cosa venisse ripensata a nuovo per una costante modifica dei punti d’osservazione.

E’ in fondo quello che facciamo noi stessi nel mondo fisico-sensibile quando si vuole veramente giungere ad una più completa visione di qualcosa. Se voglio farmi una rappresentazione congrua e soddisfacente di un albero, non mi fermo alla prima occhiata ma ci giro intorno, osservo le radici che sprofondano nel terreno, l’aspetto del tronco, e più su i rami e le foglie e la forma di queste, poi l’ambiente in cui è cresciuto e altre cose ancora.

Già tanti uomini s’accontentano del primo apparire e non cercano l’osservazione completa e l’osservazione accurata: qui il grado di passività è già molto alto ma se con l’identico animo ci si dirige verso i luoghi dell’anima cosa mai può succedere? Nulla può succedere, ossia si guarda il nulla. Eppure non è la medesima cosa che guardare distrattamente un albero: quest’ultimo prosegue la sua vita seguendo le proprie leggi e il non-osservatore prosegue la sua.

Guardare nella propria anima è cosa diversa: se l’attenzione si consuma come un fiammifero nella curiosità passeggera, non lascia tracce, ma quando ciò diviene una abitudine sarebbe saggio ricordare l’ammonimento di Nietzsche “Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro”.

Questo perché il “nulla dell’anima” è una superficie gelosa dei suoi segreti più profondi o strati in cui vivono (e prosperano) moltitudini di esseri, a loro modo consapevoli.

Oggi molto è affiorato, mentre l’uomo ha perduto la conoscenza del subumano che, per tale disattenzione si è insinuato persino nel sentimento e nell’intelligenza: l’esoterismo svuotato dal proprio contenuto spirituale è in gran parte scivolato nelle forme approntate dai demoni e la linea di difesa della religione, già erosa dal tempo, viene scardinata da dentro e da fuori. Secondo il Dharma dei tempi ciò che conteneva il vero è divenuto ricettacolo delle menzogne più venefiche. Ciò vale indistintamente per logge, chiese e anime.

Allora? O non c’è più niente di possibile o il lavoro interiore individuale, determinato dall’io immanente su volute modificazioni nuove e del tutto diverse rispetto al ordinario comportamento delle forze dell’anima, in quanto sperimentabili dalla coscienza, sembra rimanere l’unica (forse disperata) strada che appaia percorribile. (contro tale – autonoma – possibilità tutti i tradizionalisti ed i chierici perdono l’intera vita per dimostrarne la palese (?) aberrazione: incapaci però di autovalutazione per le proprie condizioni di relitti abbandonati a marcire su spiagge infeconde).

Il problema è antropologico: tutti, ai nostri giorni, fondano le proprie convinzioni sul proprio “io”, ma evitando, con contraddittoria insensatezza, di prendere in seria considerazione quale sia davvero la realtà di tale fondamento – base del mondo umano – e continuamente eluso (vedasi il primo capitolo della Logica contro l’uomo: Il problema a cui si sfugge).

Infatti tutti gli “esercizi” che ricerca e destino ha portato sotto il nostro sguardo hanno in comune la solida e continua presenza consapevole dell’io, presenza non fissata una volta per tutte ma faticosamente voluta momento dopo momento lungo ogni punto della disciplina interiore.

Si guardi la cosa da ogni parte ma credo che eventuali obiezioni siano soltanto astratte: l’autocoscienza desta è ciò a cui bisogna giungere come fondamento su cui si giustificano le ulteriori azioni dell’anima. E non è per nulla vero che “l’autocoscienza desta” sia cosa comune a tutti.

E’ importante che sia questa autocoscienza e non “altro da sé” quello che viene chiamato a sorreggere tutto quello che potrebbe venire poi. Ciò non è scontato poiché sembra fin troppo spesso che l’uomo abbia serie difficoltà (timore, paura, inerzia?) a rendersi conto di essere se stesso, quale io, il centro da cui partire verso tutte le manifestazioni possibili.

Come chi ha avuto esperienza sportiva è ben conscio che i piedi devono pigiare completamente il terreno, senza sbilanciamenti, solidamente, come le radici stanno al tronco.

Questo non è “morale”, non è “virtuoso”: è solo una condizione necessaria, interiore sì, ma affine a quanto è indispensabile nel mondo sensibile, nello sport.

Ma poi, per alzarsi da terra è inutile tirarsi per i capelli (il famoso codino di Münchausen, citato spesso da Steiner): va trovato qualcosa di speciale. L’unico fenomeno che in noi è davvero speciale  poiché appartenente ad una doppia natura è il pensare: esso viene a noi da fuori di ogni nostra categoria, né dal corpo né dall’anima (astrale), sebbene usi temporaneamente tali mediazioni: non è un prodotto della nostra personalità e anzi può contrastarla ma al contempo esige da noi l’attività più nostra per prodursi.

Indipendentemente da ogni (dottrina) metafisica, il fenomeno del pensiero è il primo organo del nostro fondamento e al pari del”io” è ignorato ed eluso.

Anche se dalla sua attività attingiamo visione, conoscenza e sapere: per suo mezzo afferriamo il mondo e noi stessi: per suo mezzo apprendiamo leggi, sistemi; con lui anatomizziamo persino i Padri celesti!

Senza di esso non potremmo riconoscere nemmeno uno spillo e tanto meno la sua funzione.

Certo,saremmo, ma non sapremmo nemmeno di essere (e la patologia lo dimostra ampiamente).

Eppure, quando si accenna alla priorità del pensiero rispetto ai molti e vaghi sommovimenti dell’anima, sembra quasi che moltissimi fucili (animici) vengano caricati pronti a sparare.

In buona misura la colpa, se c’è, non può essere che nostra. E’ davvero difficile parlare di un percorso conoscitivo che, nella norma, è lungo, difficile e che sebbene obbiettivo nella sostanza, risente della colorazione diversa di ognuno di noi.

C’è un mio carissimo amico che non è d’accordo con me: lui dice che semplicemente le persone hanno paura quando si mostra loro che è possibile passare passare dal sapere all’azione (questa è la mia traduzione di termini più netti e un tantino volgari).

Però in una cosa sono d’accordo con lui: in un’epoca di menzogna elevata a “status” ordinario e  dignitoso, in cui di conseguenza si preferisce quasi voluttuosamente la mera apparenza (interiore ed esteriore), persino termini sensati e legittimi – se si ritorna cinquant’anni addietro – come la parola “atteggiamento”, ora dovrebbero venire sostituiti con termini che mancano, che ancora non esistono.

Il mio pensiero va a quella monografia che trovate all’inizio del primo volume di Ur, firmata da “Leo” dove per “atteggiamenti” l’autore intende la realizzazione di quelle condizioni magico-sovrasensibili che sono il risultato della meditazione sull’Aria e sul Calore. Esse, non a caso, date come un secondo gradino dopo le meditazioni sull’entità cosmica dell’uomo, descritte in sintesi in Barriere, riassumono in sé i risultati della “preparazione” che comprende pure i 5 esercizi ausiliari.

Operazione più potente, più diretta, più…difficile. Ma, come tante altre cose, non impossibile.

Poiché, in effetti, molte sono le possibilità operative che ci sono state date. Forse latita il coraggio di usarle…

Nell’Opera del Dottore, se non ci si fa inghiottire dalla marea delle conferenze pubblicate, la “primogenitura” del pensare è ampiamente esposta e dimostrata nei testi epistemologici nei quali occorre però conquistarsi anche le singole righe. E per le teste dure è persino sottolineata nelle aggiunte alle edizioni del 1918: non sarò io a ripeterle, confidando in letture complete e svolte con onestà di ricerca.

Inoltre, quello che sembra insormontabilmente incomprensibile, è (può essere) chiarito in intelletto e azione con il contributo di chi ha afferrato in sintesi sperimentata la linfa viva della Scienza dello Spirito: con una fatica aggiunta che premia il ricercatore. Alludo a testi come Il Trattato delPensiero Vivente di Massimo Scaligero. Cose che andrebbero pensate e studiate con grande attenzione: mai solo lette.

Prima di terminare vorrei riprendere il discorso sugli esercizi indicati nelle precedenti righe:Sapete, valgono la pena.

La disciplina dell’immaginazione dell’Aria libera completamente l’anima da tutte le sue incrostazioni: è come se un peccatore, nell’anima e nel corpo, dolorosamente sensibile e sofferente per i peccati commessi ed i difetti acquisiti si sentisse di colpo liberato da tutto ciò. In un attimo, liberato dal gravame sedimentato e rappreso: dalla paraplegia al libero movimento!

Non è una condizione “psicologica” ma una ripulita che attraversa l’anima e il corpo. Si sente che persino il respiro fisico è mutato o addirittura capovolto. Ma, come ho detto, è una liberazione che attraversa tutto, anche le cellule del corpo.

L’inizio è semplice: tranquillamente seduti in assetto meditativo, basta evocare una esperienza personale (avvenuta ovviamente nel mondo sensibile) in cui si sia avvertita qualche caratteristica che appartiene all’aria, come il soffio del vento sulla nostra pelle. Poi, dal ricordo di una altezza montana (sono solo esempi), l’immensità senza limiti dell’aria che sovrasta valli e monti, poi ancora il suo essere invisibile e inafferrabile, il suo moto continuo, il suo urlo ed il suo silenzio, la sua onnipervadenza; se si vive sempre in città si può rievocare il nitore azzurrino che sovrasta le alte case, i rumori delle strade ed il sentire degli uomini che lascia le sue scie preoccupate, cupe. Anche in questi casi, le parole non vanno usate e non è nemmeno importante la qualità delle immagini. Né deve preoccuparci la possibile durata e la quantità delle visioni evocate.

Questo è vero in prima battuta: simile al pensiero, anche le immagini possono essere ordinariamente smorte e talvolta vive. Le immagini vive producono immediatamente tutti gli effetti della meditazione.

L’unica contro-indicazione sta nella coscienza di chi immagina: è necessaria una volontà in qualche modo duttile: decisa ma non rigida. La rigidezza volitiva contrasta l’immaginare. Però è anche vero che l’immaginare ha in sé due potenziali pericoli: sono connessi: uno è che le immagini possono dominare la coscienza, subordinarla. Connesso a ciò, la coscienza subordinata scivola facilmente verso un grado di sé inferiore alla destità di veglia. Si scivola verso il sogno. E’ insomma la vecchia storia: o si domina o si è dominati.

La costante pratica della concentrazione è, indirettamente, la principale medicina per evitare il malanno. Ad ogni buon conto, se qualcosa di passivo inizia ad insinuarsi nella coscienza, si chiuda velocemente l’esercizio.  

E’ importante che, con santa pazienza, inizi a sorgere, a lato delle immagini evocate, un qualcosa senza nome che malamente potremmo chiamare “sensibilità” o “senso” che in qualche modo sorge dalle diverse impressioni. Se l’anima si rende capace di silenzio, non è difficile cogliere una nota in più accanto alle cose percepite.

L’esercizio andrebbe svolto non necessariamente ogni giorno ma con regolarità, ad esempio, ogni due giorni e potrebbe durare più a lungo rispetto ad una breve ed intensa concentrazione.

Senza alcuna fretta, senza tensioni, in interiore silenzio: vedrete che ad un certo momento ci sarà qualcosa di interiore sconosciuto accanto all’immagine contemplata (“accanto” è un modo di dire: può sorgere come proveniente dallo spazio generale o dalla regione del cuore o persino dalla superficie della pelle.

Del secondo esercizio, quello del calore, che credo generalmente un po’ più difficile, ripeto solo le parole di “Leo”: è un’emozione attiva. Si crea con questo uno stato fondamentale per tutti gli esercizi meditativi che possiate poi praticare: è quasi un’esperienza mistica priva di… misticismi. Se fattibile, è di enorme importanza: accende il centro della Vita.

E’ letteralmente vero quanto fa scrivere Leo: se per mezzo secondo si ottiene il senso del calore, esso scende immediatamente dalla testa al cuore: la testa non può contenerlo. Esso è un quantum di bagliore-calore (un’esplosione) che deve immediatamente affrancarsi dall’organo cerebrale.

L’anima comprende, una volta per tutte, la totale differenza che passa tra la pratica di una disciplina e quello che si manifesta quando essa, estinto il suo scopo, cede il passo alla condizione che si realizza.

Qui si ha tutto quello che il mistico cercava, ma la coscienza desta non si obnubila: rimane silenziosa, distaccata e “fredda”.

Questi due esercizi rispondono ad un’opera sostanziale: separano il sottile dal denso, cioè liberano lo sperimentatore dal vincolo corporeo: impresa già grandiosa che sottintende una acquisita capacità di concentrazione. In ciò ognuno dovrebbe regolarsi da sé. Con equilibrio ma anche con una certa, audace, presenza di spirito.

Magari senza attendere, per eccesso di prudenza, il prossimo millennio.

Occorre spregiudicatezza: qualcuno potrebbe farli anche poco tempo dopo una minima pratica nella concentrazione. Altri, seguendo strade diverse, non li faranno mai.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L'uomo si racconta

Cari amici,

dato che, di quando in quando, amo immergermi nei contenuti magici dei miti, delle saghe e delle fiabe, ho cercato di approfondire un po’ questi concetti, mettendoli anche in relazione all’evoluzione dell’essere umano.

Come ogni bambino cresce e si sviluppa per tappe successive, così l’umanità nel suo crescere si è raccontata in forme sempre diverse, a secondo delle sue capacità e del suo livello di coscienza, in questa storia infinita che è la storia dell’Uomo.

I quattro gradini fondamentali dell’evoluzione dell’arte narrativa sono: il mito, la saga, la fiaba, la storia.

Queste quattro forme esprimono quattro fasi dell’evoluzione dell’umanità, intesa quale processo di individualizzazione dell’essere umano e di progressiva conquista della libertà.

Il mondo della mitologia è sconfinato e infinitamente appassionante. L’essere umano, all’inizio del suo percorso sulla Terra, è inserito in una realtà spirituale – animica – corporea comune. Agiscono in lui esseri spirituali, parla il lui l’anima di gruppo umana, e opera in lui la natura, il sangue. La prima fase evolutiva è quella in cui l’essere umano è ancora immerso nel divino, ancora del tutto non autonomo: è il tempo del mito, la cui caratteristica è quella di porre al centro una figura divina. Il mito è una narrazione che gravita attorno all’opera di esseri divini, dei   in perenne competizione tra di loro o in lotta con divinità infere, e che interferiscono grandemente nella vita e nel destino degli uomini.

L’essere umano deve ancora nascere come coscienza individuale, è custodito nel grembo divino che gli dà vita, vive ancora nel “paradiso” della divinità.

Il secondo gradino viene narrato dalle saghe che pongono al centro non più gli dei, ma  semidei o  eroi. Il concetto di semidio va compreso in rapporto all’evoluzione umana. L’essere umano, a uno stadio ben definito della propria evoluzione, comincia a distaccarsi dalla matrice universale divina per diventare autonomo. E’ soltanto un inizio, però vige già un’interazione tra la conduzione divina ed il primo apparire dell’autonomia umana. Non c’è modo migliore per descrivere questa fase che dire: l’essere umano è, a questo stadio evolutivo, un “semidio”. Si racconta che uno dei genitori è un dio, l’altro è già un essere umano. Realtà e fantasia si confondono, l’elemento magico è ovunque presente, il gusto del grandioso e dell’incredibile percorre tutta questa letteratura. I semidei sono i grandi eroi dell’umanità, sono i fondatori di religioni, i promotori di nuove culture e di nuove comunità sociali

La terza grande fase dell’evoluzione si esprime nella forma narrativa della fiaba. Le vere fiabe dell’umanità raccontano, tutte, esperienze specificamente umane. La fiaba è sorta dunque più tardi, quando gli esseri umani cominciarono ad occuparsi maggiormente di se stessi.

La vera fiaba, però, parla ad un essere umano che ha ancora coscienza di vivere in un mondo di esseri e realtà spirituali e di non appartenere soltanto alla realtà fisica.

Col sopravvenire del materialismo moderno si persero di vista gli dei, sparirono i semidei e gli eroi, e si perse ogni capacità di creare fiabe vere e proprie. Le fiabe “ moderne” vengono create dalla fantasia arbitraria, per la quale può andare bene tutto, persino raccontare storie umane interpretate da animali!  Le fiabe antiche invece conoscevano solo la veracità, esprimevano esperienze umane oggettive fatte in mondi spirituali, che non erano meno veri e reali del mondo fisico. Ad esempio , le fiabe classiche, raccolte dai fratelli Grimm, non hanno nulla di arbitrario: sono state percepite nella loro oggettività grazie ad un’immaginazione spirituale. I primi creatori di fiabe  raccontavano fedelmente ciò che avevano visto o vissuto nei mondi spirituali. Per questo lo sforzo di interpretarle non è facile per l’uomo d’oggi che ha perso quasi totalmente il senso per lo spirituale.

L’umanità degli ultimi secoli, orientandosi unicamente verso il mondo fisico, ha creato la forma narrativa della storia vera e propria – che sfocia poi sempre più nella cronaca – .

Da un lato ci si dà all’osservazione dei fatti e degli eventi che, essendo considerati solo fisici, vengono riconosciuti come oggettivi solo in quanto esteriormente documentabili. Dall’altro lato è sorta una fantasia del tutto arbitraria, senza alcun ancoraggio nella realtà vera, e che produce, in massima parte, romanzi o racconti che, quando va bene, sono solo passatempo.

Si potrebbe vedere tutta al negativo questa discesa dell’uomo, sempre più giù verso la materialità, ma non è così. Questa discesa era la via da percorrere, per arrivare alla possibilità di autonomia, di individualizzazione e di libertà.

L’evoluzione non improvvisa!

I gradini necessari all’evoluzione sono stati concepiti tutti fin dall’inizio di questo “ Progetto Uomo”. E non è cosa da poco sentirsi avvolti da una saggezza eterna che abbraccia l’inizio e la fine del tempo.  All’uomo resta il compito di capirli, questi stadi, o di non capirli, di attuarli o di ometterli.  Ma che l’essere umano abbia la possibilità di diventare libero e autonomo, è stato da sempre previsto e voluto.

Ad un certo punto dell’evoluzione, gli dei, i semidei e gli eroi, hanno dovuto ritirarsi….. per lasciare il posto all’uomo ormai cresciuto.

Ci si può chiedere: “Forse anche l’uomo, un giorno, potrà venir superato da qualche essere più forte e più dotato di lui?”

A questa domanda, se attraverso la scienza dello spirito si è un pò compreso chi è l’essere umano, si può rispondere con certezza in senso negativo, perchè lo spirito individuale non è a sua volta uno stadio intermedio, esso è la meta complessiva di tutto il divenire umano e come tale non può essere in vista di qualcos’altro.

L’Uomo è uno spirito potenziabile all’infinito, ma mai superabile! E’ un essere sulla via della libertà e quindi sempre più chiamato alla scelta e alla responsabilità personale.

Per lo spirito umano, però, era anche stato previsto, che il conseguimento del suo supremo stadio evolutivo gli sarebbe costato molto…. moltissimo…..

Sì, anche questo era previsto!

SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – Seconda Lettera

Denderah

SECONDA LETTERA

Maggio 1944

RAPPORTO CON LE STAGIONI

Nell’ultima Lettera parlavamo delle tre componenti del nostro Universo solare. Ora sarà nostro compito elaborare i particolari della struttura del nostro Universo, in special modo del Sole e dell’orbita della nostra Terra.

La Terra ruota intorno al Sole nel corso di un anno, come abbiamo affermato. Per noi sulla Terra, ciò appare come movimento del Sole lungo il sentiero dello Zodiaco. Questo movimento non è soltanto un fatto astronomico: è connesso nel tempo con definiti eventi ritmici sulla Terra. Cioè il ritmo delle stagioni. Ora osserveremo questo ritmo delle stagioni dal punto di vista dell’emisfero settentionale della Terra.

Ogni anno al 21 di marzo inizia la primavera nell’emisfero settentrionale. Questo fatto non cambia nel corso del tempo. Non accade mai che improvvisamente la primavera cominci al 21 di aprile: essa è al 21 di marzo. Noi diciamo allora che ha luogo l’equinozio di primavera o che il Sole è nel punto vernale – il che è dire, secondo il sistema cosmico di Copernico – che la Terra ha finito la sua orbita attorno al Sole e comincia un nuovo ciclo.

La primavera dura sino al 21 di giugno. Durante questa stagione i processi di germinazione, crescita, espansione, fioritura hanno luogo nel mondo vegetale che ci circonda. E’ la stagione nella quale soprattutto ha luogo la creazione nella natura.

Poi il 21 giugno comincia l’estate. Ora la Terra si è mossa attraverso un quarto della sua orbita. Visto dalla Terra, il Sole si è mosso durante i precedenti tre mesi attraverso i segni di Ariete, Toro e Gemelli. Il 21 di giugno esso entra nel segno del Cancro – dalla prospettiva della Terra. Ci troviamo di fronte i fenomeni della stagione estiva nella natura attorno a noi. I processi di fioritura hanno raggiunto il loro apice. Il mondo vegetale è perfetto. Ha luogo la fruttificazione, e verso la fine della stagione i frutti maturano. Durante questo tempo, il Sole si è mosso attraverso i segni dell’eclittica del Cancro, del Leone e della Vergine; o secondo Copernico, la Terra ha completato un altro quarto della sua orbita.

Il 23 settembre il Sole entra nel segno della Bilancia. Sulla Terra al Nord abbiamo l’inizio dell’autunno. La natura entra in un periodo di crisi. Ha luogo una separazione tra il frutto e la pianta madre. La pianta madre (la cosa è diversa nel caso degli alberi) appascisce. Il frutto e con esso il seme viene sepolto nel suolo. La luce e il calore scemano. Il Sole si è mosso attraverso i segni di Bilancia, Scorpione, e Sagittario

Poi il 21 dicembre entra nel segno del Capricorno, e mentre passa attraverso Capricorno, Acquario e Pesci abbiamo sulla terra la stagione invernale. Durante questa stagione i semi dormono nel suolo, forse coperti da ghiaccio e neve, ma poi ha luogo un grande risveglio – un grande miracolo: dànno alla luce gli stessi tipi di forme vegetali della pianta madre che era appassita nell’autunno precedente. Quindi il Sole entra di nuovo nel segno di Ariete il 21 di marzo, e l’intero ciclo dell’anno e delle stagioni riparte ancora una volta.

Possiamo chiederci: da dove provengono le forze che fanno crescere e poi appassire le piante dopo che hanno prodotto il seme per il successivo ciclo delle stagioni? Da un punto di vista materialistico si può rispondere che l’aumento della luce e del calore, andando verso l’estate, fa crescere le piante, e la loro diminuzione in autunno ritrae la vita nel mondo vegetale. Tuttavia ciò è detto in maniera troppo facile, perché ci sono piante che crescono anche se luce e calore sono scemati. Esse non possono ricevere luce e calore come l’unica influenza del Sole. Vi devono essere forze irradianti dal Sole che sono qualcosa di più che non unicamente luce e calore. I semi non germinano se sono unicamente esposti a luce e calore; devono anche essere messi nel buio del suolo umido. La terra deve ricevere influenze dalle profondità degli spazi cosmici che compenetrano la Terra più profondamente di quel che facciano unicamente calore e luce. Queste forze nascoste vengono indicate dal movimento del Sole attraverso i segni dell’eclittica, e ciò non interferisce affatto con la concezione copernicana del nostro sistema solare. Anche se immaginiamo la Terra che si muova e il Sole stia fisso al centro, possiamo ancora immaginare che il globo terrestre riceva certe influenze cosmiche attraverso il Sole dalle differenti direzioni dello Zodiaco. Potremmo immaginare il Sole esser simile ad una grande lente ottica che raccoglie le attività delle varie parti dell’eclittica e le invia giù sulla Terra. Potremmo pure immaginare i Pianeti inferiori impegnati in questo raccogliere e trasformare l’attività del Sole. Solo la superstizione materialistica potrebbe rendere impossibile immaginare che accanto a luce, calore e certe influenze magnetiche, nient’altro venga irradiato dal Sole.

Se siamo d’accordo con ciò, potremmo allora immaginare una differenziata e quadruplice attività del Sole durante il corso dell’anno secondo le quattro stagioni. La posizione relativa del Sole nei diversi segni dell’eclittica produrrebbe quindi i cambiamenti. La posizione del Sole tra l’equinozio di primavera e il solstizio d’estate invierebbe giù alla Terra le Forze della creazione. Tra il solstizio d’estate e l’equinozio d’autunno, il Sole raccoglierebbe le forze dallo Zodiaco che manifestano se stesse sulla Terra come perfezione e maturazione. Tra l’equinozio d’autunno e il solstizio d’inverno, riceveremo dal Sole forze che causano la crisi della natura, e le forze riunite al Sole attraverso le sue posizioni zodiacali durante il periodo tra il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera provocherebbero il miracolo della rinascita nella natura sulla Terra. Possiamo, inoltre, elaborare ulteriormente l’attività differenziata del Sole indicata dalle posizioni nell’eclittica. Giungeremo allora alla dodecupla attività del Sole secondo i dodici segni.

In Aprile il Sole sta nella direzione del segno dell’Ariete. Da lì il mondo vegetale riceve il potere di far scaturir fuori sempre di nuovo le stesse forme. Non accade mai, per esempio che i ranuncoli o le margheritine assumano all’improvviso una forma diversa da quella che hanno sempre avuto in passato. Forze di rimembranza, per così dire, irradiano da questa parte dell’eclittica e collegano il passato con il presente e il futuro.

In Maggio, allorché il Sole è nel segno del Toro, vediamo la crescita delle piante e la loro espansione nello spazio. Ogni cosa urge all’esistenza e vuol diventare più grande possibile. In questo sviluppo, possiamo vedere la forza e il potere di accrescimento e propagazione che viene dal segno del Toro.

Poi in Giugno il Sole entra nel segno dei Gemelli. La pianta raggiunge i limiti della sua espansione nello spazio, e dall’Universo – attraverso la mediazione del Sole – essa riceve il potere di sviluppare due tendenze: con le sue radici essa penetra giù nella tenebra del suolo il più profondamente possibile, e dall’altro lato essa ascende nella sfera della luce e del calore. Ivi essa crea il fiore. In questa duplice attività vediamo la polarità dei Gemelli: il gemello celeste nel fiore e il gemello terrestre nella radice. Polarità, in ogni specie di forme e metamorfosi, irradia dalla regione dei Gemelli nell’eclittica.

In Luglio il Sole è nel segno del Cancro. Adesso la pianta è saturata in sé stessa. Non ha più la tendenza ad espandersi; i processi di fioritura hanno raggiunto il loro apice. La pianta non vuole nient’altro. Dall’Universo riceve l’impulso a dar via le sue proprietà. Ciò viene fatto attraverso il profumo e la molteplicità di colori che dai fiori irradia nel mondo. E’ l’atteggiamento di servire dello scarabeo, che porta sulla sua testa un’enorme palla di terracome segno del Sole e del cuore. Lo scarabeo è l’antica immagine del segno del Cancro. La trasformazione delle forze sinora maggiormente legate alla Terra in irradianti forze simili al Sole è il potere dinamico del segno del Cancro.

Poi in Agosto troviamo il Sole nel segno del Leone. Ora la pianta ha ricevuto l’impulso a sacrificare se stessa. E’ giunta l’epoca della mietitura ed hanno luogo i processi di fruttificazione. Similmente ai raggi del Sole che sacrifica se stesso, la pianta riempie lo spazio attorno a sé. Unione con l’Universo-Sole è la tendenza del segno del Leone.

In Settembre, allorché il Sole può essere trovato nel segno della Vergine, maturano i frutti e i semi. La luce e il calore dell’estate ora sono trasformati nella dolcezza del frutto che porta la speranza per il futuro come seme; come nel caso della Santa Vergine, il fanciullo porta la speranza del mondo. Fecondità, come risultato dell’unione con l’Universo, è il potere che irradia dal segno della Vergine.

In Ottobre, allorché il Sole appare nel segno della Bilancia, ha luogo la separazione tra la pianta madre e il seme. Dall’Universo giungono forze che scindono in due il mondo della pianta: ciò che è stato e ciò che sarà in futuro. E’ un periodo di pace nella natura; un equilibrio tra passato e futuro, come una bilancia in equilibrio. La cura per il Figlio della Vergine e il ritiro delle forze creative della Madre nei regni celesti sono l’influenza del segno della Bilancia.

Poi il Sole entra nel segno dello Scorpione. Ora giungono forze di distruzione e disintegrazione dalle profondità dell’Universo. Le piante appassiscono. L’immagine dello Scorpione col mortale pungiglione è indubbiamente un’immagine veritiera di quelle forze che sono attive nella natura durante questo periodo dell’anno. Esse hanno luogo bruscamente in Novembre, quando anche la luce diminuisce e il calore estivo viene sopraffatto dalla freddezza invernale.

In Dicembre il Sole è nel segno del Sagittario. E’ il periodo dell’anno nel quale gli esseri umani sulla Terra accendono le candele dell’Avvento e aspettano la nascita della luce dell’Anima del Mondo. Nella natura ora i semi riposano nel suolo. Se si immaginano gl’innumerevoli semi nel suolo, si può avere l’impressione di milioni e milioni di fiammelle di speranza che attendono la nuova nascita di luce e calore. Queste forze di speranza sono bene espresse nell’immaginazione del Sagittario-Arciere. Egli mira al bersaglio che è ancora molto lontano. Attendere e ricercare la luce dell’anima è il messaggio del segno del Sagittario.

In Gennaio quando il Sole è entrato nel segno del Capricorno, la luce aumenta nuovamente. Ha luogo la nuova nascita della luce: nel periodo nel quale la Cristianità celebra la nascita del Christo, Colui che è venuto nel mondo come il potere rinnovellatore di tutta la natura e dell’umanità. Il seme può essere sepolto nel suolo, forse coperto da ghiaccio e neve, ma è sopravvissuto alla tenebra e al freddo; è stato salvato dalla distruzione. La luce creativa del Mondo Spirituale irradia dal segno del Capricorno.

Dopo ciò il Sole entra nel segno dell’Acquario. Ora fluiscono giù sulla Terra da questa regione le forze rinnovatrici e risvegliatrici.

E’ qui che le forze nascoste dell’attività del Sole entrano nella sfera della Terra; forze che non sono soltanto luce e calore ma, simili ad acqua vivificatrice, invisibili forze vitali. L’immagine dell’Acquario riversante l’acqua celeste negli spazi cosmici è veramente un’immagine di questi eventi in Febbraio. L’influsso delle forze rinnovatrici ed edificatrici del cosmo proviene dalla regione del segno dell’Acquario.

Poi, infine, in Marzo, il Sole è entrato nel segno dei Pesci. In natura hanno luogo i processi di germinazione. I semi nel suolo nuotano come Pesci nel mare dell’acqua cosmica donatrice di vita. Si aprono ed assaggiano quest’acqua: germinano. E gustando l’acqua, essi sono indotti all’attività da quelle forze, provenienti dalla regione dei Pesci, che vogliono l’evento: l’azione in natura – in questo caso l’evento del nuovo inizio nel ritmo dell’anno. L’incorporazione delle leggi cosmiche e delle finalità del mondo entro il singolo essere terrestre è l’influenza del segno dei Pesci.

Così la posizione del Sole indica i ritmi degli eventi che hanno luogo entro la sfera della vita organica della Terra. Ciò è ovvio in maniera speciale nel regno vegetale, ma non è soltanto un’indicazione. Noi possiamo parlare di forze reali che irradiano dal Sole verso la Terra, proprio come la terra riceve luce e calore dal Sole. Il Sole è come una immensa lente ottica che riunisce le attività localizzate nelle diverse sfere dell’eclittica; per esempio, se noi sulla Terra percepiamo il Sole nel segno dell’Ariete, possiamo immaginare come il Sole riunisca l’attività del segno dell’Ariete, che è allora dietro il Sole, e la invii giù alla Terra.

Se io dodici segni dell’eclittica – attorno al Sole e dentro l’orbita della Terra – sono una realtà dinamica, dovremmo pensare a proposito della possibilità che gli altri Pianeti, in special modo quelli entro l’orbita della Terra, siano capaci di raccogliere ed irradiare le forze dei segni dell’eclittica in una maniera simile a quella del Sole. Ciò riguarderebbe principalmente i Pianeti inferiori Mercurio e Venere ed in una certa misura anche la Luna.

Troviamo, effettivamente, tali attività dei Pianeti inferiori a seconda della loro posizione nei diversi segni dell’eclittica. Solo che i campi nei quali queste attività si manifestano sulla Terra sono diversi da quelli dell’attività del Sole, descritti più sopra. L’attività del Sole diviene visibile nella vita della pianta durante l’anno entro il mondo della materia fisica., ma non sarebbe possibile per il Sole, da solo, di creare la pianta vivente; per questo deve aiutare la Luna, ed essa aiuta lavorando attraverso le sostanze liquide: essa lavora, per esempio, attraverso i succhi delle piante. La Luna deve essere necessariamente crescente nello stesso periodo. Tre parole, solo se la Luna crescente dopo il 21 marzo, allorché il Sole è entrato in Ariete, si muove attraverso i segni creativi di Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, può aver luogo nella natura la festa della Pasqua di Resurrezione. Questa è la ragione per la quale la Pasqua può essere celebrata soltanto dopo la Luna Piena successiva all’equinozio di primavera.

Persino le attività combinate del Sole e della Luna non sono sufficienti. Anche gli altri Pianeti del nostro Universo devono contribuire al loro seguito, specialmente i Pianeti inferiori Mercurio e Venere, in rapporto alla crescita della pianta. Essi recano la varietà degli eventi nella natura nei diversi anni. Essi sono maggiormente connessi con la sfera della luce e del calore.

L’attività dei dodici segni dell’eclittica, in quanto manifestantesi attraverso l’attività differenziata del Sole durante l’anno, è una specie di linguaggio fondamentale, solo che viene espresso in maniera trasformata attraverso la mediazione della Luna, di venere e di Mercurio. Può accadere, per esempio, che Venere nel segno del Toro riunisca le forze potentemente espansive del Toro e le esali entro l’atmosfera della Terra. Il risultato può essere, in certe condizioni, quello di terrificanti tempeste in alcune parti della Terra. Mercurio può fare qualcosa di simile nell’atmosfera termostatica della Terra. Ma può anche accadere che i due Pianeti si scambino le loro attività, ovverosia che Venere attacchi la termosfera e Mercurio l’atmosfera della Terra. Riguardo a Venere e Mercurio , il linguaggio dei dodici segni dell’eclittica, perciò, deve essere tradotto nei termini delle attività e degli eventi entro la sfera della luce e del calore, se si vuol vivere con essi e leggere le influenze dinamiche di questi Pianeti.

Lo stesso si applica alla Luna. La Luna lavora nelle sostanze liquide della Terra. Conosciamo l’influenza della Luna sul ritmo delle maree e coosciamo pure che le maree sono più forti all’inizio della primavera e dell’autunno allorché la Luna riceve la luce del potente, creativo Sole d’Ariete o è essa stessa in Ariete. (L’elaborazione di questi fatti sarebbe l’oggetto di ricerche principalmente in rapporto all’agricoltura. Avendo queste Lettere un compito diverso, è possibile dare solo poche indicazioni).

Abbiamo adesso parlato delle forze che tramano tra la Terra, il Sole, la Luna e i Pianeti. La differenziazione di queste forze è in parte dovuta alla differenza della natura dei Pianeti ed anche a quella della dodecupla eclittica. Secondo il sistema di Tolomeo – nel quale la Terra è al centro dell’Universo e tutti i Pianeti, e pure il Sole, ruotano attorno alla Terra – il Sole ed i Pianeti cangerebbero il loro carattere attraverso i loro propri movimenti, mentre secondo il sistema copernicano sarebbe la Terra stessa che si espone attraverso il suo proprio movimento ad un qualche speciale aspetto dell’attività del Sole. L’orbita della Terra creerebbe allora la realtà dell’eclittica con i suoi dodici segni nel nostro Universo. Sarebbe una realtà relativa che riguarderebbe soltanto la Terra, ma la maniera nella quale il nostro Universo è costruito in realtà , se abbia ragione Tolomeo, o se abbia ragione Copernico, oppure se dobbiamo cercare una prospettiva totalmente nuova, è una mera questione astronomica.

Ciò che abbiamo descritto sinora in questa Lettera circa le influenze dei Pianeti, della Luna e del Sole sulla vita organica della Terra, è in rapporto con l’eclittica. Se guardiamo il nostro sistema solare dal punto di vista di Tolomeo o di Copernico, l’eclittica con i suoi dodici segni è una realtà all’interno del nostro Universo solare; dobbiamo immaginare che essa sia prodotta o dal movimento del Soleo dal movimento della Terra. Comunque, sinora non l’abbiamo collegata o basata sul circolo dello Zodiaco o delle Stelle fisse, che è oltre il nostro sistema solare. Entro lo Zodiaco delle Stelle fisse abbiamo dodici Costellazioni, che sono state menzionate nell’ultima Lettera. Questa è una realtà che inizia là dove il nostro Universo giunge ad una fine. Avremo molto da dire su questa realtà nelle prossime Lettere. Dobbiamo essere assolutamente chiari circa il fatto che, accanto allo Zodiaco delle Stelle fisse, esiste l’eclittica che è un’altra realtà ma all’interno del nostro sistema solare. Come essa operi è stato indicato più sopra in relazione con l’anno solare. Come essa sia in relazione alle dodici Costellazioni dello Zodiaco delle Stelle fisse verrà elaborato in successive descrizioni. La difficoltà, che può creare confusione, è che gli stessi nomi sono usati sia per le dodici Costellazioni di Stelle fisse che per le dodici divisioni dell’eclittica. Ciò ha addirittura una certa giustificazione, ma può creare confusione. In queste Lettere le dodici Costellazioni dello Zodiaco delle Stelle fisse verranno distinte come Costellazioni dalle dodici divisioni dell’eclittica; per esempio, la Costellazione dell’Ariete o del Toro significa la Costellazione di Stelle fisse di questo nome oltre l’estrema circonferenza del nostro Universo, mentre per le dodici divisioni dell’eclittica – le dodici parti dell’orbita del Sole, o della Terra – useremo la denominazione di segno [ed useremo il nome latino]: così il segno di Aries sarebbe quella parte dell’eclittica attraverso la quale il Sole appare muoversi tra il 21 di marzo e il 21 di aprile.

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ACCORDO DEL PENSIERO CON LA VOLONTA’ (di F. Giovi)

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Una tra le indicazioni di percorso della via che partendo dalla ordinaria coscienza del sensibile giunge alla reintegrazione dell’uomo alla sua realtà spirituale, stringata all’essenziale, potete trovarla nelle prime pagine di Tecniche della concentrazione interiore: testo ricchissimo di dettagliate operazioni interiori e meditazioni, valide ad ogni livello in cui possa trovarsi il ricercatore che non paventi le azioni che trapassano nell’esoterismo reale.

Essa traccia tutta la strada che l’uomo coraggioso, quello che ad onta di ostacoli, davvero immani, riesce a consacrare – potenzialmente tutto sacrificando – l’intima vita interiore poiché sa porre la propria condizione in subordine rispetto al pellegrinaggio dell’anima verso la sua Fonte. Sostanzialmente verso quell’essere che è il suo significato, il suo senso, per sé e per il mondo.

Un tale, spaventoso impegno, non dovrebbe spaventare nessuno con errate rappresentazioni, non richiedendo alcun sacrificio formale, né particolari privazioni nello svolgimento della vita ordinaria.

Come non viene chiesto di cambiare il colore degli occhi, così (come molti temono), in sintesi, nemmeno ciò che chiamiamo “carattere” e vita comune è influente, a patto che l’azione interiore sia vigore e non farsa.

Non a caso si caratterizzavano i Misteri col dire che gli uomini dabbene muoiono mentre anche un delinquente che venisse accolto nei Misteri, vivrebbe.

Già, questa è un’iperbole, ma andrebbe ricordata, almeno qualche volta, perché traccia un confine netto tra creanza, virtù, bontà, lungimiranza, eccetera, quali caratteri personali e il dominio sovrapersonale delle forze sovrasensibili. Andrebbe ricordata perché è stata completamente dimenticata, essendo stato messo al suo posto, reiteratamente e compulsivamente, il fiorito corteo dell’umanitarismo, del buonismo, del romanticismo e del borghesismo.

Il rovesciamento dell’essenza è assai evidente proprio in coloro che, per usare l’espressione gnostica, si autodefinirebbero “pneumatici” o, più ad Oriente “sattvici”: vivaci con gli accadimenti sensibili, deperiti e stanchi (stufi?) verso ciò che si orienta verso la soppressione dell’intellettualità che, lo sappiamo tutti molto bene, si accende non per virtù propria ma perché alimentata da sentimenti, passioni e istinti.

Condizione comprensibile ma poco scusabile. L’ardore (giovanile) per l’operatività, qualunque sia stata la disciplina posta a fondamento, quanto dura? Sei mesi, sei anni o, eccezionalmente anche qualcosa di più, ma è un fatto certo, universalmente sperimentato, che, ad un certo momento subentra l’aridità: ad un certo momento ci si accosta o si entra in una zona di morte dell’anima. E qui le mele dolci iniziano a cadere precipitosamente dall’albero.

Cito un fatto sintomatico: la situazione accennata viene evidenziata nel primo capitolo di Graal di Massimo Scaligero. E’ un capitolo molto chiaro e notevolmente duro: conferma con fermezza le condizioni (situazioni) ascetiche che non possono essere evitate o soggette alle bizzarre forme di trattativa con le quali l’anima cerca ogni sorta di patteggiamento.

Bene. Poco dopo la scomparsa dell’Autore, cominciò a girare la voce che il libro in questione doveva essere letto a partire dal…secondo capitolo.

E’ un lungo errare nel deserto. I fatidici quaranta giorni moltiplicati con numeri dai molti zeri.

Si può cambiare disciplina quanto si vuole: dopo poco la ripetitività dell’esercizio sembra prosciugare l’anima. E’ una situazione che – ripeto – non può essere scansata.

Il discepolo accorto osserverà che le soddisfazioni dell’anima evaporano presto e con loro la brama di “sentire qualcosa”. Da vero scienziato dell’interiorità, egli deve guardare in faccia tale situazione che può, all’inizio, apparirgli assai misera: si può davvero parlare di una sorta di spogliazione e non di arricchimento.

In pratica, davanti all’anima, si aprono, per così dire, tre strade, come Scaligero ricordava: la via diretta, quella retta e la via lunga.

Con la prima si insiste, appellandosi ad un principio di determinazione o persuasione radicale, praticamente eroico, in un continuo tentativo che estrae, anche dolorosamente, un elemento di volontà sempre più profondo che non si conosceva prima. Ora la vita interiore ci conduce ad uno strano equilibrio tra la rassegnazione, la sofferenza quieta e la decisione di avanzare, ripresa in ogni momento. Se non si molla ma si prosegue, ci si accorge che la vita, sottratta al sentire comune, riaffiora in tutt’altro modo, nell’ascendente corrente del Volere: mahâkâly ânanda .

La seconda è quella che fu scelta dalla maggioranza degli antroposofi: la costante assimilazione dei contenuti espressi nelle comunicazioni donate dalla Scienza dello Spirito orientata antroposoficamente: anche su questa strada sono necessarie qualità interiori come l’attivo pensiero, grande serietà e vera devozione.

La terza è quasi un tradimento per chi ha compreso la prima o la seconda, trattandosi in linea di massima della “strada della vita”: magari vissuta con maggior coerenza nelle azioni ed un po’ di calore nel centro dell’anima, nel cuore, dove la fiamma della religiosità o della nostalgia si avviva con saltuaria…discontinuità.

Deve risultare però chiara la mancanza di confini ferrei: teoricamente ad ogni uomo può essere concesso l’esercizio della libertà di varcare i limiti che paiono karmicamente preposti

Secondo una tipologia trascendentale (karmica), ognuna delle tre vie accennate può essere comunque la via sufficiente per tizio o caio.

Però in ognuno dei tre casi l’essere interiore pretende uno sfondo di onestà e coerenza: i pasticci nascono a causa dell’immaturità partorita dall’orgoglio o presunzione personale a causa della quale le personalità fingono, a sé e al mondo, una appartenenza più elevata: che non viene vissuta ma rappresentata. Ciò, nel campo spiritualistico, genera una lotta faziosa molto stupida, nebbiosa, ma infinita.

E’ così che abbiamo per strada più maestri che discepoli (o discepoli che sono più-che-discepoli): la presunzione umana è quasi senza limiti e viene assistita dalle congetture che intelletto e dialettica offrono in gran misura a tutti. Farabutti e lumaconi compresi.

Il caos deve essere combattuto, ma combatterlo sul terreno da cui esso trae vigore, è uno sforzo inutile. Chi ha avuto in sorte di assistere o di essere attore in un esorcismo, deve imparare immediatamente la neutralità a fronte di offese terribili, di rivelazioni scabrose, di vergogne, sino a quel momento celate e rese pubbliche, urlate. Allora d’impulso scatterebbe una reazione dialogante che lascerebbe malconcio e sconfitto chi officia il rito. La “bestiale” dialettica di un demone qualsiasi è sempre superiore alla dialettica umana. Già in questo antico rito troviamo i prodromi dell’atteggiamento di chi segue la concentrazione: assoluta determinazione, indifferenza verso ogni assalto perturbante, continuità dell’operazione.

Per la salvezza e la salute di un’anima: proprio come negli esercizi di concentrazione.

Sulla via del pellegrinaggio interiore dal sé al Sé, nessuno può sostituirsi al pellegrino, nemmeno gli dei. Il più onesto aiuto verso gli altri si riduce – e solo se richiesto – a qualche (fraterna) indicazione pratica. Sono preziosi ma rari i colloqui in cui avviene una speciale comunione tra le anime. Mi sembra inutile parlare di “trasmissioni”: oltre l’esigenza che vi sia un soggetto che possa trasmettere qualcosa, esiste anche un assenso del mondo spirituale stesso e che in diversi casi può non venir dato. Inoltre la trasmissione oggi non chiede la passività del discepolo ma piuttosto la sua più intensa attività ed una speciale degnità. Scaligero, in un colloquio, mi mormorò: “Non c’è nessuno a cui possa trasmettere…

Detto questo, torniamo a parlare del percorso più essenziale. Quando, nel gruppo di cui facevo parte, tra esercizi e riflessioni si cominciò a capire qualcosa, molto si esemplificò in due brevi frasi: Mettere volontà nel pensiero e Mettere pensiero nella volontà.

Successivamente, Scaligero armonizzò e completò la cosa con la prima meditazione che trovate in Tecniche della concentrazione interiore:

L’accordo del Pensiero con la Volontà

è la base dell’equilibrio e della forza dell’anima.

L’equilibrio e la forza dell’anima

aprono il varco al suo potere sovrasensibile.

E’ il potere in cui risorge come Vita

il sentimento, il più vasto e liberatore.

Qui c’è tutto il percorso dell’anima verso il potere reintegrativo dello Spirito (corrisponde sinteticamente al mantra dell’ottava conferenza della Classe ): non andrebbe semplicemente letto, ma piuttosto meditato spesso e per moltissimo tempo, in maniera tale che, per “ripetizione e ritmo”, la sua dinamica possa, dopo la saturazione mentale, attraversare tutti gli elementi costitutivi dell’entità umana, sino all’elemento spirituale nascosto dal corpo fisico. Dunque risorgente come affine al ricordo, poi come elemento di forza interiore e infine come stato dell’essere.

Il capire ordinario serve ma non basta. Avete mai visto in un documentario (persino in qualche film) la fila di monaci buddhisti che ripetono incessantemente il sutra fondamentale della loro scuola? Lo ripetono per tutta la vita, forse nemmeno comprendendone esaurientemente il significato. Si dirà: roba vecchia, d’altri tempi. Obiezione senza dubbio vera. Ma ora siamo veramente capaci di colmare i vuoti lasciati dalle dedite pratiche antiche con le discipline conformi alla struttura dell’uomo moderno?

Certo, l’atto sacro si è interiorizzato, l’entità umana individuale s’è fatta più forte, ma vi risulta che sia divenuto inutile lo sforzo, la dedizione, l’abnegazione, la fedeltà?

Sarò un incorreggibile pessimista ma mi pare che la disciplina più in voga sia l’esercizio del fariseismo: è facile, ti conferisce popolarità e rispetto e soddisfa l’egocentrismo mondano e pure quello spirituale. Da scoppiare di soddisfazione: palese o segreta.

Meriterebbe un articolo a parte il vizio di innalzare monumenti a ciò, che nella Filosofia della Libertà, Steiner chiama con il termine “mistica del sentimento”. Essa è stata ideologizzata nel milieu antroposofico con un facile e falsificato “pensiero del cuore” che, come il sale, viene artificiosamente messo su tutto per insaporire ogni manifestazione. La mistica del sentimento, tra i discepoli di Scaligero, è la deriva a cui già accennai. Avverto (e non io soltanto), tra i…derivati, come essa appaia una ambita meta da raggiungere. Questa tendenza che chiamerei avvelenatrice, fu inoculata in molti dopo la scomparsa di Scaligero: prova non superata, giacché se le anime avessero nutrito qualche dubbio o perplessità, sarebbe bastato loro non seguire la corrente ma ritornare con energia a quanto rimaneva della fonte: i testi fondamentali di Steiner e Scaligero: cosa non fatta prima e purtroppo non avvertita come necessaria dopo. Così tanto fu scarso il cosiddetto impulso alla conoscenza!

Affinché non vi siano dubbi, non nego certo che in una sana vita dell’anima, il pensiero deve risuonare nel sentimento: basta mettersi d’accordo su che cosa si stia parlando.

Semplicemente, scrivo per chi lavora interiormente, e avverto i lettori praticanti di non mettere, nella disciplina, il carro (del sentire) davanti ai buoi (pensare e volere). Come scrive il Dottore nel V capitolo della Scienza Occulta, proprio sulla preparazione alla concentrazione sui sentimenti: “L’anima può ora sentire gioia per l’idea morale della bontà di cuore. Allora è gioia derivante non da un avvenimento determinato dal mondo dei sensi, ma gioia proveniente dall’idea come tale”.

Allora, per chi se la sente: provi a ripercorrere le poche frasi trascritte. Le ripeta coscientemente qualche ora dopo e faccia lo stesso un po’ più in là. Giornalmente. Senza aggiungerci nemmeno un pensiero (anche un pensiero “intelligente” in aggiunta imprigionerebbe nella teca cranica questa piccola operazione). E’ anche possibile lasciar vivere nell’anima solo una frase (compiuta) per volta, a seconda di una sensibilità individuale che muta in momenti diversi. Poi ci vuole pazienza, tanta paziente attesa: in modi diversi per ognuno, lo “schema” del percorso interiore diventerà cosa viva nell’anima. E’ possibile, un giorno, coglierlo in immagine obbiettiva.

Del resto, la Potenza insita nella concentrazione conferma, con i suoi primi movimenti, il percorso indicato nella meditazione (e tutte le puntualizzazioni precedenti non servono più). Al punto che la coscienza silenziosa può accorgersi di essere un tutt’uno con lo schema: fusa con la Via.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ATTO IGNEO : ALTARE DELLA NUOVA INTELLIGENZA

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ATTO IGNEO

 

SCOLPIRE DALL’ALTO SUI NODI MINERALI.

OVE LO SPEGNIMENTO CONSUMA LA  DEVOZIONE.

OVE LA COLTRE CEREBRALE SOFFOCA L’ACUME.

I NODI DELLA CALCE MINERALE NEL MISTERO DEL PENSARE.

ROCCE INDURITE NEL DISTACCO DAL SOLARE.

 

QUANDO LE COSCIENZE ACCOLGONO LE AFFILATE SCHEGGE DELL’INTELLIGENZA NELLA MORTE ACCUMINATA.

 

PICCOLI PENSIERI ACUTI PERCORRONO I SENTIERI DEL PERFIDO SGHIGNAZZARE.

 

MOLTA LUCIDITA’ DI PIETRA E’ REGALATA DALLA MALVAGITA’ ACCOLTA NEL RISVEGLIO MINERALE.

 

MOLTA LUCIDITA’ E MOLTA MEMORIA UMANA  TOLGONO IL CALORE ALL’INTUIRE.

 

LA VOLUTTA’ DI CONDIVIDERE IL PENSARE COL MOSTRO CHE DOMINA I DORMIENTI VIVACIZZATI NEL CORPOREO MUTILARE LE LUCI DELLA VERA INTELLIGENZA.

 

UN GHIGNO NE SORGE

BISOGNOSO DEL VOLGARE OLTRAGGIO

E DELLA COMPRENSIONE DI CHI NEL PENSARE : COI DEMONI BANCHETTA.

ESAUSTO E SODDISFATTO.

 

MOLTA STUPIDITA’ E MOLTA INTELLIGENZA MINERALE.

OCCORRE L’ASSURDA MORTE DELL’ANGELICO PER ESSERE PLAUSIBILI AGLI OCCHI DEI BLASFEMI DOMINANTI.

L’IDEA CHE OLTRE LA MORTE ASCENDE NEL RESPIRARE DELLA VERA INTELLIGENZA  :

INCONTRA QUEL CORROMPERE E LO VIVE.

LO AFFRONTA.

LO SCOPRE.

LO DECIFRA.

LO SVELA NEI SUOI CONTORNI DI MORTE E DI DISGUSTO.

 

INFINE LO AFFERRRA.

E LO TRAFIGGE.

 

VI INSTAURA LA QUALITA’  SOLARE.

 

VI IMPRIME ORO OCCULTO.

CONNESSIONE ALLE ARMONIE.

 

NELL’ALTO FRONTALE UNIRE.

 

–  OVE SPLENDE L’ETERICO –

 

OVE LA FIAMMA NUTRE I CUORI.

E REINTEGRA LE ANIME NEI CIELI.

 

LE COSCIENZE NEL SOLARE.

 

AUREA AZIONE SCULTOREA CHE FORSE POTRA’ SALVARE.

 

SOVRUMANITA’ E FIAMMA.

 

NEL CUORE DELLA SINTESI.

 

ATTO DI RICONSACRAZIONE.

ATTO IGNEO.

DAI LONTANI CIELI DEL FERREO SANARE.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

La Via del Pensiero (di Isidoro)

Se guardiamo verso l’onnicomprensiva visione del mondo, intuita dalla conoscenza spirituale della Tradizione, troviamo anche indicazioni del succedersi degli stati di esso, mai disgiunti dalle condizioni umane (il dualismo tra cosmo ed entità umana, dal punto di vista di intere ere, è cosa piuttosto recente).

I cicli più estesi sono chiamati Kalpa e, ai fini di queste righe, essendo il kalpa indice dello sviluppo totale di un grado dell’esistenza universale, il dare significati temporali ad esso esorbita dal tema in proposizione.

I cicli svolgentesi entro il nostro kalpa sono chiamati Manvantara. A questo livello vengono considerati come riguardanti l’umanità terrestre in connessione a tutti gli avvenimenti che si producono nel mondo.

All’interno di un manvantara vi sono quattro Yuga. La divisione quaternaria di un ciclo ha molti riflessi: le quattro stagioni della natura, le quattro settimane del mese lunare, i quattro punti cardinali, ecc.

E’ inoltre rilevabile la corrispondenza dei quattro yuga (Krita-Yuga, Trêta-Yuga, Dwâpara-Yuga e Kali-Yuga)  con le quattro età come conosciute nell’antichità greco-latina: la prima è l’età dell’oro, poi in successione, dell’argento, del rame e del ferro.


In entrambe le rappresentazioni, ogni periodo è caratterizzato da un processo di degenerazione rispetto al precedente. Dalla visione spirituale si esplicita un graduale allontanamento dall’Origine cosmica, costituente una “discesa” (vedasi la “caduta” nella tradizione giudaico-cristiana).

Caratteristica di ogni età è di essere più breve dell’antecedente, come nel mondo fisico la caduta di un oggetto accentua, nel tempo di caduta, la sua velocità.

Per i curiosi, una nota ininfluente: secondo calcoli che comunque andrebbero presi con beneficio d’inventario, il tempo dei quattro yuga si aggirerebbe verso un totale di circa 65000 anni. A meno che, come ritengo, il Tempo sia cosa viva e dunque possa allargarsi o restringersi. In tale possibile caso le indicazioni con orologi e calendari (numerazioni) valgono come maya nella maya.

Secondo i tradizionalisti siamo in pieno Kali-Yuga, secondo lo Steiner ne siamo usciti verso la fine del 1800. E, viste le condizioni dell’oggi, sembrerebbe che tutto debba dar ragione ai primi. Ai quali però, la visione unidirezionale e la scarsa o nulla propensione alla percezione del nuovo e del futuro nasconde quella parte di realtà che, essendo ora, manca alla corrente del passato.

Qui si biforcano le strade: i tradizionalisti irremovibili e con lo sguardo sempre rivolto all’indietro ed i seguaci dell’Antroposofia che, da nominalisti quali sono, usano ad ogni piè sospinto l’idea di evoluzione, troppo spesso corredata da un superficiale ottimismo.

Una comprensione della Scienza dello Spirito che non oscilli tra questi due stati d’animo (perché tali sono e null’altro, seppure ammantati di sapere) porta ad indagare il senso innegabile della perdita del Principio e delle perdite ulteriori. Qualcuno si è chiesto: “Se l’immersione nel Divino-Cosmico, la non-dualità, fosse stata davvero in mio possesso, perché avrei dovuto perderla?”.

In effetti al ricercatore potrebbe essere piuttosto chiaro che abbiamo perduto ciò che ci sosteneva ma non ci apparteneva. Facciamo un esempio concreto per immagine: un tempo il corpo sottile o eterico sorpassava di gran lunga quello fisico; perciò l’uomo viveva nello ‘spazio’ spirituale e questo, a sua volta, lo pervadeva. Così quasi non esisteva il dualismo Uomo-Mondo ed i confini corporei erano sconosciuti (come ora sono sconosciuti all’animale). Poi il corpo eterico si ritira, permanendo come un doppio creativo del corpo fisico. Tale contrazione segna la perdita di un ‘naturale’ stato di coscienza trascendente. E cosa l’uomo riceve in cambio di questa grandiosa perdita? Un mondo a lui esterno ed estraneo: il non-io enigmatico che stimola in lui lo sforzo personale sino alla conquista di una individualità e una destità mai esistita prima: in essa egli trova solo sé stesso pur recando in profondità, nel cuore, la nostalgia (memoria) del paradiso perduto.

Perciò la diatriba tra tradizionalisti e…futuristi è vana. Il tradizionalista non può immergersi in quello che non c’è più ma nemmeno vanno sdoganati al futurista sogni di splendori futuri che dovrebbero cadergli addosso in automatica. Il futurista sogna di diventare un automa beato! Tanta è la passività e l’inerzia nascosta dalla rappresentazione facile che anela arimanicamente ad una riascesa officiata da Potenze  trascendenti, perciò conosciute solo nominalmente…forse più insana dei desideri restaurativi della cecità tradizionalista.

Il fiore dell’indipendenza dagli Dei che l’uomo sperimenta in ogni momento non può non essere altro che la Libertà. Parola troppo facile che nasconde un contenuto tremendo ed imprevedibile. E’ ciò che l’uomo di oggi può volere o non volere: dipende dalla sua indipendente azione. Non v’è uomo che non porti in sé l’antico. A cui ripugna e spaventa l’atto libero. Anche le religioni, seppure ricche di tesori, appartengono al passato, seguono la via dei morti. Le pseudo religioni o le pseudo mistiche contemporanee sono solo fenomeni di tarda necrofilia su corpi marcescenti.

Ora, lo si desideri o meno, è il corpo che abbiamo, la coscienza che possediamo, che fanno da base ad ogni ulteriore movimento. Converrebbe parlare meno di “mondi spirituali” e di contenuti “morali”: venendo essi assunti da una coscienza vuota di Spirito e da un pensiero astratto, privo di realtà condizionante. Non direi simili cose se non mi fosse chiaro il contenuto della coscienza: piena di rappresentazioni, vuote anch’esse di realtà ma sostenute da una debole impressione di vita elargita dalla più oscura vis istintiva.

L’attività della coscienza di sé si svolge in pensieri o, più esattamente, in una sfera di astratte rappresentazioni: semplici riflessi del mondo come appare o dell’inconosciuta vita organica, quella del corpo o della psiche soggetta al corpo. Ma se la rappresentazione è un riflesso, una maya, essa non muta il suo carattere “sia che pensi Dio o una sedia” o l’Opera Omnia del Dottore. Un riflesso non può trasformarsi in una realtà senza una concreta animadversio. Per questo motivo chi evita di guardare con coraggio la condizione di “caduta” in sé stesso, cerca di saltare l’ineludibile fosso con azioni e parole illudenti che ponendolo in condizioni crepuscolari (di fatto medianiche) lo trascinano verso condizioni più involute rispetto allo stato di coscienza dell’uomo comune. L’involuzione può essere “elettrizzante”, stimolando nel soggetto retrogrado impulsi di evangelizzazione (contagio) verso i deboli e gli instabili.

Questo è semplicemente il retroscena che anima la maggior parte di “Maestri”, “Guide” e “Profeti” del teatrino del mondo e, in particolare, del mondo esoterico.

Però il pensiero-maya è anche un niente che non vincola la coscienza. Non vincolandola, esso proprio in questo vuoto può muoversi liberamente: anche oltre la propria stessa natura. Non vincolato dal corpo e dalla psiche personale vincolata al corpo esso, se lo vuole, può tendere oltre: può volersi oltre tutte le categorie che vincolano gli altri elementi costitutivi. Può volersi oltre la personalità, il carattere e tutto quello che corazza e imprigiona l’umano nella ordinaria rete di ateismo e religiosità, di istinti e di idealismo, di materialismo e spiritualismo.

Questo è il potere del pensiero astratto, realizzato solo in parte nell’opera della conoscenza scientifica che, per afferrare il dato, non si è accorta di cosa succedeva nella coscienza e tanto meno si è data la pena di applicare il metodo scientifico al mondo interiore. Peccato! Avrebbe scoperto un momento dinamico del pensiero, antecedente il pensiero delle cose. Un simile momento fu in realtà intuito da pensatori come Hegel, Rosmini e Gentile ma fornì loro il bisogno di approfondimenti speculativi, di fatto contrastanti l’esperienza originaria. Cercando di spiegare tutto il resto, essi non ebbero la capacità di indicare il processo onde fosse possibile risalire all’esperienza primaria. Per loro eccezionale, e del tutto incompresa da chi ha tentato di seguirli.

Senza togliere l’onore della ricerca avanzata a Brentano e Husserl, spetta a Rudolf Steiner la capacità di trovare nello sforzo scientifico di Goethe, portato alle sue ulteriori conseguenze, la tangenza possibile tra la sua personale visione spirituale ed il pensiero scientifico, allorquando questi si rivolga alla vita dell’anima. Con la Filosofia della Libertà nasce nel mondo la prima Opera di pensiero che coincide con la Potenza eterica da cui, in realtà, sgorga ogni pensiero pensante e immediatamente scadente nel pensato.

La Filosofia della Libertà fu un’opera troppo innovatrice per gli uomini del diciannovesimo secolo, troppo difficile per il primo ‘900 (le aggiunte alla seconda edizione del 1918 lo dimostrano) e praticamente incomprensibile oltre la struttura verbalizzante ai nostri giorni, poiché, a quanto pare, già sono venute meno le capacità intuitive generali, sostituite come sono da un sub-umano automatismo dialettico che è già oltre il livello minimo di manifestazione dello spirituale nell’uomo.

Sono forse consequenziali prosecutori Friedermann e Schwarzkopf? Dai, non scherziamo!

In Italia, dopo un penoso (e inutile) tentativo di comprensione, candidamente Bavastro termina una lunga disanima del testo concludendo che “se il libro è iniziatico, ha allora il diritto di essere difficile”(Rivista antroposofica n°3, 1976): ai posteri lasciando l’oscura, intellettualistica equivalenza tra “iniziatico” e “difficile”. Appare invece chiaro lungo tutto il saggio di Bavastro (tra l’altro traduttore e curatore della V ed. italiana della Filosofia della Libertà. Lettori: attenti!) come dalle sue parti non si sospetti nemmeno che il pensare indicato dallo Steiner non si affaccia mai nell’esperienza comune.

Soltanto Massimo Scaligero (oltre, forse, a pochissimi discepoli diretti), avendo sperimentato la Forza che cosmicamente fluisce come Vita antecedente persino al momento pensante del pensiero, ha potuto indicare il metodo, la téchnē della risalita: dalla rappresentazione al pensiero che pensa e da questo alla Potenza che lo precede. Coerentemente all’assunto della Filosofia della Libertà ma nel contesto delle mutate condizioni dell’anima nelle nuove generazioni, pur comprendendo con serena chiarezza, che doveva venire indicato un compito già incompreso e difficilmente conseguibile. In realtà questa è stata un’ operazione che lo stesso Steiner avrebbe svolto se la mancanza di tempo e poi l’inattesa fine non avesse troncato sacrificalmente il percorso che gli era karmicamente dovuto.

Scaligero stesso non avrebbe svolto un simile lavoro (tra ristrettezze e sacrifici di ogni genere) se non avesse ricevuto l’investitura (l’onere) di svolgerlo.

Come nella staffetta, il “testimone” passa a chi è stato posto nel tratto successivo.

Sinceramente, conoscendo il poco di cosa si è svolto dietro il sensibile in questo caso, non mi indignano le bordate che a destra e a manca vengono ancora sparate contro Scaligero, essendo ciò connesso al karma dei singoli e della decaduta associazione, ma rabbrividisco di fronte alla fredda e cinica superficialità che molti manifestano nei suoi confronti. Forse perché da bambino mi fu facilmente insegnato a rispettare il sacro delle chiese, ora rispetto il Santuario d’Occidente e la Personalità che ne è al centro.

Non è vero Maestro né valido Indicatore chi non sa insegnare (anche se mirabilmente dotato) la Via del Pensiero: questo è un buon metro per capire molte cose, anche quelle che non piacciono.

La Via del Pensiero non solo è la via più pura e più indicata per l’occidentale che sia desto, compiutamente desto e decisamente moderno, ma è ‘tecnicamente’ l’unica via possibile, data l’attuale costituzione palese-occulta dell’uomo se rapportata alla realtà dello Spirito: solo nel soggetto pensante affiora lo Spirito come immanenza, aristotelicamente più potenza che atto, ma che è tuttavia l’unica mediazione possibile che non può essere evitata come si faceva nell’antico (la constatazione, quasi umoristica, che non si possa ad esempio, “digerire la digestione”, la possiamo allargare a tutte le attività umane possibili: il fatto che ciò – pensare il pensiero – sia applicabile solo all’attività pensante dovrebbe far riflettere il ricercatore ancora confuso).

Tutto ciò non implica l’opposto giudizio, come taluni desiderano pensare che qui si pensi: cioè il disprezzo per la via che consiste nello studio serio e appassionato delle opere antroposofiche. Pensare il pensiero antroposofico è un dono e una grazia per l’anima, per il presente e per il suo futuro.

Sulla Via del Pensiero occorre educarsi alla contemplazione del pensiero, condizione eccezionale perché non sollecitata da alcun istinto o necessità, a cui lo Steiner invitava (Filosofia della Libertà, III Cap. pag. 30, V ed. italiana) secondo il canone del processo del pensiero: l’osservazione spassionata e obbiettiva di un tema o di un oggetto di pensiero che per insistenza volitiva distrugge la propria datità rivelando la Forza-pensiero di cui era alienazione riflessiva. Questa difficile arte viene chiamata Concentrazione.

Essa è la Potenza dell’occhio di Shiva: incenerisce la paura (ogni paura) e la brama (ogni brama) dei valori del mondo duale ai quali si aderisce in profondità e che sono l’inavvertito limite della prova esoterica.

La retta, la tersa Concentrazione è un atto eccezionale, conosciuto solo nell’azione stessa e quando si è capaci di abbandonare il mondo delle argomentazioni e deduzioni, ripeto: mai stimolato dal mondo o dall’uomo che normalmente si è, buono, devoto o immorale che si presume di sentirsi.

Occorre solo che l’io voglia, attimo dopo attimo, il pensiero deliberatamente posto, con una dedizione che deve farsi assoluta; allo zero dei valori umani, allo zero e oltre il proprio senso della vita. Questo è l’inizio della Via del pensiero.

Qui mi fermo. Nella Concentrazione il carattere essenziale dell’osservazione scientifica viene soddisfatto: con la sua impersonalità e con la ripetitività rigorosa del percorso e del suo prodotto finale. La concentrazione è inconosciuta: sono conosciute  invece mille tecniche fisio-psico-mentali subordinate a mille oggetti e a mille scopi, personali e stravaganti.

Mentre quella che tratta di univoca osservazione di pensiero sul pensiero stesso è del tutto estranea al pensiero che fu, ed a quello contemporaneo. Prova ne sia che negli stessi ambienti antroposofici si confonde il primo dei 5 esercizi ausiliari con la concentrazione o persino la si nega. Eppure la conoscenza sperimentale del pensiero dovrebbe essere il primo gradino di una vera scienza che voglia dirsi – non solo a parole – spirituale.

Certo: la Concentrazione non è tutto, ma senza la sua potenza le ulteriori discipline, dalla Meditazione alla Contemplazione e al Silenzio interiore, non avrebbero la capacità di venire realizzate come atti spirituali e rimarrebbero intellettuale o sentimentale rimuginazione personale o apertura a ospiti non invitati.

Ho detto che qui mi fermo poiché la Concentrazione implica una decisione dell’Io che l’io comune deve poi portare avanti con una eroica fedeltà, un grande sforzo ed una pazienza inalterabile: un formidabile pinnacolo di bianco granito stante e imperturbato, nel divenire limaccioso delle correnti.

Eppure il  segreto – ricercato per ogni dove – sta in massima parte nella totale semplicità del gesto interiore, rafforzato soltanto dalla giornaliera risorgenza dell’impeto volitivo.

Isidoro

 

SCIENZA DELLO SPIRITO, , , ,

ISIDE SOPHIA – Introduzione all'Astrosofia, Willi Sucher

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Diamo il via con questa prima Lettera alla pubblicazione del primo volume del libro di Willi Sucher Iside Sophia – Introduzione all’Astrosofia , edito dall’editrice CambiaMenti e tradotto per l’Italia da Silvano Mirami (ringraziamo moltissimo entrambi per averci concesso la condivisione integrale dell’opera qui su Eco).

Alla pagina web www.cambiamenti.com/Argomentoastrosofia.htm si può consultare una descrizione del libro nonché un’anteprima della prefazione, del prologo e delle prime tre Lettere.

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PRIMA LETTERA

Aprile 1944

STRUTTURA DELL’UNIVERSO SOLARE

E’ intenzione di queste Lettere astronomiche elaborare il rapporto tra il mondo Stellare e la Terra. L’essere umano, in quanto preminente rappresentante della Terra, sarà principalmente oggetto di considerazione, ma anche gli altri regni della natura saranno considerati. Naturalmente, questo è nel suo insieme un vasto campo e noi, nella nostra era, siamo limitati nella nostra conoscenza. Tuttavia, grazie alle conoscenze chiave dateci da Rudolf Steiner, è stato possibile durante più di venti anni di lavoro calmo e perseverante riunire molti fatti su questi rapporti. Presi nel loro insieme, questi fatti formano già un organismo che è ancora nella sua prima infanzia, ma che può divenire semenza per ulteriori e più elaborate investigazioni nei secoli e nei millenni che verranno.

Dapprima dovremo dare fondamento, attraverso queste Lettere, ad una chiara visione entro la struttura del nostro Universo solare e ai suoi rapporti con i mondi Stellari al di là del nostro proprio Universo. Dovremo quindi parlare delle Costellazioni che percepiamo in Cielo. Soprattutto dovremo considerare le Costellazioni dello Zodiaco, e dovremo scoprire la loro natura spirituale, essendo essa connessa con l’evoluzione della Terra e dell’umanità. Dopo di ciò, verrà considerato il mondo dei Pianeti – il mondo delle Stelle erranti. Ciò verrà fatto soprattutto in rapporto con la vita dell’essere umano dopo la morte e prima della nascita.

Dovremo altresì prendere in considerazione il rapporto tra i Pianeti e la vita della natura, nella misura in cui la scienza sia stata capace di provare tale fatto. In rapporto con l’umanità, sorgerà poi il problema della necessità o del fato e il regno dell’umana libertà. Infine dovremo informarci circa il rapporto tra le Stelle e l’umanità come un tutto e dunque circa l’evoluzione futura del Pianeta sul quale viviamo.

Sorge la domanda a proposito del nome col quale dovremmo chiamare il tipo di conoscenza che intendiamo investigare in queste Lettere. Chiamarla astronomia non sarebbe corretto, perché i fatti matematici del mondo Stellare verranno trattati solo nella misura in cui ciò sia necessario. Non può neppure essere chiamata astrologia, poiché essa non diviene una base per pratiche oroscopiche nel senso dell’astrologia, come questa viene oggi esercitata. Abbiamo bisogno dis tudiare il retroscena spirituale del rapporto tra le Stelle e la Terra coi suoi abitanti. Possiamo chiamarla Astrosofia.

Che cos’è l’Astrosofia?

Il movimento è l’essenza del mondo delle Stelle. L’intero firmamento sembra ruotare attorno al suo asse celeste nelle ventiquattro ore. Questo è uno dei movimenti fondamentali dell’Universo che crea il cangiarsi del giorno e della notte. Ci viene insegnato dalla moderna astronomia che questa rotazione è causata dalla giornaliera rotazione della Terra attorno al suo asse. Solo che un osservatore sulla terra lo percepisce alla rovescia, come se il firmamento stesse ruotando.

Possiamo poi osservare i ritmi della Luna, il mutamento delle sue fasi da Luna Nuova a Luna Piena e poi di nuovo a Luna Nuova. Sappiamo tramite l’osservazione che questo ritmo ha luogo approssimativamente nel giro di un mese.

Se procediamo oltre nell’Universo, troveremo ritmi più lunghi; quelli di Venere e di Mercurio. Vi è il ritmo del Sole: il tempo nel quale esso si muove attraverso lo Zodiaco. Noi chiamiamo questo ritmo un anno. Di nuovo ci viene detto dalla moderna astronomia che questo movimento del Sole in un anno è un movimento illusorio. E’ la Terra che si muove attorno al Sole in un anno, e noi sulla Terra percepiamo il Sole in diverse parti del cielo durante un tale movimento circolare del nostro globo. Ancora oltre, troviamo i ritmi dei cosiddetti Pianeti superiori: Marte, Giove, Saturno, ed i Pianeti scoperti più tardi come Urano, Nettuno e Plutone. Qui troviamo ritmi che si estendono per decine, persino per centinaia d’anni.

Oltre a ciò, possiamo rinvenire cambiamenti nella struttura del nostro Universo che pure procedono in lunghi intervalli ritmici. Essi comprendono intere ere dell’evoluzione umana e terrestre, migliaia e persino decine di migliaia di anni. E sappiamo che anche le Stelle fisse si muovono, sebbene tali movimenti diverrebbero visibili a occhio nudo, per la maggiorparte dei casi, in intervalli di tempo che sono oltre la portata dell’ordinaria umana concezione del tempo.

Quindi il movimento è il fondamento del mondo delle Stelle. Noi possiamo guardare a questo mondo del movimento in diverse maniere. Possiamo considerarlo come un immenso meccanismo. I fatti che troviamo nei movimenti universali, indubbiamente ispirano tale idea. Possiamo calcolare i movimenti, e possiamo persino pre-calcolare i ritmi delle Stelle. Le scoperte di Plutone e di Nettuno furono compiute attraverso l’applicazione di pure leggi meccaniche al nostro Universo. E tuttavia, l’idea di un Universo in quanto mecccanismo ad un certo punto finisce male. Noi lo paragoniamo con un motore ruotante. I movimenti del motore – il suo funzionamento – possono essere calcolati. Ogni dettaglio può essere spiegato mediante leggi meccaniche. Ma esso non si muoverebbe di un centimetro, di esso neppure una singola vite esisterebbe, se la mente umana non l’avesse inventata. La gigantesca opera degl’inventori nel campo della meccanica ha creato ogni singolo dettaglio del motore. La mente umana è la vera origine del motore e senza di essa il motore non esisterebbe.

Com’è nel caso del nostro Universo? Questo meccanismo dagl’innumerevoli movimenti esiste, ma chi la creato e messo in movimento? Un meccanismo non può creare se stesso, altrimenti non è più un meccanismo. Vi deve essere stato qualcosa di simile ad una gigantesca mente progettante o persino un insieme di tali menti, prima che un qualsiasi Universo sia stato creato.

Da ciò siamo condotti ad un’altra prospettiva. Proprio come il motore è un espressione delle capacità della mente umana, persino forse delle sue debolezze, così il nostro Universo può essere considerato come l’espressione di un mondo di vita interiore, se non addirittura di vita animica.

Vediamo l’essere umano che si muove. Tutti i movimenti degli arti possono essere spiegati in termini di leggi fisiche e meccaniche. Nondimeno vi è sempre una ragione per la quale un essere umano muove i suoi arti. Egli ha intenzione di fare qualcosa o di andare da qualche parte. Vi è una vita interiore; una vita animica dietro i movimenti visibili del corpo; una vita che rende ragione e dà giustificazione di quei movimenti.

Così possiamo guardare una singola Stella. Calcoliamo i suoi movimenti, i suoi ritmi, e molte cose connesse con la sua condizione generale e il suo rapporto con le altre Stelle. Ma allora dobbiamo fare un passo oltre e trovare la causa interiore del suo comportamento particolare. Della Stella, dobbiamo trovare la vita animica che l’ha creata e che ha la sua espressione nelle cosiddette leggi meccaniche. Probabilmente non troveremo, all’interno del suo campo di vita interiore, ragioni per i movimenti di una singola Stella. Dovremo forse cercare nel campo della comunità di stelle. Nelle comunità dell’umanità, il singolo essere ha il suo proprio mondo di qualità animiche, che causa movimento e attività. Nondimeno, le azioni del singolo essere vengono in contatto con quelle di altri esseri umani. Inoltre queste azioni hanno significato solo se esse sono in rapporto con l’intera vita della comunità. In realtà, i comuni ideali della comunità sono la misura dell’attività del singolo essere.

Allo stesso modo, ogni Stella ha il suo proprio mondo di movimento animico, che causa i suoi movimenti visibili, rendendola un membro utile e creativo dell’Universo. Inoltre, essa è in rapporto anche con le Stelle sue compagne. Visti dal Sole come centro dell’Universo o anche visti dalla Terra, i Pianeti talvolta si incontrano in una certa maniera, oppure si possono separare ed andare sino all’opposizione reciproca, e così via. Tutte queste attività sono in rapporto con l’intero sistema solare e col Sole, in special modo, in quanto loro centro. Così il singolo Pianeta deve partecipare al fine comune dell’intero Universo.

Imparare a conoscere – naturalmente partendo con i semplici fatti – il Mondo Animico della singola Stella, la vita sociale delle loro comunità, i loro ideali e scopi comuni: questo è Astrosophia. Noi non stiamo cercando unicamente l’anima del mondo delle Stelle, che è la manifestazione dei loro esseri e le loro attività in un tempo limitato, bensì vogliamo pure conquistare qualche conoscenza circa la loro vita spirituale. Soltanto allora potremo comprendere pienamente il loro intero essere. La loro vita spirituale sarebbe: la loro storia (la loro biografia per così dire), le loro lotte e le loro imprese, il loro destino (rispetto al futuro).

Perché Astrosofia?

Può sorgere la domanda: perché dovremmo come seeri umani sulla Terra anelare ad una conoscenza delle Stelle come quella che è stata delineata? Il mondo delle Stelle può formare un interessante oggetto di studio, ma le Stelle non sono troppo lontane per poter influenzare la nostra vita sulla Terra?

Il nostro Pianeta è una parte dell’intera comunità Stellare, e proprio come l’attività della Luna influenza il ritmo dele maree, così possiamo trovare pure che l’organismo della terra viene influenzato da tutte le Stelle della comunità celeste. Ciò può essere rinvenuto attraverso diversi tipi di osservazione. Noi in quanto esseri umani viviamo su questa Terra influenzata dalle Stelle: quindi, ci piaccia o no, noi prendiamo parte alla vita dell’intero Universo. Come esseri terrestri, abbiamo la tendenza a sommergerci nel mondo del nostro orizzonte umano. Nel complesso questo orizzonte comprende pochissimo del grande Universo. Esso può essere unicamente il mondo dei nostri piccoli desideri, delle velleità o delle ambizioni personali. Può essere pure una filosofia o una religione che possono unirci con diversi gruppi dell’umanità oppure, nuovamente, possono separarci dal resto dell’umanità. Può consistere altresì nella parte che noi giochiamo nella vita della nazione o della razza nella quale siamo nati. Sappiamo che spessissimo – si potrebbe persino dire sempre – queste differenziazioni conducono a contese e a guerre. Se viviamo unicamente nel piccolo orizzonte del nostro mondo umano, allora sorge il pericolo di una ristrettezza di orizzonti nei confronti della vita. Questa ristrettezza della nostra vita animica può facilmente condurre ad un giudizio erroneo circa le nostre vicende all’interno della struttura dell’intero Universo.

Comunque, se riusciamo, almeno di tanto in tanto, a metterci di fronte al mondo delle Stelle, alla sua vita animica, alla sua vita spirituale, possiamo crescere nel nostro essere oltre il mondo dei nostri propri problemi, relativamente piccoli e di insignificante portata. Possiamo quindi esser capaci di inserire noi stessi coscientemente ed in modo più consono nella corrente del nostro intero Universo. Se soltanto facessimo questo qualche volta potremmo entrare in un mondo di grandi ideali cosmici e di finalità spirituali che non dividerebbero l’umanità in gruppi di credenze religiose o filosofiche, di razze, di teorie e simili. Le Stelle c’insegnerebbero che i vincoli che congiungono l’essere umano ai dominî della vita, come per esempio: famiglia, nazione, razza, od anche una certa religione, sono giustificati fino a che i confini di questi dominî non vengano oltrepassati e non soverchino le altre sfere della vita umana.

Verrebbe allora scoperto il posto appropriato per la filosofia dell’idealismo nel nostro mondo umano, così come quello del realismo, o persino del materialismo. Nell’Universo, tutte queste concezioni e atteggiamenti della vita vengono mantenuti in corretto e pacifico ordine all’interno della vita animica del mondo Stellare. Siamo solo noi esseri umani che spesso soffriamo di ristrettezza e di miopia, e che non possiamo trovare il corretto ordine nel nostro proprio Mondo Animico. Questo disordine viene poi riflesso nelle contese e nelle guerre entro l’umanità.

Le Stelle, se guardiamo profondamente ad esse e disveliamo i loro misteri, possono unire l’umanità. Lassù non vi sono distinzioni simili alle distinzioni causate sulla Terra dalla necessità di vivere in certe condizioni sociali o geografiche. Nel corso del tempo l’intera superficie della Terra, e con essa l’Umanità, ricevono la luce e l’insegnamento di tutte le Stelle.

E’ aperta così la porta al mondo della vera pace e della libertà, o della freehood [ossia lo stato o la qualità di essere interiormente liberi]: il mondo della vera pace, poiché in esso noi possiamo imparare a conoscere le intenzioni e le mete evolutive degli Dèi. L’applicazione di questa conoscenza alla nostra vita quotidiana, un poco alla volta, può portarci vera pace; il mondo della vera libertà interiore, poiché essa ci libera dai ceppi delle nostre piccole e ristrette faccende e dai problemi terreni. Quindi l’Astrosofia, come novella Sapienza Stellare, anche nel futuro diventerà una necessità nel campo della cultura spirituale dell’umanità.

La struttura del nostro sistema solare

Prima di cominciare a scoprire i dettagli del Mondo Animico e di quello spirituale che sono manifesti nel cosmo, dobbiamo crearci una certa conoscenza della struttura fisica del nostro sistema solare e della sua connessione con i mondi nelle profondità dello spazio celeste. Dobbiamo formarci concetti chiari circa i ritmi delle Stelle e la loro disposizione e ordine nello spazio. Ciò significa l’elaborazione di una certa quantità di conoscenza astronomica. Naturalmente non possiamo spingerla troppo lontano, poiché essa è, in effetti, un vastissimo campo di complicati fatti matematici e di altri dettagli. Possiamo farlo unicamente nella misura in cui ciò sia necessario a creare una comprensione o un linguaggio comune sugli eventi cosmici, con i quali avremo a che fare in seguito.

Se eleviamo gli occhi al firmamento Stellare possiamo distinguere due tipi do corpi cosmici. In primo luogo appaiono le cosiddette Stelle fisse. Esse sono chiamate fisse perché sembrano mantenere sempre le stesse posizioni e distanze tra di loro. Vi è, per esempio, la ben nota Costellazione dell’Orsa Maggiore o del Gran Carro. Quattro Stelle fisse formano il corpo dell’Orsa e le altre tre la coda. Possiamo osservare questa Costellazione notte dopo notte per anni. Non accadrà che all’improvviso una notte scopriamo che una delle quattro Stelleche formano il corpo dell’Orsa si sia spostata dalla sua posizione relativa. Così molti gruppi di Stelle fisse formano delle Costellazioni, e le singole Stelle non si spostano dalle loro posizioni relative. Le stesse Stelle, per esempio, formano le Costellazioni di Cassiopea, Orione e molte altre. Ma, in realtà, le Stelle fisse si muovono anch’esse. Dopo migliaia d’anni, le Stelle che formano l’immagine familiare dell’Orsa Maggiore non saranno più nelle stesse posizioni, e in un lontano futuro non si percepiranno più i contorni dell’Orsa Maggiore come facciamo noi oggi. Comunque, questi movimenti sono lentissimi. Essi sono oltre la portata dell’occhio umano e persino oltre la concezione umana del tempo; perciò possiamo chiamarle appunto Stelle “fisse”.

Percepiamo altresì le Stelle mobili – i Pianeti – che appartegono al nostro sistema solare. Un ottimo esempio da usare per l’osservazione è la Luna. Possiamo percepirla in una notte chiara nell’ambito di quelle Stelle che formano la Costellazione del Toro. Se la guardiamo due o tre giorni dopo, possiamo trovarla nella Costellazione dei Gemelli. Così essa deve essersi mossa nel frattempo dal Toro ai Gemelli. La nostra Luna non è l’unica stella mobile; ce ne sono diverse altre. Nel complesso possiamo contare nove (altri) Pianeti maggiori nel nostro sistema solare accanto alla Luna, che sono:

Mercurio

Venere

Terra

Marte

Giove

Saturno

Urano – scoperto nel 1781 d.C.

Nettuno – scoperto nel 1846 d.C.

Plutone – scoperto nel 1930 d.C.

Un’altra distinzione tra Stelle fisse e Pianeti, secondo la moderna astronomia, è il fatto che le stelle fisse hanno luce loro propria. Esse sono, per così dire, Soli simili al nostro Sole e producono luce loro propria. Le stelle mobili o Pianeti, che appartengono al nostro sistema solare non hanno luce propria. Essi riflettono unicamente la luce che ricevono dal Sole al loro centro.

Accanto alle Stelle fisse e ai Pianeti, la maggior parte dei quali sono visibili soltanto durante la notte, c’è il Sole, che vediamo durante il giorno. La luce del sole è forte in modo così travolgente che non possiamo vedere altre Stelle finché splende il Sole; quindi è difficile trovare la sua posizione relativa rispetto alle Costellazioni delle Stelle fisse. Nondimeno, attraverso certi mezzi astronomici, possiamo apprendere che il Sole, anch’esso, è mobile come i Pianeti, e che completa un circolo in un anno. Comunque, l’astronomia moderna ci dice che non è il Sole che si muove.

La Terra gira attorno al Sole che si trova al centro della circonferenza tracciata dall’orbita della Terra. Attraverso questo movimento della Terra, che viene completato in un anno, vediamo il disco solaresempre in diverse direzioni cosmiche. Questo crea per noi l’illusione del movimento del Sole lungo il cerchio dell’eclittica o Zodiaco.

Ora possiamo distinguere tre caratteristiche principali nella struttura del nostro sistema solare: vi è il Sole al centro, attorno a questo centro ruotano i Pianeti, e le orbite dei Pianeti sono approssimativamente sullo stesso piano, mentre i centri delle stesse coincidono all’incirca col Sole. Quindi, dovremmo immaginare il nostro sistema solare come la forma di una lente o di un enorme disco con anelli concentrici come orbite dei pianeti. Tale enorme disco ha la sua circonferenza nell’orbita del Pianeta più esterno. Questa circonferenza, in quanto cerchio, ha un rapporto relativo con talune delle Stelle fisse. Visto in prospettiva, per così dire dal centro del cerchio, essa passa di fronte ad un certo numero di Stelle fisse. Queste Stelle fisse formano una specie di fascia od anello intorno al nostro sistema solare. Questa fascia circolare oltre la circonferenza del sistema planetario nel quale viviamo è ciò che chiamiamo Zodiaco delle Stelle fisse. Esso è formato da dodici delle Costellazioni che noi vediamo nel cielo Stellato.
Queste sono le tre componenti del nostro sistema solare:

1) Il Sole, all’incirca al centro del cerchio.

2) Le orbite dei Pianeti a differenti distanze del sole centrale.

3) La circonferenza del disco, oltre il quale appaiono le dodici Costellazioni dello zodiaco.

Possiamo, inoltre, fare una distinzione all’interno del disco. La Terra, sulla quale viviamo, si muove lungo la terza orbita a partire dal centro. Le orbite di Mercurio e di Venere sono all’interno dell’orbita della Terra. Essi sono chiamati Pianeti inferiori. Essendo le loro orbite più piccole di quella della Terra, essi girano attorno al Sole in un tempo molto più corto di quello della Terra.

Mercurio completa un cerchio completo attorno al Sole in circa 88 giorni. Venere fa la stessa cosa in circa 225 giorni, poiché essa è già più lontana dal Sole e la sua orbita è più grande. La Terra completa il suo giro attorno al Sole in circa 365 giorni. Attorno alla Terra, ad una distanza comparativamente piccola, abbiamo l’orbita della Luna. Essa gira attorno alla Terra in circa 27 giorni.

Quei pianeti aventi le loro orbite al di fuori del cerchio descritto dall’orbita della Terra sono chiamati Pianeti superiori. Le distanze di queste orbite dal Sole sono relativamente molto più grandi di quella dell’orbita della Terra rispetto al Sole; perciò questi Pianeti necessitano di un tempo molto più grande per ruotare attorno al Sole lungo i loro cammini. Marte ha bisogno di 687 giorni per completare il suo circolo. Giove completa il suo cerchio in circa 12 anni. Saturno ha bisogno di circa 30 anni. Urano prende circa 84 anni per il medesimo movimento. Nettuno è ancora più lontano dal Sole, quindi la sua orbita è grandissima e il Pianeta ha bisogno di circa 164 anni per compiere il suo giro. Plutone ha bisogno di ancora più tempo, circa 250 anni. Per le nostre ricerche sarà molto importante distinguere tra Pianeti inferiori e Pianeti superiori.
Le dodici Costellazioni di Stelle fisse, che formano la fascia dello Zodiaco oltre la circonferenza esterna del disco del nostro sistema solare, sono:

Ariete, o in latino: Aires

Toro, o in latino: Taurus

Gemelli, o in latino: Gemini

Cancro, o in latino: Cancer

Leone, o in latino: Leo

Vergine, o in latino: Virgo

Bilancia, o in latino: Libra

Scorpione, o in latino: Scorpio

Sagittario, o in latino: Sagittarius

Capricorno, o in latino: Capricornus

Acquario, o in latino: Aquarius

Pesci, o in latino: Pisces

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

PENSIERI AL ROSMARINO

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La grande pianta di rosmarino, in fondo alla scala di casa mia è tutta fiorita. Piccoli fiori violetti ovunque, tra gli aghi scuri e profumati. Io le passo accanto, l’ammiro e le sorrido.

La pianta non mi lascia andare via, viene con me. La sua immagine, la sua rappresentazione, ora fà parte del mio mondo interiore.

Mentre continuo a camminare inizio a pensare a questo fenomeno.

Intorno a me c’è il vasto mondo esteriore, ma non c’è solo quello. In me trovo un secondo mondo che chiamo mondo interiore, fatto di pensieri, rappresentazioni, ricordi, sentimenti e volizioni.

Questo mondo si è creato nel corso della mia vita grazie al vasto mondo esteriore, è il mio mondo soggettivo. Ogni soggetto è un frammento del mondo oggettivo.

Mi chiedo: In che relazione stanno questi due mondi? Qual’è il più importante?

Ripenso alla pianta di rosmarino. E’ più reale la pianta fuori di me o è più reale la pianta in me?

L’intelletto risponde subito con sicurezza: “Che domanda! E’ chiaro che la pianta reale è quella fuori di me”. Ma lo spirito in me continua a riflettere.

Quella pianta che sembra così reale, oggi c’è, ma stà invecchiando e fra un pò non ci sarà più. Nasceranno nuovi rosmarini che fioriranno e poi, forse per una gelata, moriranno.

Tutto ciò che ha esistenza è soggetto al nascere e al perire.

Però il concetto di rosmarino, che mi sono fatta osservando e pensando su tutti i rosmarini che ho incontrato nella mia vita, quello vive in me, è nel mio spirito e non morirà mai. Così è per tutti i concetti che vivono in me.

Lo spirito èessere non esistere per questo è eterno.

Dunque, qual’è la realtà più importante, il mondo esterno o la mia interiorità?

La realtà più importante sono Io ed il mio mondo interiore! Tutto il resto esiste soltanto per dare a me la possibilità di interiorizzarlo nella ricerca del Vero, del Bello e del Buono.

Tutto questo l’essere umano l’ha dimenticato…..Ci troviamo di fronte ad una precarietà e ad una fragilità profonda dell’individuo che ha perso la connessione e l’identità con lo spirito.

Sembra che solo il mondo esterno sia importante e l’individuo si sente sempre più piccolo, più insignificante, più solo.

Ma la verità è l’opposto! Tutto il mondo esterno ha il senso di servire l’uomo, di essere uno strumento per la sua crescita individuale.

Il Logos si è fatto carne, è diventato percezione esteriore affinchè l’uomo potesse individualizzarsi, ora l’uomo può, tramite il pensare, interiorizzare e riportare allo spirito, un pò alla volta, tutte le percezioni esterne.

Massimo Scaligero sintetizza in maniera magistrale questo processo con le parole:

“Soltanto l’uomo può trarre dal Logos il pensiero che pensa il Logos. Questo pensare è Amore. Amore che diviene pensare”

 Una pensiero che, tramite la meditazione, può aprire mondi!

 

 

Marzia

 

SCIENZA DELLO SPIRITO
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