SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – Terza Lettera

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Denderah

TERZA LETTERA

Giugno 1944

LA NATURA SPIRITUALE DELLO ZODIACO DELLE STELLE FISSE

L’Universo del nostro sistema solare, con i suoi Pianeti ruotanti attorno ad un centro comune, è un organismo abbastanza complicato. Secondo l’opinione di Tolomeo la Terra è al centro di questo organismo; secondo Copernico il Sole è nel centro e mantiene una salda presa sui Pianeti cosicché questi non abbandonano le loro orbite (Rudolf Steiner ha indicato il movimento a lemniscata come la base della futura concezione dell’Universo planetario. E’ nostra intenzione ritornare su questi problemi al momento giusto, in special modo allorché dovremo trattare della natura dei Pianeti). L’Universo tolemaico, così come quello copernicano, ha la forma di un piano circolare, con le orbite dei Pianeti che giacciono all’interno di questi anelli concentrici di un disco. Questo piano circolare è circondato da una fascia di dodici Costellazioni di Stelle fisse che noi chiamiamo lo Zodiaco delle Stelle fisse. I nomi di queste dodici Costellazioni sono stati dati nella prima Lettera.

Dobbiamo ora parlare della natura di queste dodici Costellazioni dello Zodiaco. Esse formano il mondo “esterno” del nostro sistema solare, e sono in rapporto al nostro sistema solare così come il mondo esterno è in rapporto con noi. Come siamo in rapporto con il nostro mondo esterno? Noi troviamo nel nostro circostante ambiente terrestre le sostanze solide, le sostanze liquide, le sostanze gassose e calore. Troviamo tutto ciò all’interno della forma umana, soltanto in condizioni trasformate. L’origine di queste sostanze la ritroviamo nel nostro ambiente. Esse formano la base della nostra esistenza fisica. Le assumiamo, e le assumiamo continuamente in quanto viviamo sulla Terra, respirando e mangiando. Osservando queste sostanze e ritrovandole nuovamente in una condizione trasformata all’interno del nostro corpo, possiamo leggere la storia della creazione e dell’organizzazione dell’essere umano. Naturalmente, così come non dobbiamo guardare a queste sostanze dal punto di vista del pensare materialistico per conoscere la storia della creazione del nostro corpo è altresì necessario trovare le loro qualità spirituali.

Possiamo immaginare che il rapporto tra lo Zodiaco delle Stelle fisse ed il mondo solare sia costituito in maniera simile. Il nostro sistema solare deve  esser giunto in essere in tempi circa i quali noi non possiamo giudicare secondo misure terrestri. Da dove proviene? Proprio come le sostanze che troviamo all’interno del corpo umano una volta devono esser state parte del mondo circostante , così l’essere essenziale del nostro Universo può aver avuto la sua origine nel circostante mondo delle Stelle fisse. Anche qui, non dovremmo considerare questo mondo delle Stelle fisse unicamente da un punto di vista puramente quantitativo, bensì anche sotto un aspetto qualitativo.

Se accettiamo questo, allora possiamo guardare alle Stelle fisse, e tra di esse in special modo alle Stelle fisse dello Zodiaco, come al regno nel quale possiamo venire a conoscere qualcosa circa l’origine e la creazione del nostro Universo solare. Il cercare le tracce della creazione può rivelarci la natura interiore dello Zodiaco.

Rudolf Steiner ha dato la chiave per una comprensione dell’evoluzione del nostro Universo nel suo libro La scienza occulta nelle sue linee generali. Ivi egli descrive i vari gradini della creazione fino all’Universo nel quale ora viviamo e percepiamo con i nostri sensi. Descrive il processo dell’evoluzione così come esso si presenta alla percezione spirituale del chiaroveggente che è proceduto lungo il sentiero dell’iniziazione moderna e occidentale. Possiamo seguire le sue spiegazioni poiché egli dà anche, nel libro summenzionato, i metodi per il raggiungimento della moderna chiaroveggenza. Ciò ch’egli dice sull’evoluzione del mondo non è un’ipotesi incapace d’esser provata vera: può trovare la prova chiunque voglia seguire il sentiero della moderna iniziazione come sopra descritto. In tal modo, Rudolf Steiner descrive tre grandi stadi dell’evoluzione del nostro Universo che portano poi, ad un quarto stadio, alla creazione del mondo in cui viviamo. Questi tre grandi stadi dell’evoluzione, secondo la tradizione occulta, sono chiamati: evoluzione dell’Antico Saturno, evoluzione dell’Antico Sole ed evoluzione dell’Antica Luna. Il Quarto stadio è chiamato evoluzione della Terra, che in realtà significa l’evoluzione del nostro Sistema Solare. Questi quattro stadi di evoluzione rappresentano la condensazione nella materia solida, con tutti gli stadi di condensazione intermedi, di un qualcosa che nella sua origine è di natura puramente animica; tracce della quale sono ancora da ritrovarsi oggi in natura nelle sostanze gassose, liquide e solide. (L’idea di una materializzazione dei “pensieri” come processo di evoluzione è stata presa in considerazione persino dalla moderna scienza naturale).

Il gradino di evoluzione che è chiamato Antico Saturno è lo stato nel quale puro essere animico (nel senso della moderna scienza naturale, il “pensiero”) fu condensato in calore. Con ciò, viene compiuto il vero gradino di creazione della sostanza fisica. (Può essere che, secondo la scienza moderna, il calore non possa esser facilmente considerato come una sostanza fisica, ma solo come una condizione assunta dalla sostanza fisica. Dovremo parlare di ciò in seguito). L’Antico Sole è lo stato nel quale la sostanza di calore precedentemente creata fu condensata nella condizione gassosa. Nel ciclo di evoluzione dell’Antica Luna, le sostanze gassose anteriormente create vengono poi condensate nello stato liquido, e nel quarto stadio – entro l’evoluzione della Terra – ha luogo un’ulteriore condensazione, e le sostanze liquide vengono trasformate in materia solida.

Questo è, naturalmente, soltanto un breve abbozzo di questi quattro stati di evoluzione, e sarà ora nostro compito elaborarli più in dettaglio e trovare il collegamento con lo Zodiaco delle Stelle fisse.

L’EVOLUZIONE DELL’ANTICO SATURNO

 

Se si ritorna al vero principio della creazione per mezzo della conoscenza superiore – nel senso della moderna iniziazione – non vi è alcuna sostanza fisica che possa essere trovata. Ogni cosa è ancora in una condizione animica e spirituale. Siccome non si può, per esempio, immaginare dei pensieri senza il loro essere collegati con l’esistenza animica di un essere umano, troveremo questa naturaanimica dell’esistenza dell’Universo nella vita interiore non di esseri fisici, bensì di esseri spirituali. E poiché dobbiamo distinguere nelregno della vita del pensiero umano tra esseri umani che hanno la capacità di creare idee, ed altri che hanno la capacità di realizzarle e di metterle in pratica, dobbiamo distinguere altresì tra Gerarchie di Entità Spirituali che hanno differenti capacità di materializzare l’Archetipica sostanza animica creata in mezzo a loro.

Così troveremo ivi, nel principio, Entità Spirituali che hanno raggiunto in un certo momento della loro interiore, atemporale evoluzione, la capacità di emanare le sostanze animiche originarie; l’”idea” o il “pensiero” o qualsiasi cosa ciò possa essere stato. Questa sostanza poi può essere accolta da altri esseri.

Se nulla esiste in senso fisico, la prima cosa è quella che la “volontà di esistenza (fisica)” proietta – ed è così. Eccelse Entità spirituali, che Rudolf Steiner chiama Spiriti della Volontà, hanno raggiunto la capacità di emanare Volontà come sostanza animica. La Volontà diviene il fondamento di tutto ciò che, nel corso dell’evoluzione, diviene fisico. Questi Spiriti della Volontà furono capaci di riversare la loro Volontà soltanto dopo un lungo periodo di evoluzione interiore. Quello che fu un principio, dal punto di vista della creazione del nostro Universo, nel caso di questi Spiriti dev’essere inteso come il termine di uno sviluppo interiore. Questo primo atto di creazione è al contempo una conclusione ed un nuovo inizio. Può il “fondamento-madre” del nostro Universo solare, lo Zodiaco delle Stelle fisse, dirci qualcosa su questo evento, come una sorta di rimembranza cosmica? Possiamo trovarla scritta nella Costellazione dei Pesci così come essa è presente oggi in cielo. (Rudolf Steiner, nella Scienza Occulta nelle sue linee generali, non ha indicato alcuna relazione tra gli eventi durante i vari stadi di evoluzione del nostro Universo e le Costellazioni dello Zodiaco così come è fatto qui. Come ciò venga fatto in queste Lettere, è interamente responsabilità propria dello scrivente. I Pesci, come li vediamo oggi secondo le immaginazioni dei nostri antenati, consistono di due Pesci che nuotano in direzioni opposte, ed inoltre sono congiunti da una specie di fascia Stellare. I Pesci stanno tra l’Acquario e l’Ariete. Essi formano la dodicesima Costellazione dello Zodiaco. Ivi lo Zodiaco giunge ad una fine e ricomincia nuovamente con la costellazione dell’Ariete. Così i Pesci sono l’immagine della fine di un’evoluzione che ha luogo entro gli Spiriti della Volontà prima che essi siano capaci di emanare la sostanza originaria del nostro Universo ed altresì l’immagine dell’inizio dei cicli evolutivi del nostro Universo.

La Costellazione dei Pesci nuota nell’acqua che l’Acquario riversa nell’Universo. In quest’acqua possiamo percepire, con gli organi della conoscenza superiore, l’immagine della sostanza omnicreativa dell’Universo spirituale; la creativa sostanza sanguigna spirituale del Mondo Spirituale. Essa ha in se stessa tutte le possibilità di manifestazione. Gli Archetipi di tutte le cose esistenti nei mondi fisico e animico sono come disciolti in questa corrente. Essi non sono pervenuti neppure ad una forma psichica, ma ora i Pesci appaiono in quest’acqua celeste. Appaiono le prime tracce di una solidificazione animica di singoli oggetti. Gli Archetipi della volontà – il fondamento dell’esistenza fisica – si sono consolidati entro il mare delle possibilità creative.

Ora, dopo che la sostanza primordiale è stata creata, comincia l’evoluzione dellAntico Saturno. Altri Esseri Spirituali dispiegano la loro attività e la dirigono verso la primordiale sostanza di volontà. Rudolf Steiner li chiama Spiriti della Saggezza. Da allora essi hanno raggiunto un’altra capacità. Essi sono capaci di riversare forze di Vita, e dirigono queste forze verso questo “Pianeta di Volontà”, che era giunto all’esistenza. Questo Pianeta, che ora chiamiamo Antico Saturno, non è capace di accogliere la vita. Esso non è ancora progredito al punto di diventare vivente. E’ ancora una sostanza senza vita che può soltanto riflettere ciò che accade nell’ambiente circostante, e così riflette quelle forze della vita che provengono dagli Spiriti della Saggezza. La vita riflessa è saggezza, perché l’essere interiore della vita è saggezza. Così avviene che queste forze cosmiche di saggezza nell’ambiente circostante del Pianeta formino qualcosa di simile ad una sfera.

Possiamo trovare questo stadio di evoluzione rimembrato, per così dire, nella Costellazione dell’Ariete. L’Ariete porta un bianco vello. L’immagine della testa dell’animale è coronata da corna ritorte come due spirali invertite.

Questo processo cosmico può essere sperimentato come un gigantesco sviluppo embrionale del nostro Universo. In se stesso, esso porta l’immagine Archetipica di tutto ciò che è processo embrionale nei vari stadi di evoluzione ed anche all’interno dei singoli esseri di questo Universo; per esempio, lo sviluppo embrionale dell’essere umano. Sappiamo dalla scienza dell’embriologia che durante questi primi stadi della condizione embrionale la testa è predominante e che il tronco e gli arti sono soltanto una specie di appendice della testa. Si potrebbe persino dire che durante le prime settimane, quando il cervellodell’embrione non è sviluppato nel dettaglio, l’intero organismo embrionale assomiglia ad un cervello avvolto come una spirale. Al di fuori di esso, tutte le parti dell’organismo crescono con gradualità.

Il primo stadio di evoluzione dell’Antico Saturno è la creazione dell’Archetipo del cervello. Il cervello umano oggi non è altro che una pallida copia di questo cervello cosmico, e porta ancora l’impronta della sua forma spirituale. Esso deve essere in alto grado devitalizzato – senza sangue – poiché solo allora funziona. Funziona in modo tale che la vita nell’ambiente circostante dell’essere umano viene riflessa in esso. Questo riflesso, essendo soltanto un ombra della vera vita, può produrre il pensiero, la conoscenza degli oggetti nel mondo esterno.

Possiamo trovare ciò nell’immagine dell’Ariete che riposa, rivelante lo stadio nel quale gli Spiriti della Saggezza erano attivi, la sostanza ancora inanimata della Volontà, la riflessione (espressa dalla testa dell’Ariete che è rivolto all’indietro e guarda al di sopra delle sue spalle), e dalla creazione del bianco vello della Saggezza. Persino nelle corna dell’Ariete possiamo vedere l’immagine delle circonvoluzioni del cervello, oppure della spirale dell’embrione in quanto cervello “primordiale”, che riproducono e riflettono la forma sebbene in un atto di rimembranza.

Il gradino successivo nell’evoluzione dell’Antico Saturno è collegato con un influsso di forze dell’anima, o forze di coscienza, nel Pianeta. Queste forze provengono da Spiriti che Rudolf Steiner chiama “Spiriti del Movimento”. In questo modo la sostanza del Pianeta verrebbe animata, ma non essendo capace di accogliere la vita dagli Spiriti della Saggezza, essa è ancor meno preparata ad essere animata. Perciò, anche queste forze vengono riflesse dal Pianeta nell’ambiente circostante dell’Antico Saturno, e venendo riflesse compenetrano la sfera della Saggezza che rappresenta la Vita riflessa precedentemente emanata dagli Spiriti della Saggezza. Forze di animazione – di coscienza animica – compenetrano così l’aura di Saggezza attorno a Saturno. Abbiamo un processo all’incirca simile a quello che avviene allorché, all’interno della vita animica dell’essere umano, il riflesso del mondo oggettivo, grazie alla funzione del cervello, viene compenetrato dalle forze della coscienza; allora ci creiamo dei concetti del mondo attorno a noi. Per esempio, il fatto dello svanire della luce diurna, percepito dai nostri sensi, riflesso dal cervello, e poi compenetrato dalla coscienza, può creare il concetto-notte. Questo processo è altresì il fondamento del linguaggio umano. Certamente oggi l’essere umano esprime lo stesso fatto mediante suoni e parole differenti a seconda delle siverse lingue, ma un tempo, in epoche da lungo trascorse, l’essere umano attraverso la formazione dei suoni e delle parole poteva esprimere ed indicare la vera interiore natura degli oggetti.

Possiamo sperimentare qualcosa di simile nel periodo dell’Antico Saturno, solo su una scala gigantesca e molto più possente. Mediante la compenetrazione delle forze della Saggezza con le forze animiche, che originano nell’attività degli Spiriti del Movimento, vengono creati concetti Archetipici, suoni Archetipici, e parole, sebbene non di una natura passiva e riflessa come nel linguaggio umano di oggi. Viene in essere una sorta di cosmico linguaggio Archetipico, che è creativo nella sua natura ed è un potere magico nell’Universo. E’ la Parola di Dio attraverso la quale furono fatte tutte le cose che esistono.

Possiamo trovare questo gradino di evoluzione scritto nella Costellazione del Toro. Essa può essere trovata tra la Costellazione di Perseo (al di sopra) ed Orione (al di sotto). Si può vedere unicamente la parte frontale del corpo del Toro, ma nel suo insieme assomiglia ad un animale di grande forza; il simbolo di fertilità. Questo processo primordiale di evoluzione ha lasciato la sua impronta nell’organismo umano. Se osserviamo la Costellazione come più che altro viene raffigurata, solo con la testa del Toro e le enormi corna, che si estendono nello spazio universale, allora abbiamo un’immagine della laringe umana e dell’orecchio interno. La testa è la laringe, e le corna sono i canali connessivi che portano all’orecchio mediano, ove minuscoli ossicini collegano la parte esterna dell’orecchio con la parte più interna.

Durante il periodo successivo dell’evoluzione dell’Antico Saturno, cominciano ad essere attivi altri Esseri Spirituali che vengono chiamati “Spiriti della Forma”. Essi irradiano forze nell’Universo che vogliono dividere ed individualizzare quel che è ancora unito in un unico immenso corpo planetario. Tuttavia il Pianeta è ancor meno capace di accogliere queste forze. Soltanto il riflesso di questa attività rimane con la sostanza. Questo riflesso agisce sul Pianeta in una maniera tale che la sostanza viene suddivisa in molti piccoli corpi, ed il Pianeta, che sino ad allora era stato un  unico singolo corpo, appare come un’immensa mora di gelso. I piccoli chicchi, risultanti dall’influenza individualizzante che emana dagli Spiriti della Forma, non possono raggiungere l’individualizzazione interiore durante questo periodo di evoluzione, ma essa ne produce una sorta di immagine esteriore: la divisione in singoli corpi. Questi singoli corpi diventano la formazione di tutte le successive molteplicità di esseri nel nostro Universo: in tutti i diversi regni dell’esistenza. Possiamo trovare rammemorato questo evento nella Costellazione dei Gemelli, che può esser rinvenuta in cielo ad oriente del Toro e al di sopra del Piccolo Cane di Orione. Essa mostra due esseri, simili ad esseri umani, che sono strettamente collegati l’un l’altro e nondimeno sono esseri individuali.

Il processo di divisione all’interno dell’Antico Saturno può anche essere trovato, come una specie di rimembranza, ancor oggi in natura. E’ il processo di divisione cellulare. Sappiamo che esso è il fondamento della crescita. Dapprima troviamo l’unica cellula originaria. Non appena essa è affetta dalle forze della crescita, si scinde in due. L’unicità è distrutta; comunque, viene creata al suo posto una duplicità, ed abbiamo l’immagine dei Gemelli. Poi, naturalmente, i due vengono scissi in quattro in quanto il processo della crescita prosegue, e così via. Così viene creata la molteplicità che, dopo un certo tempo, può avere anch’essa l’aspetto di una mora di gelso.

Questo evento è rimembrato anch’esso all’interno della forma umana, ma in una maniera molto peculiare. Esso è presente nella simmetria della forma umana. Che il nostro corpo abbia due lati, due orecchie, due occhi, due mani, due piedi, e così via, è dovuto a questa influenza. Questa duplicità ci separa dal resto del mondo. Essa rende possibile per noi il fatto di esistere all’interno di un corpo umano che è il fondamento per l’individualità. La simmetria mostra le ultime tracce di una lunga evoluzione, attraverso la quale la forma umana venne separata dalle forme contigue cosicché in essa potesse dimorare un’individualità. Anche gli atri gemelli – i piedi e le mani – separano la forma umana da ciò che è sopra e sotto. Anche questo è necessario per il libero sviluppo dell’individualità.

Ora siamo giunti a metà dell’evoluzione dell’Antico Saturno ove hanno luogo importanti cambiamenti e trasmutazioni. Sino a questo momento su Saturno tutto è ancora in una condizione più o meno animica. Abbiamo parlato di sostanza, ma questa sostanza è la Volontà, che è derivata dagli Spiriti della Volontà. In quanto Volontà, essa è ancora in una condizione animica. Nella prossima Lettera, vedremo come questa sostanza animica venga trasmutata in sostanza fisica nel periodo mediano dell’evoluzione dell’Antico Saturno.

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

Arcana Sapienza e Scienza dello Spirito: l’inganno del misticismo

Massimo Scaligero (2)

Poiché la Scienza dello Spirito non è “Rivelazione dall’Alto”, o “Arcana Sapienza”, o anche – nel senso migliore del termine, esso come poteva ancora essere inteso nel XVII e XVIII secolo – “Theosophia ” – bensì, appunto, una scienza basata, a partire da iniziativa umana individuale, sull’osservazione diretta dei risultati dei processi dell’anima e dello spirito, condotta “secondo il metodo delle scienze naturali”, forse sarebbe savio non coinvolgere nella ricerca della Conoscenza atteggiamenti animici e pratiche religiose come preghiere e simili.

Tali atteggiamenti e pratiche religiose – in sé rispettabilissime e perfettamente legittime – rispondono ad esigenze interiori diverse da quelle della esperienza scientifica della sfera spirituale. Tali esigenze interiori di tipo mistico e religioso, pur essendo appunto del tutto legittime e comprensibili, possono e devono avere la loro soddisfazione in una sfera e in un dominio diverso da quello della Scienza dello Spirito – la quale è appunto una “Anthroposophia ”, elaborata a partire dalla esperienza umana, e non una “Theosophia”, accolta a partire da una rivelazione superumana – e come tali non dovrebbero “invadere” la sfera della conoscenza spirituale rigorosa.

Rudolf Steiner parlando dell’attuale misticismo (egli parlava evidentemente di quello presente alla sua epoca, ma la cosa si impone ancor più radicalmente oggi), non ne contesta la possibile realtà, ma ne mette in evidenza la soggettività e aggiunge, in Scienza Occulta, che essa è più o meno una vicenda che riguarda il soggetto che la sperimenta, e che quindi, come tale, non può avere un valore universale, né su di essa si può basare una Scienza dello Spirito.

In Filosofia della Libertà egli pone in evidenza come nel misticismo si voglia “sentire”, quel che si dovrebbe voler conoscere. Naturalmente, la Scienza dello Spirito attraverso uno sperimentare conoscitivo di estremo rigore accende anche una novella vita del sentire, e trasforma radicalmente la precedente vita dell’emotività naturale, ma ritiene che un tale novello sentire nasca come risultato dell’accordo del pensiero volitivo e della volontà compenetrata dal pensare.

Per molti, soprattutto oggi, è difficile cogliere – per mancanza di esperienza interiore diretta – quella che potrebbe apparire una semplice sfumatura ed è invece una differenza radicale: quella tra l’emotività religiosa e mistica che muove, inevitabilmente coartandola, una vita animica sognante, ed il sentire che scaturisce da processi spirituali di conoscenza, che sono il risuonare dell’essenza sovrapersonale e impersonale dello Spirito nella volitiva attività conoscitiva che si attua nella più rigorosa e autonoma individualità personale.

Nei suoi Aforismi Giovanni Colazza mette in evidenza come l’entusiasmo per il pensiero puro sia il segno della maturità dell’anima. Rari asceti sentono un tale entusiasmo, perché nell’atmosfera rarefatta che si respira in tali altezze l’uomo animale va letteralmente in debito d’ossigeno, ovverossia si sente morire, e a tale morire della sua brama animale esso reagisce con la paura e l’avversione. Tale paura ed avversione per l’esperienza del pensiero puro può assumere le forme mistiche della esaltazione di una pretesa “via dell’anima”, accompagnata alla svalutazione della Via del Pensiero e della intensa pratica della concentrazione come possibile fonte di un “sublime egoismo”.  La Scienza dello Spirito offre esperienze conoscitive scientificamente attuate – secondo quella che Massimo Scaligero chiama “empiria radicale” – e non pratiche religiose, pur lasciando libero ogni individuo di soddisfare le sue personali esigenze in tale campo in domini diversi da quelli della esperienza scientifico-spirituale.

Può forse essere utile, dunque, chiarire la differenza tra una “Sapienza Arcana” o “Theosophia” nel senso antico e legittimo del termine, e una “Scienza dello Spirito”. Ho passato lunghi anni a conoscere ed approfondire quella che Rudolf Steiner chiama “Mistica all’alba dei nuovi tempi” – e bisogna sottolineare bene come egli distingua nettamente la Mistica, alla quale attribuisce grande nobiltà spirituale, dal misticismo sentimentale, che sovente si muove sul un piano ambiguo di sensuale emotività – e in Meister Eckhart, in Johannes Tauler, in Jan van Ruysbroeck, nella Theologia Deutsch, in Nicola Cusano, in Valentino Weigel, in Jacob Boehme, ho trovato veri tesori spirituali. E nei loro successori come Gichtel, Eckharthausen, Baader, Clausius, Oetinger in Germania, e William Law, Jeane Lead, Portradge, John Donne  in Inghilterra, Martines de Pasqually e Louis-Claude de Saint-Martin in Francia, per non dire nel nostro Dante Alighieri e nei Fedeli d’Amore, e in tanti altri che taccio per brevità, ne ho trovati altrettanti.

Una tale nobile Mistica o Theosophia era capace di innalzarsi sino alla percezione spirituale, talvolta sino alla vera e propria Iniziazione. In essi si incontra anche vera e schietta Conoscenza, una autentica Gnosi, e non mera sentimentalità come nel misticismo religioso deteriore. Ma la meraviglia di una tale realizzazione è irrepetibile: è – in quella forma – definitivamente trascorsa: ancora la costituzione occulta dell’uomo permetteva una vasta apertura al divino attraverso un sentire non del tutto umanizzato e fisicizzato. Dall’Alto scendevano rivelazioni e conoscenze, che – in quella forma – non sarebbero più possibili, perché la definitiva caduta del pensare nella riflessità cerebrale tutto guasta e corrompe, mettendo l’anima alla mercé di una torbida natura istintiva.

Quelle conoscenze erano autentiche, quella Gnosi era verace, ma la sua modalità – la Rivelazione dall’Alto, accolta in un’anima purificata e devota – non è e non può essere più la nostra. Ossia una tale Gnosi non è la conquista di un Io autocosciente che, elaborando lucidamente le forze dell’anima, conquista – dal basso – una Conoscenza sovrasensibile attraverso le facoltà elaborate nell’esperienza umana e terrena. Mentre in quella Mistica o Theosophia la Conoscenza o la Gnosi si inverava allorché le facoltà umane e terrene venivano messe a tacere: il nascente Io autocosciente umano veniva ancora visto – come nelle Metafisiche dell’Oriente – come costituente il maggiore ostacolo da superare perché la Luce e il Lampo della Gnosi si realizzassero nell’anima. Doveva essere fatto il “vuoto” e l’immobilità dell’anima di fronte ad uno Spirito, visto ancora come un Assoluto trascendente e non ancora come un Io immanente. Il silenzio e la preghiera erano gli strumenti di una tale mistica realizzazione.

Massimo Scaligero ha mostrato come oggi non si possa evitare, fuggendolo, l’umano, bensì come per realizzare lo Spirito sia necessità assoluta quella di esaurire in noi la natura caduta, l’umano-animale, incarnando sino in fondo l’Io: portando la volontà dell’Io nel pensare, sino a liberare per intensificazione cosciente la corrente del pensare dal supporto cerebrale, che lo paralizza e ne uccide la vitalità spirituale.

La Conoscenza spirituale, la Gnosi della più nobile Mistica, così come la Conoscenza metafisica dello Yoga, del Buddhismo, del Taoismo, dell’Oriente tutto, non sono perse per noi, ma possono essere ritrovate unicamente attraverso il Rito della Resurrezione del Pensiero Vivente dal cadavere della riflessità: e questo implica la più risoluta pratica della concentrazione, e della meditazione come concentrazione portata sino alla intensificazione contemplativa.

Questa è per noi la porta stretta dalla quale si può osare passare, superando l’inerzia ottusa della natura animale, gli ostacoli posti dalla passività dell’anima di fronte alla invadenza della vita somatica. La fatica – persino il tedio o l’arida indifferenza – che talvolta lamenta proprio chi in tale lotta interiore seriamente si impegna, lungi dall’essere un sintomo negativo di errore o di fiacchezza, è invece il segno che la natura umano-animale si sta esaurendo, che non ce la fa più, e che il suo ostacolo – come per uno schianto – sta per togliersi di mezzo: allora si inizia a praticare concentrazione e meditazione con forze che non vengono più dalla natura, o dall’anima passivamente asservita alla natura, bensì con le forze dell’Io, con le forze spirituali che si risvegliano oltre e malgrado il sonno somatico indotto dalla natura. Il sentimentale misticismo orante, invece, oggi è un comodo e sognate sguazzare nella più inferiore natura. L’asciuttezza dell’arida pratica della concentrazione prosciuga il mucillaginoso “umidore” di tale misticismo sentimentale, e porta direttamente all’esperienza spirituale.

Rudolf Steiner mette in evidenza la differenza tra una antica Mistica – rettamente intesa ed attuata, come nell’ascesi spirituale di talune poderose personalità dei secoli scorsi – e lo sfaldato misticismo sentimentale, coltivato soprattutto nella torbida atmosfera di un sensuale misticismo femminile cattolico, del quale Rudolf Steiner mostra tutta la patologicità, mettendo in evidenza il fatto che si tratta di un erotismo traslato sul piano astrale. Emblematica è la differenza tra la Mistica di un San Giovanni della Croce, che si eleva ad una autentica conoscenza iniziatica, e il misticismo sensualmente sfaldato di una Teresa d’Avila, la quale nelle sue esperienze, tutt’altro che indipendenti dal coinvolgimento corporeo, giunge a vere e proprie forme di orgasmo.

La tentazione misticheggiante è sempre in agguato nella Scienza dello Spirito, come seducente proposta di “sostituire” la dura fatica della Via del Pensiero, nella quale iniziaticamente si muore e si rinasce, con una via “religiosa”, con una via della morbidamente senziente “anima”, mediante la quale ci si può “accomodare” ad un percorso che non elimini la dipendenza dalla brama animale, ma la “sublimi” travestendola in forme accettabili per l’ego! La “via sostituita” può essere per taluni indubbiamente seducente, ma – come avverte Massimo Scaligero ne La Luce – ciò che seduce non libera!

Sorgete! Svegliatevi! Poiché il Sentiero della Liberazione e della Iniziazione è sottile, difficile da percorrere e pericoloso come il camminare sulla sottile lama di un rasoio tesa sullo spalancato abisso tra due sponde. Katha Upanishad – 1.3.14

SCIENZA DELLO SPIRITO

Un libro di Scaligero tradotto per l'area germanofona

Die Logik

Un libro conforme allo spirito delle origini

Massimo Scaligero:

La logica come avversario dell’uomo

La reincarnazione dei libri esiste. Forse così si dovrebbe comprendere il vecchio detto “Habent sua fata libelli” (Anche i libri hanno il loro destino) sebbene questa verità non sembra essere stata presa in considerazione fino ad oggi. Chi avrebbe l’audacia di scrivere oggi una storia della filosofia come una sequenza ritmica di incarnazioni di una determinata serie di libri? Per esempio partendo da “De principiis” di Origene circa u il suo ulteriore destino in “De divisione naturae” di Erigena, in “De vita rerum naturalium” di Paracelso, negli “Scritti di scienze naturali” di Goethe, fino a “La filosofia della libertà” di Rudolf Steiner. Il passaggio a una tale storia della filosofia, guardato sotto l’aspetto scolastico e tradizionale, sarebbe senza dubbio accompagnato dalla sensazione, come la dovrebbe vivere un botanico, quando venisse liberato su un prato in fiore dopo una lunga reclusione in un deposito di legname.

Non è un caso, che io abbia scelto la la sopraccitata serie di libri.

La stupefacente opera di Massimo Scaligero mi ha riempito di sicurezza già dalla prima pagina che quella serie di libri è stata continuata nei nostri tempi e se non oso definire questo libro una diretta incarnazione fisica del capolavoro (chef d’oeuvre) di Rudolf Steiner, garantisco però senz’altro la connessione eterica. (I grandi libri, come le grandi individualità non si incarnano sempre nel fisico, ma si accontentano anche di un’esistenza eterica o astrale).

Forse non ha molto senso presentare tali libri nel senso di volerli interpretare con parole proprie. Leggendo ci si deve immergere profondamente e solo allora portarli fuori non con una propria interpretazione bensì con i propri pensieri trasformati. Lo dico senza tanti preamboli: l’impressione era inaspettatamente sbalorditiva. La grande filosofia mi sembrava veramente, secondo il testo  di Husserl “La crisi della scienza naturale europea…” una “per-sempre-addormentata”… Lo stesso Heidegger, malgrado tutti i suoi talvolta sorprendenti raggi di luce, aveva l’aspetto di una cupa mistica nuvola, che copre il gigantesco e direi quasi già invisibile sole. Il libro di Scaligero mi ha accecato nel vero senso della parola, non come un bagliore arabico-newtoniano di un conglomerato meccanico, ma con quella fonte di vita alla maniera di Goethe o di Giovanni. Poi mi venne in mente che non si trattava per niente solo di un’opera filosofica, bensì di un libro-mistero, una specie di iniziazione nel sacramento del pensiero. Il titolo del libro stranamente non corrispondeva al suo pieno contenuto: “La logica come avversario dell’uomo” (con una visibile reminiscenza di “Lo spirito come avversario dell’anima” di Klage, secondo me un’allusione superflua, che del resto manca nel titolo originale “Lalogica contro l’uomo”), questo concordava solo con la prima parte del libro, ma non alludeva per niente alla seconda, in cui si tratta della trasformazione della logistica divenuta morta in una logosistica e in cui, quindi, il confronto passa organicamente all’armonia generale: la logica per l’uomo. Sì, un libro-mistero che conduce il lettore attraverso gli infiniti riti dell’orrore della moderna mancanza di pensiero e lo porta sulla via del pensare.

La prima parte – “Il mito della scienza” – sembra essere proprio una specie di Kama-loka dell’attuale filosofia in cui l’idolo cartesiano-kantiano che si è appropriato da usurpatore tutti i diritti sull’Io, in una frappante panoramica degli eventi postumi è dato alla purificazione di sé. E’ significativo che la struttura stessa della prima parte è stata trattata, direi quasi, in modo regressivo, cominciando dall’immagine totale delle “Forme logiche del declino interiore” fino al punto di partenza del “Il realismo ingenuo codificato: la nuova logica analitica”. In fondo si potrebbe definire tutta questa prima parte anche come  una logica e concreta realizzazione delle raccomandazioni che purificano il pensare nella teoria della conoscenza di Rudolf Steiner (del “Maestro dei Nuovi Tempi”, come è chiamato nel libro di Scaligero). Si richiami alla memoria queste raccomandazioni: “Se ora si dice: elimino tutte le definizioni mentali conseguite mediante la percezione della mia visione del mondo e trattengo solo quello che appaia all’orizzonte delle mie osservazioni senza che io faccia qualcosa, allora ogni malinteso verrà escluso” (“Verità e scienza”). E ancora: “Se si vuole veramente comprendere il conoscere in tutta la sua reale entità, si deve indubbiamente comprenderlo anzitutto dove è esposto al suo inizio, dove comincia” (sic). Questo suona estremamente semplice e chiaro, ma solo colui il quale ha provato a realizzare quel che è stato detto sa quale enorme abisso sta nascosto dietro a queste parole. Qui la teoria della conoscenza sperimentò per la prima volta una valenza di mistero iniziatico, perchè non posso definire diversamente queste affermazioni di Rudolf Steiner che non come la preparazione del pensiero (in fondo l’abitudine agendo solo come pilota automatico di frasi fatte) all’incontro con il Guardiano della Soglia e la sua vera scaturigine, dov’è attribuito al pensiero incantato da una nomenclatura narcotica, di riconoscere la sua origine in un alto grado angelico. Quindi era quello che era stato espresso in maniera metodicamente così dura in questo libriccino “Verità e scienza”, implicante nient’altro che l’iniziazione attraverso la morte – la morte di tutte le definizioni pensanti raggiunte tramite la conoscenza – e una riduzione della coscienza al grado zero, cioè a tale vuoto originario secondo cui la conoscenza non poteva essere nessuna sciocchezza di tutti i generi di sistemi e discorsi, bensì solamente un esame eseguito davanti alle Gerarchie ed una licenza per collaborare con loro alla creazione continua del mondo. In questo modo trovo il motivo per cui il filosofo Rudolf Steiner è stato logicamente passato sotto silenzio dai filosofi del XX secolo – accoglierlo, seriamente parlando, significherebbe pronunciare irrevocabilmente su se stessi una condanna a morte.   Forse Husserl era l’unico che osò questa purificazione della coscienza dalla stalla di Augia – stranamente senza avere una pallida idea di Rudolf Steiner e partendo soltanto da una fonte di verità profondamente sentita. (Del resto a questo punto sarebbe importante seguire la sua relazione intellegibile attraverso la ‘mediazione’ di Franz Brentano) Ma Husserl stesso non si decise ad andare fino in fondo rispetto all’inizio – in modo bello e profondo ha parlato di ciò Michael Kirn nella sua introduzione al libro di Scaligero. Nel sopraccitato libro questa grande autopurificazione del pensiero si è ora realizzata in modo radicale (“radicale fino al delitto”, come avrebbe detto Nietzsche).

Comunque io temo che anche questo libro sarà circondato dal complotto unanime dell’occultamento filosofico. I filosofi si sono abituati strettamente al “comfort” e alla “praticability” del pensare. Se gli psichiatri americani, svolgendo un incarico del rettore di un “college”, sono riusciti a diagnosticare come…schizofrenico l’autore della “Fenomenologia dello spirito”, che cosa resterebbe da dire sul probabile destino in questo mondo del libro di Scaligero? Non si dovrà tuttavia perdere la speranza. Non è da escludere che un bel giorno appaiano altri psichiatri profondi, la cui diagnosi sarà totalmente contraria, pressapoco nel modo seguente: tali libri, come quello di Scaligero, non sono per niente trattati filosofici, bensì una “conditio sine qua non” della salvezza animica. Chi rifiuta la purificazione offerta da essi e la Via, si condanna a priori al…cretinismo, dal quale nessuna cattedra e nessun premio Nobel potrà salvarlo. Crede esperto.

                                                                                                                  Karen Swassjan

Massimo Scaligero: Die Logic als Widersacher des Menschen. Verlag Urachhaus. Stuttgart  1991 

Questo scritto apparve sul Das Goetheanum del febbraio 1992

L’amico Franco lo pubblicò, tradotto, su l’Archetipo, come parte di una risposta ad un lettore. Con il suo permesso metto questa critica su Eco. Interessante la casa editrice. E’ quella della Comunità dei Cristiani. Interessante anche il fatto che il libro non abbia mosso un pelo delle grandi anime (antroposofiche) attive nell’area germanica. 

SCIENZA DELLO SPIRITO

SOLE CONOSCENTE

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SOLE CONOSCENTE


L’IDEARE INTUISCE ACUTE CONNESSIONI FRA I PROBLEMI PROSPETTATI :

AUDACI CONGETTURE ILLUMINANO L’OLTREPASSARE CIO’ CHE SI CONOSCE.

APICI INTELLETTIVI COLLEGANO LE MASSIME PROFONDITA’ INTUITIVE CONSEGUITE.

 

MA TUTTO E’ PRIVO DI POTENZA POICHE’ MANCA LA PROFONDITA’ MORALE DEGLI EVENTI.

 

MANCA UN ESSERE VIVENTE CHE COMBATTA FRA GLI ENTI CONOSCIUTI.

 

MANCA IL SILENZIO IN CUI L’IO POSSA CONSACRARE L’ORO DELLA FOLGORE NASCENTE.

 

QUANDO IL NUME DELLA FIAMMA NON E’ ANCORA NATO NELL’ASCESI DELL’IDEA

NON PUO’ VIVERE COME COSMICA BATTAGLIA CIO CHE REDIME CONOSCENDO.

 

EPPURE SOLO QUEL PIANO DELLA LOTTA HA LA PROFONDITA’ CHE MANCA NEI PENSIERI.

SOLO QUEL VIVERE NEL BENE PIU’ COSCIENTE PUO’ RENDERE LA CONOSCENZA AL MONDO.

SOLO LA FIAMMA DELL’ETERICO SANARE PUO’ CONOSCERE

CIO’ CHE LA VITA DEL SOLE INTELLIGENTE GLI AFFIDA COME ENTI IN CUI LOTTARE.

 

LA CONOSCENZA E’ LOTTA CHE DIVAMPA SENZA ATTIMI DI POVERA ASTRAZIONE.

SENZA DISEGNI AUDACI TRACCIATI NELLA CENERE DEL NULLA

IN CUI COMUNQUE E’ IL MALE A COMANDARE.

 

GELIDO MINERALIZZARE DISQUISENDO IN CUI L’ANIMA SPROFONDA.

 

LEGITTIMO E’ PENSARE NEL VUOTO SENZA SENSO

PURCHE’ COME TALE LO SI SAPPIA DISVELARE

ANELANDO AL VERO POTERE DELLE ESSENZE.

 

IL VIVENTE E’ FUOCO MORALE CHE DIVAMPA OLTRE LA SOGLIA DEL MENTALE RAFFORZATO

CHE ABBIA L’AUDACIA DI CONCEPIRSI ETERNO NEL LAMPO DELLA FIAMMA REDIMENTE.

 

NELLO SCOCCARE DEGLI ETERICI DISEGNI

CHE LOTTANO PER VIVERE IL DIVINO CONSACRARE

IMMETTENDO VOLONTA’ ATTINTA NEL SILENZIO.

 

OGNI VITA IMMERSA NEL RETORICO INTELLIGERE DEVIANDO

E’ COMUNQUE INTRISA DI POTENZE CHE BRAMANO ADDENSARE

LA CUI VOLONTA’ E’ PIU’ CHE UMANA POTENZA DEGLI INFERNI SPALANCATI.

 

CONTRO TUTTO CIO’ OCCORRE LA PIU’ CHE UMANA VOLONTA’ DEI CIELI SFOLGORANTI

CHE NEL RISPETTO ATTENDONO IL SILENZIO DI CHI CONTEMPLI NEL PENSIERO

LA POTENZA CHE NELL’ATTIMO COSCIENTE AVVOLGE L’IO NELL’ORO DEGLI DEI.

 

ORO DEL LOGOS E FOLGORE OPERANTE CHE ATTENDE DI SCOLPIRE I NUOVI CIELI DELL’UMANO CONSACRATO.

 

ATTO DI LIBERTA’ CHE OLTRE L’UMANO ATTENDE DI OPERARE

RICOLLEGANDO AI CIELI L’IMPOSSIBILE DIVINITA’ REALE DELL’UOMO CEREBRALE.

 

ALATO DELLE FOLGORI NUME DEL PENSIERO CHE L’INTELLETTO RICONNETTE AL SOLE.

 

LOGOS SOLARE DELL’IDEA NELL’ATTO DI SCONFIGGERE GLI INFERNI.

NEL CONTINUAMENTE DA RICONFERMARE ATTO DI ETERNITA’ DELL’IO NEL SOLE.

 

ASCESI DEL PENSIERO E SUO CONTINUO RITO DELL’ERIGERE VIVENTE.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

Marie Steiner-von Sivers: l’essere del coraggio

Marie Steiner

La prima persona che mi parlò di Marie Steiner, la fedele compagna di tante lotte e di vita di Rudolf Steiner, fu Massimo Scaligero e ciò – me ne ricordo benissimo – sin dal mio primo incontro con lui. Massimo parlava di Marie Steiner come di un essere spirituale eccezionale, coraggioso, addirittura eroico, e parlava di lei sempre con profonda venerazione e sincera ammirazione. La cosa mi colpì talmente che io, sin dai miei primi passi nel sentiero della Scienza dello Spirito, cominciai a cercare d’indagare, per quel che potevo, circa il mistero profondo che circondava, come un insolubile enigma, questa elevata figura spirituale.

Mi resi presto conto che essa, in realtà, non solo non era stata minimamente compresa dai più ( per una sorta di opaca e ottusa sordità dell’anima ), bensì veniva addirittura misconosciuta e avversata proprio da coloro che, per debito di gratitudine e per quel sincero culto della verità che dovrebbe accompagnare sempre un autentico ricercatore spirituale, più avrebbero dovuto difenderla e amarla. Ma, si sa, è più facile trovare la pietra filosofale, capace di trasformare agevolmente il piombo in oro o un contadino, di animo semplice e buono, in un angelo sapiente, che non la gratitudine nel cuore degli uomini. Spesso il cuore degl’intelligentissimi nostri contemporanei – mai come oggi l’intelligenza è stata cosi inflazionata: Massimo affermava che oggi sono tutti fastidiosamente intelligentissimi – soffre di quella sclerocardia che intorpidisce e indurisce la sensibilità interiore, chiudendo così l’anima di fronte al riconoscimento di qualsiasi forma di grandezza spirituale. Tale durezza di cuore nasce ( e a sua volta genera ed alimenta ) dalla paura e dall’odio nei confronti dello Spirito. Tale odio è profondamente annidato nella natura umana e sarebbe savio il riconoscerlo affrontandolo, e nel tempo liberarsene, non certo il coltivarlo e l’accrescerlo. Di tale odio fu a lungo bersaglio, fuori e dentro gli ambienti antroposofici, Marie Steiner, per la sua fedeltà al Dottore, per la sua libertà interiore, per il suo amore incondizionato per la verità.

Alcuni anni dopo la morte di Massimo, parlavo con un amico e fedele discepolo svizzero, Jakob Streit, ormai molto anziano, di Marie Steiner. Egli, dopo aver rievocato con commosso calore la figura di lei, mi disse nel suo stupendo francese: “ Marie Steiner era una Regina della Verità: ella era decisa nemica di ogni ambizione, di ogni recitazione spirituale, di ogni finzione, di ogni diplomazia o politica ”. E questo non la faceva certo amare, soprattutto dai vanitosi e dagli arrivisti i quali, per emergere ed affermarsi, non esitavano – e non esitano oggi come allora – prima ad “usare”, per fini propri, che non sono certamente fini spirituali, l’opera e la figura di Rudolf Steiner, per poi  metterla in ombra a loro proprio beneficio e a quello delle Potenze Ostacolatrici.

Una delle tragedie spirituali più grandi del passato ventesimo secolo è stata il venir meno del movimento antroposofico alla missione e ai compiti assegnatigli dal Mondo Spirituale attraverso il Maestro dei Nuovi Tempi, a causa delle lotte tra personalità e fazioni che perseguivano finalità personali tutt’altro che limpide, per raggiungere le quali da parte di dette fazioni si ricorreva usualmente a strategie aggressive, a calunnie, a diffamazioni, oppure a tatticismi politici, ad alleanze temporanee e trasversali, ad operazioni diplomatiche di vario tipo. Ora, di tutto ciò Marie Steiner era nemica giurata. Per la qual cosa si verificò il fenomeno apparentemente inverosimile ( ma non poi così tanto… ) dell’alleanza di tutti coloro i quali – pur tra loro nemici inesorabili in quanto arrivisti ambiziosi e concorrenti – si coalizzarono riversando odio menzogne e calunnie contro colei che, per difendere l’Opera di Rudolf Steiner, smascherava i loro sordidi interessi, i loro travestiti tatticismi, i compromessi, la loro irrimediabile mediocrità. Ella vedeva come forze disgregatrici di ogni movimento spirituale da una parte l’ambizione e l’arrivismo e dall’altra la vuota sentimentalità e il falso misticismo. Ambedue queste forze sono il risultato del fallimento dell’impresa interiore, deviazioni delle forze originarie dell’anima rispetto alla severità di un impegno spirituale che, per essere autentico, esige energia, slancio, dedizione assoluta.

Un’altra personalità, stretta collaboratrice di quel Lascito che, per volontà di Marie Steiner cura da decenni come compito sacro l’esatta pubblicazione e la diffusione dell’opera del Dottore, in vari colloqui avuti con lei mi descriveva la potente vita interiore – tutta dedita alla pratica della meditazione – della compagna spirituale di Rudolf Steiner, il suo stile di vita addirittura ascetico, la sua disponibilità umana, l’apertura e la generosità nei confronti di quei cercatori spirituali, spesso solitari, che chiedevano il suo consiglio, e talvolta un aiuto, nel cammino interiore intrapreso verso l’Iniziazione.  Mai tale ricorrere a lei fu vano. Molti verificarono quanto vasta e profonda fosse la sua esperienza nel guidare i discepoli del cammino spirituale. Un tale aiuto e orientamento di Marie Steiner nei confronti dei praticanti volenterosi risultarono tanto più preziosi in quanto in àmbito antroposofico la pratica interiore degli esercizi, della concentrazione e della meditazione, furono a lungo – e spesso lo sono ancora – osteggiati e sconsigliati come pericolosi. Il che equivale a svalutare e a calunniare il dono prezioso del Mondo Spirituale portatoci dal Maestro dei Nuovi Tempi. La gravità dei tempi non consente indugi in rimedi illusori e chiunque ami veramente lo Spirito non può non sentire prepotente l’impulso a donarsi con tutta l’anima alla pratica realizzatrice dello Spirito. Da questo punto di vista Marie Steiner costituisce un esempio luminoso per tutti coloro che aspirano all’Iniziazione.

La mia volontà di approfondire la figura spirituale  della compagna di Rudolf Steiner  nasceva dal sentire in lei l’incarnazione del più alto coraggio, di quel coraggio che intuivo essere necessario per percorrere l’arduo sentiero da me scelto. Lo stesso inaudito coraggio che contemplavo vivente in Massimo Scaligero, in colui che spesso sulle pagine de LArchetipo è stato chiamato – espressione mirabile – Il Maestro d’Occidente. Ma la mia volontà di ricerca del mistero di Marie Steiner si scontrava con la mia inevitabile inadeguatezza e con l’abissale profondità di tale mistero.

La persona amica, curatrice del Lascito del Dottore, Hella Wiesberger, mi aiutò rendermi conto della grandezza di Marie Steiner e della ingenuità, anche se comprensibile, del mio tentativo. Mi fece conoscere  le parole  del Maestro su lei, riferite nel 1944 da Johanna Muecke alla euritmista russa Tatiana Kisseleff, che le trascrisse nelle sue note biografiche su Marie Steiner: “ Quando le chiesi se avesse annotato qualcosa sulla vita di Marie Steiner – la conosceva  dal 1902 – rispose che questo era impossibile, dal momento che secondo, Rudolf Steiner, Marie von Sivers era un essere cosmico ”. Anche Emil Molt, il cui nome è legato alla fabbrica di sigarette Waldof-Astoria, si sentì dire dal Dottore nel 1923: ” E’ impossibile scrivere una biografia di Marie Steiner, perché lei è cosmica ”.

E’ dalla sua comunione con l’Anima del Mondo, ossia dal suo essere cosmico, che Marie Steiner traeva il suo smisurato coraggio, la sua grandezza d’animo, la vastità del suo nobile cuore. Ed ella pose incondizionatamente tutto ciò al servizio dell’impulso spirituale portato nel mondo da Rudolf Steiner. E trasformò totalmente se stessa con la disciplina spirituale per servire nel modo migliore, con tutta se stessa, tale luminoso impulso. Non tutti nel movimento antroposofico erano pronti ad accogliere la forza di un tale impulso. Ciò si manifestò, già all’epoca di Rudolf Steiner, come una forma di sorda o aperta opposizione nei confronti di Marie Steiner. Ciò sfociò in forme di avversione nei confronti di lei. Il Dottore ebbe a dire una volta a Clara Walther: “ Vedete, dietro Frau Doktor vi è una forza spirituale così potente che molte persone non possono sostenerla. Nei suoi confronti, taluni perdono addirittura il loro contegno”.  Ciò non poteva  che suscitare contro di lei le reazioni più violente di avversione, suscitate da ignoranza, incomprensione, pavidità, turpe viltà. Tatiana Kisseleff, amica personale oltre che allieva di Marie Steiner, così scrive su di lei: Il tratto fondamentale del suo carattere mi è sembrato essere la donazione di se stessa:portava gl’impulsi sovrapersonali di un’altra spiritualità. Mentre altri la vedevano arbitraria, soggettiva, ingiusta, priva di competenza e poco conoscitrice degli esseri umani, io invece potevo vedere come, tramite lei, si manifestasse un giudizio cosmico, in certo qual modo, un tribunale cosmico. Sentivo in tale modo anche allorché si trattava direttamente di me”.  La sua impersonalità era ciò che urtava la natura troppo personale, umana troppo-umana, di tanti che “sfiorano” la Via Vera senza giungere alla compromissione di tutti se stessi allo spirito. Una tale impersonalità richiede quel coraggio di sacrificare l’effimero personale, il coraggio di Marie Steiner, il coraggio di Massimo Scaligero.

I problemi che si manifestarono all’epoca di Rudolf Steiner hanno continuato a ripresentarsi nel tempo, e riguardano tuttora quella che Massimo amava chiamare la Comunità Solare. La fedeltà alla Via Solare richiede coraggio, il coraggio nasce dalla conoscenza e dal sacrificio della natura inferiore. Sacrificare la natura inferiore è un atto d’amore nei confronti dell’eterno. Da un tale sacrificio nascono all’anima le ali che sollevano al di sopra degli aspetti illusori del mondo che così facilmente avvincono l’uomo debole e bramoso. Massimo scrisse che: “ Solo un sacro amore nato dalla conoscenza può restituire all’uomo la chiave perduta della conoscenza”. Marie Steiner mostrò che non esiste amore senza coraggio e che  non esiste coraggio né conoscenza senza Amore.  

SCIENZA DELLO SPIRITO

Il Fuoco e il Sacrificio

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«L’uomo che tenda alla reintegrazione non può non incontrare gli ostacoli che riguardano la normale condizione umana: lungo il sentiero non può non trovarsi dinanzi quelle barriere che arrestano la vocazione dell’uomo comune e lo costringono a rimanere ciò che è. A un dato momento queste barriere mostrano il loro potere di dominare ferreamente ciò che è possibile all’uomo in quanto semplicemente tale. L’arte è allora vedere sino a che punto giunga questo potere: a lato allo sperimentare umano, il pensiero libero dai sensi può dare simile conoscenza. D’onde la possibilità del libero imaginare, cioè del superamento del limite umano».

Massimo Scaligero

(L’Uomo interiore, Ed. Mediterranee, Roma 1976, p. 94)

È inevitabile per il cercatore spirituale, che voglia essere completamente sincero con se stesso, di partire da quello che egli concretamente è, dalle forze limitate e dalla ancora parziale consapevolezza che possiede. Talvolta il sentiero del cercatore spirituale ha al suo inizio una crisi radicale che travolge le certezze umane, intellettuali, morali – in verità di consistenza solo apparente – della vita cosiddetta “normale” e scuote violentemente tutta la struttura interiore dell’uomo. Questa crisi – radicale – è forse il momento piú prezioso di tutto il suo cammino, quello più intenso e sincero, nel quale il cercatore vede – in taluni casi per la prima volta – in maniera inattenuata il vero aspetto della condizione umana generale, e, soprattutto, quella sua individuale, personale. Questa crisi è il principio del cammino spirituale: principio non tanto, o non solo, in quanto inizio temporale dal quale si prendono le mosse per la ricerca, ma soprattutto come situazione-limite, come stato interiore dell’anima nel quale l’urgenza e il pericolo hanno fatto emergere forze che, altrimenti, avrebbero vegetato nel sonno torpido e ottuso di una condizione vitale e animale indisturbata: in una condizione, appunto, “normale”.

È indubbiamente una crisi molto pericolosa, che sommuove dal profondo dell’anima tutte le forze dell’essere umano, così che questi è costretto a far fronte ad un’emergenza, che violentemente travolge tutto ciò che vi è di autentico in lui e nel mondo attorno a lui. Crisi che il suo essere cosciente – limitatamente cosciente – non ha voluto e che il Destino gli ha portato incontro come un enigma che è per lui vitale sciogliere, come una prova estrema da superare. L’emergenza mette in evidenza quanto poco cosciente, appunto, sia la sua coscienza, quanto radicalmente egli s’inganni sulla saldezza delle proprie “certezze”, quanto relativi, o addirittura falsi, siano i “valori” ai quali, prima della crisi, con ingenua fiducia si affidava e che costituivano la “concretezza” e la “normalità” della sua vita. Se, per viltà o per “ignoranza”, tenta, o s’illude, di evitare l’affrontare la prova – che irrompe repentina e violenta – la crisi può avere un esito catastrofico, addirittura letale.

Non sempre all’inizio della Via vi è questa crisi totale, ma – per quanto ciò possa sembrare paradossale – il verificarsi di essa è da considerarsi un evento particolarmente felice, addirittura un prezioso dono del Cielo, del quale ci si accorgerà presto di dover essere grati, come di un privilegio raro che il destino ci concede, perché questa crisi ci offre l’occasione di un energico risveglio interiore, di una trasformazione decisiva, che può giungere sino alle radici più profonde e nascoste della nostra anima. A quel momento decisivo il cercatore dello Spirito può sempre di nuovo riportarsi: può evocarne l’intensità, il potere risvegliatore e purificatore. In effetti, l’emergenza improvvisa, l’evento critico, ha il potere di mobilitare le forze più energiche dell’Io ed evoca il clima vero dell’anima nel quale si deve svolgere l’ascesi, perché questa sia feconda: dà la misura dell’intensità della forza che ogni volta deve essere impegnata nell’esercizio interiore.

L’aiuto più prezioso della crisi, il suo dono veramente inestimabile, è il dissolvimento della sensazione di apparente “normalità” della vita abituale, cioè il dissolvimento o la demolizione di quella menzogna che stempera l’aspetto tragico dell’esistenza – che è il suo volto autentico – diluendolo nelle banalità della tran-tranquillità quotidiana, e spegne, narcotizzandola, la percezione intensa, anche se dolorosa, dell’urgenza dell’azione interiore che la condizione di pericolo, o la prova estrema, sollecita. La sensazione dell’apparente “normalità” del vivere solito è soltanto un’abitudine emotiva, ossia il ripetersi passivo, sempre più meccanico, di uno stato d’animo obbligato, che venendo subìto in forma sempre meno cosciente, arriva a diventare uno stato cronico, una vera e propria memoria organica, profonda, che come una falsa spontaneità prevarica sull’Io e impone il modo “naturale” di vedere e di agire nel mondo. Questa ipnotica abitudine alla “normalità” ha un effetto anestetizzante – ossia desensibilizzante – sulla coscienza, la cui consapevolezza si abbassa e, come conseguenza di questo intorpidimento, cessa la tensione della volontà, la sfrangia e la disperde, sino a che non vi è più presa su una volontà ridotta al sonno e alla paralisi. Per molti – per i più ormai – è addirittura inconcepibile e indesiderata una condizione dell’uomo diversa da questo turpe servaggio.

Il dissolvimento dell’aspetto di apparente “normalità” di una vita, la cui spenta routine è basata sulla visione ottusa e pigra di certezze approssimative e di valori limitati e scontati, porta l’asceta, che vuole realmente percorrere l’aspro sentiero della realizzazione spirituale, ad attuare coraggiosamente lui stesso, per iniziativa autonoma, quest’opera di destabilizzazione della assestata “normalità” animale, a voler vivere in uno stato interiore di mobilitazione permanente di tutte le proprie forze, ad impegnare in maniera incessante la volontà consacrata in una disciplina alacre, intensa, fervida, serrata, volta ad affrontare risolutamente ogni limite interiore incontrato, a combattere instancabilmente, per superarlo, ad amare, con nostalgia appassionata, questo stato interiore dell’anima assetata d’Assoluto, che non si acquieta nella “normalità” di un’animalità indisturbata, ma è teso a superare con slancio quella barriera con la quale la “natura” domina ferreamente coloro che subiscono passivamente il suo tirannico imperio e contro la quale s’infrangono gli sforzi pavidi ed indecisi di coloro che spensieratamente “giuocano” con lo spirituale e che vorrebbero ridurlo al proprio fiacco livello, per evitarne la travolgenza trasformatrice.

Se al principio del sentiero spirituale non si verifica questa crisi totale – che, ripetiamo, oltre che necessaria è “felice”, “fausta”, in definitiva “augurabile” – è molto difficile che si abbia, nel procedere, l’energia richiesta per una trasformazione radicale di sé. È veramente difficile che si abbia questa energia, perché non se ne scorge la necessità: restando immutata la visione del mondo e della vita, non venendo incrinati dalla crisi e fatti vacillare gli illusori valori sui quali ci si appoggia, non si ha la forza di percepire che la condizione umana è una condizione ad alto rischio, una situazione pericolosa, tutt’altro che stabile e salda, anzi, estremamente fragile e precaria, per la quale sarebbe oltremodo salutare – e salvifico – lo scuotersi dal tramortito sonno della visione “normale” delle cose e della vita e il vincere – ed è necessario lottare per farlo – il modo “normale”, “naturale” e “spontaneo” di un comportamento creduto autonomo e nostro, mentre è soltanto il segno di quanto siamo dominati e giocati da Deità Avverse.

Nella via egoica, si accoglierà dello Spirituale quel tanto che non incide ed altera l’andamento più o meno tranquillo o agitato – a seconda della “natura” che ci domina – della vita abituale. Ovverosia, il centro dell’esistere sarà costituito dal fatto che si mangia, si beve, si lavora, si gioisce e si soffre, si perseguono le proprie varie ambizioni, grandiose o meschine, comunque illusorie: tutto questo lo si chiama “vivere”, lo si ritiene un valore assoluto. A lato di questo “vivere” vi sarà, perifericamente, come comoda cornice egoica, una spiritualità timida e consolante, oppure una spiritualità “culturale”, intellettualmente “interessante”, che porti una nota di colore e un po’ di varietà nella noia esistenziale e nella vacuità sostanziale di un “vivere” spento e ripetitivo, che è un morire e un decomporsi dell’anima, al quale non si ha la forza – per comodità – e il coraggio – per viltà – di opporsi. Per questa ragione, per questo stato di menzogna rispetto alla situazione di concreto pericolo, che si evita di conoscere, e di diserzione con la quale ci si sottrae all’impegno di lottare per lo Spirito, la via egoica impedirà che si proceda oltre i primi passi, paralizzando ogni sforzo che possa destabilizzare lo stagnante status quo.

Nella via eroica, la crisi radicale demolisce tutto ciò, mostrandone l’irrealtà e la distruttività. Il discepolo si accorge dello stato di sordità e di opacità spirituale nel quale era immerso e della paralisi della sua volontà vera, quella capace di movimento autonomo rispetto alle sollecitazioni della “natura”. Al centro del suo esistere viene ora a porsi, come necessità vitale, la ricerca della conoscenza spirituale, la realizzazione del suo autentico essere interiore. Lo Spirituale diviene per lui l’essere reale, concreto, centrale del suo esistere, e l’impegno ascetico è ciò attorno a cui ruota, tutta intera, la sua vita che anela a rispondere al richiamo dell’Assoluto. Questa è per lui la necessità vitale: rispetto ad essa la vita esteriore, che pur vive, con le sue gioie e i suoi dolori, con le sue necessità e i suoi drammi, con i suoi doveri ai quali non si sottrae, diviene provvisoria, contingente: periferica rispetto alla concentrazione interiore continua, intensa, fervida, che la sua consacrazione alla Via spirituale, in quanto via eroica, esige. Ovviamente è inevitabile vivere, e il vivere ha giustamente, al suo livello, le sue necessità, i suoi impegni, che comportano doveri e responsabilità. Ma in quanto valore apparente, illusivamente autonomo, questa vita esteriore, contingente e periferica, se è vista come realtà in se stessa e come scopo a cui volgersi, diviene il campo della frantumazione e della dispersione, proprie alla molteplicità esteriore, contrapposta all’unità e alla concentrazione dell’essere interiore. Nel suo risuonare nell’anima e nell’afferrare il sentire, l’apparire consuma e oscura la vitalità spirituale, erode e paralizza le forze del volere. Alla presa illegittima dell’apparire, l’asceta si sottrae, svincolandosi, “morendo al secolo” – come dice un antico testo ermetico – ossia al mondo, pur rimanendo attivo, cosciente e sensibile nel mondo. È un morire al passivo e involontario assenso che il nostro essere istintivo, “naturale”, “normale”, vorrebbe dare, come in passato, ai valori irreali dell’apparire del mondo, che non è il mondo.

Abbandonata la riva falsamente rassicurante dell’antico modo di esistere, che ora, in conseguenza di questa voluta morte dell’essere apparente, si realizza vuoto e inconsistente malgrado le sue molte lusinghe, ci si inoltra a guadare una perigliosa corrente, e si avverte la necessità di conquistare, con fatica e lotta, nuovi valori e nuove, meno peregrine, certezze. Con la lena di chi tende ad una mèta fortemente anelata, si moltiplicano gli sforzi che, procedendo nel cammino, crescono in numero, intensità e durata, e arrivano a coinvolgere tutto l’essere cosciente. È mutata alquanto la visione del mondo e della vita, e i nuovi valori, ai quali si fa riferimento, sono il risultato di duri sforzi, di aspre lotte, di insistenza tenace oltre ogni sconfitta, oltre ogni inevitabile fase di oscurità e di aridità. Tutto ciò fa procedere per un lungo tratto nel cammino. Poi vi è l’arresto e nuovamente la crisi.

La crisi che sopravviene sembra non abbia possibilità di superamento, in quanto sopraggiunge allorché nell’ascesi – sempre che non ci si sia risparmiati, ovvero non si sia seguita la via egoica – si sono esaurite tutte le forze delle quali si disponeva, ed anche i valori, conquistati a prezzo di dedizione e sforzo, mostrano di essere, a questo punto, anch’essi contingenti e relativi. Per quanto preziosi, anzi assolutamente necessari, si siano dimostrati nel cammino sino ad allora percorso, essi ora mostrano la loro relatività e provvisorietà e, per quanto siano stati utili nella loro trascorsa funzione, oramai esaurita, si rivelano adesso incapaci di farci superare il sopraggiunto limite che ci arresta. Per quanto si continui con ostinata tenacia nell’ascesi, ci si avvede che, continuando così, non si procederà oltre. Ci si senti di fronte ad un abisso che non si riesce a varcare, ad una parete di impenetrabile roccia che non si riesce a superare. Tutto ciò può condurre alla disperazione. Si è coscienti che non si può tornare indietro, che il sentiero percorso è franato o scomparso alle nostre spalle e che questa crisi, qualitativamente diversa dalla precedente, è, come quella, decisiva e altrettanto pericolosa. Se prima si trattava di “morire al mondo”, ora si tratta di “morire a se stessi”, e questo è qualcosa che costa moltissimo, perché si tratta di morire non a un mondo profano e fatuo, del quale si scorgeva la vacuità, bensì a quanto ci siamo duramente conquistati, a quanto è diventato “noi stessi”, al prezzo di superamenti, sforzi, rinunce.

Ancora una volta è necessario essere completamente sinceri con se stessi e riconoscere che i “valori” conquistati, ai quali facevamo riferimento, e la visione del mondo, della vita, di se stessi, alla quale ci eravamo sforzati di giungere, erano quello che, partendo da ciò che eravamo all’inizio del cammino – ossia limitatamente coscienti e solo parzialmente mutati – eravamo in grado di concepire. Ma era, tuttavia, un modo di concepire, di intuire la mèta e il cammino ancora “umano”, ossia ancora soggettivo e provvisorio. Abbiamo detto che la crisi iniziale è importante, perché essa è il principio, ossia il modello, l’archetipo della necessaria trasformazione interiore. Il suo sopraggiungere non era stato da noi voluto: era un dono del Cielo e del Destino. Ma ad esso possiamo sempre di nuovo richiamarci. La sua azione di dissolvimento dell’apparire e del contingente in noi, possiamo audacemente volerla. Possiamo, rovesciando gli appoggi ai quali ci aggrappiamo, aprirci coraggiosamente all’assolutamente nuovo, all’ignoto, ancora inconcepibile, ma presentito necessario e reale.

Per cui di fronte allo spalancato abisso che ci blocca, alla impenetrabile roccia che ci arresta, possiamo, rivolgendoci al Mondo Spirituale, alla Suprema Potenza che regge i destini degli uomini e del mondo, chiedere che venga suscitata in noi l’intuizione vivente del compito che ci attende e che è necessario affrontare. Questa richiesta, meditata, a lungo ripetuta, intensamente sentita, appassionatamente rivolta al Cielo, con sincerità, con slancio, con coraggio, con disperazione, può suscitare la percezione lucida dell’azione interiore richiesta al superamento dell’abisso. Può essere donata l’intuizione o la consapevolezza di quanto prima necessariamente ci sfuggiva, perché non avevamo le forze per concepirlo, e che ora si presenta in tutta la sua concretezza. Quanto intuito, se accolto con coraggio e venerazione, diviene una forza agente, trasformatrice della nostra interiorità e del Destino.

Per impreviste e imprevedibili vie, a questo punto, la vita porta incontro al cercatore compiti e prove talvolta estremamente dure, che trasformano l’esistere in un insonne lottare contro la morte, nel quale l’accelerazione degli eventi non permette piú la stasi inerte, propria alla via egoica.

Questo lottare esige la consapevolezza che la Via non è per noi, ma per il Divino, che il superamento della nostra soggettività, mai esaurito e definitivo, ci apre alla possibilità di fare coraggiosamente nostri – in libertà e per amore – i fini dello Spirito, che il sacrificio del transitorio e dell’effimero, nella visione del mondo e di noi stessi, accende nelle nostre anime il fuoco celeste, la folgore che, percuotendola, dissolve la “natura” inferiore e la riplasma secondo il Logos, che la nostra anima “ignificata” può tuffarsi nell’apparire e riconsacrare ogni aspetto della vita e dell’esistere. Questa trasformazione interiore può portare ad incontrare grandi difficoltà, di fronte alle quali inizialmente ci si potrà sentire non adeguatamente preparati. Potrà portare ad una involontaria solitudine, anche esteriore, per l’intensità e la rapidità degli eventi che violentemente possono irrompere inaspettati nella nostra vita. Potrà portare persino ad una anche troppo prevedibile incomprensione, da parte di molti, rispetto a scelte e ad azioni che rispondono a richieste imperiose degli eventi, e che possono condurre ad un agire tempestivo e talvolta ‘fuori’ rispetto alla conformità alle regole convenute: quindi ‘problematiche’ di fronte alle “abitudini” mentali e morali proprie ad una “normalità” irrigidita, che paventa e resiste di fronte ad una trasformazione radicale.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L'incontro con Massimo Scaligero

studio3Il mio incontro con la sua Opera, e pochissimo dopo con lui stesso, avvenne oltre quarantré anni fa. Decisivo per me fu l’incontro personale con lui poiché tale evento sommosse tutte le forze della mia anima. Era una delle ultime giornate di primavera o forse una delle prime della sopravvenente estate di quell’anno. Lo incontrai nel suo studio, in una viuzza della parte gianicolense di Monteverde Vecchio, in quello studio all’ultimo piano di Via Cadolini, che per me divenne presto – anzi sùbito – un luogo sacro, come un luminoso eremo montano o un sacro tempio nel quale era possibile incontrare gli Dèi.

In larga misura avevo letto la vasta, tumultuosa, ed ampiamente contraddittoria, letteratura dell’Occultismo circolante a quel tempo in Italia, e ne avevo tratto idee alquanto confuse su come avrei potuto procedere nel mio cammi­no di formazione interiore. Veneravo le antiche Vie e i luminosi Maestri di un passato che mi sembrava ormai trascorso, ma ero consapevole dell’attuale decadenza che in Occidente, e persino in Oriente, dilagava a livello spirituale. Ero inoltre piuttosto scettico sui tanti se­dicenti “Maestri” che propinavano metodi addomesticati, tendenti a porre al servizio dell’ego bramoso forze occulte per abbeverare l’inesausta sete di potere e di voluttà dell’attuale uomo animalizzato. Tali sedicenti istruttori venivano definiti in antichi testi d’Oriente “prostituti spirituali” ed io concordavo pienamente con tale definizione. Sentivo fortissimamente la necessità di qualcuno che guidasse i miei passi sul sentiero spirituale, ma procedevo inevitabilmente guardingo nei confronti degli allettamenti che con profusione venivano offerti dalla legione costituita dai vari mercanti dell’Occulto. Ho sempre ringraziato il Cielo per l’incontro con Massimo Scaligero perché egli si dimostrò, oltre ogni mia immaginazione, al di sopra delle più esigenti aspettative che un cercatore spirituale potesse avere nei confronti di una Guida o di un Maestro autentico.

Massimo non volle mai né mai permise che lo si chiamasse Maestro. Perciò lo era. Egli diceva spesso (e lo scrisse a chiarissime lettere) che il Maestro è l’Io, e lo si educa nell’interiorità con rigorosa ascesi. Mai, nei numerosi incontri personali – che presto divennero ritmici – o negl’incontri riunioni con gli amici a Via Barrili, ho visto in lui la sia pur minima traccia di vanità; mai l’ho visto compiacersi della deferenza spontanea che tante persone con semplicità e immediatezza inevitabilmente gli portavano incontro; mai l’ho visto venire a patti, per ragioni di convenienza o altro, con la menzogna o coi tatticismi opportunistici di un modo di agire politico che come un malcostume levantino oggi dilaga in ogni campo e che ha infettato purtroppo anche il nostro ambiente.

Nel primo incontro che ebbi con Massimo, ebbi sùbito il senso della travolgenza dello spirito o della Sopranatura. Per la prima volta avevo di fronte non un intellettuale o un filosofo che parlava, sia pure con profondità e correttezza, di dottrine lette in antichi testi e tramandate lungo i secoli da una tradizione fedele e devota: mi fu immediatamente chiaro che Massimo era uno sperimentatore eccezionale del Mondo Spirituale che parlava unicamente di quel ch’egli sperimentava direttamente. Immediatamente mi pose il compito di non perdermi nei labirinti di un inutile apprendimento intellettuale, bensì di passare quanto prima all’azione attraverso una rigorosa pratica interiore. Al centro del cammino iniziatico egli poneva senza attenuazione veruna l’importanza della Via del Pensiero Vivente, l’assolutezza dell’Ascesi del Pensiero-Folgore, non solo come la Via più radicale che il discepolo dello Spirito oggi possa seguire, ma addirittura come l’unica che conduca alla mèta.

Per anni egli fu di una generosità senza pari nel donarmi le indicazioni delle quali avevo bisogno nel mio cammino interiore. La stessa generosità la ebbe nei confronti di chiunque si rivolgesse a lui con sincerità di cuore sollecitando la sua guida fattiva.

E devo dire che Massimo, negli incontri che avevo con lui, fu sempre un energico suscitatore del clima interiore del pensiero puro. Il dono incomparabile che ricevevo ogni volta dai colloqui con lui era il clima della Magia Solare del Pensiero-Folgore. Egli suggellava ed accendeva ulteriormente tale clima col Rito della concentrazione o della meditazione, breve o lunga, praticata insieme, col quale voleva accompagnare ogni nostro incontro.

In tali incontri non lo vidi mai appannato o deconcentrato. La sua presenza interiore, la sua consapevolezza siderea, era potente, dinamica e spontanea. Egli si sentiva sempre totalmente libero, qualunque fosse la situazione in questione, nei confronti della persona che aveva di fronte.

Parlava sempre partendo unicamente dalla reale richiesta, ossia dalla necessità interiore dell’anima di chi si rivolgeva a lui, indifferente all’effetto piacevole o spiacevole che le sue parole potevano suscitare nella poco consapevole psiche di chi lo ascoltava. Così come era assolutamente indifferente alla lode e al biasimo, alle opinioni che gli altri potevano farsi di lui. In chi lo incontrava non tollerava recitazione spirituale o morale ch’egli, ogni volta, inesorabilmente smascherava. Abbatteva energicamente ogni forma, palese o travestita che fosse, di ambizione, di opportunismo, di arroganza, di vanitosa intellettualità. Non blandiva mai in coloro che a lui si rivolgevano quei lati morbidi della personalità morale con i quali molti fanno molteplici compromessi, rivestiti delle più svariate giustificazioni dialettiche. Nei confronti delle inevitabili debolezze e degli errori di chi segue l’arduo sentiero dello Spirito, Massimo era tollerantissimo. Quella che non tollerava mai era la menzogna, la recitazione di esperienze interiori puramente immaginate.

Non si faceva alcuna illusione circa la tenuta spirituale della cerchia dei tanti che nominalmente si richiamavano a lui e che in ben pochi avrebbero potuto dirsi veramente suoi discepoli. Molti diluivano la sua severa indicazione ascetica in un misticismo sentimentale o in un verboso dialettismo intellettuale: né più né meno come accadde nei confronti di Rudolf Steiner e della Ascesi da lui indicata. In realtà ben pochi attorno a Massimo Scaligero erano i praticanti interiori. Pochissimi, poi, colsero la centralità della Via del Pensiero.

Una volta, ero allora ancora molto giovane, mi disse: “Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola!”. E ad un mio amico che gli chiedeva che cosa sarebbe accaduto dopo la sua scomparsa, Massimo disse: “Sei mesi dopo la mia morte, sarà tutto finito”. Quell’amico me ne ha reso varie volte esplicita testimonianza. Ciò spiega tanti eventi accaduti immediatamente dopo la sua dipartita e negli anni successivi.

Tuttavia, la mia non è e non vuole essere una posizione pessimistica. La volontà consacrata, veicolo della esperienza trasfiguratrice dell’idea, può compiere il miracolo della trasformazione radicale di un essere umano fiaccamente adagiato nella ottusa vicenda corporea, condizionato da una psiche nevrotica e istintiva, stordito da un illusorio apparire che gli si impone con la usurante magia dei suoi falsi valori, in un uomo spirituale, fondato sull’inesauribile forza originaria dell’Io, aperto alla realtà del mondo spirituale e perciò capace di superare ogni limite.

È vero che ci è stato dato in sorte di vivere in un’epoca spiritualmente tragica e pericolosa, ma Massimo ha insegnato che proprio nelle epoche di pericolo il Mondo Spirituale dona all’uomo le sue forze più potenti e rende possibili le più audaci imprese spirituali. Inoltre Massimo nella sua Opera è stato prodigo di indicazioni operative come forse nessun altro, e ci ha dato strumenti potenti per realizzare l’impresa interiore.

Solo, non dobbiamo smarrire il cuore dell’Ascesi Solare da lui indicata: quell’esperienza del pensiero puro che, partendo dal livello del pensiero libero dai sensi, audacemente s’innalza, intensificandosi, sino ad essere quella Forza-Folgore del Pensiero Vivente che è la veste di Luce e d’Amore del Logos. Occorre donarsi con slancio alla pratica interiore, amare la concentrazione, quella concentrazione che Massimo affermava che, coltivata con assolutezza, può da sola condurre all’Iniziazione e all’esperienza del Mondo Spirituale. Infine, occorre fare della gratitudine e della fedeltà a Massimo l’Arte della memoria interiore di un compito che non deve essere smarrito bensì perseguito con impeto e coraggio.

SCIENZA DELLO SPIRITO, ,

UN MAESTRO SEVERO: MASSIMO SCALIGERO

L’incontro con Massimo Scaligero fu per me, come sicuramente per altri, l’incontro con l’esigenza di un’ascesi severa. Massimo, che non tollerava intellettualismi né recitazioni, mi pose subito, sin dal nostro primo incontro, l’istanza energica di una realizzazione concreta: la richiesta dell’Io a se stesso di un pratica interiore capace di realizzare lo Spirito. Devo dire che le sue indicazioni si dimostrarono nel tempo preziosissime, perché esse mi permisero d’impostare la mia vita interiore in una direzione tale da salvarmi dall’intellettualismo parolaio e dalla superficialità sentimentale: ossia da quei pericoli che da subito minacciano di paralizzare lo sforzo e l’anelito del discepolo verso lo Spirito.

Al primo posto Massimo pose l’esigenza della disciplina individuale. Nell’Ascesi un posto di preminenza solare spettava alla pratica – intensa, fervida, ripetuta – della concentrazione, la quale, intensificandosi sino a realizzarsi come concentrazione profonda e contemplazione della pura forza pensiero vuota di pensieri, può – da sola – condurre all’esperienza del momento del pensiero folgorante, del Pensiero Vivente, che al di là dell’illusoria frantumazione della molteplicità è la veste di Luce e d’Amore della realtà originaria del Logos, della manifestazione di quell’Uno Unissimo che Dante chiama Amore Sovrano. La concentrazione poteva – Massimo Scaligero su questo punto fu assolutamente esplicito – condurre da sola sino all’Iniziazione.

Una pratica ulteriore della formazione interiore, indicatami da Massimo, fu lo studio – anch’esso intenso, fervido, ripetuto – dei testi di quella che – secondo un’antica e mirabile tradizione medievale – potremmo chiamare la Sapienza Santa. Ma questo studio non è un intellettuale glossare e rimuginare contenuti concettuali, bensì un meditare concentrativamente che porti il praticante interiore a realizzare quei contenuti: ossia a divenirenella mente, nel cuore, nell’anima tutta – quei contenuti stessi. L’intellettualismo paralizza e offende quel­l’angelica intelligenza celeste che è l’autentico Spirito del cuore. Lo studio va, dunque, condotto con Intelletto d’Amore.

Una terza pratica interiore, sulla quale Massimo ha dato anche a talune altre persone indicazioni chiarissime ed essenziali – è il Rito della meditazione in comune. Egli avversava esplicitamente la tendenza di molti a ritrovarsi in riunioni di discussione e commento di testi e argomenti spirituali, nelle quali regolarmente viene attuata la dispersione dell’atmosfera spirituale e la liquefazione di quei contenuti sacri attraverso la dialettica profanatrice.

La meditazione in comune è un Rito sacro, e deve essere eseguita con lo stesso ardore, con la medesima consacrazione interiore con la quale si eseguono la concentrazione e la meditazione individuali e lo studio meditativo dei testi della Scienza dello Spirito.

Anzi, tutte e tre le pratiche, indicatemi da Massimo per l’Ascesi realizzatrice, sono Riti sacri, da eseguirsi – tutti – con animo ieratico, con amore, con gioia, coscienti che essi sono la più alta azione che un essere umano può compiere sulla Terra, un’offerta sacrificale fatta agli Dèi e ai fratelli umani.

Massimo più volte disse – e scrisse – che la contemplazione è la più alta e potente forma di azione umana, la quale naturalmente non esclude, anzi esige e promuove, l’azione morale nel mondo.

Questi furono i doni preziosi che ricevetti da tanto Maestro. Le sue indicazioni orientarono la mia vita esteriore e soprattutto quella interiore. La Comunità Solare, come Egli amava chiamarla, dovrebbe fare di tale triplice Rito motivo di vita, di fervido slancio realizzativo, e mai dimenticarli.

Poiché dimenticare è sempre tradire. Ma chi veramente ama non può tradire, perché non può, non vuole, dimenticare. Perché un cuore che ama ricorda, ed è perciò sempre ricolmo d’Intelletto d’Amore.

SCIENZA DELLO SPIRITO

Il Coraggio e la Consacrazione

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Il Coraggio e la Consacrazione

La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è parlato dovrebbero diventare motivo dell’esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere la ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere possibile oltre ogni prova, difficoltà, ostacolo. Non vi è ostacolo che così non possa essere superato: occorre volere sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesima idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stessi, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza.                 

Massimo Scaligero 

Queste parole severe, austere, scritte oltre cinquant’anni fa nell’Avvento dell’uomo interiore, esprimono in maniera chiara e radicale quale debba essere l’atteggiamento interiore necessario a percorrere il sentiero spirituale e il clima dell’anima, nel quale si deve svolgere l’ascesi di colui che, sentendo il richiamo dell’Assoluto, vuole rispondere all’Appello del Mondo spirituale. L’ascesi interiore non è un’attività ricreativa o diversiva, volta a distrarre dalla routine o dalla noia di una vita quotidiana vuota e ripetitiva; non è un training o una ginnastica psichica, che debba far conseguire prestazioni eccezionali, per soddisfare la brama di vita e le velleità dell’ego; non è neppure un sedativo consolatorio o un narcotico che ci aiuti ad evitare, comodamente, le paure o le pene che la fatica di esistere, con indesiderata generosità, in abbondanza ci dona.

L’ascesi interiore, il sentiero della iniziazione ad una più alta vita spirituale, è una via eroica che vuole portare il discepolo ad una totale trasformazione dell’anima, tale da renderlo capace di rispondere all’Appello del Mondo spirituale. Per metterlo in grado di rispondere sinceramente e autenticamente a questo Appello, l’ascesi lo deve rendere forte – ma non si tratta della forza ordinaria – e lo deve rendere cosciente. Non è un training o una tecnica, è un sentiero sacrale e necessita dell’intenso clima conoscitivo, volitivo e morale descritto nelle parole dell’Uomo Interiore. È una Via – sacra – che deve rendere l’asceta tanto forte e cosciente da essere egli capace di attuare la consacrazione di sé.

La consacrazione di sé è la risposta all’Appello del Mondo spirituale. La consacrazione integrale di sé è l’unica risposta possibile a questo Appello: è l’unica possibile perché è l’unica sincera, l’unica autentica.

Questo Appello, questa chiamata, che si manifesta ormai con un’urgenza sempre crescente ed un’insistenza pressante che non hanno uguali nel divenire dell’umanità, richiede – esige – una risposta. È un Appello che, oggi, piú che come una chiamata, risuona, sempre piú alto e forte, come un drammatico grido d’allarme, come un incitamento impellente ad affrontare energicamente – e coraggiosamente – la battaglia suprema contro potenze antispirituali, la cui azione può rivelarsi fatale – o addirittura annientatrice – nei confronti dell’uomo.

A chi è rivolto questo drammatico Appello; chi è chiamato, in questo tragico momento, a dare la risposta risolutrice? L’Appello è rivolto all’Uomo e alle comunità spirituali.

È rivolto all’Uomo perché – prima che sia troppo tardi – egli si scuota dall’ubriacatura ottenebrante che lo lega ad un apparire effimero e illusorio, risvegli nel proprio cuore la memoria della sua essenza eterna, si ricordi della patria celeste dimenticata, della sua originaria grandezza spirituale da lungo tempo smarrita, divenga consapevole dell’alta missione legata al suo lottare terrestre – vita est militia sacra super terram – e affronti risolutamente, con coraggio, l’impresa affidatagli dal Cielo e dal Destino.

È nel cuore che deve risvegliarsi questa memoria celeste, ed è dal cuore che deve essere attinto il coraggio necessario a tanto ardua impresa.

Il Mondo spirituale rivolge questo Appello, questa chiamata, all’Uomo nella sua universalità e alle comunità spirituali, ma è l’individuo, il singolo uomo che deve rispondervi. La richiesta, l’invito alla compromissione interiore, è rivolta a ogni uomo, ma la risposta non è imposta ad alcuno: soltanto in libertà e per amore l’individuo, il singolo uomo – in una autonomia totale e in una solitudine interiore assoluta – sceglie di rispondere all’Appello dello Spirito, al richiamo dell’Assoluto, con la consacrazione integrale di sé.

Questa risposta al richiamo, questa scelta di compromettersi totalmente e definitivamente con l’Assoluto scaturisce dal coraggio del cuore, acceso dalla memoria celeste. È opera della intelligenza celeste del cuore che è, appunto, Intelletto d’Amore. Non può, quindi, non essere una via d’audacia e di dedizione: una via eroica d’Amore.

Che cosa impedisce, allora, all’uomo singolo di rispondere senza indugio a questo urgente Appello, che cosa fa sì che egli si sottragga, pavidamente e irresponsabilmente, ad un compito che, in maniera sempre più decisiva, l’incalzare degli eventi gli pone dinanzi e che le prove estreme esigono da lui di affrontare, senza concedere spazio al disimpegno, al procrastinare, alla fiacchezza, alla latitanza? È uno stato di profonda “ignoranza”, che in molti uomini si manifesta come una condizione di sordità e di ottusità del cuore, di offuscamento e di opacità dell’anima, di stordimento e di alienazione della coscienza spirituale. In tale condizione l’intelligenza celeste del cuore è paralizzata perché l’anima è tramortita, immersa in uno stato comatoso, come morta. Per cui si può dire che nell’uomo, che sia totalmente immerso nell’“ignoranza” – e sono i piú – è spenta la luce dello spirito, perché questo non conosce; è estinta e morta la vita del sentire, perché in tale stato di sordità e ottusità del cuore celeste nulla risuona; è inerte e paralizzata la forza del volere originario dell’anima, perché questa non ama. L’anima non ama, perché non sente e non conosce. Tradisce se stessa e il Cielo per viltà nata da ignoranza. E questo rinnegamento codardo ha conseguenze pericolose, letali, come letali sono le acque del Lete che procurano un oblio di morte.

Non vi è Sapienza o Conoscenza celeste senza Amore; non vi è Amore senza coraggio; non vi è coraggio senza fedeltà; né fedeltà senza consacrazione. Il compito, quindi, è quello di conquistare la forza di attuare la consacrazione di sé allo Spirito. Ma l’uomo, generalmente – anche se spiritualista – teme questa forza, come teme lo sforzo di conquistarla, e teme soprattutto la trasformazione totale dell’anima che l’attuarsi di questa forza comporta. Per cui egli si abbandona alla necessità e alla fatalità, siano esse d’ordine materiale o spirituale. Non concepisce, anzi evita di concepire, una possibilità diversa, attiva, responsabile e coraggiosa. Il piú delle volte immagina anche il Divino o il Mondo spirituale come qualcosa di necessario e di fatale. Desidererebbe che lo Spirito lo afferrasse o lo travolgesse, senza la sua iniziativa e senza la sua responsabilità. Il Divino lo dovrebbe assolvere dal faticoso compito di scegliere, di lottare, di realizzare: vorrebbe – anzi bramerebbe – essere posseduto dal Divino che dovrebbe funzionare in lui, al posto suo, in maniera meccanica, automatica.

Proprio questa è la viltà dell’uomo: la sua rinuncia a conoscere lo Spirituale autentico, l’abdicazione all’atto libero di essere coscientemente l’Io, il Soggetto autonomo, responsabile, del conoscere e dell’agire. È proprio da questa visione fatale e necessaria dello Spirito e del Divino che nasce l’anelito alla via egoica, ossia ad una via comoda che lasci indisturbato il dominio che la fatalità e la necessità hanno sull’uomo, dominio che non è del Divino o dello Spirito, ma delle potenze antispirituali che vogliono l’asservimento o l’annientamento dell’uomo.

La Via spirituale è la Via eroica, proprio perché l’asceta, mosso dall’intelligenza celeste del cuore, da Intelletto d’Amore, lotta contro la necessità e la fatalità, l’apparente onnipotenza degli Ostacolatori – che lo legano al divenire sensibile e al suo invadente risuonare nell’anima. Egli accetta che vengano messe nelle sue mani la responsabilità e le redini della sua esistenza esteriore e interiore, perché «delude gli Dei chi vuol dipendere dagli Dei», e quindi il suo andare avanti comporta un incessante lottare. Il lottare contro il sonno della coscienza, contro la seduzione ad abbandonarsi alla fatalità “naturale”, la rinuncia ad appoggiarsi ad una spiritualità tradizionale ormai esangue e spenta, lo portano ad essere un “lottatore contro la morte”.

«Qui si convien lasciare ogni sospetto; ogni viltà convien che qui sia morta». Non vi è piú aiuto o sostegno da verità già fatte o da regole trasmesse alle quali sia sufficiente conformarsi: si possono accogliere quelle verità o adeguarsi a quelle sapienti regole e restare tuttavia morti nell’anima, perché ci si aspetta che esse funzionino da sé, fatalmente o meccanicamente, come un fatto “naturale”, necessario, automatico. Tutto ciò è la morte dello Spirito, e contro questa morte, contro tutto ciò che è “naturale”, automatico, necessario, ripetitivo, abitudinario, deve imporsi l’atto dello Spirito. Non può non essere una lotta coraggiosa, risoluta, tenace, inesorabile, instancabile, malgrado tutto ciò che l’usura della quotidianità e l’“immane potenza del convenzionale” oppongono a questo atto dello Spirito: non può non essere una via eroica.

Nel suo stato di “ignoranza” non solo l’uomo non conosce, non sa, ma neppure sa di non sapere. Non soltanto non conosce la realtà spirituale del mondo e la propria essenza spirituale originaria, ma non sospetta neppure quanto il suo stesso atto del conoscere sia deformato e corrotto. Ignora lo spirituale che non conosce ed anche la propria incapacità a conoscere. In questa condizione ottusa spesso avvicina la Via spirituale, e fatalmente è portato ad accostarla con la stessa maniera “naturale” di conoscere che gli è abituale e che egli ritiene necessaria e ovvia. Questa maniera “naturale” di conoscere in realtà gli porrà ostacoli sin dai primi passi del cammino e spesso lo arresterà, facendogli ritenere che in fondo si tratti si solo di acquisire certe conoscenze o di “sapere” certe verità, lasciando più o meno immutato tutto il resto della propria natura. Le verità così acquisite da questo “sapere” nel tempo si accumuleranno, andando a formare nell’anima una sorta di stratificazione geologica di conoscenze morte. In taluni casi, specialmente nei primi tempi, il contatto con queste verità potrà accendere il sentire, che però tenderà rapidamente ad esaurirsi, dando luogo ad una superficiale emotività o ad una grigia e gelida intellettualità.

L’Appello del Mondo spirituale è rivolto all’individuo e alle comunità spirituali. Ma è il singolo che compie l’ascesi individuale solitaria e l’ascesi individuale compiuta ritualmente in armonia insieme ad altri, concordi a rispondere come lui al richiamo spirituale. È il suo agire che renderà sana ed efficace l’ascesi solitaria e l’azione rituale comune. Altrimenti opererà in maniera sterile, spesso distruttiva.

Il conoscere è vero e autentico quando trasforma colui che conosce, e la conoscenza spirituale è una conoscenza sacra: esige la consacrazione del conoscere e di colui che conosce. Il sentiero occulto comincia veramente quando ci si accorge non solo che non si conosce lo spirituale e non si è capaci di conoscere veramente, ma anche che, così come siamo, senza una radicale trasformazione, siamo incapaci di imparare a conoscere. La conoscenza spirituale – anzi tutta la conoscenza – deve diventare un Rito interiore sacrificale dell’anima e l’anima deve essere educata alla sacralità del conoscere. Per questo, il primo passo di questa educazione dell’anima è quello di imparare ad imparare. Una volta riconosciuta l’incapacità della conoscenza esteriore ad imparare, soltanto lo Spirituale può insegnare l’assolutamente nuovo: imparare ad accogliere la conoscenza vivente dello Spirito, in modo che nel discepolo che l’accoglie si operi una fecondazione e una trasformazione totale dell’anima. Tutto ciò richiede un sacrificio e una consacrazione: il coraggio di sacrificare il morto sapere, il coraggio di liberarsi del cascame del morto pensare intellettuale e la consacrazione dell’anima alla conoscenza vivente dello Spirito. Il discepolo apprende ad educare il pensiero ideante a farsi con amore forma del Soprasensibile, ad educare l’anima a venerare questa sacra operazione del conoscere. Questo Rito della resurrezione del conoscere dal cadavere della conoscenza morta viene incessantemente rinnovato, con fedeltà consacrata, nella concentrazione, nella meditazione, nello studio devoto della Sapienza Santa, oltre e malgrado ogni ostacolo, sino a far sorgere quel “coraggio dell’impossibile” che è richiesto nella prova suprema. Il secondo difficile passo è quello di realizzare la continuità di questa fedeltà consacrata nell’ascesi solitaria e nell’ascesi rituale comune. Essa deve vivere nel cuore e nell’anima come un intenso clima di devozione per la conoscenza, di appassionato slancio per l’ascesi, di amore per l’Assoluto. Ci è stato insegnato che il sentire è vero solo quando sente il Divino, e poiché il sentire che si accende per l’effimero e l’illusorio è la menzogna che oscura la luce dello Spirito, ottunde il cuore celeste e paralizza il volere, occorre sacrificare un’emotività che è la periferica, superficiale eccitabilità dell’anima a custodire, vegliando, il sentire celeste che, come una siderea fiamma, arde sull’altare stellare del cuore. Verrà un momento, cruciale, nel quale la consacrazione, la fedeltà, il coraggio, l’amore per l’Assoluto daranno la forza di compiere il terzo passo: quello di morire iniziaticamente: di affrontare per Amore – «zelus tuus devoravit me» – quella prova suprema di fronte alla quale si possa dire: «Il mio cuore non trema!».

La Via è difficile, ma anche l’attuale momento lo è. È un momento difficile ed estremamente pericoloso. Lo è per tutti: per i singoli, per i popoli, per le comunità spirituali. Non è concesso di rimandare ulteriormente l’affrontare prove dal cui esito dipende non solo l’ulteriore cammino, ma addirittura l’ulteriore esistere come esseri spirituali.

Questo è un mondo che, coinvolgendo in un apparire illusorio, erode a grande velocità le forze interiori dei singoli e disgrega le comunità spirituali, deviando gli uni e le altre verso quella via egoica, che è la via comoda della rinuncia a lottare per realizzare lo Spirito, quella dell’impossibile adeguamento dello Spirituale ai bisogni della pavida fragilità umana – che non sono i bisogni dello Spirito – che accetta una coesistenza pacifica col male purché gli Ostacolatori lascino indisturbati la torpida inerzia e il sonno comatoso di una “natura” che in noi non vuole saperne di trasformarsi ed attua ogni misura possibile per opporsi al proprio risveglio. Viene ad attuarsi cosí un patto scellerato con le Deità avverse nell’irragionevole speranza di essere poi risparmiati da queste, dopo aver disertato la lotta e aver tradito la propria anima e lo Spirito. Oltre che un’ingenuità questa è una menzogna distruttiva, un’illusione oltremodo pericolosa.

Il rispondere all’Appello del Mondo spirituale è la via eroica: è la via del coraggio e della consacrazione di sé. Questa consacrazione non può che essere integrale: nel pensare, nel sentire, nel volere. È un atto che richiede molta forza. L’ascesi costruisce in noi la forza che supera i limiti di una “natura” labile e paurosa. Ma occorre amare l’ascesi, amare la concentrazione e la meditazione, donandosi ogni volta ad esse con l’impeto e la dedizione di tutta l’anima.

Il rinnovarsi incessante di questa consacrazione è la fedeltà: fedeltà alla Via del pensiero vivente, fedeltà al Rito della resurrezione del conoscere che si attua ogni volta nell’ascesi individuale solitaria e in quella rituale comune. Il rispondere all’Appello dello Spirito è il coraggio della compromissione con l’Assoluto, è lo slancio d’amore al quale risponde a sua volta il Cielo, donandosi con la sua illimitata generosità.

Massimo Scaligero è stato, per taluni di noi, il Virgilio che ci ha tratto dalla selva selvaggia e dalla diserta piaggia; ci ha indicato il cammino alto e silvestro, percorrendo il quale è possibile passare da uno stato di tramortimento e di morte al risveglio spirituale, ad una vita nova dell’anima. Lungo questo aspro sentiero egli ci è stato esempio vivente di come sia possibile volere, comunque, realizzare lo Spirito, qualunque sia per noi il punto di partenza, inevitabilmente inadeguato. Ci ha insegnato che è necessario vivere vivi e non morti, che occorre vivere nello slancio, nell’impeto, nella dedizione assoluta, lottando con entusiasmo per la realizzazione di un’idea, per un ideale vivente, per un essere, per i quali si può con coraggio vivere, gioire, soffrire, compromettersi, anche morire. Che rinunciare a lottare per lo Spirito significa morire nell’anima; significa, per il più turpe dei motivi, per viltà, sentirsi indegni di vera vita.

Massimo Scaligero ci ha mostrato che alla disciplina interiore, alla concentrazione e alla meditazione possiamo dare tutto di noi, e che ad esse possiamo chiedere, per amore dello Spirito, le più audaci trasformazioni interiori. Questa disciplina interiore, l’ascesi del pensiero è la forza vivificante e la ragion d’essere della comunità spirituale, che non deve essere smarrita, non deve essere attenuata o appannata dalle menzogne fuorvianti – intellettuali o sentimentali – che gli Ostacolatori vorrebbero sostituire alla Verità dello Spirito.

L’ascesi del pensiero, la disciplina della concentrazione e della meditazione, sono la risposta all’Appello del Mondo spirituale. Esse attuano la consacrazione e la trasformazione radicale di sé: per questo sono la via eroica, la via solare, la via del coraggio e della fedeltà, la via dell’Amore.

SCIENZA DELLO SPIRITO, , , , , , , ,

La Via eroica e la via egoica

Ascesi vera è quella che dà modo al Logos-folgore di percuotere la natura vitale-animale: la quale tende a serbare intatti i propri processi psicofisiologici, in cui è inserita la necessità della Morte. La natura vitale-animale non va fornita di poteri spirituali, bensì trasformata. Questa trasformazione, quando è autentica, è sostanzialmente un processo di distruzione e di riedificazione.
Massimo Scaligero
Il Logos e i Nuovi Misteri, Teseo, Roma 1973, pag. 75.

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Che cosa significa voler seguire una Via spirituale? Sostanzialmente significa compromettersi totalmente e definitivamente col Mondo Spirituale: un atto di consacrazione di sé all’Assoluto. Significa voler rispondere sinceramente e senza riserve ad un appello del Mondo Spirituale. Appello che mai è stato tanto urgente quanto in questa epoca di oscuramento, di caos e di pericolo.

Che questa sia un’epoca di estremo pericolo è evidente a chiunque voglia vedere veramente, in maniera inattenuata, la situazione e non voglia né illudersi sulla reale portata del pericolo né credere di poter risolvere l’emergenza con mezzi palliativi e consolatori. Occorre, perciò, avere il coraggio di voler vedere le cose come sono, di non sottrarsi alla visione e alla consapevolezza concreta del pericolo.
Ma colui che è stato – almeno per taluni di noi – Maestro di sapienza, di coraggio e di azione interiore, ci ha insegnato che quest’epoca di estremo pericolo è per noi un’epoca oltremodo preziosa, poiché proprio nelle epoche di pericolo il Mondo Spirituale proietta sulla Terra le sue forze più potenti, ed in esse perciò sono anche possibili le realizzazioni spirituali più audaci, difficilmente attuabili in epoche ormai trascorse più a misura dell’uomo spirituale, nelle quali lo spirituale era più immediatamente avvertibile dall’uomo, che perciò era meno stimolato all’iniziativa autonoma e cosciente.

Oggi, invece, la condizione dell’uomo è di estrema fragilità, di estrema labilità e precarietà interiore. In questa condizione di fragilità e precarietà l’uomo si trova sull’orlo del baratro nel quale rischia di precipitare. Di fronte all’uomo si presenta lo spalancato abisso della caduta nel subumano, che rischia di inghiottirlo definitivamente. L’ammonimento salutare è che «l’esperimento uomo potrebbe anche fallire».

L’appello del Mondo Spirituale è l’appello ad affrontare risolutamente le incalzanti forze degli dèi distruttori, a risvegliare la memoria del còmpito eroico che l’uomo si è assunto nel discendere in questo mondo materiale, apparentemente dominato dagli Ostacolatori. Sta unicamente all’uomo raccogliere l’appello e portare fino in fondo la lotta.

In realtà l’uomo è esattamente dove deve essere: il problema, il pericolo, è che non vi è come vi deve essere. Di fronte all’incombente pericolo, egli è in una condizione di stordimento e di fatuità: si muove in esso cercando di sfuggire la consapevolezza della sua tragicità che, pure, nelle profondità di sé, con paura, egli presente. Per cui nel tentativo di evitare il confronto, per lui doloroso, con questa prova che non concede scampo, si dà alla ricerca di surrogati o di narcotici sedativi: sceglie di “giocare”, di “divertirsi”, coinvolgendosi nelle fattualità gioiose o dolorose che il suo esistere quotidiano gli porta incontro. Tenta così di “divergere” dalla mèta a lui destinata, di sostituire qualcosa di “diverso”, di più “umano”, al còmpito al quale deve far fronte, ma che teme. Tuttavia questo “divertimento”, questo “divergere” dalla mèta, porta sempre di piú a conseguenze disastrose. Sempre di più il dolore, la malattia, la morte abbattono le fragili barriere dell’autoillusione, con le quali l’uomo vorrebbe proteggersi, sottraendosi alla lotta.

Anche quando incontra la Via spirituale, vi è continuamente nell’uomo la tentazione di rendere più accettabile, meno faticoso, l’aspro sentiero. Anche nell’incontro con le verità spirituali egli può cercare di evitare il loro potere dirompente nell’anima, di attenuarne la forza che travolge la mediocrità umana, di conciliarle, diluendole, con le esigenze di una natura animale che non ne vuole sapere di trasformarsi. Per cui è facile la tentazione di “aggiustarsi” la Via ad uso e consumo della personalità egoica. Il che, naturalmente, è un tentativo illusorio, destinato in modo salutare e istruttivo, per sua fortuna, a fallire.

Occorre distinguere rigorosamente – questa è la prova cruciale dell’autoconoscenza – che cosa noi chiediamo al Mondo Spirituale, o alla Via Spirituale, e questa è la via egoica, ossia la via comoda con la quale ci illudiamo di poter ridurre lo spirituale alla nostra dimensione umana-troppo umana, e che cosa invece il Mondo Spirituale chiede a noi, e questa è la via eroica, ossia la via scomoda, con la quale decidiamo di esigere da noi stessi di portarci oltre quello che ordinariamente siamo come esseri naturali, cioè come esseri psichici, biologici, istintivi, animali. Scegliere la via eroica è decidere, per attuare la consacrazione di sé e rispondere all’appello del Mondo Spirituale, di superare ciò che ci arresta nel cammino interiore intrapreso.

La scelta tra la via egoica, comoda, e la via eroica, scomoda, è ogni volta la prova interiore della scelta tra la paura e il coraggio, la prova della scelta tra il desiderio dell’oblio, dello stordimento naturale, e la volontà della memoria del còmpito spirituale. Ogni volta è la scelta da rinnovare, perché nello Spirito non si può vivere di rendita sul già fatto, sul moto d’inerzia del passato. Al contrario lo Spirito, ogni volta, è l’atto creatore, inesauribilmente capace di nuova accensione e di slancio per l’Assoluto.

La via egoica è comoda, perché l’identificazione con l’essere naturale porta all’oblio del proprio essere originario, alla paralisi delle forze spirituali, al sonno e al tramortimento nella vita somatica e psichica. In questa condizione di oblio e di sonno ha luogo un continuo atto di tradimento dello Spirito: la memoria del còmpito interiore è smarrita. La via egoica è la via della paura, perché in questa condizione di servaggio animale viene cercato il godimento voluttuoso di questo oscuramento interiore e viene temuto e avversato tutto ciò che può scuotere questo servaggio, dissolvere questo voluttuoso sonno. Come in uno stato d’incantamento e di fascinazione, l’uomo patisce e gode il processo distruttivo del proprio oscuramento.

La via eroica è scomoda, perché esige la volontà e lo sforzo tenace di liberarsi di una ormai antica schiavitù, di riconquistare in forma nuova lo stato primordiale smarrito: è lo sforzo di fare, ogni volta, risorgere e incessantemente attuare la memoria dello Spirito. È questa memoria dello Spirito che scioglie dalla paralisi le impietrate forze interiori, che dissolve il sonno e la paura.

Questo continuo atto della memoria rinnovata diviene il Rito del coraggio e della fedeltà. La via eroica è la via del coraggio perché deve affrontare risolutamente una “natura” sapiente, potente, astuta, tenace, apparentemente inesauribile. È la via del coraggio perché – essendo coscienti che rimanere come siamo significa essere inservibili per lo Spirito – esige una trasformazione radicale di noi stessi.

Finché siamo troppo deboli per trasformarci, finché siamo afferrati senza residui dal risuonare invadente dell’apparire illusorio del mondo nella nostra anima, finché siamo continuamente in balìa dell’ondeggiare degli stati d’animo, finché siamo trascinati e travolti dalle emergenze istintive, c’è ben poco che noi possiamo fare per lo Spirito. Semmai è lo Spirito che deve fare qualcosa per noi.

Attraversando situazioni critiche, molti si avvicinano alla Via spirituale proprio perché ricevono da essa equilibrio, chiarezza interiore, maggiore serenità, rafforzamento della volontà. Ovviamente, tutto ciò è giusto e persino necessario. Ma non è ancora la Via spirituale: è ancora la via egoica.

La via egoica può temporaneamente soddisfare, per taluni, l’esigenza di ritrovare un certo benessere interiore smarrito nelle alterne vicende della vita, ma non spingerà mai il discepolo alla radicale trasformazione di sé. Solleciterà la pratica dell’ascesi e degli esercizi nella misura in cui porteranno un contributo a questo “benessere” interiore, ma li bloccherà inesorabilmente non appena questi cominceranno a scalzare le fondamenta del servaggio alla natura animale. La trasformazione radicale di sé è frutto unicamente di una audace risoluzione, di una decisa volontà di superamento di se stessi e dei propri limiti.

La difficoltà ad affrontare risolutamente questa “natura” astuta e tenace, che ci domina e ci manovra, nasce dal fatto che questa “natura” è all’interno di noi, è identica a noi, è insediata nel nostro intimo, ma noi non la vediamo, non la conosciamo, proprio perché siamo identici ad essa: non siamo gli attivi autori di questo paralizzante atto di identità con lei. Lo subiamo passivamente per lo stato di sonno della coscienza e per l’anemia spirituale del pensare svuotato d’interiore sostanza vitale.

In questa condizione, ad una vita spirituale dell’anima torpida, esangue, approssimativa e perciò debolissima, si contrappone l’arroganza di una forte vitalità biologica e psichica, alla cui potenza di sopraffazione “sembra” non potersi contrapporre nulla di veramente efficace.

Per cui il sentiero della via eroica non può essere che quello del risveglio e del coraggio. Risveglio dallo stato di sonno spirituale e dall’oblio del proprio autentico essere. Coraggio di affrontare l’insorgente “natura” in noi, la sola forza che può dissolverne l’infero e mortifero potere: il pensiero vivente. Ma l’azione di questo pensiero risorto è azione di folgorazione della “natura” inferiore alla quale, normalmente, siamo imponentemente identificati. Per cui la “natura” in noi avverserà la Via del Pensiero, cercherà di attenuarla, di renderla più “umana”, di alterarla in modo che non disturbi l’incontrastato dominio del sonno animale. Cercherà di portare all’abdicazione, ad una mascherata rinuncia rispetto all’impresa e alla mèta. Cercherà di interrompere l’esercizio proprio quando la concentrazione interiore comincerà ad essere efficace e la “natura” in noi avvertirà dolorosamente la pressione imperiosa dello Spirito. Il coraggio è, appunto, insistere laddove la “natura” ci suggerisce di abbandonare.

Il coraggio di procedere nel sentiero spirituale nasce e si alimenta della memoria del còmpito e dell’amore per l’Assoluto. Questa memoria, fedelmente rinnovata e lo slancio sempre riacceso di questo amore incitano a condurre l’esercizio interiore – ogni volta – ad incontrare e ad affrontare il limite che normalmente ci arresta e a tentare di superarlo; ci insegnano la necessità di evitare ogni forma di meccanica ripetitività, di ogni spenta routine abitudinaria, che svuota l’atto interiore della concentrazione della sua vitalità spirituale, e quindi della sua autenticità, della sua sincerità.

Ci è stato insegnato che lo Spirito è ciò che può essere voluto in modo assoluto, e che solo ciò che può essere voluto in modo assoluto è lo Spirito. Che per amore dello Spirito possiamo chiedere illimitatamente alla nostra volontà. Che si può volere oltre i limiti della nostra personale, “umana”, natura. Che per amore dello Spirito si può osare volere oltre i limiti del destino, oltre i limiti del karma. Che la volontà consacrata può tutto.

Chi ci ha indicato la Via chiamava questo volere “il coraggio dell’impossibile”, il coraggio di imaginare e volere oltre il limite che ci arresta, poiché questo limite è soltanto un pensato di fronte al quale smettiamo di pensare, uno stato d’animo oltre il quale non osiamo imaginare e volere.

Intuita la mèta, scorto il sentiero che vi conduce, non ha alcuna importanza quale sia il nostro passato, quanto poco ci sentiamo “degni” della Via, quanti errori, quante sciocchezze, quanti fallimenti e inadeguatezze ingombrino come macerie il sentiero da percorrere. Tutto questo è ancora soltanto un pensato. Invece, è l’atto della nostra libertà non farcene condizionare; malgrado e oltre tutto ciò, volere l’assolutamente nuovo, non abdicare al còmpito di realizzare comunque lo Spirito.

La Via del Pensiero Vivente, che Massimo Scaligero ci ha portato come un prezioso dono del Cielo, non è una via tra le vie, e – al punto in cui oggi si trova l’uomo – non è nemmeno la più alta tra le vie, ma proprio a causa della condizione di urgenza e di pericolo nella quale si trova l’uomo, è l’unica Via, l’unica per lui non illusoria, quella che affronta coraggiosamente e radicalmente il male che colpisce l’uomo e rischia di distruggerlo.

Non è vero che la Via del Pensiero Vivente sia una via incompleta o superata. Al contrario è la via più sicura, quella più veloce, quella più autentica, quella magicamente più potente ed efficace. E ognuno può audacemente dimostrare a se stesso che è anche l’unica sicura, autentica, veramente efficace. Certamente non è amata dalla comodità egoica, la quale può essere tentata di cercare qualcosa di meno disturbante per l’inerzia interiore, che è il giogo degli Ostacolatori, i quali spingono all’abdicazione, alla latitanza, alla diserzione.

Ma proprio per questo la Via del Pensiero è la via eroica, la via del coraggio, la via della fedeltà all’archetipo celeste, la via dell’Amore.

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TECNICHE IMMAGINATIVE

Molti decenni di studi e di esperienze trasformano tanti particolari del quadro generale. I motivi sono tanti e confesso che mi sarebbe impossibile metterli in riga e nelle righe di documentazione scritta, non tanto per il loro carattere individuale – so distinguere quello che è propriamente mio da quel poco che appartiene a processi obbiettivi – ma per la loro stessa natura che è viva e fluente.

Le “definizioni” anche quando sono abbastanza corrette, raramente riescono a contenere la luce dell’idea ed il calore dell’esperienza: ciò vale per la vita e con quanta maggiore cura dovrebbe valere per tutto quello che può riguardare un lavoro interiore teso al trascendimento dell’ordinaria condizione dell’entità umana in quanto legata (tramortita) dalla/nella esperienza fisico-sensoriale.

Il Dottore stesso avvertiva questo pericolo, “condannando” discepoli e ricercatori attraverso continue modificazioni di immagine e di concetto intorno ai risultati delle sue indagini, affinché ogni cosa venisse ripensata a nuovo per una costante modifica dei punti d’osservazione.

E’ in fondo quello che facciamo noi stessi nel mondo fisico-sensibile quando si vuole veramente giungere ad una più completa visione di qualcosa. Se voglio farmi una rappresentazione congrua e soddisfacente di un albero, non mi fermo alla prima occhiata ma ci giro intorno, osservo le radici che sprofondano nel terreno, l’aspetto del tronco, e più su i rami e le foglie e la forma di queste, poi l’ambiente in cui è cresciuto e altre cose ancora.

Già tanti uomini s’accontentano del primo apparire e non cercano l’osservazione completa e l’osservazione accurata: qui il grado di passività è già molto alto ma se con l’identico animo ci si dirige verso i luoghi dell’anima cosa mai può succedere? Nulla può succedere, ossia si guarda il nulla. Eppure non è la medesima cosa che guardare distrattamente un albero: quest’ultimo prosegue la sua vita seguendo le proprie leggi e il non-osservatore prosegue la sua.

Guardare nella propria anima è cosa diversa: se l’attenzione si consuma come un fiammifero nella curiosità passeggera, non lascia tracce, ma quando ciò diviene una abitudine sarebbe saggio ricordare l’ammonimento di Nietzsche “Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro”.

Questo perché il “nulla dell’anima” è una superficie gelosa dei suoi segreti più profondi o strati in cui vivono (e prosperano) moltitudini di esseri, a loro modo consapevoli.

Oggi molto è affiorato, mentre l’uomo ha perduto la conoscenza del subumano che, per tale disattenzione si è insinuato persino nel sentimento e nell’intelligenza: l’esoterismo svuotato dal proprio contenuto spirituale è in gran parte scivolato nelle forme approntate dai demoni e la linea di difesa della religione, già erosa dal tempo, viene scardinata da dentro e da fuori. Secondo il Dharma dei tempi ciò che conteneva il vero è divenuto ricettacolo delle menzogne più venefiche. Ciò vale indistintamente per logge, chiese e anime.

Allora? O non c’è più niente di possibile o il lavoro interiore individuale, determinato dall’io immanente su volute modificazioni nuove e del tutto diverse rispetto al ordinario comportamento delle forze dell’anima, in quanto sperimentabili dalla coscienza, sembra rimanere l’unica (forse disperata) strada che appaia percorribile. (contro tale – autonoma – possibilità tutti i tradizionalisti ed i chierici perdono l’intera vita per dimostrarne la palese (?) aberrazione: incapaci però di autovalutazione per le proprie condizioni di relitti abbandonati a marcire su spiagge infeconde).

Il problema è antropologico: tutti, ai nostri giorni, fondano le proprie convinzioni sul proprio “io”, ma evitando, con contraddittoria insensatezza, di prendere in seria considerazione quale sia davvero la realtà di tale fondamento – base del mondo umano – e continuamente eluso (vedasi il primo capitolo della Logica contro l’uomo: Il problema a cui si sfugge).

Infatti tutti gli “esercizi” che ricerca e destino ha portato sotto il nostro sguardo hanno in comune la solida e continua presenza consapevole dell’io, presenza non fissata una volta per tutte ma faticosamente voluta momento dopo momento lungo ogni punto della disciplina interiore.

Si guardi la cosa da ogni parte ma credo che eventuali obiezioni siano soltanto astratte: l’autocoscienza desta è ciò a cui bisogna giungere come fondamento su cui si giustificano le ulteriori azioni dell’anima. E non è per nulla vero che “l’autocoscienza desta” sia cosa comune a tutti.

E’ importante che sia questa autocoscienza e non “altro da sé” quello che viene chiamato a sorreggere tutto quello che potrebbe venire poi. Ciò non è scontato poiché sembra fin troppo spesso che l’uomo abbia serie difficoltà (timore, paura, inerzia?) a rendersi conto di essere se stesso, quale io, il centro da cui partire verso tutte le manifestazioni possibili.

Come chi ha avuto esperienza sportiva è ben conscio che i piedi devono pigiare completamente il terreno, senza sbilanciamenti, solidamente, come le radici stanno al tronco.

Questo non è “morale”, non è “virtuoso”: è solo una condizione necessaria, interiore sì, ma affine a quanto è indispensabile nel mondo sensibile, nello sport.

Ma poi, per alzarsi da terra è inutile tirarsi per i capelli (il famoso codino di Münchausen, citato spesso da Steiner): va trovato qualcosa di speciale. L’unico fenomeno che in noi è davvero speciale  poiché appartenente ad una doppia natura è il pensare: esso viene a noi da fuori di ogni nostra categoria, né dal corpo né dall’anima (astrale), sebbene usi temporaneamente tali mediazioni: non è un prodotto della nostra personalità e anzi può contrastarla ma al contempo esige da noi l’attività più nostra per prodursi.

Indipendentemente da ogni (dottrina) metafisica, il fenomeno del pensiero è il primo organo del nostro fondamento e al pari del”io” è ignorato ed eluso.

Anche se dalla sua attività attingiamo visione, conoscenza e sapere: per suo mezzo afferriamo il mondo e noi stessi: per suo mezzo apprendiamo leggi, sistemi; con lui anatomizziamo persino i Padri celesti!

Senza di esso non potremmo riconoscere nemmeno uno spillo e tanto meno la sua funzione.

Certo,saremmo, ma non sapremmo nemmeno di essere (e la patologia lo dimostra ampiamente).

Eppure, quando si accenna alla priorità del pensiero rispetto ai molti e vaghi sommovimenti dell’anima, sembra quasi che moltissimi fucili (animici) vengano caricati pronti a sparare.

In buona misura la colpa, se c’è, non può essere che nostra. E’ davvero difficile parlare di un percorso conoscitivo che, nella norma, è lungo, difficile e che sebbene obbiettivo nella sostanza, risente della colorazione diversa di ognuno di noi.

C’è un mio carissimo amico che non è d’accordo con me: lui dice che semplicemente le persone hanno paura quando si mostra loro che è possibile passare passare dal sapere all’azione (questa è la mia traduzione di termini più netti e un tantino volgari).

Però in una cosa sono d’accordo con lui: in un’epoca di menzogna elevata a “status” ordinario e  dignitoso, in cui di conseguenza si preferisce quasi voluttuosamente la mera apparenza (interiore ed esteriore), persino termini sensati e legittimi – se si ritorna cinquant’anni addietro – come la parola “atteggiamento”, ora dovrebbero venire sostituiti con termini che mancano, che ancora non esistono.

Il mio pensiero va a quella monografia che trovate all’inizio del primo volume di Ur, firmata da “Leo” dove per “atteggiamenti” l’autore intende la realizzazione di quelle condizioni magico-sovrasensibili che sono il risultato della meditazione sull’Aria e sul Calore. Esse, non a caso, date come un secondo gradino dopo le meditazioni sull’entità cosmica dell’uomo, descritte in sintesi in Barriere, riassumono in sé i risultati della “preparazione” che comprende pure i 5 esercizi ausiliari.

Operazione più potente, più diretta, più…difficile. Ma, come tante altre cose, non impossibile.

Poiché, in effetti, molte sono le possibilità operative che ci sono state date. Forse latita il coraggio di usarle…

Nell’Opera del Dottore, se non ci si fa inghiottire dalla marea delle conferenze pubblicate, la “primogenitura” del pensare è ampiamente esposta e dimostrata nei testi epistemologici nei quali occorre però conquistarsi anche le singole righe. E per le teste dure è persino sottolineata nelle aggiunte alle edizioni del 1918: non sarò io a ripeterle, confidando in letture complete e svolte con onestà di ricerca.

Inoltre, quello che sembra insormontabilmente incomprensibile, è (può essere) chiarito in intelletto e azione con il contributo di chi ha afferrato in sintesi sperimentata la linfa viva della Scienza dello Spirito: con una fatica aggiunta che premia il ricercatore. Alludo a testi come Il Trattato delPensiero Vivente di Massimo Scaligero. Cose che andrebbero pensate e studiate con grande attenzione: mai solo lette.

Prima di terminare vorrei riprendere il discorso sugli esercizi indicati nelle precedenti righe:Sapete, valgono la pena.

La disciplina dell’immaginazione dell’Aria libera completamente l’anima da tutte le sue incrostazioni: è come se un peccatore, nell’anima e nel corpo, dolorosamente sensibile e sofferente per i peccati commessi ed i difetti acquisiti si sentisse di colpo liberato da tutto ciò. In un attimo, liberato dal gravame sedimentato e rappreso: dalla paraplegia al libero movimento!

Non è una condizione “psicologica” ma una ripulita che attraversa l’anima e il corpo. Si sente che persino il respiro fisico è mutato o addirittura capovolto. Ma, come ho detto, è una liberazione che attraversa tutto, anche le cellule del corpo.

L’inizio è semplice: tranquillamente seduti in assetto meditativo, basta evocare una esperienza personale (avvenuta ovviamente nel mondo sensibile) in cui si sia avvertita qualche caratteristica che appartiene all’aria, come il soffio del vento sulla nostra pelle. Poi, dal ricordo di una altezza montana (sono solo esempi), l’immensità senza limiti dell’aria che sovrasta valli e monti, poi ancora il suo essere invisibile e inafferrabile, il suo moto continuo, il suo urlo ed il suo silenzio, la sua onnipervadenza; se si vive sempre in città si può rievocare il nitore azzurrino che sovrasta le alte case, i rumori delle strade ed il sentire degli uomini che lascia le sue scie preoccupate, cupe. Anche in questi casi, le parole non vanno usate e non è nemmeno importante la qualità delle immagini. Né deve preoccuparci la possibile durata e la quantità delle visioni evocate.

Questo è vero in prima battuta: simile al pensiero, anche le immagini possono essere ordinariamente smorte e talvolta vive. Le immagini vive producono immediatamente tutti gli effetti della meditazione.

L’unica contro-indicazione sta nella coscienza di chi immagina: è necessaria una volontà in qualche modo duttile: decisa ma non rigida. La rigidezza volitiva contrasta l’immaginare. Però è anche vero che l’immaginare ha in sé due potenziali pericoli: sono connessi: uno è che le immagini possono dominare la coscienza, subordinarla. Connesso a ciò, la coscienza subordinata scivola facilmente verso un grado di sé inferiore alla destità di veglia. Si scivola verso il sogno. E’ insomma la vecchia storia: o si domina o si è dominati.

La costante pratica della concentrazione è, indirettamente, la principale medicina per evitare il malanno. Ad ogni buon conto, se qualcosa di passivo inizia ad insinuarsi nella coscienza, si chiuda velocemente l’esercizio.  

E’ importante che, con santa pazienza, inizi a sorgere, a lato delle immagini evocate, un qualcosa senza nome che malamente potremmo chiamare “sensibilità” o “senso” che in qualche modo sorge dalle diverse impressioni. Se l’anima si rende capace di silenzio, non è difficile cogliere una nota in più accanto alle cose percepite.

L’esercizio andrebbe svolto non necessariamente ogni giorno ma con regolarità, ad esempio, ogni due giorni e potrebbe durare più a lungo rispetto ad una breve ed intensa concentrazione.

Senza alcuna fretta, senza tensioni, in interiore silenzio: vedrete che ad un certo momento ci sarà qualcosa di interiore sconosciuto accanto all’immagine contemplata (“accanto” è un modo di dire: può sorgere come proveniente dallo spazio generale o dalla regione del cuore o persino dalla superficie della pelle.

Del secondo esercizio, quello del calore, che credo generalmente un po’ più difficile, ripeto solo le parole di “Leo”: è un’emozione attiva. Si crea con questo uno stato fondamentale per tutti gli esercizi meditativi che possiate poi praticare: è quasi un’esperienza mistica priva di… misticismi. Se fattibile, è di enorme importanza: accende il centro della Vita.

E’ letteralmente vero quanto fa scrivere Leo: se per mezzo secondo si ottiene il senso del calore, esso scende immediatamente dalla testa al cuore: la testa non può contenerlo. Esso è un quantum di bagliore-calore (un’esplosione) che deve immediatamente affrancarsi dall’organo cerebrale.

L’anima comprende, una volta per tutte, la totale differenza che passa tra la pratica di una disciplina e quello che si manifesta quando essa, estinto il suo scopo, cede il passo alla condizione che si realizza.

Qui si ha tutto quello che il mistico cercava, ma la coscienza desta non si obnubila: rimane silenziosa, distaccata e “fredda”.

Questi due esercizi rispondono ad un’opera sostanziale: separano il sottile dal denso, cioè liberano lo sperimentatore dal vincolo corporeo: impresa già grandiosa che sottintende una acquisita capacità di concentrazione. In ciò ognuno dovrebbe regolarsi da sé. Con equilibrio ma anche con una certa, audace, presenza di spirito.

Magari senza attendere, per eccesso di prudenza, il prossimo millennio.

Occorre spregiudicatezza: qualcuno potrebbe farli anche poco tempo dopo una minima pratica nella concentrazione. Altri, seguendo strade diverse, non li faranno mai.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L'uomo si racconta

Cari amici,

dato che, di quando in quando, amo immergermi nei contenuti magici dei miti, delle saghe e delle fiabe, ho cercato di approfondire un po’ questi concetti, mettendoli anche in relazione all’evoluzione dell’essere umano.

Come ogni bambino cresce e si sviluppa per tappe successive, così l’umanità nel suo crescere si è raccontata in forme sempre diverse, a secondo delle sue capacità e del suo livello di coscienza, in questa storia infinita che è la storia dell’Uomo.

I quattro gradini fondamentali dell’evoluzione dell’arte narrativa sono: il mito, la saga, la fiaba, la storia.

Queste quattro forme esprimono quattro fasi dell’evoluzione dell’umanità, intesa quale processo di individualizzazione dell’essere umano e di progressiva conquista della libertà.

Il mondo della mitologia è sconfinato e infinitamente appassionante. L’essere umano, all’inizio del suo percorso sulla Terra, è inserito in una realtà spirituale – animica – corporea comune. Agiscono in lui esseri spirituali, parla il lui l’anima di gruppo umana, e opera in lui la natura, il sangue. La prima fase evolutiva è quella in cui l’essere umano è ancora immerso nel divino, ancora del tutto non autonomo: è il tempo del mito, la cui caratteristica è quella di porre al centro una figura divina. Il mito è una narrazione che gravita attorno all’opera di esseri divini, dei   in perenne competizione tra di loro o in lotta con divinità infere, e che interferiscono grandemente nella vita e nel destino degli uomini.

L’essere umano deve ancora nascere come coscienza individuale, è custodito nel grembo divino che gli dà vita, vive ancora nel “paradiso” della divinità.

Il secondo gradino viene narrato dalle saghe che pongono al centro non più gli dei, ma  semidei o  eroi. Il concetto di semidio va compreso in rapporto all’evoluzione umana. L’essere umano, a uno stadio ben definito della propria evoluzione, comincia a distaccarsi dalla matrice universale divina per diventare autonomo. E’ soltanto un inizio, però vige già un’interazione tra la conduzione divina ed il primo apparire dell’autonomia umana. Non c’è modo migliore per descrivere questa fase che dire: l’essere umano è, a questo stadio evolutivo, un “semidio”. Si racconta che uno dei genitori è un dio, l’altro è già un essere umano. Realtà e fantasia si confondono, l’elemento magico è ovunque presente, il gusto del grandioso e dell’incredibile percorre tutta questa letteratura. I semidei sono i grandi eroi dell’umanità, sono i fondatori di religioni, i promotori di nuove culture e di nuove comunità sociali

La terza grande fase dell’evoluzione si esprime nella forma narrativa della fiaba. Le vere fiabe dell’umanità raccontano, tutte, esperienze specificamente umane. La fiaba è sorta dunque più tardi, quando gli esseri umani cominciarono ad occuparsi maggiormente di se stessi.

La vera fiaba, però, parla ad un essere umano che ha ancora coscienza di vivere in un mondo di esseri e realtà spirituali e di non appartenere soltanto alla realtà fisica.

Col sopravvenire del materialismo moderno si persero di vista gli dei, sparirono i semidei e gli eroi, e si perse ogni capacità di creare fiabe vere e proprie. Le fiabe “ moderne” vengono create dalla fantasia arbitraria, per la quale può andare bene tutto, persino raccontare storie umane interpretate da animali!  Le fiabe antiche invece conoscevano solo la veracità, esprimevano esperienze umane oggettive fatte in mondi spirituali, che non erano meno veri e reali del mondo fisico. Ad esempio , le fiabe classiche, raccolte dai fratelli Grimm, non hanno nulla di arbitrario: sono state percepite nella loro oggettività grazie ad un’immaginazione spirituale. I primi creatori di fiabe  raccontavano fedelmente ciò che avevano visto o vissuto nei mondi spirituali. Per questo lo sforzo di interpretarle non è facile per l’uomo d’oggi che ha perso quasi totalmente il senso per lo spirituale.

L’umanità degli ultimi secoli, orientandosi unicamente verso il mondo fisico, ha creato la forma narrativa della storia vera e propria – che sfocia poi sempre più nella cronaca – .

Da un lato ci si dà all’osservazione dei fatti e degli eventi che, essendo considerati solo fisici, vengono riconosciuti come oggettivi solo in quanto esteriormente documentabili. Dall’altro lato è sorta una fantasia del tutto arbitraria, senza alcun ancoraggio nella realtà vera, e che produce, in massima parte, romanzi o racconti che, quando va bene, sono solo passatempo.

Si potrebbe vedere tutta al negativo questa discesa dell’uomo, sempre più giù verso la materialità, ma non è così. Questa discesa era la via da percorrere, per arrivare alla possibilità di autonomia, di individualizzazione e di libertà.

L’evoluzione non improvvisa!

I gradini necessari all’evoluzione sono stati concepiti tutti fin dall’inizio di questo “ Progetto Uomo”. E non è cosa da poco sentirsi avvolti da una saggezza eterna che abbraccia l’inizio e la fine del tempo.  All’uomo resta il compito di capirli, questi stadi, o di non capirli, di attuarli o di ometterli.  Ma che l’essere umano abbia la possibilità di diventare libero e autonomo, è stato da sempre previsto e voluto.

Ad un certo punto dell’evoluzione, gli dei, i semidei e gli eroi, hanno dovuto ritirarsi….. per lasciare il posto all’uomo ormai cresciuto.

Ci si può chiedere: “Forse anche l’uomo, un giorno, potrà venir superato da qualche essere più forte e più dotato di lui?”

A questa domanda, se attraverso la scienza dello spirito si è un pò compreso chi è l’essere umano, si può rispondere con certezza in senso negativo, perchè lo spirito individuale non è a sua volta uno stadio intermedio, esso è la meta complessiva di tutto il divenire umano e come tale non può essere in vista di qualcos’altro.

L’Uomo è uno spirito potenziabile all’infinito, ma mai superabile! E’ un essere sulla via della libertà e quindi sempre più chiamato alla scelta e alla responsabilità personale.

Per lo spirito umano, però, era anche stato previsto, che il conseguimento del suo supremo stadio evolutivo gli sarebbe costato molto…. moltissimo…..

Sì, anche questo era previsto!

SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – Seconda Lettera

Denderah

SECONDA LETTERA

Maggio 1944

RAPPORTO CON LE STAGIONI

Nell’ultima Lettera parlavamo delle tre componenti del nostro Universo solare. Ora sarà nostro compito elaborare i particolari della struttura del nostro Universo, in special modo del Sole e dell’orbita della nostra Terra.

La Terra ruota intorno al Sole nel corso di un anno, come abbiamo affermato. Per noi sulla Terra, ciò appare come movimento del Sole lungo il sentiero dello Zodiaco. Questo movimento non è soltanto un fatto astronomico: è connesso nel tempo con definiti eventi ritmici sulla Terra. Cioè il ritmo delle stagioni. Ora osserveremo questo ritmo delle stagioni dal punto di vista dell’emisfero settentionale della Terra.

Ogni anno al 21 di marzo inizia la primavera nell’emisfero settentrionale. Questo fatto non cambia nel corso del tempo. Non accade mai che improvvisamente la primavera cominci al 21 di aprile: essa è al 21 di marzo. Noi diciamo allora che ha luogo l’equinozio di primavera o che il Sole è nel punto vernale – il che è dire, secondo il sistema cosmico di Copernico – che la Terra ha finito la sua orbita attorno al Sole e comincia un nuovo ciclo.

La primavera dura sino al 21 di giugno. Durante questa stagione i processi di germinazione, crescita, espansione, fioritura hanno luogo nel mondo vegetale che ci circonda. E’ la stagione nella quale soprattutto ha luogo la creazione nella natura.

Poi il 21 giugno comincia l’estate. Ora la Terra si è mossa attraverso un quarto della sua orbita. Visto dalla Terra, il Sole si è mosso durante i precedenti tre mesi attraverso i segni di Ariete, Toro e Gemelli. Il 21 di giugno esso entra nel segno del Cancro – dalla prospettiva della Terra. Ci troviamo di fronte i fenomeni della stagione estiva nella natura attorno a noi. I processi di fioritura hanno raggiunto il loro apice. Il mondo vegetale è perfetto. Ha luogo la fruttificazione, e verso la fine della stagione i frutti maturano. Durante questo tempo, il Sole si è mosso attraverso i segni dell’eclittica del Cancro, del Leone e della Vergine; o secondo Copernico, la Terra ha completato un altro quarto della sua orbita.

Il 23 settembre il Sole entra nel segno della Bilancia. Sulla Terra al Nord abbiamo l’inizio dell’autunno. La natura entra in un periodo di crisi. Ha luogo una separazione tra il frutto e la pianta madre. La pianta madre (la cosa è diversa nel caso degli alberi) appascisce. Il frutto e con esso il seme viene sepolto nel suolo. La luce e il calore scemano. Il Sole si è mosso attraverso i segni di Bilancia, Scorpione, e Sagittario

Poi il 21 dicembre entra nel segno del Capricorno, e mentre passa attraverso Capricorno, Acquario e Pesci abbiamo sulla terra la stagione invernale. Durante questa stagione i semi dormono nel suolo, forse coperti da ghiaccio e neve, ma poi ha luogo un grande risveglio – un grande miracolo: dànno alla luce gli stessi tipi di forme vegetali della pianta madre che era appassita nell’autunno precedente. Quindi il Sole entra di nuovo nel segno di Ariete il 21 di marzo, e l’intero ciclo dell’anno e delle stagioni riparte ancora una volta.

Possiamo chiederci: da dove provengono le forze che fanno crescere e poi appassire le piante dopo che hanno prodotto il seme per il successivo ciclo delle stagioni? Da un punto di vista materialistico si può rispondere che l’aumento della luce e del calore, andando verso l’estate, fa crescere le piante, e la loro diminuzione in autunno ritrae la vita nel mondo vegetale. Tuttavia ciò è detto in maniera troppo facile, perché ci sono piante che crescono anche se luce e calore sono scemati. Esse non possono ricevere luce e calore come l’unica influenza del Sole. Vi devono essere forze irradianti dal Sole che sono qualcosa di più che non unicamente luce e calore. I semi non germinano se sono unicamente esposti a luce e calore; devono anche essere messi nel buio del suolo umido. La terra deve ricevere influenze dalle profondità degli spazi cosmici che compenetrano la Terra più profondamente di quel che facciano unicamente calore e luce. Queste forze nascoste vengono indicate dal movimento del Sole attraverso i segni dell’eclittica, e ciò non interferisce affatto con la concezione copernicana del nostro sistema solare. Anche se immaginiamo la Terra che si muova e il Sole stia fisso al centro, possiamo ancora immaginare che il globo terrestre riceva certe influenze cosmiche attraverso il Sole dalle differenti direzioni dello Zodiaco. Potremmo immaginare il Sole esser simile ad una grande lente ottica che raccoglie le attività delle varie parti dell’eclittica e le invia giù sulla Terra. Potremmo pure immaginare i Pianeti inferiori impegnati in questo raccogliere e trasformare l’attività del Sole. Solo la superstizione materialistica potrebbe rendere impossibile immaginare che accanto a luce, calore e certe influenze magnetiche, nient’altro venga irradiato dal Sole.

Se siamo d’accordo con ciò, potremmo allora immaginare una differenziata e quadruplice attività del Sole durante il corso dell’anno secondo le quattro stagioni. La posizione relativa del Sole nei diversi segni dell’eclittica produrrebbe quindi i cambiamenti. La posizione del Sole tra l’equinozio di primavera e il solstizio d’estate invierebbe giù alla Terra le Forze della creazione. Tra il solstizio d’estate e l’equinozio d’autunno, il Sole raccoglierebbe le forze dallo Zodiaco che manifestano se stesse sulla Terra come perfezione e maturazione. Tra l’equinozio d’autunno e il solstizio d’inverno, riceveremo dal Sole forze che causano la crisi della natura, e le forze riunite al Sole attraverso le sue posizioni zodiacali durante il periodo tra il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera provocherebbero il miracolo della rinascita nella natura sulla Terra. Possiamo, inoltre, elaborare ulteriormente l’attività differenziata del Sole indicata dalle posizioni nell’eclittica. Giungeremo allora alla dodecupla attività del Sole secondo i dodici segni.

In Aprile il Sole sta nella direzione del segno dell’Ariete. Da lì il mondo vegetale riceve il potere di far scaturir fuori sempre di nuovo le stesse forme. Non accade mai, per esempio che i ranuncoli o le margheritine assumano all’improvviso una forma diversa da quella che hanno sempre avuto in passato. Forze di rimembranza, per così dire, irradiano da questa parte dell’eclittica e collegano il passato con il presente e il futuro.

In Maggio, allorché il Sole è nel segno del Toro, vediamo la crescita delle piante e la loro espansione nello spazio. Ogni cosa urge all’esistenza e vuol diventare più grande possibile. In questo sviluppo, possiamo vedere la forza e il potere di accrescimento e propagazione che viene dal segno del Toro.

Poi in Giugno il Sole entra nel segno dei Gemelli. La pianta raggiunge i limiti della sua espansione nello spazio, e dall’Universo – attraverso la mediazione del Sole – essa riceve il potere di sviluppare due tendenze: con le sue radici essa penetra giù nella tenebra del suolo il più profondamente possibile, e dall’altro lato essa ascende nella sfera della luce e del calore. Ivi essa crea il fiore. In questa duplice attività vediamo la polarità dei Gemelli: il gemello celeste nel fiore e il gemello terrestre nella radice. Polarità, in ogni specie di forme e metamorfosi, irradia dalla regione dei Gemelli nell’eclittica.

In Luglio il Sole è nel segno del Cancro. Adesso la pianta è saturata in sé stessa. Non ha più la tendenza ad espandersi; i processi di fioritura hanno raggiunto il loro apice. La pianta non vuole nient’altro. Dall’Universo riceve l’impulso a dar via le sue proprietà. Ciò viene fatto attraverso il profumo e la molteplicità di colori che dai fiori irradia nel mondo. E’ l’atteggiamento di servire dello scarabeo, che porta sulla sua testa un’enorme palla di terracome segno del Sole e del cuore. Lo scarabeo è l’antica immagine del segno del Cancro. La trasformazione delle forze sinora maggiormente legate alla Terra in irradianti forze simili al Sole è il potere dinamico del segno del Cancro.

Poi in Agosto troviamo il Sole nel segno del Leone. Ora la pianta ha ricevuto l’impulso a sacrificare se stessa. E’ giunta l’epoca della mietitura ed hanno luogo i processi di fruttificazione. Similmente ai raggi del Sole che sacrifica se stesso, la pianta riempie lo spazio attorno a sé. Unione con l’Universo-Sole è la tendenza del segno del Leone.

In Settembre, allorché il Sole può essere trovato nel segno della Vergine, maturano i frutti e i semi. La luce e il calore dell’estate ora sono trasformati nella dolcezza del frutto che porta la speranza per il futuro come seme; come nel caso della Santa Vergine, il fanciullo porta la speranza del mondo. Fecondità, come risultato dell’unione con l’Universo, è il potere che irradia dal segno della Vergine.

In Ottobre, allorché il Sole appare nel segno della Bilancia, ha luogo la separazione tra la pianta madre e il seme. Dall’Universo giungono forze che scindono in due il mondo della pianta: ciò che è stato e ciò che sarà in futuro. E’ un periodo di pace nella natura; un equilibrio tra passato e futuro, come una bilancia in equilibrio. La cura per il Figlio della Vergine e il ritiro delle forze creative della Madre nei regni celesti sono l’influenza del segno della Bilancia.

Poi il Sole entra nel segno dello Scorpione. Ora giungono forze di distruzione e disintegrazione dalle profondità dell’Universo. Le piante appassiscono. L’immagine dello Scorpione col mortale pungiglione è indubbiamente un’immagine veritiera di quelle forze che sono attive nella natura durante questo periodo dell’anno. Esse hanno luogo bruscamente in Novembre, quando anche la luce diminuisce e il calore estivo viene sopraffatto dalla freddezza invernale.

In Dicembre il Sole è nel segno del Sagittario. E’ il periodo dell’anno nel quale gli esseri umani sulla Terra accendono le candele dell’Avvento e aspettano la nascita della luce dell’Anima del Mondo. Nella natura ora i semi riposano nel suolo. Se si immaginano gl’innumerevoli semi nel suolo, si può avere l’impressione di milioni e milioni di fiammelle di speranza che attendono la nuova nascita di luce e calore. Queste forze di speranza sono bene espresse nell’immaginazione del Sagittario-Arciere. Egli mira al bersaglio che è ancora molto lontano. Attendere e ricercare la luce dell’anima è il messaggio del segno del Sagittario.

In Gennaio quando il Sole è entrato nel segno del Capricorno, la luce aumenta nuovamente. Ha luogo la nuova nascita della luce: nel periodo nel quale la Cristianità celebra la nascita del Christo, Colui che è venuto nel mondo come il potere rinnovellatore di tutta la natura e dell’umanità. Il seme può essere sepolto nel suolo, forse coperto da ghiaccio e neve, ma è sopravvissuto alla tenebra e al freddo; è stato salvato dalla distruzione. La luce creativa del Mondo Spirituale irradia dal segno del Capricorno.

Dopo ciò il Sole entra nel segno dell’Acquario. Ora fluiscono giù sulla Terra da questa regione le forze rinnovatrici e risvegliatrici.

E’ qui che le forze nascoste dell’attività del Sole entrano nella sfera della Terra; forze che non sono soltanto luce e calore ma, simili ad acqua vivificatrice, invisibili forze vitali. L’immagine dell’Acquario riversante l’acqua celeste negli spazi cosmici è veramente un’immagine di questi eventi in Febbraio. L’influsso delle forze rinnovatrici ed edificatrici del cosmo proviene dalla regione del segno dell’Acquario.

Poi, infine, in Marzo, il Sole è entrato nel segno dei Pesci. In natura hanno luogo i processi di germinazione. I semi nel suolo nuotano come Pesci nel mare dell’acqua cosmica donatrice di vita. Si aprono ed assaggiano quest’acqua: germinano. E gustando l’acqua, essi sono indotti all’attività da quelle forze, provenienti dalla regione dei Pesci, che vogliono l’evento: l’azione in natura – in questo caso l’evento del nuovo inizio nel ritmo dell’anno. L’incorporazione delle leggi cosmiche e delle finalità del mondo entro il singolo essere terrestre è l’influenza del segno dei Pesci.

Così la posizione del Sole indica i ritmi degli eventi che hanno luogo entro la sfera della vita organica della Terra. Ciò è ovvio in maniera speciale nel regno vegetale, ma non è soltanto un’indicazione. Noi possiamo parlare di forze reali che irradiano dal Sole verso la Terra, proprio come la terra riceve luce e calore dal Sole. Il Sole è come una immensa lente ottica che riunisce le attività localizzate nelle diverse sfere dell’eclittica; per esempio, se noi sulla Terra percepiamo il Sole nel segno dell’Ariete, possiamo immaginare come il Sole riunisca l’attività del segno dell’Ariete, che è allora dietro il Sole, e la invii giù alla Terra.

Se io dodici segni dell’eclittica – attorno al Sole e dentro l’orbita della Terra – sono una realtà dinamica, dovremmo pensare a proposito della possibilità che gli altri Pianeti, in special modo quelli entro l’orbita della Terra, siano capaci di raccogliere ed irradiare le forze dei segni dell’eclittica in una maniera simile a quella del Sole. Ciò riguarderebbe principalmente i Pianeti inferiori Mercurio e Venere ed in una certa misura anche la Luna.

Troviamo, effettivamente, tali attività dei Pianeti inferiori a seconda della loro posizione nei diversi segni dell’eclittica. Solo che i campi nei quali queste attività si manifestano sulla Terra sono diversi da quelli dell’attività del Sole, descritti più sopra. L’attività del Sole diviene visibile nella vita della pianta durante l’anno entro il mondo della materia fisica., ma non sarebbe possibile per il Sole, da solo, di creare la pianta vivente; per questo deve aiutare la Luna, ed essa aiuta lavorando attraverso le sostanze liquide: essa lavora, per esempio, attraverso i succhi delle piante. La Luna deve essere necessariamente crescente nello stesso periodo. Tre parole, solo se la Luna crescente dopo il 21 marzo, allorché il Sole è entrato in Ariete, si muove attraverso i segni creativi di Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, può aver luogo nella natura la festa della Pasqua di Resurrezione. Questa è la ragione per la quale la Pasqua può essere celebrata soltanto dopo la Luna Piena successiva all’equinozio di primavera.

Persino le attività combinate del Sole e della Luna non sono sufficienti. Anche gli altri Pianeti del nostro Universo devono contribuire al loro seguito, specialmente i Pianeti inferiori Mercurio e Venere, in rapporto alla crescita della pianta. Essi recano la varietà degli eventi nella natura nei diversi anni. Essi sono maggiormente connessi con la sfera della luce e del calore.

L’attività dei dodici segni dell’eclittica, in quanto manifestantesi attraverso l’attività differenziata del Sole durante l’anno, è una specie di linguaggio fondamentale, solo che viene espresso in maniera trasformata attraverso la mediazione della Luna, di venere e di Mercurio. Può accadere, per esempio, che Venere nel segno del Toro riunisca le forze potentemente espansive del Toro e le esali entro l’atmosfera della Terra. Il risultato può essere, in certe condizioni, quello di terrificanti tempeste in alcune parti della Terra. Mercurio può fare qualcosa di simile nell’atmosfera termostatica della Terra. Ma può anche accadere che i due Pianeti si scambino le loro attività, ovverosia che Venere attacchi la termosfera e Mercurio l’atmosfera della Terra. Riguardo a Venere e Mercurio , il linguaggio dei dodici segni dell’eclittica, perciò, deve essere tradotto nei termini delle attività e degli eventi entro la sfera della luce e del calore, se si vuol vivere con essi e leggere le influenze dinamiche di questi Pianeti.

Lo stesso si applica alla Luna. La Luna lavora nelle sostanze liquide della Terra. Conosciamo l’influenza della Luna sul ritmo delle maree e coosciamo pure che le maree sono più forti all’inizio della primavera e dell’autunno allorché la Luna riceve la luce del potente, creativo Sole d’Ariete o è essa stessa in Ariete. (L’elaborazione di questi fatti sarebbe l’oggetto di ricerche principalmente in rapporto all’agricoltura. Avendo queste Lettere un compito diverso, è possibile dare solo poche indicazioni).

Abbiamo adesso parlato delle forze che tramano tra la Terra, il Sole, la Luna e i Pianeti. La differenziazione di queste forze è in parte dovuta alla differenza della natura dei Pianeti ed anche a quella della dodecupla eclittica. Secondo il sistema di Tolomeo – nel quale la Terra è al centro dell’Universo e tutti i Pianeti, e pure il Sole, ruotano attorno alla Terra – il Sole ed i Pianeti cangerebbero il loro carattere attraverso i loro propri movimenti, mentre secondo il sistema copernicano sarebbe la Terra stessa che si espone attraverso il suo proprio movimento ad un qualche speciale aspetto dell’attività del Sole. L’orbita della Terra creerebbe allora la realtà dell’eclittica con i suoi dodici segni nel nostro Universo. Sarebbe una realtà relativa che riguarderebbe soltanto la Terra, ma la maniera nella quale il nostro Universo è costruito in realtà , se abbia ragione Tolomeo, o se abbia ragione Copernico, oppure se dobbiamo cercare una prospettiva totalmente nuova, è una mera questione astronomica.

Ciò che abbiamo descritto sinora in questa Lettera circa le influenze dei Pianeti, della Luna e del Sole sulla vita organica della Terra, è in rapporto con l’eclittica. Se guardiamo il nostro sistema solare dal punto di vista di Tolomeo o di Copernico, l’eclittica con i suoi dodici segni è una realtà all’interno del nostro Universo solare; dobbiamo immaginare che essa sia prodotta o dal movimento del Soleo dal movimento della Terra. Comunque, sinora non l’abbiamo collegata o basata sul circolo dello Zodiaco o delle Stelle fisse, che è oltre il nostro sistema solare. Entro lo Zodiaco delle Stelle fisse abbiamo dodici Costellazioni, che sono state menzionate nell’ultima Lettera. Questa è una realtà che inizia là dove il nostro Universo giunge ad una fine. Avremo molto da dire su questa realtà nelle prossime Lettere. Dobbiamo essere assolutamente chiari circa il fatto che, accanto allo Zodiaco delle Stelle fisse, esiste l’eclittica che è un’altra realtà ma all’interno del nostro sistema solare. Come essa operi è stato indicato più sopra in relazione con l’anno solare. Come essa sia in relazione alle dodici Costellazioni dello Zodiaco delle Stelle fisse verrà elaborato in successive descrizioni. La difficoltà, che può creare confusione, è che gli stessi nomi sono usati sia per le dodici Costellazioni di Stelle fisse che per le dodici divisioni dell’eclittica. Ciò ha addirittura una certa giustificazione, ma può creare confusione. In queste Lettere le dodici Costellazioni dello Zodiaco delle Stelle fisse verranno distinte come Costellazioni dalle dodici divisioni dell’eclittica; per esempio, la Costellazione dell’Ariete o del Toro significa la Costellazione di Stelle fisse di questo nome oltre l’estrema circonferenza del nostro Universo, mentre per le dodici divisioni dell’eclittica – le dodici parti dell’orbita del Sole, o della Terra – useremo la denominazione di segno [ed useremo il nome latino]: così il segno di Aries sarebbe quella parte dell’eclittica attraverso la quale il Sole appare muoversi tra il 21 di marzo e il 21 di aprile.

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ACCORDO DEL PENSIERO CON LA VOLONTA’ (di F. Giovi)

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Una tra le indicazioni di percorso della via che partendo dalla ordinaria coscienza del sensibile giunge alla reintegrazione dell’uomo alla sua realtà spirituale, stringata all’essenziale, potete trovarla nelle prime pagine di Tecniche della concentrazione interiore: testo ricchissimo di dettagliate operazioni interiori e meditazioni, valide ad ogni livello in cui possa trovarsi il ricercatore che non paventi le azioni che trapassano nell’esoterismo reale.

Essa traccia tutta la strada che l’uomo coraggioso, quello che ad onta di ostacoli, davvero immani, riesce a consacrare – potenzialmente tutto sacrificando – l’intima vita interiore poiché sa porre la propria condizione in subordine rispetto al pellegrinaggio dell’anima verso la sua Fonte. Sostanzialmente verso quell’essere che è il suo significato, il suo senso, per sé e per il mondo.

Un tale, spaventoso impegno, non dovrebbe spaventare nessuno con errate rappresentazioni, non richiedendo alcun sacrificio formale, né particolari privazioni nello svolgimento della vita ordinaria.

Come non viene chiesto di cambiare il colore degli occhi, così (come molti temono), in sintesi, nemmeno ciò che chiamiamo “carattere” e vita comune è influente, a patto che l’azione interiore sia vigore e non farsa.

Non a caso si caratterizzavano i Misteri col dire che gli uomini dabbene muoiono mentre anche un delinquente che venisse accolto nei Misteri, vivrebbe.

Già, questa è un’iperbole, ma andrebbe ricordata, almeno qualche volta, perché traccia un confine netto tra creanza, virtù, bontà, lungimiranza, eccetera, quali caratteri personali e il dominio sovrapersonale delle forze sovrasensibili. Andrebbe ricordata perché è stata completamente dimenticata, essendo stato messo al suo posto, reiteratamente e compulsivamente, il fiorito corteo dell’umanitarismo, del buonismo, del romanticismo e del borghesismo.

Il rovesciamento dell’essenza è assai evidente proprio in coloro che, per usare l’espressione gnostica, si autodefinirebbero “pneumatici” o, più ad Oriente “sattvici”: vivaci con gli accadimenti sensibili, deperiti e stanchi (stufi?) verso ciò che si orienta verso la soppressione dell’intellettualità che, lo sappiamo tutti molto bene, si accende non per virtù propria ma perché alimentata da sentimenti, passioni e istinti.

Condizione comprensibile ma poco scusabile. L’ardore (giovanile) per l’operatività, qualunque sia stata la disciplina posta a fondamento, quanto dura? Sei mesi, sei anni o, eccezionalmente anche qualcosa di più, ma è un fatto certo, universalmente sperimentato, che, ad un certo momento subentra l’aridità: ad un certo momento ci si accosta o si entra in una zona di morte dell’anima. E qui le mele dolci iniziano a cadere precipitosamente dall’albero.

Cito un fatto sintomatico: la situazione accennata viene evidenziata nel primo capitolo di Graal di Massimo Scaligero. E’ un capitolo molto chiaro e notevolmente duro: conferma con fermezza le condizioni (situazioni) ascetiche che non possono essere evitate o soggette alle bizzarre forme di trattativa con le quali l’anima cerca ogni sorta di patteggiamento.

Bene. Poco dopo la scomparsa dell’Autore, cominciò a girare la voce che il libro in questione doveva essere letto a partire dal…secondo capitolo.

E’ un lungo errare nel deserto. I fatidici quaranta giorni moltiplicati con numeri dai molti zeri.

Si può cambiare disciplina quanto si vuole: dopo poco la ripetitività dell’esercizio sembra prosciugare l’anima. E’ una situazione che – ripeto – non può essere scansata.

Il discepolo accorto osserverà che le soddisfazioni dell’anima evaporano presto e con loro la brama di “sentire qualcosa”. Da vero scienziato dell’interiorità, egli deve guardare in faccia tale situazione che può, all’inizio, apparirgli assai misera: si può davvero parlare di una sorta di spogliazione e non di arricchimento.

In pratica, davanti all’anima, si aprono, per così dire, tre strade, come Scaligero ricordava: la via diretta, quella retta e la via lunga.

Con la prima si insiste, appellandosi ad un principio di determinazione o persuasione radicale, praticamente eroico, in un continuo tentativo che estrae, anche dolorosamente, un elemento di volontà sempre più profondo che non si conosceva prima. Ora la vita interiore ci conduce ad uno strano equilibrio tra la rassegnazione, la sofferenza quieta e la decisione di avanzare, ripresa in ogni momento. Se non si molla ma si prosegue, ci si accorge che la vita, sottratta al sentire comune, riaffiora in tutt’altro modo, nell’ascendente corrente del Volere: mahâkâly ânanda .

La seconda è quella che fu scelta dalla maggioranza degli antroposofi: la costante assimilazione dei contenuti espressi nelle comunicazioni donate dalla Scienza dello Spirito orientata antroposoficamente: anche su questa strada sono necessarie qualità interiori come l’attivo pensiero, grande serietà e vera devozione.

La terza è quasi un tradimento per chi ha compreso la prima o la seconda, trattandosi in linea di massima della “strada della vita”: magari vissuta con maggior coerenza nelle azioni ed un po’ di calore nel centro dell’anima, nel cuore, dove la fiamma della religiosità o della nostalgia si avviva con saltuaria…discontinuità.

Deve risultare però chiara la mancanza di confini ferrei: teoricamente ad ogni uomo può essere concesso l’esercizio della libertà di varcare i limiti che paiono karmicamente preposti

Secondo una tipologia trascendentale (karmica), ognuna delle tre vie accennate può essere comunque la via sufficiente per tizio o caio.

Però in ognuno dei tre casi l’essere interiore pretende uno sfondo di onestà e coerenza: i pasticci nascono a causa dell’immaturità partorita dall’orgoglio o presunzione personale a causa della quale le personalità fingono, a sé e al mondo, una appartenenza più elevata: che non viene vissuta ma rappresentata. Ciò, nel campo spiritualistico, genera una lotta faziosa molto stupida, nebbiosa, ma infinita.

E’ così che abbiamo per strada più maestri che discepoli (o discepoli che sono più-che-discepoli): la presunzione umana è quasi senza limiti e viene assistita dalle congetture che intelletto e dialettica offrono in gran misura a tutti. Farabutti e lumaconi compresi.

Il caos deve essere combattuto, ma combatterlo sul terreno da cui esso trae vigore, è uno sforzo inutile. Chi ha avuto in sorte di assistere o di essere attore in un esorcismo, deve imparare immediatamente la neutralità a fronte di offese terribili, di rivelazioni scabrose, di vergogne, sino a quel momento celate e rese pubbliche, urlate. Allora d’impulso scatterebbe una reazione dialogante che lascerebbe malconcio e sconfitto chi officia il rito. La “bestiale” dialettica di un demone qualsiasi è sempre superiore alla dialettica umana. Già in questo antico rito troviamo i prodromi dell’atteggiamento di chi segue la concentrazione: assoluta determinazione, indifferenza verso ogni assalto perturbante, continuità dell’operazione.

Per la salvezza e la salute di un’anima: proprio come negli esercizi di concentrazione.

Sulla via del pellegrinaggio interiore dal sé al Sé, nessuno può sostituirsi al pellegrino, nemmeno gli dei. Il più onesto aiuto verso gli altri si riduce – e solo se richiesto – a qualche (fraterna) indicazione pratica. Sono preziosi ma rari i colloqui in cui avviene una speciale comunione tra le anime. Mi sembra inutile parlare di “trasmissioni”: oltre l’esigenza che vi sia un soggetto che possa trasmettere qualcosa, esiste anche un assenso del mondo spirituale stesso e che in diversi casi può non venir dato. Inoltre la trasmissione oggi non chiede la passività del discepolo ma piuttosto la sua più intensa attività ed una speciale degnità. Scaligero, in un colloquio, mi mormorò: “Non c’è nessuno a cui possa trasmettere…

Detto questo, torniamo a parlare del percorso più essenziale. Quando, nel gruppo di cui facevo parte, tra esercizi e riflessioni si cominciò a capire qualcosa, molto si esemplificò in due brevi frasi: Mettere volontà nel pensiero e Mettere pensiero nella volontà.

Successivamente, Scaligero armonizzò e completò la cosa con la prima meditazione che trovate in Tecniche della concentrazione interiore:

L’accordo del Pensiero con la Volontà

è la base dell’equilibrio e della forza dell’anima.

L’equilibrio e la forza dell’anima

aprono il varco al suo potere sovrasensibile.

E’ il potere in cui risorge come Vita

il sentimento, il più vasto e liberatore.

Qui c’è tutto il percorso dell’anima verso il potere reintegrativo dello Spirito (corrisponde sinteticamente al mantra dell’ottava conferenza della Classe ): non andrebbe semplicemente letto, ma piuttosto meditato spesso e per moltissimo tempo, in maniera tale che, per “ripetizione e ritmo”, la sua dinamica possa, dopo la saturazione mentale, attraversare tutti gli elementi costitutivi dell’entità umana, sino all’elemento spirituale nascosto dal corpo fisico. Dunque risorgente come affine al ricordo, poi come elemento di forza interiore e infine come stato dell’essere.

Il capire ordinario serve ma non basta. Avete mai visto in un documentario (persino in qualche film) la fila di monaci buddhisti che ripetono incessantemente il sutra fondamentale della loro scuola? Lo ripetono per tutta la vita, forse nemmeno comprendendone esaurientemente il significato. Si dirà: roba vecchia, d’altri tempi. Obiezione senza dubbio vera. Ma ora siamo veramente capaci di colmare i vuoti lasciati dalle dedite pratiche antiche con le discipline conformi alla struttura dell’uomo moderno?

Certo, l’atto sacro si è interiorizzato, l’entità umana individuale s’è fatta più forte, ma vi risulta che sia divenuto inutile lo sforzo, la dedizione, l’abnegazione, la fedeltà?

Sarò un incorreggibile pessimista ma mi pare che la disciplina più in voga sia l’esercizio del fariseismo: è facile, ti conferisce popolarità e rispetto e soddisfa l’egocentrismo mondano e pure quello spirituale. Da scoppiare di soddisfazione: palese o segreta.

Meriterebbe un articolo a parte il vizio di innalzare monumenti a ciò, che nella Filosofia della Libertà, Steiner chiama con il termine “mistica del sentimento”. Essa è stata ideologizzata nel milieu antroposofico con un facile e falsificato “pensiero del cuore” che, come il sale, viene artificiosamente messo su tutto per insaporire ogni manifestazione. La mistica del sentimento, tra i discepoli di Scaligero, è la deriva a cui già accennai. Avverto (e non io soltanto), tra i…derivati, come essa appaia una ambita meta da raggiungere. Questa tendenza che chiamerei avvelenatrice, fu inoculata in molti dopo la scomparsa di Scaligero: prova non superata, giacché se le anime avessero nutrito qualche dubbio o perplessità, sarebbe bastato loro non seguire la corrente ma ritornare con energia a quanto rimaneva della fonte: i testi fondamentali di Steiner e Scaligero: cosa non fatta prima e purtroppo non avvertita come necessaria dopo. Così tanto fu scarso il cosiddetto impulso alla conoscenza!

Affinché non vi siano dubbi, non nego certo che in una sana vita dell’anima, il pensiero deve risuonare nel sentimento: basta mettersi d’accordo su che cosa si stia parlando.

Semplicemente, scrivo per chi lavora interiormente, e avverto i lettori praticanti di non mettere, nella disciplina, il carro (del sentire) davanti ai buoi (pensare e volere). Come scrive il Dottore nel V capitolo della Scienza Occulta, proprio sulla preparazione alla concentrazione sui sentimenti: “L’anima può ora sentire gioia per l’idea morale della bontà di cuore. Allora è gioia derivante non da un avvenimento determinato dal mondo dei sensi, ma gioia proveniente dall’idea come tale”.

Allora, per chi se la sente: provi a ripercorrere le poche frasi trascritte. Le ripeta coscientemente qualche ora dopo e faccia lo stesso un po’ più in là. Giornalmente. Senza aggiungerci nemmeno un pensiero (anche un pensiero “intelligente” in aggiunta imprigionerebbe nella teca cranica questa piccola operazione). E’ anche possibile lasciar vivere nell’anima solo una frase (compiuta) per volta, a seconda di una sensibilità individuale che muta in momenti diversi. Poi ci vuole pazienza, tanta paziente attesa: in modi diversi per ognuno, lo “schema” del percorso interiore diventerà cosa viva nell’anima. E’ possibile, un giorno, coglierlo in immagine obbiettiva.

Del resto, la Potenza insita nella concentrazione conferma, con i suoi primi movimenti, il percorso indicato nella meditazione (e tutte le puntualizzazioni precedenti non servono più). Al punto che la coscienza silenziosa può accorgersi di essere un tutt’uno con lo schema: fusa con la Via.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ATTO IGNEO : ALTARE DELLA NUOVA INTELLIGENZA

HELIOS FRATERNITAS 3  Copia di img091

ATTO IGNEO

 

SCOLPIRE DALL’ALTO SUI NODI MINERALI.

OVE LO SPEGNIMENTO CONSUMA LA  DEVOZIONE.

OVE LA COLTRE CEREBRALE SOFFOCA L’ACUME.

I NODI DELLA CALCE MINERALE NEL MISTERO DEL PENSARE.

ROCCE INDURITE NEL DISTACCO DAL SOLARE.

 

QUANDO LE COSCIENZE ACCOLGONO LE AFFILATE SCHEGGE DELL’INTELLIGENZA NELLA MORTE ACCUMINATA.

 

PICCOLI PENSIERI ACUTI PERCORRONO I SENTIERI DEL PERFIDO SGHIGNAZZARE.

 

MOLTA LUCIDITA’ DI PIETRA E’ REGALATA DALLA MALVAGITA’ ACCOLTA NEL RISVEGLIO MINERALE.

 

MOLTA LUCIDITA’ E MOLTA MEMORIA UMANA  TOLGONO IL CALORE ALL’INTUIRE.

 

LA VOLUTTA’ DI CONDIVIDERE IL PENSARE COL MOSTRO CHE DOMINA I DORMIENTI VIVACIZZATI NEL CORPOREO MUTILARE LE LUCI DELLA VERA INTELLIGENZA.

 

UN GHIGNO NE SORGE

BISOGNOSO DEL VOLGARE OLTRAGGIO

E DELLA COMPRENSIONE DI CHI NEL PENSARE : COI DEMONI BANCHETTA.

ESAUSTO E SODDISFATTO.

 

MOLTA STUPIDITA’ E MOLTA INTELLIGENZA MINERALE.

OCCORRE L’ASSURDA MORTE DELL’ANGELICO PER ESSERE PLAUSIBILI AGLI OCCHI DEI BLASFEMI DOMINANTI.

L’IDEA CHE OLTRE LA MORTE ASCENDE NEL RESPIRARE DELLA VERA INTELLIGENZA  :

INCONTRA QUEL CORROMPERE E LO VIVE.

LO AFFRONTA.

LO SCOPRE.

LO DECIFRA.

LO SVELA NEI SUOI CONTORNI DI MORTE E DI DISGUSTO.

 

INFINE LO AFFERRRA.

E LO TRAFIGGE.

 

VI INSTAURA LA QUALITA’  SOLARE.

 

VI IMPRIME ORO OCCULTO.

CONNESSIONE ALLE ARMONIE.

 

NELL’ALTO FRONTALE UNIRE.

 

–  OVE SPLENDE L’ETERICO –

 

OVE LA FIAMMA NUTRE I CUORI.

E REINTEGRA LE ANIME NEI CIELI.

 

LE COSCIENZE NEL SOLARE.

 

AUREA AZIONE SCULTOREA CHE FORSE POTRA’ SALVARE.

 

SOVRUMANITA’ E FIAMMA.

 

NEL CUORE DELLA SINTESI.

 

ATTO DI RICONSACRAZIONE.

ATTO IGNEO.

DAI LONTANI CIELI DEL FERREO SANARE.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO
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