SCIENZA DELLO SPIRITO

L'ARCHETIPO – AGOSTO 2015

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

GIUSEPPE GARIBALDI ( parte seconda )

 giuseppe_garibaldi_1866

SECONDA PARTE

Introduzione

Settimo settennio

1849 – 31 luglio: arriva a San Marino, scioglie la legione e riparte con soli 250 fedelissimi. Anita ha un attacco febbrile, probabilmente malaria, ma continua a seguire Garibaldi.

– 1° Agosto: Anita a Cesenatico: s’imbarca coi suoi tredici bragozzi, diretto a Venezia.  Avvistato e cannoneggiato dagli austriaci, approda a Magnavacca, con Anita gravissima e 30 compagni.

– 4 agosto: morte di Anita

– 8 agosto: il compagno di Garibaldi, padre Ugo Bassi, sacerdote barnabita e massone,  per i clericali “prete rinnegato”, ed il capitano Livraghi senza processo vengono condannati a morte e fucilati a Porta Sant’Isaia a Bologna. Ugo Bassi fu a lungo torturato dalle autorità ecclesiastiche.

Bassi cadde vittima dei preti, che guidarono le palle austriache. Infami preti! Mercanti d’Italia! Voi vendeste la vita di Bassi, come avete venduto la vita d’Italia. Ma la vostra religione! Ah si! Non  essere che la religione dell’inferno!…… Il Papa è Lucifero… la  parola d’ordine , il giorno della vendetta sarà: Bassi!”

– agosto: fuga di Garibaldi attraverso l’Appennino soccorso dalla “filiera” montana di Romagna e Toscana.

– 4 settembre: Garibaldi giunge in Liguria.

– 6 settembre: arrestato e portato a Genova. Il capo di accusa è di essersi introdotto illegalmente nel Regno di Sardegna, avendo lui perso la cittadinanza sarda. A favore di questa tesi si schierò anche Cavour. Secondo lo Statuto del 1848 ogni suddito sardo avrebbe perso la cittadinanza se avesse servito nelle forze armate d’uno stato straniero.

-16 settembre: partenza da Genova per l’esilio. La Marmora dopo averlo visto scrisse: “Garibaldi non è un uomo comune, la sua fisionomia, comunque rozza, è molto espressiva. Parla poco e bene: ha inoltre penetrazione, sempre più mi persuado che si è gettato nel partito repubblicano per battersi e perché i suoi servigi erano stati rifiutati. Né lo credo ora repubblicano di principio. Fu grande errore il non servirsene. Occorrendo una nuova guerra, è uomo da impiegare. Come sia riuscito a salvarsi quest’ultima volta, è veramente un miracolo”.

– 25 settembre –  6 ottobre: arriva per la prima volta alla Maddalena. “La Maddalena e Caprera…, possono avere suscitato qualche ricordo sentimentale perché somigliavano in modi diversi a Laguna, la città natale di Anita”.

  • 14 novembre: arrivo a Tangeri dopo una sosta a Gibilterra. Si ferma 7 mesi.  “Ero fisicamente esausto, tormentato dai reumatismi  e dall’artrite”.

Scrive le sue memorie nella loro prima stesura.

1850 – giugno: partenza da Tangeri per gli Stati Uniti via Liverpool.

– 30 luglio: arrivo a New York

Subito dopo aver lasciato Liverpool, Garibaldi era stato colto da un  violento  attacco reumatico  che  gli  aveva impedito di camminare; dovette essere portato a braccia giù dalla nave”.

Il Dwight, che per primo pubblicò le sue memorie, ricorda che la forma reumatica gli indebolì il braccio destro. Per vivere Garibaldi fece il lavorante di candele nella fabbrica del fiorentino Antonio Meucci. Giocava a bocce, a domino ed andava spesso a caccia. Fallimento finanziario.

-11 novembre – 7 dicembre: viaggio a Cuba.

1851 – 28 aprile -12 settembre: viaggia nelle Americhe, prima a Chagres e poi a Panama. Qui cadde seriamente malato di febbre tropicale.

– ottobre: continua il viaggio a Lima. Qui partecipa ad una rissa con il francese Charles Ledo, che lo aveva precedentemente schernito.

1852 – 19 marzo : morte della madre. Garibaldi sta andando a Canton su la “Carmen”. Quella notte di tempesta, sofferente per un attacco di reumatismi ha la visione di sua madre e di una processione funebre.

– Aprile – dicembre: viaggio in Cina, Australia e Nuova Zelanda come capitano di navi mercantili.

1853 – settembre; torna in America; altri guai finanziari.

– novembre: parte per Londra con la nave “Commonwealth

1854 -11 febbraio: arriva a Londra ed incontra Mazzini. Conosce il rivoluzionario russo Alexandr Herzen il quale lo definì: “un eroe dell’antichità; una figura dell’Eneide”. Dissidio con Mazzini circa il suo modo di fomentare le insurrezioni. A Londra ricevette anche una spada, un  telescopio ed  un  diploma di benvenuto.

– 7 maggio: arriva a Genova durante l’epidemia di colera. Si offre volontario agli ospedali, ma non viene accettata la sua offerta. Lo coglie un violentissimo attacco reumatico. Si reca a Nizza: gioca a bocce e a dama. Non ama invece gli scacchi, persuaso che occorresse più tempo a divenire buon scacchista che non un buon generale.

1855  – 8 agosto: è nominato capitano marittimo di prima classe.

– 11 novembre: morte del fratello Felice: eredità.

– 29 dicembre: acquista metà dell’isola di Caprera

1856  – viaggi marittimi.

Ottavo settennio

1856  – 8 agosto: è a Torino dove incontra per la prima volta Cavour.

1857  – viaggi marittimi, ha un naufragio. A Caprera Garibaldi porta anche Battistina Ravello perché cucinasse e tenesse casa per lui; fu amante di Garibaldi. Conosce Maria Speranza von Schwartz che tradusse le sue memorie in tedesco.

1858  – si stabilisce definitivamente a Caprera dove diventa agricoltore e allevatore.

– agosto: chiede a Speranza di sposarlo: lei chiede tempo per riflettere. Mentre camminavano sottobraccio egli lo ritrasse nei pressi della casa, spiegando che le donne della sua casa avevano l’abitudine di spiarlo con un cannocchiale. Ha un incontro con Cavour: accordo per i volontari.

– 31 dicembre: nasce per sua richiesta l’inno di Garibaldi. Parole di Mercantini, musica di Olivieri.

1859  – febbraio; e a Torino incontra per la prima volta Vittorio Emanuele.

– 11 marzo; è nominato maggior – generale piemontese, comandante del Corpo Cacciatori delle Alpi: incomincia ad addestrare i volontari.

– 25 aprile: si prepara a partire; ha un violento attacco reumatico al ginocchio.

– 27 aprile; dichiarazione di guerra all’Austria, con la Francia alleata del Piemonte.

– 21 maggio: passa la Sesia.

– 23 maggio : passa il Ticino.

– 26 maggio: combattimento di Biumo Inferiore e Malnate.

– 27 maggio: battaglia di San Fermo: conosce e si innamora di Giuseppina Raimondi.

– 9 giugno: Vittorio Emanuele gli conferisce la medaglia d’oro al valor militare.

– 14 giugno: battaglia dei Tre Ponti.

– 11 luglio: armistizio di Villafranca.

– 1° agosto: si dimette da generale sardo.

– 17 agosto: viene nominato vice-comandante in capo dell’Esercito dell’Italia Centrale.

– settembre: lancia la sottoscrizione  “un milione di fucili” per l’unità d’Italia (Fondo Garibaldi)

– 16 novembre: si dimette da generale dell’esercito toscano.

1860- 4 gennaio: incontra Alexandre Dumas.

– 24 gennaio: sposa a Fino Mornasco Giuseppina Raimondi. Il matrimonio durò un giorno, lei era l’amante del giovane ufficiale Luigi Caroli. Non le avrebbe parlato mai più.

– 24 marzo: cessione di Nizza alla Francia. Garibaldi fonda un “Comitato per Nizza” ed entra in politica.

– 12 aprile: è eletto al Parlamento.

– 6 maggio: partenza dei Mille dallo scoglio di Quarto; sono 1150 uomini su due vapori: il Piemonte ed il Lombardo della compagnia Rubattino.

– 7 maggio: sbarco a Talamone.

– 11 maggio: sbarco dei Mille a Marsala.

– 13 maggio: occupa Salemi, proclama la leva in massa e assume la dittatura in nome di Vittorio Emanuele.

– 15 maggio: battaglia di Calatafìmi: guida l’assalto sotto il fuoco nemico incurante delle pallottole.

– 27 maggio: entra in Palermo.

– 6 giugno: resa dei Borbonici a Palermo ed evacuazione delle truppe.

– 10 luglio: battaglia di Milazzo

– 24 luglio: firma della capitolazione delle truppe borboniche di Milazzo.

– 27 luglio: occupazione di Messina.

– 6 agosto: raggiunge Punta Faro con le truppe.

Almeno una volta, e spesso due volte al giorno, saliva in cima al faro, e guardava la Calabria con il cannocchiale. Talvolta stava tutto il giorno e tutta la notte lassù, nella torre, in una angusta stanzetta che conteneva solo un lettuccio pieghevole, due sgabelli ed una cassa. A un chiodo era appesa la sua sciabola, e ad un altro una camicia ed un paio di pantaloni”.

– 18 agosto: salpa da Taormina per lo sbarco in Calabria.

– 19 agosto: sbarca a Melito.

– 21 agosto: battaglia di Reggio Calabria.

– 22 agosto: occupazione di Villa San Giovanni.

– 30 agosto: resa delle ultime truppe borboniche: la Calabria è libera.

– 31 agosto: arrivo a Cosenza.

– 7 settembre: ingresso trionfale a Napoli; al balcone del palazzo reale fece per la prima volta il “segno di Garibaldi”. Levò, cioè, un dito – l’indice – della mano destra a significare “una Italia”.  Andò nella cattedrale dove il sangue di san Gennaro si liquefece in suo onore. Il popolo gridava: “Viva Garibardo” e presto fu chiamato “Bardo”.

– 7 settembre – 8 ottobre: fu dittatore su tutto il Regno di Napoli.

– 30 settembre: battaglia del Volturno.

– 2 ottobre: battaglia di Caserta.

– 26 ottobre: incontro a Teano con Vittorio Emanuele II.

– 9 novembre: imbarco per Caprera dove tornarono i reumatismi.

1861- 27 marzo: è eletto deputato di Napoli al nuovo parlamento italiano.

– aprile: è bloccato a Torino da un attacco reumatico che gli impedisce di prendere parte alle sedute parlamentari.

– 15 maggio: alle sedute partecipa in poncho e camicia rossa.

Si sposa la figlia Teresita con Stefano Canzio.

– 6 giugno: muore Cavour pochi giorni dopo un violento attacco di Garibaldi nei suoi confronti. In quei giorni Cavour lo definì un orso incerto su quale preda divorare.

– luglio: si interessa della guerra civile americana, ma decide di rifiutare l’offerta di Lincoln di prendervi parte: ci sarà comunque una “Guardia Garibaldi” di volontari in camicia rossa.

1862 – 14 maggio: Sarnico: arresto di volontari garibaldini pronti ad invadere il Tirolo.

– giugno: parte da Caprera per Palermo onde liberare Roma e Venezia. Conia il motto “O Roma o morte”.

– 29 agosto: sull’Aspromonte scontro con l’esercito regio agli ordini del colonnello Pallavicino.

Mentre Garibaldi stava davanti ai suoi uomini esortandoli a non sparare, una pallottola sparata dai soldati in avvicinamento colpì un albero, rimbalzò e penetrò nella sua caviglia destra. Quasi nello stesso istante, un’altra pallottola lo colpì alla coscia sinistra; ma egli rimase diritto davanti alla linea, e alzandosi in tutta la sua statura continuò a gridare ai suoi uomini di non sparare”.

– 31 agosto: prigionia nel forte di Varignano (La Spezia).

– 5 ottobre: amnistia.

– 23 novembre: il dottor Zanetti estrae la pallottola dal piede senza amputazione. Garibaldi teneva la mano di Jessie White Mario e masticava un sigaro toscano. Per più di un anno poté camminare solo con l’aiuto delle stampelle.

Nono settennio

1864 – 19 marzo: partenza per la visita in Inghilterra, dove incontra Mazzini; è accolto trionfalmente. Disraeli si rifiutò di incontrarlo e Carlo Marx ridicolizzò il benvenuto tributatogli. Incontra Mc Adam, suo uomo di fiducia nei rapporti con la massoneria britannica. Viene accolto nella loggia “egiziana”, di lingua francese, di rito memphitico, “Les Philadelphes” del Rito Massonico Orientale di Memphis, diretta da Jean-Philippe Berjeau, che gli rilascia per l’occasione un diploma.  Si reca in Cornovaglia; a causa di disturbi di salute e per evitare di essere usato sia dai politicanti che dal governo inglese anticipa il rientro in Italia.

Maggio: è a Caprera.

I865 – ammiratori inglesi acquistano e gli donano la residua metà dell’isola di Caprera.

1866- 10 giugno: lascia Caprera per la campagna del Trentino.

– 24 giugno: stabilisce il suo quartier generale a Salò.

– 3 luglio: battaglia del Monte Suello. Mentre dirige le operazioni fu raggiunto da una pallottola alla coscia e deve ritirarsi; seguirà le operazioni in carrozza.

– 21 luglio: battaglia di Bezzecca

– 25 agosto: riceve l’ordine di ritirata; risponde a La Marmora con il famoso telegramma, “Obbedisco”, suscitando le ire dei mazziniani.

1867 – 16 febbraio: nasce la figlia Clelia da Francesca Armosino.

– 24 febbraio: va a Venezia, poi gira il Veneto liberato.

A Verona una donna usci dalla folla, presentandogli il suo bimbo di tre settimane e chiedendogli che lo battezzasse.

        Io ti battezzo in nome di Dio e del legislatore Gesù. Possa tu  divenire un apostolo del vero: ama il tuo simile; assisti gli  sventurati; sii forte a combattere i tiranni dell’anima e del corpo. Sii degno del bravo Chiassi di cui ti impongo il nome”.

Questo suscitò ovviamente le ire della Chiesa.

– 22 settembre: arresto a Sinalunga, mentre prepara l’invasione per liberare Roma; viene rinchiuso nella fortezza di Alessandria.

– 26 settembre: è liberato, ma confinato a Caprera

– 13 ottobre: alle 22 Garibaldi, da solo, si mette in mare con i remi fasciati per attutire il rumore ; fugge da Caprera.

– 16 ottobre: galoppa, a sessant’anni per 17 ore consecutive.

– 19 ottobre: è in Toscana.

– 23 ottobre: arriva a Monterotondo: si ricongiunge con il figlio Menotti.

– 3/5 novembre: battaglia di Monterotondo e Montana contro i franco – papalini, in una ambulanza inglese è presente H. P. Blavatsky. Sconfitto, viene arrestato  ed imprigionato  nel forte di Varignano.

– 25 novembre: liberato si ritira a Caprera. Qui inizia la sua attività di romanziere.

1868- scrive “Clelia, o il governo dei preti” e “Cantoni, il volontario

1869- 10 luglio: nasce la figlia Rosa da Francesca Armosino.

Decimo settennio

1870 – settembre/ottobre: si offre di aiutare la Francia repubblicana durante la guerra franco – prussiana.

– 7 ottobre: sbarca a Marsiglia.

– 25, 26 novembre: battaglia di Digione.

– 1° dicembre: battaglia di Autun.

1871 – gennaio: occupazione di Digione; è immobilizzato da un attacco reumatico. Il giorno di Capodanno muore a Caprera sua figlia Rosa di 17 mesi. Garibaldi è in condizioni disastrose per i reumi.

– 31 gennaio: abbandona Digione.

– 13 febbraio: rassegna le dimissioni dall’esercito francese, tra le polemiche del parlamento parigino circa la sua condotta bellica.

1872- segue gli avvenimenti dell’Intenzionale socialista. Muore Mazzini.

1873- pubblica il suo terzo romanzo. “I Mille”.

–  23 aprile: nascita del figlio Manlio.

1874- novembre: è eletto deputato a Roma.

– 19 novembre: ottiene una pensione annua dal governo: la rifiuta.

1875- 25 gennaio: arriva a Roma per presenziare all’apertura del parlamento.

– agosto: muore di malaria la figlia sedicenne Anita, cresciuta da Speranza von Schwartz e che non andò mai d’accordo con il padre.

1876 – 9 aprile: è costretto ad accettare, per bisogno, la pensione governativa.

– 26 maggio: presenta alla Camera un progetto di deviazione del Tevere per bonificare l’agro romano.

1878 – muore Vittorio Emanuele.

Undicesimo Settennio

1880 – 14 gennaio: la Corte di Appello di Roma annulla il matrimonio con la marchesa Raimondi.

1881 – 26 gennaio: sposa civilmente Francesca Armosino, mamma di Clelia e di Manlio.

1882 – 2 giugno: ore 18.22 muore a Caprera dopo un attacco di bronchite.

Garibaldi vide una nave passare davanti alla finestra e chiese se era quella che portava Ricciotti e Teresita: gli risposero di no; però sorrise quando gli dissero che era una nave diretta in Sicilia. Due capinere entrarono dalla finestra aperta, ed egli mormorò ai suoi amici di non mandarle via, perché erano forse le anime delle due bambine, le due Rose, che venivano a prenderlo”.

Note fisiche e caratteristiche

Dell’aspetto fisico di Garibaldi non abbiamo nessun ritratto o fotografia prima del 1842, quando cioè aveva 34 anni; le sue fattezze vennero però annotate in quattro occasioni nei registri della Regia Marina Mercantile di Nizza e Genova: “Altezza: oncie 39, ¾; capelli castagni o biondi; sopracciglia bionde; occhi : castano – chiari; fronte: alta; naso: regolare; bocca: media; volto: rotondo; barba: bionda; faccia: ovale; colorito: buono; segni particolari: nessuno”. Lontano dai tratti liguri suscitò dunque, a ragione in molti, l’impressione di una origine nordica. Ciò che più colpiva in lui era il suo portamento semplice e dignitoso. La sua calma franchezza, la sua spontanea sincerità e la sua quieta cortesia. Tutte qualità che però, in caso di ingiuria o di insulto, erano pronte a trasformarsi in una collera violenta.

Bartolomè Mitre, futuro presidente dell’Argentina, conobbe Garibaldi mentre rifugiato a Montevideo era maggiore nell’esercito della città. Mitre diede una descrizione dell’aspetto di Garibaldi cosi come era l’ultima volta che lo vide, il 17 novembre 1843.

Garibaldi aveva allora 36 anni; era basso e tarchiato, con spalle rotonde, l’incedere un po’ dondolante del marinaio, i lunghi capelli rossi e la barba lo facevano somigliare alla raffigurazione tradizionale di Cristo”.

Come tanti altri osservatori, Mitre trovò “gli occhi di Garibaldi azzurri e non castani, come realmente erano” (16).

Anche Mitre rimase stupito ed affascinato dal suo carattere e fu colpito da quella dissociazione tra pensare, sentire e volere che in molti notarono. Garibaldi aveva “un cuore ed un cervello in dissintonia”, tuttavia fu “un vero eroe in carne ed ossa, con un ideale sublime, con idee eccessive e distorte circa la libertà, ma con le virtù necessarie a grandi cose”.(17).

La stranezza del suo carattere venne sottolineata anche dallo storico Jasper Ridley, il quale scrisse:

Il suo carattere aveva però due facce: da adulto, fu un uomo d’azione fortunato e, insieme, un idealista, un utopista. Seppe prendere rapide decisioni, e ottenere grandiosi risultati, mentre i politici ed i teorici perdevano tempo in chiacchiere; ma talvolta, nel bel mezzo dell’allegria e del trambusto di un ricevimento o di una riunione mondana, era capace di restare con lo sguardo perduto chissà dove, assolutamente dimentico di ciò che accadeva intorno.  Era nato così: una strana combinazione d’idealista sognatore e di generale vittorioso.”( 18).

Dove si posasse quello sguardo è uno degli enigmi per la storiografia tradizionale.

Il visionano sognatore

Parea di là guardarlo, allora apparso, Arturo

e Garibaldi assorto era nel ricordare

di qual Argo il timone esso reggea, securo,

in una sacra notte, in un ignoto mare”.(19).

 

Della spiritualità di Garibaldi si sa molto meno che delle sue imprese guerresche. Accanito anti – clericale fu comunque sempre indulgente nei confronti della fervente religiosità materna. Fu un sostenitore della Religione del Vero e in qualità di Gran Maestro della Massoneria ci sono pervenuti diversi scritti, tanto che da essi si è potuto estrapolare un pensiero massonico di Garibaldi (20) che non sembra essere particolarmente geniale e apparentemente poco si discosta dalla “ortodossia” massonica. In realtà ciò che fu il mondo spirituale di Garibaldi va ricercato tra le pieghe della sua vita.

Comunque, è singolare che, al di là del collegamento formale con la Massoneria più esteriore, in parte già impegnata nei sommovimenti relativi agli eventi politici del Risorgimento italiano e a quelli del nascente movimento sociale operaio e contadino, egli abbia cercato una connessione profonda con due Riti massonici, ai quali era propria, soprattutto a quell’epoca, una visione spirituale di tipo occulto e misterico: il Rito Egiziano di Misraim e il Rito Orientale di Memphis. E come lui, che per un tempo ne fu Gran Maestro, molti dei suoi seguaci, specialmente ufficiali garibaldini, si fecero iniziare di questi due particolari Riti. Alcuni suoi ufficiali, come il generale Avventore Solutore Zola, portarono poi il rito di Memphis in Egitto, dove aderirono molti italiani e francesi colà residenti, e le più distinte personalità del mondo egiziano.

Diverse esperienze spirituali sono riportate nella sua biografia; tuttavia egli molto difficilmente parla degli avvenimenti intimi del suo animo se non hanno un significato epico – simbolico, utile al messaggio che vuole dare (21).

Possedeva una qualche forma di chiaroveggenza; la prima esperienza documentata si ha durante la prima visita a Roma, quando ebbe la visione di Roma capitale; possiamo però supporre che fin da piccolo poté sentire le forze elementari della natura, tanto che spesso si rifugiava per ore nei boschi solitario.

Anche il legame con la madre portò ad esperienze particolari:

Ho, abbenché non superstizioso certamente non di rado, nel più arduo della strepitosa mia esistenza, sorto illeso dai frangenti dell’oceano , dalle grandini del campo di battaglia… mi si presentava genuflessa, curva, al cospetto dell’infinito, l’amorevole mia guaritrice, implorando per la vita del nato dalle sue viscere!… Ed io benché poco credente dell’efficacia della preghiera, n’ero commosso! Felice! O meno sventurato!” (22).

Il  19  marzo  1852  Garibaldi è in  viaggio sulla “Carmen” nel Pacifico diretto a Canton. Nella notte la nave si imbatte in un tifone molto forte; era scossa dalla tempesta, e Garibaldi, sofferente per  un  attacco reumatico, giaceva nella sua cuccetta, quando ebbe una visione di sua madre e di Nizza, e di ciò che gli parve una processione funebre. Un anno dopo venne a sapere che proprio quella notte era morta Rosa Garibaldi.

Questa chiaroveggenza innata si unì all’iniziazione massonica che ebbe nel 1844 e divenne fino ad un certo grado più cosciente.

E’ l’anima che presentiamo, che noi vediamo con l’occhio dell’immaginazione” (23).

Divenuto Maestro Massone la sua visione spirituale lo portò a presagire, come vedremo, le sue origini spirituali. Le capacità chiaroveggenti non furono tuttavia così chiare;  però paradigmatica è la situazione che si ebbe sulla nave a Canton, perché la visione che sorse dalla furia degli elementi e dall’attacco di reumatismi riecheggia, come si vedrà, antiche tradizioni iniziatiche.

Al di là del quadro di chiaroveggenza cosciente che raggiunse, il mondo spirituale che in altre epoche gli stette davanti come sublime saggezza, in questa vita si riversò nelle sue membra e lo guidò a mutare i destini di “due mondi”.

Non si può cogliere appieno la vita di Garibaldi se non considerando quanto disse di lui Rudolf Steiner. Steiner parlò ampiamente di Garibaldi in diverse occasioni durante gli ultimi anni della sua vita. In particolare il Generale fu oggetto dell’indagine karmica di Steiner, in risposta ad una domanda che gli venne posta (24). Diverse volte, dunque, egli tratta di Garibaldi nei cicli di conferenze ora racchiuse nei volumi “Considerazioni esoteriche su nessi karmici” che rappresentano  un  eccezionale  lascito  sulla  evoluzione  del  mondo occidentale e sugli impulsi spirituali che ne stanno alla base.

Nelle 81 conferenze tenute in diverse città europee nel 1924 vengono, come è noto, trattati una moltitudine di temi e diverse biografie vengono presentate ed analizzate in relazione alle loro precedenti incarnazioni. Tra i diversi temi trattati molti ricorrono in più conferenze ed in particolare ciò che preme a Steiner di lasciare alla Società Antroposofica sono questi 4 punti:

1 – RIPRENDERE ED APPROFONDIRE LA MODALITÀ DI AZIONE E DI  INVESTIGAZIONE DEL KARMA.

2 – LA PRESENZA IN EUROPA DI CORRENTI INVOLUTIVE  LEGATE DA UN LATO ALL’ARABISMO MATERIALISTA E DALL’ALTRO AGLI IMPULSI IMPERIALI ROMANI.

3 – LA PRESENZA IN EUROPA DI CORRENTI CRISTIANE ESOTERICHE CHE  SI PONGONO SOTTO LA GUIDA DI  MICHELE.

4 – IL KARMA DELLA SOCIETÀ ANTROPOSOF1CA E SUOI  COMPITI NEL FUTURO.

(CONTINUA)

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Note

16) J. Ridley, Garibaldi. A. Mondadori 1975

17) Ibidem

18) Ibidem.

19) Da: Giovani Pascoli, I dodici esuli.

20) G. Gentile,  Giuseppe Garibaldi –- ed. Bastogi.

21) La scarsa obiettività nelle sue memorie ha fatto sì che esistano quattro versioni differenti, olto romanzate. Per esempio in una di esse non nomina Mazzini in quanto deluso dal suo comportamento. Ben evidente è anche la ritrosia a parlare dei suoi drammi familiari; non fa cenno né alla morte della sorella Teresita, né a quella della figlia Rosita. Anche sui nomi e date il pensiero di Garibaldi fu estremamente debole.

22) Dwight, Scritti II 18 – 19 :

23) G. Gentile,  Giuseppe Garibaldi –- ed. Bastogi

24) Si veda “ Considerazioni esoteriche su nessi karmici” volume quinto. A pag. 53 è scritto : “ Quando un giorno mi venne rivolta la domanda: quali potrebbero essere i nessi karmici di quella personalità?”.

GIUSEPPE GARIBALDI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L'ARTE DEL CUOCO FILOSOFICO

CUOCO (2)

 La scienza moderna non considera il calore come una entità a sé stante ma accetta il fatto che esso modifichi le proprietà di un corpo.

*

Le donne sono più spirituali degli uomini! E per affermare questo nemmeno oso addentrarmi nelle osservazioni del Dottore riguardanti la plasticità della donna confrontata con la più densa s(t)olidità del genere maschile.

Nossignori. Basta rimanere qui, coi piedi piantati saldamente per terra. Il grande saggista e romanziere inglese C. S. Lewis ha caratterizzato efficacemente questa innegabile verità in una sua deliziosa “fiaba per adulti” (That hideous strength) in cui la personalità che dirige un improbabile gruppetto di inconsapevoli eroi della Luce stabilisce che le ordinarie faccende domestiche vengano svolte con una netta separazione tra i sessi: solo donne o solo uomini.

Perché questo? Allo scopo di evitare, in cucina, insanabili fratture: se un uomo chiede ad un altro dove riporre un oggetto, il primo risponde al secondo: “Mettilo nella credenza, nel secondo cassetto in basso a sinistra”. Se una donna fa ad un’altra donna la stessa domanda, la risposta può essere: “Là” oppure “Laggiù”.

Il mistero è manifesto: tra loro le donne, in questo modo, si capiscono benissimo mentre per l’uomo una spiegazione di quel tipo gli cortocircuita le cellule grige generando frustrazione, irritazione e in alcune situazioni sfoghi violenti. Ma, nel migliore dei casi, tra i due sessi si litiga.

A me è capitato spesso (in salotto, non in cucina), dopo aver chiesto lumi su di un fatto ad una gentile amica e dopo una sua lunga, accuratissima narrazione del come e del perché, di uscirne poi senza una immagine che (per me) avesse un fondamento di sensibile realtà e persino più nebulizzato di prima…ma con una delicata e dedicata malinconia verso l’irrisolto tema a causa delle mie patenti incapacità.

Arguisco che le donne siano come dotate di poteri che nemmeno in sogno l’uomo può sperare di possedere. Esse invece detengono la signoria di un linguaggio ermetico, il quale essendo ermetico è di certo figlio nobile dell’Arte regia, cioè della tradizione ermetica che nel passato è stata la via spirituale di quelli che furono e sono chiamati alchimisti.

Qui però c’è un però, poiché con la lettura di un testo originario di Ripley o Sendivogio o Geber, ammesso che la (in)comprensione possa essere un metro di misura, si giunge presto all’impressione che tali signori siano stati molto, ma molto superiori alle donne: e parlo di chi tra essi scrisse, forse mosso a pietà dalle turbe di pecoroni – ovviamente maschi – duri di comprendonio, divulgando e spiegando nei particolari i segreti della Trasmutazione e della fabbricazione della Pietra filosofale. Parlo degli Alchimisti conosciuti poiché questi scrissero valanghe esplicative, condividendo con il lettore l’arcano, strappando (a detta loro) persino la foglia di fico che dissimulava il segreto dei segreti.

Se non l’avete mai fatto, provateci, leggeteli. E’ la migliore disciplina d’avviamento alla sublime condizione del Non-Capire: invero condizione naturale generalizzata, ma in questo caso prodotta da un duro lavoro cosciente.

Bando a scherzi, a me che provenivo da un Oriente tutto trascendenza, dannarmi sull’ambigua equivalenza tra metallurgiche operazioni sensibili e stati di coscienza servì ad avvicinarmi all’idea del sensibile/soprasensibile che è la chiave dell’indagine goethiana.

Visto il titolo di questa nota, ogni dissertazione su valenze simbolico-terminologiche di cui i testi alchemici sono ricchissimi, è fuori discussione. Salvo gli accenni ai fuochi filosofici.

Perché “è dal regime del fuoco che tutto dipende” (Filum Ariadnae). “L’Opera non si fa né col fuoco volgare, né con le mani, ma col solo calore interiore” (Pernety). “Mediante lento e paziente riscaldamento, con continuo e mite calore si opera sino ad ottenere lo spirito occulto del mondo chiuso dentro la Pietra” (Chymica Vannus). Col Fuoco si cuoce: “intendete tutto secondo natura e secondo regime. E credetemi senza cercar tanto. Io vi ordino solo di cuocere: cuocete al principio, cuocete nel mezzo, cuocete alla fine, senza far altro: poiché la Natura si porterà al compimento” (Turba Philosophorum).

Prima di continuare spendo qualche riga su due termini ancora in uso che indicano strade e attitudini diverse: “umido” e “secco”.

Può valere, tra i molteplici significati, quanto è scritto nel Liber singularis de Alchimia che caratterizza la via secca dall’azione del Fuoco nudo e dall’assenza del “nero”, cioè dalla mortificazione. Ciò significa un operare senza crisi o salti o alterazioni ma con un processo continuo di sfittimento, di progressiva luminosità: attivo data la continua presenza del Sole e dello Zolfo (principio Io/volontà). Per l’uomo antico e per chi si trovi ad avere una naturale relazione con l’extrasensibile, la via umida, devozionale potrebbe essere più immediata. A patto che non sbocchi in condizioni passive e di estasi mistiche in cui il Mercurio (etere universale) scardini e sommerga l’operatore. Muovere qualcosa nel corpo eterico oppure esserne mossi si traduce in direzioni fatali.

Poiché il passato si prolunga nel presente, credo si possano cogliere alcuni tratti della via umida o della via secca anche nelle disposizioni animiche di coloro che operano nella presente forma della Scienza spirituale.

Tornando al tema del fuoco filosofico, esiste un testo breve di Giovanni Pontano che dà una relativa chiarezza e che potrei ricopiare per intero. Supponendo che ciò non sia un ardente desiderio vostro e mio, trascrivo qualche pagina saltando oltre le usuali lamentele delle fatiche e delle ambascie affrontate in lunghi anni di ricerca e di tentativi a vuoto, cosa familiare anche oggi a molti.

“…..La pietra filosofale dunque è una e si chiama in più modi: prima che tu la riconosca ti sarà ben difficile. Infatti è acquea, aerea, ignea, terrea, flemmatica, sanguigna, malinconica, collerica, è anche sulfurea ed è parimenti argento vivo. E ha molte qualità felici, che per opera dell’altissimo Dio, si convertono in vera essenza mediante il nostro fuoco.

E chi separa qualche cosa dal soggetto, ritenendo che ciò sia necessario, quegli per certo non sa nulla di filosofia, perché ciò che è superfluo, impuro, sudicio e di rifiuto, insomma tutta la sostanza del soggetto, si perfeziona in corpo spirituale sempre mediante il nostro fuoco. E questo i veri sapienti non l’ignorano mai.

Ora bisogna dire le proprietà del nostro fuoco e se cioè convenga alla materia e in quale modo, affinché si trasmuti con la materia. Quel fuoco non brucia la materia, niente separa dalla materia, né divide le parti pure dalle impure, come dicono tutti i filosofi, ma converte in purità tutto il soggetto: non sublima, come Geber fa le sue sublimazioni, similmente Arnoldo di Villanova e altri, parlando di bilanciamento ed equilibratura dei principi e di sublimazioni. Rende perfetto in breve tempo.

E’ minerale, acqueo, eguale, continuo, non evapora se non si faccia avvampar troppo, partecipa del sulfureo da altro che dalla materia, disgrega, scioglie, congela tutto e similmente calcina ed è artificiale, facile a trovarsi e a comporsi, senza spesa o almeno con poca.

Il nostro fuoco è minerale ed eterno, non evapora se non è eccitato oltre misura: partecipa dello zolfo, non proviene dalla materia: distrugge, dissolve, congela e calcina tutte le cose. Occorre molta abilità per scoprirlo e prepararlo: non costa nulla o quasi nulla. Inoltre è umido, carico di vapori, penetrante, sottile, dolce, etereo. Trasforma, non si infiamma, non si consuma, circonda tutto, contiene tutto: infine è il solo della sua specie. Egli è ancora la fonte d’acqua vitale nella quale il re e la regina della natura si bagnano continuamente.

Questo fuoco umido è necessario in tutte le operazioni alchemiche, poiché tutta la scienza è in questo fuoco. E’ alla sua volta un fuoco naturale, soprannaturale e antinaturale, un fuoco alla sua volta caldo, secco, umido e freddo che non brucia, né distrugge. E quel fuoco è fuoco con investigazione, con mediocre contributo: con fuoco languido tutto insieme produce tali equilibri.

E chi legge Geber e tutti gli altri filosofi, se vivesse cent’anni, non riuscirebbe a comprenderlo, perché soltanto per mezzo della profonda riflessione si riesce a trovare quel fuoco.

Allora si può capire nei libri e non prima.

(…) La pratica invero è questa: si prenda la materia e il più accuratamente possibile si triti con tritura filosofica e si metta al fuoco e la proporzione del fuoco si conduca in modo tale che ecciti semplicemente la materia, la tocchi tuttavia e in breve tempo quel fuoco, senz’altra apposizione delle mani, celermente compirà tutta l’opera, perché putrefarà, corromperà, genererà e perfezionerà e farà apparire i tre colori principali, nero, bianco e rosso, mediante il detto fuoco molteplice. Si aggiunga poi materia cruda non solo nella qualità, ma nella virtù.

Sappi dunque cercare con tutte le tue forze questo fuoco e ci arriverai, perché è quello che compie l’opera ed è la chiave di tutti i filosofi che non hanno mai rivelato…

Per quel poco che comprendo, davvero il Pontano si esprime più chiaramente degli altri alchimisti (resto al vostro servizio per le poche cose che paiono meno comprensibili, così ci faremo insieme almeno quattro risate).

Il fuoco o calore – sono termini intercambiabili – è dappertutto, come lo è stato dall’inizio della Creazione. Nell’uomo si affaccia come calore corporeo, perciò la nostra Pietra è naturalmente calda: essa manifesta la “vita della luce”, cioè abbiamo la vita che non possediamo e la luce che si palesa ma sembra nascosta.

Nell’uomo si avverte la vita come fuoco dei sensi, calore delle passioni. Nell’uomo il calore risorge come amore quando diventa percezione e pensiero ossia nell’atto che tende a restituire allo Spirito la materia. Nei confronti dell’anima la luce del pensiero deve incontrare il calore che promana dalla vita istintiva. Per comprenderci per il verso giusto si potrebbe parlare di realizzare una speciale condizione di “entusiasmo” indipendente dalle condizioni personali: sarebbe un buon termine qualora non venisse alimentato, come sempre avviene: a) dalle forme del sensibile (…partecipa dello zolfo, non proviene dalla materia…), b) dal godimento della natura personale (...senz’altra apposizione delle mani...).

Così, nel comune divenire, anche spiritualista, si usa e si sostiene pure che l’entusiasmo e tutto quanto vi si correla sia cosa grande mentre è palese contraddizione: si rinserra la sezione mediana al fluire di ciò che libera il pensare ed il percepire dalla categoria corporeo-animale: il volere profondo: il volere pre-corporeo è la vera forza attraverso la quale l’uomo può essere libero.

Solo dalla (progressiva) libertà può scaturire l’amore e l’atto morale. Libertà è essere indipendenti dal corpo, è agire dalla straordinaria condizione nella quale ci si possa trasferire nel corpo eterico. E tutto quello che pifferai e zufulatori spargono in giro con ossessione tematica diversiva è solo piatta fuffa dialettico-luciferica.

Dunque c’è chi si entusiasma per ciò che legge, chi per ciò che fa, poi ancora c’è chi scoppia di entusiasmo rimirandosi allo specchio…è roba di tutti i giorni e non vale un accidente.

Come ho scritto sopra, l’opera è portare l’essere del pensare nella vita degli istinti: il sole, l’oro, lo zolfo hanno, detto alla buona, un senso analogo ed il punto di questa somma analogica non può essere che il centro più possente dell’anima che la simbologia architettonica occulta indica come zona cardiaca.

Nel cuore avviene l’incontro tra calore e luce che “trasforma, non si infiamma, non si consuma, circonda tutto, contiene tutto: infine è il solo della sua specie”.

Nelle più serie e veraci correnti occulte esauritesi meno di un secolo fa, l’opera consisteva nel sentire ed avvivare con l’immaginazione una caloricità nella zona del cuore, nutrendola progressivamente con sensazione e immaginazione. Sebbene fosse preparata da una pratica volta all’isolamento dell’uomo lunare, il suo limite era quello comune a tutti gli occultismi: trasferire nella corporeità la coscienza, disciplinata ma ordinaria, seppure purificata dall’umido naturale così caro al volgo.

In realtà c’era già tutto ma mancava soltanto ciò che può immergersi nel corpo essendo da questo indipendente: la forza-pensiero. Senza la forza-pensiero ogni operazione o rito è solo operazione corporea poiché officiata dalle possenti forze corporee dominanti la coscienza. Di questa essenziale forza e della sua, già difficilissima conquista, su Eco se ne parla tanto, forse così tanto da confondere il buon lettore. Allora rimando a qualsiasi opera di Massimo Scaligero ed in particolare al Trattato del Pensiero vivente (in particolare l’edizione del ’79 riveduta e ampliata dall’Autore poco prima della sua scomparsa).

Pur essendo del tutto convinto che la “pietra angolare” non soltanto sostenga ma riassuma in sé l’intero edificio, ad un certo punto della disciplina della liberazione del pensiero dal vincolo cerebrale è possibile indirizzare parte del lavoro interiore verso la dinamizzazione del fuoco cardiaco. Infatti il dott. Colazza dice: “Tutte le regole e gli indirizzi di educazione occulta non daranno frutti senza questo senso del fuoco risvegliato nel cuore. E’ per questo che gli uomini del passato hanno tentato la via della devozione ma questa era troppo spesso inquinata da pregiudizi e da emozioni passive e non poteva dare la conoscenza. Scendendo nel cuore gli uomini perdevano il senso dell’Io per disperdersi nel sensibile sentimentale

Ricordatevi dei “santini” in cui è raffigurato Gesù che tiene in mano il cuore fiammeggiante: ermeticamente semplificato in un triangolo rovesciato sormontato da una croce (tale simbolo ha anche altri significati. Nei tarocchi corrisponde al XII arcano: l’impiccato).

Molti sanno quale sia la disciplina: si trae, con l’immagine di normali processi sensibili (dal calore del sole al fuoco di un ceppo di legno), un sentimento o “senso” del calore. Se questo viene colto dalla coscienza della testa, il suo carattere lo traduce immediatamente nel cuore. Il processo, quando sia posseduto, accende subitaneamente la condizione a cui il dott. Colazza diede la migliore definizione possibile: “Emozione attiva”, del tutto indipendente da quanto può entrare in noi dal mondo esterno e dalla contingente personalità nostra.

Ma questo a che serve? Quasi già detto: porta a Vita la Luce. Ossia l’illuminazione si “accende”: diventa potere trasformante, giunge fino ai sistemi corporei, pervade ogni singola cellula del corpo e secondo misura e destino dissolve la materia e la sostanzia di etere spirituale. Parlarne come ora, indica, ma oltre non serve più di tanto: sono tutte condizioni, esperienze dell’anima metadialettiche, metarazionali: pure esperienze. Esse iniziano sempre dal pensare senza pensieri. Mi verrebbe da dire (e perciò lo dico): dal pensare…spensierato! 

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

L’ARCHETIPO – LUGLIO 2015

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ASCESI DEL RISVEGLIO E L’OTTUPLICE SENTIERO DEL BUDDHA SHAKYAMUNI

buddha shakyamuni

Negli incontri che ritmicamente negli anni settanta del trascorso secolo avevo con Massimo Scaligero – incontri per i quali non ringrazierò mai abbastanza il Cielo e i Numi – talvolta egli affrontava il tema delle ascesi d’Oriente, ricreandone ogni volta con la sua magica parola la viva immagine e l’arcana atmosfera davanti agli occhi della mia anima. Di quelle antiche Vie, egli mi illustrava gli aspetti più luminosi, che avevano valore di perennità, separandoli da quegli aspetti traseunti, oggi non più attuali, dovuti all’inevitabile adattamento del linguaggio dello Spirito alle esigenze delle diverse civiltà e della varietà di tipi umani che in esse si manifestavano. Massimo Scaligero curava di mostrarmi altresì come quei luminosi contenuti di perennità (come amava definirli) potessero ancora parlare all’uomo più moderno, all’uomo attuale, quello più radicalmente immerso nell’esperienza immanente del mondo.

Una particolare importanza, egli dava alla Via del Buddha, che non si era esaurita nelle varie forme storiche ch’essa aveva assunto lungo un millennio in India, e neppure nelle successive manifestazioni estremo-orientali del Buddhismo, in Cina e in Giappone, e nemmeno in quelle tibetane, che maggiormente hanno risentito delle influenze indiane. Egli vedeva nell’operare del Buddha un impulso “cosmico” che, al di là delle forme “storiche” assunte in Oriente, poteva manifestarsi nell’Occidente moderno in forme inaspettate, difficilmente ravvisabili dagli stessi orientalisti e storici delle religioni, i quali difficilmente riescono a scorgere, a causa dell’ipnosi prodotta in loro dall’arido dato filologico e archeologico, l’imprevedibile elemento spirituale vivente, generatore di impensate forme novelle, che difficilmente può scorgere chi si nutra unicamente di sia pure eruditi studi accademici.

Più volte Massimo Scaligero mi dette concrete indicazioni operative, invitandomi espressamente a sperimentarle nella mia pratica ascetica, traendole da insegnamenti del Buddha, che mi mostrava in una luce per me davvero inaspettata. Traeva quelle preziose indicazioni sia dalle opere del Canone pâḷi del Buddhismo più antico, sia da quelle del più recente Buddhismo Mahâyâna. Di un autore, da me molto amato, come Nâgârjuna, arrivò a dirmi che: “egli era stato uno dei primi asceti, un autentico precursore, della Via del Pensiero, come la concepiamo noi”. Mi indicò pure un punto nel quale il Buddha Shakyamuni parla apertamente dell’esperienza del pensiero vivente.  Più di una volta mi espresse il pensiero che se, all’inizio del Novecento, invece che i teosofi, avesse avuto di fronte degli asceti formati nelle Vie dell’Oriente, Rudolf Steiner avrebbe donato contenuti di ben altra radicalità e dirompenza spirituale. 

Nella seconda metà degli anni settanta, Massimo Scaligero volle darmi un suo scritto, un estratto da un numero di East and West, la bella rivista del Is.M.E.O., ch’egli curava come redattore, recensore di testi di orientalistica, e direttore responsabile. L’articolo ivi pubblicato era in inglese, ma avendo smarrito il dattiloscritto originale in italiano, mi pregò – oltre che di studiarlo con attenzione e di meditarlo bene – di tradurlo in italiano: poi lui lo avrebbe rielaborato in una forma tale da poter essere messo a disposizione degli amici impegnati nella Via. A quell’epoca, purtroppo, le mie conoscenze della lingua d’Albione erano meno che modeste (e ben modeste le mie competenze linguistiche lo sono tuttora), per cui non riuscii ad adempiere onorevolmente, prima della sua scomparsa (avvenuta non molto tempo dopo), il compito affidatomi.

Ma non desistei. Ne feci, nel tempo, due successive traduzioni, che invero mi soddisfacevano molto poco. Vi sono ritornato sopra in questi giorni, mettendoci la massima buona volontà. Naturalmente, l’argomento, estremamente delicato, anche per chi ben lo comprenda, non è facile da tradurre. Ma l’impresa più difficile, in quest’opera di retroversione dall’inglese all’italiano, è rendere lo stile e l’efficacia della parola di Massimo Scaligero, parola che, nelle opere da lui pubblicate, manifesta tutta la magia mantrica del suono e l’aurea trama del suo luminoso tessuto ideale. Comunque vi ho messo tutto l’impegno possibile per non tradire il suo pensiero. Per cui sono da imputare solo a me tutti i difetti, che una inabile traduzione non mancherà di mostrare, per i quali chiedo in anticipo la benevola indulgenza del candido lettore.

Non farò l’esegesi delle parole di Massimo Scaligero, ché di ben altre forze e sapienza dovrei essere provvisto per un tale arduo compito. Tuttavia non rinuncio a indicare come il tema della “liberazione della memoria”, della indipendenza dai condizionamenti di una natura inferiore, sia stata trattata anche dal Dott. Giovanni Colazza, che di Massimo Scaligero fu amico e Maestro, nella conferenza da lui tenuta a Milano, l’8 dicembre 1940, recante il titolo “La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente”, trascritta dagli appunti dell’ottima Fanny Podreider. In quella conferenza, come del resto in questo scritto di Massimo Scaligero, viene indicata operativamente una ascesi di liberazione conoscitiva, basata sulla Filosofia della libertà di Rudolf Steiner, secondo la quale l’esperienza spirituale del momento originario del pensiero, dell’esperienza cosciente e vivente dell’idea è l’azione trasfiguratrice, anzi radicalmente trasmutatrice, dell’intera vita dell’anima. Per cui dall’esperienza del “pensiero puro”, del “pensiero vivente”, scaturiscono forze morali, e non viceversa. Come viene mostrato da Massimo Scaligero in questo scritto, che vede qui la luce, per la prima volta in lingua italiana.

***

Massimo Scaligero, What the Eightfold Path may still mean to mankind, tratto da East and West, Year VII, N. 4 – January 1957, pp. 365- 372.

 CHE COSA L’OTTUPLICE SENTIERO PUO’ ANCORA SIGNIFICARE PER L’UMANITA’

Il ricordo dell’Ottuplice Sentiero nella nostra mente è collegato ad un gruppo di regole morali semplicissime, che nella nostra epoca, hanno un sapore leggermente antiquato, pur rappresentando esse, come viene riconosciuto, i contenuti fondamentali del Buddhismo. Potremmo sentire che, se paragonato, all’aristocratica esperienza delle Upanishad e alle altezze metafisiche raggiunte dai suoi ascetici autori, l’Ottuplice Sentiero, assieme alle Quattro Nobili Verità e alla Dodecupla Catena della Pratîtya Samutpâda, non sia altro che una versione pratica di verità sovrasensibili, talmente allontanatasi da quelle altezze da dimenticare il nucleo essenziale dell’uomo, l’Ātman-Purusha.

Ci dovrebbe essere consentito pensare che taluni mutamenti i quali, nello scenario spirituale dell’umanità,  si presentano col succedere di ogni epoca di evoluzione alla precedente, debbano avere a che fare con le modificazioni interiori dell’uomo stesso. Riforme religiose  e lotte filosofiche dovrebbero forse essere fatte risalire alle forme mutanti dell’esperienza umana, all’emergere di una nuova relazione organica con la sfera sovrasensibile. Questo può spiegare perché nell’ambito di un dato sistema, pensatori tradizionali si trovino a fianco dei rappresentanti di nuove prospettive e dei precorritori di future concezioni. Per la mancanza di coscienza della novità di talune esperienze, quest’ultimi aderiscono alle antiche espressioni; ciò porta a fraintendimenti e a conflitti. La grande polemica tra Realisti e Nominalisti all’interno della corrente ascetica aristotelica nel Medioevo non potrebbe essere spiegata altrimenti. I due gruppi avevano una diversa esperienza degli Universali e chiamavano con lo stesso nome l’oggetto della loro contrastante esperienza interiore.

In maniera simile potrebbe spiegarsi la divergenza tra il Nyâya-Vaiśeṣika e le dottrine buddhiste.

Chiunque guardi imparzialmente alla vita umana nel corso dei secoli, alla storia dello spirito umano, dovrebbe essere capace di rilevare, là dove ve ne siano, i cambiamenti ch’essa presenta. L’umanità è rimasta sempre la stessa? Come può avvenire allora ch’essa afferri e riconosca se stessa persino sotto condizioni che sono sprofondate e sepolte nella coscienza? Il mondo antico non è certo la proiezione dell’intelletto attuale, che tenta di ricostruire qualcosa di diverso da sé, un qualcosa che mai esistette. Esso si rivela, invece, nella forza del suo proprio essere in quanto obbiettiva realtà alla quale il mondo moderno deve anelare per arrivare ad una comprensione.

Quanto all’Ottuplice Sentiero dovremo vedere se esso sia una formula meramente morale, che dia per scontata una serie di “beatitudini”, che non possono essere postulate, ma che dovrebbero piuttosto essere prima conquistate, o non sia piuttosto la formulazione morale di un’esperienza metafisica, che già contenga in sé, in uno stato di estrema purezza, la sapienza ultima delle Upanishad, circa il tradurla in un metodo di vita, in uno stile umano, e che indaghi ulteriormente in profondità. Una interpretazione strettamente morale potrebbe dunque essere il risultato della comprensione del mero suono esteriore delle parole, e non dei contenuti cui esse semplicemente alludono.

Guardiamo più da vicino alla “retta visione, al retto pensiero, alla retta parola, alla retta azione, al retto metodo di vita, al retto sforzo, alla retta esperienza, alla retta meditazione”, ossia alla formulazione verbale dell’Ottuplice Sentiero. Gli otto punti sono ovviamente attitudini ed esercizi che non possono essere separati l’uno dall’altro. Il segreto del loro reale significato sta nella loro struttura, nel loro accordo, nei sottili legami tra essi. 

Una virtù, una qualsiasi attitudine interiore, per l’uomo moderno è anzitutto e soprattutto  un qualcosa di astratto, quasi uno slogan. L’esperienza razionale è quella che rende l’uomo capace di edificare la scienza e la visione scientifica del mondo. Ma il metro di misura della mera conoscenza non può in alcun modo essere applicato alla visone dell’uomo antico. Studiosi come Eliade, Kerenyi, Dumézil hanno dato un’immagine viva della differenza tra l’esperienza antica e quella moderna della natura e del mondo. I veri organi di conoscenza erano altri. L’uomo antico, un essere prerazionale e prefilosofico, non sperimentava astrattamente il pensiero, in quanto la corrente vivificatrice della volontà scorreva direttamente nel suo pensare. Una virtù non avrebbe potuto essere pensata astrattamente – là dove l’uomo moderno, invece, può essere razionalmente persuaso, con ottime ragioni, a condannare un modo di vivere nei confronti del quale, in effetti, egli non è abbastanza forte da liberarsene – ma una volta introdotta nell’anima come pensiero, quella virtù avrebbe mostrato sin dal principio la sua forza trasformatrice.

L’importanza attribuita a dhâraṇâ e a dhyâna, ossia alla concentrazione e alla meditazione, nei testi tradizionali può essere scorta nell’esperienza attraverso la quale l’uomo realizzava il suo essere: nel pensiero egli viveva, per così dire, come in un organismo sottile non limitato alla testa, bensì pervadente l’intero suo corpo e la sua anima.

Lo Yoga, la dottrina dei chakra, la nozione delle nâdî, e il lato pratico dello shaktismo sono intesi nell’Induismo a “corporificare lo spirito e a spiritualizzare il corpo”, e possono essere giustificatamente messi in relazione con l’idea dell’antica identità tra l’essere e il pensare. Il mistico realizzava se stesso nel pensare e sentiva ch’egli non era, allorché era cosciente unicamente del suo corpo; egli si sentiva disperdere e quasi svanire nel processo sensorio, laddove invece egli sentiva il proprio essere integrale, mentre era impegnato nel pensare meditativo. Per lui l’essere era pensare e il pensare essere. Al di fuori dell’attività interiore suscitata dal pensare egli non era. All’interno di essa, egli percepiva il proprio essere, la propria vita. Nella meditazione l’uomo viveva realmente. In altre parole, le astrazioni erano ignote all’asceta antico, poiché il pensiero era volontà, al tempo stesso che jñâna era autorealizzazione.

Solo dopo la nascita del pensiero riflesso, dialettico e filosofico, l’essere e il pensare si scissero in due funzioni distinte. La vita e le idee vennero tenute separate, finirono in posizioni contrastanti, e sorse il problema della loro relazione, che da allora è stato il secolare problema della filosofia, sino alle sue ultime manifestazioni. L’esistenzialismo solleva nuovamente il problema non con l’intenzione di risolverlo, bensì con quella di soffiare nuovamente sulla mala fiamma della dualità mediante una dialettica trincerata, esasperata.

La disputa, lungamente condotta, sembrò  trovare la sua soluzione in un momento dell’evoluzione del pensiero occidentale, allorché Cartesio pronunciò il suo cogito, ergo sum. Ciò portò a ulteriori discussioni, ma non cambiò nulla, in quanto quel “cogitare” e quel “esse” erano in se stessi espressione della frattura tra “speculare” e “vivere”, ch’egli intendeva risanare. Se un discepolo del Buddha avesse potuto parlare a Cartesio, avrebbe potuto dirgli: “Tu non puoi essere nel tuo pensare, perché  il tuo pensiero non è, poiché esso è un mero riflesso. Perciò, quando pensi, tu non sei, proprio come l’immagine riflessa da uno specchio non è, anche se essa appartiene ad un oggetto reale”. Cogito qui significa “non entia coagito, ergo non sum”. (Michelstaedter).

È una questione vitale, scottante, che sta alla base dei più tormentosi problemi attuali, in quanto noi vediamo ancora l’essere fuori del pensare, cosicché si cade inevitabilmente o in un realismo materialista, o in un realismo metafisico, i quali riconfermano ambedue la dualità, l’astrattezza,  e il limite.

L’Idealismo, e i suoi sviluppi sino a Giovanni Gentile, sembrarono avere bandito l’ “essere” come oggetto di ogni discussione razionale. Esso potrebbe al massimo essere oggetto per il meditare, o la molla per un nuovo tipo di azione, basata sulla forza di alcune intuizioni razionali già acquisite. Ma l’esistenzialismo lo risollevò nuovamente come problema centrale del suo orientamento, e Martin Heidegger poté riscoprirlo e riportarlo alla luce, come se nessuno lo avesse prospettato e dialetticamente risolto prima. La ragione per cui questo problema viene sempre riproposto di nuovo e non viene trovato alcun indizio alla sua soluzione, deve essere scorto nello stato attuale del pensiero umano: pensiero disanimato, privo della dimensione della profondità, anche se può brillantemente dissertare sulla profondità.

Indubbiamente Hegel toccò il soggetto, sebbene non lo portasse alle sue estreme conseguenze. “L’essere”, dice egli nella Scienza della logica, “è una pura intuizione, e tale è anche il nulla in quanto semplicemente identico all’essere”. Ovviamente, pura intuizione qui è intesa a significare un pensiero che si esaurisce completamente nel suo oggetto ideale. Ma questa è precisamente la ragione per la quale esso non si esaurisce, bensì riemerge oltre la contraddizione e nel suo ri-emergere, anche se in un lampo che è breve se misurato in tempo umano, è uno con l’eternità. L’ulteriore manifestazione nella quale l’essere è pensiero che percepisce l’essere, non può essere considerato implicito nella dialettica di Hegel, né nell’autocoscienza di Fichte, né nell’identità di Schelling. Tuttavia, l’intera filosofia dell’idealismo è un anelito sublime verso una sintesi di essere e di pensare, tuttavia soltanto un anelito, senza il costante perseguire il fine della sua realizzazione.

Quella realizzazione, ovviamente, non può essere il frutto di un’ulteriore speculazione. Il sentiero delle ragioni e delle argomentazioni dilegua nell’indefinito della razionalità, mentre tutto annuncia che lo Spirito deve divenire esperienza o vanificare nel regno degli fantasmi. L’idealismo o la filosofia, che è la stessa cosa, in quanto non c’è filosofia che nella sua essenza non sia idealismo, dovrebbe esser capace di concordare postulato che il pensiero non sia una funzione meramente soggettiva, in quanto nel suo esser prima di venire assunto dal soggetto, l’uomo, esso è una forza universale, cosmica, sovraindividuale, una realtà spirituale, essere; essere nel quale l’uomo può essere, senza il quale egli non può essere; e in effetti egli non è, poiché il pensiero è pensiero riflesso, poiché egli è sempre proteso verso fondamenti esteriori, miti, esseri o rivelazioni, senza realizzare che quelli, nella misura in cui sono oggetti del suo pensiero, sono pensiero essi stessi. Pensando, io non sono al di fuori della realtà, in quanto i pensieri appartengono alle cose, anche se essi sorgono dentro di me: l’anima delle cose trova la sua espressione in me attraverso il mio pensiero, certamente non attraverso il pensiero riflesso, bensì attraverso il retto pensiero, che può essere identificato con quello che Shri Aurobindo chiama “Pensiero Paracleto”. Affinché l’anima delle cose possa rivelarsi in me come pensiero, quel pensiero non devo sfuggirlo, bensì devo soffermarmi in esso. Devo fermare il flusso concretamente reale del pensiero, accoglierlo in me come forza, vivere con esso. Questo è ciò che significano concentrazione e meditazione. Saltare da un pensiero all’altro, in un permanente divagare, in una continua incapacità di controllare e contemplare, cosicché solo la superficie delle idee ci attraversi sorvolando come astrazione o l’ombra dello spirito: questo è il pensare volatile, riflesso, divagante, infecondo, irreale, al quale devo necessariamente opporre un essere un “Dasein”, un esistere, una materia, una realtà, che mai estinguerà la mia sete, in quanto non possedendo il tipo di pensiero che loro appartiene, sono per questo tagliato fuori dalle cose, dall’esistere, dalla vita.

* * *

È ovvio che, se quel tipo di pensiero impotente usualmente rivolto ad una vita irreale, si volge ora a considerare l’Ottuplice Sentiero, non può vedere in esso altro che una serie di regole, apprezzabili unicamente dal punto di vista morale, cosa che oggi lascia più che altro freddi. Il pensare non è l’essere, l’essere non è il pensare. Perciò il pensiero, per es. quello della retta azione, può dar via soltanto ad astrazioni circa il giusto modo di fare le cose. Tuttavia se ammettessimo che un discepolo del Buddha potesse mettersi in quella condizione nella quale il pensare era una forza vivente, diverrebbe allora comprensibile come per lui il meditare sulla retta azione significasse cogliere al tempo stesso il principio dinamico necessario a compiere quel tipo d’azione.

Chiunque studi testi come l’Anguttara, il Majjhima Nikâya e l’Abhidharmakośa troverà ovvia questa identità tra l’essere e il pensare. Attraverso di essa, l’asceta poteva avvertire nel suo pensare la corrente della vita, e con ogni pensiero egli accoglieva  un elemento di potenza della volontà. Vasubandhu, per esempio, afferma che l’atto del pensare (vitarka) è l’espressione dell’organo del pensiero. Egli traccia, inoltre, una distinzione tra il pensiero sottile e quello ordinario. Quello è una sorta di pensiero spirituale. Tale distinzione è ancor oggi necessaria per indicare fino a che punto i contenuti sperimentati in una regola ascetica possano accordarsi al livello di coloro che si conformano ad essa.

Se accettiamo la validità di questa osservazione nei confronti di qualsiasi dottrina spirituale, essa può condurci a distinguere chiaramente il valore di un principio morale basato sulla sua realizzazione e sulla sua pratica concreta da qualsiasi altro, prodotto dalla umana capacità di astrazione. Quanto all’Ottuplice Sentiero, non ci deve trarre in inganno la sua semplicità. Nel caso esso venisse esposto da qualcuno che lo avesse realizzato in se stesso, dovrebbe essere valutato secondo il metro dato sopra, ovverossia in quanto espressione di un mondo spirituale, piuttosto che di logica umana. Il retroscena interiore delle otto attitudini dovrebbe essere sperimentato mediante meditazione, onde possa scaturire il senso del loro accordo. Quel accordo, una volta conquistato mediante intuizione, se afferrato e richiamato spesso alla mente nella sua luminosità fulgurea, può improvvisamente fluire nell’anima del ricercatore come forza di determinazione interiore: proprio il tipo di determinazione interiore necessaria a seguire regolarmente ognuno degli otto sentieri.

L’Ottuplice sentiero non scaturisce dalla moralità, bensì forze morali scaturiscono da esso. Grazie al Sentiero l’uomo non è legato ad una regola, bensì deve egli stesso creare la regola in ogni singolo caso. Dunque è soltanto un metodo verso la conseguimento della Sapienza. In questo senso sono da ricordarsi le parole di Aśvaghoṣa: “La Sapienza ha la facoltà di penetrare i dharmâ così come essi sono, e la funzione di disperdere la tenebra dell’illusione che avvolge i dharmâ e cela la loro essenza”. Chiaramente questo riconoscimento dei dharmâ porta alla conoscenza della legge del karma, così come indicheranno in seguito gli Yogacârin trattando dell’âlayavijñâna. D’altronde, le antiche dottrine buddhiste parlano dei “tre segreti”, del pensiero della parola e dell’azione, e li concepiscono come limite alla trama e al tessuto invisibile del karma. Ogni “fatto” o karma viene visto come un “atto” spirituale. Nei “fatti” il karma si mostra e al contempo si cela. Un essere umano, impigliato nella rete della mâyâ, scambia i “fatti” per la verità evidente e perde la possibilità di osservarli dall’altezza di un “atto” interiore. Ma grazie ad un “occhio interiore” dischiuso, l’iniziato può osservarle come lettere di un alfabeto sovrasensibile attraverso il quale il karma trova la sua espressione, rivelando il segreto della sua precedente incarnazione e il suo sentiero futuro. La via che porta alla liberazione può essere vista solo con occhi chiarificati, ὅσον τ΄ ἐπἱ θυμὸς ἱκάνοι. [hòson t’epì thymòs ikànoi, “sin dove l’animo giunge”] (Parmenide, I).

Appare, dunque, come unicamente una serie di “atti” interiori possa smascherare la catena dei “fatti”, della quale l’esistenza samsarica è intessuta, quest’ultima essendo la catena senza fine di fronte alla quale ogni individuo si ritrova con la stessa avversione e con gli stessi problemi, con tutte le situazioni ricorrenti di sofferenza e di impotenza. L’uomo necessita della pratica paziente, persistente, di atti interiori mediante i quali egli può lottare libero da avijjâ, da memoria samsarica, da tutto ciò che lo vincola al suo apparente strumento corporeo (skandha, vâsanâ, saṃskârâ), e rivivere in se stesso la propria memoria spirituale (l’ἀνάμνησις [anàmnesis] di Platone), cioè il ricordo della sua natura primordiale, conducendo alla liberazione. Questo è il senso dell’Ottuplice Sentiero: che abitudini mentali, complessi, routine, costituiscono una “memoria” che lega l’essere umano ad una natura inferiore, che non è il suo destino, con la quale egli si identifica ciecamente. Persistere per mesi, per anni, in una serie di atti mentali, voluti indipendentemente dalla propria natura, può spezzare la catena di abitudini e rendere il discepolo capace di estirpare la falsa memoria, rivivendo in suo luogo la reale memoria dell’uomo. Così l’Ottuplice Sentiero implica la creazione di nuove “abitudini”, che portano a rivivere lo “stato primordiale” dell’uomo.

Il termine “memoria” non è stato scelto a caso. Da una parte, esso riflette l’idea che un gruppo di abitudini inconsce, che tendono a ripetersi ciecamente – i vâsanâ e i saṃskârâ della dottrina buddhista – dall’altra, esso è spesso usato dalla moderna psicologia nello stesso senso riguardo all’azione di “riflessi condizionati” e alla vita dell’“inconscio”. Delay la chiama “memoria inferiore”, il che equivale affermare la mancanza di una “memoria superiore”, la quale caratterizza, invece, il vero essere umano.

A questo punto, l’uomo moderno può trovare una via per comprendere e, nel caso, praticare l’Ottuplice Sentiero, per quel che di verità vivente esso ancor oggi contiene. Esso conduce ad un risveglio della memoria spirituale, che già è sveglia nella sfera sovrasensibile di ogni essere e dorme nell’incoscienza, sopraffatta da una falsa memoria che impone, da una zona più profonda, tutte le “associazioni” e persino pensieri. Quella dimensione interiore, che manca alla moderna psicologia, l’uomo potrebbe trovarla nell’Ottuplice Sentiero, così come egli potrebbe rivivere nel suo pensiero la relazione reciproca, che le otto attitudini hanno tra di loro, sino a che essa non scaturisca improvvisamente nell’anima come una forza alla quale egli potrebbe attingere per praticarle una per una.

Per raggiungere ciò, l’occidentale dovrebbe, come ho detto sopra, meditare sulle singole otto attitudini, così da averle continuamente presenti nella sua coscienza, sino a che esse possano, ad un determinato momento, muoversi e combinarsi da sé nella sua anima, disvelandogli così la loro reciproca relazione interiore, la loro natura univoca, come fossero raggi irradianti da un unico centro. Naturalmente, un tale esercizio è inteso a superare la scissione tra “essere” e “pensare”, cui ho accennato più sopra, e che non era un problema per i discepoli del passato. Il nostro pensiero disanimato attingerebbe ad una nuova sorgente di vita mediante la meditazione. Così la corrente della  volontà fluisce nel pensare e lo solleva al di sopra dei consueti processi cerebrali. Così vengono poste le condizioni per le rette attitudini.

Per esempio, se l’uomo moderno volesse seguire il sentiero del “retto giudizio” e tentare di rettificare ogni suo giudizio, attraverso lo sforzarsi a quel pensare cosciente cui ho alluso, noterebbe che il giudizio può essere all’altezza della verità del suo oggetto, unicamente allorché può affermare l’elemento eterno che l’oggetto contiene. Un tale giudizio non potrebbe più condannare alcunché, in quanto inevitabilmente sposerebbe l’essenza di bontà e di bellezza presente comunque in ogni cosa oltre la sua apparenza.

Il sentiero del retto giudizio implica, dunque, un’atteggiamento di positività nei confronti di tutti gli esseri e di tutte le cose.  Una tale modo di pensare dovrebbe essere nutrito attraverso una costante percezione del lato buono e luminoso dei fatti, delle cose e delle persone, in particolar modo quando ciò è arduo a trovarsi. Non intendo dire che l’occasionale lato oscuro di una cosa dovrebbe essere trascurato, ma che la critica “spontanea” dovrebbe essere smorzata e l’attenzione deliberatamente diretta  verso gli aspetti positivi. Questa volontà rafforza la nostra facoltà di guardare al lato favorevole, costruttivo, che non può mancare e non deve essere creato dalla nostra immaginazione, bensì osservato e afferrato nella sua concretezza, oltre il lato negativo che generalmente ci colpisce per primo. Questo sarà il principio di un comportamento in armonia con lo spirito, attraverso il quale non possiamo accostare alcunché in maniera svalutativa, in quanto ogni complessità [poliedricità] può essere ricondotta ad un tutto armonioso.  Lamentarsi del lato negativo delle cose è tipico del punto di vista umano e deriva dal nostro atteggiamento generale verso l’esperienza. È una inconscia ed egoistica severità con il mondo, dominata da idee preconcette che nascono dalle esperienze passate. Colui che possa liberarsi di quelle idee, sarà capace di formarsi ed avere un giudizio autonomo, i.e. un retto giudizio: egli non giudicherà secondo la nostra consueta deviazione, che ci esclude da un contatto diretto con la realtà.

Gli stimoli del nostro temperamento, della nostra educazione, le relazioni stabilite nella nostra gioventù e la prospettiva delle cose formatasi a quell’epoca, disgraziatamente ci portano a  a guardare le cose e le persone secondo modelli fissi e ci predispongono a giudizî, che dovrebbero sempre essere rivisti alla luce di una sempre rinnovata ragione. Essi sono così profondamente radicati da attendersi da noi soltanto una sorta di reazioni obbligate, il cui automatismo ha acquisito la forza dell’impersonalità. Attraverso la pratica del retto pensare ci liberiamo di essi e guardiamo alle cose in un modo nuovo, tale da arrivare alla loro intima realtà.

A questo punto può dischiudersi l’ “occhio spirituale” e può essere raggiunta la visione diretta attraverso la quale può delinearsi il segreto del karma degli esseri che contempliamo. Ciò è inevitabile in quanto l’attitudine al giudizio spassionato e all’immergersi nella realtà interiore delle cose oltre il loro apparire ci rende capaci di cogliere la relazione sottile tra la loro essenza e la loro esistenza. Il giudizio positivo getta luce su tutto ciò che un essere umano alberga di bene, e ci conduce a vedere il dharma, che opera nei “livelli inferiori”, saṃskṛta, cioè le forze che trattengono quell’elemento positivo dal venire alla superficie. Ci porta a vedere i retroscena che impediscono ad un uomo di muovere lungo la propriaa direzione creativa, secondo il suo dharma superiore (asaṃskṛta, nirvanico). Così noi progrediamo verso la comprensione degli altri e arriviamo ad una più profonda e più costruttiva pratica della verità, e a rendere concreta la pratica dell’amore verso il prossimo (maitrî).

Il sentiero della “retta visione” è simile. Esso porta ad una disciplina delle nostre rappresentazioni, affinché esse possano riprodurre fedelmente la realtà degli esseri e delle cose. Ciò implica soprattutto di non accettare niente in quanto precedentemente giudicato e sistemato, e di rivedere tutte le nostre rappresentazioni e prospettive attraverso il ritornare in contatto con gli oggetti. Se qualcuno, per es. ascolta un giudizio che ha già sentito altrove, dovrebbe osservarlo come se ora lo udisse per la prima volta, e meravigliarsi se questa volta non gli rivelasse qualcosa di nuovo o non gli apparisse in una nuova luce. Questa pratica dimostrerà se alcunché di nuovo è nato in noi stessi, se possiamo capire meglio e più profondamente che non nel passato.

Seguire questo sentiero significa raggiungere una “purificazione” della memoria, in quanto tratterremo ciò che è vero e vivo,  e ci libereremo di quella memoria ingannevole, che è la stratificazione delle nostre reazioni soggettive. Se a qualcosa ci sta dinanzi in un dato momento, e noi vi opponiamo una nozione già acquisita, ci riferiamo automaticamente ad un contenuto della nostra memoria, rinunciando all’esperienza viva. Se, quando ci viene detto qualcosa di nuovo, attingiamo al deposito di idee che abbiamo raccolto in circostanze simili in passato, ci tagliamo fuori da ogni giudizio realmente attivo. Se, invece, decidiamo di riesaminare l’evento in maniera nuova, il giudizio presente, maggiormente obbiettivo, si paleserà di fronte alla percezione. Questo è il metodo per controllare l’ “area”, dalla quale emergono i contenuti della memoria che usualmente affiorano a rafforzare i nostri giudizi stereotipi. Detergere quest’area dalla quale il passato impone le sue esigenze al presente, significa in certo qual modo liberarsi del determinismo del tempo: “il tempo diventa spazio”, ovverossia vediamo il tempo come se fosse disteso nello spazio e a nostra portata nel presente. Il ricordo cessa di essere una morta eco de passato e lascia cadere ogni configurazione che nel passato possa averlo incrostato. Ciò è d’importanza vitale, in quanto noi possiamo rimuovere dalla nostra coscienza un veleno pericoloso, la catena delle menzogne che tratteniamo come memorie. Ma la memoria spirituale, libera dai ricordi ingannevoli, è la forza stessa mediante la quale l’anima realizza il tempo come spazio in se stessa e muove in esso a volontà come in un continuo presente.

Le altre sei attitudini vengono illuminate dal retto giudizio e dalla retta visione. Grazie a quelle, gli ideali della vita vengono riconosciuti per quello che realmente sono, in quanto essi non possono più coincidere con ciò che è impermanente o non affondi le sue radici nell’eternità, e l’anelito umano trova infine il suo scopo. La retta aspirazione diviene una forza che libera l’uomo da ogni miraggio ingannevole, e dai suoi miti inferiori sui quali vengono disperse tante energie umane.

Da ciò nasce l’impulso a non agire più secondo propensione individuale, ma unicamente accogliendo l’interiore richiesta degli esseri e delle cose, il che significa “volere” allo stato puro, vale a dire non aver bisogno di agire sotto lo stimolo del proprio vantaggio o delle proprie preferenze, ma unicamente per amore dell’oggetto. L’oggetto a sua volta, come ho detto sopra,  può essere compreso nella sua realtà grazie al retto giudizio e alla retta visione. La volontà, allorché liberata dai motivi egoico-sentimentali, che sono i suoi stimoli abituali, diviene forte in se stessa e si collega con la sorgente impersonale del suo potere. Il volere umano, si dovrebbe dire, a questo punto quasi coincide col volere degli Dèi.

Il retto volere si realizza nella retta azione, per così dire, in una ora rigorosamente ricorrente corrispondenza tra “potenza” e “atto”. Diviene al contempo chiaro che viene richiesta una maniera interiore d’agire, che è infine retta meditazione, espressa nel mondo visibile nella retta azione. L’azione, in realtà, è di una sola specie: atto dello spirito che a volte porta come veste la contemplazione – o retta meditazione – e a volte l’azione. La sintesi di tutto è nella retta maniera di vivere, che conduce ad un ininterrotto accordo tra retta meditazione – nella quale confluiscono retto pensare, retta visione e retto volere –  e retta azione.

Ma la catena di queste sette movenze dell’anima può penetrare nelle profondità dell’essere solo mediante il retto sforzo, cioè attraverso una resistenza paziente portata avanti per mesi ed anni, con impeto imperterrito, e attraverso risoluta devozione, sino a che infine essa non operi come la natura stessa.

A questo punto appare evidente come l’Ottuplice Sentiero non agisca in quanto imperativo morale o sociale, ma per il fatto che esso sia intessuto di una serie di atti interiori, condotti sempre mediante un particolare modo di pensare, che è retto pensiero o pensiero puro. La sorgente dell’intuizione è chiamata sempre a scaturire nell’anima sì da generare le varie attitudini indipendentemente dagli antichi vâsanâ, epperò persino oltre il limite della conoscenza o della sapienza acquisita. Per l’uomo moderno, la chiave dell’intero processo è nella riconquista del pensare in quanto uguale all’essere. Fuori di un “pensiero vivente”, gli otto sentieri non possono restare altro che astratte direttive etiche, le forme esteriori di una saggezza, intesa a celare l’egoismo umano sotto la cornice di una qualche dignità.

Qui la moralità in realtà non è il presupposto, bensì una conseguenza, che non viene neppure posta come un fine, e quindi non è neppure voluta, in quanto l’Ottuplice Sentiero ed il pensiero trasparente, non più legato ad alcuno strumento fisico, divengono il sentiero verso la realizzazione di ciò che la filosofia moderna designa intuitivamente come il “fondamento”: quello che non ha altro supporto che se stesso. In questo senso, il suo conseguimento, come afferma il Buddha a proposito della verità nel Saṃyutta Nikâya, è oltre “ciò che è” e “ciò che non è”, oltre la dualità, cioè oltre quello “stato umano” mediante il quale, secondo Eraclito  “ ἄνθρωπος ἐν εὐφρόνῃ φάος ἅπτεται ἑαυτῷ” [ànthropos en euphròne phàos àptetai heautô, “l’uomo nella notte accende a sé una luce”, in Clemente Alessandrino, Stromata, IV,141, 2].

Alcuni secoli più tardi, Nâgârjuna parlò del Madhyamika, come di un sentiero ugualmente distante dall’essere e dal non-essere, che illustra con precisione intuitiva l’ “area spirituale” dell’esperienza interiore, che può liberare veramente l’uomo dai vâsanâ, dall’antica natura, dal saṃsâra, così come da ogni forma di conoscenza, o anche di saggezza ad essi legata.

Nei confronti dell’uomo, l’Ottuplice Sentiero può essere tradotto in una psicologia aristocratica – o piuttosto che in una psicologia – in una vera scienza dell’anima. Ognuno degli otto sentieri porta alla liberazione di un aspetto della memoria, vale a dire, di ciò che, in quanto “passato”, è presente nell’uomo ed esige dispoticamente da lui determinate abitudini ed una particolare visione del mondo. Allorché è libero dalla falsa “memoria”, l’uomo può guardare indietro alla sua vita e risalire obbiettivamente la catena dei suoi ricordi. Può così volgere all’inizio della sua attuale vita terrena, là dove egli non si troverà di fronte al nulla, bensì ad un Essere reale che viveva in lui prima della sua nascita. Lucidamente, egli può raggiungere la soglia di un’esperienza dell’Io Superiore, di un Essere che gli sta di fronte in maniera reale, indipendente da nascita e morte. Proprio questa esperienza può conferire un senso alla sua vita e rivelargli che l’Ottuplice Sentiero ancora non è stato conosciuto dall’uomo, in quanto esso deve ancora essere percorso.

Massimo Scaligero

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

GIUSEPPE GARIBALDI ( parte prima )

giuseppe_garibaldi_1866 

PRIMA PARTE

Introduzione

Singolarissima figura, semplice nell’apparenza, ma nel fondo così complessa, dotato di virtù e capace di passioni così rare a trovarsi congiunte in un uomo che, vivo ancora, egli può essere giudicato a volta a volta dagli stessi giudici su cento modi dissimili, apparire ai lontani, sotto certi aspetti, infinitamente diverso da quello che è, rivelare anche a chi gli vive accanto da anni, con parole inaspettate e atti imprevedibili, lati nuovi e mirabili di se stesso, essere nel suo paese medesimo adorato, odiato, benedetto, vilipeso, levato al cielo come il più alto benefattore del suo popolo e segretamente desiderato morto come un flagello vivente, come una calamità incarnata della sua patria.

Edmondo de Amicis

*

La vita di Giuseppe Garibaldi fu straordinaria.

“Quando noi diciamo «uomo straordinario», intendiamo rispetto alla media comune degli uomini; ché, rispetto alla storia, nessun uomo e nessun fatto sono straordinari: tutto rientra nelle leggi naturali che si elevano a necessità storica…”.(1)

In realtà Garibaldi si fece tramite di eventi extra-ordinari nella vita socio-politica e culturale che modificarono il mondo. Alla sua figura si sono legati i destini di interi popoli; alcuni dei più grandi sconvolgimenti geo-politici del secolo XIX; l’ammirazione e gli entusiasmi unanimi di milioni di persone. L’Italia ne onora ancora il ricordo, nonostante il fervido istinto iconoclasta degli ultimi decenni che ha portato ad una feroce dissacrazione per un personaggio proposto per lo più come eroe nazionale, icona dell’unità italiana. La Chiesa cattolica sembra aver dimenticato le sue invettive contro Papa e preti. Fascisti, comunisti, liberali lo hanno rivendicato quale loro musa ispiratrice.

“Garibaldi è l’unico personaggio che, negli anni al culmine della guerra fredda, sia apparso tanto in un francobollo americano quanto in un francobollo sovietico”.(2)

Nessun straniero, mai, ha sollevato in Inghilterra l’entusiasmo suscitato da Garibaldi con la sua campagna di Sicilia nel 1860 e con la sua visita a Londra nel 1864. Eroe nazionale ed ancora osannato nell’Uruguay, la sua fama vive anche nell’Argentina che pure lo incontrò da nemico. Tuttavia ogni tentativo di celebrazione o di analisi storica risulta essere necessariamente limitante. La figura di Garibaldi è in certo qual modo riuscita a scivolare, in questo secolo, via dalle mani dei suoi estimatori e dei suoi detrattori.

Sugli altari e nell’immaginario popolare è a tutta prima assurta una figura incompleta e parziale che è in realtà ben lontana da ciò che fu Giuseppe Garibaldi. Accanto “all’Eroe dei due Mondi” che segue l’archetipo del condottiero e a cui si può facilmente accostare un Cesare, un Alessandro o un Napoleone, accanto all’uomo pubblico incantatore di donne, esempio di coraggio e portatore di tutte le migliori qualità umane, un altro Garibaldi aleggia ed inquieta. Garibaldi ci risulta inquietante e non perfettamente comprensibile sostanzialmente per tre motivi.

Innanzi tutto, la sua vita non ci appartiene, non fu una vita accostabile a quelle dei suoi contemporanei e ancor meno e afferrabile da noi uomini del duemila. La più vivida fantasia di un Salgari o di un Verne, l’anelito romantico sette e ottocentesco non hanno partorito nella fantasia una vita più avventurosa, più fortunata, più segnata da incontri decisivi e imprese formidabili di quella che visse, realmente, lui. Una vita che naturalmente si prestò ad essere romanzata, alla cui mitizzazione contribuì per primo lo stesso Garibaldi, e che nelle varie edizioni autobiografiche perde la valenza storica e che entra nella letteratura dei romanzi d’avventura. Eppure fu una vita che seppure riletta negli ultimi decenni da una analisi storica rigorosa che ne ha decimato l’aneddotica, rimane comunque eccezionale.

Un altro aspetto che fa riflettere e l’assoluta contraddizione con cui onesta vita fu vissuta.

“Fin da ragazzo ebbe subito una infinita pietà per ogni sorta di sofferenza e mai sarebbe riuscito a sopportare la vista di un uomo o di un animale sofferente…. Per tutta la vita fu un uomo di guerra, pronto a combattere una battaglia dopo l’altra, e spesso combattendo un tipo di guerra particolarmente atroce,  e guidando soldati, molti  dei  quali  ancora ragazzi…, fu sempre profondamente toccato, però, davanti a soldati feriti o moribondi.

Presiedette uno dei primi congressi internazionali per la pace…, ma scrisse poi nelle sue memorie: “La guerra es la verdareda vida del hombre ”, la guerra è la vera vita dell’uomo. Fu deciso nemico della pena capitale, ma i suoi soldati sapevano come fosse capace di ordinare una fucilazione senza nemmeno togliersi il sigaro di bocca”.(3)

“Lo credono i più d’animo incerto, pieghevole a tutte le passioni di chi lo circonda, operante quasi sempre più per impulso altrui che di moto proprio; ed è invece così tenace nelle sue idee e forte nella sua volontà, e sta così fieramente in difesa dell’indipendenza loro, che il discutere con lui anche per chi egli più stima ed ascolta, è la più ardua, la più erculea delle imprese”.( Edmondo de Amicis)

Eppure le sue idee, le sue intenzioni iniziali furono il più delle volte in assoluto contrasto con la sua azione. Ebbe una vita di pensiero molto particolare, a tratti modesta, talvolta assolutamente utopica e teorica; venne considerato un pessimo politico ed un mediocre stratega, uno scrittore ed un poeta a tratti piacevole e a tratti pedante; la sua volontà, il suo destino, cambiarono invece il mondo. Questa incredibile disunità di pensiero, sentimento e volontà disorientarono ed impressionarono le persone che lo conobbero.

“Garibaldi aveva, come disse George Sand, qualche cosa d’arcano che faceva pensare; la irradiazione dei grandi predestinati, il riflesso della visione interna di un mondo. [….] Dante gli avrebbe dedicato un canto, Michelangelo una statua, Galileo una stella”. (Edmondo de Amicis)

Un terzo aspetto suscita inquietudine. Mi riferisco al suo rapporto, alla sua appartenenza massonica. In realtà molto è stato scritto riguardo a Garibaldi massone, soprattutto da parte della stessa massoneria, la quale lo ha, al pari delle fazioni politiche, voluto prepotentemente fare suo.

“Le Premier Maçon du Monde” fu sempre strettamente legato alla Massoneria ottocentesca. Proprio questa sua fedeltà fa sì che oggi su di lui sia caduto un velo di indifferenza e silenzio quale risposta imbarazzata della società italiana ad un movimento che da sempre, ma ancor più negli ultimi quindici anni, ha suscitato diffidenza nell’opinione pubblica. Il sottile filo massonico che  unisce  l’indipendenza  americana  e  la rivoluzione francese all’impresa dei Mille, pone la spinta nazionalistica del secolo scorso in una luce che suscita non poche perplessità e domande. Il rapporto tra Garibaldi e la massoneria fu più complesso di quanto molto spesso le logge non lo abbiano voluto rappresentare.

“La Massoneria……. lo piange come padre e come figliuolo …..”.(4)

E’ ben vero che gli aiuti politici ed umani dei fratelli massoni furono realmente determinanti per lo svolgimento della sua azione; ma Garibaldi non fu mai solo il buon figliuolo che perseguì e realizzò gli ideali politici della massoneria, egli fu insieme critico ed innovatore: il suo impulso modificò profondamente la massoneria.

Il presentimento che egli usò la massoneria più di quanto essa fece con lui, che per una sorta di predestinazione, “Garibaldi doveva essere il Gran Maestro, il Sovrano Gran Commendatore, la Guida”(5) è un’impressione che ebbero diverse personalità massoniche. Una biografia straordinaria,  una personalità  speciale  ed  un  lato “esoterico”, rappresentano muri contro i quali si infrange, da un secolo a questa parte, ogni analisi storica.

Va detto che l’istituzione massonica, attualmente in stato di decadenza, e talvolta di grave degenerescenza in Italia e  nel mondo, presentava nel Settecento, e in parte in alcuni luoghi anche nell’Ottocento, aspetti migliori di quelli attuali, in special modo in Italia. Vi erano nel nostro paese sopravvivenze di antiche tradizioni misteriche, di origine dionisiaca, orfica, pitagorica, neoplatonica, tradizioni, che nel Medioevo riemersero tra i “Fedeli d’Amore” e, poi nel Rinascimento e all’inizio dell’evo moderno, sotto la forma di Accademie Platoniche. Queste accademie nel Settecento presero la forma, secondo un impulso del tempo, di logge massoniche e coltivarono in forme nuove l’antica sapienza. In particolare a Napoli, a Firenze e a Venezia, esse si richiamarono ad origini da loro definite “eleusine”. A Napoli, ad opera di personalità come Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero, sorse un milieu che, attingendo ad antiche tradizioni partenopee ancora presenti, sorse l’Ordine o Rito di Misraim, dal carattere apertamente occulto e iniziatico nel senso migliore del termine.

E’ degno di particolare nota il fatto che Giuseppe Garibaldi abbia sentito il bisogno di ricollegarsi proprio a questo Rito massonico dichiaratamente “occultista”, di origine puramente italiana e indipendente dalle influenze francesi, inglesi e tedesche. E che – stando a quel che scrive nel suo libro sulla storia dell’Ordine di Misraim Gastone Ventura, storico qualificato di tale corrente massonica – a metà Ottocento, all’epoca dell’impresa dei Mille, fossero presenti “nel 1860 una loggia di Palermo ed una loggia di Napoli: nella prima sarebbero stati iniziati numerosi ufficiali garibaldini già appartenenti alla Massoneria dell’Alta Italia ai quali, in maggioranza, sarebbe stato conferito il grado di Filosofo ermetico; la seconda sarebbe stata posta in sonno per sfuggire alle rappresaglie della polizia borbonica, dopo la battaglia di Calatafimi”. Mentre, in un suo studio su “i Riti egiziani della Massoneria”, così scrive: “A Napoli la loggia misraimita colà esistente si era posta in sonno con la costituzione del Grande Oriente e del Supremo Consiglio di Palermo da parte di Garibaldi che ne era stato proclamato Gran Maestro ad honorem mentre ai suoi ufficiali erano stati riconosciuti gradi elevati del Rito di Misraim e decorazioni in quello di Memphis”.

Rudolf Steiner parlò ripetutamente di Garibaldi  e con lui degli altri artefici del Risorgimento Italiano. Soprattutto essi rappresentano uno dei fili conduttori che Rudolf Steiner dipana in diversi cicli di conferenze che tenne prima a Dornach e poi in giro per l’Europa nel 1924 e che sono conosciute come “Considerazioni esoteriche su nessi karmici” (O .O 235 – 240). Naturalmente le comunicazioni che fece R. Steiner pongono la biografia di Garibaldi in una luce del tutto particolare. Elevato dal senso storico materialistico ed inserito in un amplissimo contesto metastorico, l’uomo appare ora quale interprete di un corso di eventi prima ancora che fisici, spirituali.

Se molti aspetti della vita di Garibaldi e dei  suoi rapporti con gli altri artefici del Risorgimento si chiariscono, altri enigmi più profondi  si presentano. Quali servitori dello spirito di popolo italiano, ma ancor più preparatori della reggenza di Michele, Garibaldi ed i suoi compagni ci impongono una rilettura dei moventi spirituali del Risorgimento e l’analisi dei compiti presenti e futuri dell’Italia. D’altro canto proprio la figura di Garibaldi pone in maniera sorprendente una serie di problematiche circa le indagini karmiche di R. Steiner.

I primi due settenni.

Giuseppe Maria Garibaldi nacque a Nizza alle 6 del mattino del 4 luglio 1807.

Nacque suddito dell’imperatore Napoleone I e quando fu battezzato nella chiesa di San Martino in Nizza, il 19 luglio 1807 il suo nome fu scritto in francese, Joseph Marie.

“Napoleone era allora al culmine della potenza. Il giorno della nascita di Garibaldi, era a Tilsit sulla frontiera russa, a concludere quella serie di incontri con lo zar Alessandro I, che avrebbe portato, due giorni dopo, al trattato d’alleanza con il quale la Russia si sarebbe impegnata a seguire una politica di neutralità filo – francese ed anti – britannica. Al di là dell’Oceano, quello stesso giorno, i sette milioni di cittadini statunitensi celebravano il trentunesimo anniversario della Dichiarazione di Indipendenza”(6).

“Non posso incominciare a raccontare la mia vita senza prima far cenno ai miei buoni genitori che fecero tanto per la mia educazione morale e fisica, cercando di inculcarmi il loro carattere ed il loro amore”. (7)

Contrariamente a quanto affermato dalla tradizione, il padre di Giuseppe, Domenico, non era un povero pescatore, ma un marinaio ed un piccolo commerciante, ricco abbastanza da poter disporre di una nave , la “Santa Reparata” di 29 tonnellate. Il  nome  Garibaldi  fa  pensare  ad  una  origine  tedesca  della  famiglia, sebbene alcuni biografi abbiano rintracciato un Garibaldo che era duca di Torino nel VII secolo.

“Jessie White Mario……amica e biografa di Garibaldi, credeva di trovare tracce dell’origine teutonica di lui nel colore biondo – rossiccio dei suoi capelli, nel suo incedere lento e solenne, nel suo modo di parlare calmo e pacato e senza gesti, e nella sua predilezione della vita di campagna, rispetto a quella di città”(8).

“E’ mia madre! Io asserisco con orgoglio che essa, Rosa Raimondi, può servire di modello alle madri. E credo che questo d’aver detto tutto” (9).

Rosa Raimondi era una ragazza di Loano quando nel 1794 sposò Domenico. Dal loro matrimonio nacque nel 1797 una prima figlia, Maria Elisabetta, che sarebbe morta solo due anni dopo. Nel 1804 nacque un maschio che ebbe il nome del nonno, Angelo. Tre anni dopo nacque Giuseppe. Nel 1810 nacque suo fratello Michele. Quando aveva 5 anni e mezzo, nel 1813 vide la luce un altro fratello, Felice e nel 1817, a maggio, nacque una sorella, Teresa.

“I figli di Rosa e Domenico si fecero, ognuno a suo modo, onore, sebbene tendessero a morire precocemente. Angelo emigrò negli Stati Uniti, divenne un ricco uomo d’affari a New York e chiuse la sua carriera come console del regno di Sardegna a Filadelfia, dove morì nel 1853 a 49 anni. Michele divenne un ottimo capitano marittimo del Mediterraneo: morì nel 1866 a 56 anni. Felice fu il meno ambizioso, s’accontentò di trovare successo con le donne; fu impiegato in una compagnia di navigazione a Napoli e qui morì nel 1855 a 42 anni.

Giuseppe, il futuro rivoluzionario, il futuro soldato d’America e d’Europa, visse una vita molto più avventurosa di quella dei suoi fratelli, eppure fu l’unico ad arrivare alla vecchiaia. Quando morì nel suo letto, a quasi 75 anni, già era chiamato l’eroe dei due mondi.”(10)

Nel 1814, rovesciato Napoleone, il Congresso di Vienna sancì la restaurazione dei vecchi regimi e dei vecchi confini; così Nizza tornò ad essere parte del Regno di Sardegna ed il settenne Joseph divenne a tutti gli effetti  Giuseppe,  sebbene  in  casa  lo  avessero,  da  sempre,  chiamato Peppino.

Garibaldi crebbe in riva al mare – abitava infatti nel porto di Nizza – ed il destino suo e quello dei suoi fratelli fu inizialmente quello di seguire le orme paterne e del nonno per mare.

“Da ragazzo, spesso, gli bastava attraversare la strada per trovarsi nel porto, tra le navi,  e qui parlava con i marinai, e imparava da loro ad arridare le vele, o a serrare nodi; e chiedeva ai pescatori d’andare con loro alla festa della tonnara a Villefranche, o ai banchi di sardine di Limpia, o alla cattura delle ostriche. Ma altre volte, eccolo steso tra gli ulivi, a leggere un libro; o a vagare tutto solo nelle colline sopra Nizza, camminando per ore ed ore solitario nei boschi, sognando ad occhi aperti ed imparando ad amare la natura e gli animali.”(12)

Garibaldi fu allo stesso tempo eccellente marinaio ed esperto in terra ferma, sia per mare che per terra fu contemporaneamente guerriero e uomo di pace, marinaio, cacciatore e buon pastore. Tra gli otto e nove anni, mentre andava a caccia con un cugino salvò una donna che stava annegando in uno stagno.

“Dodicenne si gettò al salvamento di alcuni ragazzi, la cui barca s’era rovesciata e li trasse dal mare; fattosi adulto, e divenuto nuotatore formidabile avrebbe salvato in altre tre occasioni ragazzi e uomini che stavano per annegare.”(13)

Sempre a dodici anni una spaventosa tragedia colpì lui e la sua famiglia. Il 17 gennaio 1820 morì in un incendio la piccola sorella Teresa di 2 anni e otto mesi con la nutrice che dormiva con lei. Non fu possibile soccorrerle perché la nutrice aveva chiuso l’uscio dall’interno. Questo fatto toccò profondamente Garibaldi, anche se ne parlò pochissime volte e mai permise che i suoi ospiti si chiudessero a chiave in casa sua…

In realtà i suoi genitori non volevano fare di Giuseppe un marinaio e per farlo studiare lo affidarono  a tre  precettori  privati,  due  dei  quali ecclesiastici ed il terzo laico, il signor Arena. Quest’ultimo insegnò per primo a Garibaldi l’italiano poiché egli parlava quel misto di provenzale ed italiano che si parlava a Nizza ; gli insegnò anche la matematica.

Garibaldi, che fu sempre un acceso anti – clericale, ricordò come buona l’educazione ricevuta da Arena e pessima quella ricevuta dai due preti; tuttavia espresse simpatia per uno dei due che gli insegnò l’inglese e si rammaricò di non averlo imparato meglio, visto lo speciale rapporto che ebbe per tutta la vita con gli inglesi.

Fu sempre portato per le lingue e, a parte il francese e l’italiano, in Sud America imparò lo spagnolo ed il portoghese. Theodore Bent, esploratore inglese che fu ospite a Caprera, riferì che parlava anche un ottimo tedesco. Non fu un buon alunno e a tante chiacchiere accademiche preferì imparare da solo le materie che gli sarebbero servite per ottenere il diploma di capitano marittimo e in particolare fu attratto dall’astronomia. Altre materie fu la vita ad insegnargliele.

“Io imparai la ginnastica arrampicandomi sugli alberi e lasciandomi scorrere per le corde della nave; la scherma, col difendere la mia testa e cercando del mio meglio per rompere quella degli altri e l’equitazione imitando i primi cavalieri del mondo, vale a dire i gauchos!”. (14)

Divenne inoltre un nuotatore eccezionale. Per assicurargli una educazione migliore il padre lo mandò a studiare a Genova. La voglia di andare per mare era tanta e poiché i suoi genitori erano contrari decise, un giorno in cui era in vacanza a Nizza, di salpare per il Levante di nascosto con tre o quattro ragazzi della sua età. Vennero fermati al largo di Monaco dalla Guardia Costiera informata da un abate che aveva scoperto il loro piano. Garibaldi si convinse che l’essere stato ripreso fu una fortuna e in una edizione delle sue memorie scrisse:

“Vedete che combinazione: un abbate, l’embrione di un prete, contribuiva forse a salvarmi ed io tanto ingrato  da perseguire quei poveri preti. Comunque un prete è un impostore; ed io mi devo al santo culto del vero”. (15)

Finalmente divenne marinaio ed il suo nome fu iscritto negli archivi marittimi di Nizza il 12 novembre 1821, quando aveva quattordici anni. Nonostante ciò, il suo primo viaggio lo fece solo più di due anni dopo, il 20 gennaio 1824 ad Odessa.

Con questo primo viaggio iniziò la vita avventurosa di Giuseppe Garibaldi.

Terzo settennio

1821 -12 novembre -14 anni: iscrizione nei registri dei marinai.

1824 – 29 gennaio -16 anni: primo viaggio verso Odessa sulla nave “Costanza” con il capitano Pesante.

1824 – novembre – 17 anni: secondo viaggio, questa volta con suo padre  sulla “Santa Reparata” lungo la costa francese.

1825 – 26 marzo -17 anni: partenza con il padre per Roma dove rimane un mese. La seconda volta che mise piede a Roma fu nel 1848 a combattere per la Repubblica Romana. Scrisse nelle sue memorie che qui ebbe una visione della Roma del futuro, capitale di un’Italia unita, libera dalla soggezione papale.

1826/28 – 18/20 anni: attività su navi mercantili sia verso Gibilterra sia verso Oriente. Ha diverse avventure a causa di ripetuti arrembaggi dei pirati greci. Dopo uno di questi venne mandato a terra sull’isola di Citrea a cercare aiuti : “mentre si recava   alla Capitaneria si imbatte in un  soldato semplice inglese che, vedendolo scalzo, gli diede un paio di scarpe”. E’ la prima cortesia ricevuta da un inglese. La seconda pochi giorni dopo: furono salvati da una nave britannica dopo l’ennesimo abbordaggio dei pirati.

Primo amore di Garibaldi: Francesca Roux, promessa di matrimonio al suo ritorno dal viaggio in oriente: tornerà solo dopo 4 anni e troverà Francesca già sposata.

1828 -13 marzo: attracco a Smirne; un marinaio cade in mare e viene salvato da Garibaldi.

1828 -24 agosto-21 anni: arrivo a Costantinopoli. Garibaldi si ammala e la malattia dura più del previsto. Rimane a Costantinopoli dove fa il precettore ai tre figli della signora Timoni in italiano, francese e matematica. Impara il greco e guarda con ammirazione alla guerra di indipendenza della Grecia contro la Turchia.

Quarto settennio

1828/31: attività su navi mercantili

1832 – 27 febbraio: ha il primo comando di una nave.

– marzo: in un viaggio come secondo sulla nave “Clorinda” viene ferito alla mano destra di striscio durante un conflitto a fuoco con i pirati.

1833 – 22 aprile – viaggio verso Costantinopoli con 13 sansimoniani guidati da Barrault che regala a Garibaldi il libro “II nuovo Cristianesimo” che conserverà per tutta la vita. E’ il primo incontro con il socialismo, ma Garibaldi rimane impressionato dalla sincerità e dall’idealismo di Barrault e indignato dalla persecuzione di cui i sansimoniaci erano vittime.

– 22 novembre: fine della carriera nella marina mercantile.

– dicembre: primo incontro con Mazzini, si affilia alla Giovine Italia insurrezionale a Genova (incontro che in realtà fu molto improbabile; incontro sicuro fu nel 1848).

– 26 dicembre: si arruola per servizio di leva nella marina da guerra sarda a Genova.

1834 – 3 febbraio: si imbarca sulla fregata Des Geneys.

– 4 febbraio: fallita l’insurrezione a Genova fugge a Marsiglia.

– 3 giugno: condannato a morte in contumacia dal Consiglio di guerra divisionario di Genova:

“Qui cominciava la mia vita  pubblica e pochi giorni dopo leggevo per la prima volta il mio nome su un giornale; era una condanna a morte nei miei confronti riportata dal “Popolo Sovrano” di Marsiglia”.

2° viaggio ad Odessa e vari viaggi su navi mercantili con il nome di Joseph Pane.

1835 – infermiere a Marsiglia durante l’epidemia di colera.

Partenza per Rio de Janeiro.

Quinto settennio

1836 – arriva a Rio. Fa numerosi proseliti alla Giovane Italia; acquista una lancia per il commercio costiero.

1837 – 30 anni – 4 maggio: ottiene di combattere quale corsaro per la Repubblica di Rio Grande del Sud contro il Brasile.

– 7 maggio: prima cattura: lo schooner Luisa, ribattezzato Farropilha.

– 15 giugno: combattimento navale contro gli uruguayani, è ferito gravemente alla carotide.

– 23 giugno: sequestro della Farropilha e prigionia sulla parola a Galeguay.

– novembre; tenta la fuga, ripreso viene torturato.

1838  – ricomincia la guerra corsara contro il Brasile con varie catture di navi.

1839  – 17 aprile: combattimento del Galpon de Charguenda a Brejo de Comaguà.

-14 luglio: naufragio con la Farropilha II.

– agosto; primo incontro con Anita.

– 23 ottobre: Anita si imbarca a Laguna sulla sua nave.

– 15 novembre: incendia ed affonda le sue navi per sottrarle al nemico.

-14 dicembre: combattimento del Passo di Santa Vittoria sul fiume Pelotas.

1840  –  33 anni -16 settembre; nascita del figlio Menotti a Saint Simon.

1841  – primo incontro con Francesco Anzani e ritorno a Montevideo dove vive facendo il piazzista e l’insegnante.

1842  – gennaio: assume il comando della marina da guerra dell’Uruguay in lotta contro il tiranno argentino De Rosas.

–  26  marzo; matrimonio religioso con Anita a Montevideo.

–  23 giugno: partenza per la spedizione al Paranà con tre navi: prime catture.

– 16/17 agosto: combattimento navale di Costa Brava, per non arrendersi brucia le navi.

– 21 novembre: riprende il comando navale con altre forze.

– dicembre: per la terza volta brucia le sue navi.

Sesto settennio

1843     – nasce a Montevideo la Legione Italiana

– 20 aprile: nasce a Montevideo la “Camicia Rossa” della Legione Italiana

– 10 giugno: battaglia del Cerro.

– 17 novembre: combattimento delle Tre Croci.

1844     – 28 marzo; secondo combattimento del Cerro.

– 6 settembre: occupazione isola Martin Garcia – 37 anni.

– 3 novembre: occupazione del Salto.

– 6/23 novembre; battaglia vittoriosa del Salto.

1846   – 8 febbraio: battaglia di Sant’Antonio.

1847   –

1848   – 15 aprile: salpa da Montevideo con 63 legionari per l’Italia.

–  23 giugno: sbarca a Nizza: accoglienza trionfale.

– 29 giugno: a Genova, ha ora 150 legionari.

– 5 luglio: incontra a Roverbella re Carlo Alberto: gli offre la sua spada.

– 14 luglio; il governo provvisorio di Milano lo assume come generale

– 14/26 agosto prima campagna di Lombardia (Luino, Bodero, Morazzone)

– 27 agosto: ripara in Svizzera.

– 6 ottobre: eletto deputato di Chiavari al Parlamento Subalpino.

– 8 dicembre: è invitato, con i suoi legionari, dalla Repubblica Romana.

1849     – 20 gennaio: è eletto deputato di Rieti al Parlamento di Roma.

– 5 febbraio: arriva a Roma, presenzia all’apertura della Costituente, è colpito da un grave attacco reumatico.

– 24 aprile: viene richiamato a Roma da Rieti dove era accasermato e nominato generale di brigata della Repubblica Romana.

– 25 aprile; sbarco dei francesi a Civitavecchia per attaccare Roma.

– 27 aprile: entra in Roma con le sue truppe.

– 30 aprile: primo vittorioso combattimento a Roma contro i francesi; è ferito all’addome.

– 6/17 maggio: campagna napoletana (Palestrina, Valmontone, Velletri).

– 2 giugno: ripresa dell’attacco francese contro Roma.

– 30 giugno: ultimo combattimento e caduta della Repubblica Romana.

– 2 luglio: esce da Roma con Anita e le sue truppe, deciso a continuare la lotta.

.

(Continua)

________________________________________________________

Note

1) G. Bovio – dal discorso commemorativo tenuto a Bari, in “ Scritti filosofici e politici” Napoli, Ernesto Anfossi Editore – Librajo 1883

2) J. Ridley “ Garibaldi “ A. Mondadori Editore 1975

3) Ibidem

4) C. Gentile “ G. Garibaldi” Edizioni Bastogi, 1981

5) Ibidem

6) J. Ridley “ Garibaldi” A. Mondadori Editore 1975

7) G. Garibaldi “Autobiografia”

8) J, Ridley A. “Garibaldi” A. Mondadori 1975

9) G. Garibaldi “ Autobiografia”

10) J. Ridley “Garibaldi” A. Mondadori 1975

11) Ibidem

12) Ibidem

13) Ibidem

14) G. Garibaldi “ Autobiografia” Trad. Speranza von Schwartz

15) Ibidem

GIUSEPPE GARIBALDI, SCIENZA DELLO SPIRITO

E SOLLEVA

24 MARZ 2015 FK 002

CONTORTA E RIPUGNANTE SUPERBIA DEL MAGNETE.

RAFFINATA INTELLIGENZA SPREZZANTE E GELIDA
ALLA CUI BASE VI E’ SOLO POTENZA.

NON PENSA MA SOLTANTO VUOLE.

IMMERSA IN UN MARE DI SUPERBIA
FRA TESISSIME E INDURITE CARNI OCCULTE
DA CUI TRAE LA POTENZA DEL MENTIRE.

CERTA DI POTER NEGARE IL VERO.
CERTA DI IMPRIMERE OLTRAGGIO E PENA.
CERTA DI ESSERE TANTO IMPERIOSA
DA POTER INFLIGGERE VERGOGNA E DEBOLEZZA.

VERGOGNA E DEBOLEZZA SONO IL SENSO ED IL SIGNIFICATO
DEI NODI DI ENERGIE CHE PRESIEDONO AL VIGORE INTELLETTIVO
CHE ALBERGA E VIVE NEI FAVORITI DA ARIMANE.

LE FURIOSE SENSIBILITA’ DEGLI ANCORATI AI POTERI FISICI DEL MONDO.

I SENZA CIELO.

I TORREGGIANTI NEL VIGORE DENSO E COMPRESSO
CHE DISPREZZA E SI MINERALIZZA.

ROCCE DI CARNE PENSANTE FRA RAFFINATE BLASFEMIE
IN CUI L’ANIMA E’ SOSTITUITA DAL PESO CHE SI AGGRUMA
E DAL GHIGNO CHE ATTERRISCE MENTRE SENZA PAROLE :
IMPONE LA DEMENTE CERTEZZA CHE NEL BENE VI SIA SOLO OTTUSITA’.

I DISEGNI DI FORZE INTENSISSIME E DENSE E MALIGNE.
FRA I GIGANTI DEL CORPOREO INSUPERBIRE CEREBRALE.

INTELLETTO DI DEMONI CHE GIUDICA INERMI I MENO MALVAGI.

MA INFINE :
TALI RAFFINATE E OPEROSE SPIRALI DI SUPERBO DISPREZZO PENSANTE :
VENGONO POSTE AL COSPETTO DEL POTERE UNITIVO CHE CONTEMPLA I CONCETTI E NE VIVE IL VALORE.

E PER ATTIMI ETERNI IL POTERE DI ROCCIA E SUPERBIA : FRANTUMA.

UN SILENZIO CHE ATTINGE AL VALORE SOLARE
IN CUI L’ALTISSIMA IDEA  – MANTENUTA E VOLUTA- CONDUCE E RESPIRA :
CONTEMPLA E DISVELA QUEL MISERO ORGOGLIO INFERNALE
E LO PLACA POICHE’ NE DECIFRA IL MENTIRE.

LO PLACA POICHE’  STRUTTURATA DI SOVRAMENTALE COERENZA AL PURISSIMO UNIRE :
ATTRAVERSA IL DISPREZZO TENACE E ODIOSISSIMO
CHE NE RESTA SCONVOLTO.

AVVIENE L’IMPRIMERSI ESTREMO DI UN SOTTILISSIMO BENE.

L’ARMONIA DEL RICORDO RISPLENDE NELL’ATTIMO DESTO IN CUI SOVRUMANO VALORE LAMPEGGIA.

L’AFFACCIARSI DELL’ESSENZA DAI TRATTI DIVINI
NELL’ATTIMO AUREO
IMPRIME IL VALORE CHE DISTRUGGE UN RITO DI OLTRAGGI E MENZOGNE
CHE MUOVEVA DESTINI E PENSIERI.

E FRANA ED ARRETRA LA COMPLESSA STRUTTURA DI ENERGIA
NEL SUPERBO STRIDORE DI PIETRE E MAGNETI
CHE NON RIESCONO PIU’ A FARSI MENZOGNA.

TORTUOSI PROCESSI MENTALI PERDONO FORZA E CERTEZZA.

E’ L’AVVENTO DI UN APICE PURO CHE PER ATTIMI
SANA RICREA ED INNALZA.

SONO ATTIMI ETERNI.

LAMPI DI AURORA CELESTE
IN CUI RISORGONO LEGITTIME ALTEZZE DEL VERO VALORE.

CIELI RINATI FRA ABISSI MENTALI
CHE VENGONO SMOSSI E PERCORSI DA LUCI RISORTE.

VERO VOLTO SI IMPRIME
SOTTILISSIMO E NETTO.
QUALE VESTE DEL SOLO VALORE CHE SOSTIENE IL REALE.

ESSENZA DEL LOGOS
CHE NEL PENSARE DARDEGGIA DALL’IO.
E SOLLEVA.

.

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

SPIGOLATURE

Rudolf-Steiner-

Ogni parola di Steiner tornava a noi più profonda, immensamente arricchita quando Lui la pronunciava”

Questa è una di quelle frasi che molti discepoli del Dottore hanno scritto rievocando una impressione comune per coloro che ebbero in sorte la possibilità di essere presenti e di udire la sua voce. Un ricordo, ma uno di quei ricordi che non abbandonano più l’anima per il resto del suo cammino.

Perché dentro c’è tanto. Ma che a mettere in parole è assai difficile, forse troppo difficile. E vale anche per me che ormai do per scontate fin troppe cose. Ora (se qualcuno lo ignorava…) insisto più volentieri a sottolineare il carattere precipuo dell’esercizio interiore, poiché i grandi ostacoli vengono dall’anima: l’anima comune che svolge funzioni naturali e necessarie, ma che nello spiritualismo mi pare fin troppo celebrata. Quell’anima in cui ci identifichiamo e che desidera l’omeostasi, la stabilità della propria condizione.

Al contrario, è proprio quando le sue funzioni naturali vengono sospese o deviate o invertite, si apre il varco interiore in cui si libera il percorso tra la volontà e il pensiero: condizione che non è il “risultato” o un risultato esotico e isolato, ma è la pietra angolare della reintegrazione.

Vista la situazione interiore di quando si comincia, di come si comincia, che è come una trama di nebbie fitte, tutte le situazioni umane che ho potuto osservare nel corso di molti decenni (compresa la mia) mi hanno indicato che il capire questo percorso è cosa difficilissima e che la semplice comprensione intellettuale o peggio ancora una acritica adesione sentimentale non vale un centesimo bucato (ho scritto “comprensione intellettuale” e così ho detto una stupidaggine poiché il comprendere è cosa serissima, sacra, persino rara. Credo che la comprensione abbia poco o niente a che fare con ciò che nel mondo passa con questo termine). Neppure una onesta ma astratta decisione riesce a mandare avanti qualcosa. Queste sono le buone intenzioni che illuminano il cielo della coscienza di una realtà simile all’effimera fioritura di un fuoco d’artificio.

Per fare qualcosa (di vero) serve che tutto l’uomo risponda all’appello. Non è necessario che lui ne sia completamente consapevole. Anzi, se si muovesse solo quello che c’è nella consapevolezza faremmo ben poco.

Ad un certo momento –  dopo molto ma anche subito – rivedendo il proprio percorso più essenziale di vita o abbandonandosi a una particolare condizione meditativa oppure attraverso una percepibile irruzione delle profondità sollecitata da una richiesta altrettanto profonda, ascende attraverso gli strati oscuri dell’anima una causa: è senza nome ma possiamo chiamarla karma prenatale, Io superiore, grazia divina, Tao…oppure anche stare zitti: succede che ci viene data la bicicletta e pedalare è poi affar nostro.

Possiamo anche gettare la bici (scusate la grossolanità dell’analogia) in un fosso e vivere come non fosse successo niente. E’ il bello di quella eccezionale condizione di libertà che possediamo nella sfera terrestre.

Quando Scaligero era presente, buttare l’evento interiore nel fosso era assai più difficile. Non perché vi fosse coercizione, ma perché ogni sua parola si formava come un involucro dello Spirito.

Talvolta la “testa” non afferrava, ma il cuore sì; esso riconosceva con stupita devozione la consonanza. Lo Spirito riconosceva lo Spirito.

Le sue, alle volte assai parche parole, praticamente le vedevi entrare nel mondo come fosse la prima volta oppure come rarità preziose: erano epifanie. Spesso intervallate dal silenzio. Anche il suo grande mentore, il dott. Colazza, faceva del silenzio un’arte: illuminante per alcuni, insopportabile per altri. Chi lo conobbe coniò il termine “silenzio attivo”, intuendo che il suo lavoro spirituale si svolgeva ben oltre la dottrina, la logica, i suoni e i rumori.

Come ho scritto sopra, bastava che una singola parola del Dottore venisse pronunciata da Scaligero ed era come la sentissi per la prima volta: diventava una porta aperta su altezze e profondità di cui mai ti saresti accorto: intuivi a malapena quale potesse essere il vero livello del discorso. Toccavi con mano la tua distanza, l’abisso che ti separa dalla vera comprensione dell’Opera del Dottore e dell’interiore tenore – sopramondano – di Massimo Scaligero.

Racconto un fatto narratomi da persona che poi fu molto vicina a Scaligero: andò da lui quasi con rabbia avendo conosciuto fin troppi spacciatori di spiritualità: “Forza! Proviamo a conoscere anche questo…tanto…, uno in più…”. Palesemente aggressiva si impose di ascoltare anche Scaligero.

Massimo, in tutta calma, le espose la costituzione interiore dell’uomo. Non aggiunse nulla.

Però la persona in questione, uscita poi in strada, sentiva a malapena il selciato: “Camminavo ma era come se non toccassi il terreno e, a tratti, forse non lo toccavo”.

A me, che spremevo tante concentrazioni ma poche meditazioni (nessuna), un giorno chiese: “Fai meditazione?” gli risposi di no e lui: “E’ persino più facile della concentrazione”. Un lieve sospiro, (che tradussi in un: “che lavoraccio con queste teste dure”) poi disse: “Ti mostro come si fa”. Pronunciò una parola, per niente misteriosa e feci…la meditazione più intensa e perfetta della mia vita. Fu un suo dono.

Non possiamo “imitare” Massimo Scaligero, come, sbattendo le braccia, non si può volare nel cielo tra le aquile; questo è certo. Ma potrebbe essere realistico ricordare il livello dello Spirito e delle Virtù che generosamente donava imparzialmente a tutti.

Ma poi occorre coraggio dell’azione individuale, tutta nostra.

*

Come scrisse un amico, la corda va tesa, senza curarsi se si spezza: che si spezzi!

Esiste per l’uomo anche il coraggio di conoscere ciò che egli è, che si è: il coraggio nella umana desolazione, quello crudo e senza fingimento. Lì intorno, il riduzionismo antroposofista che si traveste di ampiezza è il porto sicuro della menzogna. Il pannicello protettivo che cela la realtà, che ottunde, che travia.

In un commento, un valido collaboratore ora passato su posizioni piuttosto diverse, osservò come dietro ai sermoncini di qualcuno, alle assai più dotte conferenze o scritti di altri, ci fosse l’impulso inconscio di frantumare, diluire, soffocare l’atto più conseguente: pensare liberamente e volitivamente il pensiero originale dell’Iniziato.

Esso è lì, in attesa di essere nuovamente pensato sino alla consumazione della sua necessaria forma dialettica: da lì si può risalire…oppure ci si curva in spiegazioni, deduzioni, nessi culturali. Cosa non impossibile che accresce persino l’aura di autorevolezza di alcuni personaggi, ma che, a guardarci negli occhi, è solo fuga, paura e vergogna.

L’eterno soliloquio, il moto perpetuo del pensiero insignificante, va dominato, va arrestato: occorra pure un tempo quasi infinito. Un tempo si attenuava con molti mezzi la sua attività: ora questa strada butta a mare centinaia di anni di evoluzione e offre il quasi certo rischio di uno stato in cui la presenza dell’Io viene appannata sino allo sconfinamento in quella landa tra veglia e sonno chiamata trance o rêverie. Ora occorre immergersi con coraggio nel fiume del pensiero con un pensare più vigoroso, più intenso del suo corso naturale, ma non è cosa facile: è un’azione faticosa e dolorosa: afferra, in concreto, tutto l’uomo: tutto l’essere ne è coinvolto.

E’ possibile avvertire la ribellione dell’ordinario pensiero psichico che vuole contrastare con ogni mezzo la rinascenza di ogni singolo pensiero voluto dall’Io e certo, non è una scaramuccia ma una lunga guerra: una contesa tra due soggetti. Guerra che si svolge sul terreno della libertà umana: è il luogo dove maestri o dei non hanno accesso. Nemmeno le vittorie vengono vinte una volta per tutte: ciò che oggi si è conquistato può venir perduto domani. Ciò spiega gli strani – tragici – arretramenti di figure notevoli che ripiegano su posizioni di rendita personale o persino antitetiche alla strada originariamente intrapresa.

*

Ho scritto che tutto, dell’uomo, viene coinvolto. Allora qualcuno potrebbe, a ragione, chiedersi a cosa andrebbe incontro ciò che si sente come proprio. Nell’anima, ciò che sentiamo come maggiormente nostro riguarda la sfera del sentimento: lo avvertiamo come un mondo che appartiene solo a noi stessi, dunque per ogni individuo è cosa preziosissima.

Il problema che si pone è questo: da un simile atteggiamento non è possibile qualsiasi altro passo: grossolano o raffinato che sia, il sentire tende ad alimentare se stesso, a vivere in sé. Questa è la condizione che possiamo chiamare naturale.

Ma l’operatore, il ricercatore, l’asceta vuole evolvere ed è assolutamente possibile portare il sentimento in tale evoluzione. Purché non entrino in gioco e si rafforzino rappresentazioni comuni ma errate. Sono quelle che derivano dalla tendenza naturale indicata sopra. Parlo della “nobilitazione dei sentimenti”. Sentite, in ogni uomo normale convivono molte cose diverse: alcune (o molte) belle e splendide, altre (o molte) vergognose e brutte. In questo senso vi sono davvero uomini migliori e uomini peggiori…poi magari, in momenti particolari tutto si ribalta e dal migliore scaturiscono pessime azioni mentre il peggiore agisce con generosità ed eroismo. Ho conosciuto tanto velleitarismo ma scarsissimo prodotto: tuttalpiù abit-udini, cioè abiti: roba indossata.

La rappresentazione più corretta ci indica non il nobilitare, ma il trasformare. La differenza tra i due si misura col metro della realtà. Può apparire come immagine di gradini di sviluppo.

Il primo è indiretto (tutti sono indiretti se non si voglia, come ha sottolineato un collaboratore di Eco, cadere nella stupidità astratta di parlare di “sentire il sentire”). Si consegue con il lavoro che permetta di coniugare il pensiero con la volontà: in ogni suo momento il sentire è presente, ma nella apparente forma negativa: è il non-sentire: il sentire vuoto. Qui in realtà la potenza del sentire è superiore ma l’abitudine al “pieno” rende difficoltoso tale riconoscimento (pure nella percezione di correnti eteriche si sperimenta come esse si presentino come correnti di “vuoto” rispetto alle percezioni di natura). Dal sentire ordinario trae forza il sé inferiore, l’io psichico. Più l’Io si fa strada nell’immanenza, più retrocede l’io inferiore col suo mondo sentimentale.

Il carattere di imperturbabilità dell’Io permette l’acquisizione di un dominio di sé tale da essere in grado di percepire la gamma dei sentimenti senza che questi travolgano la vita dell’anima. Inizia la capacità di sperimentarli ma senza esserne invasi e catturati: questo è il secondo gradino.

Il terzo gradino va pari passo con l’autonomia dell’Io che, di solito, è relazionata ai momenti in cui il pensiero dialettico viene completamente estinto anche nei suoi riflessi: qui vige il silenzio, vivo e pieno. Allora, in questo silenzio, possiamo accorgerci che gioia o dolore giungono a noi come fossero sostanza di altri. L’esperienza è netta, possiamo persino stupirci della sua inusitatezza. Allora il piacere e dispiacere ci giungono come ogni altro oggetto del mondo: possiamo contemplarli e chiedere a noi stessi cosa essi vogliano comunicarci: sono diventati organi di percezione di qualcosa, come lo sono gli occhi sensibili che permettono di vedere le cose che stanno fuori.

Queste sono condizioni che mutano, purtroppo a tratti, l’organamento dell’anima nella sua realtà. Comunque il “travaso” che avviene sulla psiche è pur esso assai notevole: porta a diversi cambiamenti che modificano la precedente “visione del mondo” ed in particolare il nostro rapporto con le indicazioni del Dottore,  financo il significato e lo svolgimento dei cinque ausiliari che tutti credono di conoscere.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – GIUGNO 2015

san-giovanni

In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 76

Socialità
L.I. Elliot Anime in fuga

Poesia
F. Di Lieto Dendrologia

Medicina
F. Burigana Meravigliosa complessità

AcCORdo
M. Scaligero La musica degli Angeli

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Sokrates muß sterben!

Tripartizione
M. Scaligero La Tripartizione dell’organismo sociale

Il Maestro e l’Opera
I. Stadera Il Karma e la terapia del pensare

Inviato speciale
A. di Furia Questo ponte non s’ha da fare

Esoterismo
M. Iannarelli Digressioni sul rapporto tra Lucifero e Cristo

Antroposofia
R. Steiner Approccio al Cristianesimo della Scienza dello Spirito

Costume
Il cronista Panic room

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
E. Tolliani Tuscania

 Arretrati

Link

Archivio a-Z

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL “MISTERO” DEL PENSIERO PURO

Pensare liberato

(Pensare liberato – Marina Sagramora)

Proseguendo il nostro percorso nella “filosofale” opera filosofica di Rudolf Steiner, troviamo indicata l’importanza capitale dell’esperienza del “pensiero puro”, di quella esperienza del “pensiero libero dai sensi”, che fu decisiva per la scelta di Massimo Scaligero – come egli stesso racconta in Dallo Yoga alla Rosacroce – del sentiero da seguire, cui consacrare tutta la sua vita.

Molti, di fronte all’esperienza del pensiero puro, vanno letteralmente in debito d’ossigeno, sentendo quanto esso operi come “dissolvente universale” – per usare l’ermetica espressione degli Alchimisti – delle strutture “naturali”, ossia di quella natura caduta , sulle quali si appoggia l’uomo animale. Perché ancora l’uomo non è veramente “uomo”, e l’Io, come ammonisce ripetutamente massimo Scaligero, non è ancora l’Io ch’egli dice di essere, non potendolo essere sino a che egli si trovi immerso, anzi prigioniero, di una natura animale che lo asserve e lo degrada. Su ciò l’essere umano si fa molte generose illusioni, che possono essere dissolte solo da esperienze molto dolorose, o da una coraggiosa Conoscenza.

Il voler conseguire tale Conoscenza liberatrice, il tentar l’impresa dell’altezza, come la chiama Dante, spinge il ricercatore spirituale all’Ascesi del Pensiero. Ma è necessario essere ben risoluti in tale Ascesi, perché la natura animale in noi si ribella con tutte le sue forze e insidia l’impresa interiore con tutte le astuzie ch’essa può escogitare, attingendo ad una perversa sapienza e alla consumata esperienza di millenni di incontrastato dominio sull’essere umano.

Le “filosofali” opere filosofiche di Rudolf Steiner sono il tracciato di un Rito interiore che l’asceta deve compiere per risvegliare e liberare l’elemento spirituale in lui. I pensieri di opere come Lineamenti di una teoria della conoscenza della Concezione goethiana del mondo, o di Verità e scienza, o della stessa Filosofia della libertà, non sono “spiegazioni” teoretiche, ma rigorose operazioni interiori, che devono essere attuate e vissute concretamente. La chiave del Rito della resurrezione del conoscere, della resurrezione del Pensiero Vivente, del Pensiero-Folgore, dal cadavere della morta riflessità è la Concentrazione, la quale TUTTO può realizzare e da nulla può essere sostituita.

Lo scritto di Hendrik Knobel che, per la prima volta appare in italiano, può essere un aiuto prezioso al ricercatore spirituale, che energicamente si impegni nella pratica della Via del Pensiero. Egli non era un “filosofo”, bensì un praticante interiore ed un energico pensatore.

Importante la sua osservazione sul fatto che le qualità sensibili vengono liberate dal pensiero dal loro legame con la corporeità e assunte nel pensiero libero dai sensi. Ciò spiega l’insistenza di Rudolf Steiner sullo “studio”, rosicrucianamente inteso come gradino dell’Iniziazione, e il suo donare le immagini dell’evoluzione cosmica, nella descrizione della quale – come fa nel IV Capitolo della Scienza Occulta – le immagini provenienti dall’esperienza dei sensi sono veicolo dell’esercitarsi meditativo dell’asceta nel “pensiero libero dai sensi”. Nel successivo V Capitolo, egli indica esplicitamente tale operazione meditativa.

Nel pensare puro le qualità sensibili vengono liberate dalla loro dipendenza rispetto alla mediazione corporea e “incorporate “ nel concetto, del quale nella Concentrazione si giunge a sperimentare la natura eterica indipendente dallo spazio e dal tempo. L’idea di una casa grande non è “grande, e l’idea di un albero verde non è “verde”, come già osservava Platone.

La traduzione di questo scritto non è stata semplice, e mi sono attenuto al principio di essere il più fedele possibile alla lettera dell’Autore, per non tradirne il pensiero, e per renderne con la massima chiarezza il tessuto ideante, che il ricercatore spirituale può percorrere e rivivere.

***

IL PENSIERO PURO

di

Hendrik Knobel

Il pensiero come facoltà dell’anima si è sviluppato nell’umanità a partire dall’antichità greca e può essere colto, nella sua evoluzione attraverso i secoli. Non è difficile, nell’epoca attuale, conquistarsi una chiara conoscenza di ciò.

Un’altra cosa è il concetto di pensiero puro, puro nella misura in cui esso sia libero da tutto ciò che come percezione sensoria, che come percezione in genere può impregnare il pensiero.

Ora, questo pensiero puro per concorde autosservazione  – secondo l’opinione di molti – non può esistere. Il pensiero sarà sempre compenetrato di dati sensibili. Senza questi il pensare può avere verun contenuto che si manifesti. In questo caso, la concezione estrema è che il pensare manifesti unicamente forme, forme che ricevono il loro contenuto dalla percezione sensibile. Se si toglie un tale contenuto, rimane come residuo una forma morta, che – considerata in tal modo – si rivela irreale. Tutto ciò che chiamiamo nominalismo, ideologia, nella sua segnatura, si appoggia su questa caratterizzazione. Della morta forma senza contenuto.

Ora, però, è in sé e per sé semplice invalidare una tale concezione. È facile dimostrare come vi siano concetti (forme), che hanno in sé il loro proprio contenuto, senza che in essi venga dato  un contenuto sensibile, per es. i concetti di causa ed effetto. Che qualcosa sia causa di un effetto, nel mondo non è dato da nessuna parte, bensì viene da noi pensato in aggiunta al mondo dato, senza che in verità questo mondo stimoli ad un tale pensare in aggiunta.

L’antichità, per esempio, neppure conosceva questa coppia concettuale nel suo significato esclusivo, così come esso viene applicato nella scienza moderna come omnideterminante. Causa ed effetto si condizionano reciprocamente e l’uno non può essere pensato senza l’altro. Quel che si muove tra loro – in quanto coppia gemella – è la logica.

Ora, tuttavia, una tale discussione rimane fortissimamente arenata nell’astrazione. Si concede, che niente possa essere pensato se non connesso causalmente con altre cose, ma essenziali – reali – in questo caso vengono sentite unicamente le cose sensibili, non la necessità e la concretezza della conformità alla legge.

Dobbiamo ritornare ancora una volta al punto di partenza, cioè che pensieri (concetti) possano essere pensati unicamente, in quanto essi siano legati a fatti sensibili. Ciò non deve essere negato. Ma questi fatti sensibili sono di un’unica specie? Se io ho un concetto e la relativa datità sensibile, per es. il concetto di «sedia» e le relative percezioni sensibili, come marrone, duro ecc., allora io posso distinguere percezioni sensibili, che sono essenziali, come per es. duro e inessenziali come marrone. Ma allorché considero la percezione «duro» come appartenente all’essenza della sedia, ad essa immanente, io sollevo la percezione sensibile fuori dal suo àmbito sensibile e la rendo un concetto, cioè la fondo nel concetto «sedia», essa diviene una parte del concetto «sedia», ricevendo il carattere della concettualità ed arricchendolo. La spoglio perciò del suo carattere sensibile, allargando mediante essa il concetto, cioè quel che io ora penso come «duro», non ha più in sé e per sé un carattere sensibile, bensì un carattere concettuale, cioè esso è libero dai sensi. Quindi affermare che non possa esistere pensiero libero dai sensi, non è soltanto logicamente falso, ma lo è inoltre per il fatto che questo pensiero viene ricercato all’inizio del mio processo pensante – e là evidentemente non può essere trovato –  non alla fine di questo agire. Il pensiero libero dai sensi sorge unicamente nel pensare: mediante il pensare viene eliminato l’elemento sensibile in quanto elemento sensibile, cioè come entità corporea. L’ulteriore errore che qui vien compiuto, non sta nel fatto che l’elemento sensibile in quanto elemento corporeo venga sentito eliminato – questo può esserlo – bensì nel fatto che, incorporandolo nel concetto, si guardi unicamente a questa incorporazione e che quindi la determinatezza qualitativa dell’elemento in precedenza sensibile perda la proprietà «duro», il che tuttavia non riguarda la cosa stessa. La differenza tra pensato sensibilmente e pensato in maniera puramente spirituale non sta nella differenza tra «sensibile» e «spirituale», bensì nel fatto se il sensibile sia soltanto «manifestazione» di una cosa, o se le appartenga essenzialmente.

Ma con questo otteniamo uno sguardo sul conoscere in quanto tale. Non possiamo più vedere come aspetto reale del conoscere l’(astratto) dipanare di pensieri dalla sensibilità, con l’eliminazione dell’elemento sensibile, mediante il quale noi spandiamo intorno a noi come una sorta di argentea ragnatela – cosa che chiamiamo conoscere – bensì consideriamo essere il vero e proprio conoscere quel che riteniamo essere il processo dell’incorporazione dell’elemento corporeo-sensibile nei pensieri, senza perdere il carattere della sensibilità come determinatezza qualitativa. Questo processo nel suo lasciarsi proseguire in sempre più vasti cerchi mediante l’attività pensante, nel sempre incessante nuovo inserimento dell’elemento sensibile – nel senso di cui sopra – nell’elemento puramente concettuale, è ciò che chiamiamo riflessione, o anche – nell’ulteriore corso ed elevazione – meditazione. Nella sua dinamica, esso riposa sulla continuantesi attivazione dei concetti tra «manifestazione» e «essenza». Mediante questa attivazione noi possiamo gradualmente elevarci a fatti puramente spirituali, datità di un mondo, che nel senso dell’Antroposofia si può chiamare un mondo spirituale, venendo le qualità sensibili afferrate come spirituali. Siamo perciò in armonia con le nostre affermazioni sulla percezione pura, cioè la percezione pura concepita come realtà spirituale (vedi il capitolo precedente).

Un pensiero libero dai sensi non è, dunque, un pensiero che abbia eliminato da sé l’elemento sensibile, nel senso di un contenuto che origina dalla corporeità, bensì un pensare dal quale scompare unicamente l’elemento comunicato mediante il corpo e resta conservato il contenuto dell’elemento sensibile, che si trova accolto nella sua essenzialità nel pensare.

Perciò si può accennare ad un’ultima pecularità di questo pensare. Abbiamo visto come il pensiero elimini la dipendenza della percezione sensibile dal corpo e come ne accolga il contenuto nell’elemento spirituale-concettuale. Con ciò è data un’ulteriore metamorfosi del percepito, ovverossia, essa in quanto qualità è divenuto indipendente dal corpo, cioè si è disciolto dalle conformità alle leggi del mondo fisico, così come questo ci attornia giornalmente, e si mostra liberamente emergente nella meditazione. Qui può essere adoperata l’espressione di Rudolf Steiner «sensazione liberamente aleggiante (Anthroposophie, ein Fragment, GA-45, pp108 et seq.). La percezione è in questo caso una libera entità, disciolta da ogni altra componente. Essa ha la sua essenza non più in connessione con il restante mondo, bensì in se stessa (Opere scientifiche di Goethe, Introduzione di Rudolf Steiner, Cap.II, Il fenomeno primordiale). Così essa si lascia adoperare di per sé nella meditazione: il nero della rosacroce, il rosso delle rose. La coscienza meditativo-pensante, potendo adoperare liberamente questo elemento – in connessione con la componente puramente concettuale – risulta la disposizione meditativa dell’anima, la possibilità, nell’utilizzazione di tutti gli elementi, in specialmodo di quelli che nel mondo fisico si contraddicono, cioè sono errori, per penetrare più profondamente nell’essenza del mondo. (Rudolf Steiner, Anthroposophie, Psychosophie, Pneumatosophie, GA-115, pp. 235 et seq.).

SCIENZA DELLO SPIRITO

Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL'EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

Copgenesi

Diamo il via con oggi alla pubblicazione del testo “La Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana” di Kaspar Appenzeller.

Ringraziamo Silvano Mirami e l’Editrice CambiaMenti, sul cui sito (www.cambiamenti.com/Argomentogenesi.htm) è possibile leggere integralmente introduzione, indice, prefazione e l’intero Capitolo I.

 

Il Chaos dei Filosofi

Che il figlio dei Filosofi ascolti i Saggi che riconoscono tutti indistintamente che bisogna paragonare la nostra Opera alla creazione del mondo. Al principio Dio creò il Cielo e la Terra, ma la Terra era incolta e vacua, le tenebre coprivano l’Abisso e lo Spirito di Dio volava sulle Acque.

Allora Iddio disse: Sia fatta la Luce – e la Luce fu.

Queste parole bastano ai figli dell’Arte. Bisogna, dunque, per la nostra Opera unire il Cielo e la Terra nel letto nuziale dell’amicizia. La Terra è un corpo grave, pesante, matrice dei minerali che conserva segretamente nel suo seno, pur producendo gli alberi, le piante e gli animali. Il Cielo è quella vasta distesa, in cui tutti gli Astri, compresi i due Grandi Luminari, compiono le loro rivoluzioni. E’ esso che, attraverso l’aria, comunica la sua forza agli esseri inferiori; ma al principio, essendo tutte le cose confuse, esse formavano il Chaos.

Eiraeneus Philalethes,

Introitus Apertus ad occlusum Regis Palatium,

Cap. V, De Chaos Sophorum, 1667.

PREFAZIONE

La prima volta che ho incontrato Kaspar Appenzeller, a Milano, sono stato conquistato dalla sua esposizione artistica sulla costituzione dell’uomo e dal suo modo di porgere con umiltà e fermezza la conoscenza, nascostamente sofferta nel suo corpo. Riemerge dalla luce della memoria il capo chino in atteggiamento di reverenza, il capo su cui comparirà il fulmine di una cicatrice, gli occhi chiari fusi in uno sguardo dolce e profondo, la voce dai toni caldi e pacati.

Ora, nel leggere il presente testo, curato con certosina e devota consapevolezza da Silvano Mirami, ho provato la stessa meraviglia della prima volta.

La composizione segue un movimento a spirali sempre più espanse, sia nel tratteggiare i giorni della Genesi sia nel descrivere a più riprese gli stessi fenomeni embriogenetici e fra questi incantevole il processo della fecondazione.

L’idea portante del libro è di e-ducere alla luce di una rinnovata coscienza scientifica gli incroci e le sorprendenti corrispondenze dell’evoluzione embrionale e ontogenetica dell’uomo con l’evoluzione terrestre dalla frotta della Genesi.

I versetti biblici, in particolare quelli del primo capitolo, sono i mantram su cui si applica, nella lingua originale, il pensiero meditativo dell’Autore che tributa con riconoscenza la sua ricerca ai generosi impulsi di Rudolf Steiner nell’ambito delle sue comunicazioni scientifico-spirituali. L’indagine si approfondisce nelle viscere del linguaggio, nel terreno della sua stessa genesi e si effonde nei cieli della sua palingenesi. Ogni parola della Genesi viene scomposta e ricomposta, distillata e infine conquistata con il sudore di un impegno sovrumano. Ad iniziare dalla prima: “Bereschit” , in cui riconosce la musicalità del battito cardiaco corrispondente all’estrema sintesi del corpo umano. Questa stessa parola sarà la stella polare che illuminerà il suo cammino medico verso l’ampiamento delle potenzialità diagnostiche dell’auscultazione cardiaca. Difatti in questo scritto sono contenute le premesse e le basi fisiologiche per comprendere e apprezzare la svolta innovativa nell’ambito diagnostico e la conseguente efficacia nella pratica clinica. Si intravede proprio in questo contesto l’importanza dell’esercitazione costante dell’euritmia, l’arte del linguaggio in movimento, che traspare come il pensiero vivente riverberante dalle forme embrionali e al contempo la Parola conformante.

Appenzeller rielabora fedelmente le lezioni steineriane di fisiologia occulta tramite il racconto mitologico della Genesi, l’embriologia comparata e l’osservazione a ritroso dell’evoluzione embrionale umana: quest’ultima apre nuovi scenari come è il caso del viaggio dalla blastula all’ovocellula.

Un’altra lezione steineriana ben assimilata scorre nella presentazione dell’evoluzione delle teorie cosmologiche, un fil rouge sul quale possiamo ripercorrere spregiudicatamente la connessione fra embriologia e astronomia.

La posizione di Appenzeller scienziato è salda e cristallina non solo in alcune annotazioni di etica medica, ma soprattutto nel riordino del pensiero scientifico, rovesciato rispetto a quello convenzionale. Cito come esempio l’affermazione: “Si dice ripetutamente che il corpo venga edificato a partire dalle cellule. E’ vero il contrario: il corpo plasma le cellule all’interno di sé”. Sfalda i preconcetti della visione materialistica unilaterale dell’uomo. Fa cadere i falsi “idola” dei mattoni-pietre della costituzione organica umana e ci conduce con disarmante chiarezza al superamento del paradigma darwiniano attraverso la differenziazione dell’uomo dalla scimmia a partire dalla blastula.

Assorbe e fa sua la fenomenologia sostanziata dal pensiero metamorfico goethiano, in particolare nel tracciare con lucidità le connessioni fra il rachide e il cranio.

Il percorso conoscitivo del dottor Kaspar va oltre e si arricchisce di una serie di immaginazioni – valga per tutte citare l’uomo embrionale come pianta terrestre – confluenti in un linguaggio dai toni fiabeschi, un reale esempio di anelito alla verità rivestita di poesia. Il fiume sembra a tratti arrestarsi, come in una pausa inspiratoria, e invece trabocca in geniali intuizioni tipo la conchiglia, presentata come archetipo unificato di uccello e pesce. Giunge in cima alle vette himalayane dell’indagine scientifico-spirituale quando coniuga i più profondi misteri della cristosofia con l’embriogenesi cardiaca ritrovandone i presupposti nella composizione del 7° giorno della Genesi.

La medicina antroposofica ritrova nel dottor Kaspar una sapiente guida, fedele al suo nome, a disposizione di tutti i sinceri ricercatori nell’arte medica.

Angelo Antonio Fierro

INTRODUZIONE DEL CURATORE

Kaspar Appenzeller nacque il 13 aprile 1927, come terzo figlio di Susanne e Hans Appenzeller-Zellweger, a Davos in Svizzera. La difficile gravidanza di sua madre ad un certo punto fu veramente a rischio e si dovette alla sapienza e alla perizia del Prof. Löffler – il quale in seguito sarà uno dei suoi insegnanti allorché intraprenderà gli studi universitari di medicina – se malgrado tante difficoltà tale gravidanza poté essere portata facilmente a termine. Kaspar nacque dunque tra quelle montagne svizzere, ch’egli sentì sempre come suo ambiente congeniale, come sua vera patria e anche come protezione. Montagne che amerà profondamente.

Sin dall’infanzia la sua salute fu cagionevole: a due anni e mezzo Kaspar venne colpito da una grave forma d’asma che lo accompagnò costantemente lungo tutta la sua vita e con la quale dovette di conseguenza fare continuamente i conti. All’età di sei anni entrò alla Rudolf Steiner Schule, ma ogni anno i gravi attacchi d’asma lo costringevano per un terzo del periodo scolastico a non frequentare le lezioni. Tuttavia, malgrado tale inconveniente, egli riuscì a seguire senza difficoltà l’iter dell’insegnamento.

A parte i problemi di salute, infanzia e adolescenza si svolsero solari e felici – così egli le ricordava – con i suoi fratelli Heiner e Vreni. Ma anche a scuola egli era amato – da compagni e insegnanti – per il suo carattere gioviale e per il suo particolarissimo umorismo, che ogni volta rallegravano l’ambiente. I suoi compagni poi, ammiravano le sue qualità artistiche, che eccellevano soprattutto nel disegnare e nel suonare il violoncello. Per tutta la vita Kaspar Appenzeller coltivò vari aspetti dell’arte e per le sue notevoli capacità avrebbe potuto diventare un artista riconosciuto ed affermato. Ma sin da piccolo sentì come sua propria missione – e volle ciò in maniera decisa – il diventare medico.

A questa sua peculiare missione di operare terapeuticamente nei confronti della malattia e della sofferenza umana egli si donò senza risparmiarsi, sacrificando qualsiasi ambizione, anche legittima, che avrebbe potuto realizzarsi in campi, sia scientifici che artistici, diversi dalla medicina. Una spinta, ed un aiuto, in tal senso kaspar Appenzeller l’ebbe sicuramente dal suo incontro con la Scienza delo Spirito di Rudolf Steiner, ch’egli conobbe già nell’ambiente familiare, tanto più che medico della famiglia Appenzeller era il Dr. Hans Werner Zbinden, amico fedele di marie Steiner e presidente della Rudolf Steiner-Nachlaßverwaltung, ossia quel Lascito, fondato dalla compagna del Dottor Steiner, che per oltre sessant’anni tanto ha fatto per salvarne e diffonderne l’Opera.

Fu all’epoca degli studi ginnasiali a Flims che Kaspar Appenzeller affrontò l’Opera di Rudolf Steiner (la sua prima lettura fu la conferenza: Il sangue è un succo affatto peculiare) contemporaneamente all’opera e al pensiero di Platone. Nel 1947 si iscrisse alla Facoltà di Medicina all’Università di Zurigo e appena ventenne intraprese lo studio della medicina antroposofica e dell’euritmia curativa. Sin dalle prime fasi del suo studio venne giuidato dal Dr. Zbinden, il quale nutrì una tale fiducia nelle sue qualità, sia professionali e umane che interiori, da affidargli nel 1961 la direzione del Seminario Medico che si svolgeva alla Rudolf Steiner Halde a Dornach. Inoltre nel 1977, una settimana prima della sua morte, il Dr. Zbinden offrì a kaspar Appenzeller di diventare socio dell’Unione del Lascito di Rudolf Steiner, il Nachlaßverein.

Dopo l’Approbation, conseguita nel dicembre 1953, sotto i professori Löffler e Brunner e la Dissertation conclusiva, ossia la tesi c’egli sostenne nella primavera del 1954 su L’encefalite conseguente a morbillo, egli iniziò il periodo di assistentato al Regionalspital di Wattwil sotto la direzione del Dr. Christ, che per tutta lavita rimase per lui una personalità decisiva.

Nel frattempo egli poté realizzare nel giugno del 1954, dopo sedici anni di fidanzamento, quella che definì “la migliore decisione della mia vita” e portare all’altare Johnnie Stokar, ch’egli conosceva sin dall’infanzia e che fu poi la compagna della sua vita.

Nel luglio del 1955 nacerà il primo figlio Peter. A quel periodo risale il primo lavoro da lui pubblicato sul cuore.

Nell’autunno del 1956 egli poté rilevare a St. Moritz lo studio del dr. De Giacomi, appena defunto, studio medico che poté portare avanti per 42 anni. Il trasferimento in Engadina, tra le montagne dei Grigioni, da lui profondamente amate, fu un grande aiuto per la sua salute. Gli esordi non furono facili e nei primi sei anni i magri bilanci non gli permisero l’ausilio di un’infermiera. Ma in segfuito, sebbene il suo ambulatorio fosse aperto soprattutto ai pazienti locali, esso ricevette, sia per il suo talento e la sua pazienza, sia per la conoscenza delle lingue straniere ch’egli coltivava con gioia, pazienti da tutti i continenti.

Nel 1959 nacque il suo secondo figlio Georg.

Nel frattempo divenne medico scolastico a St. Moriz e lo rimase per oltre tre decenni. Ciò gli permise di approfondire, attraverso l’auscultazione cardiaca di migliaia di bambini, la sua conoscenza di tale arte diagnostica, giungendo poi a conclusioni preziose, ch’egli donerà al mondo nei suoi scritti su tale materia.

Nel 1978, dopo la morte del Dr. P.R. Berry, Kaspar Appenzeller venne eletto Presidente dell’Associazione Medica di St. Moritz, ufficio che espletò con grande coscienza e impegno per 20 anni.

La dedizione, veramente sacrificale, a curare le sofferenze umane lo portò a ricevere fino a cento pazienti al giorno, e allorché l’ultimo paziente lasciava l’ambulatorio, egli sidedicava per ore alle sue ricerche sul sangue e sul cuore. All’inizio degli anni 60 giunse a dimostrare sul cuore vivo di un pollo, documentandola con una pellicola da 16 mm, l’affermazione di Rudolf Steiner che il cuore non è una pompa bensì un organo di senso, e che il sangue stesso possiede la forza di muoversi lungo le vie sanguigne.

Naturalmente la sua dedizione al lavoro e allo studio, che lo portavano a non concedersi più di 5 ore di sonno per notte, non potevano non minare la sua salute, e nel 1965 ebbe un attacco di itterizia. Per qualche mese la sua attività ebbe un fermo repentino. Si ristabilì, ma gli rimasero come conseguenza forti emicranie che lo accompagnarono per oltre 25 anni.

Nel 1970, iniziò a tenere a St. Moritz un gruppo di lavoro antroposofico che portò avanti regolarmente sino al 5 novembre 1998, allorché venne colpito da ictus cerebrale. Tenne pure corsi e conferenze pubbliche che ebbero notevole risonanza nell’Engadina. Continuò la sua attività di conferenze al Seminario Medico presso la Rudolf Steiner Halde, a Dornach, e portò la sua parola in conferenze e corsi a Zurigo, Berna, Lugano, Berlino e Milano. Attraverso la collaborazione [1] con l’euritmista Franziska Brem raggiunse una conoscenza approfondita del Corso di Euritmia terapeutica di Steiner.

Al di là di articoli vari, pubblicati su alcune riviste, Kaspar Appenzeller riversò i frutti del suo sapiente lavoro in quattro opere, ch’egli scrisse soprattutto nei periodi di ferie, da lui abitualmente trascorsi in Italia, sulla costa adriatica, o in Ticino.

La prima opera, apparsa nel 1976, fu la Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana, che qui presentiamo tradotta. Traiamo, traducendola dai risvolti dell’edizione originale, la presentazione – verosimilmente dell’Autore – che ci sembra offrire una mirabile sintesi delle idee esposte in questa opera: “In questo libro il racconto biblico della Creazione viene messo in relazione all’evoluzione embrionale umana. In esso, come risultato di un lavoro di ricerca di lunghi anni, viene mostrato come questo documento biblico nelle sue possenti immaginazioni descriva esattamente quello che la scienza ha da dire oggi sulla nascita del corpo umano. Le immagini della nascita del cosmo del racconto della Creazione diventano per il lettore le immagini dello sviluppo embrionale umano. Egli perviene alla concezione che l’uomo è un piccolo Cosmo, un Microcosmo di fronte al grande mondo, il Macrocosmo. Inoltre questo testo, che in molti punti viene esaminato nell’originaria lingua ebraica, si dimostra una vera meraviglia; giacché non solo secondo il suo contenuto concettuale, bensì sin all’interno dei singoli suoni si estende la concordanza di queste potenti parole con la vita formatrice organica. Attraverso ciò si viene posti a confronto col fatto che lo scrittore di questo testo ha toccato i veri – invisibili, per occhi terreni – impulsi di formazione del cosmo e dell’uomo. L’impulsatore spirituale di questo libro è Rudolf Steiner, il fondatore della moderna Scienza dello Spirito. Lo scienziato spirituale insiste su nuove Vie alle forze originarie dell’evoluzione; egli comprende nella loro profondità i documenti provenienti dall’antica sapienza dei Misteri perché ritrova in essi ciò che egli ha investigato indipendentemente da qualsiasi documento. La sintesi qui realizzata di testo della Genesi ed evoluzione organica comporta un’elevazione di ambedue i rami del sapere. Il testo veterotestamentario diviene, in ogni sua parola, profezia di futuri eventi dell’umanità, così come l’embrione è la promessa di un uomo che in futuro agirà nel mondo – e l’embrione appare, nei suoi cambiamenti di forma, come testimone di processi di creazione cosmica da lungo tempo trascorsi. La profezia della Genesi indica inoltre con chiaro gesto, parola per parola, l’evento del Christo e la Via, che diviene possibile a partire da questo evento, dell’individualità alla mèta terrestre, e l’embrione cela attraverso i suoi gesti di nascita che l’uomo è predisposto ad esssere il portatore della forza dello Spirito, che mediante tale evento si è collegato alla Terra. A chi si rivolge il libro? Nell’introduzione si trova: questo scritto non presuppone alcuna conoscenza specialistica, si rivolge ad ogni lettore per il quale la conoscenza dell’uomo è una questione del cuore”.

Ad esso seguì La Quadratura del Cerchio, del 1979, nella quale viene mostrata la soluzione di tale millenario problema attraverso l’uomo stesso. Il suo terzo libro fu Fondamenti per un nuovo tipo di auscultazione cardiaca, nel quale viene mostrata tutta l’ampiezza diagnostica che si apre ad un medico che voglia veramente approfondire tale arte.

Nella primavera del 1999 appare il suo quarto e ultimo libro: Il Calendario antroposofico dell’anima alla luce dell’evoluzione dell’umanità, che apre un nuovo accesso meditativo a tale opera di Rudolf Steiner. Sempre nel 1999 apparve la traduzione italiana del Calendario dell’Anima di Rudolf Steiner, eseguita da Kaspar Appenzeller con la collaborazione di amici italiani.

A partire dall’aprile 1986 cominciarono ad aggravarsi i suoi problemi di salute. Dapprima una discopatia grave, poi l’ictus cerebrale conseguente alla rottura di un aneurisma per il quale dovette essere operato a Zurigo dal Prof. Iasargil. I problemi alla colonna vertebrale si aggravarono negli anni. Le sue ultime 16 settimane trascorsero al Paracelsius-Spital a Richterswil per un ictus transitorio in conseguenza di un collasso cardiaco. Chi lo incontrò in quegli ultimi tempi lo trovò cosciente, fluido nella parola e vivace nel pensiero come sempre. Affrontò con serenità e contagioso umorismo gli ultimi anni dolorosi della malattia, sino a quel 3 marzo 1999, un mercoledi, nel quale alle 9.37 egli chiuse la lotta della vita. La sua fu una vita eroica. La vita di un nuomo buono, forte, coraggioso e sapiente.

Vogliamo qui ringraziare con tutto il cuore Peter e Georg Appenzeller che con la parola e lo scritto ci hanno fatto non solo conoscere la vita e le qualità di un essere così elevato e luminoso ma ci hanno anche fattivamente aiutato e consigliato nelle temeraria intrapresa della difficile traduzione di questa preziosa opera. Il Dottor Angelo Fierro ci ha simpaticamente dimostrata tutta la sua fraterna amicizia non solo nel voler scrivere la Prefazione, ma anche nel volersi sobbarcare la notevole fatica della rilettura della nostra traduzione, nel darci lumi e consigli e nell’incoraggiarci con gioioso umorismo nei frequenti momenti in cui le difficoltà della traduzione sembravano insormontabili. Per cui ricambiamo con gioia e gratitudine l’amicizia e volentieri vogliamo qui rendergli grata testimonianza della sua generosa sollecitudine. A loro e a Johnnie Appenzeller – la fedele compagna dell’Autore – un grazie di cuore per quanto con grandissima disponibilità e generosità ci sono venuti incontro per rendere finalmente possibile la realizzazione dell’edizione italiana di quest’opera di Sapienza e d’Amore.

Silvano Mirami

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[1] Riportiamo un articolo del Dr. K. Appenzeller, tratto dalla Circolare n°2 della Sezione Medicina, p. 71 – Avvento 1993, che tratta in particolare dell’efficacia degli esercizi di euritmia curativa sul paziente.

Risposte in merito all’euritmia curativa alle domande:

Che rapporto esiste tra l’esercizio di Euritmia terapeutica e l’effetto nel paziente? Quale piano deve essere ricercato, affinché questo rapporto diventi evidente? Come si trova questo piano? Com’è che mi esercito a tale fine?

L’esercizio dell’euritmia curativa ha effetto immediato sul paziente. Allorché attraverso l’esercizio delle A nascenti, una dopo l’altra, e tramite l’esercizio I A O, il paziente si accorda con l’etere cosmico, portando in armonia il proprio essere, può eseguire un suono così da incontrare con la sua attività questo suono nell’etere cosmico. Nella sua dedizione ad un suono, l’etere cosmico gli porta incontro la propria saggezza. Quello che il paziente deve realizzare è che mediante il suo movimento, nello sperimentare la realtà di questo suono, renda possibile e non ostacoli la sua formazione nel corpo eterico. Questo è il lavoro sul suono; esso agisce risanando in maniera immediata, poiché il suono, che nasce dall’etere cosmico, diviene per un momento realtà nel proprio etere. Il lavoro s’invera nel purificare il corpo astrale dalle peculiarità e nell’esercitare uno sviluppo dell’Io libero d’egoismo. Se si realizza questo, il corpo eterico si armonizzerà con l’etere cosmico e potrà imprimere l’azione terapeutica nel corpo fisico. La guarigione attraverso l’Euritmia curativa è sempre un tratto della Via verso l’Iniziazione. L’euritmista terapeuta deve condurre su questa strada il paziente che gli è affidato, portandolo ad essere completamente sincero con sé stesso e con l’euritmista terapeutico. La volontà assolutamente sincera di guarire conduce a questa Via. Giacché guarigione è una   trasmutazione che riguarda il più intimo essere dell’uomo. L’euritmista terapeutico deve intraprendere sforzi per giungere, in rapporto al paziente, a vedere l’etere e deve assolutamente sforzarsi di diventare un rappresentante della causa antroposofica. R. Steiner ha descritto la Via verso tale mèta. Ciò che qui è stato esposto può essere raggiunto unicamente da una stretta collaborazione tra il medico curante e l’euritmista terapeutico.

Dott. med. Kaspar Appenzeller  – CH 7500 St. Moritz

(Continua)

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Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LE DUE STIRPI

 23 GENN 2015 FK 008

TUTTA LA STRUTTURA MINERALE DEL MONDO E’ PERVASA DA FORZE DI GELO.

GELO MORALE, SOTTILE, IMMATERIALE.

PERTANTO ACCADE CHE L’UOMO PERCEPENDO LA REALTA’ MEDIANTE I SUOI SENSI, VENGA INVASO DA TALE GELO.

QUOTIDIANAMENTE, LUNGO TUTTO IL CORSO DELLA VITA, SI VERIFICA UNA CONTINUA ASSUNZIONE DI GELO MINERALE MEDIANTE LA NORMALE PERCEZIONE SENSORIA.

DALLA PERCEZIONE DEL MONDO FISICO L’UOMO RICEVE CONTINUAMENTE FORZE DISUMANE DI GELO CHE SI SEDIMENTANO INAVVERTITE NELLA SUA INTERIORITA’.

ED E ‘ LA CONTINUA ASSUNZIONE DI VELENI MORALI MEDIANTE LA SPONTANEA PERCEZIONE FISICA DEL MONDO.

E’ QUESTO UN EVENTO NUOVO VERIFICATOSI IN MANIERA ACCENTUATA PROPRIO AGLI INIZI DEL 1900.

CONTEMPORANEAMENTE ALL’AVVENTO DELLA MASSIMA INTENSITA’ DI PENSIERO.

IN EPOCHE PRECEDENTI IL GELO MINERALE DEL MONDO ERA MITIGATO NELL’INTERIORITA’ UMANA DAL PARALLELO ACCENDERSI DI ARMONIOSE QUALITA’ ANIMICHE IN CUI PER ATTIMI IL CALORE CHE SORREGGE IL MONDO VENIVA PERCEPITO E AMATO.

L’UMANITA’ RIUSCIVA A MANTENERE UN CERTO EQUILIBRIO NEI RIGUARDI DEGLI ASPETTI PIU’ CRUDI E DESOLATI DELLA REALTA’ FISICA.

POI GLI EVENTI SI RADICALIZZARONO.

CREBBE IL POTERE INTELLETTUALE IN UOMO, IN VARIO GRADO E MISURA MA IN TUTTI.

E LE ANIME SI INARIDIRONO NELLA STESSA PROPORZIONE.

PERTANTO AD OGNI SGUARDO DELL’UOMO VERSO IL MONDO, OGGI, CORRISPONDE UNA DOSE DI VELENO ANIMICO CHE LO ASSALE E GLI RIMANE IN ANIMO, ACCUMULANDOSI NEL PROSIEGUO DELLA VITA.

TALE GELO SPONTANEO E’ IL PROMOTORE DI OGNI DISUMANITA’ IN UOMO.

E’ IL SUGGERITORE DELLA MISTICA FIDUCIA IN UN ORDINAMENTO MECCANICO DEL MONDO.

UN ORDINAMENTO IN CUI GLI UOMINI SIANO SOLO NUMERI.

IN CUI I LORO ORGANI FISICI POSSANO ESSERE SMONTATI E RIMONTATI COME NELLE MACCHINE.

UN ORDINAMENTO IN CUI L’ECONOMIA POSSA ESSERE CAPITA E GUIDATA SOLTANTO MEDIANTE  NUMERI E CALCOLI.

ED IN CUI OGNI LUCE MORALE SEMBRA INGENUA, SOGGETTIVA ILLUSIONE CHE NULLA HA A CHE VEDERE CON L’OGGETTIVITA’ MOSTRUOSA DEL “REALE”.

MENTRE INVECE IL MONDO E’ SORRETTO DA VIVENTI LEGGI MORALI CHE SONO IN RAPPORTO DIRETTO CON L’INTERIORITA’ DELL’UOMO.

E CIO’ MEDIANTE ASCESI DEL PENSIERO E’ INDIVIDUALMENTE VERIFICABILE.

MENTRE L’ASSUNZIONE DISUMANA DELLA REALTA’ DERIVA PROPRIO DAL MANCATO IMPEGNO ASCETICO DI TUTTI GLI ORIENTATORI (POLITICI, SCIENTIFICI, RELIGIOSI, MORALI) DELL’ATTUALE CIVILTA’.

IL GELO MINERALE FINISCE PER PROSCIUGARE, PER INDURIRE L’ANIMA, IL SENTIRE DI TUTTI GLI UOMINI, PRODUCENDO IN ESSI LA CONSEGUENTE ATTITUDINE INTERIORE VOLTA ALLA MECCANICITA’ ED ALLA (PIU’ O MENO) INVOLONTARIA CRUDELTA’.

ACCADE INVECE NELL’ASCESI CHE UN IMPERCEPIBILE FISICAMENTE MA REALE CALORE INTERIORE SI CREI.

UN CALORE INTERIORMENTE PERCEPIBILE.

IMMATERIALE ED AUREO.

E’ IL POLO VERO DELLA REALTA’.

POICHE’ NELLO SFORZO DI CONTEMPLARE IL PENSIERO: SI CREA CALORE.

LA VOLONTA’ CHE LIBERAMENTE SI DECIDE DI USARE PER PRATICARE L’ASCESI DEL PENSIERO :  CREA CALORE.

CREA UN VALORE CHE IMMETTE NELL’ANIMA, NELL’INTERIORITA’ LE ARMONIE SOVRACCEREBRALI.

LA SACRITA’.

IN TALE VALORE VI E’ LA LIBERTA’ RISPETTO AL GELO DEL MONDO MINERALE.

VI E’ LA POSSIBILITA’ DI SPERIMENTARE UNA REALTA’ INTERNA AL PENSIERO.

UNA REALTA’ FONDATA SUL CALORE ANIMICO.

SULLA BONTA’.

SULLA DEVOZIONE.

CIONONDIMENO: UNA REALTA’ OGGETTIVA E UNIVERSALE.

OGGETTIVA E UNIVERSALE TANTO QUANTO IL MONDO FISICO, E PIU’ DI ESSO.

DERIVERA’ DA CIO’ LA NASCITA DI DUE STIRPI UMANE, NETTAMENTE SEPARATE FRA LORO: GLI INTERIORMENTE CONSACRATI ALLA FONTE MORALE DEL MONDO, ED I PLASMATI DAL GELO DISUMANO.

TALE SARA’ LA LOTTA CHE SI SCATENERA’ NEL MONDO.

LOTTA CHE GIA’  ESISTE MA CHE NON E’ INELUTTABILE.

POICHE’ QUANTA PIU’ RETTIFICAZIONE DEL PENSARE UMANO AVVERRA’ MEDIANTE ASCESI, TANTO MENO GELO AVRANNO A DISPOSIZIONE GLI SPONTANEAMENTE IMMALVAGITI PER PROSEGUIRE NELLE LORO POSSESSIONI.

TALE E’ LA DIVISIONE VERTICALE CHE SI STA VERIFICANDO NELL’EPOCA MORALE.

UNA DIVISIONE APPUNTO MORALE, INTERIORE, FRA TUTTI GLI UOMINI.

UNA DIVISIONE DATA DA QUANTO ESSI VORRANNO FARE PER RIASCENDERE AL CALORE MORALE, O PER INABISSARSI NELLA MALVAGITA’ DISUMANA CHE ODIA L’INTEGRITA’ E LA PIETA’.

AMBEDUE SARANNO SCELTE VOLITIVE.

SARANNO STRADE IMBOCCATE IMPIEGANDO LA PROPRIA VOLONTA’.

NELL’ ASCESI DEL PENSIERO LA VOLONTA’ IMPIEGATA NEL TENTARE DI CONTEMPLARE UN INSIEME DI CONCETTI LOGICAMENTE COLLEGATI FRA LORO: PRODURRA’ CALORE IMMATERIALE, VITA COSCIENTE CHE SI INNALZA SINO A DIVENTARE PURO CALORE, CONSACRAZIONE.

L’UNA, LA VIA DEL CALORE, POTRA’ ESSERE PRATICATA MEDIANTE UN RAFFORZAMENTO DELLA COSCIENZA  CHE OLTRE AL CAPIRE INTELLETTUALMENTE UN CONCETTO RIESCA A VIVERE  IN ESSO REDENTORIAMENTE.

TRAPASSANDO DAL LIVELLO IN CUI SEMPLICEMENTE SI RIFLETTE E SI MEMORIZZA NEL PENSARE, AL LIVELLO IN CUI SI VIVE IL MALE CHE LO ATTORNIA E LO SI REDIME. 

L’ALTRA E’ LA VIA SONNAMBOLICA DEL PERVERTIMENTO PRERAZIONALE (OSSIA L’AVVENTO DI UN PROFONDO IMMALVAGIMENTO INTERIORE CUI FA SEGUITO UN ADEGUAMENTO DELLE OPINIONI RAZIONALI CHE FINISCONO PER GALLEGGIARE ENTRO UN MARE DI MALIGNITA’ SUBCONSCIA) VERIFICATOSI MEDIANTE CARENZA DI PRESENZA COSCIENTE NEL MISTERO DEL PROPRIO INTELLIGERE.

IN PRATICA COLORO CHE EVENTUALMENTE INSISTERANNO NEL GELO E NELLA DISUMANITA’ AGIRANNO IN STATO DI EBBREZZA MALIGNA, UN’ EBBREZZA CUI ASSERVIRANNO TUTTA LA PROPRIA INTELLETTUALITA’.

CIO’ POTRA’ ESSERE IN LARGHISSIMA MISURA EVITATO SE COLORO CHE PRATICHERANNO L’ASCESI SARANNO IN NUMERO SUFFICIENTE E SE LO FARANNO IN MISURA SUFFICIENTEMENTE INTENSA.

NULLA E’ PREORDINATO O FATALE.

TUTTO DIPENDE DALL’ATTO LIBERO DELL’INDIVIDUO.

QUINDI L’UMANITA’ POTRA’ DIVIDERSI IN DUE STIRPI, IN DUE RAZZE, SOLTANTO SE QUELLA BUONA NON ASSOLVERA’ BENE IL PROPRIO COMPITO.

ALTRIMENTI TUTTO SI POTRA’ SANARE.

E NEL MONDO POTRA’ DILAGARE IL BENE.

IL LOGOS SOLARE D’OCCIDENTE.

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HELIOS FK AZIONE SOLARE

MARCO VALERIO MESSALLA CORVINO (64 AC 8 DC) URNACINERIS

HELIOS-FUOCO-SOLARE-FK-18-OTT-2012-FK-004

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

PEREGRINANDO INTORNO AL LIMITE

alpinista-

“Vi sono dei limiti che l’uomo non può superare”, “Tutto ha un limite”, “Conoscere i propri limiti”, ecc.

Bene, ma cos’è il limite? Il vocabolario non ci aiuta granché poiché risolve la questione con questa breve definizione:”Linea di confine o di demarcazione” oppure, per l’interiore, qualcosa di simile agli esempi che ho fatto:”I limiti della mente umana”. Dagli altri esempi si capisce che ogni tentativo di superare il limite o è sbagliato o rischioso.

Una volta tanto il VII volume dell’Enciclopedia Cattolica è più esaustivo. Inizia con Aristotele che nella Metafisica definisce il limite come “punto estremo di una cosa: quel punto primo, cioè, al di là del quale non si trova nulla, e al di qua del quale c’è tutto di essa”.

Per Kant il concetto-limite coincide con il noumeno, in quanto esso limita la validità oggettiva dell’intuizione sensibile, non essendo possibile intuizione diversa da quella sensibile: quindi il territorio al di là della sfera dei fenomeni è per noi vuoto: “Il concetto di noumeno è dunque un concetto-limite, atto a circoscrivere le pretese della sensibilità, cioè di puro uso negativo”.

Al geniale filisteo di Königsberg nemmeno ribatto, mentre ad Aristotele, verso cui nutro rispetto, faccio notare il…limite astratto della sua esatta proposizione: è del tutto vero che al limite del bosco il bosco non c’è più, è finito, ma oltre v’è altro, come, ad esempio, il prato che quest’anno con le temperature miti, è già rinverdito e spruzzato di fiori colorati.

Con questa immagine intendo dire che, oltre ogni limite, c’è sempre qualcosa d’altro, di diverso.

Magari non i filosofi che fanno e disfano pensieri, ma molti sportivi lo sanno benissimo. Persino la “quercia austriaca”, tal Schwarzenegger, lo seppe: cito con incerta memoria una sua esperienza: “ Presi la decisione di allenare le gambe sino all’esaurimento. Portai il bilancere sulla riva del fiume e iniziai gli squat (accosciate con il bilancere dietro le spalle): furono ore di agonia, poi improvvisamente avvertii una immensa energia, la sofferenza che avevo sopportato per ore si tramutò quasi in un’estasi e, in questo stato di grazia, potei continuare quasi all’infinito l’esercizio che era stato fin lì durissimo e penoso all’inverosimile”.

Nelle pesantissime accosciate, giunto volitivamente all’estremo, aveva superato il limite della fatica fisica e nervosa.

Ho citato un personaggio noto nelle palestre e nei media, ma sono tanti, corridori su lunghi tratti, atleti di triathlon, alpinisti che si fanno otto/dieci ore di alte vie con zaini strapieni, i quali dopo aver sputato l’anima, vanno oltre il bosco di cui ho parlato sopra.

E che dire di quelli come il compianto Valerj Brumel che superò, per sette volte il limite mondiale di salto in alto: questione di pochi centimetri ma oltre la capacità del mondo intero!

E, fuori dallo sport, prendete un sacco di cemento e fatevi tre piani di scale a piedi, poi ripetete per altre quarantanove o cinquantanove volte lo stesso tragitto con altri sacchi. Non siete braccianti, non siete allenati: già al decimo sacco il cuore inizierà a battere in modo preoccupante e vi sentirete sfiatati come balene dopo una lunga apnea. Al trentesimo sarete certi di non farcela più e sarete, oltre che stanchissimi, sempre più preoccupati, non per la salute ma per la stessa vita.

“Devo smettere, rischio davvero di morire”. Il pensiero si fa angosciante…ma non potete lasciare in strada l’ingombro scaricato dal camioncino con la pioggia che minaccia di fare blocco col cemento. Digitate sul telefonino il numero di qualche amico che possa giungere in aiuto, ma si sa, il cellulare non serve quando se ne ha bisogno.

Poi, dopo che paura e stanchezza hanno raggiunto un livello indescrivibile, quando ci si trascina oltre ogni certezza del possibile, quando tutto è accolto e trabocca, qualcosa vi rivolta come un calzino: improvvisamente subentra una calma mai provata, il corpo si fa leggero (lo sentite come fosse trasparente da levarsi nell’aria), il cuore è in pace e non schizza nel petto.

Avvertite con chiarezza che ciò che urlava e pesava in voi era l’anima, non il corpo e che essa è come scomparsa. La mente è tersa ed è libera dai pensieri: non c’è più nulla che pesi, né fuori né dentro.

Messner scrisse, negli anni ’80, un bel libretto, si intitolava Il limite della vita e narrava le molte esperienze di chi aveva potuto raccontare cosa succede al limite (esaurito e superato) delle forze psicofisiche.

Parlava anche di chi è caduto e ha avuto l’avventura di poter raccontare, poi, quali fossero le esperienze attraversate nella caduta, assolutamente diverse da quelle immaginabili da chi vede la cosa dal di fuori.

Però su questo sto divagando e non vorrei spingere nessuno – non è vero, qualcuno sì – nel tentativo di emulazione dei rari sopravvissuti al volo (e allo schianto) di 60 metri sulle rocce sottostanti.

Come dicevo prima, gli atleti conoscono bene ciò che può succedere quando avviene che riescano a superare il limite che sarebbe assegnato alle loro forze naturali: è stato pure coniato un termine per questa condizione: viene chiamata “esperienza di picco”.

E ciò cosa c’entra con Eco che, sostanzialmente, scrive di esperienze d’anima? Tutto e niente. Mi serviva da analogia, dettagliata, per indicare che il “superamento del limite” è del tutto possibile, realistico. Assai difficile ma non fuori portata dalla capacità umana.

Persino il concetto di analogia, in questo caso, è parzialmente relativo, poiché anche se ho parlato in termini di fisicità e muscolarità negli esempi proposti, di mezzo c’è sempre tutto l’uomo ed in ogni caso i “limiti” – pensateci bene – sono assai più apparentati all’anima piuttosto che al corpo. Anzi, proprio non esistono “superamenti” nei quadricipiti o nelle altre funzionali e organizzate bistecchine di cui siamo dotati.

Il superamento del limite, inutile nasconderlo, si fa più difficile quando abbiamo a che fare direttamente con l’interiorità. Non fosse altro che per abituale estraneità nostra a quel mondo.

In questo caso dovremmo comprendere, fare nostro, essere arciconvinti, totalmente persuasi che, come scrive il Dottore, il pensare sia davvero l’elemento ignorato quando osserviamo il mondo: che esso sia la parte della realtà che dobbiamo trovare ad ogni costo: costi quel che costi: ad ogni costo. Inutile (?) ricordare che si sta parlando dell’ignoto pensare antecedente al suo rifrangersi sminuzzato nelle infinite immagini delle cose del mondo, e che, nella testa, rimbalzano dappertutto: schegge che feriscono.

Non possedendo la forza e l’intensità necessaria per spingerci al limite, possiamo impararla. Nessuna dialettica, nessuna mistica, nessun quadricipite può insegnarcela, né tanto meno gli allegri compagni della minestra dell’amore incondizionato: puro e insensato slogan data l’ordinaria struttura dell’uomo che, per avere uno straccio di autocoscienza deve, in primis, respingere ogni altra cosa, in una occulta tessitura d’odio o se questo termine non piace, chiamatela antipatia strutturale. Per cui l’amore vero, così spesso evocato a parole, è ancora un bellissimo istinto: certo, viene dallo Spirito ma passa per il corpo come istinto. A suo modo, persino la psicologia sa distinguere due condizioni dell’amore: quello captativo e quello oblativo. Quando non sia oblativo – lo è troppo poco o non lo è quasi mai – si guasta o fugge via: ricordatevi gli amori perduti.

Dobbiamo imparare. Da chi? Da noi. Come? Con lo sforzo, ripetuto e progressivo. Se qualcuno vi parla di alternative come i suddetti compagni, vi sta ingannando. Se qualcuno dualizza (col “bene” o col “male”), tenta di ingannarvi. Un tempo pure i bifolchi sapevano che nell’uno c’era il sublime, nel due il male.

Ripeto: non è una questione di studio, di intellettualità, di parole segrete di passo, di tesseramenti…è solo sforzo che tenda ad essere molto più di quanto oggi se ne abbia sentore.

Il resto, se pure colma abbondantemente la vita è, in gran parte ciò che è nato con voi e si consumerà con la vostra morte. Non mi credete? Abituatevi a farvi consigliare dalla morte: evocatela spesso, senza timore ma con rispetto, e lei vi dirà quante sono le cose inutili di cui vi circondate, fuori e dentro. La morte può diventare un’amica fedele. Provateci e vedrete che funzionerà.

Anche il Dottore, che fa sempre comodo citarlo quando l’ortodossia fa comodo, inizia gli otto gradini della conoscenza di sé con una rinnovata ars moriendi: o è meglio non approfondire queste cose turche?

Divago nuovamente (sfido! Ho il dottor Aloysius Alzheimer che mi ispira). Bon alorsrevenons à nos moutons: ora vi deludo, perché non esiste una indicazione che ci possa aiutare.

Però eccone una al volo: sedetevi su duro legno ponendo (affinché la scomodità sia perfetta) tra esso e le vostre nobili posterga qualche sassolino.

Ascesi antica, via del dolore? Al contrario: dateci dentro fino al giorno e al momento in cui non sentirete affatto panca e sassi… Impossibile? No! E’ possibile quando ogni cellula della vostra attenzione sarà volta al tema e non ad altro. Quando? Quando andrete oltre il limite, è lampante! Il limite di che cosa? Il limite del dannato senso corporeo di voi stessi: l’unica cosa che l’uomo ama con tutta la sua forza.

L’esempio è (forse) eccessivo ma indica alla grande ciò che si cerca di fare, ciò che va fatto.

Nessuno dovrebbe spaventarsi: è un lavoro progressivo, disciplinato, (magari con diversi tentativi di scatto in avanti: le eccezionalità piacciono agli Dei) persino sistematico, così come nessuno inizia le accosciate con centinaia di chili sulle spalle o una scarpinata di un giorno in quota. Siano accosciate o scarpinate reclamano pazienza.

Ma poiché un giorno si potrà essere capaci di fare cose del genere, perché “pensare” di non farcela con l’attenzione pensante assolutamente concentrata?

Aggiungo una domanda che mi è stata posta da una persona intelligente pochi giorni fa: “Va bene, tengo tutta l’attenzione sull’immagine…ma poi cosa devo fare?” “Questo” gli ho risposto “non è altro che il tentativo estremo del mentale di ingannarti. Non devi fare altro, solo dare tutto e di più a questo non-fare e se mi fai questa domanda mi sembra che tu sia ancora lontano dall’attenzione di cui stiamo parlando”. Totale immobilità del tutto dinamica.

Ad un certo momento che non può essere predeterminato ma di certo suscitato dall’intensità prolungata, sacrificale, si può sperimentare la concretezza della frase, ripetuta da Scaligero, a non pochi praticanti: “La concentrazione è autocorrettiva”. Frase che poté sembrare vuota o beffarda nel lungo rosario dei tempi della disciplina, quando niente ci aiutava nei nostri ingessati sforzi. Esiste nell’esercizio una potenza di saggezza e siamo noi, soltanto noi che possiamo non percepirla o persino rifiutarla. Fenomenologicamente essa ascende dal cuore ma perché essa ascenda è l’essenza del pensare nostro che deve liberarsi dalla testa e scendere verso il cuore: ciò che pigri e testoni non vogliono capire. A ciò si riferisce il dott. Colazza quando scrive del cervello che lascia libero il concetto (Pag. 50 della ristampa di Ur, 1980). In pratica, questo è ciò che manca a chi non supera il mistico nominalismo. Mi sembra evidente, persino esibito, come ho mostrato nel precedente articolo circa l’uso ossessivo di termini o nomi “alti” ma che vivono come primitivi sentimenti religiosi nell’anima. 

Vi pare difficile? Allora mettiamo in chiaro una cosa: esiste uno spiritualismo (teosofico, antroposofico, pseudomistico, magistico, new age, ecc.) che usa paroloni, immagini sacre ma è sterile, vuoto come un guscio di lumaca: lì non v’è nulla da “superare”, basta fingere valori e gonfiare se stessi come mongolfiere.

Comprendo il bisogno di fingere valori e virtù: l’anima priva di disciplina scivola verso il suo elemento animale. Osservate ciò che domina gli animali, siano predatori o prede: nel linguaggio nostro viene chiamata paura. Anche l’animalità umana vive nella paura, solo che nell’uomo essa è come attutita dalle giustificazioni. La dialettica, contro cui Scaligero spese molti capitoli dei suoi libri, è l’intellettuale manifestazione della paura. E dialettici lo siamo tutti.

L’alternativa sapete qual’è: non fingere e darci dentro, nonostante la nostra miserabilità – una tra le poche cose vere che ci appartengono – con rassegnata determinazione, diventando decisamente indifferenti ad aspettative e speranzuccole. La chiave è sempre quella: ferrea determinazione volitiva – arto dell’Io – che non si occupi né si preoccupi, fosse anche l’anima visitata da beata visione o da oscuri pericoli.

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL “MISTERO” DELLA PERCEZIONE PURA

Percezione pura

(Percezione Pura – Marina Sagramora)

*

Su Ecoantroposophia è stata molto sottolineata l’importanza dell’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, come lo chiama Rudolf Steiner in quelle pagine della sua Scienza occulta nelle sue linee generali, che furono decisive per Massimo Scaligero per il riconoscimento da parte sua della figura e della missione spirituale di colui ch’egli chiamerà il Maestro dei Nuovi Tempi, per la scelta definitiva del Sentiero spirituale al quale consacrare ogni sua energia e tutta intera la sua stessa vita.

Massimo Scaligero stesso ci indicò nella Scienza Occulta, da lui allora posseduta nella bella edizione di Gius. Laterza e Figli, Bari, 1932, le pp. 223-226 nelle quali Rudolf Steiner parla del «pensiero libero dai sensi» e della sua importanza, per il discepolo dell’Iniziazione, che ha il fatto di coltivarlo energicamente al fine di conquistare forza interiore e acquisire quella oggettività, quella sicurezza e quell’equilibrio, assolutamente necessari per non cadere in balia delle innumerevoli illusioni che fatalmente si incontrano nell’esperienza immaginativa, per non venire travolti dal vortice di quella illudente e stordente Luce Astrale, sempre pronta come un drago a divorare lo stolto e sprovveduto “occultista”, il quale – come suol dirsi, “un po’ per celia, un po’ per non morir” – per iscacciar la noia esistenziale e la routine di una in-significante vita borghese, piccolissimo-borghese, si metta a “giuocar” con la Luce Astrale e le Potenze Occulte.

A dissuadere da un cotale sciocco “giuocare” con la Luce Astrale –  che tanto piace agli attuali martinisti, kremmerziani, ecceteriani – dovrebbe esser sufficiente il leggersi con attenzione, e ben meditare, quel che scrive in proposito Sir Edward Bulwer-Lytton nel suo Zanoni, a Rosicrucian Tale, e Stanislas de Guaita nel suo Essais des sciences maudites, il quale ricorda che il novello Edipo deve essere capace di risolvere l’enigma della tetramorfa Sfinge tebana, per non incorrere nei più grandi pericoli, e che per lo stolto, l’arrogante, il debole, l’incostante e il pusillamine, vale l’ammonizione scritta sulla soglia del Tempio: scire nefas, ossia il “sapere” può essere fatale, e in taluni casi anche mortale, per la vana e sciocca curiosità umana.

Più volte è stata sottolineata, sulle pagine di Eco, soprattutto da parte di Isidoro, l’importanza dell’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, come garanzia di oggettività dell’esperienza spirituale, come misura di radicale indipendenza dello sperimentare dell’Io da qualsivoglia coinvolgimento con la vicenda corporea, coinvolgimento nella sfera somatica che porta fatalmente al di sotto e non al di sopra della normale coscienza di veglia, e trascina la vita dell’anima tra i liquami e i miasmi attossicanti del guasto sperimentare medianico. Con tutto quel che ne segue.

Solo l’esperienza del pensiero puro, come sottolinea esplicitamente Rudolf Steiner nell’Appendice del 1918 al libro Iniziazione e nelle sopra citate pagine di Scienza Occulta, apre il varco – mediante l’intensificazione volitiva e cosciente del momento genetico del pensare – all’autentica esperienza spirituale. E Massimo Scaligero pone l’esperienza del pensiero puro come essenza aurea della Via del Pensiero Vivente, come completa e insuperata Via eroica all’Iniziazione. Per cui, fu per me un colpo al cuore l’udire con le mie orecchie l’affermazione  che «la Via di Massimo Scaligero è incompleta  e superata», e leggere coi miei occhi che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», quando invece tutta l’opera di Rudolf Steiner e quella di Massimo Scaligero – ma anche la loro vita, la loro ascesi, la loro realizzazione iniziatica – dimostrano ad abundantiam la falsità di tali menzognere affermazioni. Da qui la volontà di alcuni amici di Eco di sottolineare instancabilmente l’esperienza del pensiero puro, e la centralità della Concentrazione, della Meditazione, secondo il canone della Via del Pensiero, indicatoci da Massimo Scaligero.

Ci è stato fatto osservare che in qualche modo, su Eco, abbiamo forse un po’ trascurato il tema della “percezione pura”. Devo dire che una tale osservazione, in effetti, coglie nel segno. Ora, il tema della “percezione pura”, in realtà, è per noi strettissimamente legato a quello del “pensiero puro” e ci è sommamente caro. Tanto più che Massimo Scaligero disse più volte che missione precipua di Rudolf Steiner fu quella di portare in Occidente, e nel Mondo, una Via magica della percezione.  E, nelle sue “filosofali” opere filosofiche, Rudolf Steiner descrive come, nell’atto conoscitivo umano, la realtà del mondo si scinda – per noi – in percezione e concetto, e come ciò che nell’esperienza conoscitiva è inizialmente dato come effettivamente separato venga poi dall’attività pensante del soggetto conoscente altrettanto  effettivamente ricongiunto. A sua volta, Massimo Scaligero ne La logica contro l’uomo, Tilopa, Roma, 1967, nella Seconda Parte, intitolata La Via del Pensiero, nel II capitolo, Lineamenti di una nuova scienza della percezione, pp. 162-199, dà un adamantino e meditativo percorso di pensiero nel quale illustra la natura spirituale della percezione: pagine da meditare e rimeditare a lungo.

Il problema, anzi il còmpito, è quello di avere il pensiero e il percepire allo stato puro. Ossia avere la percezione non decaduta a mera sensazione e non mescolata alla serie dei moti emotivi, istintivi e ad ogni sorta di involontari pensieri, che come un caotico ribollire riempiono la consueta, ma non normale, vita dell’anima. Lo stesso problema, o còmpito, si pone nei riguardi del pensare: avere l’attività del pensare allo stato puro, ossia detersa dal continuo interferire dell’involontaria memoria rappresentativa, di stati d’animo, moti istintivi e passionali. Si può dire che gran parte dell’Ascesi solare, che il discepolo dell’Iniziazione deve diligentemente praticare, sia vòlta ad educarlo alla oggettività del percepire e del pensare, a far tacere radicalmente quel ribollire lunare dell’anima, che generalmente riduce l’uomo ad un essere sognante e dormiente, mancipio e schiavo delle Potenze Avverse che lo dominano e lo muovono come un inerte burattino.

Senza una rigorosa disciplina de-soggettivante del pensare e del percepire, l’essere umano non si svincola dal lunare ribollire astrale dell’anima. Facilmente, percorrendo il sentiero occulto, può cadere nei mille e poi mille inganni che la sfera immaginativa, il mondo astrale tessono come un’avvincente trama d’illusioni di fronte al cercatore spirituale. Potrei riempire interi treni con tutti i visionari, gl’illusi e sinceri “chiaroveggenti”, da me incontrati, che prendono per realtà oggettive le torbide esperienze “astrali”. E potrei riempire navi da crociera con i  mistici, e le mistiche, che, datisi alle “morbide” vie dell’anima, a quel “sentire il sentire”, che Massimo Scaligero sconsiglia energicamente, sono finiti nell’immensa cloaca delle più diverse, e talvolta ridicole, infatuazioni visionarie, con l’inavvertito bramoso condimento di “erotismo astrale”, come lo definisce spietatamente Rudolf Steiner nel Corso di medicina pastorale e in moltissime altre sue conferenze.

Per cui, è veramente necessario avere le idee chiarissime sull’essere autentico della percezione, rendersi conto del “mistero” della percezione pura, dal punto di vista di quanto indica Rudolf Steiner in opere – che sono un vero e proprio “rituale” di magia solare – come Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo e Filosofia della libertà. Non entrerò in merito, in questo articolo, nella descrizione della tecnica operativa della “percezione pura”, che troviamo esposta in maniera illuminante da Massimo Scaligero in molte delle sue opere. Riporterò, invece, uno scritto di Hendrik Knobel, discepolo di Rudolf Steiner, amico di Marie Steiner, e valente collaboratore di Hella Wiesberger all’interno del Lascito del Dottore. Nel tradurre questo scritto, ho posto ogni diligenza a riprodurre con la massima esattezza, a costo anche di sacrificare la “venustà del periodare” – come la chiamava Arturo Reghini – la trama di pensieri dell’autore. Se letto e meditato con attenzione, questo scritto potrà fornire al ricercatore spirituale, che voglia essere uno sperimentatore, spunti preziosi per cogliere il “mistero” della “percezione pura” dal punto di vista della Filosofia della libertà.

Lo scritto che segue rappresenta il primo capitolo dell’opera di Hendrik Knobel, Die sieben Lebensstufen. Form und Gestalt, Zbinden Verlag, Basel, 1984, pp. 9-13.

***

LA PERCEZIONE PURA

di Hendrik Knobel

Conosciamo dall’Antroposofia, in quanto essa è data filosoficamente, il concetto del pensiero “puro” – che dapprima non dovrà essere qui trattato – e quello della percezione pura. Percezione pura viene qui chiamata la percezione nella misura in cui essa è “pura” di componenti concettuali.

Ora, però viene detto ripetutamente che non esisterebbe affatto percezione pura. Essa non potrebbe esistere già per il fatto che, appunto, si può percepire soltanto là dove si abbia il concetto. Io vedo “blu”, vedo “rotondo”, unicamente per il fatto che posso formare il concetto di “blu”, il concetto di “rotondo” . Se non posso formarli, allora passo oltre, senza accorgermi, al cerchio blu e non ho della impressione blu e rotondo, alcuna conoscenza. Tutte le percezioni sono perciò date in forma di concetto; nella percezione afferrata coscientemente, percezione e concetto non si lasciano separare. Se contemplo un quadro, vedo per esempio raffigurati una donna, un fanciullo (Madonna). Mi distolgo dal quadro e un amico che mi accompagnava, e che è botanico, mi dice: Hai visto le piante nel quadro?. No, non le ho viste. L’amico mi riporta davanti al quadro e mi indica il punto dove, nel quadro, sono raffigurate effettivamente delle piante. Vedo unicamente quel che concepisco, in questo caso le piante attraverso l’indicazione concettuale del mio amico. Io vedo soltanto quello che concepisco. Ciò che non concepisco, non lo vedo, non lo percepisco. Tuttavia, quel che concepisco, lo percepisco, poi, dopo, ne ho una rappresentazione.

Ora, prima che possa essere afferrato il problema vero e proprio, occorre chiarire i concetti. Che io “veda” qualcosa appena ne ricevo, comunicatomi, il concetto, è una designazione inesatta. – Perlopiù si mette il “vedo” pure tra virgolette – dovrebbe essere detto: io vengo reso consapevole di qualcosa, oppure divengo consapevole di qualcosa, e sperimento un’impressione. Si può dire: io non ho ricevuta nessuna impressione, perché soltanto dopoché io ho, oppure ho ricevuto, comunicatomi, il concetto relativo, sono divenuto cosciente della cosa e la posso ricordare? Posso, tuttavia, anche aver ricevuto un’impressione di una cosa, ma trascurare di applicare su di essa il concetto, per es., per mancanza d’interesse, e non averne quindi nessuna coscienza mnemonica (per es., una pietra incontrata sulla mia strada). Ma con ciò, sia pure, non ho ricevuto nessuna impressione? Certo, questo forse lo si ammetterà, ma di ciò io non so nulla, poiché non avendolo nella memoria, non ha per me nessun valore.

Ma d’altra parte deve esser pure detto: senza che io volga realmente alla cosa un senso (per es., l’occhio), il concetto non mi giova a niente. Quindi la percezione, in quanto impressione, è una parte essenziale del mio ricordare. Da percezione e concetto risulta il contenuto della mia coscienza mnemonica, cioè la mia conoscenza, così come Rudolf Steiner l’ha raffigurata nei suoi scritti filosofici. Bene, si dice, ma la parte essenziale della percezione non si lascia portare a coscienza nella separazione dal concetto, al massimo altro che – nella misura in cui qualcuno vi riesce – come stato eccezionale. Perciò, per il conoscere, per il conoscere generale, esso non è accessibile. È come se uno dicesse: l’acqua non può essere H2O, poiché la separazione dell’acqua in H e O è un processo puramente artificiale. In natura esiste soltanto acqua. Il fatto che Rudolf Steiner abbia potuto separare la rappresentazione, in quanto coscienza mnemonica, in percezione e concetto, è l’interessante della sua teoria della conoscenza e giustifica, appunto, il motto della sua Filosofia della libertà, “Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”. Egli si comportò in tutto e per tutto come uno scienziato della natura.

Ora, però, vogliamo accostare più da vicino la domanda: la percezione pura può essere effettivamente prodotta? Per accostare un po’ questa domanda, dobbiamo stabilire che esiste percezione pura assoluta (quindi percezione senza alcuna componente concettuale) e relativa. Io posso, in natura o su un quadro che “vedo” in quanto applico su di esso i concetti di paesaggio, sole e così va, riuscire  a scoprire anche delle macchie marroni, che per me sono soltanto macchie marroni. Quindi, ricevo improvvisamente un nuovo concetto e “vedo” che esse raffigurano alcuni animali. In rapporto a questo stato di cose, degli animali allora io ho dapprima una percezione pura, perché constato delle macchie marroni e nient’altro. In questo caso, la percezione pura è relativa, proprio per il fatto che ho il concetto di “macchie marroni” e designo la cosa come tale, ma non la “vedo” come animali. Ho anche l’impressione (percezione pura senza concetto) in rapporto agli animali, in rapporto alle “macchie marroni” ho una conoscenza come rappresentazione. La stessa cosa si presenta, allorché il bambino cerca di afferrare la Luna. Egli non ha nessun concetto in rapporto alla distanza, in rapporto alla cosa, invece, ha il concetto di “falce aurea”, che cerca di afferrare come fosse un pezzo di pane. Ora, se si riesce a risalire nel lattante sino alle origini, si vedrà che nel primissimo periodo egli ha addirittura percezione pura assoluta. Egli osserva la luce, che si dirige verso di lui, perché egli la “scorge”, ma non ha ancora alcun concetto della luce. Se si riesce, da adulti, a giungere ai confini della coscienza abituale, come il lattante che è appena nato, ad eliminare tutto l’elemento concettuale, che si è accolto nella vita, allora si può giungere a ciò che chiamiamo percezione pura, a ciò che chiamiamo un aggregato sconnesso di impressioni sensoriali.

Come mai ciò è di così grande importanza? In generale, si cerca di eludere il tentativo di giungere alla percezione pura. Si rifugge dall’esperienza della medesima – come, per es., nel caso dell’affermazione, che si “vede” unicamente ciò che si concepisce, nel qual caso il vedere viene scambiato col conoscere – perché si avverte che si entra in un campo nel quale tutto diventa insicuro. La sicurezza nella vita risulta dai concetti conquistati. Potersi mantenere saldi nel campo della percezione pura presuppone interiore forza animica e saldezza nella interiorità, che possono essere conquistate mediante una intensa vita del pensiero – la quale rafforza in sé la forza dell’Io, ma che deve di nuovo venir abbandonata.

A qual fine questo rafforzamento? Su questo punto può portare chiarezza l’essenza della conoscenza. È perciò estremamente importante che, secondo Rudolf Steiner, lo scopo di tutta la conoscenza non sia la “idea”, bensì la percezione. Egli lo afferma nel capitolo Le ultime questioni, nella sua Filosofia della libertà (ed. 1929, p. 315) con la frase: «Soltanto… la percezione (sottolineatura dell’autore) inserentesi nell’universo secondo leggi è la piena realtà». – Quindi, l’Antroposofia non è una scienza dell’idea, bensì una scienza della realtà, cioè scienza dello “spirito”. Lo spirito è più che idea, è esperienza del mondo – pietra, pianta, animale, uomo, cosmo – nella percezione che in se stessa contiene l’essenza che deve essere scoperta. La tesi del “noi vediamo soltanto ciò che concepiamo”, presentata all’inizio, è una svalutazione della percezione. Essa dice: soltanto il concetto ha realtà, la percezione ha valore unicamente nella misura in cui essa si eleva al concetto – e termina in una scienza dell’idea, cioè alla fin fine in un cumulo di astrazioni.

Le impressioni sensorie sono, invece, azioni cosmiche, verde, blu, rotondo, duro e così via. Esse sono le vesti della Divinità, nella misura in cui possano essere afferrate pure, senza la zavorra mentale. Prodotta dall’uomo. In questo senso, quindi, l’Antroposofia non è filosofia, ma scienza della natura (conforme allo spirito). Chiarendo in sé questo fatto, è possibile gettare una luce su un problema storico e scientifico spirituale, che attende ancora soluzione. Pensiamo soprattutto alla questione dell’entità di Kaspar Hauser e del suo significato per la vita spirituale [Vedi a questo proposito: Heyer, Kaspar Hauser, Tradowsky, Kaspar Hauser]. Fino ad oggi non è stato possibile descrivere come fosse Kaspar Hauser nel suo mondo mentale, così come egli viveva in esso all’inizio della sua apparizione a Norimberga. La carcerazione, durata molti anni, non è in alcun modo sufficiente a spiegare il fatto ch’egli possedesse la percezione “pura”, ch’egli mostrasse una inspiegabile acutezza a questo riguardo, che potesse vedere nell’oscurità altrettanto come di giorno, che gli animali avessero un rapporto immediato con lui. In una parola è apparso: è apparso un essere umano ed ha posseduto, come disposizione, ciò che abbiamo chiamato percezione pura. Ora, Rudolf Steiner dice sull’essere di Kaspar Hauser, ch’egli era un atlantideo disperso. Astraiamo dal fatto se ciò possa essere inteso storicamente – il cui caso non sembra si tratti – ma, se prendiamo questa espressione in senso qualitativo, possiamo ricordarci riguardo all’essenza dell’atlantideo: privo di ogni intellettualità, vivente in modo puro nella percezione, chiaroveggente, tutte proprietà che si mostravano in Kaspar Hauser e che solo lentamente si ritrassero nel corso dell’unilaterale educazione intellettuale odierna. Un’altra osservazione di Rudolf Steiner è l’indicazione straordinariamente significativa, che senza Kaspar Hauser, così come ha vissuto, non potrebbe essere trovato un accesso al mondo spirituale per l’epoca attuale. Vi è tra queste due indicazioni una connessione?

Possiamo presumerla, se pensiamo, secondo Rudolf Steiner, che se una individualità ha sperimentato sulla Terra una qualità, da quel momento in poi ognuno può possedere questa qualità. Avendo Kaspar Hauser sperimentata la percezione pura, da allora, è possibile che chiunque possa causare questo stato, cioè possa percepire in maniera pura, sia riguardo alle percezioni del mondo esterno, sia riguardo a quelle dell’interiore esperienza del pensiero (vedi la conclusione del sunnominato capitolo della Filosofia della libertà), sarebbe, cioè, conquistato in modo immediato un accesso al mondo spirituale, mediante il quale sarebbe stato possibile che, pochi decenni più tardi, venisse fondata da Rudolf Steiner un’Antroposofia, una scienza, che fosse basata su una visione del mondo spirituale.

Ora, come mai dall’essenza della percezione risulta un’immediata esperienza del mondo spirituale? Il mondo spirituale è sempre attorno a noi nella percezione sensoria. Che noi non lo si sperimenti come tale è da ascrivere, come è stato già osservato, al fatto che continuamente noi lo ricopriamo di pensieri, di sostanze di pensieri, in una misura tale che noi sperimentiamo il mondo unicamente secondo i pensieri, e perciò minimamente scorgiamo l’essenza del nostro mondo, ovvero questi pensieri (rappresentazioni) sono l’unica cosa che ci fa sperimentare il mondo (Schopenhauer, «Il mondo è la mia rappresentazione»). Se questo pensiero viene eliminato e si riesce a sperimentare il mondo dei sensi, senza concetti aggiunti, allora si disvela il suo carattere sovrasensibile, cui Goethe accennò per primo nella sua dottrina della natura sensibile-morale dei colori. Allora la natura non è più soltanto “sensibile”, bensì anche essenzialmente “morale”, epperò sovrasensibile. L’aver applicato ampiamente questo principio goethiano in tutti i campi della vita, della scienza, dell’arte, della vita sociale, è l’azione di Rudolf Steiner.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

OSSESSIONE O STRATEGIA?

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Avevo pubblicato il giorno 24 maggio dello scorso anno un breve articolo intitolato “Slogan esoterici?”. Se vi può interessare lo trovate nell’archivio di Eco in “Scienza dello spirito”: https://www.ecoantroposophia.it/2014/05/scienza-spirito/isidoro/slogan-esoterici/

Avrei voglia di ristamparlo ora, quasi un anno dopo. Esattamente com’era. Ma in quelle righe c’è troppa bonomia ed esse sono, per così dire, generiche. Lì, a modo mio, avevo cercato un filo di ragionamento e un’oncia di cortesia. Ora non ho alcun desiderio di girare intorno alla pesante contraffazione che mi è capitata sotto gli occhi curiosando tra temi cari e famigliari che vedo scorrere nel fiume delle cose pubblicate o lette.

Adesso, se non vi dispiace, svolgo il tema prendendo, posso dire a caso, come esempio, alcune righe tratte dal V capitolo della Scienza Occulta (pag 256 dell’edizione 1969).

Scrive il Dottore: “Vi possono essere anche concentrazioni sopra dei semplici sentimenti; queste sono di particolare efficacia.”

Riscrivo queste due righe dappertutto, le ingrandisco, le coloro, faccio in modo che esse vengano ripetute, rincarate nel tempo: così da divenire – quasi – il senso di un tutto completo. Confidando nei pigri non indico la loro esatta origine, confidando negli ingenui le firmo col nome di garanzia di Rudolf Steiner.

Né mi importa che manchi un sopra o un sotto, la loro concreta articolazione: di pensanti ricercatori non mi interessa punto. Cerco solo di ottenere nei lettori un’impressione animica immediata, meglio se poi, io insistendo, essa perdura nel tempo.

Ora abbiate pazienza: dopo le due righe scritte sopra andiamo a visitare il pensiero complessivo, comprensivo delle due righe estratte: “ Vi possono essere anche concentrazioni sopra dei semplici sentimenti; queste sono di particolare efficacia. Si prenda per esempio il sentimento della gioia per effetto di uno stimolo esteriore. Quando un’anima dotata di sentimenti sani si accorge che un uomo compie un’azione per bontà di cuore, essa potrà provarne soddisfazione e gioia; ma può inoltre riflettere sopra un’azione di quel genere e dirsi: “Chi compie un’azione buona per per bontà di cuore non persegue il proprio interesse, ma l’interesse del suo simile. E una tale azione può essere detta moralmente buona”.

Orbene, l’anima che la contempla può mettere da parte completamente la rappresentazione di quel singolo caso esteriore, che le ha procurato gioia o soddisfazione, e può formarsi un’idea generale della bontà di cuore. Riflettendo su questa, può pensare che la bontà di cuore derivi dal fatto che un’anima assimila, per così dire, l’interesse dell’altra, e lo fa proprio. L’anima può ora sentire gioia per l’idea morale della bontà di cuore. E allora è gioia derivante non da un avvenimento determinato dal mondo dei sensi, ma gioia proveniente dall’idea come tale (il corsivo è dell’Autore, la sottolineatura è mia). Se si cerca di far vivere questa gioia per lungo tempo nell’anima, si ottiene la concentrazione sopra un sentimento…(continua ancora).

Bene, come ho già scritto, trovate la completa trattazione a pag 257 della Scienza Occulta. Qui volevo soltanto evidenziare come estraendo dal contesto le prime due righe, esse oltre che apparire come una specie di indicazione tranchant assai generica, sono completamente fuorvianti, esse paiono indicare un esercizio dell’anima ben grossolano e diverso se non opposto a quanto lo Steiner cerca di far capire.

Passo avanti. Talvolta digito al pc sul motore di ricerca qualche termine usato nelle scienze spirituali, poi leggo a caso cosa riporta sul tema Tizio o Caio o la reincarnazione di Semiramide. Nel caso in questione avevo digitato Iside-Sophia. Oltre la ripetitiva offerta del libro di Scaligero, le personali elaborazioni del signor Bellucci e le follie “copia/incolla” dei mattacchioni, come succede sempre su internet, resta ben poco.

E guarda: trovo una pagina (che poi è facebook) in cui il discepolo (trattasi di Piero Cammerinesi) che per otto anni si abbeverò di continuo alla fonte di via…Scadolini (non è un refuso ma un’opzione ragionevole), imposta, esattamente due giorni dopo il mio scritto, in splendida cornice, come unico materiale visibile anche per chi non è iscritto al social, sotto la scritta “Iside Sophia”, le righe che mi permetto di incollare direttamente:

ISIDE-SOPHIA

La stessa Via del Pensiero rischia di divenire una via dell’orgoglio o del sublime egoismo, se non conduce alla consacrazione di sé al Divino e all’amore illimitato per il prossimo: appunto il ritrovamento della Iside-Sophia.

Massimo Scaligero

Per rafforzare il pensiero di…Scaligero, il seguito consiste in un ritaglio di un dipinto di carattere spirituale con, a lato, le seguenti righe:

La stessa Via del Pensiero rischia di divenire una via dell’orgoglio o del sublime egoismo, se non conduce alla consacrazione di sé al Divino e all’amore illimitato per il prossimo: appunto il ritrovamento della Iside-Sophia.

Massimo Scaligero.

Infine, nello spazio che rimane sotto, troviamo questo:

Iside-Sophia (Massimo Scaligero)

La stessa Via del Pensiero rischia di divenire una via dell’orgoglio o del sublime egoismo, se non conduce alla consacrazione di sé al Divino e all’amore illimitato per il prossimo: appunto il ritrovamento della Iside-Sophia…

Ora, vi prego, ancora uno sforzo: leggete il brano completo, come fu scritto da Massimo Scaligero:

*

La ricongiunzione del pensiero con l’Io è l’iniziale moto della Volontà magica: l’atto della libertà possibile unicamente all’uomo autocosciente. La pura connessività del pensiero dialettico può portare lo sperimentatore a intuire una simile logica del pensiero vivente: l’autonomia di questo rispetto ai sensi e alla psiche, la sua possibilità di donare l’iniziale esperienza del “corpo sottile”. Ma ciò non è ancora ritrovare il Logos: anzi, questo è il momento in cui l’asceta corre il rischio di usare inconsciamente l’acquisita virtù del puro pensiero contro il Logos: secondo un residuo impulso della radicale natura egoica. Egli può diventare l’istruttore di molti discepoli avidi di dipendenza da un maestro che dialetticamente mostri di possedere la via.

La Via del Pensiero rischia di divenire una via di sublime egoismo, se non viene illuminata dalla luce della Iside-Sophia.

V’è un possibile punto d’arresto nella sfera dell’intellettualismo esoterico, dotato della sua dinamica interiore e persino dei suoi poteri: certamente limitati. Si può parlare di arresto della via, al livello di un intellettualismo esoterico organico ma incapace di connessione radicale con l’Io, ossia con il Logos. E’ la zona che può essere superata soltanto, ove si segua radicalmente l’Ascesi del Pensiero: così che apra la via al cuore, dal quale risorge la Memoria delle cose divine, la Iside-Sophia.

Per superare la zona neutra, in cui è possibile il ritorno alla viltà senziente o al tradimento dell’intelletto, occorre il trasferimento dal sussistente modo di essere dell’anima a un modo di essere originario, perduto: che era necessario perdere, per riconquistarlo da un grado di spontaneità a un grado di libertà: la Memoria delle essenze perenni, che è l’intima struttura dell’anima, smarrita: eliminata dalla coscienza dialettico-sensuale.

L’originario modo di essere dell’anima risorge nella misura in cui essa giunga a contemplare fuori di sé ciò che le è divenuto processo intimo: il formarsi dell’idea, l’imaginare creatore. Questo imaginare è il s e n t i r e liberato, che volge verso la zona in cui può accendersi, come fiamma dell’Amore Divino, la potenza dell’antica fede ridestata, la virtù dell’assoluta consacrazione di sé. Essa viene preparata dal connubio del Pensiero con la Volontà.”

*

Nel confronto si notano subito alcune cose, tra cui l’inserimento di “illimitato amore per il prossimo” che non trovate nel brano originario: nobilissime e vuotissime parole che appartengono al Nostro ma ripetutamente affibbiate a Scaligero. Non ci sta nemmeno l’orgoglio ed il resto è personale sintesi…ma avvalorata dall’autorità di Scaligero (magari mi risponderebbe che “sente” che così avrebbe voluto Scaligero). Sono queste le licenze di “libero pensiero” permesse da chi mette la MORALITA’ davanti a tutto? Forse sarà attorcigliata coerenza se si appartiene a quella rete di personaggi che modificano, con scuse strampalate, persino i capitoli dei libri di Scaligero e macellano le sue conferenze?

Del resto Hugo su ciò si è sgolato. Il problema resta sempre lo stesso: esiste in tali esseri una precisa volontà di attutire o alterare l’insegnamento, anestetizzare o almeno confondere i ricercatori più giovani. Questo, perché? Personalmente sono stufo di scriverlo. Ognuno indaghi e valuti da sé…oppure lasci perdere e continui con studio e disciplina.

Invertendo la celebre frase trasmessa dall’Apollo 13 nel 1970, potrei concludere che a Houston ci dev’essere un problema, abbastanza grosso.

SCIENZA DELLO SPIRITO,
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