SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – MAGGIO 2015

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In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 75

Socialità
O. Tufelli De Reditu Suo

Poesia
F. Di Lieto Verso l’alto

Botanima
T. Diluvi Politiche comunitarie

AcCORdo
M. Scaligero Il realismo cristico

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni La terza via

Il Maestro e l’Opera
I. Stadera Il Karma e la terapia del pensare

Antroposofia
R. Steiner La biografia dell’essere umano

FiloSophia
M. Scaligero Compito eroico dello Spirito nell’azione sociale

Leggende
M. Mazzeo La Sedia del Diavolo

Pubblicazioni
F. Di Lieto Ritorno a Pasidonia

Esoterismo
M. Iannarelli Digressioni sul vero rapporto tra Lucifero e Cristo

Inviato speciale
A. di Furia Tertium non datur?

Costume
Il cronista In quali mani

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
E. Tolliani La Terra delle Sirene

Arretrati

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ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL "PROMETEICO" IDEALISMO MAGICO DI RUDOLF STEINER

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Quelli che propongo allo studio del benevolo lettore, e ancor più alla ripetuta meditazione del cercatore spirituale, sono alcuni testi di Rudolf Steiner risalenti alla fase cosiddetta filosofica – che io, piuttosto, ben amerei chiamare «filosofale» – della sua vita. Si tratta di testi di per sé molto brevi, ma ciò non tragga in inganno il lettore, perché sono molto profondi e il loro significato potrà essere còlto solo da chi li approfondisca meditativamente. Sono testi che risalgono a quel periodo della vita di Rudolf Steiner, nel quale egli ancora non si era manifestato apertamente come Maestro e Istruttore spirituale. Poté assumere apertamente tale oneroso còmpito solo dopo che colei che era destinata a diventare la sua più stretta e fedele collaboratrice spirituale, nonché la compagna della sua vita, la giovane Marie von Sivers, gli pose a Berlino la domanda decisiva, che sola permise a Rudolf Steiner di rispondere col donare al mondo quella Scienza dello Spirito, che tante anime assetate di Conoscenza liberatrice andavano cercando.

Prima di quella domanda, invero così carica di destino, Rudolf Steiner poté esprimersi unicamente attraverso il linguaggio filosofico e scientifico perché – così scrisse in un documento biografico da lui redatto a Barr, in Alsazia, per Edouard Schuré, e pubblicato da Hans Werner Zbinden e Hella Wiesberger in Briefwechsel und Dokumente, GA-262, Verlag der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, Dornach, 1967, p. 9 – non gli era lecito parlare pubblicamente di ciò che, come idee occulte, scaturiva dalla sua esperienza iniziatica: «E le Potenze occulte, che stavano dietro di me, mi dettero soltanto quest’unico consiglio: “Tutto nella veste della filosofia idealistica”». Ora, se la forma del suo linguaggio era quella scientifica e filosofica dell’idealismo, la sostanza era veramente quel «filosofale» idealismo magico del quale, in maniera così enigmatica, parla Novalis.

In realtà, l’opera filosofica di Rudolf Steiner, ruotante tutta attorno alla sua Filosofia della Libertà, col suo carattere accentuatamente «prometeico», è la parte più esoterica, e come tale più segreta, ossia quella che, malgrado la sua forma «pubblica», rimane la più arcana e la più difficile da accostare. E questo perché. in tali opere «filosofiche», Rudolf Steiner non dona, semplicemente rivelandole, una serie di verità spirituali, le quali debbano poi essere passivamente e dogmaticamente accolte dal lettore, bensì indica un metodo mediante il quale il sincero ricercatore spirituale possa trasmutarsi nel libero – totalmente autonomo rispetto ad una qualsivoglia rivelazione dall’alto – e attivo produttore della propria verità, la quale viene sperimentata come individuale nella sua manifestazione e al contempo universale nella sua essenza.

Quel che si rivela scomodo, per non dire sommamente antipatico, all’accidioso uomo moderno, sia pure sentimentalmente sincero spiritualista, è lo sforzo, il lottare coraggioso e instancabile, che tale idealismo magico esige. Al massimo, un tale uomo moderno giunge a concepire la necessità di capire intellettualmente determinate verità, non di sperimentarne la dirompente azione trasformatrice dell’anima. Si cerca così una spiegazione “gnoseologica” del processo della conoscenza, non di vivere il concreto processo della conoscenza. Non si ama uscire da una comoda passività, ricercante mere convinzioni intellettuali, che rimangano esangui opinioni del cerebrale pensiero riflesso. In realtà, è indifferente che tali convinzioni o opinioni intellettuali siano spiritualistiche o materialistiche, idealistiche, fenomenologiche o logico-empiriche: in nulla esse mutano l’abietto servaggio dell’uomo alla caduta natura animale, che lo domina e che è del tutto indifferente alle convinzioni intellettuali mediante le quali egli si narcotizza di fronte al vuoto di senso, alla non significanza della sua vita, alla sua angoscia esistenziale. All’Oscuro Signore, tirannico dominatore dell’uomo, poco importa con quale metallo siano forgiate le sue catene, purché esse lo avvincano fortemente alla sua indegna condizione di schiavo. Addirittura una” catena di petali di rosa” può legare più fortemente ed efficacemente, in quanto inavvertita, di una catena d’acciaio, la quale sentita dolorosamente può suscitare ribellione e sforzo di liberazione.

Solo l’uomo che voglia prendere decisamente nelle proprie mani la responsabilità della propria vicenda, che voglia farsi faber fortunae suae, ossia «facitore del suo proprio destino», uscendo da uno stato di minorità spirituale e sottraendosi dalla tutela di potenze benevole e avverse, spirituali e antispirituali, che lo aiutano asservendolo, o lo seducono distruggendolo. Ma, come ammonisce Massimo Scaligero in tutta la sua opera, ma particolarmente in Iniziazione e Tradizione e in Avvento dell’Uomo Interiore, per l’uomo il realizzarsi della libertà non è affatto fatale, cioè essa non si realizza per via spontanea, per naturale evoluzione della precedente condizione umana. Anzi occorre dire senza infingimenti che la libertà può sorgere unicamente lottando aspramente proprio contro la condizione umana “naturale”. Di tale condizione “naturale”, come di tutte le condizioni, l’attuarsi della libertà deve fare il “vuoto”: ne deve eliminare l’automatica, per così dire “meccanica”, falsa spontaneità. E questo fa sì che l’autentica libertà non sia amata, anzi venga temuta, respinta e persino odiata. L’essere umano preferirebbe di gran lunga abbandonarsi ad una forza a lui esteriore, che lo dirigesse, lo sopraffacesse, lo estasiasse, lo beatificasse, e lo portasse per rivelazione a conoscere e per impulso istintivo ad agire. Magari illudendolo pure di esser lui a conoscere e ad agire. Questa visione fatalistica dello spirituale è dura a morire. Ma se non si avrà la forza e il coraggio di farla morire, sarà il fatalismo, più o meno mascherato, che farà morire l’uomo: l’uomo che non avrà la forza e il coraggio di voler essere libero.

Ora, se l’uomo vuole veramente realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore, ad una tale visione fatalistica, “naturalistica”, falsamente spontanea,  e alle sue consolanti “comodità”, egli deve totalmente e definitivamente rinunciare: cosa ch’egli difficilmente concepisce e desidera. Ma proprio in questo sta la radicale differenza tra la via eroica e la via egoica. Come dire la differenza tra il sapiente e audace Promèteo e lo stolto e pavido Epimèteo, il quale con poco senno accetta quegl’infidi doni degli Dèi, che suo fratello Promèteo saggiamente lo invitava a rifiutare. Ed è altresì questa la differenza tra la quieta, passiva, saggezza pastorale di Abele, e l’ardente operare attivo di Caino che lavora, trasformandola, la terra. La saggezza di Abele, e poi di Salomone, è passivo accoglimento di una rivelazione benignamente elargita dall’Alto, mentre la sapienza di Caino, e poi di Hiram, è frutto delle facoltà che l’essere umano attivamente si conquista, con le proprie forze, elaborando la sua esperienza terrestre.

Rudolf Steiner, sin dai suoi primi scritti “filosofici” o, per meglio dire, “filosofali”, indica una prometeica e cainita via di conoscenza e di azione. Infatti già ne Le opere scientifiche di Goethe, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1944, nel capitolo La conoscenza goethiana, pp. 82-84, con parole che più chiare non si potrebbero pronunziare e che valgono forse oggi ancor più che allora, così scrive:

«È vero che in tutti i campi della coltura abbiamo da registrare progressi; ma non si può affermare che siano progressi in profondità. E pel valore d’un’epoca solo i progressi in profondità sono decisivi. Invece la nostra si potrebbe caratterizzare dicendo ch’essa dichiara addirittura irraggiungibile all’uomo ogni progresso in profondità. Siamo diventati pusillanimi in tutti i campi; e soprattutto in quelli del pensare e del volere. […] Oggi non si vuole pensare, ma soltanto guardare coi sensi. Si è perduta ogni fiducia nel pensiero; non lo si ritiene capace di penetrare nei segreti del mondo e della vita; si rinuncia addirittura ad ogni soluzione dei grandi enimmi dell’esistenza. La sola cosa che si ritiene possibile è ridurre a sistema i dati dell’esperienza. Ma si dimentica che, così pensando, ci si avvicina ad un punto di vista che da molto tempo si credeva superato. Ad una considerazione più profonda, il battere sull’esperienza dei sensi, respingendo il pensiero, non appare diverso dalla cieca fede delle religioni nella rivelazione. In sostanza, tale fede poggia sul fatto che la Chiesa trasmette verità bell’e pronte alle quali si deve credere; il pensiero può sforzarsi di penetrare nel loro significato più profondo; ma non gli è dato investigare la realtà stessa e arrivare per forza propria al fondo delle cose. E la scienza sperimentale che cosa esige essa dal pensiero? Esige che ascolti ciò che i fatti asseriscono, e poi ordini, interpreti, ecc. tali asserzioni. Anch’essa vieta al pensiero di penetrare autonomamente nel nòcciolo delle cose. Lì la teologia chiede al pensiero cieca sottomissione ai dettami della Chiesa, qui la scienza gli chiede sottomissione cieca ai dettami dell’osservazione dei sensi. Qui come lì non si dà valore al pensiero autonomo penetrante nelle profondità. […]

Si parla oggi di limiti della conoscenza perché si ignora dove sia la mèta del pensare. Non si ha un’opinione chiara su ciò che si vuol raggiungere, e si dubita di poterlo raggiungere. Se oggi qualcuno venisse a mostrarci a dito la soluzione dell’enimma del mondo, non se ne ricaverebbe nulla, perché non si saprebbe che cosa pensare di quella soluzione.

Precisamente lo stesso accade col volere e con l’agire. Non siamo capaci di porre alla nostra vita dei còmpiti ad assolvere i quali le nostre forze siano idonee. Si sognano ideali indefiniti e confusi. E poi si piange se non si raggiunge quello di cui non si ha neppure una vaga idea, e tanto meno un’idea chiara. Chiediamo un po’ ad uno dei pessimisti contemporanei, che cosa egli voglia veramente, e che cosa egli disperi di raggiungere. Non lo sa. Sono tutti nature problematiche, inferiori a qualsiasi situazione, e a cui tuttavia nessuna situazione è sufficiente. Non mi si fraintenda. Non voglio certo esaltare il pedestre ottimismo che, pago dei godimenti volgari della vita, a nulla aspira di superiore e perciò di nulla sente la mancanza. Non voglio condannare chi sente dolorosamente la profonda tragicità del nostro dipendere da circostanze che paralizzano ogni nostra azione. E che invano tentiamo di mutare. Ma non dimentichiamo che il dolore è il prezzo della felicità. Guardiamo una madre: com’è dolce la sua gioia nel vedere prosperare i suoi figli, quando sa di averla conquistata con le fatiche  le cure e le sofferenze del passato! Ogni uomo che pensi rettamente, dovrebbe respingere una felicità che gli venisse pôrta da una qualche potenza esteriore, non potendo sentire come tale una felicità offertagli come dono immeritato. Un creatore che avesse intrapresa la creazione dell’uomo pensando addirittura di dargli in dono la felicità, avrebbe fatto meglio a lasciarlo increato. Se quanto l’uomo compie viene sempre crudelmente distrutto, ciò aumenta la sua dignità; ché, in tal caso, egli deve sempre di nuovo creare e produrre, e la sua felicità sta nell’essere attivo, sta in ciò ch’egli stesso può compiere. La felicità donata è pari alla verità rivelata. Degno dell’uomo, però, è solo il cercare la verità da sé, senz’essere guidato né dall’esperienza né dalla rivelazione. Quando una volta ciò sarà pienamente riconosciuto, le religioni rivelate avranno esaurito il loro còmpito. Allora l’uomo non potrà più nemmeno volere che Dio gli si riveli o gli largisca in dono le sue benedizioni. Se qualche potenza superiore guidi i nostri destini verso il bene o verso il male, non ci riguarda; noi stessi dobbiamo prescriverci la via da percorrere. L’idea più elevata di Dio resta pur sempre quella che considera essersi Egli totalmente ritirato dal mondo, dopo aver creato l’uomo, abbandonando questi interamente a se stesso».

Difficilmente si potrebbe trovare un’altra concezione altrettanto radicale e altrettanto poco “mistica”, nel senso che si dà oggi al misticismo, il quale peraltro nulla ha a che vedere con l’Alta Mistica dell’Antichità o del Medioevo. Neppure un Max Stirner e un  Friedrich Nietzsche giunsero di gran lunga alla radicalità dell’esperienza concreta – concretamente vissuta – che viene prima realizzata e poi proposta da Rudolf Steiner. Una tale esperienza, dal carattere apertamente “prometeico” e “faustiano”, unisce con estrema audacia al contempo l’empirismo più estremo e l’idealismo più radicale: per questo una tale visione del mondo, una tale concreta esperienza, è idealismo magico, proprio nel senso che Novalis dava a queste parole. Per lo stesso motivo, una Chiesa o una confessione religiosa che pretenda detenere il monopolio e l’amministrazione del Sacro, non può che odiare un tale idealismo magico ed opporsi ad esso, combattendolo col ferro e col fuoco, ed anche col veleno. Come dimostrano gli attentati manu militari alla vita di Rudolf Steiner, avvenuti a 15 maggio 1922 a Monaco e il 17 maggio 1922 ad Elberfeld, l’incendio del Goetheanum il 31 dicembre 1922, e infine l’avvelenamento perpetrato nei suoi confronti il 1° gennaio 1924.

Una conseguenza di questo idealismo magico, radicalmente prometeico, cainita e faustiano, ci viene mostrato nei paragrafi successivi de Le opere scientifiche di Goethe, alle pp. 84-85:

«Chi riconosce al pensiero la facoltà di percepire oltre ciò che possono scorgere i sensi, deve necessariamente attribuirgli anche degli oggetti che stiano oltre la realtà puramente sensibile. Ora gli oggetti del pensiero sono le idee. In quanto il pensiero s’impossessa dell’idea, esso si fonde con la base primordiale dell’esistenza cosmica; ciò che agisce fuori, penetra nello spirito dell’uomo; esso diventa uno con la realtà obiettiva alla sua più alta potenza. La percezione dell’idea nella realtà è la vera comunione dell’uomo.

Il pensiero, ha rispetto alle idee, la stessa importanza che ha l’occhio rispetto alla luce e l’orecchio al suono. È organo di percezione.

Questa concezione è in grado di riunire due cose che oggi si ritengono del tutto inconciliabili tra loro: il metodo empirico e l’idealismo quale concezione scientifica del mondo. […]

L’unica concezione della realtà che possa veramente appagare, è il metodo empirico unito a un risultato idealistico dell’indagine. Questo è idealismo, ma non un idealismo che persegua un’unità delle cose nebulosa e sognata, bensì un idealismo che cerca il concreto contenuto delle idee della realtà, non meno sperimentalmente di come l’odierna indagine iperesatta cerca il contenuto dei fatti.

Accostandoci a Goethe con tali vedute, riteniamo di penetrare nel suo vero essere. Ci atteniamo all’idealismo, mettendo però alla base della sua elaborazione, non il metodo dialettico di Hegel, ma un empirismo superiore purificato».

L’empirismo superiore purificato del quale qui parla Rudolf Steiner è l’Ascesi del Pensiero mediante la quale si svincola l’atto pensante dal sistema nervoso e dai sensi e lo si rende organo di percezione del proprio momento genetico, della propria estraformale forza fulgurea, della stessa realtà sovrasensibile. L’atto concreto che invera tale empirismo superiore purificato è la Concentrazione che, per intensificazione volitiva del proprio momento genetico, giunge a realizzarsi come Contemplazione della propria pura, “vuota”, forza.

Sulla base di questo idealismo empirico, Rudolf Steiner ne Le opere scientifiche di Goethe, arriva a capovolgere – oserei dire con temeraria audacia faustiana – la visione radicalmente pessimista di Eduard von Hartmann, per il quale peraltro ha parole di grande lode. Infatti, così scrive a p. 86:

«Le ragioni che Hartmann adduce in favore del pessimismo, vale a dire dell’opinione che nulla al mondo possa pienamente appagarci e che il dispiacere superi sempre il piacere, io vorrei designarle addirittura la fortuna dell’umanità. Quanto egli adduce è per me soltanto una riprova di come sia vano aspirare alla felicità. Noi dobbiamo appunto desistere da ogni simile aspirazione e cercare la nostra destinazione unicamente nell’adempiere senza egoismo quei còmpiti ideali che la nostra ragione ci segna. E che cos’altro significa ciò se non che dobbiamo cercare la nostra felicità solo nell’operare, nel creare senza posa?

Solo colui che è attivo, e precisamente attivo senza egoismo, non cercando alcun compenso alla sua attività, adempie la sua missione. È stolto voler ricevere un premio alla propria attività; un vero premio non esiste. Qui Hartmann avrebbe dovuto continuare a costruire. Avrebbe dovuto mostrare quale possa essere, date tali premesse, l’unica molla spingente di tutte le nostre azioni.. può, quando viene meno la prospettiva di raggiungere una mèta agognata, essere unicamente l’altruistica dedizione all’oggetto stesso al quale dedichiamo la nostra attività; può essere unicamente l’amore. Solo un’azione compiuta per amore può essere un’azione morale. Stella polare dev’essere per noi nella scienza l’idea, nell’azione l’amore».

E qui giungiamo ad una concezione dell’agire umano, ad un agire radicalmente libero, per il quale non ho trovato altri esempi in Oriente e in Occidente, nel Mondo Antico e in quello Moderno. Non solo, ma il fondamento conoscitivo di tale idealismo magico o idealismo empirico conduce ad una visione dell’Assoluto o del Divino, che non può non risultare totalmente indigesta a quelle confessioni religiose, che concepiscono Dio quale arbitrario Creatore dal nulla dell’Universo e come Signore, paternalisticamente benevolo o spietatamente tirannico padrone delle sue creature, mentre lo stesso essere umano viene da esse  concepito quale pecora da governare, pasturare e mantenere in uno stato di disciplinata obbedienza all’interno di un gregge ben inquadrato, all’interno del quale è obbligo accontentarsi della “rivelazione” elargita dalla gerarchia ecclesiale e vietato farsi domande sugli “imprescrutabili misteri” della Divinità, sugli “insondabili motivi” della Sua volontà. Dalla concezione confessionale viene considerata virtù la “santa ignoranza”, la rinuncia a voler conoscere e virtù viene considerata altresì la pronta obbedienza a quei “comandamenti” della Divinità, che l’umana gerarchia ecclesiale comunica quale “rivelazione”, che deve essere obbligatoriamente accettata e non conoscitivamente sondata. L’uomo è un essere creato dal nulla dalla Divinità trascendente, dalla quale è separato da un abisso incolmabile. Il voler conoscere, da parte dell’uomo, il fondamento ultimo dell’Essere, il ritenersi emanati dall’Uno e non creati dal nulla, il considerarsi un dio decaduto dal suo stato primordiale, o in esilio, e tuttavia consustanziale al Divino, all’Uno, del quale è emanazione, e quindi capace di riconquistare lo smarrito stato primordiale e la coscienza dell’identità col Fondamento dell’Essere o la comunione col Divino, con l’Assoluto, con l’Uno, viene considerato dai pretesi detentori e amministratori in regime di monopolio di una sedicente “rivelazione”, come sacrilega rivolta contro Dio, come criminale atto di superbia e disobbedienza contro il volere divino, che è blasfemia voler investigare o, ancor peggio, contestare e contrastare.

La visione del mondo di Rudolf Steiner, il suo “prometeico” idealismo magico, il suo audace e “faustiano” idealismo empirico, è precisamente l’opposto. Infatti, così scrive, sempre ne Le opere scientifiche di Goethe, pp. 140-142:

«In quanto la nostra teoria della conoscenza è arrivata alla conclusione, che il contenuto della nostra coscienza non è solo un mezzo per formarci un’immagine del mondo, ma che questo fondamento stesso, nella forma sua più propria, si manifesta nel nostro pensiero, non possiamo fare a meno di riconoscere immediatamente, anche nell’azione umana, l’incondizionato agire di quel fondamento stesso. Noi non conosciamo una guida del mondo che fuori di noi stessi ponga alle nostre azioni uno scopo e una direzione. La guida del mondo ha rinunziato al suo potere; ha messo tutto nelle mani dell’uomo, annientando la sua propria esistenza separata, e ha impartito all’uomo il còmpito di continuare l’opera. L’uomo si trova nel mondo, scorge la natura, e in essa un accenno a un intento più profondo, determinante. Il proprio pensiero lo rende capace di riconoscere quell’intento, di farne suo possesso spirituale. L’uomo ha penetrato il mondo e si mette all’opera, a proseguire quegli intenti. Con ciò la filosofia qui esposta è la vera filosofia della libertà. Essa non fa dipendere le azioni umane né dalla necessità naturale né dall’influsso d’un creatore o guida sito fuori del mondo. Tanto nell’uno  come nell’altro caso l’uomo non sarebbe libero. [

Ma noi dobbiamo respingere anche l’influsso da parte di una guida dei destini umani sita fuori del mondo. Anche in questo caso non si potrebbe parlare di vera libertà, poiché essa guida determinerebbe la direzione  dell’azione umana e l’uomo non avrebbe che da esigere i suoi comandi. Egli non sentirebbe l’impulso all’azione come un ideale che da sé si propone, ma come comando della guida. Quindi anche qui il suo agire sarebbe condizionato, non incondizionato. Egli non si sentirebbe libero alle spalle, ma dipendente; un semplice mezzo di esecuzione per gli intenti di un potere superiore.

Abbiamo veduto che il dogmatismo cerca la ragione per cui una cosa è vera, in un al di là della nostra coscienza, a noi inaccessibile (transsoggettivo), mentre, al contrario, la nostra opinione vede la ragione della verità di un giudizio nei concetti che stanno nella coscienza e confluiscono nel giudizio. Chi immagina un fondamento fuori del nostro mondo di idee, pensa che la ragione ideale per cui una cosa viene da noi riconosciuta per vera, sia un’altra da quella che la fa essere oggettivamente vera. Così la verità è intesa come dogma. E ciò che nella scienza è il dogma, nel campo dell’etica è il comandamento. L’uomo, quando cerca nei comandamenti gli stimoli al suo agire, opera secondo leggi il cui fondamento non dipende da lui; egli pensa una regola prescritta alla sua azione dal di fuori: agisce per dovere. Parlare di dovere ha un senso soltanto per questa concezione. Agire per dovere, significa sentire la spinta da fuori, e riconoscere la  necessità di seguirla. Ma la nostra teoria della conoscenza, là dove l’uomo si presenta nella sua compiutezza morale, non può ammettere un simile agire. Noi sappiamo che il mondo delle idee è l’infinita perfezione stessa; sappiamo che, con esso, gli stimoli al nostro agire stanno in noi; per conseguenza dobbiamo ritenere morale soltanto quell’agire in cui l’azione fluisca solamente dall’idea dell’azione che vive in noi».

Ora, sappiamo bene come l’abelitica, epimetèica e salomonica concezione religiosa esiga proprio quell’agire, sottomesso ed obbediente, credente e temente, che l’uomo veramente libero – l’uomo cainita, prometèico e faustiano – non potrà mai ammettere, perché sentirà sempre quella sottomissione a credere al dogma e a obbedire a comandamenti e precetti, emanati, prescritti e imposti da una qualsivoglia autorità ecclesiale, come una ottusa cecità dell’intelligenza e una degradante schiavitù della volontà, nata per essere libera. Questa è la radicale differenza – differenza al tempo stesso conoscitiva ed etica – la inconciliabile contrapposizione, l’insanabile contrasto tra la visione dell’uomo come emanato dall’Uno e la visione dell’uomo creato dal nulla. Più volte ho avuto modo di dire come sarebbe oltremodo opportuno che i creati dal nulla non si occupassero delle cose degli emanati dall’Uno. Ma pare la gelosia ecclesiale di vedersi sfuggire le proprie pasturate pecorelle e l’invidia metafisica nei confronti di coloro che sono uomini liberi o che come uomini liberi vogliono realizzarsi, non consenta ai custodi dell’infallibile dogma e della virtuosa conformità morale di tollerare la temeraria altrui libertà, l’altrui indipendente evoluzione conoscitiva e morale.

Ma ora veniamo ai testi di Rudolf Steiner, nei quali viene espressa una visione che fatalmente – per usare una efficace e brutale immagine del nostro Isidoro – «colpirà come un pugno allo stomaco» tutte le “anime belle” che sono affannosamente alla ricerca di un sicuro “ovile”, di un pastore che dica loro che cosa esse devono credere essere vero e che cosa, invece, devono credere essere buono; un pastore che li assolva dalla pericolosa fatica di pensare autonomamente, di correre il rischio di smarrirsi nel labirinto del dubbio nel quale il farsi troppe domande, l’osare servirsi della propria “imperfetta” ragione – a loro dire –  fatalmente le trascinerebbero.

* * *

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Il primo testo risale al periodo nel quale Rudolf Steiner lavorava all’Archivio di Goethe a Weimar, ed è firmato, nonché datato l’8 febbraio 1892. Quindi nel periodo nel quale egli lavorava alla stesura della sua Filosofia della Libertà. Steiner risponde ad un formulario che gli era stato sottoposto e, per prima cosa, scrive in testa al formulario stesso, come richiestogli, quale sia il suo motto, la sua divisa. La sua risposta, dirompente, fu:

«An Gottes Stelle, den freien Menschen!!!»,

Ossia:

«Al posto di Dio, l’uomo libero!!!».

E rispondendo alla domanda quale fosse nella poesia il personaggio da lui preferito, scrisse: Promèteo. Mentre alla domanda quali fossero i suoi eroi preferiti nella storia, mise al primo posto Attila – cosa della quale moltissimo si è  compiaciuto il mio amico Attila, re degli Unni, detto Flagellum Dei – e poi Napoleone I e Cesare.

***

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Il secondo testo, anch’esso datato e firmato, si trova in un taccuino o blocco di appunti, ove leggiamo:

«La Storia è in verità l’evoluzione del genere umano alla libertà. Solo lo spirito che si sente dipendente da Dio, si svincola per la libertà e conosce se stesso.

An Gottesglauben Stelle

Glaub ich an den freien Menschen 

Al posto della fede in Dio

Io credo nell’uomo libero.

Dr. Rudolf Steiner

Quaderno di appunti, 1892».

* * *

Più diffusamente egli si espresse in un testo, anch’esso autografo, redatto su richiesta del filosofo Eduard von Hartmann, da Rudolf Steiner molto stimato, che gli si aveva rivolto in una lettera, scritta da Gr.Lichterfelde, nel luglio/agosto 1892, lettera che non trascriviamo per la sua lunghezza. La data e la firma al testo autografo di Rudolf Steiner vi furono apposte successivamente dallo stesso Eduard von Hartmann. Il testo venne pubblicato in Beiträge zur Rudolf Steiner Gesamtausgabe, Nr. 87, Ostern 1985, la bella e importante rivista del Lascito di Rudolf Steiner e di Marie Steiner, nella quale apparvero tanti articoli di Hella Wiesberger, scritti con rigore scientifico, ma anche con quella angelica intelligenza del cuore che la caratterizzava.

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«Professione di fede dell’idealismo empirico

I. Dio come oggetto del rapporto religioso.

Dio deve essere pensato come la concreta unità dei due momenti, nei quali per la coscienza umana si scinde il mondo formato: il lato dell’esistenza obbiettivo dato, e quello soggettivo prodotto dallo Spirito. Attraverso la scissione dell’esistenza in questi due lati, l’entità divina è inerente al nostro spirito cosciente non come concreto Agens, bensì come idea astratta, che può divenire un contenuto non mediante l’immersione in qualsivoglia elemento obbiettivo, bensì unicamente attraverso il reale, continuativo processo evolutivo dell’umanità. Questo processo evolutivo è il vivere di Dio e, nel conclusivo risultato finale del medesimo, la totale entità di Dio è giunta a manifestazione.

II. L’uomo in rapporto a Dio e al mondo.

L’evoluzione umana è un incessante superamento delle due sunnominate polarità, dunque un continuativo giungere a manifestazione di Dio. Nella scissione dell’unità originaria del mondo in oggetto e soggetto sta la ragione dell’imperfezione umana. Questa imperfezione si manifesta nel campo dell’agire come non-libertà. Non liberi noi siamo unicamente in quelle parti della attività, nelle quali non si è ancora compiuta la compenetrazione di soggetto e oggetto. In questo caso stiamo sotto l’imperio dell’oggettivo. Quest’ultimo svanisce immediatamente, allorché noi abbiamo compreso lo spirito di una cosa, e la dominiamo in maniera corrispondente alla sua propria essenza. Vista da questo punto di vista, l’evoluzione umana è al contempo una evoluzione divina, e addirittura un incessante processo di liberazione.

Rudolf Steiner, 8.12.1892».

Questi testi che, qui tradotti, vedono per la prima volta la luce in lingua italiana, sono a mio avviso di una importanza capitale per l’essere o il non essere della Comunità Solare. In un momento nel quale sono fortissime, ed abbastanza esplicite, le spinte ad operare surrettiziamente un “trasbordo ideologico inavvertito” verso quella che un esoterista francese del trascorso secolo chiamava una “via sostituita”, trasbordo che si risolverebbe poi in una insana e improvvida “cattolicizzazione” della Scienza dello Spirito, nella deformazione, nella paralisi, nello smarrimento di ogni autentica operatività interiore individuale e comune, è bene che queste idee vengano espresse con la massima chiarezza, che vengano meditate a lungo e profondamente.

Il prometeico e faustiano idealismo magico di Rudolf Steiner, il suo idealismo empirico, sono la base conoscitiva ed operativa della pratica della Concentrazione che, instancabilmente, alcuni risoluti amici si sforzano, ogni volta, di indicare ai veri cercatori dello spirito, come la completa e insuperabile Via eroica del Pensiero.

SCIENZA DELLO SPIRITO

RICAPITOLAZIONE (di F. Giovi)

l'uomo con la valigia

Vorrei sottoporre all’attenzione degli amici che seguono questa nostra – mi sale spontaneamente dall’anima l’aggettivo “gloriosa” – Rivista, una disciplina poco conosciuta che viene talvolta praticata, ma sporadicamente ed in momenti direi quasi di necessità per l’anima.

A me piacciono le storie. Mi trovo d’accordo con il “Re” della narrativa americana, Stephen King, quando fa dire ad un suo personaggio: «Non si è mai troppo grandi per ascoltare storie. Uomo e bambino, bambina e donna, mai troppo grandi». Dunque, inizio da una storia vissuta in prima persona, dalla quale spero potrà risultare abbastanza chiaro il poco di cui parlerò dopo avervela raccontata. Ma in essa c’è già tutto o quasi.

Un giorno mi fu presentato – si dice per caso – un signore, credo sulla cinquantina. Dopo la rituale stretta di mano e un paio di convenevoli, volsi un po’ d’attenzione allo sconosciuto e… mi prese (mi piombò dentro) un piú che notevole stupore. Sí, chiamiamolo stupore, perché di esseri umani spiritualizzati nella mia vita ne ho incontrati pochini, e tra essi c’era pure un vero Iniziato. Non chiedetemi il come me ne accorsi. Almeno questo posso farlo e basta.

Iniziai allora a chiedergli questo e quello. Volevo sapere in quale corrente sapienziale aveva attinto per una trasformazione cosí netta e profonda. Vi tolgo subito la curiosità: (in questa vita) da nessuna! La conversazione procedeva e a poco a poco apprendevo qualcosa della sua vita. Risaltava un momento catartico, una improvvisa illuminazione veicolata da un grande dolore? Nulla di questo o di simile. Il signore lavorava da molti anni come viaggiatore di commercio ed i luoghi dove operava erano molto distanti tra loro. Macinava da decenni ore su ore sulle strade. Naturalmente – cosí fan tutti – la sua compagnia era la radio accesa. Poi un giorno avvenne una cosa da poco, minuscola: si stufò di ascoltare la radio.
E iniziò, in alternativa, a ricordare il passato.

Attenzione: non a rimuginarlo come capita talvolta a tutti. No: piú semplicemente a ricordare. Ogni giorno, nei suoi lunghi e solitari viaggi, partendo con la memoria dei fatti piú recenti, imparò ad inoltrarsi nel passato e poi nel passato remoto. Lentamente portò a coscienza i fatti della sua vita, ogni azione compiuta, le scelte e le tante persone che incontrandolo con le buone o le cattive avevano influito sul suo percorso di formazione. Riportò alla luce le azioni e le interazioni, anche quelle che definiamo come insignificanti.

Credo che la colonna portante di questo lavoro interiore fosse, per Grazia o facoltà prenatale, la capacità di non giudicare nessun fatto ma semplicemente di osservarlo spassionatamente.

Cosí poté osservare come ogni disavventura, ogni incontro che di norma bolliamo come pessimo o sgradevole, avesse dato il suo contributo non meno di ciò che consideriamo gradevole o felice. Perciò una grande equanimità si impadroní della sua anima. A seguire si avvide che tutti i passati avvenimenti suscitavano in lui una profonda gratitudine. Sottolineo: tutto il vissuto della sua esistenza. La gratitudine si trasformò in amore: un amore per il mondo e gli uomini vasto e possente come un oceano tranquillo.

Egli – osservai – viveva la vita comune in questo oceano che lo aveva già trasmutato senza che un sentimento o un pensiero egoico interferissero nel cambiamento. Mi sovvenne il vecchio adagio che dice che chi è santo non sa di esserlo. Questa è la storia.

Se la contemplo mi sale nell’anima la stessa meraviglia che provai quel giorno, e a livello piú personale una nota di umorismo. Pensate: nessuna corrente spirituale, niente etichette, metafisiche allo zero, cioè tutte le cose che spesso gravano sul groppone ma raramente ingravidano davvero l’anima. Davvero può tanto la “ricapitolazione”: sciolti i nodi, le contratture e i lividi e le ustioni che non guariscono mai e ci intrappolano sotto la soglia della coscienza dove nulla viene dimenticato.

Ricordo a chi si interessa alla notevole pluralità delle vie interiori, che la ricapitolazione è un’opera fondamentale in quel complesso sistema sciamanico o tolteco che Castaneda portò alla ribalta del mondo intero. Difficile dire quanto vi fu di finzione letteraria, ma alcuni tratti per bocca del suo Maestro appartengono davvero alla conoscenza spirituale. Con un certo limite: una maestria su determinate forze eteriche e un’assoluta cecità per il cosmo astrale.

Secondo l’indole personale i discepoli si dividono (semplificando) in Sognatori e Cacciatori. I primi pervengono a forme di consapevolezza intensificata con il controllo del sogno, i secondi con il controllo del comportamento.

Per i Cacciatori la pratica piú importante è la ricapitolazione del passato, affrontata però con metodi e fini assai dissimili dai nostri. La ricapitolazione è l’atto di riprendere l’energia che si era spesa nelle azioni passate. Ricapitolare comporta il ricordare persone, sensazioni, luoghi vissuti, iniziando dal presente e retrocedendo fino ai primissimi ricordi, per poi spazzarli via, uno dopo l’altro, col supporto di positure e tecniche respiratorie indubbiamente basate sulla fenomenologia di correnti del corpo eterico.

Mi sembra che immersi unilateralmente nei cospicui fenomeni eterici, i discepoli di tale via plasmino un carattere di lottatori contro la morte – ingannare la morte diviene lo scopo – e che per questo siano disposti a pagare un alto prezzo: cancellare la propria umanità o almeno renderla cosa indifferente per aprirsi un varco in un cosmo vasto, imperscrutabile e totalmente indifferente all’umano.

Nella Scienza dello Spirito a cui noi ci riferiamo, vedasi il breve capitolo su l’esercizio del ricordo, che si trova nel Manuale pratico della Meditazione di Massimo Scaligero. Lo sperimentatore, rievocando gli eventi del passato, si abitua ad isolare dal fatto il suo animus, la condizione emotiva, sino a contemplare obiettivamente quest’ultima con la medesima spassionatezza con cui si contempla il contenuto della concentrazione. Cosí avviene un “solve” che libera i contenuti profondi dell’anima dall’istintualità che li imprigionava e, in ultima analisi, deformava una parte non secondaria del nostro essere.

In sede occulta avviene una trasformazione di forze sovrasensibili specialmente collegata alla sede mediana (sentire) per cui il sapere viene avvertito come sorgente dal nostro intimo e non piú in guisa di comunicazioni ricevute da fuori.

Questa differenza è di grande importanza per l’anima: subentra il senso che il fondamento delle cose sia al centro di essa, cosa verissima che ci attrae ancora di piú verso l’interiorità sentita come il reale centro del mondo.

Può subentrare una calma sconosciuta che, come scrive Scaligero, realizza la vera natura dell’anima: ciò che con il mio racconto iniziale ho tentato di suscitare, almeno come immagine, per chi legge queste righe.

Franco Giovi
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Per gentile concessione della Rivista Antroposofica www.larchetipo.com

SCIENZA DELLO SPIRITO

KRISHNAMURTI E LA FACILE LIBERAZIONE

Riceviamo dal nostro amico, utente di Eco e discepolo di Scaligero. Trattasi di una stesura del Maestro di uno scritto, che da Lui rivisto apparve poi come capitolo definitivo in “Logica contro L’uomo” con il titolo “L’illusoria liberazione. Krishnamurti”. Ringraziando di cuore volentieri pubblichiamo.

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krishnamurti

KRISHNAMURTI E LA FACILE LIBERAZIONE

La figura di J. J. Krishnamurti visse un grande momento, quando nel 1929 egli ebbe il coraggio di sciogliere l’Ordine della Stella d’Oriente che si era formato intorno alla sua persona come intorno al novello “messia”. Per la verità, il Krishnamurti non ora responsabile di questo: era stato allevato nell’ambiente del secondo periodo della Società Teosofica, quello di Annie Besant, dove, ancora prima che egli nascesse, era stato preannunciato come la nuova incarnazione del Cristo nel Secolo Ventesimo.

Krishnamurti a un certo momento ebbe il buon gusto di sfatare egli stesso la leggenda e di congedare i fanatici che si erano raccolti intorno a lui da tutte le parti del mondo, aspettando da lui una spinta interiore che non erano capaci di dare a se stessi.

In quella occasione Krishnamurti incontrò il nucleo più fedele dei seguaci e parlò loro pressappoco in questi termini: “Amici, io non sono quello che voi credete: perciò è giunto il momento di congedarci. D’altra parte è evidente che voi non cercate lo spirito, ossia la liberazione, bensì un’autorità da cui dipendere. Ma finché dipenderete da qualcuno o da qualcosa non sarete liberi. Le via invece è la liberazione da tutto ciò che costringe ad una determinata condizione.”

In questa direzione si andò da allora enucleando il nuovo insegnamento di Krishnamurti. Egli ebbe allora l’aria di congedare i suoi discepoli, in quanto dipendenti dalla sue autorità, ma questa autorità ricominciò lo stesso giorno con il nuovo insegnamento riguardo alla liberazione dall’autorità. Dal verbo della liberazione i dipendenti discepoli furono ancora maggiormente attratti verso di lui, stimolati soprattutto da tre motivi della nuova dottrina: l’eliminazione delle regole, la tacitazione della coscienza del passato, o della memoria, la fine dello scrupolo di una disciplina del pensiero.

Krishnamurti cominciò a promettere la pienezza della vita spirituale a chi cessa di obbedire a norme, a chi cessa di pensare, a chi cessa di essere condizionato dal passato. Non ci voleva altro a galvanizzare discepoli in tutte le parti del mondo, ossia la genia vasta di coloro che oggi aspirano a non pensare più, a non sentire responsabilità di norme, di passato, di relazioni assunte con il mondo.

L’equivoco si regge sul fatto che ormai generalmente si identifica la dialettica con il pensiero: l’illimitato discorsivismo ha in ogni campo eliminato il reale pensiero. Per cui un rimedio urgente per l’uomo – dapprima almeno per i più responsabili – dovrebbe essere una rieducazione del pensiero. Ma è la rieducazione che oggi terrorizza i più, perché implicherebbe una revisione interiore, una rigorosa moralizzazione di se stessi. Ecco che invece viene Krishnamurti a incoraggiare, in nome di valori superiori dell’anima, la eliminazione dei residui scrupoli di un valore del pensiero.

Quando Krishnamurti ebbe il coraggio di togliersi il cliché del messia e di sciogliere l’Ordine della Stella, mosse indubbiamente secondo un’ispirazione superiore: al cui livello però non ebbe la forza di tenersi per controllare se stesso: un momento di luce, che gli impedì bensì il grave abuso di passare per la nuova incarnazione del Cristo, ma che per contrapposto accese in lui l’orgoglio di un nuovo “maestrato” che tuttora dura e convoglia discepoli su tutta la Terra: il maestrato di cui pur aveva l’aria di voler liberare i discepoli.

“Nessuna autorità” dice Krishnamurti, ma non v’è discepolo che non viva sotto l’egida dell’autorità della nuova fede mistica: essendo eliminato dalla coscienza l’elemento della conoscenza, funziona appunto il credo nello spontaneo, nell’incondizionato, che viene da sé: il credo più insidioso, per chi s’illude di liberarsi di ogni credo.

Le varie forme di liberazione consigliate da Krishnamurti, non risultano atti interiori, bensì atteggiamenti di liberazione rispetto a determinati prodotti del pensiero, o del pensiero e del sentimento e della istintività: comunque dei pensati. Dietro i quali la fonte di essi rimane intatta, e perciò pronta a riprodurli,  per insufficiente coscienza del determinarsi della mediazione da un immediato pensare che, di continuo chiamato in causa, inconsapevolmente  riproduce nella sua riflessità: onde il discepolo di un tale maestro trascorre tutta la vita a liberarsi dei prodotti di un ignoto pensiero. Il contingente atteggiamento liberatorio automaticamente li riproduce, essendo essi congeniali al contenuto psichico dell’atteggiamento, o della percezione di sé in un presente imaginativamente attualizzato e illusoriamente portato fuori della dimensione del tempo.

Il contenuto psichico è la radicale non volontà di liberazione inspirata da altro essere che l’Io, fingente la facile liberazione, la più sentimentalmente accettabile, che presume espellere dalla coscienza le condizioni spazio-temporali, senza voler conoscere con che le espelle e se veramente le espelle. Si tratta infatti di rappresentazione di una libertà radicale, la cui fittizietà consiste nell’essere rappresentata senza consapevolezza del rappresentarla: libertà provvisoria a cui in effetto si giunge mediante serie di immagini di eliminazioni di stati interiori condizionanti.

L’eliminazione non può evitare di compiersi anch’essa mediante imagine dello stato da eliminare. Questo stato, tuttavia, in taluni casi può anche esserci realmente e l’immagine della eliminazione funzionare come atto eliminatore. Ma permane l’equivoca presenza di un pensare che, rappresentando e imaginando, attua tali provvisori superamenti senza ritenersi pensiero, in quanto come pensiero deve essere stato esso stesso superato o eliminato: pensiero che, perciò, sta ben nascosto, in quanto tutto ciò di cui viene liberata la coscienza in effetto non è il pensiero, ma, come si diceva, Il suo morto prodotto, Il pensato.

Sono dunque simultaneamente chiamati in causa un pensiero inconscio e un pensato eliminando, tra i quali Krishnamurti non mostra di possedere la capacità di distinzione, rispetto all’assunto della libertà. Il problema di venir liberato, infatti, si pone solo per il pensiero, non per il pensato, né per tutto ciò che, al livello del pensato, si assume: non avendo senso l’essere liberi da stati d’animo o istinti o il lottare contro essi, o l’assumere atteggiamenti di libertà verso di essi, dando ad essi una realtà che non hanno, se non come proiezione del pensiero riflesso. Del quale sembra che il Krishnamurti voglia liberare i discepoli, ma evitando con cura che essi possano concepire necessario un metodo perché ciò sia attuabile: onde i discepoli siano sempre in stato di dipendenza dalla somministrazione del viatico delle “conversazioni”, in cui sempre di nuovo il pensiero riflesso riflette la liberazione di sé e la redenzione del sentire e del volere.

Massimo Scaligero

SCIENZA DELLO SPIRITO

TENTATIVO DI UNA METODOLOGIA PER L'ESPERIENZA DELLA GENESI DEL CONCETTO

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Qualche inutile parola sul lavoro che leggerete in calce.

Tra me e l’autore corre una storia lunghissima, quasi una vita e assai tormentata. Per non annoiare i lettori dirò solo che, tra incontri e scontri, egli mi diede molto e forse qualcosa ho potuto dare anch’io a lui. Siamo stati per tanto tempo i punti fermi di due movimenti, di due modi di accostare la Scienza dello Spirito e molti degli scontri che impensierivano l’ambiente orientato intorno a Scaligero, ebbero come attori principali lui e me.

Ma in profondità ci fu un legame vero che forse mai si è spezzato, anche nei momenti scuri.

D’Andrea proveniva dagli insegnamenti della Potenza, io, dopo la magia rituale, dalla via di Ramana. Ed avemmo grandi difficoltà nel riconoscere la Via dei Nuovi Tempi. La mia “conversione” verso Massimo Scaligero iniziò con La via della volontà solare ed egli, poco dopo, con Dell’amore immortale.

Poi, all’inizio del ’70, ci rapportammo direttamente all’autore di quelle opere.

Rapporto decisivo per le nostre vite…però vorrei sottolineare che esso non smorzò mai la nostra autonomia di ricerca: pur adorando Scaligero, per noi (e per altri amici vicini) sarebbe stato impensabile quel modo di accogliere che non tenga conto dello sperimentare in noi ogni ogni cosa che poteva esserci stata data e che a ciò sostituisce invece un atteggiamento devozionale, talvolta chiesastico.

Di questa autonomia fanno esempio le righe qui sotto. Sono una tangibile dimostrazione di come, magari ingenuamente (sono passati quarant’anni da quel tentativo), si volesse afferrare, punto per punto, la fenomenologia dell’attività del pensiero: oggetto sconosciuto sino a pochi anni prima.

Il “modo” non mi trova granché d’accordo, lo sforzo e lo spregiudicato titanismo personale invece sì.

Isidoro

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TENTATIVO DI UNA METODOLOGIA

PER L’ESPERIENZA DELLA GENESI DEL CONCETTO

di Massimo D’Andrea

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Si deve partire dallo stato chiamato coscienza di veglia.
Nella coscienza di veglia quotidiana ordinaria, l’uomo si trova con la propria attenzione su due mondi: il mondo esterno a lui, con le sue cose, oggetti, molteplicità statiche e movimenti, le sue leggi, gli altri, ecc. ed il suo mondo interno, con i propri sentimenti, sensazioni, emozioni, istinti, stati d’animo, pensieri, ricordi, ecc. ecc.

L’attenzione è continuamente oscillante su questi due mondi.

Noi partiremo dal momento in cui l’attenzione è volta al mondo interiore: p.e. un sentimento, un pensiero.

Ora osserviamo che l’uomo sta guardando, ascoltando ciò che avviene nella sua interiorità.

E’ da notare che il mondo continua ad esistere, però lui ha soltanto un vago senso di quello che accade fuori di lui.

Deve spostare l’attenzione da dentro a fuori di lui per sapere qualcosa del mondo.

Se non sposta l’attenzione fuori di lui ma, questa, resta volta alla sua interiorità, del mondo esterno lui pur sempre riceverà qualcosa.

Questo qualcosa, che l’uomo riceve dal mondo quando la sua attenzione è volta interamente alla sua interiorità lo chiameremo: percezione.

La percezione è perciò quello che del mondo ricevono i sensi senza nessuna partecipazione da parte dell’uomo.

La caratteristica di ciò che proviene dal mondo esterno all’uomo, quando la sua attenzione è volta all’interiorità, è la non distinzione delle cose; la unicità di quello che gli viene, come un tutto; in breve la non distinzione tra una percezione e l’altra.

Questa caratteristica è molto importante da notare.

Finché la sua attenzione non è volta al mondo, l’uomo del mondo ha soltanto una grande indistinta percezione.

L’uomo esiste nelle sue interiorità, come avvolto da essa.

Poi guarda il mondo. Semplicemente.

Allora il mondo sorge dalla sua molteplicità indistinta e diventa forma, colore, suono: ciò che l’uomo vede e sente e tocca quando la sua attenzione è volta al mondo, dopo essere stata diretta alla sua interiorità

Ciò che sorge davanti all’uomo del mondo, quando la sua attenzione è volta all’esterno di lui, dopo essere stata diretta alla sua interiorità, senza alcuna partecipazione attiva da parte sua lo chiameremo: osservato.

L’attività in questione la chiameremo: osservazione.

L’uomo esiste dentro la sua interiorità e dentro il mondo. Come in un tutto. E’ avviluppato in questo tutto.

Ora attenzione.

Normalmente si passa da questa posizione a un’altra in cui ciò che viene osservato, con la sola attenzione diretta al mondo, viene ulteriormente distinta e si ha la relazione spaziale, le cose si distinguono naturalmente le une dalle altre e si sa cosa sono senza ulteriore movimento.

Da qui normalmente si passa, per saperne di più su ciò che sorge così davanti a noi, alla ricerca dei pensieri attinenti alle cose.

Ma a noi non riguarda perché è un processo senza coscienza dell’autore di esso.

Torniamo al momento dell’osservazione semplice.

L’uomo può da qui, con la stessa semplicità con cui guarda il mondo, portare questa attenzione volontariamente su una cosa sola.

Finché guarda la cosa non avrà altro che una osservazione, diciamo così, specificata.

Lui, l’uomo è niente.

Si osserva però che il resto del mondo, che non rientra in ciò che si osserva, cade nel semplice percepire, ridiventa percezione.

Ora ciò che osserva è ancora un qualcosa di cui non sa nulla.

E’ soltanto l’osservato.

Osservato che è distintissimo da ciò che non lo è.

L’uomo vive ora nel mondo, distinto da esso senza saperlo.

Ora l’uomo può rivolgere l’attenzione che ha posto al mondo, e che ha fatto sorgere l’osservato, alla stessa attività che compie con l’osservazione. Questa attenzione sull’attività dell’osservare lo porta a vedersi come soggetto: come colui che la compie.

L’attenzione sull’osservare lo conduce all’autore di questa: che chiamerà Io.

Con questo atto, con questa attenzione, che volta all’osservazione lo riconduce al suo punto di origine, che l’uomo chiama Io, l’uomo pone come esistente, come essere sé stesso. Pone sé stesso come Entità nel mondo.

Ora può ritornare a guardare fuori e dove dirigerà l’attenzione troverà degli “oggetti”, per il fatto che sono distinti dagli altri. Lui li vede distinti.

Fermando l’attenzione su uno di essi, lui lo vedrà fuori di sé.

Se guarda al proprio osservare troverà sé stesso.

Se guarda ciò che osserva troverà un Altro.

Un Altro non ancora specificato. Solo forma finita tra forme.

Se l’uomo osserva attentamente, si accorgerà che con l’atto di osservazione sull’osservare avrà un dato che è il primo e che è certo, essendo lui l’autore, o l’origine, dell’attività con la quale guarda gli oggetti ed il mondo: sé stesso: Io.

Ora vediamo che l’uomo può osservare il mondo fuori di lui e troverà che può formarsi un’immagine del mondo.

Esatta come il risultato dell’osservazione. Analogamente può cercare di farsi un’immagine di sé ed avrà, siccome l’immagine dell’Io non può avere forme sensibili come l’oggetto esterno, un qualcosa che chiamerà anche Io, ma è solo il risultato dell’attività immaginativa: il concetto di Io.

Il concetto di Io è la prima forma concettuale che qui possiamo sperimentare. Ma avrà anche le caratteristiche dell’oggetto da cui è tratta: l’esistenza: l’essere.

Questa immagine – concetto dell’Io, come essere è la riflessione “immaginativa” dell’Io che è portata a coscienza dalla attività immaginativa.

Questa attività la chiameremo: Pensare.

Dunque abbiamo tre attività o meglio due movimenti attivi e uno passivo: l’osservare, il Pensare ed il percepire.

Se guardiamo meglio il momento in cui l’attenzione viene posta all’osservare, ci possiamo accorgere che è simile, anzi è il Pensare. Il Pensare è ciò con cui guardiamo l’osservare. Questa attività, il Pensare, posto all’osservare ci conduce alla sua origine: l’Io.

Ciò che viene compiuto allora è l’incontro del Pensare con il soggetto dell’osservare. Quando torniamo allo osservare, il Pensare si stacca da esso e porta con sé ciò che ha incontrato: il contenuto del Pensare che poi chiamiamo Io: il concetto di Io.

Mediante il Pensare, quando lo rivolgo all’oggetto osservato, pongo in relazione me stesso e l’oggetto. Il Pensare sull’oggetto pone me stesso come altro e, all’altro, il pensare trova la stessa caratteristica dell’Io: Essere.

Mediante il Pensare pongo l’oggetto come esistente fuori di me.

Ora guardo l’oggetto poi passo ad altri. Vedo altri oggetti.

Posso immaginarli e poi osservare l’immagine. Farò lo stesso processo che volgo alla percezione. Però sono degli enti davanti a me che io pongo con l’immaginare. Essendo Enti io ne colgo sia le differenze sia le caratteristiche comuni. Ciò che di comune trovo tra loro sarà il colore e la forma.

Però posso soffermarmi in questa considerazione a mi accorgerò di altre caratteristiche comuni che il pensare sull’oggetto immaginato mi svela.

Queste caratteristiche comuni che osservo, per esempio la forma quadrata di due quadri, diventa a sua volta oggetto di osservazione.

Posso accorgermi che anche altri oggetti hanno in comune lo stesso oggetto che il mio pensare tiene davanti a me.

Questo oggetto è un concetto.

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Trieste, 3-4-5-6-7-8 agosto 1975

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

PASQUA IN SICILIA

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Il lunedí 2 aprile del 1787, alle tre del pomeriggio, il veliero partito da Napoli quattro giorni prima entrò nel porto di Palermo. Cosí Goethe descrive l’approdo nel suo diario: «Siamo finalmente entrati in porto …e un lieto spettacolo si è subito presentato ai nostri occhi. … A destra il monte Pellegrino, con le sue forme graziose in piena luce, a sinistra la spiaggia adagiata via via con le sue insenature, le sue sporgenze, i suoi promontori. Ma quel che produce l’effetto piú suggestivo è il verde tenero degli alberi, le cui cime, illuminate da dietro, ondeggiano davanti alle case, nell’ombra, come grandi sciami di lucciole vegetali».

Goethe viaggiava col giovane pittore Christoph Heinrich Kniep, incaricato di ritrarre con disegni e schizzi gli scenari e i monumenti piú suggestivi visitati. «Egli è andato a riprodurre uno schizzo preciso del monte Pellegrino, il piú bel promontorio del mondo» scrive il poeta in data 3 aprile.

L’8 aprile, Pasqua, Goethe al suo risveglio annota: «L’esplosione di gioia per la Resurrezione del Signore si è fatta sentire fin dall’alba: i petardi, i tracchi, le bombe, i serpentelli, sparati davanti alla porta delle chiese …fra il suono delle campane e degli organi, le salmodíe delle processioni e i cori dei preti».

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Con il suo amico disegnatore, Goethe rimase a Palermo fino al 18 aprile. Ma l’incantesimo della città non riuscí a spegnere la sua curiosità scientifica e intellettuale, e un certo suo gusto per l’avventura. Visitò col Kniep la villa mitopoietica del principe di Palagonía: «Abbiamo trascorso tutta la giornata di oggi [9 aprile] dietro alle pazzie del principe di Palagonía, ma anche queste stravaganze ci son parse tutt’altra cosa da quel che ci fanno credere i libri o i racconti della gente».

S’improvvisò anche detective per scoprire quanto di vero ci fosse sull’origine palermitana del Conte di Cagliostro, alias – stando alle malevole dicerie correnti in Francia – tale Giuseppe Balsamo, oriundo transfuga della città. S’ingolfò in un ginepraio anagrafico che lo irretí, sviandolo dalla verità del personaggio.

Poi Monreale e la tomba di Santa Rosalia, stupori che non avrebbero aggiunto nulla di eccezionale al suo spirito indagatore dei processi della natura e dell’arte.

Ma il giorno prima di lasciare Palermo, il 17, nell’Orto Botanico, un lampo ispirativo illuminò nella sua mente l’archetipo della pianta originale, la Urpflanze: «Mi sono sforzato di esaminare in che cosa realmente tutte queste varie figure si possano distinguere l’una dall’altra. E le ho trovate piú simili che diverse».

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Ecco quanto Goethe sintetizza, una volta tornato a Roma, della sua esperienza: «L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto».
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Leonida I. Elliot
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Per gentile concessione della Rivista Antroposofica www.larchetipo.com
PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

DEL PENSARE SCONOSCIUTO

uomo in naturaRimango sempre un po’ stupito (o stupido) quando vedo sorgere, come i funghi dopo una pioggia, incertezze di tutti i tipi che riguardano la preminente posizione del pensiero anche quando la si raffronti con la restante organizzazione dell’entità umana.

Sarà perché ho fatto le scuole di una volta, in cui anziché cominciare coi cromosomi, davano un principio chiaro e solido: l’immagine generale del mondo conosciuto.

Regno minerale, regno vegetale, regno animale e l’Uomo a coronamento; che si distingueva con un bel salto per la capacità di pensare coscientemente.

Tempi ingenui o maggior chiarezza di visione?

Certo è che quasi tutti i grandi esponenti dell’Arte e della Scienza e direi indipendentemente dalla propria visione del mondo, materialisti o idealisti che fossero, hanno mostrato per il pensiero un rispetto, un entusiasmo o una sacra riverenza, si chiamassero Goethe, Conan Doyle o Rutherford. Ciò faceva parte di un carattere generale.

Il limite dovremmo conoscerlo piuttosto bene: tutti a usare il pensiero, nessuno a considerarlo per sé stesso. Sul versante magico-occultistico-religioso era ed è anche peggio: il pensiero veniva e viene certamente usato ma assai spesso valutato come un nemico dell’esperienza trascendentale e qui il mio Oriente, compreso in superficie, banalizzato, tradotto per cretini, non aiuta.

Situazione curiosa ma non tanto: è connaturata: se uno cammina, guarda il paesaggio o tende al punto d’arrivo, saggiamente non presta attenzione alle gambe che lo portano verso quel posto.

Ciò vale anche nelle attività dove il pensiero regna sovrano, come nella scienza della fisica o della matematica (non accenno ai filosofi che non esistono più). Ho chiesto spesso a matematici e ricercatori qualcosa in merito. Qualcuno mi ha persino confidato di avere l’impressione come di entrare in un altro mondo più reale, più certo…ma se arrischiavo un accenno sul pensiero come un fenomeno in sé, scattava sempre una difesa e coglievo un netto rifiuto dell’anima verso una tale impudente stravaganza.

Un giorno colsi al volo come l’anima del sapiente fisico che mi stava davanti, letteralmente si schivava per non beccarsi lo shrapnel dell’orribile idea che gli lanciavo in quel mondo concettuale in cui si muoveva la sua immagine del cosmo, perfetto come l’insieme che forma l’orologio.

Siccome non sono nato ieri e ho avuto grande interesse per i rapporti comunicativi e culturali, posso dire d’aver trovato, nel tempo, tantissimi disposti a pensare: pensare qualsiasi tema ma mai nessuno che potesse prendere in considerazione il pensare.

Sto dicendo una sciocchezza: in verità ho trovato parecchi affascinati dalle ricerche scientifiche che, guidate e devotamente sostenute dal diavolo, scambiano l’effetto con la causa, così giungendo a pensare che il pensiero sia vibrazione, onda magnetica, reazione elettrochimica e altre cose del genere, ora poi si fotografa la zona del cervello che si attiva in una determinata attività…e il dubbio, se c’era, scompare.

Magari scompare forzatamente anche la ventennale ricerca del MIT che annunciò, fuori da ogni dubbio, che vent’anni di meditazione modificano sensibilmente l’amigdala, ossia tutto il contrario.

In opposizione allo scientismo ruvidamente primitivo, in molti ambienti che si dicono ispirarsi alla Scienza dello Spirito fa da ospite fisso uno spiritello misticheggiante che, sgomitando da destra a sinistra, tende ad imporre la pretesa della primogenitura al sentire e, in casi assai più rari, al volere. Ho letto le impudiche dichiarazioni di un medico antroposofo che si dichiara modestamente border-line con l’antroposofia (se questa è coerenza!) e che deduce la supremazia del sentire per il fatto che questo sta in mezzo al pensare e al volere: è cioè la zona dell’equilibrio. Da questo giudizio discende l’antipatia verso le opere di Scaligero…così “incomprensibile”, cerebrale e ostile all’animo femminile..! Parlo di persona concreta e molto attiva nei gruppi antroposofici (sarebbe interessante vedere cosa dinamizza queste creature). 

Anche in questi casi vige il primitivismo della forza apparente poiché ad uno sguardo infantile la forza delle emozioni e dei risultati volitivi si impongono in chi, forse inconsapevolmente, limita sé stesso nel sensibile.

Ma senza il coraggio di accompagnarsi a Freud che non aveva torto se, nell’osservazione medico-psichiatrica, constatava come la libido fosse la forza più attiva e pervasiva nell’uomo comune. L’occultismo serio avrebbe potuto dargli ragione, vedendo nell’uomo un coacervo di bramosia al 90%: l’uomo comune fatto e strafatto di brama (la “sete” menzionata dal Cristo).

Eppure non occorre essere “iniziati” e nemmeno asceti per riconoscere (osservare) che quelli che di solito chiamiamo sentimento o volontà ci portano dritti dritti nella sensazione corporea: stimolatori delle funzioni corporee per eccitare l’anima, per far godere l’anima di momenti di eccitazione. Così questo circolo (vizioso) si chiude: per questo si assumono droghe: chimiche o “spirituali”. Con la loro assunzione il circuito anima-corpo-anima è soddisfatto ed energizzato. Ciò viene scambiato per “elevazione”. E quando ogni presupposto nasce da ciò, tutto il successivo discorso non può essere che errato, errato appunto dal fondamento. E poiché nessuno vuole o possiede la forza di svellere le proprie radichette, i tentativi di dialogo appaiono impossibili: pure perdite di tempo.

Il pensare è l’unica tra le attività umane che riesca a sottrarsi a tale, semi-animalesca condizione: l’unica attività che ci dia consapevolezza del mondo, di noi stessi e di capire qualcosa delle relazioni che intercorrono tra i fenomeni.

E’ persino possibile produrre una sorta di condizione patologica nella quale i sensi siano intatti e non si possa più pensare. Ripeto che questa è una condizione patologica. Però interessante, radicale. In questo stato si vede ogni cosa, si sente tutto, eccetera, ma non si sa cosa si vede, cosa si sente: non si sa nemmeno che si sta vedendo, udendo…: si vede il colore rosso ma non si sa cosa sia il colore, si percepiscono gli oggetti ma non si sa cosa siano, non si sa nemmeno cosa sia una forma, sebbene gli occhi funzioni alla perfezione: tra un portacenere e un elefante non v’è differenza alcuna.

Insomma, il pensiero, sperimentato nella sua forma più comune, è già qualcosa di immenso: una eccezionalità rara che la natura/struttura umana porta in sé come un dono sacro. So di aver già parlato di questo, ma è, al negativo, una delle condizioni più splendide per comprendere nettissimamente come, senza pensiero, l’uomo sia un nulla. Meno d’un animale, meno di una pianta.

Allora può sorgere un senso adeguato e possiamo dirci che il pensiero è già una realtà possente che, fluendo incessantemente, donandosi illimitatamente (qualcuno lo chiamerebbe Amore, parola che l’uomo ha prostituito) dà realtà al mondo e a noi stessi.

E non è nemmeno “invisibile”!

Mettetevi seduti e guardate un oggetto qualsiasi. Siete sicuri che quell’oggetto sia reale e permanente? Di solito tutti rispondono (precipitosamente) che è proprio così.

Ma per quanto tempo? Non vi siete mai accorti che, se l’attenzione pensante si dirige su altro o su un tema, gli occhi non vedono più l’oggetto? E ciò, per chi non è addestrato, capita di continuo. Voglio solo dire che l’oggetto appare e scompare e, poiché avete fiducia nelle “cose”, formulate un granitico giudizio subconscio di certezza nella stabile realtà delle stesse. Mentre è possibile che l’oggetto sia quello che appare solo perché pensato. Mi sa che dire che una tal cosa esiste anche prima e poi, sia all’incirca un grosso atto di fede.

Oppure, in alternativa, perché non sospettare che la matita o il sasso, percepiti, siano pensieri temporaneamente…visibili!

Nell’esperienza interiore infatti, una tra le situazioni che si possono sperimentare è del tutto rovesciata rispetto all’apparente sostanzialità del mondo sensibile, e chi, troppo precocemente, si vedesse in questa situazione, si annichilirebbe di paura poiché vedrebbe che si sta muovendo nel vuoto o sopra un abisso, sostenuto, come il ragno col suo filo, solo dal pensiero: come un funambolo, lì pensi e, solo per questo fatto, non cadi.

Su un gradino intermedio di esperienza è possibile osservare come la potenza che si esprime in immagini nel sognare, poi si riconfiguri secondo precise leggi acquistando una immagine finale che interrompe ogni movimento: è un precipitato.

La sua forza di fissità è il mondo finito che percepiamo con la coscienza di veglia con, talvolta, qualche dubbio: allora si insinua nell’anima la perniciosa immagine che tormentò Sigismondo: che tutta la vita sia un sogno.

Ho osato dire che matita o sasso potrebbero essere pensieri visibili, allora oso ancora, senza nemmeno usare parole mie ma di un utente di Eco che non ha mai scritto e questo è un vero peccato perché è un gigante e se pur scrivesse con delicata gentilezza schiaccerebbe involontariamente le sciocchezze dei tanti moscerini .

Lasciamogli la parola: “E’ molto semplice: basta prendere l’immagine dell’ago con la quale si fa concentrazione e avere il coraggio di ammettere che è una realtà pari a quella del muro che ci sta di fronte o quella della voce di un amico. Semplicissimo: è reale ed esistente come il muro”.

Giacché lui non è me, posso anche dirlo: una vita intensa e cinquant’anni di discipline di tutti i…colori per dichiarare…l’ovvio? Davvero è ovvio ciò che dice? E molti penseranno: “Così poco e nessuna bancherella di bamboline e manufatti antroposofici…mancano i fatti, manca l’azione e la commozione, manca persino you tube“.

Rispondo indegnamente al suo posto: “Espletate fino in fondo, scrupolosamente, fatiche e doveri che la vita vi ha posto davanti? Date un aiuto a chi ne ha bisogno? Non evitate nulla? Oltre a ciò tentate giornalmente l’azione più difficile e torturante che nemmeno il “divin Marchese” avrebbe escogitato? Avete imparato a strizzare l’anima oltre voi stessi? Se foste davvero sinceri in “pensieri, parole e opere” dovreste dirmi: “E’ impossibile fare di più!”.

Se non lo dite (con la testa gioiosamente illuminata da mille pensieri) vi state burlando di me (niente di grave) e di voi stessi (guai seri!).

Eppure ci si dovrebbe contenere: un pensiero che non abbia uno straccio di coerenza con la percezione dovrebbe essere avvertito come sospetto. Non che il pensiero non possa strutturarsi come qualsiasi altra cosa, ma implica un lavoro poiché pensare e non solo venir pensati dalla psiche e dal corpo è veramente difficile. Sulla indicazione del Dottore, fate un altro esperimento. Iniziate a leggere l’Etica di Spinosa: vi mancherà il terreno sotto i piedi alla seconda o terza riga perché non si è abituati al pensare come attività pura in sé. E’ una esperienza penosa che avverte il lettore come esso sia solo capace di riconoscere le parole. Troverete di persona come sia profondo il solco tra l’articolare parole ed il pensare pensieri. E vedrete pure come il “sapere” non aiuta.

Però in questo modo si può comprendere come l’Opera di Steiner venga letta ma raramente pensata. Era l’unica cosa (di essenziale) che il Dottore chiedeva per le sue opere. E se non viene pensata cade il palco su cui si recita l’antroposofia o si vagheggia persino il suo superamento: in sé non impossibile, ma di sicuro non da un livello in cui essa ancora non c’è, sebbene se ne parli all’infinito. Sì, miei cari, quietamente contesto la Scienza dello Spirito discorsivizzata perché, se fosse reale, sarebbe in contraddizione con sé stessa!

E’ in questo luogo inesistente che avvengono le scaramucce o le battaglie tra correnti e fazioni, di solito a colpi di brani scritti dai Maestri. Questo è il vero teatro delle contrapposizioni, delle dogmatizzazioni, cioè del niente che si oppone al niente: a gloria della consolidata liturgia delle rappresentazioni personali.

Quanto sarebbe invece necessario pensare con rigore pensieri liberi dal nostro mondo soggettivo: radicalmente, fino a consumarne l’impronta sensibile. Chi osa ciò giunge ad accendere, per uomini e spiriti, una luce nei tre mondi.

SCIENZA DELLO SPIRITO

RESURREZIONE (Una poesia di Fulvio Di Lieto)

alberi

(Alberi – Marina Sagramora)

Resurrezione
.
L’ipertrofia di vita è un fuoco verde
che sale dalla terra e accende il nespolo
di fiamme acute nelle nuove foglie,
e zagare candiscono il melangolo
e preparano incensi con cui giovani
sibille scandiranno vaticíni
interpretando il corso delle nuvole
e i flussi delle acque riemergenti
da polle imprigionate nella neve.
Tutto risorge, tutto si divincola
da terrestri catene, e cerca liberi
spazi di cielo in cui saggiare ali
e vuoti d’aria, e noi, materia effimera,
nella brama di esistere, provare
l’ignota ebbrezza dell’eternità.
.
Fulvio Di Lieto
ARTE, FULVIO DI LIETO, PASQUA, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

PENSIERI DI PASQUA (da una conferenza di Rudolf Steiner)

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(Seconda parte di una conferenza tenuta a Dornach il 27 marzo 1921)

La conoscenza spirituale deve trovare nel pensiero della resurrezione il primo, fondamentale, punto d’appoggio, riconoscendo come anche nell’uomo, l’elemento spirituale eterno non viene intaccato da ciò che è fisico-corporeo: deve vedere nel motto paolino: “Se Cristo non è risorto, la vostra fede è vana”, una conferma di ciò che costituisce la vera essenza del Cristo, conferma che peraltro va conquistata in altro modo, in modo più cosciente, nell’epoca moderna.

E’ questo il modo in cui dobbiamo oggi nuovamente ricordare il pensiero di Pasqua: il tempo pasquale deve diventare per noi una festa interiore, una festa in cui celebriamo, per noi stessi, la vittoria dello spirito sopra la corporeità.

Poiché non vogliamo essere antistorici, dobbiamo porci davanti agli occhi l’Uomo del dolore: ma sopra la croce ci deve apparire il trionfatore, signore della nascita come della morte e che solo può innalzare i nostri sguardi agli eterni campi della vita spirituale. Solo così potremo avvicinarci nuovamente alla vera entità del Cristo. L’umanità occidentale ha abbassato il Cristo al proprio livello: come bambinello e come uomo del quale vengono sentiti il dolore e l’annientamento.

Sei secoli prima del mistero del Golgota risuonarono dalla bocca del Buddha le parole: “La morte è un male”. Altrettanti secoli dopo il mistero del Golgota, fa la sua apparizione l’immagine del Crocifisso. Si guardò alla morte, non come ad un male, ma come a cosa in realtà inesistente. Ma questo sentimento, derivato ancora da una sapienza orientale più profonda del buddismo, questo sentimento soggiacque all’altro, che scaturisce dalla continua visione dell’uomo Gesù oppresso dal dolore.

Noi dobbiamo risalire, con tutta la forza del pensiero e del sentimento, i destini delle concezioni che si sono susseguite nei secoli, intorno al mistero del Golgota. Perché è necessario ritornare ad una comprensione schietta e completa del mistero del Golgota. Va considerato che persino nell’antichità ebraica Jahve non veniva concepito come giudice universale, nel senso giuridico della parola.

La più alta rappresentazione drammatica del sentimento religioso dell’antichità ebraica, il libro di Giobbe, che descrive le sofferenze di Giobbe, esclude il sentimento di una giustizia esteriore. Giobbe è l’uomo paziente, che considera come destino ciò che gli viene inflitto dal mondo esterno. Solo gradualmente il concetto della ricompensa o del castigo, in senso giuridico, si fa strada anche nella concezione dell’universo. Ma, in un certo senso, quello che ci si presenta nell’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina è come un ritorno al principio di Jahve.

Noi abbisogniamo invece del Cristo che, cercato nel nostro intimo, ci appare tosto. Del Cristo che compenetra la nostra volontà, infiammandola e donandole il vigore occorrente per quelle azioni che l’evoluzione dell’umanità esige da noi. Non il Cristo come dolorante ci occorre, ma quello che aleggia al di sopra della croce, dominando dall’alto ciò che sulla croce perisce.

A noi occorre la profonda consapevolezza della eternità dello spirito, consapevolezza che non è possibile conquistare mediante la sola contemplazione del Crocifisso. E se osservate come l’immagine del Crocifisso sia stata gradualmente sempre più trasformata in quella dell’uomo sofferente e dolorante, potrete rendervi conto della forza che è venuta che è venuta acquistando proprio questa corrente di sentimento, per la quale lo sguardo dell’umanità è stato distolto da ciò che è veramente spirituale per rivolgersi a ciò che è fisico-terrestre.

Quest’ultimo elemento fu talora espresso in modo grandioso: ma uomini che, come ad esempio Goethe, riconoscevano la necessità che la nostra civiltà ritrovi il contatto con lo spirito, non si sentirono mai di seguire quella tendenza. E Goethe espresse più volte il pensiero che il Salvatore crocifisso non porta ad espressione ciò che egli, Goethe, sentiva come essenziale nel cristianesimo: l’innalzamento dell’uomo allo spirituale.

E’ necessario che si trasformino, tanto l’atmosfera del Venerdì Santo, quanto quella della Pasqua. Nella prima, la contemplazione di Gesù che si avvicina alla propria fine che quello non è che l’ altro aspetto del nascere. Non è completa la visione di chi, nel nascere, non scorge anche il morire. Una adeguata preparazione alla vera e propria scaturirà da un sentimento che riconosce nella tristezza del Venerdì Santo solo il polo opposto dell’esperienza del bambino che entra nell’esistenza attraverso la nascita. L’essenza dello stato d’animo pasquale non può esprimersi che nella consapevolezza che solo l’involucro umano viene generato, mentre l’uomo vero e proprio non nasce ed è immortale.

L’uomo vero e proprio deve entrare in contatto col Cristo, con quel Cristo che non può morire e che, quando contempla dall’alto il Crocifisso, vede qualcosa di diverso da se stesso. Occorre sentire l’importanza di quello che è avvenuto per il fatto che, dopo la fine del primo secolo, la concezione dello spirito è andata gradualmente perduta per la civiltà occidentale. E quando un numero sufficientemente grande di uomini sentirà che lo spirito deve risorgere in seno alla civiltà moderna, allora quello sarà il vero pensiero cosmico di Pasqua.

Esteriormente, questo fatto si potrà esprimere così: l’uomo non vorrà indagare soltanto le leggi naturali o quelle storiche che incombono su di lui, ma sentirà il desiderio di conoscere la propria volontà, la propria libertà: l’intima natura della volontà stessa, che conduce l’uomo oltre la morte, ma che deve essere considerata spiritualmente per poter essere riconosciuta nel suo vero aspetto.

Come può l’uomo acquistare la forza per innalzarsi al pensiero della Pentecoste, della discesa dello Spirito, dopo il decreto dell’ottavo concilio ecumenico di Costantinopoli, che dogmaticamente fece del pensiero di Pentecoste una mera frase? Come si può trovare la forza per questo pensiero di Pentecoste se non si riesce a concepire il vero pensiero di Pasqua, quello della resurrezione dello spirito? L’uomo non deve lasciarsi offuscare dall’immagine del Salvatore morente, compenetrato di dolore, ma imparare a riconoscere il dolore come necessariamente connesso con l’esistenza materiale.

Questo era un principio fondamentale dell’antica saggezza, fondata su basi di conoscenza istintiva, e questa conoscenza noi dobbiamo riconquistare oggi coscientemente. Ma questo, che l’origine del dolore sta nella connessione con la materia, era un principio fondamentale. Naturalmente sarebbe assurdo credere che il Cristo non abbia sofferto dolore per il fatto che passò per la morte come essere divino-spirituale: sarebbe in pensare irreale se si considerasse il dolore del Cristo come un dolore apparente. Quel dolore  va considerato come eminentemente reale. Ma non dobbiamo attribuirgli un significato opposto a quello che in realtà gli è proprio. Occorre riconquistarci uno sguardo d’insieme del mistero del Golgota, sullo sfondo della intera evoluzione dell’umanità.

Quando gli antichi discepoli dei misteri, nel corso della loro iniziazione, dopo i diversi gradini preparatori, si erano conquistati certe conoscenze che venivano loro presentate drammaticamente in immagini, da ultimo si trovavano dinnanzi l’immagine del più libero fra gli uomini: l’immagine del Chrestòs, dell’uomo tutto sofferente entro il proprio corpo fisico, e lo scorgevano avvolto in un manto di porpora e con la corona di spine in capo. E dalla contemplazione di questo Chrestòs doveva scaturire quella forza che rende l’uomo veramente umano. E le stille di sangue che si mostravano al veggente, all’iniziando, in diversi punti dell’immagine del Chrestòs, dovevano servire ad eliminare l’impotenza e la debolezza umane, a far prorompere lo spirito trionfante dall’interiorità dell’uomo.

La contemplazione del dolore doveva significare la resurrezione dell’essere spirituale. Doveva presentarsi all’uomo in tutta la sua profondità ciò che così si può esprimere: “Potrai essere  debitore di non poche esperienze al piacere goduto, ma se ti sei conquistato la conoscenza delle leggi spirituali, lo devi al tuo soffrire, al dolore provato. Lo devi al fatto di non esserti lasciato sommergere nella sofferenza e nel dolore, per aver trovato la forza di sollevarti al di sopra di essi”.

Perciò negli antichi misteri l’immagine del Chrestòs sofferente era seguita da quella del Cristo trionfante, che dall’alto guardava al Chrestòs sofferente come a cosa superata. Ora deve venir ritrovata la possibilità di avere davanti all’anima e nell’anima e soprattutto nella volontà, il Cristo  spirituale trionfante. Ecco ciò che dobbiamo tenere presente nel momento attuale e soprattutto in vista di quanto vogliamo operare per un sano avvenire dell’umanità.

Ma non sapremo mai concepire questo vero pensiero di Pasqua se non riconosceremo che, per parlare adeguatamente del Cristo, occorre  rivolgere lo sguardo da ciò che è soltanto terreno, al cosmo intero, a quel cosmo che il pensiero moderno ha reso cadavere. Noi oggi osserviamo le stelle e ne calcoliamo il corso, cioè calcoliamo fenomeni del cadavere del mondo: non vediamo la vita e le intenzioni dello spirito cosmico, operanti nelle stelle e nel loro corso. Il Cristo è disceso fra gli uomini per congiungere le anime umane con questo spirito cosmico: un vero annunciatore del vangelo di Cristo è solo chi riconosce che ciò che ci appare nel sole fisico è l’espressione esteriore per lo spirito del nostro mondo, per lo spirito che risorge.

La reciproca appartenenza di questo spirito cosmico e del sole deve ridiventare vivente, e devono ridiventare viventi i rapporti tra sole e luna che, all’inizio della primavera, determinano la data della Pasqua. Dobbiamo saperci richiamare a quei rapporti mediante i quali il cosmo stesso determinò, per l’evoluzione della terra, la festa di Pasqua. Dobbiamo sapere che furono i più vigili spiriti protettori del cosmo a segnare, mediante l’orologio cosmico, le cui sfere sono il sole e la luna, l’ora grande e solenne dell’evoluzione universale e umana, in cui va posta la Resurrezione.

Come impariamo a conoscere per le nostre faccende fisiche il corso delle sfere dell’orologio, così dobbiamo dallo spirituale a sentire il corso del sole e della luna, sfere dell’orologio cosmico. Ciò che è fisico e terreno va ricondotto allo spirituale, al soprasensibile. Il pensiero di Pasqua non consente altra interpretazione che quella che parte dal sovrasensibile, poiché col mistero del Golgota, in quanto mistero della Resurrezione, si è compiuto qualcosa che si differenzia in tutto dalle altre vicende umane.

La terra aveva accolto in sé le forze del cosmo ed era divenuta tale da far scaturire da sé le forze della volontà umana. Ma quando si compì il mistero del Golgota, penetrò entro il flusso degli eventi terrestri un fiotto nuovo di volontà: sulla terra avvenne qualcosa che è evento cosmico, per il quale la terra non è che la scena. E l’uomo fu nuovamente unito col cosmo.

Questo è ciò che deve essere compreso, e solo questa comprensione ci apre il pensiero di Pasqua in tutta la sua portata. Perciò davanti alla nostra anima non deve sorgere soltanto l’immagine del Crocifisso, anche se l’arte ha cerato in questa immagine le opere più eccelse. Deve sorgere nell’anima il pensiero: “Colui che cercate, non è qui”. E, al di sopra della croce, deve apparirvi colui che ora parla a voi dallo spirito, per lo spirito, risvegliando lo spirito.

Questo è il pensiero di Pasqua che deve farsi strada nell’evoluzione dell’umanità, al quale devono innalzarsi il cuore e l’intelligenza degli uomini. Da noi, al tempo nostro, non viene richiesto soltanto che ci si approfondisca nell’osservazione e nello studio di ciò che è stato creato. Dobbiamo diventare noi stessi creatori del nuovo. E fosse anche la croce, con tutta la bellezza che essa ha ispirato agli artisti, non dobbiamo fermarci davanti ad essa. Dobbiamo ascoltare le parole degli esseri spirituali, i quali anche se cerchiamo nei dolori e nella morte, ci annunciano: “Colui che voi cercate, non è più qui!”.

E quindi dobbiamo cercare colui che invece è sempre qui. Dobbiamo, a Pasqua, saperci rivolgere allo spirito, che solo può venirci offerto dall’immagine della resurrezione. Potremo così procedere nel modo giusto dall’atmosfera dolorosa del Venerdì Santo allo stato d’animo spirituale proprio della Pasqua. Solo così diverremo capaci di trovare nella Pasqua le forze di cui abbisogna la nostra volontà, per poter agire per l’ascesa dell’umanità contro le forze che ne vogliono la rovina. Noi abbiamo bisogno di questo aiuto spirituale e nel momento in cui ci si schiude ad una giusta comprensione del pensiero di Pasqua, sarà questo pensiero a ridestare in noi le forze che ci sono necessarie per lo sviluppo futuro dell’umanità.

PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO

UN COSMO D’AMORE

Giovanni Evangelista

Chi mangia il mio pane, mi calpesta col suo calcagno.

Giov. XIII, 18.

Quello che viene qui presentato è un testo di estrema delicatezza dal punto di vista spirituale, ed ho esitato a lungo prima di decidere di pubblicarlo. Lo tradussi molti anni fa: per l’esattezza il 24 giugno 1999. Raramente, proprio per la sua delicatezza, lo lessi in riunioni della cerchia di amici consacrati al Rito della meditazione in comune, amici che in maniera irriducibile, per oltre quattro decenni, hanno voluto mantenersi fedeli a tale Rito: fedeli nel contenuto e nella forma al Rito come Massimo Scaligero volle donarlo alla nostra cerchia. Questa cerchia volle sempre operare ritualmente, nella meditazione in comune, con scarna ed essenziale semplicità, ed ignorare ogni fallace ed ingannevole proposta a negligere la sacrale indicazione operativa dataci dal Maestro e ad abbandonare l’aureo Sentiero da lui indicatoci.

Il testo seguente fa parte del patrimonio della Esoterische Schule, ossia della Scuola Esoterica, che Rudolf Steiner fondò nel 1904 come Prima Classe, e nel 1906 la Sezione cultica della Mystica Aeterna, come Seconda e Terza Classe. Da un’annotazione sul documento – Teil eines Logen-Rituals, ossia “parte di un rituale di Loggia” – il testo dovrebbe appartenere appunto alla Sezione cultica, ossia alla Mystica Aeterna e, per quel che conosco di tale Istituzione, alla Terza Classe della Scuola Esoterica, quindi alla cerchia più interna dei discepoli di Rudolf Steiner.

A trasmetterci il testo fu Mathilde Scholl, una delle primissime discepole di Rudolf Steiner, sia nella Società Teosofica, poi Antroposofica, sia nella Scuola Esoterica. Questa Esoterische Stunde, “lezione esoterica”, fu tenuta, il 24 settembre 1907, a Hannover nel Nord della Germania. Ai membri della Scuola Esoterica, a causa della particolare sacralità di tali incontri, era vietato prendere appunti mentre Rudolf Steiner parlava, tuttavia erano liberi di farlo, per uso strettamente personale, una volta tornati a casa. Essendo i membri della Scuola Esoterica energici praticanti interiori, avevano spesso una grandissima capacità di memoria. E Mathilde Scholl fu sicuramente uno dei più energici, fedeli e capaci membri della Scuola Esoterica.

La più stretta, fedele collaboratrice e compagna di Rudolf Steiner, Marie Steiner, di fronte al vergognoso saccheggio, alla deformazione e all’abuso, che dell’Opera di Rudolf Steiner veniva compiuto dalla dirigenza della Società Antroposofica dopo la morte di Rudolf Steiner stesso, in particolar modo da Albert Steffen e da Günther Wachsmuth, decise di fondare la Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, ovverossia il Lascito che cura l’Opera del Dottore, e di affidarle la pubblicazione integrale della sua Opera, compresi i testi presenti delle tre Classi della Scuola Esoterica. Colei che dopo la morte di Marie Steiner si assunse l’improba fatica di raccogliere, ordinare, rivedere, studiare a fondo i testi della Scuola, e in particolare della Mystica Aesterna, fu la mia cara amica, e sorella d’armi spirituale, Hella Wiesberger, recentemente scomparsa. Quando la conobbi, Hella aveva pubblicato ancora pochissimo del lascito esoterico di Rudolf Steiner, e posso dire di aver visto nascere nel corso degli anni l’intera serie dei volumi riguardanti la Scuola Esoterica, alcuni dei quali volle donarmi con la dedica.

Il testo, che qui viene presentato tradotto per la prima volta in italiano, rivela – nel duplice significato del termine – quello che è il contenuto più elevato e profondo del Mistero del Golgotha, e il senso ultimo dell’evoluzione della Terra e dell’uomo. Proprio per il suo contenuto, questo testo mostra da una parte il suo legame profondo con il Vangelo di Giovanni e l’esegesi che Rudolf Steiner ne fece, e dall’altra con la concezione cosmica che del Christo ebbe il Manicheismo, il quale fa del Logos, sacrificatosi per la liberazione dell’uomo caduto, lo Spirito della Terra, quello Jesus patibilis “appeso ad ogni ramo”, che il grande iniziato manicheo Fausto di Milevi tentò inutilmente di fare intendere ad Agostino di Ippona.

Per non lasciar isolato questo mirabile testo di Rudolf Steiner, forse è bene accostarlo con una pagina delle conferenze ch’egli fece ad Amburgo, dal 18 al 31 maggio, sul Il Vangelo di Giovanni, Editrice Antroposofica, Milano, 2014, ove nella terza conferenza, intitolata la Missione della Terra, pp. 47-49:

«Dov’è allora il corpo fisico del Logos di cui parla il Vangelo di Giovanni e che oggi vogliamo sempre più chiaramente portarci alla coscienza? Nel modo più puro questo corpo fisico del Logos appare nella luce esteriore del Sole; la luce solare non è solo luce materiale: per la visione spirituale essa è altrettanto la veste del Logos, quanto il nostro corpo fisico è la veste della nostra anima. Chi ha col prossimo un rapporto quale la maggioranza degli uomini lo ha oggi col Sole, non potrebbe imparare a conoscere quel prossimo; questo significherebbe avvicinare ogni persona che ha un’anima che pensa, sente e vuole, come se la si concepisse priva di anima e di spirito e se cisi limitasse a percepirne a tastoni il corpo fisico, e magari credere che questo potrebbe anche essere di cartapesta. Ma se si vuol penetrare sino allo spirituale della luce solare, occorre considerarla come quando dall’aspetto fisico d’un umo si impara a conoscerne l’interiorità. Come il corpo umano sta all’anima, così la luce solare sta al Logos; e con la luce solare fluisce sulla Terra un elemento spirituale. Questo elemento spirituale (se siamo in grado di comprendere non solo il corpo, ma anche lo spirito del Sole) è l’amore che fluisce giù sulla Terra. Non solo la luce solare fisica desta e tiene in vita le piante, ma con la luce fisica del Sole fluisce sulla Terra il caldo amore della divinità; e gli uomini esistono per raccogliere in sé il caldo amore divino, per svilupparlo e ricambiarlo. Ma non avrebbero potuto ricambiare quell’amore, se non fossero diventati esseri autocoscienti dotati dell’io.

Quando gli uomini cominciarono a vivere la loro vita diurna, dapprima limitata a breve tempo, non erano ancora in grado di percepire nulla della luce che accende al contempo l’amore. La luce splendeva nelle tenebre, ma le tenebre non potevano ancora comprenderne nulla; e se quella luce, che è al tempo stesso l’amore del Logos, fosse stata manifestata all’uomo solo nelle brevi ore del giorno, l’uomo non avrebbe potuto comprendere questa luce d’amore. Ma nell’ottusa coscienza di sogno chiaroveggente di quei tempi remoti l’amore fluiva pur sempre negli uomini. Ed ora gettiamo lo sguardo, dietro alle parvenze dell’esistenza, a un grande, importante mistero del mondo.

Rendiamoci ben conto che la nostra Terra, per così dire, fu guidata in modo da far fluire, per un certo tempo incoscientemente, l’amore nell’uomo attraverso una coscienza chiaroveggente crepuscolare, per prepararlo ad accogliere l’amore nella piena e chiara coscienza diurna. Abbiamo visto che la nostra Terra è diventata a poco a poco il cosmo che deve condurre a compimento la missione dell’amore. La Terra viene irradiata dal Sole attuale. Come l’uomo abita la Terra e si appropria gradualmente l’amore, così il Sole è abitato da altre entità superiori, perché ha raggiunto un grado superiore dell’esistenza. L’uomo è abitante della Terra; cioè un essere che deve appropriarsi l’amore durante l’esistenza terrestre. Un abitante del Sole, al tempo nostro, significa un essere capace di accendere l’amore di effonderlo. Gli abitanti della Terra non saprebbero sviluppare amore, né accoglierlo, se gli abitanti del Sole non inviassero la loro matura saggezza, insieme ai raggi della luce. In quanto la luce solare fluisce sulla Terra, qui si sviluppa l’amore: questa è una verità del tutto reale. Le entità tanto elevate da poter irradiare l’amore hanno eletto il Sole a loro dimora».

Possiamo quindi comprendere come solo dall’autocoscienza, che è il dono dell’Io Sono, possa nascere vera libertà, l’assoluta indipendenza dell’Io fondato su se stesso, ossia sull’Io Sono, e l’Amore, il quale può nascere nell’uomo unicamente dalla libertà fondata sull’autocoscienza, perché come scrive Rudolf Steiner ne La Scienza Occulta nelle sue linee generali, trad. it. di E. de Renzis ed E. Battaglini, rivista e aggiornata nella III ed. italiana da Willi Schwarz, Laterza, Bari, 1947, pp. 310-311:

«L’uomo riceve il suo «Io» indipendente dagli Spiriti della Forma; questo Io si armonizzerà nell’avvenire con gli esseri della Terra, di Giove, di Venere e di Vulcano a mezzo di quella forza che s’introduce nella saggezza durante il periodo terrestre. È questa la forza dell’ amore. Questa forza dell’amore deve nascere nell’umanità terrestre e il «Cosmo della saggezza» deve svilupparsi in «Cosmo di amore». Tutto ciò che l’Io può sviluppare in sé deve trasformarsi in amore. Quale universale «archetipo dell’amore» si presenta con la sua rivelazione il sublime Essere solare, che è stato caratterizzato nella descrizione dell’evoluzione del Cristo. Con esso il germe dell’amore è stato immerso nell’interiorità più profonda dell’essenza umana, e da lì dovrà fluire in tutta l’evoluzione. Come la saggezza maturatasi nel passato si manifesta nelle forze del mondo fisico esteriore, nelle attuali «forze della natura», così in avvenire l’amore stesso si manifesterà in tutti i fenomeni, come nuova forza della natura. Questo è il segreto di ogni evoluzione futura: la conoscenza, e tutto ciò che l’uomo compie con vera comprensione dell’evoluzione, è una semente che deve maturarsi in amore. […] La conoscenza spirituale, per virtù di ciò che essa è, si trasforma in amore. […] A partire dallo stato terrestre, «la saggezza del mondo esteriore» diventa saggezza interiore nell’uomo; e quando si è in tal modo interiorizzata diventa il germe dell’amore. La saggezza è condizione necessaria per l’amore; l’amore è il frutto della saggezza rinata nell’Io».

Ciò è strettamente collegato con la meditazione che Massimo Scaligero dette nel XII capitolo delle Tecniche della concentrazione interiore, Edizioni Mediterranee, Roma, 1975, p. 89 :

«XXX. Meditazione. Il discepolo anima in sé la seguente imagine: «Attraverso le sue ère e le sue trasformazioni, la Terra si avvia a divenire il Cosmo dell’Amore». Tutta la storia della Terra e dell’uomo tende verso questa mèta».

***

Ma ecco il testo tratto dalle comunicazioni fatte da Rudolf Steiner all’interno del sezione cultica della Scuola Esoterica, nel Capitolo Mystica Aeterna. Possano queste parole impulsare nell’accorto e sagace lettore una energica e luminosa attività ideante nell’anima cosciente e non tradursi in un mero moto sentimentale e misticheggiante nell’anima senziente e nell’anima razionale-affettiva.

«Christo è uno Spirito Solare, uno Spirito di Fuoco. È il Suo Spirito che ci si rivela nella Luce solare. È il suo alito vitale che nell’aria irrora la terra e che con ogni respiro penetra in noi. Il Suo corpo è la Terra sulla quale dimoriamo.

In effetti, Egli ci nutre con la Sua carne e con il Suo sangue, giacché anche quello che assumiamo come cibo, è tratto dalla Terra, dal Suo corpo.

Noi respiriamo il Suo alito vitale, ch’Egli irradia attraverso il manto vegetale della Terra.

Noi guardiamo nella Sua Luce, poiché la Luce del Sole è il Suo irradiare spirituale.

Noi viviamo nel Suo amore anche fisicamente, poiché ciò che di calore noi riceviamo dal Sole è la Sua spirituale forza d’Amore, che noi sentiamo come calore.  

E il nostro spirito è tratto dal Suo Spirito, così come il nostro corpo è avvinto al Suo corpo.

Perciò il nostro corpo deve essere santificato, poiché noi ci muoviamo sul Suo corpo. La Terra è il Suo santo corpo, che noi tocchiamo coi nostri piedi. E il Sole è la manifestazione del Suo Santo Spirito, al quale noi possiamo elevare lo sguardo. E l’aria è la manifestazione della Sua santa Vita, che noi possiamo accogliere in noi.

Affinché noi divenissimo coscienti del nostro Sé, del nostro Spirito, questo alto Spirito Solare si sacrificò, abbandonò la Sua regale dimora, discese dal Sole ed assunse veste fisica nella Terra.Così Egli è fisicamente crocifisso nella Terra.

Ma Egli avvolge spiritualmente la Terra con la Sua Luce e con la Sua Forza d’Amore, e tutto ciò che su di essa vive, è Suo possesso. Soltanto, Egli attende che noi vogliamo essere Suoi propri. Se noi ci doniamo interamente a Lui come Suoi propri, allora Egli non ci dona soltanto la Sua vita fisica, no, bensì anche la Sua superiore, spirituale, Vita Solare. Poi Egli ci permea col Suo divino Spirito di Luce e con la Sua divina Volontà creatrice.

Noi possiamo essere unicamente quel ch’Egli ci dona, ciò a cui Egli ci fa. Tutto ciò che in noi corrisponde al piano divino è Sua opera. Che cosa possiamo fare noi, oltre a ciò? Nulla, se non lasciarlo agire in noi. Solo se ci contrapponiamo al Suo Amore, Egli non può operar nulla in noi. Ma come potremmo noi opporci a questo Amore? A Colui che qui dice: «Io ti ho amato sempre e poi sempre, e ti ho attratto a me con potente Amore»?

Egli ci ha amato dal principio della Terra. Noi dobbiamo far diventare il Suo Amore Essere in noi.

Solo questo significa vita reale; solo qui vi è vero Spirito, è possibile vera beatitudine, ove questa vita divenga per noi una Vita essenziale, la Vita del Christo in noi.

Non da noi stessi possiamo divenire puri e santi, bensì unicamente attraverso questa Vita del Christo. Tutto il nostro anelare e sforzarci è vano, fino a che questa superiore Vita non ci ricolmi. Soltanto questa, come una possente, pura, corrente può dilavar via dal nostro essere, tutto ciò che non è ancora purificato.

È il fondamento dell’anima, dal quale questa purificante Vita della Luce può sorgere.

Là noi dobbiamo cercare la nostra dimora, ai Suoi piedi e nella dedizione a Lui.

Poi Egli trasmuterà noi stessi, e ci pervaderà con la Sua divina Vita d’Amore. Fino a che non diventiamo luminosi e puri come Lui; simili a Lui. Sino a che Egli non possa condividere con noi la Sua divina Coscienza.

Attraverso la Sua Luce l’anima deve diventare pura; così essa può ricongiungersi con la Sua Vita.

Allora è questo il ricongiungimento del Christo e della Sophia, il ricongiungimento del Christo con l’anima purificata dalla Sua Luce».

 

PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO

L'ARCHETIPO – APRILE 2015

 

In questo numero

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 74

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L.I. Elliot Il Settimo Cerchio

Poesia
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Sotto il macroscopio
A.A. Fierro La demenza come fuga dalla vecchiaia

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M. Scaligero Il volere come riedificatore della Vita

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F. Giovi La sapienza di ieri, il coraggio di oggi

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ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’AZIONE DEL SOFFIO VITALE NELL’OCCULTISMO (di F. Giovi)

nuvole - Riccardo Aperti

Per chi segue correttamente la Scienza dello Spirito il problema del respiro appare del tutto secondario o proprio non esiste. Oppure esiste solo come un iniziale disturbo che si somma al cumulo delle percezioni invadenti e che, con la pratica dell’attenzione verso una successione di pensieri voluti o verso una immagine di pensiero, dopo un certo tempo, recede dalla concentrata coscienza sul tema perdendo il suo carattere persecutorio.

Le pratiche che permettono all’attività respiratoria di avere un ruolo primario nella sfera degli esercizi più o meno occulti appartengono di solito ad un lontano passato, durante il quale, la struttura dell’entità umana era diversa dall’attuale: il “corpo delle forze formatrici” (linga sharira) o corpo eterico sopravanzava il corpo fisico e in genere, per l’uomo, era in un certo senso facile percepire le forze più importanti che scorrevano in esso.

L’uomo avvertiva come una possente corrente di vita lo pervadesse ad ogni respiro. In quei tempi a tale corrente venne dato il nome di prana. Il prana poteva essere la chiave per risvegliare forze basali ancora più potenti e liberatorie che staccassero l’uomo dal mondo sensibile e lo riconducessero alla sua originale condizione di spirito.

Ora, essendosi modificati i veicoli occulti che compongono l’uomo, tentativi in tal senso lo legano ancor più alle condizioni fisico sensibili: il prana non è percepito e rimane solo il respiro inteso come somma di sensazioni del torace che si dilata e contrae. Ora spetta ad una forza, che in tempi antichi era del tutto secondaria, a essere ciò che può liberare le forze spirituali addormentate nell’uomo. Questa forza è ilpensiero.

Va chiarito che non si indica il pensiero divenuto pensiero delle cose: atto già compiuto, pensiero estinto, ma il pensiero che viene prima: il pensiero che pensa sé stesso: antecedente la propria alienazione. Il pensiero che pensa sé stesso è, per sua natura, “libero dai sensi”, dunque non vincolato alla corporeità. In questa eccezionale condizione ridiventa possibile il rapporto consapevole con le forze primigenie che hanno costruito la struttura umana: il prana, ora percepito nuovamente, è la luce della vita che fu agli albori del tempo.

Nel libro di Massimo Scaligero, La Via della Volontà Solare, il IV capitolo intitolato “Nuova metafisica del respiro” è del tutto esauriente nei riguardi della fenomenologia a cui ho accennato.

Però la via occulta è vasta, articolata, e il Dottore stesso, con prudenza e giustificate distinzioni afferma (Scienza Occulta, V capitolo) la possibilità di regolare l’atto respiratorio ad un certo livello di maturità del discepolo. Ciò può essere inteso su due gradi di operatività: il primo può consistere nella necessità di regolare coscientemente e per tempi brevi, funzioni che ordinariamente si esplicano senza il nostro intervento, “peresempio, la respirazione”.

Poi Steiner accenna a degli esercizi che agiscono sul corpo fisico “in guisa che esso corrisponda, in un determinato modo, a delle speciali leggi del mondo animico-spirituale. La respirazione è una funzione fisica, e quando viene esercitata in modo da essere l’espressione di una legge animico-spirituale, essa imprime direttamente nell’esistenza fisica un’essenza spirituale; trasforma la sostanzialità fisica nel suo corrispondente spirituale”.

Dunque abbiamo trovato, nello sviluppo interiore dell’operatore due indicazioni di possibili momenti in cui potrebbe essere lecita una presa di contatto con il respiro.

Nessuna delle due dovrebbe occupare la mente e l’interesse del principiante ma solo di singole figure che operano in profondità da tempo ed intuitivamente vocate al carattere assolutamente specifico di particolari discipline.

Tentare, prima di talune maturazioni interiori, avanzate vie occulte, nel migliore dei casi non produce nulla e distoglie l’anima dal più vero, basilare lavoro su se stessi, mentre nel caso pessimo può danneggiare l’operatore, come, sul piano sensibile succederebbe trafficando irragionevolmente con la corrente elettrica o col fuoco.

Ritornando alle indicazioni comunicate da Scaligero, troviamo solo due casi in cui viene ammessa una minima regolazione cosciente del respiro fisico: la prima nel XVII capitolo di Yoga, Meditazione, Magia e riguarda l’attivazione della corrente eterica della “volontà magica”. La seconda compare nel III capitolo di Meditazione e Miracolo quando, in intensa immaginazione, si ritmizza una breve preghiera, accordandola ai due tempi dell’inspirazione e della espirazione. In ambedue i casi è evidente che il controllo del respiro rimane una disciplina minima, un semplice supporto ad una operazione qualitativamente superiore e diversa: un poco come lo stare eretti con la colonna vertebrale durante la concentrazione o meditazione: semplicemente un assetto, nei casi citati, dinamico.

Nei “Quaderni Esoterici” (una selezione di indicazioni della Scuola Esoterica 1904-1014, fatti stampare in tre successivi volumetti da Marie Steiner, poi raccolti in un volume unico dell’Opera Omnia intitolato Indicazioni per una Scuola Esoterica e da qualche tempo reperibile anche nella edizione italiana) troviamo due varianti degli “esercizi principali” quali furono forniti in copia ai discepoli della Scuola, perciò esercizi principali e generali, in cui le meditazioni/concentrazioni su punti analogamente indicati del corpo, sono sostenute da una respirazione controllata e caratterizzata da una prolungata sospensione del respiro nella condizione opposta a quanto gira per il mondo come pranayama: ci si astiene dal respirare quando i polmoni sono vuoti d’aria.

I tempi del respiro dati in questi esercizi esigono una severa preparazione di cui fanno parte i cinque esercizi ausiliari (e non solo).

L’ordinaria capacità polmonare c’entra assai poco, dati i tempi da osservare: cito ad esempio le indicazioni per il secondo dei due esercizi:

Inspirazione: a piacimento.

Espirazione: due volte il tempo dell’inspirazione

Pausa: si inizia con quattro volte il tempo dell’inspirazione, poi gradatamente si aumenta la pausa fino a dieci volte il tempo dell’inspirazione.

Durante le pause si evoca una brevissima frase di carattere mantrico che viene assimilata a zone determinate del corpo.

Dovrebbe risultare chiaro, anche con questi pochi accenni, che il “controllo del respiro” in questi esercizi, è profondamente diverso dal pranayama che molti hanno conosciuto. Quest’ultimo, nell’accezione ordinaria, serve come educazione ad una respirazione completa e profonda volta al recupero della salute e del benessere oppure come calmante dell’affanno psichico.

In effetti, gli ultimi grandi maestri orientali (Aurobindo e Ramana) non danno una specifica importanza all’arte del respiro controllato che viene consigliata a specifici discepoli con lo scopo di placare il mentale, con ciò riprendendo il più genuino utilizzo già indicato nello Yoga originario: “raggiungere la stabilità del senso interno”.

Ben diverso è quanto venne dato da Steiner ai discepoli della Scuola: la sospensione del respiro a polmoni vuoti rimanda alla (drastica) sospensione dei processi vitali o del senso della vita, giacché la più immediata, elementare brama di vita comincia proprio dal poter respirare.

Molto è riassunto in uno stralcio di risposta data dal Dottore a Alfred Meebold nel 1906: “Il senso del trattenimento del respiro le sarà dato se lei orienta il suo pensiero nella direzione seguente: il processo dell’incarnazione terrestre è pensato tramite il respiropolmonare; la direzione verso lo spirituale esterno deve allora, per mezzo di esercizi, percorrere alla rovescia questo processo ecc. ecc. Naturalmente con ciò il pensiero è solo suggerito e dunque la prego di pensare oltre”.

Qui troviamo una disciplina che, in un certo senso, lotta contro la vita com’è comunemente intesa: le meditazioni vengono effettuate in una condizione di soffocamento: e non basta, poiché l’operatore svolge l’operazione in una situazione di saturazione di anidride carbonica.

E’ una situazione di ribaltamento delle forze poste a fondamento della struttura umana. Infatti, in diversi schemi di discipline date a singoli discepoli, oltre a più blandi ritmi respiratori controllati e coscienti, il Dottore pone come per un continuum immaginativo un essere polare all’uomo, cioè una pianta “con massima vivacità e da lei ben conosciuta…sicché l’immagine possa essere molto precisa”, mentre le brevi rappresentazioni meditative sono: Tua Morte – Mia Vita e Mia morte – Tua Vita.

A questo aggiungo qualche riga della lezione esoterica del due ottobre 1906, tenuta a Berlino: “ Il nostro corpo fisico è nato dal macrocosmo ed il mondo esterno l’ha formato; il nostro Io deve far nascere il corpo spirituale dal nostro corpo fisico. Atma si chiama il nostro corpo spirituale. Atma significa respiro. Noi edifichiamo il nostro corpo spirituale mediante un respiro regolato nella meditazione.”

Riporto in parte le parole di Steiner che ho traslato più su e che troviamo in Scienza Occulta: “La respirazione (…) quando viene esercitata in modo da essere l’espressione di una legge animico-spirituale (…) trasforma la sostanzialità fisica nel suo corrispondente spirituale”

Ora potrà farsi strada nel nostro pensiero qualcosa di grandioso che, nello scritto fruibile a tutti i lettori, viene soltanto accennato ossia lasciato all’intuizione del discepolo: il segreto della creazione della Pietra dei filosofi: una misteriosa costante nelle opere dell’Ars Regia: lapis transmutationis…avendo cura di sottolineare vigorosamente che concentrazione, meditazione, immaginazione e percezione pura, ad un certo livello di realizzazione, operano tutte sino al corpo fisico, mutandolo in corpo spirituale.

Inoltre, ogni disciplina interiore modifica, per virtù propria, il respiro dell’operatore: nella forma e nella qualità. Posso aggiungere a ciò, per non apparire astratto, che nella pratica ininterrotta della concentrazione e meditazione, possono diventare avvertibili diversi fenomeni. Per esempio, il quieto respiro “scende” dal torace nell’addome (sede dell’hara nipponico), talvolta si ha la sensazione che il soffio giunga sino al pavimento pelvico. Poi si avverte un prolungarsi del tempo di sosta successivo all’espirazione. Può accadere che il respiro fisico cessi totalmente, probabilmente avviandosi il fenomeno del puro respiro interiore.

Sono piuttosto sorpreso del fatto che siano poche le persone che, elencandomi varie fenomenologie, non accennano mai a queste. Persino l’odierna psicologia ha osservato il fenomeno opposto: cioè come nello sforzo interiore di persone comuni si dia una contrattura poco sotto il plesso solare.

In quanto a qualità, con gli odierni sistemi di esame sarebbe facile valutare in quantità sensibile la modificazione che avviene nel meditante quando espira l’aria: una maggiore quantità di ossigeno viene rimessa nel mondo circostante ed una piccola quantità di anidride carbonica viene trattenuta nell’organismo.

Così, per un processo (in sé) impercettibile, dal corpo fisico caduco si forma il corpo immortale: adamantino.

A questo punto della lettura, più d’uno potrà giudicare che, tutto sommato, la via alla trasformazione del corpo può essere, per molti versi, abbastanza facile.

Purtroppo questo sarebbe un giudizio affrettato e per controbilanciarlo mi bastano poche osservazioni in aggiunta. La prima consiste nel fatto che, se si è in pochi a fare gli esercizi, si è in pochissimi a realizzare il minimo della condizione in cui il pensiero inizia a essere vivo e attivo per virtù propria: ciò è possibile ma esige una dedizione sacrificale che può essere sviluppata con “ripetizione e ritmo” ma che, davanti alla quale, i più indietreggiano. Senza un pensiero che voglia liberarsi, senza una immaginazione vivificata, i risultati delle operazioni non raggiungono i veicoli fisico-eterici.

Riguardo gli esercizi della Scuola Esoterica, il testo c’è e chiunque può farli…Veramente?

Ho seri motivi di credere che, come in ogni scuola di questo mondo, anche nella Scuola non entri se non vieni invitato ad entrare. La Scuola, così come nel tempo successivo la Classe, sono àmbiti leggermente disancorati dal tempo e dallo spazio comuni (per questo i furti perpetrati ai danni del materiale della Classe non alterarono le sue potenzialità spirituali). E la Scuola è la più elusiva, avendo perduto la sua controparte sensibile. Allora come si entra? Vale anche in questo caso il “Bussate e vi sarà aperto”

Il “bussare” potrebbe corrispondere, oltre la disciplina che si pratica, anche in un prolungato lavoro dell’anima in un approfondito e sentito studio di ciò che è possibile accogliere di essa e farne una specie di luogo interiore in cui recarsi con continuità. Il senso di questo scritto va in questa direzione come una bozza di riflessione.

Rimane comunque presente sullo sfondo una legge spirituale di “merito”, per la quale non esiste che le porte si aprano automaticamente: qui abbiamo porte fisiche e muri fisici, nel sovrasensibile abbiamo barriere morali-spirituali che, per intensità, sono ostacoli assai più invalicabili.

Per chi volesse comunque una conoscenza diretta dell’aria in rapporto all’entità umana, un’ottima disciplina consiste nello sviluppare meditativamente attraverso immagini il “senso dell’aria”, indicato dal dott. Colazza nel primo volume di Ur e spesso sottolineato dettagliatamente in scritti apparsi su Ecoantroposophia. L’esercizio può diventare contemplazione del respiro se, attraverso semplici immagini, si realizza che l’onnipervadenza dell’aria esiste anche nella stanza ove si medita e che non si arresta fuori di noi.

Il respiro, durante questa meditazione/concentrazione, non deve venir toccato, l’attenzione immaginativa deve rimanere estranea alle nostre sensazioni sensibili e noi dobbiamo rimanere nella sfera dell’attività immaginativa senza cedere verso il basso dato dalle sensazioni corporee: più facile a farsi che a dirsi. Allora diventa possibile iniziare a percepire l’attività di un immenso essere vivente ed il suo rapporto con l’uomo: così inizia la sperimentazione diretta della metafisica del respiro: cosmo che ci respira, non viceversa.

Infine: può esistere qualche pratica non esoterica che possa servire in certe condizioni fisiche di malattia (specie quando si hanno problemi cardiaci e nervosi)?

Premesso che sono del tutto contrario agli esercizi che contemplano immersioni nel fisico traendo da esso risultati che si riversano nel mentale, cioè nella sfera che le operazioni interiori dovrebbero semmai separare da tutto quello che ascende dall’umano-animale, ricordo un esercizio di controllo del respiro che, assai spregiudicatamente, potrebbe venir sperimentato (come esperimento a sé) che ho visto funzionare piuttosto bene per certi individui (comunque operativi).

Premetto che fare di più di quanto scrivo, potrebbe nuocere anche per chi segue sistemi misti a yoga. Questo non è hatha yoga con le sue 84 posizioni di base! Basta che la colonna vertebrale sia eretta e si stia seduti in modo agevole con abiti comodi, non stretti.

Fare dapprima 4 (moderatamente) vigorose respirazioni, poi:diminuire gradualmente la velocità normale del respiro, poco a settimana, finché il ritmo primitivo sia stato all’incirca dimezzato; alla fine di ogni ispirazione interrompere l’attività respiratoria per 2 o 3 secondi, poi esalare: il respiro viene reso con quiete, dolcezza e assenza di sforzo; l’attenzione sia concentrata sui movimenti respiratori.

Ordinariamente il ritmo respiratorio normale al minuto varia dalle 14 alle 20 volte.

Dovrebbe abbassarsi, in un arco di tempo che va da un mese a sei mesi ad un ritmo di 7 respirazioni al minuto. Come dicono i mistici cinesi, l’aria dovrebbe fluire con tale dolcezza da non agitare una piuma. Comunque l’efficacia è strettamente connessa con il grado e la continuità dell’attenzione.

Un sintomo positivo è dato dal cuore che non si sente più come una palpitazione, bensì come una dolce pulsazione. L’esercizio va eseguito per 5 minuti al mattino (eccezionalmente può essere ripetuto per altri 5 minuti alla sera). I tempi indicati non sono d’orologio ma secondo sensibilità e misura.

Ripeto: non lo consiglierei nella maniera più assoluta come pratica occulta, ma vi possono essere condizioni in cui pratiche particolari possono venir considerate alla stregua di terapie, senza significati di altro genere e livello. Queste ultime indicazioni non sono “conoscitive”, ma solo lenitive per problemi fisio-psichici contingenti!

FRANCO GIOVI

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Per gentile concessione della Rivista Antroposofica www.larchetipo.com – Articolo riveduto dall’autore

SCIENZA DELLO SPIRITO

SCIENZA DELLO SPIRITO E ANTROPOSOFIA – LA VIA DEL PENSIERO

Rudolf_Steiner_1

Il termine Antroposofia è molto antico e non fu creato, come lui stesso esplicitamente affermò, da Rudolf Steiner.

Tralasciamo l’uso, per noi poco interessante, che ne fece il filosofo herbartiano austriaco Robert Zimmermann (nato a Praga il 2 novembre 1824 e ivi defunto il settembre 1898), che lo adoperò nel titolo di una delle sue opere, intitolata appunto Anthroposophie im Umriß. Entwurf eines Systems idealer Weltsicht auf realistischer Grundlage, ossia Antroposofia nelle sue linee generali. Abbozzo di un sistema ideale di visione del mondo su base realistica, che apparve nel 1882: nulla a che vedere con la Sapienza Celeste, oggetto della nostra ricerca e del nostro amore. In precedenza la parola era stata adoperata, in maniera per noi già più interessante, dal filosofo Immanuel Fichte, figlio del grande Johann Gottlieb Fichte, da Ignaz Troxler, da Gideon Spicker. Ma, pur essendo queste personalità del mondo filosofico e culturale di lingua tedesca apprezzati da Rudolf Steiner, non è l’uso “filosofico”, che è stato fatto di questa parola, che ci preme, semmai l’uso «filosofale».

Se vogliamo vedere usata questa parola in senso «occulto», prima di Rudolf Steiner, dobbiamo risalire al XVII secolo, a quel “secolo d’oro” che per l’Ermetismo e l’Alchìmia fu il Seicento. Quello fu il secolo della pubblicazione dei quattro primi scritti rosicruciani, ovvero della Fama Fraternitatis, della Confessio Fraternitatis, delle Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz, della Allgemeine und General Reformation der ganzen weiten Welt, ossia della Riforma universale e generale dell’intero vasto mondo. Ma fu anche il secolo nel quale videro la luce mirabili testi alchemici come la Chymica Vannus, il De Pharmaco catholico, l’Androgenes Hermeticus, il Novum Lumen Chemicum e le altre opere del Cosmopolita, quelle di Francesco Maria Santinelli, di Federico Gualdi, di Massimiliano Palombara e la sua Porta Ermetica, di importanti autori rosicruciani come Heinrich Khunrath, Michael Maier, Robert Fludd, il “riscoperto” Basilio Valentino, le opere dei due Filalete, Eugenio e Ireneo (che taluni, a ragione o a torto, identificano tra loro), per non dirne che una parte. Questa mirabile fioritura della Sapienza Ermetica venne in gran parte spazzata via, in Germania e altrove, dalla Guerra dei Trent’Anni, provocata dall’odio teologico di una potenza religiosa intollerante e della sua militante compagnia, e attuata con spietata ferocia dalle truppe imperiali asburgiche.

Antroposophia Theomagica a

In quel periodo così agitato, un autore da me molto amato, Thomas Vaughan, un alchimista e kabbalista del Galles, molto legato alla tradizione rosicruciana – fu lui a tradurre e a pubblicare per primo in inglese, nel 1652, i primi due opuscoli che costituivano il Manifesto del movimento rosicruciano col titolo di The Fame and Confession of the Fraternity of the Rose Cross – pubblicò nel 1650 con l’eteronimo, che userà poi per tutte le sue opere, di Eugenius Philalethes, ovvero “Eugenio, l’Amico della Verità”, il suo primo scritto col titolo di Anthroposophia Theomagica, a Discourse on the Nature of Man and his State after Death. Ora, questo «Discorso sulla natura dell’uomo e il suo stato dopo la morte» è molto vicino a quella «Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano», che è il sottotitolo del libro Teosofia, nel quale Rudolf Steiner tratta appunto della costituzione occulta dell’uomo e del suo destino dopo la morte. Naturalmente, Thomas Vaughan, nella sua Anthroposophia Theomagica, tratta il suo argomento con l’usuale intricato simbolismo ermetico-kabbalistico, tipico della tradizione rosicruciana, medievale e rinascimentale, il che ci rende tanto più grati a Rudolf Steiner, il quale ci ha portato incontro un Mondo Spirituale in concetti afferrabili da ogni volenteroso pensatore.

Ma la parola Antroposofia è ancora più antica: di circa un secolo. Infatti, Thomas Vaughan, nelle sue opere, si dichiara discepolo postumo del grandissimo Enrico Cornelio Agrippa, umanista, ermetista, kabbalista e mago, discepolo a sua volta di Giovanni Tritemio, abate benedettino prima di Sponheim e poi di Würzburg, uomo dalla sapienza oceanica, ambedue – essi pure – da me molto amati . Orbene, il nostro ottimo Agrippa, in una sua aurea operetta, intitolata Arbatel, nel XLIX e ultimo capitolo della sua trattazione, espone un quadro delle varie scientiae accessibili all’uomo, lodando quelle buone ed utili e mettendo in guardia da quelle malvagie e pericolose. Tra le scientiae Boni, ovvero “scienze del Bene”, egli annovera la Theosophia, definita come la scienza che dà: Notitia verbi Dei, et vitæ iuxta verbum Dei institutio, e Notitia gubernationis Dei, per angelos, quos scriptura Vigiles vocat, & intelligere angelorum mysteria, ovverossia la Theosophia è la scienza che ci permette la conoscenza del Verbo di Dio, del Logos, e della creazione della vita secondo il Verbo divino, ossia secondo il Logos, e ci istruisce altresì circa il governo di Dio attraverso gli Angeli, che la Scrittura chiama Veglianti, e ci istruisce altresì a comprendere i misteri angelici. Mentre l’Anthroposophia da Agrippa viene definita Scientia rerum naturalium, scienza delle cose naturali, e Prudentia rerum humanarum, saggezza delle cose umane. Ed è facile vedere il rapporto della Theosophia e della Anthroposophia di Enrico Cornelio Agrippa con l’insegnamento di Rudolf Steiner.

Solo che l’insegnamento di Agrippa, la sua occulta philosophia, è veramente un aureo tesoro custodito in uno scrigno «ermeticamente» chiuso, non facile da disserrare se non si possiede quella che lui stesso, in una lettera ad un discepolo, chiama la occulta clavis totius negotii, la chiave segreta dell’intero sistema. E dire che il benedettino Giovanni Tritemio, un “Maestro dell’Arte” – come direbbero i discepoli di Ermete, Padre dei Filosofi –  e suo Maestro, lo rimproverava di parlare troppo chiaro, il che all’epoca era oltremodo pericoloso, potendo facilmente l’ermetista troppo loquace finire sul rogo! Infatti, il sapientissimo abate Tritemio, al quale Agrippa aveva inviato la prima stesura manoscritta dell’opera a lui più cara, il De occulta philosophia, l’8 aprile 1510, scrisse una lettera piena di lodi al suo giovane, colto e promettente discepolo, per aver penetrato arcani e segreti nascosti a moltissimi dotti, ma lo ammonisce al contempo a dare le cose volgari al volgo, mentre le cose più alte ed arcane dovrebbe comunicarle solo agli amici più segreti e fidati. E aggiunge: «Da’ il fieno al bove e lo zucchero solo al pappagallo; fa’ attenzione di non esporti, come è accaduto ad altri, ai calci dei buoi». Malgrado tutto, non sempre – e ad onta di ogni sua prudenza – il polemico e focoso Enrico Cornelio Agrippa riuscì di evitare i «calci dei buoi». E non è che oggi la situazione sia granché cambiata…

Giova riportare, nella traduzione del mai troppo stimato e a me caro Arturo Reghini, quanto Agrippa va scrivendo, nel 1523, ad un suo discepolo entusiasta, il padre Aurelio da Acquapendente, col quale egli così si esprime:

«La chiave di tutta la faccenda la riservo a me ed agli  amici, di cui, non dubitare, tu sei uno (clavem totius negotii mihi, amicisque quorum te unum ne dubites, reservo). Sarebbe un delitto ed un sacrilegio pubblicare questa faccenda alla coscienza di tutti. Poiché essa non si trasmette (traditur) cogli scritti, ma allo spirito per mezzo dello spirito si infonde (sed spiritui per spiritum infunditur)».

Questa era, dunque, la maniera prudente e celata nella quale veniva trasmessa un tempo l’antica Sapienza, e la forma simbolica ed enigmatica nella quale essa veniva allora espressa. Dall’epoca di Enrico Cornelio Agrippa sono passati cinquecento anni, e molto è mutato nel frattempo nell’anima umana e nella stessa costituzione occulta dell’uomo. La strada che scelse Rudolf Steiner fu radicalmente diversa. Egli non si pose il compito di tradurre in un linguaggio moderno, comprensibile a tutti, i tesori di Sapienza Arcana, che quella Theosophia elargiva a pochissimi, come «rivelazione» dall’Alto, bensì volle comunicare una Conoscenza, frutto delle nuove e più lucide forze dell’anima cosciente, che l’uomo, duramente e faticosamente lottando, andava sempre più conquistandosi. Egli stesso affermò apertamente, che nelle sue comunicazioni, basate esclusivamente sulle sue personali, autonome, investigazioni spirituali, non avrebbe “disvelato” i “segreti” e gli “arcani” di quegli antichi Ordini Occulti e Confraternite. Ma questo punto non è stato davvero granché inteso dalla maggior parte dei suoi fiacchi e accidiosi seguaci, dando luogo a non pochi equivoci proprio da parte di coloro che tendevano e tuttora tendono a prendere il suo insegnamento in maniera mistica, sentimentale, parareligiosa, «animica».

La strada, intrapresa da Rudolf Steiner, di comunicare coraggiosamente e generosamente i risultati delle sue investigazioni spirituali a tutti coloro che, anche al di fuori degli antichi Ordini occulti, erano sinceri ricercatori di una conoscenza spirituale, non fu sempre condivisa da coloro che erano iniziati in tali Ordini, i quali in taluni casi giudicarono oltremodo «temeraria» la comunicazione pubblica delle verità occulte.

Infatti, possiamo leggere quel che Rudolf Steiner stesso scrisse nel Capitolo XXIX de La mia vita, trad it. di Febe Colazza Arenson e Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano 1987, pp. 297-299:

«Sino all’inizio dell’era moderna, cioè sino al secolo XIV circa, è sempre esistito un sapere del mondo spirituale, corrispondente alla diversa costituzione animica di un’umanità più antica. Ma era appunto qualcosa di molto diverso dal sapere antroposofico, corrispondente alle condizioni della conoscenza nei tempi attuali. […]

Nei tempi antichi quel «sapere antico» si coltivava unicamente nel seno dei «misteri» ed ivi si comunicava a coloro che prima si erano resi maturi a riceverlo, agli «iniziati». Non si doveva mai comunicarlo pubblicamente, per evitare il rischio di una profanazione. Tale uso fu mantenuto anche in seguito da coloro ch’erano in possesso del «sapere antico» e lo coltivavano nella ristrettissima cerchia delle persone preparate a tale scopo.

Così si continuò sino ai nostri tempi.

Tra le personalità da me incontrate, che richiedevano questo atteggiamento verso la conoscenza dello spirito, voglio menzionarne una che frequentava a  Vienna il circolo, già caratterizzato, della signora Lang, ma che incontravo anche in altri ambienti. È Friedrich Eckstein, l’eccellente conoscitore del «sapere antico»; nel periodo in cui ebbei a che fare con lui, egli non scriveva molto, ma ciò che scriveva era ripieno di spirito. Però dai suoi scritti nessuno poteva supporre in lui l’intimo conoscitore dell’antica sapienza spirituale; essa operava nel retroscena della sua attività spirituale. […]

Friedrich Eckstein era un energico difensore dell’opinione che la conoscenza esoterica dello spirito non si dovesse diffondere pubblicamente, come il sapere comune. E non era il solo: questa opinione fu ed è quella di quasi tutti i conoscitori della «sapienza antica». […]

Friedrich Eckstein voleva che l’«iniziato al sapere antico» rivestisse bensì ogni sua manifestazione pubblica con la forza che derivava da tale «iniziazione», ma che quest’elemento exoterico fosse tenuto nettamente separato dall’esoterico, il quale doveva rimanere invece rimanere chiuso nei circoli ristretti capaci di apprezzarlo pienamente.

Io, se dovevo svolgere un’attività pubblica per la conoscenza dello spirito, dovevo decidermi a rompere con questa tradizione. Mi vedevo posto dinanzi alle condizioni della vita spirituale contemporanea, di fronte alle quali il mantenimento del segreto, ovvio in tempi più antichi, diveniva un’impossibilità. Noi viviamo in un tempo che richiede piena pubblicità per il sapere, ovunque esso sorga: l’idea di mantenere il segreto è un anacronismo. L’unica cosa possibile è di portare le persone, per gradi, alla conoscenza dello spirito, e di non ammettere nessuno a un grado in cui si diano le comunicazioni superiori del sapere, se prima non conosca quelle inferiori. Il che corrisponde anche all’istituzione delle nostre scuole inferiori e superiori.

D’altronde io non ero impegnato di fronte a nessuno al mantenimento del segreto, perché non prendevo nulla dalla «antica sapienza»: la conoscenza dello spirito ch’io posseggo è assolutamente un risultato della mia propria ricerca spirituale. Soltanto dopo essere arrivato ad una conoscenza per le mie proprie vie, cito quello che del «sapere antico» esiste già in qualche modo pubblicato, per mostrare la concordanza e insieme il progresso ch’è possibile all’investigazione attuale». 

Che per Rudolf Steiner stesso, questa non fosse una decisione per nulla facile da prendere, lo si può scorgere nelle sue stesse parole scritte a p. 297:

«La pubblica comunicazione di quanto l’antroposofia contiene come conoscenza del mondo spirituale va congiunta con deliberazioni tutt’altro che facili a prendersi».

Che una tale decisione si scontrasse, poi, con tutta una serie di difficoltà oggettive, in primis l’inadeguatezza, l’ingratitudine, addirittura l’insana e improvvida presunzione di contestare lo stesso Rudolf Steiner, e i troppi tradimenti di molti dei suoi pretesi “discepoli”, è mostrato dal fatto che nel novembre del 1923, Rudolf Steiner aveva considerata la possibilità della decisione di un suo ritirarsi in un villaggio svizzero con pochissimi discepoli fedeli, per formare con loro un Ordine occulto «streng geschlossen», rigorosamente chiuso, e di abbandonare la Società Antroposofica al suo destino. Sicuramente, egli non sottovalutava affatto le obbiezioni che gli aveva rivolto,  molti anni prima, il suo amico Friedrich Eckstein, l’«iniziato all’Antica Sapienza», se – come testimoniano Zeylmans van Emmichoven ed altri, tra i quali la stessa Marie Steiner – il 17 novembre 1923, poco più di un mese prima della cosiddetta «Fondazione di Natale», in Olanda egli manifestò, in maniera al contempo dolorosa e impressionante, in una piccola cerchia di amici i suoi dubbi:

«Se fosse ancora possibile per lui proseguire nell’avere rapporti con la Società Antroposofica, visto ch’egli non incontrava affatto comprensione per quello che voleva. Che forse sarebbe stato necessario continuare a lavorare con una  ristretta cerchia di pochissime persone (mit nur ganz wenigen Menschen innerhalb eines strengen Zusammenschlusses weiterzuarbeiten)».

Il che lo portò ad esprimere apertamente la domanda:

«Perciò, che devo fare? Devo io fondare un Ordine? («Was soll ich denn tun? Soll ich einen Orden gründen?»).

Gli stessi dubbi li manifestò una volta ritornato a Dornach. Solo le preghiere di Marie Steiner e di Ita Wegman lo fecero desistere da una tale tragica decisione.

Tuttavia, egli pose una condizione: che la sostanza interiore della «Fondazione di Natale» venisse accolta dalla Società Antroposofica e dai suoi membri entro sei mesi, altrimenti il Mondo Spirituale l’avrebbe ritirata. La mancanza di serietà, la faciloneria, l’approssimazione, l’incostanza, la mancanza di vigilanza, la non consapevolezza della maggior parte degli antroposofi, unite altresì al cosciente tradimento di taluni, fecero sì che già nel giugno del 1924 Rudolf Steiner dichiarasse ad Maria Ina Schuurman e ad altri che «non essendo stata accolta, la Fondazione di Natale era stata ritirata dal Mondo Spirituale». Cosa che, in alcuni colloqui, mi fu personalmente confermata dalla mia amica Hella Wiesberger. Come, poi, le cose nella Società Antroposofica siano andate dopo la morte di Rudolf Steiner, abbiamo avuto modo di dire più volte, e ci sarà altresì occasione in futuro di ritornarci sopra.

Ora, la domanda che è necessario farci – assolutamente necessario – è la seguente: che differenza vi è tra «Scienza dello Spirito» e «Antroposofia»? Perché vi è una differenza, ed è essenziale scorgerla, nonché valutarla in tutta la sua portata.

Se rivolgiamo lo sguardo, non tanto ai cicli di conferenze, bensì alle sue opere scritte, ai libri nei quali Rudolf Steiner ha racchiuso quanto – nella forma più universale ed esatta – egli voleva comunicare al mondo, ci accorgiamo che raramente e in casi ben precisi, egli usa il termine «Antroposofia». Lo fa nell’ultimo capitolo del II volume del libro Die Rätsel der Philosophie, O.O. n° 18, Gli Enigmi della Filosofia, 2 voll. trad.it. di Lucia Bartolucci e Enzo Erra, Tilopa, Roma, 1987-2004, dove  nel II volume, intitolato Le concezioni del mondo del XIX secolo, Rudolf Steiner svolge un’ampia trattazione di giustificazione filosofica delle basi conoscitive dell’Antroposofia. Lo fa in Vom Menschenrätsel, tradotto col titolo di Gli enigmi dell’essere umano, O.O. n° 20, pubblicato in italiano dalla Editrice Antroposofica, Milano, 2006. Lo fa, per motivi polemici, nel libro Von Seelenrätseln, del 1917, O.O. n° 21, Enigmi dell’anima, trad. it. di Ornella Zuliani e Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano 1987, egli ribatte punto per punto quanto, in perfettissima malafede, scrive per discreditarlo Max Dessoir nel suo libello Vom Jenseits der Seele – Die Geheimwissenschaft in kritischer Betrachtung (Dell’aldilà dell’anima – La scienza occulta considerata criticamente), Stoccarda, 1917, nel quale, soprattutto alle pp. 254-263, dà una visione assolutamente caricaturale dell’Antroposofia. In questo scritto, Rudolf Steiner demolisce completamente la serietà e la pretesa scientificità delle affermazioni, sedicenti critiche, di Max Dessoir. Lo fa, infine, in Anthroposophische Leitsätze, O.O. n° 26, Massime antroposofiche, trad.it. di Lina Schwartz e Rinaldo Küfferle, Editrice Antroposofica, Milano, 1969. Altrove, egli parla costantemente sempre e quasi soltanto di Scienza dello Spirito.

Ogni movimento spirituale ha una sua «sostanza» interiore spirituale, il suo sovrasensibile contenuto di verità, ed una «forma», un «linguaggio», nel quale necessariamente è portato ad esprimersi. Mentre il «contenuto di verità», la sostanza spirituale, per sua interiore essenza, è indipendente dalle traseunti condizioni di spazio, di tempo, di forma, il «linguaggio» che in un dato tempo e in un dato luogo esprime quella verità estraformale, invece, ne dipende a fortiori, e in quanto tale la sua espressione è traseunte e variabile. Chi conosca la letteratura ermetica e alchemica, fiorita nel Medioevo e nel Rinascimento, o la letteratura rosicruciana del Seicento e del Settecento, espressa tutta nel linguaggio simbolico ermetico-kabbalistico, comprenderà agevolmente la differenza tra quei linguaggi e quello usato da Rudolf Steiner all’interno delle cerchie prima teosofiche e poi antroposofiche.

Oggi, il riesumare le morte forme dell’Antichità Classica, caldaica, egizia, greca e romana, sarebbe o un’erudita operazione “archeologica”, interessante dal punto di vista di uno studio storico e culturale, o se scivolasse – come sin troppo spesso avviene – nella riattualizzazione delle forme esteriori, si trasformerebbe in un ridicolo “giuoco di ruolo”, dagli aspetti coreografici di tipo “kolossal” hollywoodiano, o da Cinecittà, che persone serie trovano di gusto pagliaccescamente circense. Quando poi questo avviene in campo sacrale ed iniziatico, magari in forme rituali e cerimoniali, la cosa si rivela pure sacrilega e blasfema. E stendiamo un velo pietoso sulla miriade di ordini sedicenti occulti, massonici, martinisti, rosicruciani, templari, maltesi, celtici, eleusini, egiziaci e quant’altro, nonché sulle chiese gnostiche, catare, essene e via dicendo, che al giorno d’oggi nascono come i funghi al calore del sole dopo la pioggia. Ma non tutti i funghi sono eduli: molti sono decisamente velenosi

Stando a quanto mi comunicò in vari colloqui Massimo Scaligero, ma anche da quanto emerge dalle sue opere «filosofiche», compito di Rudolf Steiner avrebbe dovuto essere il portare una «Via magica dell’Occidente», una «Via magica della percezione e del pensiero»: questa fu l’espressione che Massimo Scaligero usò in quei colloqui. E aggiunse pure che espressioni, tipicamente teosofiche, come “veggenza”, “chiaroveggenza”, non erano amate da Rudolf Steiner, il quale si piegò mal volentieri ad adoprare il gergo teosofico. Secondo Massimo Scaligero, egli avrebbe preferito usare un termine come «percezione spirituale», e nel tempo cercò sempre di più di eliminare, o di correggere le espressioni teosofiche, goffe e inadeguate, sostituendole con altre maggiormente coerenti con la sua concezione del mondo.

Com’è noto, egli cominciò giovanissimo a far fluire nella cultura dell’epoca gli impulsi della sua conoscenza spirituale, traducendola nel linguaggio della filosofia idealistica, in quello della concezione goethiana del mondo, ed infine in quello della scienza rigorosa del suo tempo. Questo fu il linguaggio ch’egli adoperò nelle Introduzioni alle opere scientifiche di Goethe (1884-1897), nelle Linee fondamentali di una teoria goethiana della conoscenza (1886), in Verità e scienza. Proemio ad una «Filosofia della libertà» (1892), nella stessa Filosofia della libertà. Linee fondamentali di una moderna concezione del mondo. Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali (1894), in Federico Nietzsche, un lottatore contro il suo tempo (1895), La concezione goethiana del mondo (1897), nei due volumi Concezioni del mondo e della vita nel XIX secolo (vol. I, 1900; vol. II, 1901). Dall’età di ventitré anni a quella di quaranta, Rudolf Steiner usò esclusivamente questo linguaggio, che gli permetteva di esprimere con grande rigore le sue idee e di far fluire nella cultura del tempo quegli impulsi spirituali, che potevano salvarla dallo sprofondare nell’abisso del materialismo ed offrire al contempo ad audaci sperimentatori una nuova Via iniziatica, adatta all’uomo dell’epoca dell’anima cosciente. Ma lo sforzo «prometeico» – è proprio il caso di chiamarlo così – di Rudolf Steiner non incontrò nel mondo culturale dell’epoca la minima comprensione.

Ad una personalità come Eduard von Hartmann, egli aveva dedicato la sua opera Verità e scienza, con le parole:

«Al Dr. Eduard von Hartmann, con devota ammirazione, l’autore dedica»,

mentre, nella Prefazione, a lui accenna con le seguenti parole:

«Il lettore vedrà con precisione dal nostro lavoro, come le nostre concezioni si comportino di fronte alla più importante manifestazione filosofica del nostro tempo, la concezione del mondo di Eduard von Hartmann, per quanto riguarda il problema della conoscenza»,

e gli dedica altresì molte pagine di elogi nelle Introduzioni alle opere scientifiche di Goethe, sicuramente tra le più alte che Rudolf Steiner rivolse generosamente ad un altrui valore. Ebbene, Eduard von Hartmann, che pure era ai vertici della cultura filosofica e scientifica dell’epoca non dimostrò la minima comprensione, chiuso com’era nel ferreo limite kantiano, per l’eccezionale esperienza del pensare e del percepire, che Rudolf Steiner poneva alla base della sua Filosofia della libertà.

Una totale incomprensione e chiusura, nel campo delle scienze naturali, la mostrò anche l’evoluzionista darwiniano Ernst Haeckel, totalmente ipnotizzato dal suo monismo materialista. E come lui, altre personalità del campo scientifico. Un chiaro esempio dell’incomprensione incontrata da Rudolf Steiner da parte di uno scienziato è possibile leggerlo ne La mia vita, Editrice Antroposofica, Milano, 1987, pp. 258-259:

«Nell’ultimo decennio del secolo scorso parlai una volta, a Francoforte sul Meno, della concezione naturalistica di Goethe. Nell’introduzione dissi che avrei parlato delle vedute di Goethe sulla vita, poiché le sue idee sulla luce e sui colori sono tali che nella fisica contemporanea non c’è la possibilità di costruire un ponte verso quelle idee. Per me, però, ero costretto a vedere in questa impossibilità spirituale dell’epoca.

Qualche tempo dopo ebbi un colloquio con un fisico, eminente nel suo campo, che si occupava anche intensamente delle idee di Goethe sulla natura; i nostri discorsi raggiunsero il loro culmine in queste parole: «L’idea di Goethe sui colori è tale che la fisica non sa che cosa farne»; ed io… ammutolii.

E quante cose, a quel tempo, affermavano che quanto era per me verità era tale che i pensieri dell’epoca «non sapevano che cosa farne»! […]

E questa domanda diventò un’esperienza dell’anima: bisogna ammutolire?». […]

«Ammutolire» non volevo: anzi, volevo dir tutto quello che era possibile dire».

Anche personalità amiche, e a lui molto care, dell’ambiente viennese, come Karl Julius Schröer, che pure lo aveva introdotto agli studi goethiani e aiutato a diffondere la concezione goethiana del mondo, e Rosa Mayreder, le conversazioni con la quale lo stimolarono molto ad elaborare la sua Filosofia della libertà, i membri stessi della famiglia Specht di Vienna, presso la quale egli passò non pochi anni come educatore, non mostrarono nessuna comprensione profonda né interesse per l’esperienza spirituale concreta ch’egli indicava attraverso le sue opere scritte.

Ciò portò Rudolf Steiner a cercare altre vie per diffondere gli impulsi spirituali che vedeva necessari al cammino al cammino dell’uomo nell’epoca dell’anima cosciente. Cercò di agire attraverso una rivista, mediante l’insegnamento alla Scuola di formazione operaia di Berlino, o con le conferenze che veniva chiamato a tenere presso varie associazioni o istituzioni culturali, ogni volta adattando il linguaggio nel quale esprimeva la sua visione spirituale del mondo al livello dei lettori della rivista, degli allievi, degli ascoltatori che partecipavano alle sue conferenze. Ma i risultati furono per lui sempre deludenti.

Gli unici che mostrarono un sincero interesse nei confronti di un’esperienza spirituale concreta furono i teosofi. Invitato dai conti Brockdorf, egli si trovò di fronte a persone che avevano una indubbia ricerca interiore. Così egli scrive ne La mia vita, p. 301:

«Notai che tra gli uditori c’erano persone che avevano grande interesse per il mondo spirituale, sicché, invitato a tenere una seconda conferenza, proposi il tema La rivelazione occulta di Goethe. E in questa conferenza, riallacciandomi alla fiaba, divenni completamente esoterico. Fu un’esperienza importante per me potermi esprimere con parole coniate dal mondo spirituale, mentre fino ad allora, in tutto il mio soggiorno a Berlino, ero stato costretto dalle circostanze a lasciar solo trasparire lo spirito attraverso le mie trattazioni. […] Quanto esposi in connessione con la fiaba di Goethe indusse i conti Brockdorf a invitarmi a tenere regolarmente delle conferenze dinanzi ai soci della Società Teosofica coi quali essi erano uniti. Io dichiarai però che avrei potuto parlare esclusivamente di quello che viveva in me come scienza dello spirito».

All’interno della cerchia teosofica berlinese, Rudolf Steiner poté parlare liberamente della sua concezione spirituale del mondo. Inizialmente lo fece usando lo stesso linguaggio, scientificamente rigoroso, da lui adoperato nelle sue opere «filosofiche», e ne nacquero quelle conferenze, da lui poi rielaborate e pubblicate ne La spiritualità di Goethe nella sua manifestazione attraverso il Faust e la fiaba de Serpente verde e della bella Lilia, ne I mistici all’alba della vita spirituale dei nuovi tempi, e ne Il Cristianesimo come fatto mistico e i Misteri dell’Antichità, opere che vennero tradotte in italiano già prima della II Guerra mondiale, le prime due dai Fratelli Bocca di Milano e la terza da Giuseppe Laterza di Bari, ambedue benemerite case editrici che tanto fecero per diffondere il suo pensiero e gli impulsi spirituali della Scienza dello Spirito. In queste opere, come linguaggio e come contenuti, Rudolf Steiner si riallaccia esplicitamente alla sua Filosofia della libertà. Così caratterizzò egli stesso, ne La mia vita, p. 303, la differenza nell’accogliere quanto egli portava tra gli ambienti “culturalmente avanzati”, all’interno dei quali egli aveva operato per oltre due decenni, e la cerchia teosofica berlinese:

«D’altro canto però i miei uditori non teosofi sarebbero stati inclini a lasciarsi «interessare» dalle mie conferenze, ad accoglierle «letterariamente», ma senza alcuna comprensione per ciò che a me stava a cuore: cioè inserire nella vita gli impulsi del mondo spirituale. Invece tra coloro che s’interessavano alla teosofia potei sì trovare a poco a poco questa comprensione».

Sino ad allora, Rudolf Steiner, malgrado le molte relazioni sociali, era vissuto come un vero «eremita spirituale». Poiché soltanto i teosofi, nella Germania di quel tempo, erano interessati ad una conoscenza spirituale, egli si adattò ad usare il loro linguaggio, la loro terminologia, che gli andava decisamente stretta, gradualmente evolvendola verso una nuova, di sua creazione, più adatta ad esprimere le verità della Scienza dello Spirito. I teosofi erano perlopiù brave persone, carenti di cultura scientifica e filosofica rigorosa, ma con una sincera apertura del cuore, e in molti casi disposti ad impegnarsi in un severo lavoro interiore, laddove i cultori della scienza e della filosofia ufficiali, pur avendo tutti gli strumenti per comprendere il messaggio da lui portato, non furono capaci o non vollero comprendere.

Ma pur andando incontro al livello conoscitivo dei teosofi, e adattandosi ad adoperare il loro linguaggio nell’elargire i risultati delle sue esperienze spirituali, Rudolf Steiner non volle rinunciare ad indicare quella che per lui era la Via Regia. Per cui nella Prefazione alla III edizione di Teosofia, p. 12 della ed. it. del 1994 di Ida Levi Bachi, scriverà le seguenti parole:

«Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. Alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile».

Mentre nel V capitolo della Scienza occulta nelle sue linee generali, Laterza, terza ed. it. del 1947, a c. di Emmelina De Renzis ed Emma Battaglini, aggiornata e rivista da Willi Schwarz, pp. 251-252, possiamo leggere:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi, per mezzo delle comunicazioni della scienza dello spirito, è completamente sicura. Ve n’è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile, e sta descritta nei miei libri «La teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo» e «La Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come entità di per sé vivente, e non il pensiero rivolto solo ai ricordi di oggetti sensibili, esplica allora la sua attività nell’uomo.[…] l’uomo che impregna completamente la sua anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore, che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire».  

Giova, infine, ritornare a quella Appendice all’edizione 1918 – la cui importanza è stata giustamente sottolineata, una volta di più, dal nostro Isidoro, in un articolo al quale rimandiamo (https://www.ecoantroposophia.it/2014/01/scienza-spirito/isidoro/lappendice-del-18/) – che Rudolf Steiner pose in calce al libro L’Iniziazione. Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?, III edizione, trad. it. a c. di Emmelina De Renzis, Fratelli Bocca, Milano, 1952, dove alle pp. 186-187 è detto:

«Per l’attività animica soprasensibile, di cui si tratta qui, è di straordinaria importanza comprendere con piena chiarezza lo sperimentare del pensiero puro. Perché, in ultima analisi, questo stesso sperimentare è già un’attività animica soprasensibile; però è tale, che per mezzo di essa non si vede ancora niente di soprasensibile. Si vive col pensiero puro nel soprasensibile; ma è esso soltanto che si sperimenta in modo soprasensibile; non si sperimenta ancora altro di soprasensibile. E lo sperimentare soprasensibile deve essere una continuazione, di quello sperimentare animico che può già essere raggiunto nell’unione col pensiero puro. Perciò è tanto importante di potere sperimentare questa unione in modo giusto; perché appunto dalla comprensione di questa unione risplende la luce che può anche recare una visione giusta della natura della conoscenza soprasensibile. Ma appena lo sperimentare animico dovesse abbassarsi al di sotto della chiara coscienza che si esplica nel pensiero, questa visione si troverebbe, per la vera conoscenza del mondo soprasensibile, sopra una via sbagliata; essa verrebbe afferrata dalle funzioni corporee. Ciò che essa sperimenterebbe e produrrebbe non sarebbe allora una manifestazione proveniente per suo mezzo dal soprasensibile, ma una manifestazione corporea nel campo del mondo subsensibile».

Fu Massimo Scaligero stesso a confermarmi più volte, nei suoi colloqui, l’importanza di questi tre punti di Teosofia, Scienza Occulta e L’Iniziazione, nei quali Rudolf Steiner si riallaccia esplicitamente. all’esperienza del pensiero puro da lui indicata e descritta in Filosofia della libertà, e nelle altre sue opere «filosofiche». E fu Rudolf Steiner stesso ad affermare ch’egli dovette scrivere tutta una serie di libri e tenere centinaia cicli di conferenze di carattere teosofico e antroposofico, per l’incapacità di molti suoi discepoli e seguaci di sollevarsi con la volontà all’esperienza del pensiero puro. Egli dichiarò esplicitamente di aver dato, in tali opere e conferenze, i risultati della attività conoscitiva del pensiero vivente, e di aver offerto – a mio parere, con un generosissimo atto di immolazione sacrificale, incompreso e misconosciuto da molti antroposofi – i «prodotti» di un intenso, e totalmente «sveglio», atto volitivo del pensare, che la turpe viltà, la comodità e l’accidia di molti sedicenti spiritualisti porta a temere, ad evitare, e altresì ad avversare.

Dobbiamo a Massimo Scaligero l’aver ritrovato e nuovamente posto al centro della via iniziatica la necessità di realizzare – asceticamente, non filosoficamente – l’esperienza del Pensiero Vivente, ossia la necessità assoluta per il discepolo dello Spirito di attuare la liberazione del pensare dal servaggio corporeo, di aprire coraggiosamente il varco alla forza-pensiero che sempre più vastamente si manifesta come Luce-Folgore del Pensiero Vivente, che spazza via ogni dialettica, il cascame del morto pensiero riflesso; travolge la mediocrità interiore inevitabile all’anima prigioniera dei vincoli della corporeità; percuote, dissolve la natura inferiore, ricreandola e plasmandola secondo lo Spirito. Questo è il filone aureo e segreto dell’opera di Rudolf Steiner, ritrovato e donatoci da Massimo Scaligero, il cui insegnamento è prima dell’opera del Maestro dei Nuovi Tempi, come chiave per entrare nella comprensione vivente della Scienza dello Spirito da lui donataci, e dopo come chiave della fedeltà a ciò che si è intuito vero come compito ascetico di realizzazione operativa della sostanza vivente della Scienza dello Spirito: in sostanza la pratica della Concentrazione  e della Meditazione secondo il canone della Via del Pensiero.

E questo ci porta direttamente alla distinzione che, oggi, è necessario fare tra Scienza dello Spirito e Antroposofia. Distinzione che Massimo Scaligero opera molto chiaramente nei suoi scritti. Indubbiamente, vi è stato un tempo – oramai un secolo fa – nel quale l’Antroposofia è stata «veicolo» della Scienza dello Spirito. Ne è stata la «forma» che la Scienza dello Spirito ha dovuto e voluto assumere per manifestarsi in una certa epoca nel mondo. Ma come il corpo viene plasmato e animato da una forza vitale, divenendo in tal modo veicolo della vita animica di un essere spirituale, che attraverso esso viene a manifestazione, così l’Antroposofia è il «veicolo» plasmato da una forza vitale-spirituale per la manifestazione dell’eterna Scienza dello Spirito. E come l’essere animico-spirituale non coincide con l’essere corporeo nel quale si manifesta e del quale si serve, così l’eterna Scienza dello Spirito non coincide con l’Antroposofia, che di essa è stata una «forma» e una «manifestazione». Ma non necessariamente l’unica forma e l’unica manifestazione possibile.

Ora, la forma formata e prodotta presuppone sempre una forza formatrice producente ed un momento formativo genetico o produttivo. Un pensiero pensato presuppone un momento producente ed una forza pensante che lo crea e fuori del quale esso è un nulla. Per questo la Scienza dello Spirito è la Via del Pensiero Vivente o del Pensiero-Folgore ed indica nella Concentrazione l’aurea operazione interiore attraverso la quale l’asceta fa risorgere l’atto pensante da uno stato di morte e di paralisi per giungere alla contemplazione della sua travolgente potenza estraformale «vuota». Nella Via del Pensiero Vivente, scopo della Concentrazione e della Meditazione non è l’esperienza di un determinato oggetto o di un determinato tema, che sono unicamente il pretesto per l’«atto» del pensiero che li sceglie come veicolo per il risorgere del pensare, che giunge poi a liberarsi di ogni oggetto o tema.

Per questo la Scienza dello Spirito è la «Via del Pensiero», mentre oggi – ripeto: oggi – l’Antroposofia rischia di decadere ad una «via dei pensieri», o dei «pensati», i quali in quanto morto e cristallizzato sapere dialettico divengono troppo facilmente la paralisi di ogni vivo atto interiore dello Spirito. Di per sé – osai dire in un colloquio con Massimo Scaligero – la Scienza dello Spirito, in quanto Via del Pensiero, potrebbe scegliere qualsiasi dottrina o filosofia come veicolo del risorgere dell’atto pensante. Nel mio estremismo unilaterale – come ho detto altrove: ero molto giovane, molto ignorante e molto sciocco – osai affermare che la Scienza dello Spirito era Platone più la Concentrazione, il Vedanta o il Buddhismo Mahayana più la Concentrazione, l’idealismo fichtiano o hegeliano più la Concentrazione, l’attualismo più la Concentrazione, e via dicendo. A Massimo Scaligero non dispiacque affatto tale mio estremismo ingenuo e alquanto unilaterale, anche se volle sottolineare il rapporto «privilegiato» che la Via del Pensiero ha avuto in Rudolf Steiner, e quindi anche in noi, con l’Antroposofia.

Tuttavia, lo Spirito nel suo procedere abbandona dietro di sé sempre le «forme formate», nelle quali si è manifestata la sua «potenza» estraformale, quando queste «forme», una volta esaurita la loro vitalità spirituale, nel tempo si rivelano inadeguate alla sua ulteriore manifestazione. Da questo punto di vista, occorre dire che l’inadeguatezza, l’incomprensione, la faciloneria, l’approssimazione e, in molti casi, la viltà e il tradimento di molti antroposofi – soprattutto di quei dirigenti che, dopo la morte di Rudolf Steiner, per ambizione e vanità, hanno fatto scempio della sua opera, hanno calunniato e perseguitato Marie Steiner e  coloro che volevano essere fedeli  al Dottore – hanno fatto sì che precocemente, troppo presto, l’Antroposofia divenisse un veicolo inadeguato alla manifestazione della Scienza dello Spirito. Inadeguatezze, stupidità, banalizzazione, errori e tradimenti giunsero ad un limite estremo tale che Massimo Scaligero arrivò a pronunciare la frase, che per me fu un colpo al cuore: «Nel Mondo Spirituale hanno cancellato persino la parola Antroposofia!».

Nell’ultimo colloquio che vi fu tra Giovanni Colazza e Rudolf Steiner, questi profeticamente gli disse che, se l’Antroposofia fosse fallita in Germania, la Scienza dello Spirito sarebbe risorta in Italia in una forma nuova e imprevista, giovanile, non cristallizzata in burocratiche forme organizzative. L’azione di Massimo Scaligero, che ha ritrovato e posto al centro il filone aureo della Via del Pensiero Vivente, ha attuato questa rinascita della Scienza dello Spirito in una nuova forma, ed ha indicato nella Concentrazione – l’«esercizio a sé sufficiente» – il veicolo della liberazione della forza-pensiero da ogni forma pensata e da ogni mediazione, che non sia il suo stesso moto estraformale.

Rudolf Steiner compì l’immane sacrifico di adattarsi ad esprimere le sue idee nel linguaggio teosofico, al fine di parlare alle sole persone che allora, in Germania, erano sinceramente interessate ad una concreta ricerca spirituale. Massimo Scaligero, invece, nei suoi libri, ha potuto indicare ed esporre la Via del Pensiero nel linguaggio che lo Spirito dettava a se stesso per manifestarsi nell’umano. A lui è stato concesso di indicare nei suoi scritti la Via con una radicalità e una nuda essenzialità ascetica, delle quali non conosco altri esempi nella storia spirituale dell’umanità. Già solo per questo dobbiamo a Massimo Scaligero infinita gratitudine, ed abbiamo il dovere di difendere il suo insegnamento dai tentativi di diluirlo, banalizzarlo e snaturarlo.

Che la Via del Pensiero Vivente, indicata da Rudolf Steiner nelle sue opere «filosofiche», e da Massimo Scaligero in tutti i suoi libri, sia – al di là della stessa Antroposofia – la Via delle Vie, la Via Regia, la Via Assoluta, risulta chiaro da quel che scrive Rudolf Steiner nella Seconda aggiunta alla seconda edizione (1918) della Filosofia della libertà, trad. it. di Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, pp. 217-218 scritta nello stesso anno della Appendice all’edizione 1918, con la quale ha un evidente rapporto profondo – dove è detto:

«L’esposizione fatta in questo libro è costruita sul pensare intuitivo, sperimentabile solo spiritualmente, per mezzo del quale, nel conoscere, ogni percezione viene inserita nella realtà. Nel libro non si doveva dire di più di quanto si potesse abbracciare con l’esperienza del pensare intuitivo. Ma occorreva pure rilevare quale struttura di pensieri richiede questo pensare sperimentato. […]

Con ciò si è indicato nel pensare l’elemento per mezzo del quale l’uomo s’immette spiritualmente a vivere nella realtà. (Nessuno dovrebbe veramente confondere con un mero razionalismo questa concezione del mondo costruita sull’esperienza del pensare). […] Ci sarebbe soltanto da domandarsi, se, partendo dal punto di vista che risulta unicamente dal pensare intuitivamente sperimentato,  sia giustificato il fatto di aspettare pure, che l’uomo possa percepire, oltre ciò che è sensibile, anche lo spirituale. Sì, questa aspettativa è giustificata; perché, se pure l’esperienza del pensare intuitivo, è, per un verso, un processo attivo che si svolge nello spirito umano, per un altro è allo stesso tempo una percezione spirituale, conseguita senza l’aiuto di alcun organo fisico. È una percezione, nella quale è attivo lo stesso percipiente, ed è in pari tempo un’auto-attività che viene percepita. Nel pensare, intuitivamente sperimentato, l’uomo viene trasferito in un mondo spirituale anche come essere percipiente. Ciò che, quale mondo spirituale del suo proprio pensare, gli viene incontro entro quel mondo come percezione è riconosciuto dall’uomo come un mondo di percezioni spirituali. […] Il mondo di percezioni spirituali, non appena sia sperimentato dall’uomo, non può essergli per nulla estraneo, perché nel pensare intuitivo egli ha già un’esperienza di carattere puramente spirituale. […] In questo libro si è infatti tentato di mostrare, che l’esperienza del pensare, giustamente compresa, è già un’esperienza spirituale. Sembra perciò all’autore, che chi può con tutta serietà accogliere il punto di vista dello scrittore  di questa Filosofia della libertà non si tratterrà dal penetrare nel mondo della percezione spirituale. […] Ma dalla comprensione vivente del pensare intuitivo, quale qui è inteso, risulterà naturalmente l’ulteriore vivente ingresso nel mondo della percezione spirituale».

Io penso che difficilmente si possa indicare con maggiore chiarezza il fine della Via del Pensiero: sperimentare mediante la Concentrazione e la Meditazione l’auto-attività del pensare, libero di pensieri, come concreta essenza spirituale. Perché, come scrive Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente. Una via oltre le filosofie occidentali. oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979, cap. 3, p. 11:

«Il vero pensare è logicamente l’essere del pensiero, non legato ad alcun determinato pensiero. Essere conoscibile come pensiero che, facendo di se stesso il suo contenuto, esprime ciò da cui scaturisce: una corrente superiore di vita, presente nel sorgivo darsi di ogni pensiero, tuttavia diversa da quel che ordinariamente si conosce come pensiero.

Come esperienza, è quella che, sopra tutte, ha il diritto di chiamarsi positiva, essendo la più diretta che l’uomo possa compiere e di cui l’uomo possa rendere conto a se stesso come di ciò che è veramente oggettivo».

E, nel cap. 5, p. 16:

«Chiamiamo vivente il pensiero che è prima di estinguere la propria vita nel farsi pensiero pensante, o pensante secondo un tema, essendo esso reale, invece,  fuori di ogni tema. L’osservazione  del processo del pensiero porta a intuirlo; ma intuirlo non è ancora sperimentarlo. Il pensiero pensante diviene vivente, se realizza la continuità della sua indipendenza da qualsiasi tema».

Per questo, rovesciando le sciagurate affermazioni – che purtroppo ho avuto modo di leggere e di udire personalmente – di chi ha cercato di snaturare e fare obliare quanto ci fu donato, la Via del Pensiero indicata da Massimo Scaligero è la Via del sublime eroismo, del coraggio e dell’abnegazione: la Via meno spontanea, anzi quella che esige di essere più risolutamente voluta, la Via più cosciente, quella che esige e al contempo genera la più alta moralità. La Via più completa e insuperata, anzi insuperabile, perché nella Concentrazione, che giunga a realizzarsi come contemplazione, apre direttamente nell’Io il varco all’essere del Logos, all’«Io Sono».

SCIENZA DELLO SPIRITO,

Mergor ut emergam

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Ci sono attimi, che sembrano durare un’ eternità, in cui tra le vicissitudini della vita interiore ed esteriore, le luci a poco a poco si spengono e tutto piomba nel buio più profondo ed impenetrabile.

Istanti in cui ci si inabissa talmente tanto da non riuscire più a scorgere un senso a nulla, in cui gli stessi appigli che fino a poco prima, ti avevano docilmente cullata nell’ illusione, si rivelano ad un tratto disgustosi e anche se dentro tutto grida e si oppone e vorresti solo riafferrarli per lasciar finire il tormento, la disperazione t’ insegna che non valgono nulla.

E’ in quegli attimi che emerge un tenue bagliore, una voce flebile che dice: “Ricorda”… E’ la memoria del primo Sì, uno scritto, un’ immagine, una parola, un incontro che ha acceso dentro la prima scintilla, il primo barlume che poi è divampato a scaldare tutto il gelo.

La memoria di quel Sì è ciò che va protetto, sempre e comunque, nonostante i venti contrari, impetuosi a tal punto da non credere di potercela fare. Un ricordo che va custodito e alimentato e rinnovato ogni giorno perché possa continuare ad ardere e non si spenga nell’ appattimento quotidiano.

Gli abissi sono profondi, più di quanto umanamente crediamo possibile, ogni volta un pò più giù, ci si immerge per riemergere, spesso a prima vista più deboli, in realtà solo più leggeri, ma sempre sul filo del rasoio, sempre in bilico su quella minuscola corda tesa.

La memoria come filo rosso che ci lega a quanti hanno già tentato una simile impresa, quel “Voglio farne parte anch’ io” che inconsapevolmente, almeno agli inizi, ti guida su sentieri che mai avresti osato immaginare, che ti sferza da ogni lato, distruggendo tutte le certezze acquisite e lasciandoti sempre più contuso esteriormente, donando al contempo ad ogni passo, ad ogni pur piccolo superamento, una sempre più solida base interiore.

Questo può comprenderlo solo chi ha tentato e tenta, quotidianamente, di sciogliere i legacci del condizionamento, gli altri si limitano a dire che è impossibile, sbagliato, egoista o unilaterale. Ma anche questo fa parte dell’ allenamento, smettere di aver bisogno della comprensione e del sostegno altrui e contemporaneamente imparare a comprenderne le motivazioni, conoscendo le proprie resistenze interiori all’ aprire il Varco. Allora ogni ostacolo, ogni caduta possono diventare il combustibile per alimentare il fuoco della Volontà che, imperterrita, continua a chiamare e imparare a scegliere, nella difficoltà, tra il resistere e lo stare.

SCIENZA DELLO SPIRITO

DESTARSI (di Savitri)

farfalla
Portami,
come quando al mattino
sollevando le palpebre
scosto la coltre
dal corpo del mondo
e di Luce in crescendo
lo inondo…
Come brezza
essa in mio inspiro rientra
– dai miei occhi,
finestre che s’aprono –
a dissipare l’aria stantia,
i pensieri arenati
che come calcare crean colonne:
stalattiti, stalagmiti da solvere
nella mia grotta notturna…

Come foglia ferma sul bordo
il Tuo vento diventi mio espiro
d’un tratto m’afferri,
in vortice dolce m’innalzi
e mi porti!
Sí! Mi porti nel mondo
a dir nomi di cose,
passando su fiori
come pietre di guado,
come ape su cuori di sole:
fecondare l’albero
a primavera,
divenire farfalla,
e imperitura
ardere in palpitare
come la fiamma.

( S. S )

ARTE, PENSARE MASSIMO (poesie di Savitri), POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO
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