SCIENZA DELLO SPIRITO

ASPETTI PRATICI DELLA MEDITAZIONE IN COMUNE ( di F. Giovi)

 Meditazione in comune

Una delle piú elementari forme di lavoro rituale, ben conosciuta dalla maggior parte degli studiosi di Antroposofia, è lo studio o lettura di un testo di Scienza dello Spirito, in un giorno ed ad un’ora concordata tra piú amici o in un gruppo, con una cadenza d’incontro solitamente settimanale.

Questa è stata una delle colonne operative del movimento antroposofico dal tempo della formazione dei gruppi, spesso fondati dallo stesso Rudolf Steiner, alcuni dei quali ancora attivi al presente.

Tale lavoro consisteva (e consiste) generalmente nella lettura di un “detto mantrico” dello Steiner, seguito da un breve silenzio, all’inizio ed alla fine dell’incontro; poi, nel mezzo, la lettura di un numero progressivo di pagine di un’opera fondamentale di Scienza dello Spirito, come Filosofia della Libertà, Teosofia, La Scienza Occulta ecc.

Questo tipo di lavoro comune è forse divenuto sterile e ripetitivo accademismo o innalza l’anima degli associati alle luminose ed edificanti Forze attive dei Mondi Soprasensibili? L’esperienza non riesce a fornire in tal senso una risposta definitiva, poiché il lavoro descritto può portare a risultati estremamente diversi.

Se, ad esempio, il gruppo di lavoro si accontenta di sedersi e abbandonarsi, per antichi e subconsci retaggi, o per pigrizia, alla formula del ex opere operato, in realtà attende che l’ambiente circostante (lettura compresa) lavori al suo posto: crei premesse, condizioni e sviluppo. Il carattere di questo tipo d’incontro è meccanico, piú simile ad una sonnambolica liturgia che al tentativo di conoscenza e trasformazione interiore.

In realtà è passato un secolo di accelerati mutamenti da quando il Dottore aveva indicato talune modalità d’incontro: l’uomo è cambiato.

Il sentire sovrapersonale possedeva ancora radici, seppur limitate, nell’anima dei giovani discepoli degli anni Venti a fianco dell’ordinaria vita di sentimento. L’entusiasmo alimentato dai possenti pensieri cosmici, dal rinnovamento ideale e cultuale cristiano e dai nuovi impulsi artistici quali l’euritmia, l’arte della parola ecc., manteneva accesa in molti di costoro, per l’intera vita, una sorta di fiamma interiore, un calore «che perfeziona tutto dal principio alla fine» (G. Pontano).

Si è potuto constatare che diversi tra questi discepoli diretti di Steiner, ora non piú incarnati, apparissero nell’avanzata maturità come involucri trasparenti di luce flammea, precorrendo da vivi la vestizione spirituale che l’entità umana assume quando, abbandonato il corpo minerale, attraversa la Soglia.

L’uomo è cambiato, i tempi mutati: in questi anni la piú sincera garanzia che qualsiasi tentativo esoterico si fondi su solida roccia è data innanzitutto da azioni interiori che, principiando dall’Io cosciente, strappino pensiero e volontà dal decorso ordinario e naturale.

Come sentenzia Geber nel suo Libro delle Bilance: «Solo con giuste premesse i risultati non potranno essere che veri», cosí i risultati di un lavoro in comune dipendono subito dal grado di corretta attività svolta da tutti i partecipanti.

Le qualità che appaiono quali condizioni necessarie per un vero lavoro in comune sono:

il rigoroso rifiuto di ogni forma animica di antipatia e di critica verso qualsiasi membro del gruppo, almeno per il tempo dell’incontro;

uno stato d’animo elevato, ma non ebbro da smarrire una decisa polarizzazione della coscienza nei confronti del tema in svolgimento;

lo sforzo di evitare ogni disponibilità interiore verso pensieri estranei: in special modo quelli di sapienziale collegamento ad altri pensieri rammentabili in relazione al medesimo tema;

la concentrazione assoluta nella lettura: non sulle frasi già lette, ma permettendo all’attenzione pensante il passaggio dal pensiero precedente al pensiero successivo, attenendosi alla comprensione immediata (la “scorza” di Goethe), poiché la capacità sintetica del pensiero è già attiva nel pensiero che pensa, non fuori o dopo di esso;

infine la cosa piú difficile: non fare altro, nient’altro durante il lavoro.

L’elenco probabilmente può bastare: ma poiché in sintesi è piuttosto semplice, a causa di un malanno generalizzato e chiamato ipertrofia dell’ego, tutto viene spesso complicato, impedendo al puro essere del Pensiero di ri-animarsi, rianimando la potenza inerte e non costrittiva che giace nelle parole e frasi del testo di studio che non deve essere culturale o oggetto del giudizio critico ma «deve risorgere immune nell’anima secondo un atto diretto, non prevenuto da alcun itinerario che non sia il pensiero stesso nel proprio immediato movimento» (M. Scaligero).

 

Affinché la meditazione in comune, comunque difesa dagli ostacoli personalistici per la propria natura adialettica, non naufraghi per carenza di forza al terzo o quarto incontro, abbisogna del supporto vitale della disciplina giornaliera individuale dei pochi partecipanti.

Oltre alla magia del pensiero, ritmizzata come concentrazione, che rimane l’asse portante di tutte le discipline interiori, possono essere indicati gruppi di tecniche ad esempio simili alle direttive di preparazione comunicate nei fascicoli di «Ur» come istruzioni individuali di catena (se separate da ogni sensazionalismo magico). In effetti le discipline della ricapitolazione serale del giorno trascorso, della predeterminazione delle azioni del giorno successivo o, in alternativa, l’atto puro realizzato in brevi episodi su tutto l’arco del giorno e la pratica del silenzio interiore, oltre ad affinare gli “strumenti del rito”, producono una sostanza dinamica nella disciplina che favorisce il sottile rovesciamento della visione del mondo dell’operatore: una sorta di “spostamento dei lumi”. In parole povere vengono assunte dalla coscienza come realtà primarie gli impulsi e le impressioni interiori che sorgono dagli esercizi, e come realtà secondarie le possenti ma passive esperienze ricevute dal sensibile quotidiano: è una scissione di Mondi per la quale l’arte sarà l’entrare e l’uscire dall’uno o dall’altro con rapidità, inafferrabilità, rifiutando la sottile presa del ricordo mistico, magico o sensuale.

Il rito in comune diviene una concentrazione di moltiplicate forze interiori: la coscienza meditativa può aprire un varco vuoto alle forze eteriche precorporee; inizia ad albeggiare una sensazione di libertà, mobilità ed ampiezza mai prima sperimentata.

Per ottemperare ad una disciplina individuale organizzata e quasi continuativa vanno imparate corrispondenti strategie: è necessario conciliare determinazione (tanta!) e coraggio con una progressione attenta e delicata, poiché le forze istintive, se incalzate frontalmente, reagiranno contro l’operatore con un impeto incontrastabile. Se la preparazione intensificata “tiene”, l’asceta sperimenta in sé nuovi e radicali assetti interiori, come ad esempio il diventare letteralmente due esseri diversi: uno che domina l’altro che esegue (a ciò fa riferimento M. Scaligero in Yoga, Meditazione, Magia(1), e che, ripetiamo, va preso alla lettera), oppure la percezione di Mahâkâly ânanda: la gioia pura del Volere che spezza ogni limite, e altro ancora.

Queste note d’antefatto a quanto Massimo Scaligero aveva comunicato ad alcuni discepoli per un iniziale rito meditativo in comune, si giustificano a causa della grande forza necessaria affinché il tentativo non divenga una farsa inutile. In essenza, due sono le caratteristiche indispensabili: la prima è che tutti i partecipanti siano completamente attivi; la seconda che qualsiasi rito esige da sempre un assoluto rigore formale, interiore ed esteriore. Scaligero stesso confermò ciò, in incontri diretti e con esempi concreti che non sono stati piú dimenticati.

Per stabilire e mantenere il massimo livello negli atteggiamenti e nelle operazioni suggerite può essere imprescindibile l’abitudine alla consapevolezza di compiere ogni azione in presenza del Logos, sentito o intuito con elementare ed inconfutabile immediatezza.

Franco Giovi

________________________________________________________________

Rito è ciò che si compie, mediante ripetizione e ritmo, come atto volitivo predeterminato, che colleghi l’animico-corporeo con lo Spirituale: rito sia pure in forma lineare, è il riunirsi un determinato giorno, ad una determinata ora, per studiare insieme Filosofia della Libertà. Rito in senso sacro può cominciare ad essere l’incontrarsi ad una determinata ora, di un determinato giorno, per meditare insieme.

Ci si riunisce, con la massima puntualità: qualche minuto di silenzio, poi uno di voi legge un mantra del Dottore (per esempio quello di Michele) o un brano dei Vangeli, poi si fa penombra o oscurità – ad evitare la reciproca visione fisica – e si medita.

Fino a che il gruppo non sia veramente formato ed armonico, è meglio che ciascuno faccia la sua personale meditazione, cercando di dare il meglio, l’assolutamente meglio di sé.

Occorre un segnale per terminare insieme! Uno di voi può prendersi l’incarico di sorvegliare il tempo (minimo mezz’ora), a dieci minuti prima della fine dare un tocco sul tavolino, cinque minuti prima un secondo tocco, un terzo per terminare (ciò per prepararsi alla fine della meditazione).

Al termine, qualcuno recita ad alta voce i primi 14 versetti del Vangelo di Giovanni. Un minuto di silenzio e congedo reciproco, cercando di mantenere il piú a lungo possibile il tono conseguito.

Un simile lavoro insieme può essere prezioso, condurre molto lontano, se si è capaci di fedeltà alla via del Pensiero.

…Intanto vi auguro il vero lavoro, quello che si compie superando ogni volta, almeno pochi attimi al giorno, la propria possibilità umana, cosí che possa essere sentita la Forza che urge nel mondo, la reale unica presenza dello Spirito: contro cui è schierata tutta la mediocrità umana, con i suoi dialettismi e persino con i suoi conati esoterici(2).

Massimo Scaligero

______________________________________________________________________

(1)M. Scaligero, Yoga, meditazione, magia, Ed. Teseo, Roma 1971, p. 96
(2) da una lettera di M. Scaligero all’Autore del 15 agosto 1970

per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2001/giu01/esercizi.htm

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE,

RIPENSIAMOCI UN PO' SU

deserto 2

Cari amici, nonostante vi voglia bene, cercherò il più possibile di essere molto noioso. Necessariamente noioso perché c’è ben poco da dire, molto da ridire. Avete letto l’articolo di Scaligero, quello del ’48? Da lì a poco avremmo avuto tre decenni che, confrontati con i giorni nostri furono quasi paradisiaci – intendo come atmosfera interiore – e già Massimo Scaligero parlava della tragica situazione del comprendere. Se la capacità di comprendere era, eufemisticamente, in crisi, se il capire era in massima parte capitombolato nel bestiale, univoco riconoscimento delle parole, fate uno sforzo d’immaginazione che realizzi l’attuale situazione. Ed essendo anche figli del proprio tempo non illudetevi di essere rocce svettanti fuori dalla corrente.

Cerco sempre di non pappagallare Scaligero ma ripeto sempre che la comprensione è atto difficile e anche chi si sforza realmente di capire, deve di solito combattere con se stesso per molto tempo poiché non ci si rende capaci di osservazione e di pensiero come se si passasse dalla cucina al soggiorno. E’ il motivo per cui il Dottore principiava il titolo di molte conferenze (e qualche scritto) con la parola “Enigmi”. E’ un assetto dell’anima il rendersi conto che il mondo e l’anima umana ci compaiano davanti come misteri. Essendo alimentati dalla sub-natura ci si abitua a credere che si comprenda con una sorta di infusione automatica e in effetti nel mondo pietrificato la comprensione viene da sé, non essendoci nulla di comprendere al suo morto livello. Nel mondo morto si inglobano parole come Spirito, Graal, Karma, Gerarchie, ecc. Perciò si opera poi nel male come consuetudine e senza sforzo: la banalità della Arendt applicata alle cose del mondo spirituale.

Spero che qualcuno intuisca ciò che intendo seppur goffamente. Così spero che qualcuno capisca che c’è davvero bisogno di tracciare sempre a nuovo le medesime cose: esse volano via come fossero segni sulla sabbia sferzata dal vento.

E’ possibile non accorgersi che tutto è defluito, che l’anima è stata anestetizzata: rimane una parvenza meccanica, capace di riprodurre meccanicamente le formule della conoscenza e degli atti interiori. Ciò non produce nulla. Gli orologi, complessi e mirabili, non fanno le uova.

Allora: il sano punto di partenza di una disciplina (di ogni disciplina) che non dissipi nell’illusione l’entità umana ma la inveri attraverso una sempre più intensa attivazione di forze dell’anima dominate, prende le mosse dalla lucida coscienza di veglia: l’ordinaria coscienza di veglia che si sviluppa nella percezione del sensibile.

Ciò andrebbe sottolineato e ripetuto all’infinito poiché tale coscienza viene facilmente elusa nello spiritualismo ingannatore e inoltre l’anima è così squassata da onde, flutti di sue rappresentazioni, fantasie e risacche di rumori al punto che la “normale” percezione sensibile diviene, nella concretezza della vita, assai poco sperimentata. Pochi realizzano la propria destità quando sono svegli: non si fermano per constatarla, costringerla ad essere per pochi secondi.

Volgere lo sguardo al portacenere e vedere il portacenere per quello che è, cioè un portacenere, sembra essere divenuta un’impresa pre-iniziatica. Non sto esagerando: fermatevi un momento, guardate in voi stessi, osservate se un attimo prima eravate desti o sognanti o dormienti davanti a ciò che vi circondava.

Occorre guadagnare una propria capacità d’attenzione, l’attento osservare, cioè il punto di partenza della rigorosa scienza della materia, a cui però, con un atto inusitato, eccezionale, cercherete di aggiungere l’unico elemento presente ed imprescindibile ad ogni osservare: il pensiero.

Non si tema di perdere la faccia ad acquisire una capacità che fu tralasciata o forse mai avuta. Quando ero giovane e strapieno di me stesso, giudicai come troppo banale la disciplina dell’attenzione: in un libro di Ramacharaka (Raja yoga, Lezione VI) avevo a portata di mano un ottimo esercizio: prendere un oggetto e osservarlo a lungo, per più giorni, affinando l’osservazione anche e specialmente quando essa sembra essere giunta ad un punto morto. Scrivere su un quaderno cosa si è visto dell’oggetto osservato e aggiungere, giorno dopo giorno le caratteristiche sfuggite nei giorni precedenti.

Naturalmente tentai l’esercizio, ma svogliatamente. Non immaginavo nemmeno che avrei dovuto penetrare e attraversare tutto il ventaglio dell’impazienza, della noia, della saturazione personale, dell’aridità interiore e tanto altro: così persi una occasione, giacché ero affascinato da “cose più importanti”.

Il pensare è sempre integratore attivo del percepito, che viene poi colto come dato, come fatto, come somma di tutti i dati e fatti che vanno a costituire il mondo.

E’ importante comprendere che il pensare, per l’ordinaria consapevolezza, non viene mai avvertito in sé e per sé. Per l’ordinaria consapevolezza viene a mancare sia il pensiero come realtà a se stante, sia il momento in cui il pensare si aliena in altro da sé e la coscienza lo coglie (a posteriori) come oggetto che appare, cioè come riflesso interiore dell’oggetto apparso: la rappresentazione che sorge in noi. Dove il concetto c’è ma non si vede.

E’ il pensiero che non viene visto dall’uomo, che vede il tavolo, l’albero o costruisce con le rappresentazioni la propria cultura…finanche il proprio esoterismo. L’esoterismo è insignificante se non supera la condizione rappresentativa comune agli oggetti del mondo.

E’ il pensiero che spiega il mondo, i suoi nessi, i suoi significati, ma che in sé non è stato ancora spiegato.

Pensiero da cui comunque non si esce, essendo il primo mediatore di ogni comprensione, di ogni giudizio: persino l’affermazione che il pensiero sia un mero fenomeno prodotto da interazioni elettrochimiche oppure sia un sottoprodotto dell’anima o più radicalmente l’affermazione che neppure esista se non come una insostanziale chimera: tutto ciò, in primo luogo, è semplicemente giudizio di pensiero (lo so che qualcuno lo sa ma so anche che per i più occorrono anni per “metabolizzare” questo fatto. Lo so a mie spese).

Se si è svegli innanzi a tale fenomenologia o alla comprensione logica di essa, si giunge alla consapevolezza che le indagini sui testi sapienziali, la lettura più o meno sistematica dell’Opera di Steiner o l’amena lettura di un infimo rotocalco, e a valle di ciò le relative valutazioni e giudizi, passano tutti per l’impersonale potenza mediatrice del pensiero. Certo! Le differenze ci sono ma sfuggono in un battito di ciglia. La situazione non cambia anche quando i ricercatori pigri – sono legioni – s’imbarcano nelle evasioni pseudo-yoghiche, nei magismi mollaccioni o nei turgori moralistici: in cui il messaggio segretamente sussurrato oppure gridato è indurre a pensare che non occorra pensare, che il pensiero è un incomodo da cui sfuggire.

Vedere innanzi a sé questo inafferrabile proteo non può essere opera di filosofi, di moralisti o di dietologi, non fosse altro che per l’ovvia impotenza di tali direzioni che non escono dall’ordinario rumine dell’astrazione materialista: verso qualsiasi tema possano rivolgersi. Del resto ogni tematica che coltivi le libidini dell’anima ci allontana dall’opera essenziale: passare dai pensati al pensiero.

Colazza e Scaligero indicano il massimo evento possibile per l’uomo contemporaneo all’incirca con l’identica frase: “ Giungere a vedere il pensiero come si vedono gli oggetti del mondo” (il pensiero, non il pensiero di qualcosa!).

Non è vero che la concentrazione coinvolge soltanto il pensiero: è atto di pensiero ma, al suo interno chiama in causa le potenze fondamentali dell’anima.

Il segreto della concentrazione è la volontà. La concentrazione senza volontà non è concentrazione.

Il segreto della concentrazione è il sentire. La concentrazione non si attua senza il sacrificio del “sentito”, del sentire attivo soltanto nella sua invasiva passività: per cui quasi mai si sente ma invece si viene sentiti. La volontà è sconosciuta, il sentire è ignoto. Con la disciplina affiora il volere.

Questo è un aspetto fenomenologico spinoso. Come rispondevo ad un amico, ciò che sembra non esserci non è detto che non ci sia. Il mancamento del sentire ordinario, il suo “sonno” (parola del Dottore nei mantra della Classe) è il presupposto per lo scambio corretto tra il pensare ed il volere ed è simultaneamente il presupposto per la liberazione del sentire ( che cela il più possente organo di percezione spirituale) dal passivo sentimento personale, quello che ci inchioda al “noi” della corporeità.

Infatti la prima meditazione che trovate in Tecniche della Concentrazione configura sinteticamente tutta l’opera interiore. Sembra però immensamente difficile riconoscerla viva, operante come archetipo del proprio lavoro. E’ piuttosto facile non capire la sua sintetica importanza. E’ piuttosto strano che venga evitata come la peste da parecchi discepoli che sembrano rivolgersi ad una bizzarra ortodossia davanti alla quale pare oltraggiosa l’individuale  attività di pensare autonomamente e con logica.

Ma sono sempre le stesse cose – penserà educatamente qualcuno – ed è vero, verissimo.

E possono essere dette e ridette per tutti gli anni che passano prima che qualcuno le comprenda.

Occorre un mucchio di tempo per accorgersi già soltanto che il pensiero è almeno altrettanto reale della sedia su cui mi siedo (facile farci atto di fede ma questo fa parte delle sciocchezze): un tipo serio può farcela ma metta sul proprio conto molto o moltissimo tempo poiché ciò deve essere pura esperienza.

Non fa alcun male ricordarsi che la disciplina chiamata “controllo del pensiero”, pur essendo già molto impegnativa, non è la “concentrazione”. Sebbene quest’ultima, nella maggioranza dei casi, prevede una notevole e prolungata pratica con il controllo. Va da sé che senza una certa capacità di dominare i pensieri, l’avvicinamento verso uno stabile, continuato e totale flusso d’attenzione verso un unico oggetto di pensiero è assai difficile o impossibile.

Essendo due discipline contigue ma diverse ed essendo la concentrazione più difficile del controllo di una deliberata successione di pensieri voluti, ho notato una certa reticenza in molti che pur si esercitano regolarmente con il controllo, a tentare la concentrazione vera e propria.

Ma se si giudica la cosa equivalente ad un dover scegliere significa che ci si è inventati un falso problema: superata una sottile paura dell’ignoto, ci si potrà accorgere che tra i due esercizi non v’è contrapposizione, che l’anima, in fasi diverse, può avere necessità di rafforzarsi ora con l’uno o con l’altro dei due. La concentrazione è superiore al controllo dei pensieri.

Solitamente molti terminano il controllo del pensiero e proseguono con la concentrazione. Ciò può andare bene ma è anche bene ricordarsi che le regole fisse servono soltanto finché l’anima non trova autonomia e coraggio di seguire i suggerimenti che le giungono dalla sua stessa interiorità. In merito a ciò il ventaglio di opzioni è piuttosto vasto. Ad una estremità del ventaglio esiste anche la possibilità di dedicarsi completamente alla concentrazione dal momento in cui ci si siede.

E “l’immagine sintesi”? Qualcuno potrebbe essere turbato per quanto sto per dire: quando si maneggiano i pensieri con una certa pratica, quando ci è del tutto famigliare il percorso voluto, ci si accorge anche che l’immagine “tappo” o “ matita”, assieme alla sua evocazione possiede tutti i concetti subordinati dai quali è stata formata. E’ già sintesi. Siamo capaci di ciò. Esattamente allo stesso modo in cui se ti chiedo un ago non mi porti un frigorifero.

E’ allora che basta dedicare tutta (tutta) l’attenzione cosciente sull’immagine, una qualsiasi purché sia in essa riconoscibile adialetticamente la somma dei concetti che fanno di un ago…un ago.

Il lavoro successivo è solo il mantenere desta e focalizzata l’attenzione con l’esclusione di tutto il resto del mondo, noi stessi compresi, continuativamente. E’ fondamentale che, a un certo punto, l’immagine, nonostante sia prodotta volitivamente da noi, venga sperimentata come fosse autonoma, capace di starci davanti per forza propria: la volizione che la sostiene diventa così sottile che quello che abbiamo considerato (conosciuto) come “sforzo”, può abbandonare la scena: si contempla.

Ora una digressione. Molti hanno letto che, in ultima analisi, l’immagine finale può essere qualsiasi cosa (un segno, una luce, un nulla). Se questo è un risultato non v’è nulla da obbiettare, ma se diventa un trucco, se dall’immagine si salta ad altro, ci si inganna alla grande. Il “segno”, il “nulla” deve farsi da sé, essere forte, pregno, concreto…persino un po’ più reale dell’immagine che lo aveva preceduto. Nessuno dice che deve esserci per forza il segno di luce o il nulla: spesso, per l’operatore fraudolento, pasticcione, il “nulla” è proprio il niente e null’altro.

Nonostante il fatto che coscienza e volontà siano stimolate al massimo grado possibile, tralasciando eventuali fenomeni ultrasensibili che possono prodursi in vari momenti ma non necessariamente, tre importanti virtù o potenze vengono ormai destate: il silenzio profondo, la quiete del sistema nervoso e l’indipendenza dell’immagine (di cui ho parlato sopra) che, come scrive Scaligero, può rimanere stabile o muoversi, comunque continuamente alimentata dalla volontà più profonda che si veicola attraverso una condizione di coscienza vuotata da ogni riflesso della corporeità e totalmente priva di rappresentazioni o echi di immagini estranee che riducono la forza messa in moto e che riconducono sempre al senso corporeo.

Con ciò si indicano momenti eccezionali, non condizioni stabili o da rievocare con la facilità della coscienza ordinaria.

Non credo si possa caratterizzare tale apice con parole: è un’attività che coincide con una condizione di riposo assoluto e di liberazione. E’ già molto. Il passo successivo consiste nel lasciar cadere l’immagine. Questo è difficile perché tale azione ulteriore non va pensata: essa è un puro atto (decisione) della volontà. Quest’ultima non è la volontà ordinaria ma l’essere della volontà che la dedizione assoluta nella disciplina ha sollecitato.

Quando la possente corrente del volere si desta e riempie la coscienza, l’immagine cade oppure rimane come pura forma. Come pura forma il suo essere qualcosa non ha più alcun significato: se il significato svanisce, con esso svanisce anche il soggetto comune che dava significato all’immagine, a se stesso e al mondo sensibile.

Con la sparizione dell’immagine, la coscienza si riempie (o si proietta) nel sovrasensibile: quello delle forze interne o quello di altri mondi. Forse è corretto sottolineare che anche il carattere famigliare della coscienza muta sebbene permanga una sottile identità di sé con sé.

Il modo ed il cosa dipendono da diversi fattori: tra i principali campeggia la struttura animica individuale e la preparazione precedente. Ora si fa concreta l’importanza dei cinque ausiliari, delle meditazioni e delle letture meditate: nella misura in cui hanno modificato la sostanza dell’anima, rendendola capace di essere nel vento, nel vuoto, negli abissi: finché c’è traccia di riflessità ciò è impossibile.

E’ invece possibile che questi ultimi passaggi siano realizzabili – sono fulminei – in condizioni particolarmente favorevoli ma inadeguate. L’anima non ha abbastanza forza per sopportare altri mondi. In questo caso sorge immediatamente sgomento, paura o orrore: di solito è orrore cieco, insopportabilità assoluta, ma anche questa condizione è rapida: l’anima si ritrae subito nella oscura sicurezza della corporeità fisico-sensibile, all’incirca come avviene nel sobbalzo alle soglie del sonno. Ciò indica soltanto che il ricercatore potrebbe riuscire ma deve conquistare ancora maggior forza e maturità.

Vi sono ancora tante situazioni intermedie: la via è relativamente semplice, noi siamo indiscutibilmente assai complicati: su ciò facciamoci due risate: non modificano la nostra contraddittoria situazione ma saranno sempre meglio che piangerci addosso.

SCIENZA DELLO SPIRITO

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI (29 SETT. 2015)

28 E 29 SETT 2015 FK 016

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI

(29 SETT.2015)

 

1/18016

FERREA LOGICITA’ DELLA MEMORIA

 

 

INTERNA ALLE FORZE DELLA BASSA CEREBRALITA’ AGISCE LA CERTEZZA DEL MENTIRE.

 

ESTREMA ARROGANTE POTENZA CHE CONSIDERA IMPOSSIBILE L’ATTUARSI DELLA VERITA’ NEL RITO DELL’IDEA.

NELL’ATTO DELL’ASCESI.

NELL’INNALZARSI DELLA SINTESI VOLUTA.

 

VENATURA DI ENERGIE CHE

– SICURE DEL MENTIRE –

VORREBBERO RIDURRE ALL’INSINCERITA’ TOTALE

OGNI VITA INTERIORE DEL PENSARE.

 

ENTE VOLITIVO DEL MENTIRE CHE SA DI NON POTER PENSARE.

 

MA INFINE   – COME SE UNA TENUISSIMA QUALITA’ AUREA AVESSE IL POTERE DI FRANTUMARE LA ROCCIA  –

LA MINERALE ENERGIA FRANTUMA E ARRETRA.

 

POICHE’ LA CERTEZZA E’ INTERNA AL COSCIENTE TENTATIVO DI MANTENERE CONTEMPLATA L’ESSENZA DELLA SINTESI.

E DA TALE VOLUTA CONTINUTA’ NEL CENTRO DELL’IDEA :

SORGE UNA VERITA’ CHE E’ UN VALORE.

 

IL SOLO VALORE FONDAMENTO DELL’INTELLIGENZA.

 

LOGICA CONTINUITA’ NEL MANTENERE INTATTA LA MEMORIA.

 

E’ L’IMPOSSIBILE LOGOS DEL PENSIERO.

 

LOGOS SOLARE.

 

STRETTAMENTE CONGIUNTO ALLA  PRESENZA DELL’IO NEL CONTEMPLARE.

 

IO CHE IN TALI FLUSSI DI VOLITIVA CONTINUTA’ NELLA MEMORIA  :

AUREA SACRITA’ RESPIRA.

 

ATTRAVERSO L’UNICA VIA DEL LAMPEGGIANTE FERRO DELL’ARCANGELO

CHE IN TALE AGIRE SORGE E SI IRRAGGIA.

 

PERMEANDO DI SCULTOREE QUALITA’ IL REALE.

______________________________

 

2/18017

INCENDIO CHE RESPIRA

 

 

L’UMANO PERFIDO OMAGGIARE LE ISTANZE DI VERGOGNA.

LA BRAMA CHE CONVINCE E CHE COSTRINGE AI PIU’ SORDI COMPROMESSI.

 

CORRENTE CEREBRALE CHE SENZA ARGINI DILAGA.

PRONTA AD OGNI MALE POICHE’ E’ DIMENTICATA L’AUTORITA’ DELL’ANIMA CELESTE.

 

TUTTO IL VISCIDUME MALPENSANTE E’ CERTO DELLA PROPRIA CORRUZIONE.

 

EUFORICO NELL’ABBANDONARSI AL TURPE :

COLTIVA SOTTILISSIME MENZOGNE CEREBRALI.

 

L’ENTE CHE ABITA QUELLE CONVINZIONI E’ COME UN’AGGHIACCIANTE PERSONA NON UMANA

CHE VIVE ALL’INTERNO DEI PENSIERI ELABORATI DAGLI INDIVIDUI DECADUTI.

 

UNA MALATTIA E UNA PIAGA.

UN AMARO INEBRIARSI FRA LE ESSENZE PIU’ MALIGNE.

 

EPPURE INIZIANO AD ARRETRARE QUANDO SUBISCONO IL BAGLIORE DEL SILENZIO.

 

UN SILENZIO CONTEMPLANTE CHE PER POTERSI MANIFESTARE : LAVA.

 

IL SILENZIO DELL’IDEA CHE PER POTERSI CONTEMPLARE  :

INNALZA INESORABILMENTE I LIVELLI DI PENSIERO OLTRE IL CEREBRALE DECADUTO.

OLTRE LA MORTE.

 

NEL VUOTO IN CUI LA VOLONTA’ IMMESSA NEL CONTEMPLARE  :  SPLENDE.

 

UN IMPOSSIBILE VALORE SI CREA.

UMANAMENTE IMPREVEDIBILE POICHE’ UMANAMENTE INCONCEPIBILE.

EPPURE –MEDIANTE FEDELTA’ LOGICA-  :  UMANAMENTE REALIZZABILE.

 

SEMPRE COMUNQUE E OVUNQUE.

SEPPURE IN VARIO GRADO E ATTRAVERSO INFINITI LIVELLI DI LIMPIDA POTENZA.

 

ATTO DEL PENSIERO NEL TENUISSIMO FERRO DEL LAVACRO.

IN CUI E’ POSSIBILE CHE AL CUORE DEGLI UMANI SI AGGIUNGA IL VALORE DELL’ARCANGELO.

SI AGGIUNGA LA QUALITA’ DEL NUME DELLE FOLGORI.

 

E ALLORA E’ INCENDIO CHE RESPIRA.

 

E CHE PURIFICA.

 

NEL SACRO RINNOVATO.

 

NELL’AUREO.

___________________________________

 

3/18018

TEMPESTE IMMATERIALI

 

QUANDO L’APPIATTIMENTO TERREO DIVENNE LA SOLA VOLONTA’ ATTIVA FRA I PENSIERI :

DALL’ASPETTO BENEFICO DEL FATO GIUNSERO PER I DEGNI LE GIUSTE DELUSIONI.

GIUNSE DOLORE.

 

GIUNSERO I ROVESCI CHE PREDISPONGONO AL PERDONO.

 

MA NULLA PUO’ IL DOLORE QUANDO FRA LE ANIME SEPOLTE E DENSE

TALE E’ LO SPEGNIMENTO CHE NULLA SI PUO’ PIU’ INTUIRE.

 

E ALLORA LA VIA DELL’UNICO RISORGERE PASSA SOLTANTO ATTRAVERSO IL RITO DELL’IDEA.

 

ATTI DI IMMENSA LUCE POSSONO FERMARE IL FATO.

 

ARGINE IMPOSSIBILE CHE PURE E’ POSSIBILE INNALZARE.

ARGINE IMPOSSIBILE CHE INFINE VIENE ERETTO.

 

I LAMPI DELL’ASCESI DILUISCONO SE STESSI NEL FLUSSO DEGLI EVENTI.

E LI FECONDANO DI CIO’ CHE AD ESSI MANCAVA IN ASSOLUTO :

IL CONTATTO CON L’ETERNO.

 

IL FUOCO SOVRUMANO.

 

TRAPASSANDO IMMENSI FLUSSI DI TELLURISMO CEREBRALE :

UN TENUISSIMO POTERE DI ARMONIA PUO’ GIUNGERE AD IMPORRE LA PROPRIA LUCE.

 

PER ATTIMI PUO’ ACCENDERSI IL RESPIRO DEGLI DEI.

 

ED IN QUEGLI ATTIMI DI LUCE IMMATERIALE  :  ARRETRA MUTATO IL FATO.

 

POPOLI IMMALVAGITI

EBBRI DEL PROPRIO DOPPIO

POTREBBERO SUBIRE ATTI DI LIEVITA’.

 

ATTI DI SCONVOLGENTE LUCE.

 

CHE IMPREVEDIBILE E INAVVERTITA CONTIENE L’IMPRONTA FERREA DEL SOLARE.

 

I TRATTI DELL’ARCANGELO ATTRAVERSO IMPERCEPIBILI TEMPESTE IMMATERIALI.

 

I LUOGHI DELLA FOLGORE ED IL SUO CUORE.

 

DALL’ETERNO.

________________________________

 

4/18019

OVE L’IMMATERIALITA’ TORNA ESPERIENZA

 

 

VESSILLO REINNALZATO OLTRE LE TEMPESTE CEREBRALI

L’APICE DELL’IDEA RESPIRA E TENTA DI IMPORRE L’ARMONIA CHE PER ATTIMI HA SFIORATO.

 

TENTA DI IMMETTERE  IL SUO VALORE ESTREMO.

 

LA SUA QUALITA’ CHE ATTUA L’UNICO SANARE.

 

MANTENERE L’EVIDENZA DI UN CONCETTO CONTEMPLATO E’ INNALZARE ATTI DI LUCE.

 

E’ MANTENERLA OLTRE I GORGHI DI ENERGIE

CHE NULLA SANNO DEI CIELI ETERICI CONTRO CUI PURE SCAGLIANO IL NEGARE.

 

MANTENERE LA SINTESI ESTREMA DI UN CONCETTO PER POTERLO CONTEMPLARE

E’ MANTENERSI FEDELI AD UNA VERITA’ LOGICA

CHE OCCORRE CONTINUAMENTE RICREARE.

 

TALE FEDELTA’ E’ OLTRE L’UMANO.

E SFOCIA NEL RITO CHE L’UMANO ATTENDE.

 

SFOCIA LADDOVE LA VOLONTA’ GIUNTA NEL PENSARE :

SUPERANDO I DESERTI ANIMICI DELLE INDIVIDUALITA’ INABISSATE :

AMA.

 

E NELLA PURITA’ SUPREMA DEL LOGICO CONNETTERE : CONSACRA.

 

E QUANTO PIU’ COMPATTI E INESTRICABILI I GORGHI CEREBRALI INTRALCIANO :

TANTO PIU’ SOTTILE E OCCULTA LAMA RISPLENDE.

 

LAMA DELL’ARCANGELO NEL CUORE DELLE FOLGORI.

 

OVE L’IMMATERIALITA’ TORNA ESPERIENZA.

OVE VIVENTE IMPRONTA CELESTE TRACCIA GLI IMPREVEDIBILI CAMMINI.

 

FERREA LINEARITA’ COSCIENTE CHE NITIDISSIMA REINNALZA.

____________________________

 

5/18020

OVE DEL SOLE FOLGORA L’ESSENZA

 

IN ALTO

OLTRE LE FRONTI

VI E’ IL RESPIRO IMMATERIALE CHE SOLLEVA.

 

ATTIMO CONTINUAMENTE RINNOVATO IN CUI LA COMPLETEZZA DEL CONCETTO SPANDE IL SOLLIEVO.

PERMETTE DI ATTINGERE SANITA’ OVE LA MORSA CEREBRALE E’ TACITATA.

 

OLTRE IL PARLARE CEREBRALE

VI E’ IL CAMPO DI LOTTA FRA LE ESSENZE.

 

VI E’ LA ZONA IN CUI LE ENERGIE TENTANO IL NEGARE.

 

FRA ESSE L’IDEA GIUNGE QUALE POTERE IMMATERIALE CHE LE DISSOLVE.

 

QUALE POTERE AL CUI COSPETTO

OGNI POTENZA MINERALE SVELA IL PROPRIO NEGARE.

 

L’ATTO DELL’IDEA DISSOLVE IL GERME DELLA PIETRA.

 

ILLUMINA E DISTENDE VIE VERSO LO SCONOSCIUTO COSMO MORALE.

 

IMPONE IL POTERE CONNESSIVO DELLA LUCE CHE SI TRAE DAL CONTEMPLARE L’IDEA IN SENO ALLA TEMPESTA.

 

NON VI E’ CHE DA ESSERE SINCERI.

 

IN TALE DIREZIONE LIBERAMENTE SCELTA :

LA SINCERITA’ E’ SOLTANTO COSCIENTE VOLONTA’ CHE INSISTE NEL RICORDARE.

 

E A VOLTE IL LAMPO INCORONA TALE AGIRE.

 

IRROMPE NELLA CORRENTE DEL RICORDO LA FERREA FISIONOMIA CHE LIBERA ED INNALZA.

 

CHE IMMETTE NEI MONDI DEL PERENNE AUREO RICREARE.

 

OVE DEL SOLE FOLGORA L’ESSENZA.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

img725

HELIOS-FUOCO-SOLARE-FK-18-OTT-2012-FK-004

 ________________________________________________

http://fuocoimmateriale.blogspot.com/

http://folgoperis.blogspot.com/

http://lampisilenti.blogspot.it/

http://i-semi-delle-folgori.over-blog.it/

http://folgoperis.blogspot.it/2014/07/ascesi-del-pensiero.html

https://www.ecoantroposophia.it/2014/07/arte/fk-azione-solare/ascesi-del-pensiero/

ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, MICHELE - La Via del Pensiero, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – OTTOBRE 2015

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

SPIRITO DEL TEMPO

10270104 .

LO SPIRITO DEL TEMPO

 di Massimo Scaligero

Quello che veramente manca all’uomo contemporaneo è il senso di orientamento nell’immane mondo di parole: egli non pensa più pensieri, ma soltanto nomi. I nomi acquisiscono forza in quanto suggestioni collettive, divengono “miti” e, ancora, superstizioni. Allora avviene che il senso originario di quei nomi, per chi tenga fermo ad esso, risulti capovolto: avviene che sotto quei nomi fluiscano nell’umano forze di un genere impersonale ed oscuro, tenacemente attaccato nella loro vasta azione a tale travestimento dialettico, quasi che non potessero presentarsi con il loro vero nome.

Se dinanzi a simile caos nominalistico volessimo evocare un principio di rettificazione, in nome di una insopprimibile visione spirituale del mondo, potremmo trovarci in serio imbarazzo poi nel voler comunicare ad altri quanto si può essere presentato alla nostra intuizione con caratteri di evidenza e di assolutezza. Ma una simile considerazione non dovrebbe scoraggiare e togliere la possibilità di affermare ciò che, comunque, ha il valore di un contributo alla soluzione del problema.

Tra i fattori positivi di una “rettificazione” che possa verificarsi di là da una cooperazione cosciente dell’uomo, noi possiamo considerare il tempo, in quanto divenire che si attua inseparabilmente dal tessuto della vicenda terrestre.

Il tempo si può tuttavia ritenere inumano nel suo procedere come “negazione”: tutto ciò che non è conforme al suo spirito, ossia a ciò di cui esso è la forma insufficientemente intuita, viene respinto quasi con forza d’inesorabilità e costretto a racchiudersi nel suo stampo e a difendersi sino a perire più o meno lentamente entro di esso.

Un dato tempo, dunque, ci può presentare un drammatico panorama di macerie di stampi e di forme la cui interna sostanza è ormai decomposta, ma anche di forme intatte, proprie a una sostanza che il tempo ha bensì condannato, ma che difende selvaggiamente se stessa con ogni mezzo per continuare ad essere indefinitamente ciò che è. E in quest’ultimo caso essa generalmente giunge a utilizzare energie creative pertinenti alla positività del nuovo tempo, guastandole col subordinarle alla propria cristallizzazione. Ciò spiega un ambiguo e sotterraneo rapporto che oggi lega il mondo cosiddetto rivoluzionario con quello conservatore.

Il dramma della nostra epoca è in definitiva questo. Le forme già superate, cadaveriche o spettrali, dotate ancora di un’automatica vitalità, sorrette ormai soltanto da potenti fattori quantitativi o economici e dal mondo delle passioni legate a simile dominio della quantità, hanno formato un’enorme barriera, un formidabile ammasso il cui disordine, pur pesando drammaticamente sull’anima dell’uomo, è camuffato dalla sua inesauribile possibilità di organizzarsi meccanicamente. Tecnicizzazione e meccanizzazione danno a questo immane corpo in decomposizione apparenze di vita: apparenze anche dinamiche e brillanti.

La scienza, cessando di essere ancella dello “spirituale e dell’eterno”, diviene fine a se stessa. Ma essere fine a se stessa per la scienza significa essere inconsapevolmente mediatrice della opposizione delle forme superate e della tradizione morta contro il vero “Spirito del tempo”. E sarà bene ricordare che per noi tale locuzione non ha il senso di consuetudine psicologica o di carattere dominante di una data epoca, ma quello di entità spiritualmente viva nella sfera sovrasensibile, quale forza ispiratrice non riducibile al livello dell’astrattismo razionalistico, ma intuibile mediante ascesi interiore: lo stesso senso, dunque, che esso presenta come uno degli aspetti del Divino, di Krishna, nella Bhagavad-Gîta (XI, 32) quale distruttore del mondo, “eretto nella Sua statura enorme per la distruzione dei popoli”.

Lo Spirito del tempo respinge verso la decomposizione tutto ciò che non ha l’intima forza di trasformarsi da sé, tutto ciò che manca della virtù di una perenne attualità: per tutto ciò, lo Spirito del tempo si presenta come un distruttore, ossia come il portatore della vera rivoluzione contro la falsa oscura e retorica rivoluzione degli uomini la quale in fondo, nella sua frenesia di sovvertire e distruggere solo il mondo esteriore, il mondo dei valori fisici eliminabili mediante colpi o scoppi, è una forma mentita di conservatorismo.

La positività del conservatorismo sotto travestimento sovversivo consiste nel finire col distruggere se stesso proprio per voler continuare ad essere secondo un impulso che è il contrario di ciò che è, in quanto tende ad affermare come valore un suo modo di essere che comporta la cristallizzazione e la morte di ogni valore.

La società e le sue forme, l’uomo e le sue manifestazioni, usando tutte le loro energie per conservare se stessi entro un processo finito, connesso alla sfera del sensibile, per mantenere se stessi in posizioni ritenute morali una volte per tutte, in sostanza alimentano il contenuto vero della tragedia del mondo. La bancarotta della filosofia contemporanea è il segno di una impotenza del pensiero ad uscire dalla serie dialettica per divenire forza cosciente: l’esistenzialismo, per esistere, deve alimentarsi della sua dialettica e comunque ricorrendo a una normatività speculativa, finisce con l’essere un’ipocrisia. Non si può parlare di un pensiero bolscevico, ma di un pensiero americano regredente col massimo della vigoria razionalistica verso un realismo primitivo, sì. Il mondo della cultura e della filosofia appare come un immenso grammofono con serie di dischi che si alternano con allineamenti diversi delle stesse parole: non una luce, non un’autentica forza spezza la serie. Il concetto dei sistemi autorappresentativi del dedeking può dare l’idea della reiterazione indefinita di un processo il cui valore è il continuo negativo del suo automatismo.

Creata da un modo di pensare unilaterale dell’uomo, la bomba atomica, anche se non usata per la guerra, torna contro l’uomo come forza che comunque tende a dissolverlo in quel mondo materiale in cui esso veramente oggi va esaurendo la sua umanità sino a perderla. E’ Rudolf Steiner che chiama sotto-natura il mondo della tecnica privo della sua controparte spirituale.

Continuando dunque a trovare rimedi, nuove formule e nuovi meccanismi, lungo la stessa dimensione unilaterale data dal pensiero legato esclusivamente alle impressioni sensibili (anche quando mobilita una dialettica spiritualistica) ignorando qualsiasi altra dimensione della vita interiore dell’uomo (che scientificamente si liquida con i suggestivi termini di “inconscio” e di “sub-conscio”), in sostanza si prepara l’avvento del sotto-uomo. E pare che se ne veda già qualche segno: anzi, più di un segno. E’ sufficiente guardarsi intorno, liberando lo sguardo dal velo dell’assuefazione.

L’esigenza stessa di un’attitudine spirituale da evocare come unico valore possibile all’uomo in quanto uomo, epperò concepibile come il senso finale stesso della sua vicenda, viene falsata o contraffatta sul piano d’azione delle forze prevaricatrici sotto forma di uno “spiritualismo” da adeguare ai tempi e alla mentalità dominante. La quale è endemicamente conservatrice, ossia profondamente malata dell’attaccamento a se stessa, alle posizioni da cui trae vita.

Ecco perché, anche in sede esoterica, ogni atteggiamento è una velleità dialettica subordinata allo stesso giuoco di forze miranti a utilizzare soprattutto l’esigenza di un’azione spirituale per affermare se stesse: per cui si può affermare che ogni “via spirituale”, ogni mistica ogni “iniziazione” che si presuma tale nel mondo contemporaneo, non sono che espressioni di uno stato di fatto anti-spirituale in cerca di un suo stato di diritto. All’uopo viene mobilitata quella cultura tradizionale, o gnostica, o ermetica, o induistica, che meglio si presti al mantenimento retorico ritualeggiante o magicizzante dell’elemento conservatore riottoso di contro a qualsiasi possibile, vera trasformazione o rinnovazione.

Ciò spiega come, di fronte alla Scienza dello Spirito fondata da Rudolf Steiner, le correnti della pseudo-iniziazione mostrino la stessa insufficienza metafisica che impedisce loro di prendere un vero e attivo contatto con la grande Tradizione, sia essa orientale, sia occidentale, e rivelino la stessa refrattarietà che caratterizza un mondo che deve essere trasformato di contro alla forza trasformatrice. E si può veramente parlare di una coalizione mondiale delle forze conservatrici attive nel dominio “psichico” o animico, incapaci di qualsiasi autentico slancio spirituale, affinché non nasca l’”anima cosciente”, l’unica forza che possa porre l’uomo dinanzi alla corrusca aridità del mondo meccanico, nella veste del dominatore, sotto il segno del Cielo.

Ogni organizzazione meccanica della vita, anche la più dotata di enfasi rivoluzionaria, tradisce uno spirito bassamente conservatore. Non vi è più pericoloso conservatore del sedicente rivoluzionario che ha potuto cristallizzare in una formula il suo non ben cosciente istinto rivoluzionario.

Chi si illude di poter rettificare o rinnovare i sistemi mediante una distruzione esteriore sta sullo stesso piano di chi, per via scientifica, giunge a scoprire nuove forme di energia intese a soddisfare i bisogni esteriori dell’uomo. Una medesima energia può essere sfruttata sia per compiere distruzioni nel mondo della esteriorità, sia per rendere tale mondo sempre più rispondente alle necessità materiali.

La bomba atomica è dunque l’espressione di uno spirito conservatore: è contro lo Spirito del tempo, ma in definitiva, agisce per esso: la sua negatività è affermativa unicamente per esso.

La bomba atomica è uno degli ultimi barlumi di potenza di un mondo d’impotenza: essa sta ad accusare, in esasperata istanza, l’estrema povertà spirituale del mondo della scienza e della tecnica. E’ il risultato della superficialità indefinitamente esplorata e del mondo ridotto a piattezza, ossia il risultato di un potere acquisito dall’uomo nella sfera dell’inorganico, oltre la quale esso, tuttavia, non è capace minimamente di penetrare nel mistero della vita, se non con immobili e inconcludenti astrazioni.

Il filo d’erba, per gli scopritori dell’energia atomica, rimane un mistero: mistero rimane la vita animale, la natura dell’uomo, l’anima dell’uomo, il destino dell’uomo. Mistero rimane lo stesso immediato strumento conoscitivo di cui lo scienziato non può fare a meno di servirsi: il pensiero. Lo usa ma non sa di usarlo, o per lo meno ignora da quale zona dell’anima gli derivi e come nasca e che cosa sia: lo rivolge al mondo della quantità e acquisisce per mezzo di esso incontestabili conoscenze riguardo a tale mondo: pur tuttavia continua a non saper nulla della forza qualitativa che entra in giuoco in questo processo.

Ma il genio tellurico ha risorse infinite: per mezzo della disintegrazione atomica, esso contro questo mistero si vendica strappando le basi e i supporti puramente fisici a quella vita organica in cui il mistero si presenta e manifesta senza svelarsi, a quella vita organica che per apparire nel mondo esistenziale, oltre che essere, ha bisogno di tali basi e di tali supporti. Non è difficile tuttavia avvedersi come, di conseguenza, questa ulteriore creazione di una civiltà automatizzata senza speranza (che possono infatti, per redimerla, la religiosità tradizionale o qualsiasi atteggiamento semplicemente mistico?), divenga in definitiva strumento dello Spirito del tempo nel suo aspetto distruttivo.

E’ la tragedia della forza pensante dell’uomo: nata nella interiorità sovrasensibile, essa va a servire in esasperata passività il mondo sensibile, non riconoscendo più, anzi rinnegando, la propria origine, riducendo sul piano delle morte rappresentazioni ogni aspetto dell’essere, ogni significato, ogni tipo di rivelazione.

Il fenomeno, riflesso sul piano sociale, acquisisce carattere di speciale tragicità per il fatto che esso dispone di una sua dialettica, di una sua giustificazione filosofica: nato dallo spirito, il pensiero extra-vertito va a servire l’”anti-spirito”. Pensatori di questo tipo abbondano in America: filosofi di questa “anti-sofia”, quali John Dewey e Arthur O. Lovejoy, giungono ad affermare di essere pervenuti al realismo fisico non partendo, ad esempio, dalle scienze naturali, ma dalla metafisica: il che è dire da una metafisica senza spirito, ossia da un vero e proprio fallimento metafisico.

Quando si parte da uno speculare di tipo idealistico, per giungere agli stessi atteggiamenti mentali di chi è unicamente pago della realtà sensibile, ignorando anche l’esistenza di quel minimo processo di pensiero che deve entrare in giuoco per permettere l’essere di tale opinione, occorre avere il coraggio di riconoscere che non c’è più nulla da sperare da un simile mondo. Per un analogo fenomeno di recessione dialettica, che per via di inconsapevolezza rinuncia al principio ideale e pone al suo posto unicamente la mediazione discorsiva, dalla filosofia di Hegel prende le mosse quella corrente a cui si è dato il nome di “sinistra hegeliana” e che si può considerare il risultato di un aver preso non lo spirito ma la lettera dell’opera del filosofo di Stoccarda, con il conseguente capovolgimento della sua concezione sovrasensibile del mondo.

Ecco dunque gli sbarramenti che trova dinanzi a sé lo Spirito del tempo: in rapporto ai quali Esso non può manifestare, per ora, che il suo aspetto distruttivo, inconsciamente richiesto dagli uomini, per ultimo sotto forma di bomba atomica. La quale, come ogni altra arma moderna, finché la scienza e la tecnica non divengano ancelle dello spirito, è destinata a distruggere se stessa.

Ma al punto in cui sembra che non vi sia più una via di uscita, al punto in cui sembra che nessuna soluzione sia più possibile, allora veramente l’uomo deve decidere, in consapevolezza e in libertà, del suo destino, perché soltanto allora egli può far scaturire dalla propria anima il massimo della sua volontà creatrice: il momento più tragico e più negativo può essere il più eroico e il più affermativo. Ma soltanto una Scienza dello Spirito può additare all’uomo la via per questa possibilità.

­­­­­­­­­­______________________________________

“Architrave” –  anno I n° 1 – Febbraio 1948

 

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

AUTUNNO, TEMPO DI CENERE

 van-gogh-vigneto-rosso

Poiché Eco è un Sito orientato verso i contenuti che sono espressione palese e occulta dell’essere umano e del mondo, che ne dite di fare un po’ di silenzio come natura insegna, sconnessi da pc, tablet e smartphon e fuori casa, magari per annusare la stagione che sta per piombarci addosso modificando non poche cose della nostra consueta vita, anche quella più vicina al nocciolo interiore?

Avere più consapevolezza di quanto la natura ci comunica è sempre un buon passo per una maggiore salute animica e per la coscienza di sé in quanto estranea, almeno per poco, dai pesanti aliti che come serpenti si alzano con le personali passioni.

Cercate di notare, quando la canicola è passata, come si cominci a respirare nell’aria, un odore diffuso sottile e particolare.

Che non è più il sentore puro delle mattine estive o la dolcezza delle serate crepitanti di strudalazionesche attività e sature del profumo degli esausti fiori. No, agli odori dell’estate già si mescola un leggero tanfo di decomposizione e di foglie morte, che svanisce completamente a metà giornata, sotto i raggi ancora dardeggianti del sole.

In certi paesi europei l’autunno iniziava con la festa dell’apostolo Bartolomeo, poi abbiamo fatto quasi centro con Matteo…non è solo un caso che, per queste date appaiono i primi sintomi dell’autunno che annunciano che la sonnolenza estiva dell’atmosfera comincia ad allontanarsi dal nostro mondo.

Per quanto belle possano essere le giornate, in settembre e in ottobre, le mattine e le sere ci fanno sapere che l’estate è fuggita via.

Questo odore autunnale ha la sua origine in una profonda metamorfosi della vita terrestre.

Un po’ come in primavera, i batteri del suolo e gli altri microrganismi si mettono all’opera per trasformare la massa vegetale caduta lungo e alla fine dell’estate. Ma questa metamorfosi è altra da quella primaverile: al presente nulla si costruisce, tutto si prepara soltanto a subire il freddo e l’umidità dell’inverno.

Questo processo che incomincia con la caduta delle foglie, delle bacche e dei frutti, prosegue per tutto l’autunno, al fine d’essere trasmesso alle forze dell’inverno.

Si può parlare, nei confronti dell’estate, come di un “fuoco estivo”: certo, è un fuoco assai dolce che fa schiudere i fiori, ma nondimeno ha gli stessi effetti del nostro fuoco ordinario, di legno o carbone. Il fuoco lascia sempre un residuo incombustibile: la “cenere”.

Ma la cenere non è solo una materia, è anche un processo.

Nella combustione ordinaria si vedono elevarsi in alto, calore, luce e gas mentre la cenere piomba in basso Questa caduta verso il centro della terra è ciò che meglio caratterizza la cenere ed è un processo.

Il cadere ed il deporsi della cenere sono altresì il segno distintivo dei fenomeni autunnali. Noi sentiamo il tonfo delle mele che si staccano dall’albero, lo scricchiolio delle noci maturate sui rami, il fruscio delle foglie morte. Il profumo del “fuoco estivo” avvolge ancora mele, pere e prugne ma esse contengono semi duri o noccioli legnosi. Solo le noci, che intorno a sé più non hanno morbida sostanza, sono perfetti frutti d’autunno, ossia frutti bruciati, di cenere.

E’ possibile chiedersi allora in che cosa certe produzioni della precedente stagione, cereali, patate e altri ancora hanno qualcosa di cinerino?

Per rispondere a questa domanda noi dobbiamo farci aiutare dall’arte del chimico: da lui possiamo apprendere che la maturazione dei frutti e dei grani, così come l’ingiallirsi delle foglie e la loro caduta, implica un grande arricchimento di diverse parti della pianta con sostanze minerali.

Tra l’estate e l’autunno, quando tutto matura, i vegetali si mineralizzano, in particolare per quanto concerne frutti e semenze e questa mineralizzazione compenetra anche l’amido e l’albumina; essi si impregnano di calcio, magnesio, silice e fosforo.

Ma questi elementi non si presentano sotto forma del “principio Sale”, essi piuttosto sono connessi al potere alimentare e nutritivo. Così non è un semplice carbonato di calcio che finemente si spande nella nostra farina di frumento o un semplice fosfato di magnesio che si deposita nell’albumina dei grani. Questi sali minerali non sono più dei sali nel senso proprio del termine, ma dei costituenti vivi che si integrano intimamente all’amido e all’albumina.

Se essi non fossero attivi in grani e semi, alcune nuove piante, nella successiva primavere non potrebbero nemmeno crescere.

A queste sostanze minerali si aggiungono il ferro, il potassio, il sodio e altro ancora…ossia tutto quello che si trova nelle ceneri rilasciate di piante bruciate o dagli incendi boschivi.

Il processo del “divenire cenere” autunnale, nella terminale maturazione vegetale, non giunge sino ad una vera combustione e il “fuoco estivo” non giunge certo sino a conseguenze estreme!

Ciò poiché nei processi viventi della natura, nulla va a termine, nulla si perfeziona: tutto si intensifica solo fino ad un certo punto, così da poter essere trasmesso nell’ulteriore divenire.

Questo è rettamente un carattere del vivente: esso non porta a termine nulla, esso affida quello che ha maturato alle forze del cielo e della terra che lo faranno riapparire sotto una nuova forma. Mai una totale completezza né perfezione: ciò sarebbe sinonimo di morte assoluta.

Così noi siamo spesso ingannati dall’autunno, per la sparizione dello splendore estivo nella “cenere” delle foglie cadute.

Noi pensiamo: “Qui tutto finisce, muore”. Ma non è assolutamente vero!

Soltanto, l’uomo non vede più come i resti vegetali diventino l’alimento per il suolo materno.

Egli non vede più quel che succede ai semi in seno alla terra, quando umidità, freddo e neve hanno uniformato ogni cosa e tutto nascosto.

Il grande mistero dell’autunno è che non esiste alcuna regione della terra dove sia possibile affermare: “Qui regna un autunno perpetuo!”.

Infatti esistono luoghi dove regna una sorta di eterna primavera, una eterna estate, un inverno perpetuo. Ma non v’è posto in cui si possa dire che lì l’autunno sia eterno.

E ciò per quale motivo?

Perché l’autunno è la stagione delle metamorfosi.

Tutte le altre stagioni contengono metamorfosi allo stato virtuale, ma senza manifestarle.

Per contro, nelle zone temperate del mondo, là dove regna il ritmo delle stagioni, la metamorfosi si rivela attraverso i processi autunnali, cioè per mezzo della cenere rinnovatrice: in ciò, in tutto ciò, al momento giusto, sorge l’immagine della Fenice.

PS: scusate se – del tutto intenzionalmente – non accenno a Michele. Chi vuole mediti o legga quello che il Dottore ha scritto in merito. Il coro di “pensieri micaeliti”, “intelligenze dei cuori”, le esortazioni ad “afferrare con coraggio la spada di Michele”, insomma la litania annuale di pie esortazioni, paiono solo parole con l’abito di festa. Col sottofondo di devozione cattolica sconfinante nella superstizione che quasi sempre è la sua deriva.

Per chi volesse, più seriamente, avvicinarsi ad un ambito che lambisce qualcosa di reale nel merito di tale Essere, consiglio di pensare i pensieri che si snodano con la lettura della “Tradizione solare” di Massimo Scaligero. Pensare pensieri, signori miei: le genuflessioni sentimentali, figlie di una ottusa decadenza, valgono meno di niente.  

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO,

IL DITO E LA LUNA

dito luna

La Via, di cui testardamente cerchiamo di indicare i primissimi passi, è davvero una via. Un camminamento di montagna. Esiste forse una strada in cui, con un balzo, ci si possa portare dal suo misterioso punto di partenza all’altrettanto misterioso ed ignoto Tempio dello Spirito?

Certamente grandi maestri del passato caratterizzano la realizzazione spirituale con pochissime, sostanziali parole. Faccio un esempio con il sesto Patriarca cinese Huei-Nêng, detto anche l’illetterato. All’anziano istruttore Shen Hsin che diceva: “Questo corpo è l’albero bodhi, questo cuore è come uno specchio brillante. Senza posa noi lo spolveriamo e lo asciughiamo per non lasciare che vi si arresti la polvere”, Huei-Nêng risponde: “Non vi è albero dell’Illuminazione (bodhi), né cornice brillante. Poiché tutto è vuoto, dove potrebbe posarsi la polvere?”

Ecco un esempio di via diretta di conoscenza della “natura propria”.

Tuttavia occorre forse ricordare che con tali parole il Patriarca si rivolgeva di fatto a pochi, qualificati discepoli che per karma e per una profonda vita meditativa potevano essere in grado di cogliere, nel maturato vivente dell’anima, la travolgente essenza della via e forsanche per uno su mille si compiva, con un balzo, l’istantanea illuminazione.

Quella, si badi bene, liberata da ogni supporto, dai lacci del mondo e dai lacci di se stessi.

Mi si può facilmente obbiettare che ho portato un esempio lontano, esotico…ma credo che una obbiezione di tal fatta regga poco. Questo perché? Perché, in genere, si è lontani dalla spiritualità vera, dalla influenza spirituale di cui le parole sono solo il veicolo (o anche meno) e aggiungo che se l’Occidente è confuso, pure l’Oriente lo segue da vicino dove sono molti coloro che, imbastarditi dalla massa di preconcetti balordi offerti capillarmente dalla cultura occidentale, non riescono più ad avvicinarsi alla Saggezza iniziatica delle proprie tradizioni.

Una approfondita riflessione sul tema del percorso interiore è utile a chiunque, sia per le anime d’Occidente che per quelle d’Oriente.

Così, l’uomo che sente come necessaria una direzione interiore, potrà trovare molte occasioni: ad esempio sarà portato a intuire come una autentica via iniziatica sia qualcosa che non può essere rinchiuso negli schemi di nessuna teorizzazione ma che invece può condurre verso il superamento di ogni preconcetto e di ogni particolare ideologia, fede o sistema dottrinario. Sete di assoluto.

Rimane il fatto per il quale ci dovrebbe essere alla base un intimo quid, un nucleo di memoria, annebbiato ma ferocemente persistente, assai interno alla propria anima: se poi una lama di luce entra dalle imposte spalancate dal vento del destino e tutto si fa chiaro, non va dimenticato che – prima – il fondamento sta negli occhi sani, dotati della potenza del vedere. Occhi accecati non distinguono il buio dal raggio di luce. Per una triste patologia dell’anima, ciò che è ovvio, elementare nell’analogia, può non esserlo nella vita dell’uomo e non lo è affatto nei conati spiritualistici.

Lasciando i salti rarissimi che possono prodursi quando il discepolo è pronto, “il viaggio di mille li principia da sotto il piede”: così si esprime Lao Tzu con il suo Tao che non è suo ma eterno e insondabile e che dunque va oltre la ridotta quantità di secondi contenuta in ogni minuto, il magro numero di ore e la scarsa elemosina dei giorni e dei secoli.

Già! Come fa l’accorto contadino col maiale, lo stesso vale per la Tradizione originaria. Non si butta via niente. Ma il problema che sorge subito è sia quantitativo che qualitativo: i contadini ci sono ancora mentre gli esoteristi sono fauna di scarsa sostanza in estinzione e manco protetta.

Tale è uno stato di fatto e sui fatti – come il coppo che ti cade in testa – c’è poco da discutere. Anzi possiamo discuterne per tutta la vita o in quello che di essa ci resta e non è di scarsa importanza capire come sia potuto succedere quello che è successo o non è successo.

Forse così arriviamo a comprendere come il deflusso di quel poco che ancora c’era ci abbia scalciato fino alla libertà assoluta…ma solo virtuale e ancora per niente virtuosa. Ora possiamo fare marameo a tutto perché abbiamo perso tutto e la Via si è così ristretta che la “cruna dell’ago” pare un traforo a quattro corsie.

Davanti alla Via c’è uno iato, sottile ma profondo, che la separa dalle falsificazioni, dagli apparentamenti deformanti e piuttosto osceni o ridicoli, dai discorsi vuoti e dai sensazionalismi di cartapesta. In pratica da tutto quello che c’è in giro.

C’è molta ironia nel accusare il dito che indica, quando si vuole far credere che la luna sia, per così dire, a portata di mano. Pare a molti che le indicazioni siano tempo perso, dunque che l’osservazione di Lao Tzu, citata prima, sia cosa ovvia, di desolata banalità. Fa parte della straordinaria libertà – che ora l’uomo moderno possiede senza sapere di possedere – la capacità di pensare tutto…ma senza il potere di fare qualcosa di reale, con quel pensiero straripante di sbracata impotenza.

Non è vero che nessuno avverta l’inanità del pensiero ordinario, anzi ci soffre su e per evitare questa sofferenza, svicola. Così scende in ciò che promette sostanza di vita: si immerge nel sentimento, nella volontà istintiva o negli istinti tout court: dove trova il calore che manca nel mondo gelido del pensiero. Così, a parlar chiaro, il 99% dei presunti esoteristi si muove con la pancia e le auliche parole appartengono all’ipocrisia della psiche serva della pancia.

Questo affinché non ci sia una modificazione della coscienza, così il resto (tutto il resto) è solo cenere che si posa o si alza smossa dagli oscuri venti della sotto-natura.

Talvolta, durante le sue conferenze, Scaligero ricordava quanto era facile la lettura di testi esoterici. Credo che l’esplicito ammonimento nelle sue parole fosse persino troppo bonario poiché sono ben pochi gli studiosi tra i pochi lettori e tra i pochi sono tanti che non ce la fanno a capire quello che stanno leggendo. Capire non è cosa da poco. Mi ricordo una storia che molti conosceranno. E’ più o meno questa e scusatemi le inesattezze: Il Dottore indica a una discepola alcune discipline. Questa signora segue per un certo tempo le istruzioni ricevute ma i risultati sperati non arrivano. Succede poi che abbia, dopo mesi o anni, occasione di parlare nuovamente col Maestro e di lamentarsi con lui per la mancanza di esperienze spirituali. Ascoltata, il Dottore le fa una domanda: “Come sta andando lo studio della Scienza Occulta (il Testo)? La signora risponde: “Mi è diventato tutto molto più chiaro, lo comprendo assai meglio”. “Ecco” risponde il Dottore “questo è il risultato degli esercizi”.

Già, gli esercizi. Pure questi possono non venir capiti e allora vengono fatti in modo sbagliato. Ma ciò non è cosa troppo grave. Succede in ogni attività di cui non si sa ancora nulla, capita in qualsiasi noviziato. Invece è molto grave che si continui a sbagliare dopo dieci, venti o più anni di pratica. Perché in questo caso non si sbaglia ma si imbroglia. Perché, arrivati al minimo sforzo, si sceglie di non faticare, di evitare ogni sofferenza. Si sceglie l’anima facile, l’anima comune, persino l’anima colta…purché in essa non cambi una virgola. E vi assicuro che qualcuno lo fa con la consapevolezza di ciò che non fa.

Vi chiedo: non giudichereste impazzito un artigiano che dopo aver accolto un giovane a bottega lo continuasse a tenere presso sé quando risultasse evidente che il giovane in prova non avesse alcuna voglia di imparare, di lavorare o almeno di tentare di fare, maldestramente, qualcosa?

Pari pari succede tra il mondo spirituale e l’anima umana ed i Maestri invisibili non sono matti. Così il discepolo che erra può venir perdonato ma se continua ad errare viene tolto dalla Via. Questa è una realtà di cui non si parla mai e invece spiega come muoiano le comunità spirituali. L’albero, tolta la linfa, si fa legno. Spiega le incredibili regressioni dei gruppi e dei singoli che, in breve tempo, vanno a rimpinguare  le coorti delle tenebre.

In realtà l’uomo possiede una chance che dubito sia tema da blog:

una Potenza universale gli si è affratellata (chiamatela col nome che volete): un atto e un fatto così immenso che – almeno per il mio modo di sentire – pensiero e chiacchiera sono inadeguate e dissacranti. Di ciò l’uomo, nella sua cultura, sa qualcosa e appena subodora, schizza via, cerca in ogni manifesto di periferia Chi lì non c’è: cerca un fantasma.

Naturale! Si bramano maestri e maestrine ma l’Io non lo vuole nessuno. E nessuno – tra i bravi ragazzi – vorrebbe il disprezzatissimo “ego”, così viene a mancare pure quel “da sotto il piede” di Lao Tzu. Scaligero ha indicato lo scandaloso mistero in sette parole: “L’essenza dell’ego è il Logos”(Luce, pag. 119). Mai riflettuto su questo? No? Peccato.

Eppure chi non dorme o sogna 24 su 24, comincia da sé, da quel sé inevitabile e poi scopre faticosamente che dentro quel sé vi sono luoghi e forze che non hanno limite: vastità all’interno del punto più piccolo, l’unico atomo di Democrito che abbia un senso. Potreste farmi notare che il Dottore ha scritto abbastanza e ha raccontato molto. Allora, a mia volta, dovrei farvi notare che ogni suo testo è un percorso che va dalla parola all’esperienza interiore, alla modificazioni della coscienza e, se del percorso vi sono rimaste solo parole, non avete percorso nulla.

La modificazione della coscienza è il primo vero passo compiuto sulla Via ma essa comporta sfittimenti e capovolgimenti che sono frutto di estreme maturazioni. Il Dottore scrive di: “…un’esperienza viva, accompagnata da interiori sconvolgimenti, tensioni e soluzioni.” (La mia vita, pag 334).

Pur tuttavia “è un fatto che oggi molti respingono con la massima energia quello di cui hanno più bisogno.” (Teosofia, pag. 14).

Sembra proprio che la luna, indicata con criminale faciloneria da chi vive da orbo, non sia proprio a portata di mano: credere che lo sia dopo i primi tre anni di vita è un errore che, prima o poi, si paga. Le potenze dell’anima sono come un fiume: esso scorre verso la foce dove ristagna o imbastardisce in salsedine. Le discipline sono momenti in cui si fanno risalire a monte le acque vive e forti del fiume. Tutto qua: senza dita che indichino la luna, senza lune a due passi dalle dita: le rappresentazioni personali perdono totalmente ogni importanza e così crolla il mondo, il soggetto che fa parte di esso e pure l’antroposofia che si era scambiata per antropo-sofia. Sofia che non si trova mai quando la si scambi con una immagine da riverire o come oggetto sacro da appendere sopra un altarino: maleducazione non bella e non buona.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SOTTILISSIMO E SUPREMO

FINE AGO  6SETT 2015 FK 007

NELL’ATTIMO DEL MALE AVVAMPANO DI GELO.
SODDISFAZIONE UMANA NELL’ESSERE DI CALCE.
SODDISFAZIONE RAZIONALE IN CUI SI E’ SENZA DIO.

ATTI DI SUPERBIA IN CUI L’UMANO E’ SAZIO
E DECIDE DI GIUDICARSI SAGGIO.
DECIDE DI ATTRIBUIRSI PIENA MATURITA’ MORALE.
 
INCONSAPEVOLI ATTI DI SUPERBIA IN CUI I MOLTI SI INEBRIANO IN ARIMANE.

ATTINGONO AUTORITA’ DAI REGNI DELLA PIETRA
E SE NE ATTRIBUISCONO LA “GLORIA”.

FINALMENTE PLAUSIBILI E CREDIBILI DINANZI AL POTERE MINERALE DELLA RAZIONALITA’ PIETRIFICATA.
GLI INGORDI DEL CIBO DI MISERIA.

CONTINUE ESPLOSIONI INAVVERTITE
ATTINGONO SUPERBIA MINERALE
E LA USANO PER SOSTENERE IL VUOTO CHE LI ASSALE.

VUOTO MORALE STRACOLMO DI FINE ELUCUBRARE CONCETTI PRIVI DI INTUIZIONE.

I SORDI TRAMESTII CALCAREI DI CHI SI FECE ESTRANEO AI CIELI.

MA LA SORDITA’ DI PIETRA NON PUO’ ESSERE NEUTRALE.
L’ASSENZA DEL BENE NON GENERA ALCUNA STASI.

ESPLOSIONI DI SAGGEZZA MINERALE POSSONO E VOGLIONO L’INFINITO LACERARE.
LA MALATTIA. L’INVERSO. IL NULLA.

TENDONO ALLA FOLLIA IN QUANTO E’ L’OPPOSTO DELLA LOGICA VERA IN CUI IL LOGOS RESPIRA.

ED IN TALE SAGGEZZA INVERSA IN CUI LA RAZIONALITA’ PONTIFICA PER GIUNGERE INFINE ALLA FOLLIA :
L’ATTO DEL PENSIERO CHE CONTEMPLA L’ESSENZA DEL RICORDO  :

SCOCCA QUALE INNALZAMENTO AI CIELI.

E’ LUCE ED E’ LAVACRO.

FARMACO CHE CURA LA FOLLIA.
E LA CONSUMA.

MENTRE LA PRESENZA DELLA SOLA E DELLA VERA INTELLIGENZA
–VOLUTA NELL’ATTO ESTREMO DELL’ASCESI –
IMPONE LA DISTANZA DAGLI ABISSI ED  IL LORO DISVELARSI INDEGNI.

L’OTTUSITA’ BARCOLLA ASSIEME AD OGNI SUO FALSO CREDO.
 
MENTRE LA VITA INTERNA ALLA VERA INTELLIGENZA COLLEGA ALLE ARMONIE MORALI.

E FOLGORA.

ESSENZA SOLARE CHE
QUALE PILASTRO DELL’UNICA REALTA’
ERIGE E SOSTIENE GLI UNIVERSI.

LA SOLA INTELLIGENZA.
L’UNICA ARMONIA.

ESSENZA UNITIVA DELL’ACUME.

L’UNICO UNIRE PERCORRE IL POTERE DEL RICORDO
ESSENZA GERMINALE DEL CREARE.
ATTO IN CUI L’IO OTTIENE DI ALLEARSI AL VALORE LOGOS DELL ‘UNICO INTELLIGERE.
L’UNICO UNIRE E L’ULTIMO INNALZARE COLLEGANO AL SOLARE.
 
ERIGONO IL SANARE.
 
NELL’ALTA IDEA CHE CONTEMPLA IL PROPRIO CONCEPIRE.
 
LUCE ESTREMA DEL SOLE D’OCCIDENTE.

L’UNICO.
L’ESTREMO.
IL SOLO REDIMENTE

E FOLGORA FRA I SEMI DELL’AURORA
SOTTILISSIMO E SUPREMO
IL VOLTO DELL’IO CHE PUO’ OTTENERE GLI INFINITI LIVELLI DEL REDIMERE.

ESSENZA DEL RISORGERE.

.

HELIOS FK AZIONE SOLARE

5LUGL 2015 FK 055

 HELIOS-FUOCO-SOLARE-FK-18-OTT-2012-FK-0041

________________________________________________

http://fuocoimmateriale.blogspot.com/

http://folgoperis.blogspot.com/

http://lampisilenti.blogspot.it/

http://i-semi-delle-folgori.over-blog.it/

http://folgoperis.blogspot.it/2014/07/ascesi-del-pensiero.html

ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

MANCO FOSSI RASTIGNAC!

 mani tre

Che l’organismo societario dell’antroposofia fosse da molto tempo gravemente ammalato, eravamo in molti a saperlo e poiché non giovanissimi, da tantissimi lustri. Ebbi la discutibile fortuna di veder sparire figure che furono discepoli diretti del Dottore: gente che comprendeva benissimo cosa fosse il metodo d’osservazione goethiano e come l’antroposofia fosse, in un certo senso, il suo fiorire oltre ogni limite.

Alcune di queste figure, data la venerabile età, erano davvero pervase e sostenute dallo Spirito ed era impressionante osservare la luce/fiamma che, oltre gli umani giorni, dava loro un senso di giovinezza perenne che i numerosi sodali più giovani, diciamo sessantenni, non possedevano. Conoscenza ed entusiasmo fluivano da essi come da una sorgente feconda.

Come ho detto, discepoli del Dottore, avevano conosciuto Dunlop, Meebold, Unger, Stein, Emmichoven, il giovane Pavisi, Bauer, Rittelmeyer, ecc. Cioè persone che avevano sviluppato gradi o alti gradi di “veggenza”.

Non parlerò di Colazza e Scaligero, essendo questi ultimi volutamente impercepiti dalla faziosa cecità animica invalsa tra la maggior parte dei membri della Società nel nostro Paese. Ed il fatto conclamato che Colazza fosse un importante discepolo di Steiner, non sposta di un millimetro la muraglia di contenimento formatasi intorno all’ammalato per non far entrare il medico: quasi nessuno, tra i soci, si è posto su ciò uno spazio di riflessione minimamente intelligenteautonomo e spregiudicato!

Nei decenni successivi, quelle che possiamo chiamare seconda e terza generazione, portarono avanti la forma acquisita mantenendo un certo equilibrio tra conoscenza acquisita e rispetto e devozione, però sempre più vuote di sostanza interiore: questo con la pessima influenza che provenne dallo stesso Edificio di Dornach per lungo tempo.

Così iniziò la diaspora degli spiriti (umani) più liberi o semplicemente indipendenti dagli spiriti (arimanici) del tempo, sotto le cui grinfie l’Organizzazione era caduta come le altre associazioni mondane. Aggiungo a ciò il fatto che il mio primo mentore era pure lui “veggente”. Come lo era stato il suo maestro, amico di Marie Steiner. Venni a conoscere la cosa solo dopo anni di lavoro con lui. Dai non pochi occultisti della mia città era l’unico antroposofo che fosse rispettato: mai stato tesserato.

Ora la stanza dell’ammalato (che a mio parere è spirato da tempo) si è trasformata in un sūq arabo o bāzār persiano dove ognuno tratta le sue più fantasiose merci e patacche.

Cose che l’incauto turista porta in occidente dove può apparire splendida ogni cianfrusaglia che odori di esotico.

Nel senso di queste righe è apparso sul web un interessante articoletto, tratto dalla Rivista Antroposofia, intitolato “Perché non siamo chiaroveggenti”. Se questa fosse una domanda (e non un titolo), la risposta potrebbe essere: ilare, tagliente e breve.

D’altro canto, perdere tempo a confutare ogni singola riga dello scritto è un lavoro noioso e quasi inutile; piaceva molto al gospodin Prokof’ev, a me no.

Poi se uno scritto parte da una rappresentazione impiccata per il collo qual’è “La critica più ricorrente che viene fatta all’Antroposofia è che nessuno degli antroposofi è mai diventato chiaroveggente.”, che rispondere a tale cretinata?

Ma questo chi l’ha mai detto a ‘sto benedetto uomo? Forse ha letto di Evola “Maschera e volto…” ma già in tale caso ha letto male oppure ha trasferito ciò che avrebbe desiderato che fosse scritto e forse dà per scontato che chi percorre la Via interiore venga a comunicarglielo. A lui o al mondo. Ciò è proprio quello che non succede e il Dottore ne parla con accento drammatico nelle prime pagine di “Iniziazione”.

Per tutti gli dei inferi! Vi esibite da antroposofi e non avete letto con un briciolo d’attenzione i pochi libri canonici…bene, passiamo ad altro.

Oggi è diffuso l’equivoco che la chiaroveggenza parta dal pensiero o da qualcosa di affine”. Mi pare un’opinione giustificata poiché i pensieri del Nostro, che buttano nel pozzo non soltanto l’Opera del (anche) suo Maestro, sembrano da lui pensati – a mio parere senza equivoci – per negare la sua propria esistenza come essere umano poiché senza l’inutile pensiero egli sarebbe il primo caso di anello di congiunzione tra il mondo minerale e quello vegetale. Evidentemente indeciso tra la demenza e la supercoscienza, egli ritiene del tutto inutile l’organo con cui è capace di consapevolezza di sé e del mondo, antroposofia compresa, anzi, nel suo caso incompresa.

La parte finale della frase riportata, la quale riassume gli inutili strafalcioni successivi, è quasi sfiziosa poiché ho potuto apprendere (diceva Manzi: “non è mai troppo tardi”) che esistono “cose” affini al pensiero. Ma il riserbo su ciò è stretto. Mi chiedo se non sia affinità con il grana padano o gli acufeni…oppure con l’umor vitreo, poiché siamo sul plurale e gli occhi sono – Polifemo a parte – due.

Ma ora sono io che scrivo a vuoto ed è inutile pensarci su poiché il nostro eroe, più in là decide che “Il pensiero ha perso definitivamente la sua forza conoscitiva”. Allora, mi chiedo, quale potrà essere l’organo e l’attività con cui il Nostro vive nel mondo, lavora, comprende? Io una risposta c’è l’ho sulla punta della lingua ma suppongo che Eco non accetti il turpiloquio, anche quando sia santificato dalla trasparenza del vero.

Bisogna dargli atto che su ciò egli non ha reticenze: tutte queste cose lui le fa con le mani (qui i quadrumani ne escono favoriti: vedasi, di Pierre Boulle, La planète des singes.) e perché non si sospetti una mia manipolazione, riporto un periodo più articolato: “Ora la via della conoscenza parte dalle mani: non possiamo più parlare di chiaroveggenza del pensare, ma di chiaroveggenza del volere. Sotto questo aspetto la visione antroposofica del mondo è fluita in centinaia di opere in tutto il mondo, nelle scuole, negli ospedali, nei centri artistici”. Per affermare questa sgangheratezza logica, dagli antichi babilonesi egli passa alle epoche stellari sino ai Pesci, in cui: “…l’energia (sic) conoscitiva è fluita dalla testa alle mani”.

Devo continuare? Mette in un pentolone “Steiner ai giovani”, volontà, cuore e calore e termina come fan tutti, poiché il conformismo è di assai facile apprendimento: “E’ dunque dall’elemento del cuore, del calore della volontà, che dobbiamo riconquistare la forza della conoscenza. Ciò che di spirituale agisce e tesse nel mondo, rimarrà sempre invisibile ai nostri sensi fisici se noi non saremo capaci di riconquistare questo rapporto con il calore”.

Già! Senza alcun dubbio qui avrebbe ragione da vendere se scrivesse che lo spirituale (pensato sempre fuori di sé, nel mondo) rimarrà sempre invisibile ai sensi fisici. Sarebbe lapalissiano ma almeno non demenziale.

Sono più di cinquant’anni che sento o leggo simili farneticazioni, la pazienza è affar mio ma il messaggio che questi generi di pattume lanciano, affossa sempre le coscienze deboli e incerte, le allontana dalla minima presa di contatto con le basi ed il fondamento dell’antroposofia. Non ditemi che tra questa e le altre innumerevoli fregnacce non ci sia un oscuro filo ad unirle: portano sempre verso un messaggio univoco!

E’ tristissimo che simili righe provengano dalla Rivista riconosciuta (a torto) come autorevole manifestazione della conoscenza antroposofica come in effetti lo fu nel II dopoguerra.

Continuo ad essere un tontolone poiché resto ancora colpito dal fatto che il distinto discepolo, trovandosi a distanza di gomito da tali lordure, mentre pone altari alle nobili parole di uno scrittore per ragazzi, rimanga coerentemente più fedele alla sua politica d’immagine che alla luce del vero, così da non saper o non voler raddrizzare – magari qualche volta – il timone dalle derive dei più vistosi sbandamenti. Già, di notte tra gatti e ratti che differenza c’è?

In effetti, l’autore dell’articolo in questione (ed il suo fiducioso accolito), come succede sempre, è stato timido, un po’ chierico: non ha portato la sua analisi alla radice del conoscere. Fermandosi alle mani non è riuscito a raggiungere il piano pelvico su cui poggiano le parti anatomiche maggiormente sature di energie… conoscitive e ricreative.

SCIENZA DELLO SPIRITO

GIUSEPPE GARIBALDI ( parte terza )

giuseppe_garibaldi_1866

TERZA PARTE

La figura di Garibaldi si inserisce legittimamente in ciò che Steiner intendeva dire.

Il punto di partenza era la domanda:  dove sono oggi gli antichi iniziati?

“Ho spesso accennato che anticamente esistevano degli iniziati, persone molto sagge che avevano raggiunto un alto gradino di evoluzione; a questo riguardo mi fu osservato: Se gli uomini tornano sempre a rinascere, dove sono attualmente quegli antichi iniziati? Non ve ne sono fra gli uomini del nostro tempo, fra quelli attualmente incarnati? Fra quelli ai quali sta bene dover sperimentare la loro incarnazione nel nostro tempo?” (25)

Steiner disse che inizialmente non provava alcuna simpatia per la vita di Garibaldi.

“Egli mi diventò più simpatico solo nel corso delle ricerche karmiche sul suo conto, perché alcuni aspetti, prima che ne riconoscessi i nessi karmici, mi sembrarono innaturali, ampollosi, ma in realtà egli non fu tale”.(26)

Steiner parla di Garibaldi in sei conferenze del ciclo: a Dornach, a Stoccarda e a Praga dal 22 marzo al 9 aprile del ‘24 e a Bratislava l’11 giugno. Nel corso di queste conferenze prende le mosse da diversi avvenimenti della vita di Garibaldi perché in essi nei quali ravvisa maggiormente l’influenza di un tessere del mondo spirituale che avviene  dietro la sua figura. (27)

La scelta degli avvenimenti di vita nell’indagine del karma non è dunque arbitraria;  proprio  da  singoli  aspetti ed accadimenti al veggente si presentano le intuizioni sulle precedenti vite del soggetto.

Vediamo quindi quali avvenimenti colpirono Steiner:

1. La nascita di Garibaldi nel 1807. Il fatto che esplicò la sua azione oltre     la metà del secolo diciannovesimo.(28)

2. In una ristretta zona geografica (Regno di Sardegna) ed in pochi anni    nascono: Garibaldi a Nizza nel 1807, Camillo Benso di Cavour nel    1810 a Torino, Vittorio Emanuele II a Torino nel 1820 e Giuseppe    Mazzini a Genova nel 1805.

3. Domenico  Garibaldi: “uomo  povero,  che  prestava  servizio  sui bastimenti”. (29)

4. Garibaldi aveva scarsa inclinazione allo studio, preferiva trascorrere il suo tempo in spiaggia o nei boschi, molte volte immerso nella lettura di qualche libro che gli piaceva.

5. Prima visita con il padre alla città di Roma: visione di Roma capitale.

6. Viaggi nell’Adriatico e sue avventure con i pirati.

7. Condanna a morte in contumacia. Garibaldi lesse la notizia su un giornale di Marsiglia. Fu la prima volta che vide pubblicato il suo nome.

8. Incontro con Anita. Egli la vide dalla sua nave attraverso il cannocchiale. Sbarcato ne conosce il padre.

9. Anita, credendolo morto, lo va a cercare sul campo di battaglia.

10. Per evitare la morte per assideramento del figlio, Anita se lo lega al petto.

11. Gelosia di Anita. Garibaldi si taglia i capelli a zero per lei.

12. Il 24 gennaio 1860 Garibaldi sposa Giuseppina  Raimondi. Il matrimonio dura un giorno.

13. Garibaldi, fervente repubblicano, si adoperò, tuttavia, per unificare l’Italia sotto il monarca sabaudo Vittorio Emanuele II.

14. Il 7 novembre 1860 Vittorio Emanuele entra in Napoli accompagnato da Garibaldi. In realtà fu un tentativo di Cavour per sfruttare la popolarità di Garibaldi, allora dittatore della città, a favore del re.

15. Pessimi rapporti di Garibaldi con i generali piemontesi, soprattutto con Fanti e Farini ed in seguito anche con Cialdini.

16. Garibaldi partecipa alla guerra franco-prussiana. E l’unico a conquistare un vessillo tedesco che poi restituirà per testimoniare il valore dei nemici, suscitando le ire dei francesi.

Dall’indagine di Steiner risulta che la vita precedente di Garibaldi fu in Alsazia. Garibaldi fu iniziato ai misteri in Irlanda: “Egli aveva accolto quanto descrissi come sapienza dei misteri d’Ibernia, l’aveva accolto in altissimo grado. Prima aveva dimorato in Irlanda, dove era la sede principale di quei misteri e più tardi aveva guidato la colonia venuta a stabilirsi sul continente” (30). Visse nel IX secolo d. C. e quella fu quasi certamente la sua ultima incarnazione.

Nei misteri irlandesi l’iniziato che aveva raggiunto un certo gradino dell’iniziazione sottostava a un ben determinato obbligo. L’obbligo di continuare per tutte le vite successive a contribuire ai progresso dei suoi discepoli, a non abbandonarli” (31).

Suoi discepoli nella vita precedente furono proprio Mazzini, Cavour e Vittorio Emanuele.

“Fu anzitutto l’individualità di Vittorio Emanuele che Garibaldi dovette sentire legata a lui” (32).

Essi vennero in Alsazia per farsi suoi discepoli dai loro diversi luoghi di origine: “uno dal nord, l’altro dal lontano oriente, il terzo dal lontano occidente” (33).

Garibaldi non manifestò la precedente iniziazione in quanto, inserito nelle condizioni del secolo diciannovesimo, non gli fu possibile (34).

Egli quindi non poté vivere la sua spiritualità in maniera pienamente cosciente perché: “L’uomo è costretto ad usare il corpo che gli dà quella certa epoca. I corpi dei tempi antichi erano più duttili, più plastici per lo spirito…”

Per cercare di ampliare l’analisi circa la vita di Garibaldi è importante, dunque, considerare cosa avvenne nelle sedi dei misteri d’Ibernia e come si dipanò la corrente ad essi legata nel corso dei secoli.

I Misteri d’Ibernia

L’Ibernia, l’antica Irlanda, era la sede di iniziati legati direttamente all’oracolo solare dell’antica Atlantide. Era l’oracolo maggiore e più importante nel periodo atlantico e perciò più che in altre correnti poté venire conservata l’antica saggezza in una forma più pura (35).

Alcuni elementi caratteristici erano propri di quell’antico centro misterico, prima dell’avvento del cristianesimo. Gli organi chiaroveggenti dei grandi iniziati erano sempre, per così dire, rivolti al Sole e dagli esseri spirituali che vi dimoravano traevano la loro saggezza. Guardavano il mondo e l’universo intero da una prospettiva solare. Possedevano cioè una visione eliocentrica spirituale.

L’universo visto attraverso il sole si esplica nella saggezza della visione zodiacale del mondo. Il  rapporto quindi dell’uno con il dodici rappresentava il centro di quella conoscenza iniziatica. Questa visione propria dell’estremo occidente è strettamente connessa con quella presente nel Medio Oriente, propria della civiltà persiana.

Zarathustra insegnò la via verso Ahura Mazdao, la grande “Aura Solare” e tutta la civiltà caldaico – babilonese era regolata dalla visione zodiacale del mondo. Il fatto di trarre la visione spirituale dalla medesima fonte e che questa fonte fu il Cristo stesso, legò queste correnti tra loro e quando le popolazioni indoeuropee si spostarono ad ovest si integrarono facilmente dando origine alla cultura celtica.

Gli antichi iniziati d’Ibernia potevano scorgere il mondo spirituale, di cui il sole era portatore, quando l’azione fisica di questo veniva trattenuta dalla materia. I Druidi utilizzavano cioè l’ombra dei dolmen per scorgere l’irradiazione spirituale del sole.

In questa “tecnica” iniziatica risiedeva un mistero più alto. Gli iniziati irlandesi si confrontavano con la materia, con l’oscurità e proprio da questo confronto potevano accedere alla luce spirituale del Cristo. Era la via di Michele, in perenne lotta con il drago, e l’Arcangelo solare era per l’appunto lo spirito di popolo in Ibernia.

Un terzo elemento era che, sebbene la via di iniziazione si rivolgesse alternativamente ad elementi del macrocosmo e del microcosmo, in realtà era molto più proiettata verso il mondo esterno. Seguendo l’avvicinamento del Cristo alla sfera terreste, fu possibile attingere sostanza spirituale dalle forze eteriche stesse della terra, e pertanto, da un certo punto in poi, il mondo elementare divenne la fonte primaria di investigazione per gli iniziati.

Questi tre elementi :

1) Visione del Cristo – Sole,

2) Incontro con le Potenze dell’Ostacolo,

3) Accesso alla soglia attraverso il  mondo  elementare,

erano gli aspetti caratteristici dei “grandi” e più nascosti Misteri d’Ibernia. Il discepolo veniva condotto di fronte a due statue: una era di aspetto maschile, di sostanza elastica con il sole sopra il capo, l’altra di aspetto femminile di sostanza plastica e molle, legata ad una immagine lunare.

Al cospetto delle due statue, dopo una lunga e severa preparazione, il discepolo aveva diverse esperienze immaginative. Accanto alla figura maschile veniva posta la parola “SCIENZA”. L’incontro con questa statua suscitava nel discepolo un irrigidimento animico fino ad una paralisi corporea, si sentiva al di fuori del corpo ed accolto nei suoi organi di senso. L’unità del suo io si perdeva e appariva moltiplicato per dodici. Aveva l’esperienza di paesaggi invernali fino a che non era preso nel turbine di una tempesta di neve ed acquisiva la coscienza della sua vita pre-terrena e dell’evoluzione passata della Terra.

La statua femminile, accanto alla quale era posta la parola “ARTE”, suscitava in lui uno stato febbrile, di intenso calore. Grazie ad una profonda esperienza volitiva si sentiva saldamente concentrato,  raccolto  come in un’unità nel proprio cuore. Aveva l’esperienza di onirici paesaggi estivi da cui sorgevano le possibilità future della terra e la visione della vita dopo la morte.

Posta tra questi due opposti sorgeva in mezzo la figura del Cristo. Iniziatori ammonivano il discepolo con queste parole:

“Accogli nel tuo cuore

la parola e la forza di questo essere.

 E ricevi da lui

 ciò che ti volevano dare le due figure:

Scienza ed Arte”.

Al discepolo diveniva così chiaro che solo l’impulso del Cristo avrebbe consentito l’ulteriore evoluzione dell’uomo. La concezione tripartita del mondo metteva in evidenza il centro quale elemento risanatore in equilibrio dinamico tra polarità unilaterali. Tale concezione divenne norma regolatrice di tutta la vita di queste popolazioni.

La società stessa era strutturata secondo questo principio; accanto alla casta dei guerrieri con i re e a quella dei giudici sacerdoti, i druidi, esistevano i bardi, portatori dell’elemento ritmico, animico, cantori e medici. Se la casta guerriera trovava il compimento del proprio essere nella “lotta eroica” e  curava le attività venatorie come espressione simbolica della propria attività bellica i druidi,  invece,  guidavano l’agricoltura e l’allevamento del bestiame.

La convivenza sociale era altresì retta dai bardi, cantori al contempo della spiritualità elementale di boschi ed acque e delle gesta degli eroi.

Il confronto con le unilateralità che si cercava di investigare e al contempo tenere in equilibrio, fece sì che gli antichi Misteri d’Ibernia assumessero un particolare rapporto con il problema del male. Abituati ad occuparsi dei problemi connessi con il superamento della Soglia, divennero essi stessi, per la loro posizione geografica, guardiani di una Soglia importante per l’umanità europea.

Per millenni conservarono il segreto dell’esistenza dell’America in quanto il  continente in cui maggiormente le forze tellurico-magnetiche di Arimane possono esprimersi sarebbe stato distruttivo per la giovane civiltà europea che si andava formando.

La venuta del Cristo quindi era ampiamente prevista e il Mistero del Golgotha venne percepito nell’aura spirituale della Terra quale involucro rappresentato dal Suo spirito vitale (36).

Con l’avvento del Cristo le antiche tradizioni celtico-irlandesi mutano nella forma. A sud della Gran Bretagna inizia a prendere piede la figura di Artù e dei suoi cavalieri della Tavola Rotonda. Nel mito e nella figura di Artù rivivono quegli elementi archetipici del mondo irlandese. Artù e i suoi cavalieri sono gli annunciatori e i portatori dell’impulso Cristo nella sfera eterica e si confrontano con il problema del male: “Poi inviavano i loro messi in tutta l’Europa per combattere quanto era selvaggio nei corpi astrali delle popolazioni, per purificarle e civilizzarle, poiché questo era il loro compito” (37).

Coglievano lo spirituale nel gioco degli elementi: “Diventare paganamente religiosi  significa essere dediti agli dèi  della natura che dappertutto giocano, si rafforzano, operano e intessono nell’essere, nel tramare della natura” (38); e dopo l’avvento del Cristo iniziarono a leggere nel suo spirito vitale e ad accogliere il significato del mistero del Golgotha attraverso di esso.

Quale che sia il dibattito circa l’esistenza di un Artù storico e del ruolo che ebbe in questa corrente il  castello Tyntagel, diverse esperienze caratterizzate da questi elementi distintivi vi furono realmente in seno al mondo celtico-irlandese. Sebbene il ciclo arturiano si riferisca chiaramente alla trasformazione che la venuta del Cristo impresse alla casta dei guerrieri-re, in realtà tale cambiamento avviene molto lentamente e fino al periodo carolingio, ed ancor più con l’avvento della cavalleria monastica, non si può parlare di cavalleria cristianizzata.

Fu invece il monachesimo irlandese che inizialmente assunse in sé questi aspetti e pertanto maestri e santi di questa corrente furono i primi reali Artù che guidarono i successivi passi della nobiltà celtica e franca (la figura di Giovanni Scoto Eriugena è in questo senso emblematica).

 

Il monachesimo irlandese

 

La più antica attività missionaria irlandese di cui abbiamo testimonianze riguarda la fondazione, in Britannia, dei monastero di Jona nel 563 d.C. da parte di San Columba (Colum Cille). Da Jona il messaggio cristiano venne recato da missionari irlandesi nel nord dell’Inghilterra e, a partire dalla loro nuova base fondata nel 635 d.C. a Lindisfarne (Holy Island), i missionari crearono, nella metà settentrionale dell’Inghilterra, un sistema di organizzazione ecclesiastica assai simile al loro.

Dall’Inghilterra settentrionale i missionari si spostarono progressivamente a sud fino a varcare la Manica ed a porre la loro attività sul continente europeo, benché le prime missioni iniziarono già immediatamente dopo la morte di San Columba, quando nel 597 d.C. da Bangor il monaco Colombano partì con dodici compagni alla volta della Borgogna. Qui fondò tre monasteri (Luxenil, Fontaine e Annagray) che divennero importanti centri di influenza irlandese sulla chiesa franca nel VII e VIII secolo.

Una seconda ondata di pellegrini irlandesi si ebbe a partire dal VII secolo. Erano a volte viaggiatori solitari, ma per lo più si muovevano insieme a compagni, nello stesso numero degli apostoli come avevano fatto Columba e Colombano.

Uno dei primi fu Fursa, fondatore del monastero irlandese di Peronne in Piccardia (Perrona Scottorum), che prima aveva operato in Inghilterra, dalla quale era stato espulso. Altri seguirono. Primi furono i  suoi due fratelli Ultàn e Foillàn, che fondarono monasteri a Laguy, nei pressi di Parigi e a Fosses, presso Namur.

Ben presto si istituì una rete di strette relazioni tra i monasteri (paruchia) che influenzarono profondamente la società franca. Il centro di Nivelles fu il monastero di famiglia dei primi Carolingi. I monaci non si stanziarono soltanto nella Francia meridionale, alcuni di essi raggiunsero i popoli germanici alle frontiere orientali ed occidentali dei regni franchi.

Marianus e Amianus erano monaci operanti in Baviera, probabilmente nella prima metà del VII secolo. A Würzburg si ricorda ancora oggi il monaco Kilian seppure i particolari della sua vita siano completamente perduti. Accanto a questi centri più strutturati sorsero un po’ ovunque delle piccole cerchie di oranti intorno a singoli monaci eremiti (cenobi). Tali cenobi erano profondamente diversi  dalle successive esperienze monastiche. Erano composti da dodici discepoli presso un maestro ed essi conducevano vite separate, ritrovandosi spesso solo per le orazioni.

La regola dei monaci irlandesi fu la prima ad essere redatta ed era particolarmente rigida. I monaci portarono dunque l’antica sapienza d’Ibernia nell’Europa continentale. Avevano pratiche rituali e liturgiche che si rifacevano direttamente agli antichi misteri,  portavano la tonsura druidica e calcolavano la Pasqua in maniera autonoma.

Il compito arturiano di propagare in Europa un cristianesimo non solamente legato ai fatti di Palestina venne da loro adempiuto in maniera mirabile. Portatori di una tradizione celtica che, come abbiamo visto era abituata a confrontarsi con la materia ed il male (39), entrarono in stretto contatto con il mondo politico del tempo come già avevano fatto, primi, San Columba e San Colombano.

“L’iniziativa spirituale tra le libere genti franche venne favorita dalla penetrazione dell’elemento celtico. Il celtismo divenne maestro e guida dei Franchi, spiritualmente meno attivi” (40). “Tutto ciò rese possibile che il Cristianesimo a quel tempo non fosse il riflesso di condizioni esteriori, bensì, non costretto da pressioni materiali, si sviluppasse in un terreno libero” (41 ).

Inizialmente i Franchi accettarono di buon grado la cultura che veniva loro incontro dal mondo irlandese.

“Anche il mondo ideale di Platone trovò accesso in questa vita spirituale. Ciò avvenne soprattutto ai monaci scozzesi ed irlandesi, e in particolare a Scoto Eriugena con il suo De divisione naturae , un opera che rappresenta un momento culminante nella storia del pensiero”.

I monaci irlandesi erano dotti e traghettarono il mondo aristocratico-guerriero verso un mondo culturale che prima era stato da esso rifiutato completamente. Fu un processo particolarmente lungo e lento, in realtà per molti secoli la società medioevale fu spaccata in due. Da un lato i monasteri detentori del sapere e dall’altro oltre ai servi ed ai contadini, anche principi, duchi, re che non sapevano né leggere né scrivere e praticavano caccia, guerra e agricoltura. Nei monasteri la cultura irlandese si integrò con la sapienza del sud portata in particolare dai benedettini e costituì la base per il successivo sviluppo della Scolastica.

Questo fatto fu in realtà una delle conseguenze di importanti avvenimenti spirituali che accaddero proprio nel IX secolo. Steiner ci dice che Garibaldi visse in Alsazia nel IX secolo. Posta tra la Francia e la Germania, l’Alsazia rappresentò, e rappresenta tuttora il cuore dell’Europa. Proprio lì si ebbe la prima tappa per la nascita dello spirito europeo.

Il mondo franco nel 700 d. C. cambia faccia. I Carolingi, pur accettando inizialmente il messaggio spirituale irlandese, con il tempo si rivolgono sempre più agli aspetti temporali della Chiesa pensando di trarne profitto. Si rivolgono sempre più quindi alla Chiesa romana.

“Sulle isole britanniche operavano illustri dotti… poi monaci in serio raccoglimento. Qui si è davvero lavorato per la riassunzione del platonismo e per la sua fusione con il Cristianesimo… Vediamo irraggiare da qui una mistica, una dogmatica, ma anche un entusiasmo, un fervore appassionato. Da qui provengono i primi missionari: Colombano, Gallo, Bonifacio che convertì i tedeschi.

Questi primi missionari, non avendo di mira altro che l’elemento spirituale del Cristianesimo, non erano propensi ad adattarsi alle condizioni delle genti franche. Essi costituirono una forza propulsiva ed esercitarono, specialmente con Bonifacio, la loro maggior influenza presso i Germani orientali. Di contro a ciò prese piede nel regno dei Franchi una crescente influenza da parte di Roma (42).

Roma rappresenta un altro punto nodale nella tarda storia del monachesimo irlandese. L’Europa era attraversata da pellegrini irlandesi; oltre a rappresentare un vero e proprio “gregge di filosofi”, come furono dipinti, intenti alla evangelizzazione dell’Europa, molti di essi avevano come meta finale Roma, “Limina apostolorum“. Molti irlandesi riferiscono che due ecclesiastici di Leinster del VI secolo, Fiachira Goll ed Emivè, “uno die quieverunt in Roma” (morirono a Roma nello stesso giorno). Erano solo l’avanguardia di una corrente ininterrotta di Irlandesi diretti alla Città Eterna (43).

Di contro la chiesa romana avversò in ogni modo il monachesimo irlandese. Il Papa divenne sempre più il rappresentante di una società temporale che perpetrava modelli sociali imperiali romani, avverso allo sviluppo dell’anima cosciente nell’umanità che si andava preparando nell’Europa centrale.

Proprio a tal fine nel  IX secolo dovette avvenire un importante avvenimento spirituale. L’anno 869 fu centrale per l’ulteriore sviluppo della spiritualità europea. La corrente misterica nord-occidentale di Artù si fuse con quella sud-orientale del Graal. Esse sparirono esteriormente, ma costituirono un’aura spirituale nell’Europa che servì al nuovo sviluppo del Cristianesimo.

Erano due esperienze diverse ed unilaterali del Cristianesimo. Da un lato la corrente di Artù coglieva l’essere Cristo nel mondo circostante; il Cristianesimo sorgeva dall’incontro con il mondo elementare e viveva nella organizzazione della società stessa. Dall’altro la corrente del Graal aveva vissuto direttamente gli eventi di Palestina e le forze del Cristo erano riposte nel sangue e nel cuore degli uomini.

Gli antichi misteri di Horus rivivevano in forma cristianizzata nei percorsi meditativi degli iniziati. Questi aspetti si incontrarono e si completarono a vicenda, da allora la via macrocosmica e quella microcosmica furono poste nelle potenzialità evolutive dell’uomo. Questo avvenimento si ripercosse a diversi livelli nella società medioevale di allora.

Vediamo schematicamente come:

1. Il  monachesimo irlandese e quello benedettino progressivamente si fondano: da questo incontro nasce poi il movimento cistercense legato alle esperienze templari: i guerrieri divengono ai contempo monaci.

2. Nasce il ciclo del Graal. Parsifal arriva al Graal, ma è contemporaneamente cavaliere di Artù. Galvano svolge i propri compiti nella società come cavaliere di Artù, ma al contempo è alla ricerca del Graal. Si tratta in realtà dei due aspetti ora congiunti nella medesima persona (lato notturno- Parsifal;  lato diurno-Galvano). Galaad incarna la nuova spiritualità. E’ contemporaneamente cavaliere di Artù e giunge al castello del Graal. Anche Bohort, come vedremo, rappresenta una figura importante.

Contro questi impulsi di evoluzione spirituale altre correnti si destano per impedirne lo sviluppo:

1. nell’ 869 a Costantinopoli viene negata l’esistenza dello spirito quale entità distinta. La tripartizione dell’uomo, base della spiritualità celtica scompare dalla conoscenza umana.

– IMPULSO ROMANO.

2. Sempre nell’ 869 nei mondi spirituali avviene un “incontro” tra diverse individualità: Aristotele,  Platone, alcuni cavalieri di Artù e l’individualità vissuta come Harun al Raschid a Baghdad. Si pongono le basi per l’ulteriore sviluppo spirituale cristiano dell’Europa (Chartres e la Scolastica), ma Harun al Raschid non accetta di porsi al servigio del Cristo. Si reincarnerà come Francesco Bacone dando vita al moderno materialismo.

– IMPULSO ARIMANICO (44).

Quando avvennero questi avvenimenti, non sappiamo se l’individualità spirituale di Garibaldi fosse in vita, o meno, ma comunque lo dovettero interessare direttamente. E’ estremamente difficile fare delle ipotesi circa la precedente sua incarnazione. Piccoli centri di spiritualità irlandese a cui afferivano discepoli da ogni luogo sorsero in moltissimi luoghi e nella quasi totalità dei casi i nomi dei monaci sono a noi ignoti. Inoltre su tutto ciò che si riferisce alle correnti di Artù e del Graal si posa un velo spirituale che le occulta e ne rende difficile l’investigazione (45).

Tuttavia non appare primariamente così importante conoscere nei dettagli la vita precedente di Garibaldi, quanto piuttosto respirarne l’atmosfera con cui si può ampliare la nostra comprensione circa la sua vita nel XIX secolo. Anche Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele vissero in quel periodo come suoi discepoli.

Alcune suggestioni riecheggiano dalla Cronica Anglosassone quando “riferisce che nell’ 891 d.C. tre irlandesi giunsero da re Alfredo su una imbarcazione priva di remi… perché  desideravano  andare  in pellegrinaggio per amor di Dio, non importa dove” (46).

Altre sorgono da una lettera conservata a Bamberga, in Baviera “in cui si riferisce come durante il viaggio verso il continente tre irlandesi fecero tappa alla corte di re Mervyn Vrych nel Galles dove furono sfidati a decifrare una scritta segreta. Gli irlandesi consultarono i loro libri e riuscirono a scoprire il codice secondo cui tale scritta era stata compilata e annunciarono il loro trionfo in una missiva al loro mastro in Irlanda” (47). Sono appunto soltanto suggestioni, ma permettono di immaginarci tutto il fervore religioso e la dedizione al maestro che dovettero avere anche i discepoli di Garibaldi.

Per quanto riguarda Garibaldi, Steiner dà soltanto una piccola indicazione quando dice che come maestro monaco, ora sconosciuto svolse una funzione più importante del più noto Bonifacio nell’evangelizzare le popolazioni dell’Europa centrale (48).

Steiner parlò di Bonifacio fin dal 1904, quando teneva le lezioni di storia all’Università Popolare di Berlino. Parlò del diverso modo di portare il Cristianesimo ai popoli germanici al confine con i regni franchi. Da un lato i Franchi si fecero portatori dell’impulso romano ed imposero con la forza a quelle popolazioni il cattolicesimo. Bonifacio, il fondatore del monastero di Fulda, svolse un ruolo di primaria importanza in questo processo. Per contro il monachesimo irlandese portava un Cristianesimo spirituale che  “non viene inculcato nella loro anima come qualcosa di estraneo: i luoghi di culto, le usanze sacre, i costumi e le persone vengono rispettate a tal punto che si  utilizzano vecchie istituzioni per riversarvi il nuovo contenuto. Interessante è come l’ antico diventi la veste, il nuovo, l’ anima”.

Un esempio di ciò viene descritto nella stessa conferenza poco dopo:

“Di quell’epoca possediamo, proveniente dalla tribù sassone, un racconto della vita di Gesù: viene assunta la figura di Gesù, ma tutti i particolari vengono rivestiti di elementi germanici. Gesù appare come un duca tedesco, il rapporto con i discepoli assomiglia ad un’assemblea di popolo. Così viene descritta la vita di Gesù nell’ Heliand ” (49).

“L’Heliand è un poema in 5983 versi in allitterazione, composto in lingua basso sassone da un monaco anonimo che ne aveva ricevuto l’incarico intorno all’anno 830 dall’imperatore Ludovico il Pio” (50).

Arturo

“La notte del 26, sulla strada di Marineo, Garibaldi cavalcava silenzioso, a fianco gli era Türr, le stelle brillavano di intensa luce, ad un tratto Garibaldi, guardando il ciclo, mormorò: “Bizzarrie della vita, noi tutti abbiamo una stella, io scelgo Arturo”. “Ebbene ­- fece Türr – Arturo risplende,   voi entrerete a Palermo”. “Certamente!”, rispose Garibaldi…” (51).

Garibaldi, disse Steiner, non fu in grado di essere cosciente del suo ruolo di grande iniziato a causa delle condizioni del tempo in cui visse. Il secolo diciannovesimo fu improntato dal materialismo, anche se il Kali-yuga volgeva al termine, il rapporto dell’uomo con i mondi spirituali era da riallacciare. I corpi stessi degli uomini avevano ormai ridotte al minimo le possibilità di essere plasmati al servizio degli impulsi spirituali. La concezione del mondo che si iniziò ad insegnare ai giovani divenne distruttiva per le possibilità di sviluppo spirituale.

“Così è impossibile che attraverso un corpo, che fino ai diciassette o diciott’anni è stato educato secondo le vedute della civiltà odierna, si manifestino le condizioni di saggezza degli antichi tempi nella forma in cui ci si aspetterebbe di vederle” (52).

Al contempo, come abbiamo visto, l’eccezionalità della vita di Garibaldi è indice di un operare del mondo spirituale che si rivolge alla volontà stessa del Generale.

“Era stato iniziato e aveva accolto in una precedente vita impulsi volitivi che portò poi a compimento nella vita come Garibaldi” (53). “Tutto quello che si manifesta in Garibaldi è impulso volitivo” (54).

Gli avvenimenti che gli accaddero assumono quindi un aspetto archetipico che fece dire a Rudolf Steiner:

“Ciò a cui m’interessai soprattutto nella vita di Garibaldi fu l’aspetto karmico, il fatto che in lui vi fosse una personalità la cui vita è difficilmente spiegabile, perché in un certo senso Garibaldi è la verità stessa” (55).

La domanda che sorge ora è quale fosse questo elemento archetipico a cui per certi versi si conformò una vita di per sé cosi anticonformista? Si può rispondere considerando a quale corrente spirituale appartiene l’individualità che si incarnò come Garibaldi. Le vite dei grandi iniziati di ogni corrente misterica hanno da sempre svolto un ruolo archetipico. La vita dell’iniziato rappresenta la via dell’iniziazione stessa in quanto incarnazione di verità spirituali.

Il forte valore simbolico della vita fa sì che la saga, il mito, l’opera che la narra diventi leggibile a più livelli e che normalmente nel corso dei secoli si sia da un lato persa la comprensione degli avvenimenti spirituali che si narrano, e contemporaneamente si sia persa la capacità di discernere se quella vita fu realmente vissuta o abilmente inventata. Da Gilgamesh a Sigfrido, da Ercole a Cù Chulainn fino a Parsifal, la reale comprensione di ciò che è raccontato andò perduta.

Anche tutto ciò che riguarda la corrente dei misteri occidentale subì, dunque, questa sorte. In realtà gli scritti inerenti al mondo celtico – irlandese sorsero ben dopo 1’869 d. C. quando cioè quella corrente che era espressione di un cristianesimo unilaterale non esisteva più. Il nuovo impulso cristiano esoterico si stava organizzando ed effondeva la sua aura come una nuvola spirituale che avvolgeva l’Europa, nuove possibilità erano donate agli uomini.

In realtà un ciclo arturiano compiuto non può ritenersi anteriore al X secolo; anzi fino al XII secolo la leggenda di Artù sorge in maniera frammentaria dalla poesia gallese. È proprio a causa dei fatti del IX secolo che dallo scrigno dei bardi poté essere tratta la figura di Artù, che risaliva alla tradizione misterica.

Una difficoltà nell’analisi deriva dal fatto che le opere del ciclo arturiano si rifanno più ad una tradizione gaelica e bretone, sono molto tarde nella loro realizzazione e la stesura e raccolta avviene grazie ai monaci legati alla chiesa cattolica, con tutte le possibilità di cambiamenti che ciò comporta. Accanto al ciclo arturiano si stagliano altri racconti ben più antichi che, sebbene raccolti  e compilati anch’essi in “scriptoria” monastici, presentano quella dimensione ancestrale ed archetipica del mondo celtico pagano; in particolare: il “ciclo dell’Ulster”, il “ciclo di Cù Chulainn” e il “ ciclo dei Fiana”.

Proprio il passaggio da questi antichi personaggi, iniziati nella casta dei re-guerrieri e cantati dai bardi, alla figura della Tavola Rotonda presuppone il mistero del Golgotha e inserisce quest’ultima nella spiritualità cristiana. Accanto al primo Artù cantato nella poesia gaelica, prende piede il grande ciclo di Parsifal e Galvano, portato da Wolfram von Eschenbach. Tale tradizione diviene da un lato la base della iniziazione temporale cavalleresca e quindi innestata nelle cerimonie iniziatiche regali anche se oneste sono sempre meno capite, in realtà si rivolge a tutta l’umanità a testimonia degli avvenimenti di 400 anni prima.

Nel corso dei secoli, poi, Artù divenne piuttosto un grande personaggio letterario e il prototipo delle cavallerie nobili di tutta Europa. Il tentativo di cogliere dietro le sue avventure elementi archetipici  di esperienze iniziatiche avvenne sostanzialmente nel nostro secolo, con la rinascita di una certa indagine spirituale. Ovviamente l’avvento psicoanalitico da un lato, la spinta comparativa con la tradizione indiana dall’altro, e in sostanza la scarsa capacità di discernimento spirituale, rendono molte opere sull’argomento enigmatiche ad una analisi che voglia tener conto di realtà superiori.

Garibaldi come si evince dalle parole che scrisse a Türr si sentiva in qualche modo collegato con Artù, grazie alla sua “volontà visionaria”, come la definì Steiner. Anche un altro grande personaggio italiano, forte dell’intuizione del poeta, presagì questo legame. Giovanni Pascoli scrisse un poema sul grande Maestro. Pascoli definisce qui Garibaldi, “monaco rosso” e “cavaliere templare” in azione su una nuova Terra Santa.

 “Esci dalla foresta e fa la nave

 per questa Italia e per la sua fortuna:

giovine Italia, grande, libera, una.

Tu lascia squadre e mazze: ecco la spada.

Il caval nero pasce erba e rugiada

nel cimitero, il lenzuolo morto indosso.

 Montavi ancora su, monaco rosso!

Galoppa ancora, cavalier templare!

in questa Terra Santa fa volare

 sul saio rosso il gran bianco mantello!

 Popolo avanti! Teco è Dio! – Fratello!-

Il giovin fulvo si lanciò, s’apprese

alla sua mano, l’abbracciò, gli chiese:

– Chi è? – Tu? – Garibaldi – Egli, Mazzini” (56).

 

Altrettanto impressionò il poeta il viaggio con i dodici sansimoniani, “i dodici esuli in veste bianca”, ed egli scrisse:

 

     “Sovra coperta un gruppo era adagiato a tondo,

      di dodici stranieri in lunghe vesti bianche.

      Avean bordone al lato ed una corda all’anche.

      Avanti loro, dritto e grave, era il Secondo”(57).

 

Nella vita di Garibaldi sono riscontrabili una serie di elementi tipici ed archetipici che sono in qualche modo legati alla tradizione cavalleresca celtico-irlandese. Non tanto eccezionali se presi singolarmente, la contemporaneità di essi in una singola vita fa riflettere.

(CONTINUA)

________________________________________________________

Note

25) Rudolf Steiner, Considerazioni sui nessi karmici, Vol. I Conf. del 23/3/1924

26) O.O. 239 – conf. dell’11/6/1924

27) “Gli uomini altamente evoluti in tempi passati possono per conseguenza solo venir riconosciuti da chi guardi alle manifestazioni della vita che si presentano piuttosto dietro l’uomo che non per lui stesso”, in O.O. 235 .- conf. del 23/3/1924.

28) O.O. 235 – conf. del 22/3/1924

29) Ibidem

30) Conf. del ciclo Considerazioni esoteriche sui nessi karmici.

31) Ibidem

32) Ibidem

33) Ibidem

34) Ibidem

35) Per una descrizione più dettagliata si veda: B. Lievegoed, Correnti dei Misteri in Europa, Ed. Antroposofica,  e R. Steiner, Sedi dei Misteri antichi.

36) O.O. 340

37) Ibidem

38) Ibidem

39) Rudolf Steiner, La nascita dello spirito europeo. Lezioni di storia medioevale, O.O. 51,Ed. Tilopa

40) Ibidem

41) Ibidem

42) Ibidem

43) Daibhì O’ Croinin, Le missioni irlandesi.

44) O.O. 240

45) Ibidem

46) Daibhì O’ Croinin, Le missioni irlandesi.

47) Ibidem

48) O.O. 51

49) Ibidem

50) Nota di G. Roggero in O.O. 51, Ed. Tilopa

51) L’Opera di Stefano Türr nel Risorgimento italiano, a c. di Stefania Türr, Firenze, 1925, 4°, p. 49.

52) In Considerazione sui nessi karmici,  O.O. 235 – 240

53) Ibidem

54) Ibidem

55) Ibidem

56) G. Pascoli, Il credente.

57) G. Pascoli, I dodici esuli.

GIUSEPPE GARIBALDI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L'ARCHETIPO – SETTEMBRE 2015

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO, ,

APPUNTI SULLA RICERCA DELL’IO di Massimo Scaligero

Massimo - Copia (2)

APPUNTI SULLA RICERCA DELL’IO

di Massimo Scaligero

(Architrave anno I n° 9  Ottobre 1948)

Il compito non consiste tanto nell’orientarsi secondo un nuovo ordine di pensieri, quanto in un agire psichicamente, ossia nel compiere un atto della coscienza mediante l’energia sottile di cui è sostanziato il pensiero: l’io deve poter giungere a sentire se stesso non come una entità che è in quanto si pronuncia nel pensiero riflesso, ma deve potersi sperimentare di qua dal pensiero riflesso, sentire se stesso prima del suo precipitarsi nel pensiero, aver coscienza di sé non soltanto in quanto si pensa, ma in quanto è, non condizionato dalla sua attività pensante.   Alla quale assiste come un testimone che non disturba.   Il suo precipitarsi in pensieri per sentirsi io, deve realizzarlo come una necessità che in ogni punto gli sottrae la sua vera essenza, traendolo in una coscienza virtuale.

E’ questa coscienza virtuale che poi per la sua presunzione di universalità, pur accogliendo il mondo in una forma che è soltanto il suo apparire, è portata ad affermare come assoluta e definitiva una unilateralità.

Le tradizioni inerenti all’ascesi spirituale oggi non si presentano più con la veste della ineffabilità: ciò non significa che il mistero sia accessibile ai più, ma soltanto che esso retrocede verso il suo senso più intimo, epperò il suo ultimo valore rimane adialettico.   Al ricercatore occorre una virtù nuova di esaurimento in sé persino della dialettica iniziatica.   Attraverso meditazione e concentrazione e, per alcuni individui, attraverso chiara auto-contemplazione, è raggiungibile uno stato speciale in cui l’io, essendosi sperimentato col dissociarsi dalla caotica attività del pensiero e avendo perciò stesso proiettato un ordine nel proprio mondo mentale, realizza la coscienza di essere in una prima forma di libertà, disancorato dal proprio divenire animico-fisico, pur permanendo con capacità di controllo e di autoconoscenza entro questo divenire.

L’insistenza nella disidentificazione dalla funzione cogitativa può condurre l’io al senso non semplicemente concettuale ma attuale dell’alterità della natura corporea e psichica, come di un mondo a cui esso può restituire la sua originaria armonia, proprio in quanto non sia immerso nella sua necessità, così da farla sua: la dualità ha tuttavia funzione strumentale epperò transitoria, il senso vero dell’esperienza essendo che l’io, svincolandosi dal piano della semicoscienza, si ricongiunga con quella sua originaria essenza all’altezza della quale può veramente compiere la sintesi, venendo a dissolversi nella autocoscienza ogni coscienza di separazione.   In questa ricongiunzione con la originaria essenza, l’io si identifica con quella causa sui che è altresì principio del mondo animico-corporeo che temporaneamente nella costruzione della propria autocoscienza gli appare come alterità.

Normalmente l’uomo nella propria natura corporea si trova immerso e concluso entro una serie di forme di “necessità” che giungono sempre ad assumere per la sua coscienza dialettica valori di idealità e di spiritualità, permanendo, comunque, in ogni piano, immutato il rapporto di passiva adesione dell’io a tale necessità.   Qualsiasi concezione detta metafisica dall’uomo non può che essere pseudo-metafisica se viene escogitata, nonostante ogni assunzione ideale semplicemente discorsiva, entro i limiti delle determinatezze proprie alla immedesimazione nel mondo vitale-corporeo: limiti entro i quali non è realmente possibile concepire nulla che sia fuori o al di sopra di essi, se non nella forma della indefinita discorsività.

Lo scioglimento della coscienza dell’io dalle determinatezze della natura corporea attive nella psiche – senza che per questo si perda il contatto con la coscienza corporea, il quale anzi verrà energizzato dalla trasmissione di un ordine originario che andrà a ristabilirsi con i caratteri dell’assoluta spontaneità – può avviare l’anima cosciente, per via di graduali interiorizzazioni delle sue funzioni, al contatto e all’unione con la propria essenza, per così dire, trascendente.   Nel punto in cui questa essenza trascendente viene riconosciuta dall’anima umana come la propria origine, sì che per essa sparirvi significa in sostanza ritrovare se stessa, essendo essa risalita dal pensiero riflesso al pensiero cosciente, dal pensiero cosciente alla coscienza del pensiero e per ultimo essendosi mantenuta intrepidamente in quell’inconcepibile stato di vuoto, all’altezza del quale o si precipita nell’abisso della consueta semicoscienza o ci si libra tranquilli nell’aria di luce: in quel punto l’uomo può veramente dire di se stesso IO, o meglio, tenendo conto del senso che sino ad allora aveva presentato l’io: “Non io, ma l’Essere solare in me”.

In quel punto e in quell’attimo che redime il suo valore temporale, in quanto realizza uno stato che non ha un “prima” né un “dopo”, l’uomo sa finalmente chi è, in quanto egli stesso diviene colui che era oggetto della sua ricerca.   E due possibilità ormai gli si offrono, inerenti al grado del risveglio cosciente che egli ha saputo trasfondere alla sua individualità inferiore, la quale può aver partecipato sotto forma di conoscenza illuminatrice alla nascita dell’Io nell’anima, senza per questo venir risoluta nella organica profondità delle determinazioni sensitivo-istintive: permanere nello stato di fissa folgorazione dell’Io, in quanto le stesse categorie della natura corporea sono state arse e purificate (ma ciò stesso implica l’assunzione in una a-dimensione che lo fa sparire all’umano o lo può ricondurre all’umano per una missione che è mistero); oppure ritornare, nella misura in cui ciò viene reso necessario dal grado di risveglio; ritornare entro i limiti della individualità per ritentare indefinitamente la prova, ormai possedendo una direzione che è il ricordo di continuo evocabile della esperienza avuta.   (diciamo “evocabile” perché non può essere richiamato nell’anima come un qualsiasi ricordo, senza che perda di intensità e di significato, rendendosi necessario ristabilire ogni volta le condizioni animiche richieste, almeno fino a che queste non siano talmente possedute da divenire normali).

Per comprendere il senso sottile della ricerca dell’io giova rendersi conto in quale momento la meditazione, la concentrazione, o l’autocontemplazione, che fin lì erano state un appoggio necessario, debbano venir lasciate in quanto esse stesse, rappresentando una forma individuata di pensiero legata alla coscienza da trasformare, a un tratto si presentino come qualcosa che va trasceso mediante la stessa attività animica messa in atto, sempre più sottilizzata: la meditazione lascia il posto a una direzione interiore, a-concettuale, verso l’origine trascendente – l’Io – mentre la concentrazione si risolve e si illimpidisce in un’attitudine a fissare in ogni passaggio, di là da ogni possibile decentrazione, lo stato di coscienza raggiunto.   L’autocontemplazione continua, sino a perdere la sua funzionalità nell’affiorare dell’essenza segreta dell’ascesi che è la forza stessa di  Colui che inizialmente si contempla: contemplatore, contemplato e contemplazione divengono uno, per via di trasparente attualità.

In questa fase, dunque, l’uomo acquisisce per propria virtù una rivelazione che opera nella totalità dei suoi complessi psichici come un dissolvente di quanto è cristallizzato: è una forza che penetra in ciò che è denso per scioglierlo e illimpidirlo, in una semplicità assoluta che è diafaneità innanzi alla luce di Colui che è: egli sa, sia pure essendo tornato ad appoggiarsi ai modi semplicemente umani di essere, egli sa che quell’essere sopraindividuale nel quale, per via di segreta ascesi ha riconosciuto la vera essenza di sé (in una “durata” che fuori delle condizioni umane è eternità, ma che per la misura terrestre del tempo può essere soltanto un attimo) era sì, l’oggetto della sua lunga e ritmica ricerca, attraverso Scienza dello Spirito, o il shastra, o la Tradizione rispondente alla sua individualità storica, ma che tale Essere, in verità, era il soggetto che guidava la ricerca.   Tale acquisizione ha un valore decisivo per un orientamento ancora più conforme al senso assoluto della ricerca, offrendo al ricercatore un’ulteriore chiave per il compimento dell’opera.   Il valore di ogni mezzo dialettico, di ogni meditare, di ogni agire psichicamente, sarà riconosciuto come subordinato non tanto a colui che ricerca, quanto a colui che segretamente dirige il ricercatore, il quale perciò quanto più in un modo di ricercare recante l’impronta umana potenzia la sua empirica individualizzazione, tanto più (nonostante che parli di Iniziazione e si dia un atteggiamento per così dire esoterico, che sarà sempre una forma retorica) si allontanerà dalla identificazione con il Sé che pretende ritrovare, contrapponendo ad esso la sua soggettività e confermando la dualità in una nuova forma.

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

CONOSCENZA E MORALITA'

Massimo-Scaligero-363x480

Nell’uomo, in ogni uomo, è insito l’impulso umano alla conoscenza, come viene chiamato, già nel titolo, nel secondo capitolo della Filosofia della Libertà. Sì, ma conoscenza di che cosa? Conoscenza della realtà: della realtà “così com’è”, yathâbhûtam, come affermano, per esempio, i buddhisti di tutte le Scuole, ma anche tutta intera la tradizione iniziatica d’Oriente e d’Occidente.

Ma già qui sorge una grandissima difficoltà, e viene da chiedersi: l’uomo conosce, o è capace di conoscere, la realtà  “così com’è”,  yathâbhûtam,  ossia oggettivamente, senza distorcerla, senza trasformarla tutta intera in un sogno soggettivo, o addirittura in una illusione, nella Grande Illusione, la Mahâ Mâyâ delle metafisiche e delle “Vie di liberazione” di tutta l’India, in definitiva in una immane una menzogna?

La risposta, ben amara per molti, non potrebbe non essere altro che molto poco confortante. Perché se è certo che l’uomo, ogni uomo, è capace di conoscere, giacché l’impulso alla conoscenza è insito in ogni uomo, è altrettanto certo che, generalmente, l’essere umano sfugge una tale conoscenza. Sfugge la conoscenza del mondo e di se stesso. Anzi prima, e più di tutto, egli sfugge – si dovrebbe dire ch’egli,  addirittura a gambe levate, fugge – di fronte alla conoscenza di se stesso. L’essere umano non ama la conoscenza di se stesso, la evita in tutte le maniere possibili, e su se stesso si fa, e ama farsi, le illusioni peggiori.

E questo spiega il monito del Dio di Delphi:  γνῶθι σεαυτόν, gnôthi seautón, ossia “conosci te stesso”, e aggiunge: “e conoscerai l’Universo e gli Dèi!”.  Infatti, è detto:

τὸ γνῶναι ἑαυτὸν οὐδὲν ἄλλο ἐστὶν ἢ τοῦ σύμπαντος κόσμου φύσιν γνῶναι,

to gnônai heautòn oudèn àllo estìn e tou sýmpantos kòsmou phýsin gnônai

«conoscere se stesso non è altro che conoscere la natura dell’universo».

Ma raramente e difficilmente l’uomo si lascia sedurre da un così savio e benefico consiglio del Dio luminoso. Spesso, troppo spesso, l’essere umano, per turpe viltà, piuttosto che la Conoscenza, brama e preferisce l’oscurità dell’ignoranza e l’inerzia più pigra e ottusa.

Per sfuggire ad una salutifera conoscenza di sé – e di conseguenza delle cose, della vita e dei suoi reali valori, del mondo – l’essere umano fa accompagnare l’ignoranza, la brama, e la torpida inerzia, ossia gli âsava,  i tre veleni intossicanti dei quali parla il Buddha Śâkyamuni, dalle loro solerti figlie e ancelle: la paura e l’avversione. Paura e avversione nascono dall’ignoranza, dalla avidyâ, e portano a temere non solo l’ignoto, bensì qualsiasi cambiamento che scuota dalla turpe inerzia, e ad avversare violentemente tutto ciò che possa ostacolare l’appagamento della brama, della inestinguibile “sete”, come la chiamano i buddhisti, o addirittura rischi di portare alla sua “estinzione”, al  nirvâṇa, e spinga quindi all’azione liberatrice, dissolvendo la paralizzante inerzia.  

A questa Conoscenza liberatrice, che è la folgore del Pensiero Vivente, l’uomo resiste, avvinghiandovisi come nello spasmo di un tetanico crampo,  con ogni pensiero possibile, con tutti i suoi stati d’animo, con ogni suo istinto più virulento. In queste condizioni davvero disperanti, l’impresa di realizzare una tale Conoscenza è davvero una impresa “eroica”, perché tale impresa deve con energia titanica, “prometeica”, disciogliere il crampo tetanico, che tiene dolorosamente avvinti alla inconsistente, ma insinuante e travolgente sfera delle soggettive illusioni, precipitando così, ottusi e ipnotizzati, nello spalancato abisso della Mâyâ.  

Uno dei più frequenti narcotici cui si dànno molti di coloro che, pur sentendo l’attrazione dello spirituale, voglio sottrarsi alla Conoscenza dello Spirituale stesso, presentendo che una tale Conoscenza sia dissolvitrice della ignorante, ignave, ottusa condizione, è il mito, l’idolatrico feticcio, del moralismo. Si pensa, e ci si vuole convincere, che sia sufficiente essere delle “brave persone”, “comportarsi bene”, per realizzare lo Spirito. Naturalmente senza il faticoso incomodo di doverlo conoscere. Ovvero, si può rimanere in uno stato di coscienza trasognato o dormiente, e tuttavia mettere in atto, in maniera meccanica o vegetativa, comportamenti “morali”. E questo, per usare il linguaggio di matematici e geometri, a loro dire, sarebbe “condizione necessaria e sufficiente” per la realizzazione dello Spirito. Cioè, oltre al comportarsi bene, magari sforzandosi pure di comportarsi sempre meglio, non vi sarebbe altro da fare. O poco altro, perché troppa Conoscenza – a loro dire – può far male, anzi malissimo. Quanto alla Concentrazione, questa, poi, fatta troppo, farebbe malissimo. Sempre a loro dire.

A volte questo atteggiamento di ottusa e passiva resistenza, può accompagnarsi ad un’ aperta e virulenta azione di contrapposizione rabbiosa e di contrasto più o meno bellicoso nei confronti della Via del Pensiero, della intensa pratica della Concentrazione, dalle quali soltanto, oggi, può scaturire autentica Conoscenza liberatrice. E i metodi adoprati contro gli ostinati, pertinaci seguaci della Via del pensiero – a onta della “virtuosa moralità” proclamata ed esaltata addirittura con idolatrico culto – possono essere davvero sudicetti assai.

Il moralismo non è la moralità: né è, anzi, la caricaturale contraffazione. Moralità autentica può scaturire solo dalla Conoscenza, e non dal conformarsi a comportamenti “virtuosi”. Verace moralità scaturisce unicamente dalla Conoscenza, perché essa è atto attivo dell’Io, e non può scaturire dalle passive movenze dell’anima stordita, poco consapevole, o sognante. Moralità è espressione dell’autocoscienza dell’Io, ossia atto producente dell’Io spiritualmente sveglio nell’anima cosciente, mentre il moralismo “virtuoso” è un fatto prodotto che si verifica nell’anima, ma non un atto coscientemente, attivamente, volitivamente operato dall’ anima. Quando poi non è soltanto ipocrita e interessata recitazione – a profitto degli illusi – da parte di sepolcri imbiancati.

Nella Filosofia della Libertà vien detto che non può essere libera un’azione se colui che la compie non sa perché la compie. Il bello – o, se si vuole, il brutto – è che, il più delle volte, quello che dovrebbe essere il soggetto cosciente dell’azione, non solo non conosce il perché la compie, o le forze che lo spingono all’azione stessa, ma neppure sa che la compie. È proprio il caso di dire che gli umani vivono alquanto distratti e che nesciunt quod faciunt!

E se ascoltiamo la parola del principe Siddhârtha Gautama,  il Buddha Śâkyamuni  nel Dhammapada, l’Orma della Disciplina, come limpidamente traduce Eugenio Frola, ove nell’Appamâda-vagga, vien detto :

La vigilanza è la via per non morire, la distrazione strada alla morte.

I vigilanti non muoiono, i negligenti son come morti. […]

Attraverso la vigilanza, l’attenzione, la restrizione e il controllo

Il saggio si costruisce un’isola che i flutti non sommergeranno. […],

Come chi vada cogliendo fiori, così la Morte coglie la vita degli uomini distratti,

come un’inondazione che si abbatte su un villaggio addormentato,

forse dovremmo prendere molto sul serio, ancor dopo 2600 anni, le parole ammonitrici dell’Asceta degli Śâkya. Anzi, forse, lo si dovrebbe fare oggi più che allora.

Nella condizione estracorporea, sperimentabile nella Concentrazione portata sino all’assolutezza, si attua quel morire prima di morire, senza morire, che è al contempo una condizione di immortalità e di innatalità. Perché, da una parte, nel fuoco dell’attenzione volitiva – in quello che Massimo Scaligero chiama calor cogitationis – “ardono” e si consumano tutte le tare, le storture, le deformazioni che l’anima ha accumulato in quello che a lei pareva un vivere, ed invece è l’inesausta consunzione di un logorante morire. Questo volitivo “ardere” attua attivamente e volitivamente quel devastante processo che, normalmente, l’essere umano sperimenta, passivamente, solo dopo la morte. In questo volitivo e cosciente “ardere”, attuantesi nella Concentrazione,  il morire del mero vivere biologico si trasforma nel rivivere di un elemento di luminosa immortalità. Per altro verso, nella Concentrazione portata a radicalità, si ritrova quella condizione pura dell’anima, anteriore alla nascita che, appunto, è tale prima che le esperienze della vita abbiano impresso su di lei traumi, ferite e cicatrici, ossia quella condizione che, in Estremo Oriente, gli audaci e luminosi asceti del Ch’an o dello Zen chiamavano: “il tuo volto prima di nascere”.

In tale esperienza di innatalità ed immortalità, conseguente alla Concentrazione profonda, l’asceta si apre alla forza-folgore del pensiero vivente, nella quale pensare, sentire e volere sono, come mostra Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente, un’unica forza, un’unica fulgurea corrente di vita. Il bene è questa forza una, integra come corrente di forza e di vita, veste di Luce e di Calore del Logos. Il male è la frantumazione di questa forza di Luce-Vita in un pensare riflesso, che è smorzata ed evanescente luce senza vita, e in una volontà, che è oscura vita bramosa senza luce, e in mezzo un sentire continuamente dilaniato nell’oscillazione tra l’anemico e disanimato pensare  e l’insorgere ingovernabile del volere istintivo. Il bene è che l’uomo si innalzi al livello di coscienza dell’Io, ritrovi la forza una del pensiero vivente, il male è che l’essere umano tramortito sia alla mercé nell’anima del fatuo accendersi del pensiero riflesso, del divampare incontrastato delle pulsioni della volontà istintiva, della consunzione del sentire emotivo.

Perduta l’esperienza vivente del pensiero-folgore, l’essere umano perse la comunione con lo Spirituale, e perse altresì la capacità di essere spontaneamente in armonia col sopramondo, con l’ordine cosmico o, come direbbero i Cinesi, col Tao. Perduta tale comunione spontanea con lo Spirituale, e le Gerarchie, l’essere umano è stato travolto  dalle caotizzate forze dell’anima caduta. Semplicemente per arginare la travolgenza di tale chaos istintivo, l’essere umano – incapace di ritrovare la comunione spontanea con l’essere uno del pensiero-folgore – ha cercato un “surrogato” in una serie di comportamenti “virtuosi”, in conformità rituali, che sono un ben misero surrogato dello stato primordiale smarrito, ed anche, col volger delle età, un sempre meno efficace rimedio. Sino ad esser giunti oggi  al “virtuismo” o al “moralismo”, ossia ad una vera e propria caricatura di quel che, ancor secoli fa, con qualche dignità poteva essere forza minimamente ordinatrice.

Che l’essere umano di questa meravigliosa e sciagurata epoca non debba farsi molte illusioni circa la facile “virtù”, la quale sarebbe, more geometrico, condizione assolutamente necessaria quanto sufficiente per una realizzazione iniziatica, è mostrato ad abundantiam dalle parole di Massimo Scaligero alle pp. 179-180 dell’Avvento dell’uomo interiore, nell’edizione di Sansoni, Firenze, 1959, che mi è particolarmente cara, dove parlando dello svincolamento interiore, conseguente all’ascesi della Via del Pensiero, dice:

«E’ un guardare che può essere meritato e che, a un dato momento, diviene condizione di una precisa visione trasfigurane, in quanto si sia abbastanza svincolati dalla propria natura da poterne vedere il guasto radicale […]

Occorre aver conseguito la «stabilità» insieme con la indipendenza dalle consuete «velleità», per poter contemplare in se stessi, senza venirne sconvolti, le profondità della «natura malvagia»: la tortuosità, l’odio, l’amore di sé, la paura, l’invidia, dominanti dal profondo di una loro «sede», che al suo rivelarsi, mostra il carattere della irresistibilità, quasi di un’assolutezza contro cui sembra impossibile reagire. Eppure  il «guardare» è già il principio del superamento. E’ un guardare che si forma con l’esercizio dell’«osservazione pura», con la capacità di guardare i pensieri: è un guardare che libera, perché fa riconoscere ciò che non si è.

L’uomo ordinario non avrebbe forze sufficienti per sopportare un simile scenario e ciò gli evita di vederlo: egli deve potersi illudere circa virtù e principî morali che gli diano una qualche sicurezza e il senso della buona coscienza per muoversi agevolmente in quella esistenza che egli assume come realtà. L’educazione metafisica ha il compito di formare l’uomo sino a fornirgli l’interna saldezza perché, a un dato momento, posa sostenere la visione di questa realtà, mai sospettata. Contemplare tale scenario libera e rapporta al centro le facoltà in colui che contempla: la coscienza ora si estende per l’Io a una realtà con la quale era confusa e si riduceva quasi sempre anch’essa a «fenomeno».

Queste parole di Massimo Scaligero mostrano, con una chiarezza che non ha pari, che la possibilità di una autentica «moralità» dipende dalla liberazione del pensiero conseguibile attraverso la intensa e fervida pratica della Concentrazione, e che forze morali scaturiscono dalla Conoscenza, ossia dall’esperienza del Pensiero Vivente, e non viceversa. A queste considerazioni vogliamo accostare quanto Massimo Scaligero dice nell’articolo, che è stato pubblicato recentemente su questo blog, Che cosa l’Ottuplice Sentiero può ancora significare per l’umanità (https://www.ecoantroposophia.it/2015/06/scienza-spirito/hugo-de-pagani/lascesi-del-risveglio-e-lottuplice-sentiero-del-buddha-shakyamuni/), ove dice:

«A questo punto appare evidente come l’Ottuplice Sentiero non agisca in quanto imperativo morale o sociale, ma per il fatto che esso sia intessuto di una serie di atti interiori, condotti sempre mediante un particolare modo di pensare, che è retto pensiero o pensiero puro. La sorgente dell’intuizione è chiamata sempre a scaturire nell’anima sì da generare le varie attitudini indipendentemente dagli antichi vâsanâ, epperò persino oltre il limite della conoscenza o della sapienza acquisita. Per l’uomo moderno, la chiave dell’intero processo è nella riconquista del pensare in quanto uguale all’essere. Fuori di un “pensiero vivente”, gli otto sentieri non possono restare altro che astratte direttive etiche, le forme esteriori di una saggezza, intesa a celare l’egoismo umano sotto la cornice di una qualche dignità.

Qui la moralità in realtà non è il presupposto, bensì una conseguenza, che non viene neppure posta come un fine, e quindi non è neppure voluta, in quanto l’Ottuplice Sentiero ed il pensiero trasparente, non più legato ad alcuno strumento fisico, divengono il sentiero verso la realizzazione di ciò che la filosofia moderna designa intuitivamente come il “fondamento”: quello che non ha altro supporto che se stesso».

L’esperienza del Pensiero Vivente, dal quale scaturiscono retto pensiero, retto giudizio, e retta visione, attraverso il superamento dello stato di cadavericità del pensiero riflesso, costituzionale per l’uomo moderno, è il presupposto del sorgere di una moralità vivente. Si è morali perché si è liberi, e non viceversa, perché – come è scritto nella Filosofia della Libertà«la libertà è la maniera umana di essere morali». E la prima libertà che l’uomo può conquistare è la liberazione del pensiero dal cervello, dal sistema nervoso, dall’abietto servaggio alla vita somatica, che è un vivere per la consunzione e per la morte. Altrimenti parole come «virtù», «moralità», sono soltanto flatus vocis, mere parole, dialettica, retorica, recitazione ed autoinganno. Infatti, sempre nel medesimo articolo, Massimo Scaligero scrive:

«Una virtù, una qualsiasi attitudine interiore, per l’uomo moderno è anzitutto e soprattutto  un qualcosa di astratto, quasi uno slogan. L’esperienza razionale è quella che rende l’uomo capace di edificare la scienza e la visione scientifica del mondo. Ma il metro di misura della mera conoscenza non può in alcun modo essere applicato alla visone dell’uomo antico. […] L’uomo antico, un essere prerazionale e prefilosofico, non sperimentava astrattamente il pensiero, in quanto la corrente vivificatrice della volontà scorreva direttamente nel suo pensare. Una virtù non avrebbe potuto essere pensata astrattamente – là dove l’uomo moderno, invece, può essere razionalmente persuaso, con ottime ragioni, a condannare un modo di vivere nei confronti del quale, in effetti, egli non è abbastanza forte da liberarsene – ma una volta introdotta nell’anima come pensiero, quella virtù avrebbe mostrato sin dal principio la sua forza trasformatrice.

L’importanza attribuita a dhâraṇâ e a dhyâna, ossia alla concentrazione e alla meditazione, nei testi tradizionali può essere scorta nell’esperienza attraverso la quale l’uomo realizzava il suo essere: nel pensiero egli viveva, per così dire, come in un organismo sottile non limitato alla testa, bensì pervadente l’intero suo corpo e la sua anima.

Lo Yoga, la dottrina dei chakra, la nozione delle nâdî, e il lato pratico dello shaktismo sono intesi nell’Induismo a “corporificare lo spirito e a spiritualizzare il corpo”, e possono essere giustificatamente messi in relazione con l’idea dell’antica identità tra l’essere e il pensare. Il mistico realizzava se stesso nel pensare e sentiva ch’egli non era, allorché era cosciente unicamente del suo corpo; egli si sentiva disperdere e quasi svanire nel processo sensorio, laddove invece egli sentiva il proprio essere integrale, mentre era impegnato nel pensare meditativo. Per lui l’essere era pensare e il pensare essere. Al di fuori dell’attività interiore suscitata dal pensare egli non era. All’interno di essa, egli percepiva il proprio essere, la propria vita. Nella meditazione l’uomo viveva realmente. In altre parole, le astrazioni erano ignote all’asceta antico, poiché il pensiero era volontà, al tempo stesso che jñâna era autorealizzazione».

Tornando a quanto Massimo Scaligero scrive a p. 180 dell’Avvento dell’Uomo Interiore, troviamo:

«La visione, in quanto sia possibile, è liberatrice ed è previsto che si abbia, se le condizioni a ciò necessarie siano acquisite: è l’inizio di un «essere liberi dal male» nel suo germe, ed in tal senso le sue conseguenze positive sono valide, oltre il limite individuale, per l’umanità. L’impressione della radicale malvagità e del selvaggio attaccamento a se stessi desta, insieme con la conoscenza di sé, l’umiltà – in quanto si sa di essere ancora legati a ciò che si guarda – e la compassione per gli altri esseri che ignorano la loro miseria: umiltà e compassione vere, non quelle che si cercano per sentirsi migliori. In effetto, non possono darsi vera compassione, vera tolleranza per l’altrui errore, vera comprensione per l’isolamento degli esseri, prima della esperienza di questa condizione radicale della natura umana.

Chi abbia una simile esperienza, contempla una realtà inconoscibile a chi sia legato ad essa in modo da non potersene separare, essendogli essa interno motivo di vita, supporto inalienabile: condizione dell’uomo ordinario, ma anche del ricercatore dello spirito sino alla soglia della visione penetrante a cui si è accennato. Presso la quale viene insegnato che vigila un essere detto Guardiano della Soglia».

Si dirà che queste parole di Massimo Scaligero sono troppo dure, sconsolanti, e che l’austerità dell’impegno ascetico che richiedono non sono sopportabili per molti cercatori dello Spirito. Personalmente ritengo che la più desolante e disperante realtà sia ben migliore della più rosea illusione.  Per cui conviene – come ammoniva quel paganaccio impenitente, dal grandissimo cuore, che era Arturo Reghini – di mettere al bando, senza veruna misericordia, ogni illusione, e di guardare romanamente in faccia la realtà. Questa potrà non piacere ma, appunto, è reale, con essa dobbiamo fare rigorosamente i conti, e solo da essa possiamo partire per giungere a quella che il Buddha chiama l’Eccelsa Mèta.

Coloro che, rinunciando all’impresa interiore, scelgono di sostituire all’austerità della Via dello Spirito, alla Via eroica, una illudente “via dell’anima”, ossia la comodità della via egoica, oggi hanno a disposizione, per stordirsi rispetto all’angoscia interiore, e beatamente sognare, i narcotici e gli stupefacenti del misticismo, del sentimentalismo, dell’intellettualismo culturale ed estetizzante, del moralismo, del “virtuismo”, che in taluni ambienti è diventato un vero e proprio mito idolatrico, dell’attivismo, dell’obbligatorietà dell’impegno “sociale”.  

Quanto sia possibile manipolare ed illudere le “anime belle”, può essere illustrato da un episodio, che è un esempio tipico di una “intelligente” operazione di “trasbordo ideologico inavvertito”, mediante il quale le persone vengono sedotte ad una “via sostituita”, come la chiamava un tempo un esoterista francese. Tale voie subtituée non è altro che un deviare i ricercatori sinceri, ma troppo ingenui, su un “binario di scambio”, e poi su un “binario morto”. Indi poscia, al treno viene pure staccata la locomotiva, in attesa che poi dalle alture circostanti – come direbbe il mio ottimo e sapiente amico C. – scendano gli Apache Chiricahua a fare scempio dei malcapitati e lauto bottino. L’intelligente autore di cotale “nobile” (si fa per dire…) impresa – perfettamente riuscita – anni fa, affermò ai suoi fidenti ascoltatori che, in questa epoca, non è più tempo di giungere all’esperienza della Soglia individualmente. Ciò, a suo dire, non sarebbe più necessario, e sarebbe anzi eccessivamente pericoloso. Alla Soglia, e al suo superamento si può giungere comunitariamente, ovvero “tutti insieme appassionatamente”, come nel bellissimo film di Robert Wise, con Julie Andrews e Christopher Plummer. In luogo del troppo austero e silente Rito della meditazione in comune, indicato da Massimo Scaligero, vennero proposte al fidente gruppetto, trasformato in un “Club di Lettura e Conversazione”, delle più interessanti “sedute di autocoscienza”, in stile anni sessanta.

Quanto, in luogo dell’audace ricerca della Via assoluta, certi “surrogati” siano ben miseri, e certi “rimedi” proposti siano dei narcotici illudenti e dei placebo sempre meno efficaci, lo affermò già 2600 anni fa Laotzu, con parole che più eloquenti e chiare non si potrebbe, per es, nel XXXVIII capitolo del Taotehking, ove dice:

« XXXVIII – SULLA VIRTU’

La virtù somma non si fa virtù per questo ha virtù, la virtù inferiore non manca di farsi virtù per questo non ha virtù. La virtù somma non agisce, ma non ha necessità di agire; la virtù inferiore agisce, ma ha necessità di agire. La somma carità agisce, ma non ha necessità di agire; la somma giustizia agisce, ma ha necessità di agire; il sommo rito agisce, e se non viene corrisposto si denuda le braccia e trascina a forza. Fu così che, perduto il Tao, venne poi la virtù; perduta la virtù, venne poi la carità; perduta la carità, venne poi la giustizia; perduta la giustizia, venne poi il rito: il rito è labilità della lealtà e della sincerità e foriero di disordine».

Oggi, pur di non affrontare l’impresa spirituale, si giunge in maniera insana e improvvida ad attuare, con una alchìmia inversa e perversa, a trasmutare, anzi a degradare, l’oro della Sapienza in volgarissimo piombo, quando non in strame. E invece di cogliere l’invito, del sapientissimo Maestro del Celeste Impero, Laotzu, di esser «dritti nel curvo, interi nel frammento», si fa di tutto per esser curvi nel dritto e di mandare in frantumi l’intero, ciò che, nella essenza spirituale, è uno.

Ma per chi cerchi di conoscere la realtà – yathâbhûtam, ossia “così com’è” – e non i sogni, che prima o poi da rosei e consolanti si trasformano in incubi opprimenti e disperanti – l’unica Via, la Via vera, la Via per “conoscere se stessi, gli Dèi, l’Universo e la Natura”, è la Via del Pensiero, la Via della Concentrazione. Da essa scaturisce la Conoscenza folgorante delle “cose che sono e non appaiono”, la Conoscenza liberatrice e risvegliatrice dal millenario sonno, dall’abietto servaggio dell’anima alla tombale prigione corporea.

È verissimo che la Via dell’Ascesi pensante è dura, che la Concentrazione è una pratica decisamente non grata alla natura caduta dell’uomo, che ad essa si ribella e si sottrae in ogni modo possibile, ma è altresì vero che tale Via «eroica» è l’unica terapia, l’unica Via di salvezza per l’uomo, che rischia la degradazione nel subumano e lo sfracellarsi nell’abisso. Surrogati e rimedi palliativi sono come dare su una nave che, sull’oceano in tempesta, sta affondando, ansiolitici, sedativi e sonniferi a chi rischia di affogare tra le onde, e sia nell’angoscia per tema di dover affrontare vigorosamente le onde.

Nella prima edizione, ormai introvabile, dell’Avvento dell’Uomo Interiore, Massimo Scaligero pose, nella seconda di copertina, queste parole, che sono una mirabile sintesi dell’intera Via del pensiero. Queste parole del Maestro, purtroppo, non vennero riprodotte nella riedizione, apparsa negli anni settanta dello scorso secolo, come L’Uomo Interiore ad opera delle Edizioni Mediterranee. Le trascrivo per offrirle alla diligente meditazione degli amici innamorati della Via Vera, e della Concentrazione:

«Chiave del senso della presente epoca e del valore attuale della Iniziazione, quest’opera è dedicata a coloro che hanno ancora il coraggio di volere l’uomo. Viene indicata una «via spirituale»  che, mentre è di là dalle tradizioni, attinge a un segreto e imperituro insegnamento: che un tempo agì attraverso le metafisiche dell’Oriente, oggi opera, inconosciuto, nell’anima dell’occidente, per chi giunga a scorgerla. La tecnica dell’esperienza soprasensibile descritta in questo volume già reca in sé quanto di essenziale operò nello Yoga, nel Taoismo, nella «via» del Buddha, nello Zen nel Tantrismo, ma si trae precipuamente dall’attivazione di un ulteriore elemento interno, che può sorgere soltanto nello svincolamento del pensiero razionalistico e astratto dai contenuti finiti e sensibili, valsi unicamente alla sua formazione. Per l’uomo moderno, è questo pensiero disanimato, che, risorgendo come magica forza , diviene veicolo della resurrezione cosciente del «sopranaturale» in lui, epperò virtù risolutrice degli urgenti problemi del tempo».

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE, ZEN, , ,

DELLA VERA ESPERIENZA SOVRASENSIBILE

satori

Cari amici lettori, dopo qualche intemperanza torno serio e perciò dico e ridico sempre le stesse cose, speziandole un tanto per variarne – poco davvero – il sapore. Questa noterella potrebbe iniziare volgendosi esaustivamente all’eccezionale fenomeno che consiste nella capacità di comprendere le cose che cadono sotto la nostra osservazione poiché, seppure mediate dallo spazio e dal tempo e dagli organi del nostro corpo (e già a questo punto dovrebbe aprirsi un ampio capitolo sulla presunzione di oggettività di tali mediazioni: ciò è stato compiuto con assoluta profondità da Rudolf Steiner nel IV capitolo della Filosofia della Libertà e da Massimo Scaligero con Segreti dello Spazio e del Tempo), esse, prese di per sé, non offrono al nostro sguardo il loro significato di realtà, avendo il carattere di un tutto indiviso e incomprensibile.

La norma che permette di distinguere i caratteri di un ente dagli accidentali generali e dal resto del mondo già appartiene alla nostra attività pensante e non al percepito indiscriminato che senza dubbio c’è ma mai si saprebbe cosa sia. Già la III dimensione non si dà ma viene data dall’attività del soggetto. Questo fatto è intuibile a chiunque sia capace di pensare e dunque minimamente presente a due mondi: a quello sostenuto dal pensare e a quello indeterminato poiché privo di pensiero.

Nella sua indagine, Rudolf Steiner osserva che persino “in due oggetti dello stesso genere non vi è nulla di veramente comune se ci si attiene soltanto all’esperienza dei sensi. Prendiamo l’esempio elementare di due triangoli: uno isoscele e l’altro scaleno, oppure uno piccolo ed il secondo grandissimo…potremo continuare all’infinito.

Occorre compiere uno sforzo riflessivo per realizzare che fermandoci alla mera esperienza sensoria (cioè priva di pensiero) non esiste alcun triangolo uguale ad un altro e non esisterebbe nemmeno la possibilità di riconoscere un secondo triangolo dopo il primo (a dire il vero non esisterebbe nemmeno la comprensione per il primo triangolo, ossia la possibilità di riconoscere che un triangolo è un triangolo). Normalmente invece riconosciamo la loro comune identità poiché portiamo loro incontro nel moto pensante la luce del concetto di triangolo: solo allora riconosciamo tutti i triangoli del mondo.

Ma in tale caso abbiamo oltrepassato la mera esperienza sensoria e il contenuto del concetto (di triangolo) dove siamo andati a coglierlo? Semplificando al massimo, la risposta è questa: dal mondo del pensiero.

Ci siamo avventurati in quel settore di realtà (teoricamente rifiutata dal positivismo filosofico, dal materialismo becero e dall’esoterismo di mezza tacca) senza la quale nulla delle cose del mondo sarebbe da noi compresa e comprensibile perché, per la nostra costituzione, manca nel puro mondo sensibile. Questa è l’esperienza interiore assolutamente necessaria alla comune condizione umana ed è parimenti quella meno avvertita consapevolmente.

In quanto uomini, l’esperienza interiore del pensiero è ciò che ci colloca al vertice di quelli che sino a ieri furono chiamati “regni della natura”. Ci distinguiamo dal resto della natura non perché ci muoviamo o respiriamo ma nemmeno per il fatto che qualcosa susciti in noi odio o amore con una fenomenologia quasi simile alla pioggia che cadendo modifica la precedente compattezza o morfologia del terreno.

La luce del pensiero genera l’uomo in quanto entità completa, e dalla interiorità di lui essa sgorga incessantemente donando compiutezza al mondo, ancora senza che lo si sappia, poiché per ora una consapevolezza desta non esiste ancora, o meglio, l’atto non viene avvertito durante il suo processo: dandosi, a posteriori, come riverbero (riflesso): la consapevolezza si riaccende solo dopo, nel riverbero, in cui coglie il compiuto, il mondo già fatto ed il pensiero come fosse soltanto un riflesso di questo: per moltissime anime tale pensiero viene sentito come una copia sbiadita e sicuramente più incerta del mio “oggettivo” portacenere.

So bene che le precedenti righe sono insoddisfacenti rispetto al tema ma da esse potrebbe risultare sufficientemente chiaro che tento di indicare, ripetitivamente, che la prima più importante tra le esperienza interiori è la coscienza pensante: il chiaro pensiero del soggetto. Ciò dovrebbe essere una conquista, eppure rimane sempre il fatto più negletto, non solo in anime strutturalmente primitive ma assai spesso nei cenacoli dove, nelle intenzioni, andrebbero curate e aiutate le forze attinenti la difficile alba della cosiddetta “anima cosciente”. Ogni ulteriore esperienza interiore vera che si definisca occulta dovrebbe essere oggetto della pura coscienza pensante come in natura ogni cosa percepita abbisogna di un sano organo percepente.

A molti, tutto questo potrebbe apparire semplicemente ovvio, ma se davvero fosse così il mondo esoterico sarebbe una riproduzione fedele del cielo in terra.

Purtroppo così non è, la confusione regna e per “esperienza interiore” si intende proprio di tutto, essendo di sufficiente soddisfazione per la presunzione e l’orgoglio umano, l’esperienza di qualsiasi cosa che possa essere sentita e giudicata diversa o straordinaria se per una minuta briciola appare soltanto estranea all’ordinario vissuto. Spesso Rudolf Steiner ha rimarcato il desiderio di molti spiritualisti di ritrovare, nelle esperienze interiori, somiglianze con le cose che ci sono famigliari nel mondo sensibile. Ciò non inficia quello che ho scritto, poiché quasi tutte le esperienze vantate sono soltanto quantitativamente diverse dal menzionato portacenere: viene aumentata la quantità delle “cose” se posso anche vedere colori o udire suoni inesplicabili che semplicemente aggiungo a quanto mi è famigliare nell’esperienza comune. C’è chi giudica spirituale persino un sentimento: come se questo non ascendesse – o fosse mediato – dalle profondità dell’organismo sensibile, dunque si confonde l’esperienza animica con l’esperienza spirituale: carenza pensante!

E’ un errore tra i più profondi laddove si volesse chiamare esperienza interiore quanto può esser sperimentato dualisticamente, cioè con le caratteristiche del mondo sensibile e nel mondo sensibile, dove il prodotto della nostra attività supercosciente si arresta nella passività cosciente.

Trattare di esperienze “superiori” quando ancora non si abbia chiara e sperimentata la funzione (e persino l’esistenza) del pensiero, permette tutte le illecite illazioni che poi divengono chiese, scuole sapienziali, correnti spiritualistiche.

Anche l’imponente castello antroposofico patirebbe (patisce) le più malsane correnti se non avesse a proprio fondamento una esigenza di obbiettività scientifica.

Nonostante tutta la cura profusa dal Dottore, è un fatto visto e rivisto come troppo spesso l’antroposofia divenga comunque suggestione, atto di fede e persino vociare pettegolo senza attività di pensiero, dunque miserabile verbalismo, inferiore alla stessa dialettica in cui esiste ancora moto di pensiero. Così, usando la stessa terminologia antroposofica, pare del tutto legittimo a molte anime il tradurre la visione esoterica in misticismo luciferico che nell’uomo moderno trapassa in supina resa all’ envoutement arimanico: come a dire che spingendo proditoriamente in su un piatto della bilancia, l’altro scende vistosamente in basso. Situazione corrente.

Per questa devianza e anche per altri motivi più intimi e delicati, preferiamo usare il termine Scienza dello Spirito quando ci riferiamo alle comunicazioni spirituali: esse, dati i presupposti, si dichiarano obbiettive. Appunto: come risultati di attività scientifica.

La chiave del discorso scientifico è la pura, spassionata osservazione.

Ebbene, nel divenire scientifico è quasi una stravaganza storica e metastorica dover constatare che soltanto uno semisconosciuto ma promettente giovane filosofo, nel 1894 si portasse alla radice epistemologica, indicando come, alla radice dell’osservazione scientifica mancava, sino a quel momento, l’osservazione del fenomeno che sta alla base di ogni possibile osservazione.

Tra l’altro osservo che egli scrisse il suo chef d’oeuvre con un linguaggio spregiudicatamente piuttosto semplice, essenzialmente fruibile anche ai non addetti. Eppure il carattere dell’indagine e del tema portò allo Scritto un interesse inversamente proporzionale ad una sua completa comprensione.

E pare che le illuminanti aggiunte all’edizione del 1918 siano ben poco penetrate nelle dure teste degli uomini.

La Filosofia della Libertà (taccio per comodo Verità e Scienza e Linee fondamentali di una concezione goethiana del mondo) si presenta come un puro risultato di osservazione scientifica, e infatti Steiner volle sottotitolare il libro come “Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”.

In che modo ciò è possibile? Troviamo la più stringata risposta in Verità e Scienza:Io separo dalla mia immagine del mondo tutte le determinazioni di pensiero ottenute mediante il conoscere, e fisso soltanto quello che si presenta senza il mio intervento sull’orizzonte della mia osservazione”.

Non è facile capire la gigantesca portata di questa frase, poiché se pure immersa in un contesto di forma filosofica, essa indica un operare tanto radicale che per l’anima umana significa il portarsi allo zero di sé: annientamento cosciente e voluto, che sottende una disciplina straordinaria.

E questo, se non sbaglio, è uno dei momenti culminanti del percorso Reale sulla Via iniziatica.

Però è così, allo stesso tempo, che le due esigenze dell’uomo contemporaneo vengono soddisfatte: il bisogno di scientificità e di (vera) spiritualità.

Certamente, per il nostro essere quotidiano la via è poi dura, difficile o molto difficile: la chiamiamo Scienza dello Spirito ma è strada in salita. Forse per la stessa ragione, i molti preferiscono i mercatini dove si incarta antroposofia…cosa volete che costino otto righe di saggezza altrui?

Trovo, per farmi qualche risata, che uno swami pavoncello mette in guardia i suoi ammiratori circa l’abuso di disciplina interiore…Abuso? Eccesso? Dove, chi, quando? Evidentemente, immolati ad Atagartide i resti della sensatezza e di una infiacchita virilità, il povero swami forse crede che qualcuno possa davvero eccedere in ciò che è mortalmente difficile…  Certo è che raglia su ciò che lui non conosce se non a parole. E come uno Svengali dell’antroposofismo mistico, così ha pure intortato pazzi da legare e persone ingenue (raccolta indifferenziata). Mah!

A proposito della Filosofia della Libertà si può osservare come siano amate le conferenze e gli scritti che la esaminano da tutte le parti, perquisiscono ogni sua riga: notevoli esibizioni di raffinata cultura e di intelligenti riflessioni. Esse sembrano virtù. Anzi: “umile” lavoro intellettuale (espressivo di kulturaristokatie). Possibile che siano pochi a rendersi conto che questo poderoso armamentario sposti nel limbo indefinito delle cose lontane proprio ciò che è oggetto di tante attenzioni?

Anche questo è un evitare e far evitare il lavoro personale, il confronto del proprio pensiero (e della propria anima) con il percorso del Testo, la sua organicità e la possibile sperimentazione del suo fondamento, cioè il senso per cui era stato scritto.

Ma forse a ciò lo sforzo ordinario potrebbe essere non sufficiente. Per chi ne è capace (nessuno può saperlo prima di tentare), forse sarebbe cosa migliore, parallelamente allo studio severo, abusare, per un tempo non limitato, della disciplina posta a fondamento e colonna di ogni attività d’attenzione consapevole, almeno nei casi in cui si sappia distinguere quando si dorme e quando no.

SCIENZA DELLO SPIRITO

MAGIA DEL PENSIERO ( Frammenti di Novalis)

Novalis

Nello stesso modo in cui esprimiamo i moti dell’organo del pensiero, in cui li manifestiamo coi gesti, li concretiamo in azioni, in cui in genere ci muoviamo e ci fermiamo ad arbitrio, uniamo e singolarizziamo i nostri movimenti, nello stesso modo dobbiamo anche imparare a muovere, frenare, collegare e singolarizzare gli organi interiori del nostro corpo.

Tutto il nostro corpo è senz’altro capace di esser messo dallo spirito in qualsiasi movimento. Gli effetti della paura, del terrore, della tristezza, della collera, dell’invidia, del pudore, della gioia, della fantasia ecc. sono indicazioni sufficienti.

Oltre questo però esistono abbastanza esempi di uomini che hanno raggiunto una padronanza arbitraria su parti del corpo comunemente sottratte all’arbitrio. In tal caso ciascuno sarà il proprio medico e potrà acquistarsi un sentimento completo, sicuro e preciso del proprio corpo; allora soltanto l’uomo sarà effettivamente indipendente dalla natura e forse persino in grado di restaurare membra perdute, di uccidersi con la sola propria volontà e di raggiungere, solamente con questo mezzo, vere rivelazioni sul corpo, l’anima, il mondo, la vita, la morte e il mondo degli spiriti.

Forse dipenderà soltanto da lui la possibilità di animare una sostanza. Egli costringerà i propri sensi a produrgli la forma da lui voluta e potrà vivere nel suo mondo nel piú vero significato della parola. Allora sarà capace di staccarsi dal corpo nel momento in cui lo crederà opportuno; egli vedrà, udrà e sentirà ciò che vorrà, come vorrà, e nel nesso che gli piacerà.

L’uso degli organi non è altro che pensiero magico, taumaturgico, o uso arbitrario del mondo dei corpi; infatti la volontà non è altro che magica, energica capacità di pensiero.

Novalis

Da: «Frammenti», Ed. Rizzoli, Milano 1987, pp. 432-33

__________________________________________

per gentile concessione di www.larchetipo.com

LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO
Torna in alto