Arcana Sapienza e Scienza dello Spirito: l’inganno del misticismo

Massimo Scaligero (2)

Poiché la Scienza dello Spirito non è “Rivelazione dall’Alto”, o “Arcana Sapienza”, o anche – nel senso migliore del termine, esso come poteva ancora essere inteso nel XVII e XVIII secolo – “Theosophia ” – bensì, appunto, una scienza basata, a partire da iniziativa umana individuale, sull’osservazione diretta dei risultati dei processi dell’anima e dello spirito, condotta “secondo il metodo delle scienze naturali”, forse sarebbe savio non coinvolgere nella ricerca della Conoscenza atteggiamenti animici e pratiche religiose come preghiere e simili.

Tali atteggiamenti e pratiche religiose – in sé rispettabilissime e perfettamente legittime – rispondono ad esigenze interiori diverse da quelle della esperienza scientifica della sfera spirituale. Tali esigenze interiori di tipo mistico e religioso, pur essendo appunto del tutto legittime e comprensibili, possono e devono avere la loro soddisfazione in una sfera e in un dominio diverso da quello della Scienza dello Spirito – la quale è appunto una “Anthroposophia ”, elaborata a partire dalla esperienza umana, e non una “Theosophia”, accolta a partire da una rivelazione superumana – e come tali non dovrebbero “invadere” la sfera della conoscenza spirituale rigorosa.

Rudolf Steiner parlando dell’attuale misticismo (egli parlava evidentemente di quello presente alla sua epoca, ma la cosa si impone ancor più radicalmente oggi), non ne contesta la possibile realtà, ma ne mette in evidenza la soggettività e aggiunge, in Scienza Occulta, che essa è più o meno una vicenda che riguarda il soggetto che la sperimenta, e che quindi, come tale, non può avere un valore universale, né su di essa si può basare una Scienza dello Spirito.

In Filosofia della Libertà egli pone in evidenza come nel misticismo si voglia “sentire”, quel che si dovrebbe voler conoscere. Naturalmente, la Scienza dello Spirito attraverso uno sperimentare conoscitivo di estremo rigore accende anche una novella vita del sentire, e trasforma radicalmente la precedente vita dell’emotività naturale, ma ritiene che un tale novello sentire nasca come risultato dell’accordo del pensiero volitivo e della volontà compenetrata dal pensare.

Per molti, soprattutto oggi, è difficile cogliere – per mancanza di esperienza interiore diretta – quella che potrebbe apparire una semplice sfumatura ed è invece una differenza radicale: quella tra l’emotività religiosa e mistica che muove, inevitabilmente coartandola, una vita animica sognante, ed il sentire che scaturisce da processi spirituali di conoscenza, che sono il risuonare dell’essenza sovrapersonale e impersonale dello Spirito nella volitiva attività conoscitiva che si attua nella più rigorosa e autonoma individualità personale.

Nei suoi Aforismi Giovanni Colazza mette in evidenza come l’entusiasmo per il pensiero puro sia il segno della maturità dell’anima. Rari asceti sentono un tale entusiasmo, perché nell’atmosfera rarefatta che si respira in tali altezze l’uomo animale va letteralmente in debito d’ossigeno, ovverossia si sente morire, e a tale morire della sua brama animale esso reagisce con la paura e l’avversione. Tale paura ed avversione per l’esperienza del pensiero puro può assumere le forme mistiche della esaltazione di una pretesa “via dell’anima”, accompagnata alla svalutazione della Via del Pensiero e della intensa pratica della concentrazione come possibile fonte di un “sublime egoismo”.  La Scienza dello Spirito offre esperienze conoscitive scientificamente attuate – secondo quella che Massimo Scaligero chiama “empiria radicale” – e non pratiche religiose, pur lasciando libero ogni individuo di soddisfare le sue personali esigenze in tale campo in domini diversi da quelli della esperienza scientifico-spirituale.

Può forse essere utile, dunque, chiarire la differenza tra una “Sapienza Arcana” o “Theosophia” nel senso antico e legittimo del termine, e una “Scienza dello Spirito”. Ho passato lunghi anni a conoscere ed approfondire quella che Rudolf Steiner chiama “Mistica all’alba dei nuovi tempi” – e bisogna sottolineare bene come egli distingua nettamente la Mistica, alla quale attribuisce grande nobiltà spirituale, dal misticismo sentimentale, che sovente si muove sul un piano ambiguo di sensuale emotività – e in Meister Eckhart, in Johannes Tauler, in Jan van Ruysbroeck, nella Theologia Deutsch, in Nicola Cusano, in Valentino Weigel, in Jacob Boehme, ho trovato veri tesori spirituali. E nei loro successori come Gichtel, Eckharthausen, Baader, Clausius, Oetinger in Germania, e William Law, Jeane Lead, Portradge, John Donne  in Inghilterra, Martines de Pasqually e Louis-Claude de Saint-Martin in Francia, per non dire nel nostro Dante Alighieri e nei Fedeli d’Amore, e in tanti altri che taccio per brevità, ne ho trovati altrettanti.

Una tale nobile Mistica o Theosophia era capace di innalzarsi sino alla percezione spirituale, talvolta sino alla vera e propria Iniziazione. In essi si incontra anche vera e schietta Conoscenza, una autentica Gnosi, e non mera sentimentalità come nel misticismo religioso deteriore. Ma la meraviglia di una tale realizzazione è irrepetibile: è – in quella forma – definitivamente trascorsa: ancora la costituzione occulta dell’uomo permetteva una vasta apertura al divino attraverso un sentire non del tutto umanizzato e fisicizzato. Dall’Alto scendevano rivelazioni e conoscenze, che – in quella forma – non sarebbero più possibili, perché la definitiva caduta del pensare nella riflessità cerebrale tutto guasta e corrompe, mettendo l’anima alla mercé di una torbida natura istintiva.

Quelle conoscenze erano autentiche, quella Gnosi era verace, ma la sua modalità – la Rivelazione dall’Alto, accolta in un’anima purificata e devota – non è e non può essere più la nostra. Ossia una tale Gnosi non è la conquista di un Io autocosciente che, elaborando lucidamente le forze dell’anima, conquista – dal basso – una Conoscenza sovrasensibile attraverso le facoltà elaborate nell’esperienza umana e terrena. Mentre in quella Mistica o Theosophia la Conoscenza o la Gnosi si inverava allorché le facoltà umane e terrene venivano messe a tacere: il nascente Io autocosciente umano veniva ancora visto – come nelle Metafisiche dell’Oriente – come costituente il maggiore ostacolo da superare perché la Luce e il Lampo della Gnosi si realizzassero nell’anima. Doveva essere fatto il “vuoto” e l’immobilità dell’anima di fronte ad uno Spirito, visto ancora come un Assoluto trascendente e non ancora come un Io immanente. Il silenzio e la preghiera erano gli strumenti di una tale mistica realizzazione.

Massimo Scaligero ha mostrato come oggi non si possa evitare, fuggendolo, l’umano, bensì come per realizzare lo Spirito sia necessità assoluta quella di esaurire in noi la natura caduta, l’umano-animale, incarnando sino in fondo l’Io: portando la volontà dell’Io nel pensare, sino a liberare per intensificazione cosciente la corrente del pensare dal supporto cerebrale, che lo paralizza e ne uccide la vitalità spirituale.

La Conoscenza spirituale, la Gnosi della più nobile Mistica, così come la Conoscenza metafisica dello Yoga, del Buddhismo, del Taoismo, dell’Oriente tutto, non sono perse per noi, ma possono essere ritrovate unicamente attraverso il Rito della Resurrezione del Pensiero Vivente dal cadavere della riflessità: e questo implica la più risoluta pratica della concentrazione, e della meditazione come concentrazione portata sino alla intensificazione contemplativa.

Questa è per noi la porta stretta dalla quale si può osare passare, superando l’inerzia ottusa della natura animale, gli ostacoli posti dalla passività dell’anima di fronte alla invadenza della vita somatica. La fatica – persino il tedio o l’arida indifferenza – che talvolta lamenta proprio chi in tale lotta interiore seriamente si impegna, lungi dall’essere un sintomo negativo di errore o di fiacchezza, è invece il segno che la natura umano-animale si sta esaurendo, che non ce la fa più, e che il suo ostacolo – come per uno schianto – sta per togliersi di mezzo: allora si inizia a praticare concentrazione e meditazione con forze che non vengono più dalla natura, o dall’anima passivamente asservita alla natura, bensì con le forze dell’Io, con le forze spirituali che si risvegliano oltre e malgrado il sonno somatico indotto dalla natura. Il sentimentale misticismo orante, invece, oggi è un comodo e sognate sguazzare nella più inferiore natura. L’asciuttezza dell’arida pratica della concentrazione prosciuga il mucillaginoso “umidore” di tale misticismo sentimentale, e porta direttamente all’esperienza spirituale.

Rudolf Steiner mette in evidenza la differenza tra una antica Mistica – rettamente intesa ed attuata, come nell’ascesi spirituale di talune poderose personalità dei secoli scorsi – e lo sfaldato misticismo sentimentale, coltivato soprattutto nella torbida atmosfera di un sensuale misticismo femminile cattolico, del quale Rudolf Steiner mostra tutta la patologicità, mettendo in evidenza il fatto che si tratta di un erotismo traslato sul piano astrale. Emblematica è la differenza tra la Mistica di un San Giovanni della Croce, che si eleva ad una autentica conoscenza iniziatica, e il misticismo sensualmente sfaldato di una Teresa d’Avila, la quale nelle sue esperienze, tutt’altro che indipendenti dal coinvolgimento corporeo, giunge a vere e proprie forme di orgasmo.

La tentazione misticheggiante è sempre in agguato nella Scienza dello Spirito, come seducente proposta di “sostituire” la dura fatica della Via del Pensiero, nella quale iniziaticamente si muore e si rinasce, con una via “religiosa”, con una via della morbidamente senziente “anima”, mediante la quale ci si può “accomodare” ad un percorso che non elimini la dipendenza dalla brama animale, ma la “sublimi” travestendola in forme accettabili per l’ego! La “via sostituita” può essere per taluni indubbiamente seducente, ma – come avverte Massimo Scaligero ne La Luce – ciò che seduce non libera!

Sorgete! Svegliatevi! Poiché il Sentiero della Liberazione e della Iniziazione è sottile, difficile da percorrere e pericoloso come il camminare sulla sottile lama di un rasoio tesa sullo spalancato abisso tra due sponde. Katha Upanishad – 1.3.14

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA PITTURA DI MARINA SAGRAMORA

autoritratto

LA PITTURA DI MARINA SAGRAMORA

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Nella pittura trasfigurativa di Marina Sagramora la natura e il mondo sono stimolo, con promontori, valli, picchi da conquistare. Mai separati dal loro cielo.

camminoevolutivo

(Cammino evolutivo)

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(Più in alto)

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Il sole nutre e la luce della luna illumina la notte coprendo col suo manto argenteo i semi dell’anima che prosegue il suo viaggio, ferma e forte, irriducibile verso la meta;

pleniluniofontana

(Plenilunio)

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che prende soste, dialoga interiormente con lo spirito della natura, pone domande e riceve intime risposte.

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(La Risposta)

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L’io, sempre protagonista, è soggetto vivo. Lo stesso osservatore si trova a impersonarlo, mentre i paesaggi, i colori, gli incontri, divengono la sua scena, la sua realtà.

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(Raggiungersi)

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Un’anima in cammino, lungo un sentiero determinato, in compagnia del lume delicato del suo Io che si fa sempre più forte e luminoso.

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(Il Guardiano del Regno)

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Il lume che svela la trama della maya e libera lo spazio e il tempo agli occhi dell’anima.

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(Coscienza della luce)

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Occhi che così possono individuare la via, abbracciando liberi tutto il tempo passato e futuro, ogni spazio interiore ed esteriore…

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(La celeste)

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concentrazione

( Concentrazione)

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Quel che sembra un mondo onirico parallelo, irreale nell’ingenuità dell’anima, si rivela essere – nella contemplazione e nella preghiera, nel dolore e nel silenzio, nella determinazione fedele dell’impulso originario che conduce ogni cuore – il fulcro del vivere: ciò che alla vita si deve riunire; ossia una coscienza del vero battito, del reale sentire; tutto ciò nella realizzazione di quell’animadversio, risalita alla sorgente, che consente di farsi nutrire e ricreare dalla comprensione del segreto della terra: dal Mistero del Golgotha, la meta sacra interiore di cui ogni uomo sente forte l’anelito del ricongiungimento.

lacascata

(La cascata)

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La redenzione dell' Uomo

(La Redenzione dell’ Uomo)

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pensareliberato

(Pensare liberato)

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La pittura della Sagramora è un sacro dialogo continuo con la Sophia, la madre che si sceglie di portare alla luce da quell’esilio in cui fu relegata.

Ogni quadro di questa delicata, fine artista è atto fedele ed esperienza sentita del ritorno di colei che conduce al fiorire della vera Vita.

lapercezionepura

(La Percezione Pura)

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(Orchidea)

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www.marinasagramora.it

ARTE, MARINA SAGRAMORA, PITTURA,

PRINCIPI SENSATI DELLA NUTRIZIONE IV ARTICOLO

grassi alimentari

I grassi nella dieta

Come nel caso delle proteine, anche sui grassi la gente ha molte convinzioni strane o errate. La maggior parte di esse deriva dalla mancata distinzione tra la quantità dei grassi alimentari ingeriti e la loro qualità: tipi diversi di grassi hanno diverse conseguenze, sia positive che negative, che devono essere comprese per assicurarsi equilibrio e salute.

Cos’è un grasso?

I grassi sono sostanze chimiche che possono essere utilizzate in molti modi dall’organismo, come, ad esempio, essere bruciati per ottenere energia immediata, essere immagazzinati per una riserva energetica o venire incorporati nelle membrane cellulari. I grassi si dividono in tre categorie principali: trigliceridi, colesterolo e fosfolipidi.

Grassi semplici o trigliceridi:

questa categoria rappresenta circa il 95% della nostra assunzione giornaliera di grassi, perciò devo approfondirla. I trigliceridi sono composti da tre catene di acidi grassi legate a una sola molecola di glicerolo (ecco il motivo della parola “tri” e “gliceride”).

La categoria generale dei trigliceridi può essere ulteriormente suddivisa in tre, ed è proprio questa distinzione che tende a confondere le persone.

I nomi delle diverse sottocategorie si riferiscono alle loro specifiche strutture chimiche. Assai pochi alimenti contengono solo una categoria di trigliceridi e non le altre; di solito sono composti da una maggior percentuale di un certo tipo di trigliceride.

a) Grassi insaturi.

I grassi insaturi sono di solito divisi ulteriormente in grassi monoinsaturi e polinsaturi, ma ciò può essere una distinzione forse inutile per chi legge queste note.

Come regola generale, i grassi insaturi si trovano soprattutto nelle fonti lipidiche vegetali. A temperatura ambiente si trovano in forma liquida. Dal punto di vista della salute, questi grassi sono abbastanza “neutri” (se si eccettua il loro impatto calorico sui livelli di grasso nel corpo).

Esempi di alimenti che contengono alte quantità di grassi insaturi sono gli olii vegetali, le noccioline ed i semi, l’avocado e praticamente tutti i cibi di origine non animale che contengono lipidi. I grassi insaturi dovrebbero costituire la maggior parte della nostra assunzione lipidica giornaliera.

Meritano una citazione (ma ne scriverò in una prossima nota dedicata) due grassi insaturi speciali, cioè gli acidi grassi essenziali alfalinoleico e linoleico. Queste due sostanze (come gli aminoacidi essenziali) non possono essere prodotte dall’organismo, che se le deve procurare con l’alimentazione. Le persone che seguono diete esageratamente ipolipidiche (meno del 10% sul totale delle calorie giornaliere), o che, semplicemente, mangiano i grassi sbagliati, rischiano la carenza di acidi grassi. Questa deficienza si manifesta, all’inizio, con la secchezza di epidermide e capelli; in forma più grave, può provocare la rottura delle membrane cellulari. Gli acidi grassi essenziali si trovano in alimenti come l’olio di cartamo, quello di lino e la maggior parte di noci e nocciole.

Altri due grassi insaturi che (a ragione!) hanno ricevuto una sempre più vasta attenzione sono gli olii di pesce: l’EPA ed il DHA.

Un enorme numero di studi ha dimostrato che un buon consumo di queste due sostanze ha un effetto protettivo contro diverse malattie del sistema sanguigno e del cuore.

Come suggerisce il loro nome, questi due olii si trovano nei pesci grassi come il salmone, la trota, lo sgombro, le sardine ed il tonno fresco.

b) Grassi saturi.

I grassi saturi si trovano soprattutto nei cibi di origine animale e di solito si presentano in forma solida a temperatura ambiente (per esempio, la “marmorizzazione” di un pezzo di carne o il burro). Dal punto di vista della salute i grassi saturi tendono ad aumentare il livello di colesterolo, e sono stati associati a molte malattie degenerative (come quelle delle coronarie). Ogni grasso che si presenti solido a temperatura ambiente (con l’eccezione di quello di cocco e di mandorla) sarà principalmente di tipo saturo.

c) Acidi Trans-grassi

Chiamati anche olii vegetali parzialmente idrogenati, questi acidi trans-grassi si formano quando i produttori alimentari prendono dell’olio vegetale e lo arricchiscono con l’idrogeno per renderlo semi solido (per esempio, la margarina), che ha una durata molto superiore. Gli acidi trans-grassi si trovano solo negli alimenti raffinati, e sempre più studi suggeriscono che queste sostanze hanno sulla nostra salute effetti negativi molto maggiori rispetto ai grassi saturi. Evitando i cibi molto raffinati, minimizzate il consumo di queste sostanze (che infatti stanno sparendo da quasi tutti i prodotti e sostituiti con olio di cocco, assai più sano ma dieci volte più calorico di molti altri olii).

Colesterolo:

Anche se tecnicamente non si tratta di un grasso, il colesterolo è una sostanza chimica spesso associata al grasso. E’ una molecola steroidea ed è coinvolta in molte reazioni che avvengono nel corpo, tra cui la produzione di tutti gli ormoni steroidei (tra cui il testosterone e l’estrogeno). Ora non abbuffatevi di uova (parlo ai maschietti); in questo modo non si può aumentare la produzione di testosterone a meno che il livello del colesterolo sia molto basso. Questa sostanza i trova solo negli alimenti di origine animale: per esempio, in 85 grammi di carne ci sono, in media, 100 milligrammi di colesterolo.

In condizioni normali, il fegato produce molto più colesterolo (circa 1000-2000 milligrammi al giorno) di quanto se ne possa ingerire attraverso il cibo. In generale, il consumo di colesterolo ha pochissimo effetto di questa sostanza nel sangue.

Allora perché si insiste tanto sulla necessità di diminuire la quantità introdotta con gli alimenti?

Come detto, questa sostanza si trova solo negli alimenti di origine animale, che contengono, di solito, grassi saturi; le prove mostrano che questo tipo di grassi stimola il fegato a produrre altro (più) colesterolo ed è pure il maggior responsabile di malattie cardiache, molto più del colesterolo.

In generale, diminuendo l’assunzione di grassi saturi, si smorza la produzione eccessiva di colesterolo.

Fosfolipidi:

Questa è la terza categoria di grassi a cui accenno brevemente. I fosfolipidi sono simili ai trigliceridi, ma in questo caso almeno una delle catene di acidi grassi è stata sostituita da un composto contenente fosforo. I fosfolipidi vengono utilizzati dalle membrane. La lecitina ne è un esempio: funziona da emulsionatrice dei grassi (ovvero rompe le grandi molecole di grasso in pezzettini, che possono stare sospesi in acqua). Perciò la lecitina viene utilizzata molto nei cibi raffinati (viene impropriamente pubblicizzata come elimina grassi). Una ulteriore assunzione di questa sostanza, non miracolosa, è inutile, perché il corpo la produce abbastanza in fretta.

Le utilizzazioni del grasso nel corpo:

dopo la digestione, processo in cui i trigliceridi vengono scissi in acidi grassi liberi e glicerolo, i grassi possono seguire diverse strade nell’organismo. Se le calorie consumate sono in eccesso, i grassi vengono immagazzinati come grasso corporeo da essere utilizzato in futuro. Oppure gli acidi grassi liberi possono essere bruciati in ogni tessuto come fonte energetica, ad esclusione del cervello. Gli acidi grassi essenziali vengono usati soprattutto per ricostruire un tessuto e vengono racchiusi (insieme al colesterolo) nelle membrane di tutte le cellule. I grassi sono necessari anche per l’assorbimento delle vitamine liposolubili A, D, E e K.

La presenza di lipidi nei pasti ha un’importante conseguenza che merita di essere citata: rallenta la digestione. In particolare i trigliceridi sono lenti da digerire e rallentano l’entrata in circolo delle altre sostanze nutritive. Questo aspetto (le sue implicazioni) è importante per chi volesse dimagrire. L’esperienza mostra che un’alimentazione particolarmente ipolipidica (dove i grassi non giungono a costituire il 10% delle calorie complessive) può lasciare un gran senso di fame a breve, e portare chi la segue a sovralimentarsi di altri cibi.

Di quanti grassi si ha bisogno? Non è semplice rispondere: considerando il legame tra una eccessiva introduzione di grassi (specialmente saturi) e molti problemi di salute il consiglio che di solito veniva dato sino a pochi anni fa e rimasto nelle teste e nei periodici spazzatura, era quello di ridurre il consumo.

In effetti molte organizzazioni che si occupano di salute hanno raccomandato di mantenere il livello dei grassi al di sotto del 30% delle calorie complessive. Non più del 10% deve provenire dai grassi saturi, e il consumo di colesterolo deve essere al di sotto dei 300 milligrammi giornalieri. Come punto di riferimento, in Occidente si ingerisce in media il 36% delle calorie complessive sotto forma di grasso. Poi, la natura ossessiva di molti salutisti è stata di portare al minimo l’assunzione di grassi. Ignoro volutamente in questo articolo, la possibilità di una carenza di acidi grassi essenziali. Invece ricordo la certa correlazione tra l’assunzione di grassi ed i livelli di testosterone. Dunque è possibile che una alimentazione troppo ipolipidica possa diminuire il testosterone e rallentare alcuni processi fisiologici.

Un buon compromesso potrebbe essere quello di consumare una dieta in cui il 15-20% delle calorie totali sia rappresentato dai grassi, privilegiando soprattutto quelli di origine vegetale (olio d’oliva!), ma mantenendo quelli saturi per assicurarsi livelli ottimali di testosterone.

Per i grassi essenziali, del tutto necessari, non dovrebbe essere superato un cucchiaio da tavola al giorno: gli olii di cartamo e di lino sono due delle migliori fonti. Qui non parlo della quantità di olio di pesce, ma sulla linea nutrizionale sarebbe sufficiente consumare qualche tipo di pesce grasso all’incirca due volte per settimana e non meno.

Non è difficile consumare quantità adeguate giornaliere di grasso. Se non si eliminano completamente alimenti come semi, noci, pesci grassi, olio d’oliva ecc., i grassi non possono scendere al di sotto del 15% delle calorie totali. Mentre qualcuno consuma ancora troppi grassi: esagerare con le quantità è dannoso proprio come ridurle troppo. Come in quasi tutti gli aspetti della vita, dobbiamo sempre cercare il giusto equilibrio.

SALUTE

AMORE ALLA TERRA

 

Ieri , 22 Aprile, si è celebrata la Giornata della Terra.

L’uomo, dal 1970, dedica un giorno all’anno al suo Pianeta per tentare di ricordare che Gli deve rispetto, amore e riconoscenza.

Ecco come una grande anima, sappia esprimere  il suo amore alla Madre Terra, con questa poesia:

 

terra e cielo 2

 

 Fedele alla Terra voglio restare,

un cielo troppo lontano non guardo più.

Dove volerei?

Dove mi perderei?

Senza fine volan gli spazi.

In altri pianeti non sarei riconosciuto.

Fedele alla Terra voglio restare,

dove scorse il Sangue Redentore,

dove terrena veste vestì Quello che uomo non era

e lo fu per amore.

In Terra ho trovato il mio cielo,

Uno ci resta finchè si consumano i secoli,

finchè i tempi vanno in polvere,

finchè gli Eoni s’addormentano.

 

Lamberto Caffarelli (Prose e poesie inedite, Fratelli Lega – Faenza)

POESIA

Un libro di Scaligero tradotto per l'area germanofona

Die Logik

Un libro conforme allo spirito delle origini

Massimo Scaligero:

La logica come avversario dell’uomo

La reincarnazione dei libri esiste. Forse così si dovrebbe comprendere il vecchio detto “Habent sua fata libelli” (Anche i libri hanno il loro destino) sebbene questa verità non sembra essere stata presa in considerazione fino ad oggi. Chi avrebbe l’audacia di scrivere oggi una storia della filosofia come una sequenza ritmica di incarnazioni di una determinata serie di libri? Per esempio partendo da “De principiis” di Origene circa u il suo ulteriore destino in “De divisione naturae” di Erigena, in “De vita rerum naturalium” di Paracelso, negli “Scritti di scienze naturali” di Goethe, fino a “La filosofia della libertà” di Rudolf Steiner. Il passaggio a una tale storia della filosofia, guardato sotto l’aspetto scolastico e tradizionale, sarebbe senza dubbio accompagnato dalla sensazione, come la dovrebbe vivere un botanico, quando venisse liberato su un prato in fiore dopo una lunga reclusione in un deposito di legname.

Non è un caso, che io abbia scelto la la sopraccitata serie di libri.

La stupefacente opera di Massimo Scaligero mi ha riempito di sicurezza già dalla prima pagina che quella serie di libri è stata continuata nei nostri tempi e se non oso definire questo libro una diretta incarnazione fisica del capolavoro (chef d’oeuvre) di Rudolf Steiner, garantisco però senz’altro la connessione eterica. (I grandi libri, come le grandi individualità non si incarnano sempre nel fisico, ma si accontentano anche di un’esistenza eterica o astrale).

Forse non ha molto senso presentare tali libri nel senso di volerli interpretare con parole proprie. Leggendo ci si deve immergere profondamente e solo allora portarli fuori non con una propria interpretazione bensì con i propri pensieri trasformati. Lo dico senza tanti preamboli: l’impressione era inaspettatamente sbalorditiva. La grande filosofia mi sembrava veramente, secondo il testo  di Husserl “La crisi della scienza naturale europea…” una “per-sempre-addormentata”… Lo stesso Heidegger, malgrado tutti i suoi talvolta sorprendenti raggi di luce, aveva l’aspetto di una cupa mistica nuvola, che copre il gigantesco e direi quasi già invisibile sole. Il libro di Scaligero mi ha accecato nel vero senso della parola, non come un bagliore arabico-newtoniano di un conglomerato meccanico, ma con quella fonte di vita alla maniera di Goethe o di Giovanni. Poi mi venne in mente che non si trattava per niente solo di un’opera filosofica, bensì di un libro-mistero, una specie di iniziazione nel sacramento del pensiero. Il titolo del libro stranamente non corrispondeva al suo pieno contenuto: “La logica come avversario dell’uomo” (con una visibile reminiscenza di “Lo spirito come avversario dell’anima” di Klage, secondo me un’allusione superflua, che del resto manca nel titolo originale “Lalogica contro l’uomo”), questo concordava solo con la prima parte del libro, ma non alludeva per niente alla seconda, in cui si tratta della trasformazione della logistica divenuta morta in una logosistica e in cui, quindi, il confronto passa organicamente all’armonia generale: la logica per l’uomo. Sì, un libro-mistero che conduce il lettore attraverso gli infiniti riti dell’orrore della moderna mancanza di pensiero e lo porta sulla via del pensare.

La prima parte – “Il mito della scienza” – sembra essere proprio una specie di Kama-loka dell’attuale filosofia in cui l’idolo cartesiano-kantiano che si è appropriato da usurpatore tutti i diritti sull’Io, in una frappante panoramica degli eventi postumi è dato alla purificazione di sé. E’ significativo che la struttura stessa della prima parte è stata trattata, direi quasi, in modo regressivo, cominciando dall’immagine totale delle “Forme logiche del declino interiore” fino al punto di partenza del “Il realismo ingenuo codificato: la nuova logica analitica”. In fondo si potrebbe definire tutta questa prima parte anche come  una logica e concreta realizzazione delle raccomandazioni che purificano il pensare nella teoria della conoscenza di Rudolf Steiner (del “Maestro dei Nuovi Tempi”, come è chiamato nel libro di Scaligero). Si richiami alla memoria queste raccomandazioni: “Se ora si dice: elimino tutte le definizioni mentali conseguite mediante la percezione della mia visione del mondo e trattengo solo quello che appaia all’orizzonte delle mie osservazioni senza che io faccia qualcosa, allora ogni malinteso verrà escluso” (“Verità e scienza”). E ancora: “Se si vuole veramente comprendere il conoscere in tutta la sua reale entità, si deve indubbiamente comprenderlo anzitutto dove è esposto al suo inizio, dove comincia” (sic). Questo suona estremamente semplice e chiaro, ma solo colui il quale ha provato a realizzare quel che è stato detto sa quale enorme abisso sta nascosto dietro a queste parole. Qui la teoria della conoscenza sperimentò per la prima volta una valenza di mistero iniziatico, perchè non posso definire diversamente queste affermazioni di Rudolf Steiner che non come la preparazione del pensiero (in fondo l’abitudine agendo solo come pilota automatico di frasi fatte) all’incontro con il Guardiano della Soglia e la sua vera scaturigine, dov’è attribuito al pensiero incantato da una nomenclatura narcotica, di riconoscere la sua origine in un alto grado angelico. Quindi era quello che era stato espresso in maniera metodicamente così dura in questo libriccino “Verità e scienza”, implicante nient’altro che l’iniziazione attraverso la morte – la morte di tutte le definizioni pensanti raggiunte tramite la conoscenza – e una riduzione della coscienza al grado zero, cioè a tale vuoto originario secondo cui la conoscenza non poteva essere nessuna sciocchezza di tutti i generi di sistemi e discorsi, bensì solamente un esame eseguito davanti alle Gerarchie ed una licenza per collaborare con loro alla creazione continua del mondo. In questo modo trovo il motivo per cui il filosofo Rudolf Steiner è stato logicamente passato sotto silenzio dai filosofi del XX secolo – accoglierlo, seriamente parlando, significherebbe pronunciare irrevocabilmente su se stessi una condanna a morte.   Forse Husserl era l’unico che osò questa purificazione della coscienza dalla stalla di Augia – stranamente senza avere una pallida idea di Rudolf Steiner e partendo soltanto da una fonte di verità profondamente sentita. (Del resto a questo punto sarebbe importante seguire la sua relazione intellegibile attraverso la ‘mediazione’ di Franz Brentano) Ma Husserl stesso non si decise ad andare fino in fondo rispetto all’inizio – in modo bello e profondo ha parlato di ciò Michael Kirn nella sua introduzione al libro di Scaligero. Nel sopraccitato libro questa grande autopurificazione del pensiero si è ora realizzata in modo radicale (“radicale fino al delitto”, come avrebbe detto Nietzsche).

Comunque io temo che anche questo libro sarà circondato dal complotto unanime dell’occultamento filosofico. I filosofi si sono abituati strettamente al “comfort” e alla “praticability” del pensare. Se gli psichiatri americani, svolgendo un incarico del rettore di un “college”, sono riusciti a diagnosticare come…schizofrenico l’autore della “Fenomenologia dello spirito”, che cosa resterebbe da dire sul probabile destino in questo mondo del libro di Scaligero? Non si dovrà tuttavia perdere la speranza. Non è da escludere che un bel giorno appaiano altri psichiatri profondi, la cui diagnosi sarà totalmente contraria, pressapoco nel modo seguente: tali libri, come quello di Scaligero, non sono per niente trattati filosofici, bensì una “conditio sine qua non” della salvezza animica. Chi rifiuta la purificazione offerta da essi e la Via, si condanna a priori al…cretinismo, dal quale nessuna cattedra e nessun premio Nobel potrà salvarlo. Crede esperto.

                                                                                                                  Karen Swassjan

Massimo Scaligero: Die Logic als Widersacher des Menschen. Verlag Urachhaus. Stuttgart  1991 

Questo scritto apparve sul Das Goetheanum del febbraio 1992

L’amico Franco lo pubblicò, tradotto, su l’Archetipo, come parte di una risposta ad un lettore. Con il suo permesso metto questa critica su Eco. Interessante la casa editrice. E’ quella della Comunità dei Cristiani. Interessante anche il fatto che il libro non abbia mosso un pelo delle grandi anime (antroposofiche) attive nell’area germanica. 

SCIENZA DELLO SPIRITO

SOLE CONOSCENTE

ALBA-1

SOLE CONOSCENTE


L’IDEARE INTUISCE ACUTE CONNESSIONI FRA I PROBLEMI PROSPETTATI :

AUDACI CONGETTURE ILLUMINANO L’OLTREPASSARE CIO’ CHE SI CONOSCE.

APICI INTELLETTIVI COLLEGANO LE MASSIME PROFONDITA’ INTUITIVE CONSEGUITE.

 

MA TUTTO E’ PRIVO DI POTENZA POICHE’ MANCA LA PROFONDITA’ MORALE DEGLI EVENTI.

 

MANCA UN ESSERE VIVENTE CHE COMBATTA FRA GLI ENTI CONOSCIUTI.

 

MANCA IL SILENZIO IN CUI L’IO POSSA CONSACRARE L’ORO DELLA FOLGORE NASCENTE.

 

QUANDO IL NUME DELLA FIAMMA NON E’ ANCORA NATO NELL’ASCESI DELL’IDEA

NON PUO’ VIVERE COME COSMICA BATTAGLIA CIO CHE REDIME CONOSCENDO.

 

EPPURE SOLO QUEL PIANO DELLA LOTTA HA LA PROFONDITA’ CHE MANCA NEI PENSIERI.

SOLO QUEL VIVERE NEL BENE PIU’ COSCIENTE PUO’ RENDERE LA CONOSCENZA AL MONDO.

SOLO LA FIAMMA DELL’ETERICO SANARE PUO’ CONOSCERE

CIO’ CHE LA VITA DEL SOLE INTELLIGENTE GLI AFFIDA COME ENTI IN CUI LOTTARE.

 

LA CONOSCENZA E’ LOTTA CHE DIVAMPA SENZA ATTIMI DI POVERA ASTRAZIONE.

SENZA DISEGNI AUDACI TRACCIATI NELLA CENERE DEL NULLA

IN CUI COMUNQUE E’ IL MALE A COMANDARE.

 

GELIDO MINERALIZZARE DISQUISENDO IN CUI L’ANIMA SPROFONDA.

 

LEGITTIMO E’ PENSARE NEL VUOTO SENZA SENSO

PURCHE’ COME TALE LO SI SAPPIA DISVELARE

ANELANDO AL VERO POTERE DELLE ESSENZE.

 

IL VIVENTE E’ FUOCO MORALE CHE DIVAMPA OLTRE LA SOGLIA DEL MENTALE RAFFORZATO

CHE ABBIA L’AUDACIA DI CONCEPIRSI ETERNO NEL LAMPO DELLA FIAMMA REDIMENTE.

 

NELLO SCOCCARE DEGLI ETERICI DISEGNI

CHE LOTTANO PER VIVERE IL DIVINO CONSACRARE

IMMETTENDO VOLONTA’ ATTINTA NEL SILENZIO.

 

OGNI VITA IMMERSA NEL RETORICO INTELLIGERE DEVIANDO

E’ COMUNQUE INTRISA DI POTENZE CHE BRAMANO ADDENSARE

LA CUI VOLONTA’ E’ PIU’ CHE UMANA POTENZA DEGLI INFERNI SPALANCATI.

 

CONTRO TUTTO CIO’ OCCORRE LA PIU’ CHE UMANA VOLONTA’ DEI CIELI SFOLGORANTI

CHE NEL RISPETTO ATTENDONO IL SILENZIO DI CHI CONTEMPLI NEL PENSIERO

LA POTENZA CHE NELL’ATTIMO COSCIENTE AVVOLGE L’IO NELL’ORO DEGLI DEI.

 

ORO DEL LOGOS E FOLGORE OPERANTE CHE ATTENDE DI SCOLPIRE I NUOVI CIELI DELL’UMANO CONSACRATO.

 

ATTO DI LIBERTA’ CHE OLTRE L’UMANO ATTENDE DI OPERARE

RICOLLEGANDO AI CIELI L’IMPOSSIBILE DIVINITA’ REALE DELL’UOMO CEREBRALE.

 

ALATO DELLE FOLGORI NUME DEL PENSIERO CHE L’INTELLETTO RICONNETTE AL SOLE.

 

LOGOS SOLARE DELL’IDEA NELL’ATTO DI SCONFIGGERE GLI INFERNI.

NEL CONTINUAMENTE DA RICONFERMARE ATTO DI ETERNITA’ DELL’IO NEL SOLE.

 

ASCESI DEL PENSIERO E SUO CONTINUO RITO DELL’ERIGERE VIVENTE.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

http://i-semi-delle-folgori.over-blog.it/

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http://fuocoimmateriale.blogspot.com/

 

 

ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

Arte: via di ritorno allo spirito

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L’anima umana nella vita sulla terra si trova in mezzo a due realtà: la realtà del mondo fisico e quella del mondo spirituale. Ma oltre a venire in contatto con esse attraverso i sensi fisici ed i sensi spirituali, l’anima ha anche la facoltà di rappresentare o di ricordare tutto ciò con cui è entrata in contatto e di organizzare le rappresentazioni del mondo sensibile secondo leggi e forme che appartengono al divino.

Questa “rappresentazione del sensibile nella forma dello spirito” secondo la formulazione steineriana del “bello”, è la più comprensiva espressione di ciò che significa l’attività artistica nel divenire dell’umanità, e in questo divenire l’arte ha donato all’uomo” il bello” in diverse e svariate forme: architettura, scultura, pittura, musica, poesia……..

Nelle origini, l’arte non aveva una sua propria missione.

Nel grembo degli Dei l’uomo primordiale viveva la sua vita sognante e, nella matrice originaria, religione, arte e scienza in forma ancora embrionale, attendevano di vedere la luce.

Allora per l’uomo non esistevano ancora il dentro e il fuori, lo spirito e la materia, l’io e il non io; una divina unità avvolgeva il tutto.

Solo più tardi l’unità originaria divenne dualità: l’uomo non ricordò più di essere stato Uno e conobbe lo strazio della scissione. L’Oceano che abbracciava tutto si spaccò in due metà: spirito e materia. Un abisso separò le due correnti e non ci fu più modo per l’uomo di passare dall’una all’altra sponda. Continuò però a vivere in lui una profonda nostalgia e un profondo rimpianto per quanto aveva perduto.

L’arte, nata per lui,gli venne in soccorso: fra le due parti divise gettò un ponte d’arcobaleno e l’uomo imparò a creare attingendo allo spirito, e si consolò.

Nelle opere d’arte, la materia si modellò a forma dell’intuizione, l’idea divenne percepibile ai sensi, la dualità si risolse: materia e spirito, prima divisi, si ricongiunsero; il nome del sigillo si impresse nella cera.

Da millenni l’arte assolve alla sua missione. Le altre due sorelle, scienza e religione, hanno percorso separate il loro cammino, la prima dedita al mondo della natura, la seconda a quello dello spirito.

Generosa la terza sorella ha teso una mano all’una e all’altra.

Al centro dell’evoluzione sta la Croce del Golgota.

Su quella Croce ogni direzione trapassa nella sua opposta: il Nord nel Sud, l’Est nell’Ovest, il dentro nel fuori, il passato nell’avvenire, la materia nello spirito.

Ogni goccia di quel Sangue si è trasformato in forza spirituale, per dare la possibilità all’anima umana di tornare, coscientemente, nel grande Oceano delle origini, dove da sempre, ogni essere è congiunto col tutto, anche se l’uomo, da molto tempo l’ha dimenticato.

Ora è possibile una nuova via verso lo spirito oltre a quella dell’arte. In questo cammino di ritorno Rudolf Steiner e Massimo Scaligero ci sono di guida. Passo dopo passo ci conducono là dove, all’uomo che lo voglia, è concesso di sperimentare lo spirito nell’intensità del suo pensiero rafforzato che diventa pensiero puro.

Nel lampo di questo pensiero cielo e terra si riuniscono.

L’uomo ora si avvede che, nell’atto conoscitivo, ogni percezione, sia esteriore che interiore, per divenire una realtà, deve essere illuminata da una luce che parte da se stesso.

Dalla luce che trasforma la materia in spirito si libera una creazione artistica originale, perché nata dallo spirito individuale di ciascuno di noi. Il pensare che risorge diventa la Luce del mondo come forza creatrice.

Che l’uomo ne sia cosciente o no, questo avviene sempre!

L’atto conoscitivo è ora insieme creazione artistica e religiosa comunione con il divino.

La cera che finora aveva atteso che il sigillo le imprimesse da fuori i nomi del suo Signore, ora cosciente di sé, pronuncia essa stessa “Il Nome” nelle vastità dello Spirito…. e tutto è Arte!

ARTE

PRINCIPI SENSATI DELLA NUTRIZIONE III ARTICOLO

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(Principi sensati della nutrizione, III articolo)

LE PROTEINE

Dopo aver discusso dell’acqua e del consumo di prodotti agricoli non lavorati, mi rivolgo ai tre principali macronutrienti, cioè proteine, carboidrati e grassi.

In modo discutibile, le proteine si sono affermate quasi fossero i nutrienti più importanti: visione prevalente negli Stati Uniti, ha raggiunto un notevole livello di percezione anche qui da noi come se diete fortemente proteiche fossero indice di maggior salute e dinamismo: il toccasana per chi vuole essere forte e magro. Sottolineando per contrasto come i responsabili dei malanni siano ovviamente i carboidrati ed i grassi.

Leggiamo addirittura affermazioni in cui si parla di apporti proteici massicci: fino a 400 g al giorno. Dietro a ciò ruotano forti interessi economici poiché dietro a simili numeri è visibile l’interesse alla vendita di integratori di polveri proteiche.

Altri integratori, specialmente gli aminoacidi in capsule vengono pubblicizzati come una necessità assoluta.

Dal momento che intorno alle proteine sembra esserci tanta confusione, come anche veri e propri raggiri, esse saranno esaminate per prime.

Cosa sono le proteine?

Esse vengono usate come mattoni di costruzione per molti tessuti del corpo umano: sono composte da aminoacidi: questi ultimi sono 22. Le proteine vengono usate nel corpo per molte funzioni, compresa la riparazione dei tessuti e la sintesi degli ormoni.

In modo molto generale, gli aminoacidi possono essere suddivisi in dispensabili e indispensabili (questa terminologia ha sostituito la vecchia etichetta di non essenziali ed essenziali). Gli aminoacidi dispensabili possono essere fabbricati dall’organismo a partire da altri aminoacidi. Gli aminoacidi indispensabili possono essere forniti solo introducendoli con la dieta.

Un altro aspetto importante è il concetto di aminoacidi come fattori limitanti della velocità delle reazioni: l’organismo ha esigenza di aminoacidi specifici per diverse reazioni nel corpo. Ogni singola proteina ha un particolare aminoacido che sarà limitante: nel senso che sarà usato per primo in una data reazione chimica.

Le proteine si trovano in molti cibi. Sebbene tendiamo a pensare alle proteine come cibi di origine animale, per esempio carne, formaggio e latte, molte fonti di proteine di origine vegetale, come i fagioli e il tofu, sono anch’esse eccellenti.

Tutti i cibi contengono aminoacidi, in quantità variabili, compresi gli aminoacidi che agiscono come fattori limitanti della velocità di reazione. La conseguenza pratica è che gli aminoacidi dovrebbero essere fatti derivare da una varietà di fonti alimentari, in modo che nessun aminoacido particolare diventi eccessivamente limitante nell’organismo.

Si è generalmente pensato che le fonti vegetali di proteine, come i cereali e i legumi, siano di qualità inferiore alle proteine del latte e dell’uovo, a causa di una quantità relativa più bassa di un aminoacido o di un altro. Le fonti proteiche vegetali in genere possiedono uno o più aminoacidi in quantità ridotte, il che ha fatto sì che ci si riferisse a loro come proteine incomplete.

Non è del tutto accurato, dal momento che tutti i cibi contengono almeno alcuni aminoacidi.

E’ semplicemente che le proteine di origine vegetale tendono ad essere più povere delle proteine animali nei loro aminoacidi con funzioni di fattore limitante.

Ma in natura, gli aminoacidi che i cereali, come pane e pasta, contengono in basse quantità, sono contenuti in grandi quantità nei legumi. E gli aminoacidi scarsi nei legumi sono contenuti in grande quantità nei cereali. Ciò, nella pratica, conduce a mangiare proteine complementari nello stesso pasto per ottenere una proteina “completa”, cioè per minimizzare la presenza di un aminoacido limitante.

Secondo osservazioni recenti, non è indispensabile che le proteine complementari siano consumate nello stesso pasto: legumi a pranzo si combineranno adeguatamente con cereali a cena. Finché si segue una dieta con fonti proteiche varie, in generale questo non dovrebbe essere un problema.

I cibi proteici vengono scomposti nello stomaco e nell’intestino in monopeptidi, dipeptidi e tripeptidi, cioè, rispettivamente, catene di uno, due e tre aminoacidi. Queste vengono assorbite nell’intestino tenue e poi impiegate nell’organismo. Catene proteiche più lunghe non possono essere assorbite dalle pareti dell’intestino. Deve essere notato che, una volta che le proteine sono entrate in circolazione come mono-, di- e tripeptidi il corpo non riconosce la fonte di tali aminoacidi. Pertanto, che si mangi un pezzo di pollo, una fetta di tofu o il nuovo prodotto bio-energizzato-ultramegabolico, il risultato finale sarà lo stesso: più aminoacidi in circolo nel sangue. Idem per le capsule di aminoacidi, sia in forma libera che a catena ramificata o in legame peptico. Anzi, considerati i costi, queste soluzioni (parlo in particolare ad atleti) sono di danno al portafoglio.

Oltre al loro carico di aminoacidi, i cibi proteici contengono altri nutrienti di estrema importanza per crescita e salute, alcuni nemmeno ancora scoperti. Nessun integratore può fornire un nutriente che non sia stato ancora scoperto.

Di quante proteine necessitiamo?

Qui la polemica è infinita. Da un lato gli apporti dietetici raccomandati che affermano il bisogno, in individui di taglia media, sui 55 grammi per gli uomini e 44 grammi per le donne. All’altro estremo si insiste su apporti di 5/7 g di proteine per kg di peso corporeo.

Occorre fare una precisazione: gli studi che indicano il fabbisogno proteico partono dall’importante presupposto che l’apporto calorico sia adeguato.

Infatti diversi studi che mostravano come fosse necessario un massiccio apporto proteico erano viziati da una vistosa inadeguatezza dell’apporto calorico. Perciò è plausibile che gli studi mediamente accettati (1,8 g di proteine per kg di peso corporeo), potrebbero risentire di questa “dimenticanza” e che l’aumento di calorie potrebbe far scendere ancora il bisogno di proteine.

Sebbene non si tratti del loro uso principale nell’organismo, è possibile per le proteine, essere convertite in glucosio e usate per produrre energia, specialmente nei periodi in cui l’apporto totale di calorie sia scarso, per esempio nelle diete dimagranti.

Vi sono altri nutrienti che forniscono energia: carboidrati e grassi. Usare le proteine come fonte energetica è dispendioso sia a livello finanziario che metabolico: è più efficace usare carboidrati e grassi per l’energia e far svolgere alle proteine il loro ruolo fondamentale nella ricostruzione dei tessuti.

Sebbene l’apporto calorico lo discuteremo in seguito e in dettaglio, accenno qui che i fabbisogni calorici di mantenimento, iniziano a 29-33 calorie per kg di peso corporeo, a seconda dell’attività personale. Per chi ha un metabolismo veloce possono essere necessarie 33-40 calorie semplicemente per mantenere il peso. Per guadagnare peso (gentili signore, giratevi dall’altra parte) saranno necessari apporti di calorie più elevati, fino a 44 calorie per kg, o anche più.

Attualmente gli europei consumano circa due volte e gli statunitensi circa tre volte la razione giornaliera raccomandata di proteine, a causa dell’importanza data alla carne nella loro dieta (ora fanno il possibile per renderci più poveri e più sani). Ma, scherzi a parte, il consumo di troppe proteine è del tutto probabile tra gli atleti ed i carnivori.

Comunque va sfatata la leggenda dei danni renali, ad eccezione di chi aveva problemi renali preesistenti.

I vegetariani possono trovarsi a fronteggiare difficoltà maggiori per soddisfare il fabbisogno di proteine rispetto a chi mangia carne. Molto dipende dalla rigidità del regime vegetariano. Coloro che seguono un regime molto ristretto – i cosiddetti vegan che non mangiano alcun prodotto di derivazione animale – molto probabilmente troveranno difficile soddisfare il fabbisogno proteico per sopportare una vita intensa, fisicamente attiva. I vegetariani che consumano latte e uova dovrebbero essere in grado di raggiungere il fabbisogno proteico. Oltretutto esistono nuove fonti proteiche vegetariane come salsicce e hamburger a base di soia (poi, a dirla tutta, King Kong era grande e forte, seppure vegetariano).

A parità di altri fattori, la differenza maggiore tra le diete vegetariane e quelle carnee è che probabilmente i singoli pasti delle prime saranno più bassi nel contenuto di proteine. Il vegetariano ha semplicemente bisogno di fare spuntini extra a contenuto proteico (tipo lo yogurt) durante il giorno, assicurandosi inoltre un adeguato apporto di calorie, in modo che le proteine non siano usate per produrre energia, ma al fine di riparare e ricostruire i tessuti.

Nella rara situazione di bisogni insoddisfatti con cibi solidi, per chi non è intollerante al lattosio, può venire preparato un frullato economico con latte (scremato) mescolato a succo di frutta, o latte con un po’ di burro di arachidi: così avrete una bevanda nutriente e molto più economica di qualsiasi “ottimizzatore metabolico”.

Nota aggiunta: immagino che quanto ho scritto desterà scarsissimo interesse, ma non potevo “saltare” uno dei tre macronutrienti. Probabilmente l’interesse aumenterà con i prossimi articoli, anzi credo che quello sui grassi sarà interessante per tutti.

 

SALUTE

Marie Steiner-von Sivers: l’essere del coraggio

Marie Steiner

La prima persona che mi parlò di Marie Steiner, la fedele compagna di tante lotte e di vita di Rudolf Steiner, fu Massimo Scaligero e ciò – me ne ricordo benissimo – sin dal mio primo incontro con lui. Massimo parlava di Marie Steiner come di un essere spirituale eccezionale, coraggioso, addirittura eroico, e parlava di lei sempre con profonda venerazione e sincera ammirazione. La cosa mi colpì talmente che io, sin dai miei primi passi nel sentiero della Scienza dello Spirito, cominciai a cercare d’indagare, per quel che potevo, circa il mistero profondo che circondava, come un insolubile enigma, questa elevata figura spirituale.

Mi resi presto conto che essa, in realtà, non solo non era stata minimamente compresa dai più ( per una sorta di opaca e ottusa sordità dell’anima ), bensì veniva addirittura misconosciuta e avversata proprio da coloro che, per debito di gratitudine e per quel sincero culto della verità che dovrebbe accompagnare sempre un autentico ricercatore spirituale, più avrebbero dovuto difenderla e amarla. Ma, si sa, è più facile trovare la pietra filosofale, capace di trasformare agevolmente il piombo in oro o un contadino, di animo semplice e buono, in un angelo sapiente, che non la gratitudine nel cuore degli uomini. Spesso il cuore degl’intelligentissimi nostri contemporanei – mai come oggi l’intelligenza è stata cosi inflazionata: Massimo affermava che oggi sono tutti fastidiosamente intelligentissimi – soffre di quella sclerocardia che intorpidisce e indurisce la sensibilità interiore, chiudendo così l’anima di fronte al riconoscimento di qualsiasi forma di grandezza spirituale. Tale durezza di cuore nasce ( e a sua volta genera ed alimenta ) dalla paura e dall’odio nei confronti dello Spirito. Tale odio è profondamente annidato nella natura umana e sarebbe savio il riconoscerlo affrontandolo, e nel tempo liberarsene, non certo il coltivarlo e l’accrescerlo. Di tale odio fu a lungo bersaglio, fuori e dentro gli ambienti antroposofici, Marie Steiner, per la sua fedeltà al Dottore, per la sua libertà interiore, per il suo amore incondizionato per la verità.

Alcuni anni dopo la morte di Massimo, parlavo con un amico e fedele discepolo svizzero, Jakob Streit, ormai molto anziano, di Marie Steiner. Egli, dopo aver rievocato con commosso calore la figura di lei, mi disse nel suo stupendo francese: “ Marie Steiner era una Regina della Verità: ella era decisa nemica di ogni ambizione, di ogni recitazione spirituale, di ogni finzione, di ogni diplomazia o politica ”. E questo non la faceva certo amare, soprattutto dai vanitosi e dagli arrivisti i quali, per emergere ed affermarsi, non esitavano – e non esitano oggi come allora – prima ad “usare”, per fini propri, che non sono certamente fini spirituali, l’opera e la figura di Rudolf Steiner, per poi  metterla in ombra a loro proprio beneficio e a quello delle Potenze Ostacolatrici.

Una delle tragedie spirituali più grandi del passato ventesimo secolo è stata il venir meno del movimento antroposofico alla missione e ai compiti assegnatigli dal Mondo Spirituale attraverso il Maestro dei Nuovi Tempi, a causa delle lotte tra personalità e fazioni che perseguivano finalità personali tutt’altro che limpide, per raggiungere le quali da parte di dette fazioni si ricorreva usualmente a strategie aggressive, a calunnie, a diffamazioni, oppure a tatticismi politici, ad alleanze temporanee e trasversali, ad operazioni diplomatiche di vario tipo. Ora, di tutto ciò Marie Steiner era nemica giurata. Per la qual cosa si verificò il fenomeno apparentemente inverosimile ( ma non poi così tanto… ) dell’alleanza di tutti coloro i quali – pur tra loro nemici inesorabili in quanto arrivisti ambiziosi e concorrenti – si coalizzarono riversando odio menzogne e calunnie contro colei che, per difendere l’Opera di Rudolf Steiner, smascherava i loro sordidi interessi, i loro travestiti tatticismi, i compromessi, la loro irrimediabile mediocrità. Ella vedeva come forze disgregatrici di ogni movimento spirituale da una parte l’ambizione e l’arrivismo e dall’altra la vuota sentimentalità e il falso misticismo. Ambedue queste forze sono il risultato del fallimento dell’impresa interiore, deviazioni delle forze originarie dell’anima rispetto alla severità di un impegno spirituale che, per essere autentico, esige energia, slancio, dedizione assoluta.

Un’altra personalità, stretta collaboratrice di quel Lascito che, per volontà di Marie Steiner cura da decenni come compito sacro l’esatta pubblicazione e la diffusione dell’opera del Dottore, in vari colloqui avuti con lei mi descriveva la potente vita interiore – tutta dedita alla pratica della meditazione – della compagna spirituale di Rudolf Steiner, il suo stile di vita addirittura ascetico, la sua disponibilità umana, l’apertura e la generosità nei confronti di quei cercatori spirituali, spesso solitari, che chiedevano il suo consiglio, e talvolta un aiuto, nel cammino interiore intrapreso verso l’Iniziazione.  Mai tale ricorrere a lei fu vano. Molti verificarono quanto vasta e profonda fosse la sua esperienza nel guidare i discepoli del cammino spirituale. Un tale aiuto e orientamento di Marie Steiner nei confronti dei praticanti volenterosi risultarono tanto più preziosi in quanto in àmbito antroposofico la pratica interiore degli esercizi, della concentrazione e della meditazione, furono a lungo – e spesso lo sono ancora – osteggiati e sconsigliati come pericolosi. Il che equivale a svalutare e a calunniare il dono prezioso del Mondo Spirituale portatoci dal Maestro dei Nuovi Tempi. La gravità dei tempi non consente indugi in rimedi illusori e chiunque ami veramente lo Spirito non può non sentire prepotente l’impulso a donarsi con tutta l’anima alla pratica realizzatrice dello Spirito. Da questo punto di vista Marie Steiner costituisce un esempio luminoso per tutti coloro che aspirano all’Iniziazione.

La mia volontà di approfondire la figura spirituale  della compagna di Rudolf Steiner  nasceva dal sentire in lei l’incarnazione del più alto coraggio, di quel coraggio che intuivo essere necessario per percorrere l’arduo sentiero da me scelto. Lo stesso inaudito coraggio che contemplavo vivente in Massimo Scaligero, in colui che spesso sulle pagine de LArchetipo è stato chiamato – espressione mirabile – Il Maestro d’Occidente. Ma la mia volontà di ricerca del mistero di Marie Steiner si scontrava con la mia inevitabile inadeguatezza e con l’abissale profondità di tale mistero.

La persona amica, curatrice del Lascito del Dottore, Hella Wiesberger, mi aiutò rendermi conto della grandezza di Marie Steiner e della ingenuità, anche se comprensibile, del mio tentativo. Mi fece conoscere  le parole  del Maestro su lei, riferite nel 1944 da Johanna Muecke alla euritmista russa Tatiana Kisseleff, che le trascrisse nelle sue note biografiche su Marie Steiner: “ Quando le chiesi se avesse annotato qualcosa sulla vita di Marie Steiner – la conosceva  dal 1902 – rispose che questo era impossibile, dal momento che secondo, Rudolf Steiner, Marie von Sivers era un essere cosmico ”. Anche Emil Molt, il cui nome è legato alla fabbrica di sigarette Waldof-Astoria, si sentì dire dal Dottore nel 1923: ” E’ impossibile scrivere una biografia di Marie Steiner, perché lei è cosmica ”.

E’ dalla sua comunione con l’Anima del Mondo, ossia dal suo essere cosmico, che Marie Steiner traeva il suo smisurato coraggio, la sua grandezza d’animo, la vastità del suo nobile cuore. Ed ella pose incondizionatamente tutto ciò al servizio dell’impulso spirituale portato nel mondo da Rudolf Steiner. E trasformò totalmente se stessa con la disciplina spirituale per servire nel modo migliore, con tutta se stessa, tale luminoso impulso. Non tutti nel movimento antroposofico erano pronti ad accogliere la forza di un tale impulso. Ciò si manifestò, già all’epoca di Rudolf Steiner, come una forma di sorda o aperta opposizione nei confronti di Marie Steiner. Ciò sfociò in forme di avversione nei confronti di lei. Il Dottore ebbe a dire una volta a Clara Walther: “ Vedete, dietro Frau Doktor vi è una forza spirituale così potente che molte persone non possono sostenerla. Nei suoi confronti, taluni perdono addirittura il loro contegno”.  Ciò non poteva  che suscitare contro di lei le reazioni più violente di avversione, suscitate da ignoranza, incomprensione, pavidità, turpe viltà. Tatiana Kisseleff, amica personale oltre che allieva di Marie Steiner, così scrive su di lei: Il tratto fondamentale del suo carattere mi è sembrato essere la donazione di se stessa:portava gl’impulsi sovrapersonali di un’altra spiritualità. Mentre altri la vedevano arbitraria, soggettiva, ingiusta, priva di competenza e poco conoscitrice degli esseri umani, io invece potevo vedere come, tramite lei, si manifestasse un giudizio cosmico, in certo qual modo, un tribunale cosmico. Sentivo in tale modo anche allorché si trattava direttamente di me”.  La sua impersonalità era ciò che urtava la natura troppo personale, umana troppo-umana, di tanti che “sfiorano” la Via Vera senza giungere alla compromissione di tutti se stessi allo spirito. Una tale impersonalità richiede quel coraggio di sacrificare l’effimero personale, il coraggio di Marie Steiner, il coraggio di Massimo Scaligero.

I problemi che si manifestarono all’epoca di Rudolf Steiner hanno continuato a ripresentarsi nel tempo, e riguardano tuttora quella che Massimo amava chiamare la Comunità Solare. La fedeltà alla Via Solare richiede coraggio, il coraggio nasce dalla conoscenza e dal sacrificio della natura inferiore. Sacrificare la natura inferiore è un atto d’amore nei confronti dell’eterno. Da un tale sacrificio nascono all’anima le ali che sollevano al di sopra degli aspetti illusori del mondo che così facilmente avvincono l’uomo debole e bramoso. Massimo scrisse che: “ Solo un sacro amore nato dalla conoscenza può restituire all’uomo la chiave perduta della conoscenza”. Marie Steiner mostrò che non esiste amore senza coraggio e che  non esiste coraggio né conoscenza senza Amore.  

SCIENZA DELLO SPIRITO

ZEN e LOGOS

Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «È ricolma. Non ce n’entra più!».
«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?»

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Qualche tempo fa chiacchieravo sportivamente con un’amica su quali fossero dei testi interessanti per un primo approccio allo Zen, e tra le altre cose mi disse che anche Massimo Scaligero aveva scritto un libro a riguardo; cosa che sapevo ma che per qualche motivo mi suonava in quel momento come nuova. Rivenduti su ebay arco, frecce e bersaglio ho provveduto dunque a procurarmi “Zen e Logos”. Poco dopo l’inizio della lettura il mio timore, dettato dalla totale ignoranza sull’argomento, si è sciolto come neve al sole di fronte alla maestria dell’autore nel far entrare anche il più sprovveduto dei lettori nel cuore degli argomenti trattati dandogli gli strumenti necessari per orientarsi e mantenere la rotta, in un modo che solo chi vive ciò che scrive può fare.

Introdotto dal saggio “Affinità di tradizioni antiche – L’Uovo del Mondo e l’uccello Hamsa” (pubblicato in Asiatica, 1, 1940) il testo si compone di vari scritti apparsi tra il 1961 e il 1968 sulla rivista “Il Giappone”. Il viaggio parte dall’incontro tra lo Zen e la moderna cultura occidentale, avvenuto in un momento ed in un ambito nel quale della Dialettica non era rimasto che il cadavere; momento e ambito rivelatisi pertanto inadatti a cogliere dello Zen l’essenza viva necessaria alla reale conoscenza dello stesso, di per sé non discorsiva e dialettificabile. Una concreta possibilità di realizzazione feconda del suddetto incontro viene indicata dall’Autore nella via tracciata da Nishida Kitaro (e dalla Scuola di Kyoto che al pensiero del Nishida fa capo) , potenzialmente percorribile in particolare da quei pensatori orientali che, come lui, siano in grado di rapportarsi con il moderno occidente e relativo mondo concettuale senza cadere nella trappola di quella dialettica che gira sulla ruota dell’autoreferenzialità come un criceto nella sua gabbia, che di quel mondo concettuale è divenuta espressione, effetto e causa. Evitare la trappola porta in dote il poter operare laddove il pensiero si trova nel suo puro movimento rendendo pertanto la dialettica qualcosa di vivo, incontrando così il pulsante fluire della filosofia occidentale ancora non cristallizatasi nel pesamisurabile.

Per quanto riguarda l’Occidente invece viene messa in luce nell’incontro tra esistenzialismo e fenomenologia quella che potrebbe essere (o essere stata) l’ultima possibilità di sopravvivenza della filosofia, a patto che questo incontro porti dalla ricerca del noema alla percezione dell’elemento noetico vivente, al di la di qualsiasi attività speculativa, dogmatica, empiristica ecc, ed è inutile dire che anche in questo caso ci troviamo nei pressi della “concreta possibilità di realizzazione feconda” di cui sopra. La trattazione prosegue poi con l’analisi di quanto scaturito dall’incontro tra lo Zen e la psicanalisi. Viziato già all’origine da quell’approccio junghiano che apparenta miti simboli e tradizioni al bagaglio simbologico onirico/fantasioso dei nevrotici, il tutto finisce in buona sostanza per essere ridotto e letto in termini di inconscio, con tanti saluti alla noesi, all’autonomia del pensiero, al Tao ed allo Zen.

L’ultimo capitolo parte invece dall’idealismo hegeliano indicato come recante in sé i presupposti noetici dello Zen per giungere ad analizzare ciò che, a partire dall’incapacità di cogliere e far vivere tali presupposti da parte degli stessi “discepoli” hegeliani (Nishida Kitaro aveva invece colto benissimo tale aspetto), ha minato già dalle fondamenta i vari movimenti delle “contestazione”. L’insuccesso nel cogliere la “prassi metadialettica del pensiero”, comune tanto all’esperienza del pensiero puro quanto allo Zen ha tolto, secondo l’Autore, qualsiasi concreta possibilità di successo alle contestazioni che in definitiva finiscono per contestare (anche in maniera violenta) sé stesse; né la situazione potrà cambiare fino a quando si considererà la realtà (fisica o metafisica che sia) soltanto dal punto di vista della misura del numero e del peso.

Quanto sopra è giocoforza uno stringato abbozzo di quanto il sottoscritto ha ca(r)pito del testo. Io intanto ve lo consiglio.. ma non mi prendo responsabilità se dopo averlo letto penserete ancora che il Satori sia il tastierista dei Beehive e che il Koan sia un simpatico divoratore di eucalipto.

LIBRI E AUTORI

Il Fuoco e il Sacrificio

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«L’uomo che tenda alla reintegrazione non può non incontrare gli ostacoli che riguardano la normale condizione umana: lungo il sentiero non può non trovarsi dinanzi quelle barriere che arrestano la vocazione dell’uomo comune e lo costringono a rimanere ciò che è. A un dato momento queste barriere mostrano il loro potere di dominare ferreamente ciò che è possibile all’uomo in quanto semplicemente tale. L’arte è allora vedere sino a che punto giunga questo potere: a lato allo sperimentare umano, il pensiero libero dai sensi può dare simile conoscenza. D’onde la possibilità del libero imaginare, cioè del superamento del limite umano».

Massimo Scaligero

(L’Uomo interiore, Ed. Mediterranee, Roma 1976, p. 94)

È inevitabile per il cercatore spirituale, che voglia essere completamente sincero con se stesso, di partire da quello che egli concretamente è, dalle forze limitate e dalla ancora parziale consapevolezza che possiede. Talvolta il sentiero del cercatore spirituale ha al suo inizio una crisi radicale che travolge le certezze umane, intellettuali, morali – in verità di consistenza solo apparente – della vita cosiddetta “normale” e scuote violentemente tutta la struttura interiore dell’uomo. Questa crisi – radicale – è forse il momento piú prezioso di tutto il suo cammino, quello più intenso e sincero, nel quale il cercatore vede – in taluni casi per la prima volta – in maniera inattenuata il vero aspetto della condizione umana generale, e, soprattutto, quella sua individuale, personale. Questa crisi è il principio del cammino spirituale: principio non tanto, o non solo, in quanto inizio temporale dal quale si prendono le mosse per la ricerca, ma soprattutto come situazione-limite, come stato interiore dell’anima nel quale l’urgenza e il pericolo hanno fatto emergere forze che, altrimenti, avrebbero vegetato nel sonno torpido e ottuso di una condizione vitale e animale indisturbata: in una condizione, appunto, “normale”.

È indubbiamente una crisi molto pericolosa, che sommuove dal profondo dell’anima tutte le forze dell’essere umano, così che questi è costretto a far fronte ad un’emergenza, che violentemente travolge tutto ciò che vi è di autentico in lui e nel mondo attorno a lui. Crisi che il suo essere cosciente – limitatamente cosciente – non ha voluto e che il Destino gli ha portato incontro come un enigma che è per lui vitale sciogliere, come una prova estrema da superare. L’emergenza mette in evidenza quanto poco cosciente, appunto, sia la sua coscienza, quanto radicalmente egli s’inganni sulla saldezza delle proprie “certezze”, quanto relativi, o addirittura falsi, siano i “valori” ai quali, prima della crisi, con ingenua fiducia si affidava e che costituivano la “concretezza” e la “normalità” della sua vita. Se, per viltà o per “ignoranza”, tenta, o s’illude, di evitare l’affrontare la prova – che irrompe repentina e violenta – la crisi può avere un esito catastrofico, addirittura letale.

Non sempre all’inizio della Via vi è questa crisi totale, ma – per quanto ciò possa sembrare paradossale – il verificarsi di essa è da considerarsi un evento particolarmente felice, addirittura un prezioso dono del Cielo, del quale ci si accorgerà presto di dover essere grati, come di un privilegio raro che il destino ci concede, perché questa crisi ci offre l’occasione di un energico risveglio interiore, di una trasformazione decisiva, che può giungere sino alle radici più profonde e nascoste della nostra anima. A quel momento decisivo il cercatore dello Spirito può sempre di nuovo riportarsi: può evocarne l’intensità, il potere risvegliatore e purificatore. In effetti, l’emergenza improvvisa, l’evento critico, ha il potere di mobilitare le forze più energiche dell’Io ed evoca il clima vero dell’anima nel quale si deve svolgere l’ascesi, perché questa sia feconda: dà la misura dell’intensità della forza che ogni volta deve essere impegnata nell’esercizio interiore.

L’aiuto più prezioso della crisi, il suo dono veramente inestimabile, è il dissolvimento della sensazione di apparente “normalità” della vita abituale, cioè il dissolvimento o la demolizione di quella menzogna che stempera l’aspetto tragico dell’esistenza – che è il suo volto autentico – diluendolo nelle banalità della tran-tranquillità quotidiana, e spegne, narcotizzandola, la percezione intensa, anche se dolorosa, dell’urgenza dell’azione interiore che la condizione di pericolo, o la prova estrema, sollecita. La sensazione dell’apparente “normalità” del vivere solito è soltanto un’abitudine emotiva, ossia il ripetersi passivo, sempre più meccanico, di uno stato d’animo obbligato, che venendo subìto in forma sempre meno cosciente, arriva a diventare uno stato cronico, una vera e propria memoria organica, profonda, che come una falsa spontaneità prevarica sull’Io e impone il modo “naturale” di vedere e di agire nel mondo. Questa ipnotica abitudine alla “normalità” ha un effetto anestetizzante – ossia desensibilizzante – sulla coscienza, la cui consapevolezza si abbassa e, come conseguenza di questo intorpidimento, cessa la tensione della volontà, la sfrangia e la disperde, sino a che non vi è più presa su una volontà ridotta al sonno e alla paralisi. Per molti – per i più ormai – è addirittura inconcepibile e indesiderata una condizione dell’uomo diversa da questo turpe servaggio.

Il dissolvimento dell’aspetto di apparente “normalità” di una vita, la cui spenta routine è basata sulla visione ottusa e pigra di certezze approssimative e di valori limitati e scontati, porta l’asceta, che vuole realmente percorrere l’aspro sentiero della realizzazione spirituale, ad attuare coraggiosamente lui stesso, per iniziativa autonoma, quest’opera di destabilizzazione della assestata “normalità” animale, a voler vivere in uno stato interiore di mobilitazione permanente di tutte le proprie forze, ad impegnare in maniera incessante la volontà consacrata in una disciplina alacre, intensa, fervida, serrata, volta ad affrontare risolutamente ogni limite interiore incontrato, a combattere instancabilmente, per superarlo, ad amare, con nostalgia appassionata, questo stato interiore dell’anima assetata d’Assoluto, che non si acquieta nella “normalità” di un’animalità indisturbata, ma è teso a superare con slancio quella barriera con la quale la “natura” domina ferreamente coloro che subiscono passivamente il suo tirannico imperio e contro la quale s’infrangono gli sforzi pavidi ed indecisi di coloro che spensieratamente “giuocano” con lo spirituale e che vorrebbero ridurlo al proprio fiacco livello, per evitarne la travolgenza trasformatrice.

Se al principio del sentiero spirituale non si verifica questa crisi totale – che, ripetiamo, oltre che necessaria è “felice”, “fausta”, in definitiva “augurabile” – è molto difficile che si abbia, nel procedere, l’energia richiesta per una trasformazione radicale di sé. È veramente difficile che si abbia questa energia, perché non se ne scorge la necessità: restando immutata la visione del mondo e della vita, non venendo incrinati dalla crisi e fatti vacillare gli illusori valori sui quali ci si appoggia, non si ha la forza di percepire che la condizione umana è una condizione ad alto rischio, una situazione pericolosa, tutt’altro che stabile e salda, anzi, estremamente fragile e precaria, per la quale sarebbe oltremodo salutare – e salvifico – lo scuotersi dal tramortito sonno della visione “normale” delle cose e della vita e il vincere – ed è necessario lottare per farlo – il modo “normale”, “naturale” e “spontaneo” di un comportamento creduto autonomo e nostro, mentre è soltanto il segno di quanto siamo dominati e giocati da Deità Avverse.

Nella via egoica, si accoglierà dello Spirituale quel tanto che non incide ed altera l’andamento più o meno tranquillo o agitato – a seconda della “natura” che ci domina – della vita abituale. Ovverosia, il centro dell’esistere sarà costituito dal fatto che si mangia, si beve, si lavora, si gioisce e si soffre, si perseguono le proprie varie ambizioni, grandiose o meschine, comunque illusorie: tutto questo lo si chiama “vivere”, lo si ritiene un valore assoluto. A lato di questo “vivere” vi sarà, perifericamente, come comoda cornice egoica, una spiritualità timida e consolante, oppure una spiritualità “culturale”, intellettualmente “interessante”, che porti una nota di colore e un po’ di varietà nella noia esistenziale e nella vacuità sostanziale di un “vivere” spento e ripetitivo, che è un morire e un decomporsi dell’anima, al quale non si ha la forza – per comodità – e il coraggio – per viltà – di opporsi. Per questa ragione, per questo stato di menzogna rispetto alla situazione di concreto pericolo, che si evita di conoscere, e di diserzione con la quale ci si sottrae all’impegno di lottare per lo Spirito, la via egoica impedirà che si proceda oltre i primi passi, paralizzando ogni sforzo che possa destabilizzare lo stagnante status quo.

Nella via eroica, la crisi radicale demolisce tutto ciò, mostrandone l’irrealtà e la distruttività. Il discepolo si accorge dello stato di sordità e di opacità spirituale nel quale era immerso e della paralisi della sua volontà vera, quella capace di movimento autonomo rispetto alle sollecitazioni della “natura”. Al centro del suo esistere viene ora a porsi, come necessità vitale, la ricerca della conoscenza spirituale, la realizzazione del suo autentico essere interiore. Lo Spirituale diviene per lui l’essere reale, concreto, centrale del suo esistere, e l’impegno ascetico è ciò attorno a cui ruota, tutta intera, la sua vita che anela a rispondere al richiamo dell’Assoluto. Questa è per lui la necessità vitale: rispetto ad essa la vita esteriore, che pur vive, con le sue gioie e i suoi dolori, con le sue necessità e i suoi drammi, con i suoi doveri ai quali non si sottrae, diviene provvisoria, contingente: periferica rispetto alla concentrazione interiore continua, intensa, fervida, che la sua consacrazione alla Via spirituale, in quanto via eroica, esige. Ovviamente è inevitabile vivere, e il vivere ha giustamente, al suo livello, le sue necessità, i suoi impegni, che comportano doveri e responsabilità. Ma in quanto valore apparente, illusivamente autonomo, questa vita esteriore, contingente e periferica, se è vista come realtà in se stessa e come scopo a cui volgersi, diviene il campo della frantumazione e della dispersione, proprie alla molteplicità esteriore, contrapposta all’unità e alla concentrazione dell’essere interiore. Nel suo risuonare nell’anima e nell’afferrare il sentire, l’apparire consuma e oscura la vitalità spirituale, erode e paralizza le forze del volere. Alla presa illegittima dell’apparire, l’asceta si sottrae, svincolandosi, “morendo al secolo” – come dice un antico testo ermetico – ossia al mondo, pur rimanendo attivo, cosciente e sensibile nel mondo. È un morire al passivo e involontario assenso che il nostro essere istintivo, “naturale”, “normale”, vorrebbe dare, come in passato, ai valori irreali dell’apparire del mondo, che non è il mondo.

Abbandonata la riva falsamente rassicurante dell’antico modo di esistere, che ora, in conseguenza di questa voluta morte dell’essere apparente, si realizza vuoto e inconsistente malgrado le sue molte lusinghe, ci si inoltra a guadare una perigliosa corrente, e si avverte la necessità di conquistare, con fatica e lotta, nuovi valori e nuove, meno peregrine, certezze. Con la lena di chi tende ad una mèta fortemente anelata, si moltiplicano gli sforzi che, procedendo nel cammino, crescono in numero, intensità e durata, e arrivano a coinvolgere tutto l’essere cosciente. È mutata alquanto la visione del mondo e della vita, e i nuovi valori, ai quali si fa riferimento, sono il risultato di duri sforzi, di aspre lotte, di insistenza tenace oltre ogni sconfitta, oltre ogni inevitabile fase di oscurità e di aridità. Tutto ciò fa procedere per un lungo tratto nel cammino. Poi vi è l’arresto e nuovamente la crisi.

La crisi che sopravviene sembra non abbia possibilità di superamento, in quanto sopraggiunge allorché nell’ascesi – sempre che non ci si sia risparmiati, ovvero non si sia seguita la via egoica – si sono esaurite tutte le forze delle quali si disponeva, ed anche i valori, conquistati a prezzo di dedizione e sforzo, mostrano di essere, a questo punto, anch’essi contingenti e relativi. Per quanto preziosi, anzi assolutamente necessari, si siano dimostrati nel cammino sino ad allora percorso, essi ora mostrano la loro relatività e provvisorietà e, per quanto siano stati utili nella loro trascorsa funzione, oramai esaurita, si rivelano adesso incapaci di farci superare il sopraggiunto limite che ci arresta. Per quanto si continui con ostinata tenacia nell’ascesi, ci si avvede che, continuando così, non si procederà oltre. Ci si senti di fronte ad un abisso che non si riesce a varcare, ad una parete di impenetrabile roccia che non si riesce a superare. Tutto ciò può condurre alla disperazione. Si è coscienti che non si può tornare indietro, che il sentiero percorso è franato o scomparso alle nostre spalle e che questa crisi, qualitativamente diversa dalla precedente, è, come quella, decisiva e altrettanto pericolosa. Se prima si trattava di “morire al mondo”, ora si tratta di “morire a se stessi”, e questo è qualcosa che costa moltissimo, perché si tratta di morire non a un mondo profano e fatuo, del quale si scorgeva la vacuità, bensì a quanto ci siamo duramente conquistati, a quanto è diventato “noi stessi”, al prezzo di superamenti, sforzi, rinunce.

Ancora una volta è necessario essere completamente sinceri con se stessi e riconoscere che i “valori” conquistati, ai quali facevamo riferimento, e la visione del mondo, della vita, di se stessi, alla quale ci eravamo sforzati di giungere, erano quello che, partendo da ciò che eravamo all’inizio del cammino – ossia limitatamente coscienti e solo parzialmente mutati – eravamo in grado di concepire. Ma era, tuttavia, un modo di concepire, di intuire la mèta e il cammino ancora “umano”, ossia ancora soggettivo e provvisorio. Abbiamo detto che la crisi iniziale è importante, perché essa è il principio, ossia il modello, l’archetipo della necessaria trasformazione interiore. Il suo sopraggiungere non era stato da noi voluto: era un dono del Cielo e del Destino. Ma ad esso possiamo sempre di nuovo richiamarci. La sua azione di dissolvimento dell’apparire e del contingente in noi, possiamo audacemente volerla. Possiamo, rovesciando gli appoggi ai quali ci aggrappiamo, aprirci coraggiosamente all’assolutamente nuovo, all’ignoto, ancora inconcepibile, ma presentito necessario e reale.

Per cui di fronte allo spalancato abisso che ci blocca, alla impenetrabile roccia che ci arresta, possiamo, rivolgendoci al Mondo Spirituale, alla Suprema Potenza che regge i destini degli uomini e del mondo, chiedere che venga suscitata in noi l’intuizione vivente del compito che ci attende e che è necessario affrontare. Questa richiesta, meditata, a lungo ripetuta, intensamente sentita, appassionatamente rivolta al Cielo, con sincerità, con slancio, con coraggio, con disperazione, può suscitare la percezione lucida dell’azione interiore richiesta al superamento dell’abisso. Può essere donata l’intuizione o la consapevolezza di quanto prima necessariamente ci sfuggiva, perché non avevamo le forze per concepirlo, e che ora si presenta in tutta la sua concretezza. Quanto intuito, se accolto con coraggio e venerazione, diviene una forza agente, trasformatrice della nostra interiorità e del Destino.

Per impreviste e imprevedibili vie, a questo punto, la vita porta incontro al cercatore compiti e prove talvolta estremamente dure, che trasformano l’esistere in un insonne lottare contro la morte, nel quale l’accelerazione degli eventi non permette piú la stasi inerte, propria alla via egoica.

Questo lottare esige la consapevolezza che la Via non è per noi, ma per il Divino, che il superamento della nostra soggettività, mai esaurito e definitivo, ci apre alla possibilità di fare coraggiosamente nostri – in libertà e per amore – i fini dello Spirito, che il sacrificio del transitorio e dell’effimero, nella visione del mondo e di noi stessi, accende nelle nostre anime il fuoco celeste, la folgore che, percuotendola, dissolve la “natura” inferiore e la riplasma secondo il Logos, che la nostra anima “ignificata” può tuffarsi nell’apparire e riconsacrare ogni aspetto della vita e dell’esistere. Questa trasformazione interiore può portare ad incontrare grandi difficoltà, di fronte alle quali inizialmente ci si potrà sentire non adeguatamente preparati. Potrà portare ad una involontaria solitudine, anche esteriore, per l’intensità e la rapidità degli eventi che violentemente possono irrompere inaspettati nella nostra vita. Potrà portare persino ad una anche troppo prevedibile incomprensione, da parte di molti, rispetto a scelte e ad azioni che rispondono a richieste imperiose degli eventi, e che possono condurre ad un agire tempestivo e talvolta ‘fuori’ rispetto alla conformità alle regole convenute: quindi ‘problematiche’ di fronte alle “abitudini” mentali e morali proprie ad una “normalità” irrigidita, che paventa e resiste di fronte ad una trasformazione radicale.

SCIENZA DELLO SPIRITO

PRODOTTI AGRICOLI NON LAVORATI

frutta e verdura

(PRINCIPI SENSATI DELLA NUTRIZIONE: II ARTICOLO)

PRODOTTI AGRICOLI NON LAVORATI

Ad eccezione dell’acqua (trattata nello scorso articolo), probabilmente l’errore più evidente commesso in generale è il consumo troppo basso di prodotti agricoli quali frutta e verdura.

Mentre gli errori nel consumo di acqua (cioè disidratazione e urina giallo carico) possono manifestarsi abbastanza rapidamente, una deficienza nell’apporto di questi prodotti agricoli   può impiegare abbastanza tempo per diventare evidente.

Non noterete alcuna grande differenza nella salute sul breve termine derivante dal non mangiare frutta e verdura. Né noterete un miglioramento nella salute e nel recupero introducendole nella vostra dieta.

Sul lungo termine, però, le differenze potrebbero essere persino misurabili. E la salute sarà migliore se si fa lo sforzo di mangiare prodotti agricoli, come mamma ci tormentava di fare.

La maggior parte delle persone usa il termine di prodotti agricoli per riferirsi in genere a cibi come frutta e verdura. Ciò è un po’ semplicistico e ignora cibi come i legumi, che dovrebbero essere classificati come tali.

Definirò questi prodotti semplicemente come ogni cibo di provenienza vegetale che può essere mangiato direttamente o dopo una minima lavorazione.

Ciò comprenderà tutte le verdure e gli ortaggi, la frutta e i legumi, ma escluderà il pane e ogni cereale, poiché questi ultimi richiedono dei processi di lavorazione prima di poter essere consumati dagli esseri umani.

Il consumo di un’adeguata quantità di prodotti agricoli è importante per la salute e una nutrizione ottimale per varie ragioni: la prima di queste è la fibra.

La fibra è la scopa della natura. Dal momento che la fibra non può essere digerita dagli esseri umani, essa tende a “spazzare” il tratto digestivo, raccogliendo la “spazzatura” che potrebbe esservi rimasta intrappolata. Questa spazzatura viene portata nell’intestino ed escreta. Come perfetto esempio di ciò, si è dimostrato che alti apporti di fibra riducono le possibilità di cancro al colon, molto probabilmente spazzando via ogni residuo che sia rimasto fermo nel colon e si sia putrefatto. Questa spiegazione non è tecnicamente corretta ma è abbastanza vicina alla realtà.

Inoltre, la fibra aiuta a mantenere la regolarità, cioè contribuisce ad andare d’intestino più facilmente. Sebbene non esistano regole ferree per la regolarità, è probabilmente la cosa migliore avere una decente evacuazione intestinale al giorno. Una quantità sufficiente di fibra consumata contribuirà ad assicurarla.

Tuttavia gli individui che attualmente non consumano molta fibra ogni giorno non dovrebbero aumentare l’apporto in modo drastico dal momento che che possono verificarsi dei disturbi di stomaco e diarrea (inoltre il medico dovrebbe valutare il buon funzionamento della valvola ileo-cecale).

Come in tutte le cose della vita, gli incrementi graduali battono sempre i grossi salti.

Inoltre, un apporto eccessivo di fibra può compromettere l’assorbimento di nutrienti e causare deficienze di vitamine o minerali: ma bisognerebbe consumare 50-100 gr. di fibra al giorno, prima che ciò diventi un grande problema.

Consumare 50-100 gr. di fibra su base quotidiana richiederebbe 4,5 tazze di fagioli, 15 tazze di verdura a vapore o 25 mele.

Oltre al contenuto di fibre, i prodotti agricoli non lavorati sono molto ricchi di nutrienti: questo vuol dire che si assumono tanti nutrienti (vitamine e minerali) con pochissime calorie.

Paragonateli a un cibo come lo zucchero, che ha molte calorie ma che essenzialmente non ha nutrienti. La densità di nutrienti dei prodotti agricoli non lavorati è di eccellente beneficio per la perdita di grasso che per il guadagno energetico: se all’organismo manca un solo “mattone” per crescita o conservazione (che sia una vitamina, un aminoacido o un acido grasso essenziale) lo stato di salute organico sarà limitato e minato.

A questo punto qualcuno potrà considerare più semplice e comodo limitarsi a inghiottire una pillola multivitaminica e multiminerale per soddisfare i bisogni fondamentali.

Sebbene non pensi che ciò sia una aggiunta terrificante, tentare di sostituire con una pillola una deficienza dietetica è il modo sbagliato di risolverla.

Esistono nei nutrienti presenti nelle verdure e negli ortaggi (fitonutrienti, bioflavonoidi e sostanze non ancora rilevate) che possono svolgere un grande ruolo per la salute.

Alcuni di questi nutrienti vegetali sono così numerosi che gli studiosi hanno appena iniziato a individuare quel che sono e sanno ancora meno del loro ruolo nell’organismo: probabilmente il modo per dare fondamento ad una condizione sana è attraverso l’apporto di una dieta variegata.

In genere, le raccomandazioni per i prodotti agricoli non lavorati variano, ma un’ingestione di 2-4 frutti e 3-5 porzioni di verdure o ortaggi al giorno dovrebbero essere sufficienti, a patto che siano variati. Ciò dovrebbe assicurare un adeguato apporto di vitamine, minerali e fibre (e qualsiasi altra sostanza benefica presente in questi prodotti).

Sebbene possa sembrare eccessivo, rendetevi conto che una porzione di verdure è pari a mezza tazza se cotte o una tazza se crude. Una porzione di frutta è mediamente un piccolo frutto. Una banana, una mela o un’arancia molto grandi possono contare come due porzioni. Un’insalata abbondante a cena può contare come tre porzioni di verdure.

Un fatto importante da considerare è che la quantità dei nutrienti consumati è intimamente connessa alla qualità degli stessi.

Sebbene verdure e ortaggi siano generalmente molto ricchi di nutrienti, variano nella quantità di nutrienti contenuti. Per esempio, la lattuga impiegata nella maggior parte delle insalate è piuttosto povera di nutrienti: è quasi come acqua solida. La lattuga romana è una qualità molto più ricca di nutrienti.

Come regola pratica generale, più scuro è il colore del vegetale, più esso è ricco di nutrienti. I broccoli e gli spinaci hanno una densità di nutrienti molto maggiore dei cetrioli e della lattuga. Le patate dolci e gli agrumi sono buone scelte.

La scelta migliore di verdure e ortaggi comprende broccoli, patate dolci, verdura a foglia verde (cavolo, spinaci, ecc.) e carote.

La frutta migliore comprende tutti gli agrumi, il melone, i vari tipi di bacche e il pomodoro.

Le scelte peggiori comprendono il sedano, la lattuga e i cetrioli, che sono tutti più acqua che altro. Le mele sono una delle scelte più scarse, per quanto riguarda la frutta (poi, in realtà, tutti hanno, in traccia, sostanze benefiche ma di difficile identificazione. Le mele, ad esempio, mangiatele alla sera: sono magnifiche sfiammanti del tratto digestivo).

Sfioro un dibattito che dura da molto tempo, ossia se la verdura, ai livelli nutrizionali, sia più o meno valida come prodotto fresco rispetto al surgelato e se sia meglio cruda che cucinata. In linea di massima gli studi e gli esperimenti del dott. E. Pfeiffer sono chiari in merito. Tuttavia, per chi abita in città lontane dalle zone agricole può rappresentare un problema se i prodotti vengono surgelati subito dopo la raccolta in relazione a prodotti “freschi” che impiegano molti giorni per raggiungere il consumatore.

Verdure e ortaggi crudi possono avere più nutrienti di quelli cotti (dal momento che il calore degraderà alcuni nutrienti) ma ancora una volta non esistono verità assolute.

La cottura a vapore perderà meno nutrienti che la cottura esagerata.

Per farla semplice, la chiave per assicurarsi un consumo adeguato di frutta e verdura è di renderlo abbastanza comodo. Quando si va nel negozio, scegliere una quantità di prodotti agricoli che possa durare per diversi giorni e conservare il cibo in modo che si mantenga.

Ora le persone informate cercano, a ragione, prodotti “bio”. La certezza non ha ancora raggiunto il livello ottimale. Ricordo i tempi in cui, sulla confezione, campeggiava la scritta: Prodotto naturale. In un caso si scoprì che ciò indicava un derivato del petrolio…discutibile ma non del tutto falso!

Occorre accortezza: visitare negozi diversi, leggere con attenzione le (scarse) indicazioni.

La semplice vista è insufficiente: furbi agricoltori dividevano (parlo al passato per non offendere nessuno) in culture sature di chimica i prodotti in questo modo: la roba bella al mercato comune e quella un po’ malconcia al mercato biologico.

Tra le poche certezze resistono i prodotti garantiti dal marchio Demeter, purtroppo orgogliosamente catafratti al tenore medio di possibilità di spesa.

Rimettete sulle vostre tavole i fagioli (un tempo venivano chiamati “la carne dei poveri”). Sebbene in genere non vengano considerati prodotti agricoli non lavorati, i fagioli (più correttamente chiamati legumi) sono una vera centrale nutrizionale; ricchi di proteine, fibra e nutrienti. Molti individui evitano i fagioli a causa dell’aumento di gas intestinali che certe sostanze contenute nei fagioli possono produrre. Se preparate fagioli secchi per la cottura, lasciarli a bagno per tutta la notte e buttare via l’acqua in cui sono stati, fa diminuire la produzione di gas. Fatto strano, anche aggiungere un pezzo di alga marina (circa 5 cm) durante la cottura può aiutare molto. Se nessuna di queste strategie funziona, esistono in commercio dei prodotti da aggiungere ai fagioli che disgregano le sostanze che causano il gas.

Per chi non può mangiare in casa è una buona abitudine portare con se, come spuntini, frutti e ortaggi: una banana o un arancio vanno bene, idem per le carote.

La chiave per rendere abitudinario il consumo di prodotti agricoli è la costanza. Durante le primissime settimane in cui si tenterà l’incremento di frutta, verdura e ortaggi occorrerà attenzione dedicata e sembrerà scomodo. Dopo un mese ciò diverrà una abitudine consolidata e benefica per l’organismo.   

SALUTE

L'incontro con Massimo Scaligero

studio3Il mio incontro con la sua Opera, e pochissimo dopo con lui stesso, avvenne oltre quarantré anni fa. Decisivo per me fu l’incontro personale con lui poiché tale evento sommosse tutte le forze della mia anima. Era una delle ultime giornate di primavera o forse una delle prime della sopravvenente estate di quell’anno. Lo incontrai nel suo studio, in una viuzza della parte gianicolense di Monteverde Vecchio, in quello studio all’ultimo piano di Via Cadolini, che per me divenne presto – anzi sùbito – un luogo sacro, come un luminoso eremo montano o un sacro tempio nel quale era possibile incontrare gli Dèi.

In larga misura avevo letto la vasta, tumultuosa, ed ampiamente contraddittoria, letteratura dell’Occultismo circolante a quel tempo in Italia, e ne avevo tratto idee alquanto confuse su come avrei potuto procedere nel mio cammi­no di formazione interiore. Veneravo le antiche Vie e i luminosi Maestri di un passato che mi sembrava ormai trascorso, ma ero consapevole dell’attuale decadenza che in Occidente, e persino in Oriente, dilagava a livello spirituale. Ero inoltre piuttosto scettico sui tanti se­dicenti “Maestri” che propinavano metodi addomesticati, tendenti a porre al servizio dell’ego bramoso forze occulte per abbeverare l’inesausta sete di potere e di voluttà dell’attuale uomo animalizzato. Tali sedicenti istruttori venivano definiti in antichi testi d’Oriente “prostituti spirituali” ed io concordavo pienamente con tale definizione. Sentivo fortissimamente la necessità di qualcuno che guidasse i miei passi sul sentiero spirituale, ma procedevo inevitabilmente guardingo nei confronti degli allettamenti che con profusione venivano offerti dalla legione costituita dai vari mercanti dell’Occulto. Ho sempre ringraziato il Cielo per l’incontro con Massimo Scaligero perché egli si dimostrò, oltre ogni mia immaginazione, al di sopra delle più esigenti aspettative che un cercatore spirituale potesse avere nei confronti di una Guida o di un Maestro autentico.

Massimo non volle mai né mai permise che lo si chiamasse Maestro. Perciò lo era. Egli diceva spesso (e lo scrisse a chiarissime lettere) che il Maestro è l’Io, e lo si educa nell’interiorità con rigorosa ascesi. Mai, nei numerosi incontri personali – che presto divennero ritmici – o negl’incontri riunioni con gli amici a Via Barrili, ho visto in lui la sia pur minima traccia di vanità; mai l’ho visto compiacersi della deferenza spontanea che tante persone con semplicità e immediatezza inevitabilmente gli portavano incontro; mai l’ho visto venire a patti, per ragioni di convenienza o altro, con la menzogna o coi tatticismi opportunistici di un modo di agire politico che come un malcostume levantino oggi dilaga in ogni campo e che ha infettato purtroppo anche il nostro ambiente.

Nel primo incontro che ebbi con Massimo, ebbi sùbito il senso della travolgenza dello spirito o della Sopranatura. Per la prima volta avevo di fronte non un intellettuale o un filosofo che parlava, sia pure con profondità e correttezza, di dottrine lette in antichi testi e tramandate lungo i secoli da una tradizione fedele e devota: mi fu immediatamente chiaro che Massimo era uno sperimentatore eccezionale del Mondo Spirituale che parlava unicamente di quel ch’egli sperimentava direttamente. Immediatamente mi pose il compito di non perdermi nei labirinti di un inutile apprendimento intellettuale, bensì di passare quanto prima all’azione attraverso una rigorosa pratica interiore. Al centro del cammino iniziatico egli poneva senza attenuazione veruna l’importanza della Via del Pensiero Vivente, l’assolutezza dell’Ascesi del Pensiero-Folgore, non solo come la Via più radicale che il discepolo dello Spirito oggi possa seguire, ma addirittura come l’unica che conduca alla mèta.

Per anni egli fu di una generosità senza pari nel donarmi le indicazioni delle quali avevo bisogno nel mio cammino interiore. La stessa generosità la ebbe nei confronti di chiunque si rivolgesse a lui con sincerità di cuore sollecitando la sua guida fattiva.

E devo dire che Massimo, negli incontri che avevo con lui, fu sempre un energico suscitatore del clima interiore del pensiero puro. Il dono incomparabile che ricevevo ogni volta dai colloqui con lui era il clima della Magia Solare del Pensiero-Folgore. Egli suggellava ed accendeva ulteriormente tale clima col Rito della concentrazione o della meditazione, breve o lunga, praticata insieme, col quale voleva accompagnare ogni nostro incontro.

In tali incontri non lo vidi mai appannato o deconcentrato. La sua presenza interiore, la sua consapevolezza siderea, era potente, dinamica e spontanea. Egli si sentiva sempre totalmente libero, qualunque fosse la situazione in questione, nei confronti della persona che aveva di fronte.

Parlava sempre partendo unicamente dalla reale richiesta, ossia dalla necessità interiore dell’anima di chi si rivolgeva a lui, indifferente all’effetto piacevole o spiacevole che le sue parole potevano suscitare nella poco consapevole psiche di chi lo ascoltava. Così come era assolutamente indifferente alla lode e al biasimo, alle opinioni che gli altri potevano farsi di lui. In chi lo incontrava non tollerava recitazione spirituale o morale ch’egli, ogni volta, inesorabilmente smascherava. Abbatteva energicamente ogni forma, palese o travestita che fosse, di ambizione, di opportunismo, di arroganza, di vanitosa intellettualità. Non blandiva mai in coloro che a lui si rivolgevano quei lati morbidi della personalità morale con i quali molti fanno molteplici compromessi, rivestiti delle più svariate giustificazioni dialettiche. Nei confronti delle inevitabili debolezze e degli errori di chi segue l’arduo sentiero dello Spirito, Massimo era tollerantissimo. Quella che non tollerava mai era la menzogna, la recitazione di esperienze interiori puramente immaginate.

Non si faceva alcuna illusione circa la tenuta spirituale della cerchia dei tanti che nominalmente si richiamavano a lui e che in ben pochi avrebbero potuto dirsi veramente suoi discepoli. Molti diluivano la sua severa indicazione ascetica in un misticismo sentimentale o in un verboso dialettismo intellettuale: né più né meno come accadde nei confronti di Rudolf Steiner e della Ascesi da lui indicata. In realtà ben pochi attorno a Massimo Scaligero erano i praticanti interiori. Pochissimi, poi, colsero la centralità della Via del Pensiero.

Una volta, ero allora ancora molto giovane, mi disse: “Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola!”. E ad un mio amico che gli chiedeva che cosa sarebbe accaduto dopo la sua scomparsa, Massimo disse: “Sei mesi dopo la mia morte, sarà tutto finito”. Quell’amico me ne ha reso varie volte esplicita testimonianza. Ciò spiega tanti eventi accaduti immediatamente dopo la sua dipartita e negli anni successivi.

Tuttavia, la mia non è e non vuole essere una posizione pessimistica. La volontà consacrata, veicolo della esperienza trasfiguratrice dell’idea, può compiere il miracolo della trasformazione radicale di un essere umano fiaccamente adagiato nella ottusa vicenda corporea, condizionato da una psiche nevrotica e istintiva, stordito da un illusorio apparire che gli si impone con la usurante magia dei suoi falsi valori, in un uomo spirituale, fondato sull’inesauribile forza originaria dell’Io, aperto alla realtà del mondo spirituale e perciò capace di superare ogni limite.

È vero che ci è stato dato in sorte di vivere in un’epoca spiritualmente tragica e pericolosa, ma Massimo ha insegnato che proprio nelle epoche di pericolo il Mondo Spirituale dona all’uomo le sue forze più potenti e rende possibili le più audaci imprese spirituali. Inoltre Massimo nella sua Opera è stato prodigo di indicazioni operative come forse nessun altro, e ci ha dato strumenti potenti per realizzare l’impresa interiore.

Solo, non dobbiamo smarrire il cuore dell’Ascesi Solare da lui indicata: quell’esperienza del pensiero puro che, partendo dal livello del pensiero libero dai sensi, audacemente s’innalza, intensificandosi, sino ad essere quella Forza-Folgore del Pensiero Vivente che è la veste di Luce e d’Amore del Logos. Occorre donarsi con slancio alla pratica interiore, amare la concentrazione, quella concentrazione che Massimo affermava che, coltivata con assolutezza, può da sola condurre all’Iniziazione e all’esperienza del Mondo Spirituale. Infine, occorre fare della gratitudine e della fedeltà a Massimo l’Arte della memoria interiore di un compito che non deve essere smarrito bensì perseguito con impeto e coraggio.

SCIENZA DELLO SPIRITO, ,

UN MAESTRO SEVERO: MASSIMO SCALIGERO

L’incontro con Massimo Scaligero fu per me, come sicuramente per altri, l’incontro con l’esigenza di un’ascesi severa. Massimo, che non tollerava intellettualismi né recitazioni, mi pose subito, sin dal nostro primo incontro, l’istanza energica di una realizzazione concreta: la richiesta dell’Io a se stesso di un pratica interiore capace di realizzare lo Spirito. Devo dire che le sue indicazioni si dimostrarono nel tempo preziosissime, perché esse mi permisero d’impostare la mia vita interiore in una direzione tale da salvarmi dall’intellettualismo parolaio e dalla superficialità sentimentale: ossia da quei pericoli che da subito minacciano di paralizzare lo sforzo e l’anelito del discepolo verso lo Spirito.

Al primo posto Massimo pose l’esigenza della disciplina individuale. Nell’Ascesi un posto di preminenza solare spettava alla pratica – intensa, fervida, ripetuta – della concentrazione, la quale, intensificandosi sino a realizzarsi come concentrazione profonda e contemplazione della pura forza pensiero vuota di pensieri, può – da sola – condurre all’esperienza del momento del pensiero folgorante, del Pensiero Vivente, che al di là dell’illusoria frantumazione della molteplicità è la veste di Luce e d’Amore della realtà originaria del Logos, della manifestazione di quell’Uno Unissimo che Dante chiama Amore Sovrano. La concentrazione poteva – Massimo Scaligero su questo punto fu assolutamente esplicito – condurre da sola sino all’Iniziazione.

Una pratica ulteriore della formazione interiore, indicatami da Massimo, fu lo studio – anch’esso intenso, fervido, ripetuto – dei testi di quella che – secondo un’antica e mirabile tradizione medievale – potremmo chiamare la Sapienza Santa. Ma questo studio non è un intellettuale glossare e rimuginare contenuti concettuali, bensì un meditare concentrativamente che porti il praticante interiore a realizzare quei contenuti: ossia a divenirenella mente, nel cuore, nell’anima tutta – quei contenuti stessi. L’intellettualismo paralizza e offende quel­l’angelica intelligenza celeste che è l’autentico Spirito del cuore. Lo studio va, dunque, condotto con Intelletto d’Amore.

Una terza pratica interiore, sulla quale Massimo ha dato anche a talune altre persone indicazioni chiarissime ed essenziali – è il Rito della meditazione in comune. Egli avversava esplicitamente la tendenza di molti a ritrovarsi in riunioni di discussione e commento di testi e argomenti spirituali, nelle quali regolarmente viene attuata la dispersione dell’atmosfera spirituale e la liquefazione di quei contenuti sacri attraverso la dialettica profanatrice.

La meditazione in comune è un Rito sacro, e deve essere eseguita con lo stesso ardore, con la medesima consacrazione interiore con la quale si eseguono la concentrazione e la meditazione individuali e lo studio meditativo dei testi della Scienza dello Spirito.

Anzi, tutte e tre le pratiche, indicatemi da Massimo per l’Ascesi realizzatrice, sono Riti sacri, da eseguirsi – tutti – con animo ieratico, con amore, con gioia, coscienti che essi sono la più alta azione che un essere umano può compiere sulla Terra, un’offerta sacrificale fatta agli Dèi e ai fratelli umani.

Massimo più volte disse – e scrisse – che la contemplazione è la più alta e potente forma di azione umana, la quale naturalmente non esclude, anzi esige e promuove, l’azione morale nel mondo.

Questi furono i doni preziosi che ricevetti da tanto Maestro. Le sue indicazioni orientarono la mia vita esteriore e soprattutto quella interiore. La Comunità Solare, come Egli amava chiamarla, dovrebbe fare di tale triplice Rito motivo di vita, di fervido slancio realizzativo, e mai dimenticarli.

Poiché dimenticare è sempre tradire. Ma chi veramente ama non può tradire, perché non può, non vuole, dimenticare. Perché un cuore che ama ricorda, ed è perciò sempre ricolmo d’Intelletto d’Amore.

SCIENZA DELLO SPIRITO
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