IL CONSEGUIMENTO DELLA COSCIENZA ETERICA (di R. Benvenuti)
Romolo Benvenuti
****************Per gentile concessione della Rivista
www.larchetipo.com/2001/nov01/antroposofia.htm
Romolo Benvenuti
****************Per gentile concessione della Rivista
www.larchetipo.com/2001/nov01/antroposofia.htm
Buon giorno a tutti.
Scrivo qualcosa che di certo ho già scritto quando Eco era un forum. Sicuramente non ha fatto parte delle mie note migliori e sarà così anche questa volta. Inoltre la natura del tema si presta ad infiniti “distinguo” poiché mi pare impossibile abbracciare tutto quello che potrebbe venir detto.
Il fatto è che non passa mese o anche meno che qualcuno, avuto il mio indirizzo, non mi scriva chiedendo cose complicate o terribili. Semplici, quasi mai. Allora tento comunque una risposta stringata, quasi telegrafica e mi accorgo, un’ora dopo, di non aver ancora terminato, poiché la risposta assume il carattere di un trattato. E mentre scrivo, anche velocemente, chiedo pietà a Spiriti e Maestri per la responsabilità che mi prendo.
La domanda/richiesta che mi viene spesso fatta, tralasciando i modi diversi, è in sostanza questa: “Mi può spiegare come dovrei fare la concentrazione?”.
Qui devo specificare che, di solito, sono domande piuttosto concrete, cioè che parlano dello zero in su. Non dell’elemento interiore all’esercizio. In questo caso, più raro, rimando gentilmente il mio interlocutore alle indicazioni date da Massimo Scaligero nei suoi libri, magari indicando i Testi che credo più consoni allo scopo, sottolineando quanto sia necessaria una lettura assai attenta, ripetuta e sempre prolungata pazientemente anche nel tempo, poiché ci si trova di fronte a concetti che non sono mai assimilabili in poco tempo e con facilità.
Un’intima persuasione richiede tempo: non quello dell’orologio o del calendario…e questo al netto del superamento di ogni genere di preconcetti o altre costruzioni mentali istituzionalizzate nel nostro animo. Già questa fase di ciò che potremmo chiamare “vero percorso conoscitivo” può richiedere anni di gestazione in chi è dotato di buona volontà.
Chi ha conosciuto un onesto mentore, chi ha avuto la fortuna di aver stabilito sani rapporti con altri ricercatori, può essere avvantaggiato.
Ma chi è solo? Non pochi, ordinario ambiente sociale a parte, sono lì, con un impulso dentro, qualche libro fuori e tutto il resto è nebbia fitta.
In realtà possono essere persino fortunati, perché è molto facile che, quando cominciano a guardarsi attorno non trovino strade pulite ma gabbie e trappoloni, alcuni grossolani ma tanti che imitano caricaturalmente le vie del sacro. Per taluni, che sanno non fermarsi mai, le trappole appaiono (poi) deviazioni temporanee che sviluppano l’interiore criterio di distinzione del falso dal vero. Sono dunque inciampi positivi.
Altri invece imparano la cosa peggiore che può capitare ad un’anima: imparano a credere di sapere. Se il karma non porge loro un aiuto, rimangono crocifissi alle menzogne più assurde, dalle quali potranno liberarsi solo dopo la morte. Tutto ha un significato, anche questo. Non v’è tenebra che non contenga un atomo di luce.
Poi, in realtà, a leggere e rileggere bene testi come Tecniche della concentrazione interiore e il V capitolo di Scienza occulta si dovrebbe sapere anche più del necessario…ma nella vita le cose sono spesso più indistinte e complicate.
Così succede che persino le indicazioni date dal Dottore per un corretto modo di leggere ciò che viene dopo (penso a Teosofia o alle prefazioni e al capitolo introduttivo della Scienza Occulta), non vengono colte da uno su cento (mentre stavo scrivendo queste cose è intervenuto Hugo con un importante articolo sul livello che lo Studio esige: leggetelo con attenzione).
La barchetta del mentale allora si incaglia subito, anzi – perdonate la metafora – resta nell’imbrago sulla riva. E, purtroppo, così deve essere, così è sempre stato: la Tradizione perenne, quale sia stato il volto che abbia preso nei tempi, segue sempre e comunque il rigore assoluto datole intemporalmente dallo Spirito e l’uomo, quale entità autocosciente è la cosa più lontana dallo Spirito che possa esserci nel Cosmo. L’uomo, a differenza del sasso o del filo d’erba, odia lo Spirito con il meglio della sua coscienza.
Lo so, è un paradosso, ma è un paradosso bello grande e concreto e non basta certo blaterare di spirito per ribaltare lo stato delle cose.
Ma il senso di questa nota è davvero semplice; vuole essere un rapido ripasso di ciò che gira intorno alla disciplina e che non dovrebbe mai essere considerato come un aiuto interno alla disciplina che, fondata interamente sul soggetto, non può ricevere aiuti. Cercare aiuti nella concentrazione è aver sbagliato indirizzo, città e Paese!
No. Sto parlando di tutto quello che è tangibilmente utile e sommamente inutile. Anzi, essendo l’uomo istintivo sempre in agguato, potrebbe gironzolare per l’animaccia l’impulso allo sconfinamento, ossia il credere che azioni di qualunque tipo possano entrare come parti in causa nell’esercizio che, invece, essendo assolutamente interiore non ha nulla a che fare con l’esteriore mondo dei sensi.
Chiarito questo punto non irrilevante, possiamo passare in rassegna quelle cose che, poste là dove devono stare, potrebbero favorire o sfavorire la condizione in cui si fa o si tenta di fare la più importante tra la notevole quantità degli esercizi che Maestri e Iniziati hanno divulgato attraverso la parola scritta.
a) l’ambiente: tenendo ben presente che importa ciò che si fa e non dove lo si fa, di solito è saggio fare l’esercizio in una stanza chiusa, dove il rischio di una improvvisa interruzione sia ridotto al minimo. Se si vive in famiglia, oltre la porta chiusa, sarà cura dell’operatore far capire alla propria tribù che, per i prossimi 15 minuti egli non dovrà essere chiamato o altro, per nessun motivo. Con molto tatto e moltissima fermezza. Inoltre, cellulari o fissi, se presenti, devono venire preventivamente staccati o spenti. Conviene essere svegli su queste cose e accollarsi con rassegnazione l’eventuale mancanza d’attenzione e le sue conseguenze;
b) postura: il migliore assetto del corpo è da seduti, soprattutto senza incrociare gli arti inferiori. I circuiti non vanno chiusi come nelle asana del popolare Hatha Yoga. La colonna dorsale è eretta e la testa può essere leggermente piegata in avanti. Meglio che in ciò non vi sia tensione o sforzo; al caso un cuscinetto lombare aiuta la posizione. Le mani cadono sulle ginocchia o sui braccioli della sedia/poltrona. In relazione allo stare seduti è buona abitudine il vestire comodamente e quando ciò non sia possibile, evitare costrizioni eccessive come la cintura e i lacci delle scarpe troppo stretti;
c) altro: si eviti di compiere l’esercizio in piena digestione o subito dopo un pesante esercizio fisico: in ambedue i casi le attività del metabolismo favoriscono la sonnolenza proprio quando si dovrebbe essere svegli come grilli.
A questo proposito mi ricordo che quando Scaligero era tra noi, scorrevano fiumi di caffè, che è un buon stimolante del sistema nervoso centrale. Qui tutto verte sul buon senso e la sensibilità personale. A qualcuno ciò non serve, ad altri possono bastare quantità minime: anche le droghe “buone” andrebbero amministrate con cura e senza inutili esagerazioni.
In alcuni casi (parlo di individui sani) Scaligero consigliava l’assunzione di alcuni medicinali omeopatici ad alta diluizione.
In un ambito ancora più individuale e lontano da contesti di disciplina o pseudo-analogie purificatorie, talvolta sarà utile una breve doccia, né troppo fredda né troppo calda. Non fa male lavarsi (spesso) le mani con acqua corrente, meglio ancora dai gomiti alle dita.
Però, lo ripeto, non date assolutamente a queste cose un carattere rituale o apotropaico: nulla di tutto ciò ha qualcosa che lo leghi direttamente alla disciplina della attenzione totale polarizzata su un tema o un’immagine.
Piuttosto è l’intensità immessa nell’esercizio che, specie nei tempi in cui tutto è presente come potenza ma con l’atto che si realizza a tratti e scossoni, provoca indirettamente alcune “esperienze” interessanti, ma forse è meglio che ognuno constati da sé queste cose. Esse possono essere la prova che l’esercizio “funziona”, ma potrebbero venire anche valutate come sottili distrazioni.
Ne è prova che, quando l’assorbimento voluto nel quid meditativo giunge ad un buon livello, le percezioni straordinarie che vengono avvertite nel corpo o nella psiche, tendono a scomparire. Scompaiono persino eventuali lampi di veggenza che qualcuno portava ancor prima attraverso profondi retaggi.
L’anima, con il lavoro interiore, non si complica ma si semplifica e se la via allo spirituale è corretta, lascia cadere tutto quello che non le è necessario, mondo ordinario compreso.
Sulla linea di confine tra mondo ed esercizio mi pare assai importante sottolineare una modalità che Massimo Scaligero non incorniciò nei suoi libri, ma che fu causa di correzioni piuttosto severe con non pochi tra coloro che andavano a visitarlo.
E’ scorretto – e chi conosce il senso dell’atto pensante nell’uomo dovrebbe intuirlo – inghirlandare l’anima o tentare aiutini, nel momento immediatamente precedente l’esercizio. Rilassamenti psicofisici, preghiere rappacificanti o altro del genere non possono e non devono essere la “spinta” della concentrazione: nel migliore dei casi, sono altro: non è il loro posto.
In concreto, posate le onorevoli posterga sul supporto (sedia o poltrona) si parta immediatamente con l’esercizio, convergendo tutto l’impegno possibile alla sua esecuzione: pura azione senza trascinare con sé alcun ninnolo. Si “scaldi” l’anima in altri momenti.
Quello che cerchiamo di attuare nella concentrazione, sul primo vero gradino di essa, è “l’accordo del pensiero con la volontà”. Già questo è un tentativo possibile ma una realizzazione difficile.

In un mondo in rapido e frettoloso cambiamento, il terreno di scontro più duro, per ciascuno, è il rapporto con l’altro. La spinta verso l’ individualismo, se da un lato ci permette di fare e pensare cose che, fino a soli pochi decenni fa, erano inimmaginabili, dall’ altro ci pone sempre più di fronte alla necessità di imparare a stare in noi stessi ma insieme agli altri, nella maniera corretta.
Il dilemma è sempre tra il lasciarsi sopraffare dal cosiddetto senso comune e il perseguire, ostinatamente, un individualismo fine a se stesso. Eppure nel mondo bisogna viverci, per quanto si cerchi o si scelga di sottrarsi ai riti di massa, il tempo degli eremitaggi è concluso. Qual è, allora, il giusto modo di rapportarsi agli altri?
Qualche anno fa, acquistai alcuni libri di Scaligero; rimasero lì, nella libreria, per parecchio tempo, provavo ad aprirli e mi sembravano incomprensibili, a volte m’ infastidiva anche solo guardarli o toccarli. Un forte senso di avversione mi possedeva e m’ impediva di andare oltre. Eppure, allo stesso tempo, avvertivo un’ attrazione fortissima e mi scervellavo per capire e sanare quella frattura interiore.
Anche quando, tempo dopo, iniziai molto timidamente a leggere qualche riga, uno strano sentimento veniva evocato, misto d’imbarazzo, indegnità, incapacità di capire e dolore, un dolore a tratti così intenso da essere incapace di sostenerlo.
Solo molto tempo dopo tutta la faccenda ha iniziato a chiarirsi e le sue parole più belle e terapeutiche, per me, sono state: “Si comincia da quel che si è”. Parole che, tuttora, continuano a lavorarmi dentro, ricollegando esperienze incomprese, sanando concetti errati e giudizi impietosi nei quali si è continuamente impastoiati.
Questa esperienza è servita come pietra di paragone per tutto il resto: quanta dell’avversione che provo per un mio simile, è dovuta a mie proiezioni? Quanta parte giocano i non visti di me, nel propendere o meno verso una comprensione e accettazione piena dell’altro?
In fondo, il giudizio che do di me stessa è sempre, di gran lunga, peggiore di quello che temo da parte altrui, ma se manca questa consapevolezza, continuerò a colpevolizzare l’altro e alimentare lo scontro.
In definitiva lo spirito di avversione siamo noi a stimolarlo nell’altro, non accettando fino in fondo la sua personale esperienza di vita, le sue tempistiche ma pretendendo, a volte esigendo addirittura, che l’altro accetti quanto diciamo per una supposta e nascosta (spesso solo a noi…) pretesa di superiorità. Quanto conta, in ciò che diciamo, il bisogno di approvazione? Che ruolo ha, nell’ interazione con l’altro, la necessità di essere riconosciuti?
Il gioco è tutto qui: l’altro mi porta me stesso in tutte le sue sfaccettature e, lungi dall’ illusione di poter controllare alcunché, non saprò mai fino in fondo cosa ho stimolato in lui con le mie parole o i miei atti. Posso solo crescere nella responsabilità che ciò che penso, dico e faccio ha effetti precisi per me e per il mondo.
L’errore è previsto, fa parte del percorso, ma ciò a cui è necessario prestare attenzione è la fascinazione rispetto all’errore, il sentimento di autocommiserazione e colpevolezza che blocca qualunque iniziativa per porvi rimedio e, automaticamente, ci vincola ad esso, sancendo l’incapacità di renderlo mattone da costruzione invece che pietra d’ inciampo.
“Come può il pittore penetrare nello spirito della pianta, ad esempio se vuole dipingere un ibisco, come fece Mokkei (Mu-chi) nel XIII secolo nel suo famoso quadro del Tempio di Daitokuji a Kyoto? Il segreto deve essere svelato dalla pianta stessa.”
D.T. Suzuki
Nel mostrare un fiore
il suo segreto è rivelato.
Kashyapa si apre in un sorriso:
l’intera assemblea non sa cosa fare.
Mumonkan
Un rotolo di carta di fibra di riso.
Delicatissima.
Sfondo bianco, yohaku, a rappresentare il Vuoto che tutto riempie; che nulla essendo, tutto è.
All’artista e al suo pennello il compito di far sorgere visivamente le forme materiali incessantemente alternantisi in dinamico diveniente equilibrio, rivestendone l’eterna immutevole mutevole essenza con schizzi di china nelle infinite sfumature del nero, indicando l’indicibile.
E’ Zenga, la pittura Zen.
Le origini di questa manifestazione del dō possono essere fatte risalire al XIV secolo, allorché si diffuse tra un numero sempre crescente di monaci e devoti del Buddhismo Zen l’arte della pittura monocromatica che prenderà il nome di Sumi-e (ove sumi sta ad indicare l’inchiostro di china nera, utilizzato in differenti concentrazioni).
L’arte esercitata dai Gasō (monaci pittori) è a tutti gli effetti parte costitutiva della disciplina interiore da essi coltivata, ed il pennello costituisce l’equivalente dell’arco, della spada, della tazza da thé e degli altri strumenti caratteristici di altri approcci alla Via. Se è vero che nel tempo Zenga non è stata di esclusivo appannaggio monacale (esiste per esempio una corrente che possiamo definire “laica”) è altresì corretto affermare che non possa esistere pittura Zen separata dalla disciplina interiore, essendo il possesso e l’affinamento di particolari doti tecniche qualità necessaria ma non a sé e da sé sufficiente.
Vediamo in breve alcuni aspetti pratici: bisogna innanzitutto considerare che la ruvidità e la sottigliezza del tipo di carta utilizzato la rendono estremamente ricettiva nei confronti della china, tendendo dunque ad impregnarsene rapidamente. Lo stesso dicasi per il pennello. Ne consegue che, terminata la lunga fase di preparazione (la quale prevede un meticoloso rito di approntamento di inchiostro e pennelli e durante la quale l’artista deve raggiungere un elevato grado di concentrazione mantenendo al contempo salda e chiara l’immagine del soggeto che andrà di li a poco a trasporre) l’esecuzione dovrà essere rapida e precisissima, onde non ritrovarsi con il lavoro rovinato da un’eccessivo flusso di inchiostro. La rapidità e la precisione che necessitano sono l’immediato portato della culminazione del processo meditativo/concentrativo.
Tradizionalmente i soggetti della pittura Zen sono: paesaggi (sansui-ga), calligrafia, ritratti e caricature (doshaku quando raffiguranti monaci o personaggi popolari, o chinso quando riguardanti maestri o monaci di rango; in quest’ultimo caso se essi recavano uno scritto autografo del soggetto raffigurato sottintendevano il raggiungimento del satori da parte del discepolo).
Uno degli artisti maggiormente rappresentativi per quanto riguarda la pittura Zen è Sesshū Tōyō.
Nato nel 1420 ad Akahama, villaggio della provincia di Bitchū (odierna parte occidentale della Prefettura di Okayama) Sesshū Tōyō è stato uno dei più importanti maestri giapponesi di Sumi-e del medio periodo Muromachi (1336-1573). Nato nella famiglia Oda, di tradizione Samurai o contadina a seconda delle fonti, fu cresciuto ed istruito per diventare un monaco Rinzai. Il nome Tōyō (Salice) gli fu assegnato nel 1431, all’età di 10 anni, in occasione dell’inizo del suo noviziato presso il tempio Zen Hōfuku-ji; il nome proprio prima di tale data è ignoto (mentre altri nomi che assunse o gli furono assegnati nel corso della sua vita furono Unkoku e Bikeisai). Fin dalla più tenera età mostrò spiccate attitudini per le arti visive, che più tardi sotto l’egida del maestro Tenshō Shūbun germogliarono fino a renderlo uno dei più grandi artisti giapponesi della sua epoca, in grado di adattare elementi artistici marcatamente cinesi al gusto ed alla sensibilità estetica ed artistica giapponese, sviluppando uno stile caratterizzato dalla forza impressa ai tratti nonché da una grande intensità espressiva, per una produzione incentrata soprattutto su paesaggi, temi inerenti al Buddhismo Zen e decorazioni a tema floreale o animale.
Sebbene i templi Zen dell’epoca esplicassero anche funzioni culturali, inizialmente il maestro più importante per il giovane artista fu la natura, particolarmente generosa e spettacolare nei dintorni del tempio Hōfuku-ji. Un certo atteggiamento nei confronti della natura era d’altronde elemento che già informava di sé il comune sentire orientale e giapponese in particolare (basti solo pensare alle divinità shintoiste – kami – che nell’estrinsecarsi del loro armonico rapporto con uomini e natura si identificavano tanto con defunti e figure umane storiche quanto con le diverse espressioni dei regni della natura). Non fu dunque difficile l’incontro tra tale sentire e l’importanza data dallo Zen alla meditazione sulla natura, sulla sua mutevolezza e illusorietà a cui consegue tra le altre cose il “samadhi della gioia”; illusorietà e gioia che già troviamo appaiati nel Buddhismo Mahayana, e che, come possiamo leggere in Zen buddhist landscape arts of early Muromachi Japan di Joseph D. Parker, “rifiutando nel profondo il portato di un mondo stabile che fornirebbe le basi a delusione e attaccamento..risultarono ideali per i propositi euristici e soteriologici dei monaci delle Cinque Montagne”.
Ritornando al giovane Tōyō, un aneddoto narra della sua non soddisfacente applicazione allo studio dello Zen, dovuta al troppo tempo dedicato al disegno e alla pittura, che gli valse come punizione l’essere legato ad un pilone all’ingresso del tempio, cosa che non gli impedì di disegnare un topo sul pavimento, usando i piedi e le sue lacrime al posto dell’inchiostro, rendendolo in maniera talmente realistica da far trasalire il suo maestro allorché la sera stessa si avvicinò per liberarlo.
Intorno al 1440 Tōyō lasciò Bitchū e si stabilì nel tempio Zen Shōkoku-ji a Kyoto (al tempo capitale non solo politica ma anche culturale ed artistica del Giappone), studiando col famoso maestro Zen Shunrin Suto. Il tempio era adiacente al palazzo imperiale degli shogun Ashikaga, e la supervisione dell’edificio e degli ambienti circostanti era affidata a Tenshō Shūbun, che era il pittore più conosciuto dell’epoca e che divenne presto maestro di pittura di Tōyō. Anche lo stile e la scelta dei soggetti di Shūbun, così come quello di molti altri pittori Zen nipponici, erano influenzati dagli artisti di epoca Sung (960-1279), le cui opere erano altresì altamente apprezzate e ricercate anche da artisti e collezionisti. Sebbene non vi siano lavori che possano essere fatti risalire con certezza a questo periodo dell’attività artistica di Tōyō risulta probabile che essi siano state eseguiti in accordo con tale stile.
Tenshō Shūbun – Leggendo in un boschetto di bambù
Dopo 20 anni di permanenza a Kyoto, Tōyō fu affidata la responsabilità del tempio Unkoku-ji, nella Prefettura di Yamaguchi sita nella parte occidentale dell’isola di Honshu. Fu in questo periodo che assunse anche il nome di Sesshū (barca innevata), com’era consuetudine per i monaci giunti ad un certo grado di evoluzione spirituale, contravvenendo però all’usanza che voleva che l’appellativo scelto contenesse almeno una sillaba del nome del maestro, giacché egli preferì riferirsi ai pittori Josestu e Shūbun. Yamaguchi, oltre ad essere diventata un importante centro artistico e culturale, era anche un punto di partenza per numerose spedizioni alla volta della Cina, e nel 1468 , aggregandosi ad una spedizione dietro invito di Norihiro Ōuchi (Signore di Yamaguchi e non soggetto all’autorità dello Shogun per gli affari con la Cina in quanto possessore di uno speciale permesso commerciale), Sesshū poté finalmente recarvisi. La sua missione consisteva nel reperire opere artistiche cinesi per conto di benestanti committenti giapponesi, nonché nel compiere visite e studi presso templi Zen. Più che le espressioni artistiche dell’epoca, che sotto la dinastia Ming si erano molto allontanate dallo spirito e dall’estetica che avevano caratterizzato quelle di era Song, furono questi ultimi assieme alla natura cinese ad impressionare positivamente Sesshū, la cui opera artistica si ritrovò comunque in breve tempo a conseguire crescenti riconoscimenti (pare, ma non è storicamente accertato, che avesse ricevuto anche alcuni incarichi dal Palazzo Imperiale a Beijing; in particolare si narra di un invito a decorare i muri delle hall del Ministero dei Riti).
Nel 1469 Sesshū fece ritorno in patria, stabilendosi a Kyūshū (nella prefettura di Ōita) giacché a causa della guerra di Ōnin non poté stare a Yamaguchi. Qui aprì un suo studio (Tenkai Zuga-rō – Padiglione di pittura creato dal Cielo) dove dipinse ed insegnò, non tralasciando al contempo di effettuare diversi viaggi in varie zone del Giappone. La scelta di non tornare a Yamaguchi o a Kyoto fu probabilmente dettata anche dall’esigenza di preservare la propria tranquillità e soprattutto quell’indipendenza dal potere politico e/o religioso che, primo fra gli artisti giapponesi, era riuscito a garantirsi (fu inoltre il primo ad apporre firma e sigillo alle sue opere, seppur cominciando a farlo solo in età avanzata ed in maniera discontinua). Nel 1478, invitato da Kanetaka Masuda (Signore della Provincia di Iwami) si recò a Masuda, nella Prefettura di Shimane, dove creò due giardini Zen, per tornare successivamente di nuovo a Yamaguchi dove ricostruì il suo studio, vedendosi pure riconosciuta l’indipendenza creativa allorquando la famiglia Ōuchi gli concesse una sorta di vitalizio non condizionato ad alcuna esclusività riguardante la sua produzione artistica.
Per molte delle svariate opere d’arte attribuite a Sesshū Tōyō si pone un serio problema di veridicità. Alcune sono a lui attribuite sulla base dell’alto livello qualitativo, della provenienza o di particolari iscrizioni. Per molte altre, recanti la sua sigla o firma, potrebbe anche trattarsi di lavori aventi la sua impronta stilistica ma eseguiti da suoi studenti. La parte più corposa di lavori a lui attribuibili con certezza è custodita presso il Tokyo National Museum. Oltre a due paesaggi relativi al periodo di permanenza in Cina sono ivi presenti tre dei lavori più significativi della maturità: due sono kakemono (rotoli da appendere) rappresentanti l’autunno e l’inverno, mentre il terzo è un paesaggio dipinto utilizzando la tecnica Haboku (che prevede sovrapposizioni di strati e schizzi di inchiostro che lasciano i contorni non ben definiti).
Il Rotolo lungo delle Quattro Stagioni (Sansui Chōkan), dipinto probabilmente nel 1486, viene generalmente considerato il capolavoro di Sesshū Tōyō nonché la più importante opera della pittura ad inchiostro giapponese. Si tratta di un makimono (rotolo orizzontale) lungo 15 metri ove è rappresentato il succedersi delle quattro stagioni, a cominciare dalla primavera fino ad arrivare all’inverno, eseguito come offerta orante in onore del tempio Ruriko-ji di Yamaguchi. L’iscrizione che chiude il rotolo recita: nel diciottesimo anno di Bunmei (epoca compresa tra ōnin e Chōyō, il cui diciottesimo anno risulta essere il 1486), in un pacifico giorno di Kahei (dodicesimo mese dell’anno), l’anziano Tōyō Sesshū, che occupò la prima sedia al tempio Tendo (il riferimento qui è ad un episodio accaduto durante il viaggio in Cina), dipinse nel suo sessantesimo anno di età. E’ interessante notare come laddove la traduzione riporta il termine “dipinse”, nell’iscrizione originale il termine utilizzato è hitsu-ju, il quale fa riferimento all’atto del ricopiare sutra o preghiere. Sebbene sia evidente l’influenza cinese in quanto a temi e stile, il rotolo mostra cionondimeno il suo pieno carattere giapponese grazie a tratti più marcati, a contrasti più netti fra tonalità chiare e scure ed effetti spaziali più appiattiti rispetto a quanto era in uso nella pittura Sung. Custodito a Hōfu (piccolo centro nei dintorni di Yamaguchi) fu dichiarato in epoca Meiji patrimonio nazionale ed oggi viene esposto al pubblico solo durante il mese di novembre.
E’ d’uopo segnalare altre due opere paesaggistiche: una è il rotolo orizzontale della Collezione Asano (Odawara), eseguita nel 1474 su richiesta dell’allievo Tōetsu, caratterizzata da uno stile più libero e tenue; l’altra, conosciuta come rotolo “Amano-Hashidate”, eseguita nel 1502 circa e custodita presso il Kyōto National Museum e che risulta molto realistica e ricca di dettagli, tanto da rasentare la resa topografica di un luogo particolare.
Tra le opere di Sesshū si annoverano anche dipinti direttamente correlati al Buddhismo Zen, il più noto dei quali fu eseguito nel 1496 e consiste in un rotolo raffigurante Hui K’o nell’atto di recidere sacrificalmente il proprio braccio per dimostrare la sua serietà a Bodhidharma.
Sebbene l’influenza dell’era Sung abbia caratterizzato maggiormente il lavoro di Sesshū, in alcuni casi sono rintracciabili anche espressioni ad essa non ascrivibili, come nel caso di uno dei suoi migliori pannelli decorativi, ornato con uccelli e fiori e facente parte della collezione Kosaka di Tokyo, il quale si fa notare per l’uso delicato di colori nonché per l’abilità nell’armonizzazione fra rappresentazione realistica e aspetto decorativo; elemento quest’ultimo molto affine alla tipologia di pittura decorativa che fiorì in Cina nel corso dell’epoca Ming.
Tra i vari eminenti pittori nella storia del Giappone Sesshū Tōyō è da molti considerato il più valido e importante, tanto per motivazioni prettamente artistiche quanto per altre attinenti al suo status di monaco ed uomo di cultura, capace di valorizzare e rendere al meglio la pittura sumi-e e gli elementi di Buddhismo Zen che la informavano, trasformando altresì una forma di espressione artistica importata dalla Cina nel XIV Secolo in un qualcosa di tipicamente giapponese.
Salutato già in vita come uno dei più grandi del suo tempo, tale riconoscimento è perdurato, tanto che molti altri artisti hanno tratto palese ispirazione dalla sua opera (talvolta firmandosi direttamente con il suo nome) ed alcuni si sono riuniti nella Unkoku School onde perpetuarne la tradizione.
Sesshū Tōyō ripose per sempre il pennello, congedandosi da questo mondo l’8 agosto del 1506.
Tenere insieme le cose
In un campo
io sono l’assenza
di campo.
Questo è
sempre opportuno.
Dovunque sono
io sono ciò che manca.
Quando cammino
divido l’aria
e sempre
l’aria si fa avanti
per riempire gli spazi
che il mio corpo occupava.
Tutti abbiamo delle ragioni
per muoverci
io mi muovo
per tenere assieme le cose.
(Mark Strand)
Uno dei concetti tra i più equivocati della Scienza dello Spirito è quello dello «studio». Eppure, proprio dal punto di vista ascetico, esso è fondamentale. Perché un tale concetto è equivocato? Rispondere ad una tale domanda è tra i compiti più ingrati, perché una tale risposta non può che essere amara per chi la deve dare e sicurissimamente non gradita (per usare un eufemismo…) per chi la riceve. Per chiarire il tema sarà necessario fare una quantità di citazioni – un piccolo florilegio policromatico – a mio avviso assolutamente necessarie, viste le molte idee confuse ed errate che circolano a questo proposito. Non avendo questo scritto come finalità quella di soddisfare esigenze «estetiche» o «edificanti» di qualsiasi tipo, ma solo di parlare con chiarezza e di stimolare la ricerca interiore del lettore, non vi è motivo di preoccuparsi del fatto che il testo possa risultarne appesantito.
Il concetto di «studio» è così tanto equivocato, perché all’essere umano nulla è tanto difficile quanto il combattere le abitudini. Massimo Scaligero usava chiamare le abitudini «le rughe dell’anima»: il segno evidente di un «invecchiamento», di uno «spegnimento» della vitalità interiore, di quell’ «ardore» spirituale, di quella «giovanilità» dell’anima, che devono invece accompagnare l’essere umano sino all’ultimo giorno – anzi sino all’ultimo istante – della sua vita terrena.
Infatti, le ‘buone’ abitudini ci vuole molto tempo ad acquisirle – dovrei dire a conquistarle – e, se non costantemente coltivate e stimolate, le si perdono molto rapidamente. Mentre le ‘cattive’ abitudini le si acquisiscono subito, e poi ci vuole molto tempo a sradicarle. Molto tempo, e sforzi vigorosi, faticosi e, soprattutto dolorosi. E il ricaderci è tra le cose più facili del mondo, perché le ‘cattive’ abitudini consonano con la «natura» dell’uomo: la natura inferiore e corrotta dell’uomo, beninteso!
Anzi – bisogna dirlo esplicitamente – il ricadere nelle ‘cattive’ abitudini è ancor più facile dell’acquisirle la prima volta, perché nel ricadere in esse opera una «base» già preparata, ossia un cedimento, un indebolimento della compagine interiore, già operato dalla precedente «acquisizione». E, a rigor di termini, non si dovrebbe parlare di abitudini «buone»: si dovrebbe parlare di un habitus, di un ethos, ossia di un «costume» interiore, che non è affatto la stessa cosa. Le ‘buone’ abitudini non esistono affatto, e ciò è eloquentemente mostrato da quanto sia difficile acquisirle (costano sforzo, fatica, dolorosi superamenti interiori) e quanto, invece, sia poi facilissimo perderle. Basta «rilassarsi», ossia «rilassare», allentare la tensione della volontà, e molte conquiste interiori possono andare perse.
Ci accorgiamo benissimo quando un esercizio – sia esso la Concentrazione o la Meditazione – sia pure correttamente eseguito, è diventato un’«abitudine», quando ci siamo «impigriti», quando siamo scaduti in una ripetitiva routine, e non diamo più tutto di noi stessi. Inavvertitamente, abbiamo perso l’habitus – non l’«abitudine» – di portarci al limite estremo di noi stessi: a quel limite estremo ove, per uno schianto interiore, «moriamo» e «risorgiamo». Questo portarsi al limite estremo di se stessi davvero non diventa mai una «abitudine». La natura in noi non ama morire. Non ama morire né la natura inferiore e volgare, né quella sedicente «spirituale».
Ed è per questo motivo che molti – troppi – oggi proclamano la necessità di una «via dell’anima»: perché il carezzare e il lusingare la natura e le abitudini dell’anima, non esigono lotta e non implicano sforzo. Arturo Reghini scriveva ad un suo sapiente amico che «l’acqua scivola naturalmente su un piano inclinato, mentre bisogna compiere un ‘lavoro’, uno sforzo, per riportarla in alto». Come sa bene chiunque dalla fisica abbia appreso come l’energia potenziale si trasformi in energia cinetica, e viceversa. Si proclama – con una forma di condiscendente e ingannevole «compassione» – che «una completa austerità sia insopportabile a molti, anzi ai più, i quali hanno bisogno di una più ‘morbida’, consolante e illudente, via dell’anima». Dietro la scelta di una tale ‘via animica’ vi è sempre la rinuncia all’impresa interiore, l’accettazione della sconfitta e la resa senza condizioni nei confronti della natura inferiore.
Massimo Scaligero affermava, con la maggiore chiarezza possibile, che «tradire non è il cadere bensì, una volta caduti, mettersi a strisciare e voler giustificare poi dialetticamente a se stessi e agli altri il livello della caduta».
Nella Scienza dello Spirito il concetto dello «studio» viene equivocato proprio per questo motivo: perché – per non andare in rotta di collisione con la natura inferiore – se ne riduce la pratica al livello «accettabile» all’istinto di sopravvivenza, reazionario e conservatore, tipico di tale natura, la quale tutto vuole fuorché morire, togliersi di mezzo, permettere all’essere umano di risorgere da un antico e abietto servaggio, divenuto appunto «abitudine». Una pessima, anzi la peggiore, la più esiziale, delle abitudini: quella che, permettendo alla natura di sopravvivere, rende l’essere umano mortale.
Il concetto di «studio» viene equivocato perché, nello stato di neghittosa passività dell’anima,viene sommamente equivocato il pensare. In tale stato di accidiosa passività dell’anima, l’essere umano ritiene che il mondo esista ex se, ossia preesista a lui, fuori di lui, indipendentemente e senza di lui: senza il suo conoscere, senza il suo pensare. Ma non dovrebbe occorrere scomodare Aristotele, per rendersi conto che se c’è un «fatto», questo è frutto di un «atto», e che l’«atto» presuppone una «potenza». In India, gli Shivaiti direbbero che l’«atto» manifesta la Shakti, la Potenza del Supremo, Shiva Parameshvara. L’immagine del mondo, quindi, in quanto «fatto», ossia come scenario che si dispiega ai nostri occhi, presuppone un «atto» immaginante tale scenario, un momento genetico, producente tale immagine. Di tale «atto» immaginante l’apparire del mondo non si è normalmente consapevoli, ma tale «atto» è pensare, anche se non è pensare riflesso, ossia dialettico, espresso in rappresentazioni e in parole.
Nella Filosofia della Libertà viene detto con chiarezza: «Con quale diritto considerate il mondo completo senza il pensare?». E che non si parli dell’abituale pensare passivo è mostrato nelle parole:
«Solamente non bisogna fare confusione fra l’«avere immagini mentali» e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante, come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare. Certo, qualcuno potrebbe dire: se s’intende il pensare in tal modo, in questo pensare sta nascosto il volere, e non si ha a che fare soltanto col pensare, ma anche con la volontà del pensare. Questa osservazione, tuttavia, autorizzerebbe solo a dire che il vero pensare deve sempre essere voluto».
E proprio questo è il punto: volere il pensare, il vero, autentico, pensare che deve sempre essere voluto. L’essere umano non ama affatto il pensare attivo, il pensare volitivo, perché tale pensare non è amato dalla inferiore natura, la quale giustamente vede come un tale pensare attivo e volitivo porterebbe alla sua morte, alla sua dissoluzione, cosa che l’istinto reazionario e conservatore della natura vuole evitare in ogni modo. E a tale proposito mette in atto la sua perfida sapienza e la consumata esperienza di molti millenni di dominatrice fredda e calcolatrice.
Tale potere della natura sull’uomo deve essere vinto e abbattuto, e questo può essere fatto solo col pensare attivo e volitivo. Massimo Scaligero dice, nel Trattato del Pensiero Vivente, che è necessario volere l’atto pensante, ossia: perché il pensare si scuota dal suo stato di morte e di paralisi, e ritorni vivo, è necessario volere il pensare nella Concentrazione, la quale è ben di più del semplice, e indispensabile, controllo del pensiero. La Concentrazione implica ed esige un intenso sforzo di volontà: volontà nella fase della descrizione dell’oggetto, ossia della ricostruzione della concetto-sintesi attraverso la serie delle rappresentazioni, delle quali ognuna deve essere voluta, volontà fervida, sottile, continua nella sua silente dedizione di contemplare la sintesi, volontà di rimanere immobili con l’anima di fronte al darsi della forza-pensiero. Va da sé che ciò implica attenzione illimitata ed enorme sforzo di volontà. Sino al non-sforzo, sino alla non-azione.
Lo «studio», inteso come gradino dell’Iniziazione, esattissimamente come la Concentrazione, esige illimitata attenzione e sforzo di volontà. Nel precedente articolo, Audacia interiore e Filosofia della Libertà, avevamo scritto: Che la Filosofia della libertà sia una Via di Conoscenza spirituale è quel che afferma Rudolf Steiner in Teosofia, ove dopo aver detto nella Prefazione alla terza edizione che «Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno essere conquistati con sforzo. A questo si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. Chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono essere sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso» – osservazione che, se vale per Teosofia, a maggior ragione vale per la Filosofia della libertà.
Lo «studio», dunque, deve attingere allo stesso pensare attivo e volitivo che si mette in atto nella Concentrazione, e – come ha più volte messo in evidenza Isidoro su questo blog – ogni frase, anzi ogni parola deve essere attentamente e volitivamente pensata. Nessuna frase, nessuna parola, può essere rapidamente sorvolata, né deve attraversare l’anima in maniera inavvertita, senza dar luogo alla necessaria risonanza interiore. Questo va compiuto con tutti i testi della Scienza dello Spirito. I libri scritti di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero sono stati composti in modo da esigere tale necessario forzo volitivo di pensiero. La difficoltà che si incontra nello «studio» di tali opere non dipende mai da limiti intellettuali o di cultura, bensì da forme di «chiusura» interiore, dalla sordità del cuore, dall’opacità totale o parziale dell’anima di fronte a tali contenuti, la cui finalità è appunto quella di trasformare l’anima, introducendola all’esperienza spirituale diretta e concreta. La «chiusura» è sempre quella dell’anima nei confronti della travolgenza trasformatrice dello Spirito.
Nella dodicesima conferenza, del 2 settembre 1906, del ciclo Alla porta della Teosofia, intitolata Sviluppo occulto – GA 95, apparso in italiano col titolo di La scienza dello Spirito – Rudolf Steiner sottolinea fortemente la necessità di una rigorosa disciplina di pensiero come base della indipendenza interiore del discepolo della Via rosicruciana – dalla quale è bandita ogni forma di fede dall’autorità – e dell’oggettività dell’esperienza spirituale. Infatti, vien detto:
«Indipendenti al massimo si è nel discepolato rosicruciano. Qui il Maestro non è più la guida, ma il consigliere che dà ad ognuno i suggerimenti sul da farsi. In pari tempo egli cura che, parallelamente all’addestramento occulto, si svolga un energico sviluppo del pensare, senza il quale non può compiersi nessuna educazione occulta. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre cose non hanno. Trovandoci, per esempio, sul nostro pianeta fisico, percepiamo coi sensi fisici ciò che si trova su questo piano: null’altro. Sul piano astrale valgono le percezioni astrali; e l’udito devachanico vale soltanto nel Devachan. Insomma ogni piano ha le sue proprie percezioni. Una cosa, invece penetra tutti i mondi: il pensiero logico. La logica è comune e identica per tutti e tre i piani. Così ci è dato imparare sul piano fisico una cosa che ha valore anche nei mondi superiori. Questo metodo viene osservato dal discepolato rosicruciano, il quale addestra prevalentemente il pensiero, sul piano fisico e coi mezzi del piano fisico. Un pensare penetrante viene già educato attraverso lo studio delle verità teosofiche o anche mediante diretti esercizi del pensiero. Se però desideriamo addestrare l’intelletto maggiormente, potremo studiare libri come La Filosofia della Libertà, Verità e Scienza, scritti appositamente in uno stile consente a un pensare, da essi disciplinato, di muoversi assolutamente sicuro anche nelle più alte regioni. Ci potrebbe addirittura essere qualcuno che studia questi scritti e nulla sapesse di Teosofia potrebbe nondimeno orientarsi nei mondi superiori. Ma come detto, anche gli insegnamenti teosofici agiscono nella medesima maniera».
Ho preferito ritradurre il pezzo citato, perché la traduzione pubblicata ha subito un «intervento di ortopedizzazione» di dubbia finalità. Il termine «teosofia», che Rudolf Steiner adoperò largamente i primi tempi della sua missione pubblica e che poi abbandonò, ha qui il significato originario (e non quello che assunse il movimento occulto orientaleggiante a lui contemporaneo), viene chiarito nell’Introduzione del libro Teosofia:
«L’uomo designa come “divine” le cose più alte che gli è concesso di vedere, e deve pensare in qualche modo collegato il suo destino più alto con l’elemento divino. Di conseguenza anche la saggezza che va al di là del mondo sensibile e che gli manifesta il suo essere e quindi il suo destino potrà ben chiamarsi “saggezza divina” o teosofia. Allo studio dei processi spirituali nella vita umana e nell’universo si potrà dare il nome di scienza dello spirito. Se da essa, come avviene in questo libro, si estraggono specialmente i risultati che si riferiscono all’essenziale nocciolo spirituale dell’uomo, può venir usata per questo campo l’espressione “teosofia”, perché in questo senso essa venne usata nel corso dei secoli».
E in effetti, in tal senso tale espressione venne usata a partire sin dalla corrente neoplatonica ed ermetica alessandrina, poi nella corrente ermetico-rosicruciana rinascimentale e settecentesca. E illustrando il primo gradino della Iniziazione rosicruciana, ossia lo studio, nella quattordicesima conferenza del 4 settembre 1906 del suddetto ciclo, così viene detto:
«L’europeo attuale non raggiungerà da solo, senza studio, la conoscenza della verità. Prima deve far nascere in sé i pensieri dell’intera umanità, deve imparare a pensare macrocosmicamente, deve dirsi: “Se altri hanno pensato questo, deve pur essere umano pensarlo, ed io voglio provarmi come si possa vivere con tali pensieri”. Non occorre giurarci sopra come fossero un dogma, ma bisogna imparare a conoscere lo sviluppo dei sistemi universali fissi e planetari della Terra e dell’uomo. Questi pensieri che ci vengono trasmessi dallo studio purificano lo spirito. Come l’edera si appoggia all’albero, finché il suo fusto non è da tanto da sostenere i propri rami, così i nostri pensieri si appoggiano degli alti pensieri altrui, fino a tanto che noi stessi non siamo capaci di formare alti pensieri. Questo studio purifica a sua volta i nostri pensieri, sicché arriviamo a pensare con una logica severa. Se per esempio studiamo un “libro molto difficile” importa assai meno il comprenderne il contenuto che trovare il filo delle idee dell’autore e imparare a pensare i suoi pensieri. Perciò non dobbiamo stimare nessun libro troppo difficile: ciò equivarrebbe ad attestare la nostra indolenza a riflettere. I libri migliori sono quelli che bisogna leggere e rileggere molte volte, che non comprendiamo subito, che occorre studiare frase per frase. Nello studio importa più il come che il che cosa si studia. Attraverso le grandi verità, come quelle che trattano delle leggi planetarie, veniamo a crearci grandi linee di pensiero, e questo è l’essenziale. C’è molto egoismo in chi dice: “Voglio maggior copia di dottrine morali e nessuna sul sistema planetario”. La vera scienza genera la vita morale».
Ora, è evidente come la Filosofia della Libertà sia proprio uno di tali “libri molto difficili”, e che lo «studio», rosicrucianamente inteso, di essa esiga un energico pensiero volitivo. La stessa cosa vale per le opere di Massimo Scaligero – soprattutto per il Trattato del Pensiero Vivente e la Logica contro l’uomo – nelle quali, come dice Rudolf Steiner in un punto di Teosofia, già citato nel precedente articolo e in un paragrafo più sopra – durissimis repetita juvant capitibus – «Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno essere conquistati con sforzo. A questo si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. Chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono essere sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso».
Lo scopo profondo, perseguito dallo «studio» – in particolare dello studio della Filosofia della Libertà – viene indicato in maniera esemplare nella dodicesima conferenza del ciclo sul Vangelo di Giovanni, ove vien detto:
«Con un termine antico si chiama catarsi, o purificazione, la elaborazione del corpo astrale mediante la meditazione e la concentrazione. Questa catarsi, o purificazione, ha appunto lo scopo di eliminare dal corpo astrale tutto quanto gli impedisce di organizzarsi in modo armonico e regolare, sì da sviluppare gli organi superiori, poiché il corpo astrale è predisposto a sviluppare quegli organi e basta mettere a nudo, per così dire, le forze latenti in esso.
Abbiamo menzionato che si potrebbe ricorrere ai metodi più diversi, per determinare la catarsi. Ad esempio si potrebbe progredire assai su quella via, giungendo a compenetrarsi intimamente e a vivere tutto il contenuto del mio libro Filosofia della Libertà, fino a sentire di essere divenuti capaci di riprodurre da se stessi e fedelmente i pensieri che vi sono esposti. Se qualcuno si comporta nei riguardi di quel libro (che è scritto proprio con questo intento) come un pianista nei riguardi del compositore d’ un pezzo da eseguire, in modo da riprodurre il tutto in se stesso nel modo adeguato allora la catarsi può prodursi in grado elevato, già solo a causa della rigorosa concatenazione dei pensieri. Infatti, ciò che conta in questo campo, come nel caso di quel libro, è che i pensieri siano tutti collocati in modo da diventare operanti. In molti altri libri dell’ età nostra, in fondo, basta configurare solo un po’ diversamente la sistematica, perché si possano spostare i pensieri, ed esprimere una cosa prima e un’altra dopo. Nel caso della Filosofia della Libertà ciò non è possibile. E altrettanto impossibile spostare una pagina nell’insieme del contenuto, quanto non si possono scambiare le gambe anteriori d’ un cane con quelle posteriori, poiché quel libro è un organismo articolato, e lo studio assiduo dei pensieri che vi sono esposti produce una specie di allenamento interiore. Esistono dunque diversi metodi per produrre la catarsi. Chi non l’abbia conseguita, dopo avere studiato quel libro non deve pensare che sia inesatto quanto ho detto adesso; ma piuttosto pensi che potrebbe non averlo studiato nel modo giusto, o non con sufficiente energia o serietà».
E sullo «studio», Rudolf Steiner ritorna nella quattordicesima conferenza del ciclo La Saggezza dei Rosacroce, tenuta a Monaco il 6 giugno 1907 e intitolata L’Essenza dell’Iniziazione, ove vien detto:
«Chi poi voglia salire nei mondi superiori, dovrà abituarsi a una forma di pensare che faccia sorgere ogni pensiero da quello precedente. Un tal modo di pensare è sviluppato nei miei libri: La Filosofia della libertà e Verità e scienza. Entrambi i libri non sono scritti in modo da poter spostare un pensiero per portarlo in un posto diverso da quello ove si trovi; sono scritti piuttosto nello stesso modo in cui può sorgere un organismo, in quanto ogni pensiero sorge dal precedente. Questi libri non hanno nulla a che fare con chi li ha scritti; l’autore si rimise ai pensieri medesimi, che si elaboravano in lui, e li scrisse come essi si configuravano.
Per chi si accontenti di farlo in modo elementare, lo studio è quindi un prendere conoscenza dei fatti principali della scienza dello spirito, mentre per chi voglia salire ai mondi superiori, questi studi rappresentano un approfondimento in una costruzione di pensiero nella quale ogni pensiero è la conseguenza del precedente, sorge per così dire da se stesso».
Perché, dunque, una tale insistenza sul volitivo pensare i pensieri della Scienza dello Spirito, e in particolare i pensieri di opere come la Filosofia della Libertà o del Trattato del Pensiero Vivente? Massimo Scaligero ce lo mostra sin dalle primissime parole del Trattato:
«Il presente trattato, anche se formulato e accessibile, propone un compito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza interiore, che lo spirito esige da lui in questo tempo. […]
Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della «concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta in ogni pensiero che pensa».
Nella Filosofia della Libertà viene indicato lo stato eccezionale del pensare che fa di se stesso il proprio contenuto, stato eccezionale nel quale il pensare volitivamente attivo osserva, percepisce, e contempla, nell’obbiettività dello scenario interiore dell’anima, una serie di pensieri attentamente e intensamente pensati, sino a sperimentare di essi il momento genetico o sorgivo, sino a sperimentare mediante tali pensieri vivi l’estraformale forza-pensiero libera di pensieri, ossia libera di oggetti pensati, la cui funzione mediatrice si estingue, cessa, di fronte al sorgere del pensiero vivente che non ha bisogno di veruna mediazione . Ma questo è ugualmente il processo della Concentrazione e dello «studio» iniziaticamente inteso. Infatti, nel 22° capitolo del Trattato vien detto:
«Possiamo attingere al pensiero vivente per via di determinati pensieri, che risorgano compiutamente come nostra attività».
E proprio di questo si tratta: di non leggere velocemente e superficialmente, bensì di leggere intensamente e profondamente, e non per acquisire eccentriche «informazioni» ma per sperimentare la «vita». Perché l’Io può vivere unicamente nel pensiero vivente: fuori di tale realizzazione, gli esseri umani non sono spiritualmente vivi, perché spiritualmente non conoscono. Psichicamente, invece, essi sono animalmente vivi, ossia animati e galvanizzati da una animale vita «caduta» che consuma ed erode le forze autentiche dell’anima, nutrendo con esse dèmoni.
Un siffatto lavoro di pensiero è tale che lo «studio» è un atto «rituale» – e in quanto Rito deve essere considerato «sacro» – che deve essere compiuto con lo stesso rigore, con la stessa abnegazione e dedizione, la stessa devozione e venerazione della Concentrazione e dela Meditazione. Come la Concentrazione, lo studio meditativo della Filosofia della Libertà, la meditazione del Trattato del Pensiero Vivente, richiedono il massimo sforzo interiore, la massima tensione della volontà. Come direbbe Isidoro, questo è «un lavoro di edilizia pesante». Lo sforzo è quello di pensare intensamente, con la massima attenzione i pensieri della Concentrazione, i pensieri della Filosofia della Libertà o del Trattato, insistendo con la volontà pensante sino ad aprire il varco alla forza-pensiero, alla vita e alla luce primigenia del pensiero.
Questa è la Via Vera, la Via del Pensiero autenticamente iniziatica, quella che porta all’esperienza della morte e del superamento della morte. È la Via più coraggiosa, quella che cerca la Vita Vera con l’affrontare da vivi la morte. La Via eroica che col calor cogitationis – come lo chiamava Massimo Scaligero – col fuoco del pensare volitivo dissolve la brama dell’apparire illusorio, la paura di perdere il menzognero sostegno della natura inferiore, e accende nel cuore l’Intelletto d’Amore.
*
Wie sind die Vielen doch beflissen!
Und es verwirrt sie nur der Fleiss,
Sie möchten gerne anders weissen
Als Einer, der das Rechte weiss. (J.W. von Goethe)
“Scorge egli ora con la vista una forma, egli non concepisce alcuna inclinazione, non concepisce alcun interesse. Siccome brama e avversione, dannosi e nocivi pensieri ben presto sopraffanno colui che permane con vista non vigilata, egli attende a questa vigilanza, egli guarda la vista, egli vigila attentamente sulla vista.
Ode egli ora con l’udito un suono,
Odora egli ora con l’olfatto un odore,
Gusta egli ora col gusto un sapore,
Tocca egli ora col tatto un contatto,
Riconosce egli ora col pensiero una cosa, egli non concepisce alcuna inclinazione, non concepisce alcun interesse.
Siccome brama e avversione, dannosi e nocivi pensieri ben presto sopraffanno colui che permane con pensiero non vigilato, egli attende a questa vigilanza, egli guarda il pensiero, egli vigila attentamente sul pensiero.
Con l’adempimento di questo santo dominio dei sensi egli prova un’intima inalterata gioia.
Chiaro e cosciente egli viene ed egli va, chiaro e cosciente egli guarda e distoglie lo sguardo, chiaro e cosciente si alza e si muove, chiaro e cosciente porta l’abito dell’ordine e la scodella dell’elemosina, chiaro e cosciente mangia e beve, mastica e gusta, chiaro e cosciente vuota sterco e urina, chiaro e cosciente egli va e sta e siede, chiaro e cosciente egli si addormenta e si sveglia, parla e tace.
Fedele a questi santi precetti di virtù, fedele a questo santo dominio dei sensi, fedele a questo santo chiaro sapere, egli cerca un appartato luogo di riposo, il piede di un albero nel bosco, una grotta nelle rupi, una caverna di montagna, un cimitero, il fitto di una foresta, un giaciglio di strame nell’aperta pianura.
Dopo quando egli è tornato dal giro di elemosina, egli si siede, il corpo diritto sollevato, e medita.
Egli ha smesso la brama mondana e ora sta con animo senza brama, purifica da brama il suo cuore.
Egli ha smesso la languida accidia; amante la luce, savio, chiaro cosciente, egli purifica il suo cuore da languida accidia.
Egli ha smesso l’avversione, ora è libero con animo senza avversione; pieno di amore e compassione per tutti gli esseri viventi, egli purifica il suo cuore da avversione.
Egli ha smesso superbia e fastidio, è libero da superbia; con animo intimamente pacato egli purifica il suo cuore da superbia e fastidio.
Egli ha smesso il tentennare, è sfuggito all’incertezza; non dubita del bene, dal tentennare egli purifica il suo cuore.
Egli ha tolto ora questi cinque impedimenti, ha imparato a conoscere le scorie dell’animo, le paralizzanti; ben lungi da brame, lungi da cose non salutari, egli vive in senziente pensante nata di pace beata serenità, nel grado della prima contemplazione.
E inoltre ancora, voi bhikkhu: dopo compimento del sentire e del pensare raggiunge il bhikkhu l’intera calma serena, l’unità dell’animo, la libera di sentire e pensare, nata dal raccoglimento beata serenità, il grado della seconda contemplazione.
E inoltre ancora, voi bhikkhu: in serena pace resta il bhikkhu equanime, savio, chiaro cosciente, egli prova nel corpo una felicità, di cui i santi dicono: “L’equanime savio vive felice”; così egli raggiunge il grado della terza contemplazione.
Ed inoltre ancora, voi bhikkhu: dopo il rigetto di gioie e dolori dopo annientamento di letizia e tristezza anteriore, il bhikkhu raggiunge il grado della non triste, non lieta, equanime, savia perfetta purezza, la quarta contemplazione.
Con tale animo, saldo, puro, terso, schietto, schiarito di scorie, malleabile, duttile, compatto, incorruttibile, egli indirizza l’animo alla memore cognizione di anteriori forme di esistenza.
Egli si ricorda di molte diverse anteriori forme di esistenza, come di una vita, poi di due vite, poi di tre vite, poi di quattro vite, poi di cinque vite, poi di dieci vite, poi di venti vite, poi di trenta vite, poi di quaranta vite, poi di cinquanta vite, poi di cento vite, poi di mille vite, poi di centomila vite, poi delle epoche durante molte formazioni di mondi, poi delle epoche durante molte formazioni e trasformazioni di mondi.
“Là ero io, avevo quel nome, appartenevo a quella famiglia, quello era il mio stato, quello era il mio officio, tale bene e male provai, così fu la fine della mia vita; di là trapassato entrai io qui di nuovo in esistenza”.
Così egli si ricorda di molte diverse anteriori forme di esistenza, ognuna con i propri contrassegni, ognuna con le speciali relazioni.
Con tale animo, saldo, puro, terso, schietto, schiarito di scorie, malleabile, duttile, compatto, incorruttibile, egli indirizza l’animo alla cognizione dell’apparire e sparire degli esseri.
Con l’occhio celeste, rischiarato, sopraterreno egli vede gli esseri sparire e riapparire, volgari e nobili, belli e non belli, felici e infelici, egli riconosce come gli esseri sempre secondo le azioni riappaiono.
“Questi cari esseri certo non sono retti in azioni, non sono retti in parole, non retti in pensieri, biasimano ciò che è salutare, stimano ciò che è dannoso, fanno ciò che è dannoso; con la dissoluzione del corpo, dopo la morte, essi pervengono giù, su cattivi sentieri, alla perdizione, in un mondo infernale.
Quei cari esseri però sono retti in azioni, retti in parole, retti in pensieri, non biasimano ciò che è salutare, stimano ciò che è retto; con la dissoluzione del corpo, dopo la morte, essi pervengono su buoni sentieri, in un mondo celeste”.
Così egli con l’occhio celeste, rischiarato, sopraterreno, vede gli esseri sparire e riapparire, volgari e nobili, belli e non belli, felici e infelici, egli riconosce come gli esseri sempre secondo le azioni riappaiono.
Con tale animo, saldo, puro, terso, schietto, schiarito di scorie, malleabile, duttile, compatto, incorruttibile, egli volge l’animo alla cognizione dell’esaurimento della mania.
Questo è il dolore, comprende conforme alla verità.
Questa è l’origine del dolore, comprende conforme alla verità.
Questa è la via che mena all’estinzione del dolore, comprende conforme alla verità.
Questa è la mania, comprende conforme alla verità.
Questa è l’estinzione della mania, comprende conforme alla verità.
Questa è la via che mena all’estinzione della mania, comprende conforme alla verità.
Così riconoscendo, così vedendo, il suo animo viene redento dalla mania del desiderio, redento dalla mania dell’esistenza, redento dalla mania dell’errore.
“Nel redento è la redenzione” questa cognizione sorge.
Esausta è la vita, compiuta la santità, operata l’opera, non esiste più questo mondo, comprende egli allora.
Costui lo si chiama, un uomo, che non è un tormentatore di sé stesso, non è alacremente dedito all’esercizio del tormento di sé stesso, né è un tormentatore del prossimo, non è alacremente dedito all’esercizio del tormento del prossimo, già durante la vita è spento, estinto, si sente bene, divenuto santo nel cuore.
*
Fatico a concludere sprecando ritmi di silenzio. Per chi è digiuno di queste cose, noto un fatto già osservato da tanti: la ripetitività.
Essa non si rivolge all’intelletto (che non viene deprezzato) ma al corpo eterico e ai suoi ritmi. Provate. Fate silenzio e abbandonatevi al “modo” del discorso. Rischiate di farvi del bene.
Altro fatto: l’estrema semplicità. Tutto è coinvolto: l’ascesi ed i suoi risultati spirituali, paradisi e inferni, la legge del karma, la liberazione. Senza squilli e clangori: la pace meditativa aleggia su ogni parola.
Come parlerà il futuro Buddha? Il Dottore accenna che le sue parole plasmeranno magicamente le anime degli ascoltatori. Nei discorsi del Buddha antecedente si può cogliere non ciò che sarà ma l’immenso di ciò che è stato e si può comprendere, almeno, che, ancor più nel futuro, non sarà niente di ciò a cui gli intelletti sono avvezzi. Verità senza dialettica, direbbe Massimo Scaligero!
La figura di Ódhinn è quella di essere il primo dio del Pantheon nordico: è la Sovranità cosmica, universale, forse un tantino oscura, magica e sicuramente terribile.
Vasto è il campo della sua azione: egli appare a volte come un dio guerriero, in momenti diversi come Psicopompo, in certi casi più rari diviene il dio della Fecondità.
Andrebbe forse sottolineato il “centro” di Ódhinn che i massimi filologi individuano in WAT- da cui dovrebbe derivare il nome divino.
WAT- indica la furia divina, profetica – da cui l’antico irlandese fāith, veggente, profeta – lo spirito poetico (latino vātēs): l’essere che è fuori di sé, assorto in una dimensione sovrumana.
Adamo da Brema scriveva: “Wodan id est furor”. Dunque, pur nel rispetto delle interpretazioni, a partire da Tacito, che lo assimilano a Mercurio e leggendo dei suoi molti appellativi, il carattere più ricorrente e fondamentale è centrato sull’elemento della furia.
Ódhinn, dio della furia è bensì colui che possiede la sovrumana capacità di trasformazione e proprio nella sua furia si trascende attingendo ai doni della saggezza, della profezia e dell’invulnerabilità.
Egli è perciò il dio delle rune, che non sono semplici segni grafici bensì simboli di una conoscenza oscura e profonda. Le rune sono un momento eterno, possederle è poter afferrare i fili dell’esistenza.
Per possederle, Ódhinn si è sacrificato a sé stesso, appeso per nove giorni all’Albero Cosmico. Questo albero è Yggdrasill: ai suoi piedi c’è la dimora delle Norne che intessono i destini.
Anche gli dei si riuniscono intorno a Yggdrasill, come le divinità greche si riunivano in cima all’Olimpo. Ma le radici di Yggdrasill rimandano alla fecondità: infatti Ódhinn dona eternità a coloro che caddero in battaglia. Nel Valhöll li nutre con cibo perenne. Lì gli eroi vengono trasportati dalle Valchirie, dee del numero 9, simbolo dei cicli del mondo.
La battaglia sulla terra, teatro di morte per i prescelti, è lo spazio della furia di Ódhinn. Anzi, in tale contesto vanno sottolineati personaggi come gli “orsi” (berserkir) o “lupi mannari” (ulfhedhnar): figure di guerrieri molto speciali: indossavano peli d’orso o di lupo e venivano presi in battaglia da un furore sovrumano e incontenibile che li rendeva insensibili alle più tremende ferite (ciò è documentato).
Sono bestie di Ódhinn i lupi e i corvi che banchettano con la carne dei morti in battaglia. Morte che come ho già detto apre le porte del Valhöll. Là, i caduti bevono abbondantemente idromele e birra.
La birra è legata intimamente al dio, poiché mediante una bevuta rituale può essere raggiunto lo stato di “furia”.
E. Zolla scrive: “E’ chiaro che le bevute rituali implicavano una qualche precisa operazione di controllo dell’immaginazione, che consentiva di impadronirsi della pericolosa bevanda. In questo senso si deve intendere l’equiparazione della bevuta alla “cavalcata rischiosa”, all’impiccagione rituale, alla battaglia (caro R***o, ricordi quanti stupendi rituali abbiamo officiato? Doveva essere la saggia spinta spirituale dei nostri avi!).
Così la coppa ripiena del liquido inebriante è fullr e trabocca (come poi il sacro calice del Graal), del liquido della vita.
E, come minimo, rende poeta chi beve, come riferisce lo Hávamál:
Ubriaco divenni,
del tutto ubriaco
presso il savio Fialarr
poiché è eccellente la birra
ove dopo riacquisti
ciascun uomo il suo senno.
*
Già! Le nostre genti erano molto legate alle antiche tradizioni (il Dottore fu laconico: “Bevono molto”). Ecco dimostrato come le cose, ora, vadano male: acqua e caffè la fanno da padroni!

® maramaccari / www.patamu.com marzo 2013
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‡
Tavola V
Prima visione della seconda parte
Equilibrio nell’ ordine cosmico operante nella sfera terrestre.
Quattro sfere s‘interpenetrano a croce formando il globo; all’interno si congiungono in forma di cubo gli estremi centrali, come interazione luce/tenebra (bianco e blu) e generano il verde/materia. (cfr. Rudolf Steiner O.O. 320)
Se la tavola viene ruotata di 90° a sinistra troviamo dei paralleli con la tav. I :
Nelle ali interne/esterne
Nei due capi, qui rappresentati (quale Giano bifronte) nella sfera blu come Luna/Padre sormontata dalla sfera rossa come Sole/Cristo.
Nei due demoni sotto ai piedi, che corrispondono al lato delle tenebre (bocca doppia di drago).
Tavola V
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Per chi volesse riprendere le fila della pubblicazione ricordiamo il link che porta all’inizio della pubblicazione di questa Opera di Mara Maccari:
https://www.ecoantroposophia.it/2013/11/art…-maria-maccari/
Troverete inoltre e comunque tutto il materiale relativo a questa artista nella sezione categoria ” Mara Maria Maccari”
Nelle pitture più antiche è l’uomo che viene rappresentato, mentre l’ambiente circostante è fondale o accenno.
Scrive Rilke (Del paesaggio e altri scritti): ”Nelle figure dei vasi, l’ambiente, casa o strada, è solo nominato, abbreviato quasi, dichiarato solo con l’iniziale; e invece sono tutti gli uomini nudi, sono come alberi che rechino frutta e ghirlande di frutta, come siepi in fiore, come primavere in cui cantino gli uccelli. Allora era il corpo, lo coltivavano come una terra, si adoperavano attorno ad esso come intorno ad un raccolto, lo possedevano come si possiede un buon podere, la ricchezza da contemplare, l’immagine traverso la quale passavano in ordine ritmico tutte le significazioni, dèi e animali e tutti i sensi della vita”
Rilke fa risalire a Leonardo la scoperta del paesaggio: “ Guardare al paesaggio come a qualcosa di lontano ed estraneo, di remoto e astratto che trova in sé la sua compiutezza, questo era necessario se esso voleva diventare mezzo e occasione di un’arte autonoma…si cominciò a capire la natura quando non la si capì più: quando si capì che essa era l’altra parte, indifferente, incapace di accoglierci.”
Così l’uomo si distacca dal paesaggio proprio perché il paesaggio sostituisce la natura.
Mentre agli antichi bastava il nome, la menzione di “quercia”, “selva” per penetrare nelle corrispondenti associazioni, il paesaggio deve venir precisato, analizzato. Ma la sua esasperazione è la sua morte.
Il romanticismo è un tentativo di salvataggio di una natura stinta e come scrive Praz, scade nell’ingenuo espediente di una soluzione psicologica. Per cui si inscena “una violenta agitazione di umani petti con un soffiar di venti ed un tuonar di procelle”.
Così l’uomo del XX e del XXI secolo si trova, in genere, bombardato da raggi e rumori, a rimirare inquadrature fotografiche che appartengono più al sogno che al reale. Massiccia entra nelle coscienze l’industria del sogno con l’allucinazione cinematografica e televisiva.
Per non apparire troppo pessimista dirò che la luce è ancora gioia e conoscenza, la tenebra è ancora sciagura e tuttora ci afferra sgomento quando si contemplano gli spazi sconfinati.
Infatti l’illimitato, lo sproporzionato della natura post-copernicana sono il tema della poesia cosmica ottocentesca.
C’è un “ma” grande: per concorrere a giungere ad un universo di dismisure concorre il telescopio, come, col microscopio si disintegra la terra visibile. Certo, la tecnologia viene sempre considerata neutrale, però non è un caso che quando essa scende in campo vince sempre sull’umano.
Vediamo da vicino il doppio fenomeno: il telescopio ed il microscopio sono utilissimi ma introducono l’occhio (e la mente umana) in spazi siderali e vetrini dove non esistono forme consacrate e la coerenza delle immagini è data da convenzioni, da ipotesi. Si giunge ad affermare che ogni spiegazione del mondo visibile può essere soltanto rivelata dal mondo che è invisibile all’occhio nudo e se questo invisibile viene rivelato soltanto da strumenti, si instaura un mondo scientifico che demanda agli strumenti le causalità del mondo, espellendo da esso il divino, il destino, il senso umano dei moti celesti. L’uomo non è più un microcosmo.
Rimane la poesia, nei due precedenti secoli, che invita ancora a contemplare e seguire la natura, ma in disaccordo con la scienza, la società e l’economia. Languendo in quanto svanisce il senso d’armonia tra lo svolgere della notte nel giorno, di una stagione in un’altra: divengono cose da “degustare” come spettacoli e come spettacoli, alla fine annoiano.
Il precursore di Baudelaire, Pètrus Borel, proclama noioso che le foglie siano verdi e non violette o azzurre.
L’impressionismo, nello sforzo di stabilire un’armonia tra uomo e natura, si fonda sulla accreditata teoria della luce, accettando la frantumazione della natura, vedendola come mera funzione di vibrazioni.
Appunto: il mondo visibile a occhio nudo è rinviato ad un mondo invisibile, alla luce dello spettroscopio: gli impressionisti non possono che disintegrare il mondo nel momento in cui spingono la natura come fascio di pure ondulazioni. Peccato che, oltre una infinita pluralità di punti luminosi, l’occhio percepisca, di fatto, delle forme: vedo il vaso e non una spruzzaglia di puntini. Questi ci vengono “svelati” da strumenti ravvicinanti.
Un notevole passo di Proust illustra il vacillamento dell’occhio spodestato: “ Esistono illusioni d’ottica le quali provano che noi non identificheremo gli oggetti se non facessimo intervenire il ragionamento. Quante volte su una vettura non scopriamo una lunga strada chiara che inizia a qualche metro da noi, mentre abbiamo dinanzi un muro violentemente illuminato che ci ha dato il miraggio della profondità…questo disorientamento dei ragionamenti lo chiamiamo visione”.
Vi rendete conto di cosa dice? Magari una coerenza alla “visione” chiede solo che l’arte divenga delirio…o miseria: la natura è vinta!
Infatti “tanti sono gli artisti originali e altrettanti mondi abbiamo a disposizione…tale l’universo nuovo e perituro che è stato creato, e durerà fino a che la nuova catastrofe sia scatenata dal nuovo pittore o scrittore originale”.
Sorge un nuovo congegno sociale, si chiama “Industria culturale” in cui possa affermarsi il paradosso di Wilde: “la natura deve imitare l’arte, la regola dell’artista dev’essere non tanto di tenersi alle proposte della natura, ma di non proporle nulla che essa non possa, non debba tosto imitare” Gide, Journal des Faux Monnayeurs.
Mi pare che Gide dica semplicemente che l’artista deve fare cose che siano destinate ad essere accolte e divulgate attraverso i mezzi di massa, gli attuali media (sapete che volo basso).
Il dato biologico ancora resiste: la curva della temperatura del corpo segue l’arco che il sole descrive negli spazi, il sonno sopravviene dopo il crepuscolo per sciogliersi la mattina, di fatto il corpo
della donna soggiace al calendario lunare e la gestazione nei nove mesi corrispondenti alla distanza fra un solstizio e un equinozio, persino il linguaggio comune contiene le metafore tra cielo e corpo.
Ancora per quanto? Il corpo stesso inizia ad adattarsi alle condizioni industriali, nonostante la lentezza del processo: metamorfosi da mammifero a insetto sociale?
Se queste osservazioni vi sembrano poco divertenti, mi pare che il Dottore, in circoli riservati (come la Comunità dei Cristiani), comunicò previsioni a scadenza alquanto breve che potrebbero rovinare le notti dei ciecottimisti. Ora non si grida più nel deserto e farlo ad una massa sociale liquida (informe) che non vuole sapere di non sapere è tempo perso. Ci sono ancora, qua e là, individui. Ciò è grandioso, semi-divino. Il resto è rovina o non è nemmeno quello. La rovina emana una dignità particolare, un senso di arcana riverenza che si perde negli sciami di gite collettive organizzate.
Emanuele
Nell’ombra dei secoli si è ormai dileguata
quella notte in cui, stanca di male e di affanno,
la terra posò nelle braccia del cielo, e nel silenzio nacque
Dio-è-con-noi.
Molte cose oggi non sono, che erano possibili ieri:
i re più non scrutano il cielo,
e i pastori non ascoltano nel deserto
come gli angeli parlino del Signore.
Ma ciò che di eterno in quella notte fu rivelato
non può essere ormai più corrotto dal tempo;
e il Verbo nato in quell’evo remoto, sotto a una greppia,
ti rinasce nuovo nell’anima.
Sì – Dio è con noi: ma non già sotto l’azzurro padiglione,
non al di là dei confini dei mondi innumerevoli,
non nel perfido fuoco, e non nel fiato delle tempeste,
non chiuso nella sopita memoria dei secoli.
È qui Egli, adesso; e tra l’effimera vanità,
nel torrente torbido delle ansie della vita, tu possiedi
un segreto onnigioioso: – impotente è il male,
e eterni noi siamo: Dio è con noi.
Rievocavo, nelle ore nelle quali una dolcissima melanconia è fedele compagna alla mia insonnia, quanto era emerso in vari colloqui tra una persona amica e me, circa la centralità che Massimo Scaligero dava alla Via del Pensiero e alla Concentrazione. E ogni volta i nostri scambi di idee mi riportavano alla mente quel che Massimo Scaligero, in vari colloqui, mi aveva detto, e che io custodisco nella memoria del mio cuore, come un prezioso tesoro. Le sue parole – comprese quelle ch’egli disse nell’ultimo colloquio del 25 gennaio 1980, poche ore prima che ci lasciasse – le porto scritte a lettere di fuoco nella mia anima e sono per me «bevanda della memoria», nonché un criterio radicale di distinzione tra ciò che costituisce l’essenza della Via Solare e ciò che non lo è.
Più volte nei nostri periodici, Massimo Scaligero mi disse come la missione di Rudolf Steiner – missione che Rudolf Steiner riconosceva essere sua propria – fosse quella di portare all’Occidente, e all’umanità tutta, una Via magica del pensiero e della percezione: una Via che fosse al contempo rigorosamente scientifica ed iniziatica. Sin dalla sua giovinezza, egli aveva lottato, prima per conquistare, e poi per indicare nelle sue opere, una tale Via che da una parte porta alle sue estreme conseguenze le istanze del metodo scientifico di rigore logico e sperimentale, e dall’altra una Via iniziatica nelle forme di un audace idealismo magico.
Risulta dalla stessa biografia di Rudolf Steiner, come questi sia partito da un confronto serrato con la filosofia kantiana, che nella seconda metà del secolo diciannovesimo avrebbe avuto, soprattutto in Germania, una immensa influenza, con la matematica, con la fisica, la chimica, le scienze naturali, le quali pure passavano di scoperta in scoperta e vedevano aumentare a dismisura la loro influenza sulla visione del mondo e sulla vita di innumerevoli persone. In particolare, il giovanissimo Rudolf Steiner riteneva – come mi diceva Massimo Scaligero e come si evince altresì da molte delle sue vicende biografiche – che l’esperienza del momento originario del pensiero e dell’essenza sovraindividuale, universale, dell’idea fossero comuni, oltre che a lui, anche a scienziati e filosofi, perché egli non si spiegava come costoro potessero avere una intuizione matematica, scoprire una legge fisica, chimica o biologica, di valore universale, senza avere coscienza come tali intuizioni e leggi fossero «idee», e senza essere coscienti del momento «dinamico», «vivente», del pensare producente tali «idee». In effetti, egli dai suoi diciotto sin oltre i suoi quarant’anni cercò di riscontrare in scienziati e filosofi la coscienza di tale momento originario del pensare, la consapevolezza del momento ideante del pensare, del quale in maniera evidente essi usufruivano, sino ad avere ogni volta cocenti delusioni. Egli stesso riferisce ne La mia vita come, di fronte alle risposte sprezzanti di un fisico, al quale si era rivolto esponendo le proprie idee e che dimostrò tutta la propria chiusura mentale e l’incomprensione totale rispetto a quanto gli veniva esposto, dovette «ammutolire».
Se seguiamo il suo percorso, così come lo possiamo scorgere nelle sue opere scritte, vediamo come per oltre due decenni egli sia rimasto fedele a questa sua «missione» – radicale e audace sino alla temerarietà – di portare un impulso spirituale rinnovatore nella scienza, nella filosofia, nella cultura e nella visione del mondo moderna. Attraverso la raccomandazione di Karl Julius Schroer, che lo presenta all’editore Kürschner, cura – a partire dal 1882, quando aveva solo 21 anni – per la «National Literatur» l’edizione delle Opere Scientifiche di Goethe, ch’egli arricchisce di varie introduzioni, riunite poi nel primo volume della sua Opera Omnia, e di moltissime note. Seguono poi la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo del 1986 – quando di anni ne aveva venticinque – Verità e scienza. Proemio ad una filosofia della libertà del 1892 – che era l’ampliamento della sua tesi di laurea in filosofia, sostenuta a Rostock nel 1891 – la Filosofia della libertà. Risultati di osservazioni animica secondo il metodo delle scienze naturali del 1894 – aveva allora trentatré anni – Friedrich Nietzsche, lottatore contro il suo tempo del 1895, la Concezione goethiana del mondo del 1897, Concezioni del mondo e della vita del XIX secolo degli anni 1900-1901, che – ampliata nel 1914 di un secondo volume – diverrà gli Enigmi della filosofia. Solo al principio del nuovo XX secolo, egli scriverà I mistici all’alba dei nuovi tempi del 1901, ma affronterà il problema della Mistica medievale e rinascimentale – che è tutt’altra cosa dal misticismo, contro il quale egli si scaglia nella Filosofia della libertà – ma lo affronterà dal punto di vista della stessa Filosofia della libertà. Per non parlare di molti suoi articoli come L’individualismo nella filosofia, di ben sessanta pagine, o Haeckel e i suoi avversari, che sarà un vero e proprio opuscolo, ed un’infinità di altri suoi contributi alla scienza, alla filosofia e alla cultura in genere apparsi in riviste, giornali, opere collettanee varie.
Per molti anni, dal 1881 al 1901 – sin oltre la metà della propria vita – Rudolf Steiner operò col pensiero, con la parola, con l’azione, ad indicare una Via dei «nuovi tempi», una Via radicale per giungere alla diretta esperienza spirituale, alla concreta possibilità della Iniziazione mediante l’esperienza dell’Io libero: libero nel conoscere da qualsiasi limite, che possono essere posti contingentemente, e superati, solo dal pensare in sé privo di limiti, e libero nel volere, che non riconosce altra legge se non quella ch’egli prescrive a se stesso come frutto della fantasia morale.
La Filosofia della libertà, pur nella forma di un’esposizione filosofica, è in realtà – come lo definì il mio amico L., suscitando in me gioioso stupore ed entusiasmo – «il più potente trattato di magia mentale che sia mai stato scritto». Io oserei dirlo addirittura un «rituale interiore d’Iniziazione mediante l’esperienza del pensare puro». Che attraverso l’esperienza interiore del pensare puro, operando secondo il metodo indicato nella Filosofia della libertà, si giunga alla concreta e diretta esperienza spirituale, lo dice apertamente lo stesso Rudolf Steiner nella Seconda aggiunta alla seconda edizione (1918), alle pp. 216-218 della traduzione italiana di Dante Vigevani, che io preferisco per chiarezza e precisione, edita nel 1966 dall’Editrice Antroposofica. Vale la pena di trascriverne le parti salienti:
«L’esposizione fatta in questo libro è costruita sul pensare intuitivo, sperimentabile solo spiritualmente. […]
Con ciò si è indicato nel pensare l’elemento per mezzo del quale l’uomo si immette spiritualmente nella realtà. (E nessuno dovrebbe veramente confondere con un mero razionalismo questa concezione del mondo costruita sul pensare sperimentato). D’altra parte, però, da tutto lo spirito di queste esposizioni segue che l’elemento percettivo, per la conoscenza umana, consegue un valore determinativo di realtà solo quando viene afferrato nel pensare. Fuori del pensare non c’è possibilità di riconoscere alcunché come realtà. Non si può dunque sostenere che il modo sensibile di percepire ci sia garanzia dell’unica realtà. L’uomo deve assolutamente aspettare, nel cammino della sua vita, ciò che sorge come percezione. Ci sarebbe soltanto da domandarsi se, partendo dal punto di vista che risulta unicamente dal pensare intuitivo, sia giustificato il fatto di aspettare che l’uomo possa percepire, oltre ciò che è sensibile, anche lo spirituale. Sì, questa aspettativa è giustificata; perché, se pure l’esperienza del pensare puro è, per un verso, un processo attivo che si svolge nello spirito umano, per un altro è allo stesso tempo una percezione spirituale, conseguita senza l’aiuto di alcun organo fisico. È una percezione nella quale è attivo lo stesso percipiente, ed è in pari tempo un’autoattività che viene percepita. Nel pensare, intuitivamente sperimentato, l’uomo viene trasferito in un mondo spirituale anche come essere percipiente. Ciò che, quale mondo spirituale del suo proprio pensare, gli viene incontro entro quel mondo come percezione è riconosciuto dall’uomo come un mondo di percezioni spirituali. Questo mondo avrebbe col pensare il medesimo rapporto che, dal lato dei sensi, ha il mondo delle percezioni sensorie. Il mondo di percezioni spirituali, non appena sia sperimentato dall’uomo, non può essergli per nulla estraneo, perché nel pensare intuitivo egli ha già un’esperienza di carattere puramente spirituale. Di questo mondo di percezioni spirituali parlano numerosi miei scritti che sono stati pubblicati dopo il presente libro. Questa «Filosofia della libertà» è la base filosofica. In questo libro si è infatti tentato di mostrare che l’esperienza del pensare, giustamente compresa, è un’esperienza spirituale. Sembra perciò all’autore che chi può accogliere con tutta serietà il punto di vista dello scrittore di questa Filosofia della libertà non si tratterrà dal penetrare nel mondo della percezione spirituale. Certo, quanto è esposto nei libri posteriori del medesimo autore non può essere dedotto logicamente, per via di ragionamenti, dal contenuto del presente lavoro. Ma dalla comprensione vivente del pensare intuitivo, quale qui è inteso, risulterà naturalmente l’ulteriore ingresso nel mondo della percezione spirituale».
Penso che più chiari di così non ci si possa esprimere. Eppure, la Filosofia della libertà, tra i libri di Rudolf Steiner, è sicuramente quello meno conosciuto, il più equivocato, e soprattutto il meno amato. Soprattutto il meno amato dagli antroposofi. È il meno conosciuto perché si evita accuratamente di conoscerlo, e si evita di conoscere la Filosofia della libertà perché la si teme, si teme l’intensità interiore ch’essa esige. Essa è il libro più equivocato, proprio perché si evita accuratamente di pensare sino in fondo i suoi pensieri, per tema ch’essi conducano ad esperienze radicali che si presentono ma che si vogliono ad ogni costo evitare. Per cui è più comodo pensare che sia un semplice libro di “filosofia” – come in fondo ce ne sono tanti – che vuole dare una “giustificazione gnoseologica” – che taluni trovano un tanti nello arida e noiosa, in fondo inutile – all’Antroposofia. La Filosofia della libertà è il libro di Rudolf Steiner meno amato, perché come Via d’Iniziazione porta all’esperienza della morte, a quell’esperienza del morire prima di morire, senza morire, che è lo scopo precipuo e il mezzo assolutamente necessario del processo dell’Iniziazione. Esperienza cui l’umano-animale, presente in ogni essere umano, cerca con ogni mezzo ed ogni astuzia di sottrarsi. Contro tale umano-animale deve fare coraggiosamente i conti chi, con risolutezza, vuole giungere ad una esperienza spirituale autentica.
La Filosofia della libertà non è certo tenera con il sin troppo umano bisogno di cercare «appoggi» di natura vitalistica, filosofica, scientifica, moralistica, e persino religiosa. Il rinunciare a tali appoggi dà all’uomo impastato nei processi della natura inferiore – ossia all’uomo che subisce il servaggio alla natura corporea, inevitabilmente animale – la vertigine dell’abisso, la paura del precipitare, e la brama di cercare un «rifugio» in una «ideologia» economica, politica, scientifica, religiosa, che può trovare in partiti, corporazioni scientifiche e accademiche, logge e Ordini «occulti», confessioni religiose varie. Cercando, naturalmente, di non vedere, di nascondere a se stessi l’estrema precarietà di una tale «soluzione», la cui unica funzione è quella di narcotizzare l’angoscia esistenziale e la paura che ascendono dalle profondità della natura umano-animale.
Che la Filosofia della libertà sia una Via di Conoscenza spirituale è quel che afferma Rudolf Steiner in Teosofia, ove dopo aver detto nella Prefazione alla terza edizione che:
«Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno essere conquistati con sforzo. A questo si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono essere sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso» – osservazione questa che, se vale per Teosofia, a maggior ragione vale per la Filosofia della libertà – poco più oltre aggiunge:
«Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile».
In maniera ancora più esplicita, Rudolf Steiner indica ne La scienza occulta nelle sue linee generali come nel campo dell’esperienza spirituale solo l’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, possa rappresentare un criterio di certezza assoluta nei confronti delle innumerevoli illusioni che per il cercatore spirituale possono scaturire dalla sfera immaginativa. Certezza assoluta lo sperimentatore spirituale può avere nell’esperienza ispirativa, e soprattutto in quella intuitiva. Massimo Scaligero, nell’indicarmi la centralità delle opere di pensiero di Rudolf Steiner, mi disse esplicitamente che queste muovevano, indipendentemente da qualsiasi elemento apporto immaginativo, facendo appello direttamente ad un pensare ispirativo-intuitivo. E l’importanza di un tale pensiero ispirativo-intuitivo viene sottolineata, ne La scienza occulta – che amiamo citare dell’edizione italiana del 1947, pubblicata da Laterza di Bari – con le seguenti parole:
«La via che conduce al pensiero libero dai sensi, per mezzo delle comunicazioni della scienza dello spirito, è completamente sicura. Ve n’è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti più difficile, e sta descritta nei miei libri La teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo e La Filosofia della libertà. Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come entità di per sé vivente, e non il pensiero rivolto solo ai ricordi di oggetti sensibili, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente delle comunicazioni della scienza dello spirito; nondimeno in essi viene mostrato che il pensiero puro, concentrato in se stesso, può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensare può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione spirituale. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri è già nel mondo spirituale, sebbene questo li si palesi come mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio, segue una via sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore, che gli arrecherà bellissimi frutti per l’intiero avvenire».
Che una tale Via del Pensiero porti alla diretta esperienza spirituale, è giustificato dalle parole che Rudolf Steiner pone una pagina prima, ove dice:
«Per chiarire questo punto bisogna considerare che il pensiero umano, quando si stimola con energia, arriva ad abbracciare un campo più vasto di quello che di solito gli viene assegnato. I pensieri contengono infatti una essenza interiore che è in rapporto con il mondo sovrasensibile».
Mentre in Teosofia, a proposito della natura intuitiva del pensare, dice:
«Nello stesso senso in cui le manifestazioni del mondo corporeo sono chiamate sensazioni, le manifestazioni di quello spirituale si possono chiamare intuizioni. Il pensiero più semplice contiene già intuizione, perché non può essere toccato con le mani né veduto con gli occhi: bisogna riceverne la rivelazione dallo spirito attraverso l’io».
Non posso che rimandare, dunque, a quanto Isidoro – col quale concordo pienamente – ha scritto nel suo articolo Libertà individuale e filosofia della libertà. Aggiungo che anche varie conferenze dedicate ai soci della Società Antroposofica, in maniera particolare ne La Saggezza dei Rosacroce e in Alle porte della Teosofia (apparso in italiano col titolo La Scienza dello Spirito), Rudolf Steiner collega l’elaborazione meditativa di opere come Filosofia della libertà, Verità e scienza, Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, come fondamentali per lo «studio», in quanto primo gradino della Iniziazione rosicruciana. E nella dodicesima conferenza sul Vangelo di Giovanni, egli indica lo «studio» meditativo, e non intellettuale, della Filosofia della libertà – «che è stata scritta proprio con questo scopo», dice il Dottore – per realizzare quella kàtharsis, o purificazione del corpo astrale, che trasforma l’anima nella «pura, casta, sapiente Vergine Sophia», e la apre all’azione fecondatrice dello Spirito, in modo che venga da essa generato l’Io superiore.
Ciò mostra in maniera che più chiara non si potrebbe la funzione iniziatica della Filosofia della libertà e delle opere di Rudolf Steiner ad essa correlate, nonché del Trattato del Pensiero Vivente di Massimo Scaligero che da essa è scaturito. Come ne scaturisce la pratica della Concentrazione che, intensificandosi nel suo momento dinamico, giunge a liberarsi di ogni mediazione che non sia il suo stesso «essere» in atto, sino a farsi Contemplazione della propria essenza e del Mondo Spirituale.
Fu Massimo Scaligero a farmi comprendere l’importanza di quanto Rudolf Steiner scrive nella Appendice all’edizione 1918 – che citiamo nella edizione pubblicata dai Fratelli Bocca nel 1952 – nella quale viene indicato come:
«La via alla conoscenza soprasensibile, descritta in questo libro, conduce ad uno sperimentare animico nel quale è specialmente importante che il discepolo che vi aspira non si abbandoni a nessuna illusione, o malinteso sul medesimo. e in questo campo riesce facile all’uomo essere tratto in inganno. […] Ciò che viene sperimentato dall’anima umana sulla via qui indicata si svolge completamente nel campo della pura esperienza animico spirituale. È possibile per l’uomo di vivere queste esperienze solo se, anche per altre esperienze interiori, egli può rendersi altrettanto libero e indipendente dalla vita corporea, quanto lo è nello sperimentare della coscienza abituale, allorquando, su ciò che ha percepito dall’esteriore, o su ciò che interiormente ha desiderato, sentito, o voluto, egli si forma pensieri che non derivino dal percepito, sentito, voluto».
Nella citata Appendice viene messo in evidenza l’incorporeità dell’esperienza del pensiero puro, della «capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su se stesso». Isidoro ha riportata L’Appendice del ’18 nel suo articolo del 29 gennaio 2014, al quale perciò rimando il lettore.
In particolare, in tale Appendice il Dottore mette chiaramente in evidenza come ogni esperienza dell’anima, ad eccezione del pensiero puro, non possa non svolgersi normalmente senza il coinvolgimento del corpo, del quale è fatale subire l’influenza. E qualsiasi esperienza pretesa «spirituale», che non si liberi radicalmente di ogni influenza corporea, non può evitare di essere medianica, e di aprirsi non ad una sfera sovrasensibile, bensì ad un equivoco sperimentare subsensibile, fonte di ogni errore e d’infinite illusioni.
Un tale scivolamento nella medianità più o meno inconsapevole è fatale allorché alla Via del pensiero si contrappone una «via dell’anima», come via che sarebbe «più adatta» a molti per i quali «una completa austerità è insopportabile». Un tale scivolamento è fatale al misticismo – che è qualcosa di alquanto diverso dalla Mistica per es. di un Meister Eckhart della quale parla Steiner nel suo libro sui Mistici all’alba dei nuovi tempi – perché il misticismo «vuole sentire quello che, invece, deve conoscere» (Filosofia della libertà), e un tale sentire non è libero dalle pastoie del coinvolgimento corporeo. Per questo affermare che «il pensiero puro-libero dai sensi è una esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», è affermare l’esatto contrario della verità. Quella verità che Massimo Scaligero ci ha indicato nella Via del Pensiero Vivente e nella disciplina dura, difficile, ma aurea ed eroica, reale, in sé e a sé sufficiente, della Concentrazione.
Questa Via della Filosofia della libertà è indipendente e al contempo polarmente opposta all’Antroposofia – come ha sagacemente sottolineato Isidoro nel suo articolo – ed essenzialmente connessa con l’esperienza di profondità della Concentrazione. Si può dire che la meditazione della Filosofia della libertà e la pratica della Concentrazione si alimentino a vicenda: ognuna permette di andare al cuore dell’altra. E soprattutto sono il più potente antidoto a quel veleno che è costituito dalla sentimentalizzazione fideistica e dall’intellettualizzazione dogmatica dei contenuti dell’Antroposofia, veleno che paralizza le forze dell’anima, la deforma, ed offre al mondo un’immagine caricaturale della Scienza dello Spirito.
L’audacia è porre sempre al centro la diretta esperienza interiore, scaturente dalla risoluta pratica dell’Ascesi del Pensiero, superando ogni forma di realismo primitivo, scientifico, politico, religioso e «antroposofico» – come ammoniva Massimo Scaligero nelle riunioni dell’ultimo anno – attraverso il «realismo del pensare», il «realismo» dell’esperienza eterica del concetto, il «realismo» del Logos.
La tradizione può opporsi alla tradizione? Sapete, poiché iniziai la mia vita lavorativa come pedagogo, basta che peschi Charles Fourier (1772-1837; filosofo, pedagogista, utopista) , il quale riteneva che in sé ogni istinto era benefico, purché lasciato libero: basterebbe lasciar crescere ogni desiderio nel suo luogo appropriato. Ogni cosa al posto giusto ma sollecitando tutti a lasciare libero corso ad ogni impulso.
Poi, infine, leggendo le sue opere, dopo tanto discorso sulla libertà, raccomanda una educazione che pieghi i giovani alle brame dei decrepiti.
Ecco: l’ordine saintsimoniano (Saint-Simon 1760-1825; filosofo industrialista) e l’anarchia fuorerista sono antipodi amici.
Chi, in modo ignaro ed impreciso, andrà cercando le forme eterne della Tradizione sul terreno di doverose dissipazioni e di parole d’ordine rigorosamente deformanti?
Il tempo caro a sé stessi (il tempo libero) possiede due formulazioni: una scioglie l’erotismo dalla procreazione, l’altra la psiche dalla realtà oggettiva.
Il gregge allucinato fornisce ai tecnocrati il materiale umano per esperimenti di infinita manipolazione. Come le meraviglie meccaniche fornirono agli ozi dei re cinesi e ai satrapi dell’età alessandrina, intrattenimenti in cui la fantasia imprimeva il delirio al ferro e al legno, così tra non molto gli oligarchi potranno dilettarsi tra illimitate produzioni di uomini-bestia nei propri giardini zoologici.
Tutto ciò è in fieri, permane nell’altezza la Tradizione e solo l’odio per essa spiega la pratica smisurata della dialettica su ogni cosa, la critica selvaggia, la tradizione dell’inestirpabile tradizione dell’antitradizione.
I caratteri della tradizione diabolica sono invariabili nel tempo (anzi, fuori del tempo).
La tradizione diabolica loda le parole del Menzognero: “Sarete come dèi” ovvero non sarete conformi alla direzione della vostra divina origine, bensì avrete poteri imitanti il divino: “sarete come dèi, pur seguendo i vostri istinti”.
La tradizione dell’antitradizione rifiuta gli angeli, rischio non sbagliato in sé ma mozzato nella sua grandezza dalla cieca lotta per l’utopia del perfetto ordine tecnologico e dell’istinto liberato!
Quando la Maddalena si presenta a versare gli unguenti sui piedi del Cristo, Giuda Iscariota la biasima dicendo che converrebbe donare il prezzo dell’unguento ai poveri.
In questa immagine, in queste parole è racchiuso già tutto il pensiero della tradizione diabolica.
In poche parole non spetta a ciò che fonda metafisicamente la moralità, il consiglio di donare ai poveri, bensì all’atto di donare ai poveri, spoglio di ogni principio, spacciato per fine ultimo.
Reso ipocrita, transitorio, figlio della psiche.
Se si toglie ogni primato al rito, lo si ruba all’oggetto del rito: all’essere perfetto. Togliendo all’essere perfetto la supremazia, se ne nega implicitamente il suo assoluto a cui si contrappone la natura relativa di un atto umano ordinario.
Nel biasimo di Giuda è racchiusa la sostituzione del banale al sacro.
Ora il bisogno umanitario è già anteponibile all’Idea: ciò pone fine ad ogni criterio per porre in gerarchia i bisogni: prevarrà dunque il bisogno più violento e nevroticamente più astuto. Saint-Simon e Fourier sono già presenti nel discorso dell’Iscariota.
Il discorso di Giuda si ripete di progenie in progenie, con maschere diverse e identità eguali.
In particolare menziono la “sete di novità”: essa, di solito, copre perversioni, poiché se il primato è del bene, questi è ben difficile che abbia bisogno di nuove, incessanti qualità.
Poi c’è l’invito ad una vaga ma costante aspettazione, quasi si fosse di continuo alle soglie dell’inaudito: menzognero poiché il mozzo della ruota del Dharma è sempre sé stesso in sé . Se c’è ricerca, essa procede per inversione, non per eversione.
Ma così si avversa la Norma, più che altro per poter sostituire e imporre norme piccine e peggiori.
Infine si avversano i caratteri della natura con la menzogna:
Viene detto: la natura è maligna. La natura non è assolutamente buona, è solo relativamente tale e andrebbe sentita come sorella e non come madre dell’uomo. Ma la tradizione dell’antitradizione insegna ai suoi adepti che la natura è malvagia, che l’uomo deve negarla radicalmente, criticandola senza limite e liberandosene con la pratica di ogni possibile vizio per giungere ad una esperienza che lo porterà alla completa liberazione.
La tradizione dell’antitradizione, dal moderno all’oggi, pervade in modo penetrante ogni uomo non dotato di straordinaria indipendenza e fedeltà da costruire per forza propria l’aria animica, ben diversa da quanto viene respirato dalle anime ignare.
E’ dalla fine del ‘700 che la Tradizione vive in ombra, benché perseguitata con minuziosi eccidi, o almeno scoraggiata con blande ma costanti misure, comunque beffata e scoraggiata in tutti i modi.
Data una malcompresa “Iside svelata”, non c’è ente della sottonatura che non si serva delle forme ghermite, per costruire una tradizione che possa togliere anche al cuore degli uomini il già debole ricordo della via interiore.
Credo che ora lo spazio della vita (e della libertà) sia strettissimo: un tempo la società era dominata dalla tradizione, adesso è la tradizione dell’antitradizione che domina il mondo.
Le norme variano, sono merce della mutevolezza, della fortuna, sottomesse agli spiriti dei mutamenti, degli smerci, delle truffe e delle morali comparate.
Scrive Manzoni: “l’errore non vive, quel tanto che può vivere, se non a forza di moderazione, di saviezza, di sapersi guardare dalle insidie della logica che, con quel suo andar diritto, conduce all’assurdo; e per non essere stata consultata quando si trattava di esaminare il presupposto principio prima di accettarlo, entra per forza a cavare le conseguenze e si diverte a farne uscire le più alte cose del mondo”.
“La morale comparata è l’inizio del sadismo”.
Massimo Scaligero El Hombre Interior – Caviarbleu, Editora Andina Sur
Calle Alpatacal 1764, – (5500) Mendoza, Republica Argentina
e-mail info@caviarbleu.com– Páginas 260 – Precio € 17,00 Traductor: Veeraj Giovanni Gullo
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Tempo fa venni a conoscenza della traduzione in Castigliano de “L’Uomo Interiore” di Massimo Scaligero nella rivista L’Archetipo, operazione raccontata dall’Amico Franco Giovi e che vi invito a leggere sul mensile online: www.larchetipo.com/2011/gen11/pubblicazioni.pdf
Personalmente credo che questo avvenimento sia di portata eccezionale, il signor Giovanni Gullo Veeraj, nostro lettore e iscritto, italiano ma che vive da molto tempo in Argentina ha assunto questo compito sicuramente non facile, e addirittura pare ne stia a tradurre altri e cio’ mi riempie di tanta gioia perche’ riconoscendo la preziosita’ dei concetti espressi dai testi in questione e intendo anche solo lontanamente quanto siano costati sotto tutti i fronti a Massimo Scaligero, allora penso che se e’ giunto il momento di rendere questi contenuti disponibili anche agli altri popoli, sia un grosso e buon segno dai mondi spirituali che operano per l’evoluzione di ognuno.
Grazie signor Veeraj Giovanni Gullo.Grazie Franco Giovi e un saluto a tutti.
Naitsirc
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Dopo aver letto la presentazione della traduzione del libro di Scaligero su L’Archetipo di gennaio 2011, decisi di scrivere a Veraaj Giovanni Gullo, tra l’altro iscrittosi al nostro allora forum poco tempo prima, per chiedergli maggiori informazioni. Tra le altre cose abbiamo saputo che su L’Archetipo Franco Giovi ha omesso, sicuramente per modestia, di indicare che il testo in lingua spagnola contiene una sua prefazione, anch’essa in lingua castigliana.
Veraaj ci ringrazio’ per l’interessamento, per aver citato l’evento, e ci invio’ lo scritto del dott. Giovi chiedendoci di condividerlo con i lettori del forum se fosse stato possibile. Per noi fu un piacere e un privilegio poter accogliere una richiesta del signor Gullo e nello stesso tempo pubblicare nello stesso mese del gennaio 2011, in italiano, la prefazione curata da Giovi per El Hombre Interior. Una testimonianza inedita e preziosa.
Testimonianza che ben si incastona con altre di suoi discepoli ed amici, che va a comprovare l’eccezionale levatura di Massimo Scaligero, la sua grande umanita’ e potere di accoglienza interiore di molte sofferenze e drammi umani. Nella vastita’ della sua anima questo grande Iniziato, svuotandosi di tutto poteva accogliere e lenire le sofferenze di coloro che disorientati e bisognosi si recavano da lui per ricevere un Lume…..
Gullo ci comunica la sua intenzione di poter tradurre e pubblicare un libro all’anno di Scaligero. Siamo certi che tutti gli estimatori di questo Maestro del Pensiero proveranno una grande gioia a questa notizia, ringraziando in cuor loro Veeraj per questa importante, non facile impresa ma sicuramente di inestimabile valore e fedelta’ alla causa della Tradizione Perenne.
Siamo grati a Veraaj per la sua considerazione, per il lavoro prezioso che ha svolto e per quello che svolgera’: siamo sicuri che in questa magnifica fatica non sara’ mai solo.
Savitri
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Prefazione di Franco Giovi a El Hombre Interior – M.S.
Cenni sull’Autore
In un articolo scritto per la rivista L’Archetipo del marzo 2008 in relazione ad una assai sintetica biografia di una notevole personalità francese, Paul Sédir, scrissi queste parole: “L’oscurità infittisce quando si dirige lo sguardo su specifiche individualità. Vi siete mai accorti che di esse non trapela l’essenziale e che anzi non scoprite nulla della loro anima e del suo più intimo percorso? Mogli, figli, amici ed eventuali biografi possono raccontarvi di avvenimenti, gesti, parole dette. Questo per noi può essere soddisfacente o almeno interessante ma ricordiamoci che sono superfici, descrizioni di quanto è percepibile alla coscienza comune…”. Iniziai a studiare i primi scritti di Massimo Scaligero all’inizio degli anni ’60 e dopo un decennio di lavoro d’intelletto e di sperimentazione interiore, reputando maturo il momento, decisi di incontrare personalmente il responsabile delle mie fatiche.
Quando andai da Scaligero mi ero ritagliato lo spazio per un giudizio libero ed attento. Certo, avevo già orientato molto della mia vita sulla base delle sue indicazioni espresse attraverso una forma magistrale, capace di darsi come rigorosa veste di un contenuto che indirizzava all’esaurimento della dialettica e alla conseguente accensione di un difficile atto interiore, ma non dimenticavo tuttavia i giudizi critici e preoccupati di personalità e correnti sapienziali che avevo, in tempi precedenti, valutato con rispetto. Detto in soldoni, Scaligero era un personaggio che metteva d’accordo pure gli estremi opposti: tutti uniti ad essergli contrari (a quel tempo ignoravo le bordate di anatemi e maldicenze scatenategli contro da membri della Società Antroposofica) e anche per tale motivo desideravo conoscerlo direttamente.
Dopo l’arrampicata dei ripidissimi gradini di tutto lo stabile di via Cadolini 7 a Roma, bussai ansimante alla porta metallica del suo Studio; sguardo coraggiosamente diretto verso chi (il gigante che) m’avrebbe aperto: la porta s’aprì e dovetti abbassare gli occhi per incontrare quelli di un signore anziano dai capelli bianchi, notevolmente più basso del sottoscritto… Un’ora dopo, uscendo, portavo in me il vivo seme della più profonda esperienza della mia vita, esperienza che durante quasi quarant’anni è cresciuta più forte e profonda ed è il filo aureo che congiunge il mio lavoro interiore allo Spirito. Essa, rafforzata tra parole e silenzi meditativi lungo un decennio di incontri sino alla sua sortita dal palcoscenico, è ciò che mi guida come pura percezione in se sussistente, nella conoscenza dei significati adialettici del mondo. In quel pomeriggio di tarda primavera avevo incontrato l’Iniziato della comunità Solare.
Il lettore dotato di spirito critico a questo punto sbuffa e pensa: “Vera o ingannevole, quella che ci racconti è esperienza tua, non mia di certo” Egli ha perfettamente ragione e la mia autorità è più piccina di un guscio di noce affondato nella baia di Tokyo. Allora proviamo ad ascoltare per un momento la voce di colei a cui Scaligero dedicò alcune tra le sue più alte Opere.
“Ricordare Massimo è tornare a far vivere l’atmosfera che da lui emanava in ogni incontro, che destava in chiunque lo incontrasse una energia vivificante, e non solo in chi seguiva la Via dello Spirito. La positività era per lui una disposizione d’animo, e questo rasserenava chi lo avvicinava, riportando la pace fra persone che vivevano d’avversione e contrasti.
Per fare un semplice esempio, tratto dalla vita di tutti i giorni, a Via Cadolini, a piano terra, c’era un anziano signore in pensione, che passava il suo tempo tra il giardinetto di casa e la passeggiata al Gianicolo. Convinto fascista della prima ora, fischiettando con insistenza le prime note di “Giovinezza” aveva indotto a imitarlo un merlo che aveva preso alloggio nell’albero di fronte al cancello. Sentirli fischiettare in alternanza, l’uomo e il merlo, era un’esperienza divertente. Il villino confinante era abitato da un signore altrettanto anziano, anche egli in pensione e con molto tempo da spendere. Convinto comunista, non si rassegnava affatto alla performance, e anzi, fortemente infastidito, aveva pensato di contrattaccare, rivolgendosi ai merli degli alberi del suo giardino con le prime note di “Bandiera rossa”. Uno dei merli cominciò a risponderli, e così anche lui faceva dei duetti. Da una parte il fischio insisteva: “Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza …di bellezza …di bellezza” e dall’altra “Bandiera rossa la trionferà …la trionferà …la trionferà”, con una ripetitività ossessiva che faceva salire la tensione tra i due. Non si trattava più di un allegro fischiettare, ma di una sorta di duello canoro. Massimo iniziò (nei tempi sempre troppo esigui che aveva per se) a intrattenersi una volta con l’uno e una volta con l’altro dei duellanti, rivolgendo loro domande in tono amichevole e a voce abbastanza alta da coinvolgere, almeno uditivamente, l’altro contendente. Man mano che i due si “parlavano attraverso Massimo” scoprivano di avere molto in comune e la politica divenne una divisione fittizia e facilmente superabile. I contendenti alla fine abbassarono le armi e ne nacque un’amicizia che riempì la vita di entrambi”
Questa è una piccola storia e tante piccole storie potrebbero fare un ragguardevole album di belle storie edificanti, ma in tutta sincerità, vi servirebbero a qualcosa di concreto, o meglio, muterebbero il vostro livello di coscienza?
Nessuno tra coloro che conobbero veramente Scaligero potrebbe (ne desidererebbe) raccontarlo. Nessuno è degno e deputato a farlo. A parlare di Lui si schiudono comunque due pessime strade: o si finisce immancabilmente a parlare di se stessi (come ho fatto nelle righe precedenti) oppure si fa dell’accademia e vi assicuro, ciò è stato fatto con dovizia e perizia e il risultato ricorda il museo delle cere di madame Tussauds al profumo d’incenso. Questo è fatale poiché quaggiù, nel nostro mondo chi può dire d’aver conosciuto veramente Massimo? Per qualcuno era il Maestro che ti trasmette l’esperienza fondamentale che (salverà e) orienterà la tua vita. Per altri il saggio anziano che ascolta gli sfoghi personali. C’era gente che si faceva una giornata di treno per dire a Scaligero di avere difficoltà sul lavoro o con la moglie e Lui accoglieva tutti. E qualcuno tra tanti si accorgeva di un fatto strano ossia mentre Scaligero lentamente rispondeva, si sentiva portato ad un livello di coscienza diverso da quello con cui era venuto. Era come se, senza perdere lucidità, ma anzi acquistandone di maggiore, si fosse innalzati un poco oltre la coscienza normale. Prova ne sia che molti problemi, magari da tempo sentiti come tormentosi o quasi catastrofici, di colpo non esistevano più o diventavano del tutto meschini, incapaci di incidere nella tua vita.
Pochissimi sanno qualcosa della dimensione di santità in cui Scaligero operava, silenziosamente e segretamente, nella vita comune (egli, poverissimo, donava tutto a tutti). E non è minimamente razionalizzabile quale fosse (sia) davvero il suo rango spirituale o la sua presenza nel più alto e inviolabile Santuario. Se su questi che sono i tratti essenziali della sua realtà, Massimo tacque, è d’uopo mantenere il silenzio. Quello che resta alla portata di chiunque, se sufficientemente lucido e coraggioso, è la sua opera, il suo pensiero, attraverso il quale scorre ciò che un tempo fu il Sole stesso e ora balena come segreta folgore di Vita nella Terra e nel Pensiero quando questo riafferri se stesso prima di morire nel proprio riflesso.
Questo è stato il compito di Massimo Scaligero: offrire al ricercatore una Via, conforme all’odierna struttura dell’uomo, articolata in forma logica di pensiero che nel venire pensata schiuda al pensatore l’organo interiore del Risveglio.
E’ quanto la vera Tradizione Perenne trasmette all’uomo di questo tempo. Sognare le meraviglie del passato, lo yoga, la magia, l’ermetismo, ecc. è facile. Invece è terribile destarsi dal sogno. Per questa ragione vi sarà difficile leggere e capire le pagine di questo libro. Procedendo in esse con il VOSTRO pensiero sarà il pensiero stesso a decidere cosa fare di sé. Voi abbiate soltanto la dignità di tentare.
Franco Giovi
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Ricordiamo ai gentili lettori interessati che dopo questa opera di Scaligero fu pubblicata anche la traduzione del Manuale, da parte, naturalmente dell’amico Gullo (con camicia bianca nella foto, insieme a lui il ns carissimo amico e maestro di arti marziali Roberto Daniel Villalba). Vi rimando a un nostro articolo gia’ pubblicato nel blog Eco: https://www.ecoantroposophia.it/2013/09/lib…itri/el-manual/
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Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 61
Socialità
L.I. Elliot Il Grande Fardello
Poesia
F. Di Lieto Presagio
Etica
T. Diluvi Il contagio
AcCORdo
M. Scaligero Armonizzare le dissonanze
Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative
Considerazioni
A. Lombroni Il segreto dei segreti
Il Maestro e l’opera
I. Stadera Il potere solare del pensiero
Spiritualità
R. Steiner Le Feste cristiane e la respirazione della Terra
FiloSophia
M. Scaligero La dottrina giapponese del hara
Inviato speciale
A. di Furia Imperialismo dell’illusoria materia
Uomo dei boschi
R. Lovisoni Il libro
Esoterismo
M. Iannarelli Nessi esoterici del testamento di R. Steiner
Miti e saghe
R. Steiner Segni e simboli occulti
Personaggi
M.G. Moscardelli Danza La signora con la lanterna
Costume
Il cronista Vittime
Redazione
La posta dei lettori
Siti e miti
O. Tufelli La Scuola Medica Salernitana