14 Aprile 2013

Forum e Blog… Gabbie dorate.

Gabbia dorata

È sempre difficile parlare di quella cosa “fumosa” quale è un gruppo operante su internet. Indipendentemente dalla forma in cui esso si presenti (un blog, un forum, un social network, una mailing list) ci troviamo sempre davanti ad un qualcosa mai completamente compreso, troppo giovane e troppo complesso per la nostra generazione.

Eliminiamo dunque il primo “grande ostacolo” mi riferisco al famosissimo Facebook. Potremmo riempire pagine su pagine parlando del conosciutissimo social, ma c’è chi lo ha già fatto. Io personalmente non intendo nemmeno dilungarmi troppo sull’uso “antroposofico” dello stesso. Diciamo solo che una gestione di un gruppo con argomenti delicati richiede, su questa piattaforma silicea, mezzi di moderazione e di aiuto al reciproco rispetto che Facebook possiede in forma troppo blanda. Quindi il consiglio ultimo è di non usarlo a questo scopo.

Veniamo però ad analizzare un approccio più regolato quale può essere un blog come questo oppure un forum. Siamo sempre di fronte ad un argomento, la Scienza dello Spirito, che si presta a varie mitizzazioni e leggerezze da un lato, e che risulta estremamente complesso in una situazione impersonale e dialettica come questa dall’altro. Bolliamo subito come improponibile la “forma anarchica” che aveva caratterizzato il primo forum di antroposofia italiano e che lo condusse allo sfacelo. Una moderazione di qualche tipo risulta necessaria.

Ma non è la moderazione il fattore di cui voglio parlare in questo articolo ma proprio l’approccio con cui si affronta, da utente, l’agorà virtuale. Spero mi vogliate perdonare se mi arrogo il diritto di rivolgermi a voi, amici miei, e quindi se dalla mia disamina escluderò i numerosi figuri che affollano la rete spacciandosi per la reincarnazione di Steiner ed altri mitomani affini.

Per una persona normale gli approcci possibili sono due. Il primo è quello didattico o di interscambio, che poi è quello che si propone questo blog. Mentre il secondo è un confronto più intimo e diretto con comunicazione di esperienze personali.
Penso che tutti noi abbiamo avuto una bella dose di quest’ultimo, spesso in forma negativa. Però se lo descriviamo in maniera generica indubbiamente esso sembra il migliore.
Molta gente infatti cerca una sorta di banco di prova, di “test area” per verificare i risultati ottenuti con la pratica antroposofica. Il forum/blog viene visto come un luogo di dialogo, seppur virtuale, dove io descrivo i miei progressi e tu descrivi i tuoi. Dal confronto nascerà la conferma del nostro procedere sulla “retta via”.

Ma pensiamoci un attimo: al di la dei problemi che questa comunicazione anonima crea (esagerazione degli eventi, senso di sfida, volontà di emergere) che cosa ci aspettiamo di ottenere? Nella migliore delle ipotesi, quella che non comporti una rissa virtuale (“flame” in termini tecnici), si avrà un gruppo di persone che si scambia pareri in un linguaggio fiorito ricambiandoli rispettivamente di complimenti. A turno poi qualcuno potrà avere dei problemi preventivamente risolti dagli altri in par condicio.

Il sottoscritto non è sicuramente senza peccato, anzi, spesso ho frequentato forum, antroposofici e non, proprio con questo intento. Al di là dei disastrosi risultati che il mio noto temperamento “ruvidino” mi procurava la domanda rimane: Perché?
Perché mi ostinavo a cercare questo assurdo confronto nonostante gli insuccessi? Per dimostrare al mondo che io ero diverso? Alternativo? In parte probabilmente sì, volevo “essere” farmi vedere, forse esibirmi.
Però volevo innanzitutto sentirmi parte di un “qualcosa” cercavo altre individualità che riempissero il vuoto dentro di me e di contro pretendevo di trovare il mio Io negli altri. Scritto così fa molto zen ma, nella realtà dei fatti, era solo una tristissima e sciapa esperienza.
Però non mi pareva tale. Anzi raggiungevo una sorta di appagamento in questo “gruppo” che si veniva a creare. Era una sorta di carboneria, di gioco di ruolo, che mi portava al di la della routine. Senza nessuno sforzo. Il tutto cullando il mio ego in questa gabbia dorata di circuiti al silicio. Menzionare un certo A. serve veramente oppure la sua firma è talmente palese da rendere inutile la cosa?

Trappola semplice quanto subdola perché sono assolutamente convinto che se questo mio scritto venisse letto da qualcuno nelle mie medesime condizioni la sua reazione sarebbe quella di definirmi un poveretto e di darmi tutta la sua comprensione di persona che invece opera nel pieno autoappagamento in un “competente” gruppo antroposofico. Nessuno è disposto a palesare ed abbandonare quelle che sono le sue dipendenze. Le negherà sempre.

Ma a me che è successo? Una cosa strana… ho incontrato delle persone, molte delle quali sono in questo sito, che si comportavano sui forum in maniera diversa. Dicevano cose semplici ma che suonavano incredibilmente vere anche in quel mare di frottole negate. E per di più, lontani dalla tastiera, stavano facendo “qualcosa”. Stavano vivendo l’antroposofia davvero non stavano fingendo di farlo. Non mi chiesi “che ci faccio qui?” davanti a loro ma li seguii cercando di capire cosa era quel nonsocché che mi sfuggiva. Mi illusi di poterli affiancare nel loro percorso ma ben presto capii che era una vana speranza. Se volevo “viaggiare” insieme a loro dovevo iniziare tutto d’accapo. Non c’era scampo.

Avevo quindi due scelte: o ripartivo da zero o continuavo per la mia strada di menzogna. Solo che ora sapevo di mentire.

 

SENZA CATEGORIA

SUL RITUALE MASSONICO

L'asino d'oro 2Non trovo tra le mie corde una che vibri davanti ai rituali esoterici antichi trascinati nel contemporaneo. Sono pressoché tutti svuotati da ciò che diede loro ragione del loro esistere.
Sono gusci vuoti, stanchi e ripetitivi e, se fosse solo questo, sarebbero soltanto relitti incagliati nelle sabbie della battigia. Mi ricordo che quando rimandai indietro le mie tessere antroposofiche, allegai una lunga lettera d’accompagnamento in cui enumeravo i vari punti del mio disaccordo (inutile riferire che nessuno mi rispose). Dopo un certo tempo diedi da leggere una copia ad un anziano gentiluomo, affiliato a *****. Costui, dopo la lettura del mio “J’accuse”, tra tristi sospiri mi disse: “Sono d’accordo con lei: se al termine “antroposofia” sostituisse il nome della mia Associazione sarebbe una perfetta copia di denuncia per i mali di cui noi siamo afflitti”.

E c’è di peggio poiché simboli ed esoteristi non sono proprio eguali a quanto opera tra i bocciofili delle bocciofile. Sogni individuali e medianismi collettivi hanno ben volentieri preso il posto a operazioni assai più difficili, virate al trascendente, perciò trascendenti le paludi in cui sguazza l’egoismo personale. Ed è un fatto sovrasensibile ma addirittura palese e storicamente documentato che grandi movimenti sorti da spirituali realtà si sono persino capovolti divenendo profani fomentatori di interessi mondani della peggiore specie.
L’indirizzo opposto ai contenuti originali è stato chiamato contro-iniziazione, termine di cui Guenon abusa per indicare ciò che non rientra nei suoi parametri, come la teosofia e l’antroposofia, pur mantenendo un occhio di riguardo proprio verso gli “organismi tradizionali” già stravolti o invertiti. Incoerenze della “intellettualità pura”?

Nonostante le immense incongruità del campo, vorrei comunque spezzare una lancia a favore della Massoneria, non per suoi meriti ma per lo sconcio demerito dei suoi avversari. Ho dato una veloce occhiata sul web e, salvo qualche documento formale postato dalle organizzazioni massoniche, c’è un mare di biasimo e d’insulti che possono essere anche giustificati in sé, ma che prescindono sempre dalla conoscenza del soggetto biasimato. Si insulta e disprezza ciò che chi scrive nemmeno s’accorge essere un buio vuoto nel suo mondo di pensieri. Come osservò Pascal, la natura aborre il vuoto…che infatti viene riempito da ideologismi automatici, dal cronachismo giornalistico della P2, dagli interessati apparati cattolici tesi a dipingere tutto nel brodo del satanismo: in parole povere da sconoscenze ed istinti. Qui accennerò a cosa succedeva veramente nella Loggia massonica.

Fatte salve differenze di corrente, il neofita veniva accompagnato dal suo padrino nell’Officina e introdotto in una stanza. Bendato e senza metalli addosso in questo Gabinetto delle riflessioni veniva lasciato a meditare sulla morte profana e la nascita dell’iniziato. Sulla Grande Opera che doveva compiere per trasmutare il mercurio nell’Oro dei Saggi, preparandosi a superare viltà e ostacoli della Via, irta di spine.
Dopo un certo tempo, gli veniva denudata la spalla, il lato sinistro del petto e la gamba destra. Intorno al collo una grossa fune (simbolo della precedente schiavitù) e, sempre bendato, veniva condotto alla porta del Tempio augusto, che si apriva con rumori di catene.
L’iniziando avvertiva la punta di una spada e veniva percosso due volte da un piccolo maglio. Una voce sconosciuta spiegava il senso interiore di tali impressioni.

Poi iniziavano le tre prove: il turbinio dell’aria, il precipitare nel vuoto e l’attraversamento di fiamme. Dopo una purificazione con l’acqua, alcuni sorsi amari dal Calice dell’oblio.
Dopo tutto questo arrivava il giuramento al Sacerdozio della verità, stando inginocchiato, la mano destra sul Vangelo di Giovanni, mentre la sinistra teneva puntato sul cuore la punta di un compasso. Subito dopo venivano tolte le bende dagli occhi (momento della Luce) e si vedevano uomini incappucciati che, con mani guantate di bianco, brandivano spade o stiletti, ora in segno di offesa, ora di difesa (minaccia per il tradimento e difesa per il Fratello fedele).
Il Maestro Venerabile a questo punto bacia l’iniziato (osculum fraternitatis) che lega per sempre in una catena spirituale d’amore tutti i Liberi Muratori operanti nel mondo.
Al nuovo fratello veniva legata alla vita un gembiule di pelle bianco, simbolo del successivo lavoro incessante e offerti due paia di guanti bianchi, con l’obbligo di offrirne uno alla donna più stimata dall’iniziato.
Aggiungo che nel tempio, ancora bendato, il discepolo veniva collocato tra le due colonne J e B.

Dopo il Rito iniziava il viaggio dall’Occidente (mondo profano) all’Oriente (regno del trascendente): superare la Soglia, vincere il Serpente Astrale diventava il compito dei pochi che giungevano a mirare l’Iside senza veli.

Rappresentazioni teatrali? Sì e no. Erano impressioni assai forti che si imprimevano come sigilli nel corpo eterico e modificavano la struttura dell’astrale. Come già Apuleio adombrava nel suo “Asino d’oro”.
Ricordiamoci anche che il termine “iniziato” rispondeva alla sua origine filologica (initium).

RASTI

TRADIZIONE, , , , , ,

TECNICHE IMMAGINATIVE

Molti decenni di studi e di esperienze trasformano tanti particolari del quadro generale. I motivi sono tanti e confesso che mi sarebbe impossibile metterli in riga e nelle righe di documentazione scritta, non tanto per il loro carattere individuale – so distinguere quello che è propriamente mio da quel poco che appartiene a processi obbiettivi – ma per la loro stessa natura che è viva e fluente.

Le “definizioni” anche quando sono abbastanza corrette, raramente riescono a contenere la luce dell’idea ed il calore dell’esperienza: ciò vale per la vita e con quanta maggiore cura dovrebbe valere per tutto quello che può riguardare un lavoro interiore teso al trascendimento dell’ordinaria condizione dell’entità umana in quanto legata (tramortita) dalla/nella esperienza fisico-sensoriale.

Il Dottore stesso avvertiva questo pericolo, “condannando” discepoli e ricercatori attraverso continue modificazioni di immagine e di concetto intorno ai risultati delle sue indagini, affinché ogni cosa venisse ripensata a nuovo per una costante modifica dei punti d’osservazione.

E’ in fondo quello che facciamo noi stessi nel mondo fisico-sensibile quando si vuole veramente giungere ad una più completa visione di qualcosa. Se voglio farmi una rappresentazione congrua e soddisfacente di un albero, non mi fermo alla prima occhiata ma ci giro intorno, osservo le radici che sprofondano nel terreno, l’aspetto del tronco, e più su i rami e le foglie e la forma di queste, poi l’ambiente in cui è cresciuto e altre cose ancora.

Già tanti uomini s’accontentano del primo apparire e non cercano l’osservazione completa e l’osservazione accurata: qui il grado di passività è già molto alto ma se con l’identico animo ci si dirige verso i luoghi dell’anima cosa mai può succedere? Nulla può succedere, ossia si guarda il nulla. Eppure non è la medesima cosa che guardare distrattamente un albero: quest’ultimo prosegue la sua vita seguendo le proprie leggi e il non-osservatore prosegue la sua.

Guardare nella propria anima è cosa diversa: se l’attenzione si consuma come un fiammifero nella curiosità passeggera, non lascia tracce, ma quando ciò diviene una abitudine sarebbe saggio ricordare l’ammonimento di Nietzsche “Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro”.

Questo perché il “nulla dell’anima” è una superficie gelosa dei suoi segreti più profondi o strati in cui vivono (e prosperano) moltitudini di esseri, a loro modo consapevoli.

Oggi molto è affiorato, mentre l’uomo ha perduto la conoscenza del subumano che, per tale disattenzione si è insinuato persino nel sentimento e nell’intelligenza: l’esoterismo svuotato dal proprio contenuto spirituale è in gran parte scivolato nelle forme approntate dai demoni e la linea di difesa della religione, già erosa dal tempo, viene scardinata da dentro e da fuori. Secondo il Dharma dei tempi ciò che conteneva il vero è divenuto ricettacolo delle menzogne più venefiche. Ciò vale indistintamente per logge, chiese e anime.

Allora? O non c’è più niente di possibile o il lavoro interiore individuale, determinato dall’io immanente su volute modificazioni nuove e del tutto diverse rispetto al ordinario comportamento delle forze dell’anima, in quanto sperimentabili dalla coscienza, sembra rimanere l’unica (forse disperata) strada che appaia percorribile. (contro tale – autonoma – possibilità tutti i tradizionalisti ed i chierici perdono l’intera vita per dimostrarne la palese (?) aberrazione: incapaci però di autovalutazione per le proprie condizioni di relitti abbandonati a marcire su spiagge infeconde).

Il problema è antropologico: tutti, ai nostri giorni, fondano le proprie convinzioni sul proprio “io”, ma evitando, con contraddittoria insensatezza, di prendere in seria considerazione quale sia davvero la realtà di tale fondamento – base del mondo umano – e continuamente eluso (vedasi il primo capitolo della Logica contro l’uomo: Il problema a cui si sfugge).

Infatti tutti gli “esercizi” che ricerca e destino ha portato sotto il nostro sguardo hanno in comune la solida e continua presenza consapevole dell’io, presenza non fissata una volta per tutte ma faticosamente voluta momento dopo momento lungo ogni punto della disciplina interiore.

Si guardi la cosa da ogni parte ma credo che eventuali obiezioni siano soltanto astratte: l’autocoscienza desta è ciò a cui bisogna giungere come fondamento su cui si giustificano le ulteriori azioni dell’anima. E non è per nulla vero che “l’autocoscienza desta” sia cosa comune a tutti.

E’ importante che sia questa autocoscienza e non “altro da sé” quello che viene chiamato a sorreggere tutto quello che potrebbe venire poi. Ciò non è scontato poiché sembra fin troppo spesso che l’uomo abbia serie difficoltà (timore, paura, inerzia?) a rendersi conto di essere se stesso, quale io, il centro da cui partire verso tutte le manifestazioni possibili.

Come chi ha avuto esperienza sportiva è ben conscio che i piedi devono pigiare completamente il terreno, senza sbilanciamenti, solidamente, come le radici stanno al tronco.

Questo non è “morale”, non è “virtuoso”: è solo una condizione necessaria, interiore sì, ma affine a quanto è indispensabile nel mondo sensibile, nello sport.

Ma poi, per alzarsi da terra è inutile tirarsi per i capelli (il famoso codino di Münchausen, citato spesso da Steiner): va trovato qualcosa di speciale. L’unico fenomeno che in noi è davvero speciale  poiché appartenente ad una doppia natura è il pensare: esso viene a noi da fuori di ogni nostra categoria, né dal corpo né dall’anima (astrale), sebbene usi temporaneamente tali mediazioni: non è un prodotto della nostra personalità e anzi può contrastarla ma al contempo esige da noi l’attività più nostra per prodursi.

Indipendentemente da ogni (dottrina) metafisica, il fenomeno del pensiero è il primo organo del nostro fondamento e al pari del”io” è ignorato ed eluso.

Anche se dalla sua attività attingiamo visione, conoscenza e sapere: per suo mezzo afferriamo il mondo e noi stessi: per suo mezzo apprendiamo leggi, sistemi; con lui anatomizziamo persino i Padri celesti!

Senza di esso non potremmo riconoscere nemmeno uno spillo e tanto meno la sua funzione.

Certo,saremmo, ma non sapremmo nemmeno di essere (e la patologia lo dimostra ampiamente).

Eppure, quando si accenna alla priorità del pensiero rispetto ai molti e vaghi sommovimenti dell’anima, sembra quasi che moltissimi fucili (animici) vengano caricati pronti a sparare.

In buona misura la colpa, se c’è, non può essere che nostra. E’ davvero difficile parlare di un percorso conoscitivo che, nella norma, è lungo, difficile e che sebbene obbiettivo nella sostanza, risente della colorazione diversa di ognuno di noi.

C’è un mio carissimo amico che non è d’accordo con me: lui dice che semplicemente le persone hanno paura quando si mostra loro che è possibile passare passare dal sapere all’azione (questa è la mia traduzione di termini più netti e un tantino volgari).

Però in una cosa sono d’accordo con lui: in un’epoca di menzogna elevata a “status” ordinario e  dignitoso, in cui di conseguenza si preferisce quasi voluttuosamente la mera apparenza (interiore ed esteriore), persino termini sensati e legittimi – se si ritorna cinquant’anni addietro – come la parola “atteggiamento”, ora dovrebbero venire sostituiti con termini che mancano, che ancora non esistono.

Il mio pensiero va a quella monografia che trovate all’inizio del primo volume di Ur, firmata da “Leo” dove per “atteggiamenti” l’autore intende la realizzazione di quelle condizioni magico-sovrasensibili che sono il risultato della meditazione sull’Aria e sul Calore. Esse, non a caso, date come un secondo gradino dopo le meditazioni sull’entità cosmica dell’uomo, descritte in sintesi in Barriere, riassumono in sé i risultati della “preparazione” che comprende pure i 5 esercizi ausiliari.

Operazione più potente, più diretta, più…difficile. Ma, come tante altre cose, non impossibile.

Poiché, in effetti, molte sono le possibilità operative che ci sono state date. Forse latita il coraggio di usarle…

Nell’Opera del Dottore, se non ci si fa inghiottire dalla marea delle conferenze pubblicate, la “primogenitura” del pensare è ampiamente esposta e dimostrata nei testi epistemologici nei quali occorre però conquistarsi anche le singole righe. E per le teste dure è persino sottolineata nelle aggiunte alle edizioni del 1918: non sarò io a ripeterle, confidando in letture complete e svolte con onestà di ricerca.

Inoltre, quello che sembra insormontabilmente incomprensibile, è (può essere) chiarito in intelletto e azione con il contributo di chi ha afferrato in sintesi sperimentata la linfa viva della Scienza dello Spirito: con una fatica aggiunta che premia il ricercatore. Alludo a testi come Il Trattato delPensiero Vivente di Massimo Scaligero. Cose che andrebbero pensate e studiate con grande attenzione: mai solo lette.

Prima di terminare vorrei riprendere il discorso sugli esercizi indicati nelle precedenti righe:Sapete, valgono la pena.

La disciplina dell’immaginazione dell’Aria libera completamente l’anima da tutte le sue incrostazioni: è come se un peccatore, nell’anima e nel corpo, dolorosamente sensibile e sofferente per i peccati commessi ed i difetti acquisiti si sentisse di colpo liberato da tutto ciò. In un attimo, liberato dal gravame sedimentato e rappreso: dalla paraplegia al libero movimento!

Non è una condizione “psicologica” ma una ripulita che attraversa l’anima e il corpo. Si sente che persino il respiro fisico è mutato o addirittura capovolto. Ma, come ho detto, è una liberazione che attraversa tutto, anche le cellule del corpo.

L’inizio è semplice: tranquillamente seduti in assetto meditativo, basta evocare una esperienza personale (avvenuta ovviamente nel mondo sensibile) in cui si sia avvertita qualche caratteristica che appartiene all’aria, come il soffio del vento sulla nostra pelle. Poi, dal ricordo di una altezza montana (sono solo esempi), l’immensità senza limiti dell’aria che sovrasta valli e monti, poi ancora il suo essere invisibile e inafferrabile, il suo moto continuo, il suo urlo ed il suo silenzio, la sua onnipervadenza; se si vive sempre in città si può rievocare il nitore azzurrino che sovrasta le alte case, i rumori delle strade ed il sentire degli uomini che lascia le sue scie preoccupate, cupe. Anche in questi casi, le parole non vanno usate e non è nemmeno importante la qualità delle immagini. Né deve preoccuparci la possibile durata e la quantità delle visioni evocate.

Questo è vero in prima battuta: simile al pensiero, anche le immagini possono essere ordinariamente smorte e talvolta vive. Le immagini vive producono immediatamente tutti gli effetti della meditazione.

L’unica contro-indicazione sta nella coscienza di chi immagina: è necessaria una volontà in qualche modo duttile: decisa ma non rigida. La rigidezza volitiva contrasta l’immaginare. Però è anche vero che l’immaginare ha in sé due potenziali pericoli: sono connessi: uno è che le immagini possono dominare la coscienza, subordinarla. Connesso a ciò, la coscienza subordinata scivola facilmente verso un grado di sé inferiore alla destità di veglia. Si scivola verso il sogno. E’ insomma la vecchia storia: o si domina o si è dominati.

La costante pratica della concentrazione è, indirettamente, la principale medicina per evitare il malanno. Ad ogni buon conto, se qualcosa di passivo inizia ad insinuarsi nella coscienza, si chiuda velocemente l’esercizio.  

E’ importante che, con santa pazienza, inizi a sorgere, a lato delle immagini evocate, un qualcosa senza nome che malamente potremmo chiamare “sensibilità” o “senso” che in qualche modo sorge dalle diverse impressioni. Se l’anima si rende capace di silenzio, non è difficile cogliere una nota in più accanto alle cose percepite.

L’esercizio andrebbe svolto non necessariamente ogni giorno ma con regolarità, ad esempio, ogni due giorni e potrebbe durare più a lungo rispetto ad una breve ed intensa concentrazione.

Senza alcuna fretta, senza tensioni, in interiore silenzio: vedrete che ad un certo momento ci sarà qualcosa di interiore sconosciuto accanto all’immagine contemplata (“accanto” è un modo di dire: può sorgere come proveniente dallo spazio generale o dalla regione del cuore o persino dalla superficie della pelle.

Del secondo esercizio, quello del calore, che credo generalmente un po’ più difficile, ripeto solo le parole di “Leo”: è un’emozione attiva. Si crea con questo uno stato fondamentale per tutti gli esercizi meditativi che possiate poi praticare: è quasi un’esperienza mistica priva di… misticismi. Se fattibile, è di enorme importanza: accende il centro della Vita.

E’ letteralmente vero quanto fa scrivere Leo: se per mezzo secondo si ottiene il senso del calore, esso scende immediatamente dalla testa al cuore: la testa non può contenerlo. Esso è un quantum di bagliore-calore (un’esplosione) che deve immediatamente affrancarsi dall’organo cerebrale.

L’anima comprende, una volta per tutte, la totale differenza che passa tra la pratica di una disciplina e quello che si manifesta quando essa, estinto il suo scopo, cede il passo alla condizione che si realizza.

Qui si ha tutto quello che il mistico cercava, ma la coscienza desta non si obnubila: rimane silenziosa, distaccata e “fredda”.

Questi due esercizi rispondono ad un’opera sostanziale: separano il sottile dal denso, cioè liberano lo sperimentatore dal vincolo corporeo: impresa già grandiosa che sottintende una acquisita capacità di concentrazione. In ciò ognuno dovrebbe regolarsi da sé. Con equilibrio ma anche con una certa, audace, presenza di spirito.

Magari senza attendere, per eccesso di prudenza, il prossimo millennio.

Occorre spregiudicatezza: qualcuno potrebbe farli anche poco tempo dopo una minima pratica nella concentrazione. Altri, seguendo strade diverse, non li faranno mai.

SCIENZA DELLO SPIRITO
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