L’ACCORDO DEL PENSIERO CON LA VOLONTA’ (di F. Giovi)
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Una tra le indicazioni di percorso della via che partendo dalla ordinaria coscienza del sensibile giunge alla reintegrazione dell’uomo alla sua realtà spirituale, stringata all’essenziale, potete trovarla nelle prime pagine di Tecniche della concentrazione interiore: testo ricchissimo di dettagliate operazioni interiori e meditazioni, valide ad ogni livello in cui possa trovarsi il ricercatore che non paventi le azioni che trapassano nell’esoterismo reale.
Essa traccia tutta la strada che l’uomo coraggioso, quello che ad onta di ostacoli, davvero immani, riesce a consacrare – potenzialmente tutto sacrificando – l’intima vita interiore poiché sa porre la propria condizione in subordine rispetto al pellegrinaggio dell’anima verso la sua Fonte. Sostanzialmente verso quell’essere che è il suo significato, il suo senso, per sé e per il mondo.
Un tale, spaventoso impegno, non dovrebbe spaventare nessuno con errate rappresentazioni, non richiedendo alcun sacrificio formale, né particolari privazioni nello svolgimento della vita ordinaria.
Come non viene chiesto di cambiare il colore degli occhi, così (come molti temono), in sintesi, nemmeno ciò che chiamiamo “carattere” e vita comune è influente, a patto che l’azione interiore sia vigore e non farsa.
Non a caso si caratterizzavano i Misteri col dire che gli uomini dabbene muoiono mentre anche un delinquente che venisse accolto nei Misteri, vivrebbe.
Già, questa è un’iperbole, ma andrebbe ricordata, almeno qualche volta, perché traccia un confine netto tra creanza, virtù, bontà, lungimiranza, eccetera, quali caratteri personali e il dominio sovrapersonale delle forze sovrasensibili. Andrebbe ricordata perché è stata completamente dimenticata, essendo stato messo al suo posto, reiteratamente e compulsivamente, il fiorito corteo dell’umanitarismo, del buonismo, del romanticismo e del borghesismo.
Il rovesciamento dell’essenza è assai evidente proprio in coloro che, per usare l’espressione gnostica, si autodefinirebbero “pneumatici” o, più ad Oriente “sattvici”: vivaci con gli accadimenti sensibili, deperiti e stanchi (stufi?) verso ciò che si orienta verso la soppressione dell’intellettualità che, lo sappiamo tutti molto bene, si accende non per virtù propria ma perché alimentata da sentimenti, passioni e istinti.
Condizione comprensibile ma poco scusabile. L’ardore (giovanile) per l’operatività, qualunque sia stata la disciplina posta a fondamento, quanto dura? Sei mesi, sei anni o, eccezionalmente anche qualcosa di più, ma è un fatto certo, universalmente sperimentato, che, ad un certo momento subentra l’aridità: ad un certo momento ci si accosta o si entra in una zona di morte dell’anima. E qui le mele dolci iniziano a cadere precipitosamente dall’albero.
Cito un fatto sintomatico: la situazione accennata viene evidenziata nel primo capitolo di Graal di Massimo Scaligero. E’ un capitolo molto chiaro e notevolmente duro: conferma con fermezza le condizioni (situazioni) ascetiche che non possono essere evitate o soggette alle bizzarre forme di trattativa con le quali l’anima cerca ogni sorta di patteggiamento.
Bene. Poco dopo la scomparsa dell’Autore, cominciò a girare la voce che il libro in questione doveva essere letto a partire dal…secondo capitolo.
E’ un lungo errare nel deserto. I fatidici quaranta giorni moltiplicati con numeri dai molti zeri.
Si può cambiare disciplina quanto si vuole: dopo poco la ripetitività dell’esercizio sembra prosciugare l’anima. E’ una situazione che – ripeto – non può essere scansata.
Il discepolo accorto osserverà che le soddisfazioni dell’anima evaporano presto e con loro la brama di “sentire qualcosa”. Da vero scienziato dell’interiorità, egli deve guardare in faccia tale situazione che può, all’inizio, apparirgli assai misera: si può davvero parlare di una sorta di spogliazione e non di arricchimento.
In pratica, davanti all’anima, si aprono, per così dire, tre strade, come Scaligero ricordava: la via diretta, quella retta e la via lunga.
Con la prima si insiste, appellandosi ad un principio di determinazione o persuasione radicale, praticamente eroico, in un continuo tentativo che estrae, anche dolorosamente, un elemento di volontà sempre più profondo che non si conosceva prima. Ora la vita interiore ci conduce ad uno strano equilibrio tra la rassegnazione, la sofferenza quieta e la decisione di avanzare, ripresa in ogni momento. Se non si molla ma si prosegue, ci si accorge che la vita, sottratta al sentire comune, riaffiora in tutt’altro modo, nell’ascendente corrente del Volere: mahâkâly ânanda .
La seconda è quella che fu scelta dalla maggioranza degli antroposofi: la costante assimilazione dei contenuti espressi nelle comunicazioni donate dalla Scienza dello Spirito orientata antroposoficamente: anche su questa strada sono necessarie qualità interiori come l’attivo pensiero, grande serietà e vera devozione.
La terza è quasi un tradimento per chi ha compreso la prima o la seconda, trattandosi in linea di massima della “strada della vita”: magari vissuta con maggior coerenza nelle azioni ed un po’ di calore nel centro dell’anima, nel cuore, dove la fiamma della religiosità o della nostalgia si avviva con saltuaria…discontinuità.
Deve risultare però chiara la mancanza di confini ferrei: teoricamente ad ogni uomo può essere concesso l’esercizio della libertà di varcare i limiti che paiono karmicamente preposti
Secondo una tipologia trascendentale (karmica), ognuna delle tre vie accennate può essere comunque la via sufficiente per tizio o caio.
Però in ognuno dei tre casi l’essere interiore pretende uno sfondo di onestà e coerenza: i pasticci nascono a causa dell’immaturità partorita dall’orgoglio o presunzione personale a causa della quale le personalità fingono, a sé e al mondo, una appartenenza più elevata: che non viene vissuta ma rappresentata. Ciò, nel campo spiritualistico, genera una lotta faziosa molto stupida, nebbiosa, ma infinita.
E’ così che abbiamo per strada più maestri che discepoli (o discepoli che sono più-che-discepoli): la presunzione umana è quasi senza limiti e viene assistita dalle congetture che intelletto e dialettica offrono in gran misura a tutti. Farabutti e lumaconi compresi.
Il caos deve essere combattuto, ma combatterlo sul terreno da cui esso trae vigore, è uno sforzo inutile. Chi ha avuto in sorte di assistere o di essere attore in un esorcismo, deve imparare immediatamente la neutralità a fronte di offese terribili, di rivelazioni scabrose, di vergogne, sino a quel momento celate e rese pubbliche, urlate. Allora d’impulso scatterebbe una reazione dialogante che lascerebbe malconcio e sconfitto chi officia il rito. La “bestiale” dialettica di un demone qualsiasi è sempre superiore alla dialettica umana. Già in questo antico rito troviamo i prodromi dell’atteggiamento di chi segue la concentrazione: assoluta determinazione, indifferenza verso ogni assalto perturbante, continuità dell’operazione.
Per la salvezza e la salute di un’anima: proprio come negli esercizi di concentrazione.
Sulla via del pellegrinaggio interiore dal sé al Sé, nessuno può sostituirsi al pellegrino, nemmeno gli dei. Il più onesto aiuto verso gli altri si riduce – e solo se richiesto – a qualche (fraterna) indicazione pratica. Sono preziosi ma rari i colloqui in cui avviene una speciale comunione tra le anime. Mi sembra inutile parlare di “trasmissioni”: oltre l’esigenza che vi sia un soggetto che possa trasmettere qualcosa, esiste anche un assenso del mondo spirituale stesso e che in diversi casi può non venir dato. Inoltre la trasmissione oggi non chiede la passività del discepolo ma piuttosto la sua più intensa attività ed una speciale degnità. Scaligero, in un colloquio, mi mormorò: “Non c’è nessuno a cui possa trasmettere…”
Detto questo, torniamo a parlare del percorso più essenziale. Quando, nel gruppo di cui facevo parte, tra esercizi e riflessioni si cominciò a capire qualcosa, molto si esemplificò in due brevi frasi: Mettere volontà nel pensiero e Mettere pensiero nella volontà.
Successivamente, Scaligero armonizzò e completò la cosa con la prima meditazione che trovate in Tecniche della concentrazione interiore:
L’accordo del Pensiero con la Volontà
è la base dell’equilibrio e della forza dell’anima.
L’equilibrio e la forza dell’anima
aprono il varco al suo potere sovrasensibile.
E’ il potere in cui risorge come Vita
il sentimento, il più vasto e liberatore.
Qui c’è tutto il percorso dell’anima verso il potere reintegrativo dello Spirito (corrisponde sinteticamente al mantra dell’ottava conferenza della Classe ): non andrebbe semplicemente letto, ma piuttosto meditato spesso e per moltissimo tempo, in maniera tale che, per “ripetizione e ritmo”, la sua dinamica possa, dopo la saturazione mentale, attraversare tutti gli elementi costitutivi dell’entità umana, sino all’elemento spirituale nascosto dal corpo fisico. Dunque risorgente come affine al ricordo, poi come elemento di forza interiore e infine come stato dell’essere.
Il capire ordinario serve ma non basta. Avete mai visto in un documentario (persino in qualche film) la fila di monaci buddhisti che ripetono incessantemente il sutra fondamentale della loro scuola? Lo ripetono per tutta la vita, forse nemmeno comprendendone esaurientemente il significato. Si dirà: roba vecchia, d’altri tempi. Obiezione senza dubbio vera. Ma ora siamo veramente capaci di colmare i vuoti lasciati dalle dedite pratiche antiche con le discipline conformi alla struttura dell’uomo moderno?
Certo, l’atto sacro si è interiorizzato, l’entità umana individuale s’è fatta più forte, ma vi risulta che sia divenuto inutile lo sforzo, la dedizione, l’abnegazione, la fedeltà?
Sarò un incorreggibile pessimista ma mi pare che la disciplina più in voga sia l’esercizio del fariseismo: è facile, ti conferisce popolarità e rispetto e soddisfa l’egocentrismo mondano e pure quello spirituale. Da scoppiare di soddisfazione: palese o segreta.
Meriterebbe un articolo a parte il vizio di innalzare monumenti a ciò, che nella Filosofia della Libertà, Steiner chiama con il termine “mistica del sentimento”. Essa è stata ideologizzata nel milieu antroposofico con un facile e falsificato “pensiero del cuore” che, come il sale, viene artificiosamente messo su tutto per insaporire ogni manifestazione. La mistica del sentimento, tra i discepoli di Scaligero, è la deriva a cui già accennai. Avverto (e non io soltanto), tra i…derivati, come essa appaia una ambita meta da raggiungere. Questa tendenza che chiamerei avvelenatrice, fu inoculata in molti dopo la scomparsa di Scaligero: prova non superata, giacché se le anime avessero nutrito qualche dubbio o perplessità, sarebbe bastato loro non seguire la corrente ma ritornare con energia a quanto rimaneva della fonte: i testi fondamentali di Steiner e Scaligero: cosa non fatta prima e purtroppo non avvertita come necessaria dopo. Così tanto fu scarso il cosiddetto impulso alla conoscenza!
Affinché non vi siano dubbi, non nego certo che in una sana vita dell’anima, il pensiero deve risuonare nel sentimento: basta mettersi d’accordo su che cosa si stia parlando.
Semplicemente, scrivo per chi lavora interiormente, e avverto i lettori praticanti di non mettere, nella disciplina, il carro (del sentire) davanti ai buoi (pensare e volere). Come scrive il Dottore nel V capitolo della Scienza Occulta, proprio sulla preparazione alla concentrazione sui sentimenti: “L’anima può ora sentire gioia per l’idea morale della bontà di cuore. Allora è gioia derivante non da un avvenimento determinato dal mondo dei sensi, ma gioia proveniente dall’idea come tale”.
Allora, per chi se la sente: provi a ripercorrere le poche frasi trascritte. Le ripeta coscientemente qualche ora dopo e faccia lo stesso un po’ più in là. Giornalmente. Senza aggiungerci nemmeno un pensiero (anche un pensiero “intelligente” in aggiunta imprigionerebbe nella teca cranica questa piccola operazione). E’ anche possibile lasciar vivere nell’anima solo una frase (compiuta) per volta, a seconda di una sensibilità individuale che muta in momenti diversi. Poi ci vuole pazienza, tanta paziente attesa: in modi diversi per ognuno, lo “schema” del percorso interiore diventerà cosa viva nell’anima. E’ possibile, un giorno, coglierlo in immagine obbiettiva.
Del resto, la Potenza insita nella concentrazione conferma, con i suoi primi movimenti, il percorso indicato nella meditazione (e tutte le puntualizzazioni precedenti non servono più). Al punto che la coscienza silenziosa può accorgersi di essere un tutt’uno con lo schema: fusa con la Via.

