Tolleranza e severità, pazienza e intransigenza di Massimo Scaligero

Massimo Scaligero

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In questa epoca stupida e malvagia si hanno le idee alquanto confuse su che cosa siano “tolleranza” e “pazienza”. Addirittura, da parte di intraprendenti arrivisti, di spregiudicati provocatori, si giunge cinicamente a fare calcolo sulla tolleranza e la pazienza altrui come di strumenti coi quali disarmare persone che in maniera confessata o inconfessabile si disprezzano e si ritengono ingenue, candide, sostanzialmente stupide, e quindi illimitatamente manovrabili, strumentalizzabili da parte di coloro che si arrogano spregiudicatamente tale diritto-privilegio in quanto si ritengono “intelligenti” e “furbi”. Di tali furbi, furbastri, furbazzi è strapieno il variopinto mondo dell’esoterismo e l’alquanto turbolento milieu delle comunità spirituali.

Una tale spregiudicata, lucidamente cinica, strategia di disarmo di coloro che avversano i suoi cristallizzati dogmi, si sottraggono al devoto omaggio feudale richiesto e si permettono di ostacolare i suoi progetti di «possessio mundana», è da sempre adoperata dalla parte avversa, ossia dalla nota Potenza Straniera d’Oltretevere, e soprattutto dalla sua efficiente milizia, la mai troppo infamata Compagnia.

Infatti, la parte avversa così apertamente dichiara: «Noi vi chiediamo tolleranza in nome dei vostri principi e dei vostri ideali, e ve la neghiamo in nome dei nostri dogmi e dei nostri interessi!». Bisogna riconoscere come in tanta perfidia vi sia una sua sinistra geniale grandezza, un suo ambiguo fascino, da beauté du diable, direbbero i francesi. Naturalmente, una tale machiavellica strategia viene adoprata soprattutto nei ricorrenti periodi di debolezza, di decadenza della parte avversa, quando per esempio il concupito potere politico o mondano (come prima dell’ascesa al potere di quel mostro di ogni crudeltà che fu l’infame Imperatore Costantino, persecutore degli Iniziati e dei Misteri) è ancora da conquistare, oppure come dopo la caduta del potere temporale dei Papi (come avvenne in seguito alla presa di Roma da parte delle truppe del Regno d’Italia).

Mentre col potere saldamente nelle mani di colui che, usurpandolo, si arroga il titolo sacro di Pontefice Massimo, l’arroganza più estrema del potere viene voluttuosamente assaporata, la brutalità più intollerante viene apertamente ostentata, la violenza più gratuita viene messa in atto su ogni piano contro individui e contro popoli, come insegnano la storia dell’Inquisizione e le crociate contro gli eretici, sì da giustificare pienamente l’appellativo che i Catari davano alla straniera potenza transtiberina quando la apostrofavano di essere «la prostituta di Babilonia, seduta sulla Grande Bestia, con in mano la coppa, assetata del sangue dei martiri», in ciò assecondati dalle mordaci parole del ghibellinissimo Dante, e di tanti temerari testimoni della Verità.

Ci si potrebbe chiedere quanto sia savio e lecito essere tolleranti, e pazienti, nei confronti degli intolleranti, soprattutto quando l’intolleranza sistematica ha come fine l’alterazione e la distruzione di una comunità spirituale. La risposta non potrebbe essere univoca, perché il Mondo Spirituale non è nulla di cristallizzato, di consequenziale a leggi, punti di vista e regole umane, che sono meramente soggettivi, antropomorfici, variabili e contingenti. Non può esservi una invariabile, e in quanto tale dogmatica, regola umana.

Un Maestro spirituale non si pone mai il problema di seguire un codice comportamentale precostituito, bensì partirà sempre dalla oggettiva richiesta degli eventi, dalla richiesta che emerge dal profondo delle anime di coloro che lo vogliono incontrare, e talvolta lo scelgono come Guida, come Istruttore spirituale. Nel caso di Massimo Scaligero, la richiesta degli eventi, o quella profonda delle anime, poteva andare perfettamente in rotta di collisione con le aspettative “coscienti” – ovverossia “psichicamente” e “intellettualmente” coscienti, e quindi spiritualmente niente affatto veramente coscienti – di coloro che a lui si rivolgevano, non cercando una vera risposta, bensì un opportunistico consenso a quanto loro stessi già si erano risposti nel loro ipocrita teatrino interiore, e che desideravano sentir risuonare a conferma al loro orecchio.

Massimo Scaligero non tollerava affatto né la menzogna né l’ambizione. Smascherava spietatamente ogni recitazione, ogni ipocrisia, indifferente ai sentimenti di avversione che rabbiosi potevano talvolta insorgere nell’animo di coloro che – delusi nelle loro velleitarie aspettative – si vedevano messi così indesideratamente a nudo nei loro aspetti più accuratamente celati.

Oggi, persone tutt’altro che disinteressate (che il più delle volte neppure lo hanno conosciuto o mai incontrato) cercano di diffondere una prefabbricata immagine di Massimo Scaligero come di uomo accogliente, paziente, tollerante e permissivo, ossia come di una persona sicuramente “buona” ma un po’ “lenta” (abbiamo sentito di persona più volte di cotali ragionamenti) e si cerca di usare questa prefabbricata immagine nell’ambito di quella machiavellica strategia di disarmo spirituale dei veri combattenti interiori, i quali saranno senz’altro turbolenti e pieni di difettoni e di alquante unilateralità, ma che pur sempre si misurano duramente ogni giorno e più volte al giorno, con una Ascesi del pensiero aspra e irta di difficoltà di ogni genere, e cercano ogni volta di riaccendere e di riattizzare la fiamma gelosamente custodita nel cuore.

Massimo Scaligero era tollerante e aperto con le persone sincere, qualunque fosse la loro origine umana, sociale, culturale, esoterica, indifferente alle eventuali appartenenze confessionali o ideologiche. Egli era estremamente paziente nei confronti delle debolezze personali, intellettuali o anche morali. Al massimo poteva, per disincantare chi si rivolgeva a lui dando troppo peso alla molta o poca intelligenza, alle sentimentalità o agli istintivi attaccamenti, darsi ad una spiritosa presa in giro, ironizzando sugli aspetti comici che gli aspetti umani dei suoi amici e discepoli inevitabilmente mostravano.

Io, che ebbi la ventura di conoscerlo allorché avevo solo diciannove anni, e di incontrarlo in seguito circa duecento volte (sino all’ultima volta, poche ore prima che ci lasciasse), posso dire di essere stato preso in giro in molte forme, e scosso energicamente da certi irrigidimenti interiori o da certi limiti che mi sembravano difficilmente superabili, con metodi da Maestro Zen, ossia con metodi infinitamente compassionevoli, ma niente affatto condiscendenti e sentimentali. E nel mio caso, tali «compassionevoli» metodi – a volte brutalmente «compassionevoli» – furono veramente terapeutici e servirono a cauterizzare ferite varie, a chirurgicamente operare su zone di me, che non osavo affrontare. Questa era la sua tolleranza e la sua pazienza.

Ma non sempre egli era così tollerante e paziente. Perché tolleranza e pazienza non possono diventare per un Iniziato complicità con la menzogna, con la vanità, con l’arroganza e l’ambizione. Ad alcune persone che gli descrivevano esperienze interiori inventate di sana pianta, egli diceva: «Stai mentendo!». A chi gli descriveva i propri rapporti e sentimenti nei confronti di altre persone, diceva: «Tu mi dici questo e quest’altro, ma io nel tuo cuore leggo tutt’altro», e lo smascherava. Così come smascherava le reali intenzioni di chi faceva proposte particolari per giungere a realizzare inconfessabili fini: «Quello che vuoi attuare non è quello che dici, bensì questo e quest’altro!».

Un episodio, che posso testimoniare, è illuminante a tale proposito. Negli ultimi anni, varie persone, la cui ambizione davvero non conosceva i limiti della decenza, arrivarono a chiedere a Massimo Scaligero di farsi da parte e di lasciare a loro il suo posto. Un giorno così raccontò: «Sai, è venuto a trovarmi il Tale, e mi ha proposto di farmi da parte: avrebbe fatto lui al mio posto le riunioni del mercoledì e del sabato, nonché gli incontri individuali con gli amici. Con l’imbecille motivazione (per me più che imbecille), che io sarei oramai anziano e di salute declinante. Lasciando il posto a lui, avrei avuto più tempo per meditare e scrivere i libri». Massimo rimase in silenzio una decina di secondi e poi disse: «Vedi quella sedia? Ce l’ho fatto ballare sopra per una ventina di minuti!». Il tipino autonominatosi, dopo la scomparsa del Maestro, successore e vero erede di Massimo Scaligero, ancora imperversa in “infernet”, facendo uno zuppone indigesto di un po’ di tutto!

Altra cosa che Massimo Scaligero non tollerava mai, veramente mai, era una qualsiasi forma di collusione o compromissione con la politica. In un caso simile, egli poteva diventare veramente brutale. Ed anche nei confronti di qualsiasi vanità culturale, come congressi e convegni, tavole rotonde e trasmissioni, egli era assolutamente contrario: non concedeva mai che il nome della Scienza dello Spirito venisse portato in una simile cloaca. Oggi, invece, si vuole «portare lo spirito nella politica», e si propongono pure dei Masters o dei corsi di addestramento – a pagamento, naturalmente – per formare «operatori spirituali nella politica», e si organizzano altresì convegni, tavole rotonde, talk-shows e quant’altro, nei quali un pubblico «interessato» può vedere e ascoltare gli interventi dei conferenzieri o dei partecipanti ai medesimi, sapientemente diretti da un «moderatore» che orchestra il tutto, ed incassa il dovuto!

Aveva, perciò, ragione il Buddha Shakyamuni a chiamare, nel Sutta Nipata, l’Illuminazione «la rottura della testa». Ed aveva ragionissima il Maestro Jou-tsing, della Casa Tsao-tung della Scuola Zen, come riporta il suo fedele discepolo Dogen Zenji, nello Shobogenzo: «Dunque, bisogna picchiare più forte!».

SCIENZA DELLO SPIRITO

ASCESI RADICALE

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Uno dei problemi di coloro che hanno la grandissima ventura di incontrare il Sentiero dell’Iniziazione, l’eterna Scienza dello Spirito, di epoca in epoca sempre diversa e pur sempre a se stessa uguale, è l’oblio di che cosa comporta l’avere incontrato la Via Solare, la dimenticanza degli impegni, che il ricercatore spirituale ha liberamente assunto nei suoi momenti di altezza e di profondità, di intensità e di entusiasmo. Ma tali momenti di altezza e di profondità, di intensità e di entusiasmo vengono facilmente dimenticati, perché «il cuore degli uomini si corrompe facilmente», e la cosa più turpe è il tradimento degli impegni sacri, perpetrato per pigrizia, per svogliata inerzia, per comodità interiore.

Da una parte, in seguito ad una lettura che ha acceso l’anima, una lettura che ha suscitato un moto interiore autentico, l’entusiasta cercatore afferma – giustissimamente afferma – « nel mio cuore vi è una scintilla del fuoco che ha creato l’Universo, io mio Io è tutt’uno con l’Io dei mondi». Poi l’entusiasmo si attenua, si intiepidisce e si spegne, l’intensa lucidità si appanna, l’anima ridiventa opaca e il cuore sordo, e colui che giustamente – per una breve eternità – si era sentito tutt’uno con l’Io dei mondi, si fa vilissimamente portare a spasso, in maniera ridicola, come un cagnolino al guinzaglio, da istinti volgari, brame mediocri, passioncelle piccolo-borghesi, emozioni superficiali, scialbe e scipite. Tutto questo è – a dir poco – ridicolo.

Il fatto è che quella intensità, quella luminosa accensione, quel vivido entusiasmo, erano molto poco una attiva realizzazione ascetica del cercatore: venivano suscitati in lui – ma non da lui – dall’aureo pensiero del Maestro, la cui trama ideante celava – per un suo mirabile dono e attraverso un suo eroico sacrificio – come incantata, una forza celeste, un fuoco segreto, che penetrando nel cuore e nell’anima li accendevano, e chiedevano che colui che li riceveva non si beasse di emozioni soggettive egoisticamente assaporate, bensì avesse forza e coraggio di andare oltre una mera emozione (che è solo la deformazione soggettiva dell’esperienza nella parte superficiale dell’anima), di non fare spegnere quell’entusiasmo e quel fuoco, che volesse attuare – e non assaporare per goderne – quella identità del suo Io con l’Io dei mondi, ovverossia attuare il moto conoscitivo che fa sì che la coscienza di una tale identità col Divino sorga e permanga. Che una tale identità dell’individuale Io umano con l’Io dei mondi, del Jivatman o del Purusha con il Paramatman o col Brahman, indubbiamente sia, è quanto afferma da sempre la Sapienza Eterna in Oriente e in Occidente. Ma che una tale identità sia e basta, e che l’essere umano individuale non ne sia punto cosciente, è una vergogna per ogni asceta operante, un obbrobrio per ogni autentico praticante interiore. Oltre che vergognosa, una tale incoscienza è cosa inutile, e addirittura tragicamente comica.

È perfettamente inutile vivere 23 ore e 50 minuti della propria giornata nella più totale dispersione esteriore e pretendere poi in 10 minuti di attuare la necessaria, più intensa concentrazione interiore. È passabilmente comico, se non ridicolo, vivere quasi interamente la propria giornata come se l’essere umano fosse unicamente un essere corporeo, un essere animale, psichico, nevrotico, affondato nei suoi puerili pregiudizi, agitato dalle sue altalenanti e contraddittorie emozioni, sospinto dalle più oscure e diverse pulsioni istintive, immerso in una visione del mondo mediocre, banale, opportunista, oppure arrampicatrice, cinica, affaristica, politicante, bramosa di potere, ricchezza, di godimento sensuale, e poi – in maniera assolutamente schizofrenica – pretendere di compiere un Rito interiore come la concentrazione o la meditazione, che presuppongono slancio, consacrazione allo Spirito, purificazione dalle sozzure del letame terrestre, accensione della volontà. Questa la grande contraddizione.

D’estate poi, affermava Massimo Scaligero, si attua un vero e proprio «adulterio», un autentico «tradimento» nei confronti dello Spirito. Ancora una volta, è necessario far rilevare che è inutile lavorare interiormente – quando poi tale lavoro venga realmente compiuto – 11 mesi in un anno e poi, ripetendo in senso inverso la fatica della fedele Penelope, devastare e distruggere in pochi giorni, se non in poche ore quel molto, o quel pochissimo, faticosamente conquistato durante un anno di pratica interiore. Magari andando a fare in riviera la parte di patetici “vitelloni” invecchiati . In questo caso, la contraddittoria inconsequenzialità logica rasenta veramente la stupidità!

Sempre Massimo Scaligero sovente ci diceva come quello che maggiormente respinge le Intelligenze Celesti, che all’uomo aperto nei confronti dello Spirito tutto vorrebbero generosamente donare, è proprio il livello di banalità del suo stato di coscienza, la fiacchezza della sua pavida volontà, l’arroganza dell’animalesca natura inferiore nel cui fangoso sterco egli ama rotolarsi, il suo sfrangiato e discontinuo impegnarsi, il suo fare le cose all’insegna dell’episodico, dell’improvvisato e dell’approssimativo. Mentre agli audaci, ai consacrati, ai sinceri, a coloro che oltre ogni loro limite umano – e anche oltre le loro inevitabili difficoltà umane e morali – vogliono realizzare lo Spirito, vogliono con tenace ostinazione che lo Spirito si realizzi in loro, non per asservirlo a decadenti, e deludenti, finalità umane-troppo umane, ma perché si attuino le «intenzioni» e le «finalità» dello Spirito e alla realizzazione di queste tutto coraggiosamente sacrificano, tali celesti Intelligenze rispondono con illimitata generosità.

Un tale generosità celeste e lo slancio eroico del praticante interiore possono giungere a far impallidire nel discepolo la consueta visione profana del mondo, inevitabilmente «comoda» e «borghese», a dissolvere ogni attaccamento umano, a suscitare la coscienza della tragicità della condizione umana, dell’impellente urgenza del suo superamento. Ciò esige che liberamente ci si doni con impeto, con intensità, con frequenza, con gioiosa abnegazione, alla pratica della concentrazione, della concentrazione profonda, della meditazione, della contemplazione, che come esplicitamente dichiara Massimo Scaligero, sono l’azione più efficace, più urgente, più elevata che un essere umano possa compiere sulla Terra. Ma anche l’azione più attesa, più struggentemente invocata e anelata, l’azione di cui maggiormente le Intelligenze Celesti hanno bisogno.

Per rimanere fedeli a quella che Massimo Scaligero, ed evocata da Isidoro, chiamava «essere fedeli alla propria tradizione interiore», e per mostrare quanta intensità ascetica, quanto ardore della volontà, quanta devozione e dedizione era presente in alcuni asceti del mondo orientale, riportiamo qualcosa relativa a Eihei Dogen o Dogen Zenji, e a quanto egli ci dice del suo Maestro Jou-tsing.
«Il vecchio Jou-tsing praticava la sera la meditazione sino ai tre colpi della seconda veglia (ore 23.00) e ricominciava all’alba al secondo o terzo colpo della quarta veglia (ore 02.30 o 03.00). Egli prendeva posto a lato dei monaci nella sala di meditazione tutte le notti senza eccezioni. Durante quel tempo molti monaci si addormentavano. Egli faceva allora il giro dei monaci assopiti e li colpiva, talvolta col pugno, altre volte con una delle sue scarpe ch’egli si toglieva appositamente e li faceva vergognare di esser stati tratti così da lui dal sonno. Se essi si addormentavano ancora, egli si recava nella sala di servizio, suonava la campana, chiamava un praticante, gli faceva accendere una candela, poi si metteva all’improvviso a tuonare nella maniera seguente: “A che serve riunirsi nella sala di meditazione per dormirvi senza far nulla? Perché avete lasciate le vostre famiglie e siete entrati nel monastero? Guardate: dove vedete nel mondo un sovrano o dei funzionari che passano la loro vita nell’inazione? gli imperatori governano alla maniera dei sovrani, i vassalli servono con una estrema lealtà, e sino al popolo minuto che coltiva il suo campo o prende l’ascia, non c’è nessuno che passi la vita prendendosela comoda. Fuggendo il mondo, siete entrati in monastero ove passate i giorni nell’ozio. In fin dei conti, tutto ciò a che serve? I Maestri di Dottrina del Buddhismo e i Maestri dello Zen hanno dato valore al fatto che la “vita-e-morte” per noi è la questione essenziale, che ci urge l’impermanenza delle cose. Che forse la Morte non ci sorprenderà questa sera, domani, oppure una malattia qualunque? È estremamente stupido durante la nostra breve vita, non praticare il Buddhismo, coricarsi e dormire, passare il tempo nell’ozio. È per questo motivo che il Buddhismo declina. In ogni luogo, quando il Buddhismo era fiorente, tutti i monasteri facevano praticare lo Zazen. nei tempi moderni, da nessuna parte si incoraggia lo Zazen, e così il Buddhismo declina».

Quello che un Maestro severo come Jou-tsing – che ha tutta la mia più colpevole ammirazione – dice circa le condizioni della pratica della meditazione, nella Cina del XIII secolo, allorché la dinastia dei Sung, e tutta l’Asia, stavano per essere travolte dalla tempesta mongola, a maggior ragione – mutatis mutandis per adattare alle attuali condizioni dell’Occidente e della Via Solare – si attaglia ai fiacchi e spesso imbolsiti e chiacchieroni seguaci – sedicenti seguaci – della Scienza dello Spirito.

Oggi i troppo comodi e pigri discepoli della Grande Arte della resurrezione del pensiero, neppure si immaginano quale meravigliosa atmosfera di permanente mobilitazione spirituale, di dinamica accensione della volontà, regnasse in Oriente anche nei periodi di decadenza, fatalmente provocati dagli eventi esteriori di una civiltà in graduale via di esaurimento. Ne è un esempio Dogen Zenji, discepolo del suddetto terribilissimo Jou-tsing. Dogen, che era un asceta veramente energico adamantino, praticava la meditazione dello Zen con un estremismo interiore che talvolta lo portava a rischiare la vita. Così egli ricordava nei suoi anni più tardi, una volta tornato in Giappone:
«Io praticavo notte e giorno la meditazione seduta. Certi monaci abbandonavano per qualche tempo la loro pratica, per tema di cadere malati durante i fortissimi calori o il grandissimo freddo. Ma io, in quei momenti, pensavo: io continuerò la mia pratica persino se dovessi ammalarmi o dovessi morire. A che mi servirebbe aver cura del mio corpo, se non praticassi quando sto bene in salute? Poco importa che io cada malato e che muoia, poiché il mio scopo sarebbe raggiunto. […] Se io muoio praticando lo Zazen prima di essere giunto all’Illuminazione, i legami buddhici che si saranno stabiliti mi faranno rinascere in una famiglia buddhista. Se non pratico lo Zazen è assolutamente inutile che io viva a lungo».

Questa è ascesi radicale, portata avanti checché avvenga. Ma se otto secoli fa, in Oriente, nella Scuola Zen del Buddhismo, in un mondo ancora in gran parte a misura dell’Uomo Spirituale, erano capaci di tanta estremistica radicalità, quanto più dovremmo noi, in un epoca molto più pericolosa, come la nostra attuale, essere capaci di radicale dedizione all’Ascesi solare del pensiero, che ci è stata donata. A quell’epoca, nella Cina dei Sung, che dopo alcuni decenni sarebbe stata travolta dalla tempesta mongola, i discepoli della Via dell’Illuminazione non si lamentavano della severità di un Maestro come Jou-tsing, della Casa di Tsao-tung dell’austera Scuola Zen, anzi ne gioivano come di un aristocratico privilegio. Così racconta, sempre Dogen Zenji, ricordando con commozione il suo venerato Maestro:
«Quando nel corso di una riunione di monaci per lo Zazen nella sala di meditazione, egli puniva coloro che si addormentavano, colpendoli con la propria scarpa ed ingiuriandoli, tutti i monaci si rallegravano, l’ammiravano e lo lodavano. Un giorno, mentre si trovava nella Grande Sala, egli disse: “Ora, divenuto vecchio, dovrei ritirami dalla Comunità, e andare a finire i miei giorni in un eremitaggio. Tuttavia, resterò il vostro Superiore al fine di insegnare alla Comunità, di strappare l’errore da ciascuno dei monaci e di mostrare la Via. È per questo che talvolta sgrido tuonando gli uni, talaltra ne colpisco altri con la canna di bambù. Io detesto ciò al più alto grado, ma lo faccio ugualmente perché è la maniera di condurre l’insegnamento al posto del Buddha. Fratelli miei, perdonatemi con tutta la vostra benevolenza”. Allora tutti i monaci piansero».

Beh, io ho avuto numerose volte l’aristocratico «privilegio» di vedermi da Massimo Scaligero levata a strisce la pelle di dosso, e quello di farmi fare lo «shampoo» prima con l’acido nitrico e poi con l’acido muriatico, mentre vedevo che degli autentici pendagli da forca, dei veri gaglioffi – allora mi concedevo l’arbitrario lusso di giudicare – venivano da lui trattati in guanti gialli, il che – conoscendo cotanto Maestro e i suoi metodi severi – non deponeva granché a pro’ dei suddetti pendagli da forca, alcuni dei quali ancora in circolazione, con quanto beneficio per la Comunità spirituale lascio all’apprezzamento e alla sagacia del «vispo» lettore.

Un’amica della quale ho grande stima mi chiede talvolta perché io citi tanti esempi presi dall’Antichità dell’Occidente e dalla Sapienza d’Occidente. È che forte è il contrasto tra quell’antico mondo sapienziale d’Occidente e d’Oriente, e l’attuale imbelle oziosa inerzia di quei sedicenti seguaci della Scienza dello Spirito, che non solo se la prendono molto comoda, ma pretendono persino di imporre agli altri tale neghittosa accidia. Oggi vogliono davvero andare tutti in Paradiso in carrozza: naturalmente con l’aria condizionata, con l’i-pod, l’i-pad, l’i-phone di ultima generazione, e il frigo-bar. E soprattutto senza fare troppa – meglio punta – fatica.

Che la concentrazione sia faticosa lo sa chiunque ogni giorno si misura ripetutamente e sempre di nuovo con essa con energia, con tenace pazienza, con una forma di calma disperazione. Concentrazione ostinatamente ritentata ogni volta come se fosse la prima volta, eseguita ogni volta come se fosse l’ultima ed unica volta: l’occasione suprema di attuare la vivificazione dell’atto pensante, oltre ogni limite, oltre ogni disperazione, oltre ogni morte interiore. È la via del vero coraggio!

SCIENZA DELLO SPIRITO

DEL PENSIERO IN MOVIMENTO (di R. Arcon)

(Michael Maier, Atalanta fugiens, incisione 1618)

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DEL PENSIERO IN MOVIMENTO

Il pensiero col quale pensiamo le cose risponde all’apparire di esse, ossia obbedisce al grado di caduta della coscienza dell’uomo nella mineralità. Le cose si manifestano alla coscienza per mezzo della percezione. Questa trapassa immediatamente nell’osservazione mediante la quale il pensare fornisce alla coscienza un parallelo di quanto viene percepito. Vediamo una rosa, per la percezione essa non si distingue dal caos del mondo che ci circonda. L’osservazione ne fa un oggetto particolare nel quale vengono distinti ulteriori oggetti particolari: le foglie, le radici, il fusto, il fiore e cosí via. In seguito vediamo una viola. Anche di essa possiamo osservare la composizione in ulteriori particolari che sono gli stessi di quelli della rosa. Dal confronto tra questi due insiemi di particolari la coscienza comune forma un quid astratto che chiama “pianta”. Quando a questa astrazione si unisce l’immagine di una pianta, abbiamo una rappresentazione che ci portiamo nella memoria. Del concetto si potrebbe persino dare una definizione prendendola a prestito dalla matematica con le parole: “estratto caratteristico della totalità di insiemi equivalenti” che in sostanza dimostra il suo potere di sintesi. Ma il pensiero del quale stiamo parlando non esce dalla condizionante potenza dell’apparire inorganico delle cose, si lascia determinare da queste, non è che un’ombra di esse. Può, invero, giungere ad astrazioni sempre piú raffinate sino a concepire l’esistenza di qualcosa di organico, all’idea di vita, di evoluzione e ad altri concetti astratti coi quali formare il contenuto di una filosofia, oppure di una descrizione mistica del mondo. Un tale pensiero dipenderà sempre da quanto arriva alla coscienza mediante percezione sensoria, e dunque mediante fenomeni percepiti nel loro essere in un determinato momento.

La cosa risulta specialmente evidente quando ci occupiamo di giudicare il nostro prossimo. Percepiamo chi ci sta di fronte, ascoltiamo le sue parole, cerchiamo di capire quanto ci dice e ci formiamo, in base ad una sorta di “estratto” di tutte queste cose, un giudizio sulla persona, anche se in questo possiamo sforzarci di tenere fuori antipatie e simpatie. Arriviamo cosí a dire che una determinata persona è, per esempio, superficiale. Ognuno può osservare quanto sia difficile liberarsi di un tale giudizio. Esso viene immediatamente afferrato dal sentire e diventa una realtà alla quale crediamo ciecamente come ad un dato inamovibile che sarebbe pienamente giustificato qualora parlassimo di una pietra, di un essere inorganico. Quando la persona di cui si tratta dovesse manifestare, dopo qualche anno, di essere maturata al punto da non essere piú per nulla superficiale, arduo sarebbe convincerci che il giudizio espresso prima era giusto ma deve essere modificato. Un pensare che risponda soltanto al dato inorganico, all’osservazione limitata a quanto appare ai sensi, non può comportarsi altrimenti. Anche il giudizio successivo, che sembra correggere il primo, risponde a sua volta ad un insieme di percezioni per cosí dire congelate in un determinato momento, cosí che i due giudizi sono giustapposti, non fluiscono uno nell’altro: semplicemente sembra che chi ci sta di fronte, dopo anni di distacco, sia diverso, sia un altro.

È facile comprendere che un simile pensiero non può dar conto di un organismo, non ha la capacità di seguirne l’evoluzione che avviene sempre mediante metamorfosi, ossia mediante il trapasso da una forma all’altra, dove quello che conta non è la singola forma ma ciò che tutte le determina e che rimane costante, cosí che una pianta non diventa qualcos’altro semplicemente perché passa dalla forma di seme a quella di fiore.

Da cosa deriva il fatto che l’uomo possiede un pensiero di questo tipo, un pensiero incapace di dar conto di quanto manifesta un organismo? Dal Dottor Steiner sappiamo che nei tempi antichi l’uomo viveva immerso in una coscienza pervasa dalla potenza della consanguineità. Il sapere dei padri, si può dire, veniva ereditato dai figli senza soluzione di continuità. I patriarchi ebrei dell’Antico Testamento arrivavano ad un’età di secoli! Questa affermazione che troviamo nelle Scritture non significa affatto che essi potessero davvero prolungare la loro vita per tanto tempo, ma indica chiaramente che quel particolare sangue si continuava, come coscienza collettiva degli eredi, sino a secoli di distanza dall’antenato. A quel tempo i pensieri venivano afferrati dalla coscienza come piovessero dall’alto, come se fossero esseri volanti che finivano imprigionati nel cuore degli uomini. Se uno aveva un problema da risolvere non ricorreva all’osservazione o alla logica, ma veniva ispirato, ossia penetrava nella sua coscienza una soluzione che egli applicava senz’altro alla realtà. Questi esseri-pensiero si imprimevano profondamente nell’uomo, penetravano sino al sangue di chi li sperimentava e potevano essere trasmessi per via di consanguineità. Questo è anche il motivo per il quale la consanguineità stessa era sentita come importante e irrinunciabile, e perché quello che chiamiamo progresso, sempre piú veloce nella nostra epoca, fosse allora lentissimo e le modificazioni pratiche della vita di ogni giorno fossero irrisorie, ripetendosi lo stesso modello per secoli e secoli. Soltanto quando altre individualità, piú progredite, riuscivano ad immettere nel sangue nuovi pensieri, per via del processo di ispirazione anzidetto, si avevano delle modificazioni importanti. Nel periodo greco questo processo divenne sempre piú individuale, tanto che si dovettero costituire quelle sedi dei Misteri che avevano lo scopo di svincolare singoli individui dalla consanguineità facendoli accedere direttamente, sebbene con coscienza del tutto diversa da quella attuale, ai mondi dove gli esseri-pensiero venivano elargiti dagli Dei.

Ad un certo punto, come sappiamo, col mistero del Golgotha quanto procedeva per via di consanguineità venne interrotto, e a questo processo se ne sostituí un altro che gli corrisponde perfettamente. Gli uomini potevano acquisire pensieri intorno alle cose autonomamente, ma non sarebbero potuti mai pervenire ad una coscienza di veglia simile all’attuale se non fosse intervenuto dell’altro. Gli uomini dell’epoca successiva a quella governata dalla consanguineità, dalla coscienza basata sul sangue che si trasmetteva di padre in figlio, non avrebbero potuto sviluppare null’altro se non una ripetizione puntuale, un compiuto riflesso, della realtà. Avrebbero potuto arrivare al massimo a ripetere in pensieri la realtà che i sensi manifestavano loro come uno specchio riflette esattamente quanto gli sta di fronte. Questo avrebbe impedito ogni ulteriore sviluppo. Cosa accadde, dunque, che indirizzò gli uomini al cosiddetto progresso? Accadde proprio qualcosa di simile alla consanguineità di prima: invece di trasmettere i pensieri per via del sangue questi vennero trasmessi per via del sistema nervoso, il quale deve servirsi della parola e, piú tardi, della scrittura. Per farla breve, ognuno di noi si porta dietro i pensieri pensati da infinite generazioni di uomini che non gli sono consanguinei ma che erano dotati di un sistema nervoso capace di tramandare i pensieri. Facciamo un esempio pratico. Prendiamo un qualsiasi oggetto del quale la nostra civiltà si vanta come di una sua realizzazione. Prendiamo una macchina qualsiasi. Se osserviamo i suoi particolari, possiamo affermare che ognuno di essi fu pensato da qualcuno. Non possiamo affatto ritenere che i minimi particolari di essa manifestino nel mondo fisico i pensieri pensati da un solo uomo, ma nemmeno dal concorso di piú uomini contemporaneamente. È ben vero che la collaborazione di piú uomini che intendono risolvere un problema può andare a vantaggio della soluzione stessa, ma spesso questo procedimento, che oggi viene massimamente esaltato coi gruppi di lavoro, con incontri e discussioni, in realtà non produce soluzioni nuove, bensí non fa che coordinare soluzioni già conosciute. Quello che conta infatti è che i pensieri vengono ereditati dal sistema nervoso per mezzo della comunicazione, altro idolo dei nostri tempi. Se in una macchina osserviamo la presenza di un particolare anche insignificante, come ad esempio dei fori di aerazione, questo non significa che chi li ha praticati ne sia l’ideatore, e nemmeno chi ha progettato quella macchina lo è. Entrambi non fanno che dare una forma alla somma di pensieri pensati sino a quel momento, immettendovi ben poco di nuovo e non conoscendo affatto la provenienza di quel nuovo pensiero, perché esso viene immediatamente inserito nello stesso sistema diventando a sua volta un oggetto del quale si darà comunicazione e che fornirà la base per ulteriori pensieri dello stesso genere. Il progresso funziona cosí. In realtà di nuovo c’è ben poco, esattamente quanto poco di nuovo c’era nella vita di quegli antichi uomini inseriti nel processo della consanguineità. Soltanto i patriarchi e, piú tardi, gli iniziati ai Misteri, portavano qualcosa di realmente nuovo, pensieri capaci di essere poi l’origine di reali modificazioni di quella che poi, vista esteriormente, è la storia. Se vogliamo caratterizzare questo processo all’estremo, possiamo dire che, ad esempio, le singole specie animali manifestano un solo pensiero e dunque ripetono all’infinito sempre lo stesso modello: una volta per tutte. Eppure nel processo di pensiero che abbiamo visto sostituire la consanguineità esiste qualcosa capace di ulteriore sviluppo. Infatti, non sarebbe possibile un reale progresso, un mutamento delle condizioni sia pure materiali degli uomini, se sempre nuovi pensieri non venissero immessi in questo processo esattamente come nei tempi antichi gli Dei immettevano nel sangue quegli esseri-pensiero che guidavano le antiche comunità. Che questa sia una realtà è evidente. La macchina di prima è bensí formata da quelle che possiamo chiamare generazioni di pensieri basati sul sistema nervoso che le tramanda per via di “comunicazione”, ma esiste qualcosa che precede tutto il processo ed è che un uomo almeno ha pensato in maniera diversa. Quest’uomo ha per cosí dire concepito non già i singoli componenti della macchina per i quali si serve anche lui, come tutti, di pensieri già pensati, ma un pensiero che gli fa intravedere un futuro, uno sviluppo, una crescita. Questi pensieri, che stanno alla base di ogni progresso umano che non sia semplicemente una ripetizione meccanica di modelli già conosciuti, sono diversi dai soliti, sono per cosí dire organici, capaci di crescere, di avere in sé un elemento di vita. Essi mostrano a chi li sperimenta nella sua coscienza una possibilità, uno sviluppo ulteriore, come un seme sappiamo racchiudere in sé la pianta che ne nascerà. Se, invece di usarli immediatamente, fossimo capaci di osservare questi pensieri, essi manifesterebbero tutta la loro potenza intesa come tutto ciò di cui potranno o potrebbero divenire atto. Avremmo davanti a noi un pensiero che non è piú fermo, bloccato dal sistema nervoso in un propagarsi orizzontale, basato sul mero fatto di esser comunicato, ma un pensiero che si muove, che si trasforma, che è della stessa natura di quanto chiamiamo organico.

A questo punto chiunque potrebbe dire che l’osservazione dimostra come quel pensiero creativo, vivo, apparso nella coscienza di qualcuno e che produce qualcosa di realmente nuovo, non è qualitativamente diverso da ogni altro pensiero. In realtà è cosí. Ciò che differenzia il ripetere di pensieri già pensati da generazioni di uomini e un pensiero veramente nuovo non è dato dalla natura del pensiero, ma da come la coscienza di chi lo sperimenta si pone davanti allo stesso pensiero. Molti ripetono meccanicamente gli stessi modelli, applicano gli stessi pensieri alla realtà, ma a qualcuno capita di cogliere in uno di questi pensieri un elemento capace di crescita e, dunque, come un essere vivente, di metamorfosi. Se è cosí, allora qualsiasi pensiero racchiude in sé questa possibilità, purché si sia capaci di trovarla superando la meccanica ripetizione di esso basata sul sistema nervoso. A tutta prima non siamo affatto capaci di compiere esperienze di questo genere. Siamo trattenuti dal sistema nervoso nella sfera della ripetizione, dal riflesso dello specchio, come gli antichi padri erano trattenuti dalla forza della consanguineità. Occorre imparare a muovere i pensieri. Occorre ridare vita a qualcosa che ci appare come inerte, incapace di sviluppo, di crescita. Questo vale soprattutto nel campo della vita sociale dove, come si è visto nell’esempio del giudizio che diamo sulle persone che incontriamo, un pensiero per cosí dire inorganico non è capace di seguire le metamorfosi che fanno della vita sociale degli uomini un grande essere vivente. Pensieri che siano soltanto riflessi della realtà e che vengano tramandati per via di comunicazione da una generazione alla successiva non potranno mai comprendere il processo sociale, essi si cristallizzeranno sempre in comunicazioni incapaci di evoluzione che formeranno quelle che oggi si chiamano leggi, che formano a loro volta le Costituzioni e i Codici, qualcosa che non essendo capace di crescere insieme agli uomini li costringe a non crescere.

Come si può operare nel senso di acquistare la capacità di pervenire a pensieri che siano vivi, che siano capaci di movimento, dunque di metamorfosi? Chi ha presente la prefazione di Rudolf Steiner a La filosofia della libertà sa che non esiste una ricetta valida per tutti e per tutto, che non esistono risposte teoriche “da portare poi con sé come una semplice convinzione conservata nella memoria”. Non sarebbero risposte vive e vere, ma solo le solite astrazioni che potrebbe fornire un qualsiasi scienziato, filosofo, medico, tecnico ecc.

Piuttosto sarebbe preferibile portare e far vivere in sé una domanda, una richiesta, un anelito che dia frutti in futuro, che trovi nel tempo i suoi riscontri. La risposta teorica è qualcosa di finito, un processo giunto a conclusione, una vita che è morta, un quid in cui non esercitiamo piú la nostra attività e quindi, essendo sostanza di pensiero, un quid in cui si è spenta la nostra destità, in cui non vi è piú la nostra presenza che per esserci deve volersi continuamente e costantemente essere in azione.

Al fine di una risposta autenticamente soddisfacente non bastano nemmeno gli esercizi esoterici, perfino quelli consigliati dalla Scienza dello Spirito secondo la Via pertinente ai tempi attuali, se essi verranno praticati con lo stesso spirito con il quale l’impiegato-impiegato timbra il cartellino in ufficio o il religioso-impiegato va a messa la domenica o il militare-impiegato va all’alza-bandiera ogni mattina e chi piú ne ha piú ne metta.

Non ci si può limitare ad essere degli apparentemente corretti e tuttavia meri esecutori di esercizi, creando una schizofrenica separazione tra sé e l’attività in atto: in questo caso l’esercizio diverrebbe una sorta di mantram ipnotico che, invece di ridestare la coscienza, l’addormenterebbe. Non si farebbe altro che tentare di trasportare su un piano che non è il suo la medesima situazione del mondo fisico: un soggetto di contro a un oggetto. Invece, in un mondo di forze tutto deve essere una forza, anche il soggetto, che non deve estraniarsi timidamente, bensí partecipare coraggiosamente al processo vitale.

A conclusione, Leo in Barriere, UR 1927, ci ricorda: «Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all’uomo e che anche a visione mutata persiste nel subcosciente umano».

Renzo Arcon

www.larchetipo.com/2000/ago00/antroposofia.htm

SCIENZA DELLO SPIRITO,

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 9 DICEMBRE 1978 – DOMANDA 1

Madre Teresa fra i lebbrosi

09.12.78-Domanda 1

(cliccare sui caratteri azzurri per ascoltare)

*

Cominciamo con la domanda più realistica, tanto col termine realismo si può intendere tutto.
“Ci sono i pazzi, ci sono gli esseri deformi, perchè ci fa tanta paura avvicinarli ?
La anormalità fisica o psichica fa orrore?”

———————————————————————————————

Anche il lebbroso fa orrore, epperò S.Francesco lo abbracciò, e lo baciò, e lo guarì, e Madre Teresa di Calcutta fece sbalordire il capo dei buddhisti, gli fece venire un colpo quando si accorse che un essere umano era capace di fare qualcosa che da secoli nessuno di loro era stato capace di fare: di avvicinare un lebbroso e di abbracciarlo, prenderlo in braccio e portarlo in un letto.

Il capo dei buddhisti era certemente un uomo saggio, riflettè a lungo su questo e allora capì che in quella donna c’era una forza che loro non conoscevano, perchè loro sentivano orrore del lebbroso.

E’ un orrore giustificato, perchè così è la natura umana, però ci sono degli esseri che oltre l’apparire fisico riescono a vedere il Logos, l’Atman, il Christo, chiamatelo come volete;  perchè alcuni possono essere persuasi, che anche in un assassino, in un criminale, in un cinico c’è il Christo, e ne sono persuasi, però all’atto pratico sentono orrore, perchè? Perché il pensiero è giusto ma non è diventato una forza, il pensiero è giusto ma non è diventato sentimento potente, non è  diventato potenza di volontà, quindi è un giusto pensiero, è il principio, si comincia così, però, perchè quel pensiero giusto corrisponda ad una realtà, ad una verità bisogna che divenga una forza.
Eh, noi cerchiamo di fare questo con la concentrazione, e allora non è che… noi possiamo anche dominare noi stessi, l’orrore e occuparci – e questo è gia’ meritevole, meritorio anzi, va benissimo – però ci costa, dobbiamo veramente fare sforzo su noi stessi, però quando non ci costa e finalmente riusciamo a farlo con gioia allora abbiamo vinto, però questa domanda io la trovo molto interessante, perché?
Immaginiamo una madre che senta orrore del pazzo, oppure dell’anormale fisico, e che abbia un figlio che è un anormale fisico, allora pensate voi che la madre senta orrore? No!! Quello diventerà l’essere più amato. E questa è la chiave. Perchè riesce in quell’essere a vedere qualcosa oltre il fisico ma questo è un rapporto che alla fine si dovrà avere con tutti gli esseri.

Una madre il cui figlio divenga lebbroso.. ma quella lo abbraccerà, cercherà di prendersela lei la lebbra, per togliergliela al figlio, e la via è questa. Soltanto che il potere della madre viene da una forza ancestrale, e bisogna scoprirlo questo, essere anche abbastanza realistici. Eh, ho cominciato col dire :” questo è realismo” perché se voi vedete la vita degli orsi, la madre degli orsacchiotti è capace di tale abnegazione che supera la madre umana.
Quindi siamo sul piano della natura ma c’è il principio giusto, si tratta questo principio di averlo in forma cosciente, educarlo, e fino a conquistare questo potere di superare l’orrore di un essere deforme.
E poi io son sicuro che chi ha praticato la scienza dello spirito e che tuttavia sia ancora in quello stato di repugnanza e abbia invece educato molto sè stesso alla comunione con delle forze originarie dell’anima e sia messo in un ambiente in cui ha da fare con deformi o pazzi, eccetera: ebbene, vi posso assicurare che superato il primo momento riuscirà a far  funzionare quelle forze, deve semplicemente superare un diaframma che appartiene alla sua natura e che è giustificato, e un minimo di buona volontà farà irrompere delle forze d’amore e se lui è capace di queste forze d’amore gliene verranno raddoppiate e tali che possono anche diventare forze guaritrici.

Ecco, siccome ho visto una domanda che può richiamare questa, poi ci ritorneremo.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO,

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni.

Massimo Scaligero

*

Cominciamo oggi la pubblicazione di una serie di conferenze ed incontri inediti sul web di Massimo Scaligero.
Delle domande e risposte pubblicate, troverete anche le nostre trascrizioni letterali del parlato. Tali conferenze audio girano da anni tra discepoli ed estimatori di Massimo Scaligero e ringraziamo di cuore chi ce le ha fornite.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL CANTO DEL BEATO

krisharj

*

I seguaci dell’antroposofia fin troppo spesso nulla sanno di quanto non sia strettamente legato ad essa. Ma su ciò dovrei correggermi. Vedo sedicenti antroposofi conoscere a menadito Osho, l’AMORC, le Kabbale, Krishnamurti, poi le cloache chiamate canalizzazioni e altre (infinite?) sciocchezze.

Neppure un timido un balbettio sugli autorevoli critici, vuoto pneumatico con gli autentici testi della tradizione. Poi Steiner e Scaligero, leggeri come i saldi di fine stagione ma ottimi per libertine e esibizionistiche discussioni.

Che questo sia il futuro che avanza? Che ci sia una nuova scuola esoterica molto, ma molto a sud di Ushuaia?

Lascio ai lettori la meditazione sul senso del verbo avanzare, invito tutti a corsi di geografia esoterica, e riprendo il filo.

Va bene, anzi benissimo, seguire il pensiero scientifico-spirituale sulle “Basi occulte della Bhagavad Gita”, però esiste pure la Bhagavad  Gita per se stessa e, se non erro, nel l’”Iniziazione” Steiner stesso la indica come un testo che è cibo per l’anima.

Allora, è conosciuta o no?”

Sfrondata da studi filologici ed esegesi, non è mica un grosso testo ed è rintracciabile in qualunque libreria, anche in edizioni di pochi soldi. Dunque di facile acquisto e ognuno poi fa quello che vuole.

Però mi stupirebbe se nelle fornite biblioteche personali di figure a vasto raggio di interessi spirituali, ça va sans dire, questo aureo volumetto non ci fosse proprio.

Non smetto di ritenere che riassunti o bignamini non comunichino nulla di buono: le Opere dettate dalle altezze (di qualunque tempo), qualora le anime sappiano riconoscerle, dovrebbero essere avvicinate e “trattate” con un minimo di rispetto, anche quando manchi una devozione sincera. “Farle a pezzi non è rispettarle”, come diceva il capo ispettore Abberline nei riguardi delle povere vittime di Jake the Ripper.

E, aggiungo, evitare le virgolette quando si riportano le frasi di un altro e persino di un Iniziato. Purtroppo chi fa ciò come nobile arte di sottoscala, si autogiustifica sempre e comunque.

Qui, da parte mia, preferisco dunque limitare le prossime righe alla cornice in cui si situa “Il Canto del Beato”, confidando nell’interesse dei lettori per l’ulteriore proseguimento.

La Bhagavad Gitā è un un episodio del Mahābhārata, narrazione epica di una visione della grande India unificata in cultura e vita politica, completata tra il V e il I secolo avanti Cristo e che si traduce letteralmente come “La grande India”.

Quando Dhritarāshtra, il re cieco dei Kuru diviene vecchio decide di cedere il trono non a suo figlio Duryodhana ma a Yudhishthira, il figlio maggiore di Pāndu, suo fratello minore.

Duryodhana, uomo di inclinazioni cattive, mediante scaltrezza e tradimenti, si impadronisce del trono e cerca ogni mezzo per annientare Yudhishthira e i suoi quattro fratelli.

Krishna, Dio incarnato, tenta di conciliare le parti: in nome dei cinque Pāndava chiede per essi cinque villaggi ma Duryodhana rifiuta brutalmente e dice che senza battaglia non cederebbe nemmeno uno spillo di terra. Diviene inevitabile battersi per la giustizia e il diritto.

Tutti i principi dell’India si uniscono ad una delle due fazioni. Krishna, amico imparziale, offre una scelta e Duryodhana sceglie per sé il potente esercito di Krishna e Krishna entra nel campo opposto, non come combattente ma come auriga del carro di Arjuna (uno dei cinque pāndava).

Drona, il maestro di ambedue, sceglie Duryodhana perché il suo nemico Drupada ha scelto l’altro campo. Bhīshma, parente di ambedue i capi delle opposte fazioni, l’uomo più forte dell’India seppure anziano e che aveva tentato la riconciliazione, dopo un scrupoloso esame di obblighi e doveri e visto che nemici s’erano schierati a fianco dei pāndava, decide di combattere con Duryodhana per dieci giorni e poi di ritirarsi in morte volontaria ottenuta cioè con mezzi iperfisici.

L’auriga del carro del vecchio re cieco e spodestato svolge per lui la cronaca degli avvenimenti della lotta mai superata in importanza nella storia dell’antica India: qui inizia la Bhagavad Gitā, cioè il Canto del Beato, perché ripete le parole di Krishna, il divino incarnato e perché insegna all’uomo come elevarsi alla coscienza divina, realizzando nel terrestre il Regno dei Cieli.

Dei cinque fratelli pāndava, il maggiore era il più puro e virtuoso (sattvico), il minore era il più forte (rajasico) mentre Arjuna, terzo dei fratelli, era in equilibrio in forza e purezza: per questo fu scelto dal Divino per essere il suo principale strumento nella grande guerra che doveva determinare, nel mondo, un ciclo, yugāntara, e per essere il discepolo a cui dare il messaggio divino della via allo Spirito.

Se pensiamo l’insegnamento antico come staticamente immerso nel suo splendore, la figura di Arjuna e il momento dell’insegnamento infrangono tale pensiero.

Arjuna è un uomo attivo, posto nel mezzo della sua più profonda e violenta crisi. Il suo temperamento è indicato dall’inizio del libro ed è conservato fino alla fine: consapevole del grande massacro (di cui è destinato ad essere il principale strumento!), quello che sorge nella sua anima non è ragione filosofica o spirito riflessivo ma da uomo pratico e d’azione scopre di colpo di venir privato di tutto il fondamento della fiducia in sé e nella vita.

Egli, vissuto finora seguendo la legge (dharma) e mettendo in pratica le nozioni di diritto e virtù, scopre improvvisamente che esse l’hanno condotto a diventare il protagonista di un massacro terrificante e inaudito, di una mostruosa guerra civile che incendia tutte le nazioni, prepara la strage dei più valorosi eroi e minaccia la rovina della civiltà.

Allora Arjuna, gettando lontano l’arco divino e la faretra inesauribile che gli erano stati dati dagli dei, esclama: “ è meglio che io mi lasci massacrare, disarmato e senza resistenza, dai figli armati di Dhritarāshtra. Non combatterò”.

Non è il dubbio di un pensatore ma piuttosto la rivolta elementare di tutto il suo essere: non solo il suo pensiero ma anche il cuore e gli impulsi vitali non trovano più regole d’azione, nessun valido dharma.

Egli chiede allora a Krishna una regola sconosciuta, mentre il Maestro lo condurrà verso il segreto che Arjuna non chiede di conoscere. Il Divino non vuole condurlo ad una legge qualsiasi (inevitabilmente umana) e chiede piuttosto che rinunci a tutti i dharma, tranne a quello, ben diverso da tutti, che consiste nel vivere coscientemente nel Divino e nell’agire secondo questa consapevolezza.

Il Maestro deve dare al discepolo una nuova legge di vita e d’azione che vada oltre l’insufficiente regola dell’esistenza ordinaria con l’infinita serie di contraddizioni e conflitti, di dubbi e certezze illusorie, così che liberi l’anima dai legami dell’azione senza impedirle di agire e con forza conquistare l’immensa libertà del suo essere divino.

La Gitā non è arma di battaglie dialettiche,

è una porta che si apre sull’intero mondo di Verità,

di esperienza spirituale, e la visione che offre comprende

tutti i domini del piano supremo. Essa traccia il cammino,

ma non innalza mura o barriere per confinare la nostra visione.

                                                                                                                (S.A.)

TRADIZIONE

JANUA COELI (di Savitri)

*

Janua Coeli

Dimenticare le parole,
nessuna più
che possa dire di Te
mentre in noi solo
l’Oscuro Mistero
rivela le sue trame
bramante la vita,
d’incarnare l’infante:
Archetipo d’Uomo
adorato dalle gerarchie
difeso al mattino
dal Fiero Arcangelo
brandente nel Silenzio
la rovente
Spada del Pensiero.

I verbi sopiti, serbati
in labbra di fanciullo
attendono la Madre,
il suo bacio di Rose
che li conduce
nel suo
Cuore Maestro,
al sorger della Luna.

Janua Coeli!
Sulla Soglia t’affido
mio ardire umano,
mio timore di fallire,
mio silenzio più sacro.
Nella notte più buia
che Tu possa con Michele
insegnarmi la Parola nuova,
nella laringe innestare
il frutto del ventre tuo.

Un nuovo Figlio
all’alba della terra nuova:
non articolerà
parola conosciuta
ma fiori,
fiori e fiori,
in morbide fluenti
cascate di profumi
cadranno dalle sue labbra
a coprire di tappeto
la Via su Giove:
petali divini,
Pensieri d’Amore.

( S. S. )

 

ARTE, MICHELE - La Via del Pensiero, PENSARE MASSIMO (poesie di Savitri), POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

VITA DEL PENSIERO COME IMPULSO SOCIALE (di Yuika Uchiyama)

 

Michele

(Liane Collot d’Herbois «Arcangelo Michele»)

*

L’economia, la società e la cultura moderna mostrano visibilmente un dimenarsi spasmodico, una richiesta di rinnovamento, una sete di impulsi vivificatori. Una sorta di malattia che non trova cura, poiché si ignora l’ingrediente ultimo ma in assoluto piú reale ed efficace: la conoscenza del Mondo Spirituale. La consapevolezza e l’accettazione dell’ordine soprasensibile può riportare l’armonia cosmica nei sistemi politico-economici ispirati oggi da materialità e astrazione, termini apparentemente opposti tra loro ma in realtà appartenenti alle due facce della stessa medaglia nelle mani di Arimane.

È la medaglia della quantità, privata volontariamente della memoria della qualità. «Il realismo del sensibile va superato con la potenza realistica dell’idea: che è la verità del sensibile», scrive Massimo Scaligero nell’Iside-Sophia. È necessario permeare le singole azioni di una sostanza illuminata, tenendo viva in sé la convinzione che non sono sufficienti gli atti ritenuti socialmente caritatevoli e meritevoli, poiché la verità non giace sempre nella bontà apparente. La Verità si trova nell’intuizione di ragioni piú elevate, talvolta difficili da comprendere per l’intelletto umano, donate dalla fede nella forza del pensiero vivo, operante nell’attimo prima che il pensiero razionale fluisca.

La travolgente potenza del pensiero inizia recentemente a essere presentita anche da realtà lontane da conoscenze spirituali, come a mostrare un nuovo andamento dell’evoluzione. Oltre ai soliti “uomini del momento”, istruttori dei moderni “individui vincenti”, i quali esibiscono la capacità di migliorare la vita tramite lavoro di pensiero, la cui finalità però permane nella sfera del guadagno e del danneggiamento altrui, degno di nota è uno studio della fisica quantistica russa inerente a quel 90% di DNA di cui ancora non si conosce esattamente la funzione. Tale DNA sarebbe una potente antenna che, in base alle informazioni ricevute da pensieri e parole interne ed esterne a noi, si modifica per poi trasmettere tale mutamento alle cellule dell’organismo, provocando un riflesso in esse. È un tentativo di spiegazione scientifica delle intuizioni, della telepatia, delle guarigioni tramite pensiero e via dicendo (The DNA-wave Biocomputer).

Questo studio è di certo un importante riscontro di leggi piú elevate esplicantisi sul piano fisico, ma è condotto in relazione al sistema nervoso e al cervello, i quali, come sappiamo dai nostri Maestri, hanno perso la loro originaria vita di luce per permettere l’esperienza sensibile e razionale. La tendenza della scienza a ritenere che il pensiero logico-matematico e riflesso sia la vera luce, è un tranello di Lucifero, attuato al fine di tenere prigioniera la Vergine Sophia.

Di conseguenza l’indagine del mondo puramente materiale, scontrandosi con lo strumento stesso con cui è compiuta – il pensiero – inizia a dare segni di cedimento. Solo il pensiero puro apre le porte alla vita del mondo eterico, libera il sistema nervoso, ripristina la memoria cristica del cuore e riporta l’unione androginica nel sangue eterizzato; qui l’Io, con la sua luce solare, può rincontrare allora le forze della  Luna celeste, della Vergine Sophia, colei che rappresenta

Iside-Sophia

  «il superamento del riflesso nel pensare e nel sentire», spianando la strada al Cristo. A tal fine è indispensabile l’intervento della forza di Michele, la volontà cosmica che vince gli incatenamenti degli Ostacolatori.

La realizzazione del Cosmo dell’Amore, verso il quale ci incamminiamo con passi lenti e con pesanti catene da sciogliere, richiede il riconoscimento della forza d’Amore all’interno del pensiero. Ancora nell’Iside-Sophia leggiamo: «Se si riesce a concepire la sintesi delle forze di tutte le Gerarchie fluenti nel Cosmo, si può avere l’idea della Forza-Christo e si può anche riconoscere che tale Forza è Amore Divino diveniente amore umano. Il farsi umano dell’Amore Divino è la virtú della Vergine Sophia, servente l’opera di Colui che incarna l’Amore Divino. Ciò è possibile, perché l’impresa del Figlio dell’uomo non è soltanto la convergenza della donazione di tutte le Gerarchie, ma parimenti il fluire di una potenza che giunge dal dominio superiore a quello delle Gerarchie medesime: il dominio del Mistero della “Causa prima senza cause”, da oltre il cielo cristallino. Ciò che viene dal Christo, la Terra invero non l’ha mai conosciuto: attende conoscerlo. Questa l’impresa dell’uomo».

Questo sacrificio, compiuto per rendere l’uomo libero e cosciente, superando lo smarrimento e la perdita di memoria della propria essenza divina, si manifesta nel pensiero riflesso. Scrive ancora Scaligero: «La degradazione del pensiero spiega l’angustia di questa Cultura, il disagio della Civiltà, il sacrificio che in forma in gran parte inconscia assedia l’uomo».

La riforma sociale, dunque, esige la liberazione del pensiero. Solo l’anima ripulita e mossa da pensiero in quanto forza d’amore potrà permeare di impulsi spirituali l’economia, la giurisdizione, la cultura. La giusta luce può essere riportata non dalla fredda e astratta matematica quantitativa, ma dalla conoscenza della vita spirituale in quanto qualità retrostante e immanente in ogni avvenimento.

In una circostanza in cui vi è una esigenza urgente di conoscenza, il nostro lavoro spirituale, mirante alla resurrezione dell’essenza originaria del pensiero, dovrà responsabilmente essere donato all’organismo sociale.

Occorre quindi operare con lo spirito comunicato da Steiner tramite le parole: «Oh Michele, io mi raccomando alla tua guida con tutta la forza del cuore, cosí che questo giorno possa diventare l’immagine della tua volontà di porre ordine nel destino».

 

Yuika Uchiyama

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.(per gentile concessione di www.larchetipo.com/2013/lug13/juvenilia.pdf)

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MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE

L'ARCHETIPO – AGOSTO 2013

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In questo numero

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 54

Socialità
O. Tufelli L’ultima metamorfosi

Poesia
F. Di Lieto Radiestesia

La ricerca
Grifo Il servo di tutti

AcCORdo
M. Scaligero L’alimento del Divino

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Processo di guarigione

Il Maestro e l’opera
A. Marcigliano Scaligero, il Maestro dimenticato

Musica
Serenella L’ABC della musica

Sacralità
M. Marinelli Considerazione sull’Io sono

Juvenilia
Y. Uchiyama Contraddizioni animiche

Personaggi
B. Hégu Liane Collot d’Herbois

Recensioni scaligeriane
M. Scaligero Dalla rivista «Giappone», sullo Zen

Esoterismo
M. Iannarelli Nessi esoterici del testamento di R. Steiner

Inviato speciale
A. di Furia Il vaticinio della Nera Sibilla oracolare

Uomo dei boschi
R. Lovisoni Il libro

Scienza dello Spirito
R. Steiner Le Gerarchie spirituali

Costume
Il cronista Clic

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
A.A. Fierro, Dora Scialfa Il vento dello Spirito

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

SPIGOLATURE ESTIVE

Abu Simbel

*

La corporeità è condizionante. O almeno esistono condizioni serie che dovrebbero essere combattute, superate, sanate o ridotte. Secondo le competenze che spettano ai campi della vita.

Cito le più importanti:

Un’estrema debolezza fisica che risulti da malattie in fase acuta e dolori forti. Essa è tale da influire sulla comune autopercezione animica e sembra dissolvere la volontà, anche quando l’individuo ha compreso tutto il meglio nei confronti della disciplina.

In questo caso occorre fare il possibile per ristabilire la salute del corpo.

Ho però notato, anche in casi molto gravi, che rimane la possibilità della preghiera che può essere persino continua. Ma, e ne abbiamo già scritto, vanno bene anche preghiere semplici e brevi. Se l’estenuatezza è massima ci si può affidare al Cielo, al Divino, lasciando che sia proprio l’estrema debolezza a “lasciarci andare”: “Nelle Tue mani, Signore”.

Troppi impegni pesanti nella vita di tutti i giorni, al punto di non lasciare tempo e energia necessari per una pratica sistematica e continuata. Una disciplina da week-end, anche se protratta, non porta a nulla. Guardate che ciò può nascondere furbizie e imbrogli: molte persone affette da “angina temporis” dovrebbero soltanto darsi priorità e scuotersi da parecchie attività inutili o abitudini troppo consolidate. Un mio amico ricordava sull’Archetipo  come il dott. Colazza, medico di una volta cioè impegnatissimo, praticava le discipline interiori più importanti alle tre di notte!

La mancanza di una convinzione interiore, solida e intuitiva, quasi una “persuasione” alla Michelstaedter, che quella della Concentrazione sarà una strada maestra per il senso della propria vita. Se questa mancasse totalmente, non dovendovi essere costrizione di alcun tipo, sarebbe forse meglio abbandonare l’iniziativa, poiché viziata all’origine o troppo prematura.

Queste ultime righe riguardano più la mente che il corpo: sono comunque espressione della mente in quanto subordinata alla corporeità. Occorre abituarsi a scindere l’Osservatore da ciò che chiamiamo mente o psiche: l’Io non è la mente. Madame Blavatski disse al riguardo: “La mente è un buon servitore ma è un padrone crudele”.

Ricordiamoci spesso quello che non è un’astrazione ma un duro fatto: la psiche asservita al corpo asservito alle forze più basse dell’anima è totalmente ostile ad ogni sforzo che l’uomo compie per domarla.

Chi dice di domarla fumando o sferruzzando è uno sciocco che va lasciato in pace.

Per la disciplina, che inizia dal controllo dei pensieri e si focalizza nella concentrazione vera e propria, non illudetevi mai, non esistono misteriosi supporti interni all’operazione.

Essa però può essere svolta in condizioni circostanti migliori o peggiori: Attenzione! Questa non è una regola aurea: può succedere che condizioni difficili stimolino forze più profonde e quella che avrebbe dovuto essere una condizione di sconfitta a priori diviene un’occasione irripetibile di illuminazione.

Tra gli aiuti (sempre e del tutto) esterni all’operazione, possiamo indicare quelli che l’esperienza ed il buon senso insegnano.

Non praticare l’esercizio qualora vi sia la certezza di improvvise irruzioni di altre persone; non  farlo temporalmente vicini alla pesantezza di attività digestive oppure nel riposo immediatamente successivo ad un eccesso di sforzi muscolari; evitare, per quanto possibile, il rischio di forti rumori improvvisi e inaspettati, non fare la concentrazione in posizione distesa. Poi, come tutti sanno, evitare l’alcol, anche nei suoi aspetti minimi, come nelle paste  o nei cioccolatini (Scaligero diceva che anche una sola goccia arretra di molto il lavoro precedentemente svolto. Ciò può sembrare eccessivo: ricordiamoci che un essere particolare come la von Halle, per stare malissimo le bastò l’alcol usato tra gli eccipienti di un dentifricio messo a contatto con lingua e gengive).

Viceversa può essere di minimo aiuto un leggero stimolante come il caffè (non per tutti!), una rinfrescata al volto e alle mani, meglio sino ai gomiti (in certi casi può servire una breve doccia fresca). Più importante è l’abitudine a vesti comode o almeno a liberare il corpo da cinture, stringhe o in genere da cose che stringono: flusso sanguigno e respirazione non vanno costretti.

La posizione della colonna vertebrale dev’essere naturalmente verticale: a ciò può venire in aiuto un cuscino posto all’altezza dei reni.

Meglio abituarsi, almeno per un certo tempo, ad una posizione generale. Le mani possono cadere sui braccioli, quando ci sono, o poggiate sopra le ginocchia. Alcuni tengono le mani congiunte (destra sulla sinistra).

Le gambe non andrebbero incrociate e la base del busto non dovrebbe trovarsi più in basso rispetto all’articolazione della gamba. A farla semplice l’immagine riassuntiva è data dalle ieratiche statue dei Faraoni in posizione seduta.

Queste sono indicazioni di base, che non hanno nulla a che vedere con l’attività interiore messa in moto nell’esercizio, così come il più volte menzionato tubo di rame è cosa diversa dal liquido che in esso scorre.

Quanto ho scritto favorisce soltanto il mezzo su cui l’esercizio, per molto o moltissimo tempo, poggia.

Alcol a parte, nessuna delle indicazioni può o deve costituire una forma di obbligo: dobbiamo piuttosto compenetrarci dalla non facile intuizione che l’attività del pensiero voluto è indipendente da ogni condizione corporea e ciò è assai più importante per lo sperimentatore di tutte le regolette di questo mondo.

Fuori da Eco, ho ricevuto per altre strade alcune perplessità circa le “cose” più elementari di cui scrivo. Sono cose ovvie, mi è stato comunicato. E l’osservazione è giusta.

Ma non trovo del tutto scontato che si diano per scontate come banali le cose semplici.

Come già raccontai, io fui fortunato ad avere relazione con personalità di valore e con amici molto attenti e attivi. E, nonostante questo, non fu certo affare di un giorno il liberarmi dai lacci, alcuni sottili e profondi che mi tenevano tenacemente legato a pregiudizi, soprattutto a quegli inconsci, che non si vedono ma sono svegli e attivi nel tenerti al guinzaglio. E più erano “ingenui” e tenui, più erano attaccaticci.

Non suona alcun campanello quando, inerzialmente, scivoliamo da quattro o cinque pensieri chiari a zone di nebbia fitta. Il nostro primo compito dovrebbe essere quello di portare alla luce della coscienza desta ogni pensiero, superando, per attenzione cosciente e dedicata, quei nodi di pensiero che vagano sotto la superficie frenando o incagliando le eliche della nostra barchetta.

In fondo è quello che fece, a ben altro livello, il Dottore con il primo capitolo della Scienza Occulta: trarre a consapevolezza e rettificare i dubbi e le matasse che possono arrestare o alterare lo studio libero e spregiudicato di quanto si legge nei capitoli successivi.

Inoltre so che esistono persone assai dotate, le cui capacità vengono bilanciate negativamente da una solitudine assoluta. Persone che vivono in minuscoli paesi e che non hanno possibilità di rapportarsi a qualcuno: vedono il vivente nella natura che li circonda e si arrovellano sul concentrarsi al chiuso o all’aperto. Alcune di queste hanno bisogno anche del pur scarso dialogo che tento con queste righe.

Questo, amici miei, è reale, mentre baloccarsi col pensiero facile sui massimi sistemi è, da Oriente a Occidente, solo una perdita di tempo e un allontanamento dall’essenziale. Dunque “sapersi sedere” è un essenziale? No certo! Ma anche sì (non a caso Maestro Eckhart scrisse: “Ho conosciuto Dio sedendo”).

Dobbiamo essere scandalosamente veritieri con noi stessi. Capita spesso che persino una frase mutuata da Scaligero, come “Via del Pensiero” (la cito a caso), venga detta, ridetta e difesa a oltranza senza che essa, il suo contenuto, sia chiaro nella nostra coscienza.

Bene, ora dopo avervi annoiato, passo ad un altro gradino del tema…

…che potrebbe essere su quale sia il carattere della qualificazione che potrebbe spingerci al tentativo di una disciplina del pensiero.

Probabilmente le motivazioni iniziali possono essere di due tipi: uno “alto” e uno più pedestre…ma che al fine di un buon sviluppo di capacità valgono lo stesso.

La prima è la conseguenza di una vera ricerca spirituale: in essa il ricercatore vede che il protrarsi infinito di letture e studi porta ad una sola finestra da cui…saltare.

Cioè interrompere la dialettica (verso cui è possibile giungere ad una sorta di disgusto) e agire.

La seconda appartiene a coloro che almeno tendono ad adeguare la propria vita ad un modello più logico, oppure per ottimizzare la destità o acquisire un po’ di pace della mente o ancora per sviluppare l’arte di evitare le suggestioni esterne nei confronti del proprio pensiero o per sviluppare una volontà più forte che consenta una padronanza di sé nella vita.

Insomma, tra il cominciare assai tardi e il cominciare con obbiettivi non eccezionali, propenderei per la seconda opzione.

Credere che occorra iniziare da un pensiero raffinato è una maya come tante. Forse fuori di tema comunico un fatto che molti non conoscono. Scaligero, visto che l’impegno (la forza) interiore era assai spesso inversamente proporzionale ai personali monumenti del sapere, valutò seriamente di introdurre alla Via del pensiero alcune persone preparate soltanto con le basi dell’euritmia, naturalmente messa in pratica. Senza altre mediazioni intellettuali. Contingenze esterne impedirono questo…esperimento.

In ogni caso la concentrazione non può essere un rifugio o un’evasione dal karma individuale e dal dharma generale della vita.

D’altronde superare l’invisibile trama di forze che si oppongono alla pratica della disciplina del pensiero è più difficile che conseguire una…laurea universitaria. Sebbene molti uomini normali siano capaci di completare in modo soddisfacente un corso di studi superiori, non tutti sono capaci di creare in sé stessi qualcosa che prima non era presente, cioè la capacità di concentrarsi, anziché accontentarsi di un semplice bagaglio mentale.

Mi soffermo, per ora, sugli ostacoli interiori.

Grosso modo, forse l’ostacolo principale riguardante la concentrazione è la natura emotiva incontrollata dell’uomo comune e impreparato.

Nella tradizione orientale esiste un termine che indica le tendenze mentali e astrali. Il termine è “vasana”. Mi sembra pratico, come quelli più in uso, come karma, maya, eccetera.

I vasana possono, nella concezione grossolana di buono o cattivo, essere di ambedue le specie, ma per una ascesi sono tutti ostacoli; sono indesiderabili e andrebbero minimamente arginati.

In parole povere, siamo capaci di rifiutare di occuparcene, almeno quando ci apprestiamo agli esercizi animici? Quali risultati possiamo aspettarci da questi se siamo del tutto incapaci di frenare o sospendere collera o avidità nei confronti di chicchessia e di conseguenza essere come costretti a pensare e sentire incessantemente al tale o alla tal cosa?

Ho indicato il negativo ma anche un irrazionale attaccamento alla famiglia che ci porta una continua ansia per il benessere di ciascun componente (dimenticando che possiamo portare amore ma anche rispetto per il destino di ognuno), può diventare un handicap formidabile.

Insomma, il risultato è che ci si trova incapaci di arrestare o equilibrare i pensieri superflui e persistenti.

Perciò disciplinarsi, dominarsi, vietarsi l’influenza dei vasana è uno dei lavori più severi che l’operatore deve fare in sé.

Mi pare che ben pochi siano coloro che da tali influenze vorrebbero davvero liberarsi: sono ancor meno di quelli che vogliono fare la concentrazione (Toglietemi tutto ma non i miei vasana!). Permettetemi la battuta in parentesi, ma si è potuto vedere spesso come figure di valore e capacità di visione, siano stati buggerate in queste zone, del tutto primitive e fin troppo poco  capaci di disciplina.

Un altro ostacolo, relativamente difficile poiché non esce sempre allo scoperto è il “materialismo istintivo”. Sembra una contraddizione ma vi sono anime attratte dalla spiritualità eppure incapaci di pensare o credere o sentire qualunque cosa che non possano toccare o vedere: è cosa che può raggiungere un notevole livello di raffinatezza in quanto tali soggetti possono trafficare con i grafici che presentano l’evoluzione dallo stato saturnio, possono ascoltare conferenze o leggerle…ma quando si staccano da tali forme legate alla percezione sensibile, per essi i mondi interiori non esistono più, il pensiero ridiventa un fenomeno astratto e collaterale.

Finché non si giunga ad avvertire una minima oggettività del pensiero o intuire una visione cosmica dell’uomo, il materialismo istintivo è un ostacolo, magari latente.

Essere in potere della superstizione è un altro grave ostacolo. Anzi, è una schiavitù della mente. Essa è costretta a pensare torcendo ogni realtà obbiettiva, popolandola di nessi spettrali. Quasi sempre il fratello della superstizione, il fanatismo, soccorre e nutre l’empia sorella.

Mi ricordo che F.G. si rammaricava per aver ricordato sull’Archetipo l’esercizio della moneta (qui ora non lo spiego). Persone “normali” gli scrivevano per avere delucidazioni e chiarimenti sul “responso della moneta”: chiedevano alla moneta cosa avrebbero dovuto fare nel decorso della giornata e via dicendo!

La faccia di una moneta come sostituto alla propria responsabilità d’azione: uno scambio perfetto.

Un’altra barriera che chiude la porta alla disciplina pratica è la mania di leggere troppi libri. Ciò procrastina l’azione all’infinito. Ci si procura un libro interessante perché sembra dire qualcosa di nuovo, poi terminato quello si procede avanti in una interminabile ricerca. Così è possibile trascorrere l’intera vita. Ci si dimentica che i libri sono realmente più numerosi dei mesi e degli anni da vivere. Quindi a che serve leggerne vagonate e poi morire prima di usare le cose che si sono conosciute?

In certi casi non è una bulimia che spinge il lettore ma una insoddisfazione per quanto ha sinora incontrato. Questi sono i casi in cui la ricerca deve proseguire.

Gli alcolisti e quanti sono dediti ad altri vizi che creano assuefazione non possono, in tali condizioni, praticare la concentrazione. Senza esaminare il lato occulto, la ragione più evidente è che la loro forza di volontà è prossima allo zero. Se le pessime e distruttive abitudini sono irrinunciabili, dove potrebbe trovarsi una forza interiore bastante per sopraffare la pigrizia e l’apatia mentale?

Altro ostacolo che frena da subito la giusta capacità di tentare positivamente il viaggio interiore è lo cercare “aiuti” da tutte le parti fuorché in sé medesimi. Vi sono spiritualisti in perpetua ricerca di grucce e bastoni. Qui tutto sembra far brodo. Con un atteggiamento assai tipico nei nostri tempi, si desidererebbe che “altro” facesse tutto al posto nostro. E’ con questo imbelle ed ottuso egoismo che ci si trascina da una conferenza all’altra o che si saltabecca da una massima morale ad una “immagine spirituale”, vampirizzando da ciò quello che sostituisce l’inazione individuale. Persino la preghiera, in questo caso, ha solo il significato di dire: “Signore, fai tutto tu perché io non ne ho voglia”!

Termino riprendendo la nozione di vasana che si applica fin troppo bene alla politica.

Con l’eccezione del limpido testo omonimo di Aristotele, la “passione” politica è quanto di più lontano possa esserci da un reale cammino interiore. Se idealmente potrebbe essere diverso, nella realtà essa separa, divide gli uomini, accende “fuochi” di oscura origine, genera ideologia e preconcetti giungendo sino all’odio. Anche quando si veste di nobili intenti.

A risentirci. Vedremo di trovare qualcosa di buono che implementi volontà, pensiero e destità ai fini di una sana disciplina, cioè quella che insegna all’uomo lo svincolamento da l’ enorme egocentrismo che lo imprigiona.

Queste cose sono come la fascia di asteroidi: i mille puntolini che orbitano intorno alla concentrazione: spesso quelli utili ruotano lontani e gli inutili tanto vicini che impattano l’esercizio sviandolo dalla retta orbita.

Se così non è, è pur qualcosa di simile: a sentire di tutti quelli che dicono di fare l’operazione, avremmo ad ogni passo iniziati e il mondo sarebbe guarito e salvo.

La natura del fondamentale è così “semplice” che in realtà articoletti di questo genere non dovrebbero nemmeno essere scritti e pensati.

Eppure mi par di vedere nella boccia della visione che così non è, che la mascalzonaggine così propria alle nostre anime, è ingegnosissima nel trovare scuse, travestimenti, nascondigli che evitino l’atto vero e questo avviene all’infinito!

Del resto questa formidabile attitudine già appare in tutta la sua gloria davanti alla lettura seria, di un testo fondamentale e credo ci sia poco da fare. Il Dottore, in parole povere, chiede una cosa sola: di pensare i pensieri che il libro ti offre l’occasione di pensare.

Mi sa che devo chiarire, e lo faccio nel modo più semplice: da una parte abbiamo un quid che chiamiamo percezione, dall’altra abbiamo il pensiero che incontra la percezione. Dall’incontro dei due, nella coscienza umana si forma un qualcosa che chiamiamo rappresentazione. Fin qui i fatti che non sono né buoni né cattivi (certo, la faccio semplice ma credetemi: non occorre affatto complicarla). Il brutto da bollino nero giunge quando l’uomo, il cosiddetto ricercatore spirituale, si lascia dominare dalle proprie rappresentazioni, come se queste, anziché essere mediatrici necessarie alla conoscenza (come diceva Goethe), fossero inappellabili demiurghi.

Allora sì che diventa possibile smantellare la FdL senza neppure leggerla: le proprie, inappellabili rappresentazioni, anche quando sono solo dei gusci di noce piccoli e vuoti determinano ogni realtà. E ogni esortazione a pensare con un briciolo di oggettività diventa un discorso ai sassi.

Ciò avviene anche ai sacramentati “alti livelli”: c’era il Dottore che avrebbe salvato solo la FdL poiché da essa sarebbe potuta scaturire tutta l’antroposofia, ora invece abbiamo Prokofieff che sdrucciola nel Gran canyon come Wile Coyote, tentando di spiegare con l’antroposofia la FdL (e quel che è peggio, con la “sua” antroposofia).

Amen…torniamo a livello del suolo. Non sarà mai troppo ripetuto che la concentrazione, quando la si realizza, fa a meno di qualsiasi supporto fisico o psichico e che tale atteggiamento di indipendenza dovrebbe essere un tentativo continuo anche quando si lavora per arrivarci. Questa indipendenza già la possediamo naturalmente quando l’attenzione viene completamente assorbita nella lettura o nell’osservazione di un fenomeno.

Ma appena determiniamo volitivamente un pensiero del tutto cosciente, iniziano i dolori: non c’è cosa che non inizi a sbraitare in noi, cominciando dalla corporeità.

Alcol a parte, nessuna delle indicazioni può o deve costituire una forma di obbligo: dobbiamo piuttosto compenetrarci dalla non facile intuizione che l’attività del pensiero voluto è indipendente da ogni condizione corporea e ciò è assai più importante per lo sperimentatore di tutte le regolette di questo mondo. Sì, l’ho già scritto, ma lo ripeto di nuovo.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SULLA PRATICA

 (Coscienza della luce – Marina Sagramora)

coscienzadellaluce

*

Sulla Concentrazione  potrebbero bastare le righe iniziali di una vecchia lettera di Scaligero che ripropongo qui sotto:

“La concentrazione deve essere un’operazione assolutamente semplice, inintellettuale, indialettica (pur servendosi della mediazione delle parole, la più parsimoniosa possibile): è una concentrazione di forza e nient’altro (….) riescono nella concentrazione perché ne fanno solo una pratica di intensità di pensiero o di attenzione portata al massimo, e questo è invero tutto”.

Se l’ho rimessa sotto i vostri occhi è solo perché so bene che occorre tempo per comprenderne il senso, semplice e, se si vuole, brutale, e assai tempo per fare o tentare una cosa del genere e, badate bene, sto parlando a chi è convinto e non a chi non ne vuol sapere.

Se uno, lo dico per analogia, non vuol tuffarsi, esso è padronissimo di non farlo e nessun incitamento o convincimento di altri gli farà cambiare proposito ma anzi lo irriterà e lo indurrà a mantenere anche più saldamente la sua posizione di rifiuto.

Ma è purtroppo anche vero che le astuzie che l’anima (astrale) mette in moto sono infinite.

Dipende dal punto di vista: se qualcuno ha capito e segue con ogni goccia di coscienza l’indicazione di Scaligero, i trabocchetti e gli impedimenti rimangono, ronzano, ma senza il pungiglione. Sono come i rumori di fondo: che esistono ma vengono superati con la ripetuta dedizione della coscienza sempre più focalizzata sul tema predeterminato.

In tale senso non c’è nulla da dire o di aggiungere, poiché tutto viene fuso nella fornace dell’attenzione (per quanto possibile) totalmente dedicata.

Nella prassi, la differenza tra la Concentrazione e le vie più antiche è massima.

Non è mai esistita una ascesi superiore che non abbia utilizzato un’ampia serie di compromissioni psico-fisiche per attutire, ridurre sia l’impatto sensoriale, sia la molesta presenza interiore di pensieri e sentimenti vaganti per proprio conto. O che non abbia preparato l’anima ad una intonazione morale o religiosa: l’equivalente interiore di una sorta di cerimoniale con tanto di vesti, simboli e formule propiziatorie.

Quanto detto non nega il valore delle altre forze dell’anima ma sottolinea soltanto la cruda essenzialità dell’atto compiuto dall’io pensante che in questa fase iniziale ma fondamentale dell’Opera interiore ha invero bisogno solo di sé stesso, della sua propria attività liberata dalle scorie di ogni altra cosa.

Appoggiarsi ad altro, a qualsiasi cosa, sta a significare che l’assunto dell’esercizio non è stato ancora capito.

Le “varianti” individuali non hanno, per sé stesse, alcun significato concreto: usare parole o immagini o ancora parole e immagini, procedere più lentamente o velocemente nell’iter discorsivo; fare concentrazioni più lunghe o più brevi e persino farne molte o poche durante la giornata, sono solo modi che si adattano meglio (o peggio) alla capacità personale del momento.

Nel passare del tempo sarà il medesimo individuo a cambiare, a fare quanto possa infrangere il limite del momento.

L’unico senso positivo di qualsiasi modalità dovrebbe essere quello di farsi veicolo del massimo della forza d’attenzione concentrata.

Ripetere (con la massima determinazione) più volte al giorno l’esercizio è utile per stimolare la volontà portandola ad un limite  (oppure oltre quel limite) che non si sarebbe capaci di superare usando pochi minuti durante la stessa giornata.

La domanda su quante volte sarebbe opportuno ripetere la disciplina dovrebbe avere, come risposta più sincera, il consiglio di praticare fino a quando non avverte l’insopportabilità dell’esercizio per l’anima, quella che viene sentita come anima personale. Si dovrebbe entrare in una zona di dolore interiore col carattere dell’insopportabilità: se l’incursione riesce e ci si sente capaci di “tener fermo” in questo lago di dolore, significa che si sta attraversando la barriera cerebrale. Poi è l’interiorità che ci dice se l’esercizio, praticato troppo spesso o troppo a lungo, macini a vuoto.

Ciò che espongo senza tatto è duro ma necessario, poiché il grande segreto della Concentrazione è portare il Volere nella sfera del Pensare. E una simile Volontà non è quella comune, il brodino misto che la natura ci permette, ma è una Forza vera, una Potenza sconosciuta, più concreta del marmo di Carrara. Non è certo una di quelle forze, donate da questo e quello di cui si ciancia, suppongo allegramente, poiché non sono reali ma solo desiderate e sognate.

Come in palestra si spendono energie, anche un grande sforzo nell’esercizio richiede un grande consumo di energia: come per lo sforzo ginnico e sportivo, vale poi mangiare sufficientemente e dormire sufficientemente….poi giungerà il momento in cui le energie fluiranno dal Silenzio e da ciò che è oltre il Silenzio: tutto avviene in trasparente conoscenza: prima non dedurre stime e capacità che mancano. E’ solo così che ci si può far male.

Che le cose vadano per il giusto verso occorrono tre cose: destità per essere, sforzo per fare e resistenza per non mollare.

Sovente, presso un superamento della condizione precedente il lavoro interiore, si ha un effetto-conferma sino al corpo fisico: una destità maggiore riposiziona con il suo intervento l’asse verticale (colonna vertebrale), un approfondimento continuato abbassa il respiro che da toracico diventa automaticamente addominale e persino spinge in fuori la pancia (ciò significa che il centro inferiore della Forza (hara) inizia ad attivarsi oltre la funzione comune): questo è un buon sintomo perché indica che la fragile e tormentata zona dei sentimenti cede il posto di prima fila alla stabilità della zona del volere.

Naturalmente tutto ciò è individuale e relativo (comunque andrebbe avvertito a posteriori) e poi, alla fine fa parte della serie di ciò che è imperdurante: con la vera Concentrazione e con il Silenzio che l’accompagna, la tenaglia che ci tiene troppo vincolati ai ritmi ed ai fenomeni corporei, si allenta: solo ora possiamo dire di essere svincolati dalle forze corporee del soffio e delle altre forze corporee che s’erano travestite come fossero espressione dell’anima.

Ricordatevi sempre che i “fenomeni” che accompagnano il viaggio sono da un certo punto di vista stimolanti e positivi, ma quasi tutti sono anche segni del nostro servaggio alla corporeità, persino quando appaiono come squisite impressioni interiori. In molti casi, nel tempo, i fenomeni strani tendono a scomparire. Ciò indica la realtà del loro scarsissimo valore.

Rispetto al mondo esteriore e agli altri uomini, subentra nel tempo quello che Scaligero chiama “atarassia” e, se non le si desse automaticamente un significato (umanamente!) negativo, potemmo anche chiamarla ‘tersa indifferenza’ poiché non è maculata da simpatia o antipatia o personale interesse.

Poi se qualcuno pensa che tale indifferenza ci renda gelidi o lontani è solo perché non pensa fino in fondo (ma questo significherebbe sperimentare qualcosa ed è quello che non si vuole). In realtà ci si amplia, si esce dalla gabbietta delle proprie rappresentazioni – c’è gente che si autonomina esoterista o veggente e la vedi contratta in sé – si può guardare il mondo e gli esseri che ci attorniano senza i “veli di maya” del nostro avvolgente fardello…è allora che termini come amore e compassione possono trovare posto nella realtà e non essere solo lo specchio personale di carattere ed istinti o finzioni.

Gli esercizi esoterici, e con essi la concentrazione non si sottraggono a tale silente indifferenza: ora il motivo per il quale possono venir continuati nasce da una intuizione altrettanto certa e vera come per gli occhi fisici sono certe e vere le cose viste.

Insomma, cambia il panorama e il movente delle azioni…e per i più rimane incomprensibile la mia ostinazione a promuovere la Concentrazione come Via maestra per la reintegrazione all’Essere spirituale che siamo, che affermiamo di essere e di cui, in realtà, come individui pesantemente terreni, ne siamo lontanissimi.

Però, se non vi dispiace, ora continuiamo un pelino più seriamente il discorso intorno ai tanti supporti di base che circondano la pratica più difficile del mondo.

E già qui mi contraddico, perché la Fenice di cui stavamo parlando è in sostanza l’atto più privo di supporti che si tenta di compiere.

D’altronde se si intuisce ciò si comprende pure che i “supporti” allusi indicano più che altro quello che è meglio non fare: e con questo si intende, nel ‘tutto compreso’ anche le condizioni migliori e le abitudini peggiori – ma niente è obbligato: alla malora i moralisti che in qualche modo orbitano intorno all’esercizio della concentrazione!

Allora iniziate con lo slacciarsi le cinture strette (se non siete soli, fate in modo che non si fraintenda), ora mi calo più in basso…sino ai piedi: slacciate anche le scarpe (sciogliete le stringhe) se pure queste sono strette. Il senso generale è che il corpo non sia costretto e che il sangue circoli più liberamente possibile: questo fa parte della salute.

La pura concentrazione non implica più tensioni e squilibri, fisici o psichici: essa è potenzialmente risanatrice per i mali dell’anima e del corpo.

Può esserlo meno il lungo percorso che va dal primo tentativo di controllo del pensiero alla concentrazione vera e propria giacché per lungo tempo non si è capaci di sforzo interiore senza tendere nervi e muscoli, anzi portando ad essi una acuita sensibilità. Queste difficoltà non vanno combattute col rilassamento che rappresenterebbe una battuta d’arresto durante l’esercizio e, in generale, un ripiegamento verso l’usuale dominio della corporeità sul mondo interiore: solo l’insistenza dell’osservazione cosciente e voluta verso l’oggetto di pensiero attua la condizione eccezionale in cui l’osservatore e l’osservato attuano la loro dinamicità nella pura e sola sfera del pensiero.

Mitteleuropeo ha ragione da vendere quando ricorda l’importanza dei 5 ausiliari: essi valgono a molti livelli. Anche se pur essi diverrebbero un disastro se il III, il IV ed il V (equanimità, positività, spregiudicatezza) venissero artificiosamente rappresentati,  sentiti e indossati come una maglietta. Ho conosciuto persone finite con esaurimenti abbastanza gravi per aver irrigidito l’anima nella vuota rappresentazione di essere nella condizione suggerita dagli esercizi, realmente mai attuati o attuati formalmente, che è la medesima cosa.

Del resto è importante ricordarsi, senza illusioni su sé stessi, che l’elemento inferiore dell’anima, cerca sempre le vie sbagliate per non seguire la retta opera. Già negli anni trenta l’avv. Martinoli (quello che permise di fatto la fondazione della Società Antroposofica in Italia) rilevava che il legame con il Dottore non sarebbe stato perduto e non vi sarebbero state le lotte fratricide della Società, se gli antroposofi avessero ottemperato alle 5 discipline e (soprattutto) ai conseguimenti che a esse rispondono.

E’ un ideale alto e difficile che gli uomini facciano le cose giuste e la difficoltà si eleva a potenza quando le azioni rimandano alla conoscenza, al rigore ed alla veridicità nel segreto dell’anima.

Già quando (nella Società) si vogliono esporre le discipline come “igiene interiore”, qualcosa di essenziale è andato perduto.

Paradossalmente occorrerebbe la pratica della pura concentrazione per possedere una minima idoneità a trasmettere ad altri (oltre che a sé stessi) il senso vero degli esercizi esoterici – poiché esoterici sono! – anche quando sono visti come ‘preparazione’…

Preparazione a che? Prego farsi queste domande, qualche volta almeno!

Per mio conto sono affezionato al “rasoio d’Occam”, cioè alle soluzioni più semplici.

Sovrana tra queste è il ‘passeggiare’. Che ha estimatori illustri, come ad esempio Goethe. A uno che dalla Germania avverte che nell’estremo sud dell’Europa sta accadendo qualcosa di tremendo (terremoto di Reggio e Messina, 1783) credo si possa dare ascolto.

Vi ricordate l’inizio della II parte del Faust? Dove Ariel canta: “Elfi piccini ma dal grande cuore, dove possan giovare, accorron là. Incolpevole o reo, nel suo dolore, li muove ogni infelice alla pietà”.

La natura aiuta tutti, e con più forza quelli che hanno un’anima. Anche coloro che vivono al centro di una città possono realizzare, con il forte contrasto dei rumori e del brulichio che gli attornia, il senso dell’aria, più alta degli edifici, permanente e azzurrina, luminosa e libera oltre ogni umano confine e oltre la pesantezza di quanto è terreno. Poi qualche grande albero: vivo per il succo vitale che scorre da radici a foglie, odoroso perché questa è la parola di un essere muto e amico, vivo nella sua sapiente immobilità, ombra di celesti saggezze.

Potrebbe essere una passeggiatina di poche centinaia di metri, prima di cena o qualcosa di più importante. Il camminare è poliedrico, ha molti aspetti. Un mio amico ne ha scritto sull’Archetipo. Ma il senso più immediato è il sentire la natura (basta l’aria, l’imbrunire, il mutare della luce) anche “omeopaticamente”. Già così lenisce e risana il nostro interiore, ridistribuisce realtà e proporzione alle cose, disinfetta dai troppi ripiegamenti su sé stessi.

In tema di “salute” non andrebbe dimenticata la pratica sportiva o ginnica. Non c’è nessuno, salvo portatori di malanni immobilizzanti, che non possa trovare qualcosa di idoneo alle sue possibilità, calibrato su tempo, costi ed età. Una attività progressiva, di breve durata e ripetuta due o tre volte alla settimana offre solo benefici al corpo e alla psiche. Tendere ad esser sani e validi per la vita non è né un miraggio né un lusso inutile.

Portare nella corporeità maggiore consapevolezza, disciplinare la stessa volitivamente, stimolare i processi metabolici, rigenera quello che è concretamente il terreno da cui si parte per l’avventura interiore. Al contrario vige nascosto in certuni un pensiero/sentimento che vincola gli atti dell’anima ad una condizione di malessere psicofisico inteso come una strana qualità, una sorta di merito verso lo Spirito. Ciò potrebbe essere un residuo di antiche forme di spiritualità in cui il corpo veniva ripudiato e macerato. Mentre vale ancora il ben conosciuto detto: Mens sana in corpore sano.

Ricordatevi che una delle massime individualità spirituali del nostro tempo, Mirra Alfassa Blanche Rachel, chiamata con qualche fondato motivo “La Mère”, praticava ogni mattina qualche partita a tennis (il suo sport preferito) anche a ottant’anni suonati!

Digressioni di poco conto? Per qualcuno sì e per altri no.

Però mi sa che dovremo tornare al centro del discorso. Quello difficile perché nella pratica dell’esercizio non esiste un metro universale, fatte salve la volontà, l’attenzione e la costanza.

SCIENZA DELLO SPIRITO

UNA FIDUCIA ANTICA

Jacob Boehme, Mysterium Magnum, Mystery of the Creation

*

La fiducia che l’asceta ha in sé non è una fede ignorante, oscura, ma una fiducia luminosa: fiducia nella Luce invisibile, non nell’oscurità.

Può essere chiamata cieca dall’intellettualismo scettico già solo perché rifiuta di essere guidata dalle apparenze esteriori o da quelli che sembrano essere fatti, perché essa cerca il vero dove sono altri coloro che non vedono e non poggia sulle grucce della prova sensibile e dell’evidenza: sente di non averne un vero bisogno.

E’ un’intuizione che non attende l’esperienza per essere giustificata: è la potenza che conduce all’esperienza.

Se io credo nella capacità dell’autoguarigione, troverò domani o tra mille anni il modo di guarirmi.

Ma se comincio la disciplina con il gelo del dubbio e continuo con dubbi ancora più grandi, fino a che punto potrò proseguire il viaggio che cerco di intraprendere?

Questa fiducia così speciale non dipende dall’esperienza diretta. E’ qualcosa che esiste in me prima dell’esperienza.

Quando si inizia la Concentrazione del pensiero, tale inizio non è quasi mai basato sulla forza dell’esperienza, nemmeno la logica del processo, anche se compresa e ricompresa, non è sufficiente. Esso principia con un profondo atto di fiducia, che indirizza con una scandalosa certezza senza nome.

A osservare bene, è così non solo nella vita spirituale ma anche nella vita comune.

Tutti gli uomini d’azione, esploratori, inventori, creatori di conoscenza, procedono con una sorta di fede incrollabile finché la prova non si presenti o l’impresa riesca…e vanno avanti malgrado delusioni, fallimenti, contraddizioni, negazioni: solo perché vi è qualcosa che dice loro che sono sul campo della verità e che l’impresa va portata a termine.

Secondo il grande Ramakrishna è una certezza che è certezza oppure è altro: deduzione ragionata, convinzione provata, conoscenza accertata: cose non inutili ma che non sono mai l’intima radice della nostra azione.

La fiducia che qui intendo è la testimonianza dell’anima verso qualcosa che non è ancora manifestato, compiuto, realizzato, ma che L’Essere che è in noi conosce anche senza previe indicazioni e ci avverte che è vero, che è il valore estremo da seguire e realizzare.

Qualcosa in noi persiste, resiste anche se la mente viene tormentata e la psiche corporea si rivolta e rifiuta.

L’ascesi del pensiero comporta lunghi periodi di delusione, di smacchi, di stanchezza e oscurità. Eppure qualcosa in noi ci sostiene, ci spinge nostro malgrado: sentiamo che ciò che seguiamo è vero e davvero, in fondo, lo sappiamo.

La fondamentale fiducia nell’ascesi del pensiero, nel risveglio di sé, è che l’uomo spirituale esiste e che reintegrarsi a esso è il valore supremo della vita.

Finché un uomo ha questo ardore interiore, è segnato dallo Spirito, e se anche la sua natura fosse piena di ostacoli, gremita di negazioni e difficoltà e dovesse lottare per la vita e ancora oltre, un remoto impeto fa di lui un essere predestinato al Risveglio della Vita spirituale.

 

TRADIZIONE

IL LIMITE DEL DUBBIO

Verso la luce

Una delle cose intelligenti e importanti nell’uomo contemporaneo è la capacità di dubitare, tant’è che l’alternativa opposta è credere a tutto, prendere ogni cosa per oro colato, che è roba da imbecilli. Poi però anche dubitare di tutto potrebbe essere anche peggio…se comincio a dubitare del mio portacenere mi piomba addosso la psichiatria e mi appiccica una sindrome, mia ma col nome di un altro. Insomma mi infilo in un pasticcio da cui il mio Garmin non se la cava con percorsi alternativi.

Non di meno vorrei scrivere sul dubbio, però mi assale il dubbio che sarebbe impossibile scrivere di qualcosa che sembra senza fine. O forse per trattare convenientemente l’argomento occorrerebbero 60, 600 pagine…ma nemmeno 6.000, anche se convincenti potrebbero convincere il dubbio.

Esso esiste per sé medesimo e la sua funzione è il dubitare: sempre, anche quando uno pare convinto. Convince di essere una ricerca proba e onesta, ma probabilmente lo fa per convincere chi l’accoglie a prenderselo in casa e nutrirlo.

Comunque sia, continuo queste righe. Però non dal dubbio ma dalla folle esigenza che lo Spirito sia una certezza concreta: tanto concreta quanto qualsiasi fenomeno percepibile ai sensi, anzi un poco o tanto di più.

La certezza dello Spirito non deve eguagliare in concretezza tutto quello che nel mondo può essere testimoniato da vista, udito, tatto, ecc. e, non occorre dirlo, nemmeno dai pensieri o immagini fondati su questi: tutto questo fa parte di un mondo in cui  il dubbio è lecito e spesso terribilmente necessario…

Lo Spirito che sia Spirito dev’essere indubitabile: come la luce del giorno o l’aria che si respira, non certo per quella strana paresi animica che lo sciocco di oggi giustifica con la fantasima di una gran cosa che un tempo fu chiamata fede: miserabile alibi per poter credere a tutto con la letea comodità di pensare a niente.

Per chi ha provato un momento di verità il problema si pone come permanenza: essa il più delle volte ( quasi sempre) non c’è proprio ed è un vero tormento.

Perlopiù l’esperienza spirituale viene e si ritira un attimo dopo, attendendo che l’elemento umano sia più che preparato e disposto a sopportarne la realtà infinita, per non parlare della rivoluzione assoluta che porta in sé.

Ci si può rendere conto a fatica o con lucidissima disperazione di questo venir presi per attimi ed abbandonati per mesi o anni o anche per un tantino di più.

Ma dubitare per questa ragione dovrebbe essere insensato. Non si dubita dell’esistenza dell’aria se il vento forte soffia raramente, non si dubita della luce solare se viene il buio tra il crepuscolo e l’aurora.

Forse la difficoltà sorge a causa della “super normalità” dell’esperienza spirituale.

La “normalità”, debole e limitata riesce difficilmente a stabilire un contatto con l’esperienza spirituale, tanto più vasta ed intensa che può venir colta spesso a posteriori nella coscienza riflessa, nella sensazione, entrambe più scialbe, diluite: dopo l’attimo vero e indubitabile ciò che si può trattenere sembra, nel tempo, diafano come un sogno.

Le esperienze decisive non possono essere “provocate”. La permanenza (che le renderebbe normali su un piano superiore) non può farsi stabile finché il pensiero riflesso interpone riserve, pregiudizi: insistendo con questi per conseguire la certezza dello Spirito tutto ritorna confuso.

Sulla via del ragionamento, del dubbio, dell’inchiesta e di tutto il ciarpame dell’ignoranza (avidyā) si giunge alla verità certa e inconfutabile della…confusione mentale.

E il riferirsi allo Spirito scade sempre in chiacchiere da avvinazzati astemi.

Esiste nella capacità dell’uomo l’atto di pensiero che estingue il pensiero riflesso: questo è il grande segreto dato dalla Filosofia della Libertà o dal Trattato del Pensiero Vivente: segreto manifesto che almeno alcuni fingono di cercare, ma con pensieri ulteriori: grandiosi, acuti…purché siano ulteriormente riflessi (a gloria del proprio soggetto usurpatore dell’uomo). E qua siamo nell’Élite, giacché per tanti sono testi in antico aramaico.

La scomodità dell’esperienza spirituale sta tutta qui. Purtroppo per noi le esperienze spirituali non sono affatto simili alle costruzioni mentali o agli impulsi vitali. Non sono “ cose pensate” ma realtà sentite e vissute nella sostanza e nell’essenza di ciò che crea mondi e il principio umano.

Senza dubbio la coscienza pensante è sempre presente, può intervenire. Ha il modo di pensare lo Spirito, può avere credenze, è aperta alle emozioni, ai riflessi mentali delle verità spirituali e può anche giungere ad una specie di realizzazione che ripete, nel modo migliore consentito dalle sue possibilità, una qualche forma di verità e tutto ciò non è transitoriamente privo di valore ma non è concreto, né profondo, né sottratto al dubbio.

Per se stessa, la coscienza pensante riflessa è incapace di definitiva certezza.

Essa può dubitare di tutto ciò che crede, può negare tutto ciò che afferma, può gettar via tutto ciò che afferra (e infatti se ne libera strada facendo).

Potete sofisticheggiare che questa è la sua libertà, il suo nobile diritto, il suo privilegio: forse si esaurisce qui ciò che si può dire a sua lode. Ma con queste virtù non si speri di giungere a certezze definitive. E’ una ragione di sostanza per cui l’indagine sullo Spirito non è in grado di fare luce su Esso.

Se la coscienza è sempre impegnata con i suoi piccoli pensieri, con la grassa trippa delle conoscenze inutili (che si accompagnano sempre ad una folla di impulsi vitali, di desideri, di idee fisse e di tutto ciò che vizia il pensiero umano), anche senza tenere conto della innata insufficienza della ragione, come mai può esserci posto in noi per un nuovo mondo di conoscenza, per esperienze mai vissute nella vita di qua o per le formidabili irruzioni dello Spirito?

E’ possibile invece che nel sereno svolgimento delle sue abituali, prosaiche attività, l’anima  umana sia colta di sorpresa e come sommersa o rapita dalla folgorazione improvvisa dell’esperienza dello Spirito.

Ma se l’ordinaria coscienza si mette a interrogare, a dubitare, a fabbricare teorie e supposizioni su ciò che queste cose potrebbero essere, se sono vere e in quale misura oppure dove nasconde l’errore, cosa può fare la Potenza spirituale se non ritirarsi ed attendere che la coscienza finisca di agitarsi e fermentare?

A tutti coloro che dell’intellettualità astratta fanno criterio giudicante dell’esperienza spirituale (è una tentazione quasi generale), si potrebbe porre una semplice domanda: credete che lo Spirito sia più o meno della vostra coscienza così saccente?

La coscienza astratta, con il suo pensiero astratto, con il suo argomentare senza fine, col suo dubbio perenne, con le sue certezze di un giorno, è qualcosa di a) superiore o di b) eguale alla coscienza spirituale oppure le è c) inferiore?

Se più grande non v’è alcuna ragione, alcuna ricerca da fare.

Se uguale, allora l’esperienza interiore è del tutto superflua.

Ma se è inferiore, come diventa possibile – e a che serve – sfidare, giudicare, citare lo Spirito come accusato o testimone davanti al proprio tribunale, convocarlo davanti a commissioni esaminatrici o schiacciarlo tra i vetrini nel proprio microscopio?

Se la coscienza comune non è la stessa cosa dello Spirito, allora non è nemmeno una fantasia arbitraria e tirannica insistere affinché la coscienza riconosca i propri limiti, se ne faccia una ragione, impari a rinunciare alle pretese e permetta gli atti interiori che sanno trarsi oltre al suo modesto livello.

Non intendo dire che la coscienza ordinaria non abbia nulla a che vedere con la vita spirituale, ma soltanto che non può esserne lo strumento principale e meno ancora l’autorità  che subordina tutto al proprio giudizio, compreso lo Spirito.

E’ la coscienza ordinaria che deve farsi radicalmente modesta, per ricevere in silenzio quanto una Coscienza più grande le insegna, subordinarsi nell’ascesi (ascesa) a stati che non operano secondo i canoni del mentale, permettendo che la sua penombra vacillante sia ridisegnata, forgiata da una Luce (forte, reale, più intensa del granito…forse adamantina) che dissipa la cecità, la sordità, l’insensibilità che chiamiamo destità umana, pure talvolta filantropica, e che la certezza, la pienezza, la gioia (ananda) sostituisca l’antecedente contenuto dell’anima, quello incerto, limitato,deluso e dubbioso.

SCIENZA DELLO SPIRITO

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CONTRO LA BANALIZZAZIONE DELLO SPIRITUALE

CirceGreeks2

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In questa epoca oscura, malvagia e imbecille, l’uomo sta dimostrando tutta la sua stupidità muovendosi con totale spensierata incoscienza in quello che potrebbe dimostrarsi il massimo dei pericoli: la caduta nel subumano, la perdita della coscienza dell’io, la degradazione in una abiezione ignota agli altri esseri, animali compresi. Verrebbe proprio da parafrasare, stravolgendola, la Tavola di Smeraldo di Hermete Trismegisto, dicendo che ciò che è in basso è come ciò che è ancora più in basso, vista l’ostinazione con la quale l’essere umano si precipita nel varco che si apre pericolosamente sull’abisso di questa «trascendenza verso il basso».

E veniamo all’argomento più inquietante e doloroso: Massimo Scaligero innumerevoli volte ha parlato della responsabilità dell’esoterismo, affermando che gli esseri umani – buoni e malvagi, sapienti e stolti, infimi e sublimi – fanno tutti il massimo loro possibile, e spesso conducono una vita durissima, costellata di grandi dolori, di molte e gravi prove, sopportati per di più senza la luce di una conoscenza spirituale. Quelle che, invece, vengono meno – colpevolmente meno – al loro prescritto compito sono appunto le Comunità spirituali, che una tale luce dovrebbero portare – prima concretamente realizzare e poi generosamente portare – a coloro che son prigionieri nelle tenebre.

E invece le Comunità spirituali latitano nella più turpe diserzione. Latitano e disertano per fiacchezza della sfaldata volontà dei loro membri. Latitano e disertano, perché i membri delle medesime – che dovrebbero essere entusiasti, dediti, votati, eroicamente consacrati – per ottundimento del pensiero e sfilacciata volontà, portano avanti il tutto – secondo l’attuale decadente costume «italiota», che non è affatto «italiano», bensì profondamente «idiota» – all’insegna dell’improvvisato e dell’approssimativo, dell’episodico, dell’occasionale e del discontinuo, mostrando una volta di più l’incapacità di essere regola a se stessi, di essere interiore forza formatrice di se stessi, di attuare ed essere quell’«eghemonikòn», o «sovrano interiore», che già gli Stoici romani ed ellenici ponevano al centro della vita dell’anima. Ossia manca loro, ai sedicenti «spiritualisti», quello che nella mirabile tradizione spirituale cinese viene chiamato l’«asse che non vacilla», e in quella indiana, non meno luminosa, viene chiamata l’«incrollabile dimora» dal Buddha Shakyamuni, e l’«interiore, eterno, immortale Reggitore» da Yajñavalkya, il grande Maestro della Bṛhadâraṇyaka-upaniṣad.

La banalizzazione dello Spirituale è la difesa da parte dell’ego del suo stato di tamasica ignoranza, ossia in una condizione di avidyâ, di oscurante ignoranza, l’ego si avvince avidamente ad una condizione di turpe inerzia, di voluttuosa comodità, che gli permetta di continuare indefinitamente a rotolarsi nel fango e nello sterco, permanendo stabilmente – per lo meno a suo credere – in tale stato di abietta depravazione.

Unica terapia a tanta spensierata comodità, a tanta obnubilante voluttà, è il dolore che impietosamente dona amari, ma ben salutari, risvegli. Dolore che delude le voluttuose aspettative di indefinito godimento in una «suina» condizione (come quella dei compagni di Ulisse e quella degli umani di Indra, tutti temporaneamente trasformati in porci) di animali, la cui massima aspirazione sarebbe quella di rimestare col grifo nel truogolo. Dolore che disillude saviamente le ambigue «persuasioni», edonistiche e accidiose, di una ben limitata visione del mondo. Evitiamo, perciò, di pórci al livello dei pòrci: potrebbe non giungere nessun provvidenziale Ulisse, istruito da Mercurio e fornito della magica erba moly, benevolmente disposto a salvarci.

Ma tutta questa situazione – con la correlativa necessaria severità – riguarda esclusivamente i sedicenti «esoteristi», i troppo tiepidi «spiritualisti», il cui amore per lo Spirito è troppo fiacco, perché arrivino a compromettersi. Coloro che si affannano ogni giorno nello strazio del vivere, senza una luce di conoscenza spirituale che li orienti, li sostenga e talvolta li consoli, già hanno fatto e fanno tutto quello che possono, e che devono. Sovente essi, nella loro ingenuità, dimostrano alquanta più coerenza e moralità, saggezza e coraggio, energia e generosità, intelligenza del cuore e abnegazione, della maggior parte degli esoteristi e scienziati dello Spirito, che regolarmente tradiscono l’impegno spirituale liberamente assunto, e nella vita si comportano talvolta come dei tagliagole senza scrupoli. Experto crede Ruperto. Quindi tutto il discorso non è per loro.

Vi è una cosa che un discepolo dello Spirito non può proprio permettersi, ed è l’essere «borghese» nell’anima. L’essere «borghesi» nell’anima significa vivere al risparmio, non compromettersi mai sino in fondo, preoccuparsi delle «apparenze» ben più che della realtà. L’essere «borghesi» nell’anima significa perseguire una vilissima «politica del minimo sforzo» e, di conseguenza, attuare una gattopardesca strategia di «cambiare tutto o nulla», purché «nulla cambi». Ovverossia, essere «borghesi» nell’anima significa essere interiormente profondamente «reazionari», e avversare qualsiasi sostanziale cambiamento, che minacci di smuovere l’ego dalla sua voluttuosa inerzia, dalla sua fiacca accidia.

Naturalmente, l’ego del «lavativo» discepolo cercherà mille e poi mille motivazioni dialettiche per «ammorbidire», ossia per snaturare, una Via così pericolosa per l’indisturbata sopravvivenza dell’ego. Si dirà che la Via del Pensiero non è una Via per tutti, che può rivelarsi essere una «via del sublime egoismo», che bisogna stare attenti a fare troppa concentrazione perché fa o può far male (se è per questo all’ego la concentrazione fa malissimo, anzi può dimostrarsi addirittura mortale), che esiste una «via dell’anima», una necessaria «via o prassi del sentire», che una completa austerità per molti è insopportabile (sicuramente per l’ego essa è odiosamente insopportabilissima), che alla Soglia del Mondo Spirituale, e ad incontrare il Guardiano che sorveglia la medesima, oramai non si deve più giungere individualmente – in solitaria, direbbero gli ardimentosi alpinisti – bensì «tutti insieme appassionatamente». Viene «consigliata» una pavida prudenza, si invitano «premurosamente» gli audaci a «non esagerare» – intensivamente e quantitativamente – con l’impegno interiore. E in taluni casi, non poi così infrequenti, si giunge a deformare e diffamare la Via e Colui l’ha donata, nonché a calunniare chi, sia pure con mille inadeguatezze e cadute, cerca di percorrerla, e di indicarla ai sinceri cercatori dello Spirito.

Ma lo Spirito non può ontologicamente essere deludentemente «borghese» e reazionariamente «conservatore», bensì lo Spirito è quanto di più audacemente rinnovatore, la forza più radicalmente trasformatrice, dissolvitrice e rinnovatrice, autenticamente «rivoluzionaria» dell’Universo.

Una volta, Massimo Scaligero rivolgendosi a noi giovani, parlò dello Spirito del Tempo o Antico dei Giorni, e citò un verso della Bhagavad Gita, nel quale il Supremo, manifestantesi nel suo Avatâra in Kṛṣṇa diceva: «Io sono lo Spirito del Tempo, eretto nella sua enorme statura, per la distruzione dei popoli». Massimo Scaligero commentò il verso mettendo in evidenza come lo Spirito del Tempo sia l’essere veramente rivoluzionario, che abbatte e dissolve ciò che non ha la forza o la volontà di trasformarsi da sé, ed aggiunse come lo Spirito del Tempo si serva degli stessi Dèi distruttori per lacerare e demolire quelle «apparenze» che avvincono all’illusoria Mâyâ l’incosciente e bramoso essere umano. È lo stesso uomo egoico, che nel suo istinto conservatore, si espone all’azione dissolvitrice dello Spirito del Tempo attraverso l’azione, indubbiamente terribile e pericolosa, degli Dèi ostili e distruttori.

Istituzioni sociali, culturali e religiose cristallizzate, la cui funzione è storicamente superata – anzi oramai decisamente mummificante e irrigidente – attraversano crisi e sconvolgimenti drammatici, i quali eloquentemente mostrano che «ciò che è vecchio, convien che muoia», e che è appunto l’abbandono e il dissolvimento dell’antico, indebitamente sopravvivente alla sua positiva, ormai trascorsa, funzione, la condizione necessaria e imprescindibile della nascita del «nuovo». Anzi, ad una visione più audace è palese come sia il nascere e il sorgere del «nuovo» a provocare il decadere e il morire dell’antico, che non vuole trasformarsi.

Così come le istituzioni, culturali e religiose cristallizzate, nella loro rigidità, temono la trasformazione e la ostacolano con ogni mezzo, così pure la natura inferiore nell’essere umano, la natura egoica, teme, evita, cerca di sottrarsi, ostacola e combatte con ogni mezzo quella trasformazione, che deve mettere fine a tale esistenza egoica, la quale è una forma di adulterio e di tradimento nei confronti del Mondo Spirituale, della nostra Patria originaria, e del nostro essere originario, che è lo Spirito.

Questo elemento conservativo della natura egoica, che può assumere nei vari casi forme «reazionarie» o apparentemente «rivoluzionarie», rimane sempre profondamente «borghese», infidamente «borghese», deludentemente «borghese», ed è ciò che più respinge ogni realizzazione spirituale. L’ego segretamente «sa» molto bene ciò, ed è per questo che si sottrae con grossolane o raffinate strategie ad ogni profondo, autentico, sincero, impegno nella pratica interiore. L’ego, nel suo stato di menzogna evita di fare «sul serio» l’ascesi, di compromettersi sino in fondo nell’ascesi: la può anche fare, ma sempre – magari incoffessatamente – come un «giuoco»: ed è per questo che la natura «egoica» è «borghese» nel suo profondo. È nell’attuale, stupida e banale, civiltà «borghese», che si vede per es. il fenomeno, profondamente insincero, di bravi borghesi che «giuocano» – giuocano goffamente e comicamente – alla guerra.

L’evento più tragico della vita dell’umanità – la guerra che distrugge la vita, la cultura, la civiltà, la stessa natura – diventa un banale «giuoco di ruolo», nel quale tutto è finto, tutto è menzogna e non si rischia niente. Mentre nella guerra vera, invece, si rischia tutto: si dà e si riceve la morte, si può venire feriti, o menomati, resi definitivamente invalidi. Dalla guerra – quella vera – si possono ricevere ferite interiori inguaribili, si può essere portati a immani crisi morali, all’estrema disperazione. In taluni casi, la guerra – quella vera – può persino trasformare un essere banale in un autentico eroe, capace di donare, senza veruna retorica, la propria vita per le persone che con lui combattono o per la Patria. Tutto questo nel borghesissimo «giuoco di ruolo» non c’è, perché in esso tutto è menzogna, finzione, senza peraltro alcun rischio.

La cosa più grave è quando la stessa Scienza dello Spirito viene ridotta ad una «recitazione», ad un «giuoco di ruolo», ad un divertissement rispetto alla piatta routine della vita borghese, la cui menzogna viene disvelata dalla fiacchezza dell’impegno della volontà, dal non compromettersi mai, dal non rischiare mai nulla: il tutto a beneficio della sopravvivenza del miserabile ego umano, che non vuole morire. E invece deve morire. Deve schiantare, polverizzarsi, dissolversi: in una parola sparire!

Al fine di evitare tale miseranda quanto ben meritata fine, tra le varie strategie messe in atto dall’ego, vi è la pure la banalizzazione. Vi è quella becera – new age style – un po’ hippy in ritardo, un po’ theosophical, e vi è invece la banalizzazione più radical chic, più trend di giornalisti, di politici e politicanti, di attori, degli economisti, dei letterati, degli ecceteristi, ossia di tutti coloro che liquefanno la Scienza dello Spirito in un oceano di chiacchiere. Pur di non praticare con dedizione, con sincerità, con progressivi impegno e intensità la Via del Pensiero. Pur di non praticare con consacrazione la concentrazione interiore. La quale nei suoi vari gradi, che vanno dal semplice controllo del pensiero, alla concentrazione volitiva e unicitaria, alla concentrazione profonda, sino alla contemplazione, è l’unica Via, includente in sé ogni altra tecnica interiore, l’unica che conduce alla liberazione del pensiero, al Pensiero Vivente, al Pensiero-Folgore, all’Iniziazione.

SCIENZA DELLO SPIRITO
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