DALLA SCUOLA ESOTERICA

Rudolf-Steiner-

Nota 1 : ricordo ai lettori che l’attività del Dottore nella Scuola esoterica, svoltasi dal 1904 al 1914, iniziò nella preesistente Scuola esoterica teosofica che Egli modificò progressivamente secondo i contenuti della Scienza dello Spirito. Gli studenti della Scuola erano perciò teosofi. Così le comunicazioni del Maestro furono modellate, al principio, su quanto era famigliare al linguaggio e alle conoscenze degli ascoltatori.

Nota 2 : i lettori noteranno un omissis verso la fine della conferenza: infatti non ho trascritto alcune indicazioni ed i mantra relativi. Ciò appartiene alla Scuola e non ad un blog. Provo un sottile orrore quando vedo meditazioni e discipline della Scuola apparire, come niente fosse, nei siti dei social. Sciorinate alla curiosità e diletto dei curiosi. Non posso nulla affinché ciò non avvenga. Posso forse, fuori tempo e “fuori moda”, far sì che Eco non faccia parte di questa deriva. Certamente sono cose rintracciabili per chiunque ma credo facciano parte di una ricerca e di un percorso strettamente individuale.

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(BERLINO, 15/02/1904)

All’interno della cultura occidentale, lo sviluppo deve essenzialmente partire da ciò che si chiama “il controllo del pensiero”.

Benché il pensiero occidentale, disordinato e arbitrario al più alto grado, non si presti del tutto ad uno sviluppo controllato, in un seguito rigoroso dei pensieri, questo non è di meno una necessità primaria.

Dunque vorrei ritornare su ciò che ho già evocato: noi dobbiamo coltivare una sensibilità per percepire i concatenamenti illogici e mal controllati dei pensieri.

Quando agisce con forza sui suoi sensi l’uomo ordinario risente sempre di una sorta di dolore, ma è molto raro trovare degli uomini che sentano dolorosamente i pensieri incontrollati e illogici.

Eppure è una tappa che ciascuno deve attraversare, non soltanto di fronte al pensiero ma anche in rapporto alla lettura della nostra letteratura occidentale. Io non escludo nemmeno numerosi libri della letteratura esoterica, dove anche lì si trovano pensieri incontrollati.

La maggior parte degli uomini di oggi non controllano coscientemente i loro pensieri. E ogni pensiero incontrollato è rivelatore di una mancanza d’equilibrio, un rifiuto di mettersi in una giusta relazione di fronte ad una situazione. E’ come una scivolata, e una scivolata nel mondo fisico rappresenta un rifiuto di porsi in una giusta relazione in rapporto al mondo fisico.

Dobbiamo sviluppare in noi un sentimento molto forte per i giusti pensieri, condotti al bene, al punto di sentire una sorta di dolore fisico non appena sorge un pensiero che non è giusto in noi o in altri.

Nella vita quotidiana non è possibile controllare i propri pensieri in tal modo, perché il vostro coinvolgimento nella vita professionale vi obbliga in permanenza a pensieri illogici. Perché dappertutto si pensa senza logica, che ciò sia nella vita quotidiana, al lavoro, nelle professioni dette “superiori”, nelle scienze, nella storia, dappertutto incontrerete dei pensieri illogici: e troverete i pensieri più illogici nel mondo della giustizia, là dove si dovrebbe pensare con la maggior logica.

Chi vuole acquisire le conoscenze superiori e non solamente ascoltarle da quelli che le posseggono, deve incominciare a viverle interiormente.

Per questo bisogna ritirarsi ogni giorno, almeno per brevi istanti, da tutto il resto della vita. Bisogna donarsi, forse anche per cinque o dieci minuti, esclusivamente alla nostra vita interiore e a pensieri che non sono quelli della nostra cultura né della vita ordinaria ma pensieri di origine superiore, nei confronti dei quali possiamo avere confidenza.

Realizzare questo raccoglimento vivendi ed agendo in un mondo di pensieri strettamente ordinati, consacrarsi ad un tale mondo di pensieri anche per poco, ci compensa di tutta la dispersione e della lacerazione che la cultura esteriore genera. Siamo allora rinforzati e riconfortati attraverso un centro interiore e ci dirigiamo nel mondo di tutti i giorni allontanando dal nostro campo tutti i pensieri che non fanno parte della nostra vita ordinata.

Tuttavia non bisogna credere che voi siate sempre capaci di farlo. In effetti, ricordatevi solamente che quando attraversate la strada, voi non siete padroni dei vostri pensieri. Da tutti i lati, senza che voi possiate nulla, i pensieri dell’ambiente si fondono in voi, agiscono sulla vostra coscienza e giocano attraverso essa, sicché voi siete la preda della vostra coscienza.

Fintanto che non avrete la forza di sviluppare i vostri pensieri come si svolge un filo, non potrete raggiungere ciò che alla vostra interiorità si rivela. Possiamo sperare questa signoria sul mondo dei pensieri, se perverremo a riservarci un tempo infimo della vita quotidiana, e in cui ci eleviamo verso l’ideale. Quando si riesce ad amare un pensiero ideale si perviene all’affermazione interiore. Non importa che si afferri un pensiero attraverso il solo intelletto.

Prendete il primo pensiero di (qui il Dottore menziona una breve frase mantrica), prendete questo pensiero oggi, domani, ancora e sempre, finché divenga vivo. Se rifiuterete tutto quello che vi potrà mescolarsi, esso diverrà il centro del vostro essere. Vivrà e agirà in voi. Esso vi mostrerà che altri pensieri nascono da da esso, che esso è di una fecondità infinita. E vedrete ciò che dovrete superare interiormente.

Deve progressivamente svilupparsi una sensibilità che combatta ogni falso pensiero, fino alla sensazione di pungersi quando i pensieri non sono giusti. Dovete sentirlo anche leggendo libri. Se non potete sentire del dolore al contatto con i pensieri illogici, allora non potete sviluppare un pensiero giusto.

Ma voi dovete non solamente comprendere il pensiero giusto, ma dovete anche amarlo. Dovete amare un pensiero come si ama un bambino. Avete visto il vostro bambino oggi, ieri, l’altro ieri e l’amate sempre. Dovete fare lo stesso con il mondo dei pensieri. Quando credete di aver compreso un pensiero, non dovete rimandarlo lontano dalla vostra coscienza, ma piuttosto occuparvene ancora e sempre.

Se fate questo, allora avrete acquisito una sorta di corazza di pensieri, allora la fase intermedia nella quale voi siete, cessa: il combattimento contro ciò che era illogico finisce quando un pensiero diviene per voi un fatto reale al medesimo titolo di una sedia, di un tavolo, ecc….Voi diventate positivi. Chi vive nel mondo spirituale lo sa: sa anche che è sempre attorniato di pensieri che rappresentano potenze e forze agenti su di noi.

Chi è ricettivo percepisce i pensieri d’odio o di benevolenza che gli uomini si indirizzano mutualmente. Egli vede come essi entrano o rimbalzano in lui. Certi hanno una attitudine rimarchevole quando si tengono davanti a noi: essi sono là, in piedi, come attorniati da un corpo di cristallo, nel mezzo del quale essi vivono. E tutti i pensieri inappropriati rimbalzano su questo involucro di cristallo. Gli uomini che sanno vivere in maniera meditativa, sanno ordinare la loro vita a partire dal polo interiore verso l’esteriore.

Potete verificare se il vostro controllo dei pensieri è riuscito, non dicendovi: “ ora io penso in maniera giusta”, ma utilizzando un barometro che può mostrarvi fino a che punto la vostra vita di pensiero è controllata dall’interiorità. Per chi avanza sul cammino della conoscenza, questo barometro è il sogno. Chi veramente conosce questo non avrà più la medesima percezione della gente superstiziosa. Per lui, la vita del sogno assume un significato diverso rispetto a chi non è ancora giunto a controllare la vita dei suoi pensieri.

Nella maggior parte delle persone, la vita onirica è un terribile caos. Questo s’arresta completamente per colui che si dona, durante un certo tempo, alla vita meditativa. I sogni allora acquistano un profondo senso simbolico. Il barometro del controllo dei pensieri è la regolarità, la bellezza dei sogni. Quando procediamo “alla meno peggio” nella vita esteriore, i nostri sogni ne sono solo il riflesso disordinato. Quando ci ritiriamo nei brevi momenti della meditazione per divenire forti e possenti di fronte a tutto ciò che ci assilla, i nostri sogni assumono un significato simbolico. Così dobbiamo sforzarci di esercitare un controllo e domandarci: cosa significa questo sogno che mi si presenta così?

C’è anche differenza tra i sogni elevati e i sogni ordinari. Non è vero, come si è scritto, che i sogni abbiano tutti il medesimo valore. La vita che l’uomo dispiega nello stato di sonno è completamente diversa presso colui che sviluppa il suo corpo spirituale e presso colui che non lo fa. Chi ha avuto esperienze spirituali lo sa. Chi conosce solo ciò che apportano i suoi occhi, le orecchie, la lingua, che è totalmente assorbito dal mondo dei sensi può, durante il sonno, sentire solo una reminiscenza confusa delle sue esperienze sensoriali.

Invece ciò che elaborate spiritualmente, durante la meditazione, è qualcosa che stimola lo spirito e lo mette in attività: qualcosa che portate ovunque andate, sia col vostro corpo o senza di lui. Poi, quando i nostri sogni cominciano ad essere regolari, quando formano dei piccoli drammi con la loro evoluzione e le loro azioni ordinate, allora entra in azione ciò che si chiama la vera vita spirituale.

Ma questo è solo il grado più basso. Ciò che deve venire immediatamente dopo è il fatto seguente: quando voi riservate dei momenti dedicati al vostro progresso interiore – ma che non devono essere sottratti alla vita professionale, perché la teosofia non deve sottrarre nulla alla vita professionale – voi noterete presto qualcosa che apparirà nella vita interiore in coloro che consacrano un certo tempo alla meditazione. Noterete che vi ricorderete dei vostri sogni in tutt’altra maniera che prima.

Più l’uomo si sviluppa, più questa continuità di coscienza diviene tale che voi diventate obbiettivi nel vostro Io. Finché vi identificate col corpo, finché non siete divenuti uno con lo spirito, non potete sviluppare la coscienza del sé quando siete disincarnati, vale a dire durante lo stato del sonno. Da là viene lo stato incosciente della maggior parte dell’umanità durante il sonno. La continuità di coscienza, che vi rende svegli durante il sonno come lo siete nel corpo fisico, si manifesta inizialmente molto lentamente, così come il prolungamento di questa coscienza notturna nella vostra vita quotidiana.

Qui voi avete una misura, qualche cosa che può servirvi da barometro in rapporto alla vita fisica. La capacità di resistenza di fronte alla vita ordinaria è accresciuta. Il corpo deve diventare come un utensile. Voi potete allora guardare questo corpo “dall’esterno”, disteso, al vostro lato. Vivete nello spirito quando cominciate a ritirarvi da ciò che è legato al corpo. Grazie a questi mezzi non siete sprovveduti di fronte alla vita, ma ancora più adatti ad affrontarla, perché la conoscenza dello spirito accresce le vostre capacità. Importa che voi riserviate una parte della giornata per donarvi a pensieri elevati che non abbiano nulla a che vedere con il triviale egoismo, con l’ambizione e il piacere ordinario dei sensi, momenti in cui lasciate questi pensieri rischiarare la vostra vita quotidiana. (…ceteris omissis…)

Non è il successo esteriore, non ciò che possiamo raggiungere che ci fa avanzare, ma in ogni istante è la vita in ciò che è eterno. Non raggiungeremo niente se vi tenderemo con avidità. Non dobbiamo vivere nel futuro ma unicamente in ciò che è eterno: là, la malaerba non può prosperare ed il soffio dei pensieri eterni cancella questa macchia della nostra esistenza.

Così come noi lavoriamo sul nostro corpo mentale per mezzo del controllo dei pensieri, dobbiamo lavorare sul nostro corpo astrale per mettere in ordine la memoria. Anche essa deve venir controllata, messa alla prova. Essa esercita su tutta la vita una influenza di grande importanza. Bisogna che vi disabituate, quando guardate indietro, verso gli atti compiuti, a non avere rimpianti egoistici. Ciò di cui voi avete il ricordo deve essere là soltanto per imparare a far meglio. Se orientiamo la nostra memoria in modo che non guardiamo indietro non importa come, ma facendone la retrospettiva, compresa dei dettagli più insignificanti, di modo tale che questa divenga una scuola d’apprendistato, allora rafforzeremo la nostra colonna vertebrale psichica.

Attraverso un tale controllo della memoria si elabora la visione astrale. Il corpo astrale diventa un organo di volontà da utilizzare. Per farci una giusta concezione di fronte alle rappresentazioni sortite dal ricordo, dobbiamo perdere l’abitudine di piangere, dobbiamo superare simpatia ed antipatia.

Quando siamo signori delle nostre facoltà delle nostre rappresentazioni e delle facoltà di ricordo, abbiamo raggiunto provvisoriamente il nostro scopo. Comprendiamo allora che chi non esercita questo controllo deve sentirsi sempre dipendente da ogni corrente spirituale del suo ambiente come un giunco agitato, spinto qua e là da ogni pensiero. Non vi è altro mezzo per accedere ai mondi mentale e astrale che quello di svilupparsi così interiormente. Chi la sera organizza la sua facoltà di memoria conferendole una struttura regolare e raggiante rispetto alle formazioni vaghe delle sue immagini, in particolare quelle che provengono dalle parti superiori del cuore e della testa, riscontra di vivere la vita nel mondo a partire dalla propria vita interiore. Niente può turbare l’uomo che ha raggiunge questo stadio. I più esecrabili pensieri si allontanano da lui, come se non l’avessero toccato. Grazie al lavoro meditativo, ha formato una corazza spirituale attorno a sé.

Rudolf Steiner

SCIENZA DELLO SPIRITO

LE CONFESSIONI DI UN MISCREDENTE

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A quanto pare, le ultime considerazioni svolte su questo temerario blog da quel povero lupaccio spelacchiato di Hugo hanno suscitato davvero alcune concitate reazioni, le quali del resto erano – almeno in taluni casi – ampiamente previste, per non dire del tutto scontate. Al solito, secondo un malvezzo da troppo tempo sempre più imperante e dilagante a tutti i livelli nella bella Terra d’Ausonia, da parte dei più non si entra punto nel merito specifico dei contenuti trattati, ma – con quello stile politico e confessionale tipico di certa parte avversa – si delegittima semplicemente la credibilità dell’esecrabile ed esecrando lupaccio della steppa, infamando la sua correttezza e onestà, persino mettendo in dubbio la sua buona fede ed eziandio la di lui salute mentale. E per questi nobilissimi e cristianissimi motivi, il povero Hugo non deve essere né letto né tampoco ascoltato: conciosiacosaché egli viene condannato ad essere – come veniva proclamato un tempo nel gelido ed eloquente latino del Sant’Uffizio – haereticus vitandus.  

Vi è chi bellamente, sulle pagine di un noto social network, fa presente – ci siamo permessi di “ortopedizzarne” un minimo l’ortografia e la punteggiatura, eccessivamente erratiche, senza toccarne affatto i contenuti, e lasciando invece perdere la sintassi – che :

«[…] la Scienza dello Spirito NON è solo un metodo ascetico, sia pure di “ascesi del pensiero”: E’ una “cosa”, i contenuti di pensiero sparsi nell’immensa opera di Rudolf Steiner, e un “come”, vale a dire la disciplina di cui sopra. Accade allora che in giro vi siano due “vezzi” opposti, per dirla in termini semplici e parziali: il primo è quello di “buttarsi sul cosa”, dimenticandosi il “come”, per cui magari in giro vi sono torme di medici, pedagogisti, euritmisti “antroposofi” che ignorano l’ABC della disciplina; all’opposto vi sono quelli che sfruttano a loro piacimento solo la disciplina, ovviamente nella loro personale interpretazione, che spesso viene distorta, non so quanto inavvertitamente…, in questo caso “tardobuddhista-neopagano” viene, usata come una clava per picchiare sul resto del mondo…».

Più oltre, sempre il mio “simpatico” critico, dall’erratica ortografia, così ammonisce il responsabile della suddetta pagina del social network:

«[…] facciamo scorrer via certi “paganismi” nell’angolino che li riguarda… all’Antroposofia “fai da te”, che non è poi Antroposofia, anche se sul blog in questione si fregia di questo nome ha già fatto abbastanza danni…».  

And finally, sempre costui, – anche qui, senza toccare minimamente i contenuti e la sintassi, ho dovuto far ampia opra di chirurgia ortografica – rivolgendosi ad un suo telematico dialogante sul suddetto social network, così prosegue:

«[…] capiamoci bene: la questione non riguarda certo la libera ricerca spirituale o la pratica della concentrazione fatta in ambienti diversi da quello steineriano o scaligeriano: Ben vengano i meditanti di “altre tribù”! Questo tipo di concentrazione, tuttavia, ha avuto dei padri ben precisi che l’hanno trasmessa come centro di un determinato sistema iniziatico e spirituale che si chiama, specificamente, Antroposofia. Essa ha, esercizi compresi, ben determinati contenuti, che formano un tutto organico e “sinfonico”. Ora se ci si richiama esplicitamente e pubblicamente a tale “etichetta” sarebbe bene che, per onestà intellettuale e fedeltà, si mantenesse una certa qual aderenza ai contenuti di essa, oppure si riconoscesse francamente di “utilizzarne” alcuni aspetti, negandone altri, per propria “equazione personale” e libera scelta. Invece il signor “HdP” fa un’altra operazione: si considera “paganamente al disopra” e svillaneggia tutti quelli che, anime “belle” o meno, si muovono differentemente, “legati alla potenza d’Oltretevere” o “innominabili di Monteverde” o meno essi siano, con dei risvolti a mio avviso quasi patologici. Ora se è in qualche modo comprensibile come non pochi utenti di “figlie” dell’antroposofia, medicina, pedagogia, agricoltura, ne usufruiscano senza volersi curare della “madre”, non mi sembra condivisibile un comportamento del genere da parte di chi si proclama una sorta di “santo pagano” e unico o quasi “interprete dei Maestri” , parlando poi da un podio “eco-antroposofico”: tutto qui: Rudolf Steiner, per inciso, raccomandò che la Anthropos Sophia NON andasse per il mondo disgiunta dal suo nome… Insomma: se la “cattoantroposofia” è biasimevole, la “paganantroposofia” è addirittura un ossimoro…».

Beh, devo confessare che proprio peccato d’origine fu il mio, che già nella mia adolescenza incontrai l’India spirituale sul mio sentiero, e fu amore a prima vista: sicuro retaggio di antiche vite. Ma quel che mi colpì della antichissima spiritualità indiana fu la sua assoluta a-dogmaticità e l’istanza della radicale sperimentabilità. Ossia il fatto che l’esperienza spirituale umana è a fortiori multiforme, e il Divino o, se si vuole, l’Assoluto, è direttamente – e radicalmente – sperimentabile dall’uomo, indipendentemente da qualsivoglia mediazione sacerdotale e di qualsivoglia istituzione.  

Lo stesso Massimo Scaligero ricorda spesso il detto: «La Realtà è una, le verità sono molte». Parole che ricordano quelle molto simili – anzi identiche nel loro interiore contenuto di verità – dei Veda, là dove nel gveda Samhita, 1.164.46, da Dîrghatamas (purohita, ossia sacerdote del fuoco vedico, e sacerdote capo del Re Bharata, Aitareya Brahmana, VIII.23, uno dei primi Re, dal quale l’India prese il nome tradizionale di Bharata, nonché Ṛshi della più antica e nobile stirpe: quella degli Angirasa) è detto: «Ekam sat, viprâḥ bahudhâ vadanti», ossia che la Realtà è una, la Realtà è l’Uno, e i saggi le dànno molti nomi. E Massimo Scaligero, in scritti e in colloqui vari, affermava sovente che ogni essere umano ha inevitabilmente la sua verità, parziale e forzatamente unilaterale frammento, più o meno esteso e profondo a seconda della maturità spirituale di ogni singolo essere umano. Ossia, la frammentaria, parziale e unilaterale verità del singolo essere umano è quanto dal suo punto di vista – quel che nella sapientissima India era chiamato darśana, appunto “visione” – egli è in grado di percepire della Realtà Una. E nei colloqui che avevo periodicamente con lui, più volte Massimo Scaligero mi citò il mirabile detto di Protagora – ch’egli addirittura difendeva dalle critiche di Socrate – nel quale il sofista ellenico affermava che: «L’uomo è la misura di tutte le cose: delle cose che sono in quanto sono, e delle cose che non sono in quanto non sono».   

Ma questo non implica affatto che le differenti verità siano tutte equivalenti, ch’esse di conseguenza si appiattiscano tutte in un informe magma e in uno scipito relativismo, in quanto esiste ben una gerarchia delle singole e diverse verità, le quali – a seconda della maggiore o minore potenza del pensare del soggetto conoscente – saranno maggiormente vicine o maggiormente lontane dall’unica Verità-Realtà, da quell’Uno Unissimo che è unica Verità, perché appunto unica Realtà. Ma alcuni pochissimi, veramente assetati d’Incondizionato, affamati di Assoluto, possono rompere il guscio-limite umano, rompere ogni limite conoscitivo umano, di modo che per essi non esistano più “opinioni” e “punti di vista”, ma solo e unicamente l’unica Realtà, alla quale essi sono avvinti con Intelletto d’Amore.

E una tale gerarchica molteplicità di verità – quali aspetti dell’unica Realtà-Verità – non esclude per niente che nel mondo come lo sperimentiamo, in questo sempre più immondo mondo, non vi sia e non agisca distruttivamente anche la menzogna, la non-verità coscientemente, volutamente, affermata e proclamata con il fine palese o segreto di nuocere altrui, spargendo cotal menzogna come veleno nelle anime e nel mondo.

Quando, a fine giugno del 1970, incontrai per la prima volta Massimo Scaligero, io avevo già incontrata la Scienza dello Spirito, nell’agosto del 1969, attraverso la generosa mediazione di L.C., e nel successivo gennaio 1970 avevo preso la decisione di consacrarmi alla Via del Pensiero e, tra mille difficoltà, iniziata la pratica degli esercizi. L’incontro con Massimo Scaligero si svolse in un’atmosfera molto particolare, in quanto allora erano presenti con me, nel suo studio all’ultimo piano in Via Cadolini, il mio amico L.C. – e su questo punto condivido totalmente quanto afferma Marina Sagramora, ossia esser colui che ti fece conoscere il Maestro l’amico più grande della tua vita – personalità fortemente “magica”, il musicista romano A.S., israelita praticante, ed io che provenivo dall’ascesi buddhista e che mi sentivo profondamente legato al Buddhismo Mahayana. Una delle cose – per me particolarmente importanti – che Massimo Scaligero mi disse – già in quel primo incontro, ma che ripeté molto spesso in seguito – fu che io non dovevo “credere” a niente: che non dovevo credere una cosa perché la diceva lui, Massimo Scaligero, o il mio amico L., o i cosiddetti antroposofi, dei quali, del resto, allora, non sapevo proprio un bel niente. Non dovevo “credere” a niente, bensì dovevo sperimentare di persona, e verificare autonomamente e faticosamente tutto : verificare ogni volta e in ogni caso – soprattutto quando era scomodo farlo – se una cosa, una idea, una pratica, un esercizio, fossero veri, giusti, corretti, efficaci, fecondi nel cammino di conoscenza e di realizzazione spirituale, che avevo scelto di intraprendere. E non accettare nulla che non reggesse alla prova, alla spietata verifica, di questo “dissolvente universale” di questa scomoda sperimentazione diretta. Furono altri a chiedermi di “credere” e di piegarmi ad una passiva e acritica “obbedienza”, e la mia riottosità a tali imposizioni me li rese nemici mortali. 

In Massimo Scaligero, io ritrovavo quell’atteggiamento radicalmente “scientifico” che tanto amavo nella posizione conoscitiva del Buddha Shakyamuni, il quale ponendo ex abrupto l’istanza dell’esperienza diretta – “unica regina sovrana in questo campo”, direbbe Arturo Reghini – invitava a non credere. E come riporta un autore francese, Hervé Clerc, in Le cose come sono. Una iniziazione al buddhismo comune. Adelphi, Milano, 2015, pp. 22-23, il Buddha:

«Ai Kâlâma, abitanti di una piccola città del regno di Kosala (uno dei due regni in cui insegnava, nel Nord dell’India), egli raccomanda di non tenere per vero nulla di cui non abbiano personalmente accertato la veridicità e sperimentato il carattere benefico. Pensate da voi. Vedete con i vostri occhi. Siate i maestri di voi stessi, dice il Buddha.

Nessuno è tenuto a prendere tutto, a credere a tutto. Non c’è bisogno di credere alla reincarnazione, ad esempio, per essere buddhista. Non c’è bisogno, di fatto, di credere a nulla. Un buddhista non crede, vede. E quando non vede, aspetta di vedere, pazientemente.

Alcuni maestri zen – versione cinese del buddhismo (riconfigurata dai giapponesi) – affermano persino che per vedere è preferibile non credere, tenersi a monte delle credenze, con le braccia penzoloni, la bocca aperta, candidi come un bimbo, senza cercare né inseguire nulla. […]

Il buddhista è asaddha : senza fede ma non senza fiducia, senza apriori, senza partito preso, senza dogmi, senza credo ma non per questo inquieto. Egli crede a quel che vede».  

Più oltre, alle pp. 137-139, il nostro lucido e simpatico autore d’Oltralpe prosegue nella descrizione dell’incontro del Buddha Shakyamuni con i suoi alquanto perplessi interroganti, e vale la pena di trascrivere l’intero pezzo per il beneficio e l’utilità del candido lettore :

«I Kâlâma.

Se tutte le verità sono trascinate da una stessa corrente, inestricabilmente mescolata di luci e di ombre, di verità e di errori, come orientarsi? Come decidere tra chi dice bianco e chi dice nero?

Già duemilacinquecento anni fa questo dilemma assillava i Kâlâma, gli abitanti della piccola città di Kesaputta, nel regno di Kosala. C’era a quei tempi, nella piana del Gange, un po’ come in Grecia nello stesso periodo, un’abbondanza di insegnamenti e di insegnanti, ognuno dei quali offriva la sua visione del mondo, le sue ricette di condotta, le sue tecniche di concentrazione, denigrando le altrui. Tra queste offerte discordanti i Kâlâma non sapevano più dove sbattere la testa. E dato che il Buddha passava da Kesaputta, lo interrogarono. «Vengono da noi asceti, brahmani. Ci espongono la loro dottrina, ciascuno descrive come buona la propria via e critica la via degli altri. Poi arrivano altri asceti, altri brahmani. A loro volta ci presentano la loro dottrina come veritiera e denigrano quelle degli altri. Tutto ciò ci detta nella perplessità, non sappiamo più dov’è la verità, dove l’errore».

Oggi, come i Kâlâma, siamo a confronto con visioni del mondo venute da orizzonti diversi, ognuna aspira alla verità e denigra più o meno apertamente quelle degli altri. La stessa domanda si pone per noi : come orientarsi?

Alla domanda dei Kâlâma il Buddha rispose con questo consiglio «unico nella storia delle religioni», dice Walpola Rahula, autore di What the Buddha Taught [sc.: Che cosa insegnò il Buddha]. Il Buddha spiegò loro, in sostanza, che il miglior criterio per orientarsi nella vita era il proprio giudizio fondato sull’esperienza : «Non lasciatevi guidare da resoconti orali, dalla tradizione, dal sentito dire, dall’autorità dei testi religiosi, la mera logica, le deduzioni, l’apparente competenza di chi parla,, la verosimiglianza, il piacere della speculazione, non lasciatevi guidare neppure da questo pensiero : “È il nostro maestro”. In compenso, quando constatate di persona che certe cose sono malsane (akusala), che conducono alla sofferenza e al male, allora rinunciatevi… ma se constatate di persona, con occhi ben aperti, che certe cose sono benefiche (kusala), allora sì, accettatele e mettetele in pratica». (p. 2).

Non accettate l’autorità di sacerdoti, filosofi, sapienti o maîtres à penser. Riflettete da voi, vedete con i vostri occhi e non attraverso lo sguardo altrui, sperimentate di persona. Pensate da soli. Tale fu l’insegnamento del Buddha ai Kâlâma.

Nella storia della verità, ancora da scrivere […], il buddhismo resterà la sola dottrina che proclama delle verità con l’espressa consegna di non aderirvi.

Un buddhista abbandona tutti i «punti di vista», anche i veri, e a maggior ragione quelli falsi. E quando li ha abbandonati non parte in cerca di nuovi punti di vista. Resta tranquillo, senza cercare «nessun sostegno, neanche nella conoscenza» (Sutta Nipata).  

Come un padre getta i figli in mare, persuaso che sia il modo migliore per imparare a nuotare, così il buddhismo getta le sue verità nel fiume del tempo, ha fiducia che riusciranno a galleggiare da sole. Il tempo sembra dargli ragione».

E questa è sempre stata nel tempo – costantemente – la mia convintissima posizione. Quando, nell’agosto del 1969, incontrai L., pur ancora adolescente, avevo già letto molto della letteratura “occulta” e spirituale che vi era a giro allora in Italia. Ma per la prima volta, in L. io incontrai un autentico occultista – anzi un vero mago – che non mi diceva con altre parole quello che aveva letto nei libri, che io pure avevo letti, bensì quello che lui stesso aveva direttamente, personalmente, sperimentato. A quel tempo, mi accorgevo in pochi secondi se qualcuno mi riferiva semplicemente quel che aveva letto nei libri, facendolo poi passare o meno per proprio. E così L. riuscì a far breccia nella mia posizione di trincerata difesa a oltranza. Ma, più vastamente, e radicalmente, ciò fu ed è per me ancor più valido nei confronti di Massimo Scaligero, il quale mi invitò da subito a passare risolutamente all’azione, alla coraggiosa esperienza diretta. Egli, come il Buddha Shakyamuni, porgeva al ricercatore della Conoscenza l’aureo invito : «Ehi, phassiko», ossia: vieni e vedi!

Del resto, Massimo Scaligero così si esprime nel opuscolo dattiloscritto, da lui fatto apparire anonimo, REGOLE PER LO SVILUPPO INTERIORE secondo LA MODERNA SCIENZA DELLO SPIRITO, ch’egli porgeva a coloro che ricercavano una connessione operativa con la Scienza dello Spirito :

«I seguenti esercizi vengono comunicati come presupposti, metafisicamente fondati, di una disciplina rispondente alla formazione interiore dell’uomo di questo tempo, perciò come sostanziale terapia di ogni alterazione della vita psichica e degli effetti di pratiche irregolari, orientali o occidentali.

La Scienza dello Spirito, di cui gli esercizi sono espressione, non è una religione bensì un metodo di conoscenza, che dà modo al religioso, cristiano o buddista o islamico, ecc. di ritrovare le fonti vive della propria religione e al tipo agnostico o ateo di questo tempo, di riconoscere da sé sperimentalmente lo Spirituale da cui il suo sentimento ateo muove.

La Scienza dello Spirito lascia gli uomini liberi, non cerca proseliti: non ha nulla da dire a coloro che sono paghi della propria verità: parla solo a coloro che avvertono la contingenza della propria verità».

Direi che più chiari di così – oserei dire: più scientifici e meno dogmatici di così – sia veramente difficile essere. Massimo Scaligero mi chiese il coraggio di praticare, di voler sperimentare il Pensiero Vivente, e non di “credere”, o di “diventare cristiano”. Non me ne fece mai parola. Anzi, sin da quel primo incontro e nei successivi, mi invitò ad approfondire il Buddhismo, in particolar modo quello Mahayana, e a tale proposito mi donò alcuni suoi scritti, uno dei quali è stato da me tradotto e pubblicato su questo audacissimo blog, mi rivelò retroscena particolari della storia del Buddhismo stesso, e mi dette esercizi specifici dei quali nel tempo molto mi sono giovato. Quanto poi alla Religiosità Olimpica e ai Misteri dell’antico Mondo Classico, Massimo Scaligero – non richiesto, ossia di sua autonoma iniziativa – una volta così mi disse, suscitando in me stupore e gioia : «Un giorno torneremo al Politeismo!». Mi assumo la totale responsabilità circa la veridicità di questa mia testimonianza.    

E siccome le accuse che, dopo scomparsa di Massimo Scaligero, mi furono rivolte da varie persone della mia città e di Roma – risultate  poi tutte collegate tra loro – ossia le accuse di essere “buddhista”, “orientale”, “yoghico”, “pagano”, “non cristiano”, et alia multa, sono le stesse identiche accuse che l’innominabile Innominato osò pronunciare in casa mia nei confronti di Massimo Scaligero venti anni fa – precisamente nel 1996, ripetendole poi l’anno successivo – alla presenza di un’altra persona la quale, se volesse ricordare, potrebbe benissimo testimoniare la veridicità di quel che vado affermando.

Naturalmente, l’Innominato mi fa veramente troppo immeritato onore – e lo dico assolutamente convinto e senza traccia alcuna di quella stucchevole e ipocrita “umiltà”, che la parte avversa tanto volentieri affetta – paragonando la posizione spirituale di questo vecchio lupaccio cattivissimo a quella di Massimo Scaligero. Ma nel tempo – mercè l’esperienza acquisita in tante furibonde battaglie e una qual certa innata orsolupesca “fiutoveggenza” – sono arrivato a capire sin troppo bene il motivo di tanto immeritato onore fattomi, ossia il fatto che gli attacchi rivolti dall’Innominato e dai suoi assecli alla mia selvaggia e socialmente poco presentabile persona avevano l’esclusivo fine di aggredire la figura spirituale di Massimo Scaligero e la Via del Pensiero Vivente da lui donataci, nonché manodurre, mediante un ben scaltro “trasbordo ideologico inavvertito”, la Comunità Solare da lui fondata, paralizzarla, disperderla e, ove possibile, in parte recuperarne i membri nelle file confessionali.  

Detto questo, personalmente io non ho assolutamente nulla contro coloro che, secondo il mio “simpatico” critico, sono vittime del “vezzo” «di “buttarsi sul cosa”, dimenticandosi il “come”, per cui magari in giro vi sono torme di medici, pedagogisti, euritmisti “antroposofi”, che ignorano l’ABC della disciplina». Non ho assolutamente nulla contro di loro per il fatto che non fanno gli esercizi offerti, e non imposti, dalla Scienza dello Spirito, perché il farli è frutto di una libera scelta, la quale a sua volta dipende dalla maturità interiore personale, dalla propria storia umano-cosmica, dall’aver avuto dai Numi il dono degli “incontri” giusti, e molto altro ancora. Può dispiacermi, certamente, nel caso di singole persone, che stimo moltissimo e reputo oneste e mature, il fatto ch’esse non pratichino gli esercizi, e questo può essere – se si vuole – un difetto, una debolezza, ma non è assolutamente una colpa.

Non esiste, non può esistere, non deve esistere la “libertà obbligatoria”, e il consacrarsi al Sentiero della Conoscenza è una libera scelta, alla quale nessuno può essere costretto. Il fare gli esercizi indicati dalla Scienza dello Spirito non può essere che frutto di una tale libera scelta. Il non scegliere di fare gli esercizi della Scienza dello Spirito, alla quale molte persone sono sinceramente devote, nulla toglie al valore morale di tali persone.

Uno, pur aderendo pienamente alla concezione spirituale del mondo proposta dalla Scienza dello Spirito, magari valutando male le proprie forze, può non sentirsela di assumersi un impegno assoluto, implicante una consacrazione totale di sé alla Via e al Mondo Spirituale. Lo posso capire. La Via è indubbiamente molto aspra e difficile, richiede grandi sacrifici che mettono a dura prova anche i più volenterosi, esige totale abnegazione. Essa esige l’amare l’Ascesi per se stessa e non per la gratificazione di eventuali risultati, che possono anche non venire per lungo tempo, o non esser esattamente quelli che una insufficiente conoscenza e una aspettazione egoica potrebbe ingenuamente prefigurarsi.

Semmai, quel che è veramente inammissibile è che i dirigenti della Società Antroposofica facciano di tutto per scoraggiare in vari modi la pratica interiore – come hanno fatto per lungo tempo – e calunnino luminose personalità spirituali come Marie Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero. E, negli ultimi tempi, si è visto persino il triste spettacolo di dirigenti della Società Antroposofica criticare lo stesso Rudolf Steiner, con accuse pretestuose e assolutamente false, giungendo ad unire la lor propria voce a quella di nemici dichiarati della Scienza dello Spirito, facenti parte delle “truppe d’assalto” della confessionale parte avversa. Ed è vergognoso il silenzio che a tale proposito domina tra le file antroposofiche e, come vedremo, non solo.

Da un po’ di tempo, poi, non è che tra gli “scaligeropolitani” – come il mio amico C., energico e valoroso “asceta d’altra dottrina”, chiama scherzosamente gli abitanti di “Scaligeropoli” – le cose vadano proprio a meraviglia, e che nell’ambiente abbondino rose e fiori. Anzi, sicuramente qui è molto più insidiosa e pericolosa l’azione surrettizia di sostituzione ed alterazione dei contenuti originari, la quale giunge persino alla falsificazione dei testi scritti del Maestro – come abbiamo avuto modo più volte di constatare e denunciare – volta a denaturare e disgregare la Comunità Solare, azione operata dall’Innominato e dai suoi – coscienti o non coscienti: poco importa – assecli. In questi quasi trentasette anni dalla dipartita di Massimo Scaligero, con un crescendo dapprima prudente e poi sempre più sfacciato, ne abbiamo viste proprio di tutti i colori.

Hugo de’ Paganis non «si proclama una sorta di “santo pagano” e unico o quasi “interprete dei Maestri”», e non si considera affatto «“paganamente al disopra”» e non «svillaneggia tutti quelli che anime “belle” o meno si muovono differentemente, “legati alla potenza d’Oltretevere” o “innominabili di Monteverde” o meno essi siano», come afferma sul noto social network il mio acidulo critico, attribuendomi addirittura persino «dei risvolti a mio avviso quasi patologici». I fatti sono fatti, e non opinioni o interpretazioni tendenziose dettate da stati d’animo. Ed è un fatto che Massimo Scaligero – come, non richiesto, testimoniò in varie riunioni più volte Alfredo Rubino – caricò le spalle di questo eretico lupaccio della immane responsabilità di orientare la comunità spirituale nella sua città. Massimo Scaligero indicò con assoluta chiarezza e precisione che cosa doveva essere fatto e come doveva essere fatto, e soprattutto indicò con ancor maggiore chiarezza e precisione che cosa mai e poi mai avrebbe dovuto essere fatto. E di questo egli parlò persino nell’ultimo incontro rituale, avvenuto in Via Cadolini il 25 gennaio 1980 – dunque poche ore prima della sua dipartita – incontro al quale erano presenti altre persone, le quali oggi paiono non ricordar o non voler ricordar più.

Ma dopo la sua dipartita, si cominciò a dire – nella mia città e in quel di Roma – che prima c’era Massimo Scaligero tra noi, e che dopo ch’egli ci aveva lasciati «i tempi erano cambiati» e che, di conseguenza, doveva essere cambiato anche il modo di praticare la Scienza dello Spirito: sia a livello individuale che nelle riunioni rituali. Dapprima, tentarono di convincermi con grande dispendio di parole e di dialettica, affermando che «dovevo non essere così “rigido”», e che «dovevo dare una “interpretazione creativa” a quello che Massimo Scaligero aveva detto»; poi, resisi conto che io ero totalmente refrattario a simili adescamenti da cortigiane, si passò apertamente a cristianissime forme di brutalità morale nei miei confronti – ingiurie e minacce – e a calunniare, diffamare cristianamente il sottoscritto – rigorosamente alle spalle – e a isolarlo il più possibile dagli amici, sino al tentativo di ostracismo totale. Le accuse, prima proferite molto coraggiosamente alle spalle e poi sempre più apertamente e brutalmente, persino nelle riunioni rituali, cinicamente e sacrilegamente profanate, sono – allora come oggi – che sarei stato e sarei tuttora unilaterale, eccessivamente fissato con la Concentrazione e la Via del Pensiero, che trascurerei gli esercizi di equanimità, positività, e spregiudicatezza, virtù delle quali essi, invece, mi davano – e constato che tutt’oggi mi dànno – così fulgide e convincenti lezioni. Venivo e vengo cristianissimamente accusato del fatto che trascurerei i necessari «tre passi nella moralità», che sarei “pagano”, “orientale”, “yoghico”, “buddhista”, “essenico”, “anticristico” e “antigraalico”. E – sempre cristianissimamente, s’intende – venivo pubblicamente imputato di essere clinicamente “paranoico”, accusato di soffrire di “paramnesie” per cui mi sarebbe sembrato di “ricordare” eventi diversi dalla realtà, di essere addirittura posseduto dagli Asura. Miracolo ch’io non sia stato consegnato al braccio secolare al fin d’esser combusto!

Come ho avuto già modo di raccontare, dolore, stupore e sconcerto suscitò in me l’udire direttamente uscire dalla bocca dell’Innominato – ex suis ipsissimis verbis – analoghe accuse da lui rivolte a Massimo Scaligero. E questo è un fatto, e non una mia soggettiva “impressione”, una mia personale e interessata “interpretazione”, o una mia patologica “paramnesia”, e men che meno da parte mia una impudente invenzione o una volontaria menzogna: chi era allora presente a casa mia all’incontro con l’Innominato, se vuole, può ricordare e testimoniare la verità di quel che ho detto.     

Ora, come ho avuto modo più volte di scrivere, sed repetita iuvant – che tra i doveri imprescindibili e più sacri di chi è stato investito della pesante responsabilità di essere un orientatore, e non un dis-orientatore, vi è quello lottare e difendere la Verità contro la menzogna, di difendere il Maestro – non fosse altro che per il gioioso dovere di una illimitata gratitudine nei suoi confronti –  contro le infamie e le sporche calunnie che, in maniera aperta o celata, e soprattutto da parte di coloro che meno dovrebbero, vengono vigliaccamente portate contro di lui con la determinata volontà di distruggerne l’opera spirituale.

Massimo Scaligero, nel luglio del 1971, mi accolse – ritualmente – nella Classe Esoterica trasmettendomene i contenuti, con l’onere di comunicarli come “Lettore di Classe” ad altri che se ne dimostrassero degni. La stessa cosa fecero Hella Wiesberger, Gianandrea Balastèr ed altri membri del Lascito di Rudolf Steiner e di Marie Steiner, nel 1985, ed io presi su di me con totale serietà, con sincerità, senza veruna riserva mentale, tutti gli impegni sacrali che l’appartenenza alla Classe Esoterica comportava. E mi lasciò alquanto amaro nel cuore, e disgustato nell’anima, sentirmi dire da una persona, risultata poi strettamente legata all’Innominato, che «io dovevo dare una interpretazione “creativa” agli impegni che avevo preso, alle promesse sacre, ai giuramenti solenni che avevo fatto». In effetti, la stessa persona mi aveva già più volte dimostrato in passato quanto valessero per lei promesse e giuramenti sacri, allorché, tanto per fare un esempio, avendole io ricordato uno di tali giuramenti, per di più da essa messo per iscritto, dapprima negò sfacciatamente di aver mai fatto un tale giuramento e persino che esistesse un tale suo scritto, poi di fronte all’evidenza cartacea, pretese di cavarsi disinvoltamente d’impaccio dicendomi: «Ma quelle sono solo parole». Lascio all’apprezzamento del candido lettore il concetto di una verità “a geometria variabile” di una tale persona, e taccio del resto.

Tra gli impegni sacri che si assume chi entra nella Scuola Esoterica – impegni che io, a suo tempo liberamente assunsi e ai quali cerco, tutt’oggi, malgrado i miei molti difettoni, con ogni mia forza di essere fedele – vi è quello di assumere su di sé il destino della Scienza dello Spirito, di far propria la causa di essa «davanti a tutto il mondo con tutto il suo pensare, sentire e volere». «Non in modo diverso si può essere membri di questa Scuola», viene detto sin dalla prima Lezione di Classe.

Quanto alla veridicità, sempre nella Classe Esoterica, così vien detto:

«Noi dobbiamo sentirci responsabili fin nelle parole che diciamo, sentirci responsabili al di sopra di ogni cosa, del fatto che qualsivoglia parola che noi diciamo deve essere esaminata, nel senso più severo, così ampiamente che noi possiamo presentarla come verità. Poiché affermazioni non vere, anche se esse, per così dire, provengono da buona volontà, sono qualcosa che agisce in maniera distruttiva all’interno di un movimento occulto. Su ciò non vi deve essere alcuna illusione, anzi su ciò deve regnare la più assoluta chiarezza. Quel che conta non sono le intenzioni, giacché esse l’essere umano le assume molto facilmente, ma è la Verità obbiettiva quella che conta. E appartiene ai primi doveri di un discepolo dell’esoterismo, ch’egli non si senta in dovere semplicemente di dire quello ch’egli ritiene essere vero, ma c’egli si senta in dovere di esaminare se ciò che egli dice sia effettivamente Verità obbiettiva. Poiché unicamente se, nel senso della Verità obbiettiva, noi serviamo le Potenze divino-spirituale, le cui forze passano attraverso questa Scuola, noi potremo attraversare tutte le difficoltà che si porranno di fronte all’Antroposofia».

A me queste parole – come direbbero Massimo Scaligero e il mio amato Dante – mi han sempre fatto «tremar le vene e i polsi», per l’immane responsabilità che comporta l’aver incontrata la Scienza dello Spirito, e ancor di più l’esser stati accolti nella Scuola di Michele, E che nel tempo le cose siano andate ben diversamente da quanto espresso nell’ammonizione di cui sopra, risulta dalle parole – per me dolorosissime: nell’udirle mi venne un tuffo al cuore – che Massimo Scaligero disse a varie persone, oltre che personalmente a me: «Nei Mondi Spirituali è stata cancellata persino la parola “Antroposofia”!».

Ora, per vedere quanto grande sia in certi ambienti questo “amore” per la Verità, basta vedere quel che scrive un “amico” e “compagno di merende” del mio sereno (si fa per dire…) critico, su un forum, da sempre molto caustico peraltro nei confronti del presente blog, forum che si vorrebbe dedicato alla Scienza dello Spirito, mentre è estremamente “morbido” nei confronti della potenza straniera d’Oltretevere. Costui, prendendo spunto da un mio precedente articolo così scrive, il 14 aprile 2016, sul forum del quale è magna pars:

«Stamattina ho letto l’articolo di Hugo de Paganis su Ecoantroposophia.it dal titolo Il disvelamento avversato (del 08/04/2016) e ne sono rimasto particolarmente colpito.
E’ un articolo molto lungo, prende spunto da un episodio di menzogna perpetrata (a fin di bene) a Massimo Scaligero, da non precisati discepoli, segue con i vari tipi di menzogna possibili: alcuni per vanità e ambizione smisurata, ma altri mentono persino dicendo la verità perché sono essi stessi la menzogna, come insegnava Scaligero nelle sue ultime ore. Ne è conseguita da parte del nostro Hugo che una “diffidente prudenza” sia stato il leitmotiv di tutta la sua vita».

Il sostenere che possano esistere “menzogne perpetrate a fin di bene”, è cosa che a questo cattivissimo lupaccio della steppa fa letteralmente gelare il sangue nelle vene e nelle arterie, mozzare il respiro, ed anche arruffare per il raccapriccio tutto il pelo della sua vecchia pelliccia. È un fatto che l’esiziale principio che “il fine giustifica i mezzi” – una delle massime operative della mai troppo esecrata compagnia – abbia mostrato lungo 2000 anni tutta la sua indubbia efficacia pratica nel promuovere gli “idealistici”, “disinteressati”, e cristianissimi interessi di quella possente organizzazione di potere politico-economico, che troppo a lungo ha presieduto ai destini dell’Occidente, e non solo.

Che, poi, il “fine”, al raggiungimento del quale sia giustificato – a loro dire – l’uso della menzogna, o la violenza spinta, quando serva, sino al brutale assassinio, sia o possa essere davvero “buono”, è cosa di cui, se costoro permettono, è lecito fortemente dubitare. Basti pensare alle vergognose calunnie e alle sfacciate menzogne che per venti secoli son state dette sugli Antichi Misteri, sulla Religiosità Olimpica, su Sapienti e Iniziati del Mondo Classico, alle calunnie e alle persecuzioni sanguinose nei confronti della religiosità antica, alla distruzione di templi e sedi dei Misteri come il Telesterion di Eleusi, il Serapeum di Alessandria, o il massimo Tempio di Iside, ossia l’Iseum di Philae nell’Alto Egitto, rievocare l’assassinio a tradimento per mano cristiana di Giuliano, Imperatore e Iniziato, l’assassinio su commissione eseguito con inaudita ferocia – a pro’ del “santo” patriarca di Alessandria d’Egitto Cirillo, eretico monofisita – della Epopta e Ierofantide Ipazia, nonché quello di tanti altri Iniziati, la persecuzione dell’antica Gnosi, del Manicheismo e delle comunità cristiane non “ortodosse”, la sfacciata menzogna – autentico “falso” in atto pubblico – della cosiddetta “Donazione di Costantino”, smascherata nel Rinascimento dall’umanista Lorenzo Valla, le menzogne dette sui Rosacroce, le calunnie, le menzogne dette sul Conte Alessandro di Cagliostro, la sua persecuzione bestiale e il suo assassinio, l’opera di insozzamento postumo della sua figura spirituale, nonché la denigrazione della sua corrente iniziatica. E molto altro che, per motivi di spazio e di noia, taccio.

Per non parlare della vasta opera di calunnia e di persecuzione da parte della suddetta, non precisamente idealistica, organizzazione di potere politico-economico, che di religiosi panni si veste e si traveste, nei confronti di Rudolf Steiner, compreso il suo avvelenamento e la vergognosa persecuzione giudiziaria da parte del parroco Max Kully di Arlesheim, l’incendio del Goetheanum, l’infiltrazione di agenti informatori e provocatori nella Società Antroposofica, il furto del testo della Classe Esoterica,  la vergognosa persecuzione sempre da parte della stessa potenza straniera d’Oltretevere di Massimo Scaligero – cosa che io appresi direttamente dalla sua stessa bocca, oltre che da altre fonti fededegne – e tante altre belle cosucce che, se scritte tutte, supereremmo in volume la stessa Enciclopedia Britannica.

Ora, il “compagno di merende”, amicissimo del primo critico di cui sopra, nel forum sul quale scrive, così prosegue varie righe dopo:

«D’altra parte devo ammettere che sono stato toccato dalla parte dell’articolo che parlava della coerenza di azione. Ovvero degli antroposofi che fanno la comunione nonostante la scomunica. Certo le citazioni che Hugo inserisce ad hoc nel suo discorso, fanno vedere uno Steiner molto critico con la chiesa, ma ce ne sono anche altre in cui ad esempio disse a Padre Trinchero, membro della classe esoterica, di non lasciare l’abito, ma di proseguire la sua azione nella chiesa».

Mi duole doverlo dire, e dargli così un ulteriore dispiacere, ma io non inserisco affatto pretestuosamente “citazioni ad hoc nel mio discorso, bensì io riferisco e documento fatti, e potrei documentarne tranquillamente varie migliaia di tali fatti, punti dell’opera e della biografia di Rudolf Steiner assolutamente chiari circa la sua posizione assolutamente negativa – malgrado il poderoso sforzo compiuto da parte dell’anonimo redattore della rivista romana sedicente “scaligeropolitana” per dimostrare il contrario – nei confronti della chiesa cattolica e la distruttiva azione di questa  a livello spirituale, sed transeamus.

Quanto al fatto che il barnabita Giuseppe Trinchero appartenesse alla Classe Esoterica, questa è semplicemente una fiaba. È vero ch’egli incontrò a Dornach Rudolf Steiner ma, stando alla vasta documentazione in mio possesso, non risulta ch’egli abbia mai fatto parte della Classe Esoterica : qui il nostro “compagno di merende”, che pensa di esser lui molto abile e noi molto stupidi, semplicemente “affabula”, pensando che i suoi lettori, non potendo verificare quello che egli dice, riterranno quanto da lui semplicemente raccontato – e non documentato – sia perlomeno verosimile. Purtroppo per lui, vi è chi verifica e controlla: sui documenti.

Giuseppe Trinchero era un sacerdote barnabita, che inizialmente si era molto impegnato e compromesso nel movimento modernista, sul quale fece pure la sua tesi di laurea all’università di Bologna, sostenuta col Prof. Francesco Acri, cattedratico fanaticamente cattolico : movimento modernista contro il quale la chiesa cattolica fu durissima, giungendo col Papa Pio X a imporre a ogni sacerdote il giuramento antimodernista e a comminare varie scomuniche. Il Padre Giuseppe Trinchero era poi passato su posizioni mistiche e antirazionalistiche, e ciò nonostante per tali sue posizioni ebbe numerose grane con le gerarchie ecclesiastiche, subendo da esse censure varie e addirittura, per un certo periodo, anche la sospensione a divinis

Il Trinchero venne in contatto con Rudolf Steiner e l’Antroposofia appena un paio d’anni prima della scomparsa di Rudolf Steiner, e poco più di un anno prima che questi si ammalasse. Ho copia di vari documenti autografi del Trinchero, ma non della sua appartenenza alla Classe Esoterica, tanto più che alcune tendenze sue spirituali mostrano una sua qual certa divergenza rispetto alla Scienza dello Spirito su non pochi punti, che a giudizio, non solo mio, paiono fondamentali. Egli tradusse e pubblicò, presso la casa editrice Fratelli Carabba di Lanciano, l’opera del Dottore Nietzsche, lottatore contro il suo tempo e, con la casa editrice di Ciro Alvi, l’Atanòr di Todi-Roma, l’opera di Guenther Wachsmuth Le forze plasmatrici eteriche, alla quale fece pure una prefazione da lui apertamente firmata. Per un po’ di tempo, frequentò il cenacolo della baronessa Emmelina de’ Renzis, che si riuniva in Via Gregoriana a Roma, ma non il Gruppo Novalis, diretto da Giovanni Colazza in Corso Italia. A quell’epoca, in Italia non era stata istituita la Classe Esoterica : addirittura era fallito il tentativo di un viaggio di Ita Wegman per consacrare la Classe in Italia. Solo dopo la seconda guerra mondiale, il Lascito di Rudolf Steiner incaricò Giovanni Colazza di fondare e consacrare, per la prima volta in Italia la Classe Esoterica. Padre Giuseppe Trinchero conobbe l’Antroposofia, tramite alcune amicizie, intorno al 1922. Due anni più tardi, si recò a Dornach, per la prima volta, per ascoltare alcune conferenze di Rudolf Steiner. Vi ritornò poi solo una seconda volta nel 1932, per continuare ad avere contatti con la Società Antroposofica. Padre Giuseppe Trinchero, già sospettato di eresia dalla curia genovese. a causa del suo primo viaggio a Dornach, venne denunciato alle autorità ecclesiastiche superiori dall’Arcivescovo di Genova e dal Sant’Uffizio. Di ritorno dal suo primo viaggio svizzero il Trinchero fu spedito, come misura disciplinare, alla residenza coatta nella Casa barnabita di Monteverde, a Roma. Nel 1935, si trasferì presso la sorella Clotilde a Trofarello, nei pressi di Torino, suo paese natale, famoso – così mi comunica il nostro “eleusino” Trittolemo – per i suoi ottimi asparagi. Nell’ottobre del 1936, chiese e ottenne di rientrare nell’Ordine dei Barnabiti, e si trasferì a Genova ove morì il 1° dicembre 1936. E questo è tutto. Quindi, come dicono gli ispanici, entonces nada : di una sua partecipazione alla Classe Esoterica non mi sembra proprio sia il caso di parlare.

Per il resto, il “compagno di merende” o non sa leggere o equivoca volutamente quanto da me scritto in quel articolo e nei precedenti, che a molti – malgrado l’anonimato di vari personaggi chiamati in causa – è apparso sin troppo chiaro, al punto che in taluni casi mi son giunte da certe persone, che evidentemente si sono sentite in qualche modo coinvolte, pesanti ingiurie e financo aperte minacce, le quali peraltro mi lasciano del tutto indifferente. Ma il nostro lezioso “compagno di merende” dà una versione totalmente falsa della famigerata “riunione pasquale”, avvenuta all’Asilo-Scuola “Arcobaleno”, pochi mesi dopo la scomparsa di Alfredo Rubino. Infatti costui scrive:

«Poi c’è vicenda della scuola in cui ha insegnato Mimma Benvenuti, questa è l’unica parte in cui ho qualche riferimento in più, perché per puro caso, ero presente in quella scuola, lo stesso giorno in cui era presente Hugo. I locali della nuova scuola sono di proprietà di una persona “problematica” (corrotto e corruttore) legata alla chiesa cattolica, ma l’Innominato coscientemente si lega a tale persona». 

Ma io avevo scritto – che più chiaramente non si poteva – che l’Asilo-Scuola, nella sua terza sede, si trovava in locali del Vicariato di Roma, proprietà dunque della Santa Sede, nonché sede del noviziato di una nota congregazione religiosa cattolica, e non ho mai scritto che quei locali fossero di proprietà della suddetta persona “problematica”. Se fosse stato più diligente nella lettura dell’articolo, o più probabilmente se avesse voluto fare meno il furbastro, il mio secondo lezioso critico, “compagno di merende” del suo poco ortografico “amico”, avrebbe compreso che nell’articolo avevo parlato chiaramente di tre sedi dell’Asilo-Scuola. Ma, forse, lo aveva ben compreso, e tuttavia voluto comunque pescare nel torbido, secondo una usata costumanza della parte avversa. La persona “problematica” in questione, legata ad ambienti clericali e a politicanti trafficoni, oramai da molto tempo felicemente defunta, era stata il proprietario dei locali della seconda sede della Scuola-Asilo, quella dalla quale quest’ultima venne tranquillamente sfrattata, allorché dai suoi eredi, peraltro affatto degni di lui, per quanto molto meno “geniali” e “intraprendenti”, venne deciso di usare quel terreno per una spregiudicata e lucrosa speculazione edilizia in quel di Monteverde. Nella sua “recensione” – chiamiamola così – piuttosto malevola e nervosetta,  del mio articolo, egli infiora una gran quantità di grossolani errori e di sfacciate non-verità, mostrando chiaramente che tra banale incomprensione e sfacciata volontà confondere le acque, gli è sfuggito quasi tutto l’essenziale.

Ma siccome ritengo che la Verità sia di chi, in maniera leale e sincera, faccia i necessari sforzi per conquistarla, non starò a spiegare a chi mi ha dato prova di non amare la Verità dove egli si è clamorosamente sbagliato e dove egli ha voluto deliberatamente errare.  

Tanto più che anche lui non si tira indietro di fronte alla navigata tattica del non rispondere nello specifico alle argomentazioni avanzate – ossia : Hugo de’ Paganis, simpatico o antipatico che sia, riferendo nei suoi scritti una serie di fatti gravissimi, ha detto il vero o no? – ma di delegittimare l’incomodo lupaccio, onde non sia ascoltato, con le sciocche e pretestuose considerazioni di un moralismo d’accatto e di una psicologia spicciola da quattro soldi, al livello di una rubrica da rotocalco per casalinghe annoiate, tenuta da una qualsiasi Donna Letizia. Infatti, egli così scrive:

«Ora dopo aver letto questo articolo, mi è venuto da pensare alla frase di Scaligero di come l’Ostile giunga a mentire persino dicendo la verità.
Chi è l’ostile? L’ostile è colui che ha o denota avversione, diffidenza per qualcosa o qualcuno. E mi sono detto se nelle stesse parole di Hugo, poteva essere rintracciata questa ostilità, ad esempio per la chiesa cattolica, o per l’Innominato, o per Mimma Benvenuti, per il coltivatore di Codroipo, per i Gesuiti, i catto-antropop ecc.

Credo che non sia difficile non essere vista questa avversione, e questo a mio avviso rende anche molte delle cose che ha detto Hugo, delle cose da prendere con le molle. Certo, a differenza di altre volte, sono riuscito a capire qualcosa di più, ma per puro caso. Il fatto di parlare, senza mai dire tutto, ovvero criticare qualcuno, ma senza sbilanciarsi nel nominarlo, denota un coraggio a metà. Una critica diretta, necessita di una risposta dal criticato, e anche il silenzio lo è, mentre una critica a chi non si sa bene chi, la si può fare senza aspettarsi nessuna risposta, perché forse tale risposta non la si vuole sentire, non c’è un moto di riavvicinamento in questo tipo di critica, ma solo la volontà di avversare: ostilità».

Il furbastro cerca di confondere le acque e si sforza di avvalorare il principio (che poi è quello dell’attuale buonismo ovunque, anche ecclesiasticamente, imperante) secondo il quale – conformemente agli invalsi riti della corrente ipocrisia sociale, per fairplay e bon ton – non si deve, non sta bene, non è educato, non è politically correct denunciare la menzogna, l’alterazione della verità, la falsificazione sfacciata dei testi dei Maestri, la denigrazione impudente della loro figura spirituale, l’opera palese o celata di paralisi, scompaginamento e dispersione della Comunità Solare. È la vecchia e sempre efficiente strategia della parte avversa, portata avanti nei confronti degli esoteristi di tutte le varie forme e tendenze, col dir loro:  

«Noi vi chiediamo tolleranza in nome dei vostri principi, e ve la neghiamo in nome dei nostri principi».

Devo riconoscere che una tale strategia, nella sua cinica perfidia, è davvero geniale. In sostanza, essa chiede agli avversari, ai refrattari all’obbediente sottomissione, nonché all’intruppamento nel gregge da mungere, tosare e all’occorrenza arrostire bene al barbecue, la più grande tolleranza per disarmarli meglio, mentre al contempo nega loro ogni tolleranza per distruggerli meglio.  

Costui mi dà allegramente del vigliacco, parlando del «fatto di parlare, senza mai dire tutto, ovvero criticare qualcuno, ma senza sbilanciarsi nel nominarlo, denota un coraggio a metà». Egli parla di «una critica a chi non si sa bene chi, la si può fare senza aspettarsi nessuna risposta, perché forse tale risposta non la si vuole sentire, non c’è un moto di riavvicinamento in questo tipo di critica, ma solo la volontà di avversare: ostilità». Quando, invece, tutti – proprio tutti – hanno capito benissimo di chi e di che cosa parlavo, tant’è che dalle persone che si son sentite toccate e coinvolte nel discorso mi son giunte ingiurie ed esplicite minacce. La politica del «riavvicinamento ecumenico» è una vecchia strategia della parte avversa, la quale stando alle esplicite parole del passato pontefice, oramai “emerito”, non significa affatto che esista una “unità trascendente delle religioni e/o degli esoterismi”, secondo che sosteneva il tradizionalista Frithjof Schuon, innamorato della “philosophia perennis”, bensì che la chiesa cattolica – extra quam, nulla salusha, anzi è la verità, mentre gli “altri” – religioni, esoterismi, o filosofie che siano – sono l’errore e la menzogna, e il “dialogo” è unicamente volto ad una loro “salutare” conversione alla propria ecclesiale verità, che non può e non deve essere mai messa in discussione. Ossia il tanto decantato “ecumenismo” non è altro che un fare del marketing, ossia attuare una spregiudicata strategia di mercato

Fa parte delle più ciniche e pregiudicate strategie di mercato l’uso all’americana, al fine di delegittimare un avversario, di forme di “pubblicità comparativa”, per cui sia il mio poco ortografico primo critico di cui sopra, sia il secondo, suo degnissimo “compagno di merende” e di forum, mi accusano di aver parlato male di una persona, sulla quale in vita mia io non ho mai scritto un solo rigo, anzi non ne ho mai, in nessuna occasione, neppure scritto il nome. Et pour cause. Essi dovrebbero, a mio personalissimo giudizio, cercarsi fonti d’informazione un tantinellino più attendibili che non le “spiritose invenzioni” di un loro “amico”, tuttora incerto tra l’essere uno spiritualista da social network o un generoso “distributore di coccole”, “amico” che forse essi non conoscono a fondo. 

A questo punto, all’impenitente lupaccio, eretico depravato, reo confesso di cotanta abietta miscredenza e di totale sfiducia nei confronti di coloro che con affabulante parlare ammanniscono un sì mirabil verbo al troppo fidente popolo catecumeno, è proprio passata ogni voglia di “convertirsi” a congreghe, istituzioni ed ecclesie, nelle quali brillano sì preclare cristianissime virtù.

Tra l’altro, i termini “steineriano” e “scaligeriano” non mi sono mai piaciuti. Questo ultimo, poi, fu inventato, negli anni settanta dello scorso secolo, dagli “antroposofazzi” come epiteto dispregiativo nei confronti dei discepoli di Massimo Scaligero, verso il quale la dirigenza della Società Antroposofica era, ed è tuttora, molto ostile. Mai, lui vivente, io sentìi usare una tale espressione nella cerchia dei suoi amici e discepoli, né tampoco Massimo Scaligero lo avrebbe mai permesso. Solo per una forma di cattivo gusto, segno di un avvenuto sfaldamento interiore, un tale epiteto ha cominciato ad essere usato a partire dagli anni ottanta dello scorso secolo, nella cerchia degli amici,

Io sono, per formazione scientifico-filosofica e personale elezione, un libero ricercatore della Verità, e reputo, come afferma il Buddha Shakyamnuni, che «Sabbadânaṃ dhammadânaṃ jinâti», ossia che «il dono della Verità supera e vince ogni altro dono». O – secondo la divisa di un sapiente ermetista del XIX secolo – Omnia vincit Veritas, ovvero: la Verità vince tutte le cose.

Amor mi mosse che mi fa parlare.     

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI (29 SETT.2016)

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1/18026
LA POTESTA’ ERIGENTE

ASTUZIA E VITALISMO CORPOREO STRETTAMENTE CONGIUNTI.

I FORSENNATI NELL’INGANNARE.

VISCIDA E CONTRATTISSIMA POTENZA CHE FA APPARIRE ENORMI
I PICCOLI VALORI DELL’UMANA AVIDITA’ APPAGATA.

POSSESSIONE ENERGETICA NEL CARNEO SVILUPPO
DELL’UMANA PERSONALITA’CHE TUTTO RINNEGA
IN QUANTO HA APPETITI NELL’AVIDO.
IN QUANTO BRAMA SOLLEVARSI SUGLI ALTRI POICHE’ SA INGANNARE.

AUTOMI DI CARNE DALL’IMMENSA INGORDIGIA.

LA VITA INTERIORE E’ OSCURO BRAMARE ARMATO DI ASTUZIA
NELL’INTENSO EMANARE SPREZZANTE DISGUSTO VERSO IL CALORE DEI CIELI

BUROCRATI INDENNI FRA GORGHI GIURIDICI E TEMPESTE ECONOMICHE:
SORRIDONO INDEGNI NELL’APPARENTE TURGORE NERVOSO CHE E’ SOLO FOLLIA.

TOTALMENTE INSENSIBILI AD OGNI EVIDENZA MORALE:
RESTANO ALLIBITI DINANZI AL MANIFESTARSI VIVENTE DI UN VALORE
CHE LI SVELA MENTRE SFIORA GLI ENTI SUBUMANI DELL’INGANNO
CHE VENGONO SQUASSATI.

POICHE’ TANTO QUANTO GLI ENTI INFESTANTI DEL LIVORE:
POSSONO MANIFESTARSI GLI ENTI SCULTOREI DELLA SINCERITA’ AGENTE.
POSSONO TRASMETTERSI FORZE FORMANTI DEGNE.
PUO’ IMPRIMERSI UN POTERE CHE E’ IN SINTONIA COI CIELI.

NEL MONDO DELLE FORZE AGENTI CHE SI CONTENDONO IL REALE :
PUO’ GIUNGERE DALL’ALTO L’IMPRONTA DELLE FOLGORI.
L’ORO OCCULTO DEL REDIMERE INNALZANDO.

OCCORRE CHE SI ACCENDA NEL VIVENTE
UN’EVIDENZA SORRETTA DALLA VOLONTA’
CHE SOLO NELL’ELEMENTO LIBERO E COSCIENTE
PUO’ OPERARE QUALE AUREO VALORE.

ASCESI DEL PENSIERO CHE GIUNGE A FARSI POTENZA FORMANTE DEI MUTAMENTI DEL DESTINO.

LUCE CHE SOSTENENDO E TRASMUTANDO GLI URTI CONTRARI AL SUO MANIFESTARSI:
IMMETTE LA VIRTU’ DELL’AUREO
IN CUI SI DELINEA IL VOLTO DELL’ARCANGELO.

ESSENZA DELL’ASCESI
IN CUI LA POTENZA SCULTOREA DELLA FEDELTA’
OTTIENE FRA I LAMPI DELL’ACUME STRENUAMENTE PERSEGUITO :
LA POTESTA’ DI ERIGERE L’INCONCEPIBILE PUREZZA.
__________________________________

2/18027
LIMPIDO TINTINNIO

FRA LE NEBBIE DELL’ORRORE GIOCANO A FARE I MOSTRI DELL’AVVERSO.

AVVOLTI DA UNA NUBE MEDIANICA CHE SI ESALTA NELL’INFLIGGERE DOLORE
PERCORRONO – QUALI ESECUTORI GIUDICANTI – I SENTIERI DELLA CATASTROFE BRAMATA.

NUBI DI SEVERO GIUDIZIO AVVOLGONO LA PERFIDIA DEI POTENTI NELLA NOTTE.

SONO I SENZA DEVOZIONE.

I PORTATI A STRAZIARE L’ARMONIA DELLE ANIME DORMIENTI
INCUTONO TERRORE ANIMICO PRIMA ANCORA DI AVER ESERCITATO DANNO.

UOMINI AL SERVIZIO DELLA NOTTE IN CUI OGNI SPERANZA E’ SPENTA.
ED IN CUI LA VOLONTA’ IMPIEGATA DAI MALIGNI LASCIA TRACCE OCCULTE
CHE ULTERIORMENTE PORTANO ALL’INABISSAMENTO.

SOLO UNA LUCE ACCESA OVE LE ANIME RESPIRANO SOLLIEVO :
PUO’ INCUTERE TERRORE AI PERSECUTORI ESAGITATI.

SOLO UN ARGINE SCULTOREO
ERETTO OVE IL PENSARE VIVE LA PROPRIA ESSENZA:
SOLO UNA INTERIORE E SOTTILISIMA FONTE
DI RINNOVATA FORZA ERIGENTE:
PUO’ ATTUARE L’IMPOSSIBILE RISTORO.
L’ESTREMO RISANARE.
PUO’ RESTITUIRE VITA SOVRUMANA OVE QUELL’INCUBO E’ SQUARCIATO.

COSICCHE’ UN ARGINE SI SCAGLIA CONTRO QUEL MORIRE : TRAENDONE SOLLIEVO.

OTTENENDO PREMESSE CHE IMPEDIRANNO IL MALE.

PREMESSE LA CUI IMPRONTA E’ IL SOVRUMANO.

ED IN CUI IL VOLTO DELL’ARCANGELO TORNA PLAUSIBILE AI PENSIERI.

TORNA CREDIBILE L’ESSENZA SUA CELESTE.

NUOVI CIELI INNALZATI NEL FERRO METEORICO IN CUI E’ RIPOSTA L’ESSENZA DEL SOLARE.

OVE IL LIMPIDO OCCULTO TINTINNIO DI TALE FERRO
GIUNGE A RENDERE PRECISO E OPERATIVO IL FUOCO DEL CUORE.

OVE NELL’ATTIMO TRIONFA LA CERTEZZA LOGICA
CHE SQUARCIA E POI TRASMUTA LA FOLLIA E L’ORRORE.

NEL DEFINITIVO IMPRIMERSI DEL VERO IN CUI ARDE IL SOLARE.

NELL’INSISTITO ATTO DEL PENSARE
CHE MANTENENDO UNITA L’EVIDENZA DEL RICORDO
PUO’ MANIFESTARE L’ESSENZA CHE REDIME.
___________________________________________

3/18028
CELESTE RAGGIO

L’ENERGIA BIOLOGICA SPESA NELL’INTENSITA’ DEL VIVERE CORPOREO
ASSURGE COME SOTTOFONDO DI CAOS NEL MENTALE.

NEGA L’IMMATERIALITA’ E LA RESPINGE.

CREA UN NODO DI EVIDENZE PRIVE DI PENSIERO
CHE PERO’ INFLUENZANO CONVINZIONI E SENSIBILITA’.
TRASCINANDO VERSO L’ANIMALE DALLE SEMBIANZE UMANE.

CREA UN FARDELLO DI FALSE SPONTANEITA’
CHE GRAVITANO VERSO LE DENSITA’ ANIMALI.

IL SENTIRE ANIMICO VIENE SOSTITUITO DALL’ORGOGLIO DEL BENESSERE CORPOREO.

UNA DENSA FORZA DI SALUTE ENERGETICA E PRIVA DI PUDORE
DIMENTICA L’ANIMA CELESTE
E LA DETESTA OVE IL SUO RICORDO A TRATTI RICOMPARE.

FUNZIONI CORPOREE E BRULICARE DI INTESTINI
OVE UNA VOLTA SPLENDEVA UN TENUE AMORE.

TUTTO INDURITO ED ISPESSITO
SENZA POSSIBILITA’ DI LIEVITA’ E ARMONIE.

CEREBRALITA’ ACCELERATA E DENSA
CHE HA COME EVIDENZE E PUNTI DI RIFERIMENTO
SOLO FELICITA’ FISICA E RANCORE
OSSIA ODIO CONTRO TUTTO CIO’ CHE INNALZA OLTRE IL BESTIALE.

IN TUTTO QUESTO INTRICO DI APPETITI E LATENTE MALUMORE
L’ANIMA E’ MORENTE.
UNA MASSA DI ENERGIE LA COPRE LA ODIA E LA DETURPA.

MA COMUNQUE E IN VARIO GRADO:
L’ANIMA CELESTE E’ SEMPRE SUL PUNTO DI RISORGERE.
OCCORRE CHE POSSA RESPIRARE ATTIMI DI ETERNITA’
NEL SILENZIO IN CUI LA CEREBRALITA’ E’ TACITATA.

QUANDO NELL’ASCESI L’APICE COSCIENTE VIVE NEL RICORDO
ACCADE CHE APRA VARCHI DI SOVRUMANITA’ PER L’ANIMA ASSOPITA
E LA PORTI AL COSPETTO DI UNA TEMPORANEA PURITA’IN CUI PUO’ RESPIRARE.
IMMERSA IN UNA VOLONTA’CHE IN QUEGLI ATTIMI E’ DEVOTA.

APICI IN CUI L’ANGELO LE TORNA CONCEPIBILE
ED IN CUI L’IMMATERIALITA’ VIVENTE LE FORMA UNA CORONA.

L’ETERNITA’ RISORGE NEGLI ATTIMI DEL SILENZIO CHE CONSACRA.

FRA LE FORZE FORMANTI CHE TENGONO UNITO IL CONCETTO CONTEMPLATO :
LAMPEGGIA E FLUISCE E IRRAGGIA LA SOVRUMANITA’
CHE PER NESSUN ALTRA VIA SAREBBE RINTRACCIABILE.

LAMPEGGIA LA DIVINITA’ SCESA NELL’UMANO
ED IL SUO SGUARDO E’ FORZA CHE REDIME
E CHE REINNALZA.

LUNGO I SENTIERI DELL’ARCANGELO.

OVE IL CELESTE RAGGIO E’ VOLTO CELESTE CHE RISORGE.
___________________________________________

4/18029
EFFETTI VIVENTI

LA’ OVE E’ PIU BRUCIANTE L’ALITO DEL DRAGO:
OVE I GORGHI DI CHIUSURA SONO STRATIFICATI NELL’INDEGNO:
LA’ INFINE ATTIMI DI APERTURA AL PURO HANNO RIPORTATO SANITA’.

NELL’INCENDIO UNITIVO DELL’IDEA
CHE NEL MANTENERE LA PROPRIA DECISIONE: LAVA.

LO STRATIFICARSI DI INTENSE BRAME SI TRADUCE NEL TEMPO
IN NODI DI ENERGIE IN CUI VIVE L’ESSENZA DELL’ANTIAMORE.

CHIUSISSIMA POTENZA DI VOLONTA’ NELL’ANTIUNIRE.

OSCURO E BRUCIANTE DISGREGARE PROFONDO
CHE COME PALPITANTE ANTI INTELLIGENZA: BRAMA OSTACOLARE.

GERME DI CATASTROFI E FOLLIA
NEL PIU’ INTENSO CONTRASTARE LIVIDO.

LA FORZA CHE PUO’ DISSOLVERE QUEL MALE:
PUO’ ESSERE OTTENUTA SOLO ATTRAVERSO RINNOVATA DEGNITA’
CONCESSA DALL’ALTO MENTRE SI IMPEGNA L’IO NEL RITO DELL’IDEA.

APERTURA NELL’ATTO DELL’ASCESI.
APERTURA CHE CONTIENE UNA SCINTILLA DI VITTORIA.

UN MOVIMENTO DI RISOLUZIONE
MENTRE IL PENSARE INSEGUE L’ESSENZA DEL CONCETTO RICORDATO.

MUTA IL DESTINO MENTRE LIEVISSIMA LA MERAVIGLIA
NELL’ATTIMO SI ACCENDE E POI SCOMPARE.

POICHE’ NELLA MEMORIA UMANA PERDE OGNI EVIDENZA

MA PERMANGONO GLI EFFETTI VIVENTI
CHE COME RITO TENDONO A RIPETERE L’ESSENZA
DI QUELL’EVENTO IMPREVISTO E IMPREVEDIBILE
CHE DA FUORI DEL PREDETERMINATO MUTA I DESTINI.

FRUTTO DI LIBERTA’ CHE POTEVA NON ESSERE SPESA IN QUELLA DIREZIONE.

AVE DELL’ARCANGELO FONTE DELL’IMPOSSIBILE SANARE.
_____________________________________

5/18030
L’IMMATERIALITA’ CINGE IL SILENZIO

LE CARNI PENSANTI CONTENGONO IL NEGARE.
VIVONO UNA VITA ESTRANEA ALL’INDIVIDUO.
OPPOSTA ALL’IO E MOSSA DALLA FOLLIA RIBELLE.

CARNE ENERGIZZATA CHE RECITA IL PENSARE
TRAE LA SUA VITA DALLO SPORCARE LE INTENZIONI LIBERE
CHE A TRATTI L’INDIVIDUO QUASI SOGNANDO ELABORA.

AUTOMI MOSSI DA BLASFEMIA
NON POSSONO CONCEPIRE LIVELLI ESISTENZIALI CONSACRATI.
PERDONO ORIZZONTI OLTRE I QUALI GIA’ NON OSAVANO SOGNARE.

LE NUBI DEL PARLOTTIO RIBELLE ASSORBONO OGNI SILENZIO.
MENTRE CUPE VOLGARITA’ DISTURBANO IL PENSARE.
TUTTO E’ INVOLUTO E SPORCO NELL’ALITO DEL TROPPO UMANO
CHE ANCHE QUANDO E’ STUPEFATTO IMPRECA.

COSICCHE’ LE POTENZE CORPOREE
PREVENTIVAMENTE VIVACIZZATE NEL BLASFEMO
RECITANO UNA VITA DI PENSIERO CHE NON HANNO
MA CON LA QUALE SCAVALCANO L’INDIVIDUO E LO SOSTITUISCONO.

EPPURE TUTTO CIO’ SVANISCE E IMPRECANDO GEME:
DINANZI AL VALORE IN CUI IL VERO PENSARE SFIORA IL SOVRUMANO.
DINANZI ALL’ALTO CONTEMPLARE IN CUI VIVE IL CONCETTO.

L’ATTO DELL’IDEA TACITA IL PARLOTTIO DEI MOSTRI.
INCONTRA IL NEGARE E LO SPERIMENTA QUALE REALMENTE E’:
ALTERAZIONE MALIGNA DEL REALE.

L’ATTO DELL’IDEA PERMETTE ALL’IMPOSSIBILE DI MANIFESTARSI.

RITENUTO IRREALE E ODIATO:
L’ULTIMO ORIZZONTE APPARE.

NEL SOVRAMENTALE IRROMPERE DELL’ETERNITA’.

OVE L’IMMATERIALITA’ CINGE IL SILENZIO.
E LO FECONDA DI ARMONIE SOVRANE.
IN CUI L’ANIMA RISORGE NEL CELESTE
E L’ORO DELL’OCCULTO SOLE COMPIE IL REDIMERE.

QUOTIDIANAMENTE REINNALZANDO I CIELI INTERIORI DELL’UMANO.

ALTARE IMMATERIALE IN CUI L’ASCESI CREA NUOVI DESTINI.

E L’AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI
QUANDO E’ POSSIBILE
CONCEDE LA VITTORIA.

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, MICHELE - La Via del Pensiero, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-OTTOBRE 2016

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL TEMPO DI MICHAEL

10270104 .

Parlare di Michele, ora che la ricorrenza si avvicina, è attingere, in un solo articoletto, ad alcune delle infinite sfaccettature che, con l’aiuto della Scienza dello Spirito, è possibile contemplare. Qui si parla di un’Entità divina, più vicina a noi di tante altre, più amica dell’uomo, ma ricordiamoci che Essa è del tutto sovrumana: perciò vicina ma anche tremendamente lontana. Ricordiamoci che solo uno tra gli Esseri divini ebbe la missione ed il coraggio (una follia assoluta!) di venire in ciò che è “fuori” dallo Spirito.

Facendosi parente stretto vostro e mio.

Allo stesso modo in cui Natale ed il San Giovanni estivo si oppongono e si completano, i due equinozi – Pasqua e San Michele – riflettono i due opposti volti di una situazione che interessa l’uomo, la natura e l’universo.

Questa situazione è quella del passaggio dalla morte alla vita e dalla vita alla morte.

La festa cristiana della Pasqua celebra in tre giorni morte, sepoltura e resurrezione. Ma certe religioni dei tempi antichi festeggiavano in autunno la resurrezione di un personaggio divino che aveva superato una prova paragonabile alla morte, come Adonis fa esempio.

Da cosa nasce questa confusione di avvenimenti che si ricollocano da un equinozio ad un altro?

Infatti si produssero due movimenti inversi: in primavera è la natura che passa dalla morte alla vita. Essa esce dalla tomba e resuscita. In autunno ripiomba nel sepolcro.

Però si produce anche un risveglio, ma questa volta nella coscienza individuale: che aspira ad addormentarsi in estate. Nelle belle giornate essa perde la concentrazione e la recupera in autunno. In autunno riprende il fardello del suo destino e del suo lavoro.

Questo “ritorno dall’evasione” la risveglia e la rende resistente all’impatto con il freddo e con il buio.

La natura soccombe, l’anima si rafforza: in un certo senso passa dalla morte alla vita.

Questa inversione fa eco nelle parole del Battista: “Bisogna che Egli cresca (il Sole dello spirito) e che io diminuisca (il sole fisico del solstizio)”.

La morte della natura è percepita da/nell’essere corporeo dell’uomo, ma il suo spirito non è subordinato a leggi naturali, ha suoi principi e ritmi.

Chiunque può percepire in sé stesso che la vita interiore è in “ragione inversa” alla vita della natura: le funzioni vitali, come per esempio la digestione o l’attività muscolare o una accelerazione della circolazione sanguigna rendono opaca la lucidità di coscienza e possono spegnerla completamente poiché è facile abbandonarsi al sonno. All’opposto, un’attenzione estrema, una riflessione intensa arrestano parte della vita dell’organismo: esempi grossolani si colgono quando, in questi casi, ci si ferma dal camminare o si trattiene il respiro.

La coscienza frena la vita, la vita disperde la coscienza.

Ritroviamo questa inversione nel contrasto delle stagioni. Possiamo constatare che l’equinozio di primavera rianima la vita nella natura ma indebolisce la concentrazione della coscienza come senso individuale, mentre verso San Michele è la natura che si placa e l’Io riprende nell’individuo la sua forza attrattiva.

Pasqua è un ritorno alla vita della natura; San Michele è un ritorno alla coscienza individuale.

Il tempo di San Michele è come se ci dicesse: “Guarda, tutto muore intorno a te. Questi colori, questa dolcezza dell’aria, questi quadri di bellezza che ti esaltavano, ora ti abbandonano. Il freddo, il buio, venti ostili ti attaccano. Rafforza te in te stesso, alimenta la luce interiore e veglia nella notte. Riconquista te stesso e supera la natura che t’abbandona. Ora è lo Spirito che in te vive, che t’invita alla gioia severa di questa festa!”

Chi desidera, legga con animo aperto i versetti che Rudolf Steiner ha scritto come “Atmosfera di San Michele” nel Calendario dell’anima.

Dei quattro Arcangeli che sono ciascuno il reggente dei quattro grandi punti cardinali dell’anno, Michele è quello che ha maggior rilievo nell’immaginazione degli uomini.

Una grande ineguaglianza regna, a questo riguardo, tra tali figure celesti: Uriel è caduto nell’oblio, Gabriel e Raphael sembrano impallidire davanti all’Arcangelo- cavaliere, Principe delle milizie dei cieli.

Già il suo Nome, “Micha-El” (Chi è come Dio) proclama forte quale altissimo “spazio” egli occupa. Egli è “colui che marcia davanti a Dio”, o ancora “il Volto di Dio”, “la folgore di Dio”, la Sua Luce.

La sua “attività” è ancora più possente quando non lo si compari solo tra i quattro Arcangeli che governano le stagioni, ma ai sette che presiedono la successione e la missione delle epoche.

Poiché Michele esprime solo una parte della sua natura nel ruolo d’Arcangelo dell’autunno.

In lui la tradizione riconosce l’Arcangelo del Sole, come in Gabriele quello della Luna, in Raffaele quello di Mercurio, in Anaele quello di Venere, in Zacariele quello di Giove e in Orifiele quello di Saturno.

La coscienza moderna non percepisce più i rapporti tra le forze planetarie e queste grandi figure della divinità, e soprattutto essa è priva della sensibilità che le permetterebbe di sentirsi connessa a tali esseri come il frutto all’albero che lo porta e lo sostiene. E comunque è l’intera struttura universale che sfugge a chi non vede o non vuol vedere come i regni inferiori hanno la loro corrispondenza nei regni che si elevano oltre l’uomo.

Molte soluzioni al problema dell’uomo terrestre e del suo ruolo, sono tuttavia contenuti in questo fatto.

Ad un piano sotto il livello che attualmente occupa l’umanità, troviamo gli animali, ancora privi di intelletto individuale; sotto di essi abbiamo le piante, prive di un proprio movimento e ancora più sotto “esistono” i minerali che, per l’appunto, hanno solo l’essere.

Da questo immenso laboratorio di forme si alza un appello, un sospiro, verso lo stato di coscienza al quale l’uomo si è elevato: poiché l’autocoscienza è il punto d’impatto del mondo fisico con il mondo spirituale interiore.

A partire dall’attività del pensiero cosciente l’uomo scopre lo Spirito e nello Spirito l’attività dei regni superiori: gli Esseri che chiamiamo Angeli egli può percepirli se medita il suo destino. Con altre forze di contemplazione si volge agli Arcangeli che hanno molteplici attributi. Egli può avvicinarsi poi ancora ad altri elevati regni ed esseri attivi nelle coorti delle Gerarchie sovrasensibili.

Secondo gli insegnamenti della conoscenza spirituale, compito degli Arcangeli è quello di governare i ritmi del corso dell’anno e la successione dei periodi della Storia umana sulla terra. Ogni sottodivisione del flusso storico dura da tre a quattro secoli e sta a significare che un altro Arcangelo-Spirito del tempo ne ha preso la guida. Il carattere del suo spirito riflette la mentalità della sua epoca. Egli è l’ispiratore comune di tutto quello che caratterizza individui e popoli entro quei tempi: è lo Spirito di un’epoca.

Nella cristianità, San Michele è sempre vittoriosamente attivo, presente.

Ricordo che in Italia, sul monte Gargano, Egli apparve e reclamò un Santuario su quel luogo. Inaugurato il 29 settembre del 492, divenne una intensa fonte di ispirazione e di miracoli. Due secoli più tardi, nuova apparizione, nuovo ordine di edificare una cappella alla sommità del Mont Tombe in Francia, luogo circondato dal mare, già in passato luogo sacro per i druidi. Diviene il noto Monte Saint Michel-au-péril-de-la-mer.

Malgrado le vicissitudini della storia, i pellegrini non hanno mai cessato di recarvisi. Si dice in Francia che non ci sia stato re che mancò ad un pellegrinaggio a Saint Michel.

Uno degli effetti dello spirito di Michele nella nostra epoca è il moltiplicare le occasioni che permettono agli uomini di incontrarsi oltre le frontiere.

Sotto l’azione della sua precedente reggenza, il pensiero fu reso universale e accessibile attraverso la filosofia. In una conferenza dell’agosto ’24 il Dottore dice: “ Anteriore al Mistero del Golgota, Egli si è dedicato alle gloriose imprese di Alessandro e all’espansione della filosofia di Aristotele”. Ora la sua reggenza (iniziata dopo l’autunno del 1879) deve creare l’universalità sul piano sociale. Michele non è più lo spirito di un particolare popolo ma di un’intera epoca e già si osserva la sua influenza. Gli uomini che hanno raggiunto una coscienza individuale, si uniscono in lingue, in blocchi. Là dove il fenomeno prende un carattere razziale, esso regredisce e ritorna ai tempi in cui il legame umano s’appoggiava al clan. Tali legami perdono ogni giorno la loro ragione d’essere. I nuovi apparentamenti nascono per interessi (idee e azioni) comuni.

Questo impulso è iniziale. Esso dovrebbe trasformare il bisogno di fusione negli ideali di una razza o di una nazione particolare in desiderio individuale di portare parte di ciò nel destino comune all’umanità, sperando che altri portino e condividano la loro particolare ricchezza di idee e creatività.

Questa tendenza non può essere un progresso se degenera nella propria caricatura: il livellamento sociale ottenuto sistematicamente con la distruzione della dignità individuale.

Il progresso sociale, secondo il carattere micaelita, non può portare che a forme di unione con il libero assenso degli individui che, sino in profondità, abbiano preso consapevolezza dell’umanità generale in misura non inferiore rispetto ad una maggiore destità dell’Io.

E’ purtroppo facile rappresentarsi la deformazione dell’uomo futuro: l’uomo-robot, privo di coscienza desta e persino fabbricato in serie.

Probabilmente questa sarà la lotta nella nostra epoca, più nostra che di Michele, poiché l’uomo stesso, con la conquistata coscienza di sé, può combattere con le proprie forze il Drago scacciato da Michele, che ora è in lui. Egli può combattere con la moralità che vive nel calore del suo sangue, con il pensiero – anch’esso reso vivente – che spazza le false astrazioni e l’inganno materiale, con la volontà di portare insieme ai suoi fratelli i destini dell’umanità a trionfare sul male che avvolge la terra.

La fioritura della coscienza individuale coincide con l’impulso micaelita di far regnare una luce universale che illumini tutto.

Tale sinergia sta in ciò che la festa di San Michele è per l’uomo contemporaneo: l’interiorizzazione della Luce.

Declinante nell’esteriore, essa rinasce nella coscienza.

La festa di San Michele dei tempi passati fu celebrata da uomini più di noi vicini alla natura della morte del mondo vegetale che resuscita al tempo di Pasqua. Al tempo odierno, lontano dalla natura, l’uomo cova i destini del suo Io all’interno della sua “buccia” individuale. Egli può sentire una affinità con una festa autunnale se vede che la Luce in lui si interiorizza e l’arma del coraggio di sopravvivere al declino di ciò che deve morire.

La festa di San Michele non celebra i grandi avvenimenti della vita del Cristo come invece lo fanno Natale e Pasqua, quando il decorso delle stagioni illustra perfettamente l’evento.

La festa d’autunno appare piuttosto come un passo sulla strada dell’avvenire dell’umanità.

Natale e Pasqua ricordano i doni portati agli uomini dallo Spirito che vive nel cosmo.

Le feste di San Giovanni e San Michele sono rivolte a festeggiare i giorni in cui lo spirito incarnato nell’uomo potrà rispondere allo Spirito dell’universo.

 

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Primo Giorno – P. 3 e 4

Copgenesi

IL PRIMO GIORNO

3. L’orientamento della sostanza terrestre

Se vogliamo portare le Parole or ora risuonate gradualmente in rapporto con ciò che accade embriologicamente, dobbiamo considerare ancora una volta il primo versetto della Genesi, innanzitutto la prima Parola di esse: Bereschit – «In principio».

In questa Parola è predisposto, come in un seme, l’uomo intero. Nella sua prima lettera, beth, appare l’idea della casa come primo gesto per il futuro corpo umano. Beth significa casa. Nelle parole che iniziano con b come bergen (nascondere), bauen (costruire), Baum (albero), Burg (castello), questo gesto può essere avvertito anche nella lingua tedesca. L’ultima lettera, tav, contiene un gesto che agisce verso l’esterno. Anche questo può essere avvertito nella lingua tedesca, in parole che terminano in t, come Licht (luce),  Blatt (foglia), Mut (coraggio), Shcwert (spada). Tav significa segno, anche segno della croce. Questo elemento alludente all’esteriore viene rafforzato tramite la schin di schith, come se una fiamma sfavillasse in scintille verso l’alto. Beth è la prima consonante pronunciata dall’alfabeto ebraico, tav l’ultima, e questi suoni s’incurvano così in un grande arco, già in questa prima parola, racchiudendo l’intero mondo consonantico udibile – come predisposizione del futuro corpo -, perché devono essere plasmatori di organi, la Parola deve creare il corpo. In mezzo tra le singole consonanti beth  e tav (b e t) è collocata la sillaba resch – in tedesco resch significa testa – e questa sillaba contiene di nuovo esch, il fuoco, la scintilla divina, che rende uomo l’uomo. Ora però, in beth vive il gesto della Terra, che agisce verso l’interno, creante uno spazio interno, e in tav il gesto del Cielo, l’elemento che si rivela verso l’esterno. E così nella Parola primordiale bereschith, sono contenuti, come radice e foglietto embrionale in un seme, i pensieri di Cielo e Terra, che poi crescono come ha-schamajim veth ha-aretz, come «Cielo» e  «Terra»: Bereschith bara Elohim eth-haschamajim veth ha-aretz – In principio Dio creò il Cielo e la Terra. E in mezzo come l’embrione tra radice e foglietto embrionale, così tra Cielo e Terra, cresce l’uomo.

Al primo versetto seguono le parole: ve ha-aretz hajta tohu va-bohu – «e la Terra era deserta e vuota». Come una eco, un riflesso speculare del primo versetto, appaiono tohu bohu, come se l’elementarietà della Terra primordiale, se si presta attenzione alla sua gestualità, richiamasse, per così dire, in queste Parole le lettere b. La b e la risuonano nella Parola bereschit attraverso lo spazio – la e la risuonano dalla profondità: tohu va-bohu – e la sostanza primordiale caotico-elementare della Terra riceve il suo orientamento. Su queste Parole RUDOLF STEINER dice (riportato a senso, non alla lettera): in tohu, forze al centro dello spazio irradiano in tutte le direzioni – in bohu di nuovo ritornano le forze della periferia a questo punto (vedi: I segreti della storia biblica della creazione). L’espressione «drunter und drüber» (letteralmente sotto sopra) ricorda chiaramente questa serie inesprimibile di suoni, come nell’espressione italiana «sottosopra».

Questo potente evento diviene adesso visibile nella minuscola immagine embriologica nel processi di formazione dei corpuscoli polari. L’ovocellula è la più antica cellula del corpo ancora capace di suddividersi; essa è nata nel corpo della nonna del bimbo che da lei deve nascere; poi nasce nell’organismo materno già all’epoca in cui, questo stesso non è ancora nato. Penetriamo qui con lo sguardo nella corrente ereditaria della sostanza organica che, per così dire, si perde nel buio delle generazioni. Così come la sostanza elementare della Terra può essersi risvegliata dal sonno cosmico ed essere emersa dalla notte cosmica, così scaturendo dalla notte del passato, l’ovocellula appare come sostanza primordiale del corpo umano, e viene ora chiamata ad una interna dinamica, ad un contrasto tra un interno ed un esterno. Questo contrasto ha la sua espressione nella formazione dei corpuscoli polari, un evento che ha l’aspetto di un’aratura della sostanza ovulare, tramite la quale la medesima viene orientata nello spazio terrestre. Tohu va-bohu risuona dall’ovocellula, allorché essa compie il processo della trasformazione dei corpuscoli polari.

4. Della sostanza primigenia e della Tenebra

Oggi viene sostenuta universalmente l’opinione che la Genesi mosaica sia una creatio ex nihilo, una creazione dal nulla. Questa opinione non è corretta, giacché la Genesi conosce una sostanza primigenia, solo non la chiama nella maniera in uso a molti altri racconti della Creazione. La conoscenza della sostanza primigenia è il suo segreto. Al medesimo ci accostiamo se adesso ascoltiamo le Parole: ve choschek al-pĕné tehom – «e la tenebra era sulla faccia dell’abisso». Da dove viene la «Tenebra», choschek da dove viene l’«Abisso», tehom? Tehom significa anche «acqua mugghiante», «abisso», «voragine». Linguisticamente è affine con Tiamat, la marea primordiale del mito babilonese della Creazione. Questo fa sorgere Tiamat come tenebrosa figura femminile, che deve combattere contro Marduk, il dio del Sole. Se lo scrittore della Genesi adopera la parola tehom, ciò non è avvenuto per ragioni di accostamento alla tradizione babilonese, come talvolta è stato supposto. Possiamo ritenere l’autore di questo testo sicuramente dotato di sufficiente originalità. E’ proprio l’inimitabilità di questo testo: che in esso ogni parola è necessità e che possono essere fatte questo tipo di osservazioni che posseggono carattere di universalità nella più grande misura possibile. Quando il mito babilonese della creazione racconta di una lotta tra Luce e Tenebre, la sua descrizione non è falsa in linea di principio, essa tuttavia presenta, per così dire, un aspetto della cosa come se fosse il Tutto.

Supponiamo che qualcuno voglia descrivere l’estremità anteriore di un vertebrato  e che descriva un’ala di un uccello. Quello che udremmo in proposito sarebbe appunto una descrizione veritiera, ma accanto ad essa ce ne sarebbero molte altre, per esempio quella di una pinna pettorale o la zampa a forma di vanga di una talpa e così via. Ma se si volessero riunire in un’unica descrizione tutte le estremità anteriori animali, lo si potrebbe fare benissimo, ma allora si dovrebbe descrivere il braccio o la mano di un uomo. L’uomo riunisce nella sua mano funzione e forma di tutte le estremità anteriori animali. Egli può allargare le braccia come se fossero le ali di un uccello, può compiere movimenti natatori e a vanga, ma non è “obbligato” a nessuna di queste attività. La sua mano è universale, ovverosia essa non è organicamente specializzata verso nessuna funzione. Ora come le singole “mani animali” stanno alla mano umana, così la storia babilonese della Creazione, e molte altre, stanno a quella biblico-mosaica. Quest’ultima, a giudicare da tutto ciò che di essa sappiamo, è la più universale e arriva, perciò, sicuramente più vicino alla verità. E se ora una tal parola, come tehom viene adoperata come avviene nella storia biblica della Creazione, viene messo al suo posto lo straordinario contenuto del sentimento ad esso innato cosicché possono esistere accanto ad esso tutti i rimanenti valori del sentimento necessari per la conoscenza della verità. Con una Parola il più grande di tutti i poeti evoca non soltanto quella certa situazione di lotta tra le Potenze creatrici, plasmatrici della Luce e dell’elementarità tenebrosa – si rifletta che poi si giunge, appunto, ad una separazione fra Luce e Tenebre -, bensì comporta altresì il pensiero di una preesistenza e quindi quello della sostanzialità primigenia.

Questa sostanza primigenia dev’essere pensata reale. Ve choschek al-pĕné tehom significa alla lettera: «E la Tenebra è sulla superficie dell’Abisso»; al-pĕné = sulla superficie. Ma pĕné viene da pani significa oltre che superficie anche volto, faccia, persona, personalità. Quindi potremmo tradurre secondo il significato delle parole: e la Tenebra era sulla faccia dell’Abisso, la Tenebra si trovava sull’essere delle Acque. Il corpo di questa entità è tehom , la tenebrosa sostanza primigenia della Terra. Con questa elementarità primordiale si congiungono gli Elohim. Giacché ora viene detto: «e lo Spirito di Dio covava sulle Acque» – lo Spirito di Dio, Ruach Elohim – covava sulle Acque, merachephet al-pĕné ha-majim. Di nuovo al-pĕné, sulla faccia. La Divinità compenetra l’essenziale elementarità primordiale col suo covante calore (5)  e comincia ad ordinare e a formare la medesima come suo corpo. Ciò che qui, dall’elemento «facciale(6)», guarda fuori, è la stessa Divinità. Le «Acque» appaiono con la marea tehom santificata dalla Divinità. In queste parole si nasconde la descrizione archetipica di un potente processo di terapia, che perciò viene posto al principio dell’essere terrestre.

E se di nuovo guardiamo ai rapporti embriologici, possiamo dire: l’ovocellula porta la sostanza primigenia; neppure questa sostanzialmente è sorta dal nulla, allorché con la scissura follicolare essa entra nello spazio terrestre. L’istante della scissura cellulare follicolare è dunque un momento cosmico. La cellula sessuale femminile diventa, in realtà, soltanto in tale momento un’ovocellula, poiché essa qui – se si può dire ciò sulla base di questa rappresentazione – viene compenetrata dall’idea vivente dell’uomo nascente e perciò, nuovamente, viene plasmata come archetipo del corpo umano. Tuttavia essa porta con sé la sua sostanza da condizioni precedenti. E con la sostanza da qui porta con sé anche la Tenebra giù nell’esistenza terrestre. Giacché alla sostanza è connaturata la Tenebra. Lo mostra già il semplice fatto che il giovane, gelatinoso e trasparente embrione attraverso l’incremento cellulare e il progressivo condensamento materiale diviene opaco. A dire il vero questa è una cosa ovvia – ma non sono forse le ovvietà a rivelarci in certi momenti le leggi cosmiche? – Per il fatto che l’ovocellula è mediatrice della sostanza fisica, la portatrice della sostanza umana attraverso le generazioni, essa è pure portatrice della Tenebra. La Tenebra ha la sua missione nel mondo. Nel caso dell’uomo essa costituisce la base per l’attività dello Spirito Umano nel terrestre, come lo stoppino per l’ardere della fiamma. Ma ci si guardi dall’identificare la Tenebra col Male; solo l’abuso della Tenebra conduce al male.


(5) Vedi: RUDOLF STEINER  Il Vangelo di Matteo (ciclo di conferenze, tenuto a Berna nel 1910); inoltre; Mag. HELLMUT FREY, Das BUCK der Anfänge (Il Libro degli Inizi), 1938.

(6) Vedi: La Genesi, misteri della storia biblica della creazione, ove RUDOLF STEINER, partendo dalla ricerca spirituale parla di un «elemento facciale» degli Elohim.

(Continua)

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Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

DEGRADAZIONE O REINTEGRAZIONE

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Il ricercatore delle vie spirituali, che poi un giorno – si spera – diviene operatore, cosa se ne fa dei nostri giorni, del mondo che gira intorno a lui?

Non occorre edificare qualcosa per dare corpo all’interrogativo, visto che all’esperienza di tutti appare piuttosto evidente il suo rovescio, ovvero cosa fa il mondo di noi. Poiché viviamo un tempo assai simile a quanto un chicco di riso senziente e cosciente potrebbe provare dentro una pentola a pressione.

In ogni tempo l’uomo ha dovuto soddisfare un quantum di doveri nella società e nella famiglia ma il poco o molto che rimaneva per lui era simile al silenzio che vige tra la nota precedente e quella successiva. Silenzio, pausa, vacanza che, assieme al sacro, è defluita dalla vita comune in cambio di seducenti sciocchezze indotte dall’industria culturale, alacre produttrice di miraggi non statici ma tesi a rodere quel poco di anima che è il nostro bagaglio naturale.

Ora il mondo sta divorando l’integrità interiore che ognuno portava in sé quasi sino alla metà del secolo scorso.

Detto ciò non si vuole rivangare i “bei tempi andati” che in realtà furono sovente duri ed impietosi. Osservo soltanto che essi non aggredivano la stabilità di una certa dignità che sempre appartenne all’umano. L’andare “avanti” significa, di solito, un ulteriore decadimento, una discesa verso gli inferi cioè sotto la desta coscienza dell’Io e della sana presenza dell’anima.

Ora all’uomo moderno vengono offerti prodotti a largo spettro: ogni gusto possibile purché si sia rinunciato al gusto, estrinsecazioni di vitalità purché si abbia abdicato alla vita, attivismi di ogni genere purché l’attività venga sacrificata.

Ad esempio, viene offerta l’intera gamma del soddisfacimento delle perversioni mentali. Si strilla nevroticamente nei confronti della incivile efferatezza della corrida mentre si gode alla vista filmica di sevizie, di massacri sul ring, di impietosi documentari di operazioni chirurgiche. Ciò è voyeurismo sadico.

Invece coloro che ambiscono la regressione di qua dell’Io possono affidarsi a partite (di calcio) dove il gioco di squadra e la collettiva simulazione della passione sostituiscono l’emozione comunitaria e l’esistenza personale in un circoscritto ambiente di studiato squallore.

Un buon training all’isteria è procurato dal settore rosa della (si fa per dire) letteratura, dal gossip dei rotocalchi, dagli eroi tesi e contraffatti di quasi tutti i film. Alla regressione alla schizofrenia, provvedono i giochi stupidi, come il contare a ritroso, i giochi intelligenti delle parole incrociate e, in genere l’assuefazione allucinatoria di sequenze cinematografiche.

Tutte le malattie hanno il loro banco di smercio.

Credete stia esagerando? Allora trovatemi un individuo equilibrato: con tutti i suoi difetti e le sue qualità esso, seppure raro, porta una distinzione avvertibile: pare un santo senza estasi.

Tanti si illudono di essere fuori dal giro perché scelgono prodotti alternativi o spregiano la letteratura popolare, oppure amano solo il jazz freddo col suo sinuoso invito alla demenza e spregiano le smancerie: nessuno consuma tutti i prodotti e le opzioni tra i banchi danno una sufficiente illusione della libera scelta, mentre la servitù è il trovarsi dentro questo immenso magazzino in cui ogni scelta è già coatta.

Pure il magazzino culturale offre ogni possibile apparenza: basta rinunciare ad ogni sostanza, alla nozione di reale e di falso. Così si sente almeno il bisogno dell’informazione cronachistica: il susseguirsi di accavallati accadimenti vuoti di significato.

L’uomo queste cose le sente ma non sa di sentirle. Simile a chi si assoggetta alla droga, egli ottunde ciò che sentirebbe se non chiudesse porta e finestre con l’aiuto di una dose ulteriore. Cosa rischia di sentire? Un dolore intenso e totale. Da cosa dipenderebbe, in ultima analisi, ciò che chiamo dolore? Rispondo con una sintetica frase di Adorno: “Essere dalla parte della propria degradazione”. E’ un’ottima intuizione, ma capita sempre che le cose grandi sembrino piccine o di poco conto.

Le doppiezze segrete che si usano come rifiuto del degrado sono quasi innumerevoli. Ad esempio si può fingere di agire per umiltà, ma l’umiltà consapevole di sé non è, non esiste vera. Si può fingere di ricavare significati eternamente umani nella obliqua contemplazione dello spettacolo dell’abiezione, ma sostanzialmente traendo da questo il gaudio per la propria immagine.

A questo proposito ricordo come una metà dei giovani che ascoltavano Scaligero negli incontri settimanali sentiva l’anima alleggerirsi quando l’oratore spendeva qualche battuta umoristica verso una domanda troppo ingenua o mal posta. Ad una parvenza di crocifissione altrui ecco il sentirsi più bravi, intelligenti. Ma la stessa presenza di Scaligero spegneva subito questa tendenza. Poi ai giovani molto può anzi deve essere perdonato.

Tornando ai bottegoni delle meraviglie, all’industria dell’inganno, dove non c’è oggetto che non puzzi del lezzo del Caprone (leggete Cose preziose di S. King dove la paccottiglia infima vale diabolicamente al massimo grado), c’è un sofisma che difende il sonno di chi vi è del tutto inserito ed impedisce a qualcuno che potrebbe uscirne, di destarsi: si stima che nelle artefatte arti di massa si manifesti la sostanza e la vitalità del tempo.

E’ il tempo dell’amore per il cibo guasto. Il sofisma su cui poggia il vizio è l’identificazione del popolare con il prodotto di grande consumo, così il fascino del circo equestre è diventato seduzione della letteratura industriale, del cinematografo, della televisione e della navigazione elettronica. Da questi, attraverso travestimenti poco avvertiti, sventolano i valori oscuri del tempo.

I fautori della tradizione, per carattere e cultura, hanno compreso tutto ciò ma mancano di risposte vive: chi rimanda ad “organismi tradizionali” che hanno perduto la metànoia necessaria, chi invita a “cavalcare la tigre” senza fornire sella e redini agli aspiranti cavalieri.

Solo la tradizione vivente può offrire la possibilità di formare, dentro sé, un centro permanente di forza talmente concreto da poter attraversare senza danno la demonia che pervasivamente infuria senza tregua, persino respirandone la tossicità sino a trasmutarla in una continua occasione di rettificarla per il bene del mondo e per la salute dell’anima.

Ho chiamato vivente quella tradizione che sa suscitare nell’anima, come intimo ricordo l’essere dell’uomo e della stessa Creazione: ricordo, non rappresentazione culturale. Possibilità che sorge come potere del pensare-sentire-volere se questo riesce ad animarsi oltre la barriera del personale.

Possibilità che può prendere partenza dallo studio di Teosofia e Scienza Occulta qualora si intenda un percorso immediato, cioè mediato dal pensiero puro. Nella natura di queste righe per “pensiero puro” intendo soltanto un pensiero agile, attento e purificato da qualsivoglia invadenza personale: un pensare attivo per intima forza propria, già svincolantesi dal sistema nervoso. Infatti il suo svincolato scaturire ha spazio in una condizione non ordinaria di quiete.

Qui non parlo di ciò che il Trattato del Pensiero Vivente indica magistralmente: l’aprirsi nell’umano alla possanza adamantina dello Spirito, ma solo del minimo essenziale per quello che rosicrucianamente si indica come “studio” e che dalla qualità dello studio potrebbe generarsi purché si diventi capaci di estrarre immagine quasi da ogni singola parola.

Dunque solo un pensiero purificato e sostenuto da un amore per la verità che abbia la forza di una passione sovrumana. La necessità di concentrazione e meditazione potrebbe sorgere organicamente, come un forte invito di saggezza sorgente dai frutti vivi dello studio.

Allora, come i primi raggi del sole danno luce, così l’alba della luce interiore offre salda pienezza all’esistenza: con essa una vasta gratitudine, bene espressa da Goethe: “Essere sublime, tu mi dai tutto ciò che avevo chiesto”. E’ l’inizio di una immensa avventura.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

L’AVVERSIONE ALLA VIA DEL PENSIERO E ALLA CONCENTRAZIONE

MAX

A quanto pare la Via del Pensiero, alla realizzazione della quale Massimo Scaligero ha consacrato l’intera sua vita, Via ch’egli – ricordiamolo sempre di nuovo agli immemori e agli ingrati – con infinita abnegazione e sacrificio, ci ha trasmesso, suscita alquanti concitati stati d’animo. Viene da chiedersi il perché di cotanta esagitazione di sentimenti verso di essa, e perché pur di non affrontarla si cerchino affannosamente tutte le vie e tutti i sentieri traversi, tutti gli escamotage, nonché tutte le più raffinate giustificazioni dialettiche, psicologiche, religiose, e persino esoteriche.  

Naturalmente, le vere “ragioni” di cotanta concitazione nei confronti della Via del Pensiero e della Concentrazione non vengono confessate, o almeno non apertamente confessate: talvolta neppure a se stessi. Generalmente, le ragioni reali vengono più o meno abilmente “mascherate”, perlopiù con grande dispendio di parole e di dialettica. Anche qui vi è da chiedersi il perché di tanto timore nel confessare agli altri – ma soprattutto a se stessi – una tale paura, e il perché della necessità di un tale “mascherare”, travestendole, le vere ragioni di un rifiuto, di un’opposizione, di una vera e propria avversione. Al punto tale che si è disposti ad addentrarsi sempre più in una sempre più intricata giungla di menzogne, consapevoli o meno, pur di narcotizzare la paura e l’angoscia che, prepotenti, salgono dal profondo dell’anima. Ma paura di che?  

Visto che questo lupaccio dalle “anime belle” – quanto poi “belle” avremo modo in futuro di constatare – viene imputato di non esser punto – neanche un pochino – cristiano (il che è semplicemente vero), anzi di esser un impenitente e incallito “pagano” (il che è più vero di quel ch’essi non pensino), e gli si vuol fare l’immeritato onore di essere buddhista (troppo onore…), shivaita (troppo buoni), o addirittura taoista (veramente lusingato…), nonché molt’altro ancora, cercherò di mostrare, rifacendomi all’insegnamento del Buddha Shakyamuni, la natura di una tale compulsiva paura e le sue celate, ben mascherate, radici profonde.  

Se non si vuol proprio barare alla grande con se stessi, e se si vuole invece guardare freddamente in faccia la realtà, bisogna ammettere che la condizione dell’essere umano, da ogni punto di vista, non è delle più “felici”. Egli affronta la vita, l’esistere, in uno stato di tramortimento, che è uno stato di profondissima ignoranza. Tramortimento come stato di coscienza, ossia nel precipitare in quella corporeità che Orfici, Pitagorici e Platonici significativamente chiamavano soma-sema, ossia “corpo-tomba”, “corpo-prigione”, la fulgurea forza del pensiero vivente si assottiglia, si diminuisce e si spegne nel riflettersi nel sistema nervoso e negli organi di senso, lasciandovi affiorare solo uno smorto riflesso della metafisica vitalità spirituale propria al suo stato incorporeo prenatale. La vitalità spirituale che sfugge al disanimato pensare fluisce, invece, corrompendosi, nella soggettiva emotività e nella compulsiva istintività.

Massimo Scaligero nell’Appendice, intitolata Della Concentrazione Interiore, al Trattato del Pensiero Vivente, III ediz., pp. 129-130 così descrive la condizione conoscitiva e morale dell’attuale uomo moderno:

“Il pensiero, quale viene quotidianamente sperimentato dal moderno uomo razionale, è il continuo deterioramento, ora deduttivo-induttivo, ora istintivo-cerebrale, di una forza superiore, che è in sé corrente sintesi di Luce e di Vita. Qui il pensare ha interno a sé il sentire, il sentire ha interno a sé il volere. In una zona supercosciente, le tre facoltà dell’anima, pensare, sentire, volere sono una sola splendente forza. Se, come tale, cioè con il suo originario potere di Luce di Vita, simile forza scendesse nell’organismo umano, lo distruggerebbe. Per incarnarsi, perciò, questa forza si scinde in tre correnti, delle quali una soltanto, il pensare, diviene cosciente: ma diviene cosciente a spese del suo riflettersi nell’organo cerebrale. Rinunciando al proprio elemento sottile di vita, il pensiero diviene smorto riflesso, ombra, dotata di moto in cui non c’è più anima, o luce interiore: è il moto dialettico, così caro ai moderni filosofi, materialisti, o spiritualisti: il pensiero dell’impotenza. Le altre due correnti, il sentire e il volere, mantengono bensì il loro elemento di vita, ma a condizione di vincolarsi alla subconscia sfera somatica, cioè al corpo senziente e al corpo vitale, o eterico, così che la loro dynamis si altera e ascende alla coscienza rispettivamente sotto forma di flusso emotivo e di flusso istintivo”. 

La diagnosi freddamente realistica  di Massimo Scaligero così prosegue, pp. 130-133 e segg., mettendo in evidenza tutta intera la patente contraddizione dello stato di impotenza conoscitiva dell’uomo animalmente identificato alla univoca dimensione corporea:  

“Normalmente l’uomo si trova in stato di sogno rispetto al vivo sentire e in stato di sonno profondo rispetto al vivente volere: è sveglio soltanto nel pensiero privo di vita. Questa privazione di vita rende il pensiero indipendente dalla sua corrente sintetica originaria, onde l’uomo è bensì libero nel pensiero, ma di una libertà astratta, priva di potere sulle cose, perché priva di spirito. Il vuoto guscio di questa libertà normalmente si riempie di contenuto istintivo: per tale ragione l’uomo giustamente si ritiene libero, ma viene sostanzialmente manovrato dagli istinti. Non essendo cosciente dell’originaria forza sintetica, il pensiero non riesce a distinguere sé dai contenuti sensibili, così come non riesce a compiere una reale sintesi della molteplicità del mondo, che gli viene incontro mediante le percezioni sensorie: non riesce se non a compiere parziali sintesi concettuali e a muovere secondo la relazione dialettica delle quantità misurabili. Lo sbrindellamento del pensiero viene appena sanato dalla logica del pensiero fisico-matematico. La reale forza-pensiero invero si scinde in serie continue di rappresentazioni, il cui piccolo caos viene appena ordinato dal formalismo logico. Gli istinti e gli stati emotivi spadroneggiano nella coscienza, grazie a questa impotenza del pensiero, forte soltanto sul piano dell’astratta quantità o del meccanicismo assoluto: incapace di riconoscere l’origine di questa sua minima forza”. 

Così come fece il Buddha Shakyamuni, 2600 anni fa, nel parco di Isipatana, col dare a “coloro che hanno poca polvere sugli occhi” e al mondo tutto le Quattro Nobili Verità, Massimo Scaligero mostra al contempo diagnosi, etiologia, prognosi e terapia dell’antico e ormai cronico male umano: 

“La concentrazione restaura, sia pure ogni volta per breve momento, il dominio dell’Io nell’anima, in quanto esige dal pensiero il movimento secondo il potere sintetico originario: ciò consegue mediante un tema voluto per sé, come mezzo per l’unificazione e l’intensificazione della corrente del pensiero normalmente dispersa. Mediante l’attenzione rivolta illimitatamente a un tema o ad un’imagine o a un concetto, che deve campeggiare esclusivamente nella coscienza, il pensiero ritrova la propria unità originaria, la forza dell’Io.

L’errore generale umano, così come l’errore di taluni che presumono ritrovare la dimensione sovrasensibile, senza rendersi conto di muovere da una coscienza dialettica, consiste normalmente nel fatto che la presenza reale dell’Io nell’uomo non è diretta, ma continuamente riflessa dal corpo fisico e perciò dal corpo senziente, o psiche, rispondente a ciò che induisticamente viene chiamato kàma rupa, e dall’esoterismo occidentale « corpo astrale », cioè dal corpo animico vincolato alle categorie corporee. Nell’uomo comune, in effetto, all’impulso metafisico dell’Io, continuamente si sostituisce l’impulso psichico del corpo astrale. Mediante il corpo astrale, la corporeità fisica, con le sue potenze istintive e le sue demonìe emotive, giunge a manovrare il pensiero. Una simile situazione caratterizza specificamente l’uomo moderno, il cui pensiero è caduto talmente nella cerebralità, da giungere persine a dubitare di una propria autonomia rispetto all’organo cerebrale e di costruire dottrine e teorie fondate sulla persuasione di una priorità dei processi cerebrali sul pensiero: che è la condizione del mondo animale. L’animale infatti non pensa, ma opera mediante un saggio « pensare » adialettico, la cui immediatezza muove dalla sua corporeità fisica, sorretta da forze della propria incorporea « anima di gruppo »”.

Se vi è, dunque, una colpa originaria – l’avidya delle dottrine dell’Oriente hinduista e buddhista  – questa è proprio lo stato di tramortita ignoranza nella quale l’uomo ristagna ormai da innumerevoli millenni. Questa ignoranza si è talmente connaturata all’essere umano che questi, nella maggior parte dei casi, neppure concepisce una condizione diversa da questo stato di coscienza semispento, da lui scambiato per condizione normale originaria spontaneità : non conosce, non intuisce, né tampoco concepisce la realizzazione di uno stato di completo risveglio. Ma ciò che l’uomo non conosce, e tuttavia oscuramente presente nella sua agitata vita emotiva e nella sua compulsiva vita istintiva, egli lo teme. L’essere umano teme il completo risveglio, teme la conoscenza che si attui come dissolvitrice della tramortita ignoranza, perché la natura sentimentale, emotiva, istintiva in lui è avida di servaggio alla natura corporea.

La natura – la natura caduta e deformata in modo davvero caricaturale rispetto allo stato primordiale dell’uomo delle origini – vive in una condizione di potente identificazione all’essere corporeo. Ma questa identificazione – che è una mera illusione, una maya, perché come farebbe l’essere aspaziale, atemporale e immateriale dell’anima a identificarsi con la corporeità spaziale e materiale, vista l’assoluta eterogeneità dei due termini: anima e corpo? – non è una mera convinzione intellettuale, sia pure erronea, che possa essere perciò corretta mediante una sana logica sul piano concettuale. L’identificazione con l’essere corporeo – ed è proprio questa identificazione che diminuisce, spegne la consapevolezza dell’anima ed alimenta l’ignoranza che la genera – è data da una potente attrazione magnetica per il corpo, attrazione che il Buddha Shakyamuni chiama col suo vero nome: brama ardente, sete divorante. La stessa sete divorante che l’essere umano impara a conoscere e sperimenta dolorosamente dopo la morte, e dalla quale egli deve disavvezzarsi.

In realtà, secondo il Buddhismo, in questa “sfera di brama”, kamadhatu, in questo mondo di “brama ardente”, kamaloka, l’essere umano è immerso sempre durante la vita, ma non se ne accorge perché il vero aspetto di questo mondo di passioni divoranti, con la loro consumante demonìa, passioni e pulsioni istintive che si scatenano nella ricerca e nell’appagamento del piacere, durante la vita corporea è come coperto da un velo d’illusione. Ma allorché il corpo, con la morte, viene meno, la “brama ardente”, la “sete divorante”, essendo animiche e incorporee, rimangono, ma in tal caso manca l’agognato oggetto della brama e viene meno il velo d’illusione che durante l’esistenza corporea celava il vero, insospettato, aspetto della ricerca del piacere e della soddisfazione della brama.

Ma lo stato di tramortito stordimento, nel quale si trova l’essere umano soggetto all’identificazione corporea, non genera soltanto la brama, ma anche le sue venefiche sorelle: la paura e l’avversione. La paura è la paura di perdere l’illusorio possesso dell’oggetto della brama, e in maniera più radicale la paura di perdere la stessa brama dalla quale si è posseduti, perché essendo incapaci di essere coscienti di essere, si trae un illusorio senso di sé dall’identificazione col mero esistere. Non si conosce la gioia di essere, e si insegue affannosamente nell’in-significante e sempre agitato divenire l’inafferrabile appagamento della voluttà di esistere. 

La brama e la paura generano a loro volta l’avversione nei confronti di ciò che ostacola l’appagamento della bramosa voluttà, o minaccia di sottrarre l’oggetto della brama, o impedisce la conquista abile o brutale dell’oggetto della bramosa cupidigia.  Brama, paura e avversione sono le tre malefiche figlie dell’ignoranza, e a loro volta con la loro azione riversano nell’anima angoscia e dolore. Tutto ciò non solo tramortisce e rende come ebbro lo stato di coscienza dell’essere umano immerso nell’ignoranza, ma paralizza pure le forze dell’anima, la quale ben difficilmente riesce ad uscire da un tale stato di servaggio e di abiezione.  

A questo punto è semplice comprendere donde nascono paura e avversione nei confronti della Concentrazione e della Via del Pensiero. Semplice da comprendere, ma non certo facile da ingoiare e digerire: almeno non per le “anime belle”, e in particolar modo non per l’ego, ossia per quella figura contraffatta e caricaturale che la natura inferiore si costruisce per simulare la presenza di un Io consapevole e libero. Mentre è vero esattamente il contrario: l’ego è menzogna, e non vera e consapevole conoscenza; l’ego è schiavitù – più o meno travestita – agli stati d’animo, agli istinti, e soprattutto allo stato di morte del pensiero riflesso, e non libertà, che neppure riesce autenticamente a concepire.

Pur di far sopravvivere lo stato di abiezione nel quale l’anima è tramortita e schiava, la natura inferiore mette in atto ogni sorta di grossolana o raffinata strategia. Vuole rabbiosamente sopravvivere a qualsiasi costo, perché la natura SA bene che l’azione dell’Io colpisce a morte la natura inferiore stessa e il suo caricaturale fantoccio, l’ego. Per la prima volta nella storia dell’uomo, con la Via del Pensiero è l’Io ad agire, e non l’anima: è l’Io che opera, e non il corpo astrale. Per cui, di fronte all’azione radicale dell’Io nel pensare, decadono e svaporano tutti i misticismi religiosi, tutti i moralismi, tutti i sentimentalismi, tutti i dialettismi dei quali si era ampiamente pasciuta per millenni la natura inferiore.

Natura inferiore che, per scongiurare il pericolo del proprio dissolvimento da parte dell’azione dell’Io, scatena l’arrogante vitalismo istintivo, in apparenza incoercibile, oppure il moralismo sentimentale. Il vitalismo istintivo è una tentazione particolarmente grossolana, facilmente smascherabile e, nella sua rozzezza, tutto sommato, meno pericoloso. Il moralismo – specialmente quello confessionale – è molto più insidioso e, per le “anime belle”, particolarmente seducente.

Da una parte, il moralismo viene usato per suscitare negli incerti, nei pavidi e nei pigri alquanti dubbi e sensi di colpa, instillando abilmente in anime deboli e pusillanimi l’idea che “la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo”, che inoltre “bisogna stare attenti a fare troppa concentrazione, perché può far male”, e via dicendo. A tale proposito, vengono usate – staccate dal contesto e contro l’intenzione del loro Autore – le parole stesse di Massimo Scaligero. Quanto vilissima, infame e in pessima fede sia l’usare le parole di Massimo Scaligero contro la sua stessa intenzione, è cosa che lascio alla valutazione e all’intelligenza del candido lettore. Il non dichiarato fine di tale subdola operazione è lo scoraggiare la pratica intensa della Concentrazione, e al contempo fornire un comodo, apparentemente verosimile, alibi alla fiacchezza interiore, alla rinuncia alla lotta, alla latitanza, alla diserzione.

Dall’altro, il moralismo viene usato per attaccare quegli animosi praticanti che vogliono rimanere fedeli all’indicazione di Massimo Scaligero. Coloro che vogliono difendere la Via del Pensiero, coloro che soprattutto vogliono realizzarla, e trasmettere tale aurea Via nella sua purezza stellare – così come l’hanno ricevuta dal Maestro – ai liberi cercatori spirituali, costoro dalle “anime belle”  vengono ampiamente e sistematicamente infamati, diffamati, e calunniati come individui “egoisti”, “immorali”, “anticristici”, “antigraalici”, “segretamente oppositori e nemici del Logos”, “invasati dagli Asura”, e via dicendo. Il candido lettore è pregato di credere che chi scrive sa bene quel che dice e si riferisce a innumerevoli, e ripetuti, precisi casi concreti.  

Ma l’attacco, pur prendendo di mira i “reprobi impenitenti”, gli “incorreggibili”, i “refrattari”, in realtà è rivolto alla Via del Pensiero Vivente in generale, e a Massimo Scaligero in particolare. Naturalmente, il tutto viene operato con una consumata arte di dissimulazione, perché difficilmente gli autori di un simile attacco confesserebbero apertamente questa loro avversione e opposizione alla Via Solare e a Colui che ce l’ha donata. E solo per un grossolano errore di valutazione nei confronti del presente lupaccio cattivissimo – veramente imperdonabile dal suo punto di vista – venti anni fa, l’Innominato si scoprì inabilmente con l’affermare in casa mia che “la Via di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata”, e dicendo molte altre cose nei confronti di Massimo Scaligero profondamente ingiuste, meschine, e false.   

Ma il moralismo – e gli attacchi che da esso hanno origine – è solo un mascheramento sentimentale e dialettico delle vere ragioni, che sono molto più profonde: ragioni radicate in una zona animica e vitale molto oscura, e come tali perlopiù non riconosciute e insospettate da chi ne è vittima. 

Lo scorso 23 giugno, la nostra Savitri volle ripubblicare uno scritto di Massimo Scaligero, che apparve prima nel 1955 con l’eteronimo di Massimo nell’edizione di Introduzione alla Magia, III  volume, a cura della benemerita casa editrice Fratelli Bocca, e poi con quello di Maximus nella successiva edizione  ad opera delle Edizioni Mediterranee, sia pure con alcune improvvide alterazioni del testo, operate da Julius Evola, alterazioni delle quali lo stesso Massimo Scaligero ebbe a lamentarsi. A questa ripubblicazione sul temerario blog di Eco, volli fare un commento, che ripropongo qui di seguito con minime aggiunte e variazioni, in quanto parvemi che il momento presente e le considerazioni svolte nel presente articolo decisamente lo richiedano:

“Un grazie di cuore alla nostra Savitri per la ripubblicazione di questo articolo di Maximus “Appunti sul distacco”, originariamente apparso nel III volume di “UR”, che sin dagli anni settanta del trascorso secolo fece su di me una impressione profondissima e che considero fondamentale per chi segua la “Via Regia”, ossia la radicale “Via del Pensiero”.

Tale Via radicale, da alquanto tempo, sta ricevendo molti attacchi da parte delle “anime belle”, che l’avversano per una sorta di pavor metaphysicus, di autentico terrore di fronte alla travolgente incandescenza dello Spirito che riduce a niente tutti i valori meramente “umani”, uniformandosi ai quali molti sedicenti spiritualisti, che hanno rinunciato all’assoluta impresa interiore, ricercano una comoda giustificazione per sedare la loro buona coscienza, e una consolazione a buon mercato per il senso di fallimento interiore che la rinuncia all’impresa spirituale comporta.

La “Via Regia”, la Via assoluta, la Via eroica, instancabilmente indicata da Massimo Scaligero,  è proprio quella che percorrendo i vari gradi di progressiva intensificazione volitiva della Concentrazione, conduce alla Concentrazione profonda, alla Contemplazione dell’Essere estraformale dello Spirito, che è il “nulla” di tutto ciò che l’essere umano sensibilmente e psichicamente conosce, o si illude di conoscere.

La “natura” – ciò che in tale articolo Maximus, usando la terminologia del Samkhya-Yoga e del Vedanta, chiama “prakriti” – è ciò che l’essere umano, coinvolto dalle sue spire, teme abbandonare, teme vedere dissolversi, e un tale “spavento-terrore” – come lo chiama il Buddha Shakyamuni in un Sutra del Majjhima Nikaya – diviene facilmente avversione per la Via del Pensiero, odio più o meno mascherato per la radicalità della Concentrazione.

La Concentrazione, condotta sino alle sue ultime conseguenze, “arde” e dissolve ogni fallace appoggio dell’illusoria “natura”; recide il legame di oscura brama, di “sete”, che si cela nelle profondità sognanti del sentire, in quelle dormenti del volere; legame che avvince ferreamente l’anima alla sfera corporea, vitale e animale, oltre che alla visione illusoria del mondo.

Pur di rimanere legata a tale abietto servaggio rispetto alla natura caduta, l’ego – il simulacro distorto e caricaturale dell’Io nel corpo astrale – è disposto persino a quella forma cosciente o incosciente di “magia di patto” con potenze avverse allo Spirito, potenze antispirituali suscitatrici del “caos” ad ogni livello.

Rispetto ad una tale prospettiva di “collusione” con le forze dell’antispirito – collusione che può prendere le forme di una titanica “via della potenza”, ma anche le forme più insidiose, dolciastre e stucchevoli, quelle del più sciropposo sentimentalismo moralistico – Massimo Scaligero scrisse in Della Concentrazione Interiore, posta in appendice alla III edizione del “Trattato del Pensiero Vivente”, pp. 137-138, le seguenti emblematiche parole, che completano quanto detto in proposito nell’articolo di Maximus nel III volume di UR :

“Ma il caos ha pure una ragione profonda di essere: suscitare le forze trascendenti dell’Io, perché s’incarnino nell’umano. il semplice “umano” non ha il potere di dominare e trasformare gli istinti: al massimo può pervenire a un “patto” che le entità che manovrano l’uomo mediante gli istinti: ma ciò non è azione spirituale. Occorre donare illimitato potere all’essere trascendente dell’Io, che, in sé identico al Logos, ha tale potere come segreto dell’anima, come segreto del cuore”.

E ciò, come dice il mio amato Dante, “fia suggel ch’ogni uomo sganni”!”

A questo punto è evidente che non è certo con il moralismo, o con il sentimentalismo, o con il misticismo, che si riesce ad uscire dallo stato di tramortimento della coscienza, e a liberarsi dalla paralisi della volontà dell’anima magneticamente attratta dalla corporeità, avvinta alla corporeità in un abbraccio stritolante e mortale. Perché quel sentire mistico, sia pure in forma diversa, oggi è espressione esso pure della inferiore natura egoica esattamente quanto lo sono le più grossolane e rozze pulsioni istintive.

Certo è che la Via del Pensiero è una Via eroica, e non è una via comoda, consolante, adulante e lusingante le vanità e le paure dell’ego. A cavallo tra Ottocento e Novecento, il grande orientalista Thomas William Rhys Davids, fondatore a Londra della Pali Text Society, nella sua opera Early Buddhism, London, 1908, p.7, scrisse che: “Buddhism has no milk for babies”, ossia egli avvertì crudamente che la Via del Buddha non ha latte per bambini. Una tale espressione radicale, che indubbiamente può apparire dura, ma che è assolutamente realistica, è – a mio orsolupesco e paganaccio modo di vedere – ancor più vera nei confronti della Via Solare, della Via del Pensiero Vivente, la cui disciplina della Concentrazione esige di volere, di volere intensamente, di volere a lungo : esige la consacrazione assoluta della volontà a Ciò che è oltre il semplice umano.

Certo che l’Assoluto Spirituale, che nella sua incandescenza spirituale dissolve la natura – sia la rozza natura umano-animale, che la più “raffinata” natura animica intellettuale, razionale e affettiva  – genera paura e spavento nell’umano: solo gli stupidi e gli sprovveduti possono pensare che di fronte all’assolutezza dello Spirito non tremeranno mai e non sperimenteranno mai nella loro appassionata ricerca quello che il Buddha Shakyamuni, nel Bhaya-bherava Sutta, chiama appunto Spavento e terrore. E solo gli stupidi, gli arroganti e gli illusi su se stessi possono pensare che nel procedere sul Sentiero dell’Iniziazione non sbaglieranno mille volte, non cadranno mille e poi altre mille volte. Ma il problema vero non è certo l’errare, non è il cadere, che in definitiva sono felicissimae culpae, e come tali previste e addirittura auspicate, ossia aventi notevole importanza formatrice, educatrice e purificatrice delle forze dell’anima. I forti, i coraggiosi, errano e cadono mille e poi mille volte, ma ogni volta si rialzano e riprendono – senza concedersi tregua veruna – la lotta mortale con l’inferiore natura e contro quella che il Buddha Shakyamuni chiama l’Armata della Morte, e il suo Oscuro Signore.

Il problema, appunto, non è cadere, ma una volta caduti mettersi a strisciare, e – ed è proprio il caso di dirlo – con una serpentina logica terra-terra giustificare dialetticamente la rinuncia a rialzarsi, lo scegliere vilmente la latitanza e la diserzione dalla lotta in un momento veramente tragico della storia dell’uomo. Momento tragico nel quale :

“La dimensione esclusivamente razionale degrada l’uomo al livello animale: la sua intelligenza infatti è mondialmente mobilitata a soddisfare bisogni fisici e ad attuare un ferreo sistema di organizzazione economico-sociale conforme alla visione fisico-animale del mondo. Se v’è un momento primordiale della evoluzione umana, in cui l’uomo originario come entità spirituale supera il caos, occorre dire che l’attuale imporsi dell’organizzazione fisico-animale della società, è un ritorno del caos sotto forma tecnologico-scientifica. Nuovamente lo Spirito è chiamato a fronteggiare il caos, l’avvento sistematico del demoniaco. Il dramma del presente tempo consiste nel fatto che l’Io ordinario non dispone del potenziale di profondità di cui invece dispone il demoniaco. Occorre all’Io la forza da cui ha origine”.

A questo punto, le lapidarie parole di Massimo Scaligero sono di una chiarezza che non lascia spazio alcuno a funambolismi verbali o a interpretazioni dialettiche forzate. Chi vuol capire, capirà

“La concentrazione dà modo al pensiero di estrinsecare la propria forza pura, indipendente dalla psiche. Il pensiero eccezionalmente si sottrae al dominio del corpo astrale, cioè alla forza delle potenze istintive. Tali potenze sono in realtà forze dell’Io, cioè forze del volere di profondità, deviate verso la necessità strutturale corporea. L’Io le subisce come opposte e deviatrici, finché è un Io riflesso o dialettico, privo della propria indipendenza rispetto al corpo astrale e perciò del potere di presa su esso.

L’esercizio della concentrazione, in realtà movendo dall’Io, comincia a restituire all’Io il dominio originario sul corpo astrale. Il pensiero è l’arto immediato dell’Io. Dominando il pensiero attraverso il corpo astrale, le potenze corporeo-istintive s’impongono all’Io. Liberando il pensiero dalla soggezione al corpo astrale, l’Io riprende i comandi dell’anima e perciò del corpo, controlla e trasforma le potenze corporeo-istintive. Queste sono in sostanza forze superumane smarrite dall’Io, che l’Io ha il compito di recuperare attingendo al proprio potere superumano. Il recupero ha inizio mediante la retta concentrazione del pensiero: occorre dar modo al pensiero di manifestare la propria obiettiva forza indipendente dal corpo astrale e perciò capace di veicolare nell’anima la potenza trascendente dell’Io: solo questa può trasformare gli istinti. Colui che aspira all’Iniziazione nel presente tempo, deve anzitutto sperimentare il pensiero come forza pura, indipendente dall’oggetto o dal tema mediante cui si manifesta, epperò come attività estra-psichica: in tal modo egli apre il varco alla potenza trascendente dell’Io.

Il senso dell’esperienza è l’autonomia della coscienza dell’Io rispetto alla propria base corporea: autonomia che le consente la prima forma di conoscenza non dialettica, bensì diretta, del Sovrasensibile, e perciò della reale fenomenologia della coscienza in rapporto alla funzionale « localizzazione » corporea dei tipici movimenti dell’anima”.

Dunque, l’avversione alla Via del Pensiero e alla Concentrazione ha le sue cause profonde nell’avida brama che lega con potente magnetismo l’essere umano a quello stato di abiezione che è l’identificazione alla corporeità animale, e nello spavento-terrore che l’anima, ignorante e schiava della prigionia somatica, prova all’idea di abbandonare la propria prigione e le catene che la avvincono a un tale turpe servaggio. Questa avversione e questo spavento-terrore portano i deboli, i pavidi, gli indecisi a rinunciare all’impresa spirituale. ossia portano alla latitanza, alla diserzione rispetto alla lotta per lo Spirito e contro il dilagare distruttivo dell’Antispirito.

Avversione, spavento, e diserzione possono anche produrre qualcosa di ancora peggiore, e soprattutto qualcosa di ancora più meschino, ossia quella che si può chiamare invidia metafisica : una cosa davvero sudicietta assai. La meschinità di tale metafisica invidia porta a decidere che quel che chi ha abbandonato il campo di battaglia e la lotta per lo Spirito, ha rinunciato a realizzare, “altri” non devono realizzare, non devono conoscere, volere, tentare, osare realizzare. Gli “altri” sono quei animosi lupacci, i quali – magari in maniera tumultuosa e poco elegante – vogliono portare avanti  quella Via del Pensiero e realizzare quella Concentrazione, alle quali le “anime belle” hanno personalmente rinunciato, ritenendo poi che pure gli “altri” – ovvero i lupacci cattivissimi – non debbano realizzare, o anche solo tentare di realizzare. E tanto meno essi  devono diffondere, nella sua forma autentica, la  “eretica pravità” di una Via del Pensiero Vivente, alla quale essi son venuti meno.

Ma siccome i lupacci – pessimi soggetti dal carattere davvero poco raccomandabile – hanno davanti agli occhi la possente figura spirituale di Massimo Scaligero che la Via del Pensiero Vivente ha realizzata, e fatta conoscere coi suoi scritti, dedicando la sua vita ad orientare e aiutare – con abnegazione assoluta e il sacrificio di ogni più legittima aspirazione personale – i cercatori della realizzazione spirituale, ecco che sorge la necessità per le metafisiche – e mefitiche – invidiose “anime belle” di calunniare abilmente – cercando di demolirla o ridimensionarla – agli occhi dei suddetti lupacci cattivissimi, la sua figura spirituale, metterne in dubbio la realizzazione personale, alterarne l’opera scritta, diffondere poco edificanti aneddoti totalmente inventati. Peccato che i lupacci cattivissimi abbiano sviluppato nel corso di lunghi anni – per la loro sopravvivenza – occhi acuti ed una efficientissima “fiutoveggenza”, e sono ben lungi dal “bersi” fideisticamente e acriticamente quanto, sempre più apertamente, questi ambigui figuri vanno raccontando sul conto di una figura spiritualmente abbagliante come Massimo Scaligero, e quanto con fumosi dialettismi, conditi con stucchevole, dolciastra, sentimentalità, vanno dicendo sull’aurea Via del Pensiero Vivente.

Cosa li muove? Brama per il servaggio all’animale vita corporea, accidiosa inerzia animica, ricerca della comodità interiore, spaventoterrore di fronte alla travolgenza del puro Spirituale, avversione nei confronti della Via del Pensiero e della Concentrazione, avversione e ingratitudine nei confronti di Colui che le donò, e  “invidia metafisica” verso coloro che temerariamente si impegnano in una impresa spirituale alla quale essi hanno vilmente rinunciato.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

L’ARCHETIPO-SETTEMBRE 2016

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

ALTRI PROBLEMI CON LA DISCIPLINA (di F. Giovi)

vyasa

Due mesi fa abbiamo parlato della durata dell’esercizio della concentrazione, seppure tra varie digressioni che appartengono comunque agli svariatissimi modi di capire e sentire questo semplice esercizio che però trova tanti ostacoli nelle anime umane che, in un modo o nell’altro, ad esso si avvicinano.

Per farvi un esempio concreto di quanto la concentrazione possa essere, per cosí dire, lontana, incompresa, anche da chi legittimamente dovrebbe almeno possedere un barlume formale di cosa essa sia e di come dovrebbe venire eseguita, vi riferisco quanto mi fu narrato da una giovane aspirante maestra di scuola Waldorf. Durante il corso di formazione essa chiese un giorno alla sua docente cosa fosse e come dovesse praticare la Concentrazione. La risposta fu, piú o meno, questa: «Guarda il piattino (evidentemente c’era un piattino a portata di sguardo), concentra l’attenzione su di esso per due minuti. Questa è la concentrazione».

Eppure da Patanjali a Kremmerz, dalla Bhagavad Gita ai “tattva” della Golden Dawn, ritroveremo sempre, alla base, almeno la quiete del pensiero e l’arresto del mentale. Chi conosce e pratica qualcosa estratta da questi (e da tutti gli altri) autori e dottrine potrebbe naturalmente esigere alcune distinzioni e avrebbe molte ragioni dalla sua, ma se malauguratamente non si fosse mai accorto che, anteriore alle fascinose discipline rituali, anche la sua Via “richiede forme particolari di preparazione, di disciplina interiore e di concentrazione mentale”, allora avrebbe perso tempo nel ricercare sensazioni che surrettiziamente riescano a riempire il vuoto dell’essere, di cui è privo.

In realtà, prima della Scienza dello Spirito, la Via del Pensiero non è mai esistita: prima si chetava il mentale, si sgusciava dal mentale o si apriva il mentale a forze metafisiche. La Via del Pensiero è altro da ciò. Essa è la via del pensare che venga voluto, del pensiero potente e indipendente dal mentale; è la via del pensare risoluto, che non si arresta, che avanza senza umane limitazioni, che attraversa l’abisso per ritrovare la sua infinita natura di Vivente Luce Universale.

Dapprima il pensare, per essere voluto, abbisogna di un oggetto di pensiero verso cui convergere il suo moto: la semplificazione assoluta di se stessi e l’assoluta dedizione di quel che rimane ad un unico punto di pensiero, indipendente dal mondo sensibile e dallo stesso mondo interiore conosciuto, viene chiamata Concentrazione.

«Di quanto rigore necessita la ricostruzione interiore dell’oggetto su cui mi concentro?»

Di massimo rigore, naturalmente. Però ci sarebbe da chiarire di che genere di rigore stiamo trattando, perché i rigori sono come gli alberi di una foresta: tantissimi. Ho conosciute troppe persone che possedendo intelligenza e rigore non hanno mai sfilato il proverbiale ragno dal buco. Torniamo sempre al problema della semplicità dell’esercizio: sono davvero pochi coloro che non coltivino nell’anima la smania di ricorrere ai decori arabeschi proprio nei minuti in cui ci si misura con l’immagine del turacciolo. La Concentrazione non abbisogna di impulsi artistici né d’analisi scientifiche: è, in un certo senso, solo un affare di muscoli, ossia un problema di forza che c’è o che ci si esercita a sviluppare affinché poi ci sia. Per parecchi (visto quello che combinano) deve essere assolutamente insopportabile capire questo. Forse non riescono a prendere sul serio le indicazioni di chi ha dato, quasi oltre il possibile, tutto quello che poteva venire indicato per la pratica. Scrive Scaligero: «La saggezza dell’esercizio consiste nella sua semplicità: si evoca l’oggetto – spillo, o matita, o bottone ecc. – lo si descrive con precisione, si fa brevemente la sua storia, si individua la sua funzione. Questa operazione sostanziale, condotta con il minimo indispensabile di rappresentazioni, dà luogo infine a una imagine sintesi, o concetto, che giova trattenere dinanzi alla coscienza, obbiettivamente, come l’imagine iniziale dell’oggetto». Mio è il corsivo che ci porta al cuore di questa nota.

Perché Scaligero consiglia l’uso parco di immagini? Non mi meraviglierebbe se qualcuno dicesse pressappoco: «Con piú immagini prolungo il tempo dell’esercizio, faccio di piú» oppure: «Un vero approfondimento della natura dell’oggetto necessita di molte rappresentazioni» (come ripeto sempre, traggo quello che scrivo dall’osservato reale, e frasi come queste sono state pronunciate). In tal senso il massimo di cui sono stato testimone fu introdotto da una domanda estranea al tema di un colloquio che verteva su aspetti degli esercizi. Mi fu chiesto se sapevo di che colore fossero i caschetti degli operai in fabbrica. Perplesso ma disponibile iniziai a dissertare sui colori diversi che indicano gradi e mansioni, ma non trovavo nesso e perché. Allora, sospendendo la condiscendenza, interruppi la mia risposta e chiesi al mio interlocutore quale fosse la relazione tra i caschetti e il tema dell’incontro. La risposta, data con tono pratico e sereno, fu all’incirca questa: «Per ricostruire l’immagine della matita devo sapere esattamente quale sia ogni singolo passaggio, dal legno alle tecniche industriali di produzione e distribuzione con tutte le relative immagini».

Capite? L’amico non faceva concentrazione ma, secondo la sua natura analitica, rifuggendo dal vero processo dell’esercizio, lo sostituiva con il meglio arimanico: un lunghissimo, rigoroso, esatto processo cognitivo-razionale aderente al sensibile e basta (va da sé che il tempo infinito da lui dedicato all’esercizio era anzi un tempo troppo breve per uno che voleva sapere tutto sulla matita). Non cito un esempio fragoroso per rubacchiare il sorrisetto di qualche lettore, ma per destare tutti i lettori ad un atto di autosservazione critica da cui ricavare (possibilmente) la constatazione che spesso, o quasi sempre, anche in questo breve atto di ascesi, forma, stile e altre diavolate prevalgono sull’azione intrapresa.

Permettetemi di ragguagliarvi circa un fatterello che succedeva immancabilmente, due volte su tre, quando andavo a Roma per incontrare Massimo Scaligero. L’incontro mi sembrava sempre troppo breve e preziosi minuti venivano rapinati da telefonate a cui Massimo rispondeva asciuttamente ma (me infelice) con la consueta calma. Tra le altre c’era sempre la telefonata sulla concentrazione a cui Scaligero invariabilmente rispondeva dicendo di non preoccuparsi se si ignorava qualcosa dell’oggetto e se le immagini (rappresentazioni) usate erano pessime o inesatte. Una volta, dopo la telefonata e a mo’ di commento, mi disse: «Pensa che c’è gente che crede che le immagini della concentrazione debbano imitare la realtà ed essere perfette, e mi tocca ripetere sempre che ciò non ha alcuna importanza, proprio nessuna».

Cosa tento di dire con questi esempi e ricordi? Che l’esercizio non abbisogna della “scienza del turacciolo” o della perfezione delle immagini, ma solo del fatto che ogni pensiero che attraversa la coscienza sia voluto, sia concatenato al precedente e al successivo e non passi dal materiale che compone il turacciolo alla crisi medio-orientale o alla telefonata di Tizio. Questi scivoloni succedono di continuo, ma l’impegno è che non succedano.

Ma poiché le promesse e gli impegni odorano d’astrazione, mentre trattiamo di cose molto concrete, vi suggerisco una tecnica correttiva che, se ripetuta ogni qualvolta tradite la catena di pensieri strettamente connessi alla ricostruzione del concetto su cui avete determinato di concentrarvi, poco per volta funziona e rafforza l’elemento operativo dell’anima. È molto semplice: poniamo che abbiate passato in rassegna colore e forma dell’oggetto e poi, senza sapere quando, come e perché, vi trovate a discutere con Padreterno sui “massimi sistemi”; confabulate con Lui a vele d’intelletto aperte, poi avvertite confusamente che qualcosa non va e allora vi ricordate che avevate stabilito un rapporto sveglio e volitivo con un turacciolo… un guizzo dell’anima, un sussulto del corpo… siete tornati all’esercizio. In questo caso, siate sinceri, il consiglio di Scaligero (che andrebbe normalmente preso come oro colato!) di ricapitolare coscientemente fin dove s’è verificata la biforcazione, risulta inattuabile, perché la coscienza desta ha dato forfait, perché vi siete persi a sfarfalleggiare nel sogno. C’è poco merito e nessuna forza nello svegliarsi: il primo round è a vostro sfavore.

Però l’atleta vero accusa il colpo ma non abbandona il match (che atleta sarebbe?). Imparate da lui – siete o non siete atleti dello Spirito? – schivando valutazioni e pensieri personali (e sentimenti!), ricominciate dall’inizio, anzi, cominciate a fare l’esercizio senza tener di conto il passato prossimo e basta. Tempo permettendo, se qualcosa o qualcuno vi rapisce a due pensieri dalla fine, anche in questo caso ripetete tutto, come si fa nelle arti e nello sport. È dura, ma credetemi, nessun esoterista vero vi dirà mai che la faccenda non sia seria e difficile: siete al contempo il vasaio e il vaso, e con l’impegno del vasaio il vaso viene forgiato da una pasta informe. Accanto alla vita di tutti i giorni, la “grande opera” di dare una forma all’anima è l’impresa umana assoluta.

Il rigore dev’essere azione, non rappresentazione. Non dite mai a voi stessi: «Ho tempo, ora mi chiudo in camera per un’ora e tento il miglior esercizio possibile, con la massima volontà, con l’aiuto delle Potenze Superiori ecc.» perché non andrà cosí, e probabilmente uscirete da quella stanza, dopo un’ora, disgustati e sconfitti. Probabilmente non vi accorgerete nemmeno che queste capocciate sono persino un po’ ridicole se non riuscite a rendervi conto d’aver tentato di ridurre l’Opus Solare ad una preconcetta e macchiettistica (astratta) rappresentazione personale che, anche a spremerla per tutta la vita, è solo un nulla che non produce niente. Tentare una disciplina esoterica dall’interno di una rappresentazione è un errore cosmico, ma non lo si nota, e anche questo è strano, poiché l’operatore dovrebbe, prima o poi, accorgersi che la coscienza impegnata nell’esercizio rimane troppo fedele alla coscienza di tutti i giorni: non cambia mai.

Non dovreste nemmeno pensare: “Ora mi siedo e faccio concentrazione”. La concentrazione va fatta con immediatezza (se l’intento è profondo non richiede trenta secondi di inutili chiacchiere interiori), con l’animo scevro e sciolto da speranze o certezze: ci sia solo flusso di pensieri voluti e concatenati che attraversano il vuoto cosciente: pochi e chiari, né belli né carini.

Ora cogliamo anche l’occasione per sfiorare certi interrogativi che forse non dovrebbero nemmeno esistere, ma che invece ronzano sempre come mosconi rabbiosi da una stanza all’altra. Nel ricostruire l’oggetto interiore: due amici si confrontano, ne parlano e, alla fine sono piú confusi di prima. Non dovrebbe esserci una certa coincidenza? Non facciamo tutti la stessa cosa? Non necessariamente. Ricordatevi che sia noi che l’esercizio stesso cresciamo, evolviamo e mutiamo. Esiste anche una soggettività strutturale inevitabile: c’è chi pensa con lentezza ogni pensiero e chi è piú veloce. Vi sono individui quasi incapaci di evocare immagini: essi devono usare soprattutto parole (beninteso mentali). Altri pensano quasi tutto, persino la matematica, mediante immagini. E tra queste due tipologie estreme stanno i molti che dovrebbero utilizzare un po’ di parole ed alcune immagini. In pratica il neofita tenderà ragionevolmente ad usare ciò che per lui è terreno familiare e sicuro: non ha alcuna importanza che sia lento o veloce, che usi parole o immagini; importante è solo che venga dedicata un’attenzione eroica al pensiero che si pensa, con qualsiasi veste o forma lo si vesta per pensarlo.

Ad ogni modo, le immagini sono piú potenti delle parole e l’asceta tenterà progressivamente un maggiore uso di immagini. Divenendo molto capaci, si potrà tentare il solo uso d’immagini: pratica piú difficile ma anche molto potente. Con essa si avverte l’inizio della separazione dall’organismo fisico. Però state attenti: può riuscire una volta e diventare un mezzo caos la volta successiva. Allora, equanimi, si torni indietro riutilizzando le necessarie parole e ritentando con una maggiore potenza di distacco, magari dopo una breve e sana ricapitolazione delle tappe raggiunte in precedenza.

«Non riesco nemmeno a iniziare, i pensieri mi scappano da tutte le parti…»

È possibile che una persona adulta che ha studiato davvero i testi della Scienza dello Spirito sia ancora tanto distratta e indisciplinata? Uno che ha seguito e compreso, puntualmente, le modificazioni saturnie? In sede teorica sembra un’assurdità. Invece è del tutto plausibile che una parte di sé non voglia fare la Concentrazione vera e propria, perché essa è una reale strada esoterica e non è fatto raro che contro il Vero dello Spirito serrino i ranghi in scellerato accordo tutti gli esseri e le forze contrarie (praticamente il mondo intero… dentro e fuori).

Sedersi e fare la Concentrazione è il primo atto sacro che s’accende sulla strada dei Nuovi Misteri: l’Io lo decide e suscita la Volontà. Con essa si sa volere il pensiero sino all’Origine che soltanto pensiero non è, essendo la corrente eterica centrale dell’uomo e dell’universo: Colei che i discepoli tantrici veneravano con il nome di Kundalini nell’uomo e Mahāshakti nel cosmo delle Gerarchie.

Fingendo di non aver scritto le precedenti righe, devo ammettere, per mia esperienza, che ci sarebbe un esercizio utile, figlio della vecchia Teosofia e del professor Ernest Wood (1883-1965), che trovai in un volumetto edito per la Scuola, stampato tra il ’30 e ’40 del secolo scorso. Il titolo era: “Concentrazione” e nelle pagine introduttive un docente aveva sollevato una sensata riflessione perduta o mai raccolta dalla Didattica. In sintesi il presentatore osservava come la Scuola si rivolge all’apprendimento di molte conoscenze ma dimentica completamente la possibilità e le occasioni di educare nei giovani le facoltà conoscitive stesse e si augurava che il libro fosse un apripista per un nuovo approccio pedagogico. Poi ci fu la seconda Guerra Mondiale. C’era in questo libretto un esercizio che funziona, che può servire ma che non deve venir equiparato in alcun modo alla Concentrazione, poiché appartiene alla vecchia Via Lunare, di cui alcuni, o molti, ancora abbisognano per riepilogarla definitivamente: confonderlo con quello che urge ai nuovi tempi sarebbe un grave errore che allontanerebbe il ricercatore dalla Via Solare. Non è un esercizio particolarmente difficile ma la spiegazione (che va seguita alla lettera) potrà sembrare complicata.

Ci si isoli in una stanza a prova di irruzioni improvvise, con un tavolo, una sedia, un foglio di carta bianca e una matita. Comodamente seduti, riducete il mondo al foglio che vi sta davanti. Con la matita disegnate un cerchio al centro del foglio. Scriveteci dentro il nome di un oggetto (tappo, bicchiere, orologio, accendisigari ecc.). Lo sguardo e il pensiero si concentrino sulla parola scritta, poi lasciate che il pensiero esca dal cerchio e afferri il pensiero piú vicino. Se l’attenzione è buona, il pensiero attiguo sarà collegato all’oggetto- pensiero inscritto nel cerchio (es.: nel cerchio “orologio”, pensiero consecutivo “cinturino”, “lancetta” ecc.). Si tenga nella mente il “cinturino”, si tracci con la matita un raggio dal perimetro del cerchio a metà foglio, si scriva “cinturino”, poi con l’attenzione e la punta della matita si scivoli dalla parola lungo il raggio, cioè lungo il precedente segno di matita, sino al cerchio. Si riporti tutta l’attenzione alla parola dentro il cerchio e si ripeta la precedente operazione con un altro pensiero attiguo tirando con attenzione concentrata una nuova riga da un diverso punto del cerchio sino alla compilazione della nuova parola (es.: “lancette”, ma potrebbe essere anche un attributo come “impermeabile” o “costoso”), importa solo che l’attenzione rimanga incollata alla punta della matita e che questa ritorni sempre alla “parola-immagine-concetto” che sta dentro al cerchio. Si riparta dalla parola dentro al cerchio per la terza volta, si ripeta l’operazione finché l’anima (richiamata 30, 50 o piú volte) si stanca di uscire con pensieri dal cerchio. Questo continuo riportare indietro il pensiero si traduce in silenzio interiore, introversione del mentale e ad un’esperienza che potremo chiamare “atmosfera contemplativa”, perché ci sentiamo totalmente immersi in una sostanza animica che sembra appartenere ad un mondo diverso. L’esperienza è concreta, perciò arricchisce la nostra ampiezza psicologica e percettiva riducendo, per contro, l’inutile e dannosa bulimia del pensiero ordinario: male generale, dunque non avvertito, dei nostri giorni.

Mi ero ripromesso di aggiungere qualcosa circa l’equilibrio e la salute del corpo fisico visto come base inevitabile della nostra attività interiore (la richiesta c’è stata), ma per non apparire dilettantesco e superficiale al giudizio sapiente degli amici medici, tra i quali c’è chi collabora a questa Rivista, vi prometto tra qualche tempo una nota sul tema formulata nel modo accademico, cioè impaludata dai riferimenti scientifici a sostegno.

Franco Giovi

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http://www.larchetipo.com/2007/dic07/esercizi.pdf

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

L’ETICA DELLO STRAVOLGIMENTO

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Superficialità, disattenzione, cultura orizzontale fanno credere che la magia non operi nel mondo e, in effetti, la magia celeste è pressoché invisibile per la coscienza terrestre sicché i miracoli vengono chiamati coincidenze.

Però la magia oscura è quotidiana, è presente nella manifestazione: la sua natura è quella di incantare, di pietrificare, partorire incubi che soggiogano l’anima.

Chi fosse sempre desto difficilmente non si accorgerebbe del gesto magico che potrebbe imprigionarlo, della mano che traccia il pentacolo nel quale perde pezzi di sé. Ma chi è sempre desto, chi è capace di tale disciplina da osservare senza tregua l’orizzonte? Un attimo di sonnolenza, un momento di giustificata spensieratezza ed ecco che una forza del male si apre il varco per conquistare la nostra anima.

E’ possibile rispondere ai gesti dell’incantamento con gesti disincantati, alle formule diaboliche con il pensiero più spregiudicato. Ma l’innocente, o meglio l’ingenuo incauto non possiede la disciplina desta ed instancabile e non si salva sul momento. Se, dopo, avverte nell’anima qualcosa che somiglia a scontento, irritazione, ascolti questi fastidi preziosi. Gli stanno dicendo che è stato raggirato: meglio entrare nel dubbio che farsi stolido come un sasso per venire spaccato nei frantumatori. “Sai, vi sono diverse specie di aweysha. Alcuni possono fare aweysha per mezzo del semplice parlare. E’ sempre un aweysha, benché più naturale. Ma con chi crede solo in se stesso ed è sempre presente a sé, non vi è uomo al mondo che possa fare aweysha. Chi crede solo in se stesso e riflette prima di agire, con costui nessuno può fare aweysha.”

Ecco un esempio per non rimanere nel limbo delle righe precedenti: un termine della magia oscura è lo sostituire al verbo essere il credere di essere o il credere che sia. Queste locuzioni sono velenose poiché attingono al potere della parola credere.

Accettare il verbo credere falsifica tutto. Sentite l’assurdità pleonastica di un: “Credo che l’idiota sia meno capace del saggio” e la follia lieve di un “Credo che due più due faccia quattro”. Il credere serve a disgregare la verità oggettiva. Questo verbo va sostituito, nella formazione consapevole dell’uomo, con conoscere o almeno sapere e, ai minimi termini con congetturare e supporre.

Uno dei modi per arrestare la carriera del pensiero è questo: se, per avventura si mostrino le sciagure portate dall’unità d’Italia, la formula paralizzante è: “Allora lei tornerebbe alla divisione in Stati regionali?”. Se si depreca l’orrido spettacolo dei macelli: “Allora lei preferisce il vegetarianismo?”. Oppure, quando si mostri la triste condizione di un uomo gettato alla cura di aziende ospedaliere: “Vorrebbe forse che la gente si curasse da sola?”.

Certo, non dico che il pensiero possa sempre fornire ricette ma almeno potrebbe capire come stanno le cose. Il fatto che una cosa non sia evitabile non significa che non possa essere criticabile. Capire non è accettare.

La magia oscura mira a disgregare la vocazione, la parte dello Spirito. Essa pretende, se si risponde invocando l’ineffabile, a chiamare l’ineffabile ineffabile, cioè a classificare ciò che non è classificato, se non altro nella categoria delle cose sottratte alla definizione: definirle in maniera che esse possano aggiogarsi al fumoso, impreciso. Dannandole all’esaltazione dell’irrazionale oppure alla goffaggine delle asserzioni false per parzialità (basta guardarsi attorno, dall’articolo giornalistico alle dichiarazioni spiritualistiche).

Rifacendomi al precedente articolo, essa costringe a perdere il contatto con la realtà presente, chiedendo al passato giustificazioni e precedenti, al futuro garanzie. Così l’operazione nefasta è compiuta e l’uomo colpito è stato “legato” (envoû).

Carattere della magia oscura è che, una volta ceduto al primo gesto di difesa, si è prigionieri senza scampo: sovente sia la coraggiosa pertinacia come la disorientata viltà possono essere solo effetti morbosi, così che uscire dal groviglio esige una purificazione estenuante di digiuni psichici poiché basta una trascuratezza e tutto il lavoro viene a cadere (“Sei pessimista se parli così”. Sì lo sono! Poiché non ho visto nessuno a sciogliersi dai nodi se non con l’aiuto di imprevedibili folgori a ciel sereno).

Per esempio, basta omettere una considerazione e lo spirito che possiede il malcapitato, riprende immediatamente a tessere sofismi (“Ti reputi diverso dagli altri? E se tu stessi sognando? Cerca testimoni a tuo favore. Trovami testimoni credibili. Procurati prove tangibili. Trovaci dei precedenti.).

Oppure passa al ricatto sentimentale (“Sei forse solo al mondo?” “Hai pensato ai tuoi cari?” “Recherai dispiacere a qualcuno”). Più in uso è questa formula: “Come puoi sederti a contemplare quando il tuo prossimo è rattristato, con quale diritto prendi per te il tuo tempo mentre il primo dovere è servire la comunità che tanto ti ha dato…”.

Aut aut falsissimi, perché la scelta fra individualismo e collettivismo, tra prodigalità ed avarizia, tra sacrificio ed edonismo non si risolve mai con una astratta volontà di essere “dalla parte giusta”, non fosse altro che così non si sceglie ma si è scelti.

Si paralizza l’uomo innocente in modi assai facili. Per esempio investendolo con affermazioni di questo tipo: “Tu hai un alto concetto di te stesso”, “Si vede da come ti comporti che ti ritieni superiore a tante persone”. Giunge la paralisi se l’innocente darà peso all’accusa invece che alle prove dell’accusa (ciò vale anche per il Sito che ospita le mie corbellerie. Viene di continuo criticato: il malanimo vigliacco – che di questo si tratta – c’è, ma prove non le porta mai.). Da quel momento si sentirà tratto ad agire come persona sospetta, a stabilire una falsa cordialità con persone indifferenti a lui per il destino che da lui le separa, a porsi quesiti vani sulla dignità delle persone più insignificanti, cioè penserà a vuoto e come il tarantolato, dovrà ballare. L’accusa di superbia ha colpito. Ed è solo un esempio.

E’ meglio che l’individuo non abbia troppe idee su se stesso (questo è ciò che l’asceta può fare anche radicalmente). Va superato l’invito all’autoconoscenza quando questa è una bufala che si svolge poi sul terreno dei pensieri vuoti o fiacchi: se uno crede di essere onesto o malvagio è già ammaliato.

Narra un racconto dello chassidismo che un rabbino stava alla finestra e chiedeva ai passanti cosa avrebbero fatto trovando a terra del denaro. A chi gli rispose che l’avrebbe portato al proprietario, rispose: “Sei uno sciocco”. A chi lo assicurò che l’avrebbe intascato disse: “Sei un mascalzone” e solo quando un passante replicò che non sapeva se sarebbe stato indotto a fare il bene o il male, egli levò le braccia in segno di giubilo, riconoscendo in quello il saggio.

Non lasciarsi irretire nelle categorie dei cretini intelligenti: non si abbia la supponenza di valutare come ininfluente la loro catalogazione, per loro è una necessità ma non esiste determinazione psichica che non sia contagiosa: batteri o virus dell’anima.

A mio parere, sul campo esistenziale le antiche sfide sono consentite, in nuova veste. Sono allegre, leggere: come la rinuncia agli spettacoli, decadenti o orridi, che la civiltà del meccanicismo psichico fornisce in abbondanza, opponendosi al costume di tolleranza generale. Come il rifiuto di rendere utile, consolatorio, positivo il proprio pensiero.

Citato uno, cito pure un secondo: lo shassidita Rabbi Nachman dice: “Meglio il malvagio che sa di essere malvagio del buono che sa di essere buono”. E davanti agli ovvi beni di fortuna o di carne, sia solo lecita una giocosa astinenza o un tragico piacere fin tanto che la meditazione non sciolga dalla meccanica e fornisca la retta ispirazione: che almeno si stia nell’ironia umana, nella lucidità dinanzi al reale, piuttosto che nella dubbia santità rapita fuori di sé.

Qualsiasi lettera rimane morta finché si miri a ricavarne dei precetti o si creda di dover comporre una sorta di casistica di cose lecite ed illecite, di costumi raccomandabili o riprovati. Provare: la lettera cade come scorza importuna se si scioglie la mente dall’ossessione della legge.

Due mali di estrema gravità sono: a) la soddisfazione di avere la coscienza a posto, b) gli scrupoli tormentosi. Da questi derivano le azioni che sono impedite di palesarsi con spontaneità. Chi indossa tali atteggiamenti crede di dover essere positivo in tutte le cose, di dover far servire a qualcosa la sua azione o il suo pensiero, di doversi unire ad un gruppo per aver ragione, di doversi appoggiare ad una istituzione per avere carismi o autorità. In pratica soltanto chi ha posto al centro di sé la Via allo Spirito può percorrere libero le vie di chi è vincolato e nemmeno ciò è un assoluto salvacondotto che lo ripari da delusioni, tradimenti e imbrogli.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

Dai FRAMMENTI di Federico von Hardenberg (Novalis)

Novalis

Capiremo il mondo quando capiremo noi stessi, perché esso e noi siamo metà integrativi. Noi siamo figli di Dio, germi divini. Un giorno saremo ciò che è nostro Padre.

Che non ci sia in noi una facoltà che abbia la stessa parte che ha il mondo solido fuori di noi, l’etere, quella materia visibile-invisibile, la pietra filosofale che è dovunque e in nessun luogo, che è tutto e nulla? Noi la chiamiamo istinto o genio; dappertutto è precedentemente. Essa è la pienezza dell’avvenire, la pienezza dei tempi – nel tempo ciò che la pietra filosofale è nello spazio: ragione, fantasia, intelligenza e senso sono soltanto le sue singole funzioni.

In ogni caso il mondo è il risultato di una azione reciproca fra me e la divinità. Tutto ciò che è o nasce, nasce da un contatto di spiriti.

L’universale in ogni momento rimane poiché esso è nel tutto. In ogni istante, in ogni fenomeno agisce il tutto. L’umanità, l’eterno è onnipresente poiché non conosce né tempo né spazio. Noi siamo, viviamo, pensiamo in Dio poiché questo è il genere personificato. Esso non è un universale, un particolare per il nostro senso. Puoi dire forse che sia qui o là? E’ tutto, è ovunque. In esso viviamo, siamo e saremo. Tutto ciò che è autentico dura eternamente, ogni verità.

Se il mondo è quasi una precipitazione della natura umana, il mondo degli dei è una sublimazione di essa. Entrambe avvengono uno actu. Non c’è precipitazione senza sublimazione. Quel tanto di agilità che là va perduto, qui è guadagnato.

Noi siamo contemporaneamente nella natura e fuori di essa.

Tutto ciò che è visibile è attaccato all’invisibile, l’udibile al non udibile, il sensibile al non sensibile. Forse il pensabile al non pensabile.

Il pensiero puro, l’imagine pura, la sensazione pura sono pensieri, imagini e sensazioni non suscitate da un oggetto corrispondente, bensì sorte al di fuori delle così dette leggi meccaniche, della sfera del meccanismo. La fantasia è una tale forza extrameccanica: magismo o sintetismo della fantasia. La filosofia appare qui interamente come idealismo magico.

Se Dio poté diventar uomo, può diventare anche sasso, pianta, animale e elemento e forse in questo modo esiste una continua redenzione nella natura.

In certi scritti d’altri tempi pulsa un cuore misterioso che indica il punto di contatto col mondo invisibile, il divenire di una vita. Goethe deve diventare il liturgo di questa fisica – egli sa perfettamente il servizio nel tempio.

Con l’invisibile noi siamo più strettamente legati che col visibile.

L’uomo deve essere un autostrumento perfetto, totale.

La nostra vita non è un sogno, ma deve diventarlo e forse lo diventerà.

Tutto ciò che è involontario deve trasformarsi in volontario.

Il nostro corpo deve diventare volontario, la nostra anima organica.

L’uso attivo degli organi non è altro che pensiero magico, taumaturgico, o uso arbitrario del mondo dei corpi; infatti la volontà non è altro che magica, energica capacità di pensiero.

L’ignoto, il misterioso è il risultato ed il principio di tutto. Ciò che non si lascia afferrare è in uno stato imperfetto e bisogna renderlo a poco a poco afferrabile. La natura è per sé inafferrabile.

Ogni persuasione è indipendente dalla verità naturale. Essa si riferisce alla verità magica o alla verità miracolosa. Della verità naturale ci si può persuadere soltanto in quanto diventa verità miracolosa. Ogni dimostrazione si basa sulla persuasione ed è quindi solo un ripiego quando manchi la completa verità miracolosa. Tutte le verità naturali, dunque, si fondano anch’esse sulla verità miracolosa.

Quanto più grande è il mago, tanto più arbitrari il suo procedimento, la sua sentenza, i suoi mezzi. Ognuno fa miracoli a modo suo.

Il saggio perfetto si chiama veggente.

Rientrare in se stessi significa per noi astrarre dal mondo esterno. Analogamente presso gli spiriti la vita terrena è una contemplazione interiore, un entrare in se stessi, un’azione immanente. Così la vita terrena scaturisce da una riflessione originaria, da un entrare primitivo, da un raccogliersi in se stessi, che è così libero come la nostra riflessione. Viceversa la vita spirituale in questo mondo scaturisce da uno sfondamento di questa riflessione primitiva. Lo spirito si risviluppa, riesce da se stesso, rielimina in parte quella riflessione e in quel momento dice per la prima volta “io”. Qui si vede quanto sia relativo l’uscire e l’entrare. Ciò che chiamiamo entrare è veramente un uscire, una ripresa della forma iniziale.

Un uomo che diventa spirito è nello stesso tempo uno spirito che diventa corpo. Questa specie di morte, se posso esprimermi così, non ha niente a che vedere con la morte comune: sarà qualcosa che potremmo chiamare trasfigurazione.

Ogni caso è meraviglioso, un contatto di un essere superiore, un problema, un dato del senso attivamente religioso.

Erigere mondi non basta al senso che penetra in fondo: ma un cuore che ama sazia la mente che aspira al sublime.

La distinzione fra poeta e pensatore è soltanto apparente e va a svantaggio di entrambi. E’ un indizio di malattia e di costituzione morbosa.

I corpi sono pensieri precipitati e cristallizzati nello spazio.

Chi nella spiegazione dell’organismo non ha riguardo all’anima e al legame tra questa ed il corpo, non andrà molto avanti.

Un giorno l’uomo dormirà e veglierà ad un tempo continuamente. La maggior parte della nostra stessa umanità dorme ancora un sonno profondo.

SCIENZA DELLO SPIRITO

COMMENTANDO

Lamanuense-di-Dubovac-©-Andrea-Lessona-615x410

Un mio vecchio amico (anzi più che un amico poiché col tempo è diventato un fratello) ha scritto da qualche parte l’ennesimo articolo che riguarda l’ascesi che procede con la Concentrazione.

Mi sembra che abbia voluto parlare dei tempi, cioè della durata dell’esercizio. Credo abbia fatto bene poiché ha calcato sul tanto per non burlarsi dei lettori attivi, ma relativizzandolo, perché è in effetti relativo ad un milione di condizioni e situazioni individuali. Però so bene – ne parlammo insieme come sempre – che lo esaspera il continuo sbucare, come i funghi dopo una notte piovosa, qualcosa dell’eterna litania dei tempi fissi, naturalmente inclinati a ottantanove gradi verso il minimo.

Purtroppo i quattro gatti che ne sanno qualcosa, sanno pure, con montagne di esperienza diretta e confrontata per tanti lustri, che così non è, che così non può essere e che, se qualcuno parla così, o fa accademia di quello che non fa, oppure è prezzolato come ottusa manovalanza dagli agenti klingoniani.

Questo perché, anche sul gradino più elementare, ma ampio e faticoso, del “dominio del pensiero” ordinario, non è certo una semplice questione di pensiero (quello che “non paga dazio”): già qui tutta l’anima viene messa in gioco. Nemmeno nel corpo fisico umano le singole parti e i grandi sistemi, sono realmente separati. Lo possiamo capire con qualche semplice immagine tolta dal sensibile.

Se oggi mi dedico alla corsa, potrei dire che stanco gli arti inferiori. Dunque domani potrei dedicarmi alle pagaiate in canoa e riprendere a correre dopodomani. Come sembra logico! E’ un vero peccato che cozzi contro la realtà: dopo qualche settimana accuserei tutta la dozzina di sintomi del superallenamento, mi beccherei il raffreddore per un nonnulla, i valori ematici sarebbero stravolti, diverrei un perfetto raccoglitore di ogni germe vagante in vena di conquista e così via.

Questo perché il corpo è un insieme interconnesso e non v’è organo che venga sollecitato separatamente dagli altri organi: non v’è per il fegato un lunedì di lavoro e il martedì di riposo (come tutto sia “collegato” lo si osserva, senza sforzi particolari, persino nel cadavere aperto per bene in autopsia completa, se lo si guarda conoscitivamente e spregiudicatamente).

Nell’anima, le forze sono ancor più frammischiate, fluiscono di continuo le une nelle altre: in tale modo che, ad esempio, separare il pensiero dal sentire modifica sia il pensiero che il sentire.

Tutto l’uomo interiore interviene in un atto così radicale com’è la Concentrazione (nemmeno la coda di paglia che abbiamo tutti ne resta fuori): la Concentrazione prende tutto: questo tentativo d’essere solo nel pensiero costringe al digiuno estremo l’elemento passivo, personale e superficiale del sentire…mentre il sentire vero, il grande organo di percezione interiore, inizia a liberarsi dalla tenebra che lo imprigionava proprio nel falso sentire. Pensate ad un occhio che volesse vedere solo se stesso: che funzione avrebbe? Questo è il falso sentire, il coccolo degli spiritualisti.

La Concentrazione prende tutto: come il Sole caccia il buio, così essa azzera implacabilmente il falso volere, costantemente usurpato dalle spire caliginose degli istinti e delle brame: così comincia a far nascere nell’anima la terza delle tre potenze che mai l’uomo terrestre aveva conosciuto nella loro realtà originaria. Il volere è la spada leggendaria che nessun soggetto riflesso impugnerà e brandirà mai: mai giungendo a sfilarla dal macigno magico che l’uomo crede di conoscere come suo corpo e di cui è poco più di un secreto.

Mi sa che le persone abbiano un sesto senso, chiamato con più (im)pertinenza fifa nera: che funziona da sé solo con l’avvertire che v’è uno spiffero di cambiamento. Quello che di continuo reclami a gran voce per il mondo, quando sospetti che potrebbe succedere dentro te…sono dolori e patteggi o molli.

Racconta divertito Aurobindo che un discepolo va da lui spaventatissimo: “Maestro, sono diventato scemo!” “Perché? Cosa ti è successo?” “Maestro, succede che non penso più!” Aurobindo allora gli fa notare che sta parlando e pensando ancora. Si era solo consumato (spento) il clangore ordinario che abbiamo nella testa. Era successo qualcosa di positivo, dunque ciò aveva spaventato moltissimo lo sprovveduto discepolo.

Comunque, se uno non ha avuto per improbabile destino una precedente disciplina di pensiero, pochi minuti servono solo a non rischiare che i sospirati mutamenti possano diventare reali. Anche l’uomo fatto può volere la luna, come un bambinello, ma stando sicuro perché sa bene che non l’avrà mai.

Questa non è una critica ad un fratello, comprendo bene che non si può dire tutto in poche e mirate righe. Ad esempio, quando egli scrive di varianti per generare più intensità, e per non macinare meccanicamente l’esercizio (dismettere talvolta ogni parola o rifare il percorso all’indietro – questa variante dovrebbe far sospettare quello che ho/abbiamo scritto in vari commenti, cioè che la tristemente famosa “immagine sintesi” è il prodotto di intensità e mai una sorta di sbocco naturale o artificioso di rappresentazioni) si dimentica del consiglio più semplice e rude.

Mi spiego. Molte volte erano proprio i discepoli più attivi che si lamentavano della brevità della ricapitolazione interiore dell’oggetto e di questo ne parlavano con Scaligero, ossia che l’esercizio iniziava e terminava in pochi minuti. Scaligero rispondeva che avrebbero semplicemente potuto ripeterlo più e più volte.

Altra cosa che l’amico non ha menzionato è che alla “saturazione”, la saturazione dell’anima, che nel mondo del sensibile trova analogia in un bicchiere che va riempito fino all’orlo da dove poi il liquido trabocca, non si raggiunge con una ripetizione ottusa, meccanica del circuito, divenuto familiare, di parole e immagini: questo è un pericolo che arriva per tutti, quando si usa lo stesso oggetto con i suoi pochi elementi formativi. Allora: riempire il bicchiere è analogicamente l’esercizio, il traboccare (ciò che trabocca) inizia ad essere quello che si realizza: realizzare qualcosa non è mai l’esercizio ma quanto va oltre esso.

Naturalmente, chi è furbo più di una volpe, cambia spesso l’oggetto…per poi accorgersi che dopo pochissimo le stesse difficoltà si ripresentano. Dalle difficoltà non si scappa: in fondo sono proprio loro a esigere un impegno ed uno sforzo maggiore, esattamente come i muscoli del corpo fisico i quali si rafforzano combattendo resistenze progressivamente più elevate (Milo docuit).

Può essere, per un certo tempo che spesso non è minimo, che il lavoro interiore sia per l’anima come l’andare da un dentista: paghi molto per gustarti sgradevolezze e dolori di ogni tipo, tenendo conto che il dentista sei tu, ossia un pasticcione autodidatta che si impratichisce sopra la soglia della propria sopportazione.

Qui però ho esagerato: superate le tensioni corporee che immancabilmente duettano con lo sforzo interiore, la ripetizione voluta dell’esercizio dapprima disturba la spontaneità dell’anima (astrale), poi diviene un vero sforzo per il pensare che attraversa la scura, appiccicosa selva dell’astrale: il cervello, veicolo del pensiero ordinario, si stanca e si inceppa. Sembra davvero impossibile pensare. E’ un buon momento poiché precede il disincagliarsi del pensiero dall’organo che abitualmente lo media attraverso il corpo fisico. Il motivo del tanto sta in questo. Semplicemente.

Accanto al martellamento rappresentato dalle ripetizioni dell’esercizio, è necessario che la consapevolezza concettuale di ogni singola parola e immagine non tracolli mai in qualcosa di vuoto, che viene da sé poiché è stata ripetuta cento o mille volte.

Anzi, è proprio questa consapevolezza attiva il “filo” che non dovrebbe spezzarsi dal principio alla fine dell’esercizio.

Perciò la parola “ripetizione” non andrebbe mai intesa nel suo senso comune: dunque sono almeno due le cose difficili che dovrebbero essere inderogabili:

a) la prima consiste nel fatto che non deve esistere un ripetere l’esercizio, più volte durante lo stesso giorno, che possa definirsi come ripetizione di qualcosa di precedente, anche quando lo sia stato fatto già per due, cinque volte, con il medesimo percorso, le stesse immagini.

b) la seconda consiste nel fatto che la ricostruzione, in quanto catena di concetti, non deve spezzarsi in nessun punto.

Queste due, per lungo tempo non sono regole, ma piuttosto intoppi su cui si ruzzola: il bello è che alternative facili non esistono: bisogna solo tirar su dal pozzo dell’anima con più energia e determinazione secchiate abbondanti di pura insistenza e vagoni di pazienza.

Sarebbe sempre l’ora giusta di smettere la bambocceria che ci portiamo dentro per tutta la vita da quando essa era giustificata nell’età del ciuccio. C’è chi dirà che non è vero ma nel sistema limbico è così: la Chiesa imbarazzata si è decisa di cancellarlo dalla carta geografica dello spirito ma il Limbo vive in noi e tiene tutto.

E’ da esso che galleggia sulla soglia crepuscolare della coscienza comune la strana visione che una Via iniziatica sia simile a via X o ad un viale alberato Y: una passeggiata dal principio alla fine. Invece è una aspra e stretta mulattiera, invisibile per le anime ipovedenti, che parte dai limiti inferiori: da un basso che più basso sarebbe impossibile, per giungere a Tir-na-nÓg.

Perdendo un pezzo di sé ad ogni passo. Non il sé ma tutto ciò che di solito crediamo sia parte di noi: qui perdendo si diventa più forti, perché occorre essere fortissimi per salire perdendo tutto quello che fummo e che siamo. Spoliazione ineludibile per una frazione di ora ma che poi può diventare l’intimo carattere stesso dell’anima: essa tinge l’intera anima. E’ bene ricordare che non è la forza di cui parliamo quando viviamo come uomini del mondo.

Dobbiamo sempre ricordare che, nel campo dello spirito non esistono parole umane e che “ l’iniziato che vuole esprimere ciò che ha sperimentato in una sfera sovrasensibile è costretto ad esprimere ciò coi mezzi della rappresentazione sensibile. Per cui non si deve pensare che la sua esperienza sia adeguata ai mezzi da lui usati per esprimerla” (R. Steiner: Dagli Atti del IV Congresso Internazionale di Filosofia – Bologna 1911). Dunque qualsiasi esperienza interiore che non sia rappresentazione tolta dal sensibile deve – se necessario – venire enunciata con  parole usuali ma con un senso diverso: anche questo sforzo necessario è una continua disciplina dell’esoterista che tenti di abbandonare la dialettica per giungere a momenti noetici. Tant’è che spesso sceglie il silenzio.

Insomma, un lavoro interiore che porti a qualcosa è un lavoro severissimo e pian piano, esso assorbe tutto il vivere: certamente gli esercizi indicati dai Maestri richiedono solo brevi frazioni di tempo…però nel tempo i loro effetti riorganizzano la vita. Persino la spontaneità, che deve esserci, che è salutare, muta: la spontaneità naturale diventa cosa diversa.

La coscienza umana impara ad essere una condizione meditativa che, in immobile trasparenza, continuamente si plasma nel variabile.

Molti tra tanti amici che leggono queste righe meditano nella solitudine di una stanza e forse nella solitudine umana generale. Non è facile dirigersi nella direzione opposta a quella che pare abbia preso il mondo: ebbene, si facciano coraggio. Anche se soli non sono mai soli, non sono abbandonati. Intorno al meditante, con animo fattivo, amoroso, si raggruppano i Messaggeri e se, per dedizione alla disciplina, i mari interiori si placano e s’acquieta il vortice abissale (come le cascate dell’Iguazú ma senza fondo) che per essi appare spaventosamente l’uomo, allora possono entrare e uscire portando in dono suggerimenti e sottili aiuti: ciò non va cercato. Succede.

Per non incorrere in equivoci, molto di cui sopra si rivolge ai neofiti…tenete in conto che anche alla più decisa e dedita creatura umana occorrono tempi di maturazione lunghi o molto lunghi. Poi, in effetti, l’esercizio regale, la Concentrazione e la Concentrazione Profonda, penetra subito in profondità: se la Volontà è stata risvegliata, l’opera è immediata, la via è aperta.

Il mio amico ha ricordato Ramakrishna: in effetti quest’ultimo aveva ragione: poi basterebbero tre minuti…

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA PIETRA E LA FOLGORE DEL LOGOS

MAGG 14 LUGL 2016 FKHSIFS 059

EPPURE INTERNO AL CUORE IL PALPITO S’IRRAGGIA.

IRROMPE OVE LA MORTE E’ TESA E VUOLE L’ADDENSARE.

IRROMPE E SFUGGE IL SOGNO AL MALE LACERATO.

 

AVVIENE L’ATTO DEL MORIRE NEL CENTRO DELL’OLTRAGGIO

MA RESURREZIONE IMPOSSIBILE SUBENTRA NELL’ISTANTENEO IRROMPERE SOLARE.

FRANTUMANO CERTEZZE FONDATE SULL’ORRORE CHE VOLEVA INVADERE IL REALE.

 

NETTA NELLA SUA PURA LUCE LA FERREA ESSENZA CREA DALLA MORTE L’ORO.

 

E ORO SI IMPRIME VITTORIOSO OVE LA MORTE INELUTTABILE VIENE STRAPPATA AL FATO.

POSSENTE MORTE INELUTTABILE CHE UN ANCORA PIU’ POSSENTE FOLGORE DEL DIO TRASMUTA IN  VITA  ETERICA DELL’AUREO.

INPENSABILE ED INCONCEPIBILE ATTO REDENTORIO VIENE PENSATO OVE L’INTELLIGERE CONTEMPLA IL CONCEPIRE.

 

MENTRE L’UMANO CHE SPERIMENTA IL FRANTUMARSI DEL FATALE ARRETRA DINANZI ALLA VOCE MINERALE

CHE ANCORA COCCIUTA NEGA CIò CHE PUR AVVIENE NELLO SPERIMENTARE IN ALTO L’AUREO CHE RISANA.

INFINE  – SOVRAMENTALE – L’ATTUARSI DELL’IMPOSSIBILE SANARE E’ LA REALTA’ LIMPIDA CHE NELL’INTELLIGENZA FOLGORA EVIDENTE.

 

ED UN’ARPIA SCOMPARE DAL DESTINO MENTRE IL NUME ANGELICO RISPLENDE OPERATIVO.

 

FATTI SEGUIRANNO NEL REALE.

CONSEGUENTI ALL’ATTO FOLGORANTE CHE ANCORA NELL’INVISIBILE AVVAMPA IMMATERIALE.

REALE TRASMUTAZIONE DEL PESANTE CHE  – VISITATO DALLA FOLGORE CONCESSA E CONQUISTATA –  ORA LIBERATO PREPARA LE VESTI DELL’EVENTO.

 

ATTO DELLA FOLGORE NEL LOGOS:  AVVIENE E S’ATTUA

FRA GLI INFINITI ATTI CHE ANCORA ATTENDONO I VARCHI ESTREMI CHE POTREBBERO IRRAGGIARLI.

LA PIETRA E LA FOLGORE DELL’IO CHE LA TRASMUTA IN ORO.

 

ASCESI CORONATA DI TEMPESTE CHE NELLA DEGNITA’ DEI CUORI SPALANCA LA TRIVIALITA’ DEL MONDO ALLA DIVINITA’ DELL’IO CHE LA REDIME.

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

GENFEBMARZ 2013 FK 034

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