L’ARCHETIPO-GENNAIO 2017

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

NATALE – CAMPANA SUONA…

La cantante folk solista ungherese Szilvia Bognár in una performance che condividiamo con voi su Eco. E’ tramite la sua splendida voce e le parole di una poesia di Endre Ady (uno dei maggiori poeti ungheresi del novecento) che ECOANTROPOSOPHIA porge ai suoi lettori gli auguri di

BUON NATALE

*

NATALE – CAMPANA SUONA …

I.
Suona la campana,
Risuona il canto,
L’inno di lode vola lontano,
Nel mio amato paesino
A Natale
Guarda in sé ogni cuore.
 
Ogni uomo
Con amore
Si prosterna per pregare,
Nel mio amato paesino
Il Messia
Felicità suol portare.
 
Verso la chiesa
In lunga fila
Piccoli e grandi partono,
Nel mio amato paesino
Grati sono
Al Dio dell’universo.
 
Quaggiù è come se
La santa grazia di Dio
Sussurrasse, volasse,
Nel mio amato paesino
In ogni cuore
Oggi discende l’amore.
 
II.
Al mio animo fa male
L’aspro rumore della grande città
Che bello sarebbe
Festeggiare
Là, a casa.
– Come allora –
Pregare,
Placarsi, che bello sarebbe.
 
Che bello sarebbe
Scordare tutto, tutto
Che bello sarebbe
Essere bimbo  giocoso.
Con vera fede e cuore-bambino
Fare pace
Col mondo,
Amando andare in Paradiso.
 
III.
Se questa bella leggenda
Diventasse fede pura
Che felicità grande
Sul mondo scenderebbe!
Quest’uomo peccatore
Nuovamente uomo diventerebbe,
Talismano sarebbe
Nella tristezza del cammino.
 
Questa vita terrena
Non sarebbe un calvario,
Una gran forza agirebbe
Sull’universo immane.
Non vi sarebbe altra fede
Se non questa soltanto:
Adorare Iddio
Ed amarsi l’un l’altro…
La leggenda di Natale
Se diventasse realtà
Vera felicità
Sul mondo stenderebbe.

ALBERO DI NATALE, ANNUNCI, LE TREDICI NOTTI SANTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

STEINER E LA COMUNITÀ’ INTERIORE

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E’ sempre una buona cosa ricordare, con immagini e parole la figura del Dottore. Però ciò appare quasi sempre come un azione strumentale: condotta al fine da riempire una pagina di carta o una videata. Così si va sul sicuro: diventa incontestabile per chi segue, in ogni maniera possibile, la Scienza dello Spirito. Persino dove essa funge da piedistallo per i poveri, illusori fasti personali.

Difficile che venga posta con la devozione o almeno il rispetto minimo con cui essa andrebbe configurata. Questi caratteri interiori dovrebbero essere sostanza di realtà e se mancano, magnificare Steiner o una capra, l’insignificanza è la medesima.

Può colpire come particolarmente tragico il fatto che questa miseria coincide con l’enorme acuirsi dei conflitti sociali che inesorabilmente spingono verso decisioni gravi.

Che la crisi della società venga appunto a culminare in questi tempi, pone in misura tutta speciale davanti alla nostra anima il problema come una questione di coscienza.

Ciascuno di noi dovrebbe porsi la domanda: dove sta il nostro dovere?

Dobbiamo cercarlo in una comoda tolleranza che, per evitare la lotta e serbare di fronte al mondo l’apparenza della fratellanza, lascia correre le cose come vogliono, sacrificando così il voluto ideale di una spiritualità pura e cosciente e distruggendo a priori ogni tentativo nuovo di comunità che si dedichino su basi rigorose allo studio e all’esercizio della conoscenza dello Spirito?

Oppure sta nell’impegnare tutte le nostre forze affinché si adempia il massimo desiderio nutrito da Rudolf Steiner per il movimento da lui fondato, e cioè che di esso si fosse potuto dire: è esistita una volta, dedita allo studio dell’indagine spirituale, una Comunità che non ha tollerato, là dove esso voleva imporsi, un vano giocare all’esoterismo, ed ha impedito che nel proprio seno, si affermasse la volontà di dominio che su quello s’appoggia facilmente, aprendo le vie alla ciarlataneria.

In ciò sta il massimo pericolo per ogni società che si occupa dei risultati dell’indagine spirituale; poiché essa è sempre esposta ad essere invasa dai più svariati elementi; è un pericolo a cui soggiacque spesse volte nel corso dei tempi, e a cui si può sfuggire solo vigilando con la massima severità.

Da questo deriva la quasi naturale predisposizione del mondo, che occultismo e ciarlataneria vadano sempre uniti.

Infatti il mondo si occupa solamente dei ben noti personaggi, molto in vista che, spinti dall’ambizione, vogliono soltanto con questo mezzo, crearsi un nome e una posizione nel mondo, per venire, per quanto possibile, sollevati in alto dai flutti della vita sociale e politica.

Oppure vi sono tante piccole esistenze oscure, che usano la loro medianità a scopo di lucro e quindi soggiaciono facilmente alla tentazione di ingannare.

Colui che nel campo dell’indagine spirituale è puro, grande e incorruttibile, viene, come ben si sa, deriso, crocifisso o bruciato , e solo poi riconosciuto, forse dopo secoli, da un’umanità che nel frattempo, per la sua opera, è stata innalzata di qualche gradino.

Quando un tale martire ha lasciato la terra, proseguono a coltivare il suo lavoro i gruppi di uomini radunatisi intorno a lui perché da lui potevano ricevere risposta ai problemi che li assillavano: ora, se riconoscenti, essi vogliono trasmettere ad altri quell’opera che insegna le vie del progresso spirituale.

E quando l’opera è cresciuta, quando comincia ad essere radicata nel mondo delle anime, si accostano di più in più anche coloro che vogliono trovare in essa un campo dove esercitare la loro volontà di dominio e raggiungere ciò che altrimenti non è facile trovare nel mondo, un podio per salire più rapidamente.

Il bisogno che essi hanno di farsi valere trova un ostacolo nelle forze più modeste e meno egoistiche, che in quel campo hanno dovuto faticosamente creare, ed ora gli ambiziosi cercano di spinger quelle da parte, per brillare loro.

E se hanno ingegno, lingua lunga, molta cocciutaggine, pochi riguardi per gli altri, vi riescono facilmente. Poiché in una fratellanza consacrata a mete ideali, non si suppone, a tutta prima, che gli uomini che ne fanno parte possano volere il male: si è fiduciosi, fidenti.

E ciò fornisce il terreno propizio per molte oscure tendenze.

Quegli ambiziosi ingannano talmente sé stessi, possono essere così convinti di sé, che non riesce loro difficile convincere anche altri.

E molto si può raggiungere per mezzo di allusioni mistiche, quando si crede fermamente in sé stessi!

Ma il maestro al quale si aggrappano, che vede intorno a sé queste aspirazioni, questi sforzi, che deve dare un posto alle diverse facoltà, dice, se è un vero occultista: “Come non apro il cassettone chiuso di un altro per scoprire cosa esso contenga, così non mi è lecito, come occultista, scrutare le pieghe segrete di un’anima, per indagare cosa possa giacervi nascosto.” Già il pensiero, che dietro alle pretese buone intenzioni, si nasconda dell’altro, rafforza il male ancora nascosto nel subconscio.

Il pensiero di un occultista, nel mondo animico, è una forza assai più vigorosa del pensiero astratto ordinario. Perciò esso si proibisce quel pensiero anche quando ha ragione di presentirlo, anche quando, per questa ragione, egli a tutta prima ha rifiutato rapporti più stretti con tale discepolo.

L’occultista deve lasciarsi ingannare...” Anche queste sono parole che Rudolf Steiner ha pronunciato.

Tragiche parole, perché hanno conseguenze ineluttabili, e perché il Maestro prende su sé il Karma del discepolo. Sempre di nuovo vi furono dei casi in cui si vide questa tragicità estrinsecarsi in tutta la sua grandezza.

Quando nei discepoli si palesavano la vanità e l’ambizione unite a frascherie mistiche, come le ciance intorno alle incarnazioni passate, Rudolf Steiner soleva dire: In una Società vastamente diramata, cose siffatte non si potranno mai totalmente impedire: si potrà venirne a capo, purché non ne entri mai nulla nella Direzione: se questa resta immune, si riuscirà ugualmente a tenere alto il livello della Società.

E sotto la sua direzione il livello fu sempre possibile: si riconosceva come naturale e indiscutibile la sua autorità…a meno che, per vanità offesa non si fosse usciti dalla Società e divenendone nemici giurati.

Naturalmente, coloro che a bella posta si oppongono agli influssi del massimo bene, si aprono tanto più ai nascosti sentimenti di odio, e in loro il male si accumula in misura stupefacente, diventa più forte di loro, si agglomera, ed ha inoltre la pericolosa qualità di agire suggestivamente, con la sua forza demoniaca, sugli altri.

Così si spiegano molte cose, altrimenti inspiegabili, nei tristi destini della Società Antroposofica e nella sorte, davvero inconcepibilmente tragica, della generosa Guida degli uomini.

Sul terreno di fatti così negativi, simili alle ombre che accompagnano la luce del sole sulla terra, germoglia poi tutto ciò di cui si impadronisce l’odio che esiste nel mondo circostante, per denigrare una figura radiosa, per rimpicciolire il grande.

Coloro che hanno sperimentato come possa venir odiato in un uomo ciò che è spiritualmente eccelso, come ciò sia insopportabile alla meschinità circostante, riconoscono che il loro compito più grande è quello di salvare, non solo la purezza della sua immagine, ma anche quella della sua opera, conformemente al suo desiderio così chiaramente espresso a questo riguardo.

Perciò non devono sottrarsi alla lotta per salvare la purezza di quest’opera, anche se avrebbero prescelto di ritirarsi piuttosto loro stessi.

La lotta viene loro imposta a forza, e diventa allora un dovere; e col riconoscere questo dovere la necessità della lotta s’accresce, dovesse pur l’anima spezzarsi.

Ma forse, appunto per questo, verrà un giorno in cui si potrà dire: Sono esistite delle comunità, che almeno hanno cercato, con tutte le loro forze, di tenere lontano da sé ciò che sempre di nuovo ha abbassato e indebolito altre fratellanze del genere.

Forse che il franco guardare in faccia i propri errori può far progredire tutta una comunità sacra di quanto occorre, affinché le manchevolezze solite di tali associazioni non si ripetano in eterno.

Forse che solo per questa via è possibile la formazione di una coscienza fondata sull’Io, in interi gruppi umani. Poiché, ove non vi fosse la lotta per riconoscere gli errori che si insinuano in unioni più numerose di uomini, non vi sarebbe nemmeno una possibilità di sviluppo per gruppi umani, né superamento cosciente dei relativi e purtroppo sintomatici fenomeni negativi, né ascesa a più alti gradi di comunità: così l’umanità, non solo si consoliderebbe nel materialismo e vi affonderebbe, ma cadrebbe in preda alle demonìe.

Oh, ben si sa, in quel regno, perchè le cose ci vengano rese così difficili: essi vogliono che la Terra appartenga a loro, e combattono per assoggettarsi i poveri uomini.

Quanto poco il Dottor Steiner si sia sottratto alla lotta contro sempre rinnovati assalti, appare da molti e molti dei suoi discorsi, e da molte introduzioni e chiuse dei suoi cicli di Conferenze. Cito ad esempio le parole con cui conclude le sue conferenze a L’Aja (1913), il primo ciclo dopo la separazione dalla Società Teosofica. Esso è uscito in forma di libro, col titolo scelto allora da Rudolf Steiner:”Quale importanza ha l’evoluzione occulta dell’uomo per i suoi involucri e per il suo Sé”. Nelle sue parole d’addio, egli vi parla della liberazione da ciò “che, in un certo modo, ci ha pure imposto dei ceppi, ceppi che, se vogliamo veramente progredire secondo le esigenze dell’evoluzione spirituale umana, ci sarebbero diventati, di giorno in giorno, più insopportabili…vennero interrotte forme di pensiero che hanno prodotto un certo influsso ostacolatore…E’ per noi una liberazione: pensieri che prima ci ostacolavano, devono ora come esulare dalle nostre file, veramente esulare…pensieri che prima operavano, non voglio dire come, in seno al nostro lavoro”.

Quindi egli continua: “Molte cose dovranno venir comprese, poiché il modo come, per es. si sono comportati i nostri avversari in Germania, e che ci ha portato alla necessaria difesa, ha mostrato ovunque, in ogni punto, il contrario di ciò che deve essere il modo di lavorare di un vero movimento occulto, ha cioè mostrato ad ogni proposito, una smania di tiranneggiare, rivestita di obbiettive menzogne. Un vero occultista non può che arrivare a non voler avere nulla da fare con coloro dei quali sa che non possono essere dei suoi. E cioè a non volerli avere nelle sue file. Questo è l’unico principio che può regnare in un movimento occulto: lavoro positivo e diritto di non occuparsi di coloro che lavorano su un altro terreno…Questa è stata l’unica pretesa che sia stata sollevata nelle nostre file. E chi esamina la cosa, potrà appunto vedere realizzato nelle nostre file questo sacro, antichissimo criterio di una vera comprensione dell’occultismo. Era infatti derisoria, per un vero occultista, la pretesa che la Sezione tedesca dovesse accogliere ognuno che volesse appartenervi per opinione propria e non secondo la valutazione della Sezione stessa. Ciò che allora chiedevano a noi i nostri avversari, e a cagione di che ci hanno scagliato contro ogni sorta di menzogne, equivaleva al fatto che gli uomini non dovessero camminare sulle gambe, ma sulla testa. Solo che al tempo nostro non si perseguono le cose fino alle loro ultime conseguenze”.

Ciò contro cui il Dottor Steiner ebbe a lottare è mostrato anche dal passo seguente: “Si è già arrivati al punto che in uno degli ultimi “Bollettini” si è dovuto dire che uno dei rappresentanti del sistema Besant in Germania ha detto persino che egli non comprendeva come mai quel singolare ragazzo (s’intende il giovane Krishnamurti) avesse potuto passare per una evoluzione come quella che si diceva avesse passato. Poiché, scrive quel signore, Annie Besant fa pompa di lui come futuro Cristo. Ma chi ha letto le non so quante incarnazioni di quel singolare ragazzo, saprà bene che Annie Besant non intende parlare di lui come fosse il Cristo dei Vangeli; essa dice solamente (dice quel signore) all’umanità europea, che colui che essa non ritiene essere il Cristo, è il Cristo.

Orbene, io credo che se è possibile che qualcuno stenda sulla carta simili cose, è già una prova sufficiente di fatti che non vogliamo più oltre caratterizzare.

Dunque, quanto avvenuto può veramente significare una liberazione. Voi pure lo avete sentito in questo ciclo che è stato per me, in certo senso, molto serio e solenne, perché è stato il primo ciclo del nostro nuovo Lavoro, nel nostro nuovo produrre. E in verità, solo il sentimento del dovere di questo nuovo produrre, ci ha dato la possibilità di sopportare con una certa equanimità tutto ciò che ci si è accostato in modi importuni, disgustosi e sfrontati.

Fate dunque sì, miei cari amici, voi tutti che avete potuto parteciparvi, che questo ciclo venga sentito nei nostri cuori come una certa inaugurazione di un nuovo periodo di lavoro.

Così vi ho salutati al principio, e così penso, siamo stati uniti in questo tempo in una intonazione armonica concorde.

E se, miei cari amici, questa volta non abbiamo veduto insieme a noi, taluno che forse vi sarebbe stato, ove i fatti precedenti non si fossero svolti possa qualche altra cosa, se noi la sentiamo nel giusto modo, sollevarci ben al di sopra di tutto questo”.

Forse tali parole paiono ora superate dai mille avvenimenti successivi, oppure possono sembrare poco incisive o astratte, ma se comprese oltre il recinto categorico di spazio e tempo, se accolto il loro senso nella coscienza meditante, fanno – insieme a tante altre – da cartina tornasole per l’anima, così che ognuno giudichi da sé su quale possa essere la reale cifra dello spirito che suggerisce le sue azioni.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA VITA E L’ATTIVITA’ DI MARIE STEINER

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Circa nove lustri fa – doveva essere il 1971 o il 1972 – come sovente quando mi trovavo a Roma, accompagnavo l’amico L. in Via Tevere alle riunioni del Gruppo Novalis, del quale egli allora era il bibliotecario. Le riunioni del Novalis venivano tenute allora, con mano salda, dall’ancor giovane Romolo Benvenuti, che era stato portato alla Scienza dello Spirito da Massimo Scaligero e, assieme a questi, era stato discepolo diretto del Dott. Giovanni Colazza.  

Il Gruppo Novalis aveva ai miei occhi giovanili – e l’ha ancora tutt’oggi, che tanto giovane non son più – una importanza speciale, di natura sacrale: esso era stato fondato e consacrato ritualmente direttamente da Rudolf Steiner, il quale lo aveva affidato alla direzione di Giovanni Colazza, aveva dato le modalità rituali di riunione, e indicato pure i contenuti della Scienza dello Spirito che vi dovevano essere coltivati. Al Novalis Rudolf Steiner dette due mantram particolari per la sacralizzazione delle riunioni e per l’uso personale dei discepoli. Sono gli stessi mantram che nella mia città adoperiamo per la consacrazione nelle nostre riunioni durante il Rito della meditazione in comune. Romolo Benvenuti mi disse che, proprio per le modalità rituali alle quali ci conformavamo – che erano quelle adoprate da Giovanni Colazza nelle riunioni della cerchia interna – e per i mantram che usavamo nel Rito, potevamo considerarci facenti parte del Novalis, e chiamarci altresì “Novalis”. La cosa fu per me di  grande, significativa, importanza, perché un profondo mysterium è celato nell’esistenza di questo cenacolo della Scienza dello Spirito.  

Per questo motivo, nel tempo, il Gruppo Novalis era sempre stato mantenuto in “mani sicure”, avendo avuto alla sua direzione orientatrice, per volontà di Rudolf Steiner, prima Giovanni Colazza, e dopo la morte di questi Mario Viezzoli, poi per breve stagione l’Avv. Sallustio Crispo, e successivamente – per esplicita indicazione di Massimo Scaligero – Romolo Benvenuti. Quando vi furono i conflitti tra la Direzione della Società Antroposofica, diretta da Albert Steffen e dal suo famulo Guenther Wachsmuth nei confronti di Marie Steiner, conflitti causati dalla emarginazione, dalla diffamazione, dall’aggressione nei confronti di Marie Steiner, nei quali furono usati – è la dura, esplicita, parola di Lei stessa – “metodi gangsteristici”, il Gruppo Novalis si schierò, senza esitazione alcuna, dalla parte della Verità, cioè di Marie Steiner. Lo stesso Giovanni Colazza ruppe ogni rapporto con Albert Steffen, al quale un tempo era stato legato da antica amicizia. Sia Massimo Scaligero che Romolo Benvenuti mi ragguagliarono ampiamente su queste tristissime vicende.

Dopo la morte di quest’ultimo, avvenuta pochi anni fa, la Società Antroposofica ha cercato di riappropriarsi del Novalis, inviando quattro streghe farlocche a gettar zizzania, a pretendere che il Gruppo si trasformasse in un “Club di Lettura e Conversazione”, e si trasferisse obbligatoriamente alla sede ufficiale della suddetta Società a Roma. Io venni avvertito da cari amici del Novalis, preoccupati della mala impresa tentata dalle su citate megere, le quali erano state aizzate da un antroposofazzico medico di Milano, che odiava, e odia tuttora, Massimo Scaligero e la sua opera, e mi precipitai a Roma. Vi fu una riunione del Novalis, alla quale vennero le quattro attempate, acidiose e biliose signore, e in quella riunione portai una serie di documenti originali: lettere di Marie Steiner, scritte per conto di Rudolf Steiner, a Giovanni Colazza, datemi a suo tempo da Hella Wiesberger; uno scritto di Giovanni Colazza su come dovevano svolgersi le riunioni del Novalis; uno scritto di Adelheid Petersen, nel quale il Dottore le dava le indicazioni operative su come si doveva orientare un Gruppo di Scienza dello Spirito, come ella doveva prepararsi alle riunioni, e come queste dovevano svolgersi. Rifeci, per sommi capi, la storia del Novalis, parlai del significato particolare che aveva questo Gruppo ritualmente fondato e consacrato da Rudolf Steiner stesso, e ribattei per ore, una per una, tutte le argomentazioni delle avide e invide streghe farlocche, che desideravano condurre a impietosa fine quel glorioso Gruppo di Scienza dello Spirito. Alla fine, le sciagurate desistettero e se ne andarono, ed ora il Gruppo – che è in buone mani di persona amica – continua ad operare spiritualmente more antiquo.

Un altro tentativo, ancora più insidioso e pericoloso, d’impadronirsi del Gruppo Novalis – per snaturarlo e farlo felicemente defungere ad majorem gloriam della nota potenza d’Oltretevere – fu tentato dopo la morte di Romolo Benvenuti, sia da parte dell’Innominato, del quale abbiamo avuto più volte modo di occuparci, sia da parte di una sua “famula”: tentativo miserrimamente fallito per la svegliezza e l’incrollabile fedeltà di chi a Roma aveva assunto, con mano ferma, l’orientamento del Novalis.

Per tornare a quanto dicevo al principio di queste considerazioni, agli inizi della mia frequentazione del Novalis, oltre quarantacinque anni fa, vi conobbi una signora molto anziana, gentilissima, dall’animo delicato. Era una tedesca, trapiantata per un periodo in America, la quale si era poi trasferita in Italia. Si chiamava Elba Gasser, coniugata Chiasserotti. In Italia lei era diventata l’infermiera professionale di Giovanni Colazza nel suo studio di Corso Italia, al numero 6. Negli Stati Uniti, Elba Gasser era stata discepola del traditore e plagiario Max Heindel, il fondatore della sedicente Rosicrucian Fellowship. Conoscevo Max Heindel per lettura diretta delle sue opere e per quello che me ne avevano parlato Massimo Scaligero e il mio amico L., il quale prima dell’incontro con la Scienza dello Spirito aveva appartenuto a quella sedicente organizzazione rosicruciana. Massimo Scaligero considerava particolarmente pericolosa la “via” di Max Heindel, che definiva la “più regolare delle irregolari”. In vari colloqui, egli mi chiarì il retroscena del tradimento di Max Heindel, le sue conseguenze, e i di lui successivi destini. Giovanni Colazza distolse Elba Gasser da quel malsano sentiero, oltremodo scivoloso, e ne fece una fedele discepola della Scienza dello Spirito.

Quando la conobbi, come ho detto, era già molto anziana e, a quel che vedevo, non se la doveva passare granché bene a livello economico. Elba cercava di arrotondare per quel che poteva i suoi magri cespiti, facendo traduzioni dal tedesco di conferenze di Rudolf Steiner o di scritti di suoi discepoli, e offrendole agli amici del Novalis. Quando la incontrai, le presi alcuni di questi suoi lavori dattiloscritti e le offrii quello che uno squattrinatissimo giovinastro, qual io ero allora, poteva donarle. Se è per questo, dopo tanti decenni, le cose – dal punto di vista economico, e non anagrafico, naturalmente – non sono affatto cambiate. Tra le cose che le presi, vi era lo scritto di Hans Werner Zbinden su Marie Steiner, che viene presentato qui di seguito su questo temerario blog. Nel trascriverlo ho voluto lasciare intoccata la forma nella quale Elba Gasser aveva riversato in lingua italiana lo scritto originariamente in tedesco. Ho lasciato intatta anche l’interpunzione e alcune oscillazioni – a volte Maria, a volte Marie – del nome di Marie Steiner. Il periodare risente alquanto dell’originale tedesco, sia nel lessico che nella sintassi del periodo, abbastanza diversi dall’attuale uso italiano. Ma ho voluto lasciare immodificate tali caratteristiche, oltre che per scrupolo di fedeltà all’originale, soprattutto perché nell’italiano, che oggi appare un po’ arcaico, in cui Elba scriveva risuona tutto un mondo che aveva ancora l’impronta viva che l’Antroposofia possedeva un tempo in cuori fedeli a Rudolf Steiner e alla Verità, impronta che nella Società Antroposofica è andata persa ad opera dei mestatori che sappiamo.

Quanto all’autore dell’articolo da me trascritto, al lettore basti per il momento sapere ch’egli fu il più stretto collaboratore di Marie Steiner, e che la difese con ogni fibra della sua anima contro le indegne diffamazioni e aggressioni che Steffen e Wachsmuth portarono a Lei e alla Sua memoria. Per molti anni egli diresse la Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, ossia il Lascito di Rudolf Steiner, che centinaia di opere del Dottore ci ha trasmesse in splendide e rigorose edizioni. Hella Wiesberger, che fu amica e stretta collaboratrice di Hans W. Zbinden, mi parlava spesso nei nostri colloqui dei tempi difficili e delle aspre battaglie sostenute da Zbinden e dagli altri membri del Lascito per difendere l’Opera di Rudolf Steiner dall’azione di rapina e di deformazione da parte di Albert Steffen e soci.

Ancora pochi anni fa, potei leggere in un bollettino della Società Antroposofica in Italia le velenose – e vergognose – calunnie  che Rudolf Grosse, Presidente della Direzione, il Vorstand, della Società Antroposofica, con una azione che più vile e infame non poteva essere, scriveva contro la figura luminosa di Marie Steiner, e contro lo stesso Hans Werner Zbinden, suo fedele collaboratore, oramai anche lui defunto. Egli aveva una venerante devozione – autentica, non sentimentale – per la Verità e la Conoscenza, unita alla gratitudine per chi, come Rudolf Steiner e Marie Steiner, Verità e Conoscenza con grande sacrificio personale ci hanno trasmesso. Di lui – e, naturalmente, soprattutto di Marie Steiner – avremo modo di riparlare su questo audace blog.  

***

Hans Werner Zbinden

La vita e l’attività di Marie Steiner

Non è facile parlare di una personalità che da taluno è stata conosciuta soltanto di nome e che negli ultimi anni si è appena maggiormente affacciata alla pubblicità. La Signora Maria Steiner non poté più lasciare la sua abitazione; tanto più intensamente Essa da lì ha operato.

Quando orientiamo la coscienza su una Personalità che è morta, dobbiamo porci una domanda: quali attività e quali forze sono promanate da questa Personalità, che l’ambiente temporale abbia promosso oppure ostacolato? Le attività che scaturiscono da noi o che riceviamo, non sono da noi sempre considerate come positive. Giungiamo con ciò a parlare di un problema essenziale dell’umanità: perché spesso non siamo contenti di noi stessi e delle attività che riceviamo oppure che fluiscono da noi?

Goethe ha reso evidente, che si giunge pienamente all’attività soltanto dopo che tutto il proprio essere umano diventa organo dell’Umanità. La lotta e lo sforzo di tutti i contemporanei parte dal porsi al servizio dell’Umanità. Questo tendere con sforzo alla nobilitazione, risiede in ogni anima, sepolto talvolta sotto molti calcinacci. Quanto più l’uomo raggiunge questo, diventa, nel senso di Goethe, organo dell’Umanità.

Per Maria Steiner cade perciò a proposito di porsi il quesito fondamentale: come questa personalità si è configurata quale organo dell’Umanità? Da una parte si poté percepire che qui operava. Pensava, parlava, una Personalità che nulla voleva per sé personalmente, ma che invece agiva tenendo conto che gli uomini intorno a Lei nascessero a se stessi e progredissero. D’altra parte si poté percepire che questo avveniva per merito di un’immensa ed ininterrotta rinuncia.

Maria Steiner è morta a 82 anni, divenuta, dunque, fisicamente assai vecchia. Non sempre delle attività creatrici si riversano nel mondo esterno da un essere umano che abbia una vita così lunga. Se però si guarda alla Sua vita, si affaccia in tale pienezza ciò che, in modo corrispondente alla Sua forza creatrice, ha recato nel mondo, per cui si può rimanere stupiti. Quelli che si sono occupati di ciò, di abbracciare cioè con lo sguardo la Sua opera e di continuarla, dovranno dedicarvi un tempo senza fine.

Maria Steiner von Sivers nacque come figlia di un alto ufficiale in una parte della Polonia che allora apparteneva alla Russia. Essa era baltica-tedesca, apparteneva dunque a quel rado strato etnico, che da Pietro il Grande era portatore in Russia dell’elemento culturale, furono degli emigrati tedeschi ad essere richiamati dallo Zar quali scienziati, artisti ed alti impiegati dello Stato, che hanno in certo qual modo raffigurato la storia russa. A questi baltici tedeschi si deve che molte ragguardevoli personalità furono dalla Europa chiamati in Russia e che hanno agito in diversi campi, iniziando un’epoca nuova. 

Tra costoro ci sono medici famosi, chirurghi, artisti e scienziati, per esempio il matematico Euler di Basilea. Da questo strato sociale portatore di cultura, di origine germanica, innestato nell’elemento popolare russo, che però scarsamente si mescolava per via di matrimonio, discese Marie von Sivers. Essa crebbe in massima parte in campagna, frequentò le scuole come in Russia era possibile per le ragazze e portò a termine una preparazione per la professione di maestra. A tutto Essa andava incontro con uno slancio immenso per il sapere e per l’autoeducazione. Fortemente la occupava, per esempio, il problema di che cosa fosse la religione. Così Essa raccontava con molto umore – poiché Marie Steiner aveva umore – come venisse mandata per l’istruzione religiosa dal parroco protestante e come giungesse con timidezza e venerazione alla prima ora, in attesa che le venisse data risposta al Suo problema bruciante: Che cos’è la religione? Allora il parroco incominciò l’istruzione con le parole: «Religione è una parola che deriva dal latino e che significa congiungimento».

Tutta l’esigenza spirituale di questa bambina ricevette con ciò una doccia fredda e venne respinta. Tali cose passarono nel destino umano. Ed una scossa simile può produrre qualcosa di cattivo, ma anche qualche cosa di buono. Qui la bambina venne ricacciata tutta in se stessa. La forte esigenza spirituale dovette riposare e giungere ad una particolare maturità. Sin dall’età giovanile Marie von Sivers si affrancò da quell’elemento convenzionale che dominava in certe cerchie. Dato che in Russia non vi erano gli istituti scolastici corrispondenti al Suo interesse, Essa andò in Europa. Poiché quell’interesse si volgeva a ciò che è artistico, specialmente all’arte della recitazione, Essa imparò a conoscere molti tentativi di come per mezzo della recitazione di opere d’arte poetiche, della configurazione della lingua, si cercasse di servire l’artistico modo di porgere.

Essa venne poi a Parigi e credette di trovare ciò verso cui tendeva in una scuola annessa alla Comédie Française. Ivi ebbe una maestra ragguardevole. La Comédie Française aveva una tradizione secolare, che risaliva a figure come Molière. Vi erano delle regole ben determinate, secondo le quali era configurato il linguaggio ed erano rappresentati i drammi. Quello che era stato coltivato attraverso molte generazioni, risuonava in modo significativo ancora nell’ultimo secolo. Il modo artistico di parlare, secondo regole severe e misure, venne tramandato dal Maestro all’allievo, ed era necessario un lungo tempo di educazione prima che all’allievo fosse permesso di presentarsi pubblicamente. Qui Marie von Sivers ha così superato una scuola severa.

In ogni destino umano si presentano delle cose notevoli: si può osservare che una vita si sarebbe configurata del tutto diversamente, se non fosse accaduto un determinato avvenimento. Nella nostra vita entrano personalità, amicizie, viaggi, scosse, impressioni che in seguito maturano qualche cosa, cosicché dopo dieci o venti anni possiamo dirci: tutto quanto ne deriva mi appartiene come mi appartengono la mia pelle e le mie ossa, e tuttavia tutto si sarebbe svolto diversamente, se io non avessi sperimentato questo o quello.

Nella vita di Marie Steiner un tale avvenimento fu l’incontro con Rudolf Steiner, il Fondatore dell’Antroposofia. In Lui si manifestava nel mondo qualcosa di grande importanza per l’umanità attuale e futura. Poiché fin dai Suoi anni giovanili, Egli aveva lottato con il problema della conoscenza. Con spirito desto egli percepì e scoprì le correnti che si rappresentano nelle singole Individualità, che hanno plasmato i risultati della civiltà. Egli si poneva il quesito: Si può uscire dai soliti limiti della conoscenza? Non teoricamente, ma nella Sua propria interiorità, Egli ha risposto a tale quesito; Egli si è trasformato in organo di tempo. Così era l’uomo che si allacciava a Goethe come a una specie di battistrada, a Goethe che poteva dire di sé che tutto quanto proveniva da lui era stato il risultato del suo lavoro interiore. Le sue opere poetiche provengono da una certa visione ed anche quelle di Scienza Naturale.

Allorché Rudolf Steiner cominciò a parlare pubblicamente della Sua conoscenza spirituale, incontrò Marie von Sivers, ed allorché dalla Società Teosofica Egli venne chiamato ad assumere la Direzione della Sezione Tedesca, consentì a condizione che Marie von Sivers collaborasse con Lui. Poiché Essa portava con sé ciò che l’essenza teosofica poteva serbare con sé prima della deviazione nel settario. Ciò che diede Rudolf Steiner era oggettivo e non poteva degenerare nel fideismo. Ciò che Marie von Sivers vi apportò era il talento di approfondire la conoscenza spirituale nel Suo essere, e il rapporto con la parola, con ciò che come essere spirituale vive nella parola. Da quel momento hanno camminato ambedue attraverso la vita nel lavoro comune.

Ciò che Marie Steiner elaborò in connessione con l’Antroposofia, con ciò che Rudolf Steiner offerse, Essa lo continuò nel campo della “Sprachgestaltung” – configurazione del linguaggio – della recitazione, dell’arte drammatica. Esercita una forte azione sugli ascoltatori e sugli spettatori ciò che gli attori devono formare in se stessi per via di una severa educazione. Ciò che come corrente attiva, afferra i cuori in modo immediato, è puramente oggettivo. A questo lavoro Marie Steiner dedicò gran parte della sua vita, con una intensità che difficilmente può rappresentarsi. Chi ha goduto la fortuna o la disgrazia di una formazione accademica, perde la connessione con ciò che vive nel linguaggio come elemento vitale. Ci si è abituati solo a pensare sulle cose ed è difficile ad uno di cogliere la convinzione che in una tale educazione del linguaggio risieda qualcosa di formativo.

Marie Steiner si è assoggettata ad una fatica senza fine per superare l’intelletto degli uomini. Gli artisti devono dimenticare ciò che è il mero contenuto della parola. In una poesia o in un dramma, questo deve essere superato, si deve cogliere ciò che vi scorre dentro. Proprio per via di questo fiume, il poeta suscita un’azione vitale. Grazie al movimento, giunge nei cori un impeto immenso: Esseri spirituali, Angeli, Dèmoni diventano percepibili. Goethe sapeva esattamente che egli lavorava con questa realtà. Marie Steiner ha colto a volo tali germi e sviluppati in quell’arte che a migliaia e a migliaia di uomini ha donato ricordi incancellabili e ha destato in essi forze vitali. Per gli uomini che crescono nelle grandi città, ove manca la connessione con le forze della Natura che in modo immediato fluiscono nella vita, è particolarmente importante che una tale arte diventi operante. Così Rudolf Steiner poté dire che Marie von Sivers ha suscitato alla Sua Antroposofia l’elemento artistico per il Movimento Antroposofico. Questo poi ha agito in tutto il mondo.

Quando Rudolf Steiner viaggiava attraverso l’Europa, l’accompagnava sempre Maria Steiner, che attivamente partecipava a configurare le esigenze che un tale crescente movimento propone. Vennero poi migliaia di uomini e vollero rileggere le conferenze che Rudolf Steiner aveva tenute. Allora Marie decise di fondare una Casa Editrice (1908), per pubblicare in forma degna, pratica e pulita i libri di Rudolf Steiner. Le opere apparse prima, come la “Filosofia della Libertà”, la “Teosofia”, l’“Iniziazione” (Come si conseguono conoscenze dei Mondi Superiori?), apparvero in strana compagnia, cui esse non appartenevano. L’Antroposofia di Rudolf Steiner si basava su di un sapere spirituale del tutto nuovo, essa non apparteneva a vecchie connessioni. La pubblicazione dei libri esigeva molto lavoro, attenzione, abilità, e e di badare ai bisogni degli uomini. Non vi era una richiesta che Marie Steiner non avesse trattato e ponderato a fondo. Per appagare quelle esigenze, dovettero essere scritte dozzine di lettere. Difficilmente si può rappresentare quanta intensità di lavoro sia stata ancora data da questa Signora nella Sua grave età.

Vennero ad aggiungersi le esigenze dell’Euritmia, di questa arte del movimento creata da Rudolf Steiner e da Lei elaborata. A questo scopo Essa lesse i poemi e da ciò sviluppò la nuova arte della recitazione. Tutto quanto giungeva alla Signora Steiner, Essa lo studiò e lo elevò alla coscienza. Quando si parlava con Lei, ascoltava intensamente, per poi descrivere in modo vivente e deciso a quale connessione appartenesse un problema, spesso riandando lontano nel ricordo, avvicinando cose apparentemente distanti, per dare una immagine di una realtà superiore, l’essenza della cosa, che era quella che importava.

In ciò era aiutata da una forma di memoria del tutto insolita. Essa poteva, per esempio, ricordare dettagli detti da Rudolf Steiner nel 1903. Essa conosceva esattamente la connessione dei passi, e si trovavano poi confermate le sue dichiarazioni in lettere oppure in conferenze; conosceva migliaia di uomini, ricordava personalità, quale aspetto avessero, che cosa avessero dato al Movimento, come avessero agito e quale fosse il loro destino. Questo accenna a forze che Le consentivano di essere sempre attiva, di lavorare plasmando l’essenza spirituale dell’umanità. Essa poté guidare gli uomini nella Sprachgestaltung (configurazione del linguaggio), nell’Euritmia, nella drammaturgia, mentre tutti i gradi di evoluzione dell’uomo Le stavano dinanzi come comandamenti; sapeva ciò che poteva un determinato uomo, da quale lato si dovesse integrarlo, in che cosa potesse essere ulteriormente sviluppato.   

Nella drammaturgia Marie Steiner ha formato un campo particolare di dimostrazione. In un dramma si ha a tutta prima dinanzi solo il testo stampato. Spetta alla speciale facoltà di vivere dentro alle figure spirituali, portatrici degli elementi umani di rappresentare in modo che esso viva, che non venga compresso e che nulla vi venga tolto, come oggi spesso succede. Il drammaturgo deve avere venerazione per l’opera d’arte e per far sì che questa agisca in modo puro. Egli deve viverci dentro, deve poterla sperimentare come un suo proprio dramma animico. Questa percezione interiore di ciò che con le figure stesse è voluto, è stata sviluppata in modo del tutto particolare da Maria Steiner. A ciò appartiene un’arte grandiosa, per esempio il poter rappresentare i drammi di Schiller secondo il loro stile, i Misteri di Rudolf Steiner in forma degna, i drammi di Steffen, di Goethe, di cui specialmente il Faust. Esige molto un dramma così potente per essere rappresentato. Anche per questo Marie Steiner ha fatto delle cose straordinarie. Si può sperare che gli uomini che hanno imparato da Lei continuino a lavorare nel Suo senso.

Avanti la prima guerra mondiale, il linguaggio scenico era di una tale mancanza di livello, che difficilmente si può rappresentarselo. Alle opere di questa Signora appartiene anche quella che è diventata per moltissimi esseri umani la forza della parola come importante esperienza. Si incomincia a notare che nel parlare, nella formazione della parola risiede qualcosa che appartiene al Santissimo dell’uomo. Questa cosa è piena di significato e continuerà ad operare.

Un’abbondanza illimitata di libri – le opere di Rudolf Steiner – è stata edita grazie a Marie Steiner. Accanto a questa dovizia, sparisce qualche cosa altro. Essa ha pure letto e corretto la massima parte delle copie delle conferenze. A ciò Essa dedicò ore ed ore, giorni e giorni di attento lavoro. Si confronti con ciò la frettolosità con la quale oggi viene scritto per i giornali: accade un avvenimento e il giorno dopo appare subito una relazione in stile telegrafico. Ciò avviene con leggerezza ed in un linguaggio superficiale. Questo può apparire sufficiente, ma per Rudolf Steiner un tale linguaggio non era sufficiente, ed è difficile redigere la Sua parola parlata. Marie Steiner diede somma importanza alla pubblicazione delle opere di Rudolf Steiner. Essa lavorava tutto il giorno, instancabilmente.

Da molto tempo camminava a disagio e negli ultimi anni riceveva però gli attori nella Sua stanza per provare le parti. Chi aveva partecipato una volta a una tale prova, poteva percepire come a coloro i quali intendevano farsi strumento della parola, Essa parlasse ad alta voce, e quale potenza e quale pienezza vivesse allora nella parola. Nessuno poteva fare altrettanto. Né sulla scena, né nel coro parlato risuonò mai una tale forza della parola. Settantenne, Essa, andando su e giù, provava con gli attori, e ottantenne, dalla sua poltrona. Poteva capitare che la prova riuscisse male e tuttavia la rappresentazione riusciva e nella Sala l’effetto perdurava profondo ed era percepibile. Marie Steiner accoglieva con gioia un tale avvenimento, però con l’impulso in seguito faremo ancora meglio. Sempre si proponeva d’imparare, di progredire e non di adagiarsi su quanto aveva raggiunto.

Di fatti esteriori, come si è abituati a parlare di eventi esteriori, non ne sono accaduti molti nella Sua vita. Essa dovette cambiare assai spesso residenza, dopo la prima guerra mondiale fece i viaggi col Gruppo della Euritmia e recitò nelle rappresentazioni. Essa prese straordinariamente sul serio questo compito. Rudolf Steiner lo desiderava, poiché nel periodo di fase spirituale della prima guerra mondiale, come pure oggi, l’elemento artistico aveva speciale valore e lo ha ancora oggi in maggiore misura. Si deve parlare di queste cose quando si considerino le attività che Marie Steiner ha irradiato nel mondo.

Il Suo modo di parlare e di agire era aperto, chiaro e senza riserve. Ciò ha recato difficoltà a molti uomini. Ed ugualmente Essa era un essere umano di straordinaria bontà. Essa ha provato molte inimicizie; la Sua bontà si mostrava specialmente allorché aiutava gli uomini che per lo più la facevano lavorare perché a causa loro era avvenuta una frattura della Sua sfera di attività. Talvolta dovette allontanare da sé degli uomini perché avevano avanzato ingiuste pretese sull’opera di Rudolf Steiner. Essa respinse da sé tali uomini. Essa aveva piena comprensione dei bisogni da cui provenivano tali esagerate richieste e pretese, per esempio, da ambizione personale. Essa poi non faceva questo, solo esteriormente – spesso a mezzo del Suo proprio denaro – ma Essa aiutava specialmente un uomo nel bisogno esteriore.

Era proprio del Suo essere un amore incondizionato della verità. Oltre a Rudolf Steiner nessuno si tenne così inesorabilmente aderente alla verità e alla realtà quanto Lei. Su ciò non volle mai transigere. E questo esigeva anche nell’arte: dedizione alla verità e alla realtà: in questo era inflessibile. Quando questo solo aspetto si manifesti può apparire duro. Verso gli uomini usava amore e mitezza, ma non lasciava intaccare la cosa. Si poteva allora attenersi solo alla verità e alla realtà. Era un’azione importante che promanava da Lei.

I suoi sguardi entravano nelle anime degli uomini; spesso si aveva il sentimento che prima di giungere a Lei si dovesse togliere la polvere non solo dalle scarpe. In Sua presenza si era sollecitati a rendere pronte ad agire le proprie forze più nobili. Eppure Essa non era una dottrinale. Chi dinanzi a Lei faceva una figura barbina, era da Lei ascoltato con grande mitezza. Se però Le venivano avanzate ingiuste pretese, se La si faceva oggetto di pressione, Essa poteva allora energicamente difendersi, senza diventare dura. Quando, però, si diffondeva la non verità sull’opera di Rudolf Steiner, oppure quando, per il proprio egoismo, si metteva a repentaglio l’opera stessa, Essa allora era inesorabile. Così essa fu un Maestro efficace ed importante: questo lo si può comprendere e si può restarne impressionati. Chi lo comprenda, ha imparato qualche cosa.

Quando si esponeva un’opinione, Marie Steiner ascoltava intensamente, spesso con gli occhi chiusi, in modo che ascoltando le parole accoglieva nella Sua anima l’essere degli altri. Questo era il modo di ascoltare che Essa aveva. Poi veniva il riflettere e il considerare l’opinione. Mentre accoglieva in contemplazione i punti di vista degli altri, spesso consentiva, oppure citava un caso e chiedeva: Che cosa farebbe lei in questo caso? Ascoltava poi altrettanto intensamente l’opinione dell’interrogato e mostrava la sua comprensione per il suo pensare e sentire. Allora si credeva che si sarebbe decisa in conformità, ma spesso si era sorpresi, tornando dopo qualche tempo, di sperimentare che aveva deciso del tutto diversamente. Che cosa era accaduta nel frattempo? Gli altri avevano, per così dire,  messo un punto dietro la Sua opinione ed Essa aveva continuato a lavorare sul problema perché Essa vedeva un problema anche nello specchio di una coscienza umana. Poteva perciò prendere le decisioni più proficue che uno potesse pensare. Giacché possedeva la facoltà di far maturare una cosa, preparava una soluzione per un momento futuro e aveva così colto l’essenziale. Molto tempo dopo si conosceva che con la Sua decisione, aveva colto nel segno.

In questo si mostrava la maturità di una personalità: Essa può aspettare. Marie Steiner non si lasciava eccitare contro l’uno o contro l’altro, anche se veniva esercitata pressione su di Lei, perché aspettava l’interiore maturità di coscienza per una situazione e poi agiva con forza. Dei giornali, Goethe disse che non consentivano più agli uomini di giungere a maturità. Egli definì ciò “velociferico”. Non si sanno più custodire con cura le cose. Marie Steiner non si faceva togliere la possibilità di far giungere le cose a maturazione e perciò ha agito con tanta forza.

Quando in altri casi si giunge a una personalità, la si trova nella sua casa, privatamente; con Marie Steiner non si era mai in privato. Questa Signora non aveva alcuna vita privata, ma un’attività ininterrotta. Se si volesse esprimere ciò nel modo più banale, tutto recava in Lei il carattere del Movimento Spirituale Antroposofico. Fino ai Suoi ultimi giorni di vita Essa era così un organo dell’umanità. Aveva rinunziato a tutto ciò che era comodità, assistenza, ricreazione, riposo, a ciò che non apparteneva alle necessità più indispensabili. In forma attiva, donava ciò che viveva nella Sua grande anima, affinché l’umanità si sviluppasse e si nobilitasse. Alla fine della Sua vita, vide in modo chiaramente significativo quale abbondanza di lavoro sarebbe ancora rimasto da fare e perciò moltiplicò la Sua forza di lavoro ed accelerò fino in ultimo il ritmo della Sua attività.

Coloro i quali scrivevano per Lei, non potevano quasi più tenerLe dietro. Immediatamente prima della Sua morte, negli ultimi mesi era difficilmente possibile di dominare quanto Lei ininterrottamente dettava di lettere, correzioni e articoli. Quando era stanca, si faceva leggere e così riposava. Nella Sua stanza si era fatta la conoscenza delle opere più importanti dell’epoca: della letteratura inglese, francese e tedesca. Essa si faceva sempre leggere i prodotti della letteratura mondiale e con questo nesso si rendeva conto delle esigenze e dei bisogni del mondo contemporaneo. Era una vita intensa nei problemi attuali dell’Umanità, di modo che una vita privata non poteva trovare più posto. Così Marie Steiner aveva fatto di se stessa la coppa dell’Umanità, aveva portato in Sé la sofferenza cosciente dell’Umanità, il bisogno del tempo.

La rovina e le forze distruttive, le guerre all’esterno e all’interno, lo squallore animico, il moltiplicarsi dei delitti hanno trovato una risonanza in Lei, mentre Essa li elevava a coscienza, ravvivando le forze opposte nell’epoca di Rudolf Steiner. Nella Sua giovinezza aveva sperimentato l’essenza orientale e nei Suoi viaggi l’Occidente. In Lei viveva una grande abbondanza di immagini di esseri, di personalità di ambedue le parti della Terra.

Era avvincente, quando cominciava a parlare delle Sue esperienze, come indicava la corrente del tempo in personalità importanti e non importanti, come scorgeva i condottieri in connessione con un Movimento: come, per esempio, dalla comunità dei Russi poteva farsi avanti Stalin, oppure in quella inglese fosse possibile una figura come quella di Churchill.

Poco è detto con tutto ciò, quando si accenni a una tale Personalità. Dal 1941 Marie Steiner era legata per lo più alla Sua poltrona, e negli ultimi anni la Sua vista era diventata sempre più debole: tutto sopportò con pazienza esemplare, non che per questo fosse un essere flemmatico, anzi era piena di temperamento e di forza vitale. Qualcuno si è vergognato vedendo la Vecchia Signora nella Sua attività perché La si vedeva piena di fuoco interiore e di slancio fattivo. Non si è mai lamentata, ma si è, invece, sempre adattata al Suo dolore che riusciva a superare aumentando la Sua attività spirituale. Mai si difese per Sé, ma soltanto per l’opera vivente di Rudolf Steiner.

Un Suo desiderio è stato appagato: di non essere colpita da lunga malattia in tarda età. Nella pienezza della Sua attività, in mezzo al Suo lavoro, le è caduto lo stilo. Ha importanza per ognuno come Marie Steiner si portò quale personalità, quale essere umano, se si guarda a ciò che per Suo mezzo è divenuto.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ ILLUSIONE delle FORME

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Talora accade – quasi fosse a caso – che una serpentina musicalità, anche una sola, vibrante nota, suoni nel cuore e nel sangue di un uomo e lo renda dolorosamente sensibile alle catene a cui si tiene asservito. In queste catene egli ha creduto di amare molte cose di sé o del mondo, anche se per esse ha dovuto sempre complementarsi con la morte.

Piagato dalle catene egli inizia ad aspirare ad una liberazione: è come se una candela venisse accesa nel buio. Attira nella sua aura una genia di maestri, seguaci e succubi: avidi di ghermirlo con le catene ulteriori dello spirito contraffatto che giganteggia nell’obbedienza, nel sacrificio, nel simbolismo, nella rituale osservanza.

Non tutto resta buio: nelle anime sane o segnate, il male incita il bene e una frase remota o un breve incontro sono i minuti veicoli di grandi scelte: in chi porta il segno dello spirito l’ostacolo non prevale.

Però sono (e sono state) non poche le creature irretite nel metafisico campo di prigionia allestito da mediocri orientalisti o disinvolti manipolatori di sacri simboli, ombre meccaniche dei tanti strutturalisti e comparativisti che imperano nelle Università e nelle Associazioni culturali.

Per usare umida metafora, le anime appaiono, di questi tempi, semi sommerse nell’informe di acque che mareggiano a moto continuo, spruzzi e riverberi scivolosi di spiagge sassose, quasi che gli uomini non meritassero neppure i cimenti rocciosi che hanno caratterizzato buona parte del secolo scorso.

La pletora di ciarpame umidiccio esiste, è pure abbondante: iniziati imprenditori, divulgatori di pseudo digesti, blasonati ciarlatori: ominidi bidimensionali astutamente assurti in veste di mirabili mentori di piccole folle avide di follia.

Il ricercatore dotato di tormento interiore o di discriminazione conoscitiva, sente, intuisce o sa che un vero esoterismo inizia con la percezione diretta delle Forze, ossia da una posizione dinamica del tutto estranea alla cultura esoterica, al romanticismo esoterico ed al bazar dell’occulto, i quali non smuovono alcun limite al desolato quotidiano, ma anzi ingravidano il sordido e l’abbietto – nascosto in statiche e languide rappresentazioni – di cui è capace l’anima nelle sue lande crepuscolari.

E’ possibile dire che dietro lo scenario ingenuamente consolante di un vasto e rinnovato interesse per le antiche vie sapienziali (vedi Yoga e Tantrismo) non ci sia nemmeno una esigenza di tipo mistico-religioso ma piuttosto una larvale tensione psichica verso un mondo trasognato, intermedio – potremmo chiamarlo “junghiano” – che pare sufficiente a fornire quelle evasioni a cui altri disgraziati si dedicano esaltando o deprimendo funzioni organiche con la chimica delle sostanze psicotrope.

Il ricercatore sveglio attraversa e supera o evita tali malsane contrade. Se animato da attitudine più alta ed orientato ad Oriente, giunge alle indicazioni sorgive dello zen, dello yoga e parimenti ai più limpidi testimoni contemporanei di tali sentieri: Sri Aurobindo, Ramana Maharshi, Paramansa Yogananda, ecc.

V’è un mondo o un sopramondo in cui i giganti dello Spirito possono incontrarsi? Credo di sì: hanno tutti qualcosa in comune: una ricerca individuale senza filologie del Sacro, una illimitata audacia, attinta all’inesauribile siderea sostanza dell’Essere.

Il samadhi è un’evasione…” scrive Aurobindo (Guida allo Yoga, pag.58. Roma 1975). In Aurobindo il suo “Yoga integrale” non si fonda sulle note tecniche del Hatha yoga, Jnana yoga, ecc. con la panoplia di pranayama, asana, mudra, mantra.

Yoga integrale è yoga non frammentato, yoga della consacrazione della coscienza, della vita e del corpo alla universale potenza della Vita Divina. Qui, dove l’uomo si trova, incarnato nella fisicità più densa, deve penetrare la Luce: fino alle oscure potenze della vita organica. Tutto va rovesciato e reso strumento della vita supermentale: impresa non contemplata nell’ortodossa ascesi yoghica, né dai coronamenti del Nirvikalpa samadhi né dalla liberazione Kaivalya mukti. “Il fine dello yoga è sempre difficile da raggiungersi, ma il nostro è ancor più difficile di ogni altro; esso è solamente per coloro che…sono risoluti ad affrontare tutto e a correre tutti i rischi...” (Op. cit. pag. 74). “Il fine del nostro yoga non è solo l’unione con la coscienza superiore, ma la trasformazione, tramite il suo potere, della coscienza inferiore, compresa la natura fisica” (Op. cit. pag. 83).

F. Hiebel, (tradotto senza alcuna utilità o virtù, in italiano) che fu formale presenza nell’Edificio, dalle pagine del “Das Goetheanum” da soldatino attento alla propria funzione di astratto teorico dello Spirito, attenendosi all’analisi della terminologia dell’asceta bengalese, contestò ad Aurobindo un indirizzo estatico, dunque incapace di cogliere le esigenze individualizzate dell’uomo “cosciente”. Contento lui che aveva visto subito in A. Steffen il continuatore dell’opera del Dottore.

Lasciamo parlare Aurobindo: “ Ciò che noi intendiamo quando parliamo di Vita divina è il compimento spirituale dell’impulso alla perfezione individuale e alla pienezza interiore dell’essere. E’ la prima condizione essenziale di una vita veramente umana sulla terra e ciò giustifica di fare della perfezione individuale la nostra prima preoccupazione. Se la verità del nostro essere è spirituale e non meccanica, allora deve essere il nostro stesso essere a determinare la propria evoluzione. La legge del karma è solo uno dei processi di cui a tal fine si serve. Il nostro Io deve essere più grande del karma. E’ inconcepibile che il nostro spirito sia una macchina nelle mani del karma.” E, aggiungerei, delle traduzioni inanimate della tradizione in Occidente.

Su tali parole anche l’occidentale cosciente potrebbe riflettere, laddove l’idea del karma (così necessaria all’uomo moderno!) porti ad un passivo (e naturalmente virtuoso) abbandono di sé a quanto succede e trascina quando l’Io venga scartato.

Indubbiamente è vero che luminose figure come Aurobindo o Ramana si muovono nello spazio dell’uomo orientale che però non sempre coincide con gli ambiti geografici attribuiti a questi o a quelli. Vi sono discepoli che non sopportano le contraddizioni culturali e metodologiche tra l’opera di Aurobindo e quella del dott. Steiner, ma ciò rimanda solo alla mancanza di esperienza e all’incapacità di sentire fiducia nell’azione provvidenziale del Mondo spirituale: mai unica e uniforme ma piuttosto articolata secondo necessità e rispondenze diverse.

Il problema di una comprensione vera con simili ascesi non sta tanto nella loro eterodossia ma piuttosto nell’ampia incapacità umana di trovarsi in possesso di talune qualità elementari ed imprescindibili a tali vie.

Però è anche vero che col samadhi non si risolve l’enigma che la coscienza normale offre attimo dopo attimo: tra il conto della spesa e il samadhi non v’è filo che l’Oriente sia in grado di tendere.

Autorevoli indicatori quali l’Evola, il Guenon e, su diverso piano Mircea Eliade, Aldous Huxley e altri ancora, hanno scelto il metafisico Oriente abbandonando l’Occidente alla sua compiuta desacralizzazione.

Inclini alle manifestazioni culturali dello spirituale, non hanno neppure sospettato che lo Spirito, ridotto da essi ad apparato o cosa, sia presente e vivente. E che non va o viene ma presenzia tutta la realtà e persino quanto in essa sembri esterno ed estraneo. Quando esso venga ridotto a identificarsi in sistemi o rituali, in mancanza dei quali pare non esserci, è questo il metro realistico della profondità di simili indicatori.

Nel più eccezionale dei casi il limite interiore di tali anime si riassume nel sintetico assunto che la via sarebbe l’arresto delle funzioni mentali. Condizione plausibile prima di Buddha e del Cristo. Poiché evitando le funzioni si evita l’esperienza del loro determinarsi nella conoscenza del mondo esteriore.

Infatti il mondo greco, la nascita della filosofia, lo studio matematico, lo sguardo artistico del corpo divengono sviluppo delle determinazioni: la logica, la filosofia della natura non si estinguono nella funzione conoscitiva ma sono formative di un’autocoscienza che nasce e cresce da una premessa e verso direzione opposta al senso intimo dell’antico yoga. Ora è la forza della determinazione che deve essere posseduta.

In quanto occidentali, sarebbe solo ignoranza prendere posizione contro lo yoga, mentre sarebbe vitale rendersi conto che la dinamica pensante a cui si attinge ora, sia per l’ordinario che per l’iniziale passo nella ricerca spirituale è polare rispetto all’antico conseguimento yoghico di liberazione e alla basale struttura dell’asceta antico.

E’ un dato facilmente sperimentabile (specie per anime che già furono operanti in Oriente) il fatto che attualmente con il sādhana di un tempo si possa scivolare agevolmente ad una “trance” povera di coscienza e ricca di fenomeni extrasensibili. I tanti che godono di questa condizione dovrebbero riflettere su quanto può valere una coscienza desta, anche se apparentemente priva di esperienze speciali (è questo il fondamento delle strane paure che poi vengono addebitate alla concentrazione: può succedere che durante i primi tempi della pratica, l’operatore non si accorga minimamente di scivolare dalla destità al trasognamento, situazione superabile con uno sforzo giornaliero e con la moralità intrinseca al pensare).

Tutto questo non inficia l’altissimo valore di asceti del calibro di Aurobindo o Ramana: essi hanno intuito (sperimentato) il mutato assetto della coscienza umana e, di conseguenza, di rinnovate modalità operative: per diretta esperienza individuando nell’Io il senso delle discipline o percependo che una vera liberazione non dovrebbe eludere la sfera dell’incarnazione.

E’ auspicabile, per l’occidentale moderno, un sentiero che parta dalle sue peculiari condizioni di coscienza, estranee alle nobili forme dell’antica tapasyâ, temporaneamente valide per l’asceta in ritardo o come ricapitolazione di remoti percorsi. Rintracciare in Occidente il filo di insegnamenti autentici può sembrare vano se si è sonnambolicamente aderito al ripiego orientalistico degli orientatori professionisti: occorre non cadere nell’errore di confondere la Tradizione perenne col prodotto dei sistemologi (è quasi divertente assistere a dibattiti accesi in cui, all’esaurirsi delle raffinatezze, uno accusa l’altro di essere meno tradizionale di lui).

Le vere scelte non sono solo problema di logica e acuto giudizio, rimandano piuttosto al presentimento di una antica volontà o scelta che si spiega lungo le azioni della vita terrestre. Ciò non dovrebbe essere smorzato!

non è necessario dapprima che tale evento sia consapevole: l’importante è che esso sorga nell’anima del discepolo nella forma di un intento profondo: di fedeltà alla propria Tradizione interiore, intuita in rari momenti, di cui non gli può essere abituale il ricordo. Come pura Tradizione interiore…essa esprime la sua assoluta indipendenza rispetto alle espressioni riflesse della Tradizione formalmente regolari” (Scaligero, La Tradizione solare. Pag. 66).

Chi è debole, perciò bramoso di integrarsi in strutture formali (perpetuando il materialismo interiore), finisce nelle putrescenti braccia dell’apparato cattolico o magistico o nello sensualismo mistico.

In ciò alcuna critica: non c’è scelta per carenza di libertà del soggetto. Però nel nostro Paese ciò avviene in forma grave, condizionante: al punto da esigere un lungo e radicale lavoro interiore, non sempre coronato da una vera indipendenza (ho visto tante brave persone trasferire il loro cattolicesimo nella Classe esoterica). E ciò vale per i substrati dell’agnostico o dell’ateo: tanto superficiali da essere immuni solo a parole.

Inoltre potenze avverse distolgono l’anima dai pochi ispiratori che garantiscono con l’esperienza diretta le indicazioni elargite. In negativo vale come prova la patente di maestro (realisticamente insensata) elargita a Evola e Guenon, che sono stati indicatori non banali ma interpreti fuorvianti dei testi tradizionali.

Mtre Philippe, Rudolf Steiner, Massimo Scaligero: quanti salami di sacrestia (tradizionalisti o meno) hanno torto occhi e cervella davanti questi nomi: raggelando ogni impulso conoscitivo con un apriorisma che sconfina nella patologia della psiche. Inaccettabili e basta e…così sia!

Ma non sono nemmeno pochi quelli ai quali il destino aveva combinato l’incontro con queste figure e che poi hanno scelto di retrocedere verso una mistica personale, perciò limitata ad una impossibile ascesi dell’anima su sé stessa, laddove questa richiede severamente la direzione opposta, cioè di essere dominata, equilibrata e vinta: come condizione necessaria per dare un varco all’obbiettiva potenza dello Spirito. Viste le difficoltà inevitabili è comprensibile che ciò sia avvenuto…lo è molto meno il fatto che ci si vanti di tale regressione e se ne faccia verbo, più o meno assoluto, presso altri ricercatori.

A tale proposito, veniamo costantemente accusati di unilateralità ed è vero. Spesso ci poniamo su un solo binario: quello della disciplina interiore e dell’esperienza diretta. Forse perché riteniamo insensato e un po’ folle tenersi per tutta la vita aggrappati alla giostra dei temi metafisici ed alle chiacchierate sentimentali su cose non sperimentate. Esiste un gruppo che, ritenendosi molto importante, non può non credere che qui (e da altre parti) non ci si dia altrettanta importanza. E’ inutile spiegarsi con chi dipende in toto dalle proprie rappresentazioni marmorizzate nel sentimento. Il mondo è più vasto di quanto quel gruppo stima. Riporto le parole di un esoterista d’oltralpe a cui venne chiesto della sua amicizia con Scaligero: “Spiace che la sua grandezza non sia stata adeguatamente compresa anche a causa dello scempio fatto del suo insegnamento da alcuni suoi congiunti e discepoli romani. Comunque le sue opere parlano per lui e sono onorato di averlo fatto conoscere in Francia“. Ecco che il giudizio negativo, basato su documentazioni inequivocabili, verso chi si sente prosecutore e che pare invece persecutore, è assai più vasto di chi crede che fuori Roma finisca il mondo. Noi veniamo costantemente bollati come pagani o non-cristiani o patologici egoisti: mai attraverso una sensata critica sui contenuti ma sempre con livore manifestato o camuffato.

Criticando noi in quanto persone mostrano di avere vista corta, criticando la nostra indicazione verso la Concentrazione, sottomettono i Maestri e la Filosofia della Libertà alle loro tendenze personali. Ma il mio parlare di questi melliflui sgherri di un “partito spirituale” (poiché tra ipocrisie, intrighi, intrallazzi e connivenze è proprio un partito), non serve a niente.

Dato che il loro pallino, un po’ ossessivo, è il freddo egoismo in cui caderebbero quelli che fanno ciò che (invece) loro non fanno o fanno assai male o hanno tentato di fare con anima morta, fallendo, chiudo citando due testimonianze di poche righe.

La prima è di un amico lettore e costante operatore che, in un breve saluto scrive: “…e ti posso dire che, al di là di tutte le cose, la Devozione cresce, cresce”.

La seconda appartiene al colloquio di Scaligero con un discepolo della Via del Pensiero: “ Non ti preoccupare del risultato, il Cristo è già presente nella descrizione iniziale dell’oggetto, perché è un movimento nuovo che la tua volontà/pensiero opera, ed il lento cambiamento che genera in te è ciò per cui il Cristo si fece Uomo”.

Ambedue si riferiscono a quello che risulta dalla pratica verace della Concentrazione.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

RIGHE AL VENTO

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In uno scritto di Eco, l’autore ricordava come Massimo Scaligero si rifiutasse di dare, ai tanti che sicuramente lo chiesero, un costrutto di concentrazione. Invariabilmente Scaligero rispondeva che questo sarebbe stato un errore. L’indicazione formale e il senso dell’esercizio, altrettanto importante, lo si trova alla base di tutti i suoi scritti. Mentre il “costrutto” sarebbe una incursione dialettica e definita oltre un confine dell’azione, in cui – mi pare ovvio – curiosità e finalità razionalistiche non dovrebbero avere neppure un permesso temporaneo per metterci il naso.

La concentrazione è un atto serissimo e se ciò non viene compreso…forse sarebbe meglio tentare altre cose. Chi è “pratico” – per quanto tale termine possa essere accettabile – nella concentrazione, sa che di fatto, egli entra in un mondo diverso, dove inizia a trovare un grado di realtà superiore a quello in cui si auto-percepisce di consueto, avverte che la pace è possibile, che un centro dell’essere esiste, che la determinazione sacrificale di tutto quello che avvertiva abitudinariamente come sostanza di sé, può consumarsi univoca in un punto geometrico oltre il quale si spalanca l’infinito…e che, mediamente per un lungo periodo, chiede sforzo, fatica vera: quella dei facchini o degli atleti: azioni invise o inconcepibili per i filosofeggianti.

Da tutto quello che ho sentito e visto – e gli anni non sono pochi – mi pare evidente che solo una minoranza di discepoli dell’antroposofia si sia sentita disposta a seguire la via, “più esatta e sicura” della Scienza dello Spirito. Ciò è assolutamente comprensibile: in genere la comunicazione antroposofica dona tantissimo alle anime mentre la luce del pensiero, se diventa il contenuto per eccellenza dell’anima, appare fredda, arida…anzi non appare affatto se non come un invisibile (nemmeno avvertito) che illumina ciò che del pensiero giunge a coscienza come rappresentazione. La rappresentazione, pur necessaria mediatrice tra noi e il mondo, è sempre riproduzione del sensibile, sia esso una poltrona oppure un saputo o un pensato qualsiasi. In tal senso, attenendoci all’esperienza, non potremmo mai dirci altro che materialisti: l’interiore presentandosi come specchio imperfetto e frammentato del mondo sensibile.

Pure il sopravvalutato sentire, quello ordinario sia chiaro, non se la cava, rivelandosi solamente come l’impronta di condizioni o situazioni: dando anzi una passiva e ingiustificata valenza di valore vitale alle “cose”.

La Scienza dello Spirito ci indica un percorso che, prendendo l’avvio dall’esperienza dell’immanenza di questo pensiero che come puro riflesso non condizionante ha avuto il positivo compito di rafforzare il senso dell’Io ed un certo spazio di libertà di cui purtroppo troppo pochi sembrano esserne consapevoli, può risalire al suo momento dinamico ossia a ciò che esiste potentemente (il “più che pensiero”) prima che si rifletta, ormai estraniato, in ogni cosa altra da sé, in cui è pressoché impossibile intuirlo.

La strategia atta a percorrere questa strada è, al contempo arida impersonalità scientifica e arte ineffabile. Chiamiamo il suo passo col nome di concentrazione.

Sinceramente è un pessimo nome, così generico e abusato che, a fronte della comprensione non approfondita, regge poco. Tant’è che potremmo usare il termine antico di ekagrata, che almeno rallenta la disattenzione. Naturalmente l’obiezione consisterebbe sulla liceità del significato. Vero! Ma anche altri termini d’uso, come karma, ātma ecc. devono venir corretti da un energico lavoro di comprensione e rettifiche.

Del resto, in tutta la Scienza dello Spirito, la facile fissazione dei concetti in geometrie statiche è l’errore tra i più gravi. Tutte le comunicazioni antroposofiche sono congegnate in modo da pretendere un pensiero mobile e immaginativo (sto parlando di una condizione già non comune ma a cui giungere è possibile): se per passività e pigrizia si permette alle comunicazioni di scivolare sul piano razionalistico della mente (e di restarci a memoria), mi pare inutile girarci intorno: si consegna la prima fioritura dell’Anima Cosciente al dio oscuro. Cosa che viene fatta e perseguita con lodevole impegno.

Occorrerebbe mettersi d’accordo, una buona volta – una volta per tutte – che già il tentativo di una corretta conoscenza volta allo spirituale, implica un grande sforzo, una vera e propria lotta con sé stessi e col proprio mondo concettuale: quest’ultimo è dapprima, per proprie peculiarità, naturalmente inadatto ad acquisire senza tensioni e rivoluzioni, i pensieri che, anche se aggiogati alla necessità formale della dialettica, recano contenuti spirituali. In questo caso occorrerebbe accorgersi che la struttura dialettica è una forma che l’anima dovrebbe superare: non col facile rumine nella propria provincia emozionale, né con la fantasticheria che vola oltre i contenuti ma con una immediatezza di pensiero che non si disperda subito dopo continuando a galoppare per inerzia oltre la pura forma: nessun pensiero oltre essa, ma in essa dandosi con intensità.

Ci sono parole e frasi: sono il territorio di confine che va superato per azione profonda proprio lì, nelle stesse, perché ci si cala dentro esercitando un pensiero più profondo. Si giunge persino a percepire come il cervello venga allora tirato e maltrattato da tutte le parti!

Suppongo conveniente per il lettore che su ciò mi ripeta: se lo studio e la comprensione della letteratura spirituale non includessero fatica, lotta e superamenti interiori, se appagassero l’anima come fossero zucchero filato, nessuno dovrebbe illudersi di ricordare o riconoscere lo spirito: per restare in dolce analogia, piuttosto si è trovata la via del Luna Park dello spirito. O del Paese dei Balocchi.

Realtà e finzione. Occorre che vi citi qualche nome inciso sui grani del rosario delle personalità che prima e assai meglio di me, hanno ammonito gli incauti ricercatori del pericolo di farsi attrarre proprio da quello che per l’anima canagliesca è facile ed attraente?

Non si tratta di chiudere l’interiore a quanto ci viene incontro ma di riflettere poi, attentamente, se regge ad una logica essenziale e infine, se saprebbe reggersi per sé, senza il nostro complice intervento. Contemplare una struttura di pensieri che si reggono da sé è la nuova religio dell’anima.

Tutto questo dovrebbe avvenire sul terreno di una serena e illuminata trasparenza di destissima consapevolezza.

Con la scomparsa di Massimo Scaligero, il senso di un serio lavoro interiore fondato sul fondamento del proprio Io, per tanti è svanito in un soffio. Troppi si sono, per così dire, sostituiti a lui: più di zero sono subito tanti!

Vige una femminea attitudine (spero di non essere mal compreso dalle lettrici) di cercare e trovare un polo aggregante fuori di sé. Senza un particolare impulso conoscitivo ma fondamentalmente emozionale, attrattivo. Anche di questo ne ho parlato abbondantemente, attirandomi addosso strali e critiche, ma forse non è stato compreso perciò lo ripeto così come lo scrissi, citando come esempio, il caso della signora von Halle, verso cui mi astengo da ogni giudizio.

Allora, con il massimo rispetto: ha le stigmate, non mangia, possiede vari e diversi poteri: bene! Ma, detto semplicemente, qual’è l’ aiuto che lei può dare al mio lavoro interiore? Se il suo principale avversario che non demordeva e lanciava dardi con la bifolca scusa di Caterina Emmerich, avesse imparato a volare come Superman, certo anche questo sarebbe stato sensazionale…ma ciò cosa avrebbe portato al mio tentativo di modificare la mia coscienza? E, su un terreno più vicino, a che possono servirmi le ampie lezioni (e digressioni) sulla Filosofia della Libertà svolte alla luce di una considerevole cultura ben versata nella analisi della psiche?

Vedo in queste manifestazioni ciò che allontana e non ciò che avvicina su un cammino che è individuale e interiore. Ripeto: non è questo un giudizio sul valore di ragguardevoli personalità. Mi pare solo che la loro produzione, in quanto pubblica, non dia, in pratica, alcuna indicazione di sostanza per chi voglia camminare sul sentiero interiore ma che, anzi, abbia un’azione centrifuga e il fatto che piacciano o meno non è un serio metro di misura nel confronto con l’essere vivo della disciplina esoterica.

Chi si scandalizza o dileggi il senso – davvero abbastanza semplice – di queste ultime righe, mi pare che non abbia compreso granché.

Cerchiamo di essere un po’ più fondati al centro: per certi versi basterebbe giungere all’intuizione della “persuasione” di Michelstaedter rispetto alla rettorica e il ricercatore farebbe un enorme passo in avanti. Ma il conoscere è davvero difficile. Richiede un profondo bisogno dell’anima (anelito, sacralità, dedizione) che può non esserci.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-DICEMBRE 2016

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

CATASTROFI

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Un nostro amico e lettore (F. A.) ha scritto le righe che leggete qui sotto. Gli ho chiesto il permesso di pubblicarle anche su Eco. Mi sembrano un forte grido dell’anima: perciò più vere di molte altre cose.

 


In catastrofi come queste dei terremoti resto ammutolito dal mistero che si manifesta. Mistero perché c’è qualcosa di incomprensibile in fatti come questo: la ragione non riesce a cogliere un senso che sente esserci ma non sa decifrare in chiari pensieri.

E tutti i pensieri con i quali mi do contezza dell’accaduto, tipo le spiegazioni scientifiche, e tutte le problematiche relative – come il fatto che le comunicazioni non ci sono state o sono impossibili ecc. – giuste e necessarie, sacrosante , non mi danno però la sensazione di essere al cuore del fenomeno, al suo senso o causa: alla sua essenza!

Forse dovremmo cambiare metodo e chiederci al posto del perché, come faceva Goethe, il come. Ma anche questo non credo sarebbe sufficiente qui! È così grande il mistero che mi viene incontro, che sembra impossibile anche solo inquadrarlo. Non comprenderlo ma anche solo tipicizzarlo.

Ed è sempre così quando ciò che chiamo vita e ciò che chiamo morte, al di là delle vuote parole, si manifesta visibile e con simile potenza. Anche trascurando il senso della natura e la sua aseità, il senso del mondo che mi attornia, dell’universo nel quale sono posto, qui, la vita e la morte dell’uomo è così forte, che abbaglia la mia ragione…

E più lontana da me è questa morte, meno ne sono coinvolto (non sono parenti, amici e conoscenti, non sono io! ) più mi è chiaro che la mia ragione incontra il mistero. Perché quando sono io che sto morendo, o vedo morire una persona amata o un amico, il mio sentire, i miei sentimenti sono al massimo della loro intensità, ed in qualche modo vivo assieme al mistero la sua realtà, vivo fuso con essa e in qualche modo sento la sua essenza, la vivo anch’io, ed è talmente intensa che non riesco nemmeno a ricordarla quando è passata (come l’amore…): quando è passata la sento come sento un sogno che ho sognato, qualcosa del passato che ha lasciato una traccia nel presente della mia persona, della mia memoria, tenue di fronte al massiccio mondo del presente, ma indelebile.

Questo mistero che grida la sua presenza è il senso della vita umana. Ed è un passo, solamente un passo, di ovvietà, di ragionevolezza, che compio per relazionare questa catastrofe indicibile con la mia vita personale. La quale mi chiede di avere un senso anch’essa. Di essere collocata in qualche modo armonicamente all’interno di questo universo e di dare un senso anche alla mia comparsa ed poi alla mia futura scomparsa. E qui non so più cosa pensare, il pensiero quotidiano non ce la fa! Ognuno, a questo punto, fa i propri calcoli e va nella propria direzione: religiosa o ideologica, filosofica o di oblio.

Ma resta il mistero che grida la sua presenza. Finché l’anestetico del tempo non prende il sopravvento.
Fino al suo prossimo apparire.

SENZA CATEGORIA

L’ULTERIORE VESSAZIONE DEGLI STOLTI

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«Perversi difficile corriguntur et stultorum infinitus est numerus», Ecclesiastes, 1-15

«I perversi si correggono con difficoltà, e il numero degli stolti è infinito»: chissà se questo verso dell’Ecclesiaste, citato da un irredimibile paganaccio come me, farà riflettere coloro che sono stati ammaliati e sedotti – e non son pochi – dalle  dornacchianti sirene e da quelle verdimontane gianicolensi, ma la vedo veramente dura.

E ancor più dura vedo la possibilità che i malvagi e i perversi da se medesimi si correggano o da altri vengano corretti. In ambedue i casi – per gl’incantati persuasi e per gli insinuanti incantatori – al presente stato delle cose, un radicale mutamento di rotta, è cosa senz’altro possibile – molte sono le cose possibili sotto il cielo – ma non poco difficile. Perché, generalmente il tempo migliora i buoni e peggiora i cattivi, o – come recita l’antichissima sapienza etrusca, l’òva più tu lle còci, e più le rassodano.

Ne è lampante esempio il comportamento, veramente indegno, della dirigenza del Goetheanum e della Società Antroposofica di Dornach nel caso accaduto di recente. Nel precedente mio articolo, era riportato lo scandalo – e la totale follia – della pubblicazione in un libretto, voluto ed edito sotto l’egida della dirigenza del Goetheanum, di uno scritto di Helmut Zander, docente universitario, storico delle religioni, e teologo velenosamente avverso alla figura spirituale e umana di Rudolf Steiner. Lo Zander non è un semplice avversario, leale anche se polemico, bensì un nemico che non si tira indietro – secondo il costume bimillenario della nota parte avversa – di fronte alle più sordide calunnie e alle più spudorate menzogne pur di trascinare nel fango e coprire di letame il fondatore della Scienza dello Spirito, e delegittimare così l’intera Antroposofia come il prodotto di una personalità patologica, dedita a immorali pratiche tossicologiche.

Stephen E. Usher, ha espresso a voce alta la sua indignazione, e chiesto a chiare parole che la direzione della Società Antroposofica e i dirigenti del Goetheanum responsabili di un sì osceno sconcio ne traessero le logiche conseguenze, dimettendosi e sparendo dalla scena. Gli è stato risposto con una serie di scuse e considerazioni talmente equivoche, nonché accampando motivazioni talmente inconsistenti, da suscitare un ben amaro riso in chiunque abbia veramente a cuore le sorti della Scienza dello Spirito, donata al mondo da quel Rudolf Steiner, che proprio loro contribuiscono a diffamare.   

Ma come si dice nelle amene lande della polemica Etruria, quando si cerca di rimediare una minestra venuta male con l’aggiungervi ingredienti vari, si riesce di regola solo a peggiorarla sino a renderla schifosa e totalmente immangiabile. Ed è nello stile politicante, oramai da decenni invalso nella dirigenza della Società Antroposofica Universale, il negare l’evidenza, il parlare di sviste, di dimenticanze, di “non siamo stati capiti”, “siamo stati equivocati”, e il rivendicare – in perfetto american style – un procedere assolutamente politically correct. Ma un tale procedere nel solco di una correttissima politica può ingannare e illudere solo gl’ingenui e gli sprovveduti, incapaci di distinguere – o anche solo sospettare – la realtà oltre la “bella” apparenza. Ma si tratta solo di marketing, ossia di prostituzione morale.

E anche questa volta, costoro non si sono smentiti. Le indignate contestazioni di Stephen E. Usher erano precise e colpivano impietosamente nel segno. Sarà per la sua formazione universitaria in matematica e fisica – studi da lui perseguiti prima di darsi a quelli economici e sulla Tripartizione dell’Organismo Sociale – ma il suo pensiero è quanto di più chiaro, essenziale, addirittura scarno e sfrondato di inutili orpelli, nel porre con geometrica limpidità il problema dell’aperto tradimento nei confronti dell’insegnamento di Rudolf Steiner, nonché quello dell’ingratitudine più nera nei confronti della sua eroica persona, che nel donare agli umani la Sapienza Celeste si è consumato come un roveto ardente.

Alle chiarissime e spietate considerazioni del coraggioso antroposofo d’Oltreoceano, la dirigenza del Goetheanum e della Società Antroposofica risponde in maniera sfumata, approssimativa, esibendo stupore e sconcerto che simili aperte accuse le venissero rivolte, e accampando scuse su scuse: tutte patetiche e puerili. La minestra, già di pessimo sapore, è così diventata totalmente immangiabile. Per autogiustificarsi, e in qualche modo far colpa a Stephen E. Usher di pretestuose e ingiuste accuse, i dirigenti della corporazione antroposofazzica – vera lobbyamerican style” – hanno messo in atto molta dialettica. Ma Massimo Scaligero ha insegnato quanto la dialettica – naturalmente, non quella aurea di Platone, di Hegel, e affini – sia veste menzognera di oscuri istinti e stati d’animo, nonché menzogna essa stessa: essa è lo strumento principe del Signore dell’Oscuro Pensiero.

Che contro la persona di Rudolf Steiner e la sua opera si siano scagliati – con profusione di moltissima dialettica – tradizionalisti come René Guénon, Julius Evola, i RR.PP. gesuiti Otto Zimmermann, Giovanni Busnelli, Giuseppe Messina, e Henri de Lubac, era cosa prevedibile e addirittura scontata. Ma Massimo Scaligero – in Dallo Yoga alla Rosacroce – scrisse, oltre 45 anni fa, che contro la Scienza dello Spirito erano previsti non solo attacchi dall’esterno, ma soprattutto dall’interno della cittadella. Oggi – a meno di voler esser ciechi, o di mentire coscientemente a se stessi – assistiamo non solo all’attacco, perpetrato all’interno della Società Antroposofica e della stessa Comunità Solare, nei confronti della Scienza dello Spirito e della Via del Pensiero, ma addirittura alle persone stesse di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, calunniando e diffamando la loro intelligenza, la loro salute mentale, e persino mettendo in dubbio la loro moralità.

Affinché il candido lettore possa giudicare personalmente e liberamente dei fatti, trascrivo integralmente – dopo averli diligentemente tradotti dall’anglica lingua – quanto apparso su Deepening Anthroposophy,  Issue 5.2 Continued: | October 14, 2016:

«Cari colleghi antroposofici.

Facendo seguito alla pubblicazione 5.2 del 4 ottobre, ho edito la risposta della direzione del Goetheanum all’articolo di Stephen Usher. (Questa risposta scritta c. 6 ottobre, è stampata un’altra volta più sotto). Mi piacerebbe, per gli antroposofi, avere una possibilità – a chance – di intendere questi due punti di vista, in quanto questo accadimento – incident –  ci riporta lo sguardo ad una delle questioni più essenziali per i rappresentanti dell’antroposofia nel nostro tempo: Come accostare il compito di difendere l’immagine di Rudolf Steiner, sia con coscienza, sia in libertà. Stephen Usher ha chiesto l’opportunità di pubblicare una risposta alla recente posizione della dirigenza del Goetheanum. Segue la sua risposta e le opinioni – views – sono le sue proprie.

Thomas O’Keefe

*

Risposta di Stephen E. Usher alla Direzione del Goetheanum

Stephen E. Usher risponde a Jean-Michel Florin e Bodo v. Plato, che avevano commentato il suo articolo “Il caso della pubblicazione del Goetheanum Rudolf Steiner Bilder”.

Stephen E. Usher | 11 Ottobre, 2016

La mia risposta in tre punti:

  1. Ho scritto il mio articolo perché il Goetheanum aveva pubblicato e messo in circolazione una caratterizzazione grottesca e speculativa di Rudolf Steiner, dipingendolo come uno schizofrenico e un tossicomane, o un possibile pazzo (insane).
  2. Questo fatto non può essere accantonato – dismissed – come una semplice svista o come un errore. Ciò riguarda una più profonda responsabilità nei confronti di Rudolf Steiner che necessiterebbe vivere nella cultura del Goetheanum, ma evidentemente non è così. In effetti, la risposta di Mr. Florin e di Mr. von Plato in soccorso alla dirigenza del Goetheanum parla addirittura di un supposto obbligo da parte del Goetheanum di agire come partito neutrale nel pubblicare il tipo accuse calunniose – slanderous – e infondate trovate nel libro di Zander. Persino l’aggiungere una smentita o un disconoscimento – disclaimer – non avrebbe affatto mitigato il fondamentale problema etico e morale presentato da questo approccio di “neutralità” nei confronti di Rudolf Steiner.
  3. Mi sono rivolto direttamente ai membri [della Società Antroposofica], in primo luogo, per la gravità – seriousness – di quel che il Goetheanum sta facendo, e in secondo luogo, perché mi sono reso conto che, nella cultura prevalente al Goetheanum, la dirigenza avrebbe compiuto qualsiasi sforzo per prevenire che ciò che affermavo venisse ascoltato da un più vasto pubblico. Ne è testimone il fatto che Mr. Beck, editore del Bollettino della Società Antroposofica americana, si rifiutò di pubblicare il mio articolo dopo aver discusso la questione con un rappresentante del Goetheanum. *

*Nota. Dietro suggerimento degli editori di Deepening Anthroposophy e di Ein Nachrichtenblatt, mi si conceda affermare, ch’io ritenga che Mr. Beck abbia preso una decisione indipendente di non pubblicare sulla base di ragguagli ch’egli aveva ricevuto dal rappresentante del Goetheanum, Mr. Nilo».

Lo scritto di accusa di Stephen E. Usher è apparso anche in lingua tedesca, a beneficio del milieu antroposofico germanofono, in Ein Nachrichtenblatt PLUS del 28 settembre 2016, e riportato, venerdì 14 ottobre 2016, sul blog dal nome significativo di Clement als trojanisches Zugpferd, che nella lingua di Dante suona Clement come cavallo di Troia, ove lo scritto di Usher è comparso con il titolo, che suona come una esplicita e dura accusa, di »Das Goetheanum ist ein Haus, das mit sich selbst uneins geworden ist«, ossia “Il Goetheanum è diventato una casa divisa con se stessa”.

Il testo comparso in lingua tedesca riporta la seguente firma:

Stephen E. Usher, Ph.D.,
Mitglied der Anthroposophischen Gesellschaft in Amerika und in der Ersten Klasse der Freien Hochschule für Geisteswissenschaft seit über 40 Jahren
Mentoren: Dietrich von Asten, Ernst Katz, Herman Poppelbaum e Georg Unger

nella quale il Dr. Usher dichiara di essere socio della Società Antroposofica in America e membro della Prima Classe della Libera Università di Scienza dello Spirito, ossia della Scuola Esoterica, da oltre 40 anni, avendo avuto come mentori: Dietrich von Asten, Ernst Katz, Herman Poppelbaum e Georg Unger.

Evidentemente, Stephen E. Usher – e questo gli fa molto onore – prende sul serio l’impegno sacrale assunto di fronte alla potenza sacra di Michael, il “Fiammeggiante Principe del Pensiero”, di assumere come propri la causa e il destino dell’Essere Anthroposophia, di difenderla contro gli attacchi dei nemici di Essa, e di essere apertamente di fronte al mondo un degno rappresentante di Essa nel pensare, nel sentire, nel volere, nelle azioni, nella parola e negli scritti. Lo stesso impegno sacrale mi fu chiesto da Hella Wiesberger, da Gianandrea Balastèr e dagli altri membri del Lascito di Rudolf Steiner nel novembre 1985, e a tale sacrale impegno – assunto da me con piena consapevolezza e senza veruna riserva mentale – mi sforzerò finché avrò vita e respiro di restare fedele. Ma si vede che, a Dornach, Bodo von Plato e i suoi accoliti, e nella Città Eterna l’Innominato e la sua cerchia, la pensano diversamente. Nel caso romano – che sia così ho potuto verificarlo di persona – per dirne solo una, mi venne chiesto di venir meno ai miei giuramenti sacri, dando una “interpretazione creativa” di essi, il che fece vomitare lo stomaco delicato di questo vecchio lupaccio.

Dopo queste considerazioni, nella pubblicazione americana, segue – a mo’ di una par condicio di tipo speciale – la “giustificazione” della dirigenza del Goetheanum, che per me è un capolavoro di malafede e ipocrisia, rivestita per di più di ben scadente dialettica. Eccola:

«Immagini di Rudolf Steiner

Nel libretto che accompagnava la Mostra del Goetheanum “Rudolf Steiner Bilder”, Stephen E. Usher ha trovato una citazione disturbante proveniente dal biografo di Rudolf Steiner, Helmut Zander. Senza considerare il contesto, o indagare circa l’intenzione, egli ha inviato il suo articolo critico a molti indirizzi.

Allora, quale ne è il retroscena?

Allestita nelle stanze della biblioteca, la Documentazione del Goetheanum esibiva una piccola e accuratamente selezionata mostra – exhibition – di incontri immaginari con Rudolf Steiner, dimostrata attraverso fotografie, pitture, sculture e testi scritti. Questa mostra è stata aperta alle visite dal 26 febbraio all’8 luglio di quest’anno. Ottanta copie del summenzionato libretto accompagnatore, “Rudolf Steiner Bilder”, contenevano ventidue testi, che descrivevano incontri reali e immaginari con Rudolf Steiner.

Uno di questi testi era una citazione presa da Helmut Zander, che esprimeva una immagine contraddittoria e dubbia di Rudolf Steiner. Questa citazione era stata specificatamente scelta per dipingere un esempio caratteristico di che cosa disgraziatamente – unfortunately – circola come immagine di Rudolf Steiner nella pubblica arena e specialmente nei circoli accademici in Germania. Nell’approntare la mostra al Goetheanum questa citazione presa da Zander poteva venire neutralizzata molto più efficacemente di qualsiasi sorta di confutazione – refutation – o occultamento – concealment.

È stata naturalmente una svista – an oversight – il non aver menzionato questo contesto nella prefazione del libretto. Johannes Nilo, leader della Documentation, curatore della mostra e autore della prefazione, non si aspettava che il libretto sarebbe stato interpretato in maniera diversa o tratto fuori dal contesto della mostra, come Stehen E. Usher ha ora fatto, vari mesi dopo la chiusura della mostra.

Ci dispiace sinceramente che ciò sia avvenuto e speriamo che il valore positivo della mostra non venga danneggiata retrospettivamente da una polemica potenzialmente fuorviante – misleading – che circola nella Società Antroposofica. Avremmo apprezzato se Stephen E. Usher avesse condotto indagini con uno dei responsabili, prima di mandare a giro – sending out – la sua critica.

Per la Direzione del Goetheanum

I portavoce – the spokesmen

Jean-Michel Florin e Bodo von Plato

Goetheanum, 20 ottobre 2016».

Beh, che dire?! Evidentemente, gli stimatissimi signori Jean-Michel Florin e Bodo von Plato, portavoci autorizzati della dirigenza della lobby che, facendo il bello e il cattivo tempo, governa in quel di Dornach, prendono i loro lettori – antroposofi e non – per tonchi totali. Vorrebbero far credere che una mostra, allestita al Goetheanum – centro dell’intera vita (se è vita, quella, ormai) della Società Antroposofica su Rudolf Steiner, creatore della stessa Antroposofia, sia stata supportata da un opuscoletto, un librettino – a booklet, nel testo inglese – stampato in sole 80 copie. Ad una mostra dove per oltre cinque mesi vanno migliaia di persone, soprattutto in occasione degli eventi artistici e assemblee di Pasqua e di Pentecoste?! Forse costoro intendono dare a bere agl’incolti e agli sprovveduti, che una menzogna e una diffamazione nei confronti di Rudolf Steiner sia cosa meno grave, in fondo – a loro dire – trascurabile, se stampata in sole 80 copie. Anzitutto, che ne abbiano stampate solo 80 copie di quella schifezza, è una menzogna così rozza che non vi crederebbero neppure i poppanti. E, comunque, siccome Stephen E. Usher visitò il Goetheanum e reperì il libretto quasi a fine settembre, è credibile che ottanta copie abbiano lasciato, mesi dopo la chiusura della mostra, copie invendute? No, evidentemente non lo è!

Rudolf Steiner, all’inizio dell’aureo libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, parla del sentiero della devozione e della venerazione nei confronti della verità e della conoscenza, come di una condizione imprescindibile per percorrere il cammino della Iniziazione. Parla altresì dello speciale stato interiore che fa talvolta esitare con sacro timore nel girare la maniglia per entrare in quella stanza che per il discepolo della Scienza dello Spirito è un “santuario”. Parla della venerante gratitudine verso chi, in quanto Iniziato e Maestro, ci dona la Conoscenza spirituale e la Via per realizzare l’Iniziazione. E parla pure della mancanza della devozione e della venerazione nelle “intelligentissime” anime moderne, come di uno dei massimi ostacoli al cammino occulto. Evidentemente, quelle pagine e quelle parole vengono irrise e accantonate come ingenuità.

Ma la cosa più indigesta e indigeribile – a me è veramente rimasta sullo stomaco – è il capolavoro di ipocrisia che è la pretesa di una sorta di “neutralità”, da loro ostentata, tra Rudolf Steiner e Helmut Zander. La secca e tagliente risposta di Usher ne fa giustizia.

La dice lunga la espressione tedesca cavallo di Troia, esprimente bene sia la callida tattica che la finalità distruttiva, la quale si pone la parte avversa nei confronti della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner e della Via del Pensiero Vivente messa al centro di essa da Massimo Scaligero. A mio modo di vedere non vi è dubbio alcuno che sia i dirigenti dornacchiani, sia il dissimulante Innominato coi suoi famuli, siano dei simili cavalli di Troia – per non dire qualche altra cosa, che la decenza mi vieta di proferire, ma non di pensare –  naturalmente operanti ad majorem gloriam della parte avversa.

A questo punto, se uno vuol vedere la verità, è ben difficile non scorgere l’abissale degenerazione della Società Antroposofica. Il candido lettore ne tragga coraggiosamente e spregiudicatamente tutte le conseguenze che logicamente e moralmente ne discendono.

SCIENZA DELLO SPIRITO

RIGHE SU RIGHE

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Leggo le righe di molte persone. Gli approcci, gli atteggiamenti sono diversi ma alla fine il succo delle domande è quasi sempre il medesimo. Come ciò a cui poi rispondo. Comprendo queste situazioni: chi pratica non ha concluso ma inizia e, per molto, moltissimo tempo, può ritrovarsi in un mare di problemi, dubbi, incertezze. Nonostante si abbia compreso la necessità dell’azione, la mente e le sensazioni paiono ancora capaci di moltiplicare i problemi. Che si dissolveranno quando verrà dominato il turbinio dell’anima, quando verranno lasciate indietro le sensazioni che, dal corpo sciamano nell’anima. In questo stato di cose non c’è mai soluzione che assomigli ad una parola magica, ad un esercizio più segreto. Come per un muratore che costruisca qualcosa, servono piombo, mattoni, cemento e operoso lavoro. Quasi tutta la “medicina miracolosa” sta nella semplicità e nel proprio disciplinato lavoro.

Per questo motivo, dati gli spunti di questa breve nota che sono quesiti posti da amici lettori, cercherò di essere semplice e sintetico…anche perché, oltre le nostre personali esperienze (che davvero possono essere complicatissime), la Via interiore o l’Opera, o come si voglia chiamarla, è, pure lei, essenzialmente assai semplice: dura, lenta, impietosa, frustrante e altre cento cose…ma in sé è semplice.

Solo noi facciamo il possibile – roba che va in addebito all’anima – a essere smodatamente complicati: come fronzuti alberelli che il lavoro interiore denuda, fa spogliare del fogliame…foglia dopo foglia: è la porta stretta, la cruna dell’ago. Si chiama “semplificazione”: allora il mondo traspare, cioè diviene trasparente e sorge un senso di liberazione; con la parola mondo intendo tutto, anche ciò che percepiamo come un gran pezzo di noi stessi.

Non si tratta, come paventato da molti, di perdere qualcosa: come non muta il colore degli occhi, così tutto rimane (persino il carattere fondamentale) ma rimane come le vesti che possiamo indossare o appendere in armadio. Il problema è solo di disidentificarci dai vestiti: è illusione poterlo fare con le forze attraverso le quali c’è stata una prolungata identificazione: per questo lo spiritualismo superficiale non porta a nulla: è necessaria l’azione interiore capace di mutare la direzione delle forze, modificare la forma naturale con cui si danno nell’ordinario. Parlo del pensare-sentire-volere che c’è, non di astrazioni. I cinque esercizi ausiliari, che sono anche i più conosciuti, operano in questa direzione.

Altra illusione spiritualista è la rappresentazione che si parta e dopo un po’ si giunga a qualche destinazione. Non è così. Il lavoro spirituale è simile all’infinito, con esso cavalchiamo i secoli e con volti diversi svolgiamo un tratto per volta del nostro compito: ecco la necessità di giungere a congrue immagini della vita cosmica e terrestre e del suo divenire, che andrebbero pensate e sentite. Giungere ad una visione più completa di noi stessi – non come auto affabulazione ma in chiari pensieri conquistati con forza e amore – porta conoscenza e salute all’anima. Così cambia la prospettiva, cambia il nostro rapporto con la vita che si consuma velocemente.

Per camminare sulla Via dello Spirito è meglio misurare le cose con il metro dello Spirito: in una singola incarnazione si fa il possibile, talvolta l’impossibile…ma non tutto. Perciò essere asceti o guerrieri è la stessa cosa, poiché si impara ad avanzare e a combattere come guerrieri, talvolta vincendo, spesso venendo sconfitti…e tutto ciò ci addestra, ci matura al punto tale che per il mondo comune diveniamo incomprensibili: nel mondo ma non del mondo. Per mezzo dell’indifferenza o distacco giungiamo all’inesauribile pietà: vuoti di noi stessi possiamo ospitare gli altri. Per il pensare ed il sentire comune, qui i contro-sensi abbondano e farebbero scandalo.

Mi scrivono che le discipline forse accrescono orgoglio e superbia: l’hanno sentito da personaggi che ci mettono tutto per far del male straparlando di quanto esso sia bene. Le discipline emanano dai protettori dell’umanità e questi, per i mollaccioni, sarebbero il male? Non dimenticate l’ intuizione del sacro che riponete nel cuore e anche un po’ di sana logica non guasterebbe. Comunque con l’esercizio giornaliero corretto, sincero anche se con mille scivoloni, presto – se il timone viene tenuto ben saldo – sono incertezze che passano.

Qualcuno mi dice ciò che riporto integralmente:”Perché la mente cerca sempre di insinuare il dubbio che è la concentrazione a creare il problema e io devo escogitare sempre nuovi trucchi per non lasciarmi cadere nel giochetto”.

Niente trucchi: guardate la pietra: realizza la potenza della propria immobilità: seppur diversa è analogica alla forza di rimanere nella concentrazione: questa a differenza della pietra è dinamica, ma come la pietra può essere indifferente a tutto. Non lo è ancora? Ripetizione e ritmo: 10, 100, 1.000 volte, e mai col pilota automatico: ripeto: indifferente a tutto il resto. Anzi, poi si scopre che i “disturbi” sono buoni compagni: permettono di “toccare con mano” cosa la concentrazione non è! Invitano l’operatore ad operare con più intensità, insegnano il sacrificio.

Non sono pochi quelli che mi dicono qualcosa sulla percezione dei defunti. Scrivono che questi vengono a salutare, spesso avvolti in un’aura soffusa e dorata, sempre nel dormiveglia: molti hanno questa facoltà, che dura o che perderanno: sì, i defunti prendono congedo, poiché in termini di stato dell’essere essi vanno molto lontano.

Comunque si possono sempre aiutare anime e altri esseri non incarnati, conosciuti o sconosciuti: prendi la Scienza Occulta e racconta loro, a bassa voce, la metastoria dall’Antico Saturno in poi. Fallo giornalmente per, almeno, un quarto d’ora, con disponibilità e simpatia o amore. Si forma intorno a te come un anfiteatro (puoi immaginarlo o meno) sulle cui gradinate prendono posto tanti che hanno bisogno di conoscenza in forma di pensiero: per essi è concreta liberazione. La loro sete è concreta e tu fornisci loro l’alimento prezioso.

C’è chi scrive: “Ho compreso che il lavoro su Pensiero e Volontà va messo avanti a tutto”.

Appunto: vedrai che l’equilibrato rapporto del Pensiero nel Volere e Volere nel Pensiero rimette ogni cosa al suo posto: l’unico problema è di tener duro, costi quel che costi.

La volontà non è percettibile direttamente: ha due aspetti: uno è l’arto che muovi, le gambe mentre cammini. Qui la volontà è nascosta dalla corporeità. La volontà pura è metafisica, perciò impercettibile. Con la concentrazione e l’atto puro la estrai indirettamente. Quando inizi a tenere l’attenzione sulla rappresentazione dell’oggetto, sembra attenzione che si irrobustisce, ma ciò che la rende capace è il volere. Viene il giorno in cui il pensiero della concentrazione si estingue ed il suo posto nella coscienza viene preso da una trascendente corrente di luce/volontà pura (quella anteriore alla nascita): essa è folgore, è pensiero vivente; con essa trapassi dalla corporeità fisica al mondo della Forza che è il corpo eterico (di cui il fisico è espressione malata, raggrinzita).

Questo è esoterismo reale e non viene capito, non lo si vuole capire.

Questa potenza è priva di orgoglio e di tutti i sentimentalismi che agitano, ciechi, la nostra vita comune. Magari saranno solo attimi ma vedrai che brucia tutto. Poi torni qui, nel mondo: l’esperienza è passata ma l’anima ne è rimasta colpita: difficilmente potrebbe ancora prostrarsi davanti ai simulacri e agli altari dissacrati.

Amici cari, lo ripeto sempre, è solo una questione di fare, tener duro nonostante le infinite turbolenze dell’anima. Tu resisti e loro poi si accucciano. Il pensare ordinario scricchiola e infine cede: il primo grado della scala: la sua consumazione e il Silenzio: che diventa uno stato in cui entri o esci a tuo piacimento. Con il silenzio inizia la possibilità dell’animadversio, ossia la capacità di rivoltarti da te stesso come un calzino: così si affaccia nell’anima, portata allo zero, l’albeggiare dell’Infinito. Ho scritto più volte intorno al Silenzio. E’ la tela su cui le forze spirituali tessono le realtà. Grazie al cielo esiste ancora un briciolo di pudore: osservo che della “percezione pure” non si parla, almeno non a vanvera. Il fatto è che ci si può accostare alla percezione pura in qualunque momento. Chi abita in città, può, ad esempio, sedersi su una panchina e guardare una siepe, un grande albero e non fare altro: ossia senza dar spago ai pensieri che si affacciano alla coscienza. E’ un buon esercizio e fa bene perché acquieta il sistema nervoso e risveglia bei sentimenti che ci avvicinano al miracolo del vivente.

Ma non è ancora percezione pura il cui veicolo è la soppressione assoluta dell’attività rappresentativa. Per giungere a questa condizione deve instaurarsi il silenzio dell’anima: le parole devono essere dominate, devono cessare. Vale lo stesso per le immagini: dalle immagini volute si può passare alla loro estinzione. Collaterale a ciò sorgono gradi di silenzio: dapprima il silenzio della testa, poi il silenzio dell’anima. Occorre che si formi un particolare “allineamento” nei corpi sottili, allora subentra un profondo riposo. E da questo riposo, quello che s’affaccia allo sguardo è ciò che chiamiamo percezione pura. Tendere, volere la percezione pura è una specie di sforzo insensato.

C’è chi ha parlato anche di questo e con queste ultime righe non desidero tagliare le ali a nessuno: consiglio solo di non tentare gesti che sono inutili prima di aver raggiunto un grado realizzabile di Silenzio interiore.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA VESSAZIONE DEGLI STOLTI

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Visto che, oramai da alquanto tempo, vengo pubblicamente ed eziandio cristianissimamente infamato coi titoli – cosa della quale, peraltro, vado fierissimo – di impenitente eretico e irredimibile paganaccio, nei confronti del quale sarebbe, a loro dire, auspicabile e necessaria una adeguata “profilassi” al fine di neutralizzare la diffusione da parte mia del veleno dell’eretica pravità e dell’imperdonabile paganità, mi seduce la tentazione di godermi ulteriormente e più meritatamente cotale pessima fama. E per meglio meritare tanta nefandissima fama mi funge molta vaghezza di prender esempio da uno dei personaggi a loro tra i più invisi.

Quell’impenitente e irriducibile paganaccio di Arturo Reghini – nei confronti della cui grandezza personalmente nutro la più fervida e delinquenziale ammirazione, scandalizzando assai le molto timorate “anime belle” – nella sua rivista Ignis, edita nel lontano 1925 (fra 9 anni sarà un secolo fa…) aveva inaugurato una rubrica intitolata Vexatio Stultorum, ove egli esercitava con mordace sarcasmo la sua ferocissima vessazione nei confronti degli ipocriti, degli infingardi, degli opportunisti, degli arroganti, dei mestatori di ogni risma, dei presuntuosi ignoranti e degli stupidi presuntuosi. Naturalmente, così facendo il buon Arturo Reghini, ai suoi tempi, si faceva nemici a frotte, donde per lui in abbondanza insulti, minacce, aggressioni, denunce, persecuzioni, ostracismo, persino tentativi di omicidio ad opera della parte avversa, e il ridurlo alla fame più nera. Ma tant’è, ché per farsi nemici mortali, da sempre, non è affatto necessario dichiarare guerra: è sufficiente, sin troppo, il dire la verità! E – provare per credere – nulla è più odiato del dire la verità: specialmente se si tratta di verità che si vogliono nascondere, o travestire di più nobili panni.

Una di queste non proclamabili verità è proprio quel “trasbordo ideologico inavvertito”, che porta a manipolare menti fragili e animi sentimentali, poco scaltri e pochissimo avvertiti e smaliziati. Con tale spregiudicata e infida tattica, la parte avversa attua una lungimirante strategia di penetrazione, alterazione, neutralizzazione delle varie correnti spirituali, e successivamente raccolta delle molte smarrite e disorientate pecorelle, le quali facilmente poi vengono “convertite” e condotte a “più sicuro ovile”. Per chi a tale strategia non si piega, invece, per chi resiste o osa mettere i bastoni fra le ruote, si pongono in atto i sistemi più brutali: calunnia, diffamazione, delegittimazione, ostracismo, minacce orali, telefoniche ed eziandio telematiche.

E sono, invero, i più vari i mezzi adoprati alla bisogna per una sì “nobile” – si fa per dire – intrapresa. Uno dei più sozzi, a mio personale giudizio, è quello di far svolgere un’abile denigrazione dei Maestri proprio da parte di chi si trova all’interno della Comunità spirituale fondata, formata, e impulsata dai Maestri. Naturalmente, all’inizio di una cotale intrapresa, è necessaria alquanta prudenza, e non poca abile dissimulazione, in modo da riuscire a penetrare nei punti nevralgici della Comunità. Indi, una volta scomparsi i Maestri, operare progressivamente nel tempo all’attuazione dello spregiudicato piano di disgregazione della Comunità. Solo un po’ alla volta, e solo uno dopo l’altro cadono i “veli”, che celano le reali – e inizialmente inconfessabili – intenzioni di coloro che, nelle società segrete del Settecento, sarebbero stati definiti “insinuanti”. Ma – cursus velocior in fine – quando il giuoco diventa sempre più scoperto, e solo pochi “veli” restano da sollevare, è ormai tardi, troppo tardi, e addirittura si possono deridere come “ingenui sempliciotti” – mi riferisco a casi concreti verificatisi, da me direttamente constatati – coloro che propongono alla Comunità spirituale di ritornare alla purezza originaria, all’attuazione delle intenzioni dei Maestri, nelle modalità ascetiche apertamente, e dettagliatamente, indicate e prescritte dai Maestri.

Da una parte, si descrive come “sorpassata” l’Ascesi indicata dai Maestri e si propongono, al loro posto, vie e metodi mirabilmente “aggiornati”, a loro dire più rispondenti ai bisogni concreti delle anime “belle”, “bellissime” e/o in corso di progressivo – work in progress, dicono di là dall’Atlantico – animico “abbellimento”. Dall’altra, si procede – dapprima con prudenza, poi sempre più apertamente – a delegittimare i Maestri, denigrandone l’intelligenza, il modo di vivere, e persino la moralità. Sono, questi, strumenti antichi della parte avversa: rodati e perfezionati nel corso di una ventina di secoli.

Per fortuna nostra, e sfortuna loro, vi sono a giro dei lupacci cattivissimi, i quali non si bevono le panzane propinate dagli “insinuanti” al fidente popolo catecumeno, mantenuto in estatico stato di continua attesa di novelle “rivelazioni”. I malfidati lupacci disgraziatamente usano andare a controllare la veridicità delle insinuate affermazioni, che come “rivelazioni” vengono ammannite agli estatici e troppo fiduciosi catecumeni, e  vanno a cercare notizie che non dovrebbero cercare, e soprattutto in ambienti e luoghi ove – a parere degli infidi “insinuanti” – essi non dovrebbero davvero permettersi di andare a bracare. Ma ai lupacci piacciono bufere e tempeste di neve, e – questo sicuramente non è il più piccolo dei loro difetti – amano assai lottare e azzuffarsi: sono davvero dei pessimi soggetti, dei soggettacci impresentabili, che non è consigliabile né tampoco decoroso frequentare!

Per quello che al presente ci riguarda, possiamo osservare come oggetto di sì commovente cristianissima carità, siano stati sia Massimo Scaligero che lo stesso Rudolf Steiner. Vi è chi si è meravigliato dell’affermazione di Massimo Scaligero, da me testimoniata, che “nel Mondo Spirituale è stata cancellata persino la parola Antroposofia”. Ma oggi, come vedremo tra breve, la situazione è ben peggiore di quella di quaranta e più anni fa, allorché Massimo Scaligero fece a me, ma anche ad altri, una così lacerante affermazione.

A tale proposito, voglio riportare un evento – ben grave, a mio modo di vedere – accaduto in quel di Dornach, sulle amene colline circostanti l’elvetica città di Basilea. Attraverso canali particolari, che qui non è il caso di disvelare – noi lupacci abbiamo un servizio informazioni piuttosto efficiente – sono venuto a conoscenza di una pubblicazione, edita nella maniera più ufficiale dalla Direzione del Goetheanum, nella quale non un semplice avversario, bensì un velenoso e sleale nemico della Scienza dello Spirito denigra con palesi menzogne la figura di Rudolf Steiner. Ora riporterò, diligentemente tradotto, lo scritto fattomi pervenire dall’orsolupesco servizio informazioni. Il candido lettore sarà in grado di giudicare dai fatti stessi, e non da mie “colorate”, e “aggressive” considerazioni – come mi viene rimproverato da un mio sgrammaticato critico e dal suo degnissimo “compagno di merende” – la gravità della cosa.

Un antroposofo di origine anglosassone – al momento non saprei dire se britannico o forse americano a vedere dall’ortografia di alcune parole inglesi, ma ciò non è importante – in un viaggio a Dornach si è trovato tra le mani una pubblicazione, edita in maniera ufficiale, e passato lo stupore e lo sconcerto, ma non il disappunto, così scrive:

«Il caso della pubblicazione del Goetheanum: Rudolf Steiner Bilder [sc. Immagini di Rudolf Steiner]

Al termine di una piacevole visita al Goetheanum – dal 19 al 25 settembre 2016 – ho avuto la ventura di rinvenire un opuscolo intitolato Rudolf Steiner Bilder – Immagini di Rudolf Steiner. Questo opuscolo presenta, senza alcun commento, alcuni brevi profili di Rudolf Steiner da parte di 22 diverse persone. Alcune sono persone, che conobbero realmente Rudolf Steiner, come è il caso di Friedrich Rittelmeyer, che descrive meravigliosamente la cangiante espressione facciale di Rudolf Steiner mentre svolgeva le sue conferenze. Altre sono esposizioni di persone che vissero dopo l’epoca di Rudolf Steiner. Estremamente disturbante è il breve profilo fatto da Helmut Zander (l’ultimo contributo della pubblicazione) che descrive Rudolf Steiner come un tossicodipendente e uno schizofrenico! Questa è una traduzione del passaggio di Zander:

“Sfortunatamente, non conosciamo quasi nulla su Rudolf Steiner durante il suo discepolato esoterico… Critici e studiosi si sono altresì meravigliati circa la dipsosizione psicologica di Steiner: se (parlando polemicamente) egli fosse ‘malato di mente’ o (più seriamente) soffrisse di ‘schizofrenia’. Comunque mancano più recenti considerazioni psico-medicali. O forse egli assumeva droghe? Nell’uso del tabacco da fiuto (che amava) egli potrebbe avere ingerito della cocaina (‘neve’, com’è chiamata nelle sue lettere) – forse coscientemente, forse senza saperlo? Sostanze allucinogene – se egli ne assumeva – potrebbero spiegare alcune esperienze individuali, ma non spiegano il suo coinvolgimento con tecniche meditative nel corso di due decadi e mezzo. Steiner rimane a noi celato come discepolo esoterico. Noi conosciamo molto di più Steiner come Istruttore”. –

(Traduzione in inglese di Doug e Marguite Miller).

Ci si potrebbe aspettare che nemici dell’Antroposofia presentassero una tale falsa immagine giustapposta ad altre veritiere senza commenti e senza chiarire che quella di Zander è una caratterizzazione falsa e diffamatoria di Rudolf Steiner. Ma trovo scioccante che questa collezione di profili venga pubblicata dal Goetheanum.

Riflettete soltanto sulle implicazioni: tutta la Ricerca Spirituale di Steiner sarebbe il prodotto di tossicodipendenza e di alienazione mentale. Ciò getterebbe tutta la Scienza dello Spirito nella spazzatura.

Alcuni anni fa, il mio defunto amico, Georg Unger, allora direttore della Sezione Matematico-Astronomica intese una diceria che collegava Steiner con la LSD. Era stata messa in circolazione da una certa organizzazione New Age in America. Mi ricordo che quella organizzazione dovette ritrattare l’accusa a causa degli sforzi del Dr. Unger.

Ora ci troviamo nell’assurda situazione che il Goetheanum stesso diffonde simili falsità. Il Goetheanum è diventato una casa divisa contro se stessa.

Le parti responsabili sono lo staff della biblioteca del Goetheanum: Robert Bind, Johannes Nilo, e l’assistente Jasper Bock. Sopra di loro, vi è il membro del Vorstand [sc. della Direzione della Società Antroposofica Universale] Bodo v. Plato, che è responsabile per la biblioteca. La posizione di tutte queste parti responsabili dovrebbe essere fatta finire immediatamente. Altrimenti questa casa continua ad essere divisa e deve crollare.

Stephen E. Usher Ph. D.          

26 settembre 2016». 

Per maggiore documentazione, voglio riportare il testo tedesco dell’allucinata dichiarazione di Helmut Zander: 

»Leider wissen wir so gut wie nichts über Steiner in seiner Zeit als esoterischer Schüler … Kritiker und Wissenschaftler haben sich auch gefragt, welche psychische Disposition Steiner besass, ob er, polemisch gefragt, ›geisteskrank‹ war oder, seriöser, an Schizophrenie litt. Aber neuere psycho-medizinische Überlegungen dazu fehlen. Oder nahm er vielleicht doch Drogen? Mit dem Schnupftabak, den er liebte, könnte er auch Kokain, den ›Schnee‹ wie es in seinen Briefen heisst, zu sich genommen haben, vielleicht bewusst, vielleicht auch ohne es zu wissen. Halluzinogene Mittel mögen, wenn er sie denn nahm, einzelne Erfahrungen erklären, aber seine Beschäftigung mit meditativen Techniken über zweieinhalb Jahrzehnte geht darin nicht auf. Steiner bleibt uns als esoterischer Schüler weitgehend verborgen. Sehr viel mehr wissen wir über den Lehrer Steiner.«

Ora, chi è questo Helmut Zander che fa affermazioni così calunniose nei confronti di Rudolf Steiner? È uno scrittore tedesco, laureato in storia comparata delle religioni e in teologia cattolica, il quale ha il dente avvelenato contro Rudolf Steiner. Dal 2011, costui è professore all’Università di Friburgo, in Svizzera. Ha pubblicato una montagna di libri e articoli, nei quali con metodi alquanto spregiudicati, e soprattutto molto discutibili – e discussi – dal punto di vista della coscienziosità scientifica, ha vomitato di tutto, di più e di ogni contro il creatore dell’Antroposofia. 

E poiché questo malfidato lupaccio possiede l’intera opera – edita e inedita – del fondatore della Antroposofia, sono andato a controllare – per scrupolo, pur conoscendo in partenza il risultato di tale controllo – nell’epistolario di Rudolf Steiner, che possiedo sia in versione cartacea che digitalizzata con tanto di motore di ricerca, se in esso vi fosse un qualche sia pur vago appiglio che potesse giustificare l’infamissima e velenosa calunnia di Helmut Zander circa l’uso da parte del Dottore della parola, in gergo da tossicomani, “Schnee”, ossia “neve”, a significare la cocaina, e naturalmente non ve n’è traccia alcuna. 

Alcuni antroposofi – non molti in verità – son scesi in campo con lancia in resta per difendere il Dottore e la verità. Ora, sarebbe lungo riportare tutti i punti che alcuni di questi studiosi hanno affrontato della mala opera dello Zander, demolendo ogni sua affermazione con prove testuali ben documentate. Magari sarà possibile farlo in un secondo tempo, se ne avrò la voglia e lo stomaco.

Ma un aneddoto personale voglio proprio riferirlo. Mi trovavo, alcuni anni fa, nella caffetteria del Goethenum assieme a Trittolemo, il mio amico eleusino, conversando amabilmente, parlando di cose bellissime, nonché sbafandoci ottimi dolciumi e tracannando tazzone di nero e rio caffè della suddetta caffetteria. Ecco che a un certo punto passa davanti a noi un gruppo nutrito di persone, e quando ormai erano lontane qualche decina di metri, Trittolemo mi dice: «Vedi quei due in cima al gruppetto? Sono Bodo von Plato, della Direzione del Goetheanum, e Helmut Zander, venuto in amabile visita con i propri allievi». Trittolemo non mi aveva detto subito chi erano, perché, giustamente, temeva una mia probabile orsolupesca violenta reazione. Era evidente l’atmosfera di grande amicizia e familiarità tra quei due tristi personaggi. Del resto, Bodo von Plato non si è tirato indietro nell’accusare, anche per iscritto, Rudolf Steiner di razzismo, di antiscientificità e via di questo passo. Per cui, nessuna meraviglia se dentro e fuori della “cittadella” vi siano queste collusioni, e da parte di vari dirigenti della Società Antroposofica quella che in guerra si chiama “intelligenza col nemico”, ossia con la nota parte avversa. Ma perché, poi, meravigliarsi se all’interno della Comunità Solare assistiamo ad una strategia assolutamente analoga, attuata dall’Innominato & Co.,  nei confronti dell’opera e della persona di Massimo Scaligero?!

E poi lo strano sarei io! E poi l’arrabbione di turno sarei io! Io, che confesso d’esser un paganaccio impenitente, vorrei davvero voler un mondo di bene a tutti, ma se certa gente non mi aiuta nemmeno un pochino a voler loro bene, l’impresa per me si fa davvero disperata. Del resto, di che meravigliarsi se decenni fa un Albert Steffen e i suoi degni compagni d’avventura, non si peritarono affatto nel calunniare Marie Steiner, diffamarla in tutti i modi, e con metodi da gangsters – l’espressione è di Marie Steiner – arrivare persino a rubarle i soldi in banca, a “soffiarle” la casa editrice da lei fondata e finanziata, a sciogliere gli allievi di lei nella Sezione artistica dal vincolo di lealtà e fedeltà nei suoi confronti. Inoltre, come abbiamo avuto modo molte volte di vedere, metodi affatto analoghi  sono stati appunto adoperati nei confronti di Massimo Scaligero, e di coloro che a lui erano legati e volevano rimanergli ad ogni costo fedeli: sempre ad majorem gloriam della parte avversa!

Come direbbe la mia amica romana, Roberta D., “… e poi so’ io!”. Il candido lettore ne tragga le conseguenze logiche che più gli garbano da questi eventi, che appunto sono fatti e non mie elucubrazioni.

Aveva dunque mille volte ragione Massimo Scaligero a dire quella frase tagliente, che a me fece venire un tuffo al cuore!

SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA-QUATTORDICESIMA Lettera (Parte I)

Denderah

QUATTORDICESIMA LETTERA

Maggio 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

IL SOLE 2

L’astronomia moderna considera il Sole come una più o meno gigantesca palla di fuoco. Esistono molte teorie sulla natura e la sorgente della sua attività; tuttavia nessuna di queste può fornire realmente una risposta soddisfacente ai molteplici problemi connessi con i vari fenomeni del Sole.

Secondo tutte queste teorie, il Sole è un corpo di materia gassosa o persino solida. Rudolf Steiner indicò una diversa concezione con la quale possiamo risolvere molti enigmi della natura del Sole e del nostro intero Universo. Egli ci dette la concezione di uno spazio negativo ovvero “antispazio”, e secondo questo antispazio il Sole che vediamo in Cielo esiste perché lo spazio del nostro Universo scompare e viene creato antispazio. Così il Sole è qualcosa simile ad un foro nello spazio universale, e l’attività del Sole è una sorta di potere aspirante che attira la sostanza presente nello spazio dentro la regione dell’antispazio. Ci riferivamo ad una tale attività quando, nell’ultima Lettera , parlavamo del Sole che attira la sostanza astrale dell’Universo verso di sé.

Comunque, prima di raggiungere il Sole, questa sostanza astrale attraversa un’evoluzione verso la densificazione che ovviamente raggiunge la sua culminazione sulla Terra. Ciò non esaurisce l’attività del Sole, che può essere paragonata col processo della digestione all’interno di un essere umano. Per digerire, una persona deve mangiare. Comunque, si può dire che il fine ultimo è la dissoluzione e la decomposizione del cibo. Per realizzare ciò, le persone devono assumere il cibo che esse sperimentano coi loro sensi. In maniera simile, l’impulso del Sole è quello di dissolvere la sostanza universale per creare la base eterica per il progresso e il rinnovamento del nostro Universo.

Il Sole è l’organo di “digestione” del grande Essere cosmico dell’Universo nel quale viviamo. Entro questo Universo la Terra è la regione nella quale il “cibo” – la sostanza – viene assunta e realizzata dai sensi. Così come è stato descritto nella Lettera Tredicesima , la Terra ed anche la creazione della forma umana individuale sono soltanto, per così dire, un risultato indiretto dell’attività del Sole. La mèta finale è la dissoluzione della forma umana allo scopo di trasformare le forze e le sostanze ereditate nel germe eterico di un Universo futuro. Chiamiamo questo processo della dissoluzione della forma umana, morte. Perciò, il Sole è la porta della morte ovvero, come possiamo anche dire, la porta che conduce alla morte.

La posizione del Sole al momento della morte è di grande importanza per la vita nel Mondo Spirituale dopo la morte. Avremo da dire molto di più su ciò allorché studieremo l’ “oroscopo della morte”. La posizione del Sole al momento della nascita è altresì molto significativa, poiché mostra il rapporto dell’essere umano col mondo dei morti in una maniera particolarissima.

Dobbiamo abituarci al fatto che i singoli dettagli di un cielo di nascita sono gli indicatori di eventi che ebbero luogo durante la vita nel Mondo Spirituale prima della nascita, ovvero possono essere la chiave per una comprensione di eventi spirituali o d’influssi entro la vita dopo la nascita. Per trovare la chiave per una comprensione di ciò che è così celato dietro al Sole del cielo di nascita, dobbiamo discutere alcune peculiarità astronomiche dei cammini del Sole e della Luna.

Se potessimo contrassegnare il movimento del Sole come una linea, un tratto bianco sullo sfondo del Cielo blu, scopriremmo che il suo sentiero appare come un cerchio completo nel corso di un  anno. Inoltre, se potessimo osservare la Luna alla stessa maniera per un periodo di 28 giorni e disegnare il suo cammino come una linea in Cielo, troveremmo che anch’essa si muove in cerchio attorno al nostro globo. Tuttavia se fossimo veramente accurati scopriremmo, guardando dal nostro punto di vista sulla Terra, che la Luna non si muove nello stesso circolo in cui il Sole appare ruotare. Esso è un cerchio diverso che si trova dentro all’altro, ma che è leggermente devasto, che quindi interseca il cerchio del Sole in due punti che sono opposti l’uno all’altro.

Questi punti d’intersezione sono chiamati i Nodi Lunari. Naturalmente, non possiamo vederli in Cielo, potremmo vederli soltanto se fossimo capaci di disegnare i due cerchi dei movimenti del Sole e della Luna in Cielo. Comunque, possiamo calcolare la loro posizione. Dobbiamo ora immaginare il cammino del Sole come un immenso cerchio attorno al nostro globo dentro al quale giace l’altro cerchio, quello della Luna con una deviazione di 5 gradi. Ora, dobbiamo inoltre immaginare che i due punti opposti d’intersezione – i Nodi – si muovano, o in altre parole, che il secondo cerchio deviato si muova lentamente in senso antiorario e così muove i punti d’intersezione, ovvero i Nodi, sul primo cerchio del Sole. Una completa rivoluzione del cerchio interno del cammino della Luna ai punti dei Nodi, ha luogo in circa 18 anni e 7 mesi. Poi i Nodi ritornano alla loro posizione originale sul cerchio del cammino del Sole. Entro un periodo di 18 anni e 7 mesi, i Nodi muovono attraverso l’intero cerchio solare che è indicato attraverso le posizioni giornaliere del Sole nel corso di un anno.

NODI LUNARI

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Linea tratteggiata = Orbita della Luna; linea continua = Orbita del Sole; intersezioni = nodi; al centro la Terra.

Nei due diagrammi qui sopra, il cerchio continuo rappresenta il cammino apparente del Sole attorno alla Terra, e il cerchio tratteggiato è quello della Luna attorno alla Terra, al centro. I disegni mostrano i due cerchi come se fossero scorti da un punto di vista al di fuori e al di sopra della sfera di movimento del Sole e della Luna. Quindi, se possiamo metterci al centro, ove è indicata la Terra, possiamo creare l’immaginazione appropriata. Il diagramma 1 mostra la posizione del cammino della Luna e dei Nodi in un certo momento. Dunque nel diagramma 2, dopo un certo tempo, questo cerchio e i nodi si sono mossi in maniera retrograda, e sono in una diversa posizione.

Questi Nodi sono di grande significato spirituale. Essi mostrano come la sfera del Sole e quella della Luna siano intrecciate in un certo momento. I Nodi sono punti in cui la sfera del Sole tocca la sfera della Luna e fornisce così una specie di porta da una sfera nell’altra. Il Sole rappresenta, come abbiamo detto, una sorta di attività “digestiva” nel nostro Universo. Allorché l’anima lascia il corpo al momento della morte, essa è attirata verso il Sole. La luna e la sua sfera provocano un’attività che può essere paragonata con l’inalazione e l’esalazione del corpo umano, ma non con il processo che ha luogo nei polmoni e che dipende dal respiro. E’ un’attività che sta tra la testa del nostro Universo, che è rappresentata dalla Terra, e la “digestione” rappresentata dal Sole. E’ un’attività equilibrante tra l’assunzione e il dissolvimento della sostanza cosmica.

Così i Nodi Lunari – la porta dal Sole alla Luna – forniscono una relazione tra i morti, che sono nella sfera del Sole, e la Terra. Perciò, se guardiamo la posizione del Sole nel cielo di nascita, possiamo riconoscerla come la relazione individuale con il regno dei morti. Inoltre per rendere effettiva questa relazione entro la vita terrena di un essere umano, deve essere stabilita una porta dal Sole alla Terra attraverso la Luna. Ciò è possibile attraverso il movimento dei Nodi Lunari.

Un esempio lo renderà chiaro: Goethe nacque il 28 agosto 1749, il Sole era allora a 5 gradi nel segno della Vergine. Il primo aspetto di questa posizione del Sole è quello che abbiamo esposto nella Lettera Tredicesima. Accanto a questo, riconosciamo il rapporto di Goethe con il regno dei morti in questa posizione del Sole. Comunque, questo rapporto può essere realizzato unicamente nel momento in cui i Nodi Lunari aprirono una porta dalla regione della sfera del Sole verso la Terra. Non era possibile al momento della nascita di Goethe, perché i nodi non erano là dove stava il Sole, ma avvenne qualche tempo prima della nascita di Goethe, quando quest’anima era ancora nel Mondo Spirituale. Nell’anno 1747 uno dei due Nodi Lunari revolventi giunse, nel cammino del Sole, alla posizione in cui il Sole si ritroverà due anni più tardi, il 28 agosto 1749. Così venne stabilito il legame tra il Sole e la Terra. Non si tratta del fatto che il Sole natale di Goethe fosse in quel punto dell’eclittica molto più tardi. La porta tra il Sole, la Luna e la Terra può essere aperta già molto tempo prima della nascita, e in qualche caso persino dopo la nascita. In questa regione siamo posti a confronto con concezioni del tempo diverse da quelle alle quali siamo abituati sulla Terra.

La posizione dei Pianeti all’epoca in cui questa porta è aperta rivela qualcosa della relazione individuale che Goethe aveva con i morti nella sua ultima vita. Nell’anno 1747, all’inizio di marzo, troviamo, per esempio, Saturno nella Costellazione della Vergine, esattamente nella posizione nella quale stava allorché Paracelso morì il 23 settembre 1541. Dobbiamo ora immaginare che in questa posizione di Saturno nella Vergine sgorgò tutto l’anelare di Paracelso, specialmente l’essenza spirituale delle sue azioni nella misura in cui esse riguardavano il progresso dell’intera umanità duecento anni prima che Goethe nascesse. Nell’ “oroscopo-Porta del Sole” , come potremmo chiamarlo, Saturno era ritornato alla stessa posizione di quella collegata con Paracelso nella regione di queste azioni nel passato.

Che cos’è l’essenza spirituale delle azioni di Paracelso? Egli fu un famoso medico del sedicesimo secolo che aprì coraggiosamente la via all’evoluzione della medicina moderna. Egli chiese, ed adempì egli stesso alla sua richiesta, che il medico non leggesse più gli antiquati trattati sulla medicina, bensì che leggesse il “gran libro della Natura” per trovare la causa delle malattie ed i rimedi per la loro cura. Comunque, egli poteva ancora leggere il “gran libro della Natura” in una maniera diversa da quella della moderna scienza naturale.

(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-NOVEMBRE 2016

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL LUME ( racconto di F. Di Lieto)

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La mattina di maggio era fresca. Il nonno e la sua nipotina abbordarono con lena la salita.
“Attenta, lì c’è l’ortica!”.
La mano del vecchio era scabra e forte. Idarella vi si aggrappava, usandola, nei tratti più aspri del viottolo, come una liana per sorvolare una buca, altrove per issarsi oltre le improvvise impennate dei gradoni.
“Sei stanca?” le chiedeva spesso nonno Tommaso, e lei si affrettava a scuotere la testolina boccoluta per esprimere il suo deciso ‘no’.
“Ti piace, allora, camminare!” si rallegrava lui.
Percorrevano il sentiero rurale verso il fondo del cugino Alfonso, a Poggio Torello. Un podere abbarbicato, coi suoi terrazzamenti, alle pendici più alte del monte. L’erta fiaccava le gambe, e il cuore della bambina spesso si sfrenava in un concitato galoppo. Lucertole, le prime, guizzavano tra l’erba saponaria infilandosi tremebonde nelle crepe della roccia, nei vuoti tra una pietra e l’altra delle macere che sorreggevano i giardini di limoni e le vigne.
“Se vuoi andare col nonno – aveva detto la sera prima nonna Concetta alla piccola – non ti devi lamentare, e soprattutto lo devi tenere allegro. Ha troppi pensieri”.
Tommaso aveva fatto il pastaio nei mulini del paese per tutta la vita, e forse avrebbe continuato ne! suo mestiere fino all’estrema vecchiaia se non fosse arrivata la guerra. Dopo Caporetto, avevano chiamato al fronte i giovanissimi, e tra questi anche Carminiello, l’ultimo figlio, nato quando ormai dal loro matrimonio non aspettavano altri frutti. Un miracolo, e come tale lo avevano trattato, quasi venerandolo, alla stregua di un dono straordinario.
La guerra, la morte ingiusta, l’incapacità dì colmare quel vuoto: erano questi i pensieri di nonno Tommaso, da due anni ormai, tanto ossessivi da operare una specie di materializzazione del defunto nella sua mente ferita. Per cui Carminiello riviveva fisicamente, carne ed ossa, nel mondo immaginifico del padre. E questi intratteneva veri e propri dialoghi con lo scomparso, cui attribuiva capacità di replica e di interlocuzione. Quando ciò avveniva, il realismo di quella evocazione giungeva al punto che Tommaso parlava ad alta voce animando le argomentazioni fittizie con domande e risposte. Al figlio reincarnato nella sua sfera mentale rivolgeva suppliche, comunicava moti di tenerezza, chiedeva consigli pratici, aiuti di ogni genere, anche di ordine materiale.
“Nonno, mi racconti dei briganti?” la voce della piccola scosse il vecchio dalle sue meditazioni, diradando la cupezza che gli si era stampata sul volto.
“Erano terribili, i briganti – rispose paziente – ma non cattivi. Avevano grandi barbe folte e ispide, lunghi coltelli alla cintura e spezzavano le cinghie di cuoio dei finimenti e delle cartucciere coi denti. Ma quando scendevano alla locanda di mio padre, su alle Pietre Bianche, pagavano quello che prendevano. E con me giocavano persino, mi prendevano in braccio, mi facevano toccare i loro fucili”.
“E tu non avevi paura?”.
“No, non ne avevo. A quell’età, che è poi la tua di adesso, tutto, è bello e misterioso. Mi chiedevo soltanto come facessero a vivere per anni sulla montagna, nelle grotte, senza aiuti da nessuno, senza chiese né dottori. Però, da noi alla locanda compravano anche gli scapolari benedetti della Madonna e dei santi. Ogni anno andavano per devozione alla cappella della Croce, dove sei stata tu giorni fa”.
All’inizio di maggio, pochi giorni prima, si era tenuta la processione dei bambini alla pieve della Croce, un tempietto rustico votivo, non più di un’edicola, eretta dalla devozione di contadini e pastori nella solitudine della montagna, su di un’altura che segnava lo spartiacque tra il versante della costa e la piana di Napoli.
Per un anno intero il Cristo crocefisso attendeva nella sua nicchia ombrosa l’arrivo del corteo con la ressa di vesti candide e fiori. Poche concitate ore di ingenua venerazione, di innocenza eccitata e un po’ teatrale. Le verginelle con i ceri, i chierichetti coi turiboli fumosi, gli stendardi, le preci miste alle risa e al chiacchiericcio incontenibile dell’infanzia spensierata. E infine la commozione al momento del commiato, verso il tramonto, quando tutti avevano ripreso la via del ritorno a valle, portando da quella visita un’emozione che si sarebbe protratta per giorni ancora.
“Quanto durano i fiori tagliati, nonno?” Idarella, ponendo la domanda, pensava ai bouquet lasciati nella cappelletta montana a conforto del Cristo romito.
“Perché me lo chiedi?”
“Abbiamo portato i fiori al Crocefisso. Si sciuperanno presto”.
“Non importa. È bastata l’intenzione, e la fede. A Lui non occorre altro. E le opere buone. Dobbiamo essere buoni con tutti”.
“Anche con le vipere?”.
Per chi andava in montagna la vipera rappresentava l’incontro più temibile. I bambini imparavano presto a stare in guardia contro quel pericolo.
“Le vipere sono timide, e hanno paura dell’uomo. Scappano quando lo vedono. Ma non bisogna calpestarle, allora morsicano”.
“E si muore?”.
“Non sempre. Se viene succhiato subito il sangue dalla ferita, ci si può salvare”.
“Raccontami del serpente con la stella sulla fronte, quello che veniva a bere alla chiusa del mulino dove lavoravi”.
All’incalzante interrogatorio della nipotina, Tommaso opponeva una rassegnata tenerezza. Nella voce insistente, nei gesti e modi di lei quando reclamava affetto e attenzioni, ritrovava la personalità del figlio scomparso, e ciò lo appagava, facendolo uscire dalla gabbia della solitudine e del dolore.
In un punto dove il sentiero spianava, si fermarono a prendere fiato. Tommaso poggiò il carico delle derrate su un muricciolo. Erano gli articoli da barattare col cugino Alfonso: pesce secco, pasta avvolta nella carta blu, sale, farina e soprattutto tabacco da fiuto e sigari. In cambio avrebbe ricevuto uova, insaccati, formaggio, serti di peperoncino e aglio.
“Ascolta – disse ad un tratto allertandosi, con l’indice impresso sulla bocca a intimare silenzio – questo è il cuculo. Deve avere il suo nido proprio lassù, in quel boschetto di frassini” e puntò lo stesso dito verso una folta macchia di alberi irti sul pendio poco sotto la cima del monte. L’uccello flautava il suo richiamo in un gorgoglìo dolce, ovattato dalla distanza.

Giunsero poco dopo alla proprietà del cugino Alfonso. Mentre l’uomo intratteneva il nonno coi vari convenevoli e sua moglie Assunta offriva da bere, Idarella venne fornita di un grosso pezzo di pane scuro intriso d’olio e pomodoro secco.
“Puoi andare a cercare le fragole – disse la cugina Assunta – ma sta attenta alla peschiera, hai capito?”.
La raccomandazione ancora aleggiava nell’aria che Idarella già correva lungo gli alti filari delle viti verso il fondo del podere, dove, in una radura tra gli alberi da frutto, crescevano le fragole. Le pianticelle dalle foglie dentellate ricoprivano per tutta la sua ampiezza lo slargo. Occorreva però scostare le foglie con delicatezza, frugarvi sotto tutt’intorno, per trovare quelle delizie rosseggianti.
La bambina si dedicò febbrilmente alla ricerca, e quando ne scovava intervallava il loro aromato sapore al gusto scialbo del pane condito.
Quando ne ebbe a sazietà, si dedicò alla perlustrazione della peschiera per l’irrigazione, un ampio vascone di pietre e calce ricavato a ridosso della parete rocciosa. Le piogge e i rigagnoli che scorrevano giù dalle pendici ne alimentavano il contenuto. L’acqua raccolta al suo interno, dopo aver sedimentato, appariva tersa e immobile. Faceva da specchio al cielo e ai greggi di nubi che lo percorrevano dal mare alle cime dei monti. Solo le straordinarie idrometre increspavano la superficie di quello strano lago in miniatura. Gli insetti dalle lunghe zampe e antenne remigavano da un lato all’altro della piscina, tracciando una scia variopinta.
La piccola guardava affascinata quel prodigio bizzarro, con il mento appoggiato sui bordo ricoperto di muschio. Neppure le fragole valevano il mistero di quelle creature più leggere delle piume, capaci di camminare sull’acqua senza mai affondare.
“Il pranzo è pronto!” sentì la voce della cugina Assunta chiamare dalla casa.
“Perché non hai mangiato tutto il pane?”.
“Preferisco le fragole”.
La donna rise a quella sfrontata sincerità.
Pranzarono sotto la pergola, sul retro della fattoria: pasta al ragù, frittata col pecorino e per finire un dolce rustico fatto dalla cugina, farcito con crema di limone, graditissimo. Il nonno e il cugino Alfonso, virilmente, tra una portata e l’altra indulsero negli assaggi di pinzimonio con sedano, peperoncini e aglio, intingendo tocchi di pane nella terrina posta al centro della tavola. Poi, dopo il caffè e i saluti di prammatica, il vecchio e la bambina presero la via del ritorno.

Il cielo aveva cominciato ad imbronciarsi già durante il pranzo. Grossi nembi gonfi e violacei, partendo dalla linea dell’orizzonte, avevano invaso il cielo fino a coprirlo del tutto.
“Affrettiamoci” aveva consigliato nonno Tommaso.
Conosceva gli umori capricciosi di maggio, con gli improvvisi temporali pomeridiani, ma questo prometteva di essere un uragano coi fiocchi. Strinse più forte la mano della bambina e l’involto di stoffa contenente i presenti ricevuti dal cugino.
La natura si era come irrigidita in un silenzio rarefatto e totale, in previsione della pioggia.
Questa venne prima sotto forma di goccioloni sparsi che esplodevano crepitando nell’impatto con le pietre della via, con le foglie e i rami degli alberi, poi infittendosi via via che la tempesta aumentava d’intensità. Scrosciò alla fine, flagellando la terra dalla quale la polvere si alzava in colonne biancastre.
“Ci dobbiamo riparare! – avvisò nonno Tommaso. E poi aggiunse – Hai paura?”.
La bambina scosse la testa sotto il lembo della giacca che il vecchio le aveva poggiato addosso per ripararla.
Alla pioggia violenta si unirono fulmini e tuoni: palpiti magnetici e scoppi che si schiodavano dalle nuvole basse deflagrando vicinissimi.
“Gesù, aiutateci!” implorò nonno Tommaso appena dopo che una di quelle saette, avendo zigzagato per l’aria cupa, si era infilata in una macchia di sorbi con uno schianto tremendo. Preso dal panico, il vecchio lasciò cadere le derrate che trasportava e strinse più forte a sé la bambina, procedendo a ridosso del terrapieno che fiancheggiava la strada sul lato interno.
La nuvolaglia si era abbassata, avvolgendo i due viandanti spauriti in un tenebrore che impediva di scorgere il tracciato del viottolo. Nonno Tommaso avanzava a istinto, poggiando con cautela estrema i piedi tra le asperità del terreno: uno dopo l’altro, gradone dopo gradone, nel rombare incessante della bufera, scandito dal rantolare strascinato dei tuoni e le vibrazioni elettriche dell’aria. Si mise a parlare col figlio:
“Carminiè, non te lo chiedo per me, ma per questa piccirella che è un’anima innocente come eri tu. Aiutaci a trovare la strada, per carità di Dio!”.
Con chi stava discorrendo il nonno? si chiese Idarella. Facendosi coraggio aprì uno spiraglio nel riparo di stoffa che la ricopriva. E vide, riuscì a ravvisare un lume. Sì, era una specie di fiammella che danzava sospesa a mezz’aria poco più avanti, precedendoli. Non era una lanterna come ne usavano spesso in paese per camminare di notte, e neppure una torcia stearica nella sua campana di vetro. Si trattava di una fiamma nuda, senza alcun sostegno o riparo, dorata, un alito luminoso che iridava nel punto da cui nasceva. Come un arcobaleno, o una farfalla di fuoco. La fiammella si librava nel vorticare di acqua e vento senza spegnersi, a tratti persino avvivandosi.
“Nonno, guarda, c’è una luce davanti a noi. Ci sta mostrando la via. Dobbiamo seguirla!”.
Il vecchio si sforzò di penetrare il lividore dell’aria con i suoi occhi stanchi, ma non riuscì a scorgere quello che la nipotina gli stava indicando.
“Non vedo nulla!” rispose sconsolato.
Idarella uscì da sotto il riparo della giacca e, incurante della pioggia che l’inzuppava tutta, prese la mano di nonno Tommaso.
“Vieni – disse premurosa e decisa – ti guido io!”.
L’uomo si affidò alla tutela della bambina e insieme percorsero il sentiero in discesa dietro quella portentosa staffetta.
Al bivio della Casa Rossa si fecero udire le voci di nonna Concetta e degli altri della famiglia che si erano mossi alla ricerca dei due dispersi.
La fiammella esitò per un attimo a quei rumori, alitò più forte ai richiami umani che riportavano la sicurezza e la vita. Palpitò con maggiore intensità come ogni fuoco prima di spegnersi per sempre.
Poi transitò veloce al di sopra delle teste di Tommaso e Idarella, confondendosi al vento che ne divorò il bagliore.
“Ma come avete fatto a trovare la strada in questo diluvio?” chiese la nonna.
“Siamo stati aiutati da una luce nell’aria!”.
E siccome la donna aveva assunto un’aria incredula, Idarella le puntò addosso due occhi severi:
“Ci devi credere, nonna, io l’ho visto quel lume. Brillava come una stella e si muoveva per indicarci la via”.
“È vero quello che dice la bambina?” insistette Concetta rivolta al marito. Ma questi non rispose.

Il vecchio si chiuse in un mutismo assoluto per giorni. Soltanto con la nipotina scambiava occhiate allusive, in una sorta di complice intesa. Quando gli capitava di trovarsi a tu per tu con lei, lontani dalla presenza indiscreta degli altri, le domandava:
“Dimmi, com’era quella luce?”.
E Idarella, sgranando gli occhi neri, spiegava:
“Sembrava il fuoco del camino quando brucia il ceppo, ma era molto più bella, perché aveva dentro tutti i colori…”.
“E come si muoveva nell’aria? Fammi vedere!”.
“Così…” la mano della bambina si apriva distendendosi, oscillava, fluttuava.
Gli occhi del vecchio la seguivano incantati, un po’ umidi perla commozione, un po’ tristi quando, terminata quell’innocente magia, le minuscole dita si richiudevano.

Fulvio Di Lieto

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ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA

PROBLEMI CON LA DISCIPLINA (di F. Giovi)

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Sembra ragionevole, anzi necessario, fare sovente ritorno ai Fondamentali, intendendo con ciò le discipline che traghettano l’autocoscienza dal suo passivo innervamento nell’ordinario sensibile a condizioni dell’Essere piú vaste, vere e profonde. Si allude qui a quanto permette una forma di autoconsapevolezza che possa sopportare il rapporto diretto con la Potenza della Vita, illimitata e fluente come un Oceano, definita “mondo eterico” nella terminologia convenuta dalla Scienza dello Spirito. Le caratteristiche di tale mondo, come la sua sostanza, sono in totale contraddizione con lo stato terrestre del Cosmo e della coscienza di sé che di quello abbisogna per accendersi. Partendo dall’immagine di questa assoluta contraddizione, possiamo almeno realizzare che la via da seguire, avendo di necessità la moderna coscienza ordinaria come punto di partenza, non può essere altro che “una via difficile e straordinaria”, la quale, con la pur indispensabile assimilazione di temi, immagini e analogie intesi come corrette traduzioni dello Spirituale quali preambolo informativo e formativo, non presenta una realistica connessività.

Attendete un momento, prima di scandalizzarvi. Volevo semplicemente dire che dubito fortemente del fatto che un contemporaneo, attraverso la lettura di uno o cento volumi di “comunicazioni spirituali”, possa realizzare una intensificata trasformazione della sua coscienza, corrispondente, in basso, agli stati di sogno e di sonno.

Non svelo nulla di occulto o riservato se, come esempio, oso raccontare cosa succede talvolta ai membri dei sodalizi piú esoterici alle prese con i mantra dati dal Maestro: i piú pigri ascoltano e attendono il prossimo incontro; quelli a metà strada rileggono, persino giornalmente, il mantra; i piú dotati lo memorizzano e lo ripetono interiormente come monacelli in preghiera. Qualcuno, magari ricordandosi la lettura di un certo tema (di cui si è convinto che non stia bene pensarci su o parlarne con altri, quasi fosse disdicevole come fare la pipí in piazza), prima cerca di capir ben bene le frasi mantriche, poi estrae dai propri sentimenti quello che, sebbene sia oscuro e informe, pare idoneo al momento spirituale, lascia che it faccia il suo veloce tour e svanisca: ha praticato la meditazione!

Non vi sembra un quadro ben triste? Per analogia naturalista, mi ricorda certi canali idrici di pianura, verdini, torbidi e immobili: senza scintillio di vita, zanzare a parte.

La situazione potrebbe essere molto diversa se venisse, a fondamento del tutto, praticata assiduamente la Concentrazione. Questa affermazione non è trattabile: si legga qualche pagina (magari comprendendola!) di uno qualsiasi dei ventotto testi che Scaligero scrisse tra il ’60 e l’80, di Steiner il III capitolo della Filosofia della Libertà, l’appendice aggiunta nel 1918 all’Iniziazione, il capitolo finale degli Enigmi della Filosofia ecc. e forse qualche articolo apparso su questa Rivista, che in tutta modestia si sforza esclusivamente di dare al ricercatore quanto vi è di utile e possibile.

Gli amici lettori potranno pensare che, gira e rigira, casco sempre lí e dimentico la medi- tazione ma, mi scuso per il gioco di parole, il tema è pre-meditato: provate a fare le piú elevate meditazioni, beninteso eliminando dalla disciplina quotidiana la Concentrazione, e vedrete ben presto attivarsi l’“effetto domino”: caduta la Concentrazione, in pochi mesi assisterete al crollo del restante lavoro interiore. Alla luce di questa sperimentatissima fenomenologia, viste le richieste piú frequenti di chiarimenti su quanto ruota intorno all’esercizio, per il significato e la modalità del quale rimandiamo sempre ai testi di Massimo Scaligero, cerchiamo di rispondere, pregando i lettori di ricordare che quando si parla concretamente di pratica è ben difficile che il discorso sia lineare ed esaustivo per il singolo.

«Quante volte e per quanto tempo dovrei fare la concentrazione giornaliera?».
«Due volte al giorno, un quarto d’ora per volta».
Risposta vera, risposta falsa. Perché? Perché quando si inizia (e non solo) si ha bisogno di certezza e di “incartare” l’atto interiore in una regola, o contesto formale, che veicoli la volontà che non si conosce e si possiede in misura scarsamente influente.

La coscienza ordinaria non conosce affatto la volontà e la scambia con l’istinto, il desiderio o la cocciutaggine. Qualcuno, quando tenta la Concentrazione, crede persino di percepirla anteriore al pensiero: è l’errore di chi non riesce a intuire la sostanziale diversità esistente tra l’attività pensante e la psiche. Quest’ultima essendo il prodotto del dominio del corpo sul pensiero che in esso si media e si riflette per venire sperimentato dove la coscienza di sé è inizialmente desta. In tale contesto condizionato, le tensioni neuro-muscolari percepite dal pensiero possono venire pensate come volontà precedente il pensiero. È l’impressione da cui origina l’equivoco degli esercizi psicofisici che conducono lo sperimentatore ancora piú profondamente nelle categorie fisico-sensibili, viceversa allontanandolo dallo Spirituale che già è presente nell’attività pensante dello studioso delle scienze del sensibile (e anche del vostro meccanico di fiducia). Si potrebbe dire che fare concentrazione con il pensiero è già un raro evento, raggiungibile attraverso un lungo e duro lavoro di concentrazione!

Acquistata familiarità e una minima capacità nell’esercizio, l’indicazione suggerita all’inizio può diventare (deve diventare!) un limite che va superato. Poiché la Concentrazione non è, come dichiarano taluni per ignoranza o per cattiva coscienza, una fredda operazione della testa, ma segretamente sconvolge tutta l’anima umana, che in profondità, e se si accetta d’ascoltarla, parla attraverso impulsi di moralità spirituale quali dedizione, coraggio, volontà di superamento. E nonostante la monotona regolarità degli impedimenti che non elencheremo – perché sono cosí tanti da superare i granelli di sabbia del mare – la coscienza comincia ad intuire che, a far sul serio, deve fare di piú: in quantità ed intensità.

Il discepolo della Via del Pensiero, approfondendo il significato fenomenologico dell’esercizio, e soprattutto con la retta pratica della Concentrazione, che indipendentemente dai risultati contingenti lo ammaestra con adialettiche intuizioni
su quale sia il suo percorso (e su ciò che non lo è), può dedicarsi ad essa ossessivamente: dominando beninteso l’ossessione con la volontà, la sensatezza e la deliberata immersione nel generoso oblio dell’ordinario divenire, respingendo la condizione sentimentale (astrale) che brama mantenere, fuori dall’esercizio, uno stato d’eccezione permanente.

Questo è un rischio reale di cui, ad esempio, Steiner parla verso la fine del primo capitolo dello scritto La Soglia del Mondo Spirituale: «…Se infatti l’atteggiamento della meditazione si prolunga durante la vita diurna come un’impressione sempre presente, la vita stessa perde la propria scioltezza. In questo caso, durante il tempo della meditazione stessa, l’atteggiamento meditativo non potrà essere né sufficientemente forte, né sufficientemente puro. La meditazione porta i suoi veri frutti appunto in quanto si distacca per il suo atteggiamento dal resto della vita. E sulla vita esercita l’azione piú benefica se viene sentita come qualcosa di particolare e di elevato al di sopra del rimanente». Per evitare equivoci nominalistici in chi legge, si sottolinea che il Dottore parla di “meditazione” nel capitolo in questione, ma la sua raccomandazione vale per tutti gli esercizi. Del resto in righe precedenti del medesimo scritto troviamo che «…il concentrarsi in tal modo ripetutamente sopra un pensiero in cui si sia penetrati a fondo, potenzia nell’anima certe forze che nella vita ordinaria vanno disperse: essa le rafforza in se stessa».

Alla luce di ripetuti esperimenti, confortati da direttive date da Steiner ad alcuni discepoli, credo di poter indicare (in piena libertà mia e vostra) che l’idea di un ritmo intenso (inteso come ripetizione dell’esercizio) nella Concentrazione dovrebbe situarsi in spazi di tempo non superiori alle cinque ore. E se mi concedete il “beneficio d’inventario” posso aggiungere che, dopo l’esercizio, questa è all’incirca la durata della sua azione benefica contro l’eccesso di attività che il doppio arimanico esercita sulla nostra anima e sul corpo, e che ammala corpo e anima. In questa direzione, se le difficoltà pratiche sono quasi fago- citanti, possono bastare tre-quattro minuti d’esercizio, magari svolto nel bagno aziendale.

Quanto detto rimane solo un suggerimento di massima, perché fondamentalmente ognuno deve operare secondo le necessità che intuisce da se stesso.

Credo sia comunque utile impadronirsi di una concezione che si oppone a tutti i generi di visioni e regole statiche o tradizionalizzate che si sono radicate a destra e a manca. Se all’inizio avete stabilito regole ferree, ripeto: va benissimo, è la cosa giusta da fare. Poi, nel tempo, occorre svezzarsi. Per capirci senza fraintendimenti faccio alcuni esempi, come sempre tratti dalla realtà: Tizio, che di solito fa l’esercizio per una manciata di minuti, oggi sfida le proprie abitudini. Si siede, svolge il suo percorso di parole ed immagini riferiti all’oggetto che aveva posto al centro della coscienza, infine mantiene, per quanto gli è possibile, l’immagine finale. Terminata l’opera, un attimo dopo “serra le fila” e ripete l’esercizio (non lo “ripete” ma lo esegue come fosse il primo esercizio della sua vita!). Ora, giunto a metà percorso, budella e posterga iniziano a contrarsi, o forse è l’anima che si contorce. Quasi dolorante, non si sa bene se nell’anima o nel corpo, Tizio termina la seconda concentrazione, magari apre gli occhi, muove il collo, molla il filo di contrattura che gli sta agganciando il trapezio, poi raccoglie i miseri resti di sé e inizia la terza concentrazione (sí, evocando sempre il medesimo oggetto). E cosí di seguito per una o due ore filate. Risultati coscienti? Forse zero o forse Tizio ha fatto un essenziale passo in avanti rispetto a tutto quello che lui è ed è sempre stato, fino a questo momento.

Caio, che è un caro amico e, fatto piú importante, è pure uno dei rari discepoli di Massimo rimasti operativamente fedeli al cuore dell’Insegnamento, fa la Concentrazione da tanti anni. Un giorno mi ha mandato un suo motto, sapido, ma che sottende la maestria a cui è pervenuto: «Fare pochissimo, fatto benissimo!». Questo può essere il motto valido per chi domina il pensiero ordinario e usa l’intensità che potete anche chiamare “alto livello di dedizione”.

Gli esempi di Tizio e Caio valgono in generale per indicare che non esiste una regola fissa e proficua per Sempronio se non quella che lui darà a se stesso, e che cambierà quando avvertirà esigenze prodotte da percepiti ostacoli interiori o, all’opposto, da un raggiunto livello superiore di capacità. Probabilmente Sempronio potrebbe iniziare dal 2 x 10’/15’ citato in apertura, e dopo un tempo (ed esperienze dell’anima) a noi ignoto ma non inferiore a parecchi mesi, piú rafforzato e determinato, potrebbe passare a qualcosa di simile al raddoppio e a qualche “colpo d’ariete” come ha fatto Tizio. A questo punto Sempronio sta diventando realista: ha imparato per esperienza diretta che la concentrazione prolungata non fa male ma funziona, che i momenti apicali in cui contemplava l’oggetto evocato senza residui di sé o d’altro, erano i veri momenti di concentrazione, e che concentrazioni brevi o brevissime come saette di pensante volontà inegoica annunciano l’albeggiare della potenza eterica nascosta dal pensiero riflesso. Come, penso, faccia Caio.

Ora affrontiamo un argomento scabroso o doloroso (a voi la scelta del vocabolo): in sede teorica si può legittimamente arguire che la prima concentrazione della vostra vita sarà faticosa, difficile e confusa, mentre la centesima o la millesima sarà, all’opposto, riposante, facile e chiara. Nella dura realtà la situazione è ben diversa. Innanzi tutto l’esercizio com- porterà, per decenni, l’esigenza di sostanziali superamenti che con la lunga pratica verranno attraversati velocemente, forse senza le agonie dei primi anni, ma credetemi: il passaggio dalla (totale) dedizione a se stessi alla (totale) dedizione al concetto di turacciolo è un itinerario lungo e sofferto. Come, ad esempio, è piú “facile” sostenere le scomposte fatiche iniziali che alimentare la profonda quiete che si istaura molto dopo con “l’assenza di sforzo”.

Sempronio (l’unico del terzetto ad essere soltanto immaginato) ha vita dura nell’apprendi- stato, ma le delusioni si controbilanceranno con l’entusiasmo del neofita, con le appaganti meraviglie delle tante esperienze fuori dell’ordinario che sovente arricchiranno i suoi momenti di disciplina. Piú avanti scoprirà invece di scivolare impercettibilmente nell’automatismo, di non trovare piú la familiare spinta animica che lo aveva sostenuto dall’inizio, di avere sommerso l’eccezione tra i riti ritriti del quotidiano e di tentare inutilmente qualcosa di penosamente arido in uno scenario d’anima senza vita, immobile e privo di indicazioni. La morte è perennemente statica: sembra un errore parlare di attraversarla, perché sul suo terreno sei fermo, il tempo è fermo. Calarsi nell’esercizio è ciò che fai solo per fedeltà profonda perché tutto il resto è diventato fumo: prodotto di una lenta combustione che hai innescato con il Rito ma che l’ego mai avrebbe tentato o desiderato. Io spero che Sempronio non indietreggi. Sei giunto a dominare il mentale ordinario, entri nel Silenzio ed equanime e indifferente contempli l’oggetto di pensiero con forma o senza forma e, forse, resti lí, inchiodato come un baccalà, o se volete, sospeso nel limbo. Magari dopo aver sperimentato, in anni precedenti, momenti di accensione della corrente eterica centrale, attimi in cui la pura corrente del volere ha sostituito il pensare e il suo oggetto, ed il soggetto corporeo, riassorbito, nullificato, ha ceduto il comando al vero Re, a Colui che non può essere percepito.

Questa condizione è la prova finale dell’ultrasecca Opera al nero dei nostri tempi: si sta (in ciò che sarebbe stato im- pensabile tanti anni prima) lasciando con una “non azione”, o metafisica immobilità, che tutto defluisca: tutto quello che di noi era segretamente rimasto. Poi, dalla tenebra e senza merito tuo, giunge la prima radianza di un lucore paraclito: nel suo alito il cuore che in te s’era arso, rivive e riconosce con una certezza assai piú alta della tua coscienza Chi traspare nella Luce montante.

Miei cari lettori, permettetemi ancora qualcosa che su un terreno diverso è comunque legato alle precedenti righe. Vi sono persone, o meglio personalità, che da anni vanno in giro dicendo che la Via del Pensiero non arriva al Logos. Questa affermazione è falsa. Poiché alcune di tali persone facevano da tappeto quando Massimo passava ancora da queste parti, lo confesso, rimango quasi affascinato nel contemplare ciò che li muove con uno zelo diametralmente opposto al precedente, e mi spiace per gli sprovveduti che, privi delle grandi forze dell’anima moderna – il dubbio e la coscienza critica – rimangono basiti a far loro da candelieri. Astraendo da ciò che muove questi signori, vorrei far notare agli altri (non ai primi, perché sarebbe impossibile) e a quelli che mi leggono con animo aperto, che le predette personalità non hanno praticato la Concentrazione, o peggio l’hanno fallita per le loro carenze morali. Dunque, parlano di ciò che non conoscono oppure temono: in definitiva odiano l’esercizio fondamentale perché la Concentrazione li metterebbe di fronte alle loro vere fattezze, come Dorian Gray davanti al suo ritratto. Traete da voi il conseguente.

Per chi legge queste righe con interesse ma si sente fieramente pagano e teme chiesismi contrabbandati, dico soltanto, con sincera simpatia, che la Concentrazione, piú affilata di Tsumugari, è cosí pura e lucida che non ammette ombra né di Dei né di diavoli. Tentatela e metterete da subito in gioco il vero delle vostre forze.

Poi, se oltre il nudo e terso picco della Disciplina, il Sole Vittorioso si alza dalle Tenebre, siamo tutti in sacra fraternitate: voi io e, se mi permettete l’ardire, pure l’Imperatore Giuliano, Paolo di Tarso e l’Apostolo Giovanni…

Franco Giovi

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http://www.larchetipo.com/2007/ott07/esercizi.pdf

SCIENZA DELLO SPIRITO
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