L’ARCHETIPO-SETTEMBRE 2025

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

RESTAURAZIONE DELL’ANTICA ARMONIA: L’ORIGINARIO EDEN DELL’UMANA COPPIA (di M. Scaligero)

(Adamo ed Eva: Preghiera-Incisione su ferro-1863)

🌹

Molta sofferenza è intorno, molte prove, molto sacrificio: il rimedio è riversare amore secondo l’anima che si riempie di donazione di sé a ciò che è sacro e assoluto, secondo l’impegno della perennità. Spesso ho sentito dire da amici che venivano a chiedermi consiglio, che soffrivano perché “si sentivano soli”. Non avevo mai ben capito cosa significasse “sentirsi soli”, perché sempre, realizzando la solitudine interiore, anzi cercandola, mi ritrovavo con il mondo, con la vita interiore degli altri, per cui sentivo nella solitudine non un isolamento, ma una via ascetica alla comunione con la realtà effettiva degli esseri. Sentirmi solo è stata sempre per me una via alla beatitudine.

Ho molto analizzato ora il significato vero del “sentirsi soli”: è il principio di una necessità di riconoscersi incapaci di amare. È incapacità di poesia: poesia non come attività estetica, ma come spirito alitante e libero.Tutto il clima interiore del colloquio con l’altro deve essere poesia: uno sprofondarsi in un’armonia risanatrice. Ognuno è chiamato alla restaurazione dell’antica armonia, l’originario Eden dell’umana coppia, lo sposalizio cristico.

Viviamo ore in cui il mondo ci è di fronte con tutto il suo corrusco tessuto di forze e di brame: lotte etniche, guerre, fanatismi classisti, livellamento ugualitario ecc. Questo può essere messo in rapporto a un vacillamento di fede e di onore del combattente dello spirito: un impegno spirituale mancato conferisce alle forze ostacolatrici poteri legittimi sul mondo.

Oltre tutti i compromessi, superando i timori e le oscure limitazioni umane, occorre portare tutto l’apparire al suo termine, costringendolo a ciò di cui soprattutto ordinariamente si teme: portarlo a misurarsi con l’essere. L’epoca è difficile, ma eroica e santa. Occorre aprire il varco all’amore umano-sacro.

_______________________________________________

(Massimo Scaligero-Luglio1969)
Per gentile concessione de L’ Archetipo

______________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ENIGMA DI ALAN TURING (di F. De Pascale)

*

Quella di Alan Turing* fu la storia di una grande tragedia della vita esteriore e di quella interiore.

Era una epoca agitata, che portava coloro che nelle profondità di se stessi avevano un impulso all’auto-superamento a ricercare in campi inesplorati, che spesso erano sentieri senza pietre miliari e deserti selvaggi, affrontati senza carte che permettessero di orientarsi. La ricerca – onesta sino alla disperazione – della conoscenza, dell’auto-superamento e della libertà ha i suoi martiri: uno fu Friedrich Nietzsche, un altro fu Alan Turing.

Tuling cercava una Via del pensiero, ma il suo destino non gli permise di giungervi e di percorrerla, e come Nietzsche si spezzò. Dovette fare l’esperienza del più arido pensiero, quello capace di scendere nel meccanicismo della materia morta, e dovette avere la forza di sopportare lo stato di morte del pensiero staccato dalla sua sorgente di vita.

Le sue ricerche, le sue invenzioni, furono poi afferrate dall’Avversario della Conoscenza e della Libertà, per generare la generale meccanicizzazione della vita umana, ma di questo Alan Turing non ebbe nessuna responsabilità: era nel destino del mondo e dell’umanità. Semmai la responsabilità l’ebbero – e tuttora l’hanno – le comunità spirituali che vengono meno alla loro missione, e coloro che, chiamati all’impegno ascetico nella concentrazione e nella meditazione – per pavidità, per fiacchezza, e volgarità d’animo, tradiscono e insozzano il mirabile dono ricevuto dagli Dèi.

Turing visse TUTTO il suo terribile destino, sino al sacrificio del suo tragico epilogo: è degno di tutto il rispetto, come chiunque adempia a quel che la vita gli chiede ed un inesorabile fato esige o permette.

Cadde, ma non fu vinto, perché combatté con le sole armi che gli furono permesse.

Nel suo oscuro combattere, egli elaborò le forze di un futuro incontro con la Via Solare, e di un suo coraggioso operare vittorioso per lo Spirito. Ma coloro che in questa vita hanno avuto il dono di incontrare la Via del Pensiero, e non la apprezzano, o voltano ad essa le spalle, o sfigurandola la deformano, o per turpe viltà e fiacchezza interiore la trascurano, essi sono sicuri che questo mirabile dono verrà riofferto in una nuova esistenza, o non verrà insegnato loro attraverso lo strazio del dolore e della disperazione ad apprezzare e a valutare quel dono che ad altri – incolpevoli – fu negato?

Lo Spirito ama chi audacemente si compromette. Il Logos ama ed è vicino a chi temerariamente si getta in prove di destino troppo grandi, e soccombe pur di tentare l’impresa di una trasformazione dell’umano, che così com’è non vale niente, né la vita senza la luce dello Spirito vale la pena di essere vissuta!

L’umano deve essere superato!

FdP

_______________

_____________________________

*Da Biografieonline.it

ALAN TURING

Nascita: 23 giugno 1912
Morte: 7 giugno 1954

Alan Mathison Turing è passato alla storia come uno dei pionieri dello studio della logica dei computer e come uno dei primi ad interessarsi all` argomento dell’ intelligenza artificiale. Nato il 23 giugno 1912 a Londra ha ispirato i termini ormai d`uso comune nel campo dell’informatica come quelli di “Macchina di Turing” e di “Test di Turing”.

Più nello specifico, si può dire che come matematico ha applicato il concetto di algoritmo ai computer digitali e la sua ricerca nelle relazioni tra macchine e natura ha creato il campo dell`intelligenza artificiale.

Interessato soltanto alla matematica e alla scienza iniziò la sua carriera come matematico al King`s College alla Cambridge University nel 1931.

A scuola non aveva un gran successo, data la sua tendenza ad approfondire esclusivamente cose che lo interessassero sul serio. Solo la grandissima amicizia con Christopher Morcom, un brillante compagno di scuola apparentemente molto più promettente di lui gli permise di iniziare la sua carriera universitaria: l`amico, però, morì purtroppo di tubercolosi due anni dopo il loro incontro. Ma il segno che lasciò sull`animo dell`amico fu profondo e significativo, inducendo Turing a trovare dentro di sé la determinazione necessaria per continuare gli studi e la ricerca.

Dobbiamo quindi a Morcom moltissimo, se consideriamo che grazie al suo sostegno morale e al suo incitamento, indusse una grande mente come Turing a sviluppare le sue immense potenzialità. Tanto per fare un esempio, Turing arriverà a scoprire, cinque anni prima del matematico austriaco Gödel, che gli assiomi della matematica non potevano essere completi, un`intuizione che mise in crisi la convinzione che la matematica, in quanto scienza perfettamente razionale, fosse aliena da qualsiasi tipo di critica.

Si presentava comunque per Turing un compito veramente arduo: riuscire a provare se ci fosse o meno un modo per determinare se un certo teorema fosse esatto oppure no. Se questo fosse stato possibile, allora tutta la matematica si sarebbe potuta ridurre al semplice calcolo. Turing, secondo le sue abitudini, affrontò questo problema in mondo tutt`altro che convenzionale, riducendo le operazioni matematiche ai loro costituenti fondamentali. Operazioni tanto facili che potevano essere di fatto svolte da una macchina.

Trasferitosi alla Princeton University, dunque, il grande matematico iniziò ad esplorare quella che poi verrà definita come la “Macchina di Turing” la quale, in altri termini, non rappresenta altro che un primitivo e primordiale “prototipo” del moderno computer. L`intuizione geniale di Turing fu quella di “spezzare” l`istruzione da fornire alla macchina in una serie di altre semplici istruzioni, nella convinzione che si potesse sviluppare un algoritmo per ogni problema: un processo non dissimile da quello affrontato dai programmatori odierni.

Durante la seconda guerra mondiale Turing mise le sue capacità matematiche al servizio del “Department of Communications” inglese per decifrare i codici usati nelle comunicazioni tedesche, un compito particolarmente difficile in quanto i tedeschi avevano sviluppato un tipo di computer denominato “Enigma” che era capace di generare un codice che mutava costantemente. Durante questo periodo al “Department of Communications”, Turing ed i suoi compagni lavorarono con uno strumento chiamato “Colossus” che decifrava in modo veloce ed efficiente i codici tedeschi creati con “Enigma”. Si trattava, essenzialmente, di un insieme di servomotori e metallo, ma era il primo passo verso il computer digitale.

Dopo questo contributo fondamentale allo sforzo bellico, finita la guerra continuò a lavorare per il “National Physical Laboratory” (NPL), proseguendo la ricerca nel campo dei computer digitali. Lavorò nello sviluppo all`”Automatic Computing Engine” (ACE), uno dei primi tentativi nel creare un vero computer digitale. Fu in questo periodo che iniziò ad esplorare la relazione tra i computer e la natura. Scrisse un articolo dal titolo “Intelligent Machinery”, pubblicato poi nel 1969. Fu questa una delle prime volte in cui sia stato presentato il concetto di “intelligenza artificiale”. Turing, infatti, era dell`idea che si potessero creare macchine che fossero capaci di simulare i processi del cervello umano, sorretto dalla convinzione che non ci sia nulla, in teoria, che un cervello artificiale non possa fare, esattamente come quello umano (in questo aiutato anche dai progressi che si andavano ottenendo nella riproduzione di “simulacri” umanoidi, con la telecamera o il magnetofono, rispettivamente “protesi” di rinforzo per l`occhio e la voce).

Turing, insomma, era dell`idea che si potesse raggiungere la chimera di un`intelligenza davvero artificiale seguendo gli schemi del cervello umano. A questo proposito, scrisse nel 1950 un articolo in cui descriveva quello che attualmente è conosciuto come il “Test di Turing”. Questo test, una sorta di esperimento mentale (dato che nel periodo in cui Turing scriveva non vi erano ancora i mezzi per attuarlo), prevede che una persona, chiusa in una stanza e senza avere alcuna conoscenza dell`interlocutore con cui sta parlando, dialoghi sia con un altro essere umano che con una macchina intelligente. Se il soggetto in questione non riuscisse a distinguere l`uno dall`altra, allora si potrebbe dire che la macchina, in qualche modo, è intelligente.

Turing lasciò il National Physical Laboratory prima del completamento dell`”Automatic Computing Engine” e si trasferì alla University of Manchester dove lavorò alla realizzazione del Manchester Automatic Digital Machine (MADAM), con il sogno non tanto segreto di poter vedere, a lungo termine, la chimera dell`intelligenza artificiale finalmente realizzata.

Personalità fortemente tormentata (anche a causa di una omosessualità vissuta con estremo disagio), dalle mille contraddizioni e capace di stranezze e bizzarrie inverosimili, Turing morì suicida, appena quarantenne, il 7 giugno 1954.

A 60 anni dalla morte è uscito al cinema un film biografico dal titolo “The imitation game”, che narra la vita di Alan Turing e di come progettò il sistema per decifrare i codici segreti dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

da Biografieonline.it

SCIENZA DELLO SPIRITO,

AL POPOLO TEDESCO E AL MONDO CIVILE (di R. Steiner)

AL POPOLO TEDESCO E AL MONDO CIVILE (1)

(1) – Questo appello dello Steiner che noi ospitiamo, ringraziando l’illustre A. d’aver scelto La Vita Italiana per renderlo noto anche in Italia, è rivolto anche al popolo dell’ Austria Tedesca. Esso rappresenta la manifestazione della volontà dei numerosi firmatari. Parlano in questo appello collettivamente personalità della Germania, dell’ Austria Tedesca, e della Svizzera al popolo Tedesco. I firmatari confidano che si possa superare per mezzo di un germanismo rinnovato il minaccioso pericolo di una invadente catastrofe mondiale che pende oggi sulla società umana. Per lo stesso scopo circola nella popolazione di lingua tedesca un libro dello Steiner dal titolo: « I punti sostanziali della questione sociale».

______________________________________

da “La Vita Italiana”

RASSEGNA MENSILE DI POLITICA

Fascicolo luglio/agosto 1919

__________________________

 

Il popolo tedesco riteneva assicurata per tempo illimitato la compagine dell’Impero che da un mezzo secolo aveva edificato. Nell’Agosto 1914 all’inizio della catastrofe bellica esso reputava che questo edificio fosse incrollabile. Oggi non può contemplarne che i frantumi. Dopo un’esperienza siffatta deve svilupparsi la riflessione, poiché questa esperienza ha dimostrato, che l’opinione di un mezzo secolo, e in special modo le idee dominanti durante gli anni di guerra, sono state un errore che ha esercitato tragica azione. Dove risiedono le cause di questo fatale errore? Questo quesito deve spingere le anime dei componenti il popolo tedesco alla riflessione. Attualmente esiste o no la forza per siffatta riflessione? Da ciò dipende la possibilità di vita del popolo tedesco. Il suo avvenire dipende dalia sua capacità di porsi con serietà il quesito: come sono caduto in questo errore? Se oggi esso si pone questo quesito, allora risplenderà in lui la conoscenza, che un mezzo secolo fa egli ha fondato un Impero, ma ha trascurato d’imporre a questo Impero un compito che scaturisse dal contenuto essenziale della popolazione tedesca.

L’Impero venne fondato. I primi tempi della sua esistenza furono dedicati al riordinamento delle sue interiori possibilità di vita, in ordine alle esigenze delle antiche tradizioni e delle nuove necessità che di anno in anno si palesavano. Più tardi venne posto cura al rafforzamento e all’ingrandimento della potenza sua esteriore, fondata su forze materiali. Vennero prese al contempo misure riguardanti le esigenze sociali dell’opera moderna, in cui venne bensì tenuto conto di molte cose che al momento risultavano necessarie, ma alle quali mancava tuttavia uno scopo grande, che avrebbe dovuto risultare da una conoscenza delle forze evolutive verso le quali la nuova umanità deve dirigersi.

L’Impero venne così posto in relazione col Mondo, senza che gli venisse imposto uno scopo essenziale che ne giustificasse l’esistenza. Lo svolgimento della catastrofe bellica ha dolorosamente rivelato questo errore. Fino allo scoppio della guerra il mondo non tedesco, niente aveva potuto vedere nel contegno dell’Impero che destasse l’opinione che i governanti di questo Impero compissero una missione storico-mondiale, che non è lecito respingere. Il fatto di non poter trovare segno di siffatta missione in questi governanti ha necessariamente creato nel mondo non tedesco quell’opinione, la quale, secondo le persone veramente perspicaci sarebbe appunto la causa più profonda del disastro tedesco.

Di immensa importanza per il popolo tedesco si è un giudizio imparziale di siffatto stato di cose. Nell’avversità si è fatta strada la conoscenza di ciò che negli ultimi 50 anni non si era palesato. Al posto della ristretta visione delle esigenze attuali più incalzanti deve subentrare ora una larga corrente di concezioni della vita che si sforzi di riconoscere con forza di pensiero le forze evolutive dell’umanità moderna, e che a questa si dedichi con coraggiosa volontà, Deve terminare l’indirizzo meschino che tende a neutralizzare come idealisti poco pratici tutti coloro che dirigono il loro sguardo verso queste forze evolutive. Deve terminare l’arroganza e l’orgoglio di coloro che credono di essere pratici e che nondimeno, per la meschinità del loro giudizio, camuffato da praticità, hanno provocato il disastro. Va tenuto conto di ciò che hanno da dire coloro che sono accusati di essere idealisti, ma che in realtà sono i veri pratici della necessità dell’evoluzione dei nuovi tempi.

I “pratici” di ogni direzione hanno bensì visto da molto tempo il sorgere di esigenze affatto nuove dell’umanità. Ma essi volevano dar soddisfazione a queste esigenze contenendole nel limite di abitudini antiche di pensiero e di antiche istituzioni. L’economia della vita dei nuovi tempi ha prodotto le esigenze. Dare soddisfazione a queste per mezzo di iniziative private sembrò impossibile. Il passaggio dal lavoro privato a quello collettivo s’impose come una necessità a una classe di uomini in singole regioni, e venne attuato là, dove in ordine alla sua concezione della vita, a quella classe di uomini è sembrato vantaggioso attuarla.

Un passaggio radicale di tutto il lavoro individuale a lavoro collettivo diventò lo scopo di un’altra classe, che per mezzo dell’evoluzione della nuova vita economica non ha interesse alla conservazione degli scopi privati.

Tutte le tendenze fino ad ora presentatesi nei riguardi nelle nuove esigenze dell’umanità hanno un fondamento comune. Esse spingono all’associazione dei privati e per raggiungere questo scopo vien fatto assegnamento sulle Comunità (Stati, Comuni) che dovrebbero diventarne assuntrici, mentre queste Comunità derivano da premesse che niente hanno da fare con le nuove esigenze.

Vien fatto assegnamento anche su Comunità più moderne (per esempio le cooperative) che non sono sorte completamente nel senso di queste nuove esigenze, ma che sono plasmate sulle vecchie forme provenienti da antiche abitudini di pensiero trasmesseci.

La verità si è che nessuna comunità, formata nel senso di queste antiche abitudini di pensare, può adottare ciò che si vorrebbe che essa adottasse. Le forze dell’epoca spingono alla conoscenza di una struttura sociale dell’umanità, che dovrebbe tener conto di tutt’altro di ciò di cui comunemente viene oggi tenuto conto. Le comunità sociali si sono fino ad ora formate in maggior parte per virtù degli istinti sociali dell’umanità; penetrarne le forze con piena coscienza sarà il compito del tempo.

L’organismo sociale è costituito come quello naturale. E così come l’organismo naturale deve provvedere al pensiero per mezzo della testa e non per mezzo del polmone, così pure è necessario che l’organismo sociale sia distribuito in sistemi, di cui nessuno possa addossarsi il compito dell’altro, ma ognuno, valendosi della propria indipendenza, debba collaborare in unione con gli altri.

La vita economica può prosperare soltanto quando si forma come membro indipendente dell’organismo sociale, in ordine alle proprie forze e alle proprie leggi, e quando non porta disordine nella sua compagine per il fatto di lasciarsi assorbire da un organo, quello politicamente attivo, dell’organismo sociale. Questo organo politicamente operoso deve piuttosto sussistere pienamente indipendente a lato di quello economico, così come nell’organismo naturale il sistema respiratorio sta accanto al sistema cerebrale. Una loro benefica collaborazione non può venir raggiunta se ai due organi vien provveduto da un’unica direzione legislativa e amministrativa, occorre che ognuno di essi abbia una legislazione e amministrazione propria in vitale cooperazione. Perchè il sistema politico distrugge l’economia, se ne assume la direzione, e il sistema economico perde le sue forze vitali, se vuol diventare politico.

A questi due organi dell’organismo sociale deve aggiungersene un terzo, formato con piena indipendenza dalle proprie possibilità di vita, ossia, quello della produzione spirituale; a questo terzo organo compete anche la parte spirituale dei due altri campi, parte che deve esser loro fornita da questo terzo organo, che è provvisto di proprie norme naturali e di propria amministrazione; questa parte però non può venir amministrata dagli altri due organi, nè su di essa possono questi esercitare altra influenza di quella che reciprocamente viene esercitata fra organismi, i quali l’uno accanto all’altro siano membri di un organismo naturale collettivo.

Già oggi si può fondare ed edificare scientificamente in tutti i suoi dettagli ciò che qui è stato detto sulle necessità dell’organismo sociale. In queste osservazioni non si possono tracciare che delle direttive generali per coloro che vogliono uniformarsi a queste necessità.

La fondazione dell’Impero Tedesco si verificò in un momento in cui queste necessità si affacciarono all’umanità moderna. Il suo governo non ha compreso che occorreva imporre un compito all’Impero con netta visione di questa necessità. Questa visione gli avrebbe dato non soltanto una giusta compagine interiore; ma avrebbe anche data una direzione giustificata alla sua politica esteriore. Con una politica siffatta il popolo tedesco avrebbe potuto convivere con i popoli non tedeschi.

Orbene, dalla sventura ha dovuto maturarsi il senno. Si dovrebbe sviluppare la volontà per la realizzazione dell’eventuale organismo sociale. Al mondo esteriore non dovrebbe presentarsi già una Germania, che non è più, ma un sistema spirituale politico ed economico che nei suoi rappresentanti come delegazioni indipendenti, dovrebbe voler trattare con coloro, dai quali è stata abbattuta, quella Germania che per via della confusione dai tre sistemi era diventata una compagine sociale impossibile.

In ispirito sentiamo già i Pratici che si preoccupano della complicazione di ciò che qui è stato detto, che trovano incomodo perfino di pensare alla cooperazione di tre corporazioni, perchè non desiderano saper niente delle vere esigenze della vita, ma vogliono formare tutto secondo le comode esigenze del loro pensiero. Deve risultare chiaro che: o ci si dovrà adattare col proprio pensiero alle esigenze della Realtà, o non si avrà imparato niente dalla sventura, e ciò che già è successo andrà aumentando all’infinito.

R. Steiner

_____________________

www.liberaconoscenza.it

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE

FISIOTERAPIA DELL’ANIMA (di F. De Pascale)

🪷

Non c’è nessun errore nel “desiderare di realizzare lo Spirituale”. Magari l’essere umano ne fosse capace!

Come più volte ci indicò Massimo Scaligero, si tratta di dare al desiderio un oggetto divino: solo il Divino, l’Assoluto, è degno di essere desiderato. E aggiungeva, che il sentire sbaglia sempre quando non sente il Divino.

Realisticamente, dobbiamo essere coscienti che a sentire il Divino, a desiderare di realizzare lo Spirito, l’anima deve essere educata. Anzi: “rieducata” attraverso una vera e propria fisioterapia dell’anima.

Perché il lungo servaggio nella prigionia corporea l’ha resa largamente inerte e sorda al richiamo dello Spirito, del Divino.

Altrimenti sarebbe semplice: conoscere intellettualmente la verità, sarebbe al tempo stesso realizzarla. Il che non è, perché proprio a causa del servaggio dell’anima, il pensiero intellettuale è morto pensiero riflesso. E senza una fervida ed energica disciplina della Concentrazione il pensiero non esce dal suo stato di morte, e l’anima dal suo paralizzante servaggio.

È la Concentrazione che educa l’anima a sentire il Divino, a desiderare di realizzare lo Spirito.

Non vi è altra Via. La Via del Pensiero è la Via vera: l’unica. La Via Regia!

______________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO,

QUELLO CHE E’ ISCRITTO NELLE STELLE (di M. Scaligero)

💐

L’amore non ha bisogno di vincere, perché è. È nell’anima, nell’anima è il suo segreto: si può anche non vedere questo segreto. Ma si può attingere ad esso, quando l’illusione umana non è piú capace di suscitare quel surrogato dell’amore che chiama amore. Quando questa illusione non è piú capace di dare contenuto alla vita, allora si attinge al segreto punto della vita, alla scaturigine dell’amore.

Lampo profondo, scotente la vita, pensiero-luce, invocazione che è parola-luce creatrice oltre la soglia della vita, in una sfera di turbini e potenze inumane: questo è il regno sacro del cuore, ove attingere alla grazia delle essenze perenni, ove sentire il valore eterno della vita, incontrare il fluire del tempo nell’eternità, il tessuto segreto d’amore di tutte le cose create, l’intatta sostanzialità da cui ogni cosa in origine nacque, ritrovare il senso della bellezza e della realtà dell’Universo.

Quello che è iscritto nelle stelle risuona nel cuore profondo, si apre il varco nel buio o nel giuoco delle forme create: è vivo e infiammato e possente in quanto indicibile, ma è vicino.

L’idea pura, il disegno divino che traluce nell’anima come potenza di destino, diverrà umana realtà quando le coscienze saranno pronte.

È l’idea di fedeltà e di eternità, o di unità restauratrice, della originaria coppia umana.

L’universo si nutre del puro accordo d’amore: la forza piú alta, la piú gioiosa speranza di salvazione. Occorre aprire la strada alla novella fioritura del Sacro Amore, aprire il varco al suo erompere nell’umano, preparare gli animi perché l’evento risuoni nel cosmo, cosí come il cosmo attende. Questo sentire è la luce aurea che s’intensifica dalla luce adamantina originaria, o luce bianca del Grande Centro, o dell’ “Albero di Vita”, l’etere che contiene tutta la forza, la somma che solo l’Amore cosmico può recare in sé come unità. È il sentire in cui il Volere dei Troni s’incontra con gli Spiriti dell’Armonia e con la corrente altissima dei Serafini. È l’amore che comincia a creare sulla Terra in nome del Logos.

Al suo interno è il mistero della reintegrazione: il suo calore deve operare nel corpo animico sino al fisico, per la trasmutazione della forza delle correnti che un giorno saranno chiamate alla generazione angelica.

L’impresa è urgente e richiesta: occorre destarsi e operare, perché i tempi sono maturi. Il richiamo del Graal vincerà ogni altro richiamo umano.

“Il morso del Drago non si cicatrizza se non per virtú della bevanda della Sacra Coppa”.

_______________________________________________

(Massimo Scaligero-Febbraio1969)
Per gentile concessione de L’ Archetipo

______________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-AGOSTO 2025

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

SULLA TRIPARTIZIONE SOCIALE (di F. De Pascale)

*

Considerazioni all’articolo da parte di Ecoantroposophia.

Nella mia ignoranza in campo Politico ed Economico – ignoranza anche in altri ambiti – non ho mai insistito, pur interessandomene molto, nello scrivere e parlare di Tripartizione sociale secondo Steiner.  Il nostro blog è uno spazio dedicato agli insegnamenti di Steiner, Scaligero e Colazza, in gran parte, non va nello specifico delle figlie della Sds e di altro.

Sappiamo però che se i tempi per l’applicazione della Tripartizione potevano essere maturi all’indomani del primo conflitto mondiale, a maggior ragione essi lo sono oggi.

Purtroppo non sono maturi gli uomini, più sprofondati di allora nel materialismo.

Eppure ciò non dovrebbe impedire che questa materia sociale specifica si studi, si approfondisca, venga spiegata, divulgata, così come si parla (e si insegna) di pittura, di danza, di poesia, di terapie mediche varie, di educazione Waldorf, tutte discipline  che in più anche si praticano.

Certo rimane al di sopra di tutto la Via del Pensiero, e nel senso di ri-conquista della tripartizione interiore.

Non è però anatema, nè eresia, approfondire nel frattempo e poter conferire frequentemente, di Tripartizione sociale insieme – e allo stesso titolo – a tutte le discipline altre (che, appunto, in più si praticano).

I testi base ci sono, il Dottore ne ha “scritto” molto e in maniera specializzata.

Poichè parliamo tutti di Politica nel senso di morale, ignoranza, egoismo, prevaricazione etc… ma nessuno che pensi di portare, con metodo, nei vari consessi e raduni antroposofici, conferenze dedicate e approfondite in merito alla Tripartizione sociale.

A qualcuno persino scandalizza intrattenersi sull’argomento dopo un semplice accenno ritenuto più che sufficiente. Il silenzio su questo argomento può essere solo giustificato da ignoranza sulla materia. L’avversione per il parlarne non la trovo giustificata in nessun senso: non fosse altro che per il solo considerare il sacrificio del Dottore stesso e la fatica e la passione che vi ha dedicato.

Si sbrindella e si dissacra  il Graal su Facebook tutti i giorni, si massacrano e si strumentalizzano i testi di Scaligero e le conferenze del Dottore, si accostano i Maestri a nomi di non raccomandabili e ci si fa vanto! Ma ci si scandalizza e ci si irrita se si accenna alla Tripartizione Sociale: credo che se ne possa quantomeno parlare e studiare tanto quanto si parla di costituzione interiore, di astrale, di eterico, di Spirito, di chiaroveggenza, di auree iniziatiche, di massaggi ritmici, di euritmia, di pedagogia Waldorf, di alimentazione, di cereali, di vegetarianesimo, di acquarello steineriano, di biodinamica, di architettura, di medicina antroposofica… etc (oltre che delle questioni Obama, Biden, Trump, Zelensky, GAZA… Cina, Russia…: tutte conseguenze del più  grande conflitto di interesse mondiale mai visto prima di oggi sulla Terra).

Ci sono delle realtà di studio, gruppi, associazioni, troppo poche e relegate, nemmeno di nicchia, proprio snobbate, che meritatamente – magari anche in maniera imperfetta,  con grande ostracismo e/o disinteresse nell’ambiente – studiano e divulgano la Tripartizione sociale; troppo poche: ma tanto di cappello.

In tutto l’ambiente antroposofico, e poi anche fuori, in attesa di poter applicare la Tripartizione sociale, questa si potrebbe far conoscere e studiare seriamente e con competenza, con la stessa serietà e lo stesso intento, con la stessa insistenza e frequenza che si usano per divulgare le altre materie scientifico spirituali, con lo stesso interesse che si ha per la politica e le questioni mondiali che tanto ci preoccupano e ci allarmano: tutti fenomeni che cerchiamo di interpretare coi mezzi scientifico spirituali che abbiamo ma che riusciamo appena a percepire nella loro vera trama appena dietro il velo: attività sterile se considerata da sola mentre non riusciamo nemmeno lontanamente a dare vita dentro di noi ad una immagine di organismo sociale sano secondo gli insegnamenti del Dottore.

Studiamo e facciamo studiare: per non esser impreparati ma pronti: oggi, o domani; in questa vita, o nella prossima.

ADMIN

*

Rudolf Steiner era sapiente e sagace, al punto di conoscere molto bene il valore delle persone che aveva attorno. Sapeva bene che, a parte una ben ristretta élite di decisi praticanti interiori, molti prendevano l’Antroposofia un po’ come una apprezzabile visione del mondo, e un po’ come una forma religiosa o semireligiosa. Che mancasse drammaticamente l’impegno interiore ascetico può essere scorto da vari segni.

Oggi molti, per esempio, lamentano il fatto che la Tripartizione dell’organismo sociale – il mirabile dono del Mondo Spirituale – non si sia attuata. Anche allora, in Germania, subito dopo la Prima Guerra Mondiale, quando nel disfacimento della struttura statale dell’Impero tedesco sembrava che la Tripartizione avesse grandi possibilità di attuarsi, e tali grandi possibilità in effetti vi erano, e molte speranze in tal senso si erano manifestate, Rudolf Steiner si impegnò con tutte le sue forze con conferenze pubbliche, alle quali accorrevano migliaia di operai. Rudolf Steiner contattò pure personalità che avevano responsabilità nello Stato e nella Società, ed espose con grande chiarezza quanto richiedevano i tempi. La cosa non si realizzò.

Quando, tempo dopo, alcuni discepoli chiesero al Dottore il perché della non realizzazione della Tripartizione in Germania, dove essa aveva suscitato così tanto interesse e speranze, Rudolf Steiner rispose: “Perché in Germania non vi sono 100 discepoli della Scienza dello Spirito che abbiano fatto dell’Ascesi del libro Iniziazione lo scopo della propria vita. La Tripartizione non si è realizzata, perché non esistono 100 antroposofi consacrati alla pratica interiore del libro Iniziazione”. A quell’epoca gli antroposofi erano già venti o trentamila persone.

Ad Adelheid Petersen, il Dottore disse, che un giorno l’intellettualismo degli antroposofi dipingerà tutto grigio su grigio, e l’intellettualismo sarà la morte dell’Antroposofia. Disse, inoltre: “Potrebbe accadere che il movimento spirituale dell’essere vivente dell’Antroposofia si separi dalla Società Antroposofica!”.

A Giovanni Colazza – e questo mi fu riferito personalmente più volte da Massimo Scaligero – Rudolf Steiner, nell’ultimo colloquio avuto con lui, disse profeticamente: “Un giorno l’Antroposofia rinascerà in Italia, in una forma giovane, radicalmente rinnovellata, totalmente slegata dalle forme istituzionalizzate, una forma vivente”.

Per me, e non solo per me, questa rinascita dell’Antroposofia è nella Scienza dello Spirito come ce l’ha trasmessa Massimo Scaligero. La vivente Scienza dello Spirito è tutta nell’opera di Massimo Scligero, nel suo aver ritrovato l’aureo “filo d’Arianna” della Via del Pensiero Vivente, nel suo porre al centro l’esperienza ascetica della Filosofia della Libertà, nel porre al centro e al vertice della pratica interiore la concentrazione portata sino alle sue estreme conseguenze di liberazione del pensare dal servaggio corporeo.

Partendo dalla Via del Pensiero si ritesse l’invisibile trama aurea, michaelita, che un giorno porterà alla realizzazione in una dimensione più vasta dello Spirito, ad una trasformazione della coscienza umana, e di conseguenza anche alla realizzazione della Tripartizione.

Le personalità di rango spirituale delle quali parla il Dottore sono presenti, ma la loro azione sfugge agli schemi precostituiti dell’intellettualismo antroposofico, e come tale sfugge allo sguardo miope della dirigenza burocratica di coloro che hanno – anche ufficialmente – trasformata la creazione di Rudolf Steiner in una impresa commerciale, registrata all’Ufficio Svizzero del Commercio.

La fiducia è nell’audacia del pensare, nello slancio e nella fedeltà della volontà consacrata.

FdP

____________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE,

L’INTELLETTO: MALATTIA MENTALE (di M. Scaligero)

(Mario Mafai-Il caffè degli intellettuali-1954)
*
Per l’uomo intellettuale moderno che si è formata una sua coscienza attraverso l’esclusiva mediazione dell’esperienza sensibile, la realtà del mondo non è piú vivente come era per i Greci sul piano esteriore, né come era per gli scolastici, nel cosmo concettuale dell’individuo, ma essa esiste soltanto nell’aspetto inanimato. La realtà del mondo per lui è soltanto “riflessa”.
.
L’intellettuale vive di una funzione interiore appartenente per cosí dire al passato, quella dell’“anima razionale”, la cui logica tradizionale, da Aristotele in poi, era qualcosa di vero, in quanto era la veste di un’intima rivelazione. Essendo questa gradualmente cessata, l’anima razionale rivela ormai la sua insufficienza, vista con luminosa chiarezza da un Gentile, romanticamente da un Jaspers, in ordine a un principio piú alto della coscienza da un J. Evola: ciò proprio nel momento in cui l’uomo vive nel pieno di una “civiltà” che ha basi razionalistiche.
.
Svuotata dall’intimo suggerimento dello spirituale, l’anima razionale diviene ormai partecipe unicamente dell’esperienza del mondo esteriore. L’intelletto non afferra piú ciò che è evidente, né il Logos ellenico né quello giovannèo, ma soltanto la legge astratta, l’immagine senza vita. La coscienza dell’uomo moderno, allorché è attiva intellettualmente, offre l’immagine di una umanità che muore col mondo diveniente, modellandosi all’interno secondo una fenomenologia che riguarda la “materia”, ossia il mondo apparente, qualcosa che è in stato di morte.
.
Cosí la ragione, sorretta unicamente dalla esistenza fisica, sino ad essere a questa subordinata, non può piú trovare l’uomo. Se guarda nello spazio, concepisce la fine dell’esistenza con il disgregarsi della forma materiale, se guarda nel tempo, proiettandovi la materialità dello spazio, crede di vedere al principio della vita la discendenza dell’uomo dall’animale. Per l’uomo attuale sparisce ciò che è veramente umano. E quando egli tenta di guardare nella propria interiorità, perde coscienza di sé come quando si addormenta.
.
La sicurezza che un tempo veniva dall’attività dell’elemento eterno in lui, ormai svanisce: le magiche figurazioni dei miti che una volta lo animavano o la protezione degli Dei nella quale egli si rifugiava, vengono paralizzate dall’Intelletto. Per lui inoltre è pacifico perdere coscienza durante il sonno: egli si consegna ogni notte a uno stato che la sua ragione dovrebbe considerare follia. E in effetti egli deve sempre sostenersi con una coscienza pensante per non divenire un folle come nel sogno.
.
Per altro quella energia di fede in una realtà piú alta, che ancora soccorreva nel medio Evo, col sopravvento del razionalismo, perdendo di intensità, è divenuta un moto sentimentale con le inevitabili colorazioni dell’egoismo e della recitazione.
.
I risultati della indagine fisica agnostica, che non può piú trovare l’uomo all’apice della natura, esercitano il loro influsso nel processo formativo delle comunità umane, religiose, sociali, politiche, e operano già su tutta la terra. Dell’ipotesi della discendenza dell’uomo dall’animale si sono già avute le conseguenze sotto la forma della storia che stiamo vivendo. E ciò che sorge dai piú bassi strati della coscienza – specialmente dal punto di vista della psicanalisi – viene ritenuto piú importante di ciò che può essere acquisito da una coscienza piú chiara e piú libera.
.
Tutto ciò può servire a conservare la specie, ma sopprime l’individualità: l’umanità nel senso reale del termine viene perduta. L’Io cade nella sfera degli istinti collettivi, ossia agisce non secondo il suo principio, ma secondo gli impulsi della specie: le pratiche che ne derivano vengono poi in ogni senso glorificate dalla ragione.
.
L’uomo in quanto tale non può piú difendersi, le sue obiezioni a ogni possibilità di ripresa di sé sono piú ragionevoli che mai. Egli potrebbe salvarsi soltanto se dal suo intelligere, che è oggi legato all’esperienza sensibile, potesse elevarsi a quel “conoscere” che gli Scolastici attribuivano agli Angeli. Il conoscere dovrebbe diventare una facoltà umana: se ciò non avverrà, sin d’ora l’uomo si può considerare perduto.
.
Secondo la dottrina scolastica, per gli Angeli il conoscere è un comunicare, ossia un entrare in stato di comunione: gli Angeli vivono nella coscienza di Dio e la recano, in quanto messaggeri del Cielo, agli uomini. Essi sono portatori della sapienza e strumenti della onnipotenza. L’uomo si distingue da tali esseri per mezzo di ciò che egli stesso, in libertà – ossia mediante il suo vero “Io”, l’Atman-Purusha indoario – può riconoscere e decidere in conformità di ciò che ha riconosciuto. Questo egli può fare solo allorquando si libera da un lato dalla costrizione della natura che lo lega con i sensi alle leggi della materia e quando dall’altro lato riesce ad emanciparsi dalle stesse leggi che il mondo mentale gli prescrive.
.
L’esperienza dell’uomo è l’esperienza della libertà: l’esilio nel mondo sensibile, l’oblio della sua patria spirituale, hanno la funzione di forze stimolatrici della sua libertà: la caduta nella materia è il principio di una nuova grandezza dell’uomo. Ma tale grandezza non gli può essere donata: solo da lui ne dipende la conquista. Non può farlo altri per lui, né un individuo per un altro. Tale è il principio della libertà.
.
L’uomo può avviarsi a questa nuova esperienza, se nella sua interiorità sappia risalire alla fonte dei pensieri e questa egli riesca a far fluire incontro alle percezioni sensibili, cosí che sia restituita ad esse l’anima di cui sono state private. Se l’uomo non riesce a comprendere che il significato finale di tutta la sua attuale esperienza, con le sue miserie e le sue glorie, è l’esigenza di un nuovo tipo di conoscenza, riguardo alla quale ogni individuo, purché capace di pensare, oggi è virtualmente pronto, egli rischia di perdere anche questa capacità di pensare e con essa la sua residua umanità.
.

___________________________________________________________

 da “La Rivolta Ideale”, aprile 1953

per gentile concessione de L’ARCHETIPO

___________________________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO

ELEVATA TENUTA INTERIORE (di F. De Pascale)

(Roland-Habersetzer-9e-dan-: “Le-Kime-est-l-explosion-denergie-concentree-en-un-point”)

⚡️

Per procedere nella Via Solare, nell’Ascesi del Pensiero Vivente, è necessaria una elevata tenuta interiore.

E’ necessaria una tensione unicitaria della volontà, che equivale ad una compromissione e ad una dedizione assoluta.

E’ necessaria una qualità interiore che in Estremo Oriente viene ritenuta fondamentale per portare a fondo le Ascesi Chan e Zen, e le Arti Marziali, le quali, queste ultime, non sono affatto uno sport per tenersi in forma, o passare in maniera divertente il tempo libero, bensì un coraggioso affrontare il problema della vita e della morte, il problema della radicale trasformazione di se stessi.

Nello Zen, e nelle Arti Marziali nipponiche, tale qualità indispensabile è chiamata kimè, ossia “decisione risoluta”, “determinazione assoluta”, di giungere – costi quel che costi – alla mèta, mettendo in giuoco se necessario anche la vita.

Anche Massimo Scaligero chiama tale indispensabile qualità interiore “determinazione assoluta”, dedicandovi persino uno specifico capitolo in “Tecniche della Concentrazione Interiore”.

Senza tale determinazione assoluta, senza quella pugnacità interiore o kimè, non è possibile giungere alla mèta.

Perché quella determinazione assoluta, quella decisione risoluta, quella pugnacità o kimè, sono la consacrazione della volontà al Divino.

Senza tale determinazione assoluta, la tensione della volontà si sfrangia, si sfilaccia; la consapevolezza della assoluta necessità – vincere aut mori, dicevano gli Antichi – di giungere alla mèta, si diluisce, si annacqua, e si intorpida nei pantani della prosaica volgarità quotidiana: si ottenebra la consapevolezza che la vita, senza la realizzazione spirituale, non ha senso, e piuttosto che ridurla ad una edulcorata pagliacciata piccolo borghese, con il suo moralismo buonista e le sue comode “vie dell’anima”, è meglio, molto meglio, spaccare tutto.

Perché la vita, senza lo Spirito, non vale niente. Non vale la pena di essere vissuta. Tanti sono biologicamente vivi, animicamente vegetanti ma spiritualmente morti.

Quando chiesero a Rudolf Steiner perché si dovesse praticare la Concentrazione, egli rispose: “Perché nell’anima sorge prepotente un urlo interiore”.

E quando alcuni di noi, che allora eravamo giovani, chiedemmo a Massimo Scaligero come dovevamo essere interiormente per giungere alla mèta, egli ci rispose: “Dovete essere instancabili e disperati. Dovete essere giovani armati di solo coraggio”.

Spero che tra le file dei discepoli dello Spirito, di coloro che si dedicano alla Via del Pensiero e alla Concentrazione, vi sia sempre di più disperazione, coraggio, e kimé: determinazione assoluta.

_________________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA SCIENZA DELLO SPIRITO CONTRO IL SOVVERSIVISMO OCCULTO (di M. Scaligero)

(Illustrazione dall’Hortus deliciarum, una delle enciclopedie che nel Medioevo costituivano la summa della cultura sapienziale dell’epoca, concepita come il complesso armonico delle sette arti liberali, qui simboleggiate da sette figure femminili con al centro la filosofia.)

*

Mai come in questo momento si è visto coincidere il tema sociale con il tema morale, ed ambedue, per la ragione ultima del loro essere, giungere ad evocare il principio metafisico-mistico. I diaframmi scolastici scompaiono e forze spirituali sembrano urgere nell’umano con violenza restauratrice: viene in particolare compresa la necessità di riconquistare quella saggezza interiore che in antico veniva chiamata “conoscenza di sé”, e viene riconosciuto che soltanto tale conoscenza può offrire la soluzione dei piú gravi problemi dell’umanità attuale e dare a questa infine la possibilità di aprire gli occhi, di conoscere chi è veramente il suo avversario, quali sono i suoi pericoli, quale la via della sua salvezza. Un avversario veramente esiste, ed è forse da moltissimi il meno sospettato: è un avversario che ha agito sempre sotto maschere diverse, attraverso un’azione che si potrebbe anche chiamare “sub-liminale”. E possiamo subito dire che esso ha agito principalmente attraverso la diffusione di un errore che purtroppo è divenuto la base della conoscenza moderna della vita, della cultura, della morale. Ben sapendo che l’autentica perfezione della vita umana consiste in una comunione armonica tra spirito e vita, tra pensiero e azione (comunione che, come si è spesso rilevato, si esprime in forma felice nella Tradizione di Roma) da secoli “qualcuno” ha operato in seno ai popoli a separare la spiritualità dalla vita materiale, specialmente attraverso la confusione recata nel campo della cultura, attraverso una falsa rappresentazione di ciò che veramente è spirito e di ciò che veramente è aspetto materiale della vita, attraverso un’azione metodica di travisazione degli elementi propri alle tradizioni metafisiche dei popoli.

Ora, si ha un bel predicare contro il materialismo moderno: questo non potrà mai essere sradicato dall’anima dei popoli, se non si potrà contrapporgli null’altro che una cultura conforme alla vita moderna, al modo di pensare moderno, già depotenziato proprio a causa dell’accennata separazione tra spirito e vita. Né dobbiamo credere che tale separazione possa essere superata grazie a un semplice atteggiamento mentale: una sola via si offre a chi oggi veramente voglia cessare di essere strumento di forze e di miti di oscura origine: riprendere contatto con quella Tradizione spirituale occidentale, nella quale, mentre è presente la concezione ternaria per cui il pensiero e l’azione possono fondersi grazie all’azione di un principio ad essi superiore, che è lo spirito, al tempo stesso è contenuta l’esatta descrizione degli aspetti sotto cui si può presentare la prevaricazione dualistica, sia nel senso del pensare astratto sia nel senso dell’agire materialistico. Soltanto chi è capace di riacquistare quella che dagli antichi saggi veniva chiamata “conoscenza di sé”, può oggi veramente riconquistare la propria personalità e lottare efficacemente contro le deviazioni dovute alla prevaricazione materialistica, non soltanto nella forma esteriore ma soprattutto in senso interiore. Se noi consideriamo che l’errore dualistico ha agito nella cultura moderna in modo da poter essere accettato persino sul piano piú altamente intellettuale sotto specie di opposizione tra il Bene e il Male, tra la verità e l’errore, mentre si tratta parimenti di due errori, possiamo renderci conto delle difficoltà di risolvere positivamente tale problema. Infatti, dalla cultura e dall’intellettualismo inconsapevolmente inspirati al materialismo moderno, questo dualismo è stato presentato in una forma che può veramente sembrare legittima: in alto, le attività dello spirito, in basso quelle della materia, come due forze opposte, Dio e il Diavolo, il Bene e il Male, l’ordine e il disordine; mentre, se noi esaminiamo questi due aspetti soprattutto nelle ultime formazioni della filosofia e della cultura, ossia sotto forma di idealismo e materialismo, ci accorgiamo che si tratta di due forze in apparenza contrarie, ma che in sostanza sono ambedue al servizio di un unico errore veramente diabolico, trattandosi di un pensiero incapace di possedere in profondità l’esperienza fisica e di un piano fisico che ignora ogni vera esperienza dello spirito. Abbiamo detto che la risoluzione di questo dualismo è possibile soltanto se si può ridestare l’idea secondo la quale il vero bene non è nello spirito che esclude il basso o viceversa, ma in una sintesi dei due temi, in ordine a un terzo principio ad essi superiore, capace di dare a ciascuno di essi la sua autentica funzione creativa e di agire come potenza di sintesi.

Ma, esaminando la civiltà moderna, dobbiamo necessariamente constatare che questa separazione tra spirito e vita è talmente profonda, che non esiste quasi nessuna attività di carattere spirituale che sia veramente spirituale e nessuna attività di ordine materiale attraverso cui l’uomo veramente domini il piano della materia: attraverso la deleteria antitesi è stata provocata in ogni campo una immane confusione di valori, evidente specialmente nel campo filosofico, culturale, scientifico, per cui l’umanità viene continuamente allontanata dalla soluzione vera di ogni suo problema. Altra conseguenza di tale inversione di valori è la confusione dei linguaggi, ossia l’incapacità degli uomini a intendersi in sede dialettica: il che naturalmente rende gli individui piú agevoli strumenti di forze prevaricatrici, di errori sotto forma di verità. Il nemico dunque è dappertutto, sempre pronto a far ricadere nella falsa esperienza anche chi sinceramente combatta per ritrovare la verità.

Occorre che l’uomo non cerchi appoggi e rimedi in ciò che gli è abitudinario, in ciò che gli è stato reso familiare sotto diverse forme di cultura e di consuetudine sociale, ma che sappia infine ritrovare se stesso, contemplare se stesso, riconoscersi in quel piano della pura coscienza in cui da tempo era disabituato a sentirsi, e da questo prenda le mosse per riordinare se stesso. Perché riordinare se stesso è il principio per riordinare ciò che è fuori di sé: chi possiede la regola interiore può veramente fondare una regola esteriore. Mai il mondo esteriore potrà essere riordinato da chi non possiede quell’ordine interiore che è la “conoscenza di sé”. Taluni non sospetti avversari del costume materialista si illudono che sia sufficiente opporre ad esso una spiritualità o una religiosità o un idealismo di tipo moderno, per neutralizzarlo o eliminarlo, e non si avvedono che, secondo il loro rimedio, in sostanza si tratterebbe di passare da un errore ad un altro, da una forma dell’anti-Tradizione ad un’altra.

Ecco perché il problema si presenta insolubile. E occorre il coraggio di non essere in alcun senso ottimisti; occorre avere il coraggio di riconoscere che né la cultura, né la religione, né l’economia, né la politica, né il pacifismo, né il militarismo, hanno saputo fino ad oggi offrire una soluzione, perché in ciascuna di queste attività proprie all’uomo moderno esiste un errore comune a tutte: l’estroversione, il capovolgimento del rapporto spirito-materia, la sottile inversione dei valori. Si può dire che un sovversivismo occulto ha inquinato ogni aspetto della vita dell’uomo, il quale, ove creda di salvarsi col passare da un sistema ad un altro contrario, non fa che passare da un settore ad un altro dominato, sotto diversa forma, dallo stesso errore.

L’unica salvezza è – ripetiamo – nella “conoscenza”, nell’autentica via metafisica, nella resurrezione dell’autentica Sapienza tradizionale: perché essa soltanto dà il modo di riprendere coscienza di sé e di identificare e combattere l’errore alla sua origine. Qualcuno, in questi tempi, piú di una volta ha avuto il coraggio di parlare di ciò, ma subito le forze dell’anti-Tradizione in veste “tradizionalista” si sono mosse e hanno cercato di soffocarne la voce: nuovi scribi e nuovi farisei hanno riaffermato il loro atteggiamento classicamente anti-metafisico, sotto l’etichetta della religiosità, e tale atteggiamento è stato accompagnato dal solidale controcanto dialettico del mondo “borghese”, ormai ossificato dalla sclerosi razionalistica. Ma se qualcuno ha osato pronunciare nuovamente il Verbo della Tradizione, fondare la Scienza dello Spirito, evocare il Principio, il Lògos, pur non udito o compreso, ciò forse vuol dire che i tempi sono maturi perché il passaggio da un ciclo all’altro si compia sotto il segno di una schiera di nuovi eroi, veramente capaci di conoscenza, veramente atti al combattimento.

Rendere viva la Tradizione, liberarsi dalle espressioni morte, ossia da quelle che permangono come meccanizzazioni dialettiche di originari princípi dello spirito: è questo il compito iniziale. Occorre chiarire peraltro che assumere i principi della Tradizione non significa rivolgersi alle grandezze del passato e svalutare il presente, non consiste in un rimanere affascinati dalle forme in cui questa Tradizione si espresse nel passato e il considerare il presente soltanto in relazione a tali forme. È questo un altro pericolo della deviazione verso la pseudo-Tradizione, in quanto, senza avvertirlo, si fa soggiacere la Tradizione a una concezione temporale e formale, mentre la Tradizione, per il suo carattere metafisico, muove, se cosí si può dire, da un piano supertemporale e meta-morfico. Essa non appartiene al passato o al presente o al futuro, rimanendo nella sua perennità inalterata dal tempo, ma appunto per questo essa deve poter riflettersi in ogni tempo senza che ne risulti modificata la sua originaria essenzialità, rivestendo in ogni ciclo le forme culturali che a questo sono proprie, attraverso un’interpretazione sempre adeguata e sempre nuova.

In tale senso la Scienza dello Spirito ha il compito in ogni epoca di rendere attuale la Tradizione, ossia di evocare le forze della perenne conoscenza, per la risoluzione dei problemi piú urgenti del tempo, cosí che ogni aspetto della vita umana possa essere contemplato e rettificato alla luce di questa Conoscenza. Se esistono dottrine che pretendono riflettere il Vero Unico ma sono incapaci di offrire all’uomo la soluzione – non semplicemente dialettica ma soprattutto pratica – per i problemi dominanti della sua epoca, tali dottrine avranno soltanto un valore particolare, non un valore universale: esse non saranno certamente la vera Scienza dello Spirito, epperò non saranno la veste autentica della Tradizione; esse saranno, bensí, comprese nella vastità unitaria della Scienza spirituale, ma non saranno questa Scienza. Il segno che specialmente contraddistingue l’antica e inconfondibile Scienza dello Spirito è la sua possibilità di comprendere, spiegare e trasformare nel senso della perfezione tutti gli aspetti dell’esistenza umana – nessuno escluso – cosí da rendere attuale in ogni tempo la loro virtú potenziale, normalmente mal riflessa o deformata.

È questa la migliore pietra di paragone per riconoscere in quale cultura o in quale dottrina è presente quella Sapienza “solare” che inestinguibilmente insegna ai pochi che vogliono cercare e capire, ai pochi che intendono essere svegli, vivere e non essere vissuti – protagonisti ignoti della storia di ogni tempo – la via per ricondurre l’umano al Divino e per rendere sempre piú conforme al disegno divino l’architettura della vita individuale e della vicenda sociale. Perciò noi possiamo sapere, sia con certezza intellettiva che per via di conoscenza super-razionale, dove questa Sapienza oggi è, come sempre, viva.

_________________________________________________

Selezione da «La vita italiana», marzo 1943, fasc. 360.

per gentile concessione de L’Archetipo

_________________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA “REFLEXIO” JUNGHIANA (di F. De Pascale)

*

Carl Gustav Jung è indubbiamente uomo di grande cultura, fornito di una raffinata dialettica, di un seducente e illudente linguaggio, dominato in maniera magistrale. Ma – come insegna Massimo Scaligero – “ciò che seduce non libera!”.

Chi conosca l’Opera di Massimo Scaligero, sa bene come proprio il pensiero riflesso – anche nel suo momento dinamico come pensiero pensante – sia proprio ciò che lega l’uomo alla dimensione corporea, alla prigione somatica: quella che faceva dire agli antichi Iniziati orfici e pitagorici: “soma-sema”, ossia “il corpo è una prigione, il corpo è una tomba nella quale l’anima muore!”.

E la bronzea catena, che lega l’anima al corpo-prigione, al corpo-tomba, è proprio il pensiero riflesso: quel cogitante pensiero, che come descrive lo stesso Jung, è solo un “riflesso virtuale”, quindi una immagine “non reale” – come ben sa chiunque abbia studiato a fondo sia la Fisica che l’Ottica, come scienza della visione. Un tale pensiero riflesso, esangue e disanimato, è mediato dallo strumento del cervello, del sistema nervoso centrale, degli stessi organi di senso, cui è così ferreamente incatenato, talché verrebbe la tentazione di dire che è “in-catena-morto”. E infatti la maggior parte degli umani passano tutta la vita – se poi quella è vita – con un tale pensiero incate-nato sino a che la morte mette fine a quella farsa che è solo una parvenza di vita, mentre è unicamente un lunghissimo, estremamente rallentato, morire.

Che una tale “riflessione” doni una qualche “libertà di fronte alla costrizione delle leggi naturali”, come afferma Jung, non è solo una “fabula” – come affermerebbe il Vico della “Antiquissima Italorum Sapientia” – ovvero non è solo, come si può evincere dal facile anagramma, una “bufala”, bensì altresì è una pericolosa illusione. Illusione, perché nel pensiero riflesso, nella riflessione cogitante, l’essere umano può bensì credere di essere autonomo e libero dai lacci e lacciuoli della costringente natura, mentre ne è solo più sottilmente, e più insidiosamente, manovrato: un tale pensiero, infatti, gli è “suggerito”, dalla natura stessa che lo illude e lo manovra, affinché egli non cerchi l’unica vera libertà, la quale può sorgere soltanto dalla realizzazione del “pensiero libero dai sensi” del quale parla Rudolf Steiner nel quinto capitolo della sua Scienza Occulta, e Massimo Scaligero in ogni pagina della sua Opera.

Del resto, l’ideologia marxiana e quella leninista – a loro modo coerentemente – riconoscono gnoseologicamente nella “teoria del rispecchiamento”, ossia nel fatto che, a loro dire, il conoscere umano è solo una sovrastruttura, un riflesso della realtà materiale esteriore, mentre è vero esattamente il contrario: chi pratica la Via del Pensiero e la Concentrazione dimostra a se stesso, sperimentalmente che è possibile liberare il pensare dalla mediazione del sistema nervoso e dagli organi di senso, e sperimentare la realtà originaria del pensiero vivente su sé fondato, unica mediazione a se stesso, e la realtà di un Mondo Spirituale, del quale il mondo sensibile non è che un riflesso, una illudente “maya” o una manifestazione, direbbero i Sapienti d’Oriente e d’Occidente.

Quindi, quella che propugna con un linguaggio accattivante Carl Gustav Jung, è una menzogna, dimostrabile come tale da chiunque si impegni con volontà veramente consacrata nella Via del Pensiero e nella Concentrazione. Il pensiero riflesso non è, e non può mai essere, libero: né nel suo aspetto statico come pensiero pensato, né nel suo aspetto dinamico come pensiero pensante, ossia come pensiero riflesso in movimento.

Jung invoca un “comportamento”, ossia un’azione, ma una tale azione, basata sul pensiero riflesso ferreamente incatenato al sistema corporeo, non sarà mai un agire libero. L’essere umano non è certo libero perché condizionato dalla costrizione di un vincolo o di una molla interiore, che non scorge, invece che da una costrizione grossolanamente esteriore: sarebbe ben ingenuo solo il pensarlo! Infatti, oramai da molto tempo, tutta la demagogia politica e confessionale, e quella della pubblicità commerciale, sono basate sulla costrizione, non avvertita come tale, dei “persuasori occulti”, il cui estremo strumento – cinicamente spregiudicato – è quello dell’uso, più che abbondante, delle percezioni subliminali.

La stessa psicologia comportamentale – quella che gli anglosassoni chiamano “behaviourism” – si basa esattamente su questo principio. A tale proposito, una lettura molto istruttiva è quella del libro dell’americano Francis Skinner “Beyond Freedom and Human Dignity”, ossia “Oltre la libertà e la dignità umana”, nel quale si negano quali pericolose illusioni concetti “sovversivi” come quelli della “libertà” e della “dignità umana”, e si propugna un forzato, ancorché abilmente mascherato, condizionamento psicologico e integrale degli individui e dlle masse, da parte di una classe dirigente di “tecnocrati”, unici “razionalmente” legittimati a detenere il potere assoluto. Anche le cosiddette neuroscienze e il condizionamento neuro-linguistico si basano sugli stessi presupposti.

Curiosamente, l’idea junghiana del “comportamento” basato sulla “reflexio”, coincide perfettamente con l’idea marxiana e leninista della “praxis”, ossia dell’agire rivoluzionario coerentemente derivato dal presupposto logico erratissimo – e si può dimostrare razionalmente e sperimentalmente che lo è – che il pensare e conoscere umano sia soltanto il cosciente riflesso della realtà sensibile. In effetti il marxismo e il leninismo concepiscono la “liberazione” del proletariato dalla “schiavitù” del sistema produttivo capitalistico e dal sistema politico borghese, che ne è la sovrastuttura, e non concepiscono affatto una “libertà” dell’individuo singolo, la cui esistenza è solo un momento del processo storico ed economico, quindi una mera illusione. Quando Rudolf Steiner insegnava alla Scuola Operaia di Berlino, fondata da Wilhelm Liebknecht, entrò in aperto e aspro contrasto con i dirigenti marxisti della medesima, i quali gli opposero il principio che loro “non conoscevano affatto una libertà reale, ma solo una ragionevole costrizione”. Le conseguenze tragiche e sanguinose sul piano sociale di una tale impostazione teoretica errata sono sotto gli occhi di tutti coloro che veramente vogliono pensare. Non per niente, nella seconda metà dello scorso secolo, si è manifestata, negli intellettuali “à la page” e “radical chic”, una appassionata “corrispondenza di amorosi sensi”, per dirla col Foscolo,tra le teorie marxiane, la psicanalisi freudiana e la psicologia analitica junghiana.

Il limite materialistico di Jung è più abilmente e dialetticamente mascherato che non in Freud, ma non per questo meno efficiente e più pericolosamente insinuante e illudente. Jung parla della “psiche”, ch’egli conosce unicamente sul piano discorsivo, non potendone avere esperienza o percezione diretta alcuna, e nega apertamente che tale “psiche” sia l’anima – la quale “apertis verbis” afferma di non sapere cosa sia – così come nega, che più chiaramente non potrebbe, il fondamento divino, e quindi la realtà non sensibile né materiale, dell’anima stessa. E gli stessi “archetipi” dei quali parla non sono entità spirituali ontologicamente fondate, bensì per Jung sono unicamente deduzioni cliniche verbali, deducibili dalla omologia biologica dei diversi sistemi nervosi degli individui umani: quindi, a suo stesso dire, nulla di spirituale. I mezzi che usa nella sua prassi “terapeutica” sono un pessimo strumento perverso come il fine e l’inevitabile risultato che si propone: non certo la realizzazione della guarigione del paziente, né tantomeno la libertà dell’Io, cui non credeva affatto.

Jung non si è affatto “convertito”, ossia non ha attuato una ascetica “metanoia” del pensare nella sua luce originaria, ché una tale “metanoia” egli non poteva, perché non voleva attuare, poiché la temeva con quel compulsivo terrore, che lo spinse addirittura a fuggire – soli 30 km da Tiruvannamalai – dalla possibilità di incontrare un Asceta autentico, uno Jnani realizzato, come Ramana Maharshi, il quale con un solo sguardo, col suo travolgente Silenzio, avrebbe ridotto al nulla tutto il suo intellettualismo psicoanalitico, e gli avrebbe mostrato come sia ben concreta la realizzazione dell’Io, dell’Atman, radicalmente indipendente dalla dimensione corporea, e dalla sua pallida e anemica appendice mentale e psichica. Ma Jung era solo un medium, non un asceta.

Il pensiero riflesso, sia statico e pensato che dinamico e pensante, non è libero in quanto riflettente in maniera obbligata l’apparire sensibile e legato alla mediazione nervosa e corporea che lo incatena, e alle sue risonanze costringenti l’anima prigioniera. MA la volontà la quale coscientemente VUOLE il pensiero riflesso, è libera. Una tale cosciente volontà pensante, la quale si voglia nella Concentrazione, e quindi voglia insistentemente il proprio volere – dapprima attraverso la mediazione di un pensato univocamente pensato, poi liberandosi anche di tale mediazione col volere il proprio cosciente movimento indipendente da OGNI pensato – realizza la libertà autentica: libertà da ogni limite e supporto sia corporeo che animico. Questa è la vera ed unica terapia dei mali del corpo e dell’anima: Non quella di cui parla Carl Gustav Jung, la quale – beffardamente suggerita da potenze antispirituali ostili all’uomo e alla sua libertà – è solo una tragica presa in giro mediante il suo asservimento corporeo e “psichico”!

___________________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ESSERE CENTRALE DELL’AMORE (di M. Scaligero)

*

Trasparenza del primo tramare dell’anima nella sfera dei Serafini, è il primo risonare dell’accordo che nell’altro s’incentra, secondo il moto iniziale dell’amore: richiesta di un’azione rinnovellatrice della piú alta vicenda dell’essere metafisico: vicenda che nell’oscurità della Terra diviene forza di Resurrezione.

Perché l’Amore Divino trasformatore entri nel mondo, occorre il concorso di due esseri il cui amore sia intenso e fedele nell’umano, ma il loro accogliere questo Amore Divino non è sufficiente alle categorie ricettive umane che trepidano ed ingenuamente possono alterare il principio. Occorre che i due evochino l’Essere Centrale dell’Amore perché agisca come una Forza piú forte, capace di superare le incertezze e i tremori delle categorie umane. Perché l’evocazione di questa Forza piú forte sia possibile, occorre, oltre la massima intensità dell’Amore umano, la massima capacità di donazione come capacità di sacrificio e di superamento del dolore. Questa è la chiave dell’Amore che vincerà il mondo. QUESTA FORZA È INTERNA ALL’IO. Si può evocare e adorare e anelare fuori di sé, ma è intima al proprio Io.

L’amore nasce per l’altro, ma il suo universale è unicamente la vita mediante cui nasce nell’Io ed è in tal modo conoscibile all’anima come proprio movimento, ma al tempo stesso come il proprio mistero, apparente nella inaccessibilità dell’anima dell’altro: onde si anela a una gioia, che tuttavia è ben vivente in un luogo celato dell’anima: si anela ad essa come fosse irraggiungibile, e questa è la gioia poetica, del cercarsi per ritrovarsi, ogni volta, per un moto abnegante dell’anima.

Il segreto dell’amore infinito è il summum crucis, il senso della relazione come apice di una cristificazione dell’essenza: il summum è il conoscere l’unicità assoluta dell’essere dell’altro. Summum crucis, perché finisce con l’essere la relazione segreta delle anime, come relazione unica, che ha in sé la chiave di tutte le relazioni: questa unificazione per la relazione assoluta è il segreto per essere in rapporto a tutto l’umano, femminile e maschile, fuori dell’equivoco dell’eros. Ogni minima reazione dell’etero-sessualità va risolta nell’univoco e segreto e assoluto rapporto con l’unico altro. Questo è un aspetto della Via della Salvazione. È un modo dell’essere cristico dell’amore umano, la compenetrazione della monade cosmica dell’amore nell’accordo dei due che rifiorisce: possa il Graal risplendere di là dalle brume dell’attuale mondo, grazie alla dedizione dell’altro, per virtú dell’unico e vero incontro. La croce è il segno della restaurazione dell’ordine cosmico dei quattro: terra, acqua, aria, fuoco. “Riscaldare col fuoco la terra…” è il segreto dell’amore, il segreto della Croce.

______________________________________________

(M. Scaligero, aprile1969)

per gentile concessione de L’Archetipo

______________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-LUGLIO 2025

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

NELLA TEMPESTA È IL RIFUGIO (di F. De Pascale)

*

Malgrado le mie caustiche considerazioni a taluno possano far sembrare il contrario, io NON sono affatto pessimista. Perché conosco bene che cosa significhi VOLERE. Certo, volere non è desiderare. Desiderare è un’emozione passiva, uno stato d’animo istintivo, il cui entusiasmo facilmente svanisce, evaporando di fronte alle prime serie difficoltà. Il volere, invece, è sempre mosso dalla Conoscenza, e quindi dal pensare cosciente. Già per il pensare cosciente è necessario un attivo e fervido volere.

Io NON sono affatto pessimista – pur non nascondendomi punto la gravità della situazione generale umana, e quella ancor più grave delle comunità sedicenti spirituali, le quali in molti casi latitano o tradiscono – non sono affatto pessimista perché Massimo Scaligero in “Kundalini d’Occidente” scrive che nelle epoche più oscure e antispirituali, nei momenti di pericolo per la storia umana, il Mondo Spirituale proietta nell’umano le sue forze più potenti, e ai volitivi sperimentatori sono possibili audaci realizzazioni, che in epoche “più spirituali” sono maggiormente difficili, perché l’essere umano in tali epoche facilmente si addormenta nel sogno della “tradizione”, e scambia una “natura spirituale” per lo Spirito.

Anche il principe Siddhartha – il Buddha Shakyamuni – affermava che “NELLA TEMPESTA E’ IL RIFUGIO!”. Le difficoltà e le tragedie che l’umano sta attraversando non possono impedire la realizzazione dello Spirito, anzi possono favorire tale realizzazione, perché lo Spirito è “atto” e non un “fatto”. Come ammonisce Massimo Scaligero ne “L’Uomo Interiore”, nello Spirito non si “sta”, nello Spirito si “è”! E nel “Trattato del Pensiero Vivente” afferma che il pensiero volitivo di pochi asceti può operare positivamente e vittoriosamente per la generale condizione umana, perché “è un solo pensare quello che pensa nei pensieri dei molti”. Un tale pensare volitivo – anche di pochi asceti sconosciuti operanti in silenzio e in solitudine – evita tragedie più grandi e, pur tra mille strazi e difficoltà, restituisce luminosità e positivo svolgimento alla vicenda umana.

Un’audace – apparentemente paradossale – affermazione di Massimo Scaligero, da me molto amata, è che “noi siamo condannati a vincere, perché noi abbiamo il pensiero”.

Occorre consacrarsi – in maniera “unicitaria”, come direbbe la mia amica cinese Fang-pai – alla Via del Pensiero, e soprattutto alla Concentrazione. Occorre – nella Concentrazione – volere, volere intensamente, volere a lungo, volere sino a infrangere il limite umano. Occorre rendere incandescente il volere con il “freddo” pensare, e non con la tiepida sentimentalità delle “anime belle”.

E di tali asceti – pur non essendo essi folla – ve ne sono, e operano in maniera consacrata nell’ascesi individuale solitaria e nel Rito dell’ascesi individuale fraternamente svolta nella meditazione in comune con altri.

Rudolf Steiner, nell’ultimo colloquio avuto con Giovanni Colazza – Maestro di Massimo Scaligero, che più volte me ne riferì – affermò che se l’Antroposofia avesse fallito la sua missione in Germania, sarebbe rinata in Italia in novella forma, giovanile e non legata a strutture organizzative cristallizzate e burocratiche.

Circa il fatto che nel novembre del 1923, Rudolf Steiner – di fronte alla inadeguatezza dei discepoli della Scienza dello Spirito, che in vari casi – in maniera insana e improvvida – giunsero in Germania a contestare la fondatezza della sua visione spirituale e il suo operare, volesse ritirarsi in un villaggio svizzero, costituendo con pochissimi discepoli “provati” un Ordine occulto rigorosamente chiuso – “streng geschlossen” dicono i testi in lingua tedesca – lasciando al suo destino la Società Antroposofica e movimento antroposofico, mi fu riferito personalmente più volte da Massimo Scaligero, e dopo la sua dipartita da Hella Wiesberger del “Lascito” di Rudolf Steiner, la quale mi dette anche le probanti testimonianze scritte della cosa. Furono le preghiere e le accorate richieste di Marie Steiner e di Ita Wegman a farlo desistere e a compiere quello che lui stesso definì un “azzardo” – “ein Wagnis”, dicono i testi tedeschi – di unire attraverso la sua persona movimento antroposofico e Società Antroposofica. Ma avvertì che da quel momento in poi “egli sarebbe stato responsabile di fronte al Mondo Spirituale per tutto quel che sarebbe accaduto, e che per gli errori e tradimenti della Società Antroposofica egli avrebbe pagato di persona”. Furono le inadeguatezze, le facilonerie, le superficialità, gli errori, le viltà, e in taluni casi il tradimento – sono le sue stesse parole – che lo condussero alla tomba, più che non il veleno che la parte avversa gli propinò al “Rout” del 1° gennaio 1924.

Egli affermò che se la “Fondazione di Natale” non fosse stata accolta entro sei mesi dalla Società Antroposofica, essa sarebbe stata ritirata dal Mondo Spirituale. Ed io ho la testimonianza scritta del fatto che nel giugno 1924, prima di entrare nella sala delle conferenze, egli disse a Ina Schuurman – persona vicina a Marie Steiner e al “Lascito” – che “la Fondazione di Natale è stata ritirata dal Mondo Spirituale”.

La grandezza spirituale di Massimo Scaligero è anche nell’aver donato al mondo in forma novella e rigenerata la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, mettendo al centro – come filone aureo di essa – la Via del Pensiero Vivente, e la concreta realizzazione ascetica attraverso gli esercizi: soprattutto la Concentrazione, da lui definita più volte “l’esercizio a sé sufficiente”.

A tale indicazione di Massimo Scaligero – che viene vilmente attaccata da coloro che meno dovrebbero – alcuni amici hanno deciso di rimanere risolutamente, ostinatamente, cocciutamente fedeli.

Niente è impossibile ad una volontà realmente consacrata.

_________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO,
Torna in alto