LA FEDELTÀ – cap. 3 (di F. Caruso)

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 L’ATTITUDINE ALL’IDEALITÀ É IN REALTÀ L’ATTITUDINE A DONARE LA PROPRIA ANIMA AD UN’IDEA.

DONARLA FACENDOSI RICETTACOLO VIVENTE DI TALE IDEA.

DONARE LA PROPRIA ANIMA ALL’AMORE PER TALE IDEA.

TALE É L’IDEALISMO SPONTANEO CHE OGNI ANIMA GIOVANILE POSSIEDE.

OGNI ANIMA APPENA SORTA ALLA VITA.

 

L’AZIONE DA COMPIERE SAREBBE RICONOSCERE COME IDEALE DA AMARE (IDEALE CUI DONARE LA PROPRIA ANIMA) PROPRIO TALE CAPACITA’ DI AMORE IDEALISTICO.

L’ANIMA DOVREBBE AMARE QUANTO DI DEVOTO LE SORGE NEL PROPRIO INTIMO.

DOVREBBE AMARE QUANTO DI ALTO LE SI AFFACCIA COME IMPULSO IDEALISTICO.

DOVREBBE VENERARE CIO’.

DOVREBBE ESSERE FEDELE A CIO’.

AL MISTERO DEL PROPRIO ILLUMINARSI DI VOLONTA’ DI ANDARE OLTRE SE STESSA.

IN ALTO.

VERSO IL SOLE SPIRITUALE.

OGNI ANIMA NELLA SUA PARTE ETERNA ESSENDO COSI’ STRUTTURATA.

 

TUTTE LE ANIME SENTONO LA NOSTALGIA DEL DIVINO SOLE SPIRITUALE DA CUI PROVENGONO. TALE E’ L’ESSENZA DI OGNI IDEALITA’.

SOLE DIVINO DI CUI QUELLO FISICO E’ LA DIRETTA EMANAZIONE.

SOLE DIVINO DI CUI QUELLO FISICO E’ LA VESTE, IL PRODOTTO, L’EFFETTO.

SOLE DIVINO: SOLE LOGOS.

SOLE DEL REDENTORE.

 

FEDELTA’ QUINDI VERSO CIO’ CHE L’ANIMA SUGGERISCE COME AMORE E DEVOZIONE.

SI TRATTA DI ESSERE FEDELI AD UN’ATTITUDINE CHE L’ANIMA HA CONNATURATA IN SE’.

SI TRATTA DI ESSERE FEDELI A DELLE FORZE PURE, COLME DI RISPETTO E DEVOZIONE.

FEDELI ALLA PIU’ ALTA ATTITUDINE DELLE ANIME. L’ATTITUDINE A DONARE LA PROPRIA VITA AD UN VALORE CHE LA PERVADA E CHE ESSA POSSA FAR VIVERE IN SE’.

 

FEDELTA’ AL PROPRIO POTERE DI DEVOZIONE VERSO L’ALTO.

FORZE PURE QUINDI.

FORZE NASCENTI.

FORZE SPONTANEE CHE L’ANIMA GIA’ POSSIEDE.

E CHE OCCORRE UNICAMENTE SCORGERE.

ALLE QUALI OCCORRE UNICAMENTE PRESTARE ATTENZIONE.

NELL’INTENTO DI ESSERE FEDELI.

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Collana Helios Fuoco Solare – F. Caruso: “La Fedeltà” – cap. 3

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ARTE, LA FEDELTÀ - F. Caruso, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA TRADIZIONE SOLARE (di G. Burrini)

Α†Ω

Da tempo l’uomo ha smarrito il senso della Tradizione, il legame di continuità con il passato, con il sacro, con le consuetudini consolidate dalla storia e pervase dalla fragranza dell’eternità. L’uomo d’oggi non si sente più cittadino di una “comunità di valori”, non ha più una patria dello spirito cui appellarsi nei momenti felici o bui dell’esistenza. Se per traditio intendiamo il trasmettere, quindi il ricevere e l’accogliere, la nostra civiltà ha ben poco da tramandare ai posteri che non sia la pura difesa di valori contingenti alle sue sorti politiche e civili: l’umano, troppo umano, per dirla con Nietzsche. Eppure mai come oggi l’uomo anela a ripercorrere le vie della Tradizione: sgombrandoli dalla polvere dei secoli, riporta alla luce, riesuma e indaga antichi testi religiosi, arcaiche costumanze, lontani rituali utilizzati per sacralizzare il divenire del tempo, affinché essi parlino ancora una volta all’anima umana. Esplora i più reconditi ambiti del pianeta per confrontarsi con incontaminati modelli di società, con diversi stili di vita, alla luce dei quali correggere o colmare il vuoto del presente.

Questa rinnovata voglia di Tradizione, che dilaga nel mondo attuale, è il frutto dell̓“epoca di Michele”, della reggenza dell’Arcangelo, che dal 1879 – secondo la Scienza dello spirito – presiede alle sorti dell̓umanità, non per risparmiarle l’esperienza del male, ma per far sì che l’uomo intraveda da sé, nella dimensione autocosciente del pensare, la via del ritorno, del nostos allo Spirito, cui ogni essere come ramingo Odisseo disperatamente aspira. L’impulso dell’arcangelo Michele rompe le barriere, espande i confini, dilata gli orizzonti: pone popoli a contatto con altri popoli, lingue con lingue, tradizioni con tradizioni, affinché l’uomo edifichi quel villaggio globale nel quale a ognuno sia offerto concretamente di poter perseguire il cammino dell’evoluzione interiore.

La grande barca che veleggia sulla via del nostos è il pensare vivente, lo strumento per governarla – ci insegna Massimo Scaligero – è la concentrazione. È d’obbligo però sottolineare la differenza fra la tecnica antica della concentrazione, insegnata per esempio dallo yoga, e quella moderna ampiamente delucidata da Scaligero. Nel contesto hindu la concentrazione su un solo punto (ekāgratā) è un esercizio statico di attenzione della mente che si fissa su un punto del corpo, per lo più la zona sopracciliare, rifuggendo da ogni altra osservazione dei moti del pensare, che anzi lo yoga ravvisa come devianti e illusori. Secondo l’indiano Patañjali (Yogasūtra, 1, 2) «lo yoga è la soppressione dei movimenti del pensare», in quanto essi sono dovuti a ignoranza, passione o avversione e pertanto sono fonte di dolore. Al contrario, la concentrazione additata da Scaligero è un processo dinamico, in quanto, promovendo l’attività eidetica del pensare, si prefigge di contemplare infine il suo potenziale e di far tesoro della sua forza impersonale.

Senza il timone fornito dalla tecnica della concentrazione l’anelito al nostos si infrangerebbe sugli scogli della Tradizione lunare, ovvero di quelle tante antiche vie di liberazione che l’intelletto umano oggi riscopre dialetticamente, illudendosi di riviverle spiritualmente. In realtà le riesuma dal passato non con l’ausilio del pensiero cosciente – il solo che possa ricreare lo spirito – ma del pensare riflesso o lunare: semplice riflesso dei fatti e dei fenomeni che ogni giorno viviamo. Sennonché il pensiero non fu dato all’uomo perché egli lo spendesse esclusivamente nell’arido mondo dei fatti o perché se ne servisse utilitaristicamente come uno specchio in cui osservare il quotidiano: fu dato invece perché egli ne sperimentasse la vivente incorporeità.

Al timone della concentrazione, l’uomo evita gli scogli della Tradizione lunare e si immette nelle acque limpide della Tradizione solare. Questa Tradizione albeggiò nell’epoca assiale dell’umanità, quando Socrate in Grecia e il Buddha in India educarono per primi l’umanità a coltivare la forza del concetto. Non a caso Scaligero – che possedeva una solida preparazione orientalistica – parla di natura originaria del pensiero, riecheggiando la tradizione buddhista che ravvisa in ogni essere umano una originaria natura buddhica (Mahāparinirvāṇasūtra, 12). E neppure a caso egli qualifica come estinzione buddhica il grado di totale annientamento del pensare riflesso e il conseguimento dell̓impersonalità dell̓autocoscienza.

Dopo questi precedenti storici la Tradizione solare trovò il suo rigoglio nel cuore dell’Europa cristiana, attraverso la corrente del Graal, dando vita a una letteratura che cela nei suoi simboli le tappe del cammino di trasformazione iniziatica più consono ai nostri tempi. Dal Medioevo la sua vitalità non si è tuttavia spenta, anzi è rinverdita nel XX secolo grazie al contributo della Scienza dello spirito fondata da Rudolf Steiner. All’interno di questa via spirituale del nostro tempo – che a buon diritto rivendica per sé il nome di «scienza del Graal» (1) – Massimo Scaligero conserva un ruolo precipuo: additarne le strutture portanti, ovvero la dimensione superiore del pensiero puro e l’apertura graalica del sentire, connesso al culto interiore della Vergine Sophia. Che sono poi l’alfa e l’omega, il principio e il coronamento della Tradizione solare.

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Prefazione di Gabriele Burrini a “La Tradizione Solare” di Scaligero

(1) R. Steiner, La scienza occulta nelle sue linee generali

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

FREUD E LA CREAZIONE DELLA PSICOANALISI (di F. De Pascale)

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Sigmund Freud e la creazione della psicanalisi: sono oltremodo interessanti se affrontati da un punto di vista occulto. Lo sono però solo se affrontati con la volontà radicale di giungere a completa chiarezza. Pochi davvero, oggi, si rendono conto di cosa si muova ed agisca nel processo sedicente “terapeutico”  nel quale i pazienti – stando alle parole stesse di Freud – “non guariscono mai”, cioè non DEVONO MAI guarire. Vedremo che, al contrario, essi devono, metodicamente, esser fatti ammalare vieppiù profondamente: sino a superare il punto di non ritorno. Si può dire che lo psicanalista sia un vero e proprio antiterapeuta, ovvero manzonianamente un “untore”, intenzionato a spargere alacremente e cinicamente – sempre parole di Freud – la “peste”, e quel che è peggio, una “peste” di tipo spirituale. William Shakespeare direbbe che “in tale follia vi è molto – anzi troppo – metodo!”.

Nel processo della coscienza ordinaria – ovverosia legata all’esclusiva percezione sensibile data dagli organi di senso e ad un pensare meramente riflesso legato al cervello e al sistema nervoso centrale – si crea una massa di “detriti”, una massa di prodotti di decomposizione psichica, che il processo sano dell’anima rimuove, relegandoli in una zona subconscia nella quale dovrebbero permanere sino a gradualmente dissolversi col rientrare nel caos indifferenziato. In tale zona subconscia agiscono altresì le forze della razza, dell’eredità familiare, della natura psichica colludente con l’animalità. Oltre a queste, vi si trovano pure, coagulate, concrezioni psichiche di abitudini, di reazioni obbligate di paure e istintività ancestrali, di quei vortici psichici autonomi e sottraentisi come “complessi” alla normale coscienza sveglia, che nello Yoga e nel Buddhismo vengono chiamati “vasana” e “samskara”.

Nel processo dell’Iniziazione si cura un progressivo e illimitato rafforzamento della coscienza autonoma dell’Io, che deve farsi sempre più concretamente e fattivamente indipendente da quel mondo guasto di forze semicoscienti e subcoscienti, che nel loro insieme sono il “luogo” e il supporto nell’uomo di un vero e proprio “doppio” arimanico. Ossia sono la presenza e la sfera d’azione nell’uomo di una entità antispirituale, ostile e avversaria di tutto ciò che per l’uomo stesso è autocoscienza e libertà: la sua autentica essenza. Questa entità ostile, invadente e normalmente condizionante l’interiorità dell’uomo, non è l’inesistente “inconscio”, del quale secondo una metafisica inversa affabula la moderna psicanalisi, bensì è un essere molto più cosciente e intelligente dell’uomo, il quale se non si libera del suo abietto servaggio nei suoi confronti è, illudendosi di essere libero, solo un pupazzo nelle sue invisibili mani.

L’ illimitato rafforzamento dell’autonoma coscienza dell’Io e della libera volontà porta inevitabilmente ad affrontare un drammatico combattimento con questo “doppio” arimanico che si pasce dei guasti detriti dell’anima, si nutre vampiricamente della sua vitalità, dominandola radicalmente. Ora – è bene non farsi illusione veruna in proposito – questo “doppio”, questa entità ostile e cinica, lotterà selvaggiamente per non perdere il proprio vitale dominio sull’uomo. E’ questo essere ostile e avverso che ha tutto l’interesse a mantenere l’essere umano in uno stato di “ignoranza”, di stordimento, di oblio e di sonno spirituale – di “avidya” direbbero in India – e ad ispirare in lui brama, paura e avversione. Egli si serve indifferentemente di ideologie materialistiche e pseudoscientiste, così come di una religiosità sentimentale, e se necessario persino del misticismo emotivo, di un esoterismo corrotto e trasgressivo, delle morbide e fiacche “vie dell’anima”: tutto gli è utile per incatenare l’uomo alla natura corporea, animale e psichica. Tutto eccetto la Via del Pensiero, la Via che porta all’esperienza cosciente del momento originario del conoscere, alla liberazione dell’atto pensante dalla mediazione del sistema nervoso e dei sensi – anzi liberazione da OGNI mediazione che non sia il suo stesso movimento cosciente – mediante la pratica della Concentrazione: la Via più audace ed eroica.

L’Ostile non ama essere visto: può dominare l’uomo unicamente se l’uomo non vede chi lo asserve. Il termine sanscrito per la Sapienza è “Vidya”, che in effetti alla lettera significherebbe “visione”. Infatti ha la stessa radice del latino “video”, “io vedo”. E’ questa “visione”, ossia la “Sapienza” che è liberatrice. L’ignoranza, “a-vidya”, è l’oscuramento della visione spirituale, lo stordimento, l’accecamento: l’oblio. Così come in greco Verità è “A-letheia”, ossia il non oblio, il non bere, secondo il dettame orfico e pitagorico, le acque del fiume Lethe, le quali dànno un oblio “letale”.

Ma per vedere questo astuto e letale Avversario, è necessario diventare molto forti, e illimitatamente coraggiosi, perché l’iniziato deve operare – come il mio amato Dante – una “katabasis”, una “discesa agl’Inferi”, e affrontare, conoscere, vincere, dissolvere, trasmutare con la Conoscenza – con la “visione” liberatrice – le potenze avverse. Ma la psicanalisi non fa questo, bensì esattamente il contrario. Essa esige che il paziente si indebolisca come coscienza, si “armonizzi” col subconscio, si faccia dominare dall’inconscio. Il processo di analisi verbale della psicanalisi, il suo rimestare nel torbido dei sogni, della sensualità e della sessualità più guasta e di quant’altro, è occultamente un vero e proprio processo di “evocazione” delle forze infere, per attuare uno spregiudicato aprirsi della diminuita e stordita coscienza del paziente all’invasione dal basso dei guasti liquami dei prodotti di decomposizione psichica emergenti dalla zona subcosciente: è la via ad una progressiva “ossessione”. Sotto veste “scientifica”, e corredata del necessario travestimento verbale dialettico e logico, questa è “stregoneria” allo stato puro: è un efficace rituale di evocazione del “doppio” arimanico del paziente, tramite il “doppio” dello psicoterapeuta, il quale ha dovuto passare lui stesso lunghi anni in “analisi didattica”: ha dovuto subire radicalmente l’infezione lui stesso per poter poi trasmettere in maniera veramente efficace l’infezione al paziente. Il quale, come afferma lo stesso Freud, non dovrà mai guarire.

Freud e Jung – si può discutere “filosoficamente” quale dei due sia peggiore – riscuotono notevole successo persino in ambienti esoterici e pseudoesoterici. Vi sono “Maestri” che praticano e insegnano un esoterismo che è una “sapienza del doppio arimanico”, che dànno riti, esercizi e pratiche per il rafforzamento di tale “doppio”, il che porta ad una cosciente o incosciente “magia di patto” nei confronti di tale entità: alla catastrofe dell’intera vita dell’anima. E stupisce assai che simpatie per Freud e Jung si riscontrino in ambiti antroposofici – l’ho constatato personalmente – e persino tra le file “scaligeropolitane”, per usare l’espressione del mio amico C. Uno di questi junghianissimi seguaci della psicologia analitica, 36 anni fa si propose dopo la dipartita del Maestro come il vero erede dell’insegnamento di Massimo Scaligero. Addirittura si propose a Massimo per sostituirlo da vivo, ma malissimo gliene incolse: questo lo so dal racconto divertito di Massimo Scaligero stesso. Il connubio tra psicanalisi ed esoterismo è – a mio personale parere – quanto di più esiziale e “letale” vi possa essere.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

RESPONSABILITA’ DELL’ESOTERISMO (di M. Scaligero)

Woodcut illustration from an edition of Pliny the Elder‘s Naturalis Historia (1582)

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Facilmente può essere mostrato come il superamento del limite meccanicistico al quale si è arrestata la Cultura umana, non si debba attendere dalla Cultura medesima o dalla Scienza, bensì dalle Scienze Spirituali. Alla mancata funzione di queste è possibile far risalire la difficoltà della Cultura a prender coscienza del proprio attuale declino.

La Scienza si è arrestata nella sfera della quantità, non a causa dei propri procedimenti, bensì perché il sistema di questi è stato privato della necessaria controparte interiore: che sarebbe dovuta venire come contenuto intuitivo da coloro che assumono la funzione di orientatori secondo i Principi della perennità. Questi orientatori si sono limitati all’analisi del mondo moderno: non hanno ritrovato dietro l’analisi il retroscena spirituale: proprio dell’Esoterismo ad essi richiesto, non sono stati capaci.

In effetto, gli scienziati e i tecnologi svolgono coscienziosamente la loro opera: riguardo al loro còmpito essi sono in regola, realizzando in ogni campo ciò che è loro pertinente. Lo stesso non può dirsi delle comunità spirituali, il cui ruolo è la connessione dell’umano con i Principi edificatori.

La funzione delle comunità spirituali invero non è riecheggiare le conoscenze del passato, bensì penetrare il conoscere presente, ossia il conoscere da cui muove la stessa ricerca dei valori della perennità. Il loro còmpito dovrebbe essere lo sviluppo della conoscenza richiesta dallo Spirito in rapporto alla “presente” situazione della civiltà: identificare che cosa lo Spirito vuole attraverso l’esperienza della quantità: quale connessione esiga ora con l’umano, oltre la connessione che ebbe nel passato, quando non esisteva dominio della quantità.

Giustamente riconoscendo nel dominio della quantità il livello della caduta, le confraternite spirituali cercano la riconnessione fuori di tale dominio: lo cercano in ciò che era prima, come se il processo dello Spirito nel tempo non fosse intemporale. Lo cercano con il conoscere presente, il cui limite dialettico non viene superato per il fatto che si rivolge a dottrine cui tale limite era ignoto. E tuttavia questo conoscere ha il potere di interpretare la Tradizione e i suoi testi, secondo un’“attuale” capacità di astrazione e di correlazione concettuale, che agli Autori di quei testi era sconosciuta.

Il “passato” viene ripristinato mediante una “connessione interiore” presente, che occorrerebbe scorgere. Non scorgerla significa privare l’attuale condizione umana della connessione richiesta dal suo presente processo interiore: nel quale soltanto può presentarsi la Forza. Non riconoscere la connessione richiesta dalla situazione presente, significa vietarsi di incontrare la Forza dove realmente· continua secondo la sua perennità. Tale perennità è la vera Tradizione, alla cui attuazione presente involontariamente si sottraggono gli assertori nominali di essa: gli Esoteristi, loro malgrado, dialettici.

Coloro che identificano la perennità con il passato temporale opposto al presente attuale, ricercano la connessione antica mediante il mentale moderno. Che non può essere superato grazie al semplice riferimento intellettuale, mistico e filologico, alla connessione antica, in quanto il mentale moderno è il prodotto della perdita di tale connessione.

L’indicazione della connessione antica crede di muovere al di sopra del grado di coscienza che le consente il muovere: edifica su questo il sistema di valori mediante cui lo rifiuta: ritiene di possedere un grado superiore a quello su cui fonda la edificazione e che sostanzialmente ignora. Rende impossibile in tal modo la conoscenza di sé, fuori della forma riflessa o dialettica: dalla quale non riesce a distinguersi.

Malgrado il nobile intento, lo slancio interiore e il regolare apparato filologico, tali confraternite rinunciano alla coscienza del conoscere che attuano e mediante il quale propongono un conoscere che dovrebbe trascenderlo: edificano perciò sull’inconscio.

Additando una connessione metafisica fuori del conoscere da cui muovono, essi distolgono la ricerca spirituale dal punto d’incontro del mondo con la sua originaria Forza: dall’unico punto dal quale è possibile la ripresa del cammino interrotto. Di conseguenza, il dominio meccanicistico della quantità prosegue inarrestabile, continuando ovunque a eliminare la personalità, la qualità, il valore, il reale umano. Perciò lo Spirito, che comunque ha in sé il potere del superamento, deve seguire altre vie.

Alle accennate confraternite sfugge l’elemento originario della coscienza chiamato a rispondere alla richiesta cognitiva del sensibile: e quando talune di esse propongono un superamento del livello “materialistico”, in base all’analisi del processo della Scienza, tale superamento è da temere più del Materialismo medesimo, perché ignora lo Spirituale impegnato nei processi sensibili con la sua forza più elevata, rispondente al momento noetico dell’autocoscienza. Questo momento, in cui si esprime l’elemento originario della coscienza, sia pure nella forma più bassa, è l’impulso che, reso cosciente, ha in sé il potere di superare il limite della quantità. Proprio questo elemento originario viene ignorato dalle accennate confraternite, quando vogliono indicare soluzioni o integrazioni spirituali per la Scienza: sfugge ad esse l’affiorare dell’Io nel processo cognitivo che intendono trascendere.

A tale livello, l’equivoco è contrapporre all’elemento individuale affiorante, l’universale misticamente evocato. Il Soggetto escluso dal dominio della quantità e dalla sua logica, viene sostituito, ad opera dei moderni Gnostici, da uno Spirituale trascendente, in effetto irreale.

Il Materialismo nasce dalla separazione delle strutture logiche dal reale operatore che è il Soggetto umano. La logica formale, o riflessa, diviene logica della Materia, quando l’indagatore non scorge la connessione del pensiero logico con l’Io: l’oggettività esteriore acquisisce un potere di là dalla coscienza dell’Io, dalla quale in realtà esso muove. II rovesciamento del rapporto Spirito-Materia, tuttavia, viene oggi inconsapevolmente perpetrato anche dagli Esoteristi che non scorgono lo Spirituale dove sta sorgendo: nel moto iniziale dell’autocoscienza, là dove l’intuizione logica discende dal Logos. In realtà, la logica formale viene sottratta al Logos non soltanto dai cultori della quantità, ma soprattutto dai suoi presunti superatori, che non riescono a scorgere la scaturigine della determinazione logica là dové il Logos si fa strada nella coscienza mediante il puro elemento individuale.

Essi tendono a sovrapporre al processo della quantità l’Universale metafisica che non riescono a scorgere nel processo dell’autocoscienza: intimo all’Io, non certo riflesso dell’Io. Per essi, l’Io è l’Io contingente, o riflesso, da eliminare· come sorgente dell’individualismo, in nome di un Io elevato, al di sopra dell’umano: l’universale con cui tendono a integrare la matematica del mondo fisico, la Scienza e la Tecnologia, secondo l’eco di una connessione trascorsa dell’umano con i suoi principi.

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Quando l’esoterista tradizionale parla di un Assoluto che è uno e tutto, infinito ed eterno, immanifesto eppur sorreggente i gradi della manifestazione, non si può non essere concordi con lui, ma al tempo stesso non si può non constatare che egli questo Assoluto si limita a rappresentarselo, ossia a proiettarlo fuori di sé: egli ricorre a pensieri, ai quali però non riconosce la categoria dell’infinito e dell’universale: non lo può, perché quei pensieri sono privi di vita: esigono la loro specifica ascesi, un’ascesi di questo tempo, che la Tradizione non contempla.

Il tradizionalista non attua la verità o la forza originaria di quei pensieri, non conoscendo la via predialettica: si riferisce bensì a un contenuto di là da essi, ma in quanto lo pensa e simultaneamente lo nega come pensiero. Onde prospetta il presupposto Universale, riducendo l’unico universale di cui dispone ad un concetto indeterminato, ma affermato con l’esclusiva autorità della determinazione non consapevole di sé: affermato perciò dogmaticamente. In definitiva, la dinamica di una simile affermazione del pensiero è il sentimento: la posizione del Misticismo ingenuo.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

UN MAESTRO: EIHEI DOGEN ZENJI (di F. De Pascale)

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Al fine di insistere – con inumana compassione, direbbero i terribilissimi Maestri della Scuola della Meditazione, o dello Zen – sull’assoluta necessità della pratica interiore, è forse buona cosa riportare l’episodio decisivo della vita interiore di un Maestro così eccezionale come Eihei Dogen Zenji.

Al Tempio di Tien-tong-szu, diretto da Jou-tsing, i monaci meditavano letteralmente giorno e notte. Ed il Maestro rampognava aspramente coloro che battevano un po’ – solo un po’ – la fiacca, o in preda alla stanchezza talvolta si addormentavano.

Una volta, i monaci che erano a lui più vicini gli fecero osservare: “Quando i monaci sono riuniti nella Sala di Meditazione e si addormentano perché sono affaticati o perché cominciano ad ammalarsi, la loro mente non è minacciata da una regressione nella Via del Risveglio? Ciò non è dovuto alla lunghezza della meditazione seduta, lo Zazen, e non sarebbe bene accorciarne la durata?”.

Il Maestro li rimproverò molto aspramente e disse: “No, non si tratta affatto di questo. Se dei praticanti che non hanno lo spirito della Via vengono a fare presenza nella Sala di Meditazione, essi si addormenterebbero persino se la seduta di pratica venisse accorciata della metà e persino di più. Coloro che, invece, hanno lo spirito della Via e sono animati dalla volontà di praticare, si rallegreranno tanto più quanto più la meditazione sarà lunga. Quando ero ancora giovane, fui Superiore successivamente in diversi monasteri situati in varie regioni e colpivo così fortemente i monaci che si addormentavano, che quasi mi rompevo il pugno. Ora che è giunta la vecchiaia, le mie forze si sono indebolite e non picchio più così forte. Allora i buoni monaci non vengono più da me. E se il Buddhismo declina, è perché i Maestri si mostrano troppo teneri quando dirigono gli esercizi della meditazione Zazen. Dunque, bisogna picchiare più forte”.

Ora – era un mattino dell’estate del 1225 – al momento dell’aurora Dogen meditava nella Sala di Meditazione con gli altri monaci. Jou-tsing andava in su e in giù per sorvegliarli, quando si accorse di un monaco che si era addormentato seduto. Si levò una scarpa e cominciò a colpirlo rimproverandolo così: “La ricerca dello Zen deve essere l’abbandono del corpo e della mente. Dove pensi di arrivare dormendo così tutto il tempo?”.

Dogen, che si trovava seduto accanto al povero confratello sonnolento, era immerso nella meditazione più profonda. Al sentire le parole di Jou-tsing che ingiungevano di “abbandonare il corpo e la mente”, Dogen fu come percosso da un fulmine e sperimentò quell’Illuminazione folgorante, che è la ragion d’essere della Via che il Buddha Shakyamuni ha prima conquistato e realizzato, e poi donato al mondo. Si dona solo ciò che si è realmente conquistato e realizzato, non le chiacchiere verbose, che gli umani spendono con troppa facilità!

Un vecchio Maestro fiorentino, da molto tempo defunto, iniziato nelle Vie dell’Antica Sapienza e amico di Massimo Scaligero, osserverebbe argutamente che “Maestri come Jou-tsing e Dogen sono di difficile contentatura”, ed avrebbe ragione. Ma non per questo, egli avrebbe praticato e consigliato una Via meno austera.

Massimo Scaligero avrebbe fatto osservare, con sottile sagacia, che il “sonno” al quale oggi voluttuosamente si dànno i sedicenti seguaci della Scienza dello Spirito è quello della comodità borghese, del perbenismo convenzionale, quello che si inchina temente e reverente di fronte alla “immane potenza del convenzionale”, alla pubblica opinione accertata, alle varie “ortodossie” (o contortodossie) antroposofazziche o confessionali o politiche o culturali.

Un tale voluttuoso “sonno” dell’anima – avida di tamasica inerzia, direbbe Massimo Scaligero – spegne la “memoria” spirituale, soffoca il “fuoco” che arde nella volontà, ottunde il cuore, raffredda l’entusiasmo e rende opaca l’anima, uccide lo slancio interiore. Questa è la peggiore sciagura che ad un praticante interiore possa capitare, e spiega poi come si cerchino dei surrogati nella politica, nella cultura, nelle manifestazioni pubbliche, negli intrallazzi paraesoterici.

Spiega pure come, inoltre, quasi a giustificare e celare il fallimento della propria impresa interiore, ci si volga talvolta – spinti da una sorta di “invidia metafisica” (“ciò che io non oso realizzare, gli altri non devono realizzare”) – a calunniare il Maestro, e diffamare coloro che, magari in maniera animosa e imperfetta, con generosità si dànno ad una intensa pratica interiore, ed invitano gli altri a fare altrettanto.

Aveva ragione un Maestro terribile come Jou-tsing: bisogna picchiare più forte!
Per fedeltà e compassione.

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE, ZEN

FUNZIONE CREATIVA DEL DOLORE (di M. Scaligero)

Ophelia– John Everett Millais (1851-1852)

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Si può dire che, ancora una volta, all’uomo, in questo periodo decisivo per l’avvento di un suo nuovo ciclo sociale, si prospetta il problema del dolore in tutta la sua potenza, che dal piano fisico postula il metafisico. Perché il carattere dominante dell’attuale vicenda umana è dato dalla lotta e dalla sofferenza? Qual è il significato di queste prove di sacrificio e di dolore che quasi tutta l’umanità sperimenta?

Noi siamo certi che se essa fosse veramente capace di comprendere il significato ultimo di questa grande sofferenza, già avrebbe la chiave della soluzione del suo problema.

Esistono nell’uomo energie profonde che, per il loro carattere primordiale, possono considerarsi dormenti nel suo sangue e nella sua natura meno cosciente; esse sono le energie della volontà e dell’azione, quelle che misteriosamente agiscono, sollecitate da comandi o da impulsi, creando qualcosa di nuovo e di definito anche nel mondo della realtà sensibile. Ma tali energie rimangono inconscia potenzialità, se uno stimolo potente non le risvegli e non le riconduca alla coscienza centrale che l’individuo ha del proprio essere. E noi, seguendo la storia della umanità, possiamo effettivamente riconoscere le sue grandi creazioni sociali come conseguenza di una azione decisiva di queste energie primordiali deste nell’anima e nel corpo di essa: azione che costringe ogni individuo ad esprimere le sue migliori capacità.

Il problema consiste essenzialmente nel prendere contatto con tali energie e indirizzarle verso una consapevole creazione. Ora, quando il risveglio non sia possibile attraverso una educazione superiore della psiche, ossia attraverso una severa ed illuminante ascesi, la congiunzione della coscienza con queste energie può avvenire per via di un superamento violento della barriera che separa i due piani. Ma tale superamento crea nell’uomo una situazione particolare: la resistenza dell’abitudine organica, che tende meccanicamente a ripetere sempre gli stessi movimenti, l’urto di due tipi di coscienza e la scossa che ne riceve l’intero essere, generano infatti quella sensazione intollerabile, che è la sofferenza, sia che derivi dal mondo fisico sia che derivi da una causa morale.

Il dolore è una sensazione apparentemente negativa, in quanto l’organismo umano tende irresistibilmente a liberarsene per riacquistare lo stato in cui non esiste o non si avverte. Ma proprio in questa tendenza a liberarsi dal dolore, si può riconoscere l’azione velata della nostra facoltà cosciente verso una ristabilizzazione dell’equilibrio che le è peculiare, ma che, dopo il superamento del dolore, si attua talora in un piano piú profondo della personalità.

In ordine al concetto nietzschiano “Ciò che non ci spezza ci rende piú forti”, si può dire che l’umanità ha attinto taluni modelli di perfezione, grazie alla sua esperienza del dolore. Il tipo biologico si può elevare e affinare attraverso la reazione continua opposta da un’intima energia psichica all’azione delle forze esteriori: cosí, attraverso le sofferenze causate dagli stimoli del mondo esterno, l’uomo ha imparato a “conoscere” le diverse parti del proprio corpo, a sentirle come sue e a trasmettere ad esse il senso della propria coscienza.

L’uomo, dunque, raggiunge la gioia di essere cosciente nello spazio e nel tempo, attraverso quella vittoria sulla necessità esterna che gli viene propiziata dall’avvertimento e dallo stimolo della sofferenza. Se si tien conto come, in riferimento alla costituzione puramente morfofisiologica, siano state riconosciute dalla scienza medica talune parti insensibili del corpo chiamate “zone di ottusità del dolore”, e che questa sorta di insensibilità rende difficilissima la percezione di eventuali processi patologici formantisi in tali zone, è riconoscibile sotto un aspetto, per cosí dire, pratico, la funzione rivelatrice del dolore in riferimento alla coscienza dell’individuo.

Se l’ideale umano consiste nel conseguimento di uno stato sempre piú alto e piú profondo della coscienza, occorre riconoscere che il dolore è una via di affermazione della nostra natura gerarchicamente superiore, ossia di uno stato superiore della nostra psiche, in cui l’ideale di elevazione e di integrazione del piano inferiore rimane immutevolmente desta. Tale affermazione si esprime attraverso una trasformazione, o una creazione, la cui dinamicità è data dalla cooperazione delle energie fattive della natura umana piú profonda; cosí la piú alta virtú dello spirito si può ricongiungere con la piú concreta forza creativa dell’essere, a mezzo del superamento del diaframma che normalmente le separa.

Il dolore non è che una deformazione di ananda (beatitudine cosciente, gioia trascendente); questa forza, che è una manifestazione “dinamica” del Divino, fluendo nell’uomo e incontrando una resistenza nella sua immaturità, deve necessariamente presentarsi sotto forma di dolore, e insiste in questa forma fino al momento in cui potrà presentarsi nella sua vera essenza di gioia creativa: il che sarà possibile attraverso l’affinamento della natura umana per virtú del dolore.

Ecco perché, se l’insegnamento del dolore dura anche quando questo è cessato, esso può costituire per l’uomo l’avviamento verso un ethos superiore. Se l’insegnamento si oblia, il dolore ritorna e ritornerà finché l’uomo non avrà compreso il segreto della vittoria. Allora si comprenderà che il dolore era una “irrealtà” necessaria: esso esisteva in quanto l’Io non era capace di “essere” compiutamente nel suo proprio dominio: la realtà del dolore aveva un valore semplicemente strumentale e perciò temporale. Cosí il dolore soltanto può condurre al superamento del dolore.

Tale concezione occorre sia compresa per evitare la confusione dovuta all’idea dell’originaria “oscurità” della vita e della fatalità del dolore. Questo, invero, è una forma di resistenza della natura inferiore dell’uomo all’azione della natura piú alta: ma la resistenza ha il senso simultaneo di ostacolo e di stimolo per il superamento dell’ostacolo: cosí il dolore non è cieca e irremovibile fatalità, ma via di conoscenza superiore, di realizzazione della vera e intima finalità dell’essere umano. Sotto questo riguardo, esso insegna a discriminare lo stato di presenza spirituale dallo stato di assenza e di sprofondamento nella propria natura animale, in quanto, come si è accennato, la sofferenza deriva proprio dall’incontro e dal contrasto di forze di coscienza con forze dell’incoscienza: dove l’inconscio resiste, il dolore, come un preciso termometro, registra l’intensità della sofferenza.

Qui si delinea il senso della vita eroica, sia nel dolore animico che in quello fisico: nel sopportare con fermezza la crisi del dolore, l’Io umano si schiera, per cosí dire, con le forze della coscienza; inoltre, nella esasperazione della lotta, la volontà dell’Io si potenzia cosí da chiedere l’intervento delle forze ancora piú forti e sopracoscienti.

È l’“eterno” che urge nell’umano per fluire in quella vita individuale e collettiva che aveva creduto di poter esistere entro i suoi limiti, nella sfera della sua contingenza, nella sua arida materialità. Là dove questa vita depotenziata resiste, la forza spirituale, appoggiandosi alla coscienza dell’uomo, fa violenza alla vita, la costringe a una rettificazione, a un’obbedienza purificatrice. Il principio è dunque l’Eterno, il dolore è il mezzo, la conquista di un nuovo bene è il risultato. Ecco perché esigenza mistica, spirito eroico e senso del sacrificio confluiscono in un’unica vicenda, ove l’uomo abbia saputo intendere l’appello della sua autentica interiorità, che è l’appello stesso del Divino.

Due vie sono state offerte all’uomo per la vittoria sulla morte: il dolore e la morte eroica. In ambedue il principio del sacrificio implica il risveglio di una coscienza di vita superiore alla vita stessa: dove nasce la sofferenza, lí l’uomo è costretto a essere sveglio e ad acquistare coscienza della sua regalità.

Se la vita normale e pacifica è, nella sua monotonia, qualcosa che narcotizza la personalità e attutisce il senso dell’Io, riconducendolo ad una coscienza talora inferiore alla coscienza di veglia, ossia ad uno stato di torpore stagnante ed imbelle, la vita di dolore desta la psiche dell’uomo, la costringe ad essere piú-che-sveglia e la dischiude ad uno stato di purezza trascendente.

In questo stato di eroica euforia dell’essere, il dolore non ha piú senso: esso, svanendo, ha lasciato in noi soltanto ciò di cui era una forma difforme: l’essenza di una libera e cosciente gioia. Di là dalla irrealtà del dolore, questa attende di essere conosciuta, perché essa soltanto può esprimere la natura segretamente divina dell’uomo, attraverso l’azione di un senso “solare” e creativo della vita.

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Selezione da «Augustea» n. 1, XVIII, 1943

Per gentile concessione de L’Archetipo

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SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-GIUGNO 2025

ANNUNCI, MARINA SAGRAMORA, SCIENZA DELLO SPIRITO

CREDO. L’INDIVIDUO E L’UNIVERSO (di R. Steiner)

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Il mondo delle idee è la fonte originaria e il principio di tutto l’essere. In esso ci sono un’armonia infinita e una beata quiete.

L’essere non illuminato dalla luce di questo mondo sarebbe morto, inesistente, non prenderebbe parte alla vita dell’universo. Solo ciò che deriva la propria esistenza dall’idea ha significato nell’albero della creazione dell’universo.

L’idea è lo spirito chiaro in sé, equilibrato e che basta a se stesso. Il singolo deve avere dentro di sé lo spirito, altrimenti cade, come una foglia secca dal proprio albero, e la sua esistenza è stata inutile.

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Ma l’uomo si sente e si riconosce come singolo quando si desta alla sua piena coscienza.

  ..Ma così facendo ha istillato la nostalgia dell’idea. Questa nostalgia lo spinge a superare la particolarità e a far rivivere dentro di sé lo spirito, ad uniformarsi allo spirito.

  ..L’uomo deve sbarazzarsi, liberarsi di tutto ciò che è egoistico, di tutto ciò che fa di lui questo particolare essere singolo, poiché è questo ad oscurare la luce dello spirito. Questo individuo egoista vuole solo ciò che deriva dalla sensualità, dall’istinto, dalla concupiscenza, dalla passione.

  ..Per questo l’uomo deve far morire in sé questa volontà egoistica e invece di volere ciò che vuole in quanto singolo individuo, deve volere ciò che lo spirito, l’idea, vuole dentro di lui.

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«Lascia andare l’individualità e segui la voce dell’idea dentro di te, poiché essa sola è il divino.»

  .Rispetto all’universo, ciò che il singolo vuole non è che un punto inutile, destinato a svanire nel flusso del tempo; ciò che si vuole “nello spirito” è al centro, poiché in noi si riaccende la luce centrale dell’universo; una simile azione non è soggetta al tempo.

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Quando si agisce da singoli ci si esclude dalla catena chiusa del creare universale, ci si separa da essa. Quando si agisce “nello spirito”, si vive nell’operare universale.

  ..Il fondamento della vita superiore è l’uccisione dell’egoismo, poiché chi uccide l’egoismo vive di un modo di essere eterno.

  .Siamo immortali nella misura in cui facciamo morire l’egoismo dentro di noi. L’egoità è la nostra parte mortale.

 –Questo è il vero significato del detto: «Chi non muore prima di morire va in rovina quando muore.» Vuol dire che chi non mette a tacere dentro di sé l’egoismo quando è in vita, non potrà aver parte alla vita universale, che è immortale, non è mai esistito, non ha mai avuto una vera esistenza.

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Ci sono quattro sfere di attività umana in cui l’uomo si dedica completamente allo spirito, uccidendo tutta la sua vita individuale: la conoscenza, l’arte, la religione e l’amorevole dedizione ad una persona in spirito.

.Chi non vive almeno in una di queste quattro sfere non vive affatto:

. – la conoscenza è la dedizione all’universo nei pensieri,

. – l ’arte nella contemplazione,

. – la religione nell’animo,

. – l ’amore con tutte le forze spirituali a qualcosa che ci appare come una pregevole ..essenza dell’universo.

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La conoscenza è la forma più spirituale della dedizione disinteressata, l’amore è la più bella.

L’amore infatti è una vera luce celeste nella vita quotidiana. L’amore devoto, veramente spirituale, nobilita il nostro essere fin nella sua più intima fibra, elevando tutto ciò che vive in noi. Questo puro amore riverente trasforma tutta la vita animica in un’altra affine allo spirito universale.

Amare in questo senso supremo, significa portare il soffio della vita divina laddove perlopiù si trovano solo l’egoismo più esecrabile e la passione più irriverente. Bisogna prima capire qualcosa della sacralità dell’amore per poter parlare di devozione.

Se l’uomo si è tolto dall’individualità passando attraverso una delle quattro sfere ed è entrato nell vita divina dell’idea, allora ha raggiunto quello a cui ha sempre anelato: l’unione con lo spirito; e questo è il suo vero destino.

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..Ma chi vive nello spirito vive da libero, poiché si è liberato di tutto ciò che è subordinato. Non c’è nulla che lo assoggetti se non ciò a cui si sottomette volentieri poiché l’ha riconosciuto come il bene supremo.

«Fa’ che la verità diventi vita; perdi te stesso per ritrovarti nello spirito universale.»

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Ich Glaube, 1888, Das Goetheanum n 52 del 24 dic. 1944, traduzione di M. Fiorillo,

Credo. Poesie cosmiche. Tempi e feste dell’anno, in Opera Omnia, vol. XL, Editrice Antroposofica

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SCIENZA DELLO SPIRITO

LA COSCIENZA RESTITUITA (di M. Scaligero)

(The Vision of the Holy Grail, 1891 1934-John Henry Dearle)

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Per uscire dall’attuale prigionia contratta e trovare l’infinito in un punto senza dimensione, a partire dall’essere che siamo, occorre estinguere in sé l’individuo antico: estinguere l’essere, lasciar svanire le velleità, morire, non essere, finire, scendere nel nulla, conoscere l’annientamento, l’atarassia, la neutralità nuda, lo sprofondare sino all’assenza pura, sino all’assenza assoluta del soggetto dell’annientamento: non essere, cessare di essere, togliere tutto, non volere.
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Questo compito non è facile, ma è l’alto cammino per un risostanziarsi della Luce prima nell’essere che si è nel profondo, un ricominciare il proprio essere dall’origine, un annientarsi per essere: nel ritrovarsi, dopo l’annientamento, si ritrova la vera vita, la reale essenza, il pensiero puro, il gioiello splendente della liberazione, un ricamo trascendente di luce, di vita della luce: essenza che è nel mistero della obiettività senza limite e tuttavia è l’essenza della forza profonda. Il segreto è appunto questo: che l’essenza indipendente da noi sia veduta da noi: ché questo vederla è la via al riconoscere come nasca in verità in noi. Ciò che è veduto come pura obiettività è la nascita dell’Io, che può sperimentare l’identità con il mondo (obiettivo) in quanto comincia col separarlo da sé. E questo è il segreto dell’Io, ossia dell’anima, della Iside-Sophia.
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Occorre tornare alla purità, per essere puri: ritrovare il pensiero della inalienabile luce, il fluire immateriale, la vena di lampo che si scinde da ogni scoria terrestre, la luce gemmante, il ricamo sorgivo intoccabile, il puro fiore di luce, il primo essere del pensiero, il piú interno sorgere della luce: il lampo che si scioglie dall’oscurità, perché i pensieri preparino l’imminente vita, perché il pensiero sia misura dell’eterno nell’anima e strumento della purificazione.
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Quest’opera è lunga, profonda, eroica. L’Io, per ritrovarsi, deve ritrovare il Cristo, ma per ritrovare il Cristo deve ritrovare la Iside-Sophia.
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Questa è la verità piú oggettiva: non soggiacere a una necessità esteriore allo Spirito, non essere presi da una brama ideale, essere mossi da una “privazione” o da un bisogno piú forte di sé: lasciar manifestarsi la forza che si è riconosciuta identica alla propria vocazione di reintegrazione dello Spirito, lasciar sorgere in sé la virtú d’Amore che riconduce nella sfera originaria della Luce: questa virtú è la Via al Graal.
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Dono ineffabile del Graal è il potere di redenzione che dalla originaria luce giunge sino alla radice dei sensi. È la coscienza restituita come luce di pensiero all’Io.

 

Massimo Scaligero

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da una lettera dell’agosto 1970 a un discepolo

grazie a L’Archetipo

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MARINA SAGRAMORA, SCIENZA DELLO SPIRITO

COSCIENZA E AUTOCOSCIENZA (di F. De Pascale)

Il sonno di Gesù -Fontana Lavinia-(Bologna 1552 – Roma 1614)

Anzitutto è necessario intendersi bene sui termini. O meglio su come certi termini si usano nella Scienza dello Spirito. Secondo la “teoria della conoscenza”, che sta alla base della Scienza dello Spirito, viene fatta una notevole differenza tra coscienza e autocoscienza, e, francamente, non è sempre agevole spiegare in poche parole semplici in cosa consista una tale differenza.

L’uomo comune, nell’ordinaria vita di veglia ha coscienza, ma raramente possiede anche autentica autocoscienza. E questo per l’immediatezza con la quale egli si identifica con la serie di esperienze sensorie, emotive, e istintive, dalle quali difficilmente distingue la propria attività pensante. Questa attività pensante è spesso un mero riflesso sia della sua esperienza sensoria, sia delle emergenze emotive e istintive, le quali emergono da zone ripettivamente sognanti e dormienti della sua poco consapevole anima.

Egli comincia ad avere “autocoscienza”, allorché con una energica azione volitiva nel pensare, si distacca sia dalla passiva esperienza sensoria, che da quella, altrettanto passiva, esperienza emotivo-istintiva. Diviene autocosciente nella misura in cui egli giunge a sperimentare sempre più nel pensare il momento dinamico del pensare e del percepire medesimo. Ma come ho avuto modo di dire in altro articolo, la cosa non è un immediato “dato” di natura – immediatamente “dato”, per la spontaneità con la quale la natura invera in lui l’ordinario percepire e pensare, gli ordinari sentire e volere. L’autocoscienza che si realizzi nel pensare e nel percepire, è il risultato di un volitisvo sforzo, di quell’addestramento interiore che gli antichi Greci avrebbero chiamato “àskesis”, e i Romani “exercitium”. Dunque, l’autocoscienza è il frutto – in un forma o nell’altra, di una certa Ascesi. Va da sé, come essa sia cosa ardua e tutt’altro che facile da conquistare.

Nel sogno – rigorosamente parlando – l’essere umano ha senz’altro “coscienza”, ma non ha “autocoscienza”, almeno non nel significato che la Scienza dello Spirito dà, secondo la propria teoria della conoscenza, a questo termine. Rudolf Steiner fa degli esempi calzanti nella sua Scienza Occulta di come nel sogno l’essere umano abbia coscienza ma non autocoscienza. Addirittura, si può avere nell’esperienza del sogno uno sdoppiamento della personalità, come per esempio quando nel sogno un insegnante pone una domanda alla quale l’allievo interroganto non sa rispondere, e alla quale risponde poi, invece, l’insegnante stesso. E’ ovvio che allievo e insegnante sono due diversi “alter ego” del sognante medesimo, il quale ha bensì coscienza delle immagini del sogno, ma non ha coscienza alcuna di come, da fonte ignota, tali immagini scaturiscano. Naturalmente per l’Iniziato, come per l’occultista avanzato, la cosa si pone diversamente. Ma stiamo parlando dell’uomo ordinario.

Nel sonno profondo non vi è, ovviamente, nessuna forma di autocoscienza, tuttavia vi è una forma ottusissima, estremamente attenuata di coscienza, tant’è che l’essere animico continua a svolgere funzioni vegetative e animali nelle profondità dell’organismo corporeo. Anche in questo caso, diversa è l’esperienza dell’Iniziato, e quella dell’occultista avanzato. Confermo la concretezza del senso di “beatitudine”, di “felicità”, che il sonno procura. Ne parla moltissimo un grande asceta dell’India – l’unico che abbia indicato l’esperienza dell’Io – Shri Ramana Maharshi, e lo fa in tutte le sue opere, e in moltissimi colloqui che di lui sono trascritti: è l’esperienza dell’ànanda, della beatitudine, cosciente nell’Iniziato e nell’Illuminato, incosciente nell’uomo comune, il quale però ne riceve come una sorta di risonanza nella vita di veglia, allorché questi si dèsta dal sonno.

Quanto all’esperienza scientifica autentica, essa – se condotta sino alle sue ultime istanze – conduce molto lontano dalle conclusioni del materialismo. Personalmente, vengo da una formazione scientifica. Mi si creda, quanto più si approfondisce rigorosamente la scienza, tanto più il materialismo appare quell’ingenuo, sciocco, dilettantismo che è.

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

PANORAMI GRANDISSIMI (poesia di L. Calogero)

(Aspromonte)

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Panorami grandissimi occhio si stendono,

s’aprono nuovi orizzonti,

si squarciano gole.

Noi non sappiamo parlare.

Dove siamo andati a cadere?

Nel centro alluvionale della terra?

L’occhio vacua da orizzonte a orizzonte e si spaura.

Per questo siamo nati:

per vedere nuovo profondissimo orizzonte,

perché la nostra generazione

non vada dispersa fra acini,

fondi nebulosi,

mostri furiosi, i cavalloni del mare.

Lottiamo sottoterra e percepiamo.

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ARTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

NESSUNO A CUI LASCIARE LA FIACCOLA (di F. De Pascale)

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La disciplina dell’anima dell’accordo del pensiero con la volontà e della volontà col pensiero è TUTTA la Via! Chi non voglia illudersi sa – per esperienza interiore – che non vi è altra Via. Massimo Scaligero ammonisce – ricordando le enigmatiche parole di Lao Tsu – che la Via che conduce alla mèta non è la via ordinaria, ossia non è la via egoica, non può essere la via comoda, nella quale si è deciso in partenza di procedere al risparmio, di non andare sino in fondo, di praticare la Via sino a prima del punto in cui essa comincia ad essere dolorosa per la natura inferiore in noi. Non si percorre la Via per star bene, perché la natura in noi stia meglio, e noi con lei, bensì per esaurire la natura: per destabilizzare, demolire e dissolvere l’infida natura.

Nella stessa “Filosofia della Libertà”, Rudolf Steiner mette in evidenza come l’attività del pensare volitivo sia dissolvitrice dei processi della natura naturata, e Massimo Scaligero sottolinea come questa natura oramai cristallizzata tenti con ogni energia e astuzia di sottrarsi a tale azione dissolvitrice. Per questo la Via non ordinaria, la Via assoluta, non può essere che la Via diretta: nella via retta e in quella lunga si può scorgere un evitare il confronto diretto e serrato con tale natura, confronto e lotta con essa sentiti come dolorosi, e per questo rimandati nel tempo.

Per taluni questa può anche essere una necessità, e per tale necessità vengono aiutati ad aspettare. Ma un tale aspettare non è la Via: E’ ancora un cercarla, o un cercare il coraggio per percorrerla. Ci si accorgerà poi che l’avere aspettato non ha fatto aumentare il coraggio, anzi. Ci si accorgerà che l’aver preso tempo non ha veramente fatto maturare e non ha accresciuto le forze: non ha reso lo scontro con la natura avversa meno aspro, meno difficile, meno pericoloso.

Anche a me Massimo disse: “Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola”. E sicuramente uno dei motivi di tale impossibilità di trasmettere è il dedicarsi di quasi tutti al risparmio delle forze interiori accomodandosi nella via retta e in quella lunga, è la carenza dei coraggiosamente disperati che non vedono per sé altra Via che il percorrere con ogni forza – anche con il coraggio di errare assai: quasi fatale in una landa selvaggia senza pietre miliari – l’aspro sentiero della resurrezione volitiva dell’atto pensante.

E’ il sentiero al quale consacrare l’intera vita, al quale sacrificare ogni contingenza, indifferenti al successo o all’insuccesso di un tale ostinato praticare: facendo così della concentrazione motivo a se stessa, praticandola – con asciutto amore – per amore della concentrazione stessa, e non di concupiti risultati, l’attesa dei quali scema presto nella dedizione silente, ostinata e fervida all’azione interiore, o fa scemare l’azione interiore stessa, e la fa deviare alla ricerca delle comodità delle molteplici vie egoiche dalle seducenti promesse.

L’aridità, affrontata da questo ostinato pensare volitivo, asciuga la mucillaginosa emotività, e dislega dall’impetramento del sonno somatico un volere di profondità prima ignoto. Si conquista così una continuità nell’azione interiore che trasforma l’intera vita nel Rito della resurrezione del pensiero e fa del conoscere – come dice Rudolf Steiner – una offerta sacrificale interiore dell’uomo agli Dèi e al Mondo Spirituale.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

IL PENSIERO COME FORZA D’AMORE DEL MONDO (di M. Scaligero)

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Arrivare al pensiero puro significa arrivare ad avere (cosciente) il pensiero da cui si sta movendo verso il pensiero puro: questo muovere è il pensiero puro, che tutti, considerando un punto d’arrivo, dialettizzano. Il punto d’arrivo è il punto da cui si parte.

Il vero pensiero non è quello che pensa il mondo e perciò si lascia modellare dal mondo, ma quello che trascende il mondo, lo nega, lo trasforma, lo interiorizza, lo materializza. Quello che si pensa non è il mondo che appare, ma un mondo diverso, interiore, non esistente ma essente. Cosí la realtà risorge nell’interiorità umana, ed è la vera realtà, non quella che s’impone dal di fuori e asserve a sé il pensiero. Cosí il Pensiero sorge come interiore vita del mondo, ed è il tessuto di Luce del mondo, cioè la segreta forza d’Amore del mondo: che deve divenire un evento individuale per essere Amore creatore.

Il miracolo è sempre il pensiero piú forte di ciò che ci aggredisce come fatto, realtà esistente: il pensiero che è il contenuto reale della realtà: senza il quale questa sarebbe un nulla. Questo pensiero diviene forte, si carica della sua realtà, realizza la sua verità, che è l’universale affiorante verità: questo pensiero si crea, crea se stesso, per essere realtà, la vera realtà, perché l’uomo non ha altro modo di fare sua la realtà che il conoscere: la forza del conoscere deve divenire potere diretto.

Non trascendere il pensiero, ma entrare nella sua trascendenza: lí si trova l’essenza del mondo, il germe della verità del mondo. Intorno, tutto preme vorticoso. E tuttavia al centro poniamo il pensiero che conta: il Logos, l’opera di fraternità, il dovere di ogni momento, perché l’esistere sbocchi nell’eterno da cui si trasse.

Tutto preme logorante e vorticoso, tuttavia al centro è l’ispirazione ordinatrice del pensiero. Elfi, gnomi e puri esseri elementari tessono la connessione di ogni contingenza con la sfera degli Angeli. Intorno, vige la logica, che è sempre il prodotto di un razionale come di un irrazionale: è ancella. Può esprimere potenza o impotenza. Non è essa che decide, come vuole la dialettica, o la cultura del tempo.

Assumere tutta la forza è ritrovare la scaturigine della logica, il Logos. La realtà non è logica, ma è presentabile o accostabile mediante logica. Occorre superare la logica per entrare nel tessuto della realtà, comprendere quale potere rechi il pensiero in quanto flusso di vita non ancora caduto nella forma logica. Esso cerca, esige la propria forma di vita, piuttosto che la sua morte logica: esige il potere della sua entrata nel mondo, la sua espressione immediata, cosí come il suono, il calore, la vita.

Massimo Scaligero

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Da una lettera dell’aprile 1975 a un discepolo.

Per gentile concessione de L’Archetipo

 

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SCIENZA DELLO SPIRITO

HANS WERNER ZBINDEN (di F. De Pascale)

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Hans Werner Zbinden nacque a Basilea il 14 ottobre 1899. Per tutta la vita svolse una intensa attività come medico antroposofico, e in modo particolare come medico scolastico all’interno delle iniziative pedagogiche antroposofiche.

Egli era il più piccolo di tre fratelli nati dal matrimonio di Rudolf Gottlieb Zbinden con Lydia Stuerchler. Frequentò le scuole primarie e il ginnasio umanistico – corrispondente al nostro liceo classico – e già in questo periodo scolastico egli poté osservare il sorgere, sulle colline nei dirtorni di Basilea, di un meraviglioso edificio, il primo Goetheanum, che veniva fatto costruire da Rudolf Steiner. Tra i suoi compagni di studi vi erano Paul Jenny e Curt Englert-Faye. Quest’ultimo aveva già avuto modo, malgrado la giovanissima età, di ascoltare le conferenze di Rudolf Steiner, alle quali poi indirizzò lo stesso Zbinden.

Nel periodo universitario – durante la frequentazione della Facoltà di Medicina – Hans W. Zbinden frequentò regolarmente le conferenze di Rudolf Steiner, e venne profondamente impressionato dalla serietà, dal clima di veracità e di autentica ricerca della Conoscenza presente nelle conferenze del Dottore. Partecipò, ventiquattrenne, alla fondazione della Libera Università di Scienza dello Spirito, in occasione della “Fondazione di Natale” del 1923.

Durante il periodo universitario, una grave malattia lo portò in fin di vita, e mentre era ricoverato conobbe una infermiera di nome Olga Knoepfel, che si dedicò con infinità dedizione alle sue cure. In seguito, ella divenne la sua fedele sposa, che rimase sempre al suo fianco e lo sostenne in tutte le non facili vicende della sua vita. Dalla loro felicissima unione nacquero due figlie e due figli.

Nel 1926 venne fondata a Zurigo una “Libera Associazione Scolastica in memoria di Walter Wyssling”, che aveva come scopo la fondazione di una scuola a indirizzo antroposofico, il che si realizzò nel 1927. Curt Englert-Faye ne divenne il direttore pedagogico, Paul Jenny fu il presidente dell’Associazione Scolastica, e Hans Werner Zbinden, che nel frattempo aveva concluso i suoi studi universitari di medicina, ne divenne il medico scolastico. Il fraterno sodalizio tra i tre antichi compagni di scuola durò finché essi vissero, e per tutta la vita lo Zbinden fu il medico scolastico della iniziativa pedagogica zurighese.

Nel corso degli anni trenta dello scorso secolo, Marie Steiner si accorse del giovane medico basilese, la cui attività medica era solo una parte della sua fervida azione all’interno del Movimento e della Società Antroposofica. Nel 1935, assieme a Walter Bopp e Friedrich Husemann, si trovò al vertice della Sezione Medica della Libera Università del Goetheanum. Allorché, in seguito, egli si schierò – senza compromessi di sorta – a difesa di Marie Steiner, a difesa dell’integrità dell’Opera di Rudolf Steiner e della Verità, egli non poté più mettere piede nel Goetheanum.

Marie Steiner, nel 1942, chiamò Hans Zbinden a far parte del “Nachlass”, ossia del “Lascito” di Rudolf Steiner, che doveva difendere l’Opera del Dottore dallo scempio che ne stavano già facendo Albert Steffen e Guenther Wachsmuth. Dopo la morte di Marie Steiner, egli guidò il “Lascito” praticamente sino alla propria scomparsa, che avvenne a Zurigo il 25 maggio 1977. Se oggi abbiamo l’Opera Omnia di Rudolf Steiner – la “Gesamtausgabe” in lingua tedesca – quasi oramai completamente pubblicata, lo dobbiamo alla instancabile azione di lui e dei suoi fedeli collaboratori.

Hans Werner Zbinden scrisse poco: egli agiva invece moltissimo nel colloquio diretto con le persone, colloquio che per lui era sempre indirizzato a stimolare l’amore per la Verità, e il consequenziale retto agire.

Una sua caratteristica particolare è da rilevare: egli venne varie volte in Italia. Svolse conferenze sulla medicina antroposofica a Milano, e anche a Roma, nella cerchia del “Gruppo Novalis” che si riuniva attorno a Giovanni Colazza. Ho documenti che lo comprovano. Il Dott. Zbinden conosceva bene la lingua italiana, e Marie Steiner lo pregava spesso di conversare con Lei in quella lingua, che Lei definiva musicale, che tanto amava, e nella quale secondo Lei – che a Bologna, agli inizia del secolo, era stata allieva di Giosuè Carducci – meglio si potevano esprimere le realtà dello Spirito. L’Opera mirabile di Massimo Scaligero ne è la prova più luminosa.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

NUMINE AFFLATUR

(Poesia-Particolare Raffaello-Palazzi Vaticani)

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Non può la Poesia afferrare solo un sentimento

Come un risucchio improvviso nel mare

Un lampo nella notte

Uno scoppio nel camino d’inverno 

Come una carezza del vento

Lo sfiorare sulla gota di un bacio

Un canto struggente nel teatro…

..

Risalire.

Dal rumore al suono

Dal lampo alla luce

Dal caldo al calore

Dal vento all’aria

Dal fondo sicuro

Al mare alto…

 

Attraverso una domanda:

Rispondervi con forza e devozione

Perchè una verità singolare

Mi attira e lega

Fin dal mio animale

A risorgere ed innalzarmi

In un movimento unico

Di armonia di vite.

 

(hierós gámos-verso Il Santo Graal)
( S. S. )

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ARTE, PENSARE MASSIMO (poesie di Savitri), POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO
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