LA “REFLEXIO” JUNGHIANA (di F. De Pascale)

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Carl Gustav Jung è indubbiamente uomo di grande cultura, fornito di una raffinata dialettica, di un seducente e illudente linguaggio, dominato in maniera magistrale. Ma – come insegna Massimo Scaligero – “ciò che seduce non libera!”.

Chi conosca l’Opera di Massimo Scaligero, sa bene come proprio il pensiero riflesso – anche nel suo momento dinamico come pensiero pensante – sia proprio ciò che lega l’uomo alla dimensione corporea, alla prigione somatica: quella che faceva dire agli antichi Iniziati orfici e pitagorici: “soma-sema”, ossia “il corpo è una prigione, il corpo è una tomba nella quale l’anima muore!”.

E la bronzea catena, che lega l’anima al corpo-prigione, al corpo-tomba, è proprio il pensiero riflesso: quel cogitante pensiero, che come descrive lo stesso Jung, è solo un “riflesso virtuale”, quindi una immagine “non reale” – come ben sa chiunque abbia studiato a fondo sia la Fisica che l’Ottica, come scienza della visione. Un tale pensiero riflesso, esangue e disanimato, è mediato dallo strumento del cervello, del sistema nervoso centrale, degli stessi organi di senso, cui è così ferreamente incatenato, talché verrebbe la tentazione di dire che è “in-catena-morto”. E infatti la maggior parte degli umani passano tutta la vita – se poi quella è vita – con un tale pensiero incate-nato sino a che la morte mette fine a quella farsa che è solo una parvenza di vita, mentre è unicamente un lunghissimo, estremamente rallentato, morire.

Che una tale “riflessione” doni una qualche “libertà di fronte alla costrizione delle leggi naturali”, come afferma Jung, non è solo una “fabula” – come affermerebbe il Vico della “Antiquissima Italorum Sapientia” – ovvero non è solo, come si può evincere dal facile anagramma, una “bufala”, bensì altresì è una pericolosa illusione. Illusione, perché nel pensiero riflesso, nella riflessione cogitante, l’essere umano può bensì credere di essere autonomo e libero dai lacci e lacciuoli della costringente natura, mentre ne è solo più sottilmente, e più insidiosamente, manovrato: un tale pensiero, infatti, gli è “suggerito”, dalla natura stessa che lo illude e lo manovra, affinché egli non cerchi l’unica vera libertà, la quale può sorgere soltanto dalla realizzazione del “pensiero libero dai sensi” del quale parla Rudolf Steiner nel quinto capitolo della sua Scienza Occulta, e Massimo Scaligero in ogni pagina della sua Opera.

Del resto, l’ideologia marxiana e quella leninista – a loro modo coerentemente – riconoscono gnoseologicamente nella “teoria del rispecchiamento”, ossia nel fatto che, a loro dire, il conoscere umano è solo una sovrastruttura, un riflesso della realtà materiale esteriore, mentre è vero esattamente il contrario: chi pratica la Via del Pensiero e la Concentrazione dimostra a se stesso, sperimentalmente che è possibile liberare il pensare dalla mediazione del sistema nervoso e dagli organi di senso, e sperimentare la realtà originaria del pensiero vivente su sé fondato, unica mediazione a se stesso, e la realtà di un Mondo Spirituale, del quale il mondo sensibile non è che un riflesso, una illudente “maya” o una manifestazione, direbbero i Sapienti d’Oriente e d’Occidente.

Quindi, quella che propugna con un linguaggio accattivante Carl Gustav Jung, è una menzogna, dimostrabile come tale da chiunque si impegni con volontà veramente consacrata nella Via del Pensiero e nella Concentrazione. Il pensiero riflesso non è, e non può mai essere, libero: né nel suo aspetto statico come pensiero pensato, né nel suo aspetto dinamico come pensiero pensante, ossia come pensiero riflesso in movimento.

Jung invoca un “comportamento”, ossia un’azione, ma una tale azione, basata sul pensiero riflesso ferreamente incatenato al sistema corporeo, non sarà mai un agire libero. L’essere umano non è certo libero perché condizionato dalla costrizione di un vincolo o di una molla interiore, che non scorge, invece che da una costrizione grossolanamente esteriore: sarebbe ben ingenuo solo il pensarlo! Infatti, oramai da molto tempo, tutta la demagogia politica e confessionale, e quella della pubblicità commerciale, sono basate sulla costrizione, non avvertita come tale, dei “persuasori occulti”, il cui estremo strumento – cinicamente spregiudicato – è quello dell’uso, più che abbondante, delle percezioni subliminali.

La stessa psicologia comportamentale – quella che gli anglosassoni chiamano “behaviourism” – si basa esattamente su questo principio. A tale proposito, una lettura molto istruttiva è quella del libro dell’americano Francis Skinner “Beyond Freedom and Human Dignity”, ossia “Oltre la libertà e la dignità umana”, nel quale si negano quali pericolose illusioni concetti “sovversivi” come quelli della “libertà” e della “dignità umana”, e si propugna un forzato, ancorché abilmente mascherato, condizionamento psicologico e integrale degli individui e dlle masse, da parte di una classe dirigente di “tecnocrati”, unici “razionalmente” legittimati a detenere il potere assoluto. Anche le cosiddette neuroscienze e il condizionamento neuro-linguistico si basano sugli stessi presupposti.

Curiosamente, l’idea junghiana del “comportamento” basato sulla “reflexio”, coincide perfettamente con l’idea marxiana e leninista della “praxis”, ossia dell’agire rivoluzionario coerentemente derivato dal presupposto logico erratissimo – e si può dimostrare razionalmente e sperimentalmente che lo è – che il pensare e conoscere umano sia soltanto il cosciente riflesso della realtà sensibile. In effetti il marxismo e il leninismo concepiscono la “liberazione” del proletariato dalla “schiavitù” del sistema produttivo capitalistico e dal sistema politico borghese, che ne è la sovrastuttura, e non concepiscono affatto una “libertà” dell’individuo singolo, la cui esistenza è solo un momento del processo storico ed economico, quindi una mera illusione. Quando Rudolf Steiner insegnava alla Scuola Operaia di Berlino, fondata da Wilhelm Liebknecht, entrò in aperto e aspro contrasto con i dirigenti marxisti della medesima, i quali gli opposero il principio che loro “non conoscevano affatto una libertà reale, ma solo una ragionevole costrizione”. Le conseguenze tragiche e sanguinose sul piano sociale di una tale impostazione teoretica errata sono sotto gli occhi di tutti coloro che veramente vogliono pensare. Non per niente, nella seconda metà dello scorso secolo, si è manifestata, negli intellettuali “à la page” e “radical chic”, una appassionata “corrispondenza di amorosi sensi”, per dirla col Foscolo,tra le teorie marxiane, la psicanalisi freudiana e la psicologia analitica junghiana.

Il limite materialistico di Jung è più abilmente e dialetticamente mascherato che non in Freud, ma non per questo meno efficiente e più pericolosamente insinuante e illudente. Jung parla della “psiche”, ch’egli conosce unicamente sul piano discorsivo, non potendone avere esperienza o percezione diretta alcuna, e nega apertamente che tale “psiche” sia l’anima – la quale “apertis verbis” afferma di non sapere cosa sia – così come nega, che più chiaramente non potrebbe, il fondamento divino, e quindi la realtà non sensibile né materiale, dell’anima stessa. E gli stessi “archetipi” dei quali parla non sono entità spirituali ontologicamente fondate, bensì per Jung sono unicamente deduzioni cliniche verbali, deducibili dalla omologia biologica dei diversi sistemi nervosi degli individui umani: quindi, a suo stesso dire, nulla di spirituale. I mezzi che usa nella sua prassi “terapeutica” sono un pessimo strumento perverso come il fine e l’inevitabile risultato che si propone: non certo la realizzazione della guarigione del paziente, né tantomeno la libertà dell’Io, cui non credeva affatto.

Jung non si è affatto “convertito”, ossia non ha attuato una ascetica “metanoia” del pensare nella sua luce originaria, ché una tale “metanoia” egli non poteva, perché non voleva attuare, poiché la temeva con quel compulsivo terrore, che lo spinse addirittura a fuggire – soli 30 km da Tiruvannamalai – dalla possibilità di incontrare un Asceta autentico, uno Jnani realizzato, come Ramana Maharshi, il quale con un solo sguardo, col suo travolgente Silenzio, avrebbe ridotto al nulla tutto il suo intellettualismo psicoanalitico, e gli avrebbe mostrato come sia ben concreta la realizzazione dell’Io, dell’Atman, radicalmente indipendente dalla dimensione corporea, e dalla sua pallida e anemica appendice mentale e psichica. Ma Jung era solo un medium, non un asceta.

Il pensiero riflesso, sia statico e pensato che dinamico e pensante, non è libero in quanto riflettente in maniera obbligata l’apparire sensibile e legato alla mediazione nervosa e corporea che lo incatena, e alle sue risonanze costringenti l’anima prigioniera. MA la volontà la quale coscientemente VUOLE il pensiero riflesso, è libera. Una tale cosciente volontà pensante, la quale si voglia nella Concentrazione, e quindi voglia insistentemente il proprio volere – dapprima attraverso la mediazione di un pensato univocamente pensato, poi liberandosi anche di tale mediazione col volere il proprio cosciente movimento indipendente da OGNI pensato – realizza la libertà autentica: libertà da ogni limite e supporto sia corporeo che animico. Questa è la vera ed unica terapia dei mali del corpo e dell’anima: Non quella di cui parla Carl Gustav Jung, la quale – beffardamente suggerita da potenze antispirituali ostili all’uomo e alla sua libertà – è solo una tragica presa in giro mediante il suo asservimento corporeo e “psichico”!

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