L’ARCHETIPO-NOVEMBRE 2017
Anno XXII n. 11
Novembre 2017


Anno XXII n. 11
Novembre 2017



Se questa nota fosse veramente ambiziosa e rigorosa potrebbe iniziare volgendosi esaustivamente all’eccezionale fenomeno che consiste nel comprendere le cose che cadono sotto la nostra osservazione poiché, seppure mediate dallo spazio e dal tempo e dagli organi del nostro corpo (e già a questo punto dovrebbe aprirsi un ampio capitolo sulla presunzione di oggettività di tali mediazioni: ciò è stato compiuto con assoluta profondità da Massimo Scaligero con Segreti dello Spazio e del Tempo, Tilopa, Roma 1963), esse, di per sé, non offrono al nostro sguardo il loro significato essenziale, avendo il carattere di un tutto indiviso e incomprensibile. La norma che permette di distinguere i caratteri di un ente dagli accidentali generali e dal resto del mondo, già appartiene alla nostra attività pensante e non al percepito indiscriminato che senza dubbio c’è ma mai si saprebbe cosa sia. Nella sua indagine, Rudolf Steiner osserva che persino «in due oggetti dello stesso genere non vi è nulla di veramente comune se ci si attiene soltanto all’esperienza dei sensi». Prendiamo l’esempio elementare di due triangoli: uno isoscele e l’altro scaleno, oppure uno piccolo ed il secondo grandissimo… potremo continuare all’infinito. Occorre compiere un piccolo sforzo per realizzare che, fermandoci alla mera esperienza sensoria (cioè priva di pensiero), non esiste alcun triangolo uguale ad un altro e non esisterebbe nemmeno la possibilità di riconoscere un secondo triangolo dopo il primo (a dire il vero non esisterebbe nemmeno la comprensione per il primo triangolo, ossia la possibilità di riconoscere che un triangolo è un triangolo). Normalmente invece riconosciamo la loro comune identità poiché portiamo loro incontro nel moto pensante la luce del concetto di triangolo: solo allora riconosciamo tutti i triangoli del mondo. Ma in tale caso abbiamo oltrepassato la mera esperienza sensoria, e il contenuto del concetto (di triangolo) dove siamo andati a coglierlo? Semplificando al massimo, la risposta è questa: dall’interiore mondo del pensiero.
Ci siamo avventurati in quel settore di realtà (teoricamente rifiutata dal positivismo filosofico) senza la quale nulla delle cose del mondo sarebbe da noi compresa e comprensibile perché, per la nostra costituzione, manca nel puro mondo sensibile. Questa è l’esperienza interiore assolutamente necessaria alla comune condizione umana, ed è parimenti quella meno avvertita. In quanto uomini, l’esperienza interiore del pensiero è ciò che ci colloca al vertice di quelli che sino a ieri furono chiamati “regni della natura”. Ci distinguiamo dal resto della natura non perché ci muoviamo o respiriamo, ma nemmeno per il fatto che qualcosa susciti in noi odio o amore con una fenomenologia quasi simile alla pioggia che cadendo modifica la precedente compattezza del terreno. La luce del pensiero genera l’uomo in quanto entità completa, e dalla interiorità di lui essa sgorga incessantemente donando compiutezza al mondo, ancora senza che lo si sappia, poiché per ora la desta autocoscienza si spegne durante il processo: riaccendendosi solo dopo, nel riverbero in cui coglie il compiuto, il mondo già fatto ed il pensiero come fosse soltanto un riflesso di questo.
So bene che le precedenti righe sono insoddisfacenti rispetto al tema, ma da esse potrebbe risultare sufficientemente chiaro che tento di indicare che la prima e piú importante tra le esperienze interiori è la coscienza pensante, sebbene tale dato di fatto rimanga sempre il piú negletto e che ogni esperienza interiore vera e sana che si definisca occulta dovrebbe essere oggetto della coscienza pensante come in natura il suono è per l’orecchio.
A molti tutto questo potrebbe apparire semplicemente ovvio, e se davvero fosse cosí il mondo esoterico sarebbe una riproduzione fedele del cielo in terra. Purtroppo cosí non è, la confusione regna e per “esperienza interiore” si intende proprio di tutto, essendo di sufficiente soddisfazione, per la presunzione e l’orgoglio umano, l’esperienza di qualsiasi cosa che possa essere sentita e giudicata diversa o straordinaria se per una minuta briciola appare estranea all’ordinario vissuto. Spesso Rudolf Steiner ha rimarcato il desiderio di molti spiritualisti di ritrovare, nelle esperienze interiori, somiglianze con le cose che ci sono familiari nel mondo sensibile. Questo è un errore, ma vi sono errori ancora piú profondi, laddove si volesse chiamare esperienza interiore quanto può esser sperimentato con le caratteristiche del mondo sensibile e nel mondo sensibile. Per non parere astratto vi riporto un fatto realmente accaduto alla presenza di una certa élite di esoteristi.
Jules-Benoit Doinel fu il fondatore della Chiesa Gnostica (ho citato il suo nome nella nota biografica su Paul Sédir) su conferimento degli “antichi vescovi albigesi” nel modo qui di seguito descritto. È l’autunno del 1890, ora del crepuscolo. Il luogo è l’Oratorio della Duchessa di Pomar . Presenti un Barone spagnolo, sei o sette importanti occultisti e un potente medium. «Una Presenza riempiva l’Oratorio» scrive Doinel, e dopo un prolungato silenzio, la pesante antica tavola intorno alla quale i nostri personaggi sono seduti inizia a fremere e a modulare onde sonore. Lady X con una bacchetta d’avorio scorre un quadrante alfabetico: alla lettera corrispondente il tavolo emette colpi secchi. Cosí si forma la frase: «Preparatevi a ricevere i Vescovi del Sinodo Albigese di Montségur». Scintille luminose sprizzano dalle pareti, di fremiti vibrano le porte, dal centro del tavolo parte una specie di rullo di tamburi temperato, come al passaggio di augusti personaggi. Poi torna il silenzio e l’alfabeto forma una nuova frase: «È qui Guilhaberto di Castres, Vescovo di Montségur e i quaranta Vescovi dell’Alto Sinodo del Paracleto sono venuti con lui». Tutti i partecipanti si alzano in piedi e Guilhaberto di Castres (a colpi di tavolo) parla: «Ricostituite ed insegnate la Dottrina Gnostica che è la Dottrina Assoluta, e per Vangelo prendete il Quarto, quello di Giovanni, che è il Vangelo dell’Amore. Ricostruite apertamente la Chiesa Gnostica, la Santa Chiesa del Paracleto, composta di Perfetti e di Perfette, come la nostra Chiesa. Colui che dovrà ricostruirla, è in mezzo a voi stasera. Egli verrà consacrato mio successore in questo stesso Oratorio, secondo l’antico rito: e avrà Elena-Sofia per fidanzata e sposa. Lo Spirito Santo vi manderà Coloro che vi sono necessari. La gioia dello Spirito e la pace del cuore siano con voi, Primizie della Gnosi Nuova!». I presenti sono sconvolti, si inginocchiano, il tamburo riprende a battere, un vento scaturisce dall’invisibile e tutti odono una voce che dice: «La benedizione del Santo Pleroma e degli Eoni sia con voi! Noi vi benediciamo come benedimmo i Martiri di Montségur. Amen, amen, amen». Poi tutto torna alla quiete, la tavola rimane muta, ma nello stesso istante, è sempre Doinel che scrive: «Ebbi l’impressione di una bocca e di un bacio: era il sacro bacio della mia mistica Sposa».
Poco tempo dopo quanto narrato, Doinel venne consacrato Vescovo Gnostico (con il nome di Valentino II) e i piú valenti esoteristi di Francia: Papus, Sédir, Haven, Guénon ecc. furono consacrati vescovi di altrettante città europee. Anche l’Ordine Martinista venne travolto dalla slavina: l’Art. VII del Decreto Sinodale dichiara il Martinismo d’essenza gnostica, e i suoi Superiori Incogniti prendono posto nella classe dei Perfetti.
Desidererei che osservaste l’accaduto con lucida e distaccata coscienza: esso non fu altro che una fragorosa, scenografica seduta spiritica, la quale però, in quel momento e nei successivi avvenimenti, intrappolò il fior fiore degli esoteristi francesi che cadde nel pentolone come pollame da brodo (a onor del vero ad alcuni degli attori venne data successivamente una ben piú elevata possibilità: la connessione a Maître Philippe). Voglio sottolineare che una corrente spiritualista di una certa apparente importanza sul piano dell’esoterismo europeo originò da una seduta medianico-spiritista, cioè dalla massima antitesi di una vera manifestazione spirituale.
Mi sono dilungato nel racconto per non restare nelle astrazioni, per raccontarvi una storia e per affermare (credo ragionevolmente) che moltissimo di quanto passa come mondo esoterico ascende, pur con tante differenze formali, dalle stesse suggestive oscurità che si manifestarono nell’Oratorio della Duchessa di Pomar. E non andrebbe dimenticato che da quelle parti si manifestarono, a conti fatti, soltanto dei fenomeni medianici a effetti fisici, quelli che piacciono tanto ai tecnologi della parapsicologia che in oltre cent’anni di studi “scientifici” non hanno tirato fuori nemmeno un ragno dal buco.
Piú raffinato e complesso è il fenomeno del visionarismo, tenendo in poco conto l’esperienza dell’Importante Teosofo che passeggiando per Roma vede tra i bighelloni Christian Rosenkreuz (Ieratico? Frettoloso? Questo non lo sapremo mai). In tale tipo di fenomeni, senza che vi sia di necessità un mutamento o un particolare rafforzamento dell’anima, si aggiungono alla coscienza comune, come se la realtà non ne fosse già strapiena, figure, immagini e scenari. Questi casi possono avere differenti origini e diversa rispettabilità. In genere le visioni sono di tre tipi:
prodotti di patologie connesse a danni chimici o neurologici, in alcuni casi aggravate da erronee discipline interiori e, peggio del peggio, rafforzate da irriconosciute predisposizioni ad aperture medianiche;
residui di antica veggenza atavica in cui il sangue è percettivo e le immagini sono echi di percezioni spirituali (eteriche), sovente caratterizzate da una certa obiettività con fatti piú antichi o lontani. Esse, intendo le visioni, di solito non danneggiano l’individuo (fanno parte di lui, spesso ereditate dal ceppo familiare), che sovente è protetto dalla semplicità intellettiva e/o da un isolato ambiente sociale;
fenomeni collaterali karmici che sorgono spontaneamente sui primi passi di una vera disciplina interiore. Gustav Meyrink, nel suo romanzo La faccia verde, dà una debordante ma sostanzialmente esatta descrizione di quanto può verificarsi: «La via che ti mostro è tutta cosparsa di vicende straordinarie: i morti che hai conosciuto vivi risorgeranno davanti a te e ti parleranno! Non saranno che immagini. Esseri luminosi, sfolgoranti e gloriosi t’appariranno e ti benediranno! Non saranno che immagini, figure immateriali che, emanate dal tuo corpo (mio è il corsivo), trapassano per la morte magica, sotto l’influsso della tua mutata volontà, dalla materia allo Spirito, come il duro ghiaccio evapora sotto i raggi del sole».
Dovrebbe essere ben chiaro per l’asceta che le esperienze del III tipo sono positive come indicatrici del suo lavoro e del tutto negative se valutate e coccolate come rivelazioni o altro di simile. Di solito questo genere di fenomeni cessa proprio quando l’anima diventa un tutt’uno con la Via dello Spirito.
I casi descritti hanno in comune la corporeità fisica – Meyrink lo evidenzia – che è in effetti il buio archivio di tutte le forze magiche del passato, quindi il problema non è il possesso (il “cosa”) di una inesauribile miniera di pietre preziose, ma il fatto di estrarle nel modo giusto (il “come”). Basilio Valentino conosceva il problema quando indicò l’Opus con l’acronimo VITRIOL (Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem).
Mi permetto di accennare ad una categoria minoritaria, di cui, a ragione, nessuno parla e la cui natura è priva di definizione perché è del tutto individuale, intima e occulta. Fa parte di essa chi continua, di vita in vita, un determinato lavoro interiore e ne diviene consapevole progressivamente oppure in momenti cruciali della vita. Qui non esistono schemi. Racconto di uno che aveva all’incirca quarant’anni: mentre pregava (non era confessionale ma a suo modo assai religioso) il mondo circostante sparí e apparve il Maestro antico: «Sono nuovamente sulla terra, muoviti a cercarmi!». Impiegò anni a trovarlo. Parlo di uno solo perché, estroverso e generoso, non nascose l’accaduto e se n’è andato da tempo, ma devo tacere di altri che hanno scelto il silenzio. Sono pochi ma non pochissimi e a descrivere il loro come e quando parrebbe una raccolta di sfrenate fantasie. Gli scarsi caratteri comuni sembrano comunque essere: a) avere frammentari rapporti con l’invisibile già dai primi anni di vita, b) la riaccensione di un fuoco interiore (eterno?) che spinge nella ricerca, nello studio e nelle discipline, c) l’incontro con il Maestro.
Dalle poche righe che su questo ho osato scrivere, chi sa leggere con il cuore comprenderà quanto intima e delicata sia tale sfera: per l’attuale modo di pensare, diciamolo senza ipocrisie, la segretezza infastidisce. Io spero che chi si dice occultista abbia la minima sensibilità, almeno in questo caso, di comprenderla.
L’attuale situazione per gli aspiranti ricercatori dell’Occulto si presenta grave e severa ed esige un grande sforzo del cuore e della mente, poiché quasi tutto quello che si offre alla loro ricerca sembra offrire mete spirituali per le quali il prezzo del biglietto consiste in forme, anche complesse e difficili, di completa passività. Guardate che, anche tenendo in nessun conto i sincretismi all’acqua di rose e le dottrine sognate a tavolino, se ci si accosta ad insegnamenti di provata radice metafisica, il fatto della passività sembra reggere. Ad esempio il chi cino-taoistico dovrebbe manifestarsi solo dopo aver cancellato quello che lo impedisce: se voglio spingere un oggetto uso di norma muscoli, legamenti ecc. Ma se voglio che sia il chi a spingere, devo allora esercitarmi nella negazione dei muscoli fisici. Diamine! Il chi è spirituale, perciò impersonale, e quindi saturerà il suo campo quando toglierò di mezzo quel fastidioso “io sono” che ingombra la testa e tutto il resto. “È stato tirato” conferma il cortese monaco dopo che Herrigel, dimentico di sé, compie l’impossibile impresa.
Impossibile al di fuori di uno specifico karma personale e di particolari influenze. In fondo basta togliere la desta autoconsapevolezza al desto e autoconsapevole uomo occidentale! Saltar via dalla propria condizione strutturale è impossibile, mentre è possibile ottunderla. Ma questo significa, per l’uomo contemporaneo che ha perduto gli stati sottili di coscienza, acquisendo in cambio un punto desto di tangenza con il Principio – questo è l’Io – consegnarsi, regredendo, alla corporeità. Steiner osserva che le forze dell’anima, nello specifico il percepire e il volere, dipendono nella vita tanto dall’elemento corporeo quanto da forze extracorporee. L’intensificazione dell’attività pensante trae fuori dal corpo le forze dell’anima e le rende indipendenti dai processi corporei. Nel caso contrario le attività animiche di competenza umana divengono semplici manifestazioni di attività organiche. Lo sperimentatore si lega alla corporeità in misura maggiore (patologia) rispetto alla normale coscienza di veglia. Ciò che sta sotto manifesta la propria attività in contenuti ed immagini eliminando parzialmente (visionarismo) o totalmente (medianità) le forze di coscienza che, ora, appartengono all’Io. In pratica la linea di confine consiste nel percepire un abbassamento della destità di coscienza che nella pratica interiore non deve mai scendere sotto la consapevolezza del pensiero ordinario. Fate attenzione: nel suddetto caso si avverte una stasi, una sonnolenza o una stanchezza piuttosto strana, perché è incomprensibile se sia fisica o mentale; poi, siatene sicuri, arrivano presto esperienze e visioni. Se l’anima non è predisposta alle vie della dissoluzione, questi fatti saranno soltanto inciampi fortuiti sui primi passi. Però non vanno assolutamente coltivati. La coscienza s’abbassa? Si concluda immediatamente l’esercizio. Eventualmente si riprendano nuovamente (in un secondo tempo) le formule iniziali degli esercizi, ossia il ripartire dalla forma piú elementare della tecnica, riducendo i tempi, avvantaggiando l’intensità e rivisitando aspetti irrisolti del carattere o almeno aumentando il potere dell’attenzione.
La direzione opposta consiste nell’intensificazione dell’attenzione pensante che inizia dal controllo o dominio del pensiero ordinario e può giungere alla percezione del pensare indipendente dalle categorie corporee. Attenzione: l’esperienza del pensiero-che-è-piú-che-pensiero, si dà. Non sarebbe esatto dire che essa sia il risultato dell’immagine sintesi: questa ne è, per cosí dire, la base necessaria. Pure il termine “immagine sintesi” sembra portare confusione anche in chi vorrebbe indicare agli altri il cosa e il come e sorge la bislacca tentazione di “pensarla” come uno stravagante puzzle di immagini raccolte durante la ricostruzione dell’oggetto, e cosí si sbaglia alla grande. Certo, la concentrazione è una tecnica, ma non intellettualistica, è tutta pensiero, ma un pensiero che esige anche pazienza, coraggio, volontà e dedizione ben oltre i naturali limiti: si tratta di osservare il pensiero e questa è, nell’ordinario, una impresa impossibile che può diventare possibile a tappe. Se dico a Tizio di darmi un turacciolo, Tizio me lo dà poiché ha suscitato e riconosciuto il concetto di turacciolo: un lampo nemmeno troppo consapevole che per un attimo si è acceso all’interno della coscienza. La concentrazione estrae e contempla in chiara realtà questo lampo. Per giungere a ciò si evoca un tema (il turacciolo) e si ricostruiscono davanti alla coscienza le caratteristiche dell’oggetto: con questa operazione si fa volitivamente convergere la corrente del pensiero sul tema. Lo si estrae dall’interno della coscienza. Poi si mantiene l’attenzione solo sull’oggetto: essa è sempre corrente di pensiero! L’oggetto (che naturalmente è di pensiero) può anche rivestire la forma percepita nella visione sensibile. Per molto tempo esso tenderà a sparire nel nulla vuoto, e occorrerà attingere continuamente ad un intimo sforzo creativo per ricrearlo e porlo all’attenzione interiore. Con la pratica e l’insistenza incrollabile, l’immagine comincerà a mantenersi, statica o dinamica, quasi fosse indipendente dallo sforzo dell’operatore che deve sostenere comunque la massima concentrata attenzione (però avvengono sottili modifiche interiori nel modo di chi guarda e in ciò che è visto). Continuando l’operazione, si osserverà che l’immagine tenderà a dissolversi, ma non come all’inizio. La situazione è diversissima, poiché ora l’eventuale vuoto è saturo, il nulla è pieno perché dall’oggetto, formalmente scomparso, fiorisce un intenso quid pieno di vita (è vita dell’etere, quindi tutt’altro che astratta: è la prima volta nella vita in cui si percepisce la vita!). Questo quid pieno di vita è avvertito dalla coscienza come il concetto puro privo di “materia”, cioè di categorie sensibili. Perciò, se la terminologia di immagine sintesi vi ingarbuglia, potreste chiamarla “immagine creativa”, poiché lo sforzo maggiore sta nel mantenerla e ricrearla (sono consapevole che sintetizzando l’operazione non ho potuto tener conto di diverse variabili individuali). Nella terminologia usata dalla Scienza dello Spirito il vertice di questa eccezionale esperienza è chiamato col nome di pensiero puro libero dai sensi e trae con sé l’elemento puro del volere e del sentire: si può dire che un secondo uomo nasce dall’intensificazione del pensare. Un’entità vastissima che inizia ad agire nel campo universale delle Potenze cosmiche. Il pensiero libero dai sensi non è soltanto il fondamento certo per una conoscenza di sé quale entità dello Spirito, ma è anche il mezzo tramite il quale l’uomo può conoscere per esperienza diretta quanto del Mondo Spirituale è significativo per la sua ulteriore maturazione.
L’Opera epistemologica di Rudolf Steiner e in particolare La Filosofia della Libertà offre in tal senso il necessario processo conoscitivo e lo sforzo richiesto al pensiero stesso. Non posso però tacere la modestia dei risultati (rimproverata ai membri della Società Antroposofica da Steiner stesso) ottenuti nella prima parte del XX secolo, mentre nei molti decenni successivi si è potuto assistere al parziale oscuramento del tema (e su ciò sarebbero inevitabili delle osservazioni che sono certamente scabrose poiché coinvolgono la guida dell’Associazione).
Il lavoro sacrificale di Massimo Scaligero ha ridato comprensione, realtà e mezzi al processo epistemologico che chiamiamo anche Via del Pensiero. Non v’è pagina nei suoi scritti in cui la concatenazione dei pensieri non permetta la risalita dal pensiero astratto alla percezione del pensiero pensante. Oltre Scaligero, mi si può far notare la presenza di altre figure che hanno espresso simili contenuti, ma ciò è vero in minima parte, in quanto trattasi di persone che hanno conosciuto e incontrato Scaligero apprendendo e annotando da lui tutto il possibile per “personalizzarlo” in tempi successivi. Fa parte dei tratti del carattere di Scaligero (meglio sarebbe dire: della sua grandezza spirituale) il non aver denunciato tali scorrettezze, mantenendo persino rapporti epistolari amichevoli con i suddetti autori. Del resto Scaligero non ha mai ritenuto come “suo” il proprio lavoro. Magari un analogo sentimento permeasse chi si ritiene custode delle sue parole! Che, seppure lentamente, raggiungono in tutto il mondo le anime che avvertono una carenza o frattura nell’essenza di ciò che viene presentato come Scienza (?) dello Spirito dai suoi formali espositori. Questa è la spiegazione sensibile ed è incompleta. Quanto vi è di altro non compete a questa nota.
La liberazione dai legami corporei non è una sorta di distacco spaziale, ma un rovesciamento dell’essere e delle sue forze conoscitive. Per la prima volta l’uomo vede cosa sia il corpo sensibile e il corpo fisico: sono due esperienze intense e completamente diverse. L’uomo cosmico vede l’uomo terrestre e impara (intuisce) quali siano le forze addormentate e contratte che questi cela. Circa la corretta rappresentazione di alcune esperienze è di particolare interesse il ciclo di Rudolf Steiner intitolato Dell’Iniziazione (Ed. Antroposofica, Milano 1985) permettendomi di ricordare che nemmeno il Dottore dice tutto dappertutto. Del resto nel IV capitolo della Scienza Occulta sono inserite in forma di immagini le chiavi per accedere ai grandi segreti celati nell’uomo… qualora l’asceta possa attingere alla parte di sé in cui eternamente scorre il pensare liberato.

FOGLIE
Un vento di gran lasco,
un soffio teso,
preludio di partenze,
raso ai tetti,
agita gonfaloni,
banderuole sposta
al capriccio dei suoi colpi.
Quando sarà il momento,
quale strappo avrà ragione
del peduncolo che tiene la foglia
unita al vincolo del ramo?
Ora lassú, nel sole che declina,
è un luccicare, un brivido arpeggiante
degli alberi che sentono,
insidiato dalla buriana, il popolo vociante,
già chiazzato di ruggini, scambiarsi,
da cima a cima, gli echi dell’estate:
il frusciare di nuvole,
l’azzurro venato d’oro e cremisi al tramonto,
nel crogiolo salino, rara alchímia,
il raggio verde che gli innamorati
coglievano in un lampo all’orizzonte.
E conchiglie sonore, e voli a stormo,
orme incalzanti le orme fuggitive.
Tutto questo è memoria che si estenua
nel febbrile stormire arborescente,
suggendo al tempo l’ultimo respiro.
Poi, a un urto piú secco il tronco freme,
scrolla nel vuoto la sua chioma,
allenta l’eterico dominio delle linfe.
Cosí la foglia si abbandona
al flusso della vita che va e che ritorna.
Poiché, se il vento chiama,
deve andare,
leggera, nell’eterno navigare.

Mi è stato chiesto di pubblicare qualcosa che riguardi l’equanimità. Anni addietro lo avevo già fatto. Perciò riprendo rivedendo (quasi) a nuovo il tema.
Parto da un fatto vero, da un incontro realmente avvenuto tra me e un giovanottone di cui fu padrino di battesimo
Non so come sia andata poi, ma il fatto era che il mio figlioccio si accingeva ad iniziare il terzo dei famosi cinque esercizi.
Per giungere al bisogno/impulso di procedere oltre il controllo del pensiero e l’atto puro, gli erano occorsi degli anni! E già da questo potreste ammettere che la cosa che sto raccontando è del tutto vera.
Da ciò, poiché si sta parlando di una persona reale, potete vedere quanto può essere diverso il lavoro interiore tra uomini in carne e ossa diversi: chi fa un esercizio al mese, chi aveva ricevuto l’indicazione di farli tutti cinque subito e nella stessa giornata, chi dei cinque non fa mai gli…ultimi quattro. C’è posto pure per quelli che i “cinque esercizi” non li fanno proprio e fanno altro, infine ci sono anche tanti che non fanno niente e anch’essi avranno le loro ragioni…non le trovo ma di sicuro le avranno.
Dunque, per piacere, evitiamo inutili giudizi, poiché come in ogni esercizio di preparazione esoterica contano soprattutto la dedizione e l’intensità, cioè la merce più rara e più elusiva, alquanto celata per gli umani strumenti di misura e valutazione.
Allora, tornando alle prime righe ricapitolammo minuziosamente alcuni aspetti dei primi due esercizi. Osservai quanto era stato notevole sentire dal figlioccio come la concentrazione lo avesse aiutato durante il durissimo periodo di un grave lutto personale (la sua compagna era morta in un incidente stradale). In quella situazione aveva fatto quello che anche suggerisco spesso: brevi concentrazioni molte volte al giorno.
Rivisitammo anche il secondo esercizio (quello che, sulla carta stampata “pare” facile) e convenimmo su tre cose: a) l’assetto interiore dell’atto, silenzio interiore e consapevolezza, nel compiere l’azione libera da motivi personali, senza il preventivo controllo del pensiero è troppo poco, non coinvolge i corpi sottili; b) è piuttosto importante che l’azione venga predeterminata il giorno prima e che, come un fiume carsico, scorra sotto traccia, anche durante il sonno notturno; c) in condizioni di possibilità l’azione pura non sarà lunga, anzi sarà semplice e breve, ma articolata e completa come le azioni che si espletano ordinariamente: i gesti troppo elementari, come il portare un oggetto da una tasca all’altra possono essere visti come eccezionali ripieghi in eccezionali occasioni: atti di buona volontà e – si spera – non di astuta pigrizia.
Il terzo esercizio, senza un minimo risultato di disciplina e di minima realizzazione dei primi due, è più o meno impossibile.
Ricordiamoci che gli essenziali – volontà nel pensiero (I) e pensiero nella volontà (II) – sono il punto di partenza per il III, ossia il contenimento di impulsi ordinariamente inarrestabili provenienti da una sfera possente che in massima parte è fuori dal controllo conseguito con una condizione interiore che si renda, almeno in taluni momenti, indipendente da natura, carattere ed educazione.
A meno che non si “bari” brutalmente con la depauperazione sistematica dell’anima (sul modello della vecchia educazione “all’inglese”). Pur di evitare, coscientemente o meno, un incontro diretto con la propria interiorità (ciò terrorizza più gente di quanta si possa credere) vi sono quelli che, sentendo una personale inadeguatezza in varie forme di rapporto sociale, fanno il possibile per darsi modi e abitudini più raffinate: modificano lo stile comportamentale da fuori a dentro, come viene fatto nelle scuole per ufficiali nell’Esercito. Ma questo è un capitolo che esorbita dal nostro tema.
Con il III esercizio i tentativi “titanici” sono fallimentari e possono alterare la sana vita animica.
Il terzo esercizio è difficile poiché, lo si interpreti come si vuole, porta ad un impoverimento del proprio sentirsi abituale, ed è proprio ciò che Steiner dice senza dirlo quando scrive che “ si diventerà più ricettivi per tutta la gioia e il dolore che ci attornia” e questo è possibile solo quando non si sia immersi nella propria gioia o nel proprio dolore.
In effetti il Dottore si preoccupa che il discepolo non tenti la bravata indicata sopra, cioè tenti la strada sbagliata dell’insensibilità e dell’indifferenza che alla fine sono solo manifestazioni della perdita della più alta potenza dell’anima.
La richiesta “tecnica” è orientare l’essere interiore a “padroneggiare l’espressione del piacere e del dispiacere, della gioia e del dolore”. Si domina cioè la manifestazione istintiva.
Questo viene sottolineato più volte: a ragione poiché trattiamo di un lungo lavoro, reso ancora più difficile dalla sottile necessità di separare, come nell’alchimia, il sottile dal denso: dunque la percezione del dolore dall‘invadenza del dolore.
Il risultato dell’esercizio è la creazione di una zona animica indipendente dai sentimenti personali e dalle loro fluttuazioni: il Dottore la descrive come di “intima calma”.
Alla fine si tratta di dare forma nell’anima a qualcosa che già può esserci se il I ed il II esercizio sono stati esercitati davvero a lungo e in profondità: si plasma consapevolmente qualcosa che già dovrebbe esserci.
Mentre i primi due esercizi possiedono caratteri formali che possono renderli più accessibili, con il terzo esercizio (equanimità) entriamo in un certo qual modo nelle discipline a cui manca il supporto certo. Il dott. Colazza direbbe che sono “atteggiamenti” dell’anima. Con l’equanimità siamo a metà strada (mentre con il IV e V esercizio, a dirla tutta, sono dolori: cioè impazzano le “traduzioni” personali, quasi sempre abbondantemente astratte ed astruse).
E’ possibile avvicinarsi progressivamente all’equanimità a passi relativamente certi.
In primis ricordo un consiglio che Scaligero ci diede (buono per qualsiasi esercizio che abbia la caratteristica dell’interfaccia tra anima e mondo esterno).
Si tratta di meditare per immagini e per più settimane la scena dell’esercizio. Dico “scena” come un attore che prepari anima e gesto per la parte che svolgerà sul palcoscenico. E’ un immaginarsi in una situazione che, nell’ordinario, causerebbe immediatamente una reazione emotiva, mentre in tale immaginare si realizza se stessi come osservatori spassionati.
Ci si cala così in un antefatto dell’esercizio…con le caratteristiche del meditare ossia poche immagini semplici la cui impressione riesca ad risuonare nell’anima.
Esiste poi una quasi- equanimità che è più facile, più controllabile.
Mi ricordo che veniva spesso suggerita da Mimma Benvenuti, cugina di Scaligero, alle tante persone che trovavano più facile confidare a lei le difficoltà incontrate nella pratica.
Se vi è chiaro il senso della parola “espressione” usata dal Dottore, troviamo un gradino di mezzo, del tutto corretto e sicuro che può essere praticato più volte nella giornata.
Si tratta di dare uno stop all’immediatezza della propria reazione sensibile, magari per tre secondi.
Facciamo un esempio facile: suona il telefono, siamo da una vita abituati a precipitarsi per rispondere: ora invece rimaniamo fermi: scatti il silenzio dei centomila pensieri (esercizio I), il dominio cosciente sul movimento fisico (esercizio II).
Centouno, centodue, centotré… poi (solo poi) assecondiamo la vecchia abitudine.
Lo stesso vale alla fermata del bus, al suono del campanello, alla parola che vorremmo far uscire dalle labbra, ecc.
Dai, che tre secondi non vengono nemmeno notati!
Qui ho dato uno schema abbastanza facile, spetta alla libera capacità di ognuno modificarlo, allargarlo, inspessirlo, ecc.
Poi, quando diventa una capacità reale si può, con maggiore sicurezza, passare a “stoppare” manifestazioni più forti o insospettabili.
Le più difficili appartengono alle relazioni tra esseri umani, specie in famiglia.
Quando si avverte che la nuova capacità “tiene”, occorre grande prudenza: in tempi in cui stress, rabbia e frustrazione sono la pessima atmosfera comune, la calma non è qualcosa con cui adornarsi in piazza. Non v’è disciplina esoterica senza una controparte magica che agisce sul mondo circostante: può essere un toccasana per chi ci circonda ma in alcuni fomenta collera cieca. Senza esagerazione potrei dire che la tua calma imbufalisce quelli che nemmeno sognano cosa essa sia. E non sto scherzando!
Forse è inutile ricordare che “l’equanimità” è uno tra gli esercizi più difficili per il comune stato dell’anima: sarà trasformante ma, in genere, può venir colto come un doloroso passo indietro. Pur con le dovute cautele, si incide nel tessuto animico: per essere capaci di farsi male nella sfera del sentire, è assolutamente necessaria la forza di dominio coltivata col I e II esercizio.
Infine, per le traduzioni iper-minimaliste del tipo “vino & tarallucci”, potremo continuare allegramente la chiacchierata nel bar più vicino…
AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI (29 SETT. 2017)
1/18031
FARMACO DI ARMONIA
LA SCONFINATA OTTUSITA’ SULL’ORLO DELLA BESTIA
IN CUI L’ELEMENTO TEMPESTOSO DEL SELVAGGIO
IMPRECA FRA FLUSSI DI SUPERBIA.
BRANCHI DI OSCURE FIGURE CHE SENZA VERAMENTE VOLERLO CERCANO IL DIAVOLO CHE POSSA RIEMPIRLI.
INTRICO DI ENERGIE CHE DAI CORPI FISICI ESTRAGGONO BESTEMMIE OSSEE.
NELLA CECITA’ ANIMICA DEL BELLUINO OLTRAGGIO.
SONO I SENZA UMANITA’ POICHE’ MAI CONOBBERO L’APOLLINEA AURORA.
INTRICO DI FLUIDE POTENZE VITALISTICHE
CHE EMERGONO DALLE PROFONDITA’ DEL SANGUE
PER TENDERE IRREVOCABILMENTE VERSO L’OSSEITA’.
CORPOREITA’ ENERGIZZATE IN CUI IL VOLTO INTERIORE E’ SPENTO.
RIFUGGONO IL PENSARE POICHE’ LA DEVOZIONE E’ SOMMERSA DAL TUMULTUARE DI APPETITI CHE IMPONGONO SUPERBIA.
TANTO LONTANI DALLA LUCE IN QUANTO OLTREMODO OCCULTAMENTE DENSI NEL CORPOREO.
DEVASTANTE IMPRONTA DI MATERIALITA’ ESISTENZIALE
CHE GIUNGE VENEFICA NEL CUORE IMMATERIALE DELLA LUCE D’OCCIDENTE.
MA – OLTRE L’IMPOSSIBILE – TUTTO PUO’ ESSERE GRADUALMENTE RISANATO.
NEI PROLUNGATI APICI IN CUI LA LUCE DEL PENSARE ATTINGE NEL POTERE UNITIVO DELLA FOLGORE : L’AUREO VOLTO DELLA NORMA MANIFESTA L’UNICA ESSENZA DELLA VERITA’.
AVVIENE L’IRRAGGIARSI DELLA SCULTOREA IMPRONTA.
DALL’IMPOSSIBILE SI RICREA IL VALORE IN CUI LA DEVOZIONE DISSOLVE IL VITALISMO SUBUMANO.
UN ARGINE APPARE NEL COSMO DELLE FORZE FORMANTI.
UN POTERE IRROMPE OVE IL DESTINO – PRIMA DI COMPIERSI –
PREPARA LE SUE VESTI.
E TALE POTERE
– ATTINTO OVE IL PENSARE RESPIRA NELLA LUCE UNITIVA DEL RICORDO –
MANIFESTA L’ESSENZA LOGICA DELL’UNICA VERITA’.
RIVESTITA DI FERRO CELESTE
LA POTENZA SCULTOREA DEL VERO
IMMETTE IL FARMACO DI ARMONIA
CHE DISSOLVE IL BESTIALE.
NELL’AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI
DA CUI IRRAGGIA IL VOLTO DEL SOLARE.
OVE IL PROTENDERE ALLA LUCE NON E’ UN TENUE SENTIRE PROSSIMO AL TRADIRE
MA E’ STRENUO ATTO DEL VOLERE CHE GIUNGE OVE LE FOLGORI PERCORRONO IL DESTINO E LO MUTANO NEL SEGNO DELL’ARCANGELO.
OVE L’IDEA GIUNGE A CONTEMPLARE CIO’ CHE LA TIENE UNITA FRA LE POTENZE LOGICHE DELL’UNICA VERITA’.
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2/18032
VIRTU’ ALATA
PRIMA ANCORA DI PENSARE SI IMMERGONO NELL’AMARA CALUNNIA.
I LAMENTI LUNARI DEGLI ISTERICI NEL CRUDELE SINGHIOZZO NEGANTE.
UNA NUBE CHE DESIDERA IL MALE LI AVVOLGE E LI MUOVE.
CAPRICCI FEROCI ENTRO PICCOLE ANIME PROTESE AL FERIRE.
I SENZA DIMORA CELESTE IL CUI FURORE PIANGENTE
INSEGUE LA SCIMMIA E NE IMITA L’IMPROVVISO NEGARE.
PICCOLE ANIME DELL’ETERNA PLEBAGLIA
CHE GREMISCE LE SPONDE DEGLI INFERI E NE VIVE ILTERRORE.
IL LORO AGIRE NEGA LA LUCE
E ODIA IL PENSARE CHE -RISORGENDO- DISTACCA DAL MAGNETE CORPOREO.
L’IMPRONTA CHE CONSEGNANO AL MONDO E’VOLONTA’ SENZA SENSO CHE TENDE AL MALIGNO E LO ADORA.
MA E’ UNA DEBOLE IPNOSI DAL TENACE FURORE CHE HA PAURA DEL BENE.
IL FATO ATTENDE DAL LIBERO ARBITRIO DELL’UOMO IL LAMPO CHE POSSA ARGINARE E DISSOLVERE L’OSCURITA’ PRECEREBRALE DI QUELLA POTENZA MEDIANICA.
E INFATTI OGNI ATTO D’ASCESI CHE GIUNGE OVE L’UNIRE I CONCETTI E’ RESPIRO CHE CONTEMPLA UN VALORE : EQUIVALE AD UN LAMPO.
EQUIVALE AD UNA LUCE INSISTITA CHE URTA E CONSUMA QUEL MALE.
UN ATTO VOLITIVO CHE MEDIANTE IL PENSARE RIESCA A MANTENERE EVIDENTE L’ESSENZA MOBILISSIMA DEL POTERE UNITIVO DI UN RICORDO : RESPIRA NELLA FONTE LOGICA DEL BENE.
ED E’ UN LAMPO CUI PUO’ ESSERE CONCESSA L’AURA FERREA DELLA REDENZIONE.
IN VARIO GRADO PUO’ ESSERE CONCESSA : MA SEMPRE IMMERSA NELLA VIRTU’ ALATA DELLA CONSACRAZIONE.
OVE IL SIGNORE DELLE FOLGORI ACCOGLIE L’ESSENZA SPONTANEA DI PREGHIERA CHE GIUNGE OVE IL FERRO METEORICO SOSTIENE L’ANELITO DEL CUORE.
OVE IL CREARE E L’ATTO DEL REDIMERE COINCIDONO.
NELLA LONTANISSIMA E ALLEATA AURA DELL’ARCANGELO.
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3/18033
SOTTILISSIMA LUCE
LE CEREBRALITA’ OBERATE DALL’INCONSAPEVOLE DISGUSTO ESISTENZIALE.
INTENSO SPENDERE LA VOLONTA’ UMANA OVE L’UMANO NON PUO’ CHE ACCUMULARLA NEL DISGUSTO.
OVE LA FORZA SPESA NEL BANALE PORTA ALLA FOLLIA.
UMANITA’ CHE INFRANGE LE FRONTIERE DELL’UMANO
PRECIPITANDO AL CENTRO DELL’INFERNO.
PRECIPITANDO OVE LA POTENZA NON HA PIU’ PENSIERO E QUINDI NON RAGIONA.
PRECIPITANDO NELLA MULTIFORME BOLGIA IN CUI L’UNICA DIREZIONE E’ CONTRADDIRE IL LOGOS.
SENZA ORIZZONTI NE’ CONFORTO.
L’INTENSO IMPEGNO OVE L’ANIMALITA’ CREDE SOLO NELLA MORTE :
GENERA OCCULTE FIGURE DI MENZOGNA CUI ULTIMO SBOCCO E’ LA FOLLIA.
SONO I VOLITIVI DELL’OTTUSO AGIRE SENZA DIO.
FORZE DEFORMATE ATTINTE NEL CAOTICO VENGONO IMPRESSE DALL’IMPEGNO NEL TROPPO UMANO INARIDIRE RAZIONALE.
GROVIGLI DI ENERGIE INFERNALI TUMULTUANO OVE LA RAGIONE GALLEGGIA FRA GLI ABISSI DEL DISGUSTO.
-OCCORRE UN ASSOLUTO CHE OTTENGA DA QUELLE VOLONTA’ ATTI COSCIENTI DI RICONSACRAZIONE-
ATTI DI SOVRUMANITA’ IN CUI REDIMERE E INNALZARE QUANTO E’ PRECIPITATO AL DISOTTO DELL’UMANO.
OCCORRE CHE SI RINNOVI IL RITO DELL’AURORA NELL’AMPIO DELLA RESURREZIONE RESPIRO ELETTO.
AZIONE DEL PENSARE CHE GIUNGA CONTEMPLARE IL POTERE CHE UNISCE I CONCETTI NEL LAMPO DEL RICORDO.
ASCESI DEL PENSIERO IN CUI LA VOLONTA’ E’ SPESA PER UNIRE APICI DI PURA LUCIDITA’ COSCIENTE OVE L’INTELLIGENZA RESPIRA OLTRE L’UMANO.
OVE NEL CUORE DEL METALLO
SPLENDE -CELESTE – LA STELLA DELLA DIVINITA’ CHE OPERA DALL’IMPOSSIBILE CONNETTERE NEL CENTRO AUREO DELL’INTELLIGENZA.
NELL’APPARENTE SOLITUDINE IN CUI MOLTITUDINI ERRANTI RICEVONO DAI POCHI : AIUTO ED ATTIMI DI SOTTILISSIMA LUCE.
OVE NELL’APOLLINEO VOLTO SPLENDE L’IMPRONTA DELL’ARCANGELO.
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4/18034
SOVRAMENTALE LUCE
PROFONDA NELLA BLASFEMIA LA RABBIA AGITA LE PAROLE.
FORMULA OPINIONI CHE NON SONO PENSIERO MA OMBRE DI VOLONTA’.
SEMPLICI APPETITI DELLE TENEBRE DIVENTANO CONTORTA IDEOLOGIA
NELLA MEDIANITA’ DEGLI SPROFONDATI.
MA FRA LE ANIME CHIUSE
PUO’ ACCENDERSI -DIROMPENTE- LO SPLENDORE.
COME LA TENEBRA
OPERATIVO NELL’INCONSAPEVOLE
MA -OLTRE LA TENEBRA- VOLUTO NELLA LIBERTA’ :
SI PUO’ IMPRIMERE L’ATTO DEL REDIMERE.
LUCE UNITIVA CHE AGISCE IRRAGGIANDO QUALITA’ SOVRAMENTALI
NEGLI APICI IN CUI L’IDEA OTTIENE ATTIMI OVE RESPIRA OLTRE I FRANTUMI DEL PICCOLO RAZIOCINIO.
COME I VOLERI DELL’INCUBO ALITANO FRA LE MASSE ASSETATE DI BLASFEMIA :
COSI’ ALTRETTANTO OPERATIVI
– DALL’IMPOSSIBILE –
POSSONO SCOCCARE LAMPI DI RESURREZIONE
CHE MEDIANTE ATTIMI DI LIBERO ARBITRIO
– ASCETICAMENTE —
TOCCANO ANIME OBERATE
PERMETTENDO IL REINNALZAMENTO.
NEL LIBERO GIOCO DELLE FOLGORI
IN CUI ALL’AUREO SIGNORE DEL PENSARE
E’ FORNITA LA POSSIBILITA’ DI AGIRE SCULTOREAMENTE SUI DESTINI UMANI.
ASCESI DEL PENSIERO PRATICATA DA COLORO CUI INASPETTATAMENTE E’ CONCESSO DI CREARE SPAZI OCCULTI PER IL MANIFESTARSI OPERATIVO DELLA SOVRAMENTALE LUCE.
NEL MONDO DELLE CAUSE IN CUI NELL’INCESSANTE LOTTA DELLE VOLIZIONI
E’ STRENUAMENTE ATTESA LA LIBERTA’ DELL’UOMO SPESA NEL LOGOS.
FRA LONTANISSIME E ALLEATE LUCI DELLA NETTISSIMA ARCANGELICA PRESENZA NEL LAMPO DELLA CONTINUAMENTE RINNOVATA ASCESI.
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5/18035
GLI ATTI DEL FUTURO
LA CARNE ENERGIZZATA CHE RATTIENE NEL NEGARE.
OVE LA TENEBRA SPROFONDA NEL PESO DEI CERVELLI FISICI E LI MUOVE.
NODI DISCETTANTI IN CUI LA FALSA VITA FINGE IL RAZIOCINIO.
SONO I LUOGHI DELLA MORTE IN CUI GLI AUTOMI DEL PLAUSIBILE FINGONO DI VIVERE RECITANDO UN CAOTICO PENSARE.
NELL’OMBRA IN CUI IL NEGARE ESERCITA IL CONTRARRE
SI MUOVE SENZA SENNO L’AMARISSIMO CHE IMPRECA.
MA SI MOSTRA IN QUANTO OSTILE A CIO’ CHE HA IL POTERE DI ANNIENTARLO.
SI MOSTRA AL POTERE SOLVENTE CHE IN IDEA REINNALZA I LIVELLI DI LUCE MORALE IN QUANTO NE SFIORA LA FONTE CREANTE.
INVISIBILE E AGENTE NEL VIVERE USUALE :
IL MALE OSTACOLA QUANTO NEL RITO D’IDEA SI CREA E RISPLENDE E SI ELEVA.
NELL’ESTREMO SILENZIO LA FORMA DEL CONCETTO E’ UN ATTO CHE RIVIVE POICHE’ VIENE CONTEMPLATO.
IN TALE SILENZIO IL MALE VIENE URTATO PRIMA CHE DIVENTI ATTO DEL DESTINO.
IN TALE SILENZIO LA FOLGORE MODELLA GLI ATTI DEL FUTURO.
ELEVANDOLI ALLO SGUARDO DELL’ARCANGELO.
OVE PUO’ ACCADERE CHE LE VIE DEL FATO VENGANO PERCORSE E RIMODELLATE DAL LOGOS D’OCCIDENTE.
NELL’AURA DELLA RESURREZIONE CHE SU TUTTO L’UMANO PUO’ RIVERBERARE.
SOVRUMANIZZANDO.
HELIOS FK AZIONE SOLARE


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Anno XXII n. 10
Ottobre 2017



Non sono pochi gli anni passati dal tempo in cui uscí l’Avvento dell’uomo interiore – era il 1959 – a cui seguí nel 1961 Il Trattato del Pensiero Vivente, a cui seguí poi, nel 1962, La Via della Volontà Solare (un grosso volume di 344 pagine che il cognato ed ex discepolo di Scaligero, Paolo “Virio” Marchetti, gnostico cristiano, giudicò essere un verboso e inutile testo a difesa dell’antroposofia). Nello stesso anno acquistai, come si dice “per puro caso” una delle due solitarie copie che, per l’ap- punto, si facevano compagnia nel settore occultistico della piú fornita libreria cittadina. Presi La Via della Volontà Solare perché era grosso, costava poco e mi incuriosiva l’Autore, del quale avevo già inteso diversi commenti che avevano una caratteristica comune, essendo tutti pesantemente critici e sfavorevoli.
Dovrei premettere uno sfondo. Già da alcuni anni, con un piccolo gruppo di amici e sotto la venerabile guida di Giovanni Blason, pittore e antroposofo, stavo spurgando i miei peccati occultistici con lo studio faticoso e ripetuto della Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Vi siete mai chiesti cosa provi la lucertola a perdere la coda? Deve essere qualcosa di simile a quanto succede nell’anima di un occultista che abbandona l’occulto per dedicarsi ad un testo apparentemente filosofico. Ricordo come la tensione del comprendere fosse massima… eppure lo studio piú rigoroso non riusciva mai a soddisfare i due quesiti che il Dottore pone a capo e a risultato del percorso del libro. Al contempo l’alta statura umana e la sottaciuta veggenza di Blason stimolavano il nostro (devoto) rispetto per il lavoro intrapreso. Contemplato a distanza di molti decenni, il senso piú concreto di tale lavoro fu quello di educare il sentimento nei confronti del pensiero e della sua prioritaria importanza.
Come la guerra di trincea comportava spazi di combattimento all’aperto ma anche un’attività sotterranea tra gallerie e cunicoli, cosí raddoppiarono studi e riflessioni. Si continuava insieme il lavoro antroposofico-epistemologico, poi individualmente e in altri momenti si sfidavano le difficoltà su quanto Scaligero comunicava con una prosa che si avvertiva, a quel tempo e a quell’età nostra, difficilissima.
Eppure, proprio dai testi di Massimo Scaligero, che susseguendosi diventarono una specie di grande regalo annuale, iniziò a farsi strada nell’ottusa coscienza di noi, intelligenti in tutto, la comprensione che il pensare fosse altro dai pensieri, che il pensiero riflesso fosse quello di cui la desta coscienza diviene consapevole ma al contempo limitata, che il problema di cosa fare del nostro pensiero precedeva senza corsie di sorpasso tutti gli altri problemi umani, esoterici e genericamente antroposofici. Il pensiero con cui penso ora è il problema immediato: tutto il resto è una realtà scarsa e insoddisfacente, poiché generata dal problema non risolto. Il fatto che essa appaia ampia, complessa e interessante non porta soluzioni all’enigma della mia esistenza.
Comprendere quanto accennato era pure comprendere l’inscindibilità del problema dalla sua soluzione, che non poteva essere filosofica, ossia produttrice di ulteriori pensieri. La soluzione anzi iniziava con la fine di ogni pensiero filosofico. Ora posso dirlo sperimentalmente: La Filosofia della Libertà è “sovversione assoluta” per la coscienza e la sua cultura. Con essa termina l’evoluzione positiva del discorso filosofico che finalmente afferrato sino alla radice diventa pura esperienza di osservazione scientifica e porta con sé un nuovo grado di coscienza. Da essa il continuarsi del pensiero logico-analitico formale dotato di straordinaria potenza inerziale diviene il nulla distruttivo della dialettica (un tempo anch’essa utile e giustificata), ossia il guasto della condizione umana portato oltre ogni possibile contenimento. La mancata consapevolezza di una tale rivoluzione, preparata dalla Scienza da centinaia d’anni e disattesa proprio là dove il pensiero individuale cosciente avrebbe potuto e dovuto arrestare la propria discesa per riaccendersi nel percorso adialettico cosciente, ha già provocato una grave scissione nel divenire dell’uomo: certamente non quella presupposta da molti antroposofi e spiritualisti.
Verso la fine degli anni ’60 iniziai un rapporto epistolare con Scaligero. In quel momento il mio legame con l’esoterismo avanzava su una doppia strada divergente. Lo studio e l’approfondimento erano dedicati senza remore alla percezione e al pensiero mentre nella pratica mi esercitavo giornalmente per ore al Vicāra di Ramana Maharshi (la meditazione Chi sono Io?), considerandolo come la via piú attuale e diretta fiorita dai mille rami dello yoga. Evidentemente non riuscivo a liberarmi dagli antichi e tenaci retaggi (ma almeno ne ero consapevole). Scrissi di questo a Massimo che mi rispose cosí: «…ma allora, caro Giovi, una volta nella corrente del pensiero vivente si sa quale asana o tecnica psicosomatica ci può essere utile. Le assicuro che allora si sa tutto, a questo punto si possono buttare via i libri. Ma occorre ravvisare il vero sadhana di questo tempo: è decisiva per la civiltà la distinzione tra pensiero somatico e pensiero vivente: per il pensiero vivente passa tutta la magia antica. La concentrazione è un esercizio magico, se si sa portare oltre il limite ordinario. Se le è necessario, si giovi ancora del supporto di Ramana, ma metta al centro la magia del pensiero e i cinque esercizi come correttivo del tutto. Nel pensiero incorporeo c’è la potenza della folgore. È la via dei forti e dei risoluti».
Vorrei dirvi: «Letto e fatto». Quasi, ma non andò tutto liscio, anzi… Mollai di colpo la mia meditazione yoghica e in cambio non riuscii a fare la concentrazione. Passarono le settimane, l’anima si raggrinziva, il mondo ingrigiva e nella testa passava, freddo e scivoloso, il pensiero che la mia impotenza suggeriva come unica soluzione senza alternative una dignitosa dipartita. Sia detto senza drammi: la situazione era silenziosamente drammatica! Lo schema delle grandi crisi è piú o meno sempre lo stesso (ma saperlo non serve a niente, occorre viverlo): lottare inutilmente e poi affondare: fino in fondo.
Racconto spudoratamente questa esperienza avendo ben chiaro che è mia, non vostra, nella speranza che possa far riflettere per qualche secondo coloro che, leggiadri come la vispa Teresa, sognano un piacevole sviluppo occulto, 15 giorni di esercizi per giungere all’Iniziazione, una sfogliatina alla Scienza Occulta per collegarsi all’Antroposofia Vivente ecc.
Camminavo su e giú per il mio studio come una mosca che inutilmente sbatte da una parete all’altra. E il problema lo risolse chi aveva la capacità di risolverlo: chi è sveglio quando io dormo. Decise lui per me. Da dietro l’oscura coltre del volere salí in quel minuscolo pezzo d’anima che credevo fosse mia. Mi disse: «Siedi» e scoprii che potevo sedermi anziché ronzare per la stanza. «Immagina un oggetto» e mi accorsi che potevo immaginare un oggetto (credo fosse un chiodo). «Mantieni tutta l’attenzione sull’immagine» e, come un lampo illumina per un istante le cose celate dall’oscurità, mi resi conto (ma le parole non bastano e neppure le analogie) che potevo fare la concentrazione indipendentemente dal mio yoghico passato, dalle mie tribolazioni personali, dai dubbi, dall’impotenza. Insomma, da tutto (forse è necessario sottolineare che nessuno mi “parlò”, ho usato la forma del linguaggio per intenderci: però agí e lo riconobbi (lui è me e io non sono lui) ed è una di quelle conoscenze che durano. Da quel momento molte volte la mia anima ha poggiato sulla sua realtà come i piedi del mio corpo poggiano sulla terra.
Eppure, ad onta di quello che vi ho narrato, posso assicurarvi che una concentrazione piú nuda di Adamo (apsichica, asomatica) non l’avevo ancora interamente capita e tantomeno realizzata. Mi occorsero anni di rispettosissima quasi-polemica con Scaligero e almeno il doppio di tempo di concentrazioni, ripetute sino alla nausea e alla sofferenza (ambedue nel senso piú letterale) per scuotere dall’anima ogni singola briciola di ciò che la concentrazione non è.
Fossi l’unico scemo del villaggio, tutto quello che ho detto sarebbe la descrizione impietosa di un cammino interiore pietoso e straordinariamente ottuso, ma da quanto sperimento o ascolto o leggo, è facile accorgersi che pochi afferrano il senso epistemologico delle Opere di Rudolf Steiner, le quali non indicano una ulteriore accademia intellettuale ma una operazione immediata, diretta. L’atto proposto dal Dottore, esaurendo i pensati, è atto di percezione. Non accademia antroposofica. Eduard von Hartmann (che Steiner definí come uno degli uomini piú intelligenti dell’epoca) comprese quanto Steiner proponeva con La Filosofia della Libertà e a suo modo giustificatamente, notò che era impossibile.
Su due piedi l’operazione è, in generale, davvero impossibile: occorre un severo lavoro per afferrare un concetto che non sia l’eco passiva di una immagine sensibile; occorre un lavoro altrettanto severo per realizzare uno spazio percettivo che non sia già pieno di percepiti. Occorre perciò un lavoro del tutto eccezionale, che non è misticheggiante ma che, nondimeno, possiamo chiamare ascetico, poiché sottende tutte le possibili “prove dell’anima”. Si può dire che Massimo Scaligero ha riaperto il Varco occulto e conoscitivo alla Via piú pura, quella che giustifica una antroposofia (chi, ieri e oggi, si lamenta della difficile lettura dei testi di Scaligero quando confrontati con quelli dello Steiner, manifesta solo la sua incapacità nella lettura e nella comprensione di quest’ultimo). Qualcuno, anzi molti, potranno essere in disaccordo con queste affermazioni, obiettando che al discepolo dell’antroposofia si schiude l’ampia strada delle immaginazioni spirituali comunicate dal Dottore. Ciò sarebbe anche astrattamente vero… ma con quale coscienza? L’attuale autoconsapevolezza è forte, fortissima nella misura in cui coincide con il corpo fisico. Se essa si smarca passivamente da esso, dove va a finire o cosa diventa? Siate onesti nell’osservare la situazione corrente: dopo ottant’anni di propaganda a sfavore degli esercizi del tutto necessari come i cinque ausiliari, trovare un antroposofo che fa tutti e cinque correttamente sarebbe come trovare la pentola d’oro dove finisce l’arcobaleno!
Ai tempi di Patañjali praticavi il pratyãhãra e la coscienza, seppure crepuscolare, traslava nel corpo forze formatrici, ma ora se sperimenti la deprivazione sensoriale, rimani basito come una colonna ionica oppure inizi a scorgere lampi, volti, figure, intere scene, e alla peggio entri in deliri di contenuto articolato (è pur vero che per l’antico la realizzazione iniziava con attività disposte in questo preciso ordine: ascesi, studio e devozione al Signore). I fenomeni descritti non vi ricordano forse le “elevate” ed ampiamente diffuse esperienze della vasta genía dei tanti guru, maestri e indicatori che infestano, dentro e fuori, i templi, le comunità e la retta conoscenza? Mobilitare con scarsa o nessuna consapevolezza parti del corpo sottile prima che l’ego psicofisico e le sue rappresentazioni – soprattutto quelle di carattere spirituale deformate dal personalismo – venga saldamente dominato con un lungo e spietato lavoro interiore, significa soltanto abbandonarsi alla medianità: quella piú pericolosa e distruttiva perché, a differenza dei risultati ottenuti dai patetici personaggi fedeli al tavolino a tre gambe, è capace di manipolare le immagini spirituali piú nobili ed elevate. In un simile panorama è facile essere concordi con Irina Gordienko quando riporta questa affermazione di Steiner: «Un falso risultato di una indagine spirituale è una realtà viva: è lí e si deve combattere con essa, farla finita con essa» (da Sergei Prokofieff: Mito e Realtà. Moskau-Basel Verlag).
Vorrei concludere queste ultime righe con una osservazione tanto banale quanto esemplarmente vera. Chiedete a questi medium, colti e suadenti e purtroppo venerati da tanti, qualcosa sulla gnoseologia, sulla trasformazione del pensare o in definitiva sull’operazione di risalita nella luce del pensiero libero dai sensi: immancabilmente eviteranno di rispondervi o inficeranno in tutti i modi la vostra domanda che andrebbe paragonata ad una sorta d’acqua santa spruzzata sul conte Dracula.
Ma per chi vorrebbe essere pratico e concreto, le osservazioni sul lato oscuro degli sgherri delle associazioni che si dicono spirituali non dovrebbero, in un certo senso, rappresentare il cuore del suo lavoro interiore. Certamente v’è un gioco di forze che è bene conoscere e anche combattere qualora il destino ne predisponga l’opportunità, ma occorre anche ricordarsi di quanto si sia capaci nell’esercizio della pura osservazione (visione penetrante) e da quale tipo di coscienza muova tale capacità: in definitiva occorre conoscere e distinguere lo Spirito dal pullulío di spiriti che parlano con la voce degli uomini. Ma questo non sarà mai possibile finché, con una consapevolezza che sarebbe un azzardo definire (come faccio sempre) “ordinaria”, si trattano le descrizioni date dal Dottore come fossero oggetti sensibili o manuali d’uso per il sensibile. Ciò è sotto i vostri occhi. A destra e a manca si chiede: «Dovrei ridipingere una stanza, cosa dice lo Steiner?». Oppure: «Sulla base delle conferenze che parlano degli Ostacolatori, credete che si possa usare l’aspirapolvere?». E se l’etica scarseggia non manca di sicuro la dietetica: «Steiner permette di mangiare carote?». Ed è un tipo di pensiero (?) che non muta e forse peggiora con temi riguardanti il Cristo, le Gerarchie, la costituzione occulta dell’uomo ecc.
Ho tentato di sottolinearlo qualche mese addietro: è possibile dare attenzione alle ripetutissime richieste di Steiner di costruire, prima di tutto, una adeguata rappresentazione? Non una immaginazione cosmica, ma una rappresentazione semplicemente adeguata. E non mi si dica che questo viene fatto: non conosco antroposofo con duecento libri macinati che riesca a formarsi una adeguata rappresentazione del corpo fisico (ho scritto “fisico” e non “sensibile”)! Provate e ci troveremo concordi. Lo ripeto continuamente in un modo o nell’altro. Uno studio preliminare delle Opere di Rudolf Steiner, magari sapendole separare dalle migliaia di conferenze, è certamente un passo necessario, ma subito dopo, l’unica strada da percorrere per evitare che la lettura dei testi di Scienza dello Spirito rimanga confinata al medesimo livello di assunzione cognitiva che vale per un libro di cucina (questa espressione è dello Steiner) è quella di mutare alcuni aspetti dell’anima e il pensiero.
Quale sarà mai l’incantesimo che permette soltanto una lettura parziale e superficiale persino con i testi antroposofici piú seguiti e compulsati? Non parlo genericamente, e per dimostrarlo evidenzio un robusto esempio traendolo da L’Iniziazione (Ed. Antroposofica, 1971). Non c’è uno studioso di Scienza dello Spirito che non reciti in ogni possibile occasione la frase, virgolettata nell’originale, di pagina 56: «Per ogni passo innanzi che cerchi di fare nella conoscenza delle verità occulte, devi al tempo stesso fare tre passi nel perfezionamento del tuo carattere verso il bene» e che, nel linguaggio comune viene ridotta a: «Tre passi nella morale, un passo nella conoscenza». Non si indica mai il contesto degli esercizi ai quali queste parole sono dedicate in particolare, e per i quali è effettivamente necessario un altissimo carattere di moralità a salvaguardia (del corpo astrale) dell’osservatore e dell’osservato. Pazienza. Ma la dimostrazione non finisce con questo appunto, perché invece è illuminante (però di luce nera) il totale oblio in cui giace l’appendice del 1918 al volume, dal cui inizio, a pagina 174, estraggo il minimo: «È possibile per l’uomo vivere queste esperienze solamente se (il carattere corsivo è mio) anche per altre esperienze interiori egli può rendersi altrettanto libero dalla vita corporea, quanto lo è nello sperimentare della coscienza abituale quando, su ciò che ha percepito dall’esterno o su ciò che interiormente ha desiderato, sentito o voluto, egli si forma pensieri che non derivano dal percepito, sentito o voluto. Vi sono uomini che non credono all’esistenza di tali pensieri. Essi credono che l’uomo non possa pensare niente che non sia tratto dalla percezione o dalla vita interiore dipendente dal corpo; e che tutti i pensieri siano in certo qual modo solo ombre e immagini di percezioni o di esperienze interiori. Può credere questo soltanto chi non abbia mai sviluppato la capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su se stesso. …Pensieri siffatti si rivelano di per se stessi, per mezzo di ciò che sono, come qualcosa di essenzialmente spirituale, di soprasensibile».
Questo, cari lettori, precede le operazioni occulte e iniziatiche, e la nota chiarificatrice del Dottore, se letta e riletta con attenzione, non è molto consolante, perché realizzare la consapevolezza che il percorso interiore ai “gradi superiori della conoscenza” inizia dall’acquisizione del pensiero puro libero dai sensi, rende tutto assai piú difficile.
Si può cominciare per gradi di consapevolezza. Anzi tutto occorre rovesciare la “rivoluzione copernicana” e giungere (avere il coraggio di giungere) ad una nuova concezione tolemaica: «Io sono al centro dell’universo e nel suo punto centrale c’è il (mio) pensiero che non conosco perché è pieno di roba, di altro da sé. Per conoscerlo devo discriminarlo, isolarlo, vuotarlo, ma in realtà, prima ancora di tutto questo, devo conoscerlo questo mio pensare, poiché prima avevo sempre usato il pensiero “naturalmente” come si fa con il respirare. Sino ad ora certamente pensavo, ma ora mi rendo conto che, in certo qual modo, ignoravo di pensare». Questo è il primo, modesto ma realistico passo: realizzare il pensiero cosciente: non solamente pensare, ma saper essere colui che pensa, che è consapevole di pensare. Realizzare la consapevolezza di pensare significa avventurarsi nel pensare, non certo con pensieri che fluiscono secondo la necessità del mondo o ingombrano la mia testa, ma con pensieri che io determino coscientemente: che sgorgano da me. Determinare coscientemente una sequenza di pensieri significa volerli: uno dopo l’altro. L’unica condizione che mi permette di volerli in una successione determinata è condizionata dal fatto che io devo determinarli e portarli ad un obiettivo. Pensare volitivamente (attivamente) a qualcosa di determinato che non può essere che semplice, pensabile in tutta la sua interezza. Per questo, l’oggetto di pensiero che raggiungo, pensiero dopo pensiero, sarà il concetto-pensiero di un oggetto semplice, pensato dall’uomo, poiché se cerco di pensare un cristallo o un filo d’erba non afferro il concetto, ma mi svaporo nell’infinito, nell’astrazione fantastica. Solo dall’oggetto prodotto dall’uomo posso ricavare tutto il pensabile e la sua sintesi: il concetto. L’insistenza della totale attenzione rivolta a quest’unico concetto permette, ad un certo momento di totale saturazione, il fluire di una volontà talmente sostanziale che dissolve forma e significato dell’immagine concettuale posta al centro della coscienza e con essa cade ciò che rimaneva dell’ordinario pensiero e del comune soggetto: ora l’esperienza continua su un livello diverso in cui il pensiero è un pensare, libero dai pensati, che pensa (vuole) in me. Si percepisce in cristallina destità che esso è un’entità organica che scaturisce dall’universo e nell’universo si riversa: è un’entità cosmica e l’uomo che stiamo diventando con essa risorge dalla minuta, rinsecchita e guasta condizione in cui si identificava perché era folle e addormentato.
Ma non è per niente facile, perché il processo disidentificativo non ha nulla a che vedere con un superficiale neti neti: «Io non sono né questo né quest’altro», ma è, sino a momenti preiniziatici, un progressivo rafforzamento piú simile ad uno che irrobustendosi dismettesse via via abiti troppo stretti: non ci si “rilassa” ma si rafforza l’attenzione sui pensieri senza curarsi del corpo, e lo stesso vale poi per i rumori, per il prurito e per il mal di testa. Il rafforzamento dell’attenzione verso i pensieri deliberatamente voluti, vale ancora di piú nei riguardi di sentimenti, preoccupazioni ed emozioni che premono per impossessarsi, come comunemente succede, della sfera del pensiero. Non si tratta proprio di reprimere o soffocare qualcosa ma di rafforzare la sequenza di pensieri lottando attimo dopo attimo per mantenere il livello univoco dell’attenzione: è una continua scelta di coraggio oltre la pressante richiesta egoico-personale. Solo in questo modo impariamo (realizziamo) il significato di pensiero apsichico e che cosa possa essere mai il primo gradino dell’impersonalità. Gli stati di turbamento sono occasioni tra le piú favorevoli poiché lo sperimentatore, in virtú del loro moto e della loro potenza, intende con chiarezza la direzione e la forza, del tutto diversa, che imprime alla sua attività. Essi sono per l’asceta i preziosi segni di riferimento che per negazione gli indicano di dirigersi, intensificandosi senza nemmeno sfiorarli, nella direzione opposta.
Anche quando tale direzione gli appaia per lungo tempo arida e faticosa, poiché priva di ogni appoggio, egli sta compiendo la prima azione morale cosciente della sua vita e, da un punto di vista esoterico, è il primo atto occulto che non sia espressione dell’ego, ossia dell’astrale inferiore, quello amministrato dagli Ostacolatori, mosso dai distruttori dell’uomo anche quando sembra ardere di idealismo e religiosità, del desiderio di fare cose buone e di operare per il bene. Sommersi nella condizione espressa dall’astrale inferiore, è legittimo ignorare di essere, di pensare e di agire all’identico livello dei piú rivoltanti e sanguinosi tiranni come fu, ad esempio, “Doc” Duvalier che, a conti fatti, almeno evitava di schiacciare involontariamente le formiche «perché, poverine, loro non si reincarnano».
Non è un percorso facile: quello descritto è appena l’inizio del processo, la concentrazione vera, quella pura e semplice, viene dopo, è il passo successivo, e so di tanti che lo hanno rifiutato per la grande paura di uscire, per una manciata di secondi, dal pensiero dialettico. Eppure il vero esoterismo, la conoscenza spirituale, l’accesso ai Nuovi Misteri accennati dai libri piú ispirati, evocati nelle conferenze piú selettive, si situano del tutto oltre il “manifesto” sostenuto dal desiderio e dal pensiero che non sanno accettare la propria morte. Senza l’estinzione del pensiero dialettico, tutta la Scienza Spirituale può presentarsi alla coscienza umana soltanto come una possibile realtà che diventa astrazione fantastica riformulata su binari strettamente razional-ideologici: un controsenso a tutti gli effetti, quindi fomentato dai nemici dell’entità umana.
Un ambiguo controsenso che forse le parole di Paolo, uomo fatto di pasta speciale cotta dal Sole nei pressi di Damasco, potrebbero evidenziare meditativamente quando si avesse il coraggio di riferirle a noi stessi: «…Perché non faccio il bene che voglio bensí il male che non voglio…».
Franco Giovi

Scrivo “qualche” perché minimizzo e spero che gli amici lettori di Eco e in genere di cose che riguardino le vie dello spirito, siano tra coloro che di parole si siano già saziati e che dunque l’anima li abbia disposti ad una dieta sempre più parca, che siano stufi di saltabeccare per tutti i ristoranti aperti, che non vogliano più girare qua e là poiché già “di ratti che girano in tondo è pieno il mondo” e questo increscioso stato di cose è solo quello che è, cioè il nulla del nulla nel nulla: possiamo addizionare o moltiplicare lo zero con se stesso un milione di volte ma rimarrà sempre quello che è…anzi, quello che non è.
Troppo vago? E’ vero e mi scuso.
Qualcuno ha scritto (bontà sua) che Eco è, da un certo punto di vista s’intende, rimasto il Sito più robusto (e i decenni dell’Archetipo?) rimasto in rete. Non sono d’accordo – anche se mi da un fazioso piacere – poiché Eco è terribilmente monotematico, è limitato. E credo che gli amministratori questo lo sappiano bene.
Allora chiediamoci il perchè. Sapete che a me piacciono i paragoni sportivi, trovo analogie pertinenti che mi servono.
Cosa fa il corridore mentre corre? Corre respira e basta. Di solito la sua mente è silenziosa, quasi vuota. E se l’obbiettivo è lontano o è solo allenamento, corre dando il meglio di sé e basta.
Il meglio di Eco è lo “spirito di servizio” e basta.
Nulla è nascosto e chi attua l’adesione lo fa solo per suo convincimento: può non farlo – dipende solo da lui – ma non gli serve, è una sua gentilezza e di ciò gli siamo grati.
Del resto so di persone che seguono Eco con grande attenzione, ma preferiscono leggere le note senza un milligrammo di vincoli, compresi quelli virtuali.
Poi, invece, e sono parecchi – specie tra quelli che predicano l’amore universale – che non puntino il ditino accusatore sul dogmatico rifiuto di Eco ad “aprirsi” verso tutti i possibili apporti…
Oggettivamente parrebbe una critica seria. Potrebbe essere fondata. Poi però scopro (ho già detto che parlo per mio conto e non per altri collaboratori) che si vorrebbe portare in Eco ogni fritto misto, disperdendo, come già avviene per alcuni siti che, ad esempio, trovano collocazione in facebook, in chiacchiere e fantasie di nobile origine ma di oscuro risultato, quel poco che qui si tenta di mantenere nel solco della Scienza dello Spirito, o meglio, della sua pratica.
Se una cosa non c’è allora il suo posto si riempie di altro: di solito si tratta di spiritualismo che rema contro lo Spirito. Quello spiritualismo invadente lo spazio lasciato libero per collassarsi in confuse fantasie personali e ad avversioni travestite di moralismo etico, estetico o cattolico. Aggiungo a questa lista pure scritti più articolati e ben fatti…che purtroppo sono espressione di visioni maniacali o astrazioni, di ricerca di vetrine per la visibilità personale o, al meglio, di edifici fantasmagorici costruiti con quello che l’antroposofia, ritirandosi, ha abbandonato sulle spiagge della psiche…e qui, per non farla lunga, mi fermo.
Su Eco mi sento libero e non provo alcun moto di antipatia se a tanti le mie note non piacciono. Nemmeno io sono entusiasta di alcuni articoli e temi che ho svolto in Eco. Però il discrimine è in quello che ho scritto: chi mette qualcosa su questo sito, lo fa perché ama davvero quanto espone, perché lo ha provato dentro la propria ghirba, e non (solo) perché ama se stesso. E se ciò pare poca cosa, almeno per me è, a dirla francamente, il confine modesto ma invalicabile.
A calce di questa sparuta nota, personale e di nessun valore vorrei riportare una lettera che il dott. Colazza scrisse a Marco Spaini (personalità assai notevole nel suo tempo).
Qualcuno si arrovellerà sulla natura delle “comunicazioni” sulle quali il dott. Colazza è, senza remore, negativamente “tranchant”.
Vedete, la comunità antroposofica attraversa periodi modaioli. Circa quarant’anni fa facevano banco i settenni dell’Antroposofia paragonati a quelli dell’organismo umano.
Vent’anni dopo ogni cosa verteva su quanto poteva concernere la Pietra di Fondazione. In tempi più recenti ho avvertito un chiacchiericcio su una “molto presunta” acquisizione dell’intelligenza del cuore …
Mentre sessant’anni fa ci fu una vera e propria agitazione intorno al ritorno dello Steiner: si moltiplicarono annunci e visioni.
Vi furono persino dei veri delinquenti e medium che spillarono ingenti somme agli antroposofi benestanti fabbricando comunicazioni sul dove, quando e chi. Un tripudio di corbellerie! A mio parere ora è anche peggio… perché tutto ciò rimane – sulla spiaggia rimane tutto – ma più diluito, insidiosamente meno drammatico, alla pari dell’impallidito sangue dei protagonisti attuali. Del resto ormai si cerca di destainerizzare non solo la biodinamica e le scuole Waldorf, ma persino la stessa antroposofia.
Ma non è questo che intendevo, ribattendo fedelmente le righe della sottile copia ingiallita…credo che – scarna come tutte le cose che riguardano il dott. Colazza – questa lettera tocchi severamente tante cose che ancora oggi aderiscono come sanguisughe alla visione di tanta antroposofia.
§
21. 01.1949
Caro Spaini,
ho coscienziosamente letto i due “messaggi” che del resto già conoscevo e debbo ripetere ciò che ho detto altre volte: che non hanno un contenuto di ordine spirituale.
Sono delle affermazioni dogmatiche, alquanto sensazionali – ma non sono accompagnate da quel tono di dignità, di profondità che tocca l’animo. Quando Rudolf Steiner ha fatto delle rivelazioni sui retroscena occulti dell’Antroposofia – aveva già dato tanto di insegnamento spirituale da aver guadagnato la nostra fiducia. E del resto quelle rivelazioni si inquadravano perfettamente nella visione d’insieme dell’Antroposofia – mentre quei messaggi contengono flagranti contraddizioni all’insegnamento e a ciò che sappiamo del Dottore.
Per es. il Dottore ha detto alla Sig.ra Steiner che lui non era incarnato al tempo della venuta del Cristo. E la Sig.ra Steiner me lo ha ripetuto direttamente. Così pure per l’attribuzione a lui di una essenza d’angelo – ma la sua grandezza è appunto nell’aver raggiunto come uomo altezze spirituali che lo hanno reso degno di essere il messaggero del Bodhisattva. E così via…
Ma la “gaffe” più grossa è nel messaggio del novembre del 46: “Non è contro lo spirito del tempo, in qualsiasi tempo ciò possa accadere, l’accettare solo per fede l’aiuto divino…Molti uomini possono solo così.”
Sicuro, ma allora restano cattolici – il progresso dell’Antroposofia è che: “è una via della conoscenza”.
E non parlo della forma, quasi sempre enfatica, banale e persino volgare – lei in realtà si è allontanato dall’Antroposofia per seguire ombre. Rilegga Novalis, le sentenze direttive e vedrà quali torrenti di luce si riversano nell’anima.
Federici parla sempre di “amore” ma l’amore deve appoggiarsi sulla saggezza e sulla conoscenza altrimenti è sensualismo o sentimentalismo.
Ricordi quando il Dottore diceva di Giovanni! – Quando egli diceva ai suoi discepoli “amatevi l’un l’altro” – è una frase così semplice – ma vi era dietro la forza della conoscenza e saggezza spirituale che le davano forza di contenuto.
E con quanta leggerezza parlano del cuore – ma se il cuore è una tappa dell’evoluzione a cui si arriva quando il pensare evolve ed esso è accolto nel cuore.
Qui abbiamo un gradino dell’iniziazione – il vostro “cuore” è di nuovo sentimentalismo.
In questo tempo mi ha colpito il deterioramento prodotto da questi messaggi sui loro seguaci: – quanta superficialità, quanta leggerezza in quelle intuizioni basate su assonanze e similarità esteriori.
Quel incensarsi l’un l’altro – quasi per farsi coraggio – e sopratutto quel voler credere a ogni costo. Io comprendo come in lei un desiderio di sacrificio – direi quasi di espiazione – lo abbia fatto immergere in queste rivelazioni.
Creda però che lo spirituale è la conquista quotidiana, paziente, pertinace del proprio essere – non il frutto di una rivelazione.
Creda che se lei ritorna all’Antroposofia – se si immerge di nuovo nella sua corrente – ritroverà se stesso. Non si preoccupi di quello che avviene nella Società – ho giusto poco fa letto queste parole del Dottore: “Potrebbe essere possibile che una volta l’Antroposofia si debba svincolare dalla Società Antroposofica. Non dovrebbe essere, ma ci sarà questa possibilità.” –
Ma naturalmente qui si parla dell’Antroposofia del Dottore e non della miseria spirituale, morale e intellettuale di queste rivelazioni.
E nessuno di quelli che hanno conosciuto Rudolf Steiner si lascerà sedurre da esse.
Vorrei ancora parlarle di molte cose e spero che verrà da me una sera.
Con affettuosa amicizia suo Giovanni Colazza.
§
Ringrazio F. A. che mi ha dato l’occasione di trascrivere questa lettera su Eco.

.
SETTEMBRE
Ai primi tocchi
delle foglie morenti
seguirà il crescendo
della pioggia.
Poi sarà ottobre,
una ruggine
di terra arata
da cui si leverà il fumo
in spirali azzurre.
Tu allora
mi ricorderai l’estate:
risentirò gioire,
l’orecchio sul tuo cuore,
le pulsazioni profonde
di una vita certa,
rivivrò i giorni compiuti,
la bellezza immemore
di nascita e morte.
Presto sarà ottobre:
senti la musica
del vento che trascina
come foglie
le ultime ore d’estate,
lampi di sole,
attimi,
toni che precipitano
verso profondità
dove tutto si consuma.
Così, dopo la pace,
verranno grandi attese,
nebbie,
i semi cullati
nel grembo della terra,
come i sogni nel cuore.
Non rimarrai che te,
la tua vita certa,
la clessidra del tuo cuore
che un semplice moto
basta a rigirare.
E il tempo riprenderà,
più forte.
.
Fulvio Di Lieto
da “SOLTANTO IL CUORE”.
Anno XXII n. 9
Settembre 2017



Le indicazioni che ci giungono da quella altissima figura spirituale che fu Giovanni Colazza costituiscono un dono prezioso per tutti i praticanti interiori che sono coraggiosamente impegnati nell’Ascesi Solare della Via del Pensiero.
Nella povertà terminologica e nello stile scarno, essenziale, intenzionalmente asciutto dei suoi scritti, l’operatore accorto può ravvisare il rigore ascetico e l’adamantinità dell’Iniziato.
Dal I dei tre volumi di Ur – Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, vogliamo riportare il primo dei sui scritti, firmati con l’eteronimo di Leo.
BARRIERE
LEO
Il primo movimento dell’uomo che cerca se stesso deve essere quello di spezzare la propria immagine abituale. Soltanto allora egli potrà cominciare a dire Io, quando alla parola magica corrisponda l’immaginazione interiore di un sentirsi senza limiti di spazio, di età e di potenza.
Gli uomini devono raggiungere il senso della realtà di se stessi. Per ora essi non fanno che limitarsi e stroncarsi, sentendosi diversi e più piccoli di quello che sono; ogni loro pensiero, ogni loro atto è una barra di più alla loro prigione, un velo di più alla loro visione, una negazione della loro potenza. Si chiudono nei limiti del loro corpo, si attaccano alla terra che li porta: è come se un’aquila si immaginasse serpente e strisciasse al suolo ignorando le sue ali.
E non solo l’uomo ignora, deforma, rinnega se stesso, ma ripete il mito di Medusa e impietra tutto quello che lo circonda; osserva e calcola la natura in peso e misura; limita la via attorno a lui in piccole leggi, supera i misteri con le piccole ipotesi; fissa l’universo in una unità statica, e si pone alla periferia del mondo timidamente, umilmente, come una secrezione accidentale, senza potenza e senza speranza.
* * *
L’uomo è il centro dell’universo. Tutte le masse materiali fredde o incandescenti delle miriadi di mondi non pesano nella bilancia dei valori quanto il più semplice mutamento della sua coscienza.
I limiti del suo corpo non sono che illusione; non è solo alla terra che si appoggia, ma si continua attraverso la terra e negli spazî cosmici. Sia che muova il suo pensiero o muova le sue braccia, è tutto un mondo che si muove con lui; sono mille forze misteriose che si lanciano verso di lui con un gesto creativo, e tutti i suoi atti quotidiani non sono che la caricatura di quello che fluisce a lui divinamente.
Così pure deve volgersi intorno e liberare dall’impietramento ciò che lo circonda. Prima di saperlo, dovrà immaginare che nella terra, nelle acque, nell’aria e nel fuoco vi sono forze che sanno di essere, e che le così dette forze naturali non sono che modalità della nostra sostanza proiettate al di fuori. Non è la terra che fa vivere la pianta ma forze nella pianta che strappano alla terra elementi per la propria vita. Nel senso della bellezza delle cose deve innestarsi il senso del mistero delle cose come una realtà ancora oscura ma presentita. Poiché non soltanto quel che possiamo vedere e conoscere deve agire in noi; ma anche l’ignoto coraggiosamente affermato e sentito nella sua forza.
* * *
E’ opportuno far notare la necessità di una speciale attitudine di fronte a questo punto di vista come a qualsiasi altro dell’esoterismo. Si tratta di inaugurare ciò che poi servirà tanto spesso nella vita dello sviluppo spirituale, un modo di possedere un concetto che non è soltanto comprendere o ricordare. Bisogna RITMIZZARE; vale a dire, presentare alla propria coscienza, che afferra con un’attitudine volitiva, lo stesso concetto periodicamente e ritmicamente (1); e non solo come pensiero ma anche come sentimento. La contemplazione del proprio essere e del mondo nel modo che è stato sopra enunciato suscita un senso di grandezza e di potenza: bisogna trattenere in noi questo senso in modo da farci compenetrare da esso intensamente.
Così potremo stabilire un rapporto realizzativo con questa nuova visione, la quale dapprima si verserà nell’incosciente finché dopo un certo tempo verrà ad inquadrarsi in modo sempre più definito nel sentimento di cui abbiamo parlato; si presenterà allora una nuova condizione in cui ciò che prima era concetto potrà divenire presenza di una forza e si raggiungerà così uno stato di liberazione su cui sarà possibile edificare una nuova vita.
Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all’uomo e che anche a visione mutata persiste nel subcosciente umano.
_________________________________________________________________________
(1) Questo punto fondamentale, di far scendere mediante il ritmo nel proprio ente corporeo una conoscenza fino a incidervela, può chiarire il perché di tante ripetizioni, concettualmente inutili, dei discorsi del Buddha, come anche di quelle che si incontrano in preghiere ed invocazioni magiche e così via via siano al razionale impiego di pratiche respiratorie dell’hatha-yoga. [N. d. U.]

Ciò che credevo fosse per me (in me) attinente alla religione viveva già prima di incontrare la Chiesa, cercai persino di con-fonderlo con essa. Dico sul serio. Da giovanissimo andavo alla compieta e recitavo tutto il rosario; entravo nelle chiese ombreggiate e semi deserte a pregare. Mi comunicavo a digiuno la domenica mattina, ma non credo fosse una colpa se nei raggi della luce e nell’aria il mio cuore incontrava immediatamente il mistero che era nostalgia per la mia anima.
Solo poi (anni dopo), in un drammatico confronto intimo, arrivai ad una scelta radicale nella quale non trovò più posto la via (e le lusinghe) che la Chiesa poteva offrire.
Con questa piccola confessione personale desidero convincere i lettori nostri che non porto alcun risentimento verso la religione tanto che le successive riflessioni appartengono ad una richiesta che mi fu commissionata da un amico sacerdote, il quale mi aveva chiesto qualche riga che riguardasse ragione e religione che per opinione comune sono sempre in dissidio.
Perdonerete le mie riflessioni se vi ricordo che mi trovavo con “anima e corpo” nel mio periodo magico-rituale! Poiché avevo diversi amici sacerdoti, mi scandalizzava il modernismo di quelli che gettavano via il Breviario e, con esso, tutte le cose che ritenevano superate e superflue: il “nuovo corso” della Chiesa…
Per cui, di occulto-palese, nelle mie righe, vi era solo una critica al modo di vedere dei nuovi sacerdoti, seppure limitata nell’uso dei termini (altrimenti avrebbero gettato la paginetta nella spazzatura e amen).Si vede inoltre come allora non avevo ancora affrontato il tema del pensiero e della sua priorità nella coscienza e nella conoscenza: ero solo un giovane, velleitario occultista.
§
Le forme e i sistemi religiosi divengono caduchi e corrotti e devono essere distrutti, altrimenti perdono completamente il loro significato profondo: diventando oscuri nella conoscenza e nocivi nella pratica.
A suo modo la ragione ha sostenuto una partecipazione importante nella storia religiosa, facendo crollare ciò che non reggeva e rifiutando le aberrazioni derivate.
Ma nel suo sforzo per sbarazzarsi da ignoranza e superstizione che si sono posate sulle forme e sui simboli religiosi, la ragione intellettuale, non illuminata dalla conoscenza spirituale, non soltanto tende a negare ma, per quanto le è possibile, a distruggere le verità e le esperienze che esse contenevano.
Le riforme che attribuiscono una superiore importanza alla ragione, austeramente virate al negativo, protestanti su ogni cosa, creano nuove regole religiose prive di ricchezza spirituale e di pienezza di emozione. Esse non sono ricche di contenuto: la loro forma ed il loro spirito risultano impoveriti, spogli e freddi.
Inoltre non sono davvero razionali, perché non vivono in virtù del loro ragionamento, che allo spirito razionale appaiono tanto irrazionali quanto quelli dei credi che hanno sostituito, e ancor meno vivono grazie alle loro negazioni, bensì della quantità di fede e fervore dei nuovi devoti.
La fede ed il fervore sono sovrarazionali nell’insieme del loro scopo e contengono certamente pure taluni elementi infrarazionali.
Se tali correnti rinnovate possono sembrare alla mentalità comune meno grossolane di quelle con il loro credo meno interrogativo e critico, ciò avviene spesso perché si avventurano più timidamente o evitano il dominio dell’esperienza sovrarazionale.
C’è poco da fare: nel suo aspetto religioso, la vita degli istinti e degli impulsi non può essere purificata in modo soddisfacente dalla ragione: può esserlo piuttosto mediante una sublimazione che li eleva fino alle illuminazioni dello Spirito.
La linea naturale dello sviluppo religioso procede sempre per illuminazione e le riforme religiose sono più efficaci quando illuminano a nuovo le forme antiche, anziché distruggerle. Quando le sostituzioni avvengono per maggior pienezza di contenuto piuttosto che per maggiore povertà e, in ogni caso, quando purificano il campo con un’illuminazione sovrarazionale, non certo con “chiarimenti” razionali.
Una religione puramente razionale non può essere che un arido deismo e da tali tentativi non si è mai riusciti ad ottenere vita e permanenza: perché essi agiscono contrariamente alla legge naturale e alla legge spirituale: al dharma della religione (Ho riscritto “dharma” al posto di due righe complicate).
Se la ragione viene chiamata a svolgere una parte decisiva, deve essere una ragione che principia dall’intuizione, mai disgiunta dalla visione interiore e dall’intensità spirituale.
Mai si dovrebbe dimenticare che l’infrarazionale ha pure in se verità segrete che non appartengono al dominio della ragione né dipendono dal suo giudizio.
Il cuore ha la sua conoscenza, la vita ha il proprio spirito e divinazioni, irruenze e incendi di energia segreta, di aspirazione e di slancio: che solo lo sguardo dell’intuizione può sondare e che solo il verbo ed il simbolo possono configurare ed esprimere.
Sradicare tali cose dalla religione o purgarla di ogni elemento della sua pienezza col pretesto che il tempo è trascorso, che le forme sono poco moderne o oscure, senza il potere di illuminarle dall’intimo (senza la pazienza di attendere la loro maturazione dentro noi stessi) o senza la capacità di sostituirle con simboli più luminosi, non significa purificare ma solo impoverire.
Tuttavia non è necessario che le relazioni tra spirito e ragione siano ostili o prive di qualsiasi contatto, come spesso accade in pratica.
La religione non è tenuta ad adottare come principio la formula: “Credo perché è impossibile” o quella di Pascal: “Credo perché è assurdo”.
Ciò che è impossibile o assurdo per la religione sola e priva d’aiuto, diventa reale e possibile per la ragione che si eleva oltre il proprio limite mediante il potere dello spirito e viene irradiata dalla sua luce.
Allora essa è dominata dalla coscienza intuitiva, che è il modo umano di raggiungere un’altezza di conoscenza più alta. La spiritualità che scende dall’intuizione non esclude né scoraggia alcuna attività o facoltà umana, ma opera piuttosto per innalzarle tutte fuori dalla loro imperfezione e dalla loro brancolante cecità. Con il suo tocco le trasforma e le promuove a strumenti della luce, della forza e della gioia di Dio, sino alla natura che lo manifesta sino al nostro sguardo.

Questa nota, ben poco mia è stata scritta per un amico. Riadattata, la riporto su Eco con la speranza – qualità che non chiude mai tutte le porte – di ricordare agli operatori due tecniche di concentrazione meditativa che, da un lato riassumono molte altre discipline in maniera proficua e che per altro verso dirigono la forza-pensiero ordinata, disciplinata ma sotto il limite, alla sua origine sovrasensibile.
Chi ha letto i volumi che raccolgono i fascicoli di UR le conosce. Esse fanno parte delle indicazioni che il dott. Colazza dettò a J. Evola, il quale le fece stampare (integre, con un errore a parte) sui fascicoli della Rivista.
In pratica le ricopio e ci aggiungo, separatamente, qualcosa di poco commento.
Il Senso dell’Aria.
“Una di queste attitudini si può chiamare il senso dell’aria. Noi possiamo vivere nell’immaginazione l’elemento “aria” – che tutto penetra e vivifica, ed anche la sua mutevolezza, la sua silenziosa presenza, tutte le gradazioni del moto, dallo sfioramento sottile, insensibile, alla forza, all’impeto, alla violenza. Noi lo sentiamo infinitamente libero, senza radici, senza origini, senza causa, pronto alle variazioni più estreme in un batter d’occhio. Quando la nostra immaginazione, impadronitasi di questo senso, l’avrà sentito e vissuto – occorre trasportarlo in noi, farne uno stato della nostra stessa coscienza da mantenere attuale di fronte alle esperienze col mondo esterno.”
Per la pratica: Nessuna parola mentale, solo immagini. Tratte semplicemente dalle nostre esperienze vissute: ricostruire situazioni in cui si è potuto sperimentare qualcosa dell’aria, magari cominciando dal soffio della brezza . Se si è in città si può constatare come sopra case e rumori, il cielo onnipresente pervade l’immensità oltre le cose degli uomini. Poi come, invisibile, sia presente nella stanza in cui sediamo, ecc.
Il senso primario è che si formi, allato dell’aria, un quid, un’impressione. Ciò succede, poco coscientemente, presso ogni percezione. In questo caso, per la doppia natura dell’esercizio (solo immagini interiori su qualcosa di invisibile), l’esperienza inizia ad essere sempre più libera dai sensi. Tale impressione è ciò che conta: ma deve assolutamente essere un prodotto che si forma come risultato, non una sorta di “risultato” artificioso, creato da noi. Durante tale opera possono verificarsi esperienze non banali come, ad esempio l’accorgersi del fatto che noi non respiriamo ma veniamo respirati dall’aria, oppure si inizia a “vedere”l’aria: ci si accorge che essa è una sostanza, simile ad un minerale liquido e trasparente. Forse è possibile per qualcuno giungere alla visione dell’Essere angelico che sovraintende l’elemento aereo ma è meglio non ricercare questa esperienza. Come tutti gli esseri realmente sovrasensibili Costui con la sua intensità può atterrirci: è insopportabile per il soggetto comune: eccesso di differenza di potenziale.
Si può notare che un simile esercizio contiene tutte le condizioni che l’operatore è chiamato ad esercitare lungo il cammino interiore: concentrazione, immaginazione e meditazione.
Nessuna esagerazione nella pratica. Credo che qui serva poco il molto e il moltissimo che possono servire invece per la concentrazione. La chiave degli esercizi di concentrazione meditativa è di giungere a momenti di vivezza, non di stanchezza. Certamente vale “ripetizione e ritmo”, ma non è una questione di tempo di esercizio.
“Quello che abbiamo chiamato il “senso dell’aria” diviene un senso profondo di libertà di fronte a quanto vi è in noi di ereditario e di automaticamente acquisito. E’ un liberarsi dalle catene delle reazioni istintive, delle reazioni sproporzionate o deformi – è una elasticità che permette di far sorgere accanto al massimo riposo o raccoglimento il massimo dispiegamento di forza attiva. E’ il sentirsi spregiudicati e pronti a ricevere esperienze nella vera luce che è loro propria – senza le deformazioni istintive e passionali.”
E’ possibile vedere in questa operazione così sintetica l’attivazione delle forze che potrebbero venir suscitate con la pratica di altri esercizi tra cui i cinque ausiliari. Una condizione di libertà da se stessi che mondo e natura non ha mai dato. Via molto diretta ma non certo più facile.
Il Senso del Calore
“Un’altra attitudine immaginativa è quella che si può chiamare il senso del fuoco o senso del calore. Essa consiste nell’avere l’immagine del godimento benefico del calore, sentendosi penetrati e vivificati da esso – come di vita feconda in noi e fuori di noi – presente e perenne come la luce solare. Sentire in noi questo calore come cosa nostra, come se il sole fosse in noi, radiante.
Questa immagine si porterà spontaneamente nel “cuore” – essa troverà direttamente la via ai centri sottili del cuore, poiché non è possibile sentirla intensamente e pur mantenerla nel cervello.
Questo centro-calore dovrà essere sempre presente nella nostra esperienza interiore, come emozione attiva contrapposta alle emozioni riflesse e passive provocate da cause esteriori.
Tutte le regole e gli indirizzi di educazione occulta non daranno frutti senza questo senso del fuoco risvegliato nel cuore.
…le pratiche esposte ci abitueranno a vivere intensamente nei movimenti interiori astraendo dalle impressioni sensorie e pur con la vivezza e la realtà propria a queste ultime. Avremo così uno spontaneo sviluppo di quegli organi sottili che diverranno i centri della visione superiore.”
Questo secondo esercizio è più difficile del primo. Ed è di una importanza enorme. Comunque i due possono venir fatti in parallelo o in successione. Vanno eseguiti lontano dalla concentrazione, anche se potrebbe sorgere la tentazione di sfruttare immediatamente la condizione della mente già disciplinata dalla concentrazione.
Per certi versi l’immaginazione del calore può sembrare di attuazione più “difficile” rispetto a quella dell’aria. E lo è davvero. Persino nell’evocare immagini conformi.
Il “calore”, se si realizza anche per un attimo l’impressione interiore proposta, viene davvero percepito nel suo trasferimento dalla zona della testa alla zona cardiaca. Serve ricordare che si indica una condizione, uno stato che non è riconducibile ad una sorta di sentimento comune? E’ simile ad un innamoramento intenso ma, per l’appunto, attivo, percepente e non solo percepito ed è localizzato. Senza entrare nel contesto di una capacità percettiva di avvenimenti sovrasensibili, si può segnalare che quando un concetto o una immagine venga ad adagiarsi in questo calore del cuore, il contenuto del concetto o dell’immagine viene recepito come se salisse dal profondo della propria anima con la stessa caratteristica che conosciamo quando ricordiamo qualcosa da noi sperimentato in precedenza nella vita.
Il Dottore indica qualcosa di simile su un testo fondamentale. Ne parlai tempo fa e ci furono reazioni poco felici (un cretino, famulo di noto prepotente, ne scrisse come di “supercazzola”, credendosi il conte Mascetti) perciò ora non dirò nulla in merito. In fondo basta leggere quello che si trova scritto da qualche parte. E capirlo.
Queste due discipline hanno anche una valenza “magica”: esse portano persino a sottili cambiamenti che toccano attività fisiologiche, basi per reali modificazioni di consapevolezza interiore, ma consiglio di considerarle, ad un primo gradino, semplicemente come congrue discipline ausiliarie. Sono comunque discipline occulte e si comprende il loro carattere con il tempo, la pazienza attenta e le maturazioni interiori. Non sono assimilabili alla concentrazione né ad essa sostituibili.
Del resto le forze sono “misurate” e l’uomo interiore è immenso: una contraddizione che non rende più facile la vita del ricercatore. Quello che serve è non mollare mai. Attitudine che chiamo fedeltà. Poi, nel quadro generale, occorre disdegnare il dialogo interno: quello che facciamo con noi stessi e semplificare ogni cosa.
Wilhelm Friedrich von Gleichen (detto Russwurm) nasce a Bayreuth il 14 gennaio 1717.
Figlio maggiore di Heinrich von Gleichen and Caroline von Russworm, nel 1734, dopo aver ricevuto una rudimentale istruzione ed aver trascorso alcuni anni a Francoforte come paggio di corte presso i Principi Thurn und Taxis passa al servizio del Marchesato di Bayreuth, come stalliere.
Le sue prime pubblicazioni iniziano dopo la sua dipartita da Bayreuth, ospitate dal periodico Fränkische Sammlung aus der Naturlehre, Arzneigelahrtheit, Ökonomie und der damit verbundenen Wissenschaften, e trattano tra le altre cose di storia naturale, fisica e chimica ma risultano in gran parte piuttosto fantasiose, tanto da procurargli qualche fastidio e controversia. Le pubblicazioni successive saranno meno stravaganti anche se nel 1782 darà alle stampe un estroso trattato sulle origini e la struttura della Terra che risulta oggi interessante solamente per un vago abbozzo della teoria evolutiva.
Nel 1753 sposa Antoniette Heidloff da cui avrà sette figli, solo due dei quali sopravvivranno fino all’età adulta.
Dal 1756 si dedica prevalentemente all’amministrazione del patrimonio famigliare lasciatogli in eredità dalla madre nel 1748.
Nell’estate del 1760 conosce Martin Ledermüller, che aveva già avviato la pubblicazione del suo Mikroskopische Gemüths- und Augenergötzungen (1759–1762), lavoro che porterà Gleichen-Russwurm a concentrarsi sul microscopio. Ledermüller si reca a Schloss Greifenstein nel 1762, e Gleichen-Russwurm continua a beneficiare dei suoi consigli fino al 1764, anno di stampa di Geschichte der gemeinen Stubenfliege pubblicato da Russwurm e ritenuto dal Ledermüller eccessivamente critico nei suoi confronti.
Da un certo momento in avanti i suoi studi si concentrarono in maniera particolare sui processi di fertilizzazione di piante e animali. Nel 1763 esce il primo fascicolo di un lavoro intitolato Das neueste aus dem Reiche der Pflanzen , che include cinquantuno tavole colorate, ad illustrare numerosi dettagli di strutture floreali e varietà di pollini, oltre a sei tavole dedicate al microscopio e a varie modifiche ed accessori progettati dal Russwurm stesso. Il suo trattato sul polline della Asclepias syriaca L. incluso in Auserlesene mikroskopische Entdeckungen (1777–1781) include quella che con tutta probabilità è stata la prima osservazione di un tubo pollinico , sebbene l’autore non fosse a conoscenza della sua importanza.
Nel 1778 giunge il suo più importante contributo alla scienza, quando in Abhandlung über die Saamen-und Infusionsthierchen descrive la tecnica per la colorazione delle cellule fagocitarie che aveva sviluppato a seguito di studi su vecchi saggi sull’utilizzo di tinture come agenti coloranti per piante e tessuti animali. Per poter studiare i processi di nutrizione di una colonia di ciliati aveva utilizzato una miscela di acqua e carmine osservando il successivo colorarsi dei vacuoli digestivi , descritta successivamente con illustrazioni. Questa tecnica rimase generalmente sconosciuta fino a quando non se ne ebbe una descrizione da parte di alcuni biologi del IXX secolo Christian Gottfried Ehrenberg, Theodor Hartig, and Joseph von Gerlach.
Muore a Bayreuth il 16 giugno 1783.