Nome dell'autore: SURYA

ZELATORI, CIARLATANI & VENDITORI DI SOPHIA

ciarlatano 1 copia

Il Ciarlatano  (Stampa del 1612- Diana Scultori- Biblioteca Casanatense, Roma)

*

Se qualcuno penetra nello studio di un pittore

E senza nulla comprendere della pittura

Ha la pretesa di parlarne dottamente,

Costui sarà deriso da tutti.

E anche chi penetra nell’Ordine degli Artisti

E senza essere stato eletto

Si vanta delle sue opere,

Costui sarà deriso da tutti.

Chi si presenta a queste Nozze

E senza essere invitato

Arriva con gran pompa,

Costui sarà deriso da tutti.

Così coloro che saliranno su questa bilancia

Senza pesare quanto i pesi

Saranno fragorosamente sollevati,

E saranno derisi da tutti.

Le Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz, 1459,

Johann Valentin Andreae

*

Per placare i timori di un noto trader del panorama esoterico antropop – che è da augurarsi non si occupi presto anche di Tripartizione sociale – circa lo stato di salute del nostro blog, diciamo subito che Eco c’è e sta benissimo.

Mentre, a rassicurazione degli amici che, con premura e sollecitudine che apprezziamo, hanno espresso qualche preoccupazione in merito alla regolarità con cui i nostri contenuti più recenti vengono pubblicati, ricordiamo che l’ascesi del pensiero è il cómpito che abbiamo posto al centro della nostra esistenza. Così, quando gli impegni familiari o lavorativi assorbono quasi tutto il resto, l’attività, invero “dis-vulgativa”, che i nostri autori si sforzano qui di realizzare, ne risulta un po’ sacrificata. Del resto, è questa la forza di Eco, la cifra del suo valore: da noi, nessuna sbrigativa rimasticazione a riempimento di spazi ed esigenze di visibilità.

Ci risulta, in effetti, che la Scienza dello Spirito, più che di frontmen inopportunamente onnipresenti, necessiti di operatori interiori saldi e instancabili, di innamorati fedeli. Lo slancio che ci anima è inalterato. E così il gioioso dovere di indicare la Mèta e la Via che ad essa conduce, da cui non indietreggeremo mai.

Chi scrive ritiene di non dover scrivere niente, generalmente giudicando prezioso un contributo (fattivo) di tipo più silenzioso e, in tal senso, solo apparentemente modesto. Non certo per timore di esporsi, dunque, ma per una ritrosia tutta personale ad apparire e per la certezza che vi siano figure ben più qualificate per farlo. Da questi non abbiamo che imparare.

Tuttavia, cuore, coscienza e un enorme, gioioso debito di riconoscenza nei confronti dell’amico Hugo de’ Paganis, dettano, dopo gli ennesimi attacchi personali seguiti al suo ultimo articolo, di pronunciarsi in sua difesa, al fianco delle signore che sono prontamente intervenute, nel tentativo di ripristinar decenza, all’interno dei vari gruppi social in cui tali attacchi si sono consumati. D’altronde, è bene precisarlo, egli è penna che non scrive per sé soltanto, rappresentando in pieno ciò che noi pensiamo, vediamo e non intendiamo tacere. E non ne abbiamo fatto mai mistero: non è business dell’apparire che difendiamo e questo infonde un vigore ardente e tutto speciale al nostro agire.

Riteniamo che il carattere assai grossolano e puerile degli “argomenti”, ascrivibili peraltro al genere della calunnia, agitati dal noto trader del panorama esoterico antropop, ormai antrovip e sempre più antropolitik, non renda agevole un confronto fra pari, disinteressati come siamo a calarci in zone che ogni giorno tentiamo di disimpegnare. Non riconoscendogli l’autorevolezza né la caratura di un interlocutore da prendersi in seria considerazione, non ci daremo la pena di scendere nel merito di alcuna delle sue argomentazioni. Ciò che non esiste non va mai smentito.

Non manchiamo però di interrogarci sul criterio adottato da chi questo agitatore ha voluto come proprio collaboratore e sodale.

Non siamo certo nuovi a simili attacchi, necessari a nature conformi alla specie e (fatalmente) incapaci di assumere lo spirito su un piano diverso da quello delle parole: una sistematica opera di denigrazione e discredito della persona è la debole, scarsa misura che costoro possono opporre a scomode considerazioni.

Più volte, in passato, ci siamo pure misurati con l’ambizione di ben più insidiosi zelatori, legati da vincoli d’opportunità al summenzionato agitatore, giorno e notte impegnati a distogliere i giovani cercatori del Vero, non ancora indipendenti nella comprensione dello spirito, dal terreno solido dell’indagine interiore fondata sull’autocoscienza dell’Io, per deviarli verso morbide e più allettanti derive mistiche. In questi campioni di “altruismo” – e di rinuncia – morsi dalla fissazione del gelido “egoismo” in cui cadrebbero coloro che si dedicano alla pratica verace della Concentrazione, non possiamo non ravvisare gli o p p o s i t o r i dell’elemento solare recato dal pensiero. Costoro si son fatti portatori di quell’insana e sognante tendenza a incontrare le cose del mondo che è la mistica del sentimento di cui, invero, il Dottore, nella sua Filosofia della Libertà, mostra tutti i limiti – conoscitivi e morali – e in cui, sì, è possibile scorgere un elemento di tenace egoismo, davvero impossibile a vincersi:

[…] l’uomo primitivo arriva all’opinione che l’esistenza si presenti a lui direttamente nel sentire, e indirettamente nel sapere. La formazione della vita del sentimento gli appare quindi più importante di ogni altra cosa. Egli ritiene di aver afferrato la connessione del mondo, soltanto quando l’ha accolta nel suo sentire. E, come mezzo alla conoscenza, egli cerca di servirsi non del sapere, ma del sentire. Poiché il sentire è cosa del tutto individuale, da mettere alla pari con la percezione, il filosofo del sentimento eleva a principio universale un principio che ha un significato soltanto dentro la sua personalità. Cerca di impregnare del suo proprio sé il mondo intero […]. La tendenza qui accennata, la filosofia del sentimento, viene spesso designata col nome di mistica. L’errore di questa maniera mistica di vedere, costruita solo sul sentimento, consiste nel fatto che essa vuole sperimentare quello che dovrebbe sapere, e vuole elevare un elemento individuale, il sentimento, ad elemento universale.”

Al chiaro dire del Dottore (“Con quale diritto considerate il mondo completo senza il pensare?”), che avverte: “non bisogna fare confusione fra l’avere «immagini mentali» e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare”, essi, ottusamente, replicano: “Se riesco a ‘depurare’ il sentire di tutte le componenti egoiche, ebbene, scopro che grazie ad esso sono in grado di accogliere la verità dei fatti, di avvicinarmi all’essenza della vita”, adeguando l’opera del Maestro dei Nuovi Tempi, e così il sacrificio di Massimo Scaligero che volle indicarne l’adamantina gemma o Via del Pensiero, al proprio immacolato ciarpame, rivelatore soltanto di incapacità conoscitiva e insufficienza morale.

Vien proprio da chiedersi come si creda di poter suscitare senza una rigorosa disciplina di pensiero quella inconosciuta Potenza capace di “depurare il sentire di tutte le componenti egoiche”, a meno di non ridurla a quell’io che “l’uomo dice di essere”.

Quella caldeggiata da tali rinunciatari ma ambiziosi zelatori è nient’altro che una impraticabile, infruttuosa, e assai illudente, ascesi dell’anima sull’anima, ove questa richiederebbe di essere invece dominata, quando non vinta.

Una corretta ascesi del sentire, scrive Massimo Scaligero nel Manuale pratico della Meditazione, viene realizzata dall’esercizio che accordi il pensiero con la volontà.

La forza estracosciente che nell’essenza collega il pensiero con la volontà, è il sentire. L’ordinario sentimento non è la reale vita del sentire, bensì la sua alterazione. Tale alterazione viene sanata dall’esercizio della rispondenza della volontà al pensiero liberato.

Il sentire, come pura forza dell’anima, può sorgere là dove è tacitato il sentire normale, che è comunque il veicolo della natura animale dell’uomo. In conseguenza della meditazione, il sentire tende a sorgere come forza di ritmo dell’anima, già in tal senso indirettamente sollecitata da ogni saggio collegamento del pensiero con la volontà. Perché la potenza di ritmo dell’anima si manifesti direttamente, occorre sia tecnicamente prodotto lo stato di assenza del normale sentire: come un varco aperto al sentire spersonalizzato, capace di immergersi negli interessi altrui e nel mondo, con la spontaneità normalmente suscitata dagli interessi personali.

Occorre educare se stessi a vietarsi in talune occasioni la normale reazione del sentimento. L’esercizio del «non sentire» è la condizione per la concentrazione pura e per la conseguente resurrezione del sentire, ossia per l’affiorare del s e n t i r e p u r o, che libera il mentale dalla corporeità: ma è parimenti il puro pensiero che apre il varco al non sentire e libera il mentale dalla soggettività senziente-razionale.”

Così, osserviamo che il sentire puro non è il sentire ordinario, neppure se s’incipria o s’improfuma. E che, anche in zone più profonde, la distanza tra chi realmente percorre la Via del Pensiero e chi solo straparla raggiunge le proporzioni di un abisso incolmabile.

La precisazione che a questo punto è doveroso fare a costoro e a quelli che sentono come loro è che la possibilità di una autentica moralità – troppo spesso spacciata per sciropposo sentimentalismo – viene unicamente dalla liberazione del pensiero per la quale è imprescindibile la pratica intensa e assidua della Concentrazione e che le forze morali non sorgono che dalla Conoscenza, ossia dall’accensione e dall’esperienza del Pensiero Vivente. Ogni surrogato di moralità che, con giustificato spregio, possiamo chiamare moralismo o facies morale, vale a dire l’assunzione e l’immancabile ostentazione di atteggiamenti “virtuosi”, “compassionevoli”, “altruistici”, “nobili”, “fraterni”, “cristici”, e certamente oltremodo “commossi” e “devoti”, non sono che la patetica caricatura di questo voluto, meritato miracolo.

Possiamo affermare con Rudolf Steiner che la pratica della Concentrazione è l’azione più morale possibile all’uomo di questo tempo poiché la liberazione del pensiero è il presupposto dell’agire libero. E, come è detto nella Filosofia della Libertà, l’uomo è morale in quanto è libero, in quanto agisce basandosi sulla conoscenza: “la libertà è la maniera umana di essere morali”; “È evidente che un’azione non possa esser libera se il suo autore non sa perché la compie”.

Con ciò non intendiamo affatto dire che coloro che non stanno fra i “pochissimi” che si dedicano con donazione assoluta e volontà consacrata al Rito della Concentrazione non siano rispettabili o buoni antroposofi. È perfettamente possibile accogliere con animo semplice e gratitudine profonda le comunicazioni del Dottore e i contenuti dell’antroposofia, in attesa del fiorire di forze urgenti ad un impegno ascetico più risoluto e radicale.

Solo, ci chiediamo, cos’è la Concentrazione senza asceti? Spada senza cavaliere o corona senza re.

Così, però, non intende la nutrita razza di callidi e zelatori, che di privata rinuncia ha fatto pubblica virtù. Essi hanno stabilito per gli altri una norma di mediocrità che è inopportuno e sconveniente superare. Un verbo pressoché assoluto scongiura gli umili dalla presunzione di innalzarsi nella conoscenza.

E chi ha fatto suo l’ingrato compito di indicare la Concentrazione come necessaria risposta all’urgente appello dei Mondi Spirituali e presta fedeltà ai Maestri attraverso la coraggiosa difesa della loro Opera da ogni tentativo di banalizzazione e falsificazione, viene tratto sotto il giogo della maldicenza e dell’ingiuria. “Sublime egoista”, “antropo-inquisitore”, “antropo-sceriffo”, “jihadista”, “fondamentalista”, “schizofrenico”, gli epiteti rimediati. Non manca poi il prudente passaparola: “Attenti! È posseduto dagli Asura!”.

Passiamo oltre e domandiamoci: per darsi a quali nobili e più rette attività i nostri solerti zelatori hanno deposto la pugnace pratica ascetica donataci dai grandi Esseri?

Sono tre le principali attività da essi praticate e altamente raccomandate per lo sviluppo animico-spirituale dell’uomo.

La prima è una massiccia opera di volgarizzazione della Scienza dello Spirito attraverso la macellazione di testi e cicli. La sterminata mole di contenuti dell’O.O. sul web viene somministrata in stralci, indebitamente strappati al contesto dei pensieri e delle concatenazioni di pensiero ideate (volute) dai Maestri. L’opzione è di facile fruizione e immediatamente appagante, per ingordi e romantici di ogni età. Non mancano poi rielaborazioni e “bignami”, una summa del pensiero steineriano in aiuto al pigro e troppo impegnato antroposofo moderno.

Al genere si aggiungono diffuse iniziative di carattere propagandistico – incontri, convegni pubblici, manifestazioni culturali – ed una recentissima, sciagurata impresa cinematografica incentrata sulla figura di Massimo Scaligero, visto dal discepolo. Non l’inaudita audacia dell’Eroe Solare che sconfigge la Morte ne emerge, ma il ritratto di un uomo buono e assai compianto, ancora presente nel cuore di chi ha lasciato.

La seconda è l’approfondimento antroposofico in comune. Su svariati gruppi di un noto social, belle addormentate e stagionati dello spirito dibattono sui temi caldi dell’antroposofia. Karma, Angeli e Gerarchie, sembrano essere i più apprezzati. Un clima di sciolta e ciarliera condivisione incita i novizi a sperperarsi in (in)fruttuose operazioni dialettiche.

La terza si presenta come lo sdoganamento di un “vano giocare all’esoterismo”, come ebbe a definirlo Marie Steiner, in seno a una comunità stolta, assopita e assai poco vigile, e si configura come l’improvvido tentativo di spalancare le porte ad ogni sorta di ciarlataneria.

Una chiarificazione etimologica del termine “ciarlatano”, cui quello di “ciarlataneria” ci rimanda, gioverà a individuare i caratteri di una figura quantomai ricorrente nel variegato mondo dell’occultismo.

Il sostantivo “ciarlatano” risulta, con molta probabilità, dall’incrocio dei termini “cerretàno” e “ciarla”. Il primo deriva dal lat. CERRÍTUS, insensato (probabilmente sincopato di CEREBRÍTUS da CÈREBRUM, cervello) che lascia escogitare una forma CERRITANEUS, oppure da CERRÉTO, paese dell’Umbria da cui si narra solesse in antico venire siffatta gente, la quale con varia finzione andava facendo denaro, ovvero da CÈRE, donde l’antico Ceràldo, che equivaleva a cerretano; il secondo per molti deriva dal lat. GERRÆ, ciarle, che staccasi dalla radice di GARRÍRE che dette GERRÒNES, ciarloni e può aver dato GERRETÀNUS.

Una accettabile definizione del termine ciarlatano rimanda a chi un tempo, sulle piazze, cavava i denti o vendeva rimedî che decantava miracolosi; la parola è rimasta in uso per indicare prestigiatori, giocolieri, e in genere chi vende in pubblico prodotti specifici o altre merci attirando la gente e incantandola con abbondanza di chiacchiere. Per estensione, chi si spaccia per quello che non è, chi cerca il proprio guadagno dandola ad intendere, impostore, gabbamondo, imbonitore.

Semplificando, due sono i caratteri che si confanno al buon ciarlatano: una illecita e indebita attività di vendita e una straordinaria disposizione alla ciarla.

Ci pare che le pratiche denunciate dal nostro Hugo de’ Paganis nel suo ultimo articolo rientrino nel caso appena illustrato. Seminari quali “Sviluppo delle relazioni con gli esseri di luce delle diverse dimensioni intorno a noi e dentro di noi” o “Iniziazione [è lecito chiedersi se sia trasmissione che proviene da Iniziato] ad un corretto rapporto con i Mondi Spirituali nelle varie dimensioni” o, sopra tutti, “Incontrare il Cristo, incontrare l’amore”, non solo costituiscono occasione certa per la perdita di tale incontro – che non può essere dato da alcuno, semmai così allontanato o definitivamente precluso – ma rientra in quelle forme di ciarlataneria ostinata, profanatrice e bramosa di farsi mediatrice che un Iniziato Solare, quale era – è – Massimo Scaligero, bollerebbe a fuoco.

Va aggiunto che poco importano in queste zone di manovra l’autocertificazione di “veggenza” o la certificazione per procura di “fraterni” delegati, identicamente ininfluenti: sono propositi, questi, nobili solo in apparenza e rivelatori, oltre che di intatta inesperienza del reale spirituale, di un’incapacità di discriminazione conoscitiva, e pertanto morale, che certamente a vario grado riguarda l’essere umano e che superbo e gratuito sarebbe condannare in sé, ma che si fa inaccettabile quando v e n d u t a come sapienza, per di più apponendovi il marchio di garanzia Steiner/Scaligero. È il falso inevitabilmente destinato a declinarsi come sopruso, consumato a danno di quelli che si presume aiutare e che inascoltati resteranno proprio nel loro anelito autentico e profondo.

Altrettanto pericolose e sospette risultano l’offerta di Master di Formazione Politico-Spirituale” e la promozione del denaro quale mezzo per “scambiare amore tra gli esseri umani”.

Senza dubbio a qualcuno le nostre considerazioni potranno apparire ingiuste e ingenerose, ma il nostro altro non è che l’invito a rispettare la volontà di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero a cui, senza arbitrarie interpretazioni o aggiunte, ci rimettiamo. Tutta la loro Opera ci domanda un rigore che non sempre si è all’altezza di osservare. Una comunità spirituale sana vigila sulle azioni dei propri membri. Non si lasci che il richiamo ad uno spirito di fratellanza sia l’astuzia per disarmarla!

A chi fa uso di una misura «troppo umana» per valutare il problema ricordiamo con serietà che Massimo Scaligero si espresse a chiare lettere circa le insidie che si sarebbero presentate in seno alla comunità da lui fondata:

Non è difficile rendersi conto che, se nella Scienza dello Spirito di Steiner si esprime l’Impulso Solare del tempo, gli autentici attacchi degli Ostacolatori non sono tanto quelli che vengono da fuori, quanto quelli che muovono dall’interno della cittadella, epperò difficilmente identificabili. In ogni movimento spirituale, i portatori dell’impulso luciferico-ahrimanico finiscono quasi sempre col prevalere come attivisti o dialettici della organizzazione esteriore. Essi sono riconoscibili dalla solerzia con cui intendono applicare la teoria dello Spirito al mondo, secondo un trapasso invero impossibile al pensiero meramente razionale: trapasso di cui, peraltro, il pensiero vivente non ha bisogno, essendo esso già operante oltre il limite razionale, per il solo fatto di esserci. Onde il trapasso dei solerti zelatori non può evitare di essere strategico, ossia politico, in quanto preoccupato unicamente del procedimento esteriore, ossia del dimostrare che l’ideale sovrasensibile si realizza: dimostrazione di cui lo Spirito non ha invero bisogno, essendo essa una forma possibile soltanto al principio che si realizzi. É l’attivismo tendente a sostituire, se non ad impedire l’a z i o n e p u r a, ossia l’operare sul piano delle cause: l’attivismo vuoto di anima, in cui si esplica l’azione degli Ostacolatori, malgrado le spirituali intenzioni degli zelatori.

Questa condizione è connessa con la perdita dell’arte vera della concentrazione”.

Dallo Yoga alla Rosacroce.

Vogliamo altresì rimandare chi possa intenderle alle stringenti indicazioni che Egli ha dato ai suoi. Come a sigillare il cuore del Suo Insegnamento e il senso ultimo della Sua infinita donazione, le sue parole a chiusura di quel capolavoro dello Spirito che è Dell’Amore Immortale, suonano come lascito e richiesta al contempo. Vogliamo riportarle interamente:

Quanto è stato detto non è assunzione di un insegnamento, bensì ciò che come ramo novello nasce da un ceppo imperituro: da un insegnamento la cui perennità esige che il suo darsi sia sempre il fluire della vita.

Esso non trasmette un sapere: il suo tessuto di pensiero essendo quello stesso che possa destarsi nel discepolo o nel lettore: acceso, per riaccendersi.

Donatore di questo insegnamento, nella sua virtù di vita, prima che della sua forma dialettica, è Rudolf Steiner.

Che il ricercatore possa essere stimolato a studiare l’opera di lui sino a che da essa splenda la luce di cui si sostanzia, è la ragione della nostra opera. Colui che chiamiamo il Maestro dei nuovi tempi è il Maestro che non è semplice accostare: l’accostamento non essendo lo studio dell’opera, né la appartenenza all’associazione spirituale da lui avviata, ma anzitutto il movimento interiore al cui destarsi nell’anima umana egli ha donato il suo essere sulla Terra.

La sua opera, dettata dallo Spirito, esiste soltanto per ritornare quel movimento interiore, a cui il mondo spirituale risponde: esiste per un collegamento con l’ordine invisibile degli esseri e delle forze, non per divenire un sapere. L’errore, o la tentazione, è credere che l’opera debba essere esposta o volgarizzata o sistemata, perché possa andare incontro a un maggior numero di uomini: quasi che l’efficienza numerica elevasse il livello qualitativo. In realtà sarebbe l’esposizione o il riassunto delle parole, non dei contenuti che non possono vivere se non come forze interiori, esigenti di incontrarsi essi nell’anima, secondo il loro proprio ritmo.

La sintesi o la sistemazione dialettica non è necessaria né utile ad alcuno, non potendo essere altro che precipitazione nella cultura astratta, riduzione al mondo senza vita, della veste espressiva dell’opera: dell’opera in cui si è eliminato l’ineffabile che giustifica la veste espressiva. La quale, così astratta, non può aver senso, proprio perché neppure dialetticamente può significare qualcosa. La privazione, verificatasi nell’anima dell’espositore, viene trasmessa agli altri: così verificandosi il giuoco degli Avversari dell’uomo.

Un’opera esoterica non chiede né propaganda né volgarizzazione: solo chi sia mosso dal subconscio intento di ucciderla, può pretendere diffonderla mediante manifestazioni culturali, o sistemarla secondo quel moderno «sistemare», valido unicamente per la molteplicità astratta: che chiede di essere sistemata dal pensiero, ossia dall’attività interiore che può sistemare, non essere sistemata.

Solo chi inconsciamente è avverso allo spirito può compiacersi che l’opera si diffonda come un sapere, alla stregua dell’ordinario sapere, che invale unicamente perché privo di spirito, e ne è privo soprattutto quando riguarda lo spirito. È la deficienza di pensiero che non concepisce come l’attuarsi dello spirito nel mondo esiga accendersi nell’anima individuale, e come tale accensione non possa essere sostituita da un tradurre in nuove parole ciò che si è afferrato soltanto in parole.

Che sempre un maggior numero di uomini si apra allo spirito, dipende dalla possibilità che pochi non tradiscano il cómpito soltanto da essi attuabile”.

Dell’Amore Immortale, Appendice n.1.

In conclusione, qualche considerazione di carattere personale.

Che dirò dell’amico Hugo de’ Paganis?

Questa nota è per lui e con lui. La fedeltà al sacro, al vero e al giusto, il nostro unico desiderabile.

Ad un amico sapiente, di lealtà e generosità rare che ringrazio per tante ragioni, non ultima quella di avermi mostrato come usare la spada per amore.

Insieme a lui salutiamo il lettore, sottoponendo al suo silenzioso vaglio interiore le parole che abbiamo posto al principio di questa nota, tratte da Le Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz di Johann Valentin Andreae. Sono le severe parole che la Vergine rivolge agli astanti prima di quella che vien chiamata pesatura delle anime. Ci si soffermi, col rigore e l’attenzione dovuti, sull’ultimo verso di ciascuna strofa e si esamini cosa il sopramondo esige da noi.

SCIENZA DELLO SPIRITO

Giovanni Colazza – BARRIERE

colazza -

Le indicazioni che ci giungono da quella altissima figura spirituale che fu Giovanni Colazza costituiscono un dono prezioso per tutti i praticanti interiori che sono coraggiosamente impegnati nell’Ascesi Solare della Via del Pensiero.

Nella povertà terminologica e nello stile scarno, essenziale, intenzionalmente asciutto dei suoi scritti, l’operatore accorto può ravvisare il rigore ascetico e l’adamantinità dell’Iniziato.

Dal I dei tre volumi di Ur – Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, vogliamo riportare il primo dei sui scritti, firmati con l’eteronimo di Leo.

BARRIERE

LEO

Il primo movimento dell’uomo che cerca se stesso deve essere quello di spezzare la propria immagine abituale. Soltanto allora egli potrà cominciare a dire Io, quando alla parola magica corrisponda l’immaginazione interiore di un sentirsi senza limiti di spazio, di età e di potenza.

Gli uomini devono raggiungere il senso della realtà di se stessi. Per ora essi non fanno che limitarsi e stroncarsi, sentendosi diversi e più piccoli di quello che sono; ogni loro pensiero, ogni loro atto è una barra di più alla loro prigione, un velo di più alla loro visione, una negazione della loro potenza. Si chiudono nei limiti del loro corpo, si attaccano alla terra che li porta: è come se un’aquila si immaginasse serpente e strisciasse al suolo ignorando le sue ali.

E non solo l’uomo ignora, deforma, rinnega se stesso, ma ripete il mito di Medusa e impietra tutto quello che lo circonda; osserva e calcola la natura in peso e misura; limita la via attorno a lui in piccole leggi, supera i misteri con le piccole ipotesi; fissa l’universo in una unità statica, e si pone alla periferia del mondo timidamente, umilmente, come una secrezione accidentale, senza potenza e senza speranza.

* * *

L’uomo è il centro dell’universo. Tutte le masse materiali fredde o incandescenti delle miriadi di mondi non pesano nella bilancia dei valori quanto il più semplice mutamento della sua coscienza.

I limiti del suo corpo non sono che illusione; non è solo alla terra che si appoggia, ma si continua attraverso la terra e negli spazî cosmici. Sia che muova il suo pensiero o muova le sue braccia, è tutto un mondo che si muove con lui; sono mille forze misteriose che si lanciano verso di lui con un gesto creativo, e tutti i suoi atti quotidiani non sono che la caricatura di quello che fluisce a lui divinamente.

Così pure deve volgersi intorno e liberare dall’impietramento ciò che lo circonda. Prima di saperlo, dovrà immaginare che nella terra, nelle acque, nell’aria e nel fuoco vi sono forze che sanno di essere, e che le così dette forze naturali non sono che modalità della nostra sostanza proiettate al di fuori. Non è la terra che fa vivere la pianta ma forze nella pianta che strappano alla terra elementi per la propria vita. Nel senso della bellezza delle cose deve innestarsi il senso del mistero delle cose come una realtà ancora oscura ma presentita. Poiché non soltanto quel che possiamo vedere e conoscere deve agire in noi; ma anche l’ignoto coraggiosamente affermato e sentito nella sua forza.

* * *

E’ opportuno far notare la necessità di una speciale attitudine di fronte a questo punto di vista come a qualsiasi altro dell’esoterismo. Si tratta di inaugurare ciò che poi servirà tanto spesso nella vita dello sviluppo spirituale, un modo di possedere un concetto che non è soltanto comprendere o ricordare. Bisogna RITMIZZARE; vale a dire, presentare alla propria coscienza, che afferra con un’attitudine volitiva, lo stesso concetto periodicamente e ritmicamente (1); e non solo come pensiero ma anche come sentimento. La contemplazione del proprio essere e del mondo nel modo che è stato sopra enunciato suscita un senso di grandezza e di potenza: bisogna trattenere in noi questo senso in modo da farci compenetrare da esso intensamente.

Così potremo stabilire un rapporto realizzativo con questa nuova visione, la quale dapprima si verserà nell’incosciente finché dopo un certo tempo verrà ad inquadrarsi in modo sempre più definito nel sentimento di cui abbiamo parlato; si presenterà allora una nuova condizione in cui ciò che prima era concetto potrà divenire presenza di una forza e si raggiungerà così uno stato di liberazione su cui sarà possibile edificare una nuova vita.

Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all’uomo e che anche a visione mutata persiste nel subcosciente umano.

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(1) Questo punto fondamentale, di far scendere mediante il ritmo nel proprio ente corporeo una conoscenza fino a incidervela, può chiarire il perché di tante ripetizioni, concettualmente inutili, dei discorsi del Buddha, come anche di quelle che si incontrano in preghiere ed invocazioni magiche e così via via siano al razionale impiego di pratiche respiratorie dell’hatha-yoga. [N. d. U.]

SCIENZA DELLO SPIRITO
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