SCIENZA DELLO SPIRITO

APPENDICE NECESSARIA AL “DISVELAMENTO AVVERSATO”

dante-alighieri

Per rincarar la dose del mio commento alle già caustiche osservazioni del nostro Isidoro, che si stupiva dei miei inopportuni ‘disvelamenti’, ho deciso farlo vieppiù stupire, col mostrare come le male voglie della potenza straniera d’Oltretevere non abbiano davvero limiti, ossia come dice il mio amato Dante, la belva che porta a perdizione ha una voracità tale ch’egli, con severe parole ammonitrici, di lei nella Divina Commedia, Inf. I, 91-99, così dice:

«A te convien tenere altro vïaggio»,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ‘l pasto ha più fame che pria».

Infatti, la pedagogia antroposofica delle scuole Waldorf non è la sola “figlia” dell’Antroposofia, concupita dalla potenza straniera d’Oltretevere, che gli sconsiderati – davvero poco accorti – antroposofi “concedono” alla parte avversa per un mercenario connubio. Ed ecco che la belva già volge gli occhi suoi impudichi pure ad un’altra “figlia” dell’Antroposofia, ossia all’agricoltura biodinamica. Abbiam potuto vedere, in passato, le poco onorevoli imprese degli ineffabili “Apostoli della Fede”, i quali mescolano nel pentolone – in un intruglio da far invidia alle streghe del Macbeth di Shakespeare – uno Steiner rivisto e corretto dal loro “signore e donno”, con le dottrine magico-cerimoniali, sedicenti “teurgiche”, quelle magico-sessuali, sedicenti “alchimiche” di Giuliano Kremmerz e del crowleyano Samael (sic!) Aun Weor, e tanta chiesa cattolica. Basta guardare ol loro sito per rendersene conto. Tra l’altro essi si occupano pure di agricoltura biodinamica, dal loro “signore e donno” magicamente mutata in “agricoltura omeodinamica”.

Per  non farla troppo lunga, ed informare pienamente il candido lettore, il quale potrà così farsi un giudizio in piena autonomia, ecco fedelmente riprodotte col “copia-incolla”, una dichiarazione firmata da un non piccolo numero di soci della Società Antroposofica in Italia, che non accettano quanto venuto fuori nella famigerata riunione di Sagrado circa l’infeudamento della pedagogia Waldorf ad un organismo, peraltro estremamente discusso com’è la cattolicissima Compagnia delle Opere di Comunione e Liberazione, ed un’altra lettera inviata da una decina di soci, dei quali naturalmente – come per le precedenti – non riveleremo i nomi. Fa piacere vedere che vi sono almeno alcune persone leali e di buon senso – dimostrando sensibilità e moralità – che non intendono tacere e accettare passivamente il malo andazzo, imposto sulla loro testa e a loro insaputa, dalla Direzione della Società Antroposofica in Italia.

***

DICHIARAZIONE 

RITENENDO INSODDISFACENTE E PER NULLA ESAURITA LA DISCUSSIONE TENUTA A SAGRADO NELLA RIUNIONE DEI FIDUCIARI, SULLA FIRMA DI ADESIONE ALLA “FONDAZIONE DELLE OPERE EDUCATIVE” (F.O.E.), ESPRESSIONE DI “COMUNIONE E LIBERAZIONE”, FIRMA APPOSTA, GIA’ NEL 2001, DALLA PRESIDENZA DELLA FEDERAZIONE DELLE SCUOLE WALDORF IN ITALIA,  I FIRMATARI DELLA PRECEDENTE  PROTESTA, CONSIDEREVOLMENTE AUMENTATI DA NUOVI ADERENTI, RIPROPONGONO LA QUESTIONE NELLA PRESENTE DICHIARAZIONE, DA PORRE ALL’ORDINE DEL GIORNO NELL’ASSEMBLEA GENERALE DEI SOCI DEL CONVEGNO NAZIONALE DELLA SOCIETA’ ANTROPOSOFICA ITALIANA CHE SI TERRA’ A DORNACH NEL GIUGNO 2016.

ESSI SONO DECISI, AD OGNI CONVEGNO NAZIONALE E AD OGNI RIUNIONE DI FIDUCIARI CHE SI PRESENTERANNO IN FUTURO, A REITERARE INFLESSIBILMENTE LA RICHIESTA DI RITIRO E DI CANCELLAZIONE DELLA SUDDETTA FIRMA DI ADESIONE, CONSIDERANDOLA UN INACCETTABILE E GRAVISSIMO COMPROMESSO ED UN AUTENTICO TRADIMENTO DEI PRINCIPI DELLA SCIENZA DELLO SPIRITO.

CHIEDONO INOLRE CHE OGNI ANTROPOSOFO O ALMENO OGNI FUDUCIARIO PRESENTE NELL’ASSEMBLEA SI ESPRIMA IN MODO PRECISO E INEQUIVOCABILE SULLA QUESTIONE.

5 APRILE 2016

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Al Collegio di Presidenza della Soc. Antroposofica in Italia 

Doverose risposte a domande semplici semplici.  

Giungono strane e sconcertanti notizie dal campo antroposofico italiano, che impongono molte domande ed altrettante risposte chiarificatrici.

A) Al convegno internazionale di agricoltura biodinamica intitolato “Per l’economia della Terra – La nostra casa comune” svoltosi a Milano dal 19 al 20 febbraio 2016 presso l’Università Bocconi ed il Teatro Parenti, hanno partecipato, fra le altre personalità intervenute, alcune che destano giustificate perplessità in ragione della loro nota formazione gesuitica.

In particolare lascia interdetti la presenza del vescovo cattolico e teologo argentino Marcelo Sànchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienza Sociali, dichiarato curatore dell’EnciclicaLaudato si’” di Papa Francesco, quindi esponente di spicco della Chiesa Cattolica.

Sorge pertanto spontanea l’esigenza di interrogarsi sul senso e lo scopo di tale presenza e rappresentanza, soprattutto in relazione al chiarimento se l’alto prelato sia stato invitato dai promotori ed organizzatori del convegno o si sia proposto autonomamente; in entrambe le ipotesi, in ogni caso, richiedendo che fosse preventivamente verificata, stante l’ormai acclarata posizione della Chiesa Cattolica nei confronti del Movimento antroposofico, la sussistenza di un presupposto irrinunciabile, consistente nel pubblico ed espresso riconoscimento dei fondamenti scientifico – spirituali dell’agricoltura biodinamica.

Diversamente, considerato l’argomento trattato dal suddetto relatore, vale a dire l’EnciclicaLaudato si’”, si deve chiedere agli organizzatori della manifestazione se abbiano o meno letto in modo approfondito la richiamata Enciclica pontificia e ne abbiano valutato l’eventuale corrispondenza o vicinanza al pensiero della Scienza dello Spirito antroposofica, al di là di qualche consonanza di facciata.

Oppure si deve ritenere che la “madre” Società Antroposofica in Italia, oltre alle incomprensibili, confuse ed innaturali commistioni con gli Apostoli della Fede, attraverso una delle sue “figlie” abbia spalancato l’accesso nel proprio seno alla piena condivisione anche della visione gesuitica della vita e della dottrina sociale della Chiesa Cattolica romana?

Valga in proposito richiamare le lapidarie parole del Dott. Steiner: “Vi è forza distruttiva soprattutto in tre correnti (…) Il secondo elemento distruttivo non è solo il gesuitismo cattolico, ma ogni forma di gesuitismo, poiché in sostanza è affine all’americanismo. Se la corrente americana fa sì che si sviluppi la paura dello spirito, il gesuitismo cerca di sviluppare la convinzione che non ci si debba occupare dello spirito, al quale non si è in grado di avvicinarsi, lasciando amministrare i beni spirituali da chi è chiamato a farlo, secondo la dottrina della chiesa cattolica. Questa corrente tende ad atrofizzare le forze della natura umana che vanno verso la sfera soprasensibile”. (Berlino, 30 luglio 1918).

B) Sennonché la seconda notizia rischia di tramutare in certezza il dubbio sollevato nel punto che precede, visto e considerato che si è appresa di recente, mediante gli articoli pubblicati dalla rivista “Germogli”, l’iscrizione fin dall’anno 2001 della Federazione delle Scuole Steineriane Waldorf in Italia al FOE, ossia alla Compagnia delle OpereFederazione Opere Educative ovvero Comunione e Liberazione; nel cui Statuto – Finalità, all’art. 2 comma 2, si legge: ”L’associazione trae la propria origine e mantiene il proprio riferimento ideale nella esperienza cristiana e nella dottrina sociale della Chiesa.”

Infatti la grave circostanza è stata attestata, per l’appunto, da un articolo – intervista a X.Y. del Giugno 2012 apparso sulla predetta rivista “Germogli” e dalla risposta del Settembre 2012, a firma del medesimo maestro, ad alcune domande formulate da un genitore, riportata sempre dall’indicato periodico.

Nell’insieme si percepisce addirittura una netta subordinazione del Movimento delle Scuole Waldorf alla Compagnia delle Opere, che traspare dai seguenti passi: Tutte le nostre realtà scolastiche (…) si servono delle competenze specialistiche dell’Avvocato Marco Masi (neo Presidente del Foe dal marzo 2012 in sostituzione del dottor Vincenzo Silvano) per tutte le questioni relative a contenziosi che nascono tra dirigenti scolastici e realtà Steiner – Waldorf”.

“Sento opportuno aggiungere una nota di carattere personale: a prescindere dalla diversa radice culturale su cui poggiano questi due movimenti e di cui vi è una reciproca corrispondenza negli incontri, vivo l’esperienza di serietà, responsabilità, coerenza e massima dedizione alla missione che li pone per destino al servizio della loro “Opera”. Tutte qualità che in una certa misura sono presenti anche nel nostro movimento e comunque non spalmabili come il burro sul pane, cioè non generalizzabili (!?).

Senza tralasciare la lettera di risposta ad alcuni soci della Società Antroposofica in Italia che segnalavano e contestavano ai Membri del Collegio di Presidenza ed ai Fiduciari per l’appunto l’insano connubio fra Movimento delle Scuole Steiner Waldorf e la Compagnia delle Opere, inviata dal Consiglio della Federazione delle Scuole Steiner Waldorf in Italia; autentico capolavoro dell’arte del dire e  non dire d’ispirazione bizantina ed ulteriore elaborazione gesuitica, di cui si trascrive l’intero testo:

“Cari amici,

in riferimento alla lettera del 20 dicembre 2015 nella quale 11 firmatari chiedono di portare il tema dell’associazione al FOE di codesta Federazione nell’ambito della Società Antroposofica, siamo con la presente a riconoscere tale libertà in quanto la questione ha un carattere pubblico e chiunque può porsi domande in merito.

Riteniamo tuttavia che sarebbe stato più opportuno chiedere a noi, diretti interessati, i motivi di tale scelta.

Siamo altresì certi che, al di là di ogni pregiudizio derivante da rappresentazioni giustificate dalla rispettabile esperienza dei singoli, su terreno scientifico spirituale antroposofico sarà possibile formulare i giusti pensieri grazie alle conoscenze che Rudolf Steiner ci ha donato sulla triarticolazione dell’organismo sociale.

Nell’augurare un buon lavoro, porgiamo cordiali saluti.”

Appunto!

Ed ecco perciò, a volersi limitare alla minima citazione sull’argomento, le parole del Dott. Steiner: Vi è inoltre la società che venne fondata per combattere il Cristo e che ha lo scopo di presentare un’immagine falsa di Gesù, la società dei Gesuiti, che in sostanza esiste per eliminare l’immagine del Cristo da quella del Cristo – Gesù e, per così dire, ammettere Gesù soltanto quale tiranno dell’umanità in evoluzione.”(Berlino 6 agosto 1918).

“Questo è proprio ciò che proibiscono; è proprio quello che non si può fare: non si deve affermare qualcosa sul Cristo, se non rientra nella dottrina della Chiesa. Di conseguenza nelle nostre cerchie non si deve essere tanto ingenui da credere che per il fatto di essere buoni cristiani ci si possa conciliare con il cattolicesimo. Proprio perché si è buoni cristiani, perché si fa tutto per favorire il cristianesimo, si diventa i più grandi avversari del cattolicesimo; sarà quindi necessario e sempre più necessario badare a che scompaia dai nostri circoli l’ingenuità a proposito delle cose che abbiamo intorno. Fra noi deve sempre più avvenire che si vogliano vedere le effettive forze di decadenza e di ascesa che vivono intorno a noi. Dobbiamo superare l’aspirazione esistente fra noi di tendere soltanto verso un po’ di mondo immaginativo.” (ibidem).

La pedagogia Waldorf in Italia non ha forse coscienza della sua identità, non possiede forza spirituale sufficiente per operare nella società senza scendere a compromessi, ma è nientemeno costretta a mercanteggiare la propria rappresentanza con organizzazioni che, come specificano bene le frasi del Dott. Steiner poc’anzi riportate, le sono totalmente avverse?

Invece, attraverso un’altra “figlia” dell’Antroposofia, per mera convenienza si è nuovamente attribuita legittimazione alla dottrina sociale della Chiesa romana, per giunta affidandosi ad una sua corrente con forte impronta politica, perpetrando così il peggiore tradimento dell’impulso scaturito dal Convegno di Natale.

C’è da chiedere come giustificheranno le inopportune commistioni  con organizzazioni religiose portatrici di finalità opposte alla via di conoscenza scientifico – spirituale, gli atti commissivi ed omissivi compiuti coloro che hanno sottoscritto e/o condiviso tali accordi e quanti li hanno superficialmente sottovalutati o ignorati del tutto?

Si può rimettere l’incarico ed uscire di scena con dignità e sobrietà, giacché chiunque comprende come sia possibile sbagliare, però riconoscendolo e ponendovi rimedio.

Ebbene, non resta che attendere le risposte alle domande proposte, unitamente alle determinazioni conseguenti.

Con i migliori saluti

P.S. Con preghiera di inoltrare la presente ai Fiduciari dei Gruppi della Soc. Antroposofica in Italia.

***

Io estendo, a mia volta, l’invito a ben meditare i contenuti del presente articolo – e soprattutto le chiarissime parole di Rudolf Steiner – ai lettori dell’anonimo redattore della rivista romana della quale ho avuto modo di parlare in vari articoli precedenti, il quale sostiene che l’ascesi rosicruciana sarebbe – a suo dire – il naturale proseguimento della via della chiesa cattolica, e che – sempre a suo dire – l’opposizione degli esoteristi, specialmente di coloro che si donano in maniera unicitaria alla Via del pensiero e alla Concentrazione, alla chiesa cattolica, all’uso magico e narcotizzante ch’essa fa della propria liturgia, e alla pratica dei suoi sacramenti, celerebbe una segreta inimicizia al Logos.

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL DISVELAMENTO AVVERSATO

M.-SCALIGERO

Il disvelamento non amato, anzi decisamente avversato

Se vi è una cosa che mi è rimasta incancellabile nell’anima sono le parole pronunciate da Massimo Scaligero la sera del 25 gennaio 1980, nell’ultimo incontro che ebbi con lui, poche ore prima che ci lasciasse. Ci ritrovavamo con lui, l’ultimo venerdì di ogni mese, per il comune Rito della meditazione – eravamo sempre alcuni amici della mia città, cui si univano D. e L., risiedenti a Roma – al suo studio a Monteverde Vecchio, un attico all’ultimo piano di un palazzo in Via Cadolini 7. Massimo Scaligero, prima del Rito meditativo, in genere introduceva l’incontro parlandoci di un argomento che a lui premeva, e talvolta rispondendo ad alcune nostre domande. Le parole ch’egli disse in quella memorabile sera – in risposta ad una domanda che mi urgeva nell’anima – le porto tutte, ancor oggi, incise nell’anima a lettere di fuoco. Su di esse ho avuto il modo di meditar a lungo in questi oltre trentasei anni, passati come un lampo, da quando egli lasciò lo scenario dell’apparire sensibile. Taluni aspetti non poco enigmatici del suo parlare, che aveva spesso forma aforistica, come di un meditare ad alta voce, per me solo nel tempo si sono dischiusi ad una chiara comprensione, la quale di quelle parole mi ha mostrato quanto esse, allora, fossero profetiche. D. e L. oramai non sono più, anch’essi, tra noi. Oltre a noi, quella sera, alla riunione meditativa erano presenti altre tre persone della mia città ma, da quel che mostrano le loro successive scelte e le azioni conseguenti a tali loro scelte, esse non paiono ‘ricordare’ o ‘voler ricordare’. Da qui, per me, la necessità di non tacere.

Quelle parole, per effetto della disvelatrice ispirazione della mia Amata, nella mia anima si ricollegano ad altre parole dettemi da Massimo Scaligero in vari incontri personali, parole che apparivano allora anch’esse non poco enigmatiche alla mia giovanile inesperienza, ma che nel procedere del tempo si sono rivelate sempre più limpidamente e dolorosamente chiarissime. Sempre più, nel tempo, mi son reso conto – per prova provata – di quel che ben sapevo sin dal mio primissimo incontro personale con lui, avvenuto nel giugno del 1970, ossia di quanto chiarissimamente Massimo Scaligero leggesse negli eventi, e nelle anime: sin nelle pieghe più nascoste delle anime. E sempre più mi sono reso conto pure, quanto clamorosamente errassero coloro che pensavano di poterlo ingannare. Anni fa una persona mi disse: «Ci siamo assunti [su indicazione di ‘qualcuno’] la responsabilità di mentire a Massimo». All’udire quelle parole –  per me di una follia vera e propria – mi venne un colpo al cuore e mi si mozzò il respiro!

Massimo Scaligero era un formidabile lottatore spirituale, e il suo sguardo sulle cose, sugli eventi, sui singoli esseri, non era mai condizionato da un punto di vista “personale”, o “egoico”, bensì era sempre quello dello Spirito, la cui prospettiva è e sarà sempre assolutamente “altra” da quella del punto di vista umano-troppo umano. Potrei far sue le parole di un’amata amica bolognese – eccezionale asceta d’altra dottrina – la quale mi diceva: «Ma dalla continua lotta imparerai a mantenere anche nel corpo agitato sempre vegliante lo spirito: lo spirito che guarda gelido, adamantino, estraneo, seppur legato, all’ansimante agitarsi della materia». Il Purusha, l’Io superiore, non si lascia coinvolgere dalla Prakriti, dalla “natura naturante” e dalle sue inevitabili modificazioni come “natura naturata”, per cui quel Asceta eccezionale, che Massimo Scaligero sempre era, poteva contemplare – al contempo impassibile e compassionevole – quel che si svolgeva segretamente nelle anime, e palesemente nell’apparire esteriore delle loro azioni, che plasmavano a se stessi e agli altri un destino che si rivelava sovente ineluttabile, in quanto non scaturente dalla Conoscenza, dalla “retta visione” e dalla “retta intenzione” dell’Io cosciente, libero, e “attivo” pur nella sua metafisica immobilità, bensì da un’anima, nella sua passività, psichicamente mossa da una natura inferiore, che la illude, la oscura, la domina e tragicamente la agita. Massimo Scaligero poteva assistere impassibile – ossia non coinvolto da quella passionalità che normalmente muove e travolge gli umani – e tuttavia non indifferente, anzi buddhicamente compassionevole, allo svolgersi di un destino del quale vedeva la dolorosa necessità nell’inadeguato livello conoscitivo e nella non libertà di coloro ch’egli – soprattutto a Roma – aveva intorno.

Una delle cose, che disse in quel ultimo incontro del 25 gennaio 1980, mi colpì come un esplicito monito, che nella mia anima si ricongiunse con quel ch’egli mi disse già nel nostro primo incontro del 1970. Parlando dell’Ostile, del Principe dell’Oscuro Pensiero – come lo chiamarono nell’antichissima Persia – egli, dopo aver illustrato le sue molte eccezionali capacità seduttive ed illusive, aggiunse che una tale oscura deità «mènte persino dicendo la verità». Anche una verità può, dunque, divenire una menzogna mortifera in bocca all’Oscuro Signore della menzogna e della morte. Infatti, l’Ostile – attraverso l’uso cinico e spregiudicato dei più diversi vari canali e strumenti – cerca di impadronirsi di antiche, recenti e recentissime verità, lasciandone più o meno intatta la forma esteriore, svuotata della vitalità interiore da lui “uccisa” e “divorata”, e distorcendone poi, o addirittura capovolgendone in maniera ben dissimulata il contenuto, sì da illudere molti, anzi i più.

In séguito, mi ricordai dell’invito fattomi da Massimo Scaligero sin dal nostro primo incontro a quella ‘diffidente prudenza’, che quel paganaccio impenitente di Arturo Reghini affermava essere “madre della Sapienza”; a non dare nulla – assolutamente NULLA – per scontato, e a verificare rigorosamente tutto, compresa la verità delle sue stesse parole. E lo stesso Rudolf Steiner pose tale audace, per non dire temeraria, verifica della verità di quel che si crede, o che ci viene affermato essere verità, come regola assolutamente essenziale per far parte della Scuola Esoterica da lui fondata, e che – sia dentro che fuori di tale Scuola – una menzogna, anche se ritenuta in buona fede esser vera, opera in maniera dirompente e distruttiva nella Comunità spirituale e nel mondo.

E tanto per essere assolutamente chiari ed espliciti, tali rigorose verifiche io le ho ripetutamente fatte, e posso dire che la differenza tra Massimo Scaligero e certi figuri, è che Massimo Scaligero non l’ho visto mai – dico MAI – mentire, o anche solo suadere, o sedurre, o fare affermazioni per ragioni di qualsivoglia opportunità. Egli, se riteneva necessario – per ragioni spirituali, e non personali o d’altro tipo – dire una verità spiacevole per qualcuno, parlava apertamente, e talvolta anche molto duramente, indifferente all’eventuale reazione di ribellione, di rabbia o di depressione di chi lo ascoltava. Altrimenti, sapendo che la comunicazione di una verità spiacevole non avrebbe agito su un’anima impreparata secondo la volontà del Mondo dello Spirito, egli taceva, ma non mentiva mai. Ripeto MAI! Così come non ho visto mai mentire Hella Wiesberger, che invece ho vista vilmente e indegnamente calunniata a Roma e nella mia città da chi neppure la conosceva. Rudolf Steiner, in Risposte della Scienza dello Spirito a problemi sociali e pedagogici, afferma esplicitamente che la menzogna va bollata a fuoco!

Invece, certe persone – le stesse che stoltamente pensavano di riuscire ad ingannare Massimo Scaligero quando era vivo – le ho viste apertamente mentire, coscientemente mentire, volontariamente mentire: ossia con la volontà d’ingannare e danneggiare le persone che avevano di fronte, di portarle inavvertitamente fuori strada, lontano dall’Aureo Sentiero indicato da Massimo Scaligero. Le ho viste mentire per infamare persone innocenti; mentire per la propria vanità; mentire per realizzare i progetti della propria smisurata ambizione; mentire per distruggere alcune persone, facendo loro terra bruciata attorno; mentire per salvare la faccia con ulteriori menzogne, una volta scoperte a mentire spudoratamente; e soprattutto mentire per gettare letame – come fece, per esempio, l’innominato allorché nel 1996 e nel 1997 fu ospite a casa mia, e in seguito anche altrove, con altre persone – sulla figura umana e spirituale di Massimo Scaligero. Ed un’altra persona fu allora presente ai discorsi fatti dall’innominato, ambedue le volte che questi fu ospite in casa mia, ed ascoltò quanto costui disse di Massimo Scaligero. 

Vi è, inoltre, chi oltre a praticare le suddette usuali forme e motivazioni per il mentire, ve ne aggiunge una veramente ‘speciale’: il mentire “disinteressatamente”, ossia “asceticamente” al servizio di una “nobile causa”: dunque non proprio soltanto – o non del tutto – per un vantaggio “personale”, ma anche e soprattutto per una spregiudicata, abile e molto interessata “committenza”, che gli ha affidato una ben peculiare ‘missione’. A mio temerario e orsolupesco parere, questo è appunto il caso del mio innominato ospite, del quale ho fatta ripetuta menzione nel mio precedente articolo. È dunque di estrema, oserei dire vitale, importanza, scoprire quale sia una tale ‘committenza’, e quale sia la peculiare ‘missione’, non precisamente ‘nobile’, affidata ad un così ‘disinteressato’ esecutore. Poi vedremo pure ‘quanto’ disinteressato.  

Cerchiamo di vederci chiaro nei fini e nei metodi di tale “committenza”. Ad uno sguardo acuto, ad un pensiero conseguente e sagace, possiamo dire sin d’ora che tali fini e metodi appaiono chiaramente essere i medesimi dell’Ostile, dell’Oscuro Signore. Vi è una istituzione che a livello non solo religioso, ma anche culturale e politico, si pone come ‘totalitaria’, ed è la chiesa cattolica. Raramente si riflette al fatto che “cattolico” – in greco antico καθολικός-katholikòs –  viene da κατά-katà, “sopra”, “dall’alto”, “contro” e ὅλος-hòlos, il “tutto”, e che il significato di “universale” dissimula molto bene, sia il sottostante significato di “totalitario”, che l’avida e impudente pretesa ad un dominio omnincludente. L’attitudine divoratrice dell’Oscuro Signore in essa si è manifestata sin dai primissimi tempi con l’impadronirsi abusivo della morale degli Ebrei, della filosofia dei Greci, della ritualità religiosa e misterica di romani, greci, egizi, persiani e financo anatolici. E una volta attuata tale “appropriazione indebita”, la chiesa cattolica – giunta con Costantino ad impadronirsi eziandio del potere politico – ha agito sin dai primi secoli manu militari alla soppressione violenta delle religioni del Mondo Classico e dei loro culti, allo sterminio di Sapienti ed Iniziati, alla distruzione pressoché totale della letteratura sapienziale classica – da essa definita spregiativamente “pagana” – , e di quella gnostica e manichea – definita ancor più spregiativamente “eretica” – , ed infine alla chiusura e alla distruzione di sedi dei Misteri come il Serapeum di Alessandria d’Egitto, il Tempio di Iside a Philae in Alto Egitto, il Telesterion di Eleusi in Grecia, e di molte altre. Le stragi, alle quali da monaci nerovestiti furono incitate le masse fanatizzate dei “poveri di spirito”, da subito, furono innumerevoli. E per dirne solo una tra molte nefandezze, il cattolicissimo Patriarca d’Alessandria d’Egitto, Cirillo, perseguitò sanguinosamente cristiani novaziani, ebrei e pagani, e fu altresì il cinico e spietato mandante dell’omicidio efferato – eseguito squadristicamente dai suoi parabolani nerovestiti – della Iniziata, Ierofantide e Filosofa neoplatonica, Ipazia, la figlia del matematico Teone. Per tale mala opra egli fu pure proclamato “santo” dalla chiesa cattolica – in ciò seguita pure da quelle greco-ortodossa e copta, da essa poi separatesi – e addirittura, sebbene monofisita, quindi in teoria anche lui “eretico”, fu fatto, il 28 luglio 1882, per meriti speciali, “Dottore della Chiesa”. Infine, il Vescovo di Roma usurpò pure il titolo di Pontifex Maximus, spettante al vertice della gerarchia religiosa romana.  

La liturgia della chiesa cattolica fu presa di peso dalle liturgie delle religioni classiche, e questo viene ampiamente riconosciuto nell’attuale insegnamento delle facoltà teologiche, anche se, per ovvi motivi, ciò non viene messo particolarmente in evidenza a livello pubblico. Persino il R.P. Antoine Dondaine O.P., domenicano, il quale negli anni trenta dello scorso secolo ritrovò e pubblicò il trattato cataro Liber de duobus principis, riconosce apertamente nei suoi scritti che i pochi e scarni riti del Catarismo sono gli unici che corrispondevano ai pochi semplicissimi riti del cristianesimo primitivo. Tutto il resto è aggiunta posteriore, desunta di peso dalle varie ritualità, saccheggiate ed espropriate, delle religioni del Mondo Classico.

La prassi corrente di molti secoli è stata quella di costruire le chiese cristiane sui templi sanguinosamente profanati delle religioni classiche, sui demoliti Isei consacrati all’Unica Dea, sui Mitrei all’interno dei quali son stati trovati murati i mistriasti massacrati; quella di impadronirsi delle feste, delle ricorrenze stagionali, degli usi, e persino di molte deità pagane trasformate, per appropriazione indebita, in sante e santi cristiani. Lo “scippo” ecclesiale è proseguito non solo con l’impadronirsi della cultura e della sapienza pagana, dall’autorità ecclesiastica svuotate dell’impulso e del significato originari, ma anche di forme dell’antica Teurgia da essa trasformata in un “magismo” inferiore, di colore oscurissimo, e dal sapore spesso fortemente necromantico. Naturalmente, la chiesa trionfante sul Mondo Classico condannava come ‘diabolica’ la Teurgia e la Magia Solare altrui, mentre giustificava (e giustifica…) come ‘santa’, e si serviva (tuttora si serve…) abbondantemente della propria corrotta magia inferiore nerissima. 

Un particolare ‘interesse’ – come vedremo – ha condotto la chiesa cattolica a volgere uno sguardo molto ‘interessato’ agli esoterismi, che in molti modi ha cercato di “fagocitare”, sia riguardo a dottrine che venivano regolarmente “ortopedizzate” in senso “cristiano”, che alle forze occulte dai medesimi messe in atto: soprattutto queste ultime le interessavano e le interessano tuttora moltissimo. Quando vuole, la potenza straniera d’Oltretevere sa essere molto, MOLTO spregiudicata ed elastica e, alla bisogna, sa rapidamente e bene “adeguarsi”. Una delle poche cose giuste dette da Benedetto Croce nella sua vita fu, a mio orsolupesco giudizio, che “la chiesa cattolica è uno stomaco che può digerire tutto!”: proprio tutto, come vedremo. Addirittura, essa giunge a creare appositamente e a manipolare – avremo proprio modo di constatarlo – vari pseudo-esoterismi, per lei utilissimi nella sua “navigata” e ben “rodata” strategia del “trasbordo ideologico inavvertito”. Vi son oggi, peraltro, molti conventi domenicani e gesuiti nei quali si praticano tecniche fisiche, posturali e respiratorie, nonché meditative dello Yoga, dello Zen, naturalmente del tutto sradicate dal loro contesto originario ed usate per fini completamente diversi da quelli che avevano quelle Vie metafisiche d’Oriente. I gesuiti in particolare hanno un particolare interesse ad uno Zen derealizzato e debitamente “cattolicizzato”, ma – bisogna proprio dirlo – provano invece un particolare fascino, anzi una forma di vero e proprio innamoramento, per una via antispirituale e controiniziatica par excellence come quella di G.I. Gurdjieff: in quest’ultimo caso si tratta di una sincerissima passione, non di comodo, dettata da una profonda ‘affinità elettiva’ e da una vera e propria ‘corrispondenza di disamorosi sensi’!  

Un esempio tipico di tale spregiudicato operare lo si può vedere nell’azione del R.P. Florindo Giantulli S.J., il quale fondò in anni lontani, subito dopo la seconda guerra mondiale, varie associazioni cattoliche a carattere militante. Una di esse fu l’Alleanza Cattolica, da lui diretta attraverso il suo assecla Giovanni Cantoni, ‘maestro’ – come mi fu testimoniato da chi ben lo conobbe – del “trasbordo ideologico inavvertito”. Un’altra di esse, connessa alla precedente, fu una società segreta antimassonica denominata Scutum Michaelis, ovvero lo “Scudo di Michele Arcangelo”. Ma ciò non gli impedì di farsi “iniziare” libero muratore – assieme ad alcuni suoi ‘famuli’ dirigenti di Alleanza Cattolica e della rivista filoborbonica e biancogigliata Controrivoluzione – ed essere ispiratore e co-fondatore della Rispettabile Loggia Jesus all’Oriente di Firenze, all’obbedienza della Gran Loggia d’Italia, allora denominata di “Piazza del Gesù”, oggi “Palazzo Vitelleschi”, da sempre molto “morbida” e deferente nei confronti del Soglio pontificio. La Loggia Jesus “lavorò” sino a che alla Curia romana non convenne appoggiarsi alla più numerosa e forte, ancorché più laica e agnostica, Obbedienza del Grande Oriente d’Italia di “Palazzo Giustiniani”: erano gli anni degli incontri di Savona del Gran Maestro Giordano Gamberini del Grande Oriente coi RR.PP. il gesuita, un tempo antimassone, ma in seguito massone al dire di alcuni autori cattolici, Giovanni Caprile S.J., e il “paolino” Rosario Esposito, il quale nei suoi ultimi anni di vita si fece, lui pure, apertamente “iniziare” libero muratore in una loggia di Piazza del Gesù-Palazzo Vitelleschi. In conseguenza di tale nuovo atteggiamento ‘pragmatico’ della Curia romana, la loggia Jesus venne obbedientemente “demolita” dalla Gran Loggia d’Italia di “Piazza del Gesù”. Nessuna meraviglia, visto che sin dal Settecento i militi della nota Compagnia, e non solo loro, si sono infiltrati nelle logge massoniche. Che il R.P. Florindo Giantulli S.J. fosse un sincero e feroce antimassone, non vi ha dubbio alcuno, e ne è testimonianza un’opera dal titolo L’essenza della massoneria italiana: il naturalismo, pubblicata nel 1973 a Firenze da Pucci Cipriani Editore, recante il nihil obstat quoniam imprimatur del R.P. Sabino Maffeo S.J., Praepositus Provinciae Romanae, e l’imprimatur di Giovanni Bianchi, Vicario Generale, della Curia Arcivescovile di Firenze, ambedue rilasciati il 21 maggio 1973, e quindi opera rispecchiante la posizione ufficiale della chiesa cattolica.   

Tale opera del Giantulli è un’abile e perfida mescolanza di affermazioni vere, di verità parziali e monche, e di un vero e proprio oceano di menzogne. Ma non è certo compito mio, né quello di Ecoantroposophia, di giustificare e difendere l’Ordine Massonico, il quale, se vuole, può benissimo farlo da solo, ed è giusto che da solo lo faccia, se, quando, e come meglio crede o crederà. A quel che a me risulta, le logge di tutte le varie Obbedienze massoniche sono oggi ampiamente infiltrate da elementi cattolici oltranzisti, i quali operano in esse in funzione disgregativa. Fa dunque alquanto pensare il candore e la sprovveduta ottusità di un Virgilio Gaito, allora Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, il quale nel 1996 giunse su sollecitazione di Mons. Bettazzi ad offrire l’Ordine di Galileo, una delle massime onorificenze di quella Obbedienza massonica, trasmettendola tramite il Cardinal Ruini, a Karol Woityla, Papa Giovanni Paolo II, ricevendone – come era facile prevedere – un “gran rifiuto”, e facendo così sghignazzare rumorosamente tutti i cattolici integralisti: il languido amore di molti speranzosi massoni nei confronti della chiesa cattolica è proprio un amore ‘infelice’: un amore a senso unico, crudelmente non corrisposto! 

Semmai è da rilevare nel suddetto libro la perfidia del R.P. Florindo Giantulli S.J., il quale prendendo spunto da una recensione-presentazione apparsa su un bollettino della benemerita casa editrice romana Atanòr, da lui definita “massonica”, mentre allora era solo “esoterica”, dopo aversela presa col fatto che la suddetta casa editrice pubblicava opere di “reprobi” come Filippo Teofrasto Paracelso e Enrico Cornelio Agrippa, coinvolge il nome di Massimo Scaligero, così scrivendo a p. 20 del suo libellaccio:

«Che non si tenti di sostituire la… magia alla religione e alla fede anche in Italia? Ecco, infatti come viene reclamizzata (Bollettino Editoriale ed. Atanòr. N. 16; giu. 1972) l’opera di M. Scaligero: Magia Sacra: «Una via per la reintegrazione dell’uomo, sintesi delle tecniche d’Oriente e d’Occidente, secondo l’esigenza di potenziamento magico dell’«uomo interiore», automatico e agnostico mitizzato» (sottolineatura nostra)».

La perfidia del R.P. Florindo Giantulli S.J. è quella di lasciar intendere – senza dichiararlo apertamente – che Massimo Scaligero fosse massone, mentre è noto anche ai poppanti ch’egli non lo fu mai, mentre lo fu suo zio Pietro Scabelloni, valente esoterista, che nel Rito Scozzese Antico Accettato di “Piazza del Gesù” raggiunse il 33° grado, come lo furono del resto alcuni amici “pitagorici” di Massimo Scaligero come Arturo Reghini e Giulio Parise, e il duca Giovanni Colonna di Cesarò, antroposofo, ma lui stesso proprio no. Il Giantulli avrebbe potuto anche “allargarsi”, come dicono a Roma, coinvolgendo i nomi di Rudolf Steiner, di Günther Wachsmuth, e la stessa Antroposofia, sol che si fosse ricordato che Atanòr aveva stampato nel 1929 la traduzione italiana del libro del Wachsmuth, Le forze plasmatrici eteriche, rivisto e prefato dallo stesso Rudolf Steiner.

Ora, che la chiesa cattolica abbia visto, sin dall’inizio di essa, nella Scienza dello Spirito un pericolo mortale per se stessa, lo si può facilmente desumere già dagli attacchi feroci e infarciti d’ogni tipo di menzogne del R.P. Otto Zimmermann S.J., nel 1919, sulla rivista Stimmen der Zeit, e da quelli del suo sodale, il R.P. Giovanni Busnelli S.J., sin dal 1909 e successive riedizioni, nel suo Manuale di Teosofia; lo si può desumere dagli attacchi militari, mandante dei quali era la nota potenza straniera d’Oltretevere, volti all’assassinio di Rudolf Steiner, nel 1922 a Monaco di Baviera e ad Elberfeld; dalle diffamazioni del R.P. Max Kully, inviato come parroco ad Arlesheim non tanto per “cura d’anime”, quanto per svolgere ivi opera di agente provocatore e diffamatore, con la parola e con la penna, di Rudolf Steiner e dell’Antroposofia; dall’incendio, preannunciato sui giornali di Basilea, organizzato da Max Kully in una riunione della Lega Cattolica alla Taverna Ochsen di Arlesheim e attuato nella notte di S. Silvestro del 1922, del Goetheanum, di fronte al quale, mentre bruciava, ballavano voluttuosamente gruppi di “fedeli” ubriachi. Lo si può altresì desumere dall’avvelenamento di Rudolf Steiner, avvenuto al cosiddetto ‘Rout’, ossia al festeggiamento del 1° gennaio 1924, organizzato a conclusione del Convegno di Natale del 1923. Su tutto ciò, ho una montagna di materiale probante, che solo la noia di tradurlo e trascriverlo, e lo scrupolo di non stancare troppo il lettore, mi impedisce di pubblicare su questo coraggioso blog, che si ostina ad ospitare i miei esagitati e orsolupeschi articolacci. Ma se proprio ce ne fosse bisogno, vedremo nel tempo di tirarne fuori alcuni documenti di notevole interesse. 

Oltre che a questi metodi più diretti e brutali, la parte avversa è ricorsa e ricorre eziandio a strategie meno “frontali”, ma molto più insinuanti e pericolose. Per esempio, attraverso l’azione di Valentin Tomberg, che cercò da una parte di oscurare l’Opera di Rudolf Steiner, affermando che lo stesso Rudolf Steiner e l’Arcangelo Michael avevano “fallito” la loro missione, e che questo costringeva il Mondo Spirituale ad anticipare l’èra dell’Arcangelo Orifiel, e che – a suo dire – alla Comunità spirituale non rimaneva, per salvarsi, da far altro che porsi sotto la “dittatura del Mondo Spirituale” e sotto la protezione della chiesa cattolica, il cui Pontefice, in quanto successore di Pietro, è il vero “Rappresentante dell’Umanità”, e – sempre a suo dire – non ciò che Rudolf Steiner aveva indicato nelle sue comunicazioni e plasticamente raffigurato nel suo artistico “Gruppo” statuario. Nelle sue opere scritte, Valentin Tomberg fa l’esaltazione aperta di Ignazio di Loyola, fondatore della nota, non proprio commendevole, Compagnia, della gesuitica “oboedientia perinde ac cadaver”, e della infallibilità del papa, del “martinismo” papusiano e di altre simpatiche cosucce pseudo-esoteriche, molto gradite alla parte avversa. Per decenni, dopo la morte di Valentin Tomberg, presentato dai suoi fanatici seguaci niente-poco-di-meno-che come ilbodhisattva di questa epoca” (e scusate se è poco…), l’infiltrazione tomberghiana ha operato pesantemente in Germania, in Inghilterra, in Francia, in America e nella nostra stessa Italia. A questo proposito, vedremo, a suo tempo, come il veleno catto-tomberghiano sia giunto a insinuarsi persino in una rivista romana, che si presenta come “scaligeropolitana”, e su vari siti, blog, e social network.

L’interessata “attenzione” e la divorante azione della chiesa cattolica si è rivolta pure nei confronti di quella che Rudolf Steiner considerava una delle “figlie” della Scienza dello Spirito: la pedagogia antroposofica. Ed è inquietante dover constatare come gli antroposofi – i quali raramente sono stati delle “aquile” – in Italia si siano concessi in questo campo, per volgare interesse e pura imbecillità, all’abbraccio stritolante della chiesa cattolica. Il 6 e il 7 febbraio 2016 scorsi – quindi recentissimamente – si è svolta in quel di Sagrado, in Lombardia, una riunione dei “Fiduciari”, ossia dei “Capigruppo”, della Società Antroposofica in Italia. In tale riunione, alcune persone coraggiose e di buon senso hanno tirato fuori un “problema” – una vera e propria “magagna”, come si direbbe con linguaggio pittoresco – che da troppo tempo andava avanti e che, per mero opportunismo e imbecillità, si cercava di nascondere, tacendolo agli ignari “soci” della Società Antroposofica. Alcuni “Fiduciari” – evidentemente di maggiore sensibilità morale – venuti a conoscenza dei fattacci, non hanno voluto condividere la vile omertà, che li avrebbe resi consapevoli, e quindi colpevoli, complici di una vera e propria porcheria che durava da ben quindici anni, ed hanno “parlato” facendo scoppiare il bubbone malefico. Essendo cose che ormai stanno circolando ampiamente nelle cerchie antroposofiche, suscitando accesi dibattiti e furiosi litigi, non vi è motivo di non renderne partecipi i lettori di “Eco”.

Si tratta dell’affiliazione sin dal 2001 delle Scuole Steineriane, che cercano di operare secondo la pedagogia Waldorf, al FOE (Compagnie delle Opere-Federazione Opere Educative), ossia ad una delle istituzioni che fanno capo a Comunione e Liberazione, associazione ultracattolica fondata da don Giussani, che Karol Woityla, Giovanni Paolo II, fece addirittura “Prelatura Personale”, come del resto lo stesso Opus Dei, ossia sia Comunione e Liberazione che l’Opus Dei dipendevano e rispondevano non alla gerarchia territoriale dei Vescovi, bensì direttamente e unicamente al papa. Difficile pensare, quindi, che la cosa non fosse a conoscenza di lui, che non fosse avvenuta per esplicita volontà di Karol Woityla, e con il suo placet. Ma perché il candido lettore non creda ch’io m’inventi alcunché, riproduco, col classico sistema del copia-incolla, una e-mail di una “Fiduciaria”, inviata nel dicembre 2015, e un documento comune, firmato da vari partecipanti al suddetto incontro di Sagrado. Ovviamente, non renderò pubblici i nomi di tali persone, per non esporle alle prevedibili rappresaglie che vi sarebbero nei loro confronti. Ecco, tal quale – ho corretto solo gli evidenti errori di battitura o d’ortografia – la suddetta e-mail:

«Cari Amici

chiedo scusa, ma la risposta della Federazione Scuole Waldorf sulla vicenda dell’iscrizione al FOE è talmente problematica che non mi è possibile, come iniziativa personale, non rispondere PRIMA dell’incontro del prossimo 6-7.  

Per cui, in base alla lettera suddetta, chiedo che all’incontro qualcuno possa chiarirmi il punto della Triarticolazione Sociale nel quale Rudolf Steiner dice che la Necessità terrena giustifica il compromesso, anche quando questo compromesso significa sottoscrivere l’impegno ad attenersi ai dettami di Dottrine Sociali contrarie all’Antroposofia, quali quella (nel caso in oggetto) della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica. Quella stessa che sostiene dall’869 l’inesistenza dello Spirito umano.

La devastazione Sociale e culturale derivante da questa asserzione dogmatica infatti, quale ultima odierna manifestazione indirettamente derivata dall’assioma della negazione dello Spirito umano, sta equiparando la procreazione naturale a quella cosiddetta eterologa con gestazione estranea a pagamento, cosa che sconvolge il processo karmico dell’incarnazione dell’IO umano. Infatti, là dove esistono solo corpo ed anima, la scienza e la legge possono giustificare tutto ed il contrario di tutto e ogni cosa diventa relativismo possibilista.

E queste implicazioni sarebbero ininfluenti ai fini della utilità pratica derivante dall’iscrizione al FOE (alias Compagnia delle Opere, alias Comunione e Liberazione)? Per cui, per utilità pratica, è accettabile sottoscrivere l’iscrizione a queste matrici che come DOGMA DOTTRINALE rifiutano lo Spirito nell’uomo condannandolo al solo moralismo derivante dalla polarità Inferno-Paradiso?

Quanto al “…sarebbe stato più opportuno chiedere a noi della Federazione anziché porre la questione nell’ambito dell’incontro dei Fiduciari” contenuta nella lettera in oggetto, ritengo personalmente che il Collegio dei Fiduciari sia il luogo Centrale dove possano (e forse debbano) avvenire i confronti inerenti ad OGNI espressione della vita Antroposofica. In questo modo il Centro può essere coscientemente presente nelle attività operanti, figlie dell’Antroposofia.

A questo proposito ricordo che alcuni anni or sono proprio alcuni membri del Collegio di Presidenza della Federazione Waldorf parteciparono ad un incontro dei Fiduciari (credo fosse a Conegliano) per chiedere buoni pensieri da parte dei Gruppi Antroposofici verso le situazioni difficili in cui si trovavano le Scuole italiane.

Saluto cordialmente».

E segue la firma da me omessa.

Sempre col sistema del copia-incolla, e con l’omissione di tutti i nomi coinvolti, ecco il documento – del quale ho corretto solo punteggiatura e ortografia – presentato da una serie di “Fiduciari” alla riunione di Sagrado: 

«Spett. Collegio di Presidenza

della Società Antroposofica in Italia

[seguono cinque nomi]

Via privata Vasto, 4 – 20121 Milano

E per conoscenza ad ogni Fiduciario dei Gruppi Antroposofici

In riferimento agli articoli pubblicati sulla rivista “Germogli”, grazie ai quali i firmatari della presente lettera, tutti membri della Società Antroposofica in Italia, vengono a conoscenza dell’iscrizione della Federazione delle Scuole Steineriane-Waldorf in Italia al FOE (Compagnie delle Opere-Federazione Opere Educative), dal 2001

si richiedono:

a) Un parere sulla natura spirituale e le conseguenze spirituali e karmiche per l’Antroposofia, La Società Antroposofica e il Movimento Antroposofico, le quali espressioni in essere, benché unificate dal Convegno di Natale, ancora rivestono sigle differenti.

b) Il grado di conoscenza e di coinvolgimento, in tale decisione, dei membri del Collegio di Presidenza

c) L’apertura di un processo di approfondimento tra tutti i membri della Società Antroposofica in Italia e in particolare tra i Fiduciari della medesima che operano con la Federazione delle Scuole Steineriane-Waldorf in Italia, al fine di stabilirne il grado di coinvolgimento, di consapevolezza e di adesione, che riguarda ogni partecipante attivo nella Società Antroposofica.

d) La messa all’ordine del giorno di tale argomento nel prossimo incontro dei Fiduciari, al fine di sensibilizzare l’attenzione e di consentire l’espressione di un dialogo di confronto.

Si esprimono le seguenti considerazioni:

Ci sembra banale ed inverosimile che la Federazione della Scuole Steineriane-Waldorf in Italia proponga l’adesione al FOE alle Scuole associate con una stringata proposta che il maestro X.Y. riporta testualmente nelle sue spiegazioni (pag. 27, n. III “Germogli”, in allegato):

“Si propone all’assemblea di aderire alla Federazione delle Opere Educative (FOE) per poter fruire dei servizi consulenziali specialistici gratuiti a supporto delle scuole private che tale organizzazione è in grado di fornire; si ritiene opportuno sottoporre l’adesione all’Assemblea”

L’assemblea approva con il seguente testo:

“Viene deciso di aderire alla Federazione delle Opere Educative per poter fruire dei servizi consulenziali specialistici gratuiti a supporto delle scuole private che tale organizzazione è in grado di fornire”

Non si fa cenno né alla natura spirituale, né alla natura animica che comporta tale decisione.

Basta leggere lo Statuto del FOE, la cui accettazione è ovviamente vincolante per tutti i soci, per capirne l’identità e la natura spirituale.

 All’art. 2 dello StatutoFinalità, si legge:

– Comma 2 –

L’associazione trae la propria ORIGINE e mantiene il proprio RIFERIMENTO IDEALE nella ESPERIENZA CRISTIANA e nella DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA.

Ne deriviamo la sintesi che una figlia dell’Antroposofia, la pedagogia Steineriana, si trova, per motivi unicamente utilitaristici, a servire le finalità della Chiesa Cattolica.

Riteniamo l’identità spirituale di una figlia dell’Antroposofia, che coincide con l’Entità Spirituale, non debba confondersi con altre qualsivoglia Entità Spirituali, in quanto ne verrebbe a meno la funzione di fonte ispiratrice dell’evoluzione della Pedagogia Antroposofica, costringendo le Scuole Steineriane in un agire solo riferito ad un arido piano terreno.

Senza entrare nella natura Spirituale della Chiesa Cattolica e dei suoi molteplici aspetti, ricordiamo solo la decisione del Concilio di Costantinopoli dell’anno 869, di abolire dalla costituzione umana lo spirito; vogliamo altresì sottolineare che rimane il paradosso della messa all’indice di Rudolf Steiner da parte della Chiesa Cattolica con conseguente scomunica ai cattolici che  avrebbero aderito al suo pensiero, scomunica  emanata nel 1910 dal Papa Pio X, promulgata dal Papa Benedetto XV (1914/1922) e ancora in vigore “ipso facto”.

Come membri della Società Antroposofica in Italia ci scusiamo per il nostro sonno e l’ignoranza su questa situazione che permane da ormai 14 anni e per questo riconosciamo ancora più fortemente il nostro compito di portare, unitamente agli altri membri, il peso karmico della Società Antroposofica Universale per essere al servizio dell’evoluzione spirituale dell’umanità. Né possono valere a riguardo le obiezioni trapelate, emesse da singoli appartenenti alla Presidenza, secondo le quali detto argomento sarebbe di pertinenza esclusiva della Federazione Scuole. Riteniamo infatti che l’argomento in essere, per le evidenti implicazioni karmiche sopra ricordate, riguardi TUTTI gli antroposofi.

In attesa di Vostre indicazioni in merito rimaniamo a disposizione per un fecondo lavoro.

Cordiali saluti

[seguono undici firme]

Milano/Como, li 20 dicembre 2015.

Allegati:

– fotocopie articoli della rivista Germogli

– fogli con firme autografe degli aderenti alla petizione, ovviamente minimi per comprensibili difficoltà alla circolazione del foglio, ma significativamente presenti al fine della richiesta contenuta nella presente lettera…».

E poi, lo strano sarei io… A parte la “venustà del periodare” – come lo chiamerebbe causticamente quel paganaccio cattivissimo e impenitente di Arturo Reghini – periodare nel quale ammiriamo sinceramente molto il singolare neologismo ‘consulenziali’ attribuito a non meglio specificati ‘servizi’ che fornirebbe la potentissima organizzazione di Comunione e Liberazione attraverso la Compagnia delle Opere e la subordinata Federazione Opere Educative, vi sarebbero un bel po’ di domande scomode da porsi e, soprattutto, da rivolgere a chi originariamente ha avanzato una così esiziale proposta. Essendo io, come il buon Arturo di cui sopra, pel quale nutro profondissimo affetto e altrettanta ammirazione, un vecchio paganaccio occultista, che di battaglie ne ha fatte mille e poi mille, ed essendo eziandio, anch’io come lui, un lupaccio cattivissimo e impenitente, son uno che non crede affatto al “caso” e, per diffidente prudenza, personalmente credo poco o punto alla “buona fede”: in special modo per tutto ciò che, a qualsiasi titolo, coinvolge la nota potenza straniera d’Oltretevere. Inoltre, in questo genere di cose, l’ingenuità e l’imbecillità sono – a mio orsolupesco modo di vedere – un’aggravante e niente affatto un’attenuante.

Ora, se – come è facile verificare – per insegnare in un qualsivoglia istituto cattolico educativo o d’istruzione, dall’asilo infantile, alle scuole elementari, alle scuole medie inferiori e superiori, agli istituti universitari cattolici, occorre ricevere un nihil obstat dall’autorità ecclesiastica superiore, la quale concede tale nullaosta solo dopo che il docente ha firmato un documento impegnativo, nel quale egli dichiara apertamente di uniformarsi alla dottrina religiosa e sociale della chiesa cattolica, ed anche alla dottrina e ai metodi pedagogici della chiesa. Conciosiacosaché, se viene richiesto che prima delle lezioni si recitino da parte di insegnanti ed allievi le prescritte preghiere, o che attivamente si partecipi al rito annuale della benedizione delle aule, o periodicamente alla messa collettiva della scuola, non è che un insegnante possa sottrarsi o rifiutarsi, ché verrebbe immediatamente cacciato – ed è comprensibilissimo – essendo venuto meno ad un impegno “liberamente” preso, e firmato. E ancor meno, un insegnante può sostenere dottrine dal magistero ecclesiale dichiarate eretiche, o scelte di vita e comportamenti, da essa dichiarati immorali e peccaminosi, quali divorzio, rapporti sessuali prematrimoniali, convivere more uxorio, et similia perché in tal caso verrebbe attuato nei suoi confronti un piano di distruzione totale in ogni campo. Come più volte avvenuto.

Ora, che l’Antroposofia rientri in pieno nelle scomuniche e negli anatemi della chiesa cattolica – checché ne dica o ne pensi l’anonimo scrittore della rivista romana “scaligeropolitana” – è fuor di ogni dubbio. Basta leggere i testi dei vari concili da Nicea e Costantinopoli in poi, per rendersene conto. La chiesa cattolica esplicitamente condanna a chiare lettere – e commina la scomunica maggiore a chi vi aderisce – la tripartizione dell’essere umano in corpo, anima e spirito; condanna e scomunica la dottrina origeniana della preesistenza delle anime e quella della reincarnazione; condanna e scomunica la concezione ariana, di origine platonica, del Logos emanato e subordinato al Padre, la concezione nestoriana della distinzione del Gesù umano e del Cristo cosmico, la concezione gnostica e manichea degli eoni, degli spiriti e delle anime “emanati” dall’Uno, dall’Assoluto – e quindi consustanziali ad esso – e non creati dal nulla. La chiesa cattolica condanna e scomunica, che più chiaramente non potrebbe, il concetto stesso d’Iniziazione, la quale porta l’essere umano ad una “conoscenza” diretta del Mondo Spirituale al di fuori della comunità ecclesiale e facendo a meno della imposta mediazione liturgica e sacramentale, della quale la chiesa cattolica pretende avere monopolio e privativa. La chiesa condanna e scomunica, infine, ogni forma di occultismo e di esoterismo, antico o moderno, orientale o occidentale, che non si sottomettano ciecamente e disciplinatamente al suo magistero. Essa scomunica e condanna chi non crede nell’infallibilità del papa – proclamata dal marchigiano Giovanni Maria Mastai Ferretti, papa Pio IX, carnefice di molti patrioti italiani, esaltato, per presunti suoi meriti d’infallibilità teologica, dall’anonimo sulla “scaligeropolitana” rivista romana – allorché egli affermi di parlare, in questioni di dottrina e morale, ex cathedra. Tesi apertamente sostenuta, peraltro, da Valentin Tomberg, un cui seguace – dirigente di una casa editrice catto-tomberghiana – scriveva e talvolta ancora scrive sulla suddetta rivista romana. 

Per togliere ogni dubbio al candido lettore circa la posizione della chiesa cattolica nei confronti della Scienza dello Spirito, posizione di aperta condanna e di lotta spietata, basterebbe il fatto che il R.P. Otto Zimmermann S.J. formulò, dopo la prima Guerra Mondiale, in tre articoli, pubblicati nell’estate del 1918, sulla rivista gesuitica «Stimmen der Zeit», una sorta di condanna, ancora non ufficiale dell’Antroposofia, assimilata alla Teosofia, da parte della chiesa cattolica.  Comunque la condanna pienamente ufficiale ebbe luogo, invece, il 18 luglio 1919, allorché la Congregazione della Fede ovvero il Sant’Uffizio a Roma decise che la Antroposofia, assimilata alla Teosofia, era inconciliabile con la fede cattolica. Ma inconciliabilità significa per la chiesa cattolica, in ultima istanza, lotta con ogni mezzo, anche i più “sporchi”, contro l’Antroposofia. A sua volta, passò all’attacco il R.P. Giovanni Busnelli S.J., il sordido calunniatore di Rudolf Steiner, la cui azione viene descritta da Marco Pasi, in Teosofia e antroposofia nell’Italia del primo Novecento, in: Gian Mario Cazzaniga (a cura di), Storia d’Italia. Annali 25. Esoterismo, Torino, Einaudi, 2010, p. 592:   «Nei suoi quattro sostanziosi volumi le dottrine teosofiche vengono passate al setaccio per evidenziarne l’incompatibilità con quelle cattoliche. E non è difficile immaginare i punti dolenti su cui batte il martello di padre Busnelli: il concetto di Dio, la reincarnazione, la cosmogonia emanazionista e panteista, la pretesa di autodivinizzazione dell’uomo tramite pratiche di tipo iniziatico o magico. Infine, nel 1919, la Chiesa si mosse anche formalmente, con una condanna del movimento teosofico da parte del Sant’Uffizio che sancì una presa di posizione definitiva sulla questione e rese la teosofia poco appetibile per chi desiderasse rimanere buon cattolico». Ed ecco il decreto di condanna, riportato da Marco Pasi a piè della p. 592: «Così recita il testo della condanna: «An doctrinae, quas hodie theosophicas dicunt, componi possint cum doctrina catholica; ideoque an liceat nomen dare societatibus theosophicis, earum conventibus interesse, ipsarumque libros, ephemerides, diaria, scripta legere. […] Negative in omnibus» (Sanctum Officium, De theosophismo, in Acta Apostolicae Sedis, 9 [1919], p. 317, cit. in j. Rousse-Lacordaire, Ésotérisme et christianisme cit., pp. 205-6, n. 1). Cfr. anche La condanna della teosofia nel recente decreto del S. Offizio, in «La Civiltà Cattolica», III (1919), pp. 272-76; G. Busnelli, Teosofia e teologia, in «Gregorianum», I (1920), pp. 154-59». Ora, che nella bella Terra d’Ausonia molti antroposofi, “scaligeropolitani” compresi, come del resto molti massoni ed esoteristi di vario orientamento, malgrado la scomunica loro comminata, frequentino assiduamente le chiese, partecipino con devota compunzione alle liturgie cattoliche, si accostino ai sacramenti, facciano tranquillamente la comunione, ecc. ecc., fa parte dell’incoerenza più illogica, tipica della circense mancanza di serietà, della faciloneria mentale, del sentimentalismo facente appello alle molte e contraddittorie pulsioni subrazionali dell’anima, del pressappochismo morale più non chalant, dell’opportunismo, attraverso i quali diciassette secoli di ecclesiale “cura d’anime” hanno ridotto gl’italiani al rango di stupidissimi e accomodanti ‘italioti’. Comunque, antroposofi, “scaligeropolitani”, massoni ed esoteristi vari, sappiano – e lo tengano per detto – che la scomunica maggiore è loro comminata ipso facto, che per la chiesa essi sono in stato di peccato mortale, che l’accostarsi ai sacramenti è loro vietato, e se lo fanno vengono considerati sacrileghi. Con tutta la buona volontà, ci sono momenti nei quali non mi riesce proprio di capacitarmi come gli esoteristi possano farsi così scioccamente infettare da quella “sindrome di Stoccolma”, che le rende vittime complici e innamorate del loro stesso carnefice!

Il candido lettore è pregato di non meravigliarsi troppo anzi tempo, ché ora ne vedrà sùbito di ben peggiori. Se quello delle Scuole Steineriane Waldorf, attuato per ben quindici anni con la connivenza della direzione della Società Antroposofica in Italia, è un grossolano errore, più che altro dettato da opportunismo e imbecillità, oltre che da inconsequenzialità logica, quanto attuato in quel di Roma dalla cerchia vicina all’innominato è – a mio orsolupesco modo di vedere – una vera e propria opera coscientemente corruttrice e volutamente disorientatrice, sicuramente ben più grave. Decenni fa, venne messa su nel quartiere di Monteverde a Roma, per la fattiva iniziativa di una personalità romana, un asilo e una scuola elementare nei quali si attuavano metodi pedagogici e didattici messi a punto e insegnati dalla suddetta personalità, ispiratrice dell’iniziativa pedagogica, che si occupava con molto zelo altresì della formazione degli insegnanti. Non vi apparivano ufficialmente né il nome di Rudolf Steiner, né quello del metodo Waldorf. Nei primi anni, asilo e scuola vennero generosamente ospitati in un edificio, con annesso giardino, appositamente affittato a Monteverde da un’altra persona, la quale vi aveva stabilito pure, all’ultimo piano dell’edificio, la propria abitazione.

In seguito, scuola e asilo vennero spostati in altro punto di Monteverde, in locali che appartenevano ad un individuo, a dir poco “problematico” per moralità e legami politico-confessionali. In un colloquio avuto allora con l’innominato, lo avvertii del fatto che l’individuo, al quale egli si affidava per i locali nei quali sistemare asilo e scuola, individuo che io conoscevo per motivi professionali, ma con il quale non avevo mai avuto, né tampoco volevo avere rapporti di qualsiasi sorta, era una scelta ‘infelice’ e potenzialmente foriera di “guai”. Lo informai del fatto che quel individuo era ben noto per i suoi rapporti con una importante e potente personalità politica, legata alla potenza straniera d’Oltretevere; che l’individuo in questione era molto attivo come riclicatore, in quanto uomo di “fiducia” e “sicuro”, di “soldi sporchi” di un alquanto discusso istituto finanziario; che l’individuo in questione, estremamente corrotto e corruttore, col suo “diplomificio” violava alla grande le leggi dello Stato italiano, ma che la protezione di quel inossidabile uomo politico e della potenza straniera d’Oltretevere faceva sì che godesse di un’assoluta impunità. Naturalmente – in questi casi faccio sempre agli occhi altrui la parte del rompiscatolone – sconsigliai vivamente l’innominato di mettersi nelle mani di un individuo così “problematico”, per usare un eufemismo, ché se un domani fosse convenuto alla potenza straniera d’Oltretevere, asilo e scuola si sarebbero trovati rapidamente senza locali. Come poi è avvenuto in anni recenti, ma – come vedremo – non a caso… L’innominato fece le viste di sottovalutare il problema e scherzò, prendendomi in giro per i miei scrupoli.

Allora, pensando soltanto ad una sua eccessiva ingenuità. non capii, ma capii sin troppo bene in seguito, allorché i fatti su di lui mi aprirono – devo dire con mio grande disappunto – gli occhi, e mi fu evidente che l’ingenuo, terribilmente ingenuo, invece, ero stato io che troppo a lungo mi ero ostinato a fargli credito d’esser in buona fede, mentre mi resi conto di aver avuto a che fare soltanto con un abile simulatore. Ma, come ho avuto già modo di dire – per la dura legge della vita – noi lupacci impariamo molto in fretta dall’esperienza. Infatti, quasi un annetto prima che Alfredo Rubino – del quale come asceta, nonché come leale e fraterno amico, non posso dire altro che un gran bene – ci lasciasse, dissi ad una persona di Roma, da me moltissimo stimata: «Vedrai che qualche mese dopo che Alfredo ci avrà lasciati, si faranno vivi l’innominato e i suoi famuli, e diranno che “siamo tutti discepoli di uno stesso Maestro, ed è uno scandalo che vi siano divisioni, nate in fondo solo da deprecabili incomprensioni”, e che, quindi, secondo loro, dovremmo lavorare ed operare tutti insieme appassionatamente», incomprensioni che loro attribuivano tutte ad Alfredo Rubino, o addirittura ad una mia – in realtà mai esistita – influenza nefasta su di lui. Almeno così diceva e dice tuttora, nella mia città, la “regista” della “manovalanza indigena” dell’innominato. Quella persona di Roma – persona molto ‘sveglia’, che già in passato mi aveva messo sull’avviso circa le capacità simulatrici dell’innominato – fu perfettamente d’accordo con me.  

E così, in effetti, avvenne. Alfredo ci lasciò nel gennaio del 2014, e ai suoi funerali si presentò al gran completo la “squadra” dell’innominato, sia quella romana che quella della mia città, ostentando amicizia e apprezzamento nei confronti di Alfredo defunto – che in vita avevano tradito, sabotato, calunniato e deriso in ogni maniera – e addirittura venendomi persino a salutare con apparente grande cordialità. Cordialità apparente, perché alcuni di loro avrebbero preferito, forse, che di me si facesse il roast-beef a Campo dei Fiori. Un paio di settimane prima della Pasqua successiva, mi sento telefonare da T., un amico della mia città che non vedevo da anni, il quale mi dice: «Mi ha telefonato da Roma X. [costui, molto legato all’innominato, è magna pars nella direzione del suddetto asilo-scuola] il quale mi ha pregato di dirti che lui era rimasto molto commosso pel fatto che, al funerale di Alfredo Rubino, ci si era ritrovati [a suo dire] tutti uniti e concordi. Allora, X. propone di ritrovarsi prima di Pasqua, in ricordo di Alfredo Rubino, come bravi discepoli di uno stesso Maestro, per una semplice lettura e meditazione insieme. X. ha invitato tutti noi della nostra città». Risposi a T. che non vedevo perché X. avesse telefonato a lui e non direttamente a me, visto che aveva il mio numero di telefono. Comunque telefonai, a mia volta, alla persona molto ‘sveglia’ di cui sopra, la quale mi comunicò che anche lei aveva ricevuto la stessa esternazione telefonica da parte di X., il quale proponeva che tale riunione si svolgesse non nel consueto luogo a Monteverde, ove per alcuni decenni si erano svolte le riunioni di Alfredo Rubino e quelle dello storico, e glorioso, Gruppo Novalis, bensì nei locali dell’asilo-scuola, a suo dire, «perché lì vi era più posto per accogliere le molte persone che sarebbero venute». Spinto da un Angelo malizioso, decisi di recarmi a Roma e con alcuni amici romani, tutti ‘vispi’ e piuttosto ‘svegli’, andammo insieme alla annunciata riunione “ecumenica”, alla scuola-asilo.

Appena giuntovi, ebbi un colpo, una sorta di flash-back che mi riportò indietro di 50-60 anni, quando – per le tragedie della mia famiglia – a 4-5 anni di età, destinatovi dal Tribunale dei Minori, finii in una serie di collegi, che a quella epoca erano tutti religiosi. L’asilo-scuola era in un edifico in una tenuta, recintata da un alto muro e cancello “schermato”, di un istituto religioso di preti. All’entrata della tenuta, subito dopo il cancello, vi era – come nei collegi dove ero stato da piccolo – la tipica grotta artificiale, riproducente quella di Lourdes, con una statua della Vergine e relativa fontana. Di fronte all’edificio, ospitante l’asilo-scuola, ve n’era un altro, del quale mi fu detto da coloro che ci vennero incontro a salutarci con ostentata cordialità: «Là ci stanno i preti». Dire che ero oltremodo perplesso, è dire davvero troppo poco. Naturalmente, la riunione non si svolse – e la mia orsolupesca diffidenza se lo aspettava – secondo quel che X. mi aveva fatto annunciare telefonicamente da T., ossia con una semplice lettura e meditazione. Come direbbe la mia cara amica Fang-pai, «La parola di quella gente non è affidabile, non è “oro”, perché essa non viene da loro onorata». Dalla mia città, a parte T. e sua moglie, non vennero altri, contrariamente a quanto annunciatomi. Alla suddetta riunione “ecumenica”, X. prima fece una “concione” introduttiva, durata una ventina di minuti, in arido stile universitario, dopo di che lesse una conferenza di Rudolf Steiner e, dopo la lettura della medesima, X. procedé a propinarci una sorta di noiosissima e aridissima “lezione universitaria” sulla medesima, allargandosi ad illustrare ogni due per quattro allo strabiliato popolo catecumeno in ascolto, come con Jorge Bergoglio, l’attuale papa Francesco, «la morale cattolica sia diventata una morale mondiale, una morale globalizzata», e via di seguito, per oltre mezzora abbondante, con affermazioni – per me oltremodo discutibili – della stessa risma. Addirittura, finita la “lezione” catechistico-universitaria, Y., uno degli amici ‘vispi’ romani che mi aveva accompagnato, si alzò e non partecipò al breve esercizio finale, tanto l’intera cosa gli era andata di traverso. Era chiaro che, senza avvertire, erano state cambiate le carte in tavola, e che venivamo messi di fronte al classico fatto compiuto. L’altra persona ‘vispa’, quella alla quale avevo fatto la sin troppo facile profezia di come sarebbero andate le cose dopo la dipartita di Alfredo Rubino, addirittura disse: «Mai e poi mai accetterò di partecipare più in questo luogo ad una riunione così».  

Tornato nella mia città, feci alcune ‘birbonissime’ ricerche – aiutato nell’intrapresa dal mio terribilissimo amico C. – e da cotal fatica, vennero fuori risultati a dir poco sorprendenti. Riporto, qui di seguito, con un pedissequo ‘copia-incolla’ – onde non si dica che m’invento qualcosa – quanto chiunque può agevolmente verificare essere pubblicato su internet, in vari siti, anche “ufficiali”, delle varie istituzioni citate. Da tali ricerche, X., un tempo assistente e ricercatore in una delle università statali di Roma, risulta esser stato dal 2004 professore associato di Economia Politica presso la Facoltà di Economia della Libera Università LUSPIO (ora Università degli Studi Internazionali di Roma), dove è stato altresì membro del Consiglio di Amministrazione, delegato del Rettore per l’orientamento, delegato annuale del Preside della Facoltà di Economia per varie funzioni, componente della Commissione Rettorale per la riforma della Facoltà di Economia: tutti incarichi di estrema fiducia, che di regola non si affidano al primo venuto, e senza precise garanzie di totale e verificata ortodossia. Ha inoltre svolto attività di docenza presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA), che è – come la precedente – una università non statale italiana d’ispirazione cattolica, con sede principale a Roma e altre sedi a Palermo e a Taranto.

Attualmente, X. risulta esser docente di ruolo, per le materie di Economia politica I, Economia politica II, Economia dei beni e delle attività culturali, alla Libera Università degli Studi “S. Pio V” (in sigla LUSPIO), e collaboratore dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, fondato a Roma nel 1972, il quale tra le sue finalità ha quella di «promuovere e incoraggiare, in Italia e all’Estero, gli studi nelle discipline economiche ed umanistiche, con particolare riferimento a quelle storico politiche e linguistiche, nonché ai problemi della società contemporanea” ispirando la propria attività “all’affermazione e alla difesa dei valori della civiltà, alla luce dei principi e della tradizione cristiana”. (Statuto art. 1)». Infatti, «Nel 1996 l’Istituto ha fondato la Libera Università degli Studi “S. Pio V” (oggi LUSPIO), con cui l’Istituto mantiene stretti rapporti di collaborazione scientifica e didattica, ispirandone in particolare le direttrici e le iniziative di ricerca».

Naturalmente, la “tradizione cristiana” è, per il suddetto Istituto e per la Pontificia Università dal medesimo emanata, esclusivamente quella ortodossa cattolica, alle cui “direttrici” si devono uniformare strettamente tutti i docenti nelle loro “iniziative di ricerca” e nel loro insegnamento. Che X., nei suoi studi di economia e nell’insegnamento universitario, aderisca pienamente a tale indirizzo di “ortodossia” cattolica è dimostrato dalla sua partecipazione, per esempio, alla “Pastorale Universitaria”, indetta dal Vicariato di Roma, e alla Settimana dell’economia 2015, indetta dal medesimo Vicariato e intitolata: L’UMANESIMO NELL’ECONOMIA GLOBALIZZATA: UTOPIA O PROGETTO FUTURO?. Naturalmente nella produzione scientifica e letteraria di X., come nel suo insegnamento universitario, non viene mai fatto verbo di Rudolf Steiner, dell’Antroposofia, delle opere di Massimo Scaligero, né tampoco della Tripartizione dell’organismo sociale, che pure una qualche relazione con le materie da lui insegnate ce l’avrebbe.  

Risulta, appunto, dalle suddette diligenti verifiche, come l’Università degli Studi Internazionali di Roma (o UNINT) sia un istituto privato di istruzione universitaria fondato a Roma nel 1996 dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” con il nome di Libera Università degli Studi San Pio V, successivamente modificato nel 2010 in Libera Università degli Studi Per l’Innovazione e le Organizzazioni, o LUSPIO; la denominazione attuale è del marzo 2013 e la gestione del suddetto Ateneo è dal 2011 della Fondazione per la Ricerca sulla Migrazione e Integrazione delle Tecnonologie (FORMIT). Nel 2006 la LUSPIO fu pure oggetto di inchiesta giornalistica da parte del settimanale televisivo Report in ragione della relativa facilità con cui, a detta degli autori del reportage, si poteva accedere al titolo di laurea anche tramite le convenzioni di università come la LUSPIO con ministeri ed enti pubblici, che permettono di avere un percorso universitario più breve e grazie alle quali si possono convalidare esami con minor controllo rispetto alle università pubbliche: tutte notizie verificabili da chiunque abbia accesso a internet.

Per chi avesse dubbi in proposito circa la “santità” di Antonio Ghisleri, il futuro “San” Pio V, divenuto frate e sacerdote domenicano col nome di Michele Ghisleri, sappia ch’egli fu il papa della battaglia di Lepanto, ma fu soprattutto, sin dagli anni giovanili entusiasta sostenitore dell’Inquisizione. Nel 1528 fu ordinato sacerdote a Genova e presto diede prova delle opinioni che avrebbero trovato realizzazione pratica nel corso del suo pontificato, sostenendo a Parma trenta proposte a supporto del seggio pontificio contro le eresie. La Santa Sede lo nominò Inquisitore a PaviaComo e Bergamo. Nel suo nuovo compito, frate Michele difese con zelo i principii della religione cattolica, suscitando viva impressione nel cardinale Gian Pietro Carafa, che lo segnalò a papa Paolo III. Nel 1557 fu creato cardinale; e dal 14 dicembre 1558 al 7 gennaio 1566, Grande Inquisitore dell’Inquisizione romana.

Per la Santa Inquisizione romana, ossia per il Sant’Uffizio, “San” Pio V scelse una nuova sede della congregazione, dopo che quella precedente era stata distrutta dopo la morte del predecessore Pio IV. Tenne in elevata considerazione il lavoro degli inquisitori e alcune volte assisté personalmente alle riunioni. Riordinò i poteri dei cardinali inquisitori nella bolla Cum felicis record. Nel 1571 istituì la Congregazione per la riforma dell’Indice dei Libri Proibiti (nota come Congregazione dell’Indice), attribuendole l’esclusivo compito di aggiornare l’elenco dei libri proibiti, che pertanto sottrasse all’Inquisizione. Pio V stabilì quali fossero i criteri in base ai quali si poteva definire un’opera come fonte di eresia. La Congregazione aveva il compito di esaminare i testi, applicando i criteri imposti dal pontefice. La lista dei libri proibiti veniva inviata a tutti gli inquisitori locali, i quali informavano gli stampatori su cosa non si potesse pubblicare. Durante il pontificato di Pio V si svolsero i processi agli umanisti Pietro Carnesecchi, fiorentino, e Aonio Paleario, che era di Veroli come Massimo Scaligero, processi che si conclusero entrambi con la condanna a morte (rispettivamente, 1567 e 1570), ossia con la morte atroce sul rogo. “San” Pio V confermò nel 1570 i privilegi accordati alla Società dei Crociati per la protezione dell’Inquisizione e ordinò loro di difendere con le armi le azioni dell’Inquisizione. Istituì a Roma il Ghetto per gli Ebrei, che perseguitò in molti modi vessatori.

“San” Pio V «…perseguitò con furore ancor più sfrenato i protestanti veri e propri…» [Leopold von Ranke, Storia dei Papi, p. 269]. Dopo l’adesione alla riforma protestante dei Valdesi che, in seguito alle persecuzioni subite nelle valli d’origine, si erano trasferiti da Bobbio Pellice nel paese di Guardia Lombarda (oggi Guardia Piemontese) in Calabria, l’allora ancora solo cardinale Michele Ghislieri (futuro papa Pio V), deliberò che venissero annientati sia i valdesi del Piemonte che quelli della Calabria. Scatenò così contro di loro una crociata e li fece sterminare. La persecuzione religiosa giunse fin dentro le mura della parte antica di Guardia (il cosiddetto “paese”) con inenarrabili violenze e l’uccisione di gran parte della popolazione, comprese donne e bambini, 118 persone in totale [Cesare Cantù, Gli eretici d’Italia, Vol. 2, Unione Tipografico-Editrice, Torino 1866, p. 359]. I pochi superstiti scampati al massacro furono costretti alla conversione. Rimane a testimonianza la porta del sangue, chiamata così dal 5 giugno 1561, giorno del massacro di circa 2000 valdesi, che viene commemorato dal 2008 con la Giornata della Memoria.

Non c’è che dire: proprio un bel tipino, questo papa, con la sua bella scia di sangue… E a “San” Pio V, al suo Concilio di Trento, al suo Catechismo, alla sua messa ‘tridentina in latino, si richiamano con entusiasmo tutti gl’integralisti cattolici: quelli di Alleanza Cattolica, della rivista Sodalitium, della rivista Controrivoluzione, del gruppo politico di estrema destra “Lepanto”, della “lefevriana” Fraternità Sacerdotale S. Pio X, e tutta una vasta e varia congerie di gruppi, associazioni politiche e religiose reazionarie, che sognano una Restaurazione come quella voluta da Metternich al tempo del Congresso di Vienna, col ritorno all’Ancien Régime, ante 1789, all’asburgico Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca, allo Stato della Chiesa e al Papa Re, alla monarchia borbonica nel Meridione d’Italia, gruppi e associazioni che la noia e la fatica soltanto mi impediscono di trascrivere più in dettaglio. 

Ora, le gerarchie superiori della chiesa cattolica e i suoi prelati, in quasi venti secoli, sono state accusate di tutto, ma mai di essere degli sprovveduti, o gente che per sentimentalismo si faccia facilmente ingannare. Perciò, se all’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, e alla Libera Università degli Studi “S. Pio V” (oggi LUSPIO), ad X. sono state offerte ben tre docenze di ruolo, ossia la cattedra in tre materie, immagino docenze lautamente compensate, e collaborazione ad un prestigioso istituto culturale con molteplici relazioni internazionali, opino che ciò sia avvenuto – così almeno mi fa intravedere la mia orsolupesca ‘fiutoveggenza’ – non solo per meriti “scientifici”, che sicuramente ci saranno, e che non intendo minimamente mettere in dubbio, in quanto un’apposita Commissione esaminatrice, “in scienza e coscienza” li ha stimati validi, ma anche perché egli presentava quelle qualità che la chiesa cattolica ritiene essenziali e necessarie per insegnare in un qualsivoglia Istituto, che sia conforme per “Statuto” alla dottrina sociale e religiosa della chiesa, quindi presentante ai loro occhi precise “garanzie” ideologiche e, soprattutto, di certissima affidabilità confessionale, come del resto tutto il discorso fatto da X. all’esterrefatto uditorio “scaligeropolitano”, all’asilo-scuola, lasciava chiaramente trasparire. Del resto, sempre da diligente indagine, risulta che all’indirizzo romano del suddetto asilo-scuola vi sia la sede di una congregazione sacerdotale, con tanto di ‘noviziato’, e che tutta la tenuta sia direttamente dipendente dal Vicariatus Urbis, ossia direttamente dipendente dalla Curia romana della potenza straniera d’Oltretevere, mentre la sede principale di detta congregazione risulta essere in Via Merulana, dove e/o nelle adiacenze son pure locate sedi importanti delle congregazioni dei R.P. Rogazionisti, Redentoristi, Salesiani, della nota Compagnia, e molte altre maschili e femminili, che tralascio.

Tra le altre istituzioni squisitamente cattoliche, sempre in Via Merulana 124, vi è eziandio la Pontificia Universitas Antonianum, del cui Comitato Scientifico della Commissio Sinica fa parte il nostro innominato, assieme ad altri suoi stretti collaboratori. L’innominato ha rapporti altresì con la Pontificia Universitas Urbaniana, che ha persino pubblicato suoi lavori, editi direttamente in Vaticano. Conoscendo i legami molto stretti che intercorrono tra l’innominato e X., e penso pure – questa la mia orsolupesca opinione – tra l’innominato e la rivista romana, che si presenta come “scaligeropolitana”, sulla quale si leggono molti articoli di un anonimo che non possono non lasciare alquanto perplessi molti discepoli di Massimo Scaligero per le tesi confessionali chiaramente espresse, vi è proprio da chiedersi che cosa costoro direbbero se partecipassero, nell’ambito di una “Pastorale Universitaria” indetta dal Vicariatus Urbis, ad una Settimana della Pedagogia, e se ivi parlerebbero di Rudolf Steiner e dell’Antroposofia, la cui visione dell’uomo e del mondo, la cui concezione del Logos e della Iniziazione sono in frontale contrasto con quanto dogmaticamente proclamato ex cathedra dal magistero papale come obbligatoria materia di fede per ogni cattolico, pena la scomunica.

In effetti, dopo la Settimana dell’Economia, la suddetta “Pastorale Universitaria” del Vicariato di Roma, organizzò, il 3-9 maggio 2015, anche una Settimana delle Scienze Sociali; il 10-16 maggio 2015, una Settimana del Diritto, e il 17-23 maggio 2015, una Settimana delle Scienza Educative, ma non credo proprio che X. sia andato in sì auguste assisi, ad esporre quanto l’Antroposofia e Rudolf Steiner hanno da comunicare sull’economia, sul diritto, sulla Tripartizione dell’organismo sociale, sulla pedagogia alla luce della Scienza dello Spirito. argomenti di cui X. – come magna pars del suddetto asilo-scuola, e come scrittore, sotto prudente eteronimo, della citata rivista romana “scaligeropolitana” – ha o dovrebbe avere ampia conoscenza e competenza. 

Tutto questo mostra ad abundatiam quanto siano, alla bisogna, elastiche e spregiudicate la politica e le strategie operative della potenza straniera d’Oltretevere, quanto sia elevata ed efficace la sua capacità di penetrazione insinuante negli ambienti “esoterici”, e quanto siano ingenui e sprovveduti coloro che in campo spirituale ed iniziatico sognano un accomodamento, una convivenza, una “coesistenza pacifica” – che si rivelerà sempre esiziale – con tale potenza straniera d’Oltretevere, la quale usa, a seconda delle occorrente o delle opportunità, ogni mezzo violento o pacifico, per attuare il proprio progetto di potere totalitario.

Tra chiesa cattolica ed esoterismo autentico, tra chiesa cattolica e Scienza dello Spirito, vi è stato, vi è, e vi sarà sempre, un contrasto fatale ed una inconciliabilità d’origine, congenita. Su questo punto – veramente cruciale – vi sono innumerevoli pagine, chiarissime, e dichiarazioni orali sia di Rudolf Steiner che di Massimo Scaligero, e solo la comodità interiore, la pavidità, la sciocca e superficiale sentimentalità, nonché la volontà di autoillusione, l’inconsequenzialità logica di molti esoteristi, di molti antroposofi e “scaligeropolitani” possono portare a pensare che le cose stiano diversamente.

Abbiamo visto, inoltre, quanto siano vere le parole ammonitrici di Massimo Scaligero di come l’Ostile giunga a mentire persino dicendo la verità. A queste parole vorrei accostare quelle, parimenti severamente ammonitrici, di Rudolf Steiner di non permettere che venga separata la sua Opera dal suo nome; di non permettere che vengano separate le tecniche del metodo ascetico, da lui dato nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenza dei mondi superiori e nella sua La Scienza Occulta nelle sue linee generali, dalla visione antroposofica dell’uomo e del mondo, e dalla Via iniziatica rosicruciana; di non permettere che vengano separati dalla Scienza dello Spirito, asceticamente e iniziaticamente sperimentata, doni del Mondo Spirituale come la pedagogia antroposofica, la pedagogia curativa, la medicina antroposofica, l’agricoltura biodinamica, l’arte della parola, l’euritmia. Rudolf Steiner ammonì che una tale separazione della sua Opera dal suo nome sarebbe stata una grande vittoria dell’Ostile, dell’Oscuro Signore della morte e della menzogna. In tal caso, tutto il dono degli Dèi si sarebbe mutato in venefica menzogna: che è quanto costantemente tenta di fare la potenza straniera d’Oltretevere. Ma Marie Steiner ripeteva sempre di nuovo il motto goethiano, da Rudolf Steiner e da lei scelto, nel 1913, come divisa della prima Società Antroposofica: Die Weisheit ist nur in der Wahrheit!, ossia: La Sapienza è solo nella Verità!. Appunto, nella Verità, e non nella menzogna, nell’intrigo, nella simulazione, nella seduzione, nella corruzione, nella disinformazione, nel disorientamento degl’ingenui, nella doppiezza, nel trasbordo ideologico inavvertito.    

Quanto al rapporto tra esoterismo e chiesa cattolica, e all’azione disgregatrice di alcuni  ‘inviati non invitati’ – come direbbe il mio terribilissimo amico C. –  in “missione speciale, che attuano all’interno della Comunità Solare opera deliberata di “trasbordo ideologico inavvertito”, avrò modo di ritornare con un ulteriore articolo di incomodo disvelamento. Quanto a me, tengo sempre ben presente quel che mi disse Massimo Scaligero:

«Ricordati: prima o poi tutti i traditori dello Spirito finiscono tra le braccia della chiesa cattolica».

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – APRILE 2016

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA PASQUA COSMICA – F. Giovi

Alfa-e-Omega

La Pasqua non sta mai ferma. Salta qua e là sul calendario. Ma per chi si sente antroposofo pare sia un tempo di ciclica fissità interiore. Intendiamoci: è un bene che l’antropo­sofia dia il suo alto contributo per conferire un profondo senso spirituale a ciò che, nel divenire delle cose del mondo, pare consumarsi da una parte nella liturgia delle chiese non piú colme, mentre nella vita di ogni giorno si riduce ad un tramestío di uova colorate o di uova di cioccolato e, se il tempo tiene, ad una abbuffata fuori porta.

Il Dottore si è speso tante volte per indicare l’essenza e il mistero che la festa pasquale vuole porre davanti alla coscienza umana: la morte e la
resurrezione del Verbo nella inconcepibilità della sua straziante condizione – Lui, un dio – di farsi, per un attimo di eterna ripercussione, uno di noi, sino alla piú estrema conseguenza.

Se voglio avvicinarmi a questa enormità, non posso utilizzare nulla che sia fatto di parole. Può farlo, forse e talvolta, il Poeta: cosa che io non sono. Allora devo rivolgermi, sulla strada del silenzio, al luogo dell’anima che chiamiamo meditazione: la quale mi reca una fluenza ignota, in cui ogni significato mio è violazione di domicilio. Ciò smuove un temporaneo mutamento interiore e poiché, con prudenza, evito di mescolare il fuoco con l’acqua, non resta proprio nulla che possa tradursi in cose da dire o da scrivere.

Mi sembra che in molti le Feste che non siano feste ma Misteri, accendano una galvanica scintilla cerebrale inducente un torrente di parole come «…in relazione a…» oppure «…dall’antica Lemuria…» o ancora, agli intimismi speranzosi «…ed il mio cuore si apre gioioso…» o nostalgici «la nonna raccontava che…». Smog intellettuale o animico: si respira a fatica o si cambia strada.

Credo che tutti sappiate del giudizio assai positivo che il Dottore diede dopo aver ascoltato due conferenze di un agricoltore. Una sul Cristo e una sul letame. Vista la sua approvazione, chi gli era vicino volle sottolineare la cosa osservando come fosse notevole, da parte di un contadino, dire cosí belle parole sul Signore, ma Steiner contraddisse vigorosamente i presenti: gli era assai piaciuta la conferenza sullo stallatico, quella che, per cosí dire, aveva estratto concetti pieni di vita dall’esperienza e dalla realtà.

Cosí si capisce dove vado a parare e comunque chiedo: ma qualcuno ha imparato qualcosa da queste vivaci e sintomatiche narrazioni? Eppure sono piccole istantanee che potrebbero far riflettere in grande quando si vorrebbe alzare colonne che non siano ghiottoneria di consensi, poiché se sono solo pensieri pensati, sono niente piú di precari scenari da pièce teatrale dove si auspica in eterno l’arrivo di Godot.

Ne parlavo con una cara amica che mi sopporta e che spreme l’anima per aiutare l’Archetipo ad uscire mese dopo mese: col tempo, l’età e le discipline, l’essere interiore converge naturalmente (o sopra-naturalmente) verso l’essenziale. Le potenze dell’anima, come i tre cavalli matti del cocchio, imparano a seguire talvolta il polso dell’auriga. Quando l’Io domina, la natura dell’anima segue l’inconcepibile moto verso ciò che nel mondo è senza nome, e forse possiamo chiamarlo tao senza offendere nessuno. Scrivo tao poiché lí almeno l’autore ci dice subito che: «Il tao che può essere detto non è l’eterno Tao». C’è assonanza con un altro incipit che dice: «L’Io che l’uomo dice di essere non può essere l’Io, se non nel pensiero vivente: ancora da lui non conosciuto».

Converrete che siano parole forti, da conflitto per la prosaica ragione, e come tutti gli scandali nella tradizione borghese perbenista, vanno allontanate, esorcizzate dalla comunità: pensieri scorretti che non dovrebbero scorrere poiché indicano scelte fatali.

Ma in questo senso l’abilità diabolica offre il modo di fare di piú e meglio. Come? Neutralizzando l’impeto sovvertitore che esse possono procurare all’anima già incarognita per suo conto nella ottusa datità del sensibile percepito come realtà a senso unico.

Faccio un esempio grossolano tra i molti piú subdoli: ogni tanto affiora una curiosa interpretazione che riguarda la lettura dei testi. Vengono suggerite regole respiratorie che ne favorirebbero la comprensione. Sono regole che nessuno penserebbe di usare né sfogliando il giornale, né leggendo i romanzoni di Wilbur Smith. In tutti i casi in cui l’attenzione è dedicata, ci si dimentica anche di star mantenendo una postura scomoda e persino tempo e spazio, a momenti, spariscono. Ciò è esperienza comune ma non è banale. Ci indica come, pur nella vita ordinaria, l’attività pensante tende a togliere di mezzo il mondo sensibile. Purtroppo è anche sperimentabile che senza una lunga ed intensa disciplina ciò si rivela impossibile quando lo si tenti volontariamente con una coscienza di sé desta.

Eppure a questo tende con fatica e pazienza chi intraprende la via della Scienza sacra.

Ai fini di una ascesi compatibile con l’organizzazione umana attuale, il rafforzamento del­l’attenzione cosciente è polarizzazione dell’attività pensante verso un pensiero: il pensare che pensa un pensiero deliberatamente voluto è il primo, ineludibile gradino. Dovrebbe essere chiaro che il pensiero del pensiero non può poggiare che su se stesso: non prende nulla da fuori. Il percepire ed il percepito sono, in questo unico caso, della medesima natura. Il suo carattere è quello di essere del tutto indipendente dall’ordinario appoggio corporeo, mentre il togliere parte dell’attenzione e portarla sul respiro (sull’invadenza fisica del respiro!) è una delle maniere certe per uccidere il momento puro della conoscenza: il lampo dello Spirito nell’anima.

Ecco quanto poco basta per mandare a ramengo ciò che può essere l’incontro del filo aureo donato da Scaligero con l’architettura aurea del nostro eterico.

In generale la resistenza leviathanica verso l’autentico Opus solare è massima, e sembra annidata non solo tra i superficiali e gli ignoranti che dicono le barzellette: «Scaligero è troppo difficile», oppure «Tal dei Tali me l’ha sconsigliato». Ho letto persino: «Non leggo Scaligero perché è contro le donne». Non c’è senso a dare ulteriori esempi di anime il cui impulso alla conoscenza tende stabilmente allo zero, oppure sofferenti di guasti che friggono il germe dell’organo interiore ancora prima che possa formarsi.

Chiederei piuttosto ai lettori se appare cosí limpido e assimilato quanto pubblicato mensilmente sulla rubrica che è stata intitolata AcCORdo. Lí trovate le parole di Scaligero scritte di suo pugno, sebbene rivolte specificatamente a discepoli, dove incontrate spesso frasi come quella che riporto dalla Rivista del mese scorso: «La potenza dell’ekagrata supera ogni contraddizione, ritrova il livello del perfetto “risveglio”, superato il livello dell’addormentamento normale. Ekagrata impetuoso, scattante, energico, continuo: è necessario perché il mondo della bontà s’inveri e l’Amore trionfi sulla Terra».

Mi sapete dire cosa ciò significhi? Perché chiedere sempre soluzioni a curiosità e sciocchezze che nulla risolvono e non affrontare il nodo dell’essenziale che potrebbe risolvere tutto?

Se la Pasqua è morte e resurrezione sono ben certo che, assai concretamente, la sua vicenda nella nostra anima dovrebbe cominciare proprio da lí. Esiste in noi la capacità di portare a radicale compimento la morte del pensiero che conosciamo e che è già morto nella vita ordinaria, dove si fa funzionale soltanto a ciò che appare morto fuori di noi, per farlo rinascere santificato, trasformato.

Ed è in questo travaglio di morte e resurrezione che incontriamo il Logos vittorioso. Perché “vittorioso”? Perché la Sua vittoria sulla potenza della morte diventa anche nostra, per quanto si sia in grado di accogliere la serena, dolce e personale possanza dell’infinito nella nostra misura.

Già, la nostra misura: scarsa se non riusciamo a distoglierci dall’amore per noi stessi, e che invece sparisce quando deleghiamo all’oblio il comune soggetto. Trucco che non riuscirà ad alcun erudito o al mago comune.

Ma può riuscire a chi opera afferrando l’essenza della disciplina interiore.

Chi ha usurato gli anni della sua vita in un rosario di sconfitte può pensare che parlare di vittoria è soltanto un bel parlare e che la realtà sia ben diversa. Ma questa è misura corta: non tiene conto che la realtà dell’uomo è cosmica. Essa non si esaurisce in segmenti di tempo né nel breve cammino di una vita. E l’ekagrata di cui scrive Scaligero non si spiega pensandolo in manciate di minuti: è puro diamante che sogno, sonno e morte non possono scalfire.

L’uomo lo può portare nell’eterno, come dall’eterno, per dedizione e fedeltà interiore, può trarlo in ognuna delle condizioni che il suo proprio essere attraversa sulla terra e nei cieli: con la certezza dell’incondizionato sostegno del Logos.

Questo è l’aspetto vittorioso della Pasqua cosmica.

 

Franco Giovi

 

PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO,

DUE TEMI DI MEDITAZIONE INEDITI DONATI DA MASSIMO SCALIGERO

M. SCALIGERO

In occasione dell’Equinozio di Primavera, per festeggiare l’entrata dell’Invitto Sole nel segno d’Ariete e del Risveglio della Natura, voglio donare agli amici di Eco due pensieri di Massimo Scaligero. Egli era uso scrivere su foglietti di carta dei temi di meditazione, che donava ad alcuni di noi su nostra richiesta. Poiché i due temi di meditazione, tuttora inediti, che trascriverò qui di seguito, non hanno natura personale, ma sono pensieri di valore universale, e soprattutto per il loro legame interiore con la Filosofia della Libertà, della quale sono una mirabile sintesi, desidero farne partecipe gli amici che vorranno farne oggetto della loro pratica interiore. Consiglierei loro di meditarli a lungo, ché sicuramente ne coglieranno aurei frutti.

Nel primo pensiero, Massimo Scaligero ha indicato il superamento ascetico di ogni forma di “realismo”, che non sia il realismo – sperimentato in maniera cosciente e vivente – del moto dinamico del pensare che diviene estraformale “forma” di se stesso. Al contempo, egli indica all’asceta sperimentatore il superamento del dualismo tra percezione e pensiero nell’esperienza contemplativa, nell’atto del pensare vivente, del momento genetico della forma del percepito e del pensato, che nulla sono fuori di tale folgorante atto del pensare vivente.

***

Il primo aureo tema di meditazione è il seguente:

«La Via è dominare in modo cosciente

il momento dinamico del pensiero,

che dà a se stesso la forma di concetto,

e nella percezione diviene oggetto».  

***

Come il primo tema di meditazione dona una mirabile sintesi ascetica della prima parte della Filosofia della Libertà, il secondo tema dona – a chi sappia scorgere in profondità – il segreto della seconda parte della Filosofia della Libertà. Eccolo:

«Il segreto dell’idea è il suo sorgere da un proprio centro, da cui attinge potere di vita: senza il quale non potrebbe valere nella coscienza.

Con l’idea, la coscienza si trova dinanzi a un ente dotato di vita autonoma, avente in sé il fondamento, la scaturigine del proprio essere.

Tale scaturigine è l’Io medesimo che contempla l’idea e in essa attua la propria vita cosciente».

***

A tutti gli amici di questo “blog” dinamico e coraggioso il mio augurio più fervido e sincero che il Sole in Ariete porti loro, una volta di più, Luce, Forza, Coraggio, Sapienza, Gioia e Realizzazione Interiore.

Hugo de’ Paganis

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

NUOVA RESURREZIONE E SOLO ALTARE

 Copia di ALBA AURORA 5  263715 

L’ENTE GIURIDICO HA UN CUORE DI CALCE CHE NE ISPIRA LE ESSENZE.
NE PROMUOVE LE AZIONI.
PLASMA LE SENSIBILITA’ INTERIORI DEI SUOI ESECUTORI.
.
PERCEZIONI SOTTILI AVVENGONO NEGLI ANIMI AVVOLTI DALLA LEGALITA’ INTELLETTIVA.
PERCEZIONI DI UN BENE E DI UN MALE INERENTI ALLO STILE E ALLA LETTERA
DEL COSMO GIURIDICO NON SOLO STUDIATO MA SOPRATUTTO EVOCATO.
PERCEZIONI PROFONDE E MEDIANICHE IN CUI L’INNOCENZA ANIMICA ED IL SUO CALORE SUSCITANO ODIO E DISPREZZO.
.
NELL’ESSENZA L’ENTE EVOCATO E’ MENO CHE UMANO
E TENDE A TRAVOLGERE GLI INERMI CHE ANCORA ATTINGONO AI CIELI IL PROPRIO INTUIRE.
TENDE A CALPESTARE IL CUORE E IL SUO CALORE.
IL CUORE IMMATERIALE E IL SUO CREARE LUCE NEL VIVENTE CONCEPIRE.
.
NELL’ADEPTO DEI CODICI : L’ESTREMO SFORZO INTELLETTIVO SI IMMERGE NELLO STUDIO DEL DIRITTO
E NE TRAE UN INGIGANTIRSI DELLA VOLONTA’ RAZIOCINANTE
CHE GIUNGE A FARSI POTENZA INTERIORE EDUCATA E NUTRITA DAL GELO IN CUI SI E’ IMMERSA E FORGIATA.
.
L’ACUTIZZATA POTENZA RAZIONALE E L’ACUME MNEMMONICO INFINE RISPETTANO E CELEBRANO I FASTI DI UN ENTE DI CALCE SPIETATA ERETTO A DIVINA PRESENZA.
UNA FEDE ARIMANICA CHE NEL PROFONDO CHIEDE IL DOLORE.
PRETENDE LACERARE GLI INERMI.
.
LA FEDE NELLA LETTERA SCRITTA ERETTA A DIVINA PRESENZA :
PUO’ SOLO CALCARE LE VIE DELL’ETERNO DOLORE.
PUO’ SOLO NEGARE L’AVVENTO DI UN ELEMENTO VIVENTE CHE POSSA AGIRE PER DIRETTA FULGUREA PRESENZA NEL MAGICO ATTIMO IN CUI L’IO RESPIRA NEL SOLE.
.
L’ENTE IMPIETRATO CHE ALITA E VIVE NEL GELO FRA VESTIGIA DI ANTICHE INTUIZIONI : PUO’ SOLO PROCEDERE POTENZIANDO SE STESSO MEDIANTE LA VITA INTERIORE SOTTRATTA AI PROPRI FEDELI DAI QUALI PRETENDE ADESIONE ED A CUI CHIEDE DI LASCIARSI PLASMARE.
.
TALE ENTE ASSUME LE VESTI DELL’ANTICO SAPERE MORALE MA NE DISTORCE L’ESSENZA POICHE’ VIVE SOLTANTO PER IMPEDIRE L’AVVENTO DEL SOLE COSCIENTE CHE QUALE AURA DEL LOGOS ORA SI ACCENDE NEL POTERE PENSANTE CHE SOLITARIO E INFINITO ILLUMINA L’UOMO MODERNO IN EUROPA.
.
TALI GIURISTI :
MA ANCHE I MASSONI DI TUTTE LE SCUOLE :
E LE RELIGIONI IMPIETRATE FRA LE PAGINE SCRITTE IN CUI FROTTE DI SAGGI
HANNO AMMASSATO UNIVERSI DI CENERI ACUTE NELL’OTTUSO INSUPERBIRE RITUALE :
ATTENDONO DI ESSERE LAVATI E REDENTI 
TRAVOLTI 
DALL’ATTO VIVENTE DI UN PENSARE CHE IMPOSSIBILE AGISCE PER DIRETTA ATTINZIONE NEL COSMO MORALE IN CUI L’IO RESPIRA NEL LOGOS E OTTIENE IL SOLO METRO DEL BENE.
.
ATTO DEL PENSARE CHE IN VARIO GRADO E MISURA MA FULGUREAMENTE 
LIBERAMENTE VOLUTO 
SFIORA LA SOVRUMANITA’.
E LA IRRAGGIA.
.
NELL’ATTIMO MAGICO IN CUI L’APICE ESTREMO DEL PENSARE CONTEMPLATO GIUNGE A FARSI VALORE SOVRUMANO CHE IN VARIO GRADO E MISURA TRASMUTA IL REALE E LO IMMETTE NELVIVENTE CONSACRARE.                                                             
.
GLI ANTICHI RITI ( RIFUGGENDO DAL PRICIPIO COSCIENTE DELL’IO) FUNZIONANO ANCORA
MA SOLO NEL MALE.
.
ENORMI CORRENTI DI VOLONTA’ NELLA PSICHE ALTERATA 
RIDICOLE NELLE SCATURIGINI UMANE DA CUI SI DIPANANO
RACCOLGONO ENORMI POTENZE ELARGITE DAGLI OSTACOLATORI
NEL GELO E NEL MALIGNO LANGUORE.
COERENTI SOLTANTO NEL  CREARE IL DOLORE DEL QUALE SI NUTRONO.
APPIATTENDO E DESERTIFICANDO AFFINCHE’ COMMOZIONE LUCE E CALORE ABBANDONINO L’UOMO.
.
MA APPUNTO GLI ANTICHI RITI RIFUGGONO L’IO ED IL SOLE COSCIENTE CHE DAL LOGOS LO IRRORA.
TEMONO IL POTERE MORALE DI CUI IL MODERNO OCCIDENTE
IN EUROPA
DISPONE E DAL QUALE PUO’ ATTINGERE LUCE.
.
L’ULTIMA LUCE.
LA PIU’ POSSENTE.
L’ULTIMO RITO ED IL SOLO LEGITTIMO.
IL RITO DEL PENSARE CHE NELL’ASCESI DEL CONCETTO CONTEMPLATO PERMETTE AL LOGOS SOLARE DI PLASMARE (MEDIANTE LIBERTA’)LA VITA INTERIORE DEGLI UMANI.
.
NUOVA RESURREZIONE CHE PERENNEMENTE RICONFERMATA
QUOTIDIANAMENTE ACCESA
IMMETTE NELL’ETERE DEL LOGOS GLI ATTI DELL’UMANO.
CONSACRANDO.
.
SOLA FONTE DI RICONNESSIONE CON L’ETERNO.
..
ULTIMA VERITA’ COSCIENTE 
CHE SI PALESA  COME MANIFESTAZIONE DI UN VALORE.
ORO SOLARE DALL’ETERNO.
ORO SOLARE DALL’ETERE INCORROTTO DEL PENSARE.
ORO SOLARE IN CUI L’IO RESPIRA SOVRUMANITA’.
E SOLLEVA.
INNALZA.
SMATERIALIZZA IL DENSO.
ANTICIPA E LENISCE LE CATASTROFI CAUSATE DAGLI ATTI DEGLI EBETI MALIGNI.
.
IL RITO DEL PENSARE ATTENDE I SUOI LIBERI SPERIMENTATORI.
AFFINCHE’ L’UNICO VALORE SOVRASTI DISSOLVA  E RIDIFICHI IL REALE.
.
FRA LE ARMONIE RISORTE DEL SOLARE.
.
ETERNAMENTE RICREATE E AMATE NELLA PERENNE RICONFERMA PERENNEMENTE PERSEGUITA.
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NELLA LIBERTA’ CHE ATTUA IL TRASMUTARE.
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HELIOS FK AZIONE SOLARE
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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, PASQUA, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL DISVELAMENTO "INOPPORTUNO"

iside

Nelle moltissime malinconiche notti, pervase di dolcissima e cronica insonnia – che, a quanto pare, divertono moltissimo i cari Savitri e Isidoro, i quali invece la notte dormono e ronfano saporitissimamente – mi ritrovo ad avere molto tempo a disposizione per leggere, meditare, e alquanto pensare. Il molto tempo, diurno ma soprattutto notturno, dal Cielo e dai Numi così benignamente concessomi, mi permette di pensare e di scavare in profondità in quel che leggo, di portare uno sguardo attento e non frettoloso fin nei meandri meno evidenti delle realtà espresse o inespresse, che stanno dietro a parole, a discorsi, a ricordi di eventi talvolta da lungo tempo trascorsi.

Insistendo con diligenza e pazienza in tale opera di “scavo”, giunge spesso il “felice” momento nel quale la mia Amata, la glaucopide Dea della Celeste Sapienza, generosamente manifesta, e disvela al suo cronicamente insonne innamorato, parole e discorsi dagli aspetti davvero sorprendenti, talvolta ben celati, che si collegano ‘stranamente’ con altre parole ed altri discorsi, nonché con eventi nel tempo vicini o lontani. Quando Ella decide che il disvelamento si operi, la ierofania allora avviene in tutto il suo travolgente, abbagliante splendore: questo è appunto il significato originario, misterico e pagano, della parola ellenica ἀποκάλυψις, apokàlypsis (tratta dal verbo καλύπτειν, kalýptein, “velare”), e significante appunto il sollevamento del ‘velo’ che ‘celava’, a Sais e in altri Suoi Templi, in Egitto e altrove, il volto della mia Amata agli occhi degli inscienti, dei non iniziati, dei profani, ossia di tutti coloro che erano tenuti a rimanere fuori dell’Iseum, del Tempio dell’Unica Dea.  

In tale disvelamento, i frammenti dispersi – come le disjecta membra di Osiride, il Dio di Abido, raccolte dalla sua fedelissima sposa, la sapientissima dea-maga Iside – vengono irresistibilmente ricomposti in una folgorante, e inaspettata, sintesi che non manca mai di sorprendere e di suscitare lo stupore di colui allo sguardo del quale, ogni volta, il mistico velo viene sollevato. Quel che in tali momenti il disvelamento manifesta è sovente l’esatto contrario di ciò che la pragmatica, e imperante contortodossia ha “interesse” ad ammannire come “rivelazione” al fidente e ingenuo popolo catecumeno. Non si riflette quasi mai al fatto che ri-velare, alla lettera, in realtà significa “velare ripetutamente”, ossia “velare due volte”: quindi proprio il contrario di quel che generalmente si crede. Ma, ‘cosa’, ‘a qual fine’, e ‘perché’ si vuol “ri-velare”, velare due o anche più volte, appunto per ben nasconder qualcosa, onde ciò che è stato così accuratamente celato non venga, molto “inopportunamente”, prima rinvenuto e poi dis-coperto? È quanto cercheremo, nel tempo, gradualmente, di dis-velare. Sarà comunque una impresa ben temeraria, che esigerà da parte del candido lettore, oltre una buona dose di pazienza, la più grande spregiudicatezza, perché il sollevare il velo mostrerà quanto la verità appaia molto poco verosimile e ancor meno gradita alla pigra e torpida comodità della natura umana, la quale di massima preferisce permanere nell’ignoranza ed evitare di scontrarsi con “inopportune”, quanto importune, demolizioni dell’interessata vulgata ufficiale, al colto e all’inclita a gran voce continuamente predicata e affermata. Ma cominciamo intanto con la degustazione di qualche saporita “primizia”, cui nel tempo ne seguiranno alquante altre.

Nella Introduzione alla recente riedizione dell’opera di Massimo Scaligero, Dallo Yoga alla Rosacroce, ci sono considerazioni abilmente rivestite di consumata dialettica, ma le cui implicite proposte – ancorché molto prudentemente espresse, e quindi tali da sfuggire allo sguardo non attento ed esercitato di molti – comportano tutta una serie di conseguenze nefaste, le quali possono rivelarsi sommamente esiziali per i singoli individui e per la Comunità Solare. Tale Introduzione, non firmata e presumibilmente attribuibile a chi firma la Prefazione unicamente con le sole iniziali B.M., può leggersi alle pp. 11-55 del volume pubblicato nel 2012 dalle romane Edizioni Mediterranee, e riprende pressoché alla lettera, con variazioni minime, quanto scritto in un articolo, parimenti non firmato, apparso, nel giugno 2000, col titolo «Il coraggio è un’abitudine». Ricordo di Massimo Scaligero a vent’anni dalla scomparsa, alle pp. 3-39 del numero 69-70, di una rivista romana della quale ho già avuto più volte occasione di occuparmi a proposito dell’ormai famigerato e mai troppo infamato “trasbordo ideologico inavvertito”. Soprattutto inavvertito: specialmente nel suddetto articolo e nell’Introduzione, che si vorrebbero far credere esser “fedelmente biografici” – rispetto alla vita e all’operare di Massimo Scaligero – scritti dal presunto unico, anonimo, estensore dei due sunnominati scritti. Ma veniamo a quel ch’egli scrive, con identica formulazione, alle pp. 18-19 della sua Introduzione e alle pp. 9-10 dell’articolo pubblicato nella su accennata rivista romana. Facendo riferimento al rivolgersi di Massimo Scaligero ai “disperati”, come a coloro che possono percorrere con radicalità e assolutezza la Via dell’Io, l’anonimo così scrive:   

«Egli [Massimo Scaligero] di costoro fu l’antesignano, l’avanguardia, il preparatore. Diceva: “Noi siamo i preparatori dei preparatori dei preparatori”, e su di ciò converrà riflettere, finalmente giunti a questo punto di svolta. Nella progressione da lui indicata si nasconde una verità che non ammette indugi: né quelli della nostalgia, né quelli derivanti dalla troppa passiva assunzione della sua opera. Vi è infatti un solo modo di rimanervi fedeli: proseguirla. Il solo modo in cui essa possa continuare a vivere. Ossia la sua opera deve diventare l’opera dei prosecutori, i quali opereranno per quel che sarà loro dato, senza pretesa alcuna di ripeterne il livello, ma con il fermo proposito di aggiungervi qualcosa: anche pochissimo, comunque qualcosa. In quel piccolo passo in più è il senso solare di una tradizione che non si interrompe, di una ricerca che accompagna la manifestazione mutante nel tempo.

Sui continuatori incombe la severa responsabilità di non ingessarne l’opera, tradirla, disperderla. L’assunzione piena e consapevole di questa responsabilità fa di ognuno un continuatore. È parimenti la responsabilità a rendere ognuno preparatore di quanti, a loro volta, intendessero assumere la stessa responsabilità. Il senso di responsabilità, in realtà sintesi di immaginazione e di moralità, è lo strumento più efficace per correggere gli errori che la singola personalità inavvertitamente immette nella ricerca, sperimentazione, mediazione dell’ideale ascetico. Esso pone il continuatore in rapporto con l’essere interiore di chi lo ha preceduto senza fissarlo nell’inchiostro dei suoi scritti, né riguardo al ricordo troppo umano dei suoi giorni terreni, di questi lasciandogli cogliere l’aspetto essenziale, l’immagine indipendente da vita e morte e quindi di rinnovata vita.

Anche a questo proposito soccorre il modello incarnato dallo stesso Scaligero rispetto all’opera di Rudolf Steiner, da lui accolta e vivificata nella direzione essenziale e secondo la libertà noetica sopra indicata».

Il candido lettore, pur preso ed edificato dall’elegante e fluido periodare del nostro anonimo scrittore, può non aver del tutto chiaro a ‘cosa’ concretamente si riferiscano i “generosi” avvertimenti ed eziandio le indicazioni “operative”, così sibillinamente offerte. Ma poiché ritengo – mi si perdoni la selvaggia e lupesca presunzione – di ben conoscere per diretta esperienza vissuta, nonché accurata, estremamente diligente, verifica, quale sia la “ascosa significazione” delle su riportate parole, a quali non evidenti realtà esse si riferiscano, e soprattutto quali siano le segrete, prudentemente inespresse, intenzioni dell’anonimo, non sarà poi così difficile dissipar la nebbia che le avvolge. Ma, ci si chiederà – ed è comprensibilissimo – come faccia io a conoscere cotali segrete ed inespresse intenzioni del nostro anonimo scrittore. Beh, a parte una certa selvatica ‘fiutoveggenza’ ch’ogni lupaccio appenninico in abbondanza istintivamente possiede e mantiene in costante esercizio per la propria sopravvivenza, vi è pure il generoso aiuto della glaucopide Dea, la quale usa sovente mezzi straordinari ed eziandio piuttosto stravaganti per far conoscer, a chi Ella vuole, i contenuti più celati. Ma procediamo con ordine.

Esattamente venti anni fa – tempus, heu, celeriter fugit! – ebbi un ‘incontroscontro’ a casa mia con una persona che da vari anni operava in campo editoriale pubblicando libri vari ed una rivista relativi, anche se non sempre, ai temi della Scienza dello Spirito. Con lui avevo un rapporto estremamente polemico, non condividendo spesso le sue idee e scelte editoriali, e soprattutto molte azioni, che allora – piuttosto ingenuamente, lo confesso – giudicavo essere solo sciocche e controproducenti, ma non ancora volutamente e intenzionalmente ostili alla Scienza dello Spirito e a Massimo Scaligero, e di conseguenza demolitrici e fuorvianti. Mi ostinavo a volergli essere amico, e a voler pensare ch’egli pure lo volesse essere nei miei confronti: una serie di incontri mi dimostrarono, nella maniera più eloquente, quanto clamorosamente mi sbagliassi. I discorsi che faceva questo innominato sono straordinariamente simili e concordanti con quelli dell’anonimo introduttore della recente edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce, presumibilmente autore pure di molti articoli non firmati apparsi sulla suddetta rivista romana. Questo per spiegare il ‘perché’ del racconto di alcuni eventi, da chi scrive vissuti in prima persona e taciuti per decenni.

Per oltre quindici anni, dopo che Massimo Scaligero ci aveva lasciati, avevo ripetutamente invitato nella mia città tale innominata persona, ma ella molto elegantemente declinava ogni invito, facendo capire con educata malgrazia quanto poco gliene calesse. Ma siccome noi lupacci, anche se in taluni casi possiamo risultare un tantinellino ingenui (il candido lettore tenga conto, però, che noi lupacci impariamo molto in fretta…), siamo altresì ostinatamente testardi, mi ero ficcato nella mia lupesca testaccia l’idea di farlo venire nella mia città, e di averlo una volta mio ospite. Pensavo che di fronte ad un piatto di spaghetti affogato nella rubiconda italica pommarola, dopo aver bevuto il “nero e rio caffè”, e fumando poi, belli comodi comodi, ottimi sigari d’etrusca fattura, sarebbe stato molto più facile parlare, chiarire ed appianare divergenze e malintesi.  

Mai idea, invero, fu più “felice” – nel senso latino e romano, e non in quello attuale, sentimentale e banale, del termine – e mi resi conto solo in séguito come un birbonissimo Àngelos, abile messaggero e fedele ministro della mia sapientissima Amata, mi avesse maliziosamente ispirato cotale ideaccia, non precisamente “platonica”, e come poi abbia fatto in modo che gli eventi si svolgessero in maniera per me sorprendentemente disvelatrice – oltre che alquanto ‘inopportuna’ per chi so io – dei segreti pensieri e delle occulte intenzioni di costui. In effetti, il risultato – cui, in verità, non avrei mai pensato prima di allora di pervenire – fu l’esatto opposto di quello da me atteso e financo auspicato e desiderato. Risultato per me, paradossalmente, ‘felice’, ossia molto ‘fortunato’, in quanto ho sempre ritenuto migliore e infinitamente preferibile la conoscenza della più tragica realtà al poetico sogno di qualsivoglia rosea illusione. In precedenza, a dire il vero, dubbi più che giustificati e forti ne avevo avuti molti e da lunga pezza, ma la persona in questione ai miei occhi non aveva ancora superato quella che gli anglosassoni chiamano “redline”, ossia quella linea rossa oltrepassata la quale non vi è più ritorno possibile. Lo fece precisamente in quel memorabile ‘incontro-scontro’. Ulteriori colloqui, e tutto il suo comportamento successivo, non fecero altro che confermarmi quanto si manifestò in quel ‘fatale’ incontro.

Per farlo muovere dall’Urbe, e decidere di venirmi a trovare, gli promisi una cosa cui sapevo non avrebbe saputo resistere. Avevo in mio possesso – fattomi generosamente pervenire dalla mia sapientissima Amata – un testo di Rudolf Steiner, inedito persino in tedesco. Si trattava delle conferenze – come ho già scritto nell’articolo su Giovanni Colazza – da lui tenute nel marzo del 1909, a Palazzo del Drago, ospite della nobildonna bolognese Angelica Spada Veralli, dei Principi Potenziani, divenuta col matrimonio Principessa d’Antuni del Drago. L’aristocrazia felsinea può riservare, ad un sincero e leale ricercatore, molte mirabili sorprese! Il testo di quelle conferenze – che pur si sapeva essere state tenute – era ignoto persino al Lascito di Rudolf Steiner, a Dornach, e quando le portai al Lascito, una trentina d’anni fa, la mia cara amica Hella Wiesberger mi coprì di benedizioni, di ringraziamenti, e di doni. L’innominato, che sarebbe stato mio ospite, non solo ignorava del tutto l’esistenza di quelle conferenze romane di Rudolf Steiner ma, a quel tempo, non sapeva neppure chi fosse, quale fosse il suo nome, e ancor meno conosceva la biografia di colei che, negli ambienti antroposofici dei primi del Novecento, veniva familiarmente chiamata “Elika” d’Antuni del Drago, essendo “Elika” non il suo nome di battesimo, bensì solo un semplice diminutivo di “Angelica”, usato da familiari ed amici, a Bologna e a Roma, come affettuoso vezzeggiativo.

Il testo in questione recava – scritta a matita, e quasi cancellata dall’usura del tempo, ma ancora leggibile – la dedica, molto delicata, firmata dalla nostra Principessa, ad un’amica (che io penso essere, per una serie di motivi, la baronessa Emmelina de’ Renzis), così formulata: Alla mia compagna ed amica, seguendo la Via, Elika d’Antuni”. E, subito sotto, recava come titolo, Conferenze tenute dal Dr. R. Steiner al Palazzo del Drago nel marzo 1909, e come sottotitolo Appunti presi per desiderio di Sua Eccellenza la Principessa d’Antuni. Questo testo era rilegato, in un grosso quaderno miscellaneo formato A-4, con altro materiale sapienziale, di estremo interesse, alcune parti del quale riguardanti la dottrina e mantram vari della Sezione cultico-simbolica della Mystica Aeterna, ossia della Seconda Classe della prima Scuola Esoterica, fondata da Rudolf Steiner negli anni 1905-1906. Addirittura, su ben due di quelle parti, vi era l’avvertenza autografa di Giovanni Colazza – la cui calligrafia è per me riconoscibilissima, possedendone moltissimi specimen – che diceva: Riservato per lo studio nelle logge R.+C.. Anche questi testi, assolutamente inediti in tedesco, li portai a Hella Wiesberger, al Lascito di Rudolf Steiner a Dornach, ricevendo da lei ulteriori benedizioni, ringraziamenti e doni.

Per suscitare, anzi per attizzar vieppiù, in maniera birbonissima, la curiosità dell’innominato, gli dissi – naturalmente senza comunicargli minimamente di che cosa si trattasse – che gli avrei dato un testo di Rudolf Steiner, sino ad allora inedito persino in tedesco. Avrebbe avuto quindi in mano una “primizia” che, pubblicata in Italia in anteprima mondiale, avrebbe costituito un evento di notevole importanza. L’innominato, pur affettando – come suo solito – una sorta britannico “distacco”, s’incuriosì assai e quella volta, dopo innumerevoli e inutili inviti, accettò la proposta di venirmi a trovare. Poco dopo il suo arrivo, quella sera stessa, lo portai alla nostra riunione rituale di meditazione, che si svolgeva in una stanza liberalmente messami a disposizione al suo studio da mio fratello, anche lui discepolo di Massimo Scaligero, dopo che anni prima in conseguenza di una serie di azioni – come scoprii in séguito – freddamente programmate, in quel di Roma, dallo stesso innominato e da qualcun altro, indi brutalmente attuate nella mia città da condiscendente e volenterosa “manovalanza indigena” eterodiretta, ero stato cacciato dalle case, ove per lunghi anni avevo tenuto le riunioni. In questa casa tu non potrai più fare riunioni, mi fu più volte detto, ed io “scossi la polvere dai miei calzari”.

La riunione di meditazione, estremamente scarna di forme ma intensa di forze, si svolse come sempre con tutto il rigore rituale al quale, con la necessaria gradualità, nel corso degli anni, Massimo Scaligero ci aveva condotti. Io sapevo che tale forma rituale e il correlativo rigore erano quelli attuati da Rudolf Steiner e da Giovanni Colazza nelle loro rispettive cerchie interne, nonché – come mi confermò personalmente Massimo Scaligero – nel Gruppo di UR, alla cui cerchia “operativa”, negli anni Venti dello scorso secolo, parteciparono qualificati discepoli del Dottore come Giovanni Colazza, Giovanni Colonna di Cesarò, Arturo Onofri, e altri. Una volta giunti a casa mia, l’innominato ospite fece delle osservazioni assai beffarde – per me oltremodo offensive – alle quali tuttavia non diedi spazio per rispetto dei doveri dell’ospitalità. Tra le varie cose, disse: Ma che cose strane fate voi quaggiù!. Gli risposi soltanto che quelle “cose strane” erano quanto ci aveva indicato Massimo Scaligero e che io, in quanto orientatore, attuavo perché convinto non tanto, o non solo, dall’autorevolezza della sua indicazione, che pure tenevo in estremo conto, quanto da personali e radicali esperienze interiori. In seguito, mi resi conto quanto e perché il silente Rito della meditazione in comune al mio innominato ospite stesse – per usare un’espressione decente – “sull’anima”.

Già anni prima erano venute alcune persone da Roma, le quali, una volta tornate nell’Urbe, molto slealmente – e rigorosamente alle spalle – avevano calunniato la modalità rituale trasmessaci, cercando in tal modo di metterci in cattiva luce con persone a noi molto amiche, per esempio con Alfredo Rubino, il quale ovviamente non si “bevve” le velenose menzogne. Anni dopo, falliti tali grossolani attacchi dall’esterno, si passò ad attacchi più mirati e attuati – “dall’interno della cittadella”, per usare un’espressione di Massimo Scaligero stesso – da parte di una disponibile “manovalanza indigena” della mia città, cui venne commissionato il “lavoro sporco” da farsi. Mi resi presto conto che il “progetto” in questione, sia pure nella sua scellerata perfidia, era molto “intelligente” e ben pensato. Non “robetta” da dilettanti, bensì un vero e proprio “progetto”, abilmente pensato da gente astuta, di grande esperienza, e soprattutto priva di qualsivoglia genere di scrupoli: quindi molto pericolosa.  

Da una parte, mettendo in atto una melliflua strategia di seducenti parole, si cercò di trasformare quella che doveva essere una Comunità spirituale in un brillante “Club di Lettura e Conversazione”. Mentre dall’altra, si procedeva, sempre da parte della suddetta “manovalanza indigena”, molto “cristianamente”, alla demolizione morale – dapprima rigorosamente alle spalle, poi sempre più apertamente e sfacciatamente, davanti a tutti gli amici – di colui che a un tale progetto scellerato si prevedeva si sarebbe opposto con tutte le sue forze.

Da una parte, furono usati tutti i discorsi che potevano compiacere la pigrizia di molti che trovavano dura e faticosa – ed indubbiamente lo è – l’intensa pratica di un’ascesi così impegnativa com’è la Via del Pensiero. Perciò, sia a Roma che nella mia città, fu data la stura a discorsi del tipo da voi di concentrazione ne è stata fatta abbastanza, anzi troppa”, “bisogna stare attenti a farne troppa di concentrazione, perché può far male”, “la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo, ed altre simili sconce menzogne delle quali ho avuto ripetutamente occasione di parlare sul blog di “Eco”. E per gratificare le velleità dialettiche di taluni, ossia la loro vanità oratoria, invece, veniva proposto di trasformare le riunioni rituali di meditazione, ritenute troppo austere, in liberi dibattiti – sorta di talk-shows all’americana – nei quali si discuteva su un testo letto o su un qualsivoglia altro argomento. A chi, un giorno, propose di tornare alle forme scarne e spartane di un tempo, fu brutalmente risposto che per molti un’assoluta austerità era insopportabile, ossia – dico io – era insopportabile alla loro infingarda, pigra, paurosa, sciocca e vanitosa natura inferiore. Ma, per tutti i Numi dell’Olimpo, io dico: a cotal gente, non l’aveva mica prescritto obbligatoriamente il medico, o ordinato e costretto un militare col fucile mitragliatore puntato, di fare per forza un cammino iniziatico così duro, difficile ed estremamente esigente, come la Scienza dello Spirito e la Via del Pensiero: ci sono tanti altri modi belli, divertenti, interessanti, e consolanti  – ma soprattutto innocui e molto meno faticosi – di sciupare in maniera del tutto innocente e “creativa” il proprio tempo…

Dall’altra, fu deciso di occuparsi di colui che, non volendo adeguarsi a cotali equivoche “sperimentazioni”, si ostinava nella “eretica pravità” di voler perseguire l’ideale ascetico indicato costantemente a noi tutti da Massimo Scaligero. A tale ideale persino nell’ultimo incontro del 25 gennaio 1980, poche ore prima di lasciare la spoglia corporea, egli chiese – con parole che l’eretico ostinato porta scritte a lettere di fuoco nella mente, nel cuore, e nell’anima – di essere fedeli ad ogni costo. Perciò contro l’ostinato nemico delle mirabili innovazioni si ritenne necessario dover usare i sistemi tipici dell’arsenale politico e clericale: non rispondere alle argomentazioni, ma squalificare sotto ogni aspetto chi le portava, infamandolo prima alle spalle e poi, una volta sufficientemente delegittimato agli occhi degli amici ingenui e stupiti, anche pubblicamente. L’eretico depravato veniva dipinto agli ingenui amici – secondo una ben sperimentata prassi leninista e gesuitica – a tinte fosche come pagano, buddhista, orientaleggiante, esseno, come individuo anticristico, antigraalico, invasato nientepocodimenoché dagli Asura, nonché psichicamente squilibrato e clinicamente paranoico ecc. ecc., e quindi qualunque cosa ch’ei dicesse non aveva alcun valore.   

Nei loro “cristianissimi” intenti, egli avrebbe dovuto o piegarsi e adeguarsi, e – dopo le salutari umiliazioni e penitenze, come fu detto qualche secolo fa al mio amato Principe – accettare di essere eterodiretto, o in caso contrario andar incontro all’isolamento personale, all’ostracismo e alla distruzione delle sue amicizie, degli stessi rapporti familiari, alla rovina totale anche economica, all’esecrazione della sua memoria.

La massima prova di forza – da parte della disponibile “manovalanza indigena”, tanto per esser chiari – fu tentata alla fine di settembre del 1990. Fu da loro organizzata una riunione di tutti gli amici in stupito ascolto, ai quali furon dapprima ammanniti suadenti discorsi, in stile “sessantottino”, del tipo: bisogna andare incontro democraticamente alle esigenze della base”, “bisogna intervenire socialmente sul ‘territorio’, e non chiudersi in maniera astratta ed egoistica nella pratica spirituale”, “la funzione spirituale dell’orientatore è superata e superflua”, “siamo tutti orientatori. Dopo vari simili infervorati discorsi, svolti con un’abile programmazione dei vari interventi, si passò alle accuse aperte, alle quali mi guardai bene dal rispondere, tanto erano infami: si pretendeva ch’io facessi una sorta di maoistica “autocritica davanti alle masse”, come nella Cina delle Guardie Rosse all’epoca della “Rivoluzione Culturale”. Vi fu un momento parossistico nel quale, di fronte all’indifferente e divertito distacco dell’eretico pertinace e del pagano incallito sotto accusa, uno degli intervenuti pensò che fosse venuto il momento di passare alle vie di fatto, cercando persino di mettere le mani addosso al corrigendo peccatore, il quale – non volendo dar sfoggio delle un tempo molto ben apprese Arti Marziali estremo-orientali – ritenne savio mostrare algida indifferenza di fronte a cotale manifestazione di tanta plebea volgarità, e lasciar sfogar inutilmente nel vuoto l’esagitata violenza.

In tali drammatici eventi, vi è talvolta un momento in cui la situazione dal tragico vira decisamente al comico, e vengon fuori allora aspetti circensi delle persone così buffi da muovere al riso persino chi si nutrisse quotidianamente dell’apàtheia, e dell’ataraxìa, ossia dell’impassibilità e dell’imperturbabilità stoiche, o dell’upeksha e del vairagya,  ossia della equanimità e del distacco predicati dal Buddha Shakyamuni. Infatti, ad un certo punto di quella tragicomica riunione una persona, appartenente alla solerte e disponibile “manovalanza indigena” di cui sopra, evidentemente incaricata di intervenire, secondo un copione già preparato, in quel momento, rivolgendosi alla “base”, le cui “esigenze creative” erano state in precedenza così altamente decantate, disse: «Chi è d’accordo con me sul fatto che alle riunioni si parli, si commenti e si discuta, alzi la mano!». In quel momento, io mi volsi e ficcai fisso lo sguardo negli occhi della persona che sapevo essere in loco l’occulta ‘regista’, incaricata da qualcuno in quel di Roma dell’esatta esecuzione di una sceneggiatura già scritta. La persona in questione, accortasi del mio divertito sguardo provocatorio, non ebbe l’animo, né il fegato, di unire la sua mano alla selva di braccia alzate, cui solo pochi irriducibili coraggiosi non si unirono. E così, io che mi ero preparato nell’animo a vedere una tragedia di Sofocle, mi ritrovai invece ad assistere ad un’autentica sceneggiata, ad una sorta di commedia napoletana di Eduardo Scarpetta. Pensai, col buon Orazio Flacco, Odi profanum vulgum, et arceo, scossi ancora una volta “la polvere dai miei calzari”, e me ne andai.

Per dare un’idea di quel che può accadere allorché, in maniera cinica e furbastra, si trasferisce la spregiudicatezza dal campo conoscitivo – ove essa è qualità altamente lodevole e auspicabile – al campo dell’agire “morale” (si fa per dire…), si pensi che una persona, la “regista indigena” di cui sopra, particolarmente legata al mio innominato ospite, e persona di sua fiducia, si permise financo – ovviamente senza chiedere il permesso a nessuno – di andare a “bracare”, come dicono nella vetusta Etruria, allo studio di mio fratello, nella stanza che questi generosamente mi aveva concesso per le riunioni dopo il mio decretato ostracismo, e dove tenevo una parte della mia biblioteca scientifica, filosofica ed esoterica. Il fatto mi venne descritto dalla segretaria di mio fratello, la quale – persona semplice d’animo, ma dal cuore puro e dalla moralità limpida – mi riferì come la sunnominata persona una volta entrata nello studio, senza dire una parola, per non dover dare spiegazioni di sorta, si fosse fiondata direttamente nella mia stanza, e avesse preso a perquisirla diligentemente, aprendo cassetti, guardando libri, fogli, documenti, appunti e quaderni personali. Evidentemente, era alla ricerca di “prove” di una mia scellerata colpevolezza, per giustificare il “teorema” costruito e insistentemente predicato al fidente popolo catecumeno. Allorché la solerte “regista” indagatrice, fu da me apertamente interrogata in proposito, dapprima negò sfrontatamente il fatto, poi – di fronte alla possibile testimonianza della segretaria di mio fratello – con un’arroganza senza pari rivendicò un suo diritto a cercare “con ogni mezzo”, anche non lecito, di trovare sul sottoscritto le notizie che io non le davo. Il mezzo illecito, a suo dire, diventava lecito e “giustificato” in forza di un superiore principio o una spirituale necessità o urgenza, della quale naturalmente era lei unica giudice assoluta e irresponsabile. Esattamente come fece Albert Steffen, il quale per giustificare la spoliazione da lui operata di Marie Steiner, oltre che del conto in banca e della casa editrice da lei fondata e finanziata, anche del suo diritto a difendere l’opera di Rudolf Steiner, davanti al giudice civile del Tribunale di Solothurn, si appellò ipocritamente ad un  fantomatico Mysterienrecht, ossia ad una sorta di un mai udito prima “Diritto o Giurisprudenza dei Misteri”, che divertì moltissimo giudice, avvocati e pubblico, ma che ovviamente non gli venne riconosciuto. Leggendo gli atti del processo di Solothurn, donatimi con i suoi appunti ad essi relativi da Hella Wiesberger, sorrisi amaramente vedendo come, una volta di più, una tragedia con certi figuri si muti in farsa.

Se è per questo, all’inizio di questo novello millennio, un amico romano, R., mi raccontò – relata refero – come colui, che era stato mio ospite, avesse inviato in casa sua una certa persona, da lui incaricata di asportare e poi farsi consegnare un pacco di quaderni riservati, senza chiedere al mio amico verun permesso, nonché come il committente di tale abile “esproprio esoterico” si fosse poi rifiutato di restituire quei quaderni al loro legittimo proprietario, che insistentemente glieli richiedeva. Evidentemente, sia nell’Urbe che nella mia città, vi sono persone che della moralità hanno una concezione, per così dire, molto “creativa” e “a geometria alquanto variabile”. In seguito sia la “regista indigena” che l’esoterico “espropriatore” fecero ben di peggio. Sed de hoc satis, almeno per il momento.

Il mio innominato ospite non volle ch’io andassi a riceverlo alla stazione dei treni, come faccio sempre con chi arriva nella mia città, bensì volle che andassi a prenderlo a casa della suddetta “regista”, sua fiduciaria nella mia città, con la quale voleva un conciliambolo prima d’incontrarmi, evidentemente per definir con lei, prima di vedermi, una “opportuna” linea di condotta. Era una sgarberia bella e buona, che già prometteva malissimo, ma – per dirla con il mio ottimo amico C. – bevvi, ancorché a stomaco vuoto, un paio di bicchieroni di “menefrego”, che in cotali evenienze aiutano moltissimo, e andai avanti. Quella sera lo portai alla riunione meditativa con gli amici, e al ritorno a casa mia l’innominato fece i suoi beffardi commenti sul Rito, che Massimo Scaligero ci aveva donato. Quello fu il primo grave errore dell’innominato. Il secondo errore, ancor più grave del precedente, l’innominato lo fece il giorno dopo a tavola.

Stavamo consumando con gusto il primo piatto – buona pasta arrossata dall’italico pomodoro – e parlavamo tranquillamente in conviviale allegria. Una delle poche gioie, concessemi dal mio spartano stile di vita, è il ritrovarmi ogni tanto – more pythagorico atque platonico – al sacro desco con amici ‘simposiasti’, e parlar di cose belle, nonché proseguire poi tali amabili conversari, dopo aver trangugiato, ancor bollente, un forte e nero caffè, fumando comodamente buoni sigari in salotto. Nel nostro conviviale discorrere, stavo per l’appunto dicendo al mio ospite delle differenze di stile nello scrivere di Rudolf Steiner, che gli amici della Scienza dello Spirito normalmente possono leggere solo nelle ottime traduzioni di un tempo e in quelle più recenti, spesso molto meno felici, mentre le opere scritte di Massimo Scaligero, in Italia, noi le possiamo leggere direttamente nella bella lingua di Dante, ch’egli adoprava in maniera veramente magistrale: opere nelle quali la sua esperienza spirituale, e la vita estraformale dell’idea, venivano ad espressione e si manifestavano con una immediatezza ed una corrispondenza perfetta tale da trasformare le opere di Massimo Scaligero in un immenso mantram di cinquemila pagine.

La stessa armonia tra idea vivente e parola mi era stata fatta notare, negli anni ottanta dello scorso secolo, da Amleto Scabelloni, suo cugino, col quale consideravamo, nelle nostre ‘filosofiche passeggiate’ a Monteverde, come le ottime vecchie traduzioni italiane delle opere di Steiner, eseguite da Emmelina de’ Renzis, da suo figlio Giovanni Colonna di Cesarò (che le firmava con l’eteronimo di Saro Giadice), da Ida Levi Bachi, e pochi altri, ci tramettessero fedelmente l’ideale trama aurea del pensiero di Rudolf Steiner, ma come  fatalmente esse mancassero di quel elemento ‘mantrico’, invece presente nelle opere del Dottore da lui scritte direttamente in tedesco.  

Dal punto di vista dell’Ascesi del Pensiero è di estrema importanza che con l’atto pensante si possa seguire fedelmente la trama ideale di pensiero dei Maestri, sino a poter ascendere, per volitiva intensificazione dell’atto pensante stesso, al momento genetico di quei luminosi pensieri, cioè sino a poter inverare, nell’individuale pensare dell’asceta meditante, la potenza estraformale del pensare universo, dal quale quei luminosi pensieri erano scaturiti. In questo lo studio, rosicrucianamente inteso, rimanda all’arte della Concentrazione. E può esser di grandissimo aiuto che determinate opere possano essere lette direttamente nella lingua originale, perché in tal caso alla trama aurea delle idee, possedente già una sua particolare forza, viene ad aggiungersi la potenza spirituale del ‘suono’, che agisce come forza ‘mantrica’ nell’anima del meditante. Precisamente per questo motivo, Hella Wiesberger mi aveva consigliato di meditare i mantram e di studiare, pure meditativamente, le opere di Rudolf Steiner direttamente in tedesco, cosa che faccio ormai da oltre tre decenni, e – avendone sperimentata l’efficacia – sarò sempre grato con tutto il cuore alla mia amata Hella per un così prezioso consiglio.

All’udir quelle mie considerazioni, l’innominato venne fuori con una frase che mi gelò letteralmente il sangue nelle vene: «La Via di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata!». Un’altra persona era presente a quel fatidico ‘incontro-scontro’, e se ‘ricorda’ e se lo ‘vuole’, può sempre testimoniare la veridicità del mio racconto. A quelle parole, un lampo abbagliante mi attraversò l’anima, e in meno di un femtosecondo tutte le tessere di un immenso mosaico andarono perfettamente al loro posto: parole sue e di altri, avvenimenti che mi avevano lasciato alquanto perplesso, decisioni ed azioni sue e di altri delle quali, sino a quel momento, non ero riuscito ancora a scorgere il ‘perché’. Ora era tutto maledettamente chiarissimo, e l’innominato nei miei confronti aveva oramai passato la redline, il punto di non ritorno.

Chiesi al mio ospite – che con quelle parole aveva compiuto l’errore, ben ‘grave’ dal suo punto di vista, e ‘felice’ dal mio punto di vista, di gettare la maschera – come potesse essere “superata” una Via, qual era quella indicata da Massimo Scaligero, che non era stata ancora, se non minimamente, veramente percorsa, e ancor meno realizzata. Chiesi chi potesse giudicare di aver interamente percorsa e superata l’Ascesi del Pensiero Vivente indicataci da Massimo Scaligero, che poi è quella donataci da Rudolf Steiner stesso, e come – senza aver compiuto quel percorso di realizzazione ascetica – si potesse avere i mezzi per giudicare “superata” una Via, che io ritenevo invece insuperata e insuperabile, e chi potesse quindi, senza una tale realizzazione, presumere di mostrar ciò che, a suo dire, era “oltre” quanto indicato da Massimo Scaligero. L’innominato, accortosi di esser così inabilmente inciampato, oramai non poteva più fermarsi a metà strada, e ritenne di dovermi in ogni modo “convincere”.

Parlò per ben sei ore, apertis verbis, rispondendo alle molte domande con le quali lo incalzavo. Disse chiaramente che non si trattava tanto di “andare oltre” la Via indicata da Massimo Scaligero, con “ulteriori” conseguimenti ascetici nella medesima Via, quanto del fatto che la Via da lui indicataci, a suo dire, era errata, e che quindi si dovesse avertere semitam’, ossia cambiar radicalmente sentiero, ché la stessa ascesi perseguita da Massimo Scaligero era “orientale”, “yoghica”, “buddhista”, e quindi non solo “superata” da nuove mirabili forme di spiritualità, ma anche “incompleta” in quanto gravemente mancante, sempre a suo dire, dell’impulso del Logos, e soprattutto dell’impulso del Graal. Di fronte a tali enormità io strabuzzai più volte gli occhi, e volli capire sino in fondo dove volesse andare a parare col suo ‘presumere’ di giudicare l’ascesi stessa di Massimo Scaligero, ed egli, rispondendo a quanto gli chiedevo, si spinse ben oltre e mostrò chiaramente quanto grande fosse questa sua ‘presunzione’, cominciando a parlare in termini ingenerosi e poco eleganti – per usare un eufemismo – oltre che assolutamente falsi e calunniosi, della personalità di Massimo Scaligero, della sua intelligenza, della sua capacità di muoversi nel mondo, della sua stessa moralità. Questo fu il terzo micidiale errore compiuto dall’innominato.

Poi si dilungò alquanto nella descrizione dell’altra via, quella “cristica” e “graalica”, che – a suo dire – nella mia città avremmo dovuto tutti entusiasticamente abbracciare, dopo aver rinnegato gli “errori” nei quali – sempre a suo dire – ci aveva “indotto” il “cattivo maestro”, sino a quel momento da noi seguito. Si trattava – la cosa era affatto evidente da tutta la sua descrizione – di una forma di occultismo cattolico, di un “cattoesoterismo” abbastanza esplicito, che nella fattispecie mi ricordava molto da vicino tutta una serie di pratiche devozionali di visualizzazione sentimentale in uso quando, bambino e appena adolescente, mi trovavo in collegio, la ripugnanza verso le quali mi portò verso i 13-14 anni alla ricerca delle vie orientali, e ad innamorarmi allora perdutissimamente dello Yoga, del Buddhismo e del Taoismo. ‘Amor’, che sia pure ‘metamorfosato’, in me ancor perdura.

Naturalmente, il mio innominato ospite dichiarò esplicitamente, che quanto veniva esponendomi non era sua personale “sapienza”, e che lui era soltanto un “indegno portavoce” di chi a lui tale eccelsa “sapienza” aveva benignamente trasmessa, e dichiarò altresi, con un certo lirismo, quanto una tale “personalità iniziatica” fosse incomparabilmente superiore a Massimo Scaligero: mirabile “sapienza” davvero, quella di tale “personalità”, la quale – lei sì, e Massimo Scaligero invece no – era, a suo dire, l’autentica portatrice dell’impulso del Logos e di quello del Graal, mancante in Massimo Scaligero.  

Pur nella drammaticità di tali “abbaglianti” rivelazioni, mi dette un senso oltremodo curioso e strano il fatto che le accuse che l’innominato rivolgeva a Massimo Scaligero erano le medesime, ed espresse con lo stesso lessico ricercato, che a Roma e nella mia città molti rivolgevano alla mia lupesca e selvaggia persona. Non ch’io ambisca minimamente esser paragonato a Massimo Scaligero – e lo dico assolutamente senza quella stucchevole, e nauseante, “umiltà” recitata, tipicamente “cristiana”, ma solo con la serena percezione dei miei limiti – ma mi stupiva assai udire sulla bocca dell’innominato quello stesso e identico lessico ricercato, che avevo udito usare spesso da parte di persone, cui mancava assolutamente quella preparazione culturale minima, che serve almeno a capire il significato di quelle parole, da loro ripetute a mo’ di slogans. Il che mi chiarì la ragione e l’origine di tanti discorsi fatti nella mia città, e di taluni eventi ad essi correlati. Esauriti i sacri obblighi dell’ospitalità, accompagnai l’innominato al treno.

Tornò l’anno dopo e, in maniera molto più aggressiva e dialetticamente ancor più organica, mi ripeté, per altre sei ore, gli stessi ragionamenti dell’anno precedente, ma anche quella volta la sua capacità di persuasione nei miei confronti fu pari a zero. Lo rividi poi nel 1998, e l’innominato fece un quarto grossolano errore nei miei confronti. Una persona di Roma, che stimo moltissimo e alla quale sono da sempre affezionatissimo, volle mettermi in guardia nei confronti della ‘levantina’ – così la definì – capacità di simulazione dell’innominato. Ma io avevo già le idee affatto chiare su di lui. Tanto più ch’egli era venuto meno alla promessa sacra che mi aveva fatta. Allorché gli donai il ciclo inedito delle conferenze tenute nel 1909 da Rudolf Steiner a Palazzo del Drago, gli posi come unica condizione che tale ciclo non venisse smembrato, bensì che venisse pubblicato, tutto intero, in un volumetto in modo da valorizzarlo pienamente: condizione che l’innominato accettò e promise. Nel Celeste Impero, ossia nella Cina d’un tempo – come mi riferiva di recente la mia cara amica Fang-pai, figlia di quello che i poeti d’Oriente una volta chiamavano il ‘Regno di Mezzo’ e ‘maestra’ in molte cose – vi era il detto che “la parola di un uomo nobile è ‘oro’, ed egli non può venirvi meno sotto nessun pretesto”, ma evidentemente il nostro innominato non la pensava affatto così, e riteneva col Frosini – con un’espressione che Arturo Reghini, con giusto sarcasmo, riferì ad onta di chi la pronunciò – “che simili ‘principî’ vanno bene per i piccoli uomini ed i macachi”. Conciosiacosaché, in barba ad ogni formale promessa, il ciclo venne pubblicato vilmente smembrato nei vari numeri della suddetta rivista e, con un miserabile sotterfugio, il fedifrago non volle riconoscere neppure la paternità del dono. Da molto tempo so per personale esperienza, purtroppo, che è più facile trovare la pietra filosofale che lealtà e gratitudine nel cuore degli uomini.

Nell’incontro che ebbi con lui nell’Urbe, nel 1998, egli tentò con me – questo il suo quarto errore – la carta più sbagliata che gli potesse venire in mente. Cercò di “sedurmi” ad unirmi alla sua cerchia, e al suo “progetto”. E per “convincermi” –ossia per “comprarmi” – dopo molte melate parole, aggiunse: “Cosa devo fare per dimostrarti la mia stima e la mia fiducia? Ecco, guarda, se vuoi ti apro tutto l’archivio di Massimo Scaligero”. A parte il fatto che io sono un lupaccio cattivissimo, di una razza non disposta a “vendersi” per nessun motivo, la sola proposta di un tale squallido “commercio” – denotante, come direbbe il mio ottimo amico C., “una volgare mentalità bottegaia: da mercanti di birra e venditori di trippa” – a me fa semplicemente vomitare e mi offende profondamente. Inoltre, oltre che moralmente indegno e spregevole, sarebbe stato terribilmente ingenuo da parte mia (ma, come detto più sopra, noi lupacci impariamo molto in fretta…), solo il credere ch’egli avrebbe rispettato la promessa abbinata alla sua “seducente” proposta, perché – direbbe sempre la cara, e da me molto stimata nobile amica, Fang-pai – “la sua parola non è certo ‘oro’, giacché essa non viene da lui onorata”, mentre, secondo che ammonivano i sapienti Latini, “chi ha già tradito una volta, di nuovo tradirà”.   

Ora, vi è una straordinaria somiglianza e concordanza, per non dire assoluta identità – sia di contenuti che di forma – tra pensieri e parole del mio innominato ‘ospite’, da me ascoltati – ex suo ore ipso – per vari decenni, e quanto scrive l’anonimo redattore di molti articoli della rivista di cui sopra, nonché della citata Introduzione, e forse anche della Prefazione, alla seconda edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce di Massimo Scaligero. Ma in fondo, è cosa relativamente secondaria, anche se non senza importanza, l’appurare e verificare quale relazione vi sia tra l’innominato e l’anonimo, giacché dal punto di vista di quel idealismo magico, che sta alla base della Via del Pensiero, sono molto più importanti, nella loro dinamica azione creativa o distruttiva, nelle singole anime e nel mondo, idee e pensieri in sé che non le personalità che le veicolano. Infatti, l’azione di idee e pensieri opera nel mondo molto al di là del singolo individuo, ed agisce sia spazialmente anche molto lontano da lui, che temporalmente per lungo tempo dopo la scomparsa dell’originario loro pensatore dallo scenario sensibile. Anzi, proprio le opere di Rudolf Steiner di Massimo Scaligero sono esempi, dal punto di vista spirituale – alla faccia dei molti, troppi ostacoli incontrati – di una tale azione spazialmente vasta e temporalmente duratura, della quale tali opere contengono persino la giustificazione gnoseologica e filosofica, espressa in limpidi e luminosi pensieri.  

Nella Introduzione e nell’articolo commemorativo sopra citati, l’anonimo invita coloro ch’egli chiama “prosecutori” dell’opera di Massimo Scaligero – della Via da lui indicata – a farlo in una maniera affatto particolare e, per così dire, “creativa”, cosa che a coloro che, come noi, più che presumere di “proseguirla”, vorrebbero consacrarsi a sperimentare una tale opera, e a percorrere, “osando l’impossibile”, una tale Via, non può che lasciare alquanto perplessi. L’anonimo parla – esattamente come fece varie volte, apertis verbis, l’innominato – di una “nostalgia” e di una “troppo passiva assunzione della sua [di Massimo Scaligero] opera”. Infatti, egli intende spiegarci – con un ‘gentil’ atteggiamento pedagogico, come farebbe una maestrina nei confronti di allievi particolarmente “lenti” – una “verità”, a suo dire, nascosta nelle parole di Massimo Scaligero da lui citate, e da noi “ottusi” punto compresa, ovverossia che: “Vi è infatti un solo modo di rimanervi fedeli: proseguirla. Il solo modo in cui essa possa continuare a vivere”. Ciò è stato, con ogni evidenza, scritto ad uso e consumo di quei “nostalgici”, i quali – a suo modo di vedere, son davvero alquanto “tardi” a comprendere – a causa della loro “troppo passiva assunzione”, si ostinano a pensare che rimanere fedeli all’opera del Maestro si realizzi solo con lo sperimentarla asceticamente, e che “preparare i preparatori”, significhi appunto prepararli asceticamente e trasmetter loro la Via del Pensiero per sperimentare il momento originario del conoscere, o pensiero vivente, quale e come ce l’hanno trasmessa Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, e non un’altra cosa, diversa e opposta.

Ovverossia, sempre secondo gli ostinati “zucconi”, è un cinico tradimento nei confronti dei Maestri, ed un perfido tentativo di disperderne l’opera, l’attuare surrettiziamente un “trasbordo ideologico inavvertito”, col sostituire ai contenuti di Sapienza celeste dei Maestri e ai metodi ascetici da loro trasmessi, altre dottrine, puramente dialettiche e sentimentali, e altri metodi e pratiche individuali e comunitari, diversi e opposti a quelli che ci aveva trasmesso direttamente Massimo Scaligero. Tali metodi “innovativi” conducono ‘lento pede ac pedetemptim’, ossia insensibilmente ma certissimamente, nell’ovile e nelle “accoglienti” braccia della chiesa cattolica.   

Il nostro anonimo articolista e introduttore afferma che “la sua opera [di Massimo Scaligero] deve diventare l’opera dei prosecutori, i quali opereranno per quel che sarà loro dato, senza pretesa alcuna di ripeterne il livello”, ma abbiamo visto che il proseguirne l’opera si realizza con la dedizione all’ascesi volitiva della Concentrazione e la consacrazione alla Via del Pensiero Vivente, e non certo, una volta abbandonato l’aureo sentiero da lui indicatoci, “con il fermo proposito di aggiungervi qualcosa: anche pochissimo, comunque qualcosa”. Perché quel “qualcosa”, quel “pochissimo”, che dovrebbe aggiungersi, in realtà, si risolve in un inavvertito smarrire l’originario sentiero intrapreso, mentre “quel piccolo passo in più” è l’incauto inoltrarsi in una mefitica palude meotide, satura di attossicanti miasmi; ed è infine perire, miseramente naufragando, sotto la fascinazione di un seducente canto delle sirene. Il contenuto contraffatto, surrettiziamente proposto, la “manifestazione mutante nel tempo”, è finalizzato segretamente proprio a provocare l’interruzione della continuità di quella “tradizione solare”, che a parole egli ostenta difendere.

Infatti, egli poi attacca gli “ostinati reprobi” che, a suo dire, Massimo Scaligero vogliono “fissarlo nell’inchiostro dei suoi scritti”, e di “ingessarne l’opera, tradirla, disperderla”. A mio immodesto e lupesco parere, credo che l’opera del Maestro la tradisca e la disperda, non certo chi, pur facendo una vita molto, ma molto difficile, si scuoia vivo per venire ai ferri corti con se stesso, e si costringe a seguire la Via del Pensiero, a praticare la Concentrazione anche nelle condizioni più impossibili. Semmai la tradisce e la disperde eventualmente l’‘ignoto’ che, la notte stessa in cui Massimo Scaligero ci lasciò, violò il suo studio, ne cambiò la serratura, cominciò il saccheggio delle sue cose, facendo pure “opportunamente” sparire il suo testamento e impedendo così l’attuazione della sua dichiarata volontà. Sempre secondo il mio selvaggio modo di vedere, tradiscono e disperdono l’opera del Maestro, semmai vari infami ‘incogniti che andavano e tuttora vanno a giro per l’Italia – così sono venuto a sapere – a descrivere, in maniera derisoria, Massimo Scaligero come “ingenuo”, “sprovveduto”, e “non abile a muoversi nella vita e nel mondo” (mentre posso testimoniare che era vero esattamente il contrario…), offendono la sua intelligenza, la sua ascesi, la sua moralità, e gettano palate di letame persino sulla sua esperienza graalica. Cotali ‘ignoti’ e ‘incogniti’ vengano pure a raccontare le loro sozze menzogne su Massimo Scaligero nella tana del lupaccio cattivissimo, e poi vediamo cosa succede…

Non si può poi certamente dire, invece, che “ingessi” o “fissi nell’inchiostro” l’opera di Massimo Scaligero chi si permette di alterarne gli scritti o inserisca nelle sue opere parti o capitoli che ad esse non appartengono, e giustifichi tale arbitrio con spiritose affabulazioni. Né che sia un fedele “prosecutore” della sua opera l’anonimo che, nella innominata rivista, numero 81-82 del giugno 2003, p. 18, contrappone a “l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi, che è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica, dell’uomo di questo tempo”, una mistica “circoncisione eterica”, che a me fa semplicemente accapponare la lupesca pelle e il pelo. È vero, invece, esattamente il contrario: per chi sia autenticamente “figlio di questo tempo”, non vi è altra possibilità di essere veramente cosciente e libero, e di conseguenza morale, che lottare energicamente, per realizzare l’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, tutt’altro che spontanea e gradita all’infingarda natura egoistica dell’uomo attuale e sperimentare, per volitiva intensificazione consacrata dello stesso atto conoscitivo, la folgorante travolgenza del pensiero vivente. Né, tampoco, ritengo che sia un leale “prosecutore” dell’opera di Massimo Scaligero, anzi ne sia un livido e cinico affossatore, chi diffama il Rito della meditazione in comune da lui trasmesso, o cerca di scoraggiare, in vari modi, l’intensa e fervida pratica della Concentrazione, oggi UNICA via cosciente all’esperienza spirituale.

Per adesso, mi fermo qui, perché l’articolo si è già troppo allungato, ed io volevo per il momento – anche se vi è moltissimo altro da dire, e sicurissimamente, presto, sarà pure detto – commentare solo quelle poche frasi dell’anonimo “introduttore”. Ma il benevolo lettore non disperi, e non dubiti, ché molti altri “incomodi”, “inopportuni”, ed “importuni” disvelamenti avranno luogo su questo temerario ‘blog : ci può contare! 

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – MARZO 2016

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

ESPERIENZA

 cubo-di-rubik

Sapete cosa sono gli iconoclasti? Certamente sì poiché l’istruzione è un fatto (quasi) universale. Così, gli iconoclasti dell’altro ieri e di oggi, saturi di verità vera, giustizia vera e furore, anche quello verissimo, fanno la barba al mondo, distruggendo sapienza, arte e bellezza.

Come tutti gli esseri che cadono sotto il giogo dell’ipnosi di massa, per gli iconoclasti è del tutto impossibile volgersi verso sé medesimi – mica hanno un soggetto proprio che potrebbe farlo – e dunque non possono accorgersi dei tantissimi oggetti (sculture, quadri, libri, mazze da baseball, bandiere, cubi di Rubik, ecc.) che ingombrano la loro stessa interiorità a guisa di un strampalato e maltenuto museo.

Aristotele ci direbbe che, essendo uomini gli iconoclasti, tutti gli uomini sono – chi più e chi meno – iconoclasti.

Però, come ho già scritto, ben pochi sembrano capaci di rivolgere gli occhi all’interno di se stessi, fosse almeno per sgomberare (far fuori) il caotico magazzino che intasa la mente. Perciò scalcionano tutto quello che è fuori di loro.

Gli uomini completamente rivolti all’azione mondana sono quasi sempre privi di interesse o incapaci a prender tempo con l’interiore ma neppure i caratteri misticheggianti, sebbene rivolti all’animaccia propria, amano riordinare il caos degli oggetti sepolti dentro la loro buccia.

Questo genere di persone preferirebbe stipare ancora di più il poco spazio libero dell’anima, ritenendo ogni gingillo, anche vecchio e sgualcio, un inestimabile tesoro: in parole povere, amano ciò che hanno, amano smodatamente ciò che sono, con l’aggravante dello spiritualismo. E da lì non si schiodano.

Gli addetti alle pulizie (se il mondo fosse migliore) in definitiva dovrebbero essere dei puri scienziati, dei puri filosofi, dei veri artisti…in pratica dei cultori dell’arte dell’Io.

Non ho menzionato gli antroposofi, poiché dopo oltre cinquant’anni di ininterrotta militanza (ma da tempo assai rarefatta) in tali nobili schiere, non ho ancora capito, in senso generale, se essi siano carne o pesce o altro.

Per mio limite, non sono troppo convinto che parlare, cinguettare o blaterare di antroposofia (specie “In relazione a…”) abbia la concretezza e la ragionevole funzionalità posseduta, ad esempio, dal mio portacenere.

Anzi, a dire il vero, ben poco scorgo in essi dell’afflato dell’Intelletto che, per l’ottimo Charles de Bouelles è più antico della materia e non è da essa generato. Secondo uno schema rinascimentale, per questo autore sono cinque le condizioni attuali create da Dio: sostanziale, vitale, sensitiva, razionale e intellettuale o angelica. Quest’ultima è immateriale, non ha nulla in comune con la materia, non è parte o manifestazione del sensibile: l’esistenza attua la pietra, la vita attua la pianta, il senso attua l’animale e la Ragione attua l’uomo. Mentre l’Intelletto è l’atto che permette all’uomo l’eccelsa condizione di immortalità e visione celeste propria dell’atto angelico.

Linguaggio desueto, diranno i miei pochi lettori, ma credo che l’osservazione sia giusta, è solo il modo che ha dovuto cambiare: “Solo agli uomini è stato concesso di stare in piedi, d’avere diritta statura, di guardare le cose celesti. Ne deriva che i primi gradi sono di esseri acefali, privi non solo di testa, ma anche di ogni differenziazione di parti e d’ogni ornamento di membra; radicati nelle viscere della terra…Gli altri esseri sono forniti di testa, di parti differenziate. La testa dei vegetali è tuttavia radice ed è nascosta in terra né può scostarsi o separarsi dalle mammelle della madre”.

Questo veniva pubblicato nel 1509 e ditemi, cinquecento anni dopo, escludendo il Dottore, se c’è qualcuno che abbia la stessa limpidezza nel guardare così l’anima e il mondo.

Mi correggo: qualcuno c’è ma preferisce il silenzio.

Oggidì si pensa molto e male. E’ il mondo della quantità, inversamente proporzionale alle altezze che danno le vertigini e alle profondità che fanno paura.

La croce senza asse verticale che croce potrà mai essere? Il legno orizzontale non sta su per forza divina ma cade a terra per primordiale legge fisica: somigliando perfettamente al cristianesimo che nelle Chiese e nelle belle parole gira senza il Christo.

Già, cos’è il Christo per l’anima umana? Per il mio ininfluente parere Esso è esperienza – anche ammesso che vi siano molti gradi di esperienza – o non è nulla o è altro da quello che si dice sia. Nel mezzo trovi solo le variopinte penne di pavone ossia gli atteggiamenti del sentimento di Tizio, Caio e Sempronio che, essendo soltanto sentimenti personalissimi, vanno bene solo per Tizio, Caio e Sempronio.

Per piacere, leggetemi con un briciolo d’attenzione: non ho detto che ciò è “ il male” ma solo che tra gli alti sentimenti personali e l’esperienza obbiettiva c’è sempre un largo fiume senza ponti nonostante l’invadente presenza di tanti zelanti pontefici di corta taglia che pontificano sui ponti che non esistono.

In effetti provo una leggera nostalgia, probabilmente senile, verso il ricordo degli occultisti che conobbi da giovane.

Erano forse una massa poco raffinata, Atena latitava ma – per Giove – erano sperimentatori e se qualcuno tra essi chiacchierava, lo faceva dopo l’esperienza. Il parler pour parler era visto con giustificato sospetto.

D’accordo, erano esperienze ben poco elevate, assai spesso si traducevano in esperimenti di veggenza con la stimolazione delle placche del dott. Calligaris, con i viaggi in astrale, con cerimonie magico-spiritiche, ecc.

Però vorrei vedere che strizza prenderebbe ora chi avvertisse come l’intero senso di sé si inclinasse a 75° e scivolasse fuori dal corpo fisico-sensibile…con tutte le avventure e disavventure seguenti e conseguenti.

Non convenite che discettare sulle alte mete verso cui l’uomo si protrae è un pochino più sicuro? Ecco perché importa non far niente: immaginare alla buona non costa e la ghirba rimane ben ancorata ad un lembo di tranquillità.

Però qualche granello di scomodità potrebbe persino fare del bene: sarebbe come una camminata in salita in cui si sbuffa e si suda: gli esperti dichiarano che sarebbe un toccasana per tutti i sistemi del nostro organismo.

Pari pari, qualche contraddizione che scuotesse un tantino il nostro impietrito palazzo concettuale potrebbe fare un gran bene all’anima.

Di questi tempi si assiste ad un rifiorito interesse nei confronti dei 5 ausiliari, magari non molto sereno. E fioccano le interpretazioni alcune piuttosto stravaganti. Ma questo è secondario, accidentale, perché ognuno, se vuole, può recarsi alla fonte più sicura.

Quello che non mi piace è che si tiri Scaligero per la proverbiale giacchetta. Se qualcuno afferma che Massimo Scaligero indicava a tutti i 5 esercizi come una condizione assoluta e necessaria, rispondo che ciò, nella prassi, non era assolutamente vero.

Vedete, chi abitava lontano da Roma, appena uscito da via Cadolini, si fiondava nel più vicino bar d’angolo e trascriveva tutto quello che riusciva a ricordare. Così potei leggere, nel tempo, più di una ventina di riassunti: bene, solo in un caso Scaligero invitò un giovane amico a praticare intensivamente il controllo del pensiero e l’atto puro. Ciò ha senso: “L’accordo del pensiero con la volontà è la base dell’equilibrio e della forza dell’anima”. Seppure infastidisce gli sbandieratori del proprio sentire spiritoso.

A tutti gli altri, oltre la Concentrazione che non mancava mai, diede altro; cioè meditazioni ed esercizi che poi apparvero in suoi scritti come Yoga Meditazione Magia e Tecniche della Concentrazione interiore.

Chi scrive, quando incontrò per la prima volta Scaligero, faceva già ciò che credeva fosse l’esercizio di Concentrazione. Scaligero, dopo essersi gentilmente espresso su ciò, caricò ulteriormente il meschino con due discipline che si trovano nei volumi di Ur e con una terza, di cui chiarì poi il significato in Tecniche senza però indicarne (nel medesimo testo) la forma pratica, che viene considerata avanzata.

Ci fu persino il caso di un giovane artista a cui, davanti a richieste specifiche, Scaligero rispose letteralmente: “Tu che sei Poeta, puoi fare tutto quello che vuoi”.

Poi, se ad altri mille venne suggerita una rigorosa pratica dei 5 ausiliari, io non lo so e certamente non è impossibile. Vorrei solo che non si pensasse ad essi come ad un imperativo universale. Perché questo non è vero. E’ solo ortodossia antroposofica.

Come è procustiano il continuo tentativo di spacciare i 5 secondo una fisionomia di “moralità” che è stata loro appiccicata in tempi in cui la solare via occulta ed il borghesismo spiritual- cattolicheggiante hanno, di necessità, preso strade diverse!

Non faccio le pulci ai termini, ma mi chiedo come non ci sia proprio nessuno che sappia dire che lo scopo dei cinque è accendere una importante sequenza di correnti eteriche nei veicoli dell’uomo incarnato, per poter accedere a stati non dialettizzabili? Esse – le correnti – sono reali: uno può “vederle” nella forma di luce argentea, un altro percepisce un raggio o rivolo vuoto che fluisce lungo il pieno che percepiamo di solito in noi, ecc. Quello che vale per tutti è la direzione che prendono se si permette loro di funzionare. Certo che provocano cambiamenti, ma essi non sono miserie psicologiche.

C’è una cosa che mi disgusta: le volgarizzazioni e le schegge che troncano la completezza dell’informazione (che non ci appartiene, è del Dottore): esse sono pensiero leso, respiro troppo corto per dare vita, caos concettuale.

Che la situazione sia, all’incirca questa, lo si nota di continuo nella (patologica?) incapacità di distinguere la Concentrazione dal controllo del pensiero…e su questo ammutolisco! Perennemente sbigottito. Pure il grande pubblicista, nelle poche intemerate su temi riguardanti la scienza spirituale strambotta di concentrazione e meditazione come primo dei 5 ausiliari: sì, come il Duca quando canta “Questa o quella per me pari sono”. Già, timbro tenorile ma senza tenore.

Non c’è uno che non indichi come assoluti i “tempi” della disciplina: che non esistono giacché sono individuali, non appartengono all’orologio e, sia detto genericamente, sono piuttosto calibrati su elementi qualitativi, talvolta inversamente proporzionali alla continuità e intensità dell’Opera. Come a dire che il discepolo che fa di più può giungere, per maestria nella intensificazione, ai primi risultati dell’esercizio in tempi passabilmente brevi e pure questa non è regola perché la coscienza pensante polarizzata non lavora nel tempo comune.

In definitiva, affinché l’anima possa almeno lambire la possanza solare, regole e ricette (utilissime nella cottura delle uova sode e di cibi più complicati) servono come un tempo serviva l’asta e filetto per passare alla scrittura.

Già una quarantina di anni fa, Scaligero indicò a dei giovani che avevano da poco iniziato il cimento con “l’esercizio a sé sufficiente” un approccio di cui ho già scritto ma che sembra necessario ricordare: iniziare la giornata con una ricostruzione rigorosa, pedante dell’oggetto, per poi, durante il giorno, ridurre al minimo la ricostruzione e persino non compierla, polarizzando tutte le forze sull’oggetto. Atto immediato che qualcuno tra i pochi sa fare bene.

Ci sarebbe da aggiungere che le ricostruzioni, consigliate o pensate con la testa propria, sono a misura umana cioè sempre complicate, complesse: piuttosto si pensi di essere come un bimbo di II elementare, poco dotato, che butti giù un tema sullo spillo. Perché perdere energie e attenzione oltre i quattro o cinque concetti subordinati o immagini sufficienti?

E, già che ci siamo, persino lo scrivente conosce l’indicazione di risalire dall’immagine estranea che ci ha distolto…solo che il pensiero, spesso e velocemente, per un infinitesimale blackout della destità, ci ha trascinati su pianeti lontani e rifare l’esatto percorso per il ritorno è impossibile perché l’Io era mancato. Allora non sarebbe meglio iniziare l’esercizio daccapo? Con più attenzione, più dedizione e così ci diamo da soli un colpo di bastone, cosa che fa più che bene. Destità dell’Io è un altro nome per il nostro cammino.

In sintesi, vedo come sbuchi dal terreno sempre la stessa, vecchia storia. Sembra che si parli per non comunicare, per celare addirittura il senso più genuino del severo sentiero Occulto che, mi crediate o meno, non è una passeggiata corroborante in un giardino fiorito ma piuttosto sa di passi stentati nel deserto.

Il moderno discepolato occulto non toglie nulla a nessuno, ma nei brevi momenti operativi toglie invece tutto: sarebbe impossibile fare qualcosa di reale se si volesse portare nelle discipline l’immagine di sé e la potenza della propria ricca impotenza.

Ogni minimo passo comporta, come sottolinea il dott. Colazza, un mutamento di coscienza…che mai avverrà se non si smuovono mattoni, muri e pilastri del museo (mausoleo) che riempie la nostra anima…con radicale spregiudicatezza.

Amici cari, credo di avere le prove provate che la via dell’Occulto muove da esperienza a esperienza mentre la sistematica del sapere, pastorizzato e filtrato e sempre più manomesso, appartiene all’Accademia della Disgrazia e della Grande Inutilità. E se, come è giusto che sia in piena libertà, chi legge sente disaccordo con ciò che ho scritto ed è contento, buon per lui e…contenti tutti.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ELEMENTI DEL CAMMINO ANTROPOSOFICO ( di F. Giovi)

infinito

Lo studio dei testi posti da Rudolf Steiner a fondamento dell’Antroposofia si giustifica perché risponde, per le anime umane, ad un bisogno di sentire e conoscere qualcosa che dia soddisfazione e risposta ai tumultuosi e spesso desolati interrogativi che i limiti conoscitivi del mondo sensibile e del suo riflesso animico intercettano come eterni “ignorabimus”. L’occulta vastità dell’anima soffre profondamente i solidi e ottusi confini percettivi mentre la cultura, popolare o elitaria (salvo rari casi artistico/intuitivi), avendo di massima abbandonato la sua antica funzione di disciplina formativa e alquanto pronuba al potere o al contropotere del momento, accademica e autocelebrativa, gira ciclicamente su se medesima come le giostre nei parchi.
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L’anima anela all’infinito. Non mancano invero luoghi aggreganti che da un lato indirizzano allo spirituale ma dall’altro inchiodano l’uomo ad una rete di subordinazioni che non debbono venire mai dubitate o superate. Per lo Spirito di libertà che nell’uomo vive, esse esercitano una infame violenza alla sua vera entità, artatamente stravolta e dimenticata dalla ferrea censura nel condiviso dogmatismo di religione e scienza. In un’atmosfera animica sempre piú torbida e venefica, la Scienza dello Spirito, sino dalle piú elementari forme d’approccio, si palesa come un percorso riabilitante per la coscienza ed il mondo dell’anima: non come un inerte e vuoto santuario di un “sapere diverso”, ma come opera simultanea di conoscenza e di risveglio. “Dall’indistinto al distinto”, maturante una limpida e complessa conoscenza che è anche crescita e nutrimento interiore.
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Sollevando forse qualche disappunto tra alcuni amici, propiziatori di una feconda ma unilaterale concezione dell’ascesi, dove trova spazio soltanto la disciplina esoterica in un senso assai stretto, si desidera chiarire un punto di non poca rilevanza, cioè che lo studio dei grandi temi profondamente inseriti come enigmi esistenziali nell’anima umana come il sonno e la morte, il destino, le finalità universali ecc., va tutt’altro che evitato.
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Esso fa parte di un primo e necessario grado di preparazione che principia da ciò che si possiede, ossia dalla capacità di assimilare intellettualmente le nozioni e di studiarle con impegno logico e sistematico, non inferiore a quanto si dedica nel conoscere e approfondire il contenuto delle altre scienze. Senza rinunciare alla lucidità critica di cui la coscienza è dotata.
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Per molti onesti studiosi, l’assimilazione sensata dei citati temi, che coincide con gran parte di quanto viene trattato negli scritti fondamentali della letteratura antroposofica, quando venga svolta con un pensiero desto e con rigore razionale, può già presentarsi come un lavoro lento e difficile e ostacolato dai mille pregiudizi personali che spingono inquieti sotto la coscienza. Per coerenza conoscitiva il lettore scopre inoltre che Rudolf Steiner indica “lo studio dell’Antroposofia” come primo gradino dell’ascesi iniziatica. Questa precisazione dovrebbe far nascere nel ricercatore un pensiero grave, espresso dalla possibilità che nei contenuti e nel modo della lettura dei testi possa esserci qualcosa di affatto comune, che a tutta prima tende a sottrarsi all’esperienza piú elementare.
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L’uomo, con la nascita, entra nel mondo sensibile ma rimane pur sempre, nella sua entità complessiva, un essere spirituale e ciò non solo, egli continua a vivere nel mondo spirituale: continua ad essere di diritto uno Spirito tra altri Spiriti. Ciò che in lui è cambiato è soltanto lo stato di coscienza, che si rovescia e si contrae per affrontare un mondo estraneo alla sua natura che è di vasta e articolata comunione con tutti gli stati dell’Essere. Da simile premessa possiamo giungere alla constatazione che le comunicazioni iniziatiche, rivolte all’uomo dotato di sola coscienza sensibile, riguardano processi e realtà sovrasensibili a cui partecipa anche chi è privo di visione superiore. L’indagatore dello Spirito parla di un Mondo Spirituale, comune a tutti gli uomini, in cui egli si trova perfettamente desto e percepente, mentre chi lo ascolta o legge la sua opera, in corrispondenza a ciò è solo addormentato.
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Peculiare caratteristica dell’Iniziato (si badi bene, negata come impossibile da tutti: pensatori, scienziati, religiosi e senso comune) è la capacità di deporre volitivamente la coscienza sensibile come di solito l’uomo la depone quando s’addormenta, o piú radicalmente con l’evento della morte. L’Iniziato è in grado di sperimentare fatti ed esseri del Mondo Spirituale, ma allo stesso tempo quello che sperimenta corrisponde a forme di esistenza ed intensità assolutamente diverse da quanto appare comprensibile quando si è immersi dentro il confine della sfera sensibile. A tale riguardo, una sana vita interiore induce l’apprendista a sentire con sufficiente chiarezza che il pensiero somatizzato non ha nulla in comune con le esperienze sovrasensibili: il tentativo di avvicinarsi al sovrasensibile con un simile mezzo trova soltanto la fantasticheria o il limite del buio e del vuoto. L’indagatore spirituale, se vuole portare alcunché dell’esperienza sovrasensibile in se stesso, quale uomo terrestre deve compiere un doloroso percorso a ritroso: dall’intuizione all’ispirazione e da questa all’immaginazione, per trasfonderla poi in pensieri pensabili nella coscienza sensibile di veglia. Un percorso opposto al cammino ascetico del discepolo esoterico.
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Rudolf Steiner in diverse conferenze afferma da molteplici punti di vista che solo quando l’indagine spirituale viene trasformata in concetti ed idee assume una reale importanza per il mondo e per lo stesso indagatore: «Ciò che gli Dei possedevano prima della formazione dell’uomo …perché potesse germinare in forma di pensieri doveva essere coltivato sul piano fisico dagli uomini. …E l’uomo che sulla terra non vuole pensare, sottrae agli Dei quello su cui contavano, e quindi non può raggiungere ciò che è il vero compito e la vera destinazione sulla terra».
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Comunemente il pensare è sottomesso alle limitazioni cerebrali e si riduce a rispecchiare, in forme rappresentative, il mondo sensibile esteriore e corporeo. Questa limitata attività del pensiero ha indubbiamente svolto una propria missione, consentendo il rafforzamento e l’autonomia della coscienza sensibile, ma è anche divenuta un’attitudine assai pigra e riduttiva, ormai confondendosi con le altre funzioni corporee. È un pensiero che ha perduto la sua natura superiore di pensiero.
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La Scienza dello Spirito insegna che (e come) il pensiero può, al contrario, essere voluto per se stesso. Il pensiero che conquisti la capacità di essere completamente voluto, riacquista la propria natura di realtà che, indipendente dalle categorie sensibili, è anche la piú immediata attività sovrasensibile dell’uomo in quanto dotato di coscienza di veglia. Perciò quando il Veggente trasfonde nel pensiero il contenuto di esperienze operanti oltre il pensiero, è il pensiero voluto al di là del corpo che diventa il veicolo dell’esperienza sovrasensibile.
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Qualora l’attività pensante si ponga a guisa di mediatrice dello spirituale, cosa entra allora nella coscienza dello studioso che assimila le comunicazioni della Scienza dello Spirito? La risposta è semplice: nella coscienza del lettore, quando questi comprenda ciò che l’Iniziato comunica, entra il contenuto di realtà spirituale antecedentemente sperimentata dall’indagatore dello Spirito.
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In definitiva, cosa trova lo studioso per convincersi della realtà di tali contenuti? Trova che il suo essere interiore conferma, come proprio moto animico, l’elemento di realtà delle comunicazioni apprese. In linea con la visione platonica del conoscere, il lettore sperimenta un inusuale riconoscimento che si manifesta con alcuni caratteri affini al ricordo. Come è già stato scritto, l’uomo incarnato è cosciente in corrispondenza di un certo livello sensibile, continuando però ad essere, con i suoi arti costitutivi, immerso nello Spirito. Salvo che per la coscienza della testa, egli è contessuto allo Spirito e alle Entità spirituali. Nel momento in cui accoglie nel suo pensiero attivo il contenuto sovrasensibile in forma di pensiero, cade per lui il limite del sonno, dell’incoscienza che gli nasconde il Mondo spirituale. Ciò che in ogni uomo vive come realtà occulta si congiunge con la coscienza di tale realtà. Quanto era dormiente trova la sostanza formativa di un organo di risveglio. Per il ricercatore volonteroso che stimoli con energia il pensiero, la lettura dei testi diviene tanto meno un ‘sapere’ quanto un organo di conoscenza, ossia un mezzo mediante il quale l’anima può rendersi consapevole di una realtà. Quando il contenuto spirituale rivive in forma di pensiero nella coscienza, è un organo sovrasensibile che si forma, permettendo l’accesso consapevole al mondo sperimentato dall’Autore. Chi ha vissuto in questo modo il cammino conoscitivo dell’Antroposofia, ha conosciuto l’assenso alla verità comunicata poiché riconosciuta come il vero della propria anima.
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Il rigoroso sperimentalismo introdotto da Rudolf Steiner per il fenomeno sovrasensibile si diversifica da quello operato nella ricerca scientifica solo per il fatto che l’esperienza antroposofica, in cui la coscienza pensante incontra i contenuti comunicati in forma di pensiero, non poggia su alcunché di sensibile ma è pura esperienza animica: l’essere sovrasensibile del pensare afferra come sostanza percettiva l’elemento sovrasensibile della rappresentazione scientifico-spirituale. In tale operazione la coscienza sensibile non collabora, ma viene temporaneamente abbandonata e necessariamente respinta, nella misura in cui lo svolgersi dell’atto pensante possa compiersi indipendentemente dai sensi. Per tutta la durata di questa eccezionale attività, il pensare recupera l’elemento inconosciuto del suo essere e lo sperimentatore si accorge «che il mondo del pensiero ha una vita interiore, e mentre veramente si pensa ci si trova già nel campo di un vivente mondo sovrasensibile». In breve, l’anima sperimenta (pur su diversi livelli individuali) una sorta di risveglio dalla veglia, trasferendosi in una sfera di consapevolezza superiore (eterica) alla coscienza sensibile, affrancandosi momentaneamente dai suoi legami e dalle sue leggi.
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Questa esperienza può risultare possibile a chiunque purché vengano rispettate le condizioni che la volontà conoscitiva e lo stesso buon senso dovrebbero suggerire:
  • applicarsi allo studio dei testi quando ciò sia reso possibile dalla condizione di calma interiore non distratta da avvenimenti e interruzioni esterne;

  • tendere ad una coerente onestà conoscitiva che sbarri con severità la strada a giudizi anticipati, pregiudizi, sentimenti personali (poco importa se favorevoli o contrari), iniziando sempre da una sorta di sereno zero animico;

  • impegnarsi a non evitare o a scansare alcun paragrafo, riga o singola parola. Come quando nella concentrazione la coscienza tramortita prende altre strade, si ritorni a ritroso al punto in cui il pensiero coincideva esattamente con la lettura o si interrompa la sessione di studio;

  • infine, pagando l’inevitabile costo di una lettura lenta o lentissima o ripetuta, afferrare sempre nella coscienza il concetto corrispondente ad ogni parola o immagine, non permettendo che la parola scritta rimanga un insieme di lettere alfabetiche riconosciuto automaticamente dalla memoria. Qualora l’Io e l’anima tentino almeno di farsi carico, con determinazione, delle condizioni elencate, giungendo ad un certo piano di risultati qualitativi, possiamo completare con un secondo livello operativo (il secondo gradino dell’iniziazione rosicruciana) gli elementi di questa nota, dedicandoci alla formazione di immagini spirituali.

Come spesso abbiamo sottolineato, nei mondi interiori tutto è fluido, interpenetrato, ed è realmente possibile che in particolari momenti il pensare esercitato sul confine dei limiti corporei da una corretta ed intensa assimilazione dei temi della Scienza dello Spirito, si condensi, si animi in forma d’immagine, diafana o fortemente caratterizzata, in ogni caso non assimilabile, per i caratteri della sua natura, alle comuni immagini mentali. La tecnica particolare comunque c’è e consiste nel trasformare in immagini congrue, complete, le rappresentazioni assimilate con la lettura. È evidente come questa sia un’operazione puramente meditativa. Occorre estrarre un quadro, accurato e completo, dalla serie di concetti e rappresentazioni che hanno costituito il tema. Ripetiamo: il quadro deve risultare nella coscienza perfettamente chiaro e assolutamente completo. Ciò è essenziale. Poca importanza ha invece il tipo di immagini usate che per forza di cose saranno da principio una miscela di frammenti di ricordi sensibili riconnessi o reinventati in maniera non conforme alla razionalità delle cose viste e sperimentate dalla coscienza ordinaria. Poi, come dice il Dottore, «il resto ci verrà dato e ciò che esse [le immagini costruite] non devono avere, si dileguerà». Costruire e contemplare siffatte immagini ci educa alla formazione dell’organo immaginativo.
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Detto questo rimane da chiarire un punto importante. Non si è parlato del sentire, benché sia intrecciato nei modi piú essenziali a quanto è stato finora scritto. Questo per la ragione che esso deve risorgere quale prodotto dei concetti e delle immagini conquistate, mentre è invalsa la cattiva abitudine (del tutto naturale, specie tra gli spiritualisti) di lasciarsi andare nei propri sentimenti e di investire con essi Pensieri Universali, sovraumani, che non dovrebbero essere nemmeno sfiorati da banali e ottusi sensi personali. Prima di soffocare il mondo con la presunzione dei propri sentimenti, si valuti piuttosto la capacità di rispettare il Divino! Ricordarsi inoltre di un fatto: i sentimenti sovrapersonali che appartengono a ‘cose’ dello Spirito, possono persino essere irriconosciuti, poiché in genere non hanno relazione con ciò che all’anima è noto.
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Già all’epoca della prima edizione di Teosofia (1904), il Dott. Steiner scriveva che «il pensiero è frainteso da chi lo scambia con un dipanare vane o astratte sequele di pensieri», mentre «il pensare pieno di vita può diventare la base di tale conoscenza». Lungo un secolo l’uomo ha avuto il tempo per perdere forze e qualità che davano vita e sostanza alla sua anima, persino indebolendo il terreno su cui poggiano le due colonne del conoscere: pensiero e percezione, e ciò al punto che dall’attuale osservazione risulta un iniziale smarrimento della chiara e netta percezione del sensibile.
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La malattia nervosa e la dialettica formale dominano il Mondo, o meglio, hanno costruito intorno all’uomo un inframondo. Il fatto che in giro ci sia molta intelligenza (fenomeno di origine occulta), il fatto che questa sia stata in buona parte ghermita dalla sottonatura e distratta dall’ambito dell’anima cosciente, modifica al peggio la situazione generale. Infatti è per questo motivo che oggi piú di ieri il primitivo, lo squilibrato e il degenerato possono trafficare con stupefacente abilità tra modelli scientifici o raffinate tecnologie.
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Le Forze celate dalle immagini delle comunicazioni esoteriche giacciono inerti, attendendo il risveglio da “un pensiero pieno di vita” che le ripensi alla radice: è quindi l’uomo ad abbisognare di una urgente rettifica. In tal senso, un’ultima, straordinaria possibilità è stata offerta da Massimo Scaligero. Il percorso delle sue opere muove costantemente dalla logica adamantina del Principio, e ciò si palesa, abbagliante, proprio al pensiero che possa pensarlo senza alcuna partigianeria ma in piena autonomia interiore. Scaligero, “l’epigono dei Giusti” (come è stato chiamato da un illustre amico comune), con il suo essere e la sua opera ha ricondotto la forza umana alla sorgente della Luce Viva, per chi voglia “risalire la corrente e sanare l’antica ferita”.
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Il rischio in cui incorre chi caparbiamente rifiuti l’aiuto diretto e immisurabile dell’Individuo Assoluto o dell’“Io Sono”, a cui la forza del pensiero di Scaligero conduce senza mediazioni accomodanti, è di scambiare la Sapienza Divina per un sapere superficiale, che diviene sempre piú capace di riconoscere solo parole e frasi per pura e ripetuta assonanza formale: il fantasma cerebrale della conoscenza che trova preoccupante affinità con i processi intellettivi sino a ieri dominio legittimo dei rappresentanti piú evoluti.
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Franco Giovi

Immagine: Jacob Böhme «Theosophische Werke» Amsterdam 1682

http://www.larchetipo.com/2004/mar04/esercizi.htm

SCIENZA DELLO SPIRITO

PLATONE E IL MITO DELLA CAVERNA

Platon_Cave_Sanraedam_1604

All’inizio del settimo libro della sua Politèia, il cui titolo ormai da secoli viene tradotto con Repubblica, Platone narra il mito della caverna, uno dei più conosciuti e suggestivi. In esso Platone, esprimendosi col linguaggio simbolico e allegorico del mito –  quella allegoria che il mio amato Dante chiama “bella menzogna” – descrive un sentiero di conoscenza, che mena dalla maya sensibile, dal mondo delle cose che meramente appaiono e divengono, ma non “sono”, su verso la contemplazione di quel sovrasensibile mondo delle idee e degli archetipi, i quali non divengono bensì perennemente “sono”, e poi, ancora più in alto, sino alla contemplazione dell’Uno-Tutto, di quel Uno-Unissimo, che come idea del Bene, tutto pervade, muove e vivifica.

Per Platone non si tratta semplicemente di una “gnoseologia”, ossia di una sia pur interessante “teoria della conoscenza”, bensì – in maniera identica alle opere “filosofiche”, o meglio “filosofali”, di Rudolf Steiner come le Opere scientifiche di Goethe, la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, o Verità e scienza, la Filosofia della Libertà, la Concezione goethiana del mondo, ed altre dello stesso genere – di un’Ascesi che richiede ardore, slancio, tenacia e dedizione estrema. Una tale ardente Ascesi conduce dantescamente dalla “selva selvaggia” e dalla “diserta piaggia”, attraverso un “cammino alto e silvestro”, alla mirabile visione, ossia a contemplare quella “giustizia senza schermi”, che è il Bene di Platone, ovvero quel “Amor che muove il Sole e l’altre stelle”. Strumento di una tale Ascesi è, naturalmente il pensiero – che come afferma Hegel, “fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, divenga spirito”, e suo strumento è – lo ripeteremo sino a sgolarci – la Concentrazione, il cui calor cogitationis, è un “fuoco”, che, come afferma Aristotele, “ha il suo luogo naturale in Alto”, ed è dunque strumento dell’ascesa. L’immagine, particolarmente bella, che propongo alla intelligente considerazione del lettore è del pittore neerlandese Jan Pietersz Saenredam (Zaandam, 1565-1607),  che la incise nel 1604, anno fatidico per il movimento rosicruciano del tardo Rinascimento, intitolandola Antrum Platonicum.

In questo mirabile dialogo platonico, Socrate, vero filosofo, ossia “amante di Sophia”, ritiene che colui ha contemplato la Verità nel sovrasensibile, iperuranio, mondo delle idee e degli archetipi creatori debba tornare – a rischio della propria vita – fra gli uomini, per liberarli dalle catene della conoscenza illusoria del mondo sensibile. E Socrate affrontò con tragica serietà la sua missione sacrale di indicatore della vera Sapienza, e affrontò coraggiosamente il martirio, per testimoniare che l’uomo deve “seguir virtute e conoscenza”. In questo dialogo, Socrate ha come suo interlocutore l’amico Glaucone.

 * * *

[514 a] – In séguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sì da dover restare fermi e da [b] poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini.

– Vedo, rispose.

– Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti [c] di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre [515 a] figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono.

– Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri.

– Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?

– E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il [b] capo per tutta la vita?

– E per gli oggetti trasportati non è lo stesso?

– Sicuramente.

– Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni?

– Per forza.

– E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa?

– Io no, per Zeus!, [c] rispose.

– Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali.

– Per forza, ammise.

 – Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che cosí facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di [d] scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo piú vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi piú essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe piú vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso?

– Certo, rispose.

   [e] – E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente piú chiari di quelli che gli fossero mostrati?

– È cosí, rispose. – Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lí a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe [516 a] di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere.

– Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso.

– Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, [b] potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso piú facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole.

 – Come no?

– Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria.

– Per forza, disse.

– Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere [c] causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano.

 – È chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà così.

– E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro?

– Certo.

– Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi fosse piú acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e piú [d] rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo?

– Cosí penso anch’io, rispose; [e] accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo.

– Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole?

– Sí, certo, rispose.

– E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima [517 a] che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?

– Certamente, rispose. […] 

(Platone, Opere, vol. II, Laterza, Bari, 1967, pagg. 339-342) 

* * * 

Come dice Socrate a Glaucone, questi strani prigionieri somigliano in tutto e per tutto a noi, e noi, suoi lontani discendenti, potremmo aggiungere che essi ancor più assomigliano all’uomo attuale, il cui pensiero razionalistico e astratto, o psichico, sentimentale e istintivo, è prigioniero della natura corporea, avvinto da bronzee catene nell’oscurissimo antro cerebrale.

Questo pensiero esangue è in uno stato cadaverico, esanime, ma all’attuale uomo, colto o incolto che sia, la cosa non suscita né sofferenza – anche se è all’origine di tutto il suo affannato soffrire – né problemi, ch’egli non si pone. Egli non conosce altro pensiero, non lo concepisce, e neppure sospetta che il suo pensare possa partorire qualcosa di diverso da quei morti aborti che sono i suoi esangui e pallidi pensieri. Crede che i suoi pensieri siano solo i riflessi delle sue percezioni sensorie, che ritiene essere realissime. Ma Rudolf Steiner ammonisce che: pensieri degli uomini sono ombre, mentre i pensieri degli Dèi sono esseri viventi. Inoltre, le sue “realissime” percezioni sensibili non sono che ombre esse stesse, pallido riflesso delle idee o archetipi viventi del Mondo Spirituale. Per cui i suoi esangui pensieri riflessi, essendo pallidissime ombre delle soggettive sue percezioni, ombre esse stesse, da lui scambiate per verace e consistente “realtà”, vengono ad essere ombre di ombre: stravolgimenti di una inconsistente irrealtà. Beh, se questa è – come effettivamente è – la “conoscenza” dell’orgogliosissimo uomo razionale moderno, una tale “conoscenza”, annaspante tra le ombre, è cosa miseruccia e vile assai!

Un ben difficile còmpito si pone colui che voglia restituir la VITA a un tale smorto, cadaverico, pensare. A lui si prospetta una risalita su una ripida e aspra china: risalita che scoraggia molti, anzi i più, i quali trovano preferibile rinunciare a cotal tanto faticosa ascesa, e permanere, vilmente e comodamente, nella condizione di prigionia. Le catene, se uno resta immobile, non implicano faticoso sforzo, mentre il lottare per liberarsi dalle catene è sicuramente faccenda faticosa e dolorosa. Comodità e viltà suggeriscono che un tale lottare è inutile, ed anche pericoloso, e che la condizione di prigionia sia l’unica concessa all’uomo, che sia “follia”, “presunzione superuomistica”, “prometeica” aspirare ad una libertà, la quale sarebbe solo “patologica fantasia” ed “evasione”. Una tale concezione avvilente – proprio nel senso che rende l’uomo vile – tuttalpiù si pone il problema di come render piacevole e meno monotona la prigionia, di come eccellere sugli altri prigionieri dimostrando una più raffinata “conoscenza” intellettuale delle ombre sensibili, dichiarate queste esser l’unica realtà. A rendere sopportabile la condizione degli incatenati, e per i meno fortunati – per quelli che non “eccellono” – vi sono le “consolazioni” della religiosità sentimentale, della moralità “virtuosa”, del buonismo, dell’attivismo sociale e politico, dei magismi rituali, del misticismo, della cultura, della psicanalisi, e financo di un fallace “esoterismo” facente appello alle morbide “vie dell’anima”.

Per coloro che, invece, hanno sete d’incondizionato, per coloro nei quali sorge dal profondo – come dice Rudolf Steiner – un “urlo interiore”, si apre una Via eroica, indubbiamente “aspre e forte”, faticosa: la Via della resurrezione del Conoscere dal cadavere del morto pensare, l’impresa della realizzazione del Pensiero Vivente, del Pensiero Folgore. Mentre gli incatenati giungono all’abiezione di amare la tenebra che li avvolge, a temere di abbandonarla, innamorati come sono della loro prigione, i coraggiosi osano tentare la via dell’Altezza, e temerariamente abbandonano il vile giaciglio e le catene, delle quali i loro compagni sono innamorati. E gli Dèi amano tali audaci e li soccorrono nella loro temeraria impresa: gli ostacoli e le prove, che con generosità essi disseminano sul loro cammino verso l’l’Altezza e la Luce, li liberano dal morto cascame che si portano addosso e li fortificano nella volontà e nella capacità di mirare l’inesprimibile, abbagliante, Luce.

Strumento aureo di una tale ascesa – di tale Ascesi – è il Rito della conversione del pensiero nella sua originaria Luce: la Concentrazione, che è l’esercizio del neofita principiante, del praticante avanzato, dell’Iniziato. Ad ogni stadio del cammino ascendente, la Concentrazione rivela più vasti e più profondi livelli, talché non si finisce mai di apprenderla, poiché è un aprirsi all’Infinito. E chi giunga alla liberazione del pensiero dalla prigionia somatica – e tutti possono giungervi, se veramente lo vogliono – contempla non più le ombre illudenti e sempre deludenti di un inafferrabile esistere, sempre roso dal veleno della brama, della paura e dell’avversione, MA l’Essere puro, le “cose che sono e non divengono”. Una tale Conoscenza è fonte inesauribile della Gioia, del Coraggio, della Generosità.

Ancora più audace e veramente eroico è, poi, chi, una volta conquistata e realizzata la Conoscenza, ha la generosa temerarietà di voler nuovamente ridiscendere nell’oscurissimo antro, ove ancora giacciono, incatenati, i suoi antichi compagni di prigionia, per tentare di liberarli dalle catene che li avvincono alla loro avvilente e abietta condizione. Egli vuole liberarli dalle catene somatiche, dissolvere il cupo “realismo” che fa sì ch’essi credano vere le ombre che li illudono. Impresa temeraria la sua, perché sovente gli ottenebrati temono e odiano la Luce, e ritengono pericolosa illusione la Verità liberatrice, che l’audace conquistatore della Luce vuole portare loro. Essi temono perdere le loro catene e sono innamorati dei veleni della brama, della paura, dell’avversione che li intossicano, veleni che temono perdere. Facilmente temeranno e odieranno, come sagacemente ammonisce Platone, colui che vorrà liberarli dalle amate catene, dai bramati veleni, e cercheranno di metterlo in condizione di “non nuocere”, talvolta addirittura di ucciderlo. La storia dell’umanità offre numerosi esempi di tali martiri. Ma, come affermava coraggiosamente Arturo Reghini, “i Sapienti si preoccupano di come vive l’anima, e non di come muore il corpo”, che è solo una transitoria ombra.

Infinita gratitudine dobbiamo, quindi, a Maestri spirituali come Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero, i quali ci hanno indicato La Via eroica della Conoscenza, quel platonismo magico – autentico idealismo magico – che è la Via del Pensiero Vivente, l’aurea Via Regia della liberazione del pensiero.

Questi pensieri mi sono sorti nell’anima nel 36° anniversario del disciogliersi di Massimo Scaligero dall’apparire sensibile, nel ricordo delle parole incitatrici e liberatrici ch’Egli rivolse ad alcuni di noi la sera della vigilia, parole che restano – a lettere di fuoco nella mia anima – come pegno di fedeltà alla Via ch’Egli volle donare a tutti noi.

Hugo de’ Paganis

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

UN "ACCORDO" DI MASSIMO SCALIGERO

Cari lettori di Eco, rimaniamo sulla scia de L’Archetipo di questo mese di febbraio proponendo la lettura di uno dei suoi articoli.

Anni fa un antroposofo si cimentò in quella che voleva essere una critica sapiente del linguaggio di Massimo Scaligero: critica che venne presentata e sviluppata in una piattaforma del web.

Egli prese come campione, secondo lui molto rappresentativo, uno dei tanti “accordi” di Scaligero, ponendo l’indice contro il romantico, antiquato, pomposo e ridondante linguaggio che l’Iniziato usava per questo tipo di scritti, tra l’altro privati, in quanto lettere destinate a un discepolo.

Dei contenuti poco o nulla si interessò questo antroposofo, così come ignorò volutamente l’importante Opera di Massimo Scaligero, composta da testi – a dir poco – non suscettibili affatto di essere considerati semplice espressione o esercitazione di forma, di mera e stucchevole retorica, ma piuttosto esemplari di rari apici dialettici al servizio totale di alti contenuti scientifico spirituali assolutamente conformi al pensiero centrale di Rudolf Steiner, pensiero che in tali testi viene altresì sviluppato.

C’è anche da sottolineare che, all’opposto, ma forse più comprensibilmente, molti lettori, per lo più giovani, al primo approccio di lettura dell’opera di Scaligero, hanno giudicato il linguaggio dei suoi maggiori testi di difficile e oscura interpretazione, un muro ritenuto invalicabile, o quantomeno scoraggiante.

Tra questi due opposti giudizi “assoluti” rimane un vuoto, che questi opinionisti non hanno riempito.

Sappiamo molto bene che questa epoca moderna ha abituato l’uomo a trovare esposti concetti pronti e di immediata e facile assimilazione. Cosa può significare ciò per chi desidera di intraprendere la Via indicata dal Dottore dovrebbe esser chiaro: attivare il proprio Sè in primis. Svelare e risvegliare il Chi, colui che viene riconosciuto, che “agisce”, che non è passivo, e non il ricadere e ripetere ad oltranza l’esperienza delle emozioni, dei sentimenti e degli istinti che possano spingere, ritenuti motori primi, a temporanei comportamenti di fratellanza e “amore incondizionato”, ossia proprio tutto ciò che l’antroposofo ha voluto lasciarsi dietro da precedenti e insoddisfacenti militanze cattoliche o simili.

Sappiamo anche molto bene a cosa si è ridotta certa Antroposofia, a bearsi cioè di narrazioni e descrizioni, e a dimenticare, ad ignorare, a mancare di cercare l’esperienza del potente contenuto di “Filosofia della libertà”, un testo, quest’ultimo, divenuto semplice oggetto di conversazione in ritrovi, conferenze e riunioni, per poter illudersi, o ostentare una equivoca aurea di devoto alla Via.

Noi semplicemente proponiamo la lettura dell’ultimo “Accordo” pubblicato nella storica rivista antroposofica “L’Archetipo”, e insistiamo anche noi, assolutamente senza temere di lasciare in ombra libri come, ad esempio, “La logica contro l’uomo”. 

Noi crediamo semplicemente che, chi volesse cimentarsi seriamente nella critica al linguaggio di un autore scientifico spirituale come Massimo Scaligero, previamente si periterà di leggerne con attenzione e obiettività tutta l’opera, e non solo le sue lettere a discepoli. Non sarebbe nemmeno opportuno dimenticare che Scaligero possedeva talento poetico, ha infatti composto delle poesie. Con tutto ciò, anche ascoltando le registrazioni delle sue conferenze, leggendone le trascizioni, e unendo alla fine il tutto, si potrà con evidenza constatare e convenire tutti che Scaligero sapeva bene quando e come usare un determinato linguaggio.

Invito Isidoro, Hugo, tutti i collaboratori di Eco, anche i nostri i nostri utenti, se lo desiderano e riterranno utile, a dire la loro sia su questo “Accordo” di Massimo Scaligero, sia su altro che possa essere ritenuto utile in merito agli argomenti accennati.

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VINCERE LA MORTE

“Intensa esigenza di purificazione, di indipendenza dalla sfera degli istinti, perché sia alleviato il male generale del mondo, perché subisca l’impeto della luce dissolutrice e chiarificatrice. Sono ogni momento poste le cause possenti di un mondo in cui non sia possibile sopraffazione da parte del mondo infero.

Questo combattere è un esercizio di lucidezza della coscienza, perché là dove c’è sforzo c’è aderenza all’Ostacolo: questa aderenza deve essere dissolta: quindi è un combattere per cessare di combattere, cioè per vincere realmente.

Il Calore-Luce può rinascere spiritualmente sulla Terra, come forza individuale d’Amore, grazie al processo d’incarnazione del Christo. Egli ha dovuto debellare la Morte, ma prima assumerne la forza, perché come forza stimolatrice della vita fosse trasmessa agli uomini. Da allora ciascuno si avvicina alla Morte per vincere: il Christo ha assunto la Morte a parte hominis: poteva sgominarla dalla zona divina, ma cosí sarebbe stata sempre sopraffattrice dell’uomo. È questo il senso di ogni sfiorare l’esaurimento della vita, la Morte!

La potenza dell’ekagrata supera ogni contraddizione, ritrova il livello del perfetto “risveglio”, superato il livello dell’addormentamento normale. Ekagrata impetuoso, scattante, energico, continuo: è necessario perché il mondo della bontà s’inveri e l’Amore trionfi sulla Terra. Perciò una grande purezza attraversata da una grande concentrazione. E questa concentrazione ritrovi la confidenza mirabile con il Logos, il segreto della perennità, della assoluta fedeltà all’Opera.

Assorti nel Logos e nel suo opus terrestre, la fraternità umana può iniziare ad affermarsi sulla Terra, ma necèssita di una donazione assoluta priva di attaccamento egoico, cosí che l’uomo abbia la luce e la gioia del Christo, e la Terra divenga una contrada santa, un luogo di Resurrezione delle forze: il luogo della Pentecoste.

È tutto da meritare, con un lungo e sacrificale operare: con l’ala della intuizione pura che arde il male del mondo e lo restituisce luce creatrice.

Volontà solare, offerta al Christo: il massimo del coraggio, per il Logos vittorioso sulla Terra: l’assoluta purità, l’assoluta forza, l’as­soluta audacia della conoscenza, per servire il Christo. Questo è il còmpito che rende necessario l’accordo piú alto dell’anima, cosí che essa riconosca il sentiero del San Graal, come la direzione già assunta sin dal­l’inizio.”

 

Massimo Scaligero

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SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – FEBBRAIO 2016

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

GIOVANNI COLAZZA, L’ASCETA ADAMANTINO

Giovanni Colazza

Per motivi anagrafici (infatti incontrai la Scienza dello Spirito nel 1969: 16 anni dopo la sua scomparsa) non ho potuto conoscere personalmente Giovanni Colazza, ma considero uno tra i più grandi doni della mia vita – veramente un dono dei Numi e del Cielo – l’aver ancora potuto fare a tempo ad incontrare, alla fine della mia adolescenza e nella mia giovinezza (avevo allora 19-20 anni), una serie di persone che conobbero bene Giovanni Colazza, le quali me ne parlarono diffusamente. Da parte mia, ho cercato di conservare fedelmente nella memoria del cuore quanto queste persone – amicizie tra le più care – vollero donarmi coi loro racconti, con le loro descrizioni, con la comunicazione delle loro vivaci impressioni interiori. Di quelle persone oggi, dopo oltre 46 anni dal mio primo incontro con la Scienza dello Spirito, sono rimaste viventi – credo – solo tre amiche, M.G.M., S.B. e T.V., oramai molto anziane.

La prima persona che mi parlò di Giovanni Colazza fu, naturalmente, Massimo Scaligero, e lo fece sin dai nostri primissimi incontri. Egli aveva nei confronti di Giovanni Colazza una venerazione sconfinata. Lo stimava come personalità estremamente salda, di grandissima forza interiore, e lo stimava ancor più come asceta, come strenuo praticante spirituale ed eccezionale sperimentatore dell’occulto, come fedele discepolo di Rudolf Steiner.

Giovanni Colazza ricercò ed incontrò la Scienza dello Spirito – prima sotto il nome di Teosofia e poi sotto quello di Antroposofia – sin dalle sue primissime manifestazioni in Italia. Egli fu una di quelle personalità che posero il Sentiero della Conoscenza, ossia lo studio meditativo e rituale delle opere di Rudolf Steiner, nonché l’intensa e ininterrotta pratica degli esercizi, al centro della propria vita, e si sforzò altresì sempre, instancabilmente, di orientare i seri ricercatori spirituali nella stessa direzione.

Egli nacque a Roma, il 9 agosto 1877, in una famiglia romana di alto livello sociale, dalla quale uscirono molti distinti professionisti e persino varie personalità ecclesiastiche. L’educazione che la famiglia avrebbe voluto impartirgli, era rigorosamente cattolica, ma essa evidentemente doveva stargli alquanto stretta, visto che già da adolescente egli si rivolse con passione alla ricerca occulta assieme al giovane Giovanni Amendola, del quale rimase intimamente amico sino alla tragica morte di questi. Dopo la maturità, si iscrisse alla Facoltà di Medicina e sostenne l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione nel 1902.

Esercitò, con dedizione e grande professionalità, l’arte medica per tutta la vita. Per la sua alta preparazione e la sua abilità diagnostica e terapeutica, divenne rapidamente il medico della comunità internazionale, residente a Roma, e in particolare delle ambasciate, favorito in ciò anche dalle sue molteplici competenze linguistiche: ho lettere sue in inglese, in francese e in tedesco. Fu altresì il medico dell’aristocrazia romana, anche a livello dell’allora Casa Reale, ma si dedicò con grande amore anche a persone semplici e sprovvedute di mezzi economici, ch’egli curava sempre gratuitamente. Il suo amico e discepolo, il grande orientalista Enrico Pappacena, che fu membro del Gruppo Novalis, nel suo libro Di alcuni cultori della Scienza dello Spirito, Bari, 1971, riferisce come Giovanni Colazza curasse gratuitamente bambini poveri, ospitandoli anche a lungo nella sua casa romana sino alla loro completa guarigione. La sua presenza aveva un aspetto imponente e severo, che a molti poteva mettere soggezione, e a taluni persino incutere timore, ma è testimoniato da Enrico Pappacena e da altri come i bambini avessero nei suoi confronti una forma di spontanea fiducia e di gioiosa confidenza. Molti hanno testimoniato circa le sue celate, ma potenti, forze del cuore.

L’incontro con il movimento teosofico avvenne presto, nella sua gioventù, sin dalla ufficiale costituzione della Sezione Italiana della Società Teosofica, nel 1902, nella quale conobbe personalità di rilievo come Isabel Cooper-Oackley, Alfred Meebold (divenuto anche lui, in seguito, dopo una iniziale opposizione, discepolo di Rudolf Steiner) e Arturo Reghini. Ma, soprattutto, negli ambienti teosofici, egli incontrò la giovane aristocratica russa, di origine tedesco-baltica, Marie von Sivers, divenuta poi Marie Steiner, allora residente in Italia, a Bologna, con la quale rimase in stretta amicizia per tutta la vita. I limiti evidenti del movimento teosofico, allora di impostazione blavatskiana e besantiana, non lo soddisfacevano nella sua ricerca del Logos. Formò allora un autonomo gruppo di studio, che si dedicò con alacrità allo studio del Vangelo di Giovanni, non nel senso confessionale, bensì in senso iniziatico e sapienziale. Fu Marie Steiner ad introdurlo alla conoscenza del pensiero di Rudolf Steiner. Fu lei che lo presentò personalmente a Rudolf Steiner nel 1909, in occasione del primo ciclo di conferenze romano del Dottore, organizzato a Palazzo del Drago nel marzo di quel anno dalla nobildonna bolognese Angelica Spada Veralli, dei Principi Potenziani, divenuta, attraverso il matrimonio con Don Ferdinando, principessa del Drago, e nota familiarmente negli ambienti antroposofici col nome di principessa “Elika” (diminutivo di Angelica) d’Antuni del Drago. A questo proposito, voglio riportare quanto scrisse Mario Viezzoli, discepolo fedele di Rudolf Steiner e successore di Giovanni Colazza nella direzione del Gruppo Novalis. Nella sua commemorazione del 13 marzo 1953, In memoria del Dott. Giovanni Colazza, Mario Viezzoli così lo rievoca:

«Pochi giorni prima di morire, [Giovanni Colazza] disse con vera gioia ad una vecchia amica antroposofa: “Sa, in questi giorni ho compiuto cinquant’anni di Antroposofia!”. Già da questo si comprende come il nostro Amico avesse fatto dell’Antroposofia, per mezzo secolo, il massimo interesse della Sua vita, la quale fu perciò strettamente intrecciata allo sviluppo del Movimento Antroposofico in Italia.

Aveva avuto un profondo rapporto di amicizia con la Sig.na Maria von Sivers, ancora quale esponente della Società Teosofica, e fu Lei a presentarlo a Rudolf Steiner. L’incontro, quanto mai interessante, avvenne in Roma. Una personalità che pure seguiva allora il movimento teosofico e che in seguito divenne un esponente molto ragguardevole dell’Antroposofia nel mondo [n.d.HdP.: si trattava, come mi disse personalmente Massimo Scaligero, e come mi confermarono in seguito altre fonti e mie ricerche personali, proprio di Alfred Meebold], aveva avvertito il Dott. Colazza di diffidare di R. Steiner, per cui al primo incontro il Dr. Colazza fu piuttosto riservato e non si sentì di aderire subito. Più tardi raccontò, però, che, prima ancora di vedere fisicamente R. Steiner, avendo voltate le spalle, aveva avvertito intorno a lui la presenza di una forza eccezionale. R. Steiner, con molta cortesia, diede al Dr. Colazza il libro “Iniziazione” (Wie erlangt man ecc.). Colazza si diede subito a quello studio e, appena letto il libro, riconobbe il Maestro e divenne Suo discepolo. Da allora incominciò il Suo instancabile lavoro antroposofico.

Rudolf Steiner ebbe a dire di Lui che Egli non lo conosceva, ma che gli era stato indicato dal Mondo Spirituale. Per iniziativa del Dr. Colazza venne fondato in Roma il Gruppo Novalis, per il quale R. Steiner diede una speciale meditazione, considerandolo come un Suo figlio prediletto. Ogni anno il Dr. Colazza prendeva contatto con R. Steiner e con la Sig.a Steiner. Egli fu a Monaco ove prese parte alla prima Scuola Esoterica di Rudolf Steiner e assistette alla rappresentazione del primo Mistero. Ci teneva a rendere testimonianza oggettiva della considerazione altissima in cui R. Steiner teneva Marie von Sivers nell’ambito della Scuola, ove figurava sempre “ad laterem” del Maestro».

In effetti, risale a quel periodo la nascita del Gruppo Novalis affidato da Rudolf Steiner alla guida di Giovanni Colazza. Michele Beraldo in un suo studio, Il movimento antroposofico italiano durante il regime fascista, apparso alle nella rivista  del Dipartimento di Storia, Culture, Religioni della “Sapienza”-Università degli Studi di Roma, Dimensioni e problemi della ricerca storica, anno 2002, n.1, pp. 145-180, così scrive nel capitolo 2,  Il sorgere del movimento antroposofico in Italia e il suo radicarsi nella cultura esoterica degli anni Venti, pp.146-147:

«La diffusione in Italia dell’antroposofia è da farsi risalire all’anno 1909, allorché Rudolf Steiner, che in quel periodo non aveva ancora lasciato la Società teosofica tedesca di cui era a capo, visitò l’Italia sostando a Roma dal 25 marzo al 2 aprile, dove tenne presumibilmente otto conferenze su invito di Elika del Drago, principessa d’Antuni. Esse si svolsero in palazzo del Drago, eccetto quella del 29 marzo e del 2 aprile che tenne nella nuova sede del Gruppo “Roma”, in via Gregoriana 5, affiliato alla Lega teosofica Indipendente di Decio Calvari.

A Roma Rudolf Steiner ebbe modo di incontrare la personalità che più di altre avrebbe contribuito alla diffusione dell’Antroposofia in Italia: il medico chirurgo Giovanni Romano Colazza, già massone e vicepresidente del gruppo teosofico Roma, conferenziere apprezzato ed estensore di alcuni articoli comparsi sulla rivista antipositivista e di ispirazione teosofica la “Nuova Parola”, alla quale collaborava il suo intimo amico e compagno di classe Giovanni Amendola. A seguito dell’incontro con Rudolf Steiner, Colazza si convinse della necessità di una diversificazione tra teosofia orientale e occidentale, confusione invece su cui si fondava il pensiero della presidente della società, Annie Besant. Con una conferenza intitolata La respirazione e l’occultismo, tenuta nella sede del gruppo Roma nell’aprile del 1910 (nello stesso mese Steiner fece nuovamente quattro conferenze: tre a palazzo del Drago dalla principessa d’Antuni e una presso la sede del gruppo teosofico della Lega indipendente), Giovanni Colazza rafforzò i concetti espressi da Steiner, sconsigliando l’applicazione di forme orientali di meditazione in chi vive entro organismi fisici non più adattabili alle antiche correnti spirituali e inseriti in un tessuto sociale, quello occidentale, assai diverso, per forma e costituzione, da quello orientale: «Il voler applicare esclusivamente i metodi indiani nel nostro tempo e alla nostra razza, significa non tener conto né dell’evoluzione che ha modificato considerevolmente la possibilità del nostro organismo, né delle nuove correnti spirituali immesse nel mondo».

Gli incontri romani in casa della principessa del Drago portarono alla fondazione di un gruppo di studio riservato a coloro che intendevano aderire alla visione steineriana del mondo anche in Italia. Fu Steiner stesso, nel frattempo uscito definitivamente dalla Società teosofica e dimessosi dall’incarico di presidente per la Germania, ad incaricare Giovanni Colazza di condurre il primo gruppo di studi italiano di antroposofia che chiamò “Novalis”, tuttora operante in Roma».  

Giovanni Colazza e Giovanni Amendola, amici sin dall’adolescenza, ebbero percorsi spirituali e umani, che s’incrociarono, si confrontarono, e si influenzarono a vicenda più volte. Ebbero, nell’adolescenza, una comune ricerca spirituale e «magica» (la quale peraltro preoccupò moltissimo la madre del giovane Amendola), poi, nella giovinezza, ebbero in comune la partecipazione alla Società Teosofica e alle vie orientali, la ricerca della iniziazione massonica.  Il 24 maggio 1905, Giovanni Amendola viene iniziato alla massoneria di Palazzo Giustiniani, nella Loggia Giandomenico Romagnosi all’Oriente di Roma, ed è altresì documentato che Giovanni Colazza venne “iniziato”, nel 1905, apprendista libero muratore nella Loggia Roma, sempre all’Oriente di Roma, nella quale nel 1906 venne “passato” compagno d’arte, e probabilmente, nel 1907, “elevato” maestro massone, ma di quest’ultimo evento manca la documentazione, probabilmente andata dispersa durante le persecuzioni subite dall’Ordine massonico durante il fascismo. Comunque, già nel 1908, sia Amendola che Colazza si erano “posti in sonno”, probabilmente per il disinteresse che dimostravano la maggior parte dei massoni – sia pure con alcune importanti eccezioni  –  per l’autentica ricerca spirituale, e per la scissione dilacerante che si verificò nel 1908 tra la massoneria del “Grande Oriente” di “Palazzo Giustiniani” e quella della “Gran Loggia d’Italia” di “Piazza del Gesù”, scissione – che ebbe motivazioni politiche, e confessionali, niente affatto spirituali – che allontanò, disgustati, molti spiritualisti dalla massoneria. Entrambi parteciparono come volontari e ufficiali alla Prima Guerra Mondiale, nella quale Giovanni Amendola raggiunse il grado di capitano, mentre lo stesso Colazza fu ufficiale medico. Alcuni membri del Gruppo Novalis di Roma, tra i quali Romolo Benvenuti – il quale diresse il Gruppo Novalis per oltre mezzo secolo –  mi parlarono di una documentata frequentazione di Giovanni Amendola alle riunioni del “Novalis”.

L’importanza del Gruppo Novalis sta nel fatto che questo venne “fondato” ritualmente – in tedesco, il termine usato è eingeweiht che alla lettera significa “consacrato”, “iniziato”, mentre Einweihung, oltre ai significati di “inaugurazione”, “consacrazione”, ha proprio il significato di “Iniziazione” – personalmente da Rudolf Steiner, e da lui affidato ad una personalità spiritualmente eccezionale come Giovanni Colazza, al quale affidò pure la direzione del movimento antroposofico in Italia. Dietro l’apparenza esteriore e storica del “Novalis” è celata una profonda realtà spirituale, non facile da investigare, realtà spirituale riguardante la missione e i destini della nostra Italia, e i còmpiti della corrente spirituale rosicruciana e graalica, di cui furono portatori nel nostro paese Giovanni Colazza e Massimo Scaligero, e che tanti attacchi da non pochi anni sta subendo “fuori e dentro la cittadella”. La dedizione di Giovanni Colazza a questa opera di direzione del “Novalis”, e di orientamento dei suoi membri sulla via dell’Iniziazione, fu esemplare, instancabile e coraggiosa.

Un’antroposofa inglese, nata a Trieste, Miss Dora Baker, “Dorie”, prima grande amica e poi decisa avversaria di Giovanni Colazza, mi testimoniò, in una serie di colloqui avuti con lei a Dornach nel 1979, la sacrificale dedizione, il rigore e il grande coraggio di Giovanni Colazza, il quale “non interruppe mai le riunioni del Gruppo Novalis: né allorché il governo fascista sciolse la Società Antroposofica, e neppure durante la seconda guerra mondiale, quando Roma era sotto l’occupazione tedesca e i bombardamenti alleati”. Miss Dora Baker ammirava moltissimo Giovanni Colazza, mi raccontava che quando era di passaggio a Roma era sempre ospite a casa sua, e rimpiangeva molto la rottura dell’amicizia tra loro, causata dallo schierarsi apertamente di Colazza, in maniera coraggiosa e leale, in difesa di Marie Steiner durante la vergognosa persecuzione – attuata con metodi che la stessa Marie Steiner ebbe a definire “da gangsters” – che la fedele compagna e stretta collaboratrice di Rudolf Steiner ebbe a subire da parte di Albert Steffen e dei suoi famuli, del quale la Baker era invece seguace fanaticissima. Essendo la sua la testimonianza favorevole di un’avversaria, essa ha per me una paradossale, particolarmente rilevante, importanza.

Naturalmente, per me – ma non solo per me – ha il massimo valore la testimonianza di Massimo Scaligero, sia per quello che oralmente riferì nei suoi incontri a me e ad altri, sia per quello ch’egli scrisse in Dallo Yoga alla Rosacroce, dove per esempio, alle pp. 85-86, scrive:

«Secondo la testimonianza di Olga de Grünewald, Giovanni Colazza non solo era il discepolo più caro a Rudolf Steiner, ma la figura più elevata dopo di lui. La de Grünewald, sin dall’infanzia amica di Maria von Sivers – che doveva divenire più tardi moglie dello Steiner – era discepola strettamente connessa con il «Dottore». La testimonianza di lei è fondamentale: ella mi narrava che la evidente fiducia di Steiner in Colazza, suscitava a questi non poche invidie, perché la sua figura non rispondeva al cliché del discepolo compìto, dotato della conformità richiesta, onde giungevano a Dornach contro di lui accuse di vario genere: che perseguiva lo Yoga e la Magia, che non brillava per regolarità organizzativa, ecc., ma soprattutto si consentiva un tipo non platonico di relazioni femminili. Coloro che lo accusavano, si aspettavano di vederlo escludere dalla cerchia intima del Dottore: perciò rimanevano sconcertati ogni volta che, recandosi Colazza a Dornach a visitare lo Steiner, questi, allorché lo vedeva lo accoglieva con gioia, come qualcuno a cui tenesse in particolare. Ciò naturalmente accresceva la serie delle ostilità nei confronti di Colazza».

E poco più oltre – con espressioni che confermano le parole, da noi sopra citate, scritte nella sua commemorazione di Colazza da Mario Viezzoli, parole confermate pure da Enrico Pappacena a p. 188 del suo libro più sopra citato – Massimo Scaligero aggiunge, alle pp. 86-87, che:

«Secondo la citata testimonianza della de Grünewald, lo Steiner sarebbe venuto in Italia (1911) a conoscere Colazza, perché “gli era stato indicato dal Mondo Spirituale”. Mediante elementi derivantimi dai colloqui personali con Colazza, da mie dirette esperienze estradialettiche […] potei accertare che lo Steiner era venuto in Italia, tra l’altro, per incontrare Colazza, previa conoscenza del grado della sua personalità, in previsione di un’opera da compiere, in senso rituale e trascendente, con un ristretto numero di discepoli esotericamente qualificati. L’opera avrebbe avuto simultaneamente funzione cosmica, umana e storica, epperò si sarebbe svolta grazie al concorso di Guide invisibili e visibili dell’umanità, in una città dell’Europa Centrale.

Doveva essere il compimento di un rito, la cui entelécheia, necessaria al fatidico momento della storia umana, esigeva dai discepoli partecipi un trascendimento assoluto dell’elemento umano epperò un atto di coraggio per superare la Soglia del Mondo Spirituale e stabilire un incontro là dove è istaurabile, come veicolo di visione, la pax profunda».  

Di assoluta importanza – da quel che personalmente mi disse Massimo Scaligero – è il fatto che Giovanni Colazza conoscesse in profondità, coltivasse e praticasse con tutto se stesso il “filone aureo” della Scienza dello Spirito, ossia la Via del Pensiero Vivente. Al di là di quello ch’egli donava all’interno della cerchia strettamente antroposofica, nella quale necessariamente egli si adattava nel linguaggio e nella donazione della Scienza dello Spirito al livello, molto vario peraltro, di coloro che lo ascoltavano, come del resto aveva dovuto fare lo stesso Rudolf Steiner, al centro della sua ricerca spirituale vi era per lui la Concentrazione: il Rito sacro e iniziatico della resurrezione del Pensiero Vivente. Ed è Massimo Scaligero stesso che testimonia la centralità della Via del Pensiero nella vita interiore di Colazza. Infatti, sempre nella stessa opera, così scrive a p. 88:

«In uno dei primi colloqui avuti con lui, dopo l’avvenuta conoscenza grazie ad Evola, ebbi a dirgli, parlando di me – con la determinazione di comunicargli soprattutto ciò che ritenevo una mia vocazione personale, probabilmente esigente rettificazione – che ero portato al Sovrasensibile per via di rituale ascesi noetica, secondo una interna conversione del pensiero nella propria luce. Ricordo che Colazza ebbe un momento di gioia e mi disse: “Ma questa è la via”!».  

Questo per rispondere con assoluta chiarezza, – una volta di più – a coloro che “all’interno della cittadella” cercano, abilmente o rozzamente, di attuare – sotto le morbide, illudenti e per taluni molto seducenti, “vie dell’anima” – quel esiziale “trasbordo ideologico inavvertito” che, pedetemptim, come dicevano i sapienti Latini, ossia passettino dopo passettino, gradualmente, senza scosse traumatiche, porta illusi, ipnotizzati, pigri, opportunisti, sentimentali e sciocchi, prima ad esser divorati dalle ampie fauci ed infine ad esser totalmente digeriti dal capace stomaco della nota Potenza Straniera d’Oltretevere, la quale – come disse Benedetto Croce (una delle pochissime cose giuste da lui asserite nella vita) – è “uno stomaco che può digerire tutto!”. Infatti, essa fagocita e digerisce benissimo tutto ciò ghermisce: liturgie indifferentemente cristiane o pagane, esoterismi, occultismi, magismi, massonismi, pratiche yoghiche, zen, taoiste e orientali in genere, misticismi, afflati socialitari o “aristocraticamente” reazionari, dottrine teosofiche e antroposofiche comprese. Ma non la Via del Pensiero, non la Concentrazione, contro le quali da essa viene tentata un’azione di distruzione totale! Il benevolo lettore è pregato di credere che chi fa queste affermazioni sa bene quel che dice, e potrebbe agevolmente documentare ogni affermazione che scrive.

Contro la Via del Pensiero – all’interno della “cittadella” – è stato tentato di tutto: dagli attacchi rozzamente brutali a quelli – more jesuitico – più abilmente insinuanti, raffinatamente edulcorati o stucchevolmente sentimentali. Per esempio, ai giovani praticanti della mia città, fu detto per attaccare la centralità della Via del Pensiero e distoglierli dall’intensa ascesi individuale della Concentrazione, alla quale essi venivano instancabilmente incitati da chi aveva ricevuto da Massimo Scaligero la grave responsabilità di orientarli: «Nella vostra città di concentrazione ne è stata fatta anche troppa, e si vede! Dovete stare attenti a fare troppa concentrazione, perché può far male! La via del pensiero può diventare la via del sublime egoismo!», e via di questa solfa! E, al contempo, fu messo in atto un feroce attacco al Rito – così lo chiamava Massimo Scaligero – della meditazione in comune, sia solleticando l’inutile verbosità di quanti potevano subire gli ambigui fascini di un vuoto intellettualismo vanitoso, sia con l’aperta denigrazione del silente Rito meditativo in comune, al fine di trasformare la Comunità spirituale in una sorta di “Club di Lettura e Conversazione”, e le riunioni sacrali in terapeutiche “sedute di autocoscienza”, nel socializzante  californian style, alla “Berkeley 1968”. Poiché chi aveva la responsabilità – per volontà dichiarata di Massimo Scaligero e non sua propria –  di orientare la Comunità spirituale non intendeva “adeguarsi” ad essere “telediretto” e combatteva con ogni sua forza tali “spiritosi”, e niente affatto spirituali, “sviluppi creativi” ed ambigue “sperimentazioni”, nei suoi confronti venne, e viene tuttora attuata, nel peggiore stile politico – alla faccia della predicata morbida “via dell’anima”, della “autotrasfomazione nell’anima dell’altro”, della “compassionevole misericordia”, e di altre “cristianissime” edificanti virtù, alle quali in maniera martellante venivano e vengono esortate le fidenti “anime belle” – una strategia di brutalità morale fatta di ingiurie, minacce, aggressioni, ostracismo, denigrazione, calunnie infamanti, isolamento dalle amicizie, ed intrighi di ogni genere, che nel tempo portarono alla distruzione quasi completa della suddetta Comunità spirituale. Tale completa distruzione fu poi scongiurata – per benevola nostra fortuna, ac dis bene juvantibus –  solo dalla tenace fedeltà di pochi “irriducibili”, che vollero custodire e tenere acceso sull’altare sacro quel “fuoco di Vesta”, che è la ragion d’essere della Comunità Solare, “fuoco” che, passata la tempesta, ha permesso una ricostruzione più salda e soprattutto più rigorosa.

Il Rito della meditazione in comune fu oggetto, per anni, di ripetuti colloqui tra Massimo Scaligero e me, di lettere ch’egli mi scrisse, ed anche di alcune sintesi scritte che dette agli orientatori e ai praticanti di alcune città. Massimo Scaligero volle che nella nostra Comunità venisse attuata una certa gradualità nell’esecuzione del Rito, che nel tempo, seguendo le sue indicazioni, giunse alla sua forma più rigorosa ed elevata. Egli mi disse esplicitamente, che la forma di operatività comune che mi comunicava, era la medesima che Giovanni Colazza attuava nelle riunioni rituali della sua cerchia più interna, e che egli aveva portato come azione operativa rituale, alla fine degli anni venti, nel Gruppo di UR. Lo stesso Rudolf Steiner dette direttive precise circa il Rito della meditazione in comune a particolari cerchie di praticanti interiori, ed io ho tutte le testimonianze orali e scritte in proposito. Come ho già avuto occasione di scrivere su questo blogsed repetita iuvant – ad una persona, la quale con molta enfasi attaccava il silente e sacrale Rito della meditazione in comune, e mi faceva colpa – in totale malafede – di essermelo inventato io, affermando che quella era una forma orientale: nella fattispecie yoghica, buddhista, e addirittura essenica, e quindi da riprovare, risposi che invece quella era proprio la forma trasmessaci da Massimo Scaligero, e che lei lo sapeva bene, visto che una volta era stata presente quando egli me l’aveva trasmessa. Al che quella persona se ne uscì – come ho già avuto occasione di raccontare – con la frase: «Sì, ma allora c’era Massimo. Ora i tempi son cambiati». La cosa, conosciuta da Alfredo Rubino, discepolo tra i più fedeli di Massimo Scaligero ed energico praticante interiore, fu da questi, con feroce sarcasmo, così commentata: «Sì, facciamo come la chiesa cattolica: adeguiamoci ai tempi!».   

Giovanni Colazza, assieme a Lina Schwarz e ad Emmelina de Renzis, entrambe amiche personali di Marie Steiner, fu tra i fondatori del movimento antroposofico in Italia, e sicuramente la personalità spiritualmente più rilevante e qualificata. Partecipò ai Drammi Mistero di Rudolf Steiner a Monaco prima della prima guerra mondiale. Partecipò anche nel 1922 al Congresso Oriente-Occidente di Vienna (ho persino una sua foto a quel Congresso), nel quale Rudolf Steiner tenne, dal 1 all’11 giugno, un ciclo di 10 conferenze, di particolare importanza, aventi come tema: Polarità tra Oriente e Occidente. Giovanni Colazza fu, inoltre, il primo medico antroposofico in Italia e, sin negli ultimi anni, cercò di formare con corsi e incontri personali alcune persone qualificate, che erano suoi discepoli e al contempo medici o studenti di medicina. A tale proposito ebbi, in ripetuti colloqui, la testimonianza di cari amici come Fiorenza Berto e Amleto Scabelloni (era il cugino di Massimo Scaligero), ambedue valenti medici e risoluti praticanti interiori.

Data la sua eccezionale qualificazione interiore, Giovanni Colazza fu accolto come membro delle tre Classi della prima Scuola Esoterica del Dottore – quindi anche della II e III Classe costituenti la sezione “cultica” della Mystica Aeterna, della quale mi parlò diffusamente la mia fraterna amica Hella Wiesberger – e, questa è una comunicazione che Massimo Scaligero fece a me e ad altri amici, Colazza fu uno dei “dodici”, costituenti la cerchia “operativa” più intima di Rudolf Steiner, nonché il grado più elevato, il nono e ultimo, cui partecipavano appunto solo dodici discepoli qualificati del Dottore, della suddetta Mystica Aeterna. A metà degli anni ottanta dello scorso secolo, Hella Wiesberger volle donarmi la riproduzione di una lettera di Marie Steiner-von Sivers a Giovanni Colazza, nella quale ella gli comunicava le disposizioni di Rudolf Steiner per le riunioni “rituali” del Novalis e il mantram (in seguito i mantram divennero due, avendone Steiner comunicato un altro) da usarsi per la consacrazione delle riunioni medesime.

Nel secondo dopoguerra, egli fu incaricato dagli amici di Marie Steiner, responsabili del Nachlassverein, ossia dall’Unione del Lascito di Rudolf Steiner, istituito dalla Signora Steiner per salvare l’Opera del Dottore dalle profanazioni, dalle alterazioni e dal saccheggio che operavano Albert Steffen e la sua banda, di istituire in maniera consacrata in Italia per la prima volta, la Prima Classe (l’unica che Rudolf Steiner riuscì ad istituire nel 1924, e operante dal 15 febbraio al 20 settembre dello stesso anno, mentre la seconda e la terza Classe non vennero da lui riaperte per l’inadeguatezza di molti suoi discepoli e per un grave tradimento avvenuto nell’agosto del 1924) della seconda Scuola Esoterica, cosa che Giovanni Colazza fece con estremo rigore rituale, giovandosi dell’aiuto di Massimo Scaligero nella scelta dei partecipanti. Per un dono del destino, ho avuto in eredità da Pinetta Marconi, che aveva partecipato alla Classe Esoterica sia nel 1924 con Steiner che nei primi anni cinquanta con Colazza, i mantram in tedesco che Pinetta Marconi aveva ricopiato dalla lavagna stessa ove li scriveva Steiner, e da lei tradotti per suo uso personale in italiano, ed alcuni appunti datati della sua partecipazione alle “lezioni” di Colazza. Possiedo inoltre le due traduzioni dei mantram eseguite da Colazza stesso, e la traduzione che usava lo stesso Massimo Scaligero negli incontri rituali che alcuni di noi avevamo con lui l’ultimo venerdì di ogni mese. Giovanni Colazza “lesse” la Classe Esoterica dal 1951 sino al 1953.

Massimo Scaligero mi descrisse dettagliatamente le condizioni richieste per la partecipazione alla Classe Esoterica e le modalità estremamente rigorose del suo svolgimento, così come esse vennero attuate dallo stesso Giovanni Colazza. Questi aveva stabilito che il proprio successore nella direzione della Classe avrebbe dovuto essere Massimo Scaligero e a lui avrebbero dovuti essere consegnati i relativi testi  delle “lezioni”, ma alla morte di Colazza, avvenuta improvvisamente, il 16 febbraio 1953, mentre si era recato a visitare un paziente a casa di questi, una certa persona fu incaricata di portare via dalla casa del Maestro – mediante un furto con destrezza, come lo qualificherebbero i giuristi – i testi scritti delle “lezioni di Classe”, in modo che questi non venissero consegnati, come da stabilito da Colazza, a Massimo Scaligero. Fatti simili, ossia l’audace prodezza di compiere tali furti con destrezza, assieme ad altre cristianissime e virtuose “piacevolezze” – e anche più numerosi, ma soprattutto ben più gravi – sono avvenuti subito dopo la morte di Massimo Scaligero e, in maniera continuativa, sino ad anni recentissimi.

Negli anni 1927, 1928 e 1929, Giovanni Colazza partecipò al Gruppo di UR, fondato per iniziativa del pitagorico ed ermetista fiorentino Arturo Reghini, il quale dopo l’esperienza delle riviste Atanòr e Ignis, a causa delle persecuzioni cui era sottoposto si vide costretto ad affidarne la direzione al giovane Julius Evola, che diresse la rivista UR secondo molto discutibili criteri personali, causando non poche difficoltà ed aspri dissensi, provocando in tal modo la fine dell’esperienza di UR. Dietro la suddetta rivista, si celava un gruppo operativo con incontri rituali ai quali partecipò Colazza,  che in quelle riunioni apportava una decisiva forza spirituale capace di animare già con la sua sola presenza – come testimoniò lo stesso Evola, che pure era acerrimo avversario di Rudolf Steiner e dell’Antroposofia – la “catena magica” di tale gruppo operativo. Fu proprio la modalità rituale di UR quella che Massimo Scaligero mi disse che Giovanni Colazza adoperava nella sua cerchia interna, e che volle descrivermi e trasmettermi.

Sulla rivista, che portava il titolo di UR – INTRODUZIONE ALLA MAGIA QUALE SCIENZA DELL’IO, scrissero personalità del mondo esoterico di varia provenienza, le quali si celavano sotto vari eteronimi. Tra queste, quelle che qui particolarmente ci interessano sono quelle che avevano accolto il messaggio spirituale di Rudolf Steiner, ossia il duca Giovanni Colonna di Cesarò-Krur e Breno (e non Arvo, come scrive erratamente l’evoliano Renato Del Ponte), i poeti Arturo Onofri-Oso, Girolamo Comi-Gic, Nicola Moscardelli-Sirio, e lo stesso Giovanni Colazza, che assunse l’eteronimo di Leo, forse ispirandosi al proprio segno zodiacale. Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce, pp. 81-82, così rievoca la loro partecipazione alla prestigiosa rivista: «… nella prima edizione di UR («Introduzione alla magia quale Scienza dell’Io») la figura di Steiner era stata presentata con qualche fedeltà alla sua grandezza: vari brani che si riferivano a un tale apprezzamento dovevano venir tolti nelle edizioni successive e parimenti modificate parti degli articoli di collaboratori dello Steiner: in sostanza i massimi calibri di UR: Leo, Oso, Krur, ecc.».

A proposito dell’azione spirituale di Giovanni Colazza nella prima Scuola Esoterica e in Ur, è necessario ristabilire la verità – la quale deve essere sempre onorata – e correggere alcune affermazioni che appaiono nella Prefazione che l’anonimo editore antepone alla pubblicazione del libro Dell’Iniziazione, Tilopa, Roma 1992, che riunisce l’elaborazione, peraltro molto personale e “creativa”, com’è suo mal vezzo, ch’egli fa del ciclo di 14 conferenze che Giovanni Colazza tenne al  Gruppo Novalis, dal 4 gennaio al 12 aprile 1945, sul libro l’Iniziazione – Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori di Rudolf Steiner.

A p. 8 della suddetta Prefazione dell’editore, leggiamo: «Dopo la fine del primo conflitto mondiale, almeno una volta l’anno, G. Colazza si recava a Dornach per visitare il dottor Steiner, cui riferiva di se stesso e del lavoro spirituale presso il Gruppo Novalis da Lui presieduto, e frequentato, fra le numerose e notevoli personalità, da Emmelina de Renzis, Colonna di Cesarò, Arturo Onofri, ecc. nel 1922, Colazza tenne in Roma una serie di incontri riservati intorno ai “Quaderni Esoterici” di Rudolf Steiner».

Quel che scrive l’editore nella sua Prefazione contiene una serie di non verità. In parte esse sono frutto di mera ignoranza, sans arrière pensée, sia da parte sua sia da parte della sua fonte informatrice. In parte, tuttavia, tali non verità dipendono anche da una volontà di épater le bourgeois e di impressionare le pigre anime credule, affabulando poeticamente, e talvolta inventando nomi ed eventi di sana pianta, contando sul fatto che nessuno, dopo quasi un secolo, sarebbe andato a controllare la veridicità di tali affabulanti affermazioni. Ma è stato da parte sua un grave errore, perché vi è sempre qualche lupaccio curioso, rompiscatole e ostinato il quale, invece di “farsi i fattacci suoi”, ha l’improvvida idea di andare a verificare le affermazioni che non gli tornano. Se poi il lupaccio cattivissimo ha il difetto di appassionarsi alla storia dei movimenti spirituali ed iniziatici, di ricercarne i documenti accessibili, meditandovi sopra – parola per parola – per anni, e a volte per decenni, ci si può trovare di fronte a scoperte “scomode” e a situazioni decisamente spiacevoli. Ma procediamo con ordine.

È falso che la baronessa Emmelina de Renzis, sorella dell’ex-Presidente del Consiglio, Giorgio Sidney Sonnino, e suo figlio, il duca Giovanni Colonna di Cesarò, appartenessero al Gruppo Novalis e ne frequentassero le riunioni. Tra i documenti in mio possesso, essi non risultano in nessuna delle varie liste dei membri del Novalis di quegli anni, né di quelli successivi. Una delle liste dei membri è autografa della baronessa Olga de Grünewaldt (così esattamente si firmava), l’amica di Marie Steiner e di Massimo Scaligero. Altri documenti autografi sono firmati direttamente da Giovanni Colazza. La baronessa de Renzis e il duca Colonna di Cesarò avevano un loro gruppo antroposofico a Roma, il Pico della Mirandola, o Roma II, di formazione più recente, che si riunì dapprima in Via Gregoriana 5 e poi in Via Po 9, mentre a quell’epoca il Novalis, o Roma I, più antico, si riuniva in Corso Italia 6, passando in seguito alla storica sede di Via Tevere. Per varie ragioni, che non riguardano il presente articolo, i due gruppi non si frequentavano. Solo dopo la morte della baronessa de Renzis, avvenuta nel 1944, il Gruppo Pico della Mirandola si sciolse e i suoi membri confluirono per la maggior parte nel Novalis, diretto da Giovanni Colazza.

È altresì falso che Giovanni Colazza abbia tenuto una serie di incontri riservati sui cosiddetti “Quaderni Esoterici”, per il semplice fatto che, a quell’epoca, tali “Quaderni” non esistevano affatto. La fonte informatrice del nostro solerte editore evidentemente o non “ricordava” bene o più probabilmente affabulava. I tre “Quaderni Esoterici” vennero raccolti, solo alcuni decenni più tardi, da Marie Steiner, la quale si assunse la coraggiosa responsabilità di renderli pubblici, proprio per salvare il movimento spirituale antroposofico dalla degenerazione parossistica della Società Antroposofica, divenuta un centro di potere di Albert Steffen e dei suoi complici e manutengoli, i quali tutti perpetravano i peggiori tradimenti e misfatti. La pubblicazione dei tre “Quaderni Esoterici”, apparsa in tedesco col titolo Aus den Inhalten der esoterischen Schule, ossia “Dai contenuti della Scuola Esoterica”, avvenne in successione: il primo “Quaderno” nel 1947, il secondo nel 1948, mentre il terzo apparve dopo la morte di Marie Steiner, nel 1949, pubblicazione che suscitò la reazione rabbiosa e imbecille degli antroposofi, oramai ammalati di “steffenite acuta”. Di tali “Quaderni Esoterici”, nella traduzione compiuta da Mario Viezzoli, ho una copia dattiloscritta con appunti e correzioni di mano di Massimo Scaligero. Nella Prima Classe della prima Scuola Esoterica vi era un rapporto personale tra Rudolf Steiner e i discepoli ch’egli accoglieva nella medesima. I discepoli della Scuola ricevevano dal Dottore esercizi individuali e mantram, che dovevano rimanere personali e gelosamente custoditi. Oltre a questo rapporto personale, vi era un’opera d’insegnamento da parte di Rudolf Steiner in quelle che venivano chiamate esoterische Stunden, ossia “ore esoteriche”, e quindi ore sacre, nelle quali egli trasmetteva – sotto la responsabilità dei Maestri invisibili, come egli stesso più volte apertamente dichiarò, e non sotto la propria – un insegnamento in una atmosfera di forza spirituale di particolare intensità. Durante quelle riunioni rituali, ai partecipanti era severamente vietato prendere appunti, tuttavia essi erano liberi di trascrivere a casa, per esclusivo uso personale, quanto ricordavano col divieto  esplicito di trasmetterlo ad altri, fossero pure essi altri membri della Scuola. Ma solo Rudolf Steiner teneva queste riunioni, ore esoteriche o lezioni di classe: al di fuori di queste riunioni sacrali tenute dal Dottore, non vi erano riunioni comuni dei discepoli della prima Scuola Esoterica, ma solo e unicamente silenzioso lavoro ascetico individuale. Nelle 15000 pagine di documenti editi e inediti della Scuola Esoterica, che mi sono state donati, lettere dei discepoli al Maestro comprese, non si parla mai di riunioni comuni non in presenza di Rudolf Steiner. Di queste cose ebbi numerose occasioni di parlare con Hella Wiesberger, la quale fu colei che non solo pubblicò la versione più completa di tali Quaderni Esoterici, ma fu altresì colei che con amore e competenza curò e pubblicò, per esplicita volontà di Marie Steiner, l’intero lascito della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Hella volle donarmi – con un gesto di grande fiducia e generosità – tutto il materiale, edito e inedito, della Scuola. Le regole vigenti nella prima Scuola Esoterica di Rudolf Steiner erano molto cogenti e non è punto verosimile né credibile che Giovanni Colazza potesse o volesse violarle. Tanto più ch’egli poteva benissimo organizzare una cerchia di persone dedite alla pratica interiore individuale e comune senza violare le regole della Scuola.

Sempre alle pp. 7-8 della sua Prefazione l’anonimo editore scrive che: «Fu proprio Marie Von [sic] Sivers a presentare Giovanni Colazza a Rudolf Steiner, il quale secondo la testimonianza della baronessa de Grünewald, sarebbe tornato in Italia nel 1911 – dopo le precedenti visite del 1909 e 1910 – espressamente «a conoscere il dottor Colazza, perché “gli era stato indicato dal Mondo Spirituale”». Rapidamente Colazza divenne discepolo del dottor Steiner, che lo pose alla direzione del Movimento Antroposofico in Italia, dopo la fondazione del Gruppo Novalis nel 1913. Il Gruppo Novalis fu, per altro, il primo gruppo antroposofico in Italia».

In realtà, Rudolf Steiner venne in Italia una prima volta già nel 1907, anno in cui fece un viaggio a Venezia con Marie Steiner, poi tornò nel 1908, nel 1909, nel 1910, ed un’ultima volta nel 1911.

È falso che Colazza abbia incontrato Rudolf Steiner solo nel 1911, giacché la sua conoscenza personale col Dottore risale ad un paio di anni prima, come risulta anche dalle testimonianze di alcuni discepoli non italiani, come l’inglese Harry Collison, il quale aveva abbandonato a Londra la carriera forense per venire a studiare pittura a Roma e che fu grande amico di Colazza, e con lui partecipò alle conferenze che il Dottore, ospite della Principessa Angelica, svolse a Palazzo del Drago, divenendo poi il traduttore e l’editore, fedele editore nel suo caso, delle opere di Rudolf Steiner in Inghilterra. Così come non è corrispondente ai fatti che la fondazione del Gruppo Novalis sia avvenuta nel solo 1913, né risulta che: «Il Gruppo Novalis di Roma fu, peraltro, il primo gruppo antroposofico in Italia», perché vi erano già gruppi in Italia – allora si chiamavano «logge teosofiche» – per es. il “Leonardo da Vinci” fondato e diretto a Milano da Charlotte Ferreri e Ludwig Lindemann (il quale fondò pure un piccolo gruppo a Palermo, ove Steiner tenne una conferenza pubblica ed una riservata): gruppo che nel 1913 si separò dalla Società Teosofica, come fece pure il Gruppo Novalis, per aderire alla Società Antroposofica di Steiner. Inoltre, io ho una lettera di Mario Viezzoli, spedita da Roma l’8 dicembre 1947, e indirizzata alla Segreteria della Società Antroposofica Universale, nella quale egli dichiara esplicitamente che: «Il Gruppo Novalis venne fondato il 1° giugno 1910 ed in Italia è quello numericamente più rappresentato. La sua attività procede in maniera incessante. […] Già nell’anno 1909 il Dr. Rudolf Steiner fu veneratissimo ospite degli antroposofi a Roma, ove Egli tenne alcune conferenze a Palazzo Del Drago. Durante la guerra gli studi antroposofici vennero proseguiti con la massima alacrità in amichevoli cerchie familiari. Con soddisfazione durante il periodo bellico vennero accolti addirittura diversi nuovi membri. Il Gruppo Novalis come tale non si sciolse mai, malgrado i tempi difficili, e come vivente entità spirituale fiorì per la amorevole intelligente dedizione dei membri esperti più anziani, sostenuti dall’entusiasmo degli amici giovani. […] Appena lo scenario di guerra si spostò verso il Nord, il Gruppo Novalis proseguì il lavoro spirituale in maniera ancora più intensa. Il dott. Colazza tenne conferenze di carattere introduttivo, alle quali seguì l’esegesi del libro “L’Iniziazione”; indi su “Una Via alla conoscenza di se stesso”, “Le massime antroposofiche” e le “Lettere ai membri” di R. Steiner».

Inoltre, è falso che il Gruppo Novalis sia stato fondato nel 1913, anche perché la lettera di Marie Steiner a Colazza, relativa alle riunioni del Gruppo medesimo, è datata 1910 e, con quella lettera donatami da Hella Wiesberger, mi venne data pure la riproduzione della trascrizione autografa di Colazza della versione in italiano del mantram dato dal Dottore per le riunioni del Novalis, trascrizione anch’essa datata 1910.

L’anonimo editore, sempre nella citata Prefazione, a p. 11, afferma: «In merito alla partecipazione alla rivista UR, M. Scaligero ci precisò, in un colloquio personale, che il dottor Colazza non era in realtà l’estensore degli articoli firmati col suo pseudonimo. Egli infatti si limitava ad illustrare gli argomenti al direttore della Rivista, il quale provvedeva poi a redigerli per iscritto».  

Ciò è, una volta di più, rigorosamente falso. Che l’Evola possa – forse – aver funto da “scriba”, non significa ch’egli abbia redatto la stesura degli scritti eventualmente dettati – forse – da Giovanni Colazza. Del resto chi conosce il modo di parlare di Giovanni Colazza, vede bene che sua è ogni idea, sua è ogni parola, suo è il periodare, suo il modo di fare gli esempi, sua la grammatica, sua la sintassi, suo il lessico, insomma suo tutto lo stile. Mentre estremamente diverso è lo stile, riconoscibilissimo, di Evola. Se è vero che Evola ha agito – in maniera scorretta – nei confronti di altri partecipanti del Gruppo di UR, “tagliando e cucendo”, a suo libito, i loro articoli – e questa fu la causa della “rottura” della concordia del Gruppo – non si sarebbe mai azzardato a farlo nei confronti di Colazza (almeno non finché Colazza fu in vita ), di fronte al quale – come mi è stato molte volte testimoniato – «tremava come una foglia, e si comportava come un cagnolino scodinzolante». Personalmente, ho avuto la concorde testimonianza di Amleto Scabelloni, di Romolo Benvenuti, entrambi discepoli diretti di Giovanni Colazza, e soprattutto di Massimo Scaligero, i quali tutti mi confermarono, categoricamente e più volte, che tali scritti erano integralmente di Giovanni Colazza. Ergo, non vedo proprio il motivo per cui dovrei credere alla parola dell’anonimo editore. Egli non se ne dolga, ma ubi maior… Del resto – e se fossi nei panni del nostro affabulante editore ci mediterei a lungo – è curioso come la parola latina fabula volta nella lingua di Dante, e debitamente anagrammata, divenga bufala!

Ritornando alla commemorazione che Mario Viezzoli volle tributare a Giovanni Colazza il 13 marzo 1953, meno di un mese dalla sua scomparsa, a Roma, colpiscono le parole: «Per chi avesse una certa sensibilità, nel suo modo di star ad ascoltare il prossimo si manifestava la Sua grande maturità, il Suo livello spirituale, oltre che la Sua esperienza del mondo. Poteva capitare, per esempio, che andasse da Lui per consiglio una persona piuttosto agitata, che gli esponeva in modo disordinato i casi suoi, e che, di fronte a tutto quel parlare precipitato, Egli se ne stesse quasi del tutto in silenzio. Dopo che l’interlocutore aveva finito il colloquio, se ne andava più tranquillo e, grazie al lavoro tutto interiore fatto dal Dr. Colazza nel “silenzio attivo”, sentisse poi affiorare dalla coscienza quelle risposte che prima, per il suo stato di agitazione, non avrebbe potuto accogliere. Nel dicembre 1944 il Dr. Colazza tenne una conferenza pubblica, con successivo dibattito, nella sala Capizzucchi in Roma, dal titolo “Antroposofia”. Il nostro Amico si presentò in sala con la febbre oltre 39° e dolorante per la riaccensione di una sinusite nella zona frontale. Parlando senza appunti, fece ugualmente un’esposizione che era un capolavoro di chiarezza e di eleganza. Aveva appena finito, che subito scattò veemente a contraddirlo un giovanissimo professore di filosofia. Il tono del contraddittorio era, più che aggressivo, villano; il contenuto delle sue obiezioni consisteva nella pretesa di voler dimostrare come l’Antroposofia fosse nient’altro che una miscellanea arbitraria di tante correnti filosofiche, principali e secondarie. Stanco e sofferente, dopo un’ora di esposizione tenuta ad alto livello, che cosa fece il Dr. Colazza? Umile, calmo, sereno, si limitò a guardare in silenzio il suo aggressore animico. Questi di fronte a tanta superiorità, indignatissimo, con gesto doppiamente villano, si alzò furioso e lasciò frettolosamente la sala. La mattina dopo, però, si precipitava a chiedere scusa al Dr. Colazza! Anche quella volta, pur in condizioni difficili, il “silenzio attivo” aveva prodotto la sua efficacia, consentendo all’altro di oggettivarsi».

La conferenza che Giovanni Colazza tenne a Roma, il 10 dicembre 1944, alla Sala Capizzucchi e alla quale intervenne, con la sua intellettuale e villana albagìa, il non nominato Prof. Porfirio, è quella che fu pubblicata su questo blog, il 5 gennaio 2014. Tale conferenza di Colazza mi venne donata, oltre quarant’anni fa, da un anziano suo discepolo, il quale partecipò personalmente a quella conferenza pubblica del Maestro, nonché a molte altre, e più volte, nei lunghi anni della nostra amicizia, ebbe modo di rievocarla, descrivendomi l’evento. L’ascoltare le rievocazioni che amici più anziani di me mi donavano con le loro vivaci descrizioni, ha sempre prodotto su me uno stato interiore veramente particolare, estremamente lontano da qualsiasi altra sensazione da me conosciuta. Sensazione che si accentuava ancor più allorché era Massimo Scaligero a rievocare, con la sua magica parola, la figura umana e spirituale di Giovanni Colazza. Mi colpiva come Colazza venisse da lui più volte paragonato ad un adamantino Patriarca Chan o Zen, e credo – ma questo è solo un mio pensiero, frutto di una mia personale impressione – che, sia pure per enigmatici accenni, alludesse a un di lui remoto passato. Qualcosa di simile emerge, per altro verso, dalla suddetta commossa e devota commemorazione che Mario Viezzoli tenne a meno di un mese dalla scomparsa del Maestro:

«Più volte il nostro Amico, come tutti coloro che si distaccano dalla mediocrità, fu oggetto di calunnie e di maldicenza. Pur sapendolo, ed anzi, proprio perché lo sapeva, aveva continuato a prodigarsi amorevolmente quale medico e quale amico per i Suoi più autentici nemici, i quali non sospettavano nemmeno che Egli sapesse la loro vergogna. Era difficile sentirlo pronunziare la parola “amore”, per il semplice fatto che Egli era diventato capace di realizzarlo nella forma più alta. A ragione si poté dire di Lui che avesse raggiunto quel grado di perfezione morale cui accenna la Bhagavad Gita con le parole: “Rinunziare al risultato delle proprie azioni”, nel senso di compiere l’azione morale e subito distaccarsene, affidandola direttamente, si può dire, come reale acquisizione del mondo morale, al ministero degli Esseri della Terza Gerarchia.

Tutto quello che possono dire gli amici che hanno avuto la ventura di conoscere e praticare il Dr. Colazza, si può riferire alle manifestazioni della Personalità, mentre ci rimane sconosciuta l’Individualità, di cui abbiamo potuto intuire qualcosa soprattutto attraverso il tono morale della Sua vita e del Suo operare. Ma chi abbia ascoltato le Sue conferenze con una più acuta sensibilità, avrà potuto rilevare il modo del tutto particolare di esporre. Prima di incominciare a parlare, se ne stava alcuni minuti seduto al podio, raccolto in silenzio che rapidamente s’imponeva a tutti i presenti. Si aveva l’impressione che in quel silenzio venisse creata una specie di barriera di protezione contro l’invadenza delle forze del mondo. Poi si alzava calmo e, dopo un’altra pausa, incominciava pianamente l’esposizione. Parlava pacato, senza mai alzare la voce ad alti toni, formando un’atmosfera di attenzione intensa. Il Suo modo di esporre e le Sue pause davano la sensazione che, di volta in volta, prima di parlare, Egli stesse in ascolto, per dare poi veste a quanto aveva udito. Si può dire che in questo si manifestasse una caratteristica della Sua Individualità e di come questa operasse attraverso la Personalità».

Parole, queste, che si collegano a quanto disse di lui Amleto Scabelloni, che poté seguirlo come discepolo dal 1944 al 1953, con immagini che ricordano quanto del Maestro diceva Massimo Scaligero: «Giovanni Colazza appartiene alla rarissima progenie di Maestri autentici capaci di assumere sul proprio anche una parte del destino terrestre, in virtù di una potenza dell’Io capace di operare mediante il silenzio o anche mediante le espressioni rivelatrici di verità, destinate a rimanere inscrivibili, fatte salve alcune eccezioni. Chi lo ha incontrato non può non ricordare le pause di silenzio, talora non brevi, che egli faceva precedere o seguire al discorso […]  Vogliamo di tali pause, non tanto parlare in relazione a certo imbarazzo di taluno che ne trasse motivo di decidere sul modo più sicuro di non volere averne esperienza alcuna in futuro. Di esse invece riteniamo giusto dire ciò che alcuni vi lessero. Questi meritavano di ricevere ciò che si rivelava dal silenzio. […] Vi fu chi vi scorse “la Pace profonda sulla quale poggiano le Gerarchie Celesti”; chi “la sussistenza sospesa nel vuoto”; chi vi riconobbe “il remoto distacco della presenza siderea”, ed altri che videro nel silenzio il simbolo “dell’Essere cinto di silenzio, come è dell’Entità-Guida dell’epoca presente”».  

Il suo esempio, la sua figura di Asceta adamantino, la sua calma, il suo coraggio, la sua fedeltà, la sua generosità, il suo Silenzio indicano il clima interiore necessario e il còmpito posto a chiunque oggi voglia esigere da se stesso la temeraria audacia di realizzare lo Spirito. Con queste immagini voglio chiudere la rievocazione della figura umana e spirituale di Giovanni Colazza, dopo nove settenni dal suo disciogliersi dall’apparire sensibile.

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

I MUSCOLI DELLO SPIRITO – Franco Giovi

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Ora vi racconto in parole la striscia di fumetti riportata in figura:

Un bullo da spiaggia getta sabbia in faccia a un piccoletto. Stanco del suo fisico da spaventapasseri, il piccoletto scrive, acquista un francobollo e invia l’ordine per un corso di Charles Atlas. Poi, trasformato nel fisico, ri- torna alla spiaggia e dà un pugno in faccia al bullo. «Oh Mac – dice la ragazza che ha appena riconquistato – sei proprio un vero uomo!».

Dopo oltre settant’anni da questa pubblicità, sono ancora tanti i ragazzini che acquistano quel francobollo.

Torniamo indietro di cento anni nel tempo. Nel 1903 arriva ad Ellis Island uno smilzo bambino italiano di dieci anni; si chiama Angelo Siciliano. Qualche tempo dopo vede allo zoo delle tigri e crede che la possanza dei grossi felini sia prodotta dalle tensioni e scontri tra i muscoli che s’intravedono sotto la pelliccia. Angelo incomincia a fare lo stesso inventandosi esercizi, che ora chiameremmo isometrici e isotonici, che pratica con ferrea disciplina, diventando progressivamente forte e muscoloso. Vince nel 1922 mille dollari ad una gara di bodybuilding, e con quei soldi inizia a vendere per posta un programma di irrobustimento che diviene famoso a partire dal 1930 con le pubblicità inventate da Charles Roman: la striscia di fumetti descritta.

Bob Hoffman, padre della pesistica americana, sempre alla ricerca di quattrini per sé e per la causa, seguí a ruota Atlas pubblicizzando il suo sistema. Per completezza narrativa segnalo che l’Europa, con vent’anni di ritardo, emulò l’impresa: in Francia con Robert Duranton; in Italia con John Vigna. Sono molte le librerie dei sessantenni di adesso in cui riposa, dimenticato, un libretto intitolato Muscoli e bellezza.

Questi corsi ebbero una vasta e ardente accoglienza tra la moltitudine di ragazzini e adolescenti che desideravano con tutta l’anima essere migliori. Beninteso al livello corrispondente ai valori comprensibili nella prima, insicura, giovinezza. Un tempo il problema dell’obesità giovanile proprio non esisteva (salvo rare disfunzioni ghiandolari). Si era, in genere, piú magri del necessario. Forza e polpa al posto giusto erano grandi obbiettivi, e Steve Reeves, che al cinema interpretava Ercole, era un vero mito! Poi qualcuno arrivava fin negli scantinati chiamati palestre, tra sospiri di balena e clangori di ghisa, e magari diventava grosso e forte davvero. Senza picchiare nessuno. Solo per passione.

A questo punto dell’articolo può sorgere negli amici lettori qualche controllata perplessità. Non sei andato per caso un tantino fuori tema? Presumo di no, visto che l’analogia tra il rafforzamento muscolare ed il pensiero rafforzato, nella Scienza dello Spirito è stata usata spessissimo. Però sappiamo che l’analogia non è il Vero ma è soltanto una tecnica per avvicinarsi alla comprensione del vero. È utile, ma cosa sarebbe qualora divenisse una sorta di giudizio rappresentativo concluso in sé? Come si è letto su L’Archetipo, un amico della rivista ha portato i muscoli nell’anima, anzi, nella psiche e, troppo pessimista o confuso, ha deciso che i muscoli (fisici) servano per massacrare il prossimo (come il coltello serve per tagliar gole) e che analogicamente esistano muscoli interiori utili a dominare il prossimo (“Magari fosse vero!”, penserà in cuor suo per un istante il probo esoterista, brutalizzato in famiglia ogni santo giorno). Il becero motivo causante sarebbe l’egoismo (che la vulgata, a parole e ignorando Stirner, definisce ormai padre di tutti i mali).

Sorrido ma non rido e anzi ringrazio sinceramente il lettore che coraggiosamente ha espresso, magari in termini rudimentali e poco pertinenti, un certo sottofondo di paure ed equivoci che vivono inconsci in molte anime. Sono grato a questo lettore che in questo modo offre occasione per alcuni chiarimenti su aspetti elementari di vita interiore che, come si vede, non sono evidenti a tutti.

Iniziamo da Fu Manchu, dal Dottor Moriarty, da Mister Hyde, insomma dal super cattivo: l’egoismo, manifestazione dell’ego, parola latina che significa io.

Senza sofismi filosofici leggiamo il suo significato corrente: “L’esclusivo amore per se stesso che porta a non tener conto delle esigenze altrui”(1). Perciò “egoista è colui che persegue solo il proprio benessere, il proprio vantaggio, senza curarsi degli altri(2).

Fin qui il dizionario che, mi pare, coglie nel segno con maggior esattezza di chi straparla perché non è muto. Il vero egoista, cari amici, quello strutturalmente egoista e che nemmeno suppone di esserlo, dominato dalla propria natura come tutti gli uomini, può essere mite, educato, formalmente gentile ma non prova alcun interesse per la vostra persona e per le vostre vicende, e non sa nemmeno di non provarlo. Non credo sia peggiore dei frenetici altruisti che furono ben caratterizzati con la fulminante battuta: “Soit mon frère ou je te tue!”, sii mio fratello, o ti uccido!

Ricordiamoci inoltre che l’egoismo ci può anche ricondurre alla sua sorgente, l’ego, l’io degli antichi padri latini e che, nella vita reale di ognuno dei nostri giorni, costui è pure l’intimo punto a cui ci riferiamo rapportandoci a qualsiasi esperienza, sia essa divina o demoniaca o banale; è il riferimento continuo per ogni nostro atto. Molte azioni delittuose vengono perpetrate in una condizione interiore di assenza temporanea del proprio soggetto.

Ora mettiamo in chiaro ancora una cosa. Quasi tutti i lettori sanno, sentono, intuiscono, la differenza esistente tra “ego” e “Io” nel linguaggio spiritualista. Può essere una differenza enorme. Che però (quasi) non esiste nell’esperienza umana comune! Nel continuo flusso di sensazioni e immagini c’è qualcosa, un pensiero, un’intuizione permanente che zampilla identica a se stessa ieri, oggi, domani, all’interno della coscienza. È il continuum della percezione di me stesso o autocoscienza. L’unica pietra miliare da cui è possibile partire per ogni tipo di viaggio: verso la piú nera malvagità o per il radioso infinito dello Spirito o verso il lavoro quotidiano che poi ci dà lo stipendio. Categorizzare moralisticamente la consapevolezza che si possiede e che è del tutto impossibile scansare, è una sciocchezza enorme: di quelle che solo gli spiritualisti sono in grado di commettere. Soffocarla (ammesso che ciò riesca) è un errore che si paga carissimo, perché ci si illude di muoversi da un quid altro-da-sé astratto, senza fondamento, dall’inesistente rappresentato come buono e vero: l’anticamera dell’abisso che il buon senso cattolico popolare chiama lastrico dell’inferno. Et nunc de hoc satis!

Poiché l’analogia di cui ci occupiamo si riferisce in maniera perspicua alla disciplina interiore della concentrazione, osserviamo, per la millesima volta, non tanto l’esercizio nella sua modalità tecnica quanto i suoi presupposti.

Innanzi tutto qualsiasi disciplina decisa e imposta all’interiorità umana presuppone un precedente essersi accostati con cuore, mente e volontà ai contenuti fondamentali della Scienza dello Spirito, che non vanno accettati o respinti secondo il superficiale ed incostante metro della simpatia e dell’antipatia o con insignificante lettura.

A tale riguardo, per non ripetermi, mi permetto una indicazione in tal senso chiedendo l’aiuto di Friedrich Rittelmeyer, discepolo del Dottore e prima guida della Christengemeinschaft: «…avvicinarsi a Rudolf Steiner. Bisogna poterlo leggere liberamente, con un’imparzialità assai piú grande di quella necessaria verso altri scritti, per evitare sia un inconsistente accordo sia un precipitoso rifiuto; occorre, in completa tranquillità d’animo, lasciare come sospesi gli interrogativi, senza decidere niente, atten- dendo senza agitazione e nervosismo che le proprie inveterate abitudini inizino a cedere.

Bisogna poter leggere attivamente, mettendo senza sosta ciò che si legge alla prova della vita, e la vita alla prova di ciò che si legge, per assicurarsi un solido appoggio che resista alle invadenti ondate delle tante e nuove affermazioni.

Bisogna infine poter leggere meditativamente, intercalando senza posa delle pause ben prolungate, riproducendo, per cosí dire, in se stessi, ciò che si è letto, e ascoltando con profonda serenità e con una libertà spoglia di pregiudizi quello che il vostro spirito e la vostra vita vi comunicano. Non fare ciò, significa abbandonare ad altre generazioni la cura di riscoprire lo spirito e la stessa vita racchiusa in queste opere»(3).

Aggiungo che viviamo in tempi spiritualmente molto piú difficili se confrontati a quando Rittel- meyer scrisse queste righe. Ora il pensiero impotente, ossia il flusso dialettico, è divenuto una forza autonoma che si sta distaccando dalla coscienza dell’uomo. Ora, in realtà, l’Opera dello Steiner diviene tanto piú incomprensibile ai livelli che le sono propri quanto piú appare del tutto abbordabile ad un pensiero privo di concetti e della vita di questi. 

Non si comprende piú cosa sia il comprendere. E la dignità della conoscenza cede il posto alla lettura “gradevole” o sgradevole (questo fenomeno verso il basso non coinvolge solo i settori “sacri” della conoscenza, ma persino la capacità di formulare pensieri coerenti con semplici dati sensibili: si osserva, per restare in famiglia, che nella lettura dell’Archetipo qualche lettore, per cosí dire, dove ci sia scritto trave pensa grave e rimane poi convinto del proprio “pensiero”). 

Se ci rapportiamo con un’analogia di profondità nell’impossibile misurazione del livello interiore, siamo in fondo al pozzo, e la Concentrazione non sviluppa “muscoli psichici”, ma al suo minimo denominatore è il pezzo di corda per arrampicarsi fuori, per non morire laggiú, nel buio e nel fango. 

Fuor da metafore, la vivificazione del pensiero che può verificarsi con il lungo e paziente esercizio, permette un accesso coerente alla comprensione della Scienza dello Spirito qualora la si voglia intuire nella sua altezza oltre la facile (?!) leggibilità della carta stampata. 

Resta da ricordare che la Concentrazione può contenere, nel suo approfondimento o intensifica- zione, l’intero cammino interiore per la reintegrazione cosciente nello Spirito. Per i vari aspetti del suo significato rimandiamo a qualunque testo di Massimo Scaligero, nel caso in questione magari sottolineando Il Trattato del Pensiero Vivente, L’Avvento dell’Uomo Interiore ed il Manuale pratico della Meditazione. 

Fuori dall’ “in sé” del suo proprio contenuto, è importantissimo anche il suo piano d’appoggio: quando il ricercatore decide di fare la concentrazione e la fa davvero, compie il primo atto libero e cosciente della sua vita. Inizia, con un atto “semplice”, a sperimentare la Libertà, e se ciò a qualcuno sembra un’inezia non credo sensato aggiungere qualcosa. 

Fare la Concentrazione, ovvero occupare tutto il pensiero con un chiodo o un tappo, indipenden- temente dalle bollette scadute, dal tradimento perpetrato dalla moglie (o dal marito) un’ora prima, dalla zanzara che ci ronza nelle orecchie, dall’emicrania incipiente, dallo stadio terminale della malattia, dall’idea grandiosa che vorrebbe la coscienza per sé, insomma da qualsiasi Tragico, Irresi- stibile, Luminoso o Doloroso che sia, è il principio della forza del pensiero che, per l’appunto, psichico non è, perché funziona indipendentemente dalla situazione corporea e dai suoi echi interiori, ossia istinti, sentimenti, inclinazioni e simil-pensieri. Come anche lei, caro lettore, potrebbe controllare da sé, qualora volesse sperimentare la concentrazione in una qualsiasi delle condizioni indicate (o nel milione di altre possibili). E provando scoprirebbe anche che il massimo dello sforzo egoistico del- l’attenzione protratta si trasforma, per magia del volere, in uno stato di impersonalità in cui si è abbandonato tutto il proprio mondo: tutte le forze e i valori di cui l’ego si alimenta per esserci e dominarci. 

I restanti esercizi descritti o tradotti per i lettori dell’Archetipo si rivolgono in primis ai ricercatori che conoscono sul serio almeno gli scritti fondamentali di Rudolf Steiner e che hanno sviluppato capacità e maturità nella pratica degli esercizi basilari della concentrazione e della meditazione. 

Nessuno ha il diritto di lamentarsi col dire che tutto ciò limita a pochi certe informazioni, come ben pochi si sognerebbero di criticare la matematica di integrali e derivate a causa delle proprie carenze in tale disciplina. 

E se qualcuno insistesse nell’affermare che tutto questo corpus di discipline rimane comunque orientato verso il mero perfezionamento del singolo, saremmo costretti a rispondere che costui non sa di cosa parla, almeno per due motivi. Il primo consiste nel fatto che carattere precipuo degli esercizi occulti è lo svelarsi del loro significato o essenza soltanto nella pratica, e proprio per nulla sulla base della semplice lettura e della deduzione intellettuale. Il secondo è ancora piú profondo. Siamo, anche da incarnati, esseri spirituali, e non sopportiamo troppo a lungo la sola esperienza fisica. Dobbiamo ritornare ogni giorno nei Mondi Spirituali. Per l’uomo non iniziato la porta è il sonno. Se non dormiamo, moriamo in pochi giorni. Se non sogniamo moriamo in pochi giorni. 

Per l’uomo comune il sonno corrisponde quasi sempre ad un oblio totale. L’esoterico giunge a speri- mentare intensi momenti di risveglio in stati (mondi) nascosti dalle tenebre dell’incoscienza. Gli si donano esperienze che illuminano e trasformano ciò che nel mondo sensibile appare stanco e ovvio. Mi permetto di raccontare, a grandi linee, un’esperienza per certi versi può valere come un’indicazione rispondente a molte e ripetute domande dei lettori. Consiste nella percezione dell’incomparabile bellezza, del tutto individuale, dell’archetipo spirituale di ogni singolo essere umano; nessuno escluso. È l’immagine di come ognuno dovrebbe essere, per essere compiutamente se stesso: raggiante di tutte quelle qualità sminuite, rovesciate o perse per strada quando si raggrinza e si mutila nella parzialità del corpo sensibile. Tanta è la perfezione morale dell’immagine spirituale, tanta la sua nobile bellezza che il (nostro) sentire diventa adorazione del Sacro. Tornando alla vita e alla coscienza di tutti i giorni si scopre l’impossibilità di coltivare qualsiasi forma di antipatia per gli esseri umani riconosciuti nello Spirituale e, anzi, si impara, con una tecnica appresa attraverso l’impressione avuta nell’esperienza soprasensibile, che una zona dell’anima può attivarsi come un senso nuovo verso l’immagine con cui gli altri esseri umani ci appaiono: possiamo vederli apparire dalle nebbie del sensibile come delle percezioni donateci dal Divino, come Rivelazioni. L’Opera è simile all’innamoramento ma non giunge da fuori, stordendoci. Fluisce trasparente come nostra pura attività di conoscenza sacra o amore del tutto estranea sia al nostro essere personale che alle ciance altruistiche, filantropiche, sentimentalistiche, che sono una parte dello sghignazzo corale degli Ostacolatori, mimetici abitatori della nostra anima e micidiali avversari del sano divenire dell’Umana Gerarchia.

 

Franco Giovi

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(1)F. Sabatini – V. Colletti, Dizionario italiano, Editrice Giunti, Firenze 2004.
(2)idem.
(3)F. Rittelmeyer, Meine Lebensbegegnung mit Rudolf Steiner, Verlag Urachhaus, Stuttgart 1928. 

Per gentile concessione de L’ Archetipo

SCIENZA DELLO SPIRITO
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