SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ANIMUCCIA E LA CONCENTRAZIONE ( di F. Giovi )

-Gran-Sasso-

(Gran Sasso d’ Italia)

Nell’articolo del mese scorso avevo accennato ad una nota del gennaio di quest’anno. L’ho ritrovata e riletta. Gran cosa non è ma, batti e ribatti, è parte di quello che sto dicendo da un buon quarto di secolo. Non considero L’Archetipo una sorta di seconda scelta, perciò per farla stampare l’ho rivisitata completamente e implementata con molte aggiunte.

Quanto ho scritto in questa nota è, per certi aspetti, diverso da quello che ho scritto il mese passato: lí mi rivolgevo all’importanza della disciplina sull’anima, qui invece l’anima viene considerata come il grande ostacolo che l’operatore trova lungo la via interiore. Il punto di vista può sembrare diverso, ma basta semplicemente intendere cosa l’anima può significare. Se ci comprendiamo su questo, l’eventuale contraddizione sparisce.

Però è possibile che qualcuno possa sentirsi irritato a causa dell’apodittica frase che segue: “Solo chi è capace di attraversare l’anima e uscirne conosce la concentrazione”.

E chi la fa davvero ha subito compreso cosa essa significhi.

Perché, vedete, sarebbe sempre il momento del grande rintocco di mezzanotte in cui una voce possente grida ai danzatori di smascherarsi: solo cosí cadrebbero le infinite interpretazioni, i logoranti “distinguo” e le polemiche poco serie su cose serissime.

Scrissi un giorno che anche i sassi si concentrano. Mica è una battuta! Dal punto di vista delle dottrine della Potenza, i sassi esprimono al massimo e costantemente la potenza della immobilità: in ciò realizzano una concentrazione assoluta. Le piante invece esprimono la potenza della crescita e della riproduzione. Gli animali la potenza del moto… e l’uomo?

Già, l’uomo (homo o vir: pure questo è un bel problema che quasi nessuno desidera risolvere dentro sé)! Egli contiene naturalmente in sé le potenze elencate, e non ditemi con sussiego che lui però possiede l’anima, perché quella ce l’ha anche il mio cane che, per intelletto associativo, ha pure una cagnesca visione del mondo e certe cose le comprende anche meglio degli uomini: a naso.

Forse l’uomo (dico “forse” perché c’è una casistica che fa cadere le braccia e non solo quelle…) possiede l’intuizione del proprio Principio che i fratelli minori, quelli degli altri regni, non hanno: ciò permette che le sue esperienze acquisiscano durata e conservazione fuori dalla giostra del mero percepito.

È un’intuizione costante, almeno quando egli è desto, ma pur essa tende ad attutirsi considerevolmente quando le acque inferiori lo immergono troppo oltre la sua statura. È davvero notevole la capacità umana di farsi canale di forze ‒ sono entità, sono sempre entità ‒ aliene e distruttrici.

Tale capacità negativa, in tempi antichi, era meno perniciosa (né bianca né nera) e per quei tempi, pur essendo in parte persino naturale, veniva sorvegliata, controllata e talvolta indirizzata a scopi positivi.

Genericamente ora passa col nome di medianismo, medianità. Un nome non dice molto, specie se viene automaticamente associato a tavolini a tre gambe, ma possiamo comprendere meglio se immaginiamo i due piatti della classica bilancia. Poniamo su di un piatto la presenza del Principio e sull’altra la sua Assenza (come intuí Pascal, nel mondo il vuoto non ci sta, per cui “assenza del Principio” significa solo che se Lui non c’è, è stato sostituito da altro). Cosí ogni piatto si alza o s’abbassa a seconda di quanto pesa di piú o di meno l’altro. Possiamo anche immaginare che i due piatti, nell’ordinario, non stanno mai fermi: mai i “giudici” coincidono.

L’uomo ordinariamente è quasi sempre veicolo di qualcos’altro. Quando viene afferrato da un dilagante istinto o passione e compie le azioni sotto l’azione di quelle forze, il suo Principio pesa assai poco.

Non tengo lezioni di morale, che del resto mi pare materia di una cattedra sempre affollata: essere deprivati dell’Io è una condizione che vale per il criminale , il quale, afferrato da parossismi, compie i piú atroci delitti, e per il santo  che fa opera sovrumana quando viene rapito dalla sublime estasi spirituale. Ora vale pure per il dialettico che usurpa il trono non suo col vuoto e lesivo mondo delleparole.

La tirannia dell’Altro muta la propria fisionomia con i tempi, sa stare alla moda. Nel tempo dell’intelletto, pur di scansare il Principio, diventa “idea dominante” e funziona benissimo: subordina la coscienza dell’uomo all’ideologica passione che naturalmente si tinge di colori diversi per le singole anime, fornendo un’ammirevole impressione di libertà personale. In tale senso, dal condizionamento della natura e passando per il condizionamento delle regole, siamo giunti al condizionamento ideologico: un bel passo in avanti!

Qualcuno penserà subito alla Politica. Se vuole può farlo, ma non sarebbe esatto, poiché avviene per tutte le attività umane. Anche per le scienze. Ma qui è necessaria una distinzione tra quanto è prodotto dal rigoroso pensiero e quanto si presenta come un portato animico. Difficile è distinguere le due cose, giacché l’uomo è complesso e la sua interiorità disordinata, ma quello che risalta è che, quando l’anima personale prende il sopravvento con umori e predilezioni, quello che viene espresso si avvicina molto ad una sorta di leggiadría fantasticona e demenziale anche in rigorose figure scientifiche.

Spero comprendiate che non parlo di Anima ma di animuccia: quella di scarsa realtà che grava sul corpo fisico-sensibile allo stesso modo per cui il corpo la condiziona totalmente. E questo insano connubio dobbiamo tenercelo dalla nascita alla morte! È con l’animuccia che abbiamo a che fare per tutta la vita, abituati come siamo a darle una importanza sproporzionata e immeritata, poiché essa è la generosa fonte di tutte le nostre ambasce e dei nostri malanni: essa prospera con la nostra mancanza di centralità, con la nostra eterna confusione.

Poi, quando questa si incarica di decifrare le Vie dello Spirito, produce ineffabili pasticci: è lei che produce la babelica lotta del “tutti contro tutti”, anche tra coloro che, in buona fede, raccolgono mosche dicendo di fare disciplina del pensiero.

Molti, tra questi, mentono, pur non sapendo di mentire… Perché?

Perché, se la concentrazione non esce oltre l’anima, non può assolutamente chiamarsi ancora concentrazione. Da qui i mille equivoci (sempre in buona fede, spero).

Se la concentrazione inizia e termina nella sfera dell’animuccia, chiamiamola tentativo, chiamiamola inizio… chiamiamola pure prima tappa del controllo del pensiero… ma non chia- miamola con un nome che non le appartiene.

Come una linea ferroviaria consta di scali intermedi, cosí la concentrazione non principia dallo scalo di partenza e non rappresenta la stazione finale: essa è il trenino, il veicolo. Ma è con il trenino che si passa per il tratto significativo, e questo accade quando con il veicolo si oltrepassa il confine dell’anima.

Va messa e rimessa sempre in chiaro una cosa: l’anima (animuccia) teme ogni superamento: da reazionaria assoluta e ingorda, usa e userà ogni strumento a sua disposizione per non permettere alla coscienza pensante di disincagliarsi da essa. Non va sottovalutata, poiché userà le possenti forze corporee per sabotare ogni punto del tragitto. Userà tutti i sentimenti alti e bassi – fa lo stesso – e la debolezza insita nel pensiero riflesso (perciò corporeo: cioè riflesso dalla corporeità) per rendere difficilissimo il percorso.

L’asceta può superare l’impasse solo quando riesce a suscitare una forza con uno sforzo o atto piú potente, e questo non è facile.

Faccio un esempio al negativo. Un valido collaboratore di un tempo, preferí abbandonare l’arena adducendo come motivo portante che le situazioni di contrasto gli rovinavano per una settimana l’esercizio interiore (ricordatevi per piacere che è solo un esempio e niente altro). In parole povere, l’anima, turbata, non gli permetteva una buona condizione dell’anima.

Cose come questa, che comprendo e rispetto in quanto scelta personale, non dovrebbero accadere se non al neofita. Ad un esperto mai. Anzi, l’esperto avrebbe avuto ottime occasioni per separare o superare il maltempo animico, l’impulso polemico, lo stato d’animo e i pensieri parassiti dall’esercizio che richiedeva, nel caso, una dedizione o intensità maggiore.

Certo, non si può sostenere ogni giorno o piú volte al giorno una lotta senza quartiere: a volte possono mancare in simultanea l’energia e il tempo… ma sono pure imprescindibili all’esercizio momenti di determinazione e volontà anche straordinarie, tali da portarsi oltre il limite dell’anima. Sennò che staremmo a fare con l’indicare cose come il puro pensiero, la sua origine extra-corporea ed extra-animica?

Allora vivremmo la Via spirituale in una condizione di menzogna, allora dovremmo respingere il contenuto della Filosofia della Libertà, gli incalzanti insegnamenti di Scaligero, sempre ripetuti in tutte le sue Opere (senza ritagli ad usum di questo o quello) come contenuti da noi troppo distanti. I buoni propositi, con le cento iniziative al seguito, sono aria fritta: sincerità e coerenza di osservazione e pensiero con se stessi e con il mondo sarebbero un viatico migliore: se si svuota il pensare dai pensieri, resta poco, ma quel poco è piú reale e non indulge in sciocchezze.

Sono cosí tanti gli ostacoli che l’anima frappone tra l’approccio al dominio del pensiero e la concentrazione profonda, che sarebbe impossibile farne un elenco, e persino quando si impara a superare ciò che in un certo senso è grossolano ‒ come lo sono le invadenti impressioni corporee ‒ non dovrebbe esserci arresto ma un’ulteriore azione della volontà.

Poi può succedere di entrare in una condizione di sofferenza animica diffusa che, sebbene non sia localizzata come l’emicrania o il mal di denti lo sono nel corpo, ha il carattere della insopportabilità (il Dottore ne parla in un ciclo tradotto, ma non chiedetemi quale).

Questa insopportabilità è simile ai “muri” che esistono su vari livelli dei mondi invisibili. Lí, ovviamente, non esistono confini sbarrati come nella sfera sensibile, ma se si cerca di penetrare in sfere che superano la nostra maturità, e ciò è possibile, si può entrare in una oppressione assoluta che ci respinge: è una sofferenza totale che nel mondo sensibile equivarrebbe al tentativo di attraversare un muro di pietra, ma nel Mondo spirituale è peggio, poiché afferra tutto il nostro essere. Si potrebbe anche caratterizzare l’esperienza come una sorta di giudizio interiore (a cui si viene sottoposti) cosí potente che potrebbe annichilire tutto ciò che siamo.

Già prima di questo, la scelta di ritirarsi dal dolore (preagonico, lo chiama Scaligero, mica scherzando), o di continuare nonostante tutto, si offre continuativamente all’asceta: se rincantucciarsi nell’anima o uscire da essa: in una realtà piú alta, dove affanni personali e dolenzie di ogni tipo sono temporaneamente superati.

Almeno qualche volta l’esperimento andrebbe fatto. Uno fa l’esercizio e sa di non aver concluso nulla. Perché non ritentarlo? E ritentarlo ancora?

Quel che segue l’ho narrato molte volte… ma non fa male ripetere, anzi! Pure il Risvegliato lo sapeva, e in tale maniera comunicava. Un giorno, un giovanotto telefonò disperato a Scaligero. Aveva in mente il suicidio per ragioni e pulsioni che sono fuori da questo contesto. Massimo, dopo aver cercato di calmarlo, lo implorò di fare una concentrazione. Poi ci fu una seconda telefonata, e Scaligero convinse il disperato a fare ancora una concentrazione. Non so quante furono complessivamente le telefonate. Non furono poche. Ma, miracolosamente, l’autorità delle parole di Scaligero funzionò ed il giovane s’imbarcò in ore di ripetuti esercizi… finché, nella telefonata finale poté comunicare stupefatto a Massimo che tutto il dolore e la furia autodistruttiva che lo perseguitavano s’erano dissolti, erano spariti come d’incanto. Poi, il giorno dopo, guarda caso, anche i motivi sensibili che avevano travolto il suo animo si erano soluzionati per il meglio.

Io e altri vecchi sciocchi par mio abbiamo fatto cose simili molte e molte volte, decisi ad andare oltre la coscienza somatica, egoica (cioè ordinaria), a costo di schiattare. Anche con l’handicap pregresso di emicranie o in condizioni scomodissime, perciò dopo poco assai invadenti o dolorose. E taccio intorno a situazioni interiori come quella narrata che riguardò un discepolo di Scaligero.

Funziona? Non sempre ma talvolta sí, anche se mi piacerebbe raccontare storie di mali di testa magicamente scomparsi.

Però, quello che apprendemmo “sul campo” è che gli ostacoli possono venire superati e l’animuccia vinta (se si vince l’animuccia si superano simultaneamente gli ostacoli che provengono dal corpo). Se parlo di abnorme quantità, è solo perché devi attraversare un piccolo inferno per trarre dall’interiorità l’intensità necessaria, e l’uomo, in condizioni relativamente “normali”, non attiva l’intensità nemmeno a pagarlo a lingotti d’oro, non la conosce!

Chi, attraverso la concentrazione, riesce talvolta a passare oltre l’anima, osserva con sincera curiosità l’affanno di moltissimi a darsi regole per aprirsi allo Spirito che, evidentemente, in questo modo di pensare è sempre fuori dall’uomo.

È evidente che la comprensione dello Spirito come interno al proprio Io è rimasta un’astrazione, mentre le mille regole paiono la salvezza per le anime, ora presenti, ma portatrici di forti impulsi vetero-testamentari.

In queste ultime vige frequentemente un particolare disgusto nei confronti dell’ego, si sentono quasi indignate dalla sua miseria, dai suoi vizi… ma chiedo ai lettori, che razza di ego è quello che naviga controcorrente verso la propria estinzione? Dall’ego non si esce, è inutile indignarsi con se stessi (e con gli altri, soprattutto con gli altri) – pura perdita di tempo – mentre nella pratica del dominio di sé fa capolino il Principio.

Perché il Principio è ciò che subentra quando il pensiero cosciente e voluto supera il limite dell’anima. Perché a quel punto nulla resta della mia natura e dei suoi abiti, e virtú, vizi, convinzioni, carattere eccetera: tutto il mio mondo personale svanisce, è svanito. Piú radicalmente: svanita la riflessità, svanisce anche l’ego! Seppure rapido come una folgore, è un grave e grande momento: il nostro essere, quando vive in questo mondo, non sperimenta mai il pensare e percepire senza un continuo ricondursi al senso dell’Io corporeo, di continuo rivolgendosi alla sensazione di sé.

Invece, in quel momento, c’è “solo” l’Io puro che vede e sente, e non un suo riflesso verso cui rivolgersi, e anzi se questo fosse, per cosí dire, presente, si disintegrerebbe a causa dell’infinito terrore che il cosmo senza appoggi palesa al soggetto. Il veggente non veduto, il conoscente non conosciuto non è una caratterizzazione poetica o suggestiva, ma solo una tra le piú felici definizioni riassunte a posteriori da uno sperimentare indicibile: l’Io puro che sperimenta non può venire “sperimentato” da alcun ulteriore soggetto, perciò da nessuno.

L’Io si erge sull’abisso, l’Io può contemplare l’infinito e l’infinita potenza che si manifesta. Lí il pensare è forza vera, e si sa che appartiene al Cosmo: nel Cosmo il pensiero domina. Cosí non può certo “pensare” a stilare sofismi e regole di qualsiasi tipo, ovvero la produzione industriale dell’animuccia.

E pazienza se tutto questo può sembrare a tanti un glifo senza senso, impalpabile, persino innaturale. È… naturale che sia cosí. Solo sulla strada della concentrazione queste sono cose ben piú reali della vita di sogno che si vive nel costante crepuscolo pieno d’ombre del nostro tempo terrestre.

Franco Giovi

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per gentile concessione di

http://www.larchetipo.com/2014/dic14/

SCIENZA DELLO SPIRITO

MARTINA VON LIMBURGER: INDICAZIONI MEDITATIVE

MARTINA VON LIMBURGER SCHUELERIN(1) .

Martina von Limburger

Tentativo di una sintesi di varie indicazioni di Rudolf Steiner riguardo alla meditazione

Ciclostilato come manoscritto – Stampa vietata

Amburgo, S. Michele 1953

Premesse

Forse io sono attualmente una dei soci più anziani della nostra Società. E così accade che non di rado mi si preghi di dare indicazioni sul meditare. Ritengo perciò che la cosa più giusta sia di far parlare Rudolf Steiner stesso. Nell’anno 1906 potei entrare nella cerchia più ristretta dei suoi discepoli ed ebbi così spesso l’occasione di parlare con lui, sia da sola sia insieme ad altri. Ho raccolto qui liberamente alcune sue spiegazioni sulla meditazione, espresse in varie occasioni ed altre ne ho accluse traendole da conferenze. È rimasto escluso quanto sulla meditazione vi è nei libri, perché è generalmente noto ai soci.

Martina von Limburger

bubu luglio2016002

La meditazione e la concentrazione non sono speciali cose misteriose – sono attività spirituali rafforzate al massimo che, nei gradini più elementari, si presentano anche nella vita ordinaria. Meditazione è una dedizione dell’anima potenziata illimitatamente quale l’abbiamo nei più bei sentimenti della vita religiosa. Concentrazione è un’attenzione potenziata al massimo che dobbiamo impiegare anche nella vita usuale. La caratterizziamo come attenzione quando non lasciamo fluttuare arbitrariamente sugli oggetti le nostre rappresentazioni e sentimenti, bensì quando ci concentriamo per dirigere il nostro interesse su un unico oggetto.

Questa attenta osservazione può essere illimitatamente rafforzata soprattutto con il collocare al centro della vita dell’anima alcune rappresentazioni date dalla Scienza dello Spirito. In tal modo, con l’esclusione di ogni altra cosa, di tutte le preoccupazioni e gli affanni, di tutte le impressioni dei sensi e gli impulsi di volontà, di tutti i sentimenti e di ogni pensare, l’intera nostra vita dell’anima può venir concentrata per un dato tempo in queste rappresentazioni poste al centro della vita dell’anima. Dobbiamo tuttavia tener presente che non ha tanto importanza il contenuto della rappresentazione, quanto l’attività, l’interiore attività che svolgiamo nella dedizione a tale rappresentazione. E spesso è necessario un ripetuto, lungo esercitarsi, talvolta per decenni, a seconda della diversa disposizione individuale, finché l’anima non sia interiormente sufficientemente rafforzata per sviluppare quelle forze che altrimenti dormirebbero assopite in lei e che mediante tale attenzione e dedizione illimitatamente rafforzata scaturiscono da essa.

Ciò che qui importa in modo particolare è l’esperienza attraverso la quale l’anima, mediante l’attività ora descritta, giunge a disciogliersi e a rendersi libera come essere animico-spirituale sempre più dalla realtà fisico-corporea. In tal modo, col tempo, si perviene a collegare un significato autentico alle parole: ora tu ti sperimenti quale essere animico-spirituale senza servirti dei tuoi sensi e delle tue membra; tu ti sperimenti fuori del tuo corpo fisico. E si è raggiunto un punto fecondo nella propria evoluzione, quando si è pervenuti ad osservare a partire da questa esperienza animico-spirituale, da fuori del corpo fisico, la propria corporeità con tutto quanto nel mondo fisico le è collegato, così come si ha dinanzi a sé un oggetto del mondo fisico. Di regola, si riesce a liberare in questo modo dagli strumenti corporei le capacità pensanti, le capacità rappresentative dell’anima, in special modo dal cervello e dal sistema nervoso, cosicché si sa di essere in un libero tessere del pensare completamente basato su se stesso, tuttavia fuori del sistema nervoso e del cervello.

La prima esperienza ci dà la consapevolezza di sapere: tu vivi pensando come nell’ambiente che circonda la tua testa; tu vivi e tessi così come di solito ti sperimenti allorché ti servi dello strumento del tuo pensiero, ma ora sai esattamente che questa vita e questo stare nel pensare si realizzano fuori del tuo capo. E soprattutto rimane indimenticabile – allorché la si sia vissuta una volta – l’impressione che si prova nel reimmergersi nel sistema nervoso e nel cervello, di come entrambi offrano una resistenza materiale, cosicché ci si deve immergere con violenza nell’elemento corporeo, dopo che ci si è sperimentati al di fuori di esso per un certo tempo.  

Ciò che a tutta prima, mediante l’attività ora descritta si riesce disciogliere dall’elemento corporeo è la capacità rappresentativa del pensiero, e non ancora l’attività del sentimento e quella volitiva dell’anima. A questo risultato porta solo l’illimitato accrescimento della dedizione. Una rappresentazione per questa accresciuta facoltà di dedizione dell’anima la offre il confronto con il sonno, nel quale l’anima dell’uomo nella completa immobilità del corpo viene separata da questo. è dedita all’andamento universale del mondo. Niente del nostro pensare cosciente s’intromette in questa condizione di sonno.

Questo stato naturale deve essere suscitato volontariamente mediante la meditazione, tuttavia con la differenza che in questo caso l’accresciuta capacità di abbandono deve condurre ad uno stato di coscienza più elevato. Mediante un atto volontario dell’anima il ricercatore spirituale deve portare al silenzio tutti i sensi, così come nel sonno viene distolta l’attenzione da qualsivoglia impressione del mondo esteriore. Tuttavia, mentre l’anima nel sonno s’immerge nell’incoscienza, con la facoltà di dedizione spirituale essa si desta entro la corrente divino-spirituale delle forze universali ad una coscienza nei confronti della quale l’abituale coscienza diurna appare uno stato di sonno.

Con tali disposizioni animiche l’investigatore dello Spirito, attraverso una totale immobilità della vita di rappresentazione legata al cervello e dell’intero organismo della parola, raggiunge la facoltà di sviluppare interiormente la medesima forza che, altrimenti, ad opera del corpo fisico, si manifesta l’esterno nel pensare e nel linguaggio.

Il momento più adatto per immergersi nella meditazione si dimostra essere la mattina poco dopo il risveglio. Al nostro risveglio dobbiamo anelare a ritornare prima possibile di nuovo nel mondo spirituale. Ora però coscientemente, reimmergendovisi mediante la nostra meditazione, così come ci prepariamo la sera ad entrare nel mondo spirituale.

Al momento del risveglio il meditante deve permanere, alcuni momenti, in maniera pienamente cosciente, nella quiete spirituale. Allorché fa ciò, egli accende il fuoco sacro, il calore interiore, che sono necessari per il suo anelito animico. Tuttavia, durante la meditazione che segue ci si deve sforzare di plasmare i pensieri in modo chiaro, acuto e determinato, quale agire animico svolgentesi in piena coscienza e consapevolezza. Al contempo, il proprio organismo fisico ed eterico deve rimanere intoccato, poiché in una e corretta meditazione si giunge a sperimentarsi, fuori dell’organismo fisico ed eterico, nel contenuto di forze di pensiero novellamente sviluppate. Attraverso ciò si giunge all’esperienza personale in una condizione di relativa oggettività. La si contempla e la si ri-irradia in forma di pensiero quanto si esperimenta nell’etere.

Quanto a lungo si deve meditare? Questo non lo si può esprimere in concetti temporali. Si persista tanto a lungo su ciascuna parola fintanto che si possa sviluppare mediante essa forza interiore. Si deve meditare con l’intero essere.

Correnti di vita spirituale fluiscono sempre attraverso il mondo. Tuttavia, fintantoché ci occupiamo con gli abituali pensieri giornalieri, quelle correnti non possono fluire in noi. Le parole delle nostre meditazioni sono porte aperte nei mondi spirituali, esse sono messaggeri alati che sollevano in alto l’essere umano nei regni sovrasensibili. Esse hanno la forza di dischiudere la nostra anima cosicché possano riversarsi in noi i pensieri delle nostre grandi Guide, i pensieri dei “Maestri della Saggezza e Armonia delle Sensazioni”. Perché ciò possa avvenire deve regnare in noi il più profondo silenzio. Le parole che al risveglio facciamo vivere nella nostra anima e che ci sono state date dai grandi Maestri dell’Umanità, non devono essere usate come argomento per speculare. Il resto della giornata ci offre il tempo per rifletterci sopra. Durante la meditazione dobbiamo tenere lontano ogni riflessione sul contenuto di quelle parole. Tuttavia dobbiamo anche ben guardarci dal ripetere le parole solo senza badare al senso e meccanicamente. Dobbiamo piuttosto aver chiaro che queste parole schiudono alla nostra anima il riversarsi in essa delle Entità Divine, così come il calice del fiore si apre per accogliere in sé i raggi del sole. Elevate Entità Spirituali si riversano su di noi durante la meditazione, ma soprattutto i pensieri di quelli che chiamiamo i Maestri dell’Umanità. Essi ci guidano e ci sono vicini durante la meditazione. 

Di notte troviamo i discepoli con i loro Maestri sul piano astrale, poiché colui che nella meditazione ha creato un legame con il proprio Maestro, possiede il collegamento che lo conduce a Lui. Questo processo si svolge durante la notte.

Ogni uomo, mediante l’immersione nelle scritture corrispondenti, può giungere ad un tale scambio e pervenire così al suo Sé superiore. Quello che fra qualche migliaio di anni sarà il nostro Sé superiore, riposa ora nel seno dei Maestri. Ed anche la reale conoscenza del nostro Sé superiore dobbiamo cercarla là dove oggi già la si deve trovare: presso le più eccelse Individualità. Questo è il rapporto del discepolo con il Maestro, mediante la meditazione.

La forza delle parole della nostra meditazione non è soltanto nel loro contenuto, ma soprattutto nel loro ritmo e nel loro suono. Dobbiamo ascoltarlo, allora attraverso di esse il mondo spirituale risuona nella nostra anima. Per questa ragione una formula di meditazione non si può senz’altro tradurla in una lingua straniera. Quanto possediamo in lingua tedesca di formule di meditazione è stato anch’esso tratto direttamente dai mondi spirituali. Ogni formula, ogni preghiera, suscitano i massimi effetti nella loro lingua originaria.

Impariamo a vivere nel suono delle parole, allorché immettiamo vera vita nelle nostre immagini di pensiero. Ciò si può raggiungere col formarsi di ogni singola parola una rappresentazione contemplabile sensibilmente, ad esempio per la parola “schöpfen” –  in tedesco ‘versare’, ‘creare’ –  come si versa (schöpft) acqua da un vaso. Così nella meditazione tutte le parole devono ricevere vita interiore concreta.

Tutte le rappresentazioni spaziali esistenti sul piano fisico, devono essere eliminate durante la meditazione; ma tutto quanto si collega alle impressioni dei sensi, come colore, luce, suono, odore, è presente invece anche nel mondo astrale. Per questa ragione è bene crearsi delle rappresentazioni possibilmente piene di contenuto; poiché in tutto quanto i sensi percepiscono, si esprimono Entità spirituali. Esse fanno fluire la loro essenza spirituale in colori, suoni, odori. Così, per la parola “Luce”, si deve risvegliare in se stessi una rappresentazione chiara, piena di luce, mentre si sperimenta come correnti piene di luce si riversino su di noi.

Immergendosi in tal modo in certi concetti e in pensieri eterni, si creano nel proprio corpo eterico impressioni vivificate (Leben-erhaltende), plasmatrici di organi. Si può, così, meditare anche sul concetto “Sapienza”; tuttavia non con definizioni irrigidite, bensì risvegliando in noi rappresentazioni di sensazioni dinamiche. Se si medita in modo giusto sul concetto di Sapienza, qualcosa della Sapienza stessa fluirà a noi e dai mondi superiori ci verrà fatta ottenere l’illuminazione.

Nei tempi antichi il rapporto coi mondi divino-spirituali poteva effettuarsi solo con i mantram, attraverso il suono. Oggi l’uomo può delineare nel suo intimo l’unione con la forza del Cristo mediante la parola ricolma di significato. Quando il discepolo riesce a isolarsi completamente nella meditazione dagli influssi e rumori esterni, quando egli riesce ad escludere il corpo fisico, egli vive allora nel corpo eterico, nel corpo astrale e nell’Io. Come in un fluido magnetico nella nostra meditazione dobbiamo essere trasportati nei mondi spirituali: siamo allora nella giusta disposizione spirituale. Ma non importano le parole di per se stesse bensì che dai mondi spirituali fluisca in noi il vero senso giusto quale forza risvegliatrice di vita, che ess siano ricolme di forza del Cristo. Le parole delle formule meditative sono scelte in modo da operare in maniera assolutamente impersonale, perché esse sono una veste, in cui si può celare il Logos fluente nel mondo. A queste correnti del Logos si debbono adattare le parole, che perciò sono collocate in modo assolutamente determinato.

La nostra meditazione, allorché essa avviene in modo corretto, determinerà in noi un rafforzamento spirituale. Non si creda che tale rafforzamento non sia già iniziato, anche se non siamo capaci di sentirlo. Spesso raccogliamo solo dopo anni frutti che non ci saremmo aspettati. Chi si contenta di poco e non esige con brama e impazienza la crescita animica, otterrà sempre un rafforzamento spirituale. Poiché ogni meditazione prima o poi determina in noi un rinvigorimento di forze.

Durante la meditazione si deve lasciare fuori tutto quanto è collegato con la vita esteriore. La porta che oltrepassiamo nella meditazione è come una sottile fessura. Tutto quanto di pensieri non pertinenti la meditazione vi s’intromette, agisce quale fuoco distruttore su quanto deve germogliare nel nostro intimo. La tentazione di lasciar intromettere nella meditazione tali pensieri è enormemente grande.

Poiché attraverso la nostra meditazione vorremmo evolverci più rapidamente, cercando di lavorare per l’evoluzione dell’umanità, proprio per questo la meditazione è il campo nel quale forze ostacolatrici cercano in ogni modo di intervenire producendo danni, facendoci venire per esempio in mente gli avvenimenti della vita quotidiana. Abbiamo però un mezzo occulto per proteggerci da questi pensieri non desiderati, un mezzo per ridurli al silenzio. A tale scopo ci si raffiguri nel modo più chiaro possibile il Caduceo, un’asta splendente, intorno alla quale si avvolge un serpente nero. Ci si raffiguri poi un serpente bianco che si muove incontro all’altro. Il serpente nero simboleggia i pensieri materiali, che ci disturbano, come essi siano collegati con l’uomo inferiore, mentre il serpente luminoso rappresenta i pensieri divini del Sé superiore. Se ci poniamo dinanzi all’anima, in tutto il suo significato, questo simbolo, come il serpente chiaro si avvolga di contro a quello nero, allora questi ostacoli scompaiono, cosicché possiamo dedicarci indisturbati alla nostra meditazione.

Tuttavia si deve mettere l’accento sul fatto che quel che importa non è di raggiungere più presto possibile dei progressi. Molti discepoli a tale scopo esigono sempre nuovi esercizi. La forza animica di un uomo si dimostra proprio nel fatto che egli è capace di indugiare a lungo su un esercizio, e che da esso sa trarne forze, spesso per un’intera vita. Ogni formula di meditazione è dotata di grande forza che è sufficiente per molto tempo per risvegliare le assopite forze vitali. Più progredito è il discepolo, maggiormente si destano in lui le forze spirituali, tanto più semplici divengono gli esercizi che riceve.

La vita meditativa riposa sul fatto che rendiamo presente all’anima il contenuto della meditazione nella “ripetizione”; in tal modo la meditazione diviene una forza interiore che continuamente persiste, come avviene allorché una goccia cade sempre di nuovo su di una pietra ed infine la incava. Se presente nella nostra anima solo una volta o dieci volte, la meditazione non riesce a condensare la forza interiore, che è quel che importa. Solo con la pazienza questa forza può svilupparsi, cosicché noi diventiamo coscienti dell’eterno germe essenziale dell’uomo. Poiché quello che conta è questa forza; ma essa viene in molti modi sfuggita dall’uomo. Possiamo accogliere in noi le Potenze del mondo spirituale solo se possiamo portare loro incontro in modo giusto questa calma interiore. Possiamo conoscerle unicamente, andando loro incontro mediante la nostra vita di rappresentazione.

Parallelamente alla meditazione disinteressata, deve procedere l’entusiasmo per ogni sensazione. Questo tuttavia deve porsi accanto al rafforzamento dei pensieri. Certi mistici cercano di soffocare completamente proprio i pensieri e di curare unicamente la vita delle sensazioni.

Ogni esoterista progredisce, s’egli esegue fedelmente e regolarmente i suoi esercizi, anche quando è insoddisfatto del loro risultato. Conta anzitutto il leale anelito. Con la meditazione diveniamo effettivamente altri uomini; questo avviene incondizionatamente, anche se noi non lo notiamo.

Si può concepire la vita esoterica in modo da considerare gli esercizi che si ricevono come un’aggiunta alla propria vita normale. Ci si accorgerebbe, tuttavia, che i progressi ottenuti in tal modo non sarebbero rilevanti. La decisione, che l’esoterista dovrebbe prendere, consiste piuttosto di proporsi di portare in relazione alla sua vita esoterica tutto quel che incontra nella vita ordinaria.

Attraverso ciò egli si crea un centro, dal quale dirige l’intera sua restante vita.

Con la meditazione dobbiamo sviluppare una grande forza, la quale utilizza le parole della meditazione quali strumenti mediante i quali a poco a poco plasmiamo interiormente nel nostro corpo astrale i nostri organi spirituali con i quali poter percepire il circostante ambiente spirituale. Le impressioni che imprimiamo nel nostro corpo astrale solo col tempo diventano durature, poiché posiamo paragonare il corpo astrale ad una massa elastica che accoglie sì impressioni, ma dopo un certo tempo riacquista la forma precedente. Queste impressioni vengono impresse nel corpo astrale durante il sonno, quando l’Io ed il corpo astrale hanno abbandonato il corpo fisico. Più forte ed intensa è la nostra meditazione, tanto più fortemente queste impressioni s’imprimono nel corpo astrale, finché alla fine divengono durature, cosicché da esse si possono sviluppare gli organi animici.

Se ci si rende sordi e ciechi alle impressioni sensorie esteriori, si solleva con la meditazione a poco a poco il proprio corpo eterico fuori del corpo fisico e ci si unisce con l’aura del Cristo, che è ora l’aura della nostra Terra. Se ci sollevassimo fuori del nostro corpo senza il contenuto della nostra meditazione, la nostra anima sarebbe sola con se stessa. Ma così viene compenetrata dal Cristo e sperimenta il detto di Paolo: “Ora non io vivo, ma il Cristo in me”.

Il meditare determina una condizione intermedia, mediante la quale può venir superato l’unilaterale elemento luciferico e quello arimanico. Nel solitario pensare e rimuginare vi è la tentazione luciferica. Nell’osservazione unilaterale, tutta tesa verso l’esterno, vi è la tentazione arimanica. Si può, invece, determinare una condizione intermedia nella propria anima, rafforzando interiormente i propri pensieri in maniera così vivente, che li si abbiano dinanzi come qualcosa di vivente, come una percezione che si oda o si veda. Questa è una condizione intermedia, che viene raggiunta con la meditazione. Il meditare non è né pensare, né percepire, è un pensare che vive nell’anima in maniera così vivente, come una percezione, ed è un percepire che non ha nulla di esteriore, bensì ha pensieri come oggetti della percezione. Tra l’elemento luciferico del pensiero e l’elemento arimanico della percezione, scorre nel meditare la vita dell’anima in una condizione intermedia divino-spirituale, che sola sorregge il progresso dell’evoluzione del mondo.

L’uomo meditante, che vive nei suoi pensieri, sì che essi divengano in lui forze viventi, vive nella corrente divina. A destra egli ha i soli pensieri, a sinistra le sole percezioni; egli non esclude né gli uni né le altre, bensì sa che le polarità si debbono mantenere in equilibrio, così come il triangolo è determinato dalla somma dei suoi angoli.  

Meditazione significa: dedizione ad alcuni pensieri e sensazioni particolarmente adatti alla nostra individualità, con i quali ci identifichiamo totalmente. Naturalmente, in questa via lo sforzo umano assai facilmente s’indebolisce perché di fatto il rinnovato proporsi questo silenzioso e intimo atteggiamento dell’anima costa grandi superamenti. Ma con il tempo si riceverà il sentimento: sinora questo pensiero lo hai sempre solo pensato. Ora esso comincia a sviluppare una propria vita, a sviluppare una propria intima vivacità. È come se si fosse realmente in condizione di generare da sé un essere. Il pensiero comincia ad acquistare un’interiore forma. Questo è un momento importante, quello di sperimentare come il pensiero sia solo un involucro per un essere vivente realmente spirituale. Cosicché ci si può dire: i tuoi sforzi ti hanno portato a creare un palcoscenico su quale si sviluppa qualcosa che mediante te ora si desta a vita propria. Questo vivificarsi del pensiero meditativo è un momento importante. Il discepolo avverte allora di venire  afferrato dall’oggettività della realtà spirituale, egli sa che il mondo spirituale in un certo qual modo si occupa di lui; sì, gli si è avvicinato.

Quel che avviene nella meditazione, dimentica di se stessa, è qualcosa della più alta importanza. Mediante tale intimo processo del meditare viene realizzato un sottile consumo di calore. Ogni processo meditativo è connesso con un sottile processo di calore e di luce. Luce e calore vengono da noi consumati durante la meditazione. Attraverso di esso si forma nella meditazione proprio un processo vitale. Anche nel nostro pensare quotidiano si verifica un processo di calore nel nostro organismo, che determina il ricordo. Ma nella meditazione non si deve arrivare a ciò. Se viviamo nel puro contenuto di pensiero, quello che consumiamo quale calore e luce non si imprime nel nostro corpo, bensì nell’universale etere cosmico. E ciò causa un processo esteriore nell’ambiente circostante. In un’autentica meditazione imprimiamo la nostra forma di pensiero nell’universale etere cosmico, cosicché nello sguardo retrospettivo su di un processo di meditazione, non abbiamo a che fare con un ricordo, ma con una percezione obbiettiva di impressioni nell’etere cosmico.

Chi è impegnato nel vero meditare, vive in un evento che contemporaneamente è un processo cosmico. Quel che accade è quanto segue: nel meditare viene consumato calore, attraverso il quale sorge il freddo. L’intero etere cosmico generale viene raffreddato. E poiché viene consumata anche luce, poiché essa viene attenuata, ne nasce oscurità. Chiaroveggentemente si può sempre osservare, quando un individuo ha meditato in un luogo: di lui vi rimane un’immagine d’ombra, che è persino più fresca dell’ambiente circostante. Si è realizzato qualcosa che può essere paragonato all’impronta su una lastra fotografica. 

Se riflettiamo a ciò, capiremo altresì come l’uomo, che nell’incarnazione successiva ritorna sulla Terra, ritrovi nell’etere cosmico le tracce dei suoi pensieri di meditazione. Qui vediamo realmente come operi il Karma. Perciò il meditante ha sempre più il sentimento: non sei semplicemente tu, colui che qui pensa, bensì avviene qualcosa, all’interno del quale tu stai, ma che si realizza oltre te come qualcosa di duraturo. Questo «sentirsi come nell’atmosfera, come nell’atmosfera del tessere e dell’essere dei propri pensieri», come se i pensieri si muovessero in onde dentro ed attraverso di noi, ciò dà il sentimento sicuro: tu ti trovi all’interno di un mondo spirituale, e tu stesso sei solo un membro tessente nel tessere generale del mondo divino. E questo è un sentimento notevole che ci giunge nella quiete animica della meditazione: non sei solo tu colui che fa compie ciò – ciò viene compiuto! Tu hai iniziato a provocare queste onde, ma esse si espandono attorno a te. Esse hanno una loro vita propria, della quale tu sei solo il centro.

È un’esperienza che ci dischiude la conoscenza del mondo spirituale. È un’esperienza di straordinaria importanza, alla quale tuttavia appartengono pazienza, costanza e abnegazione. È sufficiente questa esperienza per ricevere la piena convinzione dell’obbiettiva esistenza del mondo spirituale.

I momenti più importanti, più significativi per lo sviluppo della nostra vita esoterica sono quelli dopo la meditazione, quando facciamo penetrare nell’anima la calma assoluta, al fine di fare agire su di noi il contenuto della meditazione stessa. Dobbiamo sforzarci di prolungare sempre più tali momenti, perché col «trarsi fuori» dalla cerchia dei nostri pensieri e sentimenti giornalieri, con questo «svuotar se stessa» della nostra anima, noi ci poniamo in comunicazione con un mondo dal quale ci vengono incontro immagini, delle quali dobbiamo dire che esse non sono possono essere paragonate a nessuna altra cosa della nostra restante vita.

Se dopo ogni meditazione risvegliamo in noi un sentimento di gratitudine e venerazione – un sentimento che possiamo chiamare stato interiore orante – e al contempo siamo coscienti della grazia della quale siamo stati partecipi, allora noteremo già che siamo sulla strada giusta e come i mondi spirituali ci vengano incontro.

Sullo sguardo retrospettivo

La sera prima di addormentarci dobbiamo prepararci al fatto che entriamo nei mondi spirituali, ma non con preghiere egoistiche per una fine beata o qualcosa di simile, bensì nello stato interiore di gratitudine, perché di nuovo saremo accolti nel grembo delle Entità Spirituali. Qui giuoca un grande ruolo l’esercizio dello sguardo retrospettivo. In forma di immagini, ma con successione invertita, risalendo dalla fine verso l’inizio, il giorno trascorso deve scorrerci dinanzi retrospettivamente. Al tempo stesso, per ogni esperienza vissuta nella giornata, dobbiamo domandarci: ho fatto giustamente questa cosa, non avrei potuto farla ancora meglio? Molto importante è, al contempo, imparare a guardare a noi stessi come ad un estraneo, come se ci considerassimo dall’esterno e ci criticassimo. Soprattutto dobbiamo tendere ad avere una rappresentazione della vita della giornata la più chiara possibile. È perciò molto più importante potersi ricordare i piccoli avvenimenti che non le vicende importanti. Un comandante che abbia combattuto una grande battaglia, avrà la sera davanti agli occhi l’immagine della battaglia, essa aderisce da sé alla sua anima, invece come si sia infilato o sfilato gli stivali non lo saprà più. Importante è avere un quadro il più possibilmente completo della nostra vita giornaliera. Ci vediamo per es. attraversare la strada, cerchiamo di ricordarci come erano allineate le file di case, dinanzi a quale vetrina siamo passati, quali uomini abbiamo incontrato, che aspetto avevano, quale aspetto avevamo noi stessi. Poi ci vediamo entrare in un negozio e ci ricordiamo della commessa che ci è venuta incontro, cosa aveva indosso, come parlò, ecc. Per ricordarci questi particolari dobbiamo sforzarci molto, ma proprio questo rinvigorisce le forze della nostra anima. Tuttavia non si ha bisogno di pensare che per fare ciò sia necessaria un’ora. Dapprima ci si ricorderà poco, ma infine si giungerà a percorrere chiaramente l’intera vita diurna con l’anima in soli cinque minuti, in immagini mutevoli e in tutti i particolari.

Tuttavia a questo risultato si deve tendere con pazienza; a chi faccia scorrere dinanzi a sé solo in modo superficiale gli eventi della giornata questo esercizio non serve affatto. Lo scopo a cui tende è questo: quando un uomo ha percorso una lunga via e alla fine del cammino desidera conoscere il tragitto percorso, può farlo in due modi: può collocarsi con la schiena di contro alla via percorsa e cercare di ricordare quello che sta dietro a lui. Ma può anche voltarsi per abbracciare con lo sguardo la via. Di un periodo di tempo passato, possiamo dapprima solo ricordarci con la memoria, ma non sappiamo ancora abbracciarlo contemplativamente con lo sguardo. Ma l’abbracciare con lo sguardo, che conosciamo unicamente per lo spazio, è possibile anche per il tempo. Così impariamo a leggere nella Cronaca dell’Akasha, ove è iscritto ogni avvenimento. Dapprima si riconoscono solo i fatti che ci riguardano, finché s’impara a riconoscere anche dell’altro.

A questo processo si ricollega anche la trasformazione della memoria, che nella sua astratta forma nell’esoterista scompare mentre un’altra facoltà ne prende il posto. La capacità di contemplare direttamente il passato, cosicché non si ha più bisogno della memoria usuale. Un buon allenamento (Schulung) per la memoria è anche quello di leggere prima dell’addormentarsi circa sette righe di “Scienza Occulta” e imprimersene il contenuto, senza imparala a memoria, e la mattina dopo richiamarli alla mente. Con l’esercizio si acquista presto una certa abilità che agisce in modo benefico e rinforzante sulla memoria. 

Quel che si esegue nello sguardo retrospettivo è una creazione di immagini spirituali, che portiamo con noi quale estratto nel mondo spirituale. Che ciò debba avvenire in successione rovesciata, è in rapporto con lo scorrere del tempo nel mondo spirituale, il quale si svolge in senso inverso, cioè nella direzione contrapposta alla sequenza del mondo fisico. In tal modo il mondo spirituale può fluire più facilmente in noi. Con l’abituale pensare progrediente ci poniamo in opposizione al mondo spirituale e lo respingiamo lontano da noi. Taluni esoteristi si lamentano del fatto che nella meditazione serale si addormentano, ma tali lamentele spesso non sono giustificate, poiché questo fatto può anche significare un progresso. Naturalmente ci si deve dare da fare per restare svegli; ma non è necessariamente sempre un errore se durante la meditazione serale ci si addormenta. Avviene che, dopo l’addormentarsi, l’esercizio prosegua. Svegliandosi durante la notte, si deve cercare di ricordare l’esercizio e cioè il punto in cui questo si è interrotto. Si può allora ricevere il sentimento di come l’esercizio nel frattempo abbia ulteriormente operato in noi. In questo caso, si cerchi di ricordare che cosa nel frattempo ha continuato incoscientemente ad agire in noi. Ciò può causare gradualmente la penetrazione cosciente nel mondo spirituale.  

Si faccia attenzione, inoltre, al fatto che non si deve mai meditare tra mezzanotte e l’una di notte, poiché in tale ora ci colleghiamo con azioni nocive.

Meditazione all’addormentarsi

«Ritorna a se stessa l’anima

che avvolta nel sonno

vola nei mondi spirituali,

quando la costrizione dei sensi l’opprime».

«Io mi addormento; fino al risveglio la mia anima sarà nei mondi spirituali. Lì incontrerà la Potenza dell’Essere che guida la mia vita terrena, che vive nel mondo spirituale. Là essa incontrerà il suo Genio. E quando mi sveglierò, avrò avuto l’incontro col mio Genio. Le ali del mio Genio avranno avvolto la mia anima».

Ulteriori indicazioni per la meditazione

bubu luglio2016003

Prima di iniziare una meditazione dobbiamo renderci conto con chiarezza se abbiamo il tempo di portarla a termine. Interromperla non va bene, perché allora Arimane può impadronirsene. Anche una meditazione fatta distrattamente può offrirgli questa occasione. Non si deve mai iniziare una meditazione nuova, quando la luna è decrescente, la cosa più giusta è iniziarla due giorni dopo la luna nuova. Prima o poi conosceremo i mondi spirituali attraverso la nostra meditazione, ma dobbiamo essere memori sempre del fatto che questo avvenga nel modo giusto, cioè non per curiosità, ma per aiutare l’umanità. Se faremo attenzione di non portare mai con noi nei mondi spirituali nulla delle nostre simpatie e antipatie e delle nostre piccole preoccupazioni, allora essi ci si schiuderanno e ci lasceranno entrare nel modo giusto. Per l’esoterista, non è sufficiente nemmeno la pura e semplice, seppure coscienziosa, osservanza della morale corrente, poiché codesta morale può essere sottilmente molto egoistica, ove l’uomo dica se stesso: Voglio essere buono, cosicché vengo considerato buono. L’esoterista non fa il bene, per essere considerato buono, ma perché sempre di più riconosce che solamente il bene fa progredire l’evoluzione del mondo, mentre il male e la stupidità e la bruttezza pongono ostacoli sulla via dell’evoluzione. Tutte le meditazioni, le concentrazioni e gli altri esercizi saranno privi di valore, e perfino dannosi sotto certi riguardi, se la vita non si ordina secondo queste condizioni. All’uomo non si possono dare forze, si possono soltanto portare a sviluppo quelle che già sono presenti in lui. Queste non si sviluppano da sole, perché vi sono ostacoli interiori ed esteriori. Gli ostacoli esteriori sono eliminati mediante particolari regole di vita, quelli interiori soprattutto mediante le particolari indicazioni sulla meditazione, concentrazione, ecc. Si può rendere talmente vivo interiormente quello che si pensa, talmente pieno di forza, da avere dinanzi a sé il proprio pensiero come qualcosa di vivente, in maniera così concreta come qualcosa che si oda o si veda. Questo è una condizione intermedia. Nel mero pensare, alla cui base vi sia il rimuginare, vi è l’accostarsi di Lucifero all’uomo, nel mero ascoltare, invece, sia che si tratti di percezione, sia che si tratti di sottomettersi all’autorità degli uomini, vi è l’elemento arimanico. Quando si rafforza interiormente e si risveglia l’anima, in modo da udire e vedere, per così dire i propri pensieri, allora si ha il meditare. Il fare i nostri esercizi con dedizione e serietà è lo strumento esoterico per l’allentamento del nostro corpo. Per il corpo fisico trarre fuori il corpo eterico è come quando ad una pianta, per un certo tempo si sottraggono i succhi. La pianta inaridisca e così è – anche se non lo si vede fisicamente – anche il corpo fisico: se vi è prediposizione a malattie, queste vengono fuori. Ma se il corpo eterico si abbevera nel modo giusto di verità spirituali, allora esso acquista forze nuove e queste agiscono a loro volta in maniera risanatrice sul corpo fisico. Dobbiamo riuscire a sviluppare i “fiori di loto” nel corpo eterico mediante impronta del corpo astrale*.

[* N.d. M.v.L: Vedi le esposizioni di Rudolf Steiner in L’iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori. Del resto in una conferenza una volta il Dr. Rudolf Steiner parlò della rotazione dei fiori di loto. Egli mostrò ciò chiaramente sul petto dell’interrogante, così come le lancette dell’orologio ruotano sul quadrante dell’orologio stesso].

Dobbiamo sentire nella nostra anima le parole della meditazione il più possibile piene di colore e di luce, dobbiamo sentirle risuonanti nella nostra anima, vivere completamente immersi in esse. Nei colori e nei suoni dimorano entità spirituali. Mettendoci in contatto con determinate impressioni sensorie fluiscono in noi determinati esseri. Attraverso il lavoro esoterico dobbiamo appropriarci di un nuovo pensare, di un nuovo sentire e di un nuovo volere. Un pensiero una volta pensato, noi dobbiamo farlo trapassare penetrare nel nostro sentimento, e questo compenetrarlo interamente. Il pensare fluttuante in noi al momento del risveglio è il pensare cosmico che pensa in noi. Possiamo essere immersi in esso, se il sogno non viene sperimentato solo in maniera riflessa, come accade il più delle volte, ma in modo tale da esservi realmente immersi dentro, così da muoverci insieme con l’elemento animico, in maniera da essere presenti in esso spiritualmente. Con il penetrare nei mondi spirituali, i concetti che qualcuno che si son fatti sul piano fisico non aiutano uno nel modo più assoluto. Solo qualcosa può essere conservato: la facoltà dei concetti, il senso per la verità e la logica. Inoltre, la capacità di formare nuovi concetti e il senso per le nuove verità che si impareranno a conoscere.

Ciò che l’uomo sperimenta interiormente nella meditazione e concentrazione, agisce sul corpo astrale così come la luce agisce sull’occhio fisico, e il suono sull’orecchio fisico, poiché entrambi sono stati plasmati a partire dalla luce e dal suono. Mediante questa esperienza interiore della meditazione il corpo astrale riceve una nuova organizzazione. Ne vengono tratti fuori gli organi di conoscenza per i mondi superiori, così come gli organi sensori fisici sono stati tratti dalla luce e dal suono. Ma questi organi si consolidano nel corpo astrale solo in quanto vengono impressi, stampati nel corpo eterico o corpo vitale. Fintanto che il corpo eterico si trova nel corpo fisico, è molto difficile che vi si imprimano le esperienze del corpo astrale. Specialmente nei tempi antichi non era possibile che quanto si formava nel corpo astrale mediante la meditazione e concentrazione si imprimesse nel corpo eterico, se questo restava unito al corpo fisico. Se riflettiamo che veramente il mondo sensibile esiste per noi soltanto perché in esso sono stati plasmati con fine cesello gli organi, allora non ci sembrerà particolarmente strano che venga affermato che anche negli arti superiori dell’uomo, nel corpo eterico e astrale, vengano formati siffatti organi superiori. Il corpo fisico dell’uomo oggi è già organizzato, invece i corpi superiori non lo sono ancora. In colui che aspira all’iniziazione vengono formati questi organi superiori. E per realizzarli si tratta di afferrare l’astrale, là dove esso lo si può avere nella sua purezza. Oggi non è affatto facile sollevare, estrarre il corpo eterico.   

L’uomo riconoscerà sempre di più la necessità di concentrarsi realmente nel pensiero (wirklich regelmäẞig zu konzentrieren), per raccogliere l’intera vita dell’anima in questi pensieri; per dirigere l’intera sua vita dell’anima su pensieri ben precisi, che egli stesso si pone dinanzi alla coscienza, mentre diversamente egli lascerebbe fluttuare i suoi sensi di cosa in cosa, di fatto in fatto. Così sempre più egli dirigerà, anche se per breve tempo, la sua vita di pensiero su oggetti ben determinati che egli stesso si sceglie.

Si giungerà al punto che, mediante la vivificazione delle rappresentazioni della Scienza dello Spirito, in un certo qual modo, ci si metterà in una condizione simile a quella in cui si trova un uomo che è seduto in treno o su una nave, e che si deve sforzare interiormente contro lo sballottamento, tanto da non accorgersene più, e restare completamente “in sé”. Oggi questo è possibile solo con rappresentazioni della Scienza dello Spirito, ma si deve tenere presente che a tal scopo è necessaria la sempre rinnovata ripetizione, poiché quello che conta è la forza che da essa scaturisce. Allora si rimane, per così dire in sé, presenti a se stessi, calmi e sicuri. Le potenze del mondo spirituale possono “entrare” in noi, allorché portiamo loro incontro in modo giusto una tale calma. Solo così possiamo divenir coscienti, che andiamo loro incontro attraverso una tale vita di rappresentazione come è stata caratterizzata.  

Ciò che conta è di sentire che, indipendentemente dalla vita del nostro intelletto, qualcosa pensa in noi, qualcosa di cui possiamo dire: non io penso, bensì esso pensa in me. Anche se dapprima tali pensieri per noi sono poco significativi, li possiamo però rinforzare e sollecitare con un sentimento di gratitudine verso le potenze superiori. Quando dopo ogni siffatto evento, anche se per breve momento, diciamo: “Vi ringrazio, o Potenze delle Gerarchie superiori, che mi avete fatto notare una cosa simile”, allora ad opera di questo sentimento di gratitudine, di venerazione aumenteranno questi momenti nei quali mondi superiori si vogliono manifestare. Potremo dapprima conservare nella memoria quanto la percorse come oscuro sogno, ed infine potremo volontariamente determinare tali condizioni, e a poco a poco ci diventerà chiaro che questo pensare, in fondo, è sempre in noi, indipendentemente dal pensare intellettuale.

La gratitudine è la coppa che noi eleviamo agli Dèi, onde la ricolmino coi loro doni meravigliosi. Se, con tutta serietà, si sviluppa il senso di gratitudine, allora vi sarà la gratitudine, la dedizione piena d’amore per gli invisibili donatori della vita spirituale, ed è la maniera più bella di esser condotti, partendo dalla propria personalità, al soprasensibile, se questa direzione muove mediante la gratitudine. Una tale gratitudine approda infine alla venerazione e all’amore per lo spirito umano donante vita. Essa genera l’amore, l’amore genera poi il dischiudersi del cuore per le Potenze spirituali che permeano la vita. Se, dopo ogni meditazione, ridestiamo in noi il sentimento di gratitudine e venerazione – sentimento che possiamo chiamare stato d’animo orante – e diveniamo consapevoli della Grazia di cui partecipiamo, allora ci accorgeremo che stiamo sulla strada giusta, e che i mondi spirituali ci vengono incontro.  

Dobbiamo farci altre rappresentazioni su ciò che a tutta prima sperimenteremo. Ci lamentiamo, per es., che nella nostra meditazione si intromettano pensieri che ci opprimono e ci disturbano. Se riflettessimo meglio, dovremmo riconoscere che è un progresso l’esser divenuti più sensibili, poiché avvertiamo che questi pensieri sono più forti di noi. Essi ci inducono a raccogliere maggiore forza nella nostra meditazione, poiché sono esseri luciferici quelli che in noi sollecitano i nostri propri pensieri. Questi esseri sono sempre presenti dentro di noi, ma nell’andamento della vita ordinaria la loro voce è sopraffatta. Il silenzio che creiamo con la nostra meditazione ci fa avvertire che cosa accade nell’andamento della vita giornaliera. L’intera nostra costituzione, il rapporto dei nostri corpi, muta ad opera della nostra meditazione: anche se la facciamo ancora male e in maniera ancora poco abile, tuttavia traiamo fuori dal corpo fisico il nostro io e corpo astrale, e parte del corpo eterico, e così nei minuti che seguono alla meditazione possiamo avere esperienze notevoli nel nostro corpo eterico. Dai mondi superiori ci possono venire anche ispirazioni per il mondo materiale. L’anelito è quello che conta. Attraverso questi esercizi diveniamo effettivamente uomini diversi; questo avviene incondizionatamente, anche se noi non lo notiamo. Poiché in tutti questi esercizi, siano essi dati in libri o a voce, risiedono le forze che disciolgono il legame del corpo eterico e lo traggon fuori del fisico. Altra cosa è rendersi conto di tali mutamenti. Difatti l’anima può già avere effettivamente organi, ma c’è una differenza s’essa dorma o sia desta nel suo ambiente spirituale circostante. Per ridestarsi e divenir cosciente le necessitano grande forza e preparazione. Alcuni hanno difficoltà a diventar coscienti, perché si rappresentano sempre di nuovo il mondo spirituale come un secondo mondo fisico, solo più sottile, più compenetrabile. Questo è un grande ostacolo, perché non notiamo allora i delicati sintomi del risveglio. Ma chi accoglie correttamente le spiegazioni esoteriche, può comprendere come il mondo spirituale venga sperimentato al risveglio dell’anima. Per realizzare ciò ci si deve porre dapprima una volta la domanda: che cosa è realmente il pensare? Esso è sovrasensibile: con il pensare dell’uomo, noi siamo sempre dentro al mondo sovrasensibile. Noi viviamo nel pensare, ma non lo sperimentiamo in maniera immediata. Poiché quello che sperimentiamo sono i riflessi del pensare nel corpo fisico. Il cervello è lo specchio. Attraverso il discepolato esoterico l’uomo deve giungere a sperimentare il pensare stesso e non soltanto i pensieri. Si tratta di un gran passo avanti verso questa esperienza. Come ulteriore esperienza emerge il fatto che l’uomo sente irradiare da sé tutto il bene, il giusto, il vero ch’egli pensa. Egli sente ciò come un crescere verso l’avvenire, e come se plasmasse il seme per il proprio futuro. Però cresce e si espande anche quanto di non giusto, di cattivo, e di brutto egli pensa e sente. Sente irradiare ciò in maniera assolutamente reale, molto concretamente, e sa che i pensieri cattivi che egli emana, serviranno in futuro di alimento a quelli buoni. Perciò impara a capire perché nella meditazione lo sopraffanno tanti pensieri e sentimenti errati e brutti. Le potenze malvagie prediligono gli uomini che progrediscono mediante la meditazione, piuttosto che gli uomini comuni e li perseguitano ancora più intensamente, per rovinarli. Ma di fronte a chi si rappresenti dinanzi all’anima la lignea croce nera con le sette rose le potenze malvagie devono cedere. 

Nella meditazione i pensieri si devono formare in modo chiaro, acuto, preciso, essere un atto di pura spiritualità che svolgentesi in piena consapevolezza. Il nostro organismo fisico ed eterico deve restare completamente immobile nella meditazione. In una meditazione corretta si giunge a vivere il contenuto delle forze di pensiero, sviluppate fuori del proprio organismo fisico ed eterico. Lo si contempla ed esso irradia, riflettendo in forma di pensieri, quanto si sperimenta nell’etere. Si possiede lo sperimentare eterico nella propria organizzazione, si giunge allo sperimentare personale in condizione di una relativa oggettività.

L’uomo deve meditare in immagini per penetrare nella sua interiorità. In ciò agisce il culto, che veramente si accosta con fervore all’uomo: ogni elemento cultico, non solo ciò che è forma esteriore del culto, bensì la comprensione del mondo in immagini. Fintantoché si vuole giungere nella propria interiorità, alla autocoscienza con immagini e rappresentazioni astratte, non ci si riesce. Non appena ci si immerge nella propria interiorità con immagini che ci rendono concrete le esperienze dell’anima, allora ci si afferra nella interiorità.

Con lo sviluppo superiore il discepolo abbandona, anche se per breve tempo del giorno, il suo sé inferiore col quale egli si trova nella vita quotidiana, e mediante il quale entra in contatto con il mondo esteriore. Durante la meditazione egli lo abbandona a se stesso, gli sottrae, per così dire, un vigilante che di solito lo controlla continuamente, che regola in parte e in parte reprime le sue caratteristiche particolari, o perlomeno le imbriglia. Per il fatto che tale nostro io inferiore è lasciato a se stesso, sia pure per breve tempo, sbucano fuori da ogni parte angoli nascosti delle nostra natura qualità, che credevamo già vinte e la cui soppressione ci era sembrava affatto facile. L’uomo può divenire in certo modo peggiore se non esercita continuamente il più rigoroso controllo su se stesso. Dobbiamo anche essere grati agli Dèi per i nostri difetti, giacché la lotta contro di essi ci rende forti e liberi. Ma, neppure per un attimo, dobbiamo amare i nostri difetti. Se combattiamo seriamente e ci sforziamo instancabilmente, sentiremo come quanto in noi è difettoso muoia.

Ma questo diventar peggiori non può verificarsi, se il meditante fa sufficiente attenzione a se stesso, alla sua vita, al suo ambiente. Soprattutto l’esoterista deve aver quotidianamente davanti agli occhi, che tutto il suo anelito è quello di raggiungere il suo Sé superiore, e deve riflettere che cosa sia questo Sé superiore. Non deve credere di dover portare qualcosa incontro a questo Sé superiore, bensì deve mantenersi in atteggiamento di attesa di fronte ad esso, e tutto attendere da lui. Come un fluido magnetico nella nostra meditazione, esso deve condurci nei mondi spirituali, allora siamo nella giusta disposizione di pensiero. Ma non hanno tanta importanza le parole – le parole devono dare soltanto la veste – ma quello che conta è che da esse fluisca in noi dai mondi spirituali il senso giusto, ciò che conta è essere ricolmi della forza del Cristo.  

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

OLTRE IL GIARDINO ( di Arlana )

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Un giovane apprendista di un monastero Zen in Giappone era molto zelante nello studio della dottrina dell’Ottuplice Sentiero, nella recita dei sutra, nella ripetizione delle sacre sillabe dei mantra e nella pratica della meditazione. Si impegnava altresí a fondo nell’assolvere ad ogni mansione pratica affidatagli quotidianamente dall’anziano Maestro che lo istruiva.

Quel giorno toccava alla pulizia del giardino. Era un compito che necessitava di grande cura e attenzione, dato che non si trattava di un giardino comune, ma di un luogo nato come espressione ideale, sul piano terrestre, di uno spazio celeste, atto al ristoro della mente, delle membra e del cuore. La superficie non era vasta, ma molto differenziata. Vi cresceva una vegetazione che, se pure ben ordinata, appariva spontanea. Faggi e betulle svettavano alti, sovrastando edere e felci, e specchiandosi in un fiumicello. Brevi radure si alternavano a fitti cespugli. Grandi pietre levigate dall’acqua sembravano montagne in miniatura. L’autunno inoltrato aveva cosparso il terreno di foglie gialle e rossastre che le abbondanti piogge degli ultimi giorni avevano ammassato.

Bisognava tutto ripulire, badando a sradicare le erbacce che insidiavano, con il loro disordinato moltiplicarsi, l’armonia dell’insieme. Anche il ponticello in legno che congiungeva le due rive erbose era invaso da foglie e pietrisco. Occorreva liberarlo dalla vegetazione marcescente, perché rischiava di diventare sdrucciolevole. Su quel ponte transitava spesso il Maestro, durante le sue solitarie passeggiate all’aperto. Il discepolo l’aveva visto incamminarsi verso l’altra sponda, ma a metà strada si era sempre sottratto alla sua vista, per ricomparire dopo un certo tempo senza che si potesse scorgere da dove. Il giovane non aveva fatto domande, ma aveva compreso che quel ponte congiungeva due dimensioni, delle quali una gli era ancora preclusa. Molte volte egli vi si era avventurato, ma nulla era successo: aveva solo raggiunto l’altra riva, che in nessun modo si differenziava dalla prima.

La giornata di alacre lavoro, iniziata all’alba, era trascorsa velocemente sarchiando, rastrellando, riordinando. Nel pomeriggio inoltrato, il luogo appariva trasformato. Tutto era pulito, netto. Nulla sembrava piú offrire all’occhio l’immagine d’abbandono che solo poche ore prima emanava dal giardino. L’anziano monaco uscí all’aperto per osservare l’operato del suo allievo. Stette un po’ in silenzio, poi si avviò lentamente verso un grande albero rosseggiante al sole del tramonto. Scosse un ramo basso, poi un altro. Una pioggia di purpuree foglie si riversò sul terreno sottostante. Il Maestro si allontanò, poi tornò ad osservare. «Adesso è perfetto», disse, e si avviò sul ponte, celandosi alla vista del discepolo.

Nei giorni che seguirono, il giovane apprendista aveva meditato a lungo sull’importanza della “naturalezza” di un paesaggio rielaborato dall’uomo, finché giunse a sentire in sé la bellezza dell’eterno divenire di nascita, sviluppo, decadenza, trasformazione e rinascita. Il Maestro non gli aveva assegnato compiti pratici, ma solo consigliato una quieta e raccolta osservazione della vegetazione, nel giardino ora cosí ben curato. Quel pomeriggio, un riverbero di sole traspariva tra le foglie degli alberi, facendole accendere di barbagli d’oro. Il ragazzo aveva contemplato per ore, immobile, la natura che lo attorniava. Ad un tratto gli sembrò di scorgere, oltre il ponte, un paesaggio circonfuso d’un chiarore ineffabile. Si alzò e prese a camminare, lentamente. Il Maestro si era affacciato alla soglia del monastero. Lo guardò allontanarsi, giungere a metà dell’arcuato ponticello, scomparire nella luce.

 

Gemma Rosaria Arlana

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE, ZEN

RELAZIONE SU EVOLA

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Qualcuno mi dice: “Ma mettere su Eco le parole di una personalità chiacchierata che parla (anche bene) di un tradizionalista suis generis che sputtanò l’antroposofia in lungo e in largo, forse non è il caso.”

Io credo invece che lettori pensanti troveranno interessante l’esperienza di Pio Filippani Ronconi sulla via della Potenza e della Conoscenza – perché la traccia è questa. Quanto di positivo viene riconosciuto a Evola dal Relatore andrebbe riconosciuto come corretto per due fondamentali motivi: il primo si snoda lungo un esame conoscitivo ben superiore alle chiacchiere del sūq del sedicente spiritualismo. Il secondo vale come lezione per tutti: anche quando venga superata la visione del nostro primo mentore, sarebbe una condizione da “uomini di paglia” non mantenere devozione e rispetto per quanto egli si fece positivo veicolo della nostra ricerca.

Il prof. Ronconi non è ben visto. Anche negli ambienti che si professano cultori di Scienza dello Spirito e, in qualche strano modo, discepoli di Massimo Scaligero: ciò a dimostrare l’imperante formalismo e (soprattutto) l’incapacità di penetrare in anime e situazioni diverse dalla propria.

Milano, novembre 1988.

Parlare di Evola e della sua filosofia per chi ne abbia seguito l’opera e il pensiero durante gli anni formativi della propria personalità, non è compito facile: si rischia sempre di parlare di se stessi, di scivolare, cioè, in un’autobiografia, di esporre le proprie esperienze e non di colui di cui si parla.

Ma tant’è: essendo io per ragioni cronologiche e per particolare inclinazione del mio ingegno, epigono di quella generazione che conobbe e partecipò all’esperienza singolare – vale a dire “occulta” – di Evola, mi limiterò a parlare di questa, abbondantemente testimoniata, per esempio, dai titolo della “Magia come Scienza dell’Io”, de” L’Uomo come Potenza”, della “Teoria dell’Individuo Assoluto”, della “Tradizione Ermetica”, tralasciando gli aspetti artistici e infine, politici, che in qualche modo caratterizzarono la sua produzione ulteriore.

Quindi mi esprimerò come testimone di quanto allora fu tentato o sperimentato come accesso ad una realtà sovrasensibile, su cui opera un piano di forze che sovrasta anche il divenire della storia. Per quanto, invece, possa personalmente riguardarmi, si tratterà semplicemente di fatti “accidentali” che, come elementi ambientali, fanno da sfondo ad una vicenda principale, sia per chi la impersonò – cioè Evola – che per la generazione che ne seguì l’esempio.

Il mondo in cui io conobbi l’opera, indi la persona di Evola, era una società, sì fondamentalmente conservatrice, ma in rapida trasformazione sulla quale incombeva il presentimento di un uragano ineludibile, quello della guerra, nella quale noi giovani ermetisti avremmo forgiato le nostre aspirazioni virili ed eroiche.

Mi riferisco al periodo tra le due guerre, in particolare a quel 1934 nella cui estate ritornai assieme ai miei familiari, reduci da quarant’anni di emigrazioni, dalla Spagna natale, sfuggimmo di stretta misura alla guerra civile che sarebbe esplosa da lì a poco. Il passaggio dalla puerizia all’adolescenza fu così segnato – evento quanto mai karmico – da un insieme di fatti familiari traumatici e di eventi interiori che marcarono il mio destino. Importanza fondamentale ebbe per me la scoperta dell’Oriente o, detto meglio, dell’Induismo tantrico, sulla scorta delle edizioni di Arthur Avalon è, più ancora, delle tecniche di autorealizzazione interiore che dedussi da “L’Uomo come Potenza” dell’Evola e dall’insegnamento del Gruppo già di UR.

Questo veniva a soddisfare un’ansia di conoscenza intesa ad una esperienza concreta delle realtà sovrasensibili, non tanto per sfuggire alla presa di un mondo che reputavo in estrema decadenza, bensì per dominarne la negatività attuando per via interiore la conversione dell’ignota sua potenza in una dimensione di Luce. Non lo sapevo ancora, ma si tratta di quello che il Mahâyâna denomina âśraya parâvrtti, la “revulsione dell’appoggio”, “appoggio” dato dal mondo delle percezioni sensibili, che viene meditativamente sperimentato secondo la dimensione trascendente dei suoi archetipi.

Non si tratta di un’astrazione logico-discorsiva, ma di esperienze di un mondo “al di là da forme e fattezze”, che l’interpretazione evoliana di allora ne rischiarava a tratti l’impervio cammino. L’accesso all’Oriente tradizionale era facilitato dallo studio che, come autodidatta, avevo compiuto in vari ambiti linguistici: ciò mi permetteva l’accesso alle fonti.

Ancora ragazzo avevo appreso l’arabo e il sanscrito, a cui avrei aggiunto il turco, il persiano e il greco classico, quest’ultimo per conseguire la licenza liceale classica che mi avrebbe permesso l’accesso alla Scuola orientale. Oltre l’utilità pratica di permettermi di rileggere in lingua originale i testi sapientemente citati dall’Evola a commento degli esercizi, ero attirato dallo studio delle lingue perché ritenevo – come ritengo ancora – che in ogni idioma sia imprigionata una favilla del verbo creatore, una creatura angelica che custodisce il destino del particolare popolo che parla quell’idioma.

Presi coscienza, attraverso gli esercizi quotidiani, di un’altra vocazione che urgeva nel mio spirito, con l’esigenza di una prova iniziatica, ed era questa la vocazione militare, intesa come offerta sacrificale allo spirito immortale della Nazione in cui mi ero incarnato. Questa esperienza che qualche anno più tardi avrei dovuto affrontare combattendo in Africa Settentrionale ed in Italia, fu di contrappeso spirituale agli studi orientali, questi indirizzati verso la meditazione e la realizzazione devozionale, quella orientata verso l’affermazione dello “io sono” e l’assunzione della responsabilità inerente la mia condizione di uomo.

La rilettura dei saggi contenuti in “UR – la Magia quale Scienza dell’Io”, mi rafforzarono nella mia duplice vocazione: quella sapienziale e quella militare. Oltre all’Evola, che conobbi personalmente ai miei sedici anni, presi contatto con qualche altro Autore che operava in quel sodalizio, in particolare con Giovanni Colazza, altissima personalità spirituale, di indirizzo per molti versi opposto a quello di Evola, ma da Lui profondamente rispettato – tra l’altro ne fu il paziente fino a quando si estinse, nel 1953.

Per un giovanetto precoce, quale io mi era, l’Evola de “L’Uomo come Potenza” rappresentava un generoso stimolo spirituale, anche perché mi aiutava considerevolmente a scoprire l’autentica collocazione di ciò che andavo studiando e sperimentando. Mi aiutò – proprio Lui, l’anti-borghese e l’anti-politico per eccellenza – a riconoscere il limite metafisico delle concezioni del mondo che allora, come ancora oggi, si contendevano il dominio del mondo. Non mi meravigliava, quindi, che fosse in sospetto dai regimi politici in auge, compresa la Chiesa che aveva subito individuato la Sua pericolosità.

Nella pars construens dei miei ricordi di Evola non posso dimenticare i colloqui stringati e significativi avuti con Lui al mio ritorno dall’esilio postbellico e, sempre nella sua atmosfera, i rapporti che potei intessere con i superstiti di quella straordinaria fucina d’ingegni che era stato il Gruppo di Ur, il cui impulso occulto probabilmente continua ad operare, seppur ignorato, nel destino della nazione che lo vide nascere.

Oltre alla personalità di Giovanni Colazza, il “Leo” del Gruppo, già amico e condiscepolo di Rudolf Steiner e operatori a livello rosicruciano, ricordo Massimo Scaligero, di cui divenni fraterno amico e compagno di avventure spirituali. Non posso poi dimenticare, almeno di nome, Colonna di Cesarò, Arturo Onofri – grandissimo poeta e gnostico profondo – Arturo Reghini, pitagorico studioso di aritmosofia e di “parole di passo”, e lo stesso Emilio Servadio fra i primi in Italia ad introdurre nella terapia la psicologia del profondo.

Quello di cui Evola era la presenza animatrice era un mondo vivente di autentici valori – riconosciuti anche dai filosofi “ufficiali” come Croce e Gentile. Si trattava di un sodalizio, diviso talvolta sulla via da seguire, ma unito da un afflato di solida amicizia – come quella tra Evola e Scaligero – ben lungi dalla plumbea dogmaticità para-politica dei sodalizi di questi giorni. Tra questi studiosi ed operatori dello spirito vigeva la realizzazione di quell’elemento che gli Indiani denominano anubhava (etimologicamente: “diventare la cosa meditata”), cioè l’esperienza diretta, omorganica di quello che altrimenti è l’oggetto di pensiero separato dal soggetto, quindi astratto. Ed è a questo punto che si pone il tema della natura del pensiero evoliano, del pensiero in sé, indipendente dal suo contenuto contingente al quale viene abitualmente identificato.

Veniamo quindi alla pars destruens. La critica che si può muovere al pensiero evoliano è di natura epistemologica. La realtà del pensare non risiede nei contenuti che reca alla conoscenza, bensì nell’identità che in esso si attua fra oggetto e soggetto, quella stessa identità che su una “ottava” cosmica, propria della tradizione hindu, in particolare del Vedânta, si verifica fra âtman, sé spirituale, e brahman, spirito universale, ben noti a tutti gli studiosi della metafisica indiana. Nella via del sâdhana, dell’ascesi tantrica, dall’Evola così ben sceverata, si tratta in fin dei conti, di attuare un pensare la cui natura è volontà pura, superando la contraddizione propria al pensare comune in cui si sperimentano le fattezze di un pensiero “visto al passato”, di contro ad una volontà operante “dal futuro” verso il passato. Questa, la volontà, alberga la potenza che sintropicamente si realizza nel mondo, quello, il pensiero, offre una immagine sbiadita, entropica, di un universo “trapassato” nel momento stesso in cui viene formulato.

La prevalenza che, nell’ascesi, Evola assegna alla volontà rispetto all’esperienza di un “pensiero puro” che ab interiori itinere fa realizzare il significato del mondo, impedisce nella pratica l’ultimo trascendimento per il quale “io mi realizzo come interiorità cosmica” che è il fine dei Tantra.

Pur ammirando il solido impianto filosofico dell’Evola e, soprattutto, l’impeccabile translazio dell’insegnamento tantrico entro le categorie concettuali dell’Occidente, che ne manteneva viva e operante l’originale esigenza soteriologica della mukti (la liberazione dal ciclo delle nascite e delle morti), io avvertivo nella pratica del suo yoga questo jato fra un pensiero astratto e una azione turgida di volontà nel suo concreto realizzarsi come potenza. Cioè a dire: “il pensiero con cui mi rappresento il mondo e che poi uso per compiere il sâdhana, cioè la disciplina, non è omogeneo ad esso, ma solo una disanimata immagine con cui non posso operare”. La immaginazione “magica” che apre la via al mondo eterico, implica la preventiva realizzazione di un pensiero libero dai sensi come da qualunque condizionamento astratto o discorsivo. Evola possedeva naturalmente questo tipo di pensiero, come suo peculiare viatico esistenziale. Da questo dipendeva fra l’altro il suo straordinario coraggio – dimostrato da numerose imprese alpinistiche compiute in solitaria – come pure, molto paradossalmente, dall’affilata logica di cui si serviva e non il contrario, come nella prassi comune.

Ricordando questa sua rara qualità, mi ritornano in mente le parole di Massimo Scaligero (Dallo Yoga alla Rosacroce, 1, 32): “capii che di Evola non ce ne poteva essere che uno solo valido e non delle copie: tutto il suo insegnamento, il suo Yoga, il suo Tantrismo, il suo “Grande Veicolo” presuppongono la qualità interiore originaria, la magia imaginativa, che per il cercatore moderno è un punto di arrivo…Essendo la coscienza imaginativa la condizione per la coscienza magica, l’arte del discepolo è ritrovare dietro il pensiero riflesso la luce imaginativa…” Ciò significa che “laddove il suo pensiero coincideva con il proprio contenuto ideale, ivi di volta in volta, si accendeva l’intuizione della Realtà, come interiorità del medesimo processo pensante”.

Questo modus operandi, che rendeva la sua personalità svincolata dalla comune mediazione logico-discorsiva, si univa ad una straordinaria impersonalità, una freddezza ed un distacco che lo assimilavano a quel saggio taoista che ”…profondamente ancorato nel fiume del sentimento contemplava sereno l’apparire e il disparire delle passioni e dei sentimenti…” Questa disposizione interiore gli conferiva anche esteriormente quel contegno, diciamo,, “poco emotivo” che, in altri tempi, era proprio al “signore” di razza, come egli lo era senza mai averlo detto. Perché egli era soprattutto un Signore del tipo che le varie culture borghesi posteriori alla Rivoluzione francese si sono sforzate di estirpare.

Antipatico” e talvolta odiato dalle cosiddette autorità culturali dei vari regimi politici, a tacere di quelli religiosi, il suo spirito veleggiava impassibile verso lidi ignoti ai sodalizi intellettuali e politici. Pochi si avvidero della grandezza della Sua personalità. Fra costoro lo stesso Croce che, pur lontanissimo da lui ne lodava i “Saggi sull’Idealismo Magico” definendola “un’opera bene inquadrata e ragionata con esattezza”, e A. Schmidt che, negli “Annalen der Philosophie” li definiva come “il primo poderoso tentativo di fare delle scienze magiche un valore dinnanzi alla seria cultura”.

Quanto a chi vi parla, l’incontro con Evola, addirittura nell’adolescenza, servì probabilmente a conferire dimensione filosofica e compattezza spirituale a quello che, altrimenti, sarebbe stata mera curiosità intellettuale per l’Oriente sapienziale, o sul lato cavalleresco, una pura ricerca di una dimensione eroica, alla “questua” del personale Chastell Marveille, o di una Wewelsburg ideale.

Aggiungo come chiusa che Evola, proprio come conseguenza della particolare impostazione del suo pensiero, lasciò aperti alcuni problemi di natura metafisica, ma anche pratica, che si possono riassumere nelle linee seguenti: pur propugnando su tutti i livelli una ascesi “secca”, solare e virile, per antonomasia, il tema della Donna è prevalente e risolutivo nelle sue opere più significative, come quelle ispirate ai Tantra ed alla Tradizione Ermetica: nei Tantra l’esperienza – archetipa e non contingente – dello ūrdhva-retas, cioè il riflusso della luce-seme verso la sua sede apicale, tramite – naturalmente – la Donna, è essenziale nella realizzazione dell’androgino spirituale, quindi nel superamento della morte. Sul versante alchemico, che si tratti della tradizione ermetica o del Tao-chiao cinese o del cînâcâra hindu, la pratica dei ”due Vasi” è risolutiva per quello che grecamente potremmo definire tò télos tou érgou, la “Finitura della Grande Opera”. E ciò con tutti i possibili riflessi sul campo della vita contingente. Questo tema è stato affrontato dalle “Tecniche della Concentrazione interiore” di Massimo Scaligero.

Altro tema è quello dell’evoluzione, quella vera, spirituale, delle Gerarchie – coincidente con lo “spostamento dei Lumi”, che si continua sulla Terra nello sviluppo storico dell’Umanità. Collegato a questo, appare l’altro tema delle ripetute vite terrestri dell’uomo, che è fondamentale per l’intelligenza dell’ascesi buddhica. Un ultimo tema fra i tanti lasciati incompiuti è quello posto dalla Gnosi, del “Salvatore Salvato” quale funzione finale della figura dello “Iesus Patibilis”, tema da liberare ed interiorizzare, fuori dall’abbraccio dogmatico delle infinite chiese. Ciò potrebbe condurre a una ricostruzione della Gnosi quale “seconda Eva” nel ripensamento di un Cristianesimo delle origini.

In riassunto: quello che si vuole significare è che qualsiasi “visione del mondo” che si voglia ispirata al verbo evoliano deve venir dedotta dall’esperienza vivente, lo anubhava, della disciplina, il sâdhana dei suoi esercizi, non certo dall’esposizione più o meno ordinata dei suoi principi teoretici. La realtà a cui Evola tende è di natura apofatica: non cerca un sistema di pensieri che la giustifichino. A meno che non si tratti di un “pensiero puro” omorganico al suo apparire, la cui realtà risieda nel movimento per cui si manifesta, non nella “cosa” per cui si è manifestato. Solo allora il pensiero si fa POTENZA.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

L’ARCHETIPO-LUGLIO 2016

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

MARTINA VON LIMBURGER E ALCUNI EPISODI DELLA VITA ESOTERICA

MARTINA VON LIMBURGER SCHUELERIN copia 2

Ha sempre esercitato su di me un particolare fascino la conoscenza della storia dei movimenti spirituali, ed in particolare la biografia – sia ch’essa mi giungesse per tradizione orale diretta, oppure mediata dalla forma scritta – di alcune personalità del mondo esoterico e occultistico. Il motivo del mio interesse verso una tale conoscenza storica non era tanto l’appagamento di una comprensibile curiosità, che pur vi era e vi è in me, e forte, curiosità che cerco di “moderare” molto, quanto il fatto che la conoscenza di eventi interiori – nella misura in cui, naturalmente, sia dato di conoscerli – e di varie contingenze della vita di tali personalità in me fa vivere, o rivivere, tutta una magica atmosfera, estremamente lontana dalle aride elucubrazioni di un intellettualismo astratto e dialettico.

La conoscenza della biografia di tali personalità ha il potere di suscitare in me – ma so che anche altri amici hanno la stessa esperienza – tutto un clima di fattività interiore, di fervore di ascesi iniziatica, di slancio verso l’incondizionato, di volontà di concreta realizzazione spirituale. E non poche volte, l’attingere ad una tale conoscenza della “storia interiore” del movimento spirituale ha avuto in me il potere di fluidificare la volontà la quale, nel faticoso cammino che percorre il dantesco “pellegrino d’Amore”, attraversa inevitabilmente momenti di oscurità e di dolorosa contrattura.

Inoltre, la conoscenza “storica” della quale ci stiamo occupando, può essere importante anche per rendersi conto se il movimento spirituale proceda verso la mèta originariamente prefissa; se – come è facile che accada nel tempo – esso si sia diluito, afflosciato, irrigidito, sfigurato, spento; o se, addirittura, in maniera insana e improvvida, non abbia deviato o tradito. Dunque, una conoscenza importante e preziosa sia per il cammino individuale che per quello dell’associazione spirituale, in particolare di quella che Massimo Scaligero chiamava Comunità Solare.

Di varie di queste personalità, tutte legate alla Scienza dello Spirito, mi parlava – negli incontri che riuscivamo ad avere nelle mie un tempo frequenti incursioni in Svizzera – Hella Wiesberger. E devo dire, che proprio lei stessa, la mia cara Hella, era ai miei occhi, in maniera esemplare, uno di quegli esempi “storici”, la cui conoscenza esercitava un’azione energicamente impulsante sulla mia volontà, e decisamente snebbiante sul mio pensiero. Inoltre, Hella – vera memoria storica del movimento antroposofico – era una fonte inesauribile di notizie su singole personalità, su varie cerchie esoteriche, e le sue descrizioni, sempre precise, coglievano invariabilmente l’essenza di un essere, di un ambiente, di un avvenimento. Mi descriveva personalità di elevato rango spirituale come Adolf Arenson, Carl Unger, Michael Bauer, Günther Schubert, Hans Werner Zbinden, Emil Leinhas ed altri discepoli fedeli di Rudolf Steiner nonché amici stretti di Marie Steiner. Conosceva bene pure i rapporti di Giovanni Colazza – e attraverso di lui quelli del Gruppo Novalis di Roma – con Rudolf Steiner e Marie Steiner, e me ne parlava. Mi descriveva anche alcune personalità oltremodo problematiche come Albert Steffen, Günther Wachsmuth ed altre, la cui azione fu fatale e – a mio, e non solo mio, modo di vedere – oltremodo distruttiva nei confronti del movimento spirituale.

Una delle personalità che più mi hanno interessato – e che trovavo straordinariamente simile per vari aspetti ad Hella Wiesberger – fu Martina von Limburger, una dei primi discepoli di Rudolf Steiner, la quale, come Hella, era grande praticante interiore, donna estremamente volitiva, asciutta, pratica, il cui sentimentalismo era molto vicino allo zero, se non addirittura – in particolari situazioni – scendeva al di sotto dello zero di varie misure.

Martina von Limburger, nata von Hoffmann, vide la luce il 1° maggio 1869 a Lipsia, in una aristocratica famiglia sassone dal ben singolare destino. Il padre della nostra Martina, il barone Oskar von Hoffmann, era nato il 22 ottobre 1832, a Trieste – cosa che forse farà piacere ad un lupaccio tergestino di mia conoscenza – città che, a partire dai tempi dell’imperatrice Maria Teresa, era sotto dominio austriaco. Per motivi anagrafici, il barone – “Freiherr” – Oskar von Hoffmann fu certamente – anche a detta del Dottore – il ricercatore spirituale più anziano che scelse di divenire discepolo di Rudolf Steiner. Egli proveniva da una famiglia molto attiva in campo finanziario e bancario in Germania, in Inghilterra e in America. Egli stesso fu attivo in tale campo sino al suo 32° anno, poi sempre di più si allontanò da una partecipazione attiva ad esso. In particolare, non gli piaceva affatto vivere in America, per cui rientrò in Europa, dove nel 1864 sposò Eveline Becker, anch’essa proveniente da una famiglia di banchieri. I due coniugi, essendo ambedue alla ricerca di una Via spirituale, si rivolsero dapprima alla “Teosofia”, così come essa veniva rappresentata dalla neonata Società Teosofica. Addirittura i coniugi Hoffmann ebbero la ventura di conoscere personalmente nel 1884 Helena Petrovna Blavatsky, fondatrice – assieme a Henry Steel Olcott, William Quan Judge, il 17 novembre 1875, a New York – della stessa Società Teosofica, ad Elberfeld ove quest’ultima si era brevemente trattenuta dopo la fondazione della prima associazione teosofica tedesca, la cosiddetta Societät Germania.

L’adesione di Oskar ed Eveline von Hoffmann alla Teosofia blavatskyana fu convinta ed entusiastica. Ma nel tempo fu chiaro che essi in realtà ricercavano un impulso spirituale non solo più radicale e profondo, ma anche più autentico, che sarebbe venuto loro solo dalla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. Un momento, anzi una “realizzazione” importante fu la traduzione, che Oskar von Hoffmann fece, dell’aureo libretto di Mabel Collins, The Light on the Path, testo che ebbe notevole importanza e che fu apprezzato molto dalla parte sana del movimento teosofico, ma anche calunniato da coloro che tale parte sana avversavano.

Personalmente conobbi tale libretto della Collins in anni ormai lontani, attraverso una cara amica, B.F.M., che per decenni aveva partecipato alla Società Teosofica e alla sua Scuola Esoterica, quando queste in Italia erano guidate da Roberto Hack. La mia amica era stata la collaboratrice più stretta di Roberto Hack, e per volontà di lui avrebbe dovuto ereditare la direzione della Scuola Esoterica della Società Teosofica in Italia. Roberto Hack aveva liberato in Italia la Scuola Esoterica da tutto il ciarpame che soprattutto Annie Besant, Charles Leadbeater, C. Jinaradasa, vi avevano introdotto, e vi aveva sostituito l’insegnamento upanishadico dell’Atman, del , e la meditazione quotidiana della Bhagavadgita, cosa che io trovavo semplicemente meravigliosa. Ma la mia amica aveva già superato la forma “teosofica”, ancorché relativamente sana, ed era alla ricerca dell’autentica Via dell’Io, e per questo aveva rinunciato a raccogliere l’eredità che Roberto Hack, prima di morire, voleva trasmetterle. La incontrai per la prima volta nell’autunno del 1971, e poco dopo la portai da Massimo Scaligero. Fu lei a donarmi una mirabile traduzione italiana de La Luce sul Sentiero di Mabel Collins, che meditai per anni e che ancora conservo.

Oskar von Hoffmann tradusse in tedesco il testo della Collins col titolo Licht auf dem Weg, che venne pubblicato da Grieben nel 1888 a Lipsia, ove oramai gli Hoffmann vivevano stabilmente con le loro figlie, una delle quali era appunto Martina von Limburger. In seguito, Oskar von Hoffmann tradusse in tedesco, nel 1889, un’altra opera di Mabel Collins, un romanzo occulto intitolato The Idyll of the White Lotus, che apparirà anche in italiano, nel 1944 per i tipi del benemerito editore Fratelli Bocca, col titolo de L’Idillio del loto bianco.

Che Rudolf Steiner desse un particolare valore all’aureo libretto di Mabel Collins, che negli ambienti teosofici era ritenuto ispirato da un Maestro, lo si può rilevare dal fatto che già nel suo giovanile periodo viennese – prima ancora di manifestare pubblicamente la propria missione di Istruttore spirituale – egli consigliasse lo studio e la meditazione de La Luce sul Sentiero, poco dopo la sua pubblicazione in tedesco, ad alcune persone sue amiche. Inoltre, non appena all’interno della Società Teosofica alcune persone si rivolsero a lui per riceverne direttive per il cammino spirituale, egli dette nuovamente tale scritto della Collins come testo di Schola iniziatica, del quale fece un ampio commento, sia orale che scritto, e ne dette vari aforismi come mantram da usare nelle meditazioni quotidiane.

Hella Wiesberger, riferendo una comunicazione di Martina von Limburger, fa notare come fosse in un certo senso fatale che proprio l’opera della Collins per così dire conducesse l’anziano Oskar von Hoffmann ad incontrare la figura di Rudolf Steiner. Infatti, così scrive in una delle sue opere dedicate alla storia della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner:

«Che il Maestro Hilarion sia stato l’ispiratore dello scritto di Mabel Collins, La Luce sul Sentiero, era universalmente noto nella T.S. [Theosophical Society]. La figlia di Oskar von Hoffmann, il quale tradusse in tedesco The Light on the Path, tramandò la comunicazione di Rudolf Steiner, fatta a lei personalmente, che il Maestro Hilarion aveva aiutato suo padre ispirandolo nella traduzione. Questi sarebbe stato un greco, da qui la bella lingua della traduzione che sarebbe mantricamente addirittura più efficace dello stesso testo originale inglese». Nota di H.W. in Zur Geschichte und aus der Inhalten der ersten Abteilung der esoterischen Schule 1904-1914, GA 264, Dornach, 1996, p. 205.

Ma la stessa Mabel Collins trovò, lei pure, la Via alla Scienza dello Spirito. Fu attorno al 1910 che Mabel Collins scoprì Rudolf Steiner e l’Antroposofia. Divenne amica intima di Alice Sauerwein, già discepola del Dottore. Così come Edith Maryon – l’artista che aiutò Rudolf Steiner nello scolpire la statua del Rappresentante dell’Umanità – Daniel Nicol Dunlop, e molti altri provenienti dagli Ordini occulti della Golden Dawn e della Stella Matutina, Alice Sauerwein e Mabel Collins parteciparono alle riunioni settimanali di studio sulla cristologia di Rudolf Steiner, che si tenevano nell’atélier del pittore e avvocato Harry Collison nella primavera del 1912. Mabel Collins espresse con calde parole il suo entusiasmo per l’incontro con la cristologia del Dottore in un articolo A Rosicrucian Ideal, pubblicato in The Occult Review, vol. XV, n° 3, marzo 1912, p. 147.  Un secondo articolo la Collins lo pubblicò l’anno dopo col titolo Some Views of Dr. Rudolf Steiner on Human Evolution, in The Occult Review, vol. XVII, n° 5, maggio 1913, p. 282. Nei suddetti articoli ella afferma che la concezione del Logos, come Essere cosmico, costituisce il “cuore” della concezione e dell’insegnamento rosicruciani di Rudolf Steiner.

In quel periodo, Mabel Collins fondò una loggia teosofica chiamata La Luce sul Sentiero, cui parteciparono personalità di rango spirituale come Daniel Nicol Dunlop, che diverrà poi discepolo e amico intimo del Dottore. All’interno di questo gruppo si svolsero le conferenze del barone Alphonse Walleen sulla cristologia rosicruciana di Rudolf Steiner. Nel maggio del 1913 ebbe luogo la conoscenza personale di Mabel Collins con Rudolf Steiner e Marie Steiner, conoscenza avvenuta allorché il Dottore si recò a Londra due giorni dopo la fondazione della prima Società Antroposofica, avvenuta dopo la separazione dalla Società Teosofica di Adyar, trascinata ormai da Annie Besant e da Charles Leadbeater sulla via del fanatismo visionario, della infatuazione ritualistica e di una subdola complicità tra esoterismo e politica. Sappiamo che Mabel Collins ebbe, in tale occasione, con Rudolf Steiner e Marie Steiner conversazioni molto intense e prolungate. E stando a quanto comunicò Hella Wiesberger la Collins iniziò tutta una corrispondenza con Rudolf Steiner e Marie Steiner, attualmente conservata nell’Archivio della Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung. Sempre secondo quanto afferma Hella Wiesberger, Mabel Collins aderì pienamente alla neonata Società Antroposofica: cosa per me oltremodo credibile, viste le espressioni usate dalla Collins in quel periodo in una opera, The Story of the Year, nella quale ella loda il «metodo di Steiner», che trovava estremamente differente da quello di «certi eminenti teosofi londinesi, i quali praticano lo spiritismo e pretendono di ricevere i messaggi dei Maestri attraverso i medium». Lei stessa aveva lottato e lottava per superare quella chiaroveggenza atavica che possedeva naturalmente, e cercava la nuova Via dell’Io. Infatti così scrive, in A Rosicrucian Ideal, op. cit., p. 148 e segg.: «Io sono assolutamente dell’opinione del Dr. Steiner allorché dice che ogni conoscenza, ogni istruzione, non possano essere dati o ricevuti altro che in piena coscienza. Nessun medium deve essere utilizzato al fine di apportare la verità al mondo. La ricerca della verità deve essere preceduta da un rafforzamento della coscienza».

Tornando ad Oskar von Hoffmann, il lodato e ispirato traduttore in tedesco de La Luce sul Sentiero, egli dovette la sua conoscenza dell’opera e della persona di Rudolf Steiner a suo fratello Alphons che scrisse a lui e a sua moglie Eveline da Londra: «Voi leggete e scrivete sempre di Annie Besant, e tuttavia avete voi stessi una personalità molto più importante, avete un Rudolf Steiner», in Thomas Meyer, Nachwort des Herausgebers, in Collins, M.: Light on the Path – Licht auf dem Weg. Zweisprachige Ausgabe mit den Kommentaren Rudolf Steiners. Basel 2000.

Gli Hoffmann andarono a Berlino ad ascoltare Rudolf Steiner e ne ritornarono entusiasti. Dopo la successiva conferenza pubblica di Rudolf Steiner a Lipsia – avvenuta il 31 gennaio 1906 – Oskar von Hoffmann, che ormai aveva già superato i 73 anni, fece la conoscenza personale con Rudolf Steiner attraverso la propria più importante collaboratrice: la signora Elisa o Elsa Wolfram. Secondo quanto scrive Martina von Limburger in Aus Gesprächen mit Rudolf Steiner [Da colloqui con Rudolf Steiner], pubblicato in Mitteilungen aus der anthroposophischen Arbeit in Deutschland, 1952, Nr.19, il giorno dopo, Rudolf Steiner andò a trovarlo ed invitò lui, sua moglie, e sua figlia Martina, da poco vedova, a partecipare a futuri incontri mensili con lui in una piccola cerchia. Hoffmann, basandosi su sue precedenti brutte esperienze, rispose: «Sì, ma non diventiamo membri!». Al che il Dottore lo rassicurò sorridendo: «Ma non è affatto necessario!». Tuttavia, nell’autunno del 1906, dopo che la loro figlia Martina era divenuta membro della Società Teosofica, ambedue gli Hoffmann – Eveline ed Oskar – si iscrissero anche loro alla Società Teosofica. Negli anni successivi, sino alla morte di Oskar von Hoffmann, ogni volta che Rudolf Steiner passava a Lipsia, andò sempre a visitare gli Hoffmann.

Rudolf Steiner volle commemorare, il 7 maggio 1912 a Colonia, la scomparsa del barone Oskar von Hoffmann con le seguenti toccanti parole, riportate nel volume Unsere Toten [I nostri morti], GA-261, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1984, p. 321: «Tra coloro che negli ultimi tempi hanno lasciato il piano fisico, vi è anche una personalità che forse i soci che da non molto tempo sono collegati col movimento teosofico, conoscono solo poco, ma che coloro che invece si sono interessati estesamente del movimento tedesco hanno proprio imparato ad amare e ad apprezzare. Il traduttore di uno scritto in lingua tedesca – uno scritto che per molti teosofi è diventato straordinariamente prezioso – il nostro amico barone von Hoffmann in questi giorni ci è stato portato via in tarda età. Egli ha realizzato attraverso la sua meravigliosamente bella traduzione, così poetica della Luce sul Sentiero un grande servizio al movimento teosofico tedesco. Grati dobbiamo commemorare colui che ha tradotto questo scritto con così mirabile magia poetica. Il barone von Hoffmann negli ultimi giorni ha lasciato il piano fisico. Anche a lui serberemo amore e fedeltà nel mondo spirituale».

Martina nacque, come abbiamo visto, il 1° maggio 1869, ed era la seconda delle tre figlie della coppia Hoffmann. La famiglia agiata le permise una educazione raffinata. Nel 1894 sposò Paul Bernhard von Limburger, il proprietario di una grande casa di commercio di Lipsia. Dal loro matrimonio felice nacque, come unico figlio, Oskar Bernhard. Purtroppo nel 1905 Paul Bernhard morì per una tubercolosi polmonare, che gli era stata diagnosticata già nel 1903, e le consuete, stantie, parole consolatorie pronunciate in chiesa lasciarono la sua anima fredda e vuota. Ma poco prima di tale tragedia familiare, lo zio Alphons, come abbiamo visto, aveva fatto conoscere alla famiglia di Martina la figura di Rudolf Steiner, e già durante la prima conferenza del Dottore che ascoltò, il 31 gennaio 1906, ella interiormente seppe: «È proprio questo ciò di cui hai bisogno, ciò che hai cercato da sempre. Questa è la Guida della mia vita!».

Nel luglio del 1906 divenne membro della Società Teosofica (e dal 1913 della Società Antroposofica), e sul suo esempio lo divennero pure i suoi genitori. Ricevette da Rudolf Steiner esercizi e indicazioni di meditazione ch’ella esercitò ed elaborò interiormente durante l’intera sua vita. Molto di quel che Rudolf Steiner disse nei colloqui in occasione delle sue venute a Lipsia, durante le quali invariabilmente passava a visitare la famiglia Hoffmann, Martina, oramai vedova von Limburger, lo fissò per iscritto. Su preghiera di Marie Steiner, della quale era molto amica, all’inizio degli anni cinquanta dello scorso secolo, Martina von Limburger trascrisse i suoi appunti di quei preziosi colloqui col Dr. Steiner e trascrisse altresì le indicazioni sulla meditazione da lei ricevute sia personalmente sia all’interno della Scuola Esoterica.

La nostra Martina fu in condizione di poter ascoltare molte conferenze singole e di seguire interi cicli di esse, tenuti da Rudolf Steiner in varie città. Inoltre, partecipò alle ‘lezioni esoteriche’ tenute dal Dottore nella Prima Classe della prima Scuola Esoterica, ai rituali che venivano eseguiti nella Mystica Aeterna, ossia nella Seconda e Terza Classe della Schola. Sino alla fine della sua vita, elaborò interiormente quanto ricevuto. Viaggiò molto, sino a tarda età, in molti paesi europei. Per lunghi anni si occupò e tradusse l’opera del francese Antoine Fabre d’Olivet, del quale tradusse la monumentale La Langue hébraïque restituée etc., del 1815, opera addirittura mitica nel milieu dell’Occultisme ottocentesco.

La sua generosità la portò a sostenere finanziariamente varie iniziative antroposofiche. In particolare fece una generosa donazione per coprire i costi di una delle finestre del Goetheanum, tutte eseguite da Assja Turgenieva, l’artista russa amicissima di Marie Steiner. Sino al 1945 visse in una sua proprietà nelle vicinanze di Lipsia. Soccorse, anche economicamente, tutte le persone bisognose che si rivolgevano a lei, e durante la I Guerra Mondiale, si prodigò assieme alle sue sorelle nella cura dei feriti, nel soccorso ai ciechi di guerra e ai senzatetto.

Nel corso della II Guerra mondiale presentì la capitolazione. Nelle ristrettezze e nell’assillo causati da tali tragici eventi, Martina trasse la sua forza interiore dall’Antroposofia. Ma con il caos, e i pericoli, provocati dal crollo della Germania alla fine della II Guerra Mondiale, dovette spostarsi in Germania occidentale: dapprima a Reutti, dalle parti di Ulm, dove viveva suo figlio, infine a Haus Hohenstein, nella casa di riposo della Christengemeinschaft a Murrhard, ove venne trattata con profondo rispetto, e addirittura con venerazione, come persona che conobbe personalmente Rudolf Steiner, del quale era intima amica..

Jürgen von Grone, uno dei discepoli diretti di Rudolf Steiner, nella sua rievocazione, in Martina von Limburger, Mitteilungen aus der anthroposophischen Arbeit in Deutschland, 1956, Nr. 36, la descrive come una personalità amabile, profondamente degna di venerazione, dall’intelletto acuto, dalla volontà energica, e dal vivace temperamento. Mette in evidenza anche il suo carattere assolutamente non sentimentale – völlig unsentimental – dotata di un fresco senso dell’humour, nonché di una buona dose di autoironia. Avere a che fare con lei non era cosa facile per tutti, pur essendo lei persona sempre accessibile e disponibile nei confronti di tutti. A coloro che si trovavano in difficoltà nella vita donava forza e aiuto, ma non solo: orientava col suo consiglio coloro che si scoraggiavano, invitandoli a non evitare enigmi e difficoltà, che l’esistenza poteva presentare loro nel cammino della vita.

In lei rimase sempre vivo il legame col suo defunto marito, e gioiva per la certezza interiore di ricongiungersi con lui una volta superata la soglia della morte. Martina von Limburger trapassò calma, serena e senza lotta, il 2 aprile 1956, nel mondo spirituale.

Queste note biografiche, vogliono essere, oltre che una breve rievocazione di una eccezionale personalità di asceta praticante e del milieu che ruotava attorno a lei e a Rudolf Steiner, anche una sorta di introduzione ad uno scritto di Martina von Limburger – già tradotto e in fase di revisione – che raccoglie, in uno stile semplice e scarno – molto simile a quello che possiamo trovare nelle comunicazioni orali o scritte di Giovanni Colazza – tutta una serie di indicazioni sul meditare datele da Rudolf Steiner, sia individualmente, sia all’interno delle lezioni esoteriche, che venivano tenute nella Scuola. Tale scritto, tradotto con ogni diligenza possibile, verrà pubblicato su questo temerario blog in un prossimo articolo, del quale questo è in un certo senso la premessa storica e la giustificazione. Poiché Martina von Limburger raccolse per iscritto e trasmise quelle indicazioni ascetiche su esplicita richiesta di Marie Steiner, noi abbiamo motivo essere profondamente grati a tutte e due queste Donne fedeli e coraggiose.

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

Appunti sul “DISTACCO” (di Maximus)

camminoevolutivo

(Cammino evolutivo – Marina Sagramora)

Ciò che nella tradizione ermetica si chiama la “separazione dei misti”, nella tradizione indú del Sâmkhya viene designato come distacco del purusha dalla prakrti ossia distacco di ciò che nella personalità è natura, necessità, divenire, per l’identificazione, o liberazione del principio virile fatto di pura coscienza che, immobile, ma attivo nella sua immobilità, è il centro di ogni movimento. La separazione del principio purushico è un trarre fuori dal tramortimento di una semicoscienza – che corrisponde allo stato di veglia dell’uomo cosiddetto normale – il vero principio dell’autocoscienza, e ad essa corrisponde una tecnica tradizionale che si ritrova nello yoga d’intonazione sâmkhya del Patanjali, come pure nella Bhagavad-gîtâ.

Questo metodo può essere applicato in una forma veramente creativa se si afferra in profondità il suo autentico senso occulto. Apparentemente il distacco sembra un’operazione semplice: l’uomo, infatti, ha l’illusione di sperimentarsi come coscienza di essere in quanto si sente vivere immerso nei suoi pensieri, nei suoi sentimenti e nelle sue sensazioni, ma in sostanza la sua coscienza è sprofondata in essi, anzi si può dire che è tessuta di essi; non lui, dunque, ma qualcuno “al difuori” o “al disopra” di lui ha veramente coscienza di quel che avviene in lui: questo qualcuno appare come il suo stesso Io, allorché si riconosce al disopra della immedesimazione.

Una volta compreso ciò, si è sulla via per discernere la possibilità di un distacco reale e positivo da un distacco puramente intellettuale. Infatti, inizialmente, tale distacco viene realizzato soltanto sul piano mentale – e mentale è altresí la sensazione di essersi separati dal mondo emotivo e da quello volitivo-impulsivo, perché noi veramente, se possiamo dire di sperimentare chiaramente i nostri pensieri allo stato di veglia, non possiamo dire la stessa cosa circa il mondo dei nostri sentimenti e della nostra volontà e istintività, del quale noi conosciamo solo i riflessi nella coscienza piú esteriore e, appunto, cogitativa. Cosí è possibile, a quei pochi che iniziano una tale esperienza, scambiare per l’autentico distacco ciò che è raggiungibile in modo relativamente facile, cioè la separazione del principio purushico da quella che si può chiamare la prakrti mentale, cioè dall’insieme delle modificazioni, dei movimenti, dei flussi che compongono l’ordinaria vita psichica individuale. La tecnica del «silenzio» e il ricongiungimento con la forza originaria che agisce dietro il pensiero possono già condurre a tanto. A questo punto si raggiunge una libertà che ha un valore effettivo, ma che può dare alla coscienza non completamente integrata l’illusione di un distacco anche dai piani che degradano verso la natura piú profonda ed organica, e di un realizzato dominio su di essi, mentre, in realtà, si è solo raggiunta una facoltà di controllo su di essi semplicemente attraverso il sistema nervoso centrale, anzi attraverso qualche centro nervoso piú particolarmente legato alla vita mentale. Si tratta dunque di un controllo indiretto, riflesso e periferico, che ha solo un valore preliminare.

A tale riguardo, possiamo dire qualcosa che noi stessi abbiamo sperimentato e che dal punto di vista del metodo ci sembra di fondamentale importanza. È dunque raggiungibile un punto, in cui si è liberi dal dominio della prakrti, senza però che l’Io si sia ancora realizzato nella vera, assoluta natura purushica. Questo è un punto che noi possiamo chiamare “neutro”, perché si è in un certo modo “liberati”, ma non ancora capaci di “liberare”, ed è un punto realmente pericoloso, non soltanto perché il discepolo può cadere nel compiacimento e nell’abuso di una certa libertà conquistata, ma soprattutto perché, proprio in tale stato, si verifica nella vita fisio-psichica di lui un arresto della direzione naturale di ogni suo processo vitale, ossia si verifica una interruzione nel ritmo di quella vita fisica intesa nel senso normale che, non disturbata da un’esperienza trascendente, passa generalmente da un rigoglio di giovinezza ad una vigoria nella maturità e ad un lento decadimento dopo l’età matura.

Avvenendo tale arresto, l’individuo ha la sensazione di un vacillare pauroso delle proprie forze fisiche e sente impellente la necessità di attingere energie vitali per sorreggere ed animare la propria esistenza corporea. Egli si riconosce, da quel momento, come un “lottatore contro la morte”. E qui si presenta il pericolo di una insufficiente conoscenza, perché due vie gli si offrono per alimentare con ancora energia vitale le radici della sua vita fisica: una via dal basso e una via dall’alto. Ma quella dal basso è piú facile e molti metodi magici, a questo punto, sono pronti ad aiutare il “lottatore contro la morte”, il quale, continuando a mantenere la sua posizione di distacco, potrà salvare la propria vitalità fisica venendo ad un “patto” con delle forze “infere”, dalle quali potrà effettivamente assorbire calore ed energia tanto da superare l’interruzione. E questo può essere il principio di gravi deviazioni.

Ma c’è l’altra via, quella solare, la via per cui “Il lottatore contro la morte” porta a compimento il distacco ricongiungendosi con quella forza, che è la vera essenza originaria del suo Spirito, che è il purusha correlativo non ad una prakrti particolare e mentale, ma all’intera prakrti, il che vale a dire, piú o meno, a tutto l’ordine manifestato. Allora il punto neutro egli può superarlo, perché dall’alto gli viene una forza capace di compensare lo squilibrio, di sostenere ed animare la sua vita, producendo una trasformazione profonda di tutto l’essere. Chi ha provato il pericolo dello sprofondamento nelle tenebre da cui in effetti possono giungere calore e luce tenebrosi, ed ha avuto la forza di resistere al fascino di questo calore e di questa luce che lo spingerebbero ad un fruimento dionisiaco, il quale gli diverrebbe poi una necessità continua per la vita e il gusto della vita, può veramente comprendere quale sia la direzione solare, la direzione purushica, e cercar di attingere su di essa l’autentico calore e l’autentica luce.

Può aggiungersi un’altra considerazione: se il provvisorio «io» mentale dell’uomo distaccatosi soltanto dalla dinamica mentale intendesse affrontare con i suoi soli mezzi il mondo delle emozioni, dell’angoscia, della paura, del desiderio, degli attaccamenti organico-istintivi alla vita fisica, avrebbe grande probabilità di esser sopraffatto o giocato. Soltanto riconnettendosi ad una forza superiore, la quale non combatte piú sullo stesso piano dell’avversario, il discepolo può divenire il guerriero capace di ridurre all’obbedienza il nemico. Qui l’isolamento del purusha mentale costituisce solo l’inizio. Da un certo punto di vista, è solo una preparazione. È necessario, in piú, un “contatto”.

Non altro è il senso piú profondo dell’insegnamento cattolico, secondo il quale solo mediante la “grazia” è possibile combattere positivamente contro il “peccato” e contro le “tentazioni”. Nelle tradizioni indú – in alcune tradizioni indú, per lo meno, che figurano anche nella Bhagavad-gîtâ – si parla, parimenti, della opportunità di integrare la via semplicemente conoscitiva con una bhakti, nella bhakti – termine che i piú traducono con “devozione”, ma che significa piuttosto un orientamento dell’animo fervidamente trascendente, verso l’alto, il punto di vista teistico avendo notoriamente in India un significato assai subordinato – intendendosi la forza capace di portare il discepolo oltre quel “punto neutro”, nel quale è quasi inevitabile la deviazione e il pericolo di un rivolgimento titanico-dionisiaco. Là dove invece esistano forme regolari di iniziazione, già la trasmissione rituale e gerarchica delle “influenze spirituali” va ad integrare i risultati dell’opera puramente personale di “separazione”, tali influenze andando appunto a vivificare e a trasfigurare il nucleo purushico già isolato, tanto da propiziargli il ritorno al suo stato primordiale, la realizzazione della vera forza e della vera vita. E questo stesso è il punto in cui ogni dualismo cessa e in cui si può sviluppare in profondità l’opera della vera trasmutazione secondo l’Arte Regia e solare.

Maximus

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da Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, UR, XI, Ed. Mediterranee, pp. 378-382

http://www.larchetipo.com/2003/giu03/filosophia.htm

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

NUTRIZIONE CARNEA DELL’ UOMO E DELL’ ANIMALE

mucca-pazza

L’uomo mangia regolarmente alimenti vegetali e alimenti animali. Vi ho già detto una volta che io non propendo per alcun regime alimentare, ma spiego semplicemente come agisce questo regime.

E’ successo spesso che qualche vegetariano venga da me per parlarmi della sua tendenza a perdere leggermente conoscenza, ecc. ed io allora dico: “beh, ciò dipende dal fatto che lei non mangia la carne.” Bisogna considerare le cose in maniera obbiettiva, vero? Non bisogna voler arrivare ai propri fini con la forza.

Ma cosa significa considerare in maniera obbiettiva quanto riguarda l’alimentazione vegetale e l’alimentazione carnea?

Dunque signori, prendiamo in considerazione la pianta. La pianta giunge a sviluppare il suo seme, che è nascosto nella terra, in modo che esso formi foglie verdi e petali colorati. E paragonate ciò che raccogliete della pianta – sia che cogliete la spiga o l’intero cavolo da cucinare – paragonatelo dunque con la carne, con la massa muscolare di un animale. La sostanza è completamente differente, vero? Ma che legame c’è tra queste due sostanze?

Sapete bene che ci sono animali che si comportano come vegetariani, essi non mangiano carne. E nemmeno i cavalli sono carnivori, essi non mangiano che vegetali.

Ora, bisogna rendersi conto che l’animale non si accontenta di ingurgitare del nutrimento, ma si sbarazza anche in continuazione di ciò che si trova nel suo organismo. Voi sapete che, per esempio, gli uccelli mutano le penne; ogni anno le perdono e devono rimpiazzarle con delle nuove. Sapete che i cervi perdono ogni anno i loro palchi. Voi stessi quando vi tagliate le unghie constatate poi che esse ricrescono. Ma ciò che in questi casi appare in modo visibile, accade continuamente in modo impercettibile! Noi eliminiamo continuamente la nostra pelle, l’ho già spiegato in altre occasioni e nel giro di sette, otto anni noi eliminiamo tutto il nostro corpo e lo rimpiazziamo con un corpo nuovo. Lo stesso succede con gli animali. Fermiamoci un momento a considerare una mucca o un bue: ebbene, se voi lo prendete qualche anno più tardi, la carne che lo costituisce è completamente cambiata.

C’è un po’ di differenza tra il bue e l’uomo; la rigenerazione è più rapida nel bue. La sua carne si è dunque rigenerata; ma da che cosa si origina questa carne? E’ questo che dobbiamo domandarci. All’origine ci sono solo materie vegetali. Il bue ha prodotto da sé la sua carne a partire da materie vegetali. Questa è la cosa più importante che dobbiamo rilevare: l’organismo animale è dunque in grado di trasformare i vegetali in carne. Ebbene, Signori, potete far cuocere un cavolo quanto volete, ma non riuscirete mai a trasformarlo in carne mettendolo in pentola o in casseruola, come non è possibile trasformare in carne la torta che abbiamo appena fatto. Non c’è una tecnica che permetta questa trasformazione. Ma tuttavia ciò che non si può ottenere con la tecnica, avviene nell’organismo animale. E’, molto semplicemente, la carne prodotta dal corpo dell’animale, ma le forze necessarie a quest’operazione devono prima essere presenti nell’organismo. Tra tutte le forze tecnologiche di cui disponiamo, non ci sono quelle in grado di trasformare i vegetali in carne. Non ne abbiamo. Anche il nostro corpo, come quello animale, possiede dunque le forze capaci di trasformare le sostanze vegetali, le materie vegetali in materia carnea.

Consideriamo ora una pianta. Essa si trova ancora in un prato o in un campo e fino a questo momento le forze che hanno agito su di lei , hanno fatto spuntare le foglie verdi, le bacche etc. Supponiamo ora che una mucca mangi questa pianta. Una mucca o un bue che mangi questa pianta, la trasformerà in carne. Ciò significa che il bue possiede in sé le forze che gli permettono di trasformare questa pianta in carne. Immaginiamoci ora che il bue venga voglia di dirsi: ” Ne ho abbastanza di passeggiare e non far altro che mangiare erba ! Un altro maiale può farlo per me ed io mi mangerò questo animale!” Dunque il bue si metterebbe a mangiare la carne e tuttavia egli stesso è in grado di fabbricarsi la carne! Tutte le forze che in lui potrebbero produrre la carne si troverebbero “disoccupate”.

Prendiamo una fabbrica qualunque che dovrebbe produrre una cosa qualunque e supponiamo che non si produca niente , ma che si metta ugualmente in moto tutta la fabbrica – immaginate un po’ l’enorme spreco di forze che ci sarebbe! Si sprecherebbe una grande quantità di energia . Ora, Signori, la forza che viene sprecata nel corpo dell’animale non può dissiparsi all’esterno. Il bue trabocca di questa forza; in lui allora essa fa qualcos’altro che trasformare le materie vegetali in materie carnee. Essa agisce in maniera differente e produce in lui ogni sorta di rifiuti. Al posto di carne vengono fabbricate delle sostanze dannose. Il bue si riempirebbe dunque di tutte le tossine possibili se improvvisamente diventasse carnivoro. In particolare si riempirebbe di acido urico e di urati. Ora gli urati hanno l’abitudine di avere un debole per il sistema nervoso e per il cervello. Se il bue mangiasse direttamente della carne, ne risulterebbe una secrezione di una quantità enorme di urati che si depositerebbero nel cervello e il bue diventerebbe folle. Se potessimo fare l’esperimento di nutrire tutta una mandria di buoi offrendo loro come cibo delle colombe, otterremmo una mandria di buoi completamente pazzi. E’ così che succederebbe. Malgrado la dolcezza delle colombe, i buoi diventerebbero folli.

Vedete dunque che questo fatto contraddice il materialismo, perché se i buoi non mangiassero che colombe, dovrebbero diventare dolci come colombe, se contasse solo l’azione della materia – ma se c’è una cosa che non farebbero, è proprio quella; essi al contrario diventerebbero degli essere terribilmente focosi e scatenati. Pensate solamente che i cavalli confermano già questo fatto: diventano focosi alla minima quantità di carne che gli si dà; si eccitano perché non sono abituati all’alimentazione carnea. Bene, Signori, tutto ciò non è senza riferimento all’uomo. La storia ci insegna una cosa molto interessante, e cioè che una buona parte della popolazione asiatica, è strettamente vegetariana. Quei popoli sono in effetti degli esseri dolci e poco bellicosi. E’ solo a partire dal Medio Oriente, che si comincia a mangiare la carne ed è proprio là che cominciò il furore guerrafondaio. Ciò si spiega col fatto che, quei popoli asiatici che non mangiano carne, usano le loro forze per trasformare le materie vegetali in materie carnee, forze che resterebbero inutilizzate, incoscienti. Ne risulta che questi popoli restano dolci, mentre gli altri non lo sono altrettanto. Orbene, bisogna sapere che quegli uomini non hanno potuto abbandonarsi che pian piano a queste riflessioni, che facciamo noi ora. Perché quando gli uomini cominciarono a mangiare la carne, non era possibile abbandonarsi alla riflessione come noi abbiamo appena fatto. Essi erano guidati dal sentimento e dall’istinto. Vedete, il leone mangia sempre la carne, non è vegetariano. Il leone ha un intestino molto corto. E gli animali che sono erbivori hanno gli intestini molto lunghi. I loro intestini sono molto lunghi.

Si trova lo stesso fenomeno nell’uomo. Un uomo discendente da una razza o da un popolo in cui tutti gli antenati mangiavano carne, ha già gli intestini più corti. I suoi intestini sono diventati troppo corti per un’alimentazione esclusivamente vegetariana. E’ allora necessario che l’uomo passi per tutto ciò che lo rende adatto a conservare – malgrado tutto – la sua salute, se non mangia che vegetali.

Certo, oggigiorno è veramente possibile essere vegetariani. E ciò porta molti vantaggi. Più precisamente, mangiare solo vegetali e non carne è vantaggioso nella misura in cui ci si stanca meno velocemente dall’interno perché giustamente si evita la secrezione di urati e di acido urico. Ci si affatica meno velocemente e si conserva la testa più chiara , di conseguenza si pensa più facilmente, se mai si pensa. Per chi non può pensare, naturalmente non è vantaggioso avere la testa libera degli urati perché è indispensabile che tutto il complesso umano sia in accordo. In breve è possibile all’uomo diventare vegetariano se fa uno sforzo su se stesso. Allora egli usa delle forze che semplicemente restano inutilizzate dalla maggior parte degli uomini che oggigiorno mangiano carne.

 

Rudolf Steiner

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(Estratto da -Salute e Malattia – conferenza di Rudolf Steiner del 13 gennaio 1923 (pg.329-333) Editions Anthroposophiques Romandes). Traduzione a cura di Mariolina Stefanoni dal sito www.agribionotizie.it

SALUTE, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – GIUGNO 2016

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

FERMARE IL MONDO: IL SILENZIO (di F. Giovi)

madonna-del-silenzio

(Madonna del Silenzio, c. 1538, Michelangelo Buonarroti)

Come i lettori non occasionali dell’Archetipo sanno da molto tempo, lo scopo di queste note è, nella loro modesta forma, un costante invito formulato in storie, riflessioni e indicazioni pratiche per chi vorrebbe aprirsi un varco verso la sperimentazione del sovrasensibile. Certo che il titolo di questo articolo, almeno per chi ha letto molto, si presenta discutibile, poiché “fermare il mondo” è un’immagine che ho preso in prestito da chi fu, per un certo periodo, maestro di Carlos Castaneda. So bene che a Scaligero quei libri non piacquero e che considerò confusionarie le esperienze e le dottrine esposte, specie se rapportate al superiore livello di visione e conoscenza attuato attraverso la Via del Pensiero. So anche che Massimo Scaligero non si sarebbe affatto scandalizzato se gli avessi raccontato che verso molti dialoghi di Don Juan la mia disponibilità interiore non risentiva di trascorse affinità o che vedeva il sommo bene in una via antica e sciamanica ma, molto piú sempli- cemente, avvertivo in diverse osservazioni e comunicazioni dell’anziano sciamano, l’interiore vitalità della corrente spirituale a cui apparteneva. Ciò per me era piú importante della complessiva valutazione critica. In taluni ambienti che verso Scaligero e la sua Opera avevano già stabilito i canoni dell’ortodossia, questo non fu compreso, al punto che girarono divertenti voci sul mio ennesimo tradimento aggravato da un gastronomico contorno di funghi allucinogeni. In realtà la corrente rappresentata da Don Juan era magistrale nell’uso di alcune sfere e stati dell’etere, ma totalmente cieca nei confronti dei mondi spirituali. Per essa il vero astrale era una minaccia (l’Aquila) per la coscienza personale.

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Però alcune nozioni ascetiche di fondamento sono coniate con grande felicità d’espressione. A mio parere l’immagine di “fermare il mondo” è accomunabile al Silenzio Occulto, ma sottolinea vigorosamente le grandi implicazioni di questa tappa della coscienza. Per quei vecchi stregoni estremo-occidentali, l’uomo comune con il suo continuo, accecante dialogo interiore, crea un mondo a sua immagine, meno reale di un fondale di cartapesta: Schopenhauer sarebbe d’accordo, la psicologia in parte converrebbe, l’occultista sa che ciò è radicalmente vero. Se il ricercatore ferma il continuo dialogo interiore, ossia domina il pensiero ordinario e mantiene con la massima continuità possibile tale inusitato non-pensare, può anche uscire dal teatrino del mondo conosciuto per metter piede su terreni ignoti e respirare con l’anima.

Certamente il Silenzio non s’improvvisa e non si apparenta a nessuna delle centinaia di forme di rilassamento psicofisico che vengono spacciate, ormai anche in Oriente, come meditazioni. La confusione si è fatta tale che il significato di meditazione è stato sepolto nel mondo contemporaneo sotto uno spesso cumulo di assurdità e idiozie su cui è inutile intrattenersi per quanto queste appaiono come fatti. Invece è piuttosto grave, nel contesto che qui si tratta, l’incapacità religiosa, esoterica e antroposofica, di realizzare che le Vie spirituali che ci hanno calamitato, anche se ce ne fosse una per ciascuno di noi, dunque tante o tantissime, hanno o avrebbero in comune come nucleo fondante l’anelito a rintracciare la nostra Patria spirituale, dunque, in un modo o nell’altro, un elementare bisogno di trascendimento, che inizia sempre con il tentativo di una o piú azioni interiori. Nei confronti di un deliberato lavoro nell’anima, è l’inerzia, la passività, che domina. Comprendo e compatisco la passività dei molti esseri a cui non è stata ancora data alcuna possibilità di conoscenza (e nemmeno questo è completamente vero, perché in tanti l’evolversi dell’anima, esteriormente irriconoscibile, si manifesta assai spesso in difficili sacrifici e dure prove, apparentemente esteriori, ma che modificano e maturano l’interiorità), mentre in esoteristi e antroposofi, allegramente intenti ad opinare, schematizzare, formulare ecc., immersi nel sottile piacere dell’autocompiacimento, l’esenzione dall’azione interiore è una colpa grave. Persino la pratica del Rosario, snocciolato dalla vecchietta nella penombra della Compieta, supera in qualità le moresche affabulazioni dei teorici dei Misteri.

Cari lettori, condividiate o meno le mie parole, posso, per quel poco che mi è concesso, assicurarvi che, per il nostro normale metro di giudizio, il Mondo Spirituale, cioè gli Esseri Creatori, sono “immensamente” severi (oppure buoni come la folgore) e pesano sulle loro bilance (come ripete in molti modi Maître Philippe) ogni nostra azione. È bene ricordare che la valutazione divina e quella umana hanno poca coincidenza, ma per la vita in pratica è utile ricordare che ogni nostro superamento, a qualsiasi livello si esplichi, è accettabile per il Cielo, e tutto il resto di cui sovente andiamo fieri è un bello zero, comunque giudicato negativamente. È Legge, non dissimile a quanto regola impeccabilmente la natura sensibile: tutto quello che l’uomo produce tangendo con il subumano, non passa i confini dello Spirito.

Però è anche vero che fare gli esercizi, quali essi siano, non può mai essere soltanto una riproposta tecnica di quanto è stato assimilato con la lettura. Già la lettura, quella con cui sovente ci si presenta, può essere solo un passaporto fasullo, un contenitore vuoto. Spiegando l’ampio ventaglio della realtà, ci sono coloro che leggono per la prima volta Teosofia e le parole si trasformano in immagini pregne, dotate di propria vita, mentre per altri la medesima lettura fa il paio con l’acquisto di banane dal fruttivendolo. I testi donatici da Rudolf Steiner, nonostante i rischi insiti nelle traduzioni (generalmente preferisco le edizioni d’annata perché tradotte da valenti cultori dell’antroposofia, bilingue dalla nascita), andrebbero almeno letti con la piú alta attenzione possibile, interpunzioni comprese, anche se la prosa sembra piana e la scelta dei vocaboli piuttosto semplice. Tutto sommato, per molti non sarebbe neppure una sorta di sacrilegio se la lettura s’arrestasse per molto tempo a poche pagine: spesso sono frasi assai brevi quelle che superano la barriera della testa (intellettualismo) e scendono a germogliare come forza al centro dell’anima.

Vorrei a questo proposito ricordare nuovamente Giovanni Colazza. Come molti sanno, al di là dalle rivisitazioni di maniera, fu, tra i tanti aspetti di una vita palese ed occulta, il perno di quell’irripetibile esperimento che è stato il Gruppo di Ur (e anche il motore della catena operante, fatto che i bibliografi ed i bibliomani non sanno o preferiscono ignorare), mentre Evola ne fu il direttore organizzativo e letterario. Colazza, in accordo a degli obblighi sovrasensibili, non scriveva nulla. Per quello che è stato il contributo documentale dei partecipanti, Colazza (sotto lo pseudonimo di Leo) parlava ed Evola scriveva. Talvolta pasticciando un poco: come ad esempio è accaduto per un passo importante dell’articolo intitolato Avviamento all’esperienza del corpo sottile, in cui alle pagine 59/60 (Vol. I, Ed. Tilopa-Roma-1980) Evola scrive: «si consegue sentendo lontana e al di sopra di noi la nostra testa, quasi che essa fosse esteriore a noi» (il corsivo è originale), dando alla frase il senso della comunicazione di un esercizio fondamentale. Non era e non è cosí. La frase di Colazza descriveva soltanto un notevole aspetto della fenomenologia dell’esperienza. Pertanto la frase originaria, in tutta probabilità poteva essere: «si realizza quando si sente lontana…». Quasi una sciocchezza se non si pensa a quelli che in buona fede si sono esercitati per prendere… fischi per fiaschi!

Considerate le ultime righe come un piccolo contributo alla verità oppure una mia digressione.

A pagina 296 dello stesso volume, Colazza in un successivo articolo dice: «Queste note si rivolgono a coloro che non hanno soltanto letto ciò che ho esposto fin’ora; ma che di fronte agli insegnamenti hanno sentito e voluto». Alcune righe piú sotto ribadisce piú dettagliatamente: «Di fronte a ciò che viene comunicato, non bisogna reagire e afferrare soltanto con la mente (questo è il primo ostacolo che incontra l’insegnamento occulto, e che può arrestare e neutralizzare tutto), i pensieri devono invece dar luogo ad immagini viventi e queste debbono venir sentite. Voglio dire che lo stato che viene descritto deve essere immaginato come formantesi in noi – quasi come se noi stessi lo “inventassimo” – e contemporaneamente avere e trattenere nel cuore un corrispondente stato di sentimento».

Sono parole semplici e inascoltate, piú o meno alla pari di quelle scritte da Rudolf Steiner a pagina 17 di un suo testo fondamentale (L’Iniziazione, O.O. 10, Ed. Antroposofica, Milano 1971): «Un determinato atteggiamento fondamentale dell’anima deve servire d’inizio. L’occultista chiama questa disposizione fondamentale il sentiero della venerazione, della devozione, di fronte alla verità e alla conoscenza. Soltanto chi possiede questa disposizione fondamentale può divenire discepolo dell’occultismo» (il corsivo è mio). Osservate come il termine “fondamentale” venga riscritto tre volte su quattro righe, e magari rileggete la frase che ho evidenziato. Forse tra chi legge queste righe ci saranno (e ci sono) quelli che penseranno: “Troppo alla lettera; è fideismo spinto. Lo ‘Steiner dixit’ è insopportabile e le imposizioni sono in contrasto con l’anima cosciente”. Se questa è la loro opi- nione (coerentemente mantenuta durante gli studi scolastici e poi alle lezioni di guida…), beh, se la tengano! D’altronde esiste da sempre un codazzo di poveri diavoli che non vogliono comprendere nulla se non le proprie ‘immani’ sofferenze e le ‘abissali’ contraddizioni che lacerano la loro anima: incompresi dal mondo, da Steiner, da Scaligero e, permettetemi, pure da chi scrive, persi come sono in una personalissima e ingarbugliatissima presunzione blindata. Chi pensa e sente in tal maniera non vuole conoscere affatto la Scienza dello Spirito che, se viene vissuta operativamente, sviluppa senza limiti indipendenza e libertà; e ancora: le esperienze interiori corrette possono andare allo stesso passo con lo sbalordimento che ti prende quando scopri che l’esperienza coincide, sino nei piú minuti particolari, con quanto viene espresso da Steiner e Scaligero anche nei singoli aggettivi usati: il rispetto e la devozione per queste individualità sono andati crescendo nel vostro articolista anche per questi avvenimenti, testati sul campo. Perciò, a chi è disposto a seguire con spirito di amicizia queste note, è sinceramente doveroso ricordare che senza un cuore caldo di devozione e venerazione è possibile capire tutto fuorché le Vie Sacre.

Non v’è uomo (“normalmente organizzato”) che non possegga una fiammella di questo fuoco. Occorre solo distinguerla dalla banalità e dai fuochi impuri, difenderla e alimentarla senza paura. La devozione e la venerazione per la conoscenza e la verità (occultisticamente conoscere e realizzare sono la stessa cosa) non sono un sentimento: la confusione deriva dal fatto che questo e quelle occupano la stessa sede, ma ‘quelle’ sono uno stato interiore e, come tale, stabile oltre le tempeste. Come ogni stato interiore, esso può essere alimentato, coltivato e sviluppato ulteriormente.

Con una minima buona volontà è possibile scoprire che qualsiasi immagine e ogni percezione, mantenute nella loro risonanza in un attimo meditativo, in cui non si pensa ulteriormente, non si deduce, portano al cuore. Nutrono il calore dell’anima. Il calore dell’anima è il sangue dell’Antroposofia Vivente. Parlare di antroposofia come negli ultimi decenni si usa in diverse comunità è un involontario atto di necrofilia: si insepolcra il vivo e si va a spasso col morto.

Quando con la concentrazione si dominano i pensieri e si attiva la volontà e con la meditazione si scalda l’anima, le forze sono in equilibrio attivo e allora è facile realizzare il Silenzio: si potrebbe affermare che il Silenzio diventa una intima necessità. Può succedere che il Silenzio si instauri da sé e ti rapisca, anche nel mezzo di una festa fragorosa. Esso è una tappa del lavoro interiore, ma è una tappa con molti gradini: il silenzio dell’ego e il silenzio dell’Io sono in linea, ma diversi.

Il primo gradino è quello che si consegue perché il pensiero è stato volitivamente dominato: esso è una sorta di passaggio obbligato, ma finché lo si raggiunge dopo la concentrazione, seduti im- mobili in una stanza silenziosa per pochi minuti, è solitamente una tensione interiore supportata dalle azioni precedenti e dall’immobilità corporea. Però è comunque un inizio.

Un grado superiore di silenzio potrebbe venir sviluppato indirettamente: a) con il progredire della forza-pensiero nella concentrazione, quando ci si sia resi capaci di togliere da quest’ultima ogni traccia di parola sub-vocalica; b) con l’abituarsi a brevi meditazioni distribuite a volontà nell’arco giornaliero. Tali meditazioni possono consistere in una parola o un’immagine tolta dalle comunicazioni di Scienza dello Spirito, o ancora, da un fenomeno naturale. Le piú semplici sono anche le migliori. Facciamo qualche esempio, magari ricordandoci che sulla Via del Pensiero l’attività messa in moto è piú importante dell’oggetto che la supporta: basta l’isolamento che deriva dalla certezza che nei prossimi tre minuti nessuno chiederà una vostra risposta o che non stiate viaggiando in corsia di sorpasso in autostrada, alla guida. Prendete, ossia evocate, una parola che, magari soltanto oggi, impressioni la vostra anima: Coraggio, Luce, Logos, Folgore ecc. Non ripetetela come pappagalli: frenatevi! Evocatela una volta soltanto e ponetevi in silenzioso ascolto dell’eco interiore che essa ha provocato. Provate e riprovate con desta serenità: quando funziona è come una delicata vibrazione, comunque avvertibile, che si espande nell’anima. Ogni intervento arresta l’esperienza che già dura poco; poi si ascolti paziente- mente il nulla successivo per uno o due minuti ancora. È ancora piú semplice rievocare un fenomeno naturale che, se portate un poco di giovinezza dentro, quale sia la vostra età biologica, vi ha incantato per la sua caratteristica o per nessun motivo plausibile (una goccia di rugiada pendente dalla curva estremità di una foglia, la luce del sole riflessa da un bianco granito, il continuo flusso di un torrente ecc.). Evocate l’immagine e permettete che l’impressione/sentimento irraggi in voi, senza aggiungere altro, evitando il compiacimento estetico.

Non sforzatevi di trattenerla, e quando va via attendete ancora un poco. «Ma non devo fare proprio nulla?» mi si chiederà. Infatti, posso dire che tutto ciò è anche la palestra del non-fare personale.

Questi piccoli esercizi possiedono diverse implicazioni – e in realtà non sono piccoli esercizi – poiché tutto nella vita dovrebbe diventare meditazione.

Il Silenzio può venir sviluppato direttamente, però occorrono tempo, pazienza e buoni muscoli interiori. Il principio è semplice: si porta il pensiero potenziato dalla concentrazione (dopo la concentrazione, oppure staccandosi da essa appena si ravviva o in momenti del tutto diversi, in questo ultimo caso però, quando si è capaci di contemplare, nella concentrazione, l’immagine finale) a un nulla silenzioso e quieto, “raccogliendo intorno ad esso i poteri dell’anima”. È bene ricordare che la forza-pensiero persiste ma raccolta in se stessa. Si tronca di netto il pensiero dialettico e anche le eventuali immagini. Quando ciò riesce, l’esercizio consiste nello sviluppare (prolungare) il silenzio in qualità e durata. La pratica indica con un sentimento liberatorio di interiore riposo la realizzazione dello stato di silenzio. Se un moto d’insofferenza insorge all’im- provviso, non reagire ad esso, realizzando adialetticamente che è una cosa qualsiasi: esterna ed estranea al silenzio. Essere indifferenti a tutto.

Il tempo che si impiega nell’esercizio del silenzio è per principio un fatto individuale, inoltre risente interiormente del grado e della profondità raggiunta ed esteriormente del tempo concesso dagli obblighi della vita corrente. In alcuni casi varrebbe il detto “piú è meglio” anche tenendo conto della straordinaria ‘timidezza’ animica, purtroppo presente nei cultori di Scienza Spirituale. Il silenzio non fa male! Anzi guida l’anima verso il proprio originario essere, verso il Fondamento, e questo è un immenso beneficio per la sua natura, e di conseguenza, per il corpo: in particolare per lo stravolto sistema nervoso e per gli organi di senso. Se, come per qualsiasi disciplina, intervengono stanchezza, sonnolenza e l’incapacità di mantenere alla perfezione lo stato di silenzio, si concluda con calma l’esperienza.

Con la pratica prolungata nel tempo, il silenzio interiore può divenire una condizione stabile dell’interiorità come nella vita ordinaria è la propria casa a cui si torna dopo aver svolto il lavoro; ma il paragone non è esaustivo, poiché concentrazione e silenzio interiore formano nell’anima un assetto permanente che ci permette di mantenere una parte di noi immobile e imperturbata anche quando si sia del tutto immersi nelle vicende del mondo, intendendo con questo termine pure le azioni e le rappresentazioni che paiono nostre ma appartengono in sostanza al mondo esteriore.

«Si elimina il pensare, se accogliamo l’intero contenuto percettivo, riempiendocene completa- mente, piú intensamente di quanto, come di solito, quel contenuto viene attenuato dai pensieri, dalle rappresentazioni» (R. Steiner, I confini della conoscenza della natura, O.O. 322, Ed. Antropo- sofica, Milano 1979, p. 99). Con questa premessa possiamo tornare a quanto Colazza indicava come disciplina basilare nel primo dei suoi articoli citati in precedenza (Avviamento all’esperienza del corpo sottile), ossia di avvertire una speciale risonanza interiore davanti al percepito che inizialmente è quello fuori di noi, poi piú avanti, quando risulta possibile, si volge l’attenzione verso qualsiasi moto o impulso dell’anima, finché al senso di sé corporeo si sostituisce o si aggiunge uno nuovo, piú ampio, mobile ed aspaziale. Il silenzio è la condizione base dell’esperienza. Esso è la prima forma di immobilità interiore che permette al sovrasensibile incantato intorno a noi di resuscitare dalla fissità della (nostra) caduta. Si faccia una lunga passeggiata tra boschi e prati con la mente ricondotta al silenzio, magari mantenendo lo sguardo rivolto a qualche albero distante o al mare d’erba sottile nel suo moto ondoso provocato dal vento, oppure all’invisibile aria che riempie lo spazio di una radura (per l’occultista l’aria è tutt’altro che invisibile). Nelle prime fasi (positive) dell’esperienza può essere necessario un cuore coraggioso, poiché ciò che si osserva acquista intensità. Nell’ordinario non sperimentiamo intensità dal mondo ma solo immagini. Ora tutto si in- tensifica e l’anima non esercitata può sentirsi minacciata, aggredita e si spaventa subito. Diverso è il caso di chi ha sviluppato lo stato della devozione e venerazione: con esso non si respinge l’esperienza ma anzi la si incontra con gioia. Piú esattamente la contemplazione silenziosa intensifica quello che il Dottore chiama venerazione, che diviene dinamica o “estasi attiva”. Tutto diventa pos- sente: è Volontà operante quella che ci viene incontro (vedasi di Rudolf Steiner: Il Mondo dei Sensi e il Mondo dello Spirito, O.O. 134, II Capitolo) e cresce ancora: qualcosa ci balza dentro… oppure è da dentro che qualcosa incontra quello che c’è fuori. In definitiva è come se la triade composta dall’oggetto, dall’anima e dallo spazio venisse modificata. La spazialità si altera o svanisce, e l’oggetto e l’anima si fondono partorendo una rapida immagine vivente.

Piú in generale diventa ormai possibile avvertire, correlata a ciò che si osserva, una nota, una impressione animica, che però proviene dall’oggetto osservato. Ma occorrerà maturare un silenzio piú intimo e profondo (Scaligero lo chiamava “profonda quiete” e anche “riposo”) per favorire la discesa della coscienza verso il suo vero centro, analogicamente corrispondente al cuore.

Naturalmente la grande difficoltà non sta nella tecnica. Non dobbiamo dimenticarci che tutte le azioni umane sono interiori (non esistono per l’uomo “azioni esteriori”) e poiché l’uomo è un essere spirituale, esse sono anche morali e implicano delle scelte.

Per addentrarsi in quello di cui accenno nelle precedenti righe occorre, con vita e discipline, agire su scelte radicali: si tratta di morire al mondo personale o, se volete, scendere da esso (fermare il mondo) e fare, con il punto di autoconsapevolezza che permane, alcuni passi concreti in ciò che per lo stato di esseri fisio-psichici è ignoto e pare persino (alla coscienza usuale) inumano. Non importa che ciò si realizzi per un quarto d’ora o per sempre: occorre la medesima attitudine, un grandissimo coraggio e un ‘atomo’ di vero amore per lo Spirito. Nessuno incolpa nessuno ma, diciamocelo francamente, sono forze che mancano a quasi tutti i sostenitori della realtà dei Mondi Spirituali.

La capacità e la possibilità di sostare lungamente nel silenzio interiore – sia per una condizione d’obbligata immobilità causata da un malanno o un incidente, sia utilizzando un’intera giornata di cammino solitario in natura, in un bosco o sulle alte vie di montagna possono produrre risultati eccezionali. Succede che si avvia un temporaneo risveglio di sensi sottili, e nel caso della lunga camminata silenziosa, dapprima si percepirà il significato delle rocce, dei laghetti, la loro interazione extrasensibile; poi appariranno gli esseri elementari: all’inizio come labili impressioni, poi sufficientemente percepibili. In questo caso occorre mantenere davvero imperturbabilità e silenzio: non tutto ciò che si vede ha caratteristiche carine o buffe! Sembra che questi esseri apprezzino (a modo loro) la presenza di asceti silenziosi, e una moltitudine di essi ti accompagna per lunghi tratti di strada.

Anche i luoghi quieti ma assai piú mondani, ad esempio i parchi pubblici e frequentati, sono fonte di sorprese. Voglio descrivere una tra tante esperienze possibili, non priva di implicazioni che lascio alla riflessione di chi mi legge. Avevo accennato alla percezione silenziosa dell’aria che nel vedere comune sembra soltanto ciò che non si intromette quando guardiamo le cose vicine o lontane. Ora invece l’aria diviene visibile e la avvertiamo alla stregua di una sostanza minerale dotata di forme in continuo movimento; poi la sentiamo come se ad essa si aggiungesse sostanza animica. Ma questa non le appartiene, poiché esala dall’attività interiore umana. Si riconoscono (nell’aria) istinti, sentimenti e pensieri. Questa impressione è sorprendente, perché tali istinti e sentimenti sono assai diversi da come vengono normalmente conosciuti quando essi vivono dentro l’uomo, cioè dentro noi stessi. Ma è su un fatto singolare che volevo indirizzarmi: si percepisce con netta chiarezza la differenza, tra tutte le emanazioni di pensiero, di quelle di coloro che pensano o discutono con passione di argomenti spirituali! Compresi i piú goffi e disarticolati. Il vostro narratore ne fu cosí colpito che, quasi superando i limiti della decenza e sfiorando di sicuro il ridicolo ad imitazione dell’ispettore Clouseau, fece il possibile per ascoltare poi da (molto) vicino le persone che parlavano tra loro, e ha sempre ricevuto conferma sensibile di quanto era, per cosí dire, manifesto nell’aria che circondava tali persone. I pensieri che abbiano un minimo contenuto spirituale irraggiano nel mondo circostante un elemento diverso da tutti gli altri pensieri pensabili!

Non andrebbe comunque dimenticata la disciplina della parola: essa non porta direttamente al Silenzio (ma nei Monasteri sí; in quei luoghi l’obbligo del silenzio funziona: dall’esterno all’interno), però ridurre, con un po’ di disciplina cosciente, la montagna giornaliera di sciocchezze che esce dalla nostra bocca, anche se si parla poco, fa bene a noi stessi, all’Umanità e all’intero Universo.

Franco Giovi

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per gentile concessione di

http://www.larchetipo.com/2008/nov08/esercizi.pdf

SCIENZA DELLO SPIRITO

ANELITO E PENSIERO

13 OTT 2015 7 49 FK 050

INFLIGGERE DOLORE E’ L’UNICO MUTAMENTO CHE SANNO CONCEPIRE.

STRETTAMENTE COLLEGATI ALLA FORZA DEL MENTIRE
SENZA IL QUALE NON AVREBBERO POTENZA.
 
SONO MASSE DI INCATENATI A UN CREDO DI VELENOSA INVIDIA
CHE HANNO DA TEMPO CONSUMATO E PERSO
E CHE PURE ANCORA LI SPINGE A FARSI ORDA ED A SENTIRSI BRANCO.
 
DAL MALEDIRE SI TRAE QUELLA CALUNNIA ETERNA CHE HANNO BISOGNO DI SCAGLIARE.
DAL MALEDIRE SCATURISCE L’UNICA PREGHIERA PERENNEMENTE PRONUNCIATA.
 
ANCHE NEL TORPORE DEL MENTALE  : 
L’ANIMA CONTAMINATA CONTINUA NELL’INVEIRE IN CUI LA RABBIA SOLLEVA OGNI TEMPESTA.
 
NON SANNO STARE FERMI.
DEBBONO INCESSANTEMENTE LACERARE.
VOTATI ALLA PERENNE DISTRUZIONE DEGLI INERMI.
 
SCHIERE DI MORTI ENERGIZZATI
CHE SOLO MANIFESTANDO CRUDELTA’
POSSONO MENTIRE SU UNA VITA CHE NON HANNO.
 
OVE POSSONO NUOCERE LI GUIDA UNA PERVERSA INTELLIGENZA.
LA BRAMA DEL DISTRUGGERE CENTUPLICA LE FORZE DEPRIMENTI.
FOLLIA RAZIONALE NELLA BUROCRAZIA E’ IL NORMALE SEDIMENTARE DI QUELLA RABBIA.
 
RAZZA DI POSSEDUTI DALL’ODIO CHE GENERA CATASTROFE.
USANO LE MACERIE CHE HANNO PROVOCATO PER ACCUSARE ALTRI DI CIO’ CHE ESSI HANNO DEVASTATO.
DISTRUTTORI DI ANIME E DI BENI MATERIALI.
 
FISIONOMIE BARBUTE ED IMPLACABILI
RINGHIANO NELL’OLTRETOMBA CHE LE AVVOLGE
E CHE ANCORA QUALI OMBRE SENZA FISIONOMIA E SENZA RICORDO:
LE USA PER AVVOLGERE DI MOSTRI I PIU’ SENSIBILI AL MEDIANICO RIFLETTERE.
 
 .
LA PICCOLA PERSONA CRESCE FRA I FANTASMI NATI DAL VOLERE INSANO.
GIUNGE NEL PROFONDO E SI DISTENDE QUALE DEFORME ESSENZA
DI UN MALIGNO MATURARE.
QUANDO LA MESCHINITA’ OTTIENE IL GIGANTISMO OCCULTO.
MONTAGNE DI ENERGIE AVVOLGONO I MEDIOCRI E LI RENDONO PIU’ TRISTI.
INSISTONO FAMELICI IN CIO’ CHE LA FORZA SVILUPPA DAL POCO CONSACRATO.
 
QUANDO L’INSISTERE NELLA VOLONTA’ E’ L’OSSESSIONE DEI MEDIOCRI :
NOTE DI GELO SI TRAGGONO DAL FANGO
E L’IMPLACABILITA’ NE DIVIENE COROLLARIO.
VENGONO AVVOLTI DA UNA FURIA CHE ALTRIMENTI  MAI LI AVREBBE RIVESTITI.
E L’INCUPIRE INCEDE FRA LE DEVASTATE ESSENZE DEL CALORE.
 
ANIME LIMITATE ULTERIORMENTE SI RESTRINGONO.
MENTRE L’EQUILIBRIO E’ PERSO FRA LE TENEBRE.
E NULLA INGENTILISCE LO STRIDORE DELL’OLTRAGGIO.
L’AMORE E’ PERSO ASSIEME ALLE LUCI DELL’INTELLIGENZA CHE SOSTIENE E CHE COMPRENDE QUANTO DEVE ESSERE SANATO.
QUANDO LA CAPARBIETA’ RESTA MEDIOCRE MA INSISTE FRA LE  BRAME DEL TITANO.
 
 
ANIME VASTE OCCORRONO.
COLME DELL’IMMENSO SLANCIO GENEROSO
CHE E’ PROFONDAMENTE ODIATO DALL’UMANO QUOTIDIANO ESISTERE.
 
ANIME VASTE OCCORRONO.
COLME DELL’IMMENSO SLANCIO GENEROSO
CHE E’ RITO MILLENARIO DEI MALVAGI LACERARE E SPEGNERE
AFFINCHE’ L’UMANO QUOTIDIANO ESISTERE PERMANGA INCATENATO AL SUBUMANO.
 
ANIME VASTE OCCORRONO.
COLME DELL’IMMENSO SLANCIO GENEROSO
CHE SOLO PUO’ FECONDARE LA PIU’ ESTREMA ASCESI DI CHI NON E’ MEDIOCRE.
CHE SOLO PUO’ FECONDARE LA PIU’ INTENSA ASCESI DI CHI GUARISCE DALLA MEDIOCRITA’ DEL CEREBRALE INSUPERBIRE MINERALE.
 
L’ESSENZA DELLA VERA FORZA E’ TALE CHE SOLO SE IRRAGGIATA ESSA SI MANIFESTA.
SOLO SE DONATA ESSA SI ACCENDE.
SOLO SE OFFERTA ESSA SI CREA.
 
ANIME VASTE OCCORRONO.
CHE SAPPIANO CONCEPIRSI TALI ANCHE SE INARIDITE.
CHE SAPPIANO MANIFESTARE L’ESSENZA DEL RICORDO.
CAPACI DELLA SOLA INGENUITA’ CHE SA CREARE :
QUELLA CHE ANELA.
 
AVE DIVINA ASCESI DELL’IDEA CHE SORGE FRA LE MACERIE DI UNA PROFONDITA’ CHE FU PREGHIERA.
 
UNA PROFONDITA’ DI ANELITO CHE SOLO FRA LE SUE VETTE FECONDA IL RITO DELL’ASCESI.
 
ATTO DI LIBERTA’ CHE SOLO LA MEMORIA SOTTILE RENDE POSSIBILE.
 
MEMORIA SOTTILE E’ IL RICORDO DI QUANDO SI ERA SANI NEL COSMO DELL’INTELLIGENZA.
RICORDO DELLE ESSENZE DI CUI NON SI HA PIU’ LA FORZA.
 
RICORDO DELLE POTENZE CHE ORA SONO SPENTE
MA CHE POSSONO ANCORA ESSERE AMMIRATE.
 
NEL RICORDO SOTTILE LA SOPITA VITA IMMATERIALE  :
RISPLENDE INCORONATA FRA LE MANTENUTE POTENZE DEL RISORGERE.
 
AURA SOVRUMANA CHE SOCCORRE CHI E’ TANTO FEDELE DA NON DIMENTICARE.
CHI E’ TANTO FEDELE DA MANTENERE VIVA L’ESSENZA LOGICA DELL’UNICO VALORE.
 
E’ POSSIBILE ESSERE COSCIENTI SOLTANTO PER VIRTU’ D’AMORE.
AMORE LOGICO CHE NELL’ESSENZA E’ SOLE.
 
LINEARITA’ DEL VERO CHE QUALE FIAMMA ARDE  OVE IL PENSARE VIVE.
 
L’ANELITO CHE ILLUMINA LE TENEBRE DELLA PERDUTA VERA
INTELLIGENZA :
E’ GIA’ RIASCESA NEL MONDO DELLE IDEE VIVENTI.
 
SOLO L’ANELITO FECONDA L’ASCESI DEL PENSIERO.
SOLO LA VOLONTA’ MANTIENE LA LUCE DEL RICORDO.
 
TALE FORZA E’ RITO NEL SACRARIO INTERNO DELLA VERA INTELLIGENZA.
E SOLO FRA TALI ALTARI IL RITO DEL PENSARE MUTA LA SORTE ED IL DESTINO.
 
SCOCCA LA FOLGORE NEI LAMPI ALTI DELLA SINTESI VOLUTA
IN CUI DI RINNOVATA FEDE SI ACCENDE L’ATTO SUPREMO DELL’INTELLIGENZA.
 
L’ASCESI PUO’ NASCERE ANCHE NEL PIU’ ESTREMO DESERTO.
MA POI LA PURITA’ CHE INNESCA CHIEDE IL SUO RICORDO.
CHIEDE LA FIAMMA.
CHIEDE UN PENSIERO PRIVO DI PAROLE CHE MANTENGA TRACCIA DELLA NUOVA INTELLIGENZA.
 
ANELITO CHE SAPPIA CUSTODIRE IL SENSO DELLA NUOVA SACRITA’ SFIORATA.
DIVINA INTELLIGENZA FRA CORONE DI FOLGORI CHE MUTANO L’ESSENZA DEL REALE.
 
ETERICO INCESSANTE CONSACRARE.

HELIOS FK AZIONE SOLARE

HELIOS-FUOCO-SOLARE-FK-18-OTT-2012-FK-0041

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http://fuocoimmateriale.blogspot.com/

http://folgoperis.blogspot.com/

http://lampisilenti.blogspot.it/

http://i-semi-delle-folgori.over-blog.it/

https://www.ecoantroposophia.it/2014/07/arte/fk-azione-solare/ascesi-del-pensiero/

ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ ATTO DI VOLONTA’

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L’ importanza del II dei VI è, fino ad un certo punto, difficilmente comprensibile, proprio perché la corrente della Volontà si muove sotterranea e lontana dai margini della coscienza ordinaria.

Finché non se ne fa esperienza diretta è difficile anche riconoscere il modo giusto, in quanto il punto non è “fare l’esercizio” ma volerlo in tutta la sua interezza; non è agirlo come un compitino da svolgere e spuntare in una ipotetica “lista della spesa”, ma volerlo fare mentre lo si fa, immettendo consapevolmente volontà nell’ azione che si è, preventivamente, scelto di compiere.

L’ azione costantemente ripetuta fa decadere, poco a poco, anche le ultime fisime circa il cosa fare, che azione scegliere, per quanto tempo compierla. Quel che conta è fare, fare volitivamente e incessantemente, con un moto che può immergersi sempre di più nell’azione, sempre più strenuamente. Paradossalmente, per la coscienza ordinaria almeno, questo volere l’azione lo si riporta, in maniera diversa, nel I esercizio, laddove si smette di attendere un risultato qualsiasi e si agisce attraverso le immagini, permanendo nella volontà di agirle per se stesse, per il compito che ci si è posti.

In tempi come quelli odierni in cui impera la ricerca del risultato imemdiato, in cui non deve esistere nemmeno uno iato tra azione e riconoscimento esteriore, pena la nullità esistenziale, un esercizio come questo è pressoché incomprensibile, oltreché avversato, anche perché mette di fronte alla incapacità di agire per coerenza interiore e non aspettandosi la pacca sulla spalla ad ogni passo.

Fondamentalmente siamo un’ umanità ancora adolescente, nella perenne attesa di qualcuno che risolva i nostri piccoli e grandi problemi, ancora tenacemente attaccati alle gonnelle di qualcuno che ci nutra e, perlopiù, incapaci di nutrirci da noi stessi.

Gli esercizi ti cambiano, gli esercizi svellono e scardinano le certezze e le fossilizzazioni, ti mettono di fronte ai limiti, alle possibilità e alle potenzialità. Gli esercizi ti pongono di fronte alla responsabilità di ciò che puoi e vuoi portare nel mondo. Sono la lama attraverso cui vieni trafitto, fin nelle fondamenta della incoerenza quotidiana. E perciò sono temuti, dimenticati, edulcorati.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – MAGGIO 2016

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA VITA NON MUORE

 fiore del deserto

Le poche righe qui sotto non hanno la pretesa di vestirsi da articolo, dunque prendetele per quel poco che valgono.

Valgono qualcosa? Per i pochi che tentano di seguire la via della Scienza sacra sono una ennesima riflessione. Per i molti non dicono niente. Sono solo un appello all’essenziale. Dunque valgono poco.

L’avvicinarsi, il comprendere e l’aderire all’itinerario dell’anima quando questa si avvicina e entra – senza squilli e grancasse – su una strada che si snoda fuori dalla quasi infinita rassegna offerta dallo spiritualismo facile è altro che occuparsi, anche per tutta la vita, delle sensazioni ed emozioni che il fascino rappresentativo dell’occulto può offrire ogni giorno.

Purché i fondali vengano assai spesso cambiati, coloro a cui basta guardare, si sentono incuriositi, edificati, beatificati. Non pagano nulla per il cangiante spettacolino (nemmeno immaginano in cosa possa consistere il pagare), in cambio sono di bocca buonissima: applaudirebbero anche alla esumazione di resti mortali o di ogni genere di pattume.

Che la via interiore sia indirizzata alla reale reintegrazione dell’anima allo spirito, nonostante l’ampiezza delle indicazioni rintracciabili per chiunque, evidentemente non sfiora l’anima soddisfatta nel solipsismo delle proprie vaghezze ed emozioni.

Rivolgersi a quest’ultima razza di uomini è tempo perso, fatica sprecata: fatti così, non cambieranno mai. E se qualcuno, a queste parole, si risente per una loro lapidaria brutalità, come dico sempre, è toujours libero di pensare e sentire a suo modo. Mentre la mia esperienza di oltre mezzo secolo è questa.

Invece è molto più recente l’esperienza – di cui avrei fatto volentieri a meno – di quelli che passano per integerrimi discepoli della via solare mentre con ogni loro sforzo remano contro di essa. Ringrazio sempre il cielo per avermi mostrato tali anime quasi alla fine dei miei giorni, cioè quando mi è più facile mandarle all’inferno con più distacco e persino col divertimento amaro che il dramma buffo evoca.

Certo, rimane l’interrogativo se questo modo di essere dipenda da esercitata ottusità e farneticazione o per un tragico capovolgimento avvenuto a seguito del fatto che il Maestro è uscito dal palcoscenico del sensibile.

Senza retrocedere sino al sovvertimento patito dalle antiche fratellanze, si può constatare che discepoli vicini al Dottore – non certo barbari estranei – uccisero tutto il possibile di ciò che avesse il senso della direzione conoscitiva dell’antroposofia.

Proprio in questi giorni è giunta a Eco una breve e gradita lettera di una lettrice sconosciuta. Tralasciando i convenevoli mi permetto di riportare qui poche righe: “…quando ho parlato con qualche conoscente antroposofo degli esercizi, mi sono sentita rispondere che avevano fatto il loro tempo e potevano essere sostituiti da altre cose. Ho sentito tutto questo come una mistificazione colossale, per non dire di peggio!”.

Se Messenia piange, Sparta non ride (Aristodemo, Atto II).

Ho letto poco tempo fa una rozza caricatura di controindicazioni decisamente volte ai cretini del web e spacciate per parole pronunciate da una nobile figura vicina a Scaligero. Pare che la parodia della eduardiana “nuttata” non finisca mai.

Però ho anche osservato con sollievo che quelli che lavorano sodo sono interiormente forti o quanto meno indifferenti o impermeabili a tale canea il cui selvaggio latrato è principalmente rivolto contro ciò che Scaligero affermava come precipua opera di risveglio.

Quando l’anima è scossa da tensioni, da ignoti dubbi, in alternativa ai sacri e dannati testi (che diventano gabbie di rappresentazioni aprioristiche) meglio sarebbe sedersi, guardare una pietra illuminata dal sole e chiedersi: “Cosa vedo?”. E se si è capaci di vedere, proseguire domandandosi: “Come la vedo?”. Poiché l’essenziale è impegnativo ma è semplice.

Essere capaci di ricostruire in se stessi l’atto della conoscenza è rito di liberazione dalle mitogenie farlocche, dal servaggio delle figure oracolari, dalle superstizioni spiritualistiche, dalle lucide – perché consunte – vesti abbandonate dai morti.

Quando ci si priva dell’inutile, miei cari, delle mille cose rimane una sola che chiamiamo concentrazione, la quale scritta così è solo un termine enfatizzato fin troppo. Che può infastidire . Ma il fatto è che dal suo canone non si scappa. Ci si dedichi alla concentrazione meditativa, alla meditazione, alla percezione pura, al silenzio interiore: il canone resta invariato: è l’intimo svolgimento della concentrazione ciò che ogni disciplina richiede. Chi non se ne accorge, non lo vede, non ha ancora aperto gli occhi. Oppure è cieco.

Tutte le discipline interiori prendono le mosse dalla concentrazione del pensiero. Tutti gli atti della nostra vita dipendono dal pensiero.

Si rileggano le prime pagine di Teosofia, quelle in cui, in uno splendido esempio di semplicità, si osserva la morfogenesi che i corpi subiscono giungendo all’uomo: è osservazione obbiettiva che ancora si regge con l’appoggio sensibile. Così potete usare gli occhi che dei e natura ci hanno fornito per giungere alla ri-conoscenza del Principio che tutto modella dell’uomo.

Il Principio plasma l’uomo in funzione del pensiero: in esso è perennemente presente quello che chiamiamo spirito. Cercare lo spirito fuori dal pensiero è la follia dei neo primitivi o dei guasti, cioè delle specie che tentano di trascinare l’umanità all’annientamento.

Chi sa liberarsi dai fantasmi che incessantemente tessono la fitta rete sul mondo e nell’anima, chi per attimi si svincola da essi, sa quale sia la strada: sa cosa fare.

Ho letto che i momenti della disciplina interiore dovrebbero essere assai più brevi dei tempi di cottura di un uovo alla coque, poiché l’assoluta attenzione pensante sul pensiero stesso può provocare superiorità, orgoglio, disprezzo, egoismo, danno per l’umanità poiché con la disciplina si abbandonano gli altri pur di affermare la propria presunzione quotidiana, ecc. Un concentrato di mali che diventa male assoluto.

Persino Erasmo ammoniva: “La maggior parte dell’umanità indulge alla follia e quindi le cose peggiori incontrano sempre il massimo successo”. Perciò posso immaginare che suggerimenti così scellerati abbiano avuto e abbiano ancora una buona accoglienza.

Ciò sembra il negativo dell’esperienza di chi opera. Costui trova sulla strada la propria incapacità, la propria miseria. Può venire assalito da disprezzo e angoscia per il contrasto avvertito tra la forza del sé corporeo e la determinazione dell’Io giornalmente travolta. Potrebbe persino, in momenti di stanchezza, provare una punta d’invidia verso chi, ben inserito nella natura ordinaria, non deve mai affrontare le bufere che piagano il viandante. Da lui scivola via quella rilevanza personale di cui ognuno, per natura, è più o meno saturo.

E pure tutto ciò fa ancora parte di fenomeni, per così dire, collaterali, poiché tutto (tutto!) viene lasciato indietro quando si giunga all’essenziale nudità dell’atto interiore. Quando il flusso pensante incontra se stesso, nessuna categoria della natura, nemmeno quella che si traveste d’anima, nemmeno il soggetto ordinario a cui ci si identifica, trova spazio in un continuum che travolge anche la pura forma. Inizia un processo di risveglio che non ha analogie. L’ekagrata assoluto libera l’Io dall’ego, il pensare dai pensieri, il volere dalla volontà personale, il sentire dal sentimento personale…Parafrasando i Vangeli: “Colui che avete creduto di conoscere non è più qui”.

Il secretum secretorum, la trascendenza immanente è concentrata in questo punto. Urge dentro e dietro ogni pensiero, ogni percezione, ma per l’uomo è la santa e diuturna lotta che, secondo lo schema guerriero che il divino ha cantato al cuore di Arjuna, egli combatte palmo dopo palmo in desolate terre interiori rare di arcobaleni. Tutto ciò, in noi, viene vissuto attraverso una disciplina che in sostanza è unica, perché altro non serve.  

SCIENZA DELLO SPIRITO

SULLA REINCARNAZIONE

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Una corretta nozione di reincarnazione, svolta dal pensiero cosciente è una “medicina urgente” per l’uomo contemporaneo: di ciò furono ben consapevoli Aurobindo in Oriente e Rudolf Steiner in Occidente.

Non a caso contro tale insegnamento s’è scagliato il materialismo meccanicistico, trovando come energici alleati i grandi (si fa per dire) nomi del tradizionalismo e la Chiesa cattolica. Evidentemente per questa eterogenea ciurma, come osservava Corrado Rocco in un bel librettino vecchio di alcuni decenni, l’idea di reincarnazione è avvertita come straordinariamente pericolosa.

E non c’è da meravigliarsene: ad esempio già su di un piano che sembra più concreto tutto è buono per avversare i bianchi globulini omeopatici: pur essi portatori di riflessioni pericolose sul significato della materia, sull’efficacia vera di scellerati protocolli medici…insomma sui feticci che reggono la menzogna mondiale: solo gli ingenui patentati non comprendono lo “strano” giudizio negativo della Chiesa nei confronti dell’omeopatia!

Scusatemi, questa era una digressione.

Come ho già scritto da qualche parte, in realtà non è vero che tutti gli scienziati siano sul libro paga delle Potenze arimaniche. Invece è purtroppo vero che molti si tappano prudentemente la bocca e che il sudario calato sull’umanità da tali Potenze permette quasi soltanto le comunicazioni a senso unico, dagli stravaganti Accademici di Svezia fino al modesto foglio giornalistico locale.

C’è qualcuno, forse incline al suicidio professionale, che ha il coraggio di comunicare punti di vista diversi: l’altro ieri veniva presto dimenticato, ora prova la povertà, il ludibrio e persino la galera.

Sentite cosa poteva ancora dire un fisico contemporaneo, morto però nel ’46. Parlo di J.J. Hopwood, matematico, fisico e astronomo britannico, insegnante universitario a Cambridge.

“ Trent’anni fa, si pensava o si supponeva che la scienza potesse infine svelare l’ultima realtà delle cose, e che questa realtà fosse di natura meccanica…Oggi si ammette, ed i fisici sono quasi tutti propensi da parte loro per questa opinione, che la corrente scientifica ci conduce ad una realtà per nulla meccanica; l’universo rassomiglia sempre più ad una grande Idea, e non già ad una grande macchina. Lo spirito non sarà più, nel regno della materia, quell’importuno sopraggiunto per caso come lo si riteneva un tempo; noi cominciamo a presentire che egli piuttosto sia il creatore e il signore della materia. Non già, ben inteso, il nostro spirito individuale, ma lo spirito in seno al quale vivono gli elementi atomici del pensiero che compongono il nostro essere personale. La scienza moderna ci obbliga a rivedere le frettolose opinioni che noi ci siamo formate e che ci presentarono il mondo materiale come estraneo e ostile alla vita. L’antico dualismo dello spirito e della materia, causa profonda di questa supposta ostilità sembra voler scomparire. Non, per questo, che la materia divenga meno densa, più eterea di una volta, né che nello spirito si sia rivelato il risultato d’una attività della materia; al contrario, appare a poco a poco che quest’ultima potrebbe essere una creazione e una manifestazione dello spirito.”

Certo che Hopwood non intuisce la propria presenza attiva nella formazione del dato, della cosa ma espone con coraggio e sincerità in quale vicolo cieco la scienza del tutto-materia si sia cacciata. Essa però, cieca e sorda e dotata di enorme potenza inerziale, ora ha acchiappato il bosone…dopodomani, con folli spese, troverà qualcosa di ancora più piccino.

Rubbia, quasi mio concittadino, che tante ne ha dato a bere ma che ha bevuto molto di più per suo conto, spiegava il processo: “Taglio il salame a fette, via via sempre più sottili…” Bravo! Così del salame non ti resterà nulla per riempire il panino e salterai la merenda.

Così, come per l’omeopatia, che nonostante tutto “prende” sempre più medici e tanti pazienti, anche l’idea del karma e della reincarnazione ha iniziato, e non da oggi, ad aprirsi varchi nelle dure teste contemporanee.

Già F. Rittelmeyer, nel suo libro Wiederverkörperung, nota che nel corso di diversi viaggi in Europa e in America conobbe diversi teologi (protestanti) di fama, i quali ritenevano possibile e anche necessaria l’adozione dell’idea della reincarnazione nella concezione cristiana (in tal senso il nostro Paese non fa molto testo, dovendo sopportare la sciagura di avere il Papato e la sua prepotenza politica in casa).

Il vero Occidente ha mantenuto intatte nel corso dei secoli le intuizioni spirituali al riguardo della reincarnazione: nelle epoche così dette “oscure”, nel medio evo dei mistici, poi nei giganti come Goethe, Novalis, Balzac, Lessing, Herder, Wagner, ecc.

Leggendo Montaigne, Emerson ebbe a dire: “Avevo l’impressione d’aver scritto io stesso quel libro nel corso di una precedente esistenza”.

Impressionante è la confessione di un uomo moderno immerso nel mondo delle macchine, come Henry Ford (Ralph Waldo Trine: The power that wins – Conversations with Henry Ford): “Quanto a me, credo che quelli che vengono chiamati doni o talenti, non siano che il frutto di una lunga esperienza, acquistata nel corso di molteplici esistenze. Io credo infatti che noi rinasciamo più volte. Voi e io, noi tutti, viviamo numerose vite nel corso delle quali accumuliamo un ricco tesoro di esperienze…Ciò che ci sembra un dono intuitivo è stato in realtà penosamente acquistato…Voi lo sapete, io sono convinto che la reincarnazione è un fatto” E altrove: “Il tempo non mi dominava più. Non ero più lo schiavo del mio orologio. La scoperta della reincarnazione mi aveva dato la pace interiore.”

E’ possibile dare una perfetta giustificazione logica all’idea della reincarnazione? Nel suo libro Teosofia il Dottore ci offre una rigorosa riflessione sul tema. Così fa anche nella Scienza Occulta dove rimarca con schiettezza che, a livello concettuale ci sarebbe sempre uno spiraglio di incertezza critica se la dimostrazione non divenisse portatrice di un pensiero che, calato nei fatti, porta in sé una forza di realtà che…realmente modifica il rapporto tra l’uomo e gli avvenimenti che sembrano piovergli addosso.

Perciò indica come prova sovrana una sintesi di pensieri che, come ogni altro processo interiore, può divenire valida per qualsiasi uomo e che è accessibile a tutti. Tale processo è però intimo ad ogni singolo uomo che ne deve “fare da sé l’esperienza”. E pure questa è una decisione individuale, libera: sul tracciato dunque della nuova consapevolezza spirituale, il cui fondamento è un di più contro l’abituale passività nella vita.

Nel senso di una più ampia e completa ricerca conoscitiva delle polarità che si esprimono come vita sulla terra e vita nel cosmo valgono due discipline formative: esse sono l’astronomia e l’embriologia nel cui ambito si svolge l’alterna evoluzione dell’uomo.

“Per abbracciare la realtà nel suo insieme, occorrerebbe dedicarsi ad un duplice studio: quello degli astri e quello dell’evoluzione dell’essere umano, in particolare dell’embrione”

Questa idea che lascio qui in sospeso, è sintetizzata da Steiner in queste due righe:

Uomo, tu sei l’immagine condensata del Cosmo,

Cosmo, tu sei l’essere effuso dell’Uomo.

Ciò è proprio quello che, in tutta modestia, porta su Eco il nostro amico Daniel, rubando spazio alla propria mancanza di tempo.

C’è poi il mainstream del pensiero banale che orienta il popolo a credere che l’idea della reincarnazione sia un prodotto della visione orientale esportato l’altro ieri in casa d’altri, cioè in Occidente.

Questo è un falso storico, proprio andando alle radici della nostra civiltà. E i testi non mancano.

Ora scusatemi, faccio un passo indietro poiché davo per scontato che per i lettori di Eco il pensiero della reincarnazione fosse una realtà digerita e forse non è così, perciò consiglio i lettori poco avvezzi, di immergersi con calma profondità nella lettura di Teosofia e Scienza Occulta di Rudolf Steiner e Reincarnazione e Karma di Massimo Scaligero. In quei libri troveranno sequenze di pensieri che possono far avvicinare o dare plausibilità per la coscienza pensante ad un tema che dovrebbe essere molto importante per una visione vasta e soprattutto completa dell’entità umana e del suo divenire. Per l’occidentale la reincarnazione è un’idea difficile e soprattutto inesatta. Non da ieri ma da quando venne “tolta” all’uomo l’idea di Spirito. Ciò ha generato pasticci senza fine in ogni campo della vita al punto che cultura, scienza e religione sono cresciute con un handicap formidabile.

Questo per dirvi che occorrono pensieri rinnovati e ben fondati per comprendere se e come il ritorno sulla terra non sia semplicemente una scusa per addolcire il destino, che pare assai spesso cinico e baro. E ora, scusatemi, ritorno al tema del discorso.

Platone, nel Cratilo fa gioco di parole sul termine soma (corpo): “Secondo alcuni il corpo è il sepolcro (sema) dell’anima che essi considerano come seppellita nella vita presente; e anche perché ogni qualvolta l’anima si vuole esprimere, essa si esprime mediante il corpo; sicché per tale riguardo esso è proprio chiamato un sepolcro. Ed invero i seguaci di Orfeo mi sembra abbiano fissato tale nome perché l’anima soffre nel corpo la punizione delle proprie colpe, ed è circondata da questo recinto che può assumere l’aspetto di una prigione”.

Ippolito (Philosophumena v.6) dice: “I Frigi nei loro Misteri la chiamavano “il morto” poiché essa come in una tomba o sepolcro è sepolta nel corpo”.

Eraclito (parlando di anima non incarnate) dice: “Noi viviamo la loro morte, e moriamo la loro vita”.

Il pitagorico Filolao (citato da Clemente Alessandrino, Strom.III) scrive: “Anche gli antichi teologi e iniziati affermano che l’anima è unita al corpo perché vi soffra punizione; Pitagora stesso ci assicura che qualsiasi cosa noi vediamo durante la veglia è morte, e durante il sonno, un sogno. La vita reale non è in alcuno di questi stati”.

Cicerone, riferendosi ad Orfeo e ai suoi successori dice (Hortensio, Frag., p. 60): “Gli antichi, quelli che erano veggenti o interpreti della mente divina nella tradizione delle sacre iniziazioni, sembra abbiano conosciuto la verità, quando essi affermavano che noi eravamo nati nel corpo per scontare la pena di falli commessi in una precedente vita”.

Agostino (De Civitate Dei XXII, XXVIII) scrive: “Certi gentili hanno affermato che nella rinascita degli uomini vi è ciò che i greci chiamano palingenesi (…) essi insegnavano che vi fosse un’unione della stessa anima e corpo (?) in quattrocentoquaranta anni”.

Ma secondo Platone (Fedone e Repubblica, X) il tempo medio che trascorreva tra due nascite era di mille anni. Virgilio (Eneide, VI, 758) dà il medesimo periodo.

Diogene Laerzio (Vit. Pythag. VIII, 14) asserisce che “egli (Pitagora) si dice che sia stato il primo tra i greci ad insegnare la dottrina che l’anima passando attraverso il “cerchio di necessità” (kiklon anankes) veniva vincolata per varie volte in vari corpi viventi”.

Infatti lo stesso scrittore ci racconta (VIII, 4-6) che Pitagora diede ai suoi discepoli dettagli di alcune sue nascite precedenti.

Su ciò vale forse la pena di specificare questi “dettagli”.

Allora: ai tempi degli Argonauti era stato Etalide, “figlio di Mercurio”, cioè un iniziato. In tale vita aveva acquistato il potere di conservare la memoria durante lo stato intermedio tra due vite. Aveva ottenuto ciò come una grazia da Mercurio e altri poteri ad eccezione dell’immortalità (athanasia).

Tornò quasi subito a reincarnarsi in Euforbio. In tale vita fu ferito da Menelao sotto Troia e così morì. Durante tale vita affermò d’esser stato precedentemente Etalide e insegnò la dottrina della reincarnazione, spiegò il corso che l’anima compie dopo la morte e, nel suo proprio caso, con quali entità del regno vegetale e animale aveva avuto temporaneo rapporto.

In un terzo tempo si reincarnò in Ermotimo e in tale incarnazione andò in pellegrinaggio al tempio di Apollo jonico (Ovidio dice al tempio di Giunone in Argo (Metamorph.,XV) e Tertulliano (DeAnim.) al tempio di Apollo delfico) dove riconobbe i resti dello scudo che aveva usato come Euforbio e che Menelao aveva appeso nel tempio come offerta votiva.

Poi egli fu Pirro, pescatore a Delo, che ricordava le vite trascorse.

Finalmente si incarnò in Pitagora.

Ieronimo (Apol. ad Rufinum) riferisce che il filosofo di Samo sarebbe stato successivamente Euforbio, Callide, Ermotinmo e infine Pitagora.

Aulo Gellio aggiunge alla lista Pirandro e Alice (bellissima donna dai facili costumi).

Certo è che vi fu una notevole confusione intorno alle rivelazioni del Maestro: la confusione spiritualistica è antica, non solo moderna!

Nella Vita di Apollonio di Filostrato troviamo riferimenti alle antecedenti vite di saggi antichi. Per esempio (I, 1) Empedocle (V sec. avanti Cristo) dichiara: “Io fui un tempo una giovane ragazza”. Iarcha dice ad Apollonio di esser stato in tempi remoti un monarca chiamato Ganga, all’epoca in cui gli Etiopi (?) occuparono l’India e che il suo corpo all’epoca era alto dieci cubiti.

Iarcha dice poi al suo ospite greco di averlo visto (Apollonio) come comandante di una nave egiziana e Apollonio risponde che ciò è vero e anzi aggiunge alcuni dettagli.

Proclo si dichiarò convinto di essere stato, in una esistenza precedente, Nicomaco, il pitagorico.

Egli (Tim. v. 330) scrive che ”Non vi è che un modo perché l’anima sfugga al ciclo della generazione ed è di voltar le spalle al pellegrinaggio nella generazione e di dirigersi verso il proprio prototipo spirituale…come dice Orfeo, cessare dal ciclo e distanziarsi dal male”.

Anche Plotino (En. I. XII) dichiara con chiarezza che “è una credenza universalmente ammessa che l’anima commette peccati, li espia, subisce punizioni nel mondo invisibile e poi passa in nuovi corpi”. Egli afferma inoltre (En. IV. IX): vi sono due modi perché l’anima entri in un corpo; uno quando l’anima, essendo già in un corpo, subisce la metensomatosi cioè a dire, passa da un corpo aereo o igneo in un corpo fisico, l’altro quando l’anima passa da uno stato incorporeo in un corpo di determinato genere”.

Nei Misteri la dottrina della reincarnazione era “scientificamente” dimostrata. Così troviamo in Plutarco (De Esu Carn, T. XIII) la spiegazione come l’intera storia di Bacco, l’esser questi fatto a pezzi dai Titani e la successiva distruzione dei secondi da parte di Giove, non fosse altro che “una narrazione sacra riguardante la reincarnazione”.

La superstizione popolare dell’incarnarsi in qualche animale è contemplata solo come un aspetto dello stato intermedio della parte irrazionale dell’anima fra due nascite.

Si fa affermare ad Ermete psicopompo che l’anima non può mai ritornare nel corpo di un animale.

Proclo nei suoi commenti sul primo Alcibiade così scrive: “Ermete governa le diverse schiere di anime e disperde il sonno e l’oblio da cui sono oppresse. Egli provvede alla rimembranza il cui fine è un genuino comprendimento intellettivo delle nature divine”. Questa è la memoria eterna o “memoria del cuore”: ciò che Ermete diede ad Etalide come è stato scritto sopra.

Oltre questi cenni non voglio dilungarmi ancora (il materiale è assai vasto). Segnalo come, dalla saggezza orfica in poi, si evidenzi l’anima e non si accenni mai all’Io come ad un quid indipendente: le personalità ci sono, è evidente, ma sembra mancare un Soggetto superiore. Ai tempi nostri esso (la sua intuizione) è del tutto indispensabile per potersi avvicinare alla visione dei ritorni dell’uomo sulla terra.

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