MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni.

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (7° PARTE)

Mas

Occorre avere la coscienza del senso relativo dell’essere. Non è sufficiente saper che è Maya: occorre giungere a percepire mediante quali forze il rapporto della vita con il Mondo, con il Cosmo, con lo Spirito, appare Maya. Questo è già in noi ma ora soltanto si rivela e porta a stati di serenità, di calma risanatrice: esiste una certezza superiore, esiste una libertà più alta. Lo spirito non si nasconde dietro la vita, ma parla attraverso essa: il suo linguaggio, non compreso, è Maya, compreso, è conoscenza liberatrice.

Ogni vera conoscenza è nata dal dolore, dall’angoscia. E se con i mezzi della scienza dello Spirito si tenta di percorrere la via verso i Mondi Superiori, si potrà giungere a una  mèta soltanto se si è passati attraverso il dolore. Senza aver sofferto, senza aver molto sofferto, ed essersi così liberati dell’elemento egoistico insito nel dolore, non si può accedere al Mondo Spirituale. Abbiamo troppo poco il senso della realtà del Mondo Spirituale e delle Gerarchie: sarebbe sufficiente coltivare con serietà questo senso della realtà degli Esseri Spirituali, che operano nel mondo e nell’uomo, per procedere lungo la via dell’Iniziazione. Non vi è serio lavoro interiore che non colleghi con un mondo di Realtà e di Forza, che potranno essere presenti nell’anima attraverso ogni prova.

Che cosa significa liberarsi di ciò che il dolore ha di depressivo? Non rifiutare il dolore, non opporsi al dolore, ma azione interiore nel mezzo di esso: significa volgersi con tutte le forze interiori al senso ultimo di esso, a ciò che vuole realmente significare. Occorre essere conoscenti di qua dal dolore, liberare il sentimento del dolore dall’attaccamento personale. Siamo noi che rendiamo depressivo il dolore: il nostro egoismo. La sofferenza diviene così veicolo interno di affinamento. Noi comprimiamo il sentire con il peso del nostro ego: da questo peso nasce la deformazione dei sentimenti. Il dolore diviene oscura forza che logora l’anima e il corpo. Forze di conoscenza debbono sollevare l’Io al di sopra di questa oscura, luciferica inclinazione. Occorre trarsi al di qua del sentire, perché i sentimenti sorgano come forze, immagini, percezioni, contatti con il Mondo Spirituale.

Gli uomini, nei tempi che sempre più annunciano l’avvento di una “sub-natura”, debbono operare con dedizione e purezza, con volontà e ardimento: debbono evitare le Guide dell’umanità trovino difficile o impossibile il rapporto con loro. Il dolore non risolto secondo conoscenza esige nuovo sacrificio, esige martirio. Il dolore va affrontato con serenità, con certezza assoluta della realtà del Mondo Spirituale. Occorre liberarsi della paura di soffrire: il coraggio è la via diretta verso lo Spirito. La viltà esige ancora oscuro soffrire, ancora sacrificio, martirio. In questa vicenda viene coinvolta la personalità più alta, ogni iniziato che percorra la via del Cristo. Alludiamo ora a Christiano Rosenkreuz.  Coloro che sanno come realmente stiano le cose con questa individualità, sanno anche che Christiano Rosenkreuz sarà il più grande martire fra gli uomini, a prescindere dal Cristo, il quale ha sofferto come un Dio. E i dolori che lo renderanno il grande martire, nasceranno dal fatto che gli uomini tanto poco prendono la decisione di guardare intimamente nella propria anima per cercare la sempre più sviluppantesi individualità e sottomettersi alla incomodità (derivante dal fatto) che la verità non viene presentata loro come su un vassoio, pronta; bensì bisogna conquistarla in un rovente tendere, (aspirare), lottare, e cercare, e che non possono venir poste altre esigenze nel nome di Colui che si indica come Christiano Rosenkreuz.

Occorre di continuo sollevare la vita da quella condizione di sordità,per cui si passa innanzi al mondo, alla natura e agli esseri senza riconoscerli. E’ come se ciò che vi è di più prezioso, ciò che vi è per noi di più desiderabile, ciò che è il valore finale dell’essere nostro, ci passasse vicino, e noi non ce ne avvedessimo, anzi lo respingessimo, per volgersi a miti o a fantasmi. Occorre attingere a quella fonte sacra della realtà, che è la conoscenza di sé: lasciare che i moti dell’anima parlino il loro linguaggio, che parli la sofferenza, che parli l’angoscia, l’oscuro gelo dell’anima. Questo ascoltare è sollevarsi ad una luce rischiaratrice, che fa cogliere la realtà di se stessi. Parla allora anche il Mondo, la Natura, la Vita. E se possiamo con la stessa trasparente liberata chiarità guardare il Mondo, la Natura, la Vita, allora troviamo noi stessi.

E’ un sollevarsi a quel clima, per il quale si vive in libertà di fronte alla sfera delle emozioni e degli istinti e si ha per ogni soffrire, il suo coronamento, il suo senso: tutto chiede all’uomo che egli ritrovi se stesso, tutto lo esorta e lo incalza perché egli ritrovi se stesso. L’uomo deve cessare di smarrirsi in una semi-cosciente adesione alla visione del mondo sensibile, dimentico delle forze che operano in lui, degli enti che tramano nel suo esistere: non può usare della vita rinunciando a conoscere le sue basi, non può muoversi nella vita dell’anima rinunciando a conoscere la fonte di essa.

Se egli dice IO di se stesso, non può rassegnarsi ad avere questo poco più che come una parola: già sarebbe qualcosa se egli potesse averne l’immagine. Il compito dell’autoconoscenza deriva dalla necessità che l’uomo sia l’Io che dice di essere. L’uomo si comporta come il padrone di una bellissima casa che viva fuori di essa, in un gradino fuori della porta, soffrendo gelo e caldo, pur affermando di essere il padrone di casa. Eppure tutto insiste, attraverso eventi di ogni giorno, attraverso angoscia, dolore e illuminazione, tutto insiste perché l’uomo si conosca come IO.

“…Se si potesse afferrare l’Io e porselo davanti come il mondo esteriore fisico e se si volesse parimenti ricercare quanto è attorno all’Io, questa Um-gebung, dalla quale l’Io altrettanto dipende quanto il corpo umano da tutto ciò che vien visto mediante gli occhi e percepito mediante i sensi, come si ha questa Um-gebung nel mondo fisico, nelle nuvole, negli alberi, nei monti ecc.; oppure come il corpo fisico dipende dai suoi mezzi di nutrizione, allora si giungerebbe ad una caratteristica cosmica, ad un quadro cosmico, in cui parimenti impregnata e contenuta la nostra antica Um-gebung (ambiente) invisibilmente cacciata dentro; e ciò è parimenti collegato con il quadro cosmico dell’antico Saturno. Ciò significa: chi vuol conoscere l’Io nel suo mondo, costui deve potersi porre dinnanzi agli occhi un mondo, quale era l’antico Saturno. Questo mondo è coperto, è un mondo supersensibile per l’uomo. Al grado attuale della sua evoluzione l’uomo non lo potrebbe sopportare.

Gli è occultato grazie al Guardiano della Soglia. Si tratta di una visione a cui occorre prima abituarsi. E’ necessario giungere ad una rappresentazione, a tutta prima, che occorre per giungere a sperimentare un siffatto quadro cosmico, come qualcosa di reale (concreto, operante). “Quanto percepite coi sensi, dovete cacciarlo col pensiero ed ugualmente escludere col pensiero il vostro mondo interiore, in quanto questo stesso consiste dei modi abituali di sentimento (stati d’animo). Ulteriormente l’uomo dovrebbe cancellarsi di quanto possiede nel mondo in fatto di rappresentazioni. Quindi dal mondo esteriore dovreste togliere quanto i sensi possono percepire e, dall’interno, tutto quanto sia moto di sentimento, rappresentazione”.

“Se di fronte a tale disposizione d’animo ci si volesse fare un concetto, quando si afferri realmente il pensiero, “tutto ciò sia pur cancellato, ma l’Uomo resti ancora”, allora altrimenti non ci si può dire che “conviene che l’Uomo impari a poter provare Orrore, Paura di fronte al Vuoto infinito che ci si fa (su), attorno. Bisogna che si possa parimenti provare il proprio “ambiente” completamente saturo e colorito di quanto intorno a noi da tutti i lati suscita Orrore, Spavento, e occorre contemporaneamente essere in condizione di superare questa paura mediante fermezza interiore e sicurezza del proprio essere (Wesen – ente realtà).

Senza queste due condizioni di Spirito – Orrore e Spavento di fronte al Vuoto infinito dell’Essere (Dasein) – non si può sperimentare alcuna impressione di quanto sta alla base del nostro essere (Dasein) come Essere-Saturno. “Per afferrare quanto sta alla base del mondo non basta parlarne in concetti e farsene idee; più necessario è bensì poter evocare “ciò che si sente” (Empfinden) di fronte all’Infinito Vuoto dell’antico Essere-Saturno: l’animo allora afferra, anche se solo ne possiede il sospetto, il sentimento del Raccapriccio (Schaudern). E’ qualcosa che può essere paragonato con l’orrore del vuoto che si prova su una parete a picco in alta montagna: si tratta di una condizione di vertigine che non può essere messa da parte e che ha una ragion d’essere: non può essere negata o ignorata.

“Ora, vi sono due possibilità per l’uomo attuale: una sicura è l’aver compreso gli evangeli ed essersi aperto alla forza che emana dal Mistero del Golgota. Chi si regoli secondo questo impulso con profondità, si rende sicuro, consegue qualcosa in quel Vuoto, che gli si ingrandisce da un punto e riempie il vuoto con qualcosa simile a Coraggio che è un sentimento di coraggio, di essere-riparato, mediante l’essere-unito a quella Entità che sul Golgota ha compiuto il Sacrificio.

L’altra via è quella per cui si penetra nel mondo spirituale senza passare per i Vangeli, ma mediante autentica, pura, Theosofia. Occorre sempre porre mente, anzitutto, che non si parte dai Vangeli quando si considera il Mistero del Golgota, ma vi si perverrebbe anche se non vi fosse alcun Vangelo. Ciò non sarebbe potuto verificarsi prima che avvenisse il Mistero del Golgota. Oggi però è il caso, poiché è accaduto qualcosa nel mondo, grazie al Mistero del Golgota, per cui l’Uomo può immediatamente afferrare da sé il Mondo Spirituale dalle impressioni sensibili, grazie alla forza del “pensiero puro”.

Ciò è quanto denominiamo il valere (il vigere, il dominare) dello SPIRITO SANTO nel mondo, il dominare del Pensiero Cosmico nel mondo. Se prendiamo l’una o l’altra via, non possiamo perderci e precipitare nell’abisso infinito, appena ci troviamo di fronte al Vuoto-pieno-di-raccapriccio.

Si impara allora a conoscere la natura degli Spiriti della Volontà o Troni, proprio in modo che per noi diviene come una effettiva esperienza ciò che potremmo dire un “ondoso mare di coraggio”. “Quanto al principio l’Uomo può soltanto rappresentarsi, diviene realtà chiaroveggente. Pensatevi immersi nel mare – ora immersi quale entità spirituale che si sente una con la Entità-Cristo, portati in mare dalla Entità-Cristo, nuotanti, ma non in un mare di acqua, bensì in un mare riempiente lo spazio infinito di straripante, mareggiante (fluttuante) coraggio, di straripante energia! E non si tratta puramente e semplicemente di un mare indifferenziato: ma tutte le le possibilità e differenzialità vi sono comprese, di ciò che si può indicare con il sentimento del Coraggio, che ci viene incontro. Impariamo a conoscere allora Entità come esseri concreti, consistenti di Coraggio, sostanziati di Coraggio”.

Queste Entità compiono un sacrificio verso i Cherubini, nella intemporeità: d’onde nasce il tempo. Sperimentando questo sacrificio, qualcosa si distacca dal nostro essere – sono gli Archai (Nascita del tempo – Archai = Spiriti del TEMPO). E’ importante intuire e sentire questo sacrificio offerto dagli Spiriti della Volontà ai Cherubini, e alla nascita del Tempo…Similmente il fumo del Sacrificio dei Troni, che partorisce il Tempo, è ciò che denominiamo il Calore di Saturno. Ma questo calore scaturisce come calore di sacrificio che gli Spiriti del Volere presentano ai Cherubini. Ovunque è calore, abbiamo in verità Sacrificio, Sacrificio dei Troni di fronte ai Cherubini.

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(continua)

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MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (6° PARTE)

Mas

Occorre che il R+C giunga allo spirito attraverso il pensare cosciente: per virtù dell’intima forza del pensiero, egli può varcare l’abisso. Nel periodo dell’anima cosciente gli Angeli operano nel corpo astrale: nell’uomo dormiente (ma anche negli stati di sonno compresenti nella coscienza di veglia), anche nell’uomo veramente immerso nella meditazione. Ogni angelo agisce per un singolo uomo, ma in cooperazione con gli altri.

Gli Angeli formano immagini nel corpo astrale, sotto la guida degli Spiriti della Forma; preparano la trasformazione dell’umanità secondo le Gerarchie, ossia secondo il Cristo. Essi preparano nell’uomo l’impulso della fraternità (per cui si giunge a non poter avere pace se altri soffrire), l’impulso a riconoscere il “divino” nell’uomo (tutta la religione libera che nell’avvenire si svilupperà nell’uomo: in ogni uomo il divino sarà realmente riconosciuto nella pratica della vita e non solamente in teoria: già fin d’ora il R+C che può riempire l’anima di celeste beatitudine quando riesce a percepire il divino nell’altro).

Dagli Angeli viene preparato il pensare celeste che porta oltre il limite (nel coltivare il pensare puro si va incontro all’opera degli Angeli e si sa che questo pensare è già l’inizio di tale opera). Risultati: a) – l’Angelo desta nell’anima un impulso a compenetrarsi dell’altro uomo, del proprio fratello: viene infuso dall’alto un essenziale segreto, “che cosa è realmente un altro uomo, la sua storia, il suo destino”. E ciò come qualcosa di realmente attivo; (mirabile la conseguenza risanatrice e il riflesso sociale). b) – Radicale adesione al Cristo e libera religiosità. c) – Conoscenza concreta della natura spirituale del mondo.

Questo evento futuro è già inserito nella volontà umana, secondo il Volere Divino. Gli esseri luciferici lo ostacolano cercando di oscurare all’uomo la pratica della sua libera volontà, nonostante che essi tendano a far di lui un essere buono (che sentirà invece come infrazione o eresia ogni moto o atto di libertà). Lucifero vuole realmente il buono e lo spirituale nell’uomo, ma in modo che divenga automatico, senza la libera volontà, che egli può sviluppare nello sperimentare il sensibile. In certo modo l’uomo deve essere portato automaticamente, secondo i buoni principi, alla visione superiore. In sostanza Lucifero tende a eliminare nell’uomo la libera volontà, la possibilità che egli conosca il male, per divenire un essere libero. Vuole che l’uomo agisca dallo spirito, ma non come un “IO”, bensì come immagine spirituale riflessa, automatica.

Gli esseri luciferici hanno interesse ad afferrare l’uomo, così che egli non giunga alla libera volontà, perché essi stessi sono indietro, non hanno acquisita la libera volontà: questa infatti può essere acquisita solo sulla Terra, ma essi non vogliono avere a che fare con la Terra: si arrestano alla Luna; odiano in certo senso la libera volontà dell’uomo. Agiscono in modo altamente spirituale, ma automatico. Con ciò vi sarebbe il pericolo che l’uomo, diventando troppo presto un uomo spirituale automatico, prima che funzioni la sua anima cosciente, lasci passare come in sonno la manifestazione dell’Angelo nell’Astrale.

Il discepolo deve regolare la sua vita in modo da non lasciar passare come addormentato ciò che deve verificarsi nella sua anima: altrimenti la sua evoluzione attraverserà serio pericolo. Certe entità spirituali evolvono attraverso l’uomo, in quanto l’uomo evolve con esse: gli Angeli che operano nel corpo astrale hanno una loro meta. Tutto sarebbe un inutile gioco se l’uomo attivasse le forze dell’anima cosciente, trascurando coscientemente ciò: diverrebbe un inutile gioco lo sviluppo del corpo astrale.

Se l’uomo non si apre alla conoscenza spirituale, vive come immerso nel sonno. Ciò che deve essere raggiunto con le “immagini” angeliche attive nel corpo astrale umano, può diventare un’azione degli Angeli per via diversa. Ciò che l’uomo impedisce che si attui nel suo corpo astrale allo stato di veglia, dovrebbe essere raggiunto in questo caso per il fatto che gli Angeli realizzassero i loro intenti nei corpi umani addormentati. Ciò che viene trascurato nello stato di veglia e che gli Angeli non possono raggiungere, può essere raggiunto con l’aiuto dei corpi eterico-fisici durante il sonno: ivi si cercherebbero le forze per raggiungere ciò che non è possibile raggiungere nell’uomo sveglio grazie al suo pensare autonomo (Filosofia della Libertà) quando le anime sveglie si trovano nel nel corpo eterico e nel fisico. Potrebbe accadere che gli Angeli dovessero portare via tutta la loro azione dal corpo astrale umano per immergerlo nel corpo eterico, affinché essa possa realizzarsi. L’uomo non sarebbe presente in essa: se fosse presente allo stato di veglia, la impedirebbe. Ma questo già si sta verificando.

Le conseguenze di tale non attuata coscienza interiore, possono essere:

A) quando l’uomo dorme verrebbe creato qualcosa che egli non troverebbe attraverso la libertà, ma al mattino al risveglio; gli diventa istinto qualcosa che dovrebbe invece sorgere in lui per via di coscienza attiva e libera. Ciò significa distruzione delle forze creatrici dello spirito. Certe conoscenze istintive che debbono penetrare nella natura umana e sono collegate con il mistero della nascita, della procreazione e del sesso, si presenterebbero in forma corrotta: taluni istinti penetrerebbero anche nella vita sociale, agendo attraverso il sesso nel sangue, e impedirebbero all’uomo lo sviluppo di qualsiasi fraternità. Si possono sviluppare istinti orrendi: gli scienziati saranno pronti a spiegare che si tratta di necessità naturali.

B) una conoscenza istintiva di certi mezzi di cura, dannosissimi: conquista di nuovi mezzi terapeutici che provocheranno danni gravi alla salute degli uomini. Ciò che è malato sarà chiamato sano.

C) si conosceranno determinate forze, per mezzo delle quali, attraverso armonizzazioni di vibrazioni, si potrà manovrare grande potenza meccanica.

L’uomo si sentirà soddisfatto del suo conoscere nuovi mezzi curativi e i segreti di certe sostanze; proverà benessere nel seguire certe aberrazioni degli istinti sessuali, esaltando tali aberrazioni come vie verso il superumano, o forme elevate di spregiudicatezza, di disinvoltura: ciò che è brutto diverrà bello e viceversa.

Se il guardare nello spirituale è un ulteriore svegliarsi rispetto allo stato di veglia abituale, così come questo è uno svegliarsi dal sonno, possiamo dire che la vita di veglia non ordinata è dannosa all’esperienza del sonno. Occorre essere ben desti nell’Io, nell’anima cosciente, affinché gli Angeli operino. Le idee sono come messaggeri che conducono agli ultimi esteriori risultati del pensiero, ma non hanno niente a che fare con tali ultimi risultati stessi. Esse vengono a vivere in noi nel loro universale tessuto, quale che sia il contenuto meditativo con cui ci apriamo ad esse.

Non passa giorno nel quale non accada un miracolo nella nostra vita: si tratta di accorgersene. Se qualche giorno non troviamo un miracolo nella nostra vita, è perché ci è sfuggito. Si può scoprire ogni giorno un avvenimento che – si potrà notare la sera – è entrato in modo strano nella nostra vita: si tratta di afferrare taluni delicati rapporti. Si può anche chiedere che cosa con un dato atto è stato impedito che accadesse.

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Soltanto nella concentrazione attuata secondo il metodo R+C, l’uomo realizza la volontà libera: la volontà si afferma nel ricondurre sempre il pensiero all’oggetto e col tenerlo fermo al tema. L’oggetto è il mezzo per il manifestarsi libero del volere. Questo volere viene sottratto al mondo istintivo e alla sostanza istintiva delle emozioni.

Quanto più l’uomo in rapporto al suo corpo fisico e in genere come essere del mondo fisico è vincolato alle necessità, tanto più è libero il suo corpo eterico: in quanto, allora, il corpo eterico è completamente affidato alle sue forze. Il corpo eterico rimane affidato a se stesso; invece per tutto ciò che vincola l’eterico ad una necessità, l’uomo è libero sul piano fisico. Mentre dunque il corpo fisico soggiace alla necessità, l’eterico dispone di una uguale misura di libertà.

Esempio: costringendo ad una disciplina il fisico, si libera l’eterico, il quale ordinariamente è necessitato invece dall’automatismo, (ossia dalla “falsa” libertà) del corpo. Costringendo secondo un ordine interiore l’eterico, esso svolge in libertà ciò che deve nei riguardi del fisico. Chi impara a riconoscere la necessità spirituale, si rende via via sempre più libero per tutto quanto concerne la vita sul piano fisico. Se ci uniamo alla corrente spirituale dell’Universo, se lasciamo scorrere in noi la corrente Cristo-micheliana, accogliamo in noi quel che si svincola dall’incatenamento del mondo fisico. Quanto più, di volta in volta, ci colleghiamo per via del corpo eterico con la necessità del piano spirituale (che è per noi la libertà), tanto più ci si libera dalla necessità del piano fisico.

Con la nostra coscienza ci protendiamo incontro ad Esseri che dal mondo spirituale ci compenetrano, e mentre accettiamo la necessità degli impulsi che vengono dal mondo spirituale, attendiamo che si riversi nella nostra spontaneità la virtù di quei Esseri. Si produce in tal modo quella relativa, profonda, “incoscienza” per la quale sentiamo l’azione di ciò che opera in noi spiritualmente, come di solito “sentiamo” un’azione incosciente. Questo ci dà la certezza che lo Spirito è in noi e che ci è lecito obbedirgli. Si è presso la soglia del supermondo, là dove la memoria ritorna memoria spirituale. La memoria agisce nell’uomo come uno specchio: riflette infatti le conseguenze delle impressioni sensibili. Questo specchio può essere superato, si può cercare quella realtà che è dietro la cortina speculare della memoria.

Per via dell’attività interiore libera, per via del pensiero, ogni volta nell’essere corporeo viene annientata la materia e con essa tutte le leggi della natura; la vita materiale viene rigettata nel Caos, così che dal Caos può risalire una nuova natura permeata di impulsi morali. Tutto ciò che agisce come processo di distruzione è sotto (o dietro) lo specchio della memoria: quando dunque possiamo guardare oltre questo specchio possiamo vedere che cosa in realtà siamo. L’uomo può guardare all’interno la sua malvagità, scoprire il Male Nascosto che opera e per forza del quale la materia viene distrutta; contemplare come là dove la materia viene respinta nel Caos aleggino le mirabili forze degli impulsi morali.

Si può contemplare così il principio dell’essere spirituale in noi: percepiamo in noi stessi lo spirito creativo. Mentre le leggi morali operano sulla materia-caos, abbiamo in noi lo “spiritualmente attivo” (che opera come la natura creatrice). Allora non siamo più entro il limite della soggettività, ma lo superiamo perché ci affacciamo sulla scena interiore del mondo. L’uomo penetra per mezzo di dedizione e di amore; oltre la cortina dei sensi e si protende a percepire le entità che si palesano a lui mediante la totale donazione di sé, per mezzo di quello che egli deve lasciar valere come parola interna. Possibilità questa di ogni uomo moderno che voglia.

Tutto ciò che viene percepito coi sensi è morente, è cadaverico: è ciò su cui si intessono pensiero e cultura moderna che vedono una materia esistente in sé e permanente attraverso tutti i fenomeni. Ma la Terra e il Cielo passeranno, ciò che vuol farsi valere attraverso i sensi sparirà. Quello che però sorge come vita interiore, parola occulta, nel Caos interiore dell’Uomo, nel focolare di distruzione, quello continuerà a vivere dopo che cielo e terra saranno passati. Attraverso le prove, il dolore, la dedizione e la volontà, si formano nell’anima segreta dell’uomo i germi dei mondi nei quali vive il Cristo: germi di un Cosmo futuro in sé perenne, per virtù del quale la carne ritornerà Verbo.

(continua)

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CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 2 GIUGNO 1979

Massimo Scaligero

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02.06.79

(cliccare sulla data in azzurro per ascoltare)

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 “Tornare in luoghi dove si è molto sofferto, può produrre nell’anima angoscia e paura? L’antico dolore si riaffronta anche quando se ne è intuita la sua funzione purificatrice: perché avviene tutto questo?”

altalena

Avviene perché è così.

Avviene perché non siamo degli esseri compiuti. Siamo degli esseri che in una zona siamo molto avanzati, in un altra un po’ meno, in un’altra stiamo in mezzo equilibrio, in un altra siamo il contrario di quello che siamo in alto.

Però la parte più potente è proprio quella che sta in basso. Perché noi mediante il lavoro interiore troviamo dei momenti di elevazione e ci nutriamo di pensieri non transitori, di pensieri perenni; però quello è un nutrimento eccezionale e la vita ci riafferra… E la natura inferiore che è legata all’abitudine fisica – non perché il fisico sia il colpevole ma perché la psiche è legata al fisico –  malgrado la nostra evoluzione di pensiero la nostra natura reagisce alla maniera antica. E quindi in un luogo dove noi abbiamo ricevuto un grave dolore entriamo lì malgrado che abbiamo tutto superato interiormente, c’è una reazione automatica; quindi guardiamo un oggetto e pensiamo alla persona scomparsa, vediamo le impronte di qualcosa che un tempo c’era e ora non c’è più… E questo ha un potere che viene certamente dalla natura egoica, eppure c’è, e più potente dei bei pensieri di cui ci nutriamo. E è interessante perché così impariamo quale forza dobbiamo dare a quei pensieri, ai pensieri veri, perché all’atto pratico quello che c’è di inferiore è più forte, mentre dovremmo rovesciare la situazione: questo è il lavoro che dobbiamo fare.

Quindi, nel caso qui contemplato bisognerebbe provare se stessi e poi cercare di ritrovare le forze e poi ritornare in quel posto e riprovare se stessi. E piano piano tutto si rimette a posto. E quindi: c’è speranza.

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“Parliamo tanto di pensiero liberato e facciamo del tutto per metterlo in atto (Ecco lo stavamo dicendo).  Perché nonostante tutta la buona volontà ogni qualvolta ci soffermiamo su un pensiero a noi caro, piacevole, simultaneamente si presenta l’immagine del pensiero negativo, distruttivo?”

pensareliberato-

(Pensare liberato di Marina Sagramora)

Qui si può dire che bisogna avere un minimo di autorità col proprio pensiero, a questo punto. Quindi quando ci soffermiamo su un pensiero a noi caro… non è un pensiero che ci vincola, è un pensiero che noi abbiamo deciso di volere. Allora dobbiamo avere l’autorità di impedire che altri pensieri si introducano e distruggano il pensiero giusto. Piuttosto occorre dire che: “Perché un pensiero è caro?” Se dentro c’è un minimo di bramosia riguardo all’oggetto allora già è un pensiero un pochino sospetto. Se invece è caro perché è un pensiero dello spirito allora noi dobbiamo veramente avere la fermezza di difenderlo rispetto a qualsiasi distrazione o deviazione.

E adesso qui cominciano delle domande piuttosto… Ce n’è una di… firmata… il logosgrammatico. Il logos grammatico… Però sembra… è scritta in maniera che si può leggere il logo sgrammatico. Comunque la firma non ha importanza perché tanto sappiamo chi è questo. Questo è Ciceruacchio sì quello… quello che… che Giuditta Tavani Arquati eccetera…

Dice così, cita un brano del Vangelo di Matteo e dice: “Andate a imparare che cosa significhi io voglio misericordia e non sacrificio poi che venni per i peccatori e non per i giusti”. Bellissimo. Che si può accordare con quello che è scritto in un’ altra domanda della nostra amica che forse può darsi che non ci sia. “Dal Vangelo di Matteo: <Preferisco la misericordia al sacrificio>. Puoi parlare della misericordia emotiva e della misericordia pensata”.

Ora, questo brano è seguito da un commento del nostro amico topo-grammatico: “Il verbo correggere prima di poter testimoniare la reggenza del cuore deve rimediare il corrotto.” Questo siamo d’accordo. “Poi che tutto si è conrupto nella rovina della corda da cui dipendevamo non pesi e rotta che fu ci fu di peso. Taglio della corda a cui l’oggetto è sospeso avevamo detto l’altro giorno… quindi… tagliata la corda è fatto. Il tutto si è con noi incorrotto, permettendosi nel corrotto… (senti amico mio questa volta…) Che noi nel percorso che ne sorte fuori da consortati a risorti perché allora vantarci esclusivamente della corruzione lasciando ai soli corrotti il titolo, la possibilità di sortire dalla vecchia sorte.”

E’ un pochino il gioco di colui che aveva un quattrino e lo voleva squattrire squattrare squattrovolducare e lo portò dal maestro squattrì squattrò squattrovolducatore dei quattrini…. 

Comunque questa volta l’amico lofogrammatico si salva solo per il fatto che lofos… il lofos sarebbe la parte più alta del cranio in cui, in cui c’è il supporto del loto a mille petali, quindi il  sahasrara-chakra,  quindi lofogrammatico… Invece lui si riabilita per il fatto che ha citato un versetto di Matteo importantissimo che siccome risponde ad alcuni pensieri di altre domande adesso ci soffermeremo proprio su questo.

Dunque, intanto un’altra persona che parla.. “Preferisco la misericordia al sacrificio…” e poi…il riferimento alla Pentecoste: “Il ciclo cristico dei 33 anni e il ciclo pentecostale dei 50 giorni nella coscienza storica di un popolo e nella meditazione del singolo.”

“Mentre venne all’improvviso dal cielo un rombo come di vento che si abbatte gagliardo. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono in ciascuno di loro ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo.”

Questi sono gli Atti degli Apostoli. E poi un altro piccolo brano:

“Io effonderò il mio spirito sopra ogni persona, il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue prima che giunga il giorno del Signore”. Atti.

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 Dunque, allora riprendiamo il discorso. Andate a imparare cosa significa:

“Io voglio misericordia e non sacrificio poiché venni per i peccatori e non per i giusti”.

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Questo cela un alto mistero di cui poi ci darà un pochino contezza l’amico Vercingetorige che sta qui ad aspettarci.  Però dobbiamo capire questo, che si riferisce al senso che noi dobbiamo risvegliare della azione del Christo sulla Terra, e credo che sia il momento giusto perché non solo gli avvenimenti ma anche il fatto che siamo … 2 giugno il 3 è la Pentecoste… e noi non ci possiamo permettere di considerare questi avvenimenti accademicamente oppure con buon spirito  antroposofico. Noi dobbiamo avere uno slancio impetuoso per afferrare veramente che cosa c’è in questo.

E lo slancio non è lo slancio soltanto del sentimento: è prima di tutto quello del volere intuitivo.

Perché se noi facciamo una sintesi di quello che ci viene insegnato noi possiamo a un certo punto capire – e ci viene detto parecchie volte – che il Christo poteva non intervenire nella storia umana. E’ Lui che lo ha deciso. E’ l’atto della libertà assoluta. L’atto più potente della libertà riguardo alla storia, a una storia che era avviata e che cosmicamente si andava compiendo con la salvazione di taluni esseri che avevano già vinto (prendiamo tutte le figure dell’Oriente e talune dell’Occidente).

E poi c’era una parte dell’umanità che andava verso una involuzione che non avrebbe avuto conseguenze tragiche, solo il ritorno di una parte spirituale in alto e un’altra come zavorra lasciata. E fu lìche il Logos guardò… (potremmo raccontarlo in linguaggio nostro, banale) e fu preso da compassione verso questi innumerevoli esseri lasciati, andati alla deriva, che andavano ormai verso una china prima grigia e poi buia, perché ormai non avevano più slancio interiore.

Cominciava l’epoca di un autentico materialismo, il peggiore, perché non era un materialismo cosciente ma era un materialismo accompagnato ancora da spinte spirituali… guardate la Grecia, il sensualismo greco, e guardate la potenza fisica dei Romani. E fu allora che ci fu il dono più potente, il dono più grande, inaspettato, qualcosa che fu un atto che noi non possiamo definire, un atto eroico, un atto di suprema donazione verso esseri che veramente erano destinati a decadere, non avevano più speranza di evoluzione, perché andavano veramente a… il Kali Yuga era ormai completo. Ed è venuto un essere che però per poter operare per la salvezza ha rivestito la forma della decadenza, la forma dell’umano; ha dovuto affrontare tutto quello che l’umano aveva ormai di deteriore e di avvilente e l’ha affrontato punto per punto. E’ un dono di cui noi non ci possiamo rendere minimamente conto se non ci mettiamo a contemplarlo col massimo della severità: perché noi corriamo il rischio questo dono di guastarlo. Perché è il dono di un atto assolutamente libero, di un atto che è: poteva anche non compiersi. E adesso spiego perché.

Possiamo spiegarci perché qualcuno diceva “questo esperimento può anche non riuscire”; perché l’uomo può anche respingere il dono. Ma come lo può respingere?  Lo può respingere proprio con la forza stessa che gli viene da questo dono. E che sia un dono non toglie niente alla libertà dell’uomo perché lo riporta a una condizione in cui lui deve veramente realizzare il dono. Lo deve, deve avere il coraggio di farlo funzionare: ossia egli si trova dinanzi a situazioni tragiche che sono superabili unicamente con quella forza, ma quella forza c’è, ma egli non ha l’abitudine a fare appello a quella forza. E quindi è incantato ancora dall’antica natura decadente. L’uomo è decadente mentre la forma della resurrezione è già in lui e si è espressa nella forma più bassa. Quindi… perché il Christo dice “Vengo per i peccatori e non per i giusti”?

Perché per i giusti già c’era qualcosa che operava. Ai tempi suoi c’era anche un Apollonio di Tiana il quale era un essere che non aveva bisogno del Christo perché già aveva l’impulso originario. C’erano anche in Oriente degli esseri formidabili, e c’erano anche in Occidente. Soltanto che il Christo non veniva per questi, veniva per gli esseri veramente sofferenti, per quelli che non avevano speranza di ritrovamento della Luce. Ora questo noi non possiamo saperlo intellettualmente, non lo possiamo sapere come un sapere: lo dobbiamo contemplare come qualcosa che si muove nell’anima come una forza, e che ci fa capire che cosa dobbiamo fare ora, perché questo dono è nel segreto del nostro essere, è nel segreto del nostro volere, nell’intimo del nostro sentire, e prima di tutto nell’intimo del nostro pensare. E quando noi pensiamo già c’è: e allora guardate che uso facciamo del pensiero. Però procediamo per ordine.

Pentecoste: quel dono funziona, e di colpo questi esseri sono investiti da una forza che vince la morte.

La morte.

Finora l’uomo non aveva conosciuto la morte. Tutto il mondo antico è pervaso dall’idea della vita. Non troverete mai il concetto della morte. Appena accennato, ma come qualcosa che non riguarda l’uomo, tanto è vero che i difensori della tradizione sottolineano questo, dicendo che l’uomo antico aveva questa facoltà di essere indipendente dalla suggestione della morte, dal pensiero della morte, ma la realtà è questa, che la vera forza dell’uomo comincia quando l’uomo si sente sfuggire la vita, e comincia a sentire l’esperienza della morte, e comincia a temere la morte perché sente che gli manca il terreno sotto i piedi. Perché ? Perché la sua coscienza è fondata sul fisico. Togliete il fisico e viene meno tutto. E allora la coscienza sente in questo momento che deve trovare un appoggio che non sia il fisico e allora trova il Christo, ma è questo che viene. E questo è contessuto in quello che noi abbiamo detto riguardo ad Arimane, che… povero Arimane… fino a un certo punto però, eh ? Perché bisogna… guai a sentire compassione per Arimane, quello ci dà certe mazzate! Arimane viene chiamato ad operare nell’evoluzione dell’uomo e Arimane lo accetta perché sente che diventa più forte. Perché?

Perché può entrare come dominatore nell’anima dell’uomo, ma ancora nella parte non cosciente, nella parte non cosciente. Però Arimane è paziente, perché il suo sogno… sa benissimo che se arriva alla coscienza dell’uomo, alla coscienza di veglia, lui avrà un’ espansione del dominio, come non si aspettava. E questo si può dire che carica la sua forza di una pazienza e di una tenacia che persino si esprime in ispirazioni sacrali per l’uomo. Guardate all’Egitto, è tutto ispirato da Arimane, tutto il mondo delle mummie:  l’idea di prolungare la vita terrestre alla maniera proprio fisica, per cui si imbalsamava quest’essere, si voleva prolungare questo cadavere… questo è una suggestione d’Arimane.

Quando si incarna il Christo, Arimane viene sconcertato, direi, possiamo dire: traumatizzato, perché sente sconvolto tutto il piano che lui si era fatto riguardo all’uomo. E per un certo periodo rimane sconvolto, e riprende speranza quando? Nei secoli in cui comincia l’epoca dell’anima cosciente, e in cui c’è la perdita del contatto mistico con il Christo. Perché noi sappiamo che questo contatto mistico fu provvisorio  perché l’uomo ancora non aveva l’Io, e quindi ci fu un periodo in cui solo il sentire poteva accogliere il Christo, e questa è l’epoca che noi conosciamo come l’epoca del cristianesimo mistico, l’epoca dei santi più grandiosi, meravigliosi, ma in cui non c’è un rapporto dell’ Io con il Christo.

Quando comincia il rapporto dell’Io questo rapporto si manifesta molto in basso, e comincia – e questo è il punto – e comincia nel grado più basso; laddove quel dono si manifesta come coscienza sensibile che cerca di avere contatto con la realtà, che cerca di connettere se stesso e di trovare correlazione col mondo. E comincia  l’epoca – da Cartesio in poi – comincia l’epoca in cui questa correlazione cristica funziona come indagine della scienza. Irriconoscibile, però riconoscibile da chi riesce ad avere una esperienza chiara del pensiero, perché si può dire che tutti coloro che hanno agito come primi indagatori erano tutti ispirati, erano guidati dai Rosacroce. L’indagatore non ispirato è venuto dopo, perché questi primi indagatori avevano ancora una parte di anima antica aperta all’ ispirazione, quindi erano degli esseri formidabilmente devoti.  Se voi pensate che Giordano Bruno era un religioso: Giordano Bruno viene bruciato.

Ora siamo al punto in cui questo limite, il mondo fisico, fa rinascere la speranza di Arimane, ossia Arimane ebbe il massimo della speranza al momento… fino al momento in cui venne il Christo. Dai primi di questo secolo la sua speranza comincia a rinascere, perché si accorge che l’uomo, abbandonato dalle antiche ispirazioni, e malgrado il soccorso della Scienza dello Spirito, sta perdendo quota. Comincia per Arimane la speranza di conquistare la coscienza dell’uomo, perché ha riconquistato tutto sul piano della subcoscienza. Lo ha riconquistato – adesso non stiamo a fare nuovamente il processo alla psicoanalisi, alla teosofia, a tutti gli occultismi di oriente, di occidente, e persino a certe sclerotizzazioni di quella che dovrebbe funzionare invece secondo l’insegnamento giusto – però la realtà è questa: che questo è il momento in cui Arimane ritorna ad avere la speranza di dominare la coscienza del mondo, e guardate: questa speranza è giustificata.

E questo è il momento in cui si prepara una scelta, il dilemma cosmico, il dilemma decisivo per l’uomo; perché non passeranno molti anni che saremo dinanzi a un bivio, e Arimane sa questo, ha riacquistato forza, perché ha visto che quello che era venuto dal Christo è stato velato, è stato appannato. E l’uomo sta lavorando per lui, questa è la realtà.

Questo non contraddice il fatto che ci siano degli esseri che, invece, lavorano per lo Spirito, che lavorano anche con grande zelo. Però, coloro che lavorano con grande zelo, bisogna che sappiano che non è sufficiente e questo è il senso delle domande che mi trovo davanti e delle risposte che devono essere date.

Non e’ sufficiente, perché il lavoro che noi facciamo, non riguarda solo noi stessi, non riguarda la mediazione, tutte le attività che svolgiamo di gruppo, l’asilo, riguarda anche la collettività a cui noi apparteniamo. Riguarda il mondo, e quindi, i problemetti, sono l’aspetto di una qualcosa che è molto più vasto. E alla vigilia della Pentecoste noi possiamo ricordare che, ogni volta, in questa data, si rinnova la promessa di un potere che l’uomo può riprendere.

Il Dottore parla persino di un testo in cui c’è il mistero della Pentecoste e c’è il segreto della resurrezione del potere dell’ uomo, e Lui dice che una copia di questo testo è negli archivi segreti vaticani e che però non può essere letto, se non da chi ha la sapienza delle cose iniziatiche, e un’ altra copia è nelle mani del Conte di Saint Germain.E allora non è che noi, privi di questo testo, dobbiamo rinunciare a comprendere il senso della Pentecoste, perché nella conferenza in cui il Dottore parla di questo, da’ delle immagini che sono decisive, soltanto che noi dobbiamo farle funzionare, perché due sono le novità che si connettono con la potenza della Resurrezione possibile ad ogni esperimentazione vera dello Spirito.Una è il segreto del Volere, l’altra è il segreto del Pensiero.

Il segreto del Pensiero è la sua trascendenza. Il segreto, ne abbiamo parlato per anni, abbiamo sottolineato questo, si può dire che sì, c’è la Filosofia della Libertà, c’è Verità e Scienza, Teoria Goethiana, Gnoseologia Goethiana etc., però lì c’è qualche cosa che va tratto, un succo da prendere e sono anni che noi facciamo questo lavoro, però ancora è un segreto perché il Pensiero contiene la trascendenza, altrimenti non potrebbe conoscere. Quindi il Pensiero già contiene ciò che conosce e l’uomo usa questo pensiero e ne ha tutti i risultati che vuole, ognuno può averne, ma ignora questo potere del pensiero perché non può rivelarsi solo per il fatto che l’uomo si eserciti, occorre che, veramente, questo sia deciso da un Mondo Spirituale e questo è il senso di tutto il lavoro della Scienza dello Spirito: che questa trascendenza divenga esperienza dell’uomo.

La trascendenza è la forza intima del pensiero, un’ intuizione in cui c’è già la forza dell’azione. Nella trascendenza del pensiero c’è già il Divino, c’è il Logos, quando questo pensiero intuisce delle verità, c’è l’azione della trascendenza, però la trascendenza non è conosciuta. Noi arriviamo alle verità, sappiamo qualcosa, che qualcosa ha folgorato in noi, ed è arrivato al segno giusto, ma se lo afferriamo, dove sta? Perché la trascendenza significa che l’ Io incontra il pensiero e il pensiero da all’Io la possibilità, finalmente, di muoversi, è tutto connesso con questo, quindi non può avvenire se ci sono certi limiti in noi.

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Adesso sospendiamo la questione della trascendenza e vediamo l’altro aspetto che ci spiega il perché sia possibile fare una domanda come questa:

“Inseguendo i pensieri psichici fino alla loro scaturigine, si può scoprire da che cosa sono originati e perché. Allora un raggio di luce riscalda l’oscura anima e si può preparare la presenza del Logos.”

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Ottimo, questo va benissimo, senonché è un’operazione difficile e qui incontriamo il tema del Volere. Il segreto del Pensare è la trascendenza, il segreto del Sentire è la Iside-Sophia, il segreto del Volere lo possiamo cogliere in una espressione del Dottore che noi conosciamo benissimo, perché tutte le volte che il Dottore parla di questo Volere, lui dice: “La forza del Pensare, la vita potente del Sentire”, del Volere dice: “il fine del Volere”. Non dice la potenza del Volere, dice “il fine del Volere”, perché il Volere è la massima forza dell’ uomo. Si può dire che la trascendenza del Pensiero è questo Volere, soltanto che è un Volere legato ai Troni, legato ai Cherubini, ai Serafini. E’ un Volere veramente divino: se noi pensiamo all’euritmia, vediamo un minimo il primo contatto che si può avere secondo quella Scienza, quell’Arte, con questo ritmo dell’Universo, ritmo del Volere.

Però ritorniamo al concetto di “fine del Volere”: questo Volere ci obbedisce, noi possiamo fare quello che vogliamo, se noi lo avessimo tutto, potremmo muovere le montagne e Maitre Philippe fece, Maitre Philippe faceva qualcosa che era qualcosa di simile, perché un giorno, a uno che voleva fargli un gioco di prestigio, disse: “ Beh, adesso faccio io un esperimento. Vedete il cielo come è azzurro? Ebbene, decido che in un quarto d’ora il cielo sia cupo di tempesta e che soltanto qui sopra, in un quadrato, ci sia l’azzurro e non piova.” Dopo un po’ ci fu un addensarsi di nubi, con lampi, tuoni, piogge scroscianti e sopra c’era una cupola azzurra e non piovve. Dopo di che, quel tale che voleva fare il bravone con lui, con gli esperimenti, s’è preso, s’è squagliato e non s’è visto più. Questo è documentato, quindi faceva quello che voleva. Perché? Perché era autorizzato. Quando lui spiegava, dice: “ Io sono autorizzato a fare queste cose, perché certe volte occorre che io faccia vedere qual’è la mia relazione col Divino.”

Questo Volere è possibile, però il Dottore perché dice “Il fine del Volere”? Perché quello è tutto! Perché ognuno ha il Volere che è relativo al fine che veramente persegue e quando uno crede di perseguire il Divino, non è vero, apposta non  viene quel Volere! Perché lui vuole il Divino per ornare la propria vita e per fare da cornice ad una vita nella quale lui si mantiene tutto il suo egoismo e se lo trasforma, se lo racconta in modo mistico. Ho conosciuto un amico, che è un uomo di gran valore, che aveva i calli, dù dita di calli ai ginocchi per quanto stava inginocchiato a pregare, ma io sapevo benissimo che lui per quante preghiere, lui voleva costringere il Divino a entrare in lui e lui rimanere quello che era. Perché, per esempio, negava la Scienza dello Spirito, quindi non voleva conoscere come far agire il Divino che era in lui, quindi il fine suo era un fine egoistico, malgrado i due dita di calli sotto i ginocchi, perché stava veramente, lo sorprendevo sempre in preghiera, in meditazione. Anzi, diceva che io perdevo tempo perché andavo qui, andavo là e il suo fine era quello e quindi non aveva altra forza che quella che, minimamente, lo soccorreva in certi momenti, ma ognuno ha quello che corrisponde al suo vero fine.

Che il vostro fine sia il Cristo, allora avrete il Cristo! Che il vostro fine sia veramente la donazione assoluta e allora il Volere è potente! Il Volere è in relazione al fine di cui si è capaci, ossia all’obiettivo che si è capaci di concepire! Ossia il fine che si può mettere a tutta la vita e che non è quello che noi perseguiamo mentalmente. Quello veramente risponde al nostro grado di evoluzione. Certamente una vita cosciente, una forma di coscienza del pensiero, aiuta a capire questo fine: ecco perché la via del Pensiero è importante, è importantissima perché l’uomo si rende conto di ciò che veramente avviene nella propria anima e non si fa illusioni, perché scopre che vuole il Divino fino ad un certo punto e se lo scopre, si spiega il perché questo Divino in lui non si realizza: perché lui non lo vuole ancora, non ha il coraggio di volerlo, non ha il fine che crede di avere, perché ognuno ha un fine. Ecco perché il Dottore dice “Il fine del Volere, la forza del Pensare, la Vita Cosmica del Sentire”. Il fine del Volere perché questo Volere agisce secondo il fine di cui noi siamo capaci.

A questo punto ero intenzionato di leggere la domanda di Vercingetorige ma Vercingetorige mi perdonerà, per oggi la dobbiamo lasciare, perché il discorso si sarebbe potuto completare proprio con questo e… però prometto di ritornare sull’ argomento nel prossimo mercoledì, perché altrimenti brucerei un argomento meraviglioso.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, ,

TRE SCRITTI DI MASSIMO SCALIGERO SU P.M. VIRIO

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Quanto scritto da Isidoro e da me su questo blog in vari commenti all’articolo MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER,  e poi da me nell’articolo MASSIMO SCALIGERO SU P.M. VIRIO, ha suscitato in alcuni lettori il desiderio di poter conoscere quanto scritto da Massimo Scaligero su Paolo M. Marchetti, «Virio», divenuto in seguito cognato di Massimo Scaligero, avendone sposato la sorella Adelina, «Luciana», nonché sulla torbida figura del conte Umberto Alberti, «Erim di Catenaia». Tale legittimo desiderio da parte di ricercatori spirituali di quel Verbum dimissum del quale parlava nel XV secolo quell’autentico Maestro dell’Ars Regia, che era Bernardo Trevisano, è giusto che venga soddisfatto.

La Parola perduta, che Rudolf Steiner ci aveva riportato, è stata dopo di lui troppe volte di nuovo smarrita, per la superficialità, l’approssimazione, l’ignava accidia, il sentimentalismo, il vacuo intellettualismo di molti che dicono di richiamarsi al suo nome. Tale Parola perduta – il filo aureo della Via del Pensiero Vivente, che percorre l’intera Opera del Maestro dei Nuovi Tempi – è stata ricercata e novellamente ritrovata da un Iniziato dell’Arte Regia come Massimo Scaligero, che ce l’ha ridonata, indicando in ogni rigo dei suoi scritti l’urgenza dell’Ascesi liberatrice del pensiero, la pratica della Concentrazione e della Meditazione, come sola Via per la resurrezione del Pensiero Vivente dal cadavere del morto pensiero riflesso. Oggi non vi è altra Via che conduca all’autentica esperienza sovrasensibile e all’Iniziazione. 

Affinché il lettore possa farsi a questo proposito, in piena libertà, un personale giudizio autonomo, ecco la trascrizione dei tre scritti di Massimo Scaligero su P.M. Virio, dei quali parlavo nel suddetto articolo. Il primo è la Prefazione al romanzo esoterico Il Segreto del Graal, pubblicato nel febbraio del 1955. Il secondo è l’opuscolo commemorativo, scritto su richiesta di sua sorella Adelina da Massimo Scaligero subito la morte di Virio, surrettiziamente introdotto nell’attuale edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce e spacciato per un capitolo originariamente previsto per il libro e poi non pubblicato, il che – a quanto mi risulta – è il contrario della verità. Il terzo è la trascrizione del dattiloscritto, datomi personalmente da Massimo Scaligero, e da lui commentatomi, che rappresenta il vero capitolo che doveva essere pubblicato nel suddetto libro, e che per la sua causticità alcuni suoi familiari chiesero che non venisse pubblicato. Ma oggi – in difesa della Verità e per gratitudine verso il Maestro – è giunto il momento che questo scritto, nonché gli eventi ai quali allude, sia conosciuto.

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Prefazione

[dal libro di Paolo M. Virio Il Segreto del Graal, Casa Editrice Rocco, Napoli 1955]

Nel mondo delle dottrine esoteriche non si può fare a meno di rilevare un equivoco generalmente invalso: ci si volge al Mondo Spirituale, o alla Tradizione, o allo Yoga, con un’attitudine conoscitiva che ignora la mutata costituzione interiore dell’uomo moderno rispetto a quella dell’uomo antico, al quale la Tradizione, ove talune condizioni fossero presenti, parlava senza mediazione alcuna. Si coltiva la conoscenza di certe dottrine con lo stesso modo di conoscere che si è formato nella esperienza del mondo transeunte e finito: per tal motivo il ricercatore si comporta con lo Spirituale non diversamente da come il positivista moderno si rivolge al mondo dei fenomeni: cambia soltanto la forma del limite, ossia l’oggetto, rimane l’alterità.

Si prendono le mosse da un “oggetto spirituale”, ben descritto, messo a fuoco secondo un sottile criticismo esoteristico, e si crede, in quanto sia così ben fissato, di poterlo in un secondo tempo afferrare, senza avvertire che per una effettiva comunione col sovrasensibile non conta l’oggetto della meditazione bensì l’atto interiore così suscitato. L’oggetto non è che mezzo, pretesto: può essere albero, sole, Tradizione, concetto, cosa tra le cose.

Non v’è da cercare il Mondo Spirituale fuori dall’attività meditativa che lo sollecita, perché in tale attività il Mondo Spirituale già si esprime: considerarlo come un “oggetto”, che stia lì in attesa di essere conosciuto, per cui possa o non venir conosciuto, è atteggiamento non dissimile a quello del realista ingenuo che crede di avere dinanzi come realtà in sé una materia, una “natura”, e si vieta così l’atto della conoscenza.

Simile chiarimento va applicato al tema della Tradizione. Non può esistere Tradizione fuori dall’atto dello Spirito che la fa risorgere in sé: qui soltanto vive la Tradizione. Si tratta di accorgersene: credere che esista una Tradizione che stia innanzi a noi come una “cosa”, con un suo aspetto misterioso che può anche essere identificato, per cui ci si possa accostare ad essa oppur no, si possa essere fuori o secondo la sua “ortodossia”, significa ingenuamente scambiare un oggetto o un pretesto dell’attività spirituale per lo Spirituale medesimo: il che è qualcosa come un naturalismo metafisico. Molta confusione e debilitazione sono state recate nel mondo degli studiosi di scienze tradizionali da certo criticismo esoteristico, tecnicamente perfetto, ma privo della coscienza critica stessa del proprio processo conoscitivo.

È evidente che l’Autore di questo “Il Segreto del Graal” ha saggiamente evitato di fissare in forma dottrinaria, e perciò in un dialettismo critico, gli aspetti di una esperienza interiore che non potrebbe essere delimitata in concetti senza venir snaturata.

La forma della narrazione è stata intenzionalmente lasciata nella fase intuitiva e, diremmo, impressionistica, senza elaborazioni che non riguardassero il contenuto esoterico. Ma una simile immediatezza, passando da visione a visione, di sequenza in sequenza, giunge talora al limite ove alita l’inesprimibile.

Massimo Scaligero

                                                              * * *

P. M. VIRIO

(1910-1969)

Tra me e Paolo Marco Virio – al secolo Paolo Marchetti, romano – ci fu una di quelle rare amicizie spirituali che, mentre si svolgono sul piano umano cosciente attraverso consonanze e contrasti, in realtà hanno il compito supercosciente di preparare la funzione della comunità umana per i tempi, il cui senso può essere compreso alla luce dell’Apocalisse di Giovanni. Del resto, oltre colei che è stata la compagna interiore epperò l’anima complementare della sua esperienza “binomiale”, io so di essere stato l’amico più vicino che egli avesse, malgrado le nostre diverse scelte di “metodo” e di tipo di “visione” metafisica. Una concordia superiore ci univa, la più vera, perché non era un dato della natura, bensì un atto interiore consapevole, ogni volta rinnovato.

Virio veniva dagli studi classici, compiuti presso i Domenicani. Quando lo conobbi, nel 1932, egli aveva già dovuto impiegarsi perché, rimasto orfano, gli era stato necessario ben presto assumere responsabilità familiari. Continuava a studiare, frequentando assiduamente la Biblioteca Nazionale, non tanto per estendere il proprio sapere, quanto per sviluppare un piano di conoscenza già in lui maturante in ordine alla ricerca sovrasensibile.

Sin dai primi nostri contatti si accese tra noi una simpatia profonda, alla quale si aggiungeva il fatto che egli mi considerava suo maestro: atteggiamento dal quale facilmente venne affrancato anzitutto da me e in seguito grazie ai contatti che insieme avemmo con il Conte Umberto Alberti di Catenaia (Erim), patrizio fiorentino, e con la sua consorte Ersilia, i quali insieme perseguivano una via esoterica cristiana mirante a restaurare l’accordo originario della coppia umana. In tal senso l’Alberti era detentore di un riservato insegnamento tradizionale, che non ebbe difficoltà a comunicarci. L’insegnamento aveva il fascino di una fusione della Tradizione ermetico-alchemica con la vivente attualità dello Spirito cristiano, che io trovai illuminante, ma al tempo stesso necessitante di un compimento “tecnico” di tipo moderno nel senso di una noesis operativa, mentre per Virio fu il veicolo immediato di una connessione più profonda con l’Alberti, che divenne in tal modo il suo reale guru.

A quei tempi, dal 1933 in poi, attorno agli Alberti si formò un cenacolo, cui prendevano parte, oltre noi tre, altri due personaggi, Emilio Angelini e Giulio Daneri, il primo non molto persuaso delle dottrine dell’Alberti, tanto che ben presto si dileguò, il secondo invece aperto ed entusiasta. Giulio Daneri era libraio, rivenditore di libri, un’anima candida e fervida, che per anni prese parte alle nostre riunioni in casa di Virio, a Via Sant’Anna a Roma, e costituì per noi anche un punto di riferimento per un tipo più spicciolo di riunioni, presso la sua “bancarella” a Campo de’ Fiori, o presso il negozio – un autentico “buco” – nella stessa zona della vecchia Roma.

Quando conobbi Virio, egli era già autore di un volumetto di poesia mistica, dal singolare titolo La bestia intersessuale, e continuava a dedicarsi alla poesia come a un mezzo di espressione dello stato interiore. Questo stato era la sua forza, l’immediato assoluto da cui moveva la sua ricerca. La capacità di raccoglimento diveniva in lui il veicolo della preghiera e della contemplazione. Durante tutta la vita, ciò costituì per lui una continuità, una missione che ispirò la sua ricerca sovrasensibile e l’esperienza iniziatica con la sua compagna. Visse con fedeltà tale Ispirazione: era la ragione per cui io potevo essergli fraternamente vicino, pur seguendo una via diversa. Conoscevo la validità della sua via.

La scelta di Virio fu indubbiamente la Tradizione, la Via regale dello Spirito, che affiora attraverso forme varianti in rapporto allo spazio e al tempo, sempre tuttavia permanendo in sé indeterminabile. Ma per Virio v’è un momento in cui l’indeterminabile della Tradizione e il mondo della determinazione coincidono, il Mistero si veste di realtà umana e la storia dello Spirito eccezionalmente appare in tutta la sua potenza sulla scena umana: questo momento è l’incarnazione del Cristo, la sua Nascita e la sua specifica azione dal Battesimo del Giordano al sacrificio del Golgotha.

L’unità e la continuità della Tradizione trovano in Guénon l’esegeta e il metodologo della distinzione tra l’autentico tradizionale e le sue contraffazioni, specialmente riguardo all’epoca moderna. Virio non può non consentire a una tale distinzione, che investe tutta l’opera del Guénon, né può non riconoscere in J.Evola la presenza di un’analoga identificazione del Tradizionale. Ma per lui v’è qualcosa che manca in Guénon come in Evola, sia pure in misura diversa e con senso diverso: il riconoscimento della sintesi della Tradizione, allorché essa si presenta come Evento-simbolo visibile nella comparsa del Cristo, nella Morte e nella Resurrezione: un’Iniziazione umano-cosmica, dalla quale la Tradizione assume una funzione determinante, reintegratrice dell’umano, perciò volta alla radice individuale dell’umano.

Nel decorso “tradizionale”, prima del Cristo, l’elemento individuale-umano doveva essere eliminato, perché si verificasse l’estasi, o il samadhi, l’Iniziazione fosse possibile: con il Cristianesimo, l’elemento essenziale dell’individualità, liberandosi, diviene il fulcro del procedimento iniziatico. Per Virio questo procedimento fa del Cristianesimo la corrente novella della Tradizione: certo non il Cristianesimo che, per necessario processo storico, diviene una particolare religione, ma quello che assume la trasmissione del contenuto misterico: perciò la Gnosi cristiana, la Cabala, l’Alchimia, l’Ermetismo, cristiani. Questi, però, sono veduti da Virio come espressioni del Principio della Tradizione, o del Logos, non come ciò che può realizzare l’identità. L’identità è realizzabile solo nel segreto dell’anima dell’operatore spirituale, in quanto egli non si limiti a cercare il Logos in un sistema, o in una corrente, o in un corpo rituale, ma anzitutto trovi in sé ciò che come essenza dell’anima è già presenza del Logos. “Il Regno dei Cieli è dentro di Voi”.

Perciò, a un determinato momento della sua esperienza interiore, Virio si scinde dalla linea di Guénon e di Evola e segue una via autonoma, personale: anzitutto di venerante identificazione del Cristo umano-cosmico e del suo giustificare al livello dell’umana ricerca del Divino, l’universalità in sé compiuta della Tradizione. È questa scelta che da tale momento ci unisce essenzialmente, oltre ogni permanente divergenza di ordine dottrinario.

La divergenza ravvivava di continuo il nostro colloquio umano, ogni volta dileguando dinanzi alla visione metafisica che sostanzialmente ci univa. Dileguava soprattutto allorché la meditazione, per anni praticata insieme, diveniva tra noi un veicolo di confidenza, mediante il quale la mia esperienza interiore a lui appariva chiara e in sé giustificata: così come a me appariva chiara e in sé giustificata la sua necessità di permanere fedele osservante dei Sacramenti della Chiesa. Cattolico perciò nel senso originario del termine, cioè capace di riconoscere tutte le forme della presenza dello Spirito, in Oriente e in Occidente, come aspetti della identica presenza, che centralmente si manifesta come Evento della storia umana, anzi come cuore stesso della Storia, impulso visibile della Tradizione, nella comparsa fisica, nel rito e nel sacrificio del Redentore.

Il senso ultimo dell’opera di Virio è la resurrezione attuale della Gnosi, secondo una continuità, che è la perennità stessa della Tradizione. La virtù di questa perennità, però, accessibile un tempo in forza di una trasmissione trascendente oggi è afferrabile direttamente dal discepolo che consegua in sé la connessione con il mistero del Golgotha. Per Virio, perciò, come risulta dai suoi scritti e dalle sue meditazioni, la Gnosi esprime la perennità della Tradizione, in quanto è Gnosi cristiana. Egli scrisse le sue pagine in funzione di una simile persuasione: il Logos come essenza della tradizione. Logos precristiano che si incarna nel cristo. In tal senso, la Gnosi è cristiana, il contenuto del Graal non è un mito pagano, come tenta con molto ingegno di dimostrare Evola, ma un mito essenziale del Cristianesimo. Così l’Alchimia occidentale è integralmente cristiana.

È decisivo per Virio evitare la scissione della Gnosi dal Mistero cristiano: una simile scissione, che vorrebbe, mediante Evola e Guénon, porre una Gnosi sovrastante come un’astratta universalità tutte le espressioni misteriche d’Oriente e d’Occidente e tutti gli Annunciatori sullo stesso livello, compreso il Cristo, è un errore grave. In verità, solo l’individuale può realizzare l’Universale: certo l’individuale che venga redento dall’”Io sono”. Virio sentiva che il Materialismo della presente epoca trae la sua forza soprattutto dalla scissione tra Universale e Individuale. La Tradizione che ignori la centralità cosmica e storica del principio Logos e del suo rapporto con l’anima individuale, manca di virtù gnostica: non è più la Tradizione, ma l’apparato formale dei riti e dei simboli: il nutrimento dialettico di Spiritualisti a cui interessa, piuttosto che lo Spirito, il sapere spirituale. A tali Spiritualisti mancherà inevitabilmente l’intuizione del segreto della egoità, che in basso è il “malo individualismo”, in alto invece è il fulcro di tutta l’opera, ove realizzi la propria Essenza-Logos.

Certo, una volta riconosciuto come essenza della Gnosi il Mistero Cristiano, il problema del cercatore moderno è ricongiungere la Gnosi con il Logos: operazione esigente anzitutto svolgersi nell’anima individuale, prima che come rito di una comunità. Se la visione della Tradizione, come Impulso che si incarna nel Cristo, ci univa, la divergenza tra me e Virio cominciava là dove è richiesto un metodo, o se si vuole, una tecnica, ai fini del correlativo objectum operativo: ma tale divergenza, come accennavo, non aveva molta importanza. Se ne aveva, era il porre in luce, per contrasto, quel che ci univa.

Io ero persuaso che il metodo per attuare il Tradizionale, o il “metafisico puro”, nei tempi moderni, non poteva essere contenuto nelle forme trascorse della Tradizione, ma doveva “rivelarsi” nella interiorità dell’operatore, grazie a un atto di conoscenza, rinnovante in sé il puro elemento di perennità della Tradizione, ma necessariamente facente leva su quel processo originario del pensiero, che, nei tempi moderni, ai fini della scienza, ha realizzato in basso il massimo del suo potere di determinazione: tale processo, realizzato in alto, cioè svincolato dalle mediazioni sensibili, diviene il veicolo della identità con il metafisico. Per Virio invece permanevano valide le forme tradizionali: era egli però che in sostanza le rinnovava, grazie al suo valore, realizzando una sintesi gnostica comprendente la Cabala, così come l’Alchimia, l’Ermetismo, l’Esichasmo, eccetera. Io ero convinto che una simile via funzionava per lui, in quanto era lui: egli vi portava un impeto di moralità e di dedizione sacrificale che la rendeva giusta comunque. In questo, Virio era meravigliosamente assistito da quell’essere luminoso, in continuo stato di preghiera e di donazione di sé, che era la sua compagna di visione e di vita, “Luciana”, cioè Adelina Scabelloni.

Nell’accennata sintesi era presente anche l’idea della Reincarnazione e del karma, stranamente confutata invece dai due autorevoli interpreti delle dottrine tradizionali, citati: idea inseparabile dalla visione esoterica della vicenda umana e del suo senso ultimo: idea che, sola, oggi può spiegare le differenze esistenziali che hanno la loro ragion d’essere, le diversità dei destini, delle vocazioni, dei livelli mentali, e operare come forza sanatrice dei conflitti umani, reale smobilitatrice degli odi sociali.

Come l’idea della reincarnazione ci univa, così parimenti quella della esigenza di istituire un Ordine iniziatico “attuale”. Un simile tentativo fu effettivamente compiuto: venne anche concepito un rituale, uno statuto, e il movimento – che in realtà non ebbe se non un abbozzo di realizzazione – fu da noi chiamato Ordine Templario Occidentale (OTO). Del resto, in seguito Virio tentò lui personalmente la resurrezione di un movimento essenico, “Centro Esoterico Esseno Cristiano”: iniziativa che per la inadeguata rispondenza trovata esternamente, ebbe a procurargli qualche amarezza. Negli ultimi anni, si accentuò la sua solitudine: i nostri stessi incontri continuavano, ma, a causa dei miei impegni e mio malgrado, meno frequenti: salvo l’estate, quando ero suo ospite nella “Torretta” di Isola Farnese: allora era una felice ripresa del colloquio e della meditazione in comune, cui partecipava regolarmente “Luciana”. Del resto, ogni volta che Virio aveva la possibilità di una villeggiatura estiva, che era in sostanza la scelta di un luogo rispondente alle esigenze della disciplina del silenzio e del raccoglimento, io ero normalmente l’indivisibile ospite. Ricordo un’estate, tre settimane trascorse insieme nell’Eremo carmelitano di Monte Virginio: una reale operazione metafisica compiuta insieme, secondo un accordo che ancora una volta annientava le diversità. Una forza essenziale al disopra di ogni dialettica ci faceva incontrare, ed ambedue sapevamo che il nome di una tale Forza era quello dato nel Vangelo di Giovanni a Colui che era “al principio”.

Rispetto ai “segni dei tempi”, Virio sentiva l’urgenza di ricongiungere l’umano con il Superumano, la natura e la storia, con il Logos: il compito di liberarsi, per liberare. Compito sacro, nel momento più grave della vicenda umana, in cui lo Spirito della menzogna su tutta la terra assume vesti culturali e persino spirituali. Nell’ultimo nostro colloquio questo era il tema: la via era anzitutto ravvisare nell’intimo della coscienza la presenza dell’Essenza di Vita che, pur immanendo nell’uomo, sconfina nell’illimitato mondo delle Forze. A questo punto io affermavo che il compito dell’operatore spirituale consiste nel non illudersi di poter muovere direttamente dalla propria persuasione spirituale, bensì nell’operare con le forze formatrici di tale persuasione: afferrare non tanto lo stato interiore, quanto l’idea da cui questo muove. Per Virio, lo stato interiore nella sua immediatezza era il punto di partenza: la purità di tale stato interiore, per lui, era garantito dalla realtà del suo contenuto, dalla adesione profonda al Mistero Cristiano, cioè alla vera Tradizione, dalla fedeltà alla essenza metafisica di questa e alla sua vivente forma rituale. Egli invero visse e operò, consacrato a un tale ideale.

Massimo Scaligero

                                                                 * * *

P. M. VIRIO

Tra gli esseri a me cari e dai quali di continuo sarei stato affettuosamente accusato di trascurare la compagnia, c’era Paolo Marchetti, che doveva assumere lo pseudonimo di P.M.Virio in un suo romanzo spiritualistico e in taluni opuscoletti postumi. Egli “esordì” come mio discepolo e debbo dire che era tra i più devoti: poi, nella comunanza con me, frequentando casa mia, conobbe mia sorella Adelina e divenne dopo qualche anno mio cognato. Non è che con questo cessasse di essere mio discepolo, ma si verificava un lieve mutamento del rapporto: doveva subentrare un elemento “umano” che avrebbe in qualche modo condizionato l’esoterico.

Frattanto io mediante un amico, Emilio Angelini, allora costruttore, che incontravo con un gruppo di giornalisti comuni amici alla trattoria romana Mare nostrum in via dei Pastini, avevo conosciuto un anziano occultista, il conte Umberto Alberti, che amava usare lo pseudonimo Erim di Catenaia, per quanto non avesse pubblicato altro che tredici puntate sull’Occultismo su un settimanale non molto diffuso, di cui ricordo soltanto che era diretto dal giornalista mondano, Nino Bolla. Si era nel 1934.

L’Alberti, esoterista cristiano, cabbalista, martinista, coltivava le scienze esoteriche insieme con la moglie Ersilia: una coppia simpatica, ma stranamente collegata con l’Occultismo, perché al livello pratico finiva sempre sul piano delle sedute spiritiche. Peraltro egli, cultore della spagiria “a due vasi”, ossia della via dell’eros verso il sovrasensibile, a causa del fallimento di talune pratiche operative, era afflitto da una sorta di ossessione erotica, per cui tra l’altro la moglie doveva scegliere delle cameriere orbe, sciancate e senza denti, perché egli non subisse eccitazioni nell’ambito familiare: del resto di questa sua ossessione l’Alberti non faceva un mistero e la spiegava non senza un senso di umorismo, da noi condiviso, soprattutto riguardo alle “veneri” domestiche.

Era indubbiamente un uomo di valore, ma non poteva non condizionare il mio apprezzamento circa il suo Esoterismo il fatto che egli trascorresse diverse ore alla finestra del suo appartamento al mezzanino a sbirciare i seni e le anche delle bellocce che passavano. Tuttavia aveva una carica di simpatia e di fascinoso dialettismo esoterico. Come era mio uso, che di un’acquisita amicizia facessi partecipi coloro che erano con me collegati, così presentai Paolo Marchetti, o Virio, al conte Alberti.

La coppia Umberto ed Ersilia Alberti era invero una coppia anziana, in stato di malinconica solitudine e avida di compagnia: perciò si attaccò sentimentalmente a noi. Lui in particolare sentiva di poter riguadagnare un certo livello, comunicando il suo sapere a dei discepoli: ma era evidente che io non potessi diventare un tale discepolo, dati i limiti che scorgevo in quel “maestro”: tuttavia ascoltai con deferenza il suo insegnamento, invero degno di attenzione, e del cui valore dovevo assai più tardi dare un cenno nel capitolo “Eros e spagiria” del mio libro “Yoga, Meditazione, Magia”. Il discepolato invece funzionò con il Marchetti, che si vide sollecitato e lusingato e sottilmente indotto a rendersi indipendente da me: il che io trovai naturale. Cominciai a cogliere nel Virio una certa opposizione, ma non feci nulla per contraddirla: in realtà non ho mai contrastato un discepolo che si invaghisse di altre esperienze, anzi la incoraggiavo, perché sapevo che egli seguendo il suo karma, ma perciò parimenti il suo dharma, in sostanza realizzava ciò per cui si era incontrato con me.

Dopo la morte del conte Alberti, questa opposizione con il tempo doveva talora diventare da parte del Virio qualcosa di più polemico. Già prima, man mano che il conte Alberti gli trasmetteva il suo sapere, io sentivo che questa opposizione ascendeva in lui da una zona profonda della coscienza, più che dal suo mentale consapevole, onde volentieri lo assolvevo: ma in effetto essa veniva corretta e talora temporaneamente eliminata dal Virio stesso grazie a un riaffiorante senso di gratitudine nei miei riguardi e alla fraternità che, fondamentalmente permanendo tra noi, si riaccendeva allorché io trovavo il tempo per incontrarlo. Probabilmente se io avessi avuto la possibilità di vederlo più frequentemente, egli sarebbe stato più buon discepolo nei miei riguardi. Io facevo del tutto per trovare questo tempo, perché sentivo che nei nostri incontri egli riprendeva respiro, ma non sempre ci riuscivo, onde nelle lunghe pause di silenzio si riattizzava in lui la polemica: non riuscivo a farmi perdonare da lui la mia indipendenza. Poiché era un solitario, non molto ricco di relazioni umane, collegavo con lui tutti gli amici che potevo, ma avveniva che a tutti egli tentasse trasmettere la sua opposizione nei miei confronti e con talune personalità più affini a lui che a me, dovesse riuscire. Comunque, la fedeltà del suo discepolato al conte Alberti gli valse l’eredità, alla morte di costui, della sua ricca biblioteca gnostico-martinistica ed ermetico-alchimica, dotata di opere invero rare. Ritengo che questo fosse il colpo di grazia inferto allo sviluppo spirituale del Marchetti, che già trascorreva la sua giornata nel leggere e appuntare: del resto, non v’era novità libraria, di argomento esoterico, che egli sfuggisse, essendo egli altresì abbonato a diverse riviste di studi tradizionali.

P.M.Virio era pervaso dall’aspirazione a essere profondamente cristiano, ma era proprio questo che non poteva non riuscirgli problematico, essendo egli chiuso non solo nel cliché tradizionalista, ma soprattutto nella problematica della morfologia comparata delle mistiche di cui era valente studioso. Egli era avverso a Evola e a Guénon, ma specialmente di quest’ultimo subiva lo schema morfologico-metafisico, per una carenza di vita del pensiero. Si credeva indipendente dal cliché di Evola e di Guénon, ma in realtà ne era improntato in profondità: non riusciva a vedere nel cristo qualcosa di più di ciò che è imposto dallo schema gnostico e dalla mistica tradizionale: ossia vedeva ciò che il Cristo non è più o non è mai stato e che va superato come una medianità di cui il cristiano tradizionale aveva bisogno, non avendo egli altro modo per accogliere forze che trascendevano la sua coscienza. Per me era chiaro che quel rapporto antico non ha più nulla da dare all’uomo: il revivificarlo nei tempi attuali non può che dare luogo a introversione sensuale-mistica, se non a mania fanatica, mentre nuove forze si affacciano nell’uomo, che hanno il còmpito di incontrare viventemente il Cristo: un vero esoterista sa che le nuove forze della volontà e dell’autocoscienza dell’uomo moderno non hanno altro senso, e che tali forze, prive del loro vero soggetto, ossia prive di Io, diventano distruttrici.

L’autentico male dell’uomo di questo tempo è la corruzione delle forze del volere che i vecchi esoterismi, lo Yoga tradizionale, gli schemi della Gnosi, non riescono ad afferrare e perciò neppure a orientare. Il fallimento dell’Esoterismo è un appuntamento mancato con il Logos, ossia con il fulcro trascendente di tutto ciò che si presenta come dynamis spirituale dell’uomo moderno. All’egoismo mistico e alla mancanza del coraggio di uscire dal guscio della propria natura conservatrice spirituale, si deve questa incapacità di riconoscere il Logos vivente. Al Virio interessava trovare il Logos nelle meditazioni oranti, nelle giaculatorie e nelle letture tradizionali: rigorosamente seguiva l’osservanza cattolica, la Comunione, la Messa eccetera.

Tutto ciò, per quanto religiosamente nobile, non è realmente vivo nello Spirito, non è più sufficiente ad afferrare il Cristo: il cercatore del Logos oggi deve superare i vecchi limiti, anzi i temporanei limiti che sembrano ma non sono la Tradizione perenne.

Nelle forze sovrasensibili del Sole che splende, dei ritmi dell’Universo, della natura che crea, del pensiero che pensa, del sentire che sente, del volere che vuole, va incontrata la presenza del Logos, perché tale presenza possa divenire comunione dell’anima con il proprio Principio e perché l’anima, conseguendo la sua reale luce, divenga forza operante nel mondo. Altrimenti essa si sottrae alla sua corrente di vita e nella funzione che le viene imposta dall’umano attuale coopera alla corruzione di tale vita. Così lo gnostico fa l’asceta tradizionale e aspira a una vita dai modi santi, accusando il mondo moderno – secondo la moda esoterista del tempo – della cui degradazione egli senza saperlo è uno dei più solerti artefici.

Quello che invero permane indubbio come valore della personalità di P.M.Virio è la coerenza morale della sua vita: la fedeltà ininterrotta alla propria ascesi, come al proprio dharma, ma perciò stesso al limite che gli vietò di riconoscere la Scienza del Logos dei nuovi tempi: forse perché questa lo incalzava troppo da presso attraverso la mia persona: una mediazione a lui difficilmente accettabile.

Massimo Scaligero

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R.STEINER (5° parte)

 Mas

Il discepolo conosce se stesso nello sperimentare sensibile: si dona all’esperienza dei sensi nella misura in cui non ne sia sopraffatto. Egli non offre presa all’aspetto angosciante del destino, non per aridità o insensibilità, ma per capacità di dedizione e di liberazione: la sua possibilità di immergersi nell’altro lo porta nell’intimo valore degli eventi, in ciò che essi significano come direzione saggia del mondo. Egli può guardare oltre la maschera terrificante di Arimane, può risalire l’onda della paura e dell’angoscia, e ritrovare la forza dispersa di cui sono tessute.

Non ci sono fatti del mondo spirituale o di quello fisico che non siano per lui vie di conoscenza; se essi significano dolore e distruzione, egli ha la forza di sopportarli, per poterli guardare: ne contempla la necessità, ne coglie l’interno senso e coopera con fermezza alla loro risoluzione. Non v’è nulla al mondo né in cielo né in terra, che possa piegarlo, nulla in cui egli non possa immergersi con dedizione, che è per lui il suo rivivere.

Egli consegue la possibilità di non recitare, non fingere, in quanto conosce ciò che nasce, nella sua verità profonda: riconosce le tensioni che dal fisico salgono nell’animico sembrano assoggettare lo spirito. Verso lo Spirituale è in stato di calma devozione: egli si volge al mistero del Cristo. Al Cristo egli tende ad aprire il varco nel pensare e nel sentire, e radicalmente nel volere. Donato, egli procede con sicurezza che non è sua, perché gli fluisce dal mondo spirituale. Dimentico di sé, vive nella compassione verso gli esseri che procedono senza saperlo, che sognano e dolorano. Egli non dà nulla che non sia richiesto dall’oggetto, non chiede, non impone.

Nella semplificazione ha lo scioglimento delle tensioni, e, in tale libertà, può parlare agli altri, perché la sua parola non viene da lui, nella misura in cui venga dallo Spirito. Ignora la lotta infeconda delle parole.

Una caduta non lo scoraggia: lo rende consapevole di sé e deciso per l’avvenire, lo rende più umile e dedito. Senza proporsi di esserlo, è modesto. Riposa nel profondo di sé, alle radici della vita, perché, donato, è veramente fondato su sé, là dove l’uomo comune è fondato su impulsi e passioni. Non conosce invidie, o gelosie, lascia agli altri il dominio della parvenza, perché il lasciarli liberi li può fare accorti di quanto è vanità. Non vuole affermarsi, non vuole vincere sul piano umano, perché non ha senso: gli è sufficiente agire nel sensibile secondo libera intuizione. A lui interessa questa sacra coerenza, non l’opinione del mondo: di questa prende atto per conoscere il gioco delle forze.

Sapendosi collegato nell’essenza con l’umanità, egli non può conoscere nessuna retorica dell’unità interiore e in nessuna filosofia può indulgere, ma opera per essere egli stesso questa unità, senza illudersi circa i suoi raggiungimenti. L’interna distensione è la sua forza, l’esaurimento dell’avidità, l’amore per il mondo. Tende a fare della sua anima un luogo di manifestazione per gli altri, per le cose e per gli esseri. Perciò conosce il segreto del silenzio. Lungi da recitazione e da finzione, egli realizza la vera sicurezza nel sentirsi a disposizione degli esseri e delle cose: per ciò non ha gesti, non guasta ciò con declamazione. Non altera il suo rapporto con gli altri con ornate loquele o enfasi, ma dice solo ciò che è necessario e, quanto necessario, dotato di potere di vita anche nella espressione più semplice.

Il suono della sua voce in tal senso vale più di quello che dice: la sua voce ha perduto il potere di ferire, anche quando ha il tono della severità. Dimentico di sé, non è distratto: il suo stile è una continuità. Lo spirito in lui ritorna istinto; egli sparisce di continuo per farlo essere.

E’ portatore di un clima interiore, di cui non gioisce, non si compiace: la sua stabilità così opera intorno a lui come amore, sollevando l’altrui animo, suscitandone le forze. Di ciò egli sa che gli Dei sono autori, mediatore il suo “IO” e ad Essi va la sua gratitudine.

Le velleità del temperamento sono in via di dissoluzione in lui, anche se la sua vita esteriore non rifiuta nulla alla necessità dell’esistere; ma anche in questa risposta, la sua trasparenza rimane intatta, il suo abbandono segreta meditazione. Non si preoccupa del dominio altrui: sa che ciò che vale deve valere e che nella parvenza del valore v’è anche il principio della sua dissoluzione. Lascia dunque che degli ossessi facciano la loro esperienza: sa che non v’è altro giovamento per loro che il suo operare in profondità. La guarigione del mondo ha solo inizio nel suo giusto operare, nel suo puro pensare. Non ha gesti che non siano spontanei e sorgano da necessità: nulla di ciò che compie è inutile. Ma sotto la sua riservatezza ferve un caldo ed irradiante amore per ogni cosa e per ogni essere.

Il suo amore ha la veste della calma beatifica: esso va all’estraneo come al congiunto, al nemico come all’amico. Le condizioni del malvagio, il suo servaggio al mondo degli istinti, lo toccano, lo rattristano, ma suscitano in lui volontà di soccorso e dedizione all’opera salvatrice. Non conosce avversario perché l’ha conosciuto e lasciato dissolvere. Il male egli non lo combatte, ma lo penetra con la sua forza e lo trasforma in bene.

E’ aperto a tutto, è in ascolto verso i suoni terrestri, come per quelli celesti. Tutto da lui è lasciato nella libertà del suo manifestarsi: soltanto egli è rivolto dall’intimo, là dove la libertà scaturisce, alla cooperazione santa con l’opera delle Gerarchie.

*

Per accedere al Mistero del Graal, il discepolo si educa a contemplare l’immagine della Vergine Madre con il Cristo-Bambino nel grembo. Se egli sa vivere questa immagine, giunge a sentire il Graal: ogni altra deità, ogni altra luce vengono superate dallo splendore della Sacra Coppa, dalla Madre lunare tòcca dal Cristo, dalla “nuova” Eva, portatrice dello spirito solare. Nel simbolo del Graal, il discepolo sente confluire due ordini di forze:  quanto all’uomo è originariamente venuto dalla Luna, ed è sorto poi nella Madre della Terra, in Eva, per manifestarsi di nuovo nella Vergine Maria, si unisce con ciò che viene dall’antico Signore della Terra, Ieova, e che come forza del nuovo Signore della Terra appare come essenza-Cristo, che si riversa nell’aura terrestre.

Egli sente il confluire di ciò che agisce ormai dalle stelle – simboleggiato dalla scrittura stellare – per l’esperienza terrestre dell’umanità. E’ un leggere la scrittura celeste, conoscere l’evoluzione umana per mezzo della storia cosmica di Saturno Sole Luna Terra -come è alluso al principio del Vangelo di Giovanni. Per il discepolo si tratta di esserne degno.

La giusta cooperazione delle correnti di vita dell’anima, pensare – sentire – volere, nella prima parte del periodo post-atlantico doveva venir regolata non da forze che provenissero da tutti i pianeti, ma soltanto da forze del Sole, della Luna e della Terra. L’anima di quell’Essere, che divenne più tardi Gesù di Nazaret, prese forma di anima cosmica tale che la sua vita, in certo modo, non si svolse né sulla Terra, né sul Sole, né sulla Luna, ma circondando la Terra, in accordo con essi: gli influssi terrestri giungevano a Lui dal basso, quelli solari e lunari dall’alto. Il discepolo vede quest’Essere nel suo fiore , nella medesima sfera in cui la Luna circola intorno alla Terra. Egli sente così il disperato appello dell’anima umana, in cui pensare sentire e volere sono afferrati dalla tenebra. Evoca così in sé nuovamente il sublime Spirito Solare (Cristo), perché ancora una volta operi nell’umano.

L’immagine del Sole ha un linguaggio polivalente;  così la Luna. Le contraddizioni sono apparenti. Ogni raffigurazione dell’occulto ne contraddice un’altra che guarda un altro aspetto dello stesso contenuto. L’uomo ordinario vuol trovare le contraddizioni per giustificare la sua paura di conoscere la realtà.

Allorché nel cielo appare la falce aureolucente della Luna, la grande Ostia è la parte nera del disco e sulla falce è il nome di Parsifal. S’intende che qui viene trovato il nome del Graal, non il Graal. Quando i raggi solari cadono sulla falce e ne vengono riflessi aureosplendenti, una parte di essi tuttavia penetra nella materia fisica: ciò che penetra è la parte spirituale dei raggi solari. La forza spirituale del Sole non viene come la forza fisica del Sole arrestata e riflessa: essa penetra. Mentre viene trattenuta dalla forza della Luna, un R+C vede realmente appunto nella parte scura, che giace nell’aurea coppa, la forza spirituale del Sole. Nella  parte aurea, ossia nella coppa-falce, si vede la forza fisica del Sole. Così, quando consideriamo il Sole, lo Spirito del Sole riposa nella Coppa della sua forza fisica: lo Spirito Solare riposa in realtà nella coppa lunare. Ciò che la Luna fa fisicamente, si presenta dunque come un simbolo: mediante quel che essa compie fisicamente, riflettendo il Sole e producendo la coppa aurea, essa si palesa portatrice dello Spirito Solare, che in lei riposa come un’Ostia, in forma di disco. Nella leggenda di Parsifal, ogni Venerdì Santo, al servizio divino, scende dal cielo l’Ostia e viene immersa nel Graal: viene rinnovata come cibo restauratore nella festa di Pasqua.

Una purificazione è possibile quando tali simboli possono vivere con il loro contenuto nell’anima. Il discepolo sa bene che è questo contenuto che importa, ma esso deve poter vivere non per moto intellettuale, bensì per vivificazione di pensiero e per devota liberazione del sentimento e della volontà dell’anima. A tal uopo preparatrice è la confessione. Nel votarsi al Cristo come all’essenziale Principio Cosmico, il discepolo può fare in ispirito la propria confessione e potrà nel silenzio, nella quiete della meditazione, ottenere da Lui la remissione dei peccati. Tra la sua anima e il Cristo può stabilire un legame così intimo da non poterne rinnovare troppo spesso la coscienza.

La remissione dei peccati è connessa con il nome del Cristo: essa va fin d’ora preparata. Il peccato può venire estirpato e tramutato in rinascente vita soltanto se il Cristo può congiungersi con l’anima, in quanto essa si sia aperta a Lui, secondo l’immagine paolina: “Non io, ma il Cristo in me”.

*

(continua)

appunti

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

MASSIMO SCALIGERO SU P.M. VIRIO

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Isidoro, in due commenti, apparsi su questo blog, ha parlato di alcuni scritti di Massimo Scaligero in rapporto alla figura – per me oltremodo problematica – di P.M. Virio. Uno di questi scritti è stato introdotto surrettiziamente nell’ultima edizione dell’opera di Massimo Scaligero Dallo Yoga alla Rosacroce, come se tale scritto fosse un capitolo previsto nella prima redazione dattiloscritta del libro, capitolo che l’Autore aveva in seguito rinunciato a pubblicare. E così possiamo leggere nella Prefazione che:

«Uno di questi personaggi fu senza dubbio Paolo Virio, per il quale Egli aveva inizialmente previsto un capitolo, poi non pubblicato ( vedi infra, p. 27-29), apparentemente per lo stesso motivo che lo aveva sconsigliato di rendere note pagine pur essenziali riguardanti altri suoi congiunti. La rarefazione del tempo e la scomparsa di personaggi ivi citati, hanno reso possibile reintegrare l’opera del suddetto capitolo, del quale l’Archivio della Fondazione a Lui intitolata custodisce la stesura dattiloscritta e manoscritta».

Quello scritto di Massimo Scaligero viene spacciato per un dattiloscritto originariamente destinato – secondo che scrive colui che ha redatto l’Introduzione all’attuale edizione pubblicata nel giugno 2012 – a diventare:

 «Il capitolo dedicato a Virio, da pubblicarsi con ogni evidenza in una successiva edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce, nella versione definitiva che riteneva doversi conoscere del loro annoso sodalizio. Una versione non conciliatoria, ma ispirata alla percezione di una realtà d’amicizia liberata da ogni risonanza contingente: di ciò che li univa piuttosto che di ciò che li divideva».

Questa è una affermazione arbitraria, che non corrisponde, come ho scritto nel mio precedente commento, alla verità dei fatti, anzi ne è – a mio giudizio – l’esatto contrario. Ma, siccome non tutti i lettori hanno trovato chiaro a quali testi il commento di Isidoro faceva riferimento, ne presenterò, qui di seguito, un quadro riassuntivo.

Le informazioni, da me trasmesse nel precedente commento, sono esatte, e posso qui completarle, chiarendo alcuni punti, compresa la questione della “prefazione” scritta da Massimo Scaligero ad un’operetta di P.M. Virio, e nominata di sfuggita da Isidoro. Faccio queste precisazioni, perché i lettori di Ecoantroposophia, potrebbero altrimenti farsi una immagine errata di ciò che nel tempo è realmente accaduto.

Massimo Scaligero – a quanto mi risulta – scrisse tre volte in relazione a P.M. Virio, al secolo Paolo Marchetti.

Egli scrisse una prima volta; e si trattò di una prefazione al “romanzo iniziatico”, scritto da P.M. Virio, intitolato “Il Segreto del Graal. Romanzo esoterico”, Giuseppe Rocco Editore – Napoli, finito di stampare il 12 febbraio 1955, nelle Officine Grafiche “Adriana” Srl, Via Giacomo Profumo 30, Napoli, Lire 600. Nella copertina è scritto: Prefazione di MASSIMO SCALIGERO, col nome in maiuscolo. Nel frontespizio interno, il sottotitolo è “romanzo iniziatico”, tutto in lettere minuscole, e a piè di pagina vi è la dizione CASA EDITRICE ROCCO – NAPOLI. Quindi il frontespizio interno è leggermente diverso dalla copertina. La prefazione, firmata da Massimo Scaligero, è alle pp. 1-3 del libro stesso. Traiamo questi dati dalla copia che possiedo da molti anni.

Libro Virio copertina 1 VIRIO FRONTESTIZIO 1bis

Il secondo scritto è il breve opuscolo commemorativo, già in precedenza stampato e non rimasto semplice dattiloscritto (come affermato nell’attuale riedizione di Dallo Yoga alla Rosacroce), di otto pagine non numerate, stampato in carta spessa di colore giallo-avorio, e porta il titolo P.M. Virio (1910-1969). Con questo scritto, Massimo Scaligero, aderì alle richiesta di sua sorella Adelina, la “Luciana Virio”, compagna di vita di P.M. Virio, la quale nei confronti di Massimo fu sempre molto polemicamente stizzosa (ho udito personalmente dalla sua bocca alcune poco eleganti espressioni calunniose nei confronti di suo fratello). Per chiudere e sanare annose aspre polemiche, in tale opuscolo commemorativo, Massimo Scaligero fu molto “generoso” nei confronti di Virio, gettando un velo sui forti contrasti, che pure vi erano stati. Ma come si dice : “parcere defuntis” e “de mortuis nisi bene”! Questo è l’opuscolo, che appare nell’attuale edizione di “Dallo Yoga alla Rosacroce”, surrettiziamente introdotto e spacciato per un capitolo originariamente previsto. Ma non lo era affatto. Anche questo opuscolo è da me posseduto in originale.

Opuscolo commemorativo stampato 2Capitolo introdotto in Yoga etc. 2 bis

Infine, vi è un opuscolo dattiloscritto, molto circostanziato nella descrizione del conte Umberto Alberti, “Erim di Catenaia”, di sua moglie Ersilia, e dello stesso P.M. Virio. In tale opuscolo dattiloscritto, Massimo Scaligero dà una descrizione crudamente impietosa – ma, a quel che mi risulta, assolutamente obbiettiva – delle “imprese” del conte Umberto Alberti, sedicente esoterista cristiano, martinista, kabbalista ed ermetista, e non di rado, anzi regolarmente, spiritista. Massimo Scaligero accenna alle pratiche di “alchimia a due vasi”, che in realtà erano pratiche scabrose di una deviata e pervertita magia sessuale, alle quali il conte Alberti aveva iniziato P.M. Virio, che di lui era diventato fervente discepolo. Tali pratiche ebbero un effetto esiziale sulla vita e la stessa salute di P.M. Virio, che fu costretto a sospenderle definitivamente, malgrado le ripetute sollecitazioni di sua moglie Adelina. Massimo Scaligero in tale opuscolo dattiloscritto, in origine destinato ad essere inserito come un capitolo del libro Dallo Yoga alla Rosacroce, descrive chiaramente l’irregolarità di tale pratiche e quanto lontano dall’autentico camino iniziatico fosse il misticismo cattolico, al quale si erano dati anima e corpo (è proprio il caso di dirlo) P.M. Virio” e la sua “Luciana”. Come ho già scritto nel precedente commento, Massimo Scaligero, oltre a darmi personalmente l’opuscolo, mi disvelò alcuni retroscena del cammino spirituale di “Erim di Catenaia”, e del suo tradimento spirituale. Queste cose devono oggi essere dette con estrema chiarezza, sia per onorare e difendere la verità, che per evitare che la figura umana e spirituale di Massimo Scaligero venga ridisegnata a quarantadue anni dalla prima edizione del suo libro, e per evitare che gli ingenui caschino in equivoci che possono portarli fuori strada.

Nel suo precedente commento, Isidoro, accenna al fatto che Massimo intendeva pubblicare un capitolo anche su Giovanni Amendola, figura per me molto luminosa. In effetti, Giovanni Amendola ebbe, già prima dell Grande Guerra del 1915-1918, rapporti molto stretti con due grandi discepoli di Rudolf Steiner: Alfred Meebold e Giovanni Colazza. Io possiedo alcune lettere di Giovanni Amendola con Meebold e Colazza, dalle quali si evince quanto intesi e calorosi fossero i rapporti umani con loro, e quanto stretti fossero altresì i rapporti spirituali sin dai primi anni del Novecento. Romolo Benvenuti mi parlò più volte, anche a distanza di anni di una frequentazione – e addirittura di un’appartenenza – di Giovanni Amendola al Gruppo Novalis, diretto da Giovanni Colazza, del quale era amico sin dall’adolescenza. Data anche l’amicizia di Amendola col pitagorico Arturo Reghini, che di Massimo Scaligero era amicissimo e che questi frequentava, come scrive, sin dall’epoca della rivista “Ignis”, per me è certa la conoscenza personale tra Amendola e Scaligero, così come è accertata – cosa che mi è stata apertamente testimoniata – la conoscenza e l’amicizia sin da anni precoci con Giorgio, figlio di Giovanni Amendola. Sicuramente, se Giovanni Amendola non fosse caduto vittima delle conseguenze della selvaggia aggressione a Montecatini, i suoi legami con la Scienza dello Spirito si sarebbero molto intensificati e approfonditi.

Dattiloscritto di M.S.   per Dallo Yoga alla Rc 3

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO,

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (4° parte)

Mas

Il poterci unire a Lui quando siamo arrivati giù, e poter essere il suo custode, ci fa comprendere il rapporto in cui, come veste dell’uomo terrestre, il corpo eterico-fisico sta con ciò che lo pervade quale forza superiore dell’Io e dell’astrale. Nasce nel corpo fisico come una realtà, una specie di forza che lo rende capace in certo modo di separarsi dall’essere animico: tuttavia, resta unito, non cede, perché nell’epoca attuale l’esercizio occulto non deve andare tanto oltre da danneggiare il corpo: v’è in effetto una forza nella formazione occulta, che conduce sino alla possibilità  che l’eterico e il fisico coltivino forze interiori distruttive.

L’incontro con il Guardiano non è verificabile senza la possibilità di avvertire il pericolo di inoculare forze distruttive nell’eterico-fisico. Il rimedio è coltivare devozione, amore per gli altri, interesse per il mondo. Inoltre praticare i noti cinque esercizi. Dallo sperimentare interiore soltanto si comprende il rapporto degli involucri esteriori con l’essere spirituale dell’uomo, quando si sente l’entità esteriore come custode di quella interiore.

Si protende lo sguardo di là dal Guardiano fin giù nel mondo fisico. L’uomo guarda giù nel mondo fisico e vede l’immagine di se stesso come uomo. Egli osserva in sé il corpo astrale, ma questo che si palesa ora come una immagine riflessa, è diretto verso il basso, non vuole sviluppare le forze per affluire al mondo spirituale: rimane aderente al fisico, non si eleva. Il discepolo vede anche l’immagine riflessa dell’altro essere, il cui corpo astrale fluisce verso l’alto: ha il senso che questo scorra entro il mondo spirituale. Si dice: “Tu stai di nuovo laggiù; al posto dell’altro essere sta un uomo davvero differente laggiù: è un uomo migliore di te, il suo astrale tende verso l’alto, sale come il fumo: il tuo corpo astrale tende in basso verso la Terra”.

L’uomo acquisisce un senso dell’Io che vive in lui, mentre guarda quaggiù e riceve la terribile impressione: “In te spunta una tremenda risoluzione: uccidere l’altro che senti migliore di te”. L’uomo sa che questa decisione non proviene completamente dall’Io, perché esso è lassù. E’ un altro essere che parla quaggiù in lui, ma questo istiga alla risoluzione di uccidere l’altro. Egli sente di nuovo la voce, che prima ha dato l’ispirazione, ma ora come una tremenda voce: “Dov’è tuo fratello?” e da questo Io si sprigiona la voce opposta a quella di prima.

Prima l’ispirazione era: “Per esserti unito con le potenze benefiche dell’altro, tu ti riverserai con queste all’ingiù e farò di te il custode dell’Altro”. Ora da questo essere che l’uomo riconosce come Sé stesso si sprigionano queste parole: “Non voglio essere il custode di mio fratello”. Da prima la decisione di uccidere l’altro, poi la protesta contro la voce che era ispiratrice. “Dal momento che hai voluto unire il tuo gelo a quel calore, ti nomino custode dell’Altro”. “Non voglio essere il custode” è la protesta.

Quando si è avuta questa esperienza immaginativa, si sa che, invertite, le qualità più nobili del mondo spirituale possono divenire le più malefiche nel mondo fisico. Il discepolo deve essere preparato a un simile pericolo: che istinti molto bassi si manifestino in lui come segno della sua spiritualità che chiede di essere svincolata dall’essere sensibile. Nel fondo dell’anima, per l’inversione della più nobile volontà di sacrificio, può nascere il desiderio di uccidere il proprio fratello.

Si sperimenta gradatamente come questo uomo terrestre, così come è situato sulla Terra, sia il rovescio di ciò che era in origine.

La conoscenza antica si è dovuta smorzare, così come gli istinti e le forze inferiori, perché l’orrore originario in cui domina Arimane diminuisse e venisse indebolita la sua forza. L’insieme di queste forze si è dovuto attutire perché esse dominassero sull’uomo soltanto in modo che con i suoi concetti e le sue idee egli potesse trasferirsi negli altri esseri. Quando si cerca di far penetrare un concetto in un altro essere, quando si cerca di immergere una rappresentazione nell’essere di un’altra persona, tale rappresentazione è l’arma – ora spuntata – con cui Caino trafisse Abele.

E che quest’arma sia stata smussata rese possibile che ciò che ad un tratto è stato cambiato nel proprio contrapposto, si trasformasse in evoluzione. Così l’uomo in lenta evoluzione, lungo un crescente processo di conoscenza, può evolvere ciò che egli non ha potuto esplicare nel mondo fisico perché in questo è divenuto istinto di distruzione, e lo evolve a poco a poco, prima nella conoscenza “oggettiva” – che è l’attuale – poi nella conoscenza “immaginativa”, che già penetra nell’essere dell’altro, nella conoscenza ispirativa che penetra ancor più profondamente, nella intuitiva che penetra sino alla identità con l’altro (in cui la cainità è  estinta).

Si comprende così gradualmente cos’è effettivamente l’Io. Il corpo astrale, considerato nella sua natura più intima, è il grande Egoista: l’Io non vuole soltanto sé, ma sé anche nell’altro, vuole anche passare dentro l’altro. La conoscenza, come viene conseguita sulla Terra, è questa brama smorzata di penetrare nell’altro: (man mano che si spiritualizza perde il carattere cainico), (e, per converso, la “decainizzazione” della conoscenza significa la sua ascesa). Si tratta di un’ascesa dell’egoismo oltre se stesso.

Dal momento in cui, procedendo nell’esperienza interiore, l’Io continua ad avere per noi maggior valore che gli altri, nasce l’errore: è posto il germe della magia nera, quando non si accompagni lo sviluppo interiore con l’apprezzare gli interessi degli altri più dei propri. L’uomo non sperimenta veramente il suo corpo astrale: ciò che egli sperimenta è l’astrale, quale viene riflesso dall’eterico. E l’Io non è il vero Io, ma ciò che di esso si riflette nel fisico.

Perciò se egli sviluppa l’astrale e l’Io prima di aver conseguito un’attività interiore – pensiero libero dai sensi – indipendente dall’eterico-fisico, può nascere in lui l’istinto a nuocere, a ignorare gli altri. La forza dell’egoismo deve essere estesa agli altri, ossia agli interessi generali del mondo. L’ideale deve essere poterci immergere nell’altro, proponendoci di non cercare in lui noi stessi con i nostri interessi, bensì di trovare che l’altro Essere è più importante di quello che noi stessi siamo. Esso è il vero Io, cercato oltre l’Io riflesso; tale la chiave della via R+C. Il nostro vero Io è quello dell’altro.

Deve avvenire che i nostri propri affetti, i nostri istinti, desideri, velleità, passioni, non possano più scaldarci o darci motivo di vita, ma che, familiarizzandoci col corpo astrale, ci si familiarizzi col gelido isolamento e con questo stimolo ci si apra a un calore più vero, cioè all’interesse caldo che scorre dagli altri e che vuole riunirsi alle forze benefiche che emanano dall’altro Essere. Non si può salire in alto se non si vuol guardare in basso questo duale quadro di Caino e Abele (se stessi e il rappresentante dell’Io superiore), ma anche l’intermediario fra sé e le Gerarchie. Ciò che si può chiamare l’errore di Lucifero consiste soltanto nel fatto che qualcosa che era adatto per l’uomo della Luna, e cioè di compenetrarsi di egoità, è stato da lui inserito sulla Terra. Sul piano terrestre, o sensibile, l’ego è il responsabile dell’egoismo.

La forza dell’ego deve essere realizzata fuori dal sensibile, perché operi positivamente. Nel sensibile l’ego opera sempre distruttivamente. Perciò il discepolo segue la via del “pensiero libero dai sensi”.

I desideri, (non quelli che provengono dalla vita interiore, che sono luciferici), ciò che attira dal di fuori, ciò che attira verso esseri e cose, di guisa che per interesse personale si segue tale attrazione, tutto ciò dunque che seduce dall’esteriore al godimento, gli uomini imparano a conoscerlo come impressione di Arimane. Si impara altresì a riconoscere come impressione arimanica tutto ciò che incute paura dal di fuori. Due poli corrispettivi sono godimento e paura. Ciò che i materialisti negano, ossia la presenza immanente dello spirito dovunque essi vedono materia, produce la paura: e quando i materialisti che la paura si avvicina dai substrati della loro anima, dall’astrale, allora essi si stordiscono, escogitano nuove teorie materialistiche.

Solo quando si giunge a vedere o a concepire Arimane, ci si può difendere da esso: allora si vede che egli ci sta spiando dalle seduzioni del piacere, dalle impressioni della paura. Ovunque l’uomo sogna vi sia materia, epperò forma esteriore, in realtà fa sorgere Arimane. E’ il più grande inganno è la teoria materialistica della fisica, cioè degli atomi materiali, perché questi in realtà non sono che le forze di Arimane. La paura andrà sempre più assediando l’uomo, o il gelido egoismo o il degradante piacere, finché egli non riconosca se stesso come un Io indipendente e nella indipendenza di tutti gli altri Io.

Con la comparsa del Cristo in corpo fisico è stato provveduto perché l’uomo potesse fortificarsi, accogliendo l’impulso Cristo, contro la necessaria influenza esercitata da Arimane.

Nella purificazione di Caino e nel suo ricongiungersi per amore con Abele v’è il segreto della calma e della sicurezza, del sicuro riposo: nell’essere umano l’astrale inferiore deve poter effondersi tranquillo nella sede peculiare della volontà fluente verso il mondo esteriore.

L’Io dell’uomo, quanto più evolve, tanto più tende ad effondersi. Qualsiasi entità si intenda conoscere richiede che in essa si immerga la nostra coscienza dell’Io. Questo è l’impulso sano dell’Io a “uscire” e a diffondersi, a trasferirsi nell’altro, e a far vivere oltre in quell’essere ciò che prima ha vissuto soltanto in sé (nel sé). Questa tendenza ad allontanare da sé la propria coscienza (riflessa, che dà lo stato di veglia), si palesa in un gradino più basso nel sonno. In effetto l’astrale e l’Io, offrono all’iniziato l’immagine di un sole circondato dai suoi pianeti che si moltiplica e si diffonde verso altre entità. L’uomo per mezzo di ciò che dalle riproduzioni del suo Io gli viene riflesso di queste altre entità riconosce la loro natura.

Nella loro forma esteriore, gli animali, come esseri singoli, le piante meno di essi e ancor meno i minerali, sono immaginazioni di Arimane.

Venendo coscientemente dominate e smorzate le impressioni esteriori dei sensi, viene a trasformarsi quell’anima cosciente che appunto si forma per mezzo di esse. L’anima cosciente viene purificata, affinata, tratta verso il suo interno: può invertire il suo movimento: si trasforma in coscienza immaginativa: che è la sua vera formazione. Tale formazione è contraddetta dall’accentuazione del senso dell’Io contingente nella civiltà moderna, persino nel campo del pensiero, in cui di solito si tiene ad avere il proprio pensiero, il proprio punto di vista: mentre i pensieri non ci appartengono e l’anima cosciente appartiene a quell’Io che tende ad effondersi nell’Infinito e che ovunque si riconosce nell’altro.

Chi coltiva i cinque esercizi e le precedenti immaginazioni coopera con le Gerarchie. E chi sappia abbracciare questa idea in tutta la sua grandezza, con dedizione, sente che presso ad ogni pericolo, lotta, terrore, egli è collegato con la trasformazione del Cosmo e muove incontro alla beatitudine del mondo spirituale. L’iniziato è forte del pensiero che rimuove ogni terrore, del pensiero che è entusiasmo e coraggio: il pensiero della cooperazione con gli Dei. E pensare ciò è già tale cooperazione.

(continua)

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER ( 3° parte )

Mas

Allorché si “percepisce” come i pensieri abbiano forza propria, per mezzo della quale essi pensano se stessi in noi, si verifica un accordo del sentimento e della volontà. (Il pensiero si isola da essi, essi lasciano libero il pensare e ne vengono alleviati). Il sentire, si potrebbe dire, diviene sempre più attivo e la volontà si lascia temperare di più dal sentimento. Sentimento e volontà cominciano ad essere in armonia più di quello che prima non fossero sul piano fisico. Allora non si può più concepire un impulso volitivo senza sviluppare con esso un sentimento. Molto di quello che facciamo desta amarezza o sollievo: come se un giudice dall’interno giudicasse.

Occorre coltivare un senso che permetta di riconoscere la differenza tra il sentire egoistico, che tende verso il godimento, e il sentire non egoistico, rivelantesi come un dovere interiore spirituale (che è il sentire rivolto all’altro, al mondo, che sente per ciò che è, non per ciò che interessa personalmente).

Sempre più si realizza che sentimento e volontà sorgono da noi stessi, mentre il pensiero si manifesta in noi: si comincia a percepire l’egoità soltanto nel sentimento e nella volontà, mentre i doni della saggezza (dopo la liberazione del pensare e il suo silenzio) dai quali ci si sente pervasi, si sentono come quello che ci unisce al mondo intero.

Si comincia poi a sperimentare questa interiore attività di sentimento e di volontà, contessuta di interiore simpatia o antipatia. Si comincia a dirsi: “Se tu compi questa o quell’altra azione, è vergogna, perché tu possiedi una determinata saggezza”. Di un’altra azione si potrà sentire: “E’ bene che tu la compia, perché sei aperto a questa determinata saggezza”. Nel sentire comincia naturalmente a sorgere un controllo di sé. Un sentimento di amarezza ci assale quando si sente sorgere in noi una volontà che ci spinge verso qualche azione non giustificabile di fronte alla saggezza di cui ora siamo partecipi in quanto abbiamo potuto aprire un varco ad essa nell’anima.

Analogo processo si verifica per il pensiero. Di fronte ad un pensiero di cui si può sapere di averlo formato secondo l’impersonale saggezza, si sviluppa un senso di gratitudine per la fonte da cui scaturisce. L’inverso è che ci si rimprovera e ci si vergogna per un pensiero che contraddice tale saggezza.

Questo controllo in realtà non è un fatto razionale, non proviene da critica intellettuale, ma sorge come moto immediato del sentire in quanto il sentire sia sempre meglio educato. Colui che è soltanto intelligente o logico, colui che critica, non può arrivare a questa possibilità, che sorge nel sentimento. In taluni momenti, è come si sentisse la saggezza (dopo il superamento del pensare e l’armonizzarsi del sentire col volere) venirci incontro dall’alto fino al basso. D’altra parte si sente come nel nostro corpo scorra incontro ad essa un senso di “vergogna”: ci si identifica con questo sentimento e ci si volge a ciò che vi è di saggezza come a qualcosa che viene data da fuori di noi.

Occorre pertanto non dimenticare come questa più alta e profonda vita del sentire sia preparata da una interiore e ritmica vita del pensiero. Nel sentire il pensare ritrova i germi della sua forza.

Il dolore di dover biasimare può presentarsi come un segno di evoluzione esoterica. Quanto più si sente piacere nel dover biasimare e nel trovare che il mondo è ridicolo, tanto meno si è maturi. Occorre suscitare gradualmente un sentimento che sviluppi in noi sempre più una vita che ci permetta di contemplare sciocchezze ed errori non con occhio canzonatorio, ma con un occhio bagnato di lacrime (un altro però asciutto).

Essenziale è l’immagine dell’IO spirituale che contraddice la sua natura (in realtà, la sua natura-Logos viene contraddetta) nel divenire io umano, che aderisce alla natura e la sperimenta “finita”. Come se a un albero poderoso che va crescendo in splendore e nutrisce in sé rigogliosi animali (ricordare gli animali sacri e lo Zodiaco), che soltanto da da questo albero possono aver nutrimento, venisse praticato in un determinato punto un foro, così che da questo punto in poi si dissecchi, si raggrinzisca e con lui muoiano quegli esseri che da lui hanno nutrimento; così appare il corpo fisico umano all’occhio spirituale.

E l’uomo sa che da quando l’albero era vivo e gli animali anche (era il Paradiso), Lucifero spinse l’uomo (l’Io) entro la vita del suo corpo originario, che perciò appassì. Spinto entro la struttura di luce del suo originario essere arboreo-animale (eterico-astrale), l’Io perdette il proprio ambito, uscì dal regno della forma originaria, ottenendo fuori della forma delle aperture, che sono i sensi fisici.

Così dal piccolo spazio del corpo raggrinzito, l’uomo cominciò a percepire soltanto ciò che è fuori, e questa estroversione verso il mondo sensibile diviene la misura del suo rivolgersi alla propria interiorità. L’interno, un tempo, era il vero spazio: era l’Eden. L’uomo ne è stato cacciato: è stato espulso dalla sua interiorità, è stato espulso dalla vastità e dalla beatitudine.

Allorché il discepolo gradualmente riesce a rendere libero il suo corpo animico, a renderlo indipendente dal fisico e dall’eterico, è bene che si armi soprattutto contro le influenze degli altri corpi astrali. Quando l’astrale comincia a liberarsi, non essendo più difeso dall’involucro eterico-fisico, diviene attaccabile da tutto ciò che a quel livello può ricondurlo alla sua sede inferiore: altre forze astrali possono sopraffarlo. (La inconsapevolezza di ciò è quella che paralizza Parsifal al primo suo incontro con il Graal: il suo astrale è libero, ma senza difesa, rispetto alle altre forze astrali. Gli manca la forza tutelatrice dell’anima cosciente: la compassione).

*

Hanno diritto di agire nel super-mondo soltanto quelle individualità che rinunziano ad esercitare sugli altri qualsiasi influenza personale, e perciò recano agli altri la più benefica vita dello spirito. L’ideale del R+C è non voler arrivare a nulla a cui abbia interesse la sua personalità contingente; egli elimina tutte le decisioni e le azioni che dipendano dalla sua simpatia o dalla sua antipatia. Ciò che per un R+C vi è di più indifferente è in verità il proprio insegnamento. Tale insegnamento ha importanza proprio in quanto egli non vi attacca alcun interesse personale, ma tiene assoluto ad esso solo in quanto possa essere di aiuto ad altre anime.

Nessun R+C vorrà mai imporre ad alcuno il proprio insegnamento: neppure alla propria epoca, se egli sa che esso non può giovare a tale epoca. (Rudolf Steiner, in sostanza ha dato ciò che rispondeva alle esigenze dell’epoca e inoltre ciò che determinati gruppi o determinati discepoli erano in grado di chiedergli).

Per la superiore educazione dell’astrale, il discepolo non si lascia attrarre da ciò che tende ad attaccarsi a lui: per amore non vincola a sé alcuno: il suo amore agisce in forma interiore e reale verso gli altri. Instaura così una libertà ignota (Cristo) che opera come autentico amore. Nella sua educazione l’astrale trova la propria giustificazione soltanto quando i suoi interessi egoici non hanno natura personale – quella che finisce con l’incalzare con moltiplicata forza – quando egli è capace di abbracciare, come fossero propri, gli interessi dell’umanità e del mondo.

A questo punto come un contrappeso all’egoismo del corpo astrale, quanto più le forze egoistiche si agitano nell’astrale divenuto libero, tanto più si sente sorgere un senso di solitudine, di glaciale isolamento. Questo isolamento glaciale ha il compito di guarire della tentazione di lasciar prendere il sopravvento all’egoismo; e si sarà veramente preparati se a questo punto si potrà sentire tanto l’impulso ad essere tutto per mezzo di sé e per sé, quanto l’avvicinarsi del glaciale isolamento. Questo diviene uno stimolo ad accendersi della presenza del Cristo. L’Io si riempie del suo eterno essere.

L’impulso della “guerra di ciascuno contro tutti” ancora non si desta nell’anima, perché il corpo fisico e l’eterico sono stati preparati in modo che questo desiderio è attutito, non lo si vede, in quanto non si può vedere il proprio corpo astrale. Qui un simile impulso già vi è in germe: il discepolo lo sperimenta come gelo ed orrore, che chiede di essere risolto in pura conoscenza ed amore. Gli istinti distruttivi smorzati si traducono in conoscenza.

Un’anima umana durante la sua evoluzione, se non sviluppa una saggia coscienza di sé, può essere capace di ciò che è l’opposto delle più alte capacità di abnegazione. L’ispirazione di Caino, prima della seconda perdita dell’Eden, risuona dall’alto pressappoco in questi termini: “Per esserti tu unito con le potenze benefiche dell’altra entità (Abele), tu ti riverserai con queste verso il basso. Io farò di te il custode dell’altro essere. La risposta della parte dell’essere che rappresenta Caino è invariabilmente: “Non voglio”.

Eccone il senso. Si supponga che il discepolo sia passato dinnanzi al Guardiano, e abbia celebrato la sua unione con la immaginazione del Paradiso. Egli sperimenterà se stesso in un corpo astrale che si apre verso l’alto, che vuol fluire verso l’alto, e vedrà l’altro come un “IO” il cui corpo astrale invece spiega le sue forze verso il basso. Sorge allora questa coscienza: “Tu vali meno di questo altro essere: ciò che vale in lui è la sua possibilità di aprire il suo astrale verso il basso: così può riversare in giù le sue forze dall’alto”. Si ha a questo punto l’impressione di aver abbandonato il mondo fisico.

Le forze che dal corpo astrale dell’altro essere scorrono verso il basso, fluiscono nel mondo fisico e vi agiscono come forze benefiche: si ha l’impressione che esso faccia scendere come una pioggia benefica spirituale ciò che gli viene dalla sua natura spirituale. Mentre noi stessi non possiamo dirigere il nostro astrale verso il basso, l’essere astrale dell’altro vuole in effetto andare verso il basso.

Allora si giunge alla decisione spirituale di portare il nostro isolamento verso questo secondo Essere, di unirci a Lui, così che il nostro gelo si scaldi al calore di Lui. Si ha allora per un momento l’impressione che la coscienza stia per spegnersi: ci sembra di aver compiuto una specie di uccisione o combustione del nostro essere interiore.

Nell’auto-coscienza, che già si sentiva come spenta, irrompe allora qualcosa che ora soltanto si impara a conoscere: la forza dell’Ispirazione. E’ la conversazione tipica con un essere che si impara solo ora a conoscere, perché esso ci dà la sua ispirazione. Pressappoco egli dice: “Poiché tu hai trovato la via verso l’altro e ti sei unito alla sua pioggia di sacrificio, ti è permesso ritornare sulla Terra con lui, in lui, e io nomino te a suo custode sulla Terra”.

(continua)

terza parte isidoro

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER ( 2° parte )

 Mas

Mentre l’uomo ha un Io individuale, nel corpo astrale vive ancora qualcosa di un Io collettivo. Questo “io animale” vive in ogni corpo astrale umano e l’uomo se ne rende indipendente solo quando acquisisce la visione astrale.

E’ la coscienza ispirativa: quindi parimenti l’atto del pensiero puro, che libera dall’animalità terrestre e porta l’anima a vivere secondo lo spirito.

Il discepolo diviene compagno degli esseri astrali; le anime collettive degli animali gli si fanno incontro come sul piano fisico i singoli uomini.

Nel mondo astrale si muovono esseri che quaggiù non possono scendere se non a frammenti, nella forma dei molteplici animali del piano fisico. Alla fine della loro esistenza essi riacquistano la possibilità di ricongiungersi con il resto di questa entità che vive nel mondo astrale. Una specie zoologica terrena è nel mondo astrale un “individuo”.

Tali individui sono stati caratterizzati nel secondo sigillo dell’Apocalisse, come aventi qualità che li fanno ripartire in quattro classi: Leone, Toro, Aquila, Uomo (l’Uomo che però non è ancora sceso nel piano fisico). Questi quattro animali dell’Apocalisse sono le quattro classi di anime collettive che nel mondo astrale hanno maggiore affinità con l’anima individuale umana.

Nel R+C il sistema nervoso deve educarsi a non prendere parte al perturbamento per acclimatazione fisica: deve venir meno l’intimo collegamento tra il sistema nervoso e il sanguigno: quest’ultimo diviene più autonomo e, in certo modo, più sensibile alle influenze del clima e del suolo, mentre il sistema si fa esso stesso più indipendente. Le variazioni climatiche debbono influire sulla corporeità, salvo il sistema nervoso, la cui funzione è solo mediatrice.

L’esoterista avverte una diversità interiore tra stagione e stagione, ma come differenziazione di un medesimo concerto di ritmi. Egli sente la la differenza di temperatura come l’uomo ordinario, ma anche qualcosa di speciale che avverte mediante il sistema nervoso, in quanto non coinvolge tale organo, per cui ad esempio, gli riesce più facile concepire in estate determinate idee collegate con il cervello fisico, che non in inverno.

Ciò dipende dal fatto che lo strumento per il piano fisico – il sistema nervoso – registra le oscillazioni dei cambiamenti di stagione: interiormente più indipendente dal complesso dell’organismo, tuttavia oscilla con esso più di quello che di solito non faccia. E’ importante in tale caso rafforzare l’attività sovrasensibile del pensiero, così che le oscillazioni non afferrino l’anima, non suscitino stati d’animo.

Una trasformazione però del corpo fisico, che può assumere aspetti seri, è che generalmente si comincia a sentire il corpo fisico più di prima: diventa più sensibile, più difficile a sopportare, per l’esistenza dell’anima.

Il midollo spinale ed il cervello divengono sempre più indipendenti l’uno dall’altro. Le parti interne del cervello diventano più indipendenti rispetto a quelle periferiche, mentre queste ultime, nella vita normale collaborano con le parti interne.

Tale dipendenza si manifesta nel fatto che per il discepolo il pensiero astratto diventa sempre meno possibile, sempre più difficile, sino ad incontrare nel cervello un’opposizione. Ma tale opposizione, che si esprime come una impossibilità all’astrattezza, è l’inizio di una presenza dello spirito.

La logica del discorso non è che la chiarezza della limitazione dello spirito. Il regno dello spirito è oltre ogni discorso. Ma ciò che può articolarsi nel discorso va riconosciuto come ciò che in primis va liberato dalla discorsività.

*

Il cervello dell’uomo, direttamente, ha pochissimo a che fare con ciò che è l’azione solare sulla Terra: indirettamente ha a che fare  come organo di percezione, in quanto per esempio, percepisce luce e colori, ma ciò appunto è mera percezione sensoria, ossia dato che per valere, esige il fluire dell’immediata luce del pensiero.

Il Sole, in realtà, vive nel cuore umano: ciò che è nel cosmo, oltre il Sole, vive nella struttura del cervello umano. Occorre osservare che qui si parla di cervello, non di pensiero: di struttura interiore del cervello e non del rappresentare che si svolge per mezzo di esso. In effetto il cervello è in rapporto con ciò che il Sole opera sulla Terra soltanto per mezzo della percezione sensibile.

Il cervello in realtà è immerso in una vita interiore cosmica così profonda che persino il Sole è un ente troppo limitante perché della sua azione qualcosa possa svolgersi nel cervello.

Quando l’uomo nella meditazione è dedito ad immaginazioni, si svolgono nel suo cervello processi che niente hanno ha che fare con il sistema solare ma corrispondono a processi al di fuori di tale sistema. E’ il remoto mondo dello Zodiaco.

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Nella meditazione profonda, peculiare è l’effetto dell’eliminazione dell’udito. Per questo occorre arrivare a tale astrazione che anche se vi è qualcosa di audibile nelle vicinanze non si ode.

Occorre imparare ad astrarsi volitivamente da quanto è udibile.

Il corpo fisico è il corpo dello spazio, il corpo eterico è il corpo del tempo.

Se il discepolo vuol condurre il corpo eterico ad animazione e liberazione, così come prima ha dovuto “sopprimere” la percezione dei sensi, deve gradualmente eliminare anche il pensiero ordinario, naturalmente in quanto lo possegga: egli deve eliminare il pensiero astratto e passare a poco a poco al pensiero concreto, essenziale, vivente.

Egli deve passare dal “pensiero” al “pensare”, indi lasciar cadere anche questo. Egli tende a presentare al mondo spirituale la coscienza vuota: perciò lascia cadere i pensieri, sente come il pensare che vive in lui svanisca, e dilegui, per così dire, ciò che con i propri sforzi egli ha finora suscitato, come suo pensare: in compenso egli si sente meravigliosamente animato da pensieri che affluiscono in lui da mondi sconosciuti, che sono là per lui. E’ una fase di transizione della vita dell’anima che si può caratterizzare così:

L’uomo cessa di essere intelligente e comincia a diventare saggio. L’intelligenza che si elabora interiormente, per mezzo del giudizio, della sagacia, che è un bene terreno, svanisce. Si arriva soprattutto all’atteggiamento interiore di non tenerlo in gran pregio: perché si sente gradatamente risplendere in noi una saggezza donataci dagli Dei.

Di fronte a questa saggezza l’uomo diventa sempre più modesto. Si può essere superbi soltanto della intelligenza umana o della sagacia egoicamente elaborata; ma dinanzi a questa saggezza donata dagli Dei, si sente gradualmente come affluisca nel corpo eterico, riempiendolo: tanto più quanto più si sia capaci di attuarne la possente impersonalità.

Si sente andar via la vita, ci si sente nuotar via con la corrente del tempo. La corrente della saggezza è tale che ci muove incontro: mentre noi in sostanza scorriamo, per così dire, con l’ordinario scorrere del tempo, essa si riversa in noi come una corrente opposta, e si sente tuttavia questo riverberarsi in noi come una forza tessuta di tempo. Essa penetra nella testa e si riversa nel corpo, accolta in noi.

Allora non ci si sente più nello spazio: si conosce l’eterico come un essere di tempo: si impara ad incontrare Entità spirituali che ci muovono incontro come dall’altra parte del mondo, dall’avvenire, e ci donano saggezza.

Ci si prepara ad accogliere tale saggezza, sviluppando il giusto atteggiamento riguardo all’avvenire: serenità di fronte a quel che esso ci reca e perciò dinnanzi ad ogni nuova esperienza. Ciò non è possibile se si muove incontro alle esperienze con antipatia o simpatia, se non si ama il proprio Karma, o non si sia in accordo con esso.

*

L’intelligenza umana ha un valore relativo, sebbene sul piano fisico la si debba portare con noi per quanto più è possibile, quando si intenda percorrere la via ai mondi superiori. Se si vogliono acquisire sensi superiori sani, occorre prendere le mosse da una sana facoltà di giudizio; ma questa deve trasformarsi, per la contemplazione superiore, in facoltà di visione.

Ciò che è sorto prima dal nostro giudizio e dalla nostra conoscenza viene da noi stessi: ciò che viene dopo è come affluito in noi, ci è venuto incontro, ci è stato concesso. L’intelligenza deve cedere alla saggezza, che fluisce per virtù di dedizione alla corrente che ci muove incontro dall’avvenire. Si edifica la coscienza nel sentire sempre più: “Non io suscito i pensieri ma i pensieri pensano se stessi in me”.

Ma tale forza sarà sempre impedita dalla retorica spirituale, dal discorso spirituale in cui si immette la propria persona e la propria necessità di esprimersi per valere. Occorre aver cara la rettitudine nel sapere e nel conoscere, come nel parlare dello spirito: che non è il discorso forbito e logico, non è la dialettica, né la tensione oratoria, né lo sforzo egoico della espressione. Ogni volta che si tenda a persuadere altri, si fa violenza alla sua libertà; ogni volta che si creda di far passare lo spirito nel proprio discorso, per il discorso, si abbassa il livello dello spirito: vengono perdute le forze.

(continua)

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LA VIA DEI NUOVI TEMPI

 I 5 esercizi

 

Questa redazione dei cinque esercizi fondamentali, che recava il titolo di “REGOLE PER LO SVILUPPO INTERIORE secondo la moderna SCIENZA DELLO SPIRITO”, fu scritta da Massimo Scaligero e per molti anni diffusa come un opuscolo dattiloscritto, da lui direttamente dato ai suoi discepoli, durante i colloqui personali che avevano luogo al suo studio in Via Cadolini 7 a Roma.

Un amico di Roma, ne fece, di sua iniziativa, una stampa, sotto forma di  libretto al quale dette un nuovo titolo: “LA VIA DEI NUOVI TEMPI”. Purtroppo l’amico romano, ora defunto, che prese la benemerita iniziativa di far stampare l’opuscolo presso la “INDUSTRIA GRAFICA MODERNA – ROMA” , non vi fece figurare, per distrazione, il nome di Scaligero come autore dei suoi scritti, cosa della quale il Maestro si contrariò assai, venendo così a mancare il necessario riferimento spirituale alla fonte dell’insegnamento di cui Massimo era il portatore.

Le istruzioni di M. S.  riguardo alla stampa dell’invito di rivolgersi ad Alfredo Rubino, per domande e informazioni sulle dottrine trattate, furono comunque rispettate in entrambe le versioni, e cioè sia sul dattiloscritto che sullo stampato dell’ “I.G.M – ROMA”.

Lo scorso anno questa redazione degli esercizi, fatta da Massimo Scaligero, con Sua introduzione e Sue considerazioni, è apparsa anche sulla rivista L’ARCHETIPO, che ringraziamo per la collaborazione (http://www.larchetipo.com/2013/nov13/esercizi.pdf ).

___________________________________________________________________________

di

MASSIMO SCALIGERO 

I seguenti esercizi vengono comunicati come presupposti di una disciplina rispondente alla formazione interiore dell’uomo moderno e al tempo stesso come terapia per ogni alterazione della vita psichica e per gli effetti di pratiche irregolari, orientali od occidentali.

La Scienza dello Spirito, di cui gli esercizi sono espressione, non è una religione, bensí un metodo di conoscenza, che dà modo al religioso, a qualunque fede appartenga, di ritrovare le fonti vive della propria religiosità, e al tipo agnostico o ateo di questo tempo di riconoscere da sé i processi interiori da cui il suo sentimento ateo muove. La Scienza dello Spirito lascia gli uomini liberi, non cerca proseliti: non ha nulla da dire a coloro che sono paghi della propria verità: parla solo a coloro che avvertono la contingenza della propria verità.

1° – CONCENTRAZIONE – Consiste nel riattivare le forze originarie della coscienza mediante la convergenza volitiva del pensiero su un unico tema. Si rivolge il pensiero ad un determinato oggetto, il piú semplice possibile: si pone questo al centro dell’attenzione cosciente, richiamando altri pensieri che abbiano un nesso logico con esso.

La semplicità dell’oggetto, o del tema, è richiesta dal senso pratico dell’esercizio: che tende a potenziare, piuttosto che la coscienza dell’oggetto, la forza-pensiero messa in atto mediante esso.

L’esercizio conduce all’esperienza del potenziale sintetico del pensiero, indipendentedal significato dell’oggetto. È importante, per la riuscita di esso, l’illimitata attenzione, ossia l’evitare qualsiasi distrazione riguardo al tema: che deve permanere al centro della coscienza almeno cinque minuti. In seguito, questo tempo può essere aumentato, allorché si noterà un beneficio generale della vita interiore e di quella corporea, in conseguenza dell’esercizio.

È importante che questo sia compiuto senza sforzo cerebrale, ma solo per intensificato moto di pensiero.

2 ° – AZIONE PURA – È l’esercizio che dinamizza direttamente la volontà, attuando l’ascesi dell’agire per l’agire. Consiste nell’imporre a se stessi doveri quotidiani di poca o nessuna importanza, per esempio spostare una sedia, spolverare un mobile, predeterminandone il momento anche 24 ore prima. I moventi ordinari delle azioni scaturiscono per lo piú dalle relazioni sociali, dall’educazione, dalla professione ecc., raramente da iniziativa pura.

Si deve trovare nella giornata un minimo di tempo, pochi secondi, per compiere azioni volute di propria iniziativa. In quanto insignificanti, esse conseguono un fine piú profondo che le significanti: sollecitano direttamente il potenziale della volontà.

3° – EQUANIMITÀ – Consiste nel servirsi delle emozioni, per un intervento della volontà cosciente: questa, sia pure per attimi, sospende la reazione istintiva dovuta all’emozione. Si tratta di evitare all’anima la continua oscillazione tra il tripudio e l’abbattimento.

Chi crede che la propria spontaneità emotiva o il proprio sentimento artistico ne abbiano a soffrire, ignora la potenza interiore che consegue dal chiaro equilibrio del sentimento.

Dapprima non è possibile evitare gli intensi stati d’animo, quando sopraggiungono, ma è possibile esercitarsi a sospenderne per attimi la travolgenza, ritrovando al centro se stessi: indi lasciarli esprimere secondo la loro necessità.

Tale minimo controllo, con il tempo, conduce a una positiva autonomia rispetto ad essi: dà modo di assumere la loro forza senza esserne travolti.

Si può dire di possedere l’equanimità, quando si giunge a sentire come propri i dolori e le gioie degli altri, e come di altri i propri dolori, le proprie gioie.

4° – POSITIVITÀ – Per mezzo di questa qualità si giunge a vedere il bello e il buono degli esseri e delle cose, in quanto si prescinde dagli aspetti negativi.

Lo spirito di tale attitudine può essere lumeggiato da una leggenda persiana del Cristo: il Cristo vide un giorno un cane morto abbandonato per la via. Egli si fermò a contemplarlo, i discepoli che erano con Lui, invece, si scostarono presi da ribrezzo. Ciò vedendo, il Cristo esclamò: «Che bei denti aveva questo animale!» Persino in quella carogna, Egli sapeva trovare il bello.

Se, secondo tale spirito, si orienta l’anima, si scorgerà in ogni cosa, o essere, la qualità positiva, il meglio, proprio quando ciò riesce difficile.

Tale attitudine esercita una potente azione formatrice sull’anima e sul corpo, in quanto il buono e il bello di un essere sono la sua realtà: con la quale la nostra realtà entra in un accordo di profondità.

5°  SPREGIUDICATEZZA – Proseguendo nella disciplina, il discepolo si educa a non fondare il proprio giudizio esclusivamente sul passato. Deve poter trascurare, in talune circostanze, ciò che ha acquisito con l’esperienza: aprirsi senza pregiudizi a nuove esperienze o ad un diverso giudizio riguardo a cose già interpretate.

Egli si esercita a tale attitudine coscientemente. Se, per esempio, qualcuno gli dice che il campanile del Duomo veduto poc’anzi, si è spostato di 45 gradi, non deve dire súbito che ciò non è possibile: egli deve sempre sapersi riservare uno spiraglio aperto alla novità.

Chi rimane ancorato a giudizi definitivi, immobilizza la propria anima. Non vi è giudizio umano che, rispetto all’evoluzione dell’uomo, possa considerarsi definitivo. Il cercatore  deve poter essere ricettivo verso l’inaspettato: altrimenti si chiude alla verità, ossia a ciò che è oltre il limite dell’ordinario conoscere.

Occorre rendersi indipendenti dai giudizi già formati, per poter accogliere l’ignoto. Grazie a tale attitudine, il corpo fisico e l’anima vengono trasportati a uno stato di superiore luminosità.

EQUILIBRIO CREATIVO – Questo si costruisce gradualmente da sé, come prodotto dei cinque esercizi. Il discepolo deve concentrare la propria attenzione sulle qualità che ne risultano.

Se egli si impossessa di forze interiori, senza coltivare tali qualità, si troverà presto in difficoltà.

Le forze interiori si corrompono, diventando istinti distruttivi, in colui che non le congiunga con il principio superiore della coscienza.

Gli esercizi qui brevemente descritti sviluppano simultaneamente le forze e la loro connessione con l’Essenza-Logos dell’uomo. Essi derivano da un insegnamento che accompagna perennemente l’uomo, per realizzare in lui, attraverso i mutamenti e le evoluzioni, ciò che è originario.

Non v’è esperienza sovrasensibile, che possa conseguirsi con mezzi illeciti o non pertinenti, come droghe, allucinogeni, pratiche spiritistiche o di grossolana magia. L’autentica esperienza sovrasensibile esige un potenziamento delle forze superiori della coscienza, conseguibile soprattutto grazie a una rigorosa disciplina del pensiero, del sentimento e della volontà.

Questa disciplina non può essere l’escogitazione di un’acuta intelligenza umana, bensí l’espressione di una saggezza superumana. I cinque esercizi, malgrado la loro apparente semplicità, esprimono tale saggezza.

Occorre guardarsi dall’alimentare in se stessi l’illusione che le qualità risultanti dai cinque esercizi già si posseggano, solo per il fatto che si è capaci talora di positività, spregiudicatezza ecc.: tali qualità vengono sviluppate di proposito, con impegno metodico e con il preciso intento della liberazione delle forze superiori dell’anima, che danno modo al discepolo di scindere, nella quotidiana pratica della vita, l’essenziale dall’illusorio: di vedere la realtà oltre la parvenza.

 

TECNICHE INTERIORI Le discipline dello Yoga non si addicono all’uomo occidentale. Lo Yoga, quale tecnica interiore propria ad un tipo umano ancora privo di autocoscienza razionale, ma dotato solo di coscienza sovrasensibile, oggi sviluppa le correnti astrali dell’anima, in opposizione alla corrente dell’Io, nella quale unicamente fluisce lo Spirito.

Nello Yoga lo Spirito viene contemplato come trascendente: non viene realizzato come principio della coscienza di veglia.

Parimenti, il potenziamento vitale dovuto alle tecniche respiratorie non si addice all’oc-cidentale, cui non è possibile – come del resto non è piú possibile neppure all’orientale la percezione interiore del respiro, onde il tentativo di tale potenziamento si rivela illusorio e consegue l’effetto opposto a quello atteso.

Ciò che l’antico Yoghi conseguiva mediante il respiro, l’occidentale moderno può conseguirlo mediante la percezione della forza insita nel pensiero, normalmente non cosciente ad esso.

LA VIA DEL PENSIEROLa via “occidentale” di cui sono espressione i cinque esercizi, include in sé e supera quella “orientale”: essa cura che, parallelamente all’addestramento interiore, il discepolo svolga un’energica disciplina del pensare.

Ciò dipende anzitutto dal fatto che il pensare è l’attività mediante cui lo Spirito, come Io, ha immediatamente presa nella coscienza.

Inoltre il pensare ha una proprietà che le altre facoltà non hanno.

Ogni facoltà interiore muove sul piano in cui sorge, senza superarlo, anche se scaturisce da livelli superiori. Si può dire che ogni livello ha le sue proprie percezioni.

V’è una attività, invece, che si muove simultaneamente nei vari mondi, dal fisico, all’animico, allo spirituale, ed è il pensiero cosciente.

Un pensiero logico che sia veste cosciente di una verità, risuona, anche se non lo avverte, nei mondi superiori, come una reale forza.

La disciplina da noi indicata addestra prevalentemente il pensiero, trasformandolo in una forza cosciente di ascesa.

Il pensiero, divenendo autonomo, si congiunge con le correnti superindividuali del sentire e del volere, costituendo un’unica forza reintegratrice di quel che nell’uomo è originario.

Per il discepolo è fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero.

Normalmente l’uomo passa da un oggetto all’altro, o da un tema all’altro, ma non sa di passare in realtà da un pensiero all’altro.

Muove di continuo mediante concetti delle cose, ma ignora il formarsi in lui del concetto, onde il potere di relazione da concetto a concetto viene illegittimamente usato dalla psiche legata alla corporeità: la relazione interiore originaria, viene sostituita dalla esteriore relazione logica.

La relazione originaria tra concetto e concetto è la reale forza del pensiero e risponde alla interna relazione delle cose, ma il pensiero scisso del razionalista di questo tempo, la sostituisce con la relazione stabilita dall’esterno, che ha la parvenza della verità nella forma logica: onde esistono molte logiche: ciascuno dispone della logicanecessaria alla propria limitata verità, che però afferma come tutta la verità.

Ed è l’errore.

Ciascuno ha la logica del proprio pensiero alienato. La disciplina del pensiero porta invece il discepolo dal pensiero scisso o riflesso, al pensiero che, come forza, vive simultaneamente nel mentale e nel sopra-mentale, essendo l’essenza delle cose: la logica vera.

L’uomo non è libero, finché non consegua la liberazione del pensiero, o la congiunzione della corrente viva del pensiero con l’Io, secondo il metodo proprio alla “via cosciente”, o via occidentale, cui fanno riferimento gli accennati esercizi.

Qualsiasi orientamento culturale o ideologico egli accolga prima di una tale liberazione del pensiero, lo rende strumento di una dottrina o di una corrente, pedina di un gioco che egli non può controllare: ostacola la sua evoluzione e di conseguenza l’evoluzione della società di cui fa parte.

LA VIA DEI NUOVI TEMPI _ Ecoantroposophia.

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MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER ( 1° parte )

 Mas

L’azione dei R+C inizia tramite l’iniziato che seguendo la scuola esoterica di Paolo, in Atene, sotto il nome di Dionigi Areopagita, istituisce una dottrina introduttiva ai nuovi Misteri.

Nei tempi moderni  la via dei R+C si differenzia di ogni altra perché può valere unicamente grazie all’atto del pensiero libero dell’individuo autocosciente. Essa può essere seguita da ognuno, quale che sia la sua fede e le sue condizioni di vita.

Tale via si differenzia sostanzialmente dalla Gnosi tradizionale, ma ne possiede il contenuto perenne, dandogli il senso a cui esso tende nei nuovi tempi, come al suo compimento.

Nella “via cristiana” il discepolo deve avere la forza di far vivere nell’anima ogni giorno, per mesi, per anni, i primi 14 versetti del Vangelo di Giovanni.

Qualunque evento avverso tenti di annichilire la sua anima, egli non si piega, grazie a forze che riesce ad accogliere mediante il sentimento. Per i R+C tali forze si esprimono mediante idee e immagini volitivamente destate. Ogni momento dell’ascesi cristiana può essere rivissuto dal R+C mediante attività ideale e contemplazione immaginativa.

Come è noto a chi medita secondo la Scienza dello Spirito, uno dei gradi della via cristiana è la Crocifissione. Il discepolo deve abituarsi a portare nel mondo il proprio corpo come si porterebbe un oggetto estraneo (es: una tavola). Il suo corpo deve divenirgli estraneo: egli deve portarlo fuori di casa e riportarlo, come un oggetto.

Nel grado ulteriore – “la morte mistica” – l’iniziato dice: “Io appartengo al mondo intero”: egli realizza un rapporto col mondo, analogo a quello del dito con la mano. Si sente inserito nel mondo che lo circonda, come se appartenesse ad esso.

Tenebre e dolore, male e sciagure divengono ora l’esperienza che egli accetta, perché sa che lo Spirito soffre nella trama della Terra. E’ la discesa negli Inferi per ripercorrere il percorso dello Spirito nella Terra. Allora il velario si squarcia ed egli vede.

Il grado successivo è la Sepoltura e la Resurrezione. L’iniziato è potuto giungere a tale maturità da dire: “ Io mi sono già abituato a considerare estraneo a me il corpo, ma ora considero tutte le forme e le cose del mondo a me così inerenti come il mio proprio corpo, il quale pure è stato formato da questi stessi materiali. Ogni fiore, ogni sasso, ogni cosa è così inerente a me come il mio corpo”.

Allora l’uomo “viene sepolto” nel terrestre. Necessariamente questo VI grado viene congiunto ad una nuova vita, per il fatto viene a sentirsi uno con lo spirito profondo del pianeta, con l’essere del Cristo: di Colui che già disse: “Chi mangia il il mio pane mi calca coi piedi!”.

La via R+C si differenzia da quella iniziatica “cristiana” non per il contenuto ma per il metodo.

Questo si fonda sull’animazione del pensare puro. Nessuno può vedere un circolo perfetto nella realtà. Come idea, invece, lo si può contemplare. In tal senso il metodo R+C porta all’essenziale rapporto dell’Io con il Cristo.

Nella disciplina R+C è eliminata la dipendenza del discepolo dal maestro. Questi non la esige, non ne ha bisogno. Mentre mediante libera intuizione il discepolo può riconoscere il maestro e alimentare in sé la fiducia e la devozione come virtù di rapporto e di trasmutazione.

Il discepolo deve abituarsi a quella forma di pensiero che fa derivare un pensiero dall’altro, secondo relazione pura. All’immaginare secondo contenuto sovrasensibile egli può giungere anche mediante determinate elevazioni dell’immaginazione.

Egli si educa a vedere dietro ogni forma lo spirito della Terra. Il pensiero puro e la libera immaginazione sono per il discepolo del Graal l’identico movimento. Così a lui viene insegnato:

Guarda il calice del fiore che accoglie il raggio solare: questo ridesta le pure forze riproduttive, sopite nella pianta. Perciò il raggio solare viene chiamato la sacra lancia d’amore. Ora guarda l’uomo: egli è più elevato della pianta, ha in sé gli stessi organi, però egli porta compenetrato da desideri e appetiti impuri ciò che la pianta ha in sé completamente puro e casto”.

Lo sviluppo futuro dell’evoluzione consisterà in ciò: l’uomo, avendo penetrato la vita dei sensi, avendo ritrovato lo spirituale nel sensibile, restaura la castità: egli riprodurrà mediante un nuovo organo – che sarà il il suo trasmutato organo di generazione – il suo proprio simile: egli genererà mediante la parola.

L’organo di riproduzione diverrà casto, libero da stimoli e appetiti, come il calice del fiore che in purità si volge alla “santa lancia d’amore”. Così l’uomo si rivolgerà allo spirituale raggio della sapienza e questo lo renderà atto alla procreazione di una nuova generazione dello spirito. L’organo di riproduzione sarà un giorno la laringe trasformata.

Il discepolo R+C viene rivolto a considerare questo: “La pianta, nonostante la sua minore elevatezza evolutiva, ha questo casto calice. L’uomo l’ha perduto. Egli evolvendo si è degradato sino agli appetiti più impuri”.

Dal raggio solare spiritualizzato egli dovrà farlo risorgere; deve sviluppare nella castità quanto, in tali condizioni, è opera del San Graal dell’avvenire. Da prima viene resa pura la funzione della natura: ciò prepara la sua trasmutazione avvenire.

Così facendo l’iniziato mira in alto al Grande Ideale (Pietra filosofale). Quanto l’intera umanità raggiunge con lenta evoluzione, l’iniziato deve vivere in sé molto prima, per aprire il varco.

Lapis philosophicus: come la pianta si costruisca l’organismo col carbonio, si osserva nel carbon fossile che è il cadavere della pianta. Il cadavere dell’uomo è calcare: infatti egli è con l’anima legato alla mineralità, onde la mineralità appare visibile. Grazie al ritmizzato e interiorizzato processo del respiro, l’uomo formerà in sé l’organo atto alla emanazione dell’ossigeno: egli diverrà in tutto il suo essere come la pianta (cfr. la meditazione della Rosacroce). Egli tratterrà in sé il carbonio, costruendosi con questo il proprio organismo, onde il corpo sarà sempre più simile a quello della pianta: allora esso può incontrare il “santo strale d’amore” (“Io sono” attuato).

*

Un grado della via R+C è la visione delle corrispondenze tra macrocosmo e microcosmo.

Quanto oggi si trova nell’organismo fisico dell’uomo, è andato gradatamente sorgendo da fuori di lui. Per es. le ghiandole, nella fase solare della Terra, crescevano fuori di lui come oggi, per esempio, i funghi. Quanto oggi è racchiuso entro la pelle, nel corpo umano, un tempo era fuori.

Così ogni arto – fisico, eterico, astrale – si trovava fuori dell’Io che perciò armonicamente li rapportava a sé e li permeava.

L’anima, come “Io sono” era immersa in seno alla divinità.

Tale era la divinità essenziale, o la perfezione originaria dell’Io.

Per intendere come una parte del macrocosmo si andò intensificando e restringendo sino a farsi struttura organica dell’essere dell’uomo, occorre meditare sul punto interiore-corporeo che nel tempo suggella tale processo come recludersi del divino nell’umano.

Occorre riferirsi alla parte interiore della fronte, la radice del naso: questo punto dà a conoscere come un quid di preciso che era “fuori” dell’uomo, è ora “dentro” di lui.

Se mediante la meditazione si penetra in quest’organo, internandovisi profondamente con la coscienza (ciò implica ben più che un semplice concentrarsi in tale punto), allora si comincia a conoscere la parte dell’universo invisibile che gli corrisponde. Così è per la laringe, per il cuore ecc. Ciò non è un mero concentrarsi in sé stessi: questo non approderà a nulla, anzi pregiudicherà l’esperienza.

Per la preparazione della Pietra Filosofale: il carbonio ne è il simbolo esteriore. Solo allora esso diverrà Pietra Filosofale: quando l’uomo saprà produrlo da sé col suo acquietato processo di respirazione. L’istruzione a ciò è segreta. Se la si rendesse pubblica, gli uomini nel loro egoismo, si servirebbero di questo alto mistero per soddisfare le loro brame interiori.

(continua)

Appunti e pensieri da R. Steiner. - Massimo Scaligero

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CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 4 APRILE 1979

Massimo Scaligero

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04.04.79

(cliccare sulla data in azzurro per ascoltare)

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“Come si fa a sapere se l’azione che si compie è quella giusta, o se invece il karma non richiede proprio quella che agli occhi degli altri uomini può sembrare ingiusta?”

dubbio

Questa domanda è interessante, perché le premesse … La secondaria è identica nelle due premesse, per cui… può sembrare ingiusta, anche se la decisione è assolutamente libera e quindi morale. Che sembri ingiusta o giusta, questo non ci deve preoccupare, per quanto una sagacia portata all’estremo ci deve far tenere conto che non solo noi ci dobbiamo preoccupare di una azione giusta, ma persino di un certo apparire, in maniera che non si creino equivoci, e che certe volte se noi ci limitiamo a compiere l’azione giusta senza curare la forma, noi possiamo essere fraintesi, e sul piano della forma agisce Arimane; ossia, qui intendiamo come forma l’apparire dell’azione, e quindi quando noi compiamo un lavoro di questo genere dobbiamo capire che se non l’accompagniamo sino alla fine rischiamo di perderla proprio nella sua espressione esteriore.

Ormai è rarissimo che uno pensi l’azione, compia quello che è giusto e poi tutto vada bene, bisogna che veramente si controlli anche l’espressione e il risultato, il chiarimento, salvo che non si tratti per esempio, di trasmissioni di disposizioni ad altri sui quali si riponga un’assoluta fedeltà, e allora si è sicuri che una certa operazione, per esempio, intervenire in una situazione delicata mediante un pensiero, si può anche incaricare una persona di questo, perché questa persona arriva prima. Se noi abbiamo la assoluta fiducia in questa persona, dopo aver dato questo ordine siamo tranquilli, perché questa persona sa benissimo… Questo per dire che non è sufficiente soltanto questo intento giusto, che però è già un’impresa che sia giusto, ma occorre veramente curare anche il particolare della realizzazione, altrimenti rischiamo continuamente di essere fraintesi, perché gli ostacolatori sono all’opera continuamente per un dovere cosmico, a frantumare tutto quello che noi cerchiamo di compiere secondo lo spirito.

Allora questo che noi cerchiamo di compiere deve essere talmente solido, che questa frantumazione non abbia nessun potere.

Ora, c’è un punto della domanda alla quale bisogna dire questo, rispondere così: ci deve essere quell’allenamento dell’ intuizione dell’azione per capire se, quando non si obbedisce a delle regole, ma si vuole veramente essere liberi, si intuisce l’azione giusta da compiere. Questo non può riuscire subito, ma ci vuole che ci sia un continuo allenamento in questo.

Questo allenamento a un certo punto dà luogo a una situazione meravigliosa, che è questa: che intuita la soluzione giusta di un problema, si sente come un consenso che viene dal cuore, non è che noi abbiamo operato sul cuore, ma indirettamente l’abbiamo fatto, mediante appunto questo moto puro del pensiero, e noi sappiamo che quando il pensiero è puro, e forte, è vivo proprio perché è in accordo con l’etere del cuore, non c’è bisogno che noi controlliamo questo.

Però avviene che quando si compie una certa azione si possa sentire un disagio, ed è il cuore che avverte che non siamo nel giusto, oppure sentiamo la gioia di avere veramente intuito quello che deve essere fatto, ma questo non ha niente a che vedere con il sentimentalismo luciferico, qui alludiamo proprio a un consenso del cuore che vale come una forma superiore di coscienza che bisogna guadagnarsi appunto attraverso questo allenamento. Ed è importante per uno di noi, per un professionista, per un medico, il medico per esempio si deve servire molto di questo, per sapere se ha dato il giusto consiglio, se ha intuito la diagnosi. Questo è un discorso che ci porterebbe abbastanza lontano, ma ad ogni modo uno dei principi è questo.

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“Mi succede spesso, specie la sera prima di addormentarmi, di provare un senso di angoscia, pensieri di morte che non so capire da dove possano venire, non è la paura che mi muove, ma che io possa concedere qualcosa alle persone che più amo, non è paura che io…” Ah, Ecco: “Non è paura che io muoia, ma che io possa cessare di dare quello che debbo alle persone che amo. Che cosa significa e che cosa devo fare ?”

angelo e giuseppe

Ecco, è una situazione dolorosa, difficiletta, però è una situazione che possiamo definire molto morale, perché se questa… la nostra amica che fa questa domanda, non avesse fatto degli esercizi di meditazione, e non avesse sviluppato certe forze, certe preoccupazioni non la prenderebbero affatto. E invece è proprio lo svegliarsi di certe forze, responsabilità interiori che tra l’altro agitano la psiche senziente e fanno venire qualcosa di piuttosto irrazionale da parte di essa, ma questo significa che occorre un lavoro ulteriore, e questo lavoro ulteriore consiste nell’attraversare la zona del sonno. E qui bisogna veramente aver fortificato la concentrazione del pensiero, ossia avere la possibilità di una direzione eterica del pensiero, che ci conduca in questo corridoio che noi attraversiamo ogni volta che ci addormentiamo in modo da non provare quel senso d’ angoscia, perché quella è una zona che ancora l’uomo non può conoscere, perché gli occorrono delle forze eccezionali. E quindi tutto deve essere preparato durante lo stato di veglia, ossia una coscienza calma prima d’addormentarsi.

Un esercizio di chiarezza di pensiero, e qui bisogna scegliere secondo il colorito della propria anima, i 14 versetti del Vangelo di Giovanni, in modo da entrare nel sonno in stato di offerta, come entrare in un tempio, ed essere in uno stato di gioia, perché si tratta di un esperienza che equivale al contatto con un mistero, con il massimo mistero dell’anima.

Infatti nelle prime due ore noi siamo immersi nel sonno senza sogni, e abbiamo l’esperienza trascendente, possiamo andare molto in alto, incontrare degli esseri, incontrare anche delle entità angeliche. Ora, è un mistero meraviglioso, ma la porta è custodita, e occorre entrarci nello stato di grande calma, di grande padronanza di sé, e certamente uno degli attacchi dell’ostacolatore è proprio di disturbare questo addormentamento, ma le forze della meditazione sono lì, pronte a darci il contatto con l’angelo che ha il compito di condurci verso il sonno.

La situazione cambia per coloro che hanno congedato il proprio angelo, e che si sono impegnati a fare da sé. E’ meglio non congedarlo troppo presto, perché l’angelo per alcune personalità è ancora necessario. Tuttavia quando avviene questo congedo, l’arte del discepolo è trovare il nuovo rapporto con l’angelo, e quindi in una forma più profonda, più potente: non è che il congedo dell’angelo significhi essere abbandonati da un aiuto, ma significa avere una forza più sottile e più profonda dell’Io che si sostituisce all’azione dell’angelo.

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Qui ho una domanda che leggo… La leggo soltanto, ma non la commento perché ve la commenterete da voi. C’è scritto:

Carne-vale (carne, trattino, vale) e l’Atma. Ossia qui vuole dire non carnevale, vuol dire il valore della carne.

L’orgasmo e la Buddhi, il desiderio e il Manas nella coscienza meditativa.

Questo ci porterebbe a fare delle considerazioni piuttosto allegre. Ma siccome abbiamo molte domande purtroppo non possiamo concedergli un paio di risate, quindi per stavolta… Però leggiamo una domanda importante dello stesso, della stessa penna che mi pare che con questa domanda si redime:

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“Come equilibrare queste quattro correnti che ancora muovono in noi? La ricerca del dio e del santo protettore personale: San Gennaro oppure… Hanuman o Krishna. Secondo: la ricerca della vittoria nella lotta degli opposti, antica Roma… antica Persia. Terzo: la rinuncia alla lotta esteriore, Buddhismo. Quarto: la persecuzione del giusto, Giudaismo.”

krishnaChristus

Sono tutte sintesi discutibili, perché se tu guardi non è solo l’antica Persia ma tutto il mondo antico, e poi… la rinuncia alla lotta esteriore… il Buddhismo… non si può dire che sia totale, perché c’è una lotta. Infatti il Buddha continuamente ripete questo: oggi è da dare battaglia, chissà se si è vivi domani, non c’è tregua con la grande armata della morte.

E poi c’è tutta un’azione… e non è yoga, è proprio un’azione interiore. Invece volevi dire la partecipazione alla vita esteriore. Poi la persecuzione del giusto nel giudaismo non possiamo dire che sia il carattere del giudaismo, che certo, c’è un’aspetto, ma questa persecuzione del giusto tu la trovi nella chiesa del medioevo in una maniera terribile, hanno perseguitato persino i santi, e allora come la mettiamo? Quindi, però, questi principi noi possiamo prenderli come espressioni della evoluzione religiosa dell’uomo in cui però, vediamo subito, manca il Logos, perché abbiamo un Elohim, abbiamo Jehova.

Quando diciamo  un Elohim possiamo dire anche Krishna, ossia: è una porzione di divinità quella che può aiutare l’uomo, e che lo aiuta mediante la presenza di esseri che rappresentano in certe zone della Terra la connessione con il Christo perché nell’India la cosa era veramente tipica, perche’ tutte le scuole occulte erano di carattere luciferico, nel senso che cercavano una salvezza come evasione dalla Terra. Mentre al centro c’era una corrente collegata con il Christo che ha sempre agito all’interno dall’interno dell’ India, e un giorno un orientalista di valore, che sia della nostra banda, potrebbe fare persino una storia di ciò che nell’ India è la tradizione del Logos che assume diverse forme e che passa anche attraverso il Buddhismo, e perché il passaggio al Grande Veicolo è un fatto cristiano, e poi tutto quello che avviene di meraviglioso nell’India, e che ancora oggi esercita un fascino, è di carattere christico. Noi abbiamo  spesso accennato persino riguardo alle tradizioni estremo orientali, allo Zen, e abbiamo ricordato una cosa che abbiamo anche mostrato ai nostri amici orientalisti, che io senza essere orientalista e senza essere del mestiere però ho notato questo: che tutto quello che c’è di meraviglioso nello Zen viene da un’ influenza di figure di missionari cristiani che operarono lì, con questo spirito christico, di non contraddire la tradizione del Chan, della meditazione mahayanica, perché loro scoprirono che si trovavano dinanzi a un popolo meravigliosamente religioso e che poteva dare lezioni di religiosità. Quindi dissero: qui non abbiamo da  fare altro che orientare verso il cristianesimo questa potenza religiosa. Ecco il vero cristianesimo. E allora influirono in maniera che dallo Zen venissero fuori delle forme gentili come anche la cerimonia del thé e  l’arte di disporre i fiori,  il giardinaggio e poi la cavalleria verso l’avversario: ossia in modo che la tradizione eroica guerriera diventasse una forma di amore. E voi questo lo potete trovare per esempio nell’arte dell’arco, dove la potenza si ha quando si ha quando si ignora il nemico,  quando il nemico non esiste, e allora si vince. 

Quindi queste forme antiche che sopravvivono, perché ancora noi non siamo nel nuovo testamento, dobbiamo fare una gran fatica per entrare nel nuovo testamento, ancora noi abbiamo impulsi del vecchio testamento, con impulsi di legalismo e impulsi giuridico politici e con un modo di essere in cui il Christo non c’è.

Quindi il cristianesimo è una forza che spinge l’umanità ma chiede soprattutto di operare attraverso le anime individuali nell’epoca della libertà, quindi è giunta l’epoca. Ecco quindi il senso dell’abbandono dell’angelo custode: perché l’angelo custode è una specie di aiuto per l’Io che ancora non ha il Christo, ma l’Io che incomincia ad avere il Christo è un Io potente, e pensate che questo Io è talmente potente che può cominciare ad essere l’indagatore della materia fisica. E questo il Dottore lo dimostra, che senza l’Io-Christo, Haeckel non avrebbe potuto indagare sulla ontogenesi, la filogenesi, né Darwin avrebbe potuto scoprire le leggi dell’evoluzione, che sono materialistiche però rispondono a una potenza di ricerca che presuppone un Io potente che nel mondo antico non ci fu, perché il mondo antico avrebbe avuto terrore di indagare nella materia in quel modo. E questo terrore noi lo sentiamo riguardo al passo interiore che dobbiamo compiere perché la tenebra umana va dissolta, e chi è che la dissolve? La dissolve l’uomo libero in se stesso, quindi il lavoro è lungo, ma è un lavoro che ormai è possibile per il fatto che si abbia la coscienza della presenza della forza-essenza dell’Io che è il Logos.

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“Caro Massimo….” devo leggere questo brano di Vercingetorige… che mi hanno detto che c’ha la barba. Potremmo per eliminazione capire chi è, ma non è il modo… è meglio… Da Gnoseologia Goethiana. “Allorché giungiamo alla convinzione…”. Questo è un brano del Dottore. “Allorché giungiamo alla convinzione che tutto il nostro mondo di pensiero ha il carattere di una perfetta concordanza interiore ce ne deriva quell’appagamento del quale il nostro spirito ha bisogno, allora ci sentiamo in possesso della verità, e quando diciamo possesso della verità possiamo dire: Il Logos è in noi, la verità vi farà liberi.”. Però qui c’è una domanda, dice:

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“Questo si può realizzare anche nella dialettica degli insiemi transfiniti?”

Gnoseologia

Indubbiamente, perché gli insiemi transfiniti sono delle delle entità pensiero in sostanza, cioè non potremmo arrivare alla concezione della loro transfinità se noi non fossimo capaci di superare un certo limite di pensiero, quindi è senz’altro applicabile a questo.

Ma rispondiamo… cerchiamo di capire il brano del Dottore. Il brano del Dottore lo conoscete benissimo perché fa parte del libro più noto, la Teoria della conoscenza secondo Goethe, secondo la concezione Goethiana del mondo.

Sto leggendo e sto per rispondere… quindi non abbiate fretta… hai già acceso? Manna… s… e Buddhi Atma ( nota dei trascrittori: gioco di parole di Scaligero tra romanesco e nomi orientali).

Allorché giungiamo alla convinzione…

Qui si parla che a un certo punto noi scopriamo il carattere di una perfetta concordanza interiore dei pensieri, e questa è una esperienza che uno di noi può fare da sé, ed è ora che ciascuno la tenti questa esperienza.

Ossia il capire che, ecco questa è proprio una frase del Dottore: “Un concetto isolato non esiste.”

E se noi viviamo un concetto questo cerca il rapporto con un altro e questo con un altro. E poi scopriamo che tutti i concetti del mondo sono uniti e formano un solo concetto, una sola unità, e questo è il Logos.

E che la potenza di ogni concetto è presente come l’unità del mondo, ma la scoperta più interessante è questa: che solo nell’uomo si manifesta un’essenza, si presenta un’essenza. Quindi quando noi cerchiamo l’essenza di una cosa, sì, ci è permesso anche dire: “Ah, guarda, l’essenza di quella cosa…” Ma quell’essenza sorge in noi: senza di noi non esisterebbe. Voi potete dire: ma c’è l’essenza della pianta, c’ è l’essenza del cristallo… Però è nel mondo spirituale. Lì dopo morti le incontriamo tutte le essenze, non c’è nessun merito, bella forza: siamo morti! Siamo liberi di questa specie di velo che ci impedisce di vedere il sovrasensibile e quindi dopo un pò, se siamo stati piuttosto dei bravi  ragazzi, subito riconosciamo: Ah! Questo è l’ente del cristallo! Ah! Questo è…  Ah! Ecco un angelo! Ah! Ecco un arcangelo. Piano piano lo riconosciamo. Bella forza! L’interessante è farlo qui questo lavoro. Perché dall’altra parte non c’è nessun merito, come non c’è nessun merito che un miliardario abbia lasciato tutti i miliardi a qualcuno, mica se li poteva portare dall’altra parte! Soltanto che non li lascia mai a chi li deve lasciare.

E allora noi questa essenza lo sentiamo come l’essenza del mondo e allora scopriamo che l’essenza del mondo affiora in noi. E questo è il Christo, è il Logos.

E dobbiamo camminare in questa esperienza, perché quando noi abbiamo scoperto questo ci troviamo poi davanti la realtà sensibile, allora il problema è questo: come con questa forza, con questo moto univoco del pensiero, io posso andare incontro al mondo fisico?

E’ qui che comincia la vera esperienza dell’ uomo, perché se l’uomo si limitasse a questa meditazione che lo porta alla esperienza della unità del pensiero del mondo, sarebbe in uno stato di beatitudine.Allora se lui volesse dire: “Beh, adesso vivo di questa beatitudine!” dopo un po’ la perderebbe, perché quella beatitudine non sta lì per essere sentita da lui, quella è concordanza mirabile dei pensieri che si fa in lui perché egli la unisca con le cose della terra, con tutto ciò che è imperfetto e incompleto nella terra, per integrare tutto ciò che è l’ apparire, che è privo di contenuto interiore, è questa l’ operazione dell’ uomo.

E qui voi potete afferrare, per esempio, la limitazione di certi maestri che vanno per la maggiore in questo tempo, e che sono, forse, più pubblicati del Dottore, come Guénon, come Evola. Perché queste verità, loro, nemmeno lontanamente le hanno sospettate. Perché io personalmente, essendo passato attraverso queste esperienze, prima di rifiutarle, le ho esaminate al capello, proprio punto per punto e per esempio, nell’ Evola, nella Teoria dell’ Individuo Assoluto, ho trovato che egli, parlando di questa connessione dei concetti, lui disse, e si appella a un libro dell’ Abbagnano, “Le sorgenti razionali del pensiero”, lui attribuisce questa connessione di A con B e di B con C, a qualche cosa che viene dalla natura fisica dell’ uomo. E questo è veramente una posizione materialistica, ma so’ tutti materialisti, perché ce la pigliamo con lui? Soltanto che qui noi possiamo fare questa considerazione: l’ assoluta inconoscienza delle forze eteriche, perché la connessione che noi, di cui si parla in questa domanda, è il fatto che il mondo eterico-divino si affaccia nell’ uomo come pensiero, e questo mondo eterico-divino contiene l’unità di tutto, per cui quando noi, si può dire, dividiamo il pensiero, lo scompartiamo in tanti pensieri, loro tendono nuovamente a riunirsi in noi, purché noi facciamo agire nel pensiero, nei pensieri la loro natura vera. E allora sono i pensieri che tendono a questa rifusione nella unità luminosa, nella vita di luce dei pensieri. E noi possiamo avere un’ esperienza assolutamente cosciente, senza andare in estasi, o nel samadhi, o nel nirvana. E allora noi comprendiamo che non c’è entità del mondo che non sia contenuta in questo mondo eterico, che in noi si affaccia, mondo eterico non impegnato nella struttura fisica del mondo, ma che però è in noi il flusso, il primo flusso del Logos. Quando diciamo questo primo flusso, intendiamo anche l’astrale-divino e poi il Logos, che in noi si affaccia, ed è il mondo eterico di cui noi spesso abbiamo parlato, formando, coniando quest’ espressione: “eterizzazione del pensiero”, perché è proprio questo che noi facciamo.

Ed è questa operazione che dà il senso vero alla concentrazione e alla meditazione, perché noi possiamo partire dalla operazione quotidiana, dirigente, della concentrazione e secondo le discipline che abbiamo studiato ma, strada facendo, dobbiamo collocare questa operazione in un contesto vasto e che veramente ci congiunge, direttamente, con l’azione divina nel mondo; non solo, ci dà la possibilità di comprendere la giusta via verso lo Spirito da quelle fasulle che circolano e seducono perché sono catafratte di cultura esoteristica e tradizionalistica.

Ma vi assicuro,  che quello di fare, di riunire tante immagini e fare dei  begli articoli colti, una volta, anni fa l’ho fatto anch’io, ma poi mi repugnò, perché sentivo che quella è scienza dell’asino, quello di avere un’ ideuzza e poi richiamare tutte le analogie, ripescando nella tradizione di destra, di sinistra, di…

Ma questo non è un lavoro di pensiero, questo è un inganno, ed è un inganno che però ha preso molto della gioventù europea. E adesso, non è che facciamo il processo a questo, perché ogni inganno è un allenamento. Uno si lascia ingannare: com’è che, per esempio, Marcello non s’è fatto ingannare? Com’è che Romolo non s’è fatto ingannare? Com’ è che Massimo non s’è fatto ingannare? Perché ha attraversato l’ inganno e poi l’ha capito. E’ stato un allenamento. E quest’allenamento però, ci porta veramente a un rapporto con l’Insegnamento del Dottore, che diventa un impegno grande per la vita, e a questo punto, credo che si è capito  anche la questione degli insiemi transfiniti che è una relazione che – anch’ essa– di concetti che hanno la loro risultanza interiore, la più immediata nel primo concetto di spazio e di tempo e quindi, di questo, magari parleremo un’ altra volta, perché occorre passare a qualcosa che…

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“1879-1979 Un secolo. Un secolo dall’ avvento di Michele: in un momento così delicato, come accogliere in modo giusto il suo impulso?”

Mich(Michele-Mara M. Maccari)

Finora abbiamo parlato proprio di questo, in sostanza.  E’ un secolo, però dobbiamo tenere conto che perlomeno ci sono altri due secoli di questa reggenza e che quindi siamo appena agli inizi, ma non è che abbiamo fatto un granché.

Ora, tutto quello che abbiamo detto riguardo alla responsabilità del conoscere, specialmente in rapporto alla connessione di pensieri che decide veramente di tutta l’attitudine interiore dell’ Uomo, perché non si passa a caso da un pensiero all’ altro: la connessione è sempre una connessione eterica.

Volete vedere questa connessione eterica? Guardate la pianta e tutte le forme della pianta che sono connesse tra loro, in tutte le variazioni, è sempre la stessa forza che si esprime in diverse forme.

Ora, la potenza di Michele è quella che in noi anima il pensiero-sintesi riguardo a ogni forma illusoria della dialettica, perché la dialettica è la morte del pensiero.

La dialettica è veramente quell’arte moderna di eliminare lo Spirito, però vi posso anche assicurare questo: che ritrovato il moto puro del pensiero, entra in questo moto una forza che ha la capacità di dominare anche la determinazione dialettica e di avere anche la sua dialettica, soltanto che non può essere dello stesso tipo, formale, ma è una forza che si esprime nella parola e questo è inerente alla reggenza di Michele; perché noi abbiamo il dovere anche di esprimere in parole il contenuto dello Spirito. Non siamo ancora al punto in cui conquistiamo le verità e poi silenziosamente, le trasmettiamo. Questo può avvenire tra noi, tra noi che ci riuniamo qualche volta per meditare, ma rispetto agli uomini che incontriamo, le situazioni che dobbiamo fronteggiare, noi abbiamo bisogno di una parola in cui lo Spirito sia presente e voi lo noterete che, tutte le volte che parlate con questa presenza dello Spirito, qualcosa arriva all’ anima di colui che ascolta e lo aiuta. Comunque, continuo a rispondere, perché vorrei concludere ed è difficile, siamo già nell’ ora. Però, lo leggiamo? Non lo vorrei bruciare! La leggo e poi dico due parole.

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Delle volte mi sembra di percepire, nella persona che amo, qualcosa che in me é, che c’è sempre stata, anche prima del nostro incontro… sia grazie a lei che sta venendo? … sta venendo fiore, portandomi a pensare che la fedeltà nell’altro è anche la fedeltà verso me stesso.” Ecco, questa domanda mi viene da un amico, e poi ce n’è un’altro che sta in un’altra zona e che mi dice quasi la stessa cosa.

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La fedeltà è la forma di un accordo trascendente, la cui adamantinità non può subire contaminazioni dalle ulteriori relazioni del sentire umano. Ma, prima di questo grado adamantino, il sentire esige essere orientato dalla disciplina di una dedizione di cui sia possibile, ogni ora del giorno, controllare l’ intransigenza. Come giungere a questa dedizione?”

concentrazione

(Concentrazione-Marina Sagramora)

Sono  già le otto, e quindi che cosa si può rispondere? Questa dedizione, noi possiamo dire brevemente,  è un dono del Mondo Spirituale ma, certamente, come avviene per tutti i doni, non è un dono gratuito, quindi occorre meritarlo. Occorre preparare una situazione interiore tale, che questa dedizione divenga una forza. Perché avvenga questo è inevitabile, è necessaria un’accensione del sentire, la quale viene bensì dal pensiero, ma per essere una forza continua e  attiva, necessita di impeto.

Non sempre il pensiero ha questo impeto, e la sofferenza di tutti coloro che hanno cercato il Cristo, persino dei santi, è stata questa: che attraversavano dei momenti in cui il loro cuore era freddo. E allora certi consigliavano la continua preghiera, la continua accensione della devozione.

Ora bisogna fare qualcosa di simile?

Sì, ma nella maniera che è suggerita dalla Scienza dello Spirito.

Perché certi impulsi che noi intuiamo mediante il pensiero puro diventano forze propulsive che acquisiscono la potenza degli istinti. Un istinto che in noi domina, ci porta continuamente a ricordarci di ciò che dobbiamo fare per soddisfarlo, e noi dobbiamo arrivare a questa stessa forza, mediante l’ intuito del compito.

Ma vedete che si tratta di qualcosa che non dipende dalla natura, perché l’istinto viene dalla natura, mentre questo impeto interiore deve venire dallo Spirito.

Però possiamo senz’altro giurare che lo Spirito ha questo potere e che è giunto il momento in cui, ciascuno di noi può sperimentare questo meraviglioso aiuto, che urge attraverso l’anima, in tutto l’essere, come potenza del Logos che si è incarnato, ma in noi comincia ad incarnarsi, appunto, in questi pensieri-forza che dominano la natura e sono potenze istintive dello Spirito.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO, , , , ,

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 1 APRILE 1978

Massimo Scaligero.

01.04.1978

(cliccare sulla data in azzurro per ascoltare)

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“Bisognerebbe poterci dire tutto con amore e fiducia, così potrebbe sperimentare ciò che in noi è verità o menzogna. Ma questo manca tra noi perchè ognuno ha il suo punto di vista unico e crede di possedere già tutto. Come comportarsi in questi casi ?”

porgere la mano

Siccome non è un caso questo, ma è un insieme di circostanze che può avere diverse forme, quindi siamo un pò nel campo delle generalità, il punto di vista di ciascuno, eccetera… poi  l’amore, la fiducia…. a questa domanda io credo che si possa rispondere così: rinunciare a pretendere da altri questa aurea regola dell’amore e della fiducia, con fiducia che questo sia però possibile, è attuarlo, noi: sia colui che nota questo e che sente che la mancanza di questa connessione di amore e di fiducia impedisce una armonia tra diverse persone… è lui che deve cominciare a realizzarlo, si deve talmente avere fiducia in questa regola interiore da poterla trasmettere mediante la propria realizzazione, perchè l’essere addolorati dal fatto che da fuori certe volte non si accoglie, non si riceve, non si ha la sensazione di un simile accordo, questo essere addolorati, non è producente, anche perché le situazioni sono molto fluide e formalmente ….. diverse, e possono nascondere contenuti che noi non supponiamo, per cui per esempio, una ginnastica molto importante è – dinanzi a delle situazioni in cui si nota questa carenza – giustificare continuamente l’altro, e dire “può darsi che non si sia accorto di questo, può darsi che abbia avuto un altra ispirazione, può darsi che questo significhi altro”. Altrimenti noi stessi ci togliamo la possibilità di esercitare quella relazione che vorremmo dagli altri.

Quella relazione dobbiamo iniziarla noi, con la fiducia che dopo agisca e sia sentita dagli altri. Comunque vedremo se si può ancora dire ancora qualche altra cosa su questo.

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 “I sogni premonitori sono da considerarsi una manifestazione del nostro doppio perfezionato, o un aiuto divino indipendente dai nostri desideri e dalla nostra volontà ?”

Sogni premonitori (2)

Ecco, i sogni premonitori sono una bella responsabilità, perché sarebbe meglio non averli. Tuttavia se ci sono implicano da parte nostra – se riguardano noi – comportarsi come se niente fosse, come se non sapessimo nulla, perchè il futuro è sempre, in quanto divenire, in quanto accadimento…, è sempre il processo del karma. Ora il karma noi non lo dobbiamo sfuggire. Se un occultista sa, mediante un sogno, che passando per la via per la quale passa ogni giorno gli cadrà una tegola in testa lui ci passerà, ci passerà perchè sa benissimo che se non ci passa la tegola gli viene in un altro modo; quindi un occultista, per esempio, difficilmente si fa predire il futuro, perchè non ne ha proprio bisogno.

Mentre può darsi che il sogno sia premonitore a beneficio di altri, e questo può essere positivo. Può essere positivo anche nel caso che riguardi noi, ma che sia per esempio l’incentivo allo sviluppo di una qualità interiore che ci è urgente, e allora va molto bene, ma se si tratta di un fatto rientra nel processo del karma, e quindi noi ci dobbiamo comportare come se niente fosse . Se invece si tratta di qualcosa che riguarda altri, noi possiamo aiutare gli altri mediante questa intuizione, e lì però è la responsabilità di trovare la forma di come aiutare l’altro, perchè ci sono molti casi in cui avvertire l’altro significa peggiorare la situazione. Immaginiamo che possiamo predire un terremoto: intanto non si sa la data, e poi non è veramente possibile traumatizzare una popolazione avvertendo del terremoto… e se poi non viene ti pigliano per uno jettatore, e quindi i sogni premonitori sono qualcosa che noi dovremmo perdere lungo la strada, e lo sviluppo interiore ci porta a stendere un velo su questo. Perchè… – e qui non è che noi abbiamo ancora risposto a questa domanda…- l’occultista deve conoscere soltanto ciò che riguarda il lavoro interiore, ossia la lotta che si svolge sul piano spirituale. Avere premonizioni in questo senso, quello va benissimo, perchè noi possiamo sapere quali provvedimenti interiori dobbiamo prendere per determinate situazioni difficili, quindi siamo a un livello in cui il conoscere il futuro può essere utile, ma si tratta di processi spirituali, processi della evoluzione. Noi possiamo sapere che a un certo momento una data collettività attraverserà una difficoltà grave, per cui è importante che i rappresentanti spirituali di questa collettività operino ritualmente, operino spiritualmente, operino apostolicamente, e questa premonizione va benissimo, ma riguarda il piano spirituale. In questo senso si può dire che è un aiuto dell’Io, e quando abbiamo detto… piuttosto che di un doppio perfezionato, io capisco che cosa vuol dire qui, ma noi possiamo parlare dell’Io, dello spirito, ma quando questo riguarda lo spirito possiamo dire che viene dal divino, quindi è il divino che dà a qualcuno la possibilità di conoscere l’urgenza di una certa azione interiore da svolgere, allora colui che ha questo sogno può anche fare in modo da sollecitare provvedimenti interiori, sollecitare personaggi, e quindi collaborare a ciò che è richiesto dal divino.

Qui c’è una domanda che non so se affrontare, ma per passare poi a quelle più impegnative, possiamo prenderla come una specie di transizione piacevole.

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 “Alla televisione hanno raccontato questo: poco tempo dopo la caduta di un albero di noci, una gallina che viveva in un pollaio sottostante, ha cessato di fare uova normali, e si è messa a fare soltanto uova col guscio duro, giallo e variegato come quello del guscio delle noci”.

Nest with Golden Eggs

Certo sarebbe stato bello se avesse cominciato a fare le uova d’oro, perché sopra c’era una cassaforte che hanno rubata con i lingotti, allora quella che era abituata a stare… a un certo punto fa le uova d’oro… ma allora non l’avrebbero portata alla televisione, l’avrebbero nascosta…

Ora questo… e siccome il mondo animale vive veramente sul piano vegetativo e in comunione con le forze della natura, io non è che qui pretenda spiegare scientificamente e razionalmente il fenomeno, lo posso intuire, però dovrei contemplarlo in un altro modo, e questo forse avverrà, se avrò tempo, comunque è spiegabilissimo col fatto che c’è un rapporto assolutamente obiettivo tra il mondo animale e il mondo vegetale. C’è tutto un mondo animale che ha continuamente queste influenze, per cui determinati animali hanno il colore…- per esempio, lucertole, ramarri, grilli – che hanno il colore dell’ambiente in cui vivono, ci sono quelle belle cavallette verdi, oppure le stesse cavallette in un ambiente spinoso, grigio, hanno lo stesso colore, si confondono coi rami, voi guardate la mantide religiosa, etc… Le galline sono veramente degli esseri ritmici e legati al mondo vegetale in una maniera armonica. Quindi è chiarissimo che a un certo punto l’assenza di questo elemento che serviva come quadro alla produzione dell’uovo a un certo punto traumaticamente ha reagito dall’interno. E’ un fenomeno del mondo eterico, dell’etere della vita che è identico sia nel mondo vegetale come nel mondo animale. Comunque passiamo adesso a domande più severe.

Vorrei riunire due domande che sono quasi sullo stesso…

“L’unicità del rapporto e il senso verticale della Via al superamento del sesso”.

L’altra è:

“Come può la compassione trasformare in me la paura in venerazione.Può la compassione in me risvegliata trasformare la paura dell’altro in coraggio e fedeltà?”.

Forse le domande vanno separate.

Allora, quella sulla unicità la unisco invece a una domanda che viene dopo.

E invece affrontiamo questa:

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 “Come può la compassione trasformare in me la paura in venerazione. Può la compassione in me risvegliata trasformare la paura dell’altro in coraggio e fedeltà?”

compassion

La paura dell’altro.

“Come può la compassione trasformare in me la paura in venerazione”.

Non c’è bisogno, perchè se c’è la compassione…. La venerazione è già in germe nella compassione. Ho la sensazione però che qui occorra veramente capire che cos’è la paura. La paura è una forza del volere che sfugge all’Io. E sfugge tanto che incide sul fisico. E minimamente sul sistema neurovegetativo, e poi ci ha la sua ripercussione nell’organo cerebrale. Quando c’è questa minima alterazione noi possiamo andare dalla nevrosi ossessiva alla psicosi. Se invece non c’è questo, cioè non si arriva… c’è una forma di paura che può anche allarmare ma allora il personaggio si può anche far visitare: non ha niente, è sanissimo, è forte, è muscoluto, fa la ginnastica, ha buon appetito, però ci ha paura.

Lì …il “feffo”, il sesso volevo dire, è importante perché la brama non risolta, non purificata, non scaricata, non trasformata, diventa paura e si tratta di vedere perché.

Perché questo trapasso dalla brama alla paura riguarda soltanto coloro che hanno responsabilità interiore, perché altri con la brama se la cavano benissimo perché la soddisfano, e poi, soddisfatta, ritorna; poi ritorna e passano la vita cercando questa soddisfazione continua, e deve arrivare il momento della resa dei conti psicofisica e quindi lì lavora il karma. Mentre invece qui si tratta di qualcosa inerente al lavoro spirituale, lavoro spirituale, brama non risolta. Oppure c’è qualche altra cosa che può dare la paura: per esempio un eccesso di lavoro interiore, un eccesso di tensione interiore. Per esempio per impegni di lavoro. O preoccupazioni. Tuttavia è quasi sempre una questione che riguarda la sede istintiva.

E allora l’arte è di lavorare molto con il pensiero, ossia con un pensiero che scavi in profondità, e che divenga energico obiettivamente.

Che si intensifichi in maniera da assorbire la corrente della volontà perché la paura non è altro che volontà sfuggita all’Io. E’ forza che sfugge all’Io. Quindi noi questa forza la possiamo riprendere.

Sta a noi compiere un atto, potremmo chiamare un atto energico, gagliardo, o estremo, insomma come volete voi, dinamico. Un atto in cui noi affermiamo qualcosa che appartiene a un principio opposto a quello da cui viene la paura e adesso chiariremo il perché.

Perché ho due domande che mi richiamano proprio alla struttura dell’uomo che è una struttura paradossale. Una struttura che è una contraddizione, per cui l’uomo deve morire mentre non dovrebbe morire.

L’animale deve morire perché non muore, perché il suo Io sta altrove, quindi non muore. L’animale si annienta con le forme ma il suo Io vive, il suo Io continua a vivere negli altri animali. Quindi l’animale non muore mai, così la pianta.

L’uomo invece ha il suo principio in se stesso, e l’uomo non dovrebbe morire. E invece l’uomo muore, perché? Perché distrugge il proprio strumento mediante le forze con cui acquisisce la coscienza di se stesso.

Per acquisire una coscienza dell’Io si serve delle forze dell’Io contro l’ordine dell’Io. E questo paralizza tutte le forze dell’astrale e dell’eterico fino al fisico e quindi …. non solo la nascita degli istinti e delle passioni e quindi la paura, ma quindi anche la malattia e la morte. Però tutto questo è bellissimo perché?

E’ necessario perché l’uomo faccia con l’Io…, daje ‘na botta …, faccia con l’Io… non si chiama più Italia… daje ‘na botta, va’!  (nota dei trascrittori: qui Scaligero, dopo tanta stoica pazienza rivolge un pensiero gentile a chi è fonte di tanti schiamazzi e disturbo sulle scale)…. faccia con l’Io immanente ciò che è già presente nell’Io vero, nell’Io spirituale, ossia nell’Io autentico. Quindi, perché l’uomo faccia questo deve essere libero e si trova dinanzi queste situazioni …. antinomiali, come possiamo dire? Contraddittorie, assurde: è un assurdo. E allora la risposta a questa domanda­, lavoro di pensiero, la compassione è importantissima, è la chiave di tutto. Perché? Lo vedremo adesso rispondendo alle altre domande.

Cum patior. La compassione è la forza mediante cui noi andiamo incontro al calore potente degli istinti e lo assorbiamo come una forza di amore. E questa forza d’amore trasforma gli istinti. Deve essere compassione ma non nel senso pietistico, ma nel senso etnologico, come un sentimento che irradi per tutti gli esseri che soffrono questa soggezione, si dibattono in questa brama che li travolge, ne fa quello che vuole e poi li rigetta in una sfera continua di dolore e di delusione. Quindi come non cominciare con la compassione… quindi va benissimo questo….

E allora….

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“L’unicità del rapporto e il senso verticale della via al superamento del sesso”

L’altra domanda è:

 “Ma che cos’è la Pietra Filosofale?”

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Quindi, ritorniamo alla costituzione dell’uomo, e voi la conoscete bene quindi mi consentite di essere breve, perché… non stiamo qui a fare…

La costituzione dell’uomo è tripartita: testa, torace, sistema del ricambio, degli arti parliamo dopo. Nella testa… la testa è strutturata dalle forze più alte dell’universo, a prima Gerarchia. La zona mediana è strutturata dalla seconda Gerarchia. Il sistema del ricambio è edificato dalla terra, appartiene alla terra, perciò lì agisce la gerarchia più potente, la prima Gerarchia. Ora, nella struttura – abbiamo parlato della struttura – ma altra è la struttura dell’uomo, e qui abbiamo forse anticipato, quando noi abbiamo detto che la sede del ricambio è strutturata dalla terra ci dobbiamo fermare perché la prima Gerarchia la dobbiamo chiamare in un secondo tempo.

Ed è questo: che in questa struttura è una descrizione che riguarda l’uomo ma noi non la viviamo affatto nella coscienza, perché nella coscienza il rapporto è capovolto.

Perché nella coscienza della testa noi viviamo con la terza Gerarchia; nella sede mediana viviamo con la seconda, in quella che è la zona più profonda viviamo come avevo anticipato con la prima Gerarchia, ossia: per dominare ciò che è afferrato dalla terra e per dominare i processi della terra che vanno dalla nutrizione all’assimilazione fino all’espulsione delle deiezioni occorrono le forze più alte dell’universo che poi voi le vedete agire strutturalmente nella testa.

E’ questa l’antinomia dell’uomo, perché l’uomo ha la coscienza di sé nella testa. E come? Là incontrando ciò che nella testa corrisponde alla terza sede, ossia alla sede della terra, ossia del sistema del ricambio. L’uomo acquisisce coscienza di sé non tanto dal cervello cerebrale quanto dal cervello ritmico, metabolico, ossia dal cervello che appartiene alla terza sede, ossia alla sede della terra, lì dove il cervello ha processi di ricambio. E’ lì che l’uomo è inchiodato alla terra.

Adesso guardiamo il sesso.

Il sesso è l’azione della prima gerarchia nella sede più profonda, la sede del ricambio, in cui è inserito il sistema della riproduzione di tipo animale, che per funzionare, non per l’animale ma per l’incarnazione dell’uomo, ha bisogno che insieme alla brama animale, e qui l’animale c’è, ma complicata da ciò che di deteriore c’è nella psiche umana, perché magari fosse la brama animale: l’animale è puro e casto, agisce secondo la natura, l’uomo complica con la immaginazione e fa del sesso qualche cosa di demoniaco. Beh, qualcuno dice, ma come, è tanto bello il sesso, è così dolce. Eh no, è proprio lì sotto che c’è quel sordo fòdere, Arimane (nota dei tr.: il verbo latino fòdere ha il senso di scavare, erodere, eccitare, tormentare). Quindi, situazione veramente…

In questa situazione, perché si incarni lo spirito deve agire la prima Gerarchia, la quale coinvolge la seconda e la terza, e questo spiega il fatto che anche l’essere più… direi… più safi e tutufu (nota dei tr.: anagramma di una salace espressione calabrese, scherzosamente, abitualmente usata da M. S.),  intendiamoci, più greve, in quel momento lì sente la beatitudine, sente e siate boni, boni, boni, insomma si sente afferrato in una sfera divina. E cerca questo, lo cerca per quel momento, e poi cerca di riprodurlo artificiosamente, e poi gli sfugge, allora cerca altri mezzi fino ad arrivare a potenziare ancora il demoniaco. Ecco perché il sesso è difficile a superare, perché mediante questa soggezione gli ostacolatori dell’ uomo posseggono l’uomo, e lo posseggono usando la conferma della situazione antinomiale, ossia che l’uomo soggiaccia alle forze che vengono dalla terra in modo che il mondo degli istinti domini la sede mediana e poi domini il pensiero. Dominando il pensiero, il pensiero poi diventa scienza, diventa ideologia, e allora il pensiero giustifica la situazione di soggezione al sistema del ricambio ossia all’animale, ossia a Darwin, alla evoluzione animale, al materialismo. Allora l’ideologia ti giustifica tutto ciò che è materialistico, oppure tutto ciò che è istintivo. E allora vogliamo l’uomo vero, allora scateniamo gli istinti, e così abbiamo i criminali, gli psicotici. E’ questa le pedagogia che obbedisce… adesso è inutile insistere su questo perché già l’abbiamo detto parecchie volte. Però, il superamento del sesso, il superamento del sesso, lo dicemmo mercoledì, è la via del Graal, è una via iniziatica, quindi è la possibilità di capire che il sesso è un’esperienza che si deve compiere in senso verticale perché si muove dalla testa al muladhara ,ossia gli organi… la sede degli organi di riproduzione, lungo la colonna spinale c’è tutta una serie di lotta di forze e c’è la possibilità che l’uomo folgori il sesso con la luce che viene dalle gerarchie impegnate in questa operazione. Questa è una possibilità iniziatica. Ma c’è la possibilità di cominciare ad accogliere il sesso senza egoismo, ma uno che cominci questo si accorge che per questa redenzione del sesso, che è la massima conquista dell’uomo, occorre un’unica esperienza del sesso, con un essere solo, a cui sia legata l’esperienza, perché quest’essere solo, a tutti i gradi contiene, offre la possibilità che il sesso sia risolto, e toglie all’uomo, educa l’uomo a non cadere nel sofisma che là dove non riesce sia possibile riuscire con un altro essere, quindi alla prostituzione che è la legge del sesso da dopo Caino, dopo Caino comincia la legge della reincarnazione, e quindi della prostituzione dell’uomo per cui: un uomo molte donne, una donna molti uomini e questo…

Non facciamo del moralismo. Facciamo semplicemente la Scienza dello Spirito. La Scienza dello Spirito è la scienza della reintegrazione dell’uomo. Se l’uomo vuole veramente vincere deve attaccare lì dove lui cade sempre, e allora si spiega il mito del Graal, perché Amfortas cade, Parsifal vince.

Allora, guardate come vince; vince perché prima di tutto è fatto di tutto coraggio e di tutta potenza della volontà, perchè che possiamo tradurre… potenza interiore di pensiero.

Quindi Parsifal vince. La via della unicità è il segreto, perché l’uomo può cominciare l’esperienza con una donna e poi si secca, perché la brama gli dice: ce n’è un’altra che è più bella, con lei lo puoi fare meglio. E lì la brama si riattizza. Mentre proprio con l’essere che non suscita la brama deve continuare a fare il sesso, perché c’è un momento in cui la brama deve lasciare il sesso, in modo che l’uomo possa arrivare a conoscere un alto segreto dell’operazione del sesso, per cui può scoprire, e qui posso dire una frase audacissima, che il sesso non è fatto solo per fare figli.

Quello è l’unico scopo: fare figli, non ce n’è altro.

Però quando comincia quella redenzione il sesso è la via per poter raggiungere la reintegrazione dell’uomo, in modo da scioglierlo alla radice, ma per questo occorre veramente conoscere la via del Graal, che è la via della unicità. E questa via è possibile quando non c’è più brama.

Voi credete che la brama sia necessaria a quella che noi chiamiamo fase anaplastica, quella tensione, quella… erezione, eccetera. No. Il giorno in cui l’uomo è capace di questo senza brama e in stato angelico direi, allora comincia la redenzione del sesso.Come vedete, non c’è bisogno di brama.

Detto questo, perché l’abbiamo abbinato alla domanda, questa della pietra filosofale? E’ molto semplice: la pietra filosofale è il simbolo della redenzione dell’uomo. Quando l’uomo realizza il Graal si può dire che la pietra filosofale è raggiunta. La via verso il Graal è il conseguimento della pietra filosofale, e noi abbiamo ricordato il tomo, il lascito del Golgotha. Non ci sarebbe vera Alchìmia se non ci fosse questo lascito, perché l’Alchìmia vera non è il Cinabro; il Cinabro contiene sostanze che non sono veramente minerali, non sono minerali come il Carbonio. E’ il diamante, e qui il Tantrismo intuì il Vajrayana, però è una semplice…, un semplice tentativo, perché la Scienza dello Spirito dà modo di scoprire qual è il punto vero in cui nasce la possibilità della pietra filosofale dell’uomo, l’ abbiamo accennato parlando di quella zona superiore del corpo eterico, in cui si svolge proprio per lascito o dono del Golgotha.Quella operazione continua, per cui le forze eteriche respingono tutto ciò che viene dal mondo animale e vegetale come nutrizione, assumendo solo la parte aurea del minerale, uniscono a quello che è l’estratto puro dei sensi in contatto col mondo fisico, quindi minerale, e formano insieme quello che abbiamo chiamato il cibo del San Graal. Ma noi sappiamo che questa operazione si svolge nell’assoluta incoscienza dell’uomo, perché l’uomo mediante la brama la guasta. Perché l’uomo è chiuso nella testa. E’ qui dobbiamo ritornare al quadro con cui abbiamo iniziato. Nel cranio l’uomo è veramente imprigionato nella cerebralità e in questa prigione è difficile che giungano forze superiori, forze dall’alto. Unicamente giungono forze di entusiasmo, di poesia, di arte, di elevazione mistica, in momenti particolari, ma è difficile che non sia la penetrazione degli istinti, ossia è difficile che questo processo non sia qualcosa che viene dagli istinti, perché? Perché questo organo cerebrale in cui si accende la coscienza dell’Io e per cui potrebbe essere il punto di resurrezione dell’Io mediante un atto assoluto, questo organo è continuamente ferito dal sistema sanguigno che giunge lì mediante forze di morte.Il sistema sanguigno è il veicolo mediante cui l’Ostacolatore, gli Ostacolatori dell’uomo giungono in quella zona per turbare quel processo minerale, ossia per turbare il processo iniziale della Pietra Filosofale.Quando parliamo di brama, di istinti, di passioni noi dobbiamo riferirci a questa ascesa del sangue che è la lancia che ferisce Amfortas e lo avvelena. E abbiamo impiegato qualche mercoledì e qualche sabato a parlare del compito iniziatico di trasferire l’Io nel sangue, perché nel sangue noi abbiamo lo scorrimento continuo degli istinti e delle passioni, mentre il sangue dovrebbe essere la sede dell’Io. Ora, voi pensate che ogni meraviglioso moto dell’anima che possa giungere alla testa, e rallegrare questo essere prigioniero nella testa, prende il veicolo del sangue, ma che è percorso sempre dagli istinti, per cui quello è un moto istintivo e noi siamo capaci di fare delle cose grandiose solo quando un istinto o uno stimolo del sentire ci spinge. L’innamorato è capace di miracoli, perché ama e si trova in queste condizioni, ma quello è l’istinto, poi lo perde, e tutti quanti coloro che amano dopo perdono quel fuoco, perché veniva dal sangue, nel veicolo stesso che percorrono gli istinti e le passioni, mentre noi sappiamo che dobbiamo portarci nella sfera del sangue liberando l’etere del pensiero dall’organo cerebrale. Allora passa al sangue, allora l’Io è vittorioso nel sangue, allora la corrente del sangue è percorsa dall’Io, allora l’Io va incontro al processo meraviglioso, a quel processo grandioso che è il più alto che avvenga nell’universo, che è la formazione continua del cibo del Graal all’interno della testa, e che è veramente il dono del Golgotha, per cui chi a un certo punto possa veramente verificare questo, si accorge quanto sia veramente assurdo il fatto che si possa opporre una tradizione alchemica o ermetica a una via cristiana, perché questa trasformazione del minerale in assoluto Spirito viene veramente dalla Resurrezione del Christo. Perché è il minerale che finalmente viene permeato completamente dal Logos. E’ un processo che si svolge nella testa di ogni uomo, ma ogni uomo lo respinge, e il mondo delle brame, specialmente il sesso scatenato, ha il compito di paralizzare questa possibilità della evoluzione a venire dell’uomo: e per questo si svolge una grande lotta ai confini dell’umano perché questo dono sia mantenuto alla Luce del Logos.

 

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 30 DICEMBRE 1978

Massimo Scaligero

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30.12.78

(cliccare sulla data in azzurro per ascoltare)

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“Il complicarsi della crisi economica prevede il razionamento dell’energia?
Sappiamo che la luce e’ razionata…che ci si accorga che non puo’ piu’ essere…”

folgore

E fino a qui ho capito ma: e che ci si accorga che non puo’ piu’ essere….che cosa?
C’e’ un X.
Quindi… che possiamo dire a proposito di questo? Eh! Se arriviamo a questo punto e’ segno che ce lo siamo meritato…
E… ce l’avevamo la luce eccome…e ce ne sarebbe…..
Ce semo capiti…  che la luce fa parte dei beni umani che entrano nel circuito economico, che non soffre, non patisce costrizioni politiche, e quindi… non solo la luce…ma tutto il resto….l’Italia sarebbe un giardino meraviglioso di tutto, ci sarebbe tutto, lavoratori… tutti.. tutti pronti!
Bisognerebbe chiedersi come mai da uno stato di benessere che c’era si sia arrivati a questo punto.
E guarda, piu’ di questo non posso dire. Ed e’ chiarissimo: ognuno deve dedurre da se’.
Pero’ qui  aggiungiamo una considerazione. Mettiamo per esempio certe documentazioni, e adesso cerco di ricordare… documentazioni della chiesa clandestina; una serie di relazioni, documenti che parlano di uno stato… altro che razionamento !
Per razionamento di tutto, ma poi di pochissimo per tutti…
Non solo, ma a questo si aggiunge il fatto che, per esempio, si e’ come degli oggetti in mano alla politica e quindi c’e’ una costrizione religiosa e una persecuzione… per esempio, se c’e’ un popolo che ha una tendenza veramente… persino etnica, psichica, animica alla religione e gli togli la religione questo popolo soffrira’ le pene dell’inferno pur di procurarsi un pochino di religione e allora si vedono, e ci sono degli esseri che sopportano le pene dell’inferno pur di potersi riunire insieme, dire le preghiere, sentire, a sentirsi insieme intorno a un’ immagine del Christo, della Madonna. E coltivano questo impulso eroicamente. Dopodiche’, guardiamo la nostra situazione, e vediamo che qui cominciamo ad avere il razionamento perche’ l’impulso religioso di questi popoli che stanno soffrendo proprio perche’ soprattutto non hanno il cibo spirituale che vogliono, e a cui hanno diritto, le sofferenze di questo popolo, eh, sono qualcosa dinnanzi a cui quello che patiamo noi non e’ niente: e’ niente perche’ noi ancora non siamo ancora arrivati a quel punto.
Pero’ c’e’ stato il nostro amico che ha esaminato la situazione di… e l’ha chiamato lo specchio del futuro, ossia noi cerchiamo di non meritare di arrivare a questo punto, perche’ quelli stanno sviluppando una religiosita’ che noi nemmeno ci sogniamo. Allora potremmo anche pensare questo: che dei popoli che hanno un impulso religioso profondo che e’ necessario all’evoluzione umana debba patire le pene dell’inferno per donare questo a tutta l’evoluzione. E allora guardiamo la situazione nostra, possiamo anche spremere un po’…il nostro mondo di desideri, di brame, per far scaturire un minimo di spiritualita’ necessaria al mondo, e quindi siamo privilegiati perche’ siamo avvertiti.
Ecco, quando mai si sognava che si dovesse arrivare al razionamento del… tutto in tempo di guerra..
Ora cerchiamo di capire; e no, qui guardate che non si tratta di accusare nessuno ma soltanto semplicemente di comprendere che cosa e’ errato in questo, perche’ soltanto l’errore corretto nella mente di uomini saggi puo’ cominciare ad essere il mutamento della situazione. Quindi e’ importantissimo comprendere, perche’ qualsiasi altro provvedimento astratto non cambia nulla della situazione; non c’e’ soluzione che sia politica, sociale, astratta, fatta in discussione politica…: quello non cambia veramente nulla. Il cambiamento e’ un processo interiore vivente e che richiede una grande sofferenza: la sofferenza della comprensione.

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“In Iniziazione e’ scritto:
– Prima di ogni altra cosa bisogna far tacere ogni desiderio, ogni passione. -“

GANGE

Ma perche’ mi scrivete in maiuscolo ? Io ci vedo meglio quando e’ maiuscolo e minuscolo. Col maiuscolo ci fatico di piu’. Detto questo io sono un lagnoso, lagnoso perenne e quindi mi dovete accettare come sono.
Ma ammesso che ci si riesca, ecco se era scritto cosi’ eh, lo leggevo meglio.
Ma ammesso che ci si riesca, che cos’e’ che poi ci fara’ desiderare il perfezionamento spirituale ?
Allora, rileggiamo.
In Iniziazione e’ scritto: “Prima di ogni altra cosa bisogna far tacere ogni desiderio, ogni passione”.
Ma ammesso che ci si riesca, che cos’e’ che ci fara’ desiderare il perfezionamento spirituale ? Pero’ in Iniziazione dice che e’ importante l’educazione del desiderio, non e’ che noi dobbiamo cessare di desiderare, dobbiamo conoscere che cosa desideriamo perche’ se per esempio ad una certa cosa diamo un grande valore siamo giustificati nel desiderarlo.
Se pero’ noi con la conoscenza riusciamo a scoprire l’entita’ di quell’oggetto e scopriamo che dietro non c’e’ niente, allora scopriamo che quel desiderio desidera l’irreale.
E che cos’e’ il desiderio ? Io qui direi la brama. La brama non e’ altro che la forza della volonta’ che in basso si manifesta per oggetti fisici sensuali. La stessa brama distolta dal sensibile, rivolta a oggetti un pochino meno volgari di quelli sensibili, eh, diventa un potere creatore. E per esempio l’artista ha bisogno di bramare una certa perfezione, di bramare una certa vittoria su se’ stesso per poter far scaturire l’opera d’arte; siamo ancora nella sfera della brama ma e’ molto meglio di quell’altra.
Tuttavia e’ ancora un bramare. Per esempio: bramare il successo, eh! sembra, dal punto di vista umano in realta’ assolutamente ammissibile, comprensibile, dal punto di vista spirituale e’ un grossissimo errore e si puo’ coltivare la via dello spirito e a un certo punto sentirsi veramente galvanizzati da un successo, per esempio: un incarico, una nomina, oppure il successo di un libro, eh… se li’ c’e’ un potenziale d’anima che vibra, e tutto cio’ che si raggranella con la meditazione se ne va’ all’aria, quindi li’ noi scopriamo che non desideriamo il mondo spirituale con la stessa potenza con cui desideriamo certe cose che si chiamano successo. Ma la cosa puo’ anche portarsi piu’ in la’ e c’e’ la possibilita’ di capirlo questo, piano piano, che non e’ che uno cessando di dare valore a certi successi esteriori non li debba conseguire piu’. No, li puo’ conseguire, anzi potremmo anche persino dire che li consegue meglio se riesce ad esserne indipendente. Quindi… tuttavia qui ci sarebbero da dire diverse cose perche’ e’ difficile che qualcosa che riguardi lo spirito abbia successo; se comincia ad avere successo bisogna dubitare fortemente, perche’ noi abbiamo sempre visto che cio’ che vale, e lo abbiamo veduto proprio in questi tempi, che cio’ che spiritualmente vale viene deformato, viene diffamato, viene distorto, non viene capito: quindi anche li’ si tratta di fare delle buone distinzioni.
Tuttavia, per ritornare al tema: il desiderio che cos’e’ ? E’ la brama, ossia il volere qualcosa che come volere si manifesta nella sfera del ricambio, la sfera della volonta’, la sfera degli impulsi motori. Poi pero’ acquisisce una dynamis del sentimento, allora diventa la brama in cui in fondo sentire e volere di un ordine non troppo elevato cercano il loro appagamento. E li’ abbiamo l’istinto, l’istinto e’ la mescolanza di queste… Che cosa avviene ? Quando questo istinto e’ cosi’ forte afferra il pensiero, domina il pensiero, il pensieretto non ha nessuna voce in capitolo. E la brama anzi ha persino la potenza di far servire il pensiero alla sua giustificazione. E… allora: bisogna che questa brama si esprima e crei le premesse delle sue catastrofi. E cosi’ strada facendo, di decennio in decennio, oppure di vita in vita, uno progredisce. Ma uno che segue la via della conoscenza questo lo deve scoprire subito. E deve scoprire, e’ importantissimo che scopra i legami verso valori che non esistono, che in realta’ non sono nulla, ed e’ importantissimo perche’ se entriamo in contatto con delle forze che non richiedono altro che il nostro moto di conoscenza, perche’ se noi siamo capaci di conoscerle, e’ come se incontrassimo degli animali selvaggi ma meravigliosi e pronti a servirci! Se noi li chiamiamo con la parola giusta. Se noi gli andiamo incontro con la forza giusta. Dobbiamo compiere quest’atto di conoscenza.
Altrimenti che cosa avviene ? Che noi seguiamo discipline spirituali e poi con un piede stiamo nella mondanita’ eh oppure nel mondo esteriore.
Per esempio se voglio portare l’esempio il piu’ … direi, il piu’ facile: se l’entusiasmo per una partita di calcio supera l’entusiasmo per una riunione spirituale, eh, uno bisogna che se ne accorga. Quindi una riunione spirituale, possiamo anche dire una meditazione, una operazione spirituale si dovrebbe scoprire che e’ il massimo… l’obbiettivo piu’ potente che noi ci poniamo, di modo che rivolgiamo verso un oggetto spirituale riconosciuto da noi, la forza del desiderio. E li’ il desiderio o la brama si educano, viene educato anche il sentire…. e quindi dobbiamo  scoprire quando qualcosa che appartiene alla mondanita’ invece ha un potere piu’ forte.
Questo confronto lo possiamo fare continuamente mediante cio’ che ci avviene durante la giornata. Ci sono delle impressioni del mondo che ci… entrano in noi con una potenza e con una capacita’ di impressionarci innanzi a cui le impressioni interiori impallidiscono: finche’ le cose stanno cosi’ noi non camminiamo. Il giorno in cui invece noi sentiamo riguardo allo spirito la stessa potenza che esercita cio’ che la brama piu’ selvaggia scatena in noi allora siamo salvi.
E qui mi viene da ricordare un episodio che certamente il 90 % di noi conosce ma a questo punto bisogna ricordarlo: e’ quell’episodio che viene raccontato… una volta viene attribuito a Vivekananda … a Ramakrishna… insomma il fatto e’ questo… che una volta un discepolo chiese istruzioni al maestro per diventare un vero Yogi e si mise a fare tutto.
Passarono gli anni e ando’ dal maestro a dirgli : << Ma qui non succede niente, ancora non mi sono trasformato >>.
Allora il maestro gli fa : << E vieni, andiamo a fare il bagno insieme, dar Cerignola. >> E allora… andarono. Non era iL Cerignola, il Gange insomma: tanto per intenderci.
Quando furono nell’acqua chiaccherando a un certo punto il maestro gli balzo’… lo afferro’ per la cuticagna e gli ficco’ la testa sotto,nell’acqua. E ce lo tenne finche’ quello comincio’ a essere asfissiato, strangolato. Poi finalmente lo lascio’ libero e quello: “Ahh! Ahhh!”, fece una serie di respiri e il maestro non gli dette tempo di fare le sue rimostranze, gli disse subito: “Di che cosa sentivi piu’ bisogno quando stavi sott’acqua?”. “Eh! Dell’aria maestro!”. Beh, quando sentirai lo stesso bisogno dello Spirito allora avrai trasformato te stesso”.
E’ qui che noi dobbiamo scoprire quanto veramente noi vogliamo lo Spirito. Perche’ noi vogliamo un pezzetto che ci faccia comodo per giustificare la vita quotidiana e… per parlare, dare delle belle sentenze da Gigetto, oppure al bar della Fonteiana, per dire: “Aho’…! Guarda quello! Quello e’ un maestro!” E allora ci sentiamo maestri … eccetera, pero’ quando e’ il momento un certo evento fisico ci da’ un gran piacere, ce ne da’ piu’ che una meditazione: ‘ste cose le dobbiamo scoprire. Eh! Lo diciamo cosi’ un pochino alla bona, ma bisogna dirle cosi’ perche’ in fondo si tratta proprio di fatti interiori, non di arzigogoli.

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“La virtu’ e’ Potenza?”

(Mah… Kundalini e’ potenza.)

“Esercitando una virtu’ nasce nell’anima il vizio opposto. Come cristificare le virtu’?”

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Eh… Bravo. Credevo che non lo sapessi questo qui. Invece vedo che lo sai. Esercitando una virtu’ nasce nell’anima il polo opposto. Ossia: esercitando una virtu’ noi abbiamo una grossa presunzione, diventare virtuosi, bravi, perfetti. E allora la parte  opposta, a quella che e’ abitata e manovrata da esseri potenti, che dicono: “Ma che (vogliono) questi qua!”, si fortifica, si arrocca in una zona inattaccabile e domina da li’ e quindi uno si esercita nella virtu’ e dice “quanto so’ bravo!”. E qualcuno ci crede. Allora pero’ l’amico qui, amico in gamba, dice “Come cristificare le virtu’?”. Beh…qui dobbiamo spiegare perche’ ci sono magari  amici che non sanno cosa significa cristificare la virtu’. Vedete, abbiamo parlato poco fa della brama, e la domanda, per quanto io abbia attaccato l’amico che ha scritto in maiuscolo e’ una domanda interessantissima, la quale col suo tema perdura:  “perche’ esercitando una virtu’ nasce nell’anima il polo opposto”. Prendiamo i misitici del passato, i santi per esempio. Loro lo sapevano questo. Allora che facevano? Si mettevano certe graffe di acciaio, certi aculei che noi nemmeno immaginiamo. Per essere continuamente sollecitati a tirare il massimo del volere dal mondo degli istinti, in modo da non cedere agli istinti; ossia in modo che il volere loro fosse polarizzato verso il mondo spirituale. E si servivano di questa sofferenza. Questa sofferenza… noi dobbiamo capire anche questo: che persino il Pranayama, ossia una parte dello Yoga, dell’hata yoga, aveva questo compito: di strappare l’elemento spirituale mediante il respiro, separarlo dal fisico. Ossia erano operazioni che ancora si potevano compiere per esseri che avevano la possibilita’ di sentire lo spirituale nel corporeo. Ora noi non abbiamo piu’ bisogno di questo perche’ la situazione e’ peggiorata. E il cilizio ce l’abbiamo gia’. E che cos’e’ il cilizio? E’ il sistema nervoso. Non abbiamo bisogno di portare denti d’acciaio e grattacacie di latta dietro la schiena. Perche’ abbiamo il sistema nervoso che afferra tutti e afferra tanto bene che quasi tutti i nevrotici diventano poi psicologi. Perche’ si curano e poi dicono: “Guarda, qua posso diventare terapeuta anch’io”. La maggior parte di quelli che fanno psicologia sono dei personaggi nevrotici, curati e che poi hanno detto: adesso faccio pure io la stessa cosa. E pero’ c’era la paura di credere che diventassero piu’ psicologi che psicanalizzati, che pazienti. Invece la cosa dimostra che i nevrotici aumentano. So’ tutti nevrotici. C’ e’ il film di Cayatte che dice: Siamo tutti assassini. Noi possiamo dire: Siamo tutti nevrotici. Soltanto che un uomo che sviluppa la conoscenza se ne accorge. Se ne accorge ed e’ interessantissimo che scopra di essere un nevrotico. Perche’ se conosce opera. E se opera non solo puo’ diventare veramente non solo il guaritore di se’ ma anche di altri. Adesso ci sia consentito di dire che noi coi Cinque Esercizi del Dottore abbiamo guarito piu’ nevrosi senza far spendere un soldo a nessuno. Nevrotici che avevano pagato questo, quell’altro, alla fine so’ venuti da noi e noi gli abbiamo fatto fare un po’ di esercizietti e dopo la cosa e’ passata. Qualcuno di questi poi rimaneva da noi e continuava, e questo e’ interessante. Qualcun altro invece prendeva e via, e poi amici, rimanendo amici. La realta’ e’ questa: che quei Cinque Esercizi come li ha dati il Dottore? Li ha dati in questo modo: come correttivo oppure come antitossico per qualsiasi esercizio spirituale sbagliato. L’esercizio spirituale sbagliato e’ per esempio un esercizio dello yoga trascorso che riguardava un tipo umano costituito diversamente e che di colpo, brutalmente si applica a noi e…quello e’ un esercizio spirituale sbagliato. Qualcuno dice: “Ma a me fa bene”. E’ segno che tu sei uno dell’eta’ della pietra che ancora deve fare quel passaggio; oppure ti fa bene perche’ “ti sfrigulìa” la volonta’. E un minimo di volonta ci vuole per fare questi esercizi. Oppure l’esercizio sbagliato e’ lo stesso esercizio della Scienza dello Spirito fatto male, ossia uno capisce a suo modo gli esercizi e non li fa bene. E ci sono degli esercizi che se non vengono fatti bene posso essere anche piuttosto… non dico pericolosi ma danno un… qualche reazione. A questo punto noi diciamo: La Via del Pensiero e’ tale che se anche si sbagliano certi dettagli la forza del pensiero li corregge. L’altra considerazione e’ questa: che noi abbiamo i Cinque Esercizi. Questi Cinque Esercizi… – che del resto furono poi furono pubblicati nella seconda annata di Ur, questi qui Evola ebbe il naso buono, perche’ capi’ che erano importanti e li ha pubblicati, glieli ho dati io – e questi Cinque Esercizi sono tali che da soli potrebbero far camminare l’uomo e farlo arrivare anche anche all’ Iniziazione. Soltanto che … uno vuole molti esercizi perche’ crede che lasciando uno e prendendone un altro supera un limite che invece deve superare prima e quindi va a caccia del ciclo non conosciuto dello Steiner, del un ciclo raro, perche’cosi’ finalmente trova l’Iniziazione ma… non e’ il ciclo. E tu devi servirti dei cicli che hai. E li’ che devi lavorare. Non e’ che aumentando la lettura aumenta l’orizzonte, comunque con questo non voglio essere serio, e quindi non vorrei… uno si legge tutti i cicli che vuole. Pero’ dobbiamo dire “Cyclus non facit Initiatum”. E allora in questa operazione noi sbagliamo continuamente. Siamo corretti da questa costellazione di esercizi. Che il dottore avverte che sono dati apposta come correttivo di qualsiasi errore si compia nella via dello Spirito. Soltanto dobbiamo capire questo perche’ per prendere sul serio il Dottore bisogna capire Chi e’. E capire Chi e’ e’ la piu’ grande vittoria spirituale che un uomo possa conseguire perche capisce che e’ il vero maestro. E ve lo dice uno che e’ stato anche persino avversario di Steiner, perche’ prima di riconoscerlo come maestro ha combattuto con lui proprio punto per punto, leggendo e verificando quindi a un certo punto il premio e’ stato di riconoscerlo; ma se uno riconosce che e’ il Maestro dei Nuovi Tempi, il grande iniziato dei nuovi tempi allora puo’ prendere sul serio gli esercizi. E qui non e’ che abbiamo risposto alla domanda dell’ultra potente Walter. Perche’ dobbiamo dire come cristificare le forze.E’ qui che forse dobbiamo ricorrere a un altra domanda. Vediamo.

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“L’Epifania del Cristo sulla Terra in relazione alla circolazione sanguigna…”

pero’….
L’ altra domanda è questa:

“Si può dire che per noi la contemplazione della luce dell’Idea sia come fu per i Magi seguire la cometa? Essi trovarono il Cristo così come dovremmo incontrarlo anche noi nel pensiero libero dai sensi.”

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Ecco qui abbiamo l’occasione di capire la polarita’ indicata nella prima domanda. Ossia noi tendiamo verso una virtu’ e abbiamo come opposto il contrario. Ed e’ soltanto con l’esperienza del pensiero libero dai sensi che noi capiamo che qualsiasi forza interiore  scenda in noi e non viva in noi secondo il suo vero valore, il suo interno valore, ma serva la nostra psiche, diventa l’opposto. Per cui le piu’ alte importanti forze spirituali si rovesciano. Questo e’ il pericolo che attraversa l’uomo moderno. Qualunque essere cerchi la via dello Spirito… diventa… la via dello Spirito diventa la via del più tremendo egoismo… perchè? Perché non c’è la conoscenza che è richiesta per l’esperienza interiore dei nuovi tempi; non essendoci questo, ecco noi ci spieghiamo il perché, sia nello Yoga, sia nei sistemi orientali, sia nel cristianesimo mistico c’era un rigore tremendo, una sorveglianza continua di tutto ciò che si faceva, perché si sapeva, si conosceva questa legge.
Ora, questo noi come lo possiamo realizzare? E qui abbiamo veramente il sentiero del pensiero, che ci aiuta a comprendere. Per esempio la polarità che oggi veramente si presenta come quella del materialismo più pesante.
Prendete il ferro; il ferro è la sostanza più… più diffusa, più usata per la civiltà meccanica. E’ il metallo che domina, che è veramente uno strumento dell’ostacolatore, di quello che vive proprio nel mondo fisico. E noi possiamo ricordare che il dio dei metalli era quello che ha sedotto Giuda, e quello per cui Giuda era legato al mondo metallico, al mondo dei danari.
Un metallo, per esempio, come l’argento… che so… erano trenta sicli d’argento… è il metallo in cui c’era la potenza d’Arimane che agiva e la civiltà del ferro..- qualcuno l’ha chiamata la civiltà del piombo, ma siamo li’ in sostanza.
Comunque… questo metallo è un metallo che ha a che fare terribilmente con Arimane; Arimane domina. Guardate tutti coloro che sono impegnati in lavori meccanici… i metalmeccanici sono degli esseri che bisogna veramente comprendere, perché una certa virulenza dipende dal fatto che si trovano in un ambito in cui non c’è luce, questo meccanicismo è messo molto bene in evidenza dal famoso film di Charlot… e… luci… non mi ricordo… luci… eh?… Tempi moderni!
Questo è vero, però non è con la ricetta politica che si solleva… eh, ci vuole qualcosa d’altro, e il Dottore lo realizzò quando per due anni tenne le conferenze a quattromila operai di un’industria tedesca, e questi operai non vedevano l’ora di incontrare lui; s’erano talmente innamorati di lui che dava tutte… le risposte più belle, più importanti, anche sull’evoluzione… le ha date agli operai.
Questi operai s’erano talmente affezionati a lui che i sindacati si..s. i preoccuparono… e fecero un lavoro per farle smettere. Ma quella è la medicina, perché questi no… non è che cerchino gli au… la storia degli aumenti è una grossa illusione..tutti vogliono gli aumenti, e ci sono situazioni che possono evolvere senza bisogno di politica ma solo con provvedimenti legislativi e… ed equilibrati. Ma purtroppo la cosa ha marciato in un altro modo. Perché questi esseri hanno bisogno di luce spirituale.
La civiltà del ferro. La civiltà della macchina. Però noi abbiamo parlato qualche sabato scor..qualche sabato fa, a proposito di Giuda, che fu preso proprio da quella forza che agì attraverso il metallo. Ma non dobbiamo dimenticare che c’è il ferrum sidereum, che c’è il ferro di Marte, e che da circa cinquant’anni le forze di Marte agiscono sull’uomo in una maniera nuova… e… sono le forze del Buddha.
Adesso qui dico qualcosa che a qualcuno può sembrare una favola, ma l’azione dei Rosacroce, l’azione di Cristiano Rosenkreutz si è manifestata recentemente sulla Terra… recentemente parlo di.. e.. qualche secolo fa… con il far si’ che il Buddha operasse su Marte in maniera da inserire delle forze in Marte, che potessero giovare all’uomo quando tornando sulla Terra passa attraverso prima le stelle fisse poi i pianeti e poi passa per Marte e poi entra nella Terra. Da quel momento gli uomini che hanno una certa tendenza allo Spirito portano con se per via di Marte la forza del ferro sacro, ossia portano in se la possibilità di trasformare ciò che è inferiore nella natura umana, portano le forze del Buddha. Noi questo abbiamo cercato di spiegarlo una volta.
Le forze del Buddha, oggi, come vengono rispolverate e tirate fuori attraverso la situazione dello Zen sono qualcosa di… veramente… di lacrimevole, perché il Buddha è una forza che opera con  il Logos, ma che agisce dall’interno: bisogna conoscere questo mistero.
Perche’ lo scienziato ha una certa calma quando indaga: perche’ ha una certa forza. Perche’ l’indagatore se e’ veramente in regola con certe leggi ha una calma profonda: perche’ il fenomeno fisico sollecita un pensiero umano non psichico; quindi sollecita una forza impersonale del pensiero, sollecita cio’ che c’e’ di piu’ potente nel profondo del pensiero, e che ha la possibilita’ di essere esente da qualsiasi moto dell’anima, del sentire, degli istinti. Questa forza e’ la forza del Buddha.  Ossia noi questo lo possiamo tradurre in cio’ che e’ l’operazione della meditazione. Se noi siamo capaci di seguire la concentrazione del pensiero in maniera da far esprimere quello che veramente non ha niente a che vedere con cio’ che siamo, con cio’ che desideriamo, con cio’ che sentiamo, con cio’ che e’ istintivo in noi ma che tuttavia ha il potere di fluire come forza pensiero a cui ci siamo allenati, allora questa forza ha un potere di profondità per il fatto che porta con sé l’annientamento della brama inferiore. Veramente una forza buddhica, che da’ l’indipendenza buddhica al volere, ossia mentre ai tempi del Buddha Shakyamuni, di Buddha Shakyamuni, questa si esprimeva come una fuga dalla vita – e quindi una vibrazione piuttosto negativa del volere e del sentire, tuttavia necessaria a quei tempi – oggi questo diventa, nell’ operazione del pensiero, come una potenza liberatrice, come una folgore di pensiero che entri in noi e ci libera da qualsiasi istinto e desiderio.
Naturalmente è un’operazione che richiede una certa preparazione, però dobbiamo contemplarla, e un capitolo del libro La Tradizione Solare proprio l’ho dedicato a questo…ossia… noi abbiamo nel pensiero capace di immergersi nell’oggetto…  (e…nell’oggetto fisico, però il pensiero attinge…alle forze piu’profonde di se stesso)…in questo pensiero abbiamo la possibilità del potere inserito in Marte dal Buddha, e quindi è un pensiero liberatore, è una potenza pensiero, che noi possiamo accogliere.
Qui non abbiamo il tempo… eh sì purtoppo… non abbiamo il tempo per dire che in sostanza, come il buddhismo viene, venne a correggere il brahmanesimo, a dare proprio un colpo al brahmanesimo.. non solo, ma anche a integrarlo in molte forme – e qui… sarebbe lungo dirlo – alla stessa maniera noi possiamo considerare il pianeta Marte come un luogo del brahmanesimo, un luogo dell’aristotelismo, mentre la polarità opposta e’ il Buddha, è Platone. Questo lo dico rapidamente per far capire di che…qual impulso sto parlando, come impulso che trasforma il ferro profano, la ferreità della civiltà nella ferreità delle forze che vincono il materialismo.
E qui non..non ho il tempo per dire che cosa significa… lo lascio a voi, il cammino dei Magi… è proprio questo.
Per chi conosce un certo capitolo del Dottore sa che la visita dei Magi corrisponde a un certo evento del Buddha: pace agli uomini di buona volontà…
E’… è la grandiosità del Buddha che ritorna per servire il Cristo, perché sei secoli prima del cristo il Buddha fu necessario proprio per… e… preparare il terreno nell’aura della terra la nascita di questo Essere. Ma tutto ciò che si espresse sei/sette secoli prima del Cristo, la nascita di Roma, la nascita della filosofia greca e poi Lao Tze in estremo oriente e poi la nascita del Buddha, tutto questo lo si può veramente riconoscere come una preparazione dell’aura della Terra alla nascita del Cristo (qui dovrei concludere prendendo tutte le fila ma sarebbe piuttosto un debordare).
Comunque possiamo dire questo: noi abbiamo continuamente la possibilità di vincere l’elemento infero da cui siamo abitati, perché senza elemento infero non avremmo una vita quotidiana anche con il suo equilibrio… se noi siamo… fossimo privi di Arimane ci muoveremmo come dei fantasmi, se fossimo privi di Lucifero saremmo degli esseri gelidi, incapaci di fantasia.
Che significa questo: che questi due esseri sono tremendi per noi se noi sbagliamo, se noi non abbiamo le forze della conoscenza e quindi li facciamo entrare a spadroneggiare nella nostra anima.
Ma questi due esseri ci danno qualcosa di meraviglioso… e Arimane ci da la forza nella sfera fisica, ma questa forza la dobbiamo impugnare noi, con la nostra volontà, con il nostro Io.  Arimane… e …… Lucifero ci da la fantasia, l’immaginazione, che cerca di evadere dal mondo ma se noi l’afferriamo diventa una forza creatrice nostra.
Quindi qui noi ritorniamo a ricordare che dipende dal nostro atto interiore il mettere al centro della nostra vita ciò che conosce la vita, ossia l’Io spirituale in noi, ossia l’Io Logos in noi.

Planet Mars, Earth visible in background (Digital Composite)

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 9 DICEMBRE 1978 – DOMANDA 6

Mich(Arcangelo Michele  – Mara Maria Maccari)

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09.12.78 – Domanda 6

( Cliccare sui caratteri azzurri per ascoltare)

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Il mistero della testa umana in relazione
al Mistero del Golgotha.

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La testa umana
si puo’ dire che nella nostra struttura
e’ la parte che ha vissuto tutti gli stadi
dal saturneo al solare, al lunare,
fino al terrestre,
mentre ci sono altre parti del nostro essere che si
sono aggiunte dopo.
La testa si puo’ dire che riassume tutti gli stadi
mentre per…
gli altri stadi possono essere rappresentati da altre zone del corpo,
persino il sistema nervoso periferico,
e poi per ultimo le braccia, gli arti, le braccia, le gambe.
Tutto questo e’ avvenuto perche’ si presentasse una struttura sulla terra
che mediante una serie di processi evolutivi,
che sono verissimi,
quali sono registrati dalla rivoluzione darwinistica da Haeckel, la filogenesi, l’ontogenesi…
sono verissimi, soltanto che loro vedono la parte fisica
e ignorano la parte eterica, la parte astrale,
e poi quello che e’ piu’ potente che e’ l’Io.
Perche’ ad un certo punto questa evoluzione subisce
delle variazioni profonde e potenti per il fatto che si presenta l’Io
come un essere che vuole abitare in una parte di questo corpo,
quindi nella testa;
e allora avviene che la testa… l’organo cerebrale viene portato ad uno sviluppo
che dia modo all’Io di inserirsi mediante la sua attivita’,
e la prima attivita’ e’ il pensiero.
Quindi si puo’ dire che tutto il processo si produce
fino a che c’e’… insomma… una crescita,
una costruzione positiva,
una edificazione,
che e’ sempre ascendente,
e quindi l’evoluzione materialista ha ragione,
fino al punto in cui l’uomo raggiunge
una tale struttura in cui finalmente si puo’ manifestare il pensiero.
Quando questo e’ avvenuto, ed e’ cominciato ad avvenire nei primi secoli pre-cristiani,
e il fenomeno che veramente ci puo’ dare una misura di questo passaggio dell’umanita’
– e voi potete capire che avviene attraverso gli esseri piu’ evoluti, quelli che vanno piu’ avanti, quindi i Greci e i Romani –
il fenomeno e’ la nascita della filosofia.
Le prime, i primi esseri che finalmente hanno la possibilita’ di manifestare il pensiero
sono i Greci, la scuola Milesia, Talete eccetera, fino a poi… i sofisti, poi Socrate, Platone, eccetera…, e il processo continua.
E’ qui che si presenta il Christo perche’ comincia un punto
veramente decisivo della storia umana.
Perche’?
Perche’ il pensiero si presenta finalmente in quanto c’e’ un suo strumento.
Pero’ il pensiero ha il compito di distruggere questa natura evoluta,
e viene una polarita’, pensiero-Io,
che si oppone a cio’ che fino ad allora si e’ manifestata come forza di evoluzione,
e’ questo che bisogna afferrare.
Perche’ se fosse continuata l’evoluzione nel senso materiale
l’uomo avrebbe assoggettato le forze spirituali
che hanno avviato la sua evoluzione
al sensualismo fisico,
e guardate i Greci che l’hanno sfiorato..
questa sensualita’, questo materialismo,
il materialismo dei Greci e’ formidabile,
ed e’ potente perche’ e’ ancora aiutato da forze spirituali del passato.
Ah! Il sensualismo e il materialismo Greco e’ formidabile.
Pero’ mentre si presenta ci sono le forze della filosofia, le forze dell’arte,
ci sono i residui poteri del Lucifero Celeste.
E questo.. questi poteri
sono quelli che danno anche la possibilita’ di avere una prima comprensione del Christo.
E quindi il Christo interviene.
E qui voi pensate a quello che e’ avvenuto,
fino allo Spirito Santo.
E’ da allora che il Pensiero ha il potere di cominciare a distruggere la natura,
per riedificarla;
perche’ il pensiero vero e’ quello che si sviluppa mendiante una distruzione fisica
che apre il varco a qualcosa che viene dallo spirito.
Tutto questo adesso e’ appena accennato
ma continuera’ e diventera’ piu’ potente fino a che
l’uomo comincia ad edificare un proprio corpo spirituale.
Quindi… il lavoro del pensiero
noi lo dobbiamo afferrare con forze di coscienza
molto vive,
molto sveglie,
perche’ l’antica natura e’ immersa nel sonno.
Pensate alla missione di Michele.
Michele nella tradizione ebraica viene considerato il rivelatore della notte,
perche’ tutto quello che Michele dava, comunicava alla tradizione Ebraica,
che rappresentava la civilta’ solare di quell’epoca – a quell’epoca era veramente la razza eletta –
tutto questo avveniva nei sogni in una specie di immersione,
in una visione spirituale ma che corrispondeva al sonno,
quindi Michele era il rivelatore della notte.
Il Michele che agisce oggi e’ il rivelatore solare, alla luce del giorno.
Quindi mentre il Michele di diversi secoli fa
aveva bisogno dell’uomo dormente,
il Michele solare,
che ha la funzione di aprire il varco al Christo nel cuore umano,
ha bisogno dello stato di veglia, anzi:
di uno stato di piu’ che veglia.
Di uno stato rispetto a cui
lo stato di veglia normale e’ uno stato di assonnamento.
E voi lo potete vedere se
fate una vera meditazione e vi trovate ad un livello di grande lucidezza,
voi guardate lo stato normale di coscienza come lo stato d’addormentamento,
e uno ritorna in questo addormentamento perche’ segue la vita quotidiana,
ma piano piano uno comincia a dire: << Questo addormentamento e’ quello che mi toglie la memoria dello Spirito >>.
E qui ecco che ritorniamo al tema della memoria.
Perche’ la memoria dello Spirito e’ lo stato di veglia
sempre piu’ vivo come comunione con le potenze di Michele.
E Michele ha bisogno di questa elevazione dello stato di veglia dell’uomo
perche’ non puo’ obbligare l’uomo,
perche’ questa e’ l’epoca della liberta’.
Arimane e Lucifero lavorano in maniera da ingannare l’uomo,
di sedurlo,
hanno bisogno di convincerlo, quindi anche l’amore di cui parlavamo prima,
che uno vuole influire col proprio amore perche’ l’altro lo ami:
e questo e’ Lucifero.
Michele e’ libero,
vuole che tutto quello che viene dall’uomo nasca da un atto interiore libero,
quindi la massima donazione dell’amore e’ vera proprio perche’ c’e’ la liberta’,
la volonta’ libera.
Ecco perche’ Michele e’ il rivelatore che
risponde allo stato di veglia piu’ alto.
E vedo che abbiamo raggiunto l’ora.
Quindi dobbiamo concludere con questo pensiero:
che lo Spirito Santo di cui abbiamo parlato nella prima domanda,
che si presenta come la luce della Pentecoste,
e’ la forza dell’epoca di questo tempo.
E ci sono stati degli occultisti Rosicruciani che hanno unito il nome di Michele allo Spirito Santo: il Michele Paracleto, il Michele Spirito Santo, Michele Portatore dello Spirito Santo, Michele suscitatore dello Spirito Santo,
dei testi Rosicruciani, dei testi dell’ermetismo portano queste espressioni..
Raimondo Lullo…
Quindi mentre siamo nell’epoca… abbiamo detto che c’e’ Giuda che tradisce l’uomo…
non e’ Giuda pero’, non e’ piu’ Giuda,
ma il tradimento e’ come un tradimento di Giuda perche’ c’e’ il fatto economico
a cui viene asservito l’uomo in maniera che non si accorga piu’ del pane spirituale
ma guardi solo il pane fisico,
questo viene superato dalle potenze dello Spirito Santo.
E questa e’ l’epoca di Giovanni.
E con questo rispondo a una domanda che attende da diverso tempo
che dice: << Che significano le parole con cui si conclude il Vangelo di Giovanni >>.

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