26 Gennaio 2014

LA CONCENTRAZIONE E LA BAIA DI TOKYO

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A proposito di “Anima e concentrazione”, Savitri e altri amici ne hanno parlato un gran bene, ma non come essa scrive, per il modo in cui ho scritto (l’articolo era stato buttato giù con dita…più veloci del pensiero) e forse nemmeno per la tematica, per la quale sono e sarò preso per matto da molti lettori e da tutti gli odiatori fissi (ça va sans dire).

Comunque, se qualcuno andava ringraziato, non ero io ma la viva immagine di un mio caro amico, la quale – lei, l’immagine, non lui – mi saltellava, quasi spazientita, per l’anima.

Tutti voi che mi leggete, dovreste sempre ricordare una cosa che è fin troppo facile dimenticare, ovvero che ci sono pure quelli che non appaiono mai, che non apparirebbero né per soldi né per amore e tanto meno per gli inconfessabili motivi di chi vuole apparire ad ogni costo.

Già, vi sono quelli, vivi, vegeti e salterini che non hanno alcun desiderio di apparire nemmeno se promettete loro tutta la riserva aurea di Fort Knox.

Sono anche, almeno per il mio sense of humor, decisamente spiazzanti, se li associo ai paludamenti in cui Tizio o Caio cercano di occultare (e già che ci siamo, di soffocare in senso letterale) l’impulso che dal sovra-umano, cioè da Michele, attraversa Rudolf Steiner e Massimo Scaligero.

La gentaccia di cui faccio accenno, se ne frega beatamente dei  bric-à-brac esposti, delle forme universalmente concordate, delle virtuosità esibite o vezzosamente mal celate…insomma sgomma via veloce dai partitini esoterici. Non si preoccupa nemmeno di selezionare ciò che è buono da ciò che lo è meno: vede, sa e non se ne cura affatto.

Nel vivere passano inosservati, oppure sono conosciuti per altre cose che fanno in totale distacco dai benefici personali come Krishna insegna nel Bhagavad Gītā.

Sono esoteristi? Ma, per semplificare, diciamo pure di sì. Eppure sono distanti anni luce da quelli che si dicono esoterici…non avendo alcun tratto comune con questi ultimi, privi come sono del peso dell’importanza personale, dunque ignoti per chi vive costantemente in un eccesso forsennato di autostima o nel desiderio di possedere tale ambìto eccesso.

Allora, mi fa un gran bene conversare di tanto in tanto con i militi ignoti di cui parlo. Entro un po’ in loro e vedo le cose dalla loro prospettiva in cui, oltre l’essenziale, tutte le categorie pubbliche sono più inconsistenti di fata Morgana.

Ma questo, dato che pure le parole scritte hanno una forma precisa, a riportarlo è impossibile e del resto cosa si potrebbe scrivere per sottolineare il senso di una Filosofia della Libertà che già c’è, dei Testi di Scaligero (ma qualcuno ha letto interamente un suo libro? Qualcuno ha capito almeno la metà di un suo libro?) che già ci sono?

Beh, molti hanno fatto anche questo lavoro di rimessa, qualcuno spero con le migliori intenzioni, ma sono sempre traduzioni al ribasso o inconsci tentativi per dare al ricercatore la mela di plastica al posto della mela vera: sia mal fatta o ben fatta è sempre una porcata a gloria di chi l’ha compiuta.

Allora vengo al punto: avevo scritto una frase dopo le prime righe e messa in corsivo, affinché fosse evidenziata ma non sfacciata.

La sua eventuale declinazione è solo questa:

Solo chi è capace di superare il confine dell’anima conosce la concentrazione.

Mi pare persino più netta dell’originale.

Perché ho parlato di individui fuori dai contesti famigliari a molti? Perché quello che ho corsivizzato loro lo cantano in coro e con tutti gli accenti immaginabili e non.

Mi sono solo preso il permesso di dirlo e credo che, per la loro “non-visione” del mondo lo direbbero soltanto dietro ad una precisa domanda perché nel loro vocabolario la parola “mentire” non esiste.

Lo direbbero a chi ha già capito, poiché sanno benissimo che chi non capisce o non vuol capire, non capirà una risposta facile, ma facile solo per chi ha già capito.

Infatti (come mi era stato predetto), a parte insignificanti disturbi sulle onde hertziane, ho avvertito un gran bel silenzio…Prego, cancellate quel “bel” perché è un silenzio imbarazzato, perché non sta bene scavare solchi, segnare confini dove dovrebbe dominare l’informe, ciò che si plasma facile facile a tutte le esigenze dell’animuccia.

Quale rozzissima violenza dare una forma ad un Proteo che si vorrebbe trasformato in ogni cosa che più aggrada: e giù i Vangeli e anche di questi ciò che più piace. E giù il “Maestro” che, come un dio di poco prezzo, viene ricostruito a propria immagine e somiglianza.

Comprendo meglio la malafede o l’avidyā che le fenomenali torsioni o conversioni di conclamati ottimi discepoli…che forse erano già un tantino meno che ottimi se non riuscirono a stare in piedi da soli quando Massimo Scaligero mancò al mondo.

Ho potuto constatare il fenomeno con una personalità molto vicina a Scaligero. Bontà sua, la vedevo abbastanza spesso. Dopo la scomparsa di Massimo, portava con sé, oltre una ricchezza acquisita sul campo, l’amore, il rispetto e la viva memoria che un lungo rapporto con il portatore del Pensiero Vivente aveva forgiato.

Bastarono circa due anni di tempo che tutto sembrò confondersi e Scaligero ormai stava “ruzzolando” giù di gradino in gradino. Taccio, per carità (non so se pagana o cristiana), qualche oscura frase a metà, presenti non pochi amici, su cui nessuno chiese lumi per tatto e amicizia ma che purtroppo si sarebbe delineata, sempre più chiaramente in un “sistema” un tantinello buio.

Soltanto dopo due anni, già l’amico, il maestro e la sapienza dispensata venivano dimenticati in nome di una sorta di mistica alternativa che poi – noi ne sapevamo poco o nulla, lontani da Roma – venne considerata addirittura come una evoluzione o un superamento dell’insegnamento di Scaligero, il quale in ultima analisi era la nuova – e probabilmente unica – fioritura di quello che Rudolf Steiner aveva espresso in Verità e Scienza e nella Filosofia della Libertà.

Allo stesso modo come ora, in cui uno scombiccherato rivolo para-religioso vorrebbe porsi come superamento dell’antroposofia, dopo averla depredata dalla testa ai piedi senza averne compreso un accidente. Stessa deriva, un tantino più volgare.

Qualcuno ha il lodevole coraggio di chiedermi perché scrivo sempre (non è del tutto vero) di “tecnica” e mai d’amore.

Quante risposte potrei dare!

Per non farla troppo lunga:

a) perché è una parola prostituita,

b) perché troppi, tra gli animi di chi legge, la interpreterebbero sentimentalmente,

c) per il rispetto dovuto al suo originario significato,

d) per il rispetto dovuto alle Figure che l’hanno usata con il suo contenuto vero.

E spero (invano) che ciò basti.

Ps: nel titolo, cosa c’entra la baia di Tokyo? Andateci e se avete occhi e naso capirete se c’entra o no.

SCIENZA DELLO SPIRITO

INCONTRI SOLARI CON MASSIMO SCALIGERO

-Massimo

Incontrai per la prima volta Massimo Scaligero quasi alla fine della mia adolescenza. Nell’agosto del 1969 avevo conosciuto a Roma L., che aveva in Via Flaminia una piccola baracca che usava come atelier di pittura. Vi veniva alcune volte durante la settimana per dedicarsi in pace alla sua arte. Pur essendo romano di nascita, viveva ad Anzio dove si era trasferito quando si era sposato. L’incontro con L. fu per me oggetto di grandissima meraviglia, perché era un uomo decisamente fuori del comune, e quello che mi proponeva andava completamente oltre tutto quello che conoscevo.

Io venivo dalle Vie dell’Oriente, delle quali ero appassionato cultore. All’età di 13-14 anni, poco prima di iniziare il liceo, avevo incontrato l’India ed era stato subito amore a prima vista. I Veda, le Upanishad, lo Yoga, la Bhagavad Gita mi avevano preso subito il cuore, ma l’incontro con la figura del Buddha Shakyamuni, l’Illuminato, il Buddhismo sia Theravada che Mahayana, e soprattutto lo Zen,  mi aveva preso la mente, il cuore e l’anima tutta.

Allora non vi era la disorientante proluvie di libri, che oggi così tanto disorientano ed ubriacano il cercatore spirituale. Allora si trovavano pochi libri in circolazione, ma devo dire che, pochi, quei libri erano sotto molti aspetti davvero molto buoni. E vi era inoltre la possibilità di accedere alla Biblioteca Nazionale e ad un’altra ricca ottima biblioteca della mia città, che nel loro seno nascondevano dei veri tesori. Soprattutto vi erano i testi classici della Sapienza d’Oriente. A quell’epoca ancora non era diffusa la possibilità di fotocopiare, per cui mi ero organizzato in modo da poter copiare a mano i testi che amavo. A volte passavo in biblioteca intere giornate. Per cui già nell’estate del 1964 mi buttai con tutto me stesso nella lettura di quei testi, che dissetavano la mia divorante sete di conoscenza.

A dire il vero, il primo anno di liceo lo passai in Sicilia, ospite dei miei zii, a Paternò, un paese alle falde dell’Etna, ad una ventina di kilometri da Catania. La piccola biblioteca comunale locale divenne subito oggetto della mia immoderata cupidigia. Vi scoprii i quattro volumi delle Civiltà dell’Oriente, editi a cura di Giuseppe Tucci, il Buddha di Hermann Oldenberg, e persino uno dei primi testi sullo Zen, che di recente era stato pubblicato in Italia. Fu a Paternò che iniziai la pratica di copiare a mano i testi che amavo. Quel copiare, che cercavo di compiere in uno stato di silenzio interiore, si trasformava nella mia anima spontaneamente in una forma di attenta meditazione che accendeva in me uno stato interiore di intensità intuitiva, che cercavo di mantenere a lungo.

Applicavo tale silente lettura soprattutto a testi come il Dhammapada, o i Discorsi Lunghi del Buddha nel Digha Nikaya, o ai testi dei Maestri Chan e Zen, che leggevo alla Biblioteca Nazionale nei tre volumi di D.T. Suzuki dell’edizione francese di Albin Michel degli Essais sur le Bouddhisme Zen, mirabilmente tradotti in lingua gallica da Jean Herbert. Subito mi resi conto che la cosa più importante era la pratica interiore e l’esperienza spirituale diretta che ne discende, mentre l’intellettualismo e la dialettica erano per me la morte di tale luminosa esperienza spirituale.

Quando, nell’agosto del 1969, incontrai L. avevo letto e praticato molto. L’incontro con L. fu l’incontro non con un erudito – per quanto anche lui avesse ben conosciuto prima della Scienza dello Spirito sia le Vie dell’Oriente che quelle d’Occidente – bensì fu la prima volta l’incontro con qualcuno che veramente sperimentava ciò di cui parlava. Non ero uno che si lasciava incantare da coloro che tentavano rifilare con le loro parole quanto avevano letto nei libri, perché quei libri più o meno me li ero letti anch’io e mi rendevo conto se qualcuno cercava di rivogarmi con belle parole quel che non aveva sperimentato. L. invece mi parlò di quello che lui sperimentava ed ebbi subito la percezione di trovarmi di fronte – mi si passi la parola, ma è quella giusta – ad un vero mago. Aveva una vasta conoscenza ed una vasta esperienza. Esperienza diretta: vissuta sulla sua pelle. Anche dolorosamente.

Al di là delle tradizioni d’Oriente, mi ero interessato – anche se vi capivo il giusto, ossia quasi nulla – alla Tradizione Ermetica, all’Alchìmia, al Rosicrucianesimo. Allorché, in quel agosto del 1969, con L. portai il discorso – con tutta la disarmante ingenuità della mia adolescente età – sui Rosacroce, lui cambiò volto e mi descrisse una sua diretta esperienza interiore nel pensiero vivente. Quando, a distanza di moltissimi anni, glielo ricordai ringraziandolo cordialmente, L. si allarmò assai, perché è vero che parlava talvolta delle esperienze interiori da lui vissute, ma si guardava bene dal descriverle. Egli aveva fatto allora quella descrizione per un forte impulso interiore – diciamo un’ispirazione – ed io ne ebbi l’anima totalmente presa, come se si trattasse di un elemento spirituale totalmente nuovo nella mia vita. Sentivo che lo Yoga, il Buddhismo e lo Zen appartenevano alla mia storia interiore proveniente da vite passate, mentre quello che L. poneva di fronte al mio sguardo era l’assolutamente nuovo, qualcosa che dovevo conquistarmi, con dura lotta, a nuovo. Qualcosa che andava oltre la mia anima, la mia antica anima «asiatica». L. venendomi qualche mese dopo a trovare mi donò la Logica contro l’uomo di Massimo Scaligero, e proprio su suo consiglio. Mi introdusse alla pratica della concentrazione: conservo ancora le lettere ch’egli mi scrisse in quegli anni lontani.

Alla fine della primavera del 1970, potei tornare a Roma. La mia situazione finanziaria era allora – ed avrebbe continuato ad esserlo nei successivi decenni – drammaticamente fallimentare. Un vecchio occultista mi aveva fatto la «simpatica» (si fa per dire…) predizione: «Ricorda: a quelli come te il Cielo darà sempre tutto il necessario, e nulla di più del necessario». Nessuna sciagurata profezia si dimostrò invariabilmente più vera! Conciosiacosaché dovendo andare a Roma per incontrare Massimo Scaligero, nella mia endemica condizione di squattrinamento assoluto (che si sarebbe protratta nei decenni successivi…), mi risolsi «eroicamente» a fare l’autostop su quella che allora veniva chiamata l’Autostrada del Sole. Mi ero portato dietro zaino e sacco a pelo e, sfruttando un primo passaggio di un automobilista, giunsi ad una area di servizio ai confini con l’Umbria e quella notte mi feci una saporita dormita sull’erba verde (quanto le mie tasche…) di una vasta aiuola dell’area stessa. La mattina dopo, un camionista – gli Dèi lo benedicano – mi offrì un secondo passaggio sino a Piazza Ungheria a Roma, donde, pedibus calcantibus, me ne venni fino a Via Flaminia alla baracca-atélier del mio amico L.

Qualche giorno dopo, generosamente rifocillata la mia arretratissima fame, L. mi portò da Massimo Scaligero. Sin dai miei 13-14 anni ritenevo che la più grande fortuna per un sincero cercatore spirituale fosse quella di incontrare un Maestro, che potesse guidare con mano sicura sull’arduo sentiero della Conoscenza, e ciò era l’oggetto dei mie auspici e delle mie silenti invocazioni ai Numi. Ed ha ragione la nostra amata Marina ad affermare che colui che ci ha fatto incontrare Massimo Scaligero è nell’attuale vita sicuramente il nostro più grande amico: quello che ci ha fatto il dono più grande, quello al quale dobbiamo la gratitudine più grande. Il mio debito nei confronti di L. rimane, dunque, felicemente impagabile.

Venni condotto da L. a Monteverde Vecchio, in Via Cadolini – corta stradina senza sfondo – ove salimmo sino all’attico al quarto piano, all’interno 7, che Marina Sagramora aveva messo a sua disposizione. Salendo le scale, il mio cuore – che in precedenza avevo sconsideratamente creduto passabilmente coraggioso – mi batteva in gola all’impazzata. Bussammo, e Massimo ci aprì. Mi trovai di fronte ad una persona sulla sessantina, vestito con grande semplicità, calmissimo. Ci accolse molto cordialmente. Nella stanza – coperta di quadri e di alcune foto per me molto significative – ove venni introdotto era già presente A., un altro discepolo di Massimo, valente violinista. Così mi trovai di fronte a tre «artisti»: L. pittore, A. musicista, e Massimo, Maestro dell’Arte Regia. Appena mi sedetti sulla poltrona verde, che si trovava accanto alla vecchia stufa a cherosene, sentii chiaramente nella mia anima: sono ritornato a casa!

Fu il momento più felice della mia vita. Parlai della mia affannosa ricerca spirituale, dell’amore sconfinato che nutrivo per l’Oriente, per il Buddhismo Mahayana in particolare, e per lo Zen. Egli mi invitò ad approfondire il Mahayana, dandomi consigli che si rivelarono in seguito molto preziosi. Gli chiesi notizie e chiarimenti su quelle organizzazioni americane, sedicenti rosicruciane, che avevano cominciato ad inondare l’Europa con i loro «corsi per corrispondenza», che – data la loro plebea volgarità – lasciavano non poco perplessi. Massimo fu drastico. Mi disse esplicitamente: «Ricordati, dall’America non verrà mai niente di buono!». E da allora questo io me lo son tenuto per detto.

Massimo mi lasciò assolutamente libero. Anzi mi invitò ad una prudente diffidenza, e mi disse: «Tu non devi credere in nulla. Non devi credere una cosa perché la dico io, o la dice L., o la dicono gli antroposofi. Tu non devi credere a niente e devi sperimentare tutto!». Anche questo me lo sono tenuto per detto. Una tale attitudine era simile a quella del suo amico di gioventù Arturo Reghini, il quale dichiarava umoristicamente che non si doveva credere, perché le credenze stanno bene in cucina con i piatti, i bicchieri e i barattoli di marmellata. Ed in seguito me ne sono ricordato, quando – soprattutto dopo che Massimo ci ebbe lasciati – mi furono chiesti ‘atti di fede’, di varia natura e tendenti al fine di ‘sostituire’ surrettiziamente alla Via del Pensiero una morbida ‘via dell’anima’, ritenuta e predicata come ‘più adatta’ alla maggioranza delle anime, per le quali «una completa austerità è insostenibile». Questo è un miserabile inganno: una frode, perpetrata attraverso la predicazione di una edificante e stupefatta sentimentalità, la quale devia i pigri e gl’ingenui dall’unica Via percorribile da chi veramente vuole realizzare lo Spirito, per condurli spregiudicatamente a…, lasciamo perdere dove!

Massimo mi donò il Trattato del Pensiero Vivente – copia che, oramai quasi distrutta dall’uso, conservo ancora gelosamente – ed un fascicolo tratto dai Quaderni Esoterici con la traduzione del testo dei cosiddetti cinque esercizi, che poi in realtà son sei, che taluni chiamano ‘ausiliari’ e che stanno alla base del cammino interiore, del vero e proprio lavoro di Concentrazione e Meditazione. E siccome ero molto giovane e molto ignorante, a Massimo chiedevo tutto: come si fa la Concentrazione, come si fa la Meditazione, come si esegue la Percezione pura, l’ascesi della volontà, e così via. Ma, soprattutto, egli m’insegnò il valore dello studio rosicruciano delle opere fondamentali della Scienza dello Spirito, ossia dello studio rituale, sacrale, di tali opere: elaborazione interiore meditativa, detersa da quell’intellettualismo che tutto deforma e tutto paralizza nell’anima: questo mi ha salvato!

Infatti, è enorme il pericolo che l’intellettualismo riduca la Sapienza Celeste a vuota dialettica parolaia, all’ipocrita recitazione di valori che non vengono vissuti, ad una illudente menzogna, dietro la quale si celano i più inconfessabili fini. Mentre l’energica pratica interiore fa giustizia radicale annientando ogni dialettica, smascherando ogni recitazione, dissolvendo ogni menzognera illusione.   

Massimo era un Maestro severo. La sua compassione non aveva alcunché di sentimentale e di condiscendente. Egli non concedeva alcunché alle approssimazioni, alle sfrangiature di pensiero, agli sfilacciamenti o – come direbbero a Roma – agli «ammosciamenti» della volontà. Nei confronti dell’intellettualismo e delle sue presunzioni poi, era spietato. Le recitazioni le smascherava, e le ambizioni le abbatteva senza misericordia alcuna. A me egli ricordava quei terribilissimi Maestri Chan della Scuola Lin-tsi o Tsao-tung, i quali con urla, pugni, colpi di bastone, e scarpate «raddrizzavano» – e non di rado «illuminavano» – i volenterosi quanto inevitabilmente deraglianti discepoli. Io gli sono grato – davvero estremamente grato – dei molti «shampoo» nei quali egli lavava la mia testaccia di rapa con l’acido nitrico e la risciacquava con l’acido muriatico. Vedevo, invece, che dei gaglioffi, ch’io giudicavo essere degli autentici «pendagli da forca», venivano trattati da Massimo con distaccata e divertita cortesia – a meno che essi, per dirla alla romana, non si «allargassero» ed allora lui inesorabilmente li «stroncava» – e questo per me valeva come un criterio fondamentale di distinzione di valori rispetto alla Via.

Incontravo Massimo con la maggior frequenza possibile, compatibilmente alla mia possibilità di andare a Roma, e al crescente numero di impegni che i sempre più frequenti incontri individuali e le riunioni che da metà degli anni settanta erano divenute bisettimanali, il mercoledì e il sabato, ai quali Massimo doveva far fronte. Gli incontri con Massimo erano un respirare e vivere nell’atmosfera del pensiero puro, un riaccendere e far divampare la fiamma dell’Ascesi, una energica fluidificazione della volontà.

A partire da metà degli anni settanta, cominciammo alcuni amici ed io a ritrovarci con Massimo, al suo studio in Via Cadolini, l’ultimo venerdì di ogni mese per una intensa meditazione rituale. Egli la introduceva con alcune parole, quindi recitava un mantram e meditavamo a lungo. Infine, recitava il Prologo di Giovanni e ci salutava. Uscivamo silenziosi dal suo studio, e silenziosi rimanevamo durante tutta la lunga camminata che andava da Porta San Pancrazio al Gianicolo sino a casa di L. dall’altra parte di Monteverde Vecchio, ascoltando la rimembranza in noi delle sue parole e dello stato meditativo vissuto insieme nel Rito.

Il 25 gennaio 1980 – appunto l’ultimo venerdì di quel mese – ci riunimmo con Massimo per il Rito della meditazione comune. Eravamo in sei – in sette con Massimo – e tra noi vi era L. come nel mio primo incontro. Massimo non stava visibilmente bene, pur tuttavia trasse da sé la più grande forza, ci fece in pochi colpi d’ala – come un’aquila che s’innalza in cielo – una sintesi luminosa della Via del Pensiero: ci fece una sorta di operativo testamento spirituale. Già nei due mesi scorsi aveva mostrato apertamente quanta fiducia egli avesse nel gruppo di giovani, che negli anni avevo collegato con la Scienza dello Spirito e con lui, e che per sua volontà cercavo di orientare verso la Via del Pensiero. In quelle occasioni, egli disse che aveva fiducia in noi giovani «Perché seguivamo veramente la Via del Pensiero. Perché nella Via del Pensiero noi potevamo essere fervidi, alacri, intensi. Potevamo anche esagerare, addirittura essere ‘settari’, perché la forza-pensiero è l’unica capace di autocorrezione».

E nell’ultimo incontro rituale con lui – in quel tardo pomeriggio del 25 gennaio 1980 – egli ribadì la centralità della Via del Pensiero, e ci fece il quadro degl’inganni, dei possibili deragliamenti e guai, che il «realismo» primitivo, scientifico, trascendentale, religioso e persino «antroposofico» produceva in ogni campo, ma soprattutto in quello spirituale. A quel guasto realismo, ch’egli fustigava nelle riunioni, Massimo opponeva il «realismo del pensare», il realismo dell’esperienza eterica del concetto, il realismo del Logos, che non lascia residui fuori del proprio energico atto conoscitivo. In quella ultima riunione egli ci chiese di essere fedeli a questo «realismo», di essere fedeli alla Concentrazione, e di tendere con ogni nostra forza all’esperienza del momento eterico del concetto. Poi facemmo la meditazione come ogni volta. Quella volta Massimo volle abbracciarci uno per uno – ben sapeva che ci avrebbe lasciati – e ci salutò con particolare calore. Fummo gli ultimi che quel giorno egli ricevé. Io uscii per ultimo, e varcando la porta sentii nell’anima: questa è l’ultima volta che vedi Massimo! Cacciai il pensiero, come avevo allontanato dalla mia anima i presagi che mi avevano assalito durante il viaggio di andata a Roma.  Le parole di Massimo di quell’incontro sono scritte a lettere di fuoco nella mia anima, e dopo trentaquattro anni sono vive in me come allora.

A quanto Massimo ci disse quella sera, all’impegno ch’egli ci chiese, dentro di me giurai di voler esser fedele per la vita. Molte sciagure, che negli anni successivi avrebbero colpito la Comunità spirituale da lui fondata e impulsata, sono la diretta conseguenza dell’oblio, della noncuranza, della negligenza, ed in alcuni casi di un tradimento vero e proprio, rispetto a quel che egli aveva indicato come Via Aurea, come Via solare, come Via Vera, come l’Unica Via sulla quale il Principe dell’Oscuro Pensiero non aveva e non ha potere alcuno.

Ma silenziosi ed operanti, coloro che vogliono realizzare quanto indicato da un Maestro luminoso e adamantino come Massimo Scaligero, continueranno, con quello che lui chiamava il «coraggio dell’impossibile», a perseguire «instancabili e disperati», come egli ci disse che dovevamo essere per giungere alla Mèta, con ogni forza, quella impresa di Sapienza e d’Amore ch’egli ci ha indicato e per la quale soltanto – per noi –  vale l’esser nati.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SE SMARRITA

notte sulla collina

Se smarrita l’immagine del sole
mi chiama dal profondo della vita,
sento che ignota l’onda del pensare
si rifrange nell’anima e s’invola:
non disperare: la più vera amata
è colei che nel ciel sempre ritrovi
mentre nel giorno un sonno t’affatica
in trame strane di perdute cose.

L’essenza che non può tradir tu cerchi
oltre vaghe penombre d’un sentire
che alimenta l’angoscia del suo farsi.

Cercala sol tornando a quell’altezza
ove limpida splende la sua gioia
d’essere vera oltre la morte e il fato.

Cercala nell’angelica orditura
che è il mistero sottile di ogni vita,
sciogliendo il senso della pena buia
che grava come peso della terra,
cuore di piombo sotto gola amara.

Qualcuno attende là sulla collina
vivendo amore in palpito di stella.

Soltanto se tu sai salire il colle,
se sai tendere l’ala sulla morte
di questo giorno senza luce amica,
tu puoi salvar del mondo il tuo segreto,
ineffabile dono del Divino
da consacrare alla vicina fiamma
vivente nel respiro alto dell’aura
che accende il giuoco della sua figura.

Sciogliti e vivi per recarle il dono
che il suo fato respinge per averlo,
che il suo sogno nel tuo sogno richiede
come sorgente di perenne vita
come un amore che non può tradire.

.

Massimo Scaligero

ARTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO
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