SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ENIGMA DI ALAN TURING (di F. De Pascale)

*

Quella di Alan Turing* fu la storia di una grande tragedia della vita esteriore e di quella interiore.

Era una epoca agitata, che portava coloro che nelle profondità di se stessi avevano un impulso all’auto-superamento a ricercare in campi inesplorati, che spesso erano sentieri senza pietre miliari e deserti selvaggi, affrontati senza carte che permettessero di orientarsi. La ricerca – onesta sino alla disperazione – della conoscenza, dell’auto-superamento e della libertà ha i suoi martiri: uno fu Friedrich Nietzsche, un altro fu Alan Turing.

Tuling cercava una Via del pensiero, ma il suo destino non gli permise di giungervi e di percorrerla, e come Nietzsche si spezzĂČ. Dovette fare l’esperienza del piĂč arido pensiero, quello capace di scendere nel meccanicismo della materia morta, e dovette avere la forza di sopportare lo stato di morte del pensiero staccato dalla sua sorgente di vita.

Le sue ricerche, le sue invenzioni, furono poi afferrate dall’Avversario della Conoscenza e della Libertà, per generare la generale meccanicizzazione della vita umana, ma di questo Alan Turing non ebbe nessuna responsabilità: era nel destino del mondo e dell’umanità. Semmai la responsabilità l’ebbero – e tuttora l’hanno – le comunità spirituali che vengono meno alla loro missione, e coloro che, chiamati all’impegno ascetico nella concentrazione e nella meditazione – per pavidità, per fiacchezza, e volgarità d’animo, tradiscono e insozzano il mirabile dono ricevuto dagli Dùi.

Turing visse TUTTO il suo terribile destino, sino al sacrificio del suo tragico epilogo: Ăš degno di tutto il rispetto, come chiunque adempia a quel che la vita gli chiede ed un inesorabile fato esige o permette.

Cadde, ma non fu vinto, perché combatté con le sole armi che gli furono permesse.

Nel suo oscuro combattere, egli elaborĂČ le forze di un futuro incontro con la Via Solare, e di un suo coraggioso operare vittorioso per lo Spirito. Ma coloro che in questa vita hanno avuto il dono di incontrare la Via del Pensiero, e non la apprezzano, o voltano ad essa le spalle, o sfigurandola la deformano, o per turpe viltĂ  e fiacchezza interiore la trascurano, essi sono sicuri che questo mirabile dono verrĂ  riofferto in una nuova esistenza, o non verrĂ  insegnato loro attraverso lo strazio del dolore e della disperazione ad apprezzare e a valutare quel dono che ad altri – incolpevoli – fu negato?

Lo Spirito ama chi audacemente si compromette. Il Logos ama ed Ăš vicino a chi temerariamente si getta in prove di destino troppo grandi, e soccombe pur di tentare l’impresa di una trasformazione dell’umano, che cosĂŹ com’ù non vale niente, nĂ© la vita senza la luce dello Spirito vale la pena di essere vissuta!

L’umano deve essere superato!

FdP

_______________

_____________________________

*Da Biografieonline.it

ALAN TURING

Nascita: 23 giugno 1912
Morte: 7 giugno 1954

Alan Mathison Turing Ăš passato alla storia come uno dei pionieri dello studio della logica dei computer e come uno dei primi ad interessarsi all` argomento dell’ intelligenza artificiale. Nato il 23 giugno 1912 a Londra ha ispirato i termini ormai d`uso comune nel campo dell’informatica come quelli di “Macchina di Turing” e di “Test di Turing”.

PiĂč nello specifico, si puĂČ dire che come matematico ha applicato il concetto di algoritmo ai computer digitali e la sua ricerca nelle relazioni tra macchine e natura ha creato il campo dell`intelligenza artificiale.

Interessato soltanto alla matematica e alla scienza iniziĂČ la sua carriera come matematico al King`s College alla Cambridge University nel 1931.

A scuola non aveva un gran successo, data la sua tendenza ad approfondire esclusivamente cose che lo interessassero sul serio. Solo la grandissima amicizia con Christopher Morcom, un brillante compagno di scuola apparentemente molto piĂč promettente di lui gli permise di iniziare la sua carriera universitaria: l`amico, perĂČ, morĂŹ purtroppo di tubercolosi due anni dopo il loro incontro. Ma il segno che lasciĂČ sull`animo dell`amico fu profondo e significativo, inducendo Turing a trovare dentro di sĂ© la determinazione necessaria per continuare gli studi e la ricerca.

Dobbiamo quindi a Morcom moltissimo, se consideriamo che grazie al suo sostegno morale e al suo incitamento, indusse una grande mente come Turing a sviluppare le sue immense potenzialità. Tanto per fare un esempio, Turing arriverà a scoprire, cinque anni prima del matematico austriaco Gödel, che gli assiomi della matematica non potevano essere completi, un`intuizione che mise in crisi la convinzione che la matematica, in quanto scienza perfettamente razionale, fosse aliena da qualsiasi tipo di critica.

Si presentava comunque per Turing un compito veramente arduo: riuscire a provare se ci fosse o meno un modo per determinare se un certo teorema fosse esatto oppure no. Se questo fosse stato possibile, allora tutta la matematica si sarebbe potuta ridurre al semplice calcolo. Turing, secondo le sue abitudini, affrontĂČ questo problema in mondo tutt`altro che convenzionale, riducendo le operazioni matematiche ai loro costituenti fondamentali. Operazioni tanto facili che potevano essere di fatto svolte da una macchina.

Trasferitosi alla Princeton University, dunque, il grande matematico iniziĂČ ad esplorare quella che poi verrĂ  definita come la “Macchina di Turing” la quale, in altri termini, non rappresenta altro che un primitivo e primordiale “prototipo” del moderno computer. L`intuizione geniale di Turing fu quella di “spezzare” l`istruzione da fornire alla macchina in una serie di altre semplici istruzioni, nella convinzione che si potesse sviluppare un algoritmo per ogni problema: un processo non dissimile da quello affrontato dai programmatori odierni.

Durante la seconda guerra mondiale Turing mise le sue capacitĂ  matematiche al servizio del “Department of Communications” inglese per decifrare i codici usati nelle comunicazioni tedesche, un compito particolarmente difficile in quanto i tedeschi avevano sviluppato un tipo di computer denominato “Enigma” che era capace di generare un codice che mutava costantemente. Durante questo periodo al “Department of Communications”, Turing ed i suoi compagni lavorarono con uno strumento chiamato “Colossus” che decifrava in modo veloce ed efficiente i codici tedeschi creati con “Enigma”. Si trattava, essenzialmente, di un insieme di servomotori e metallo, ma era il primo passo verso il computer digitale.

Dopo questo contributo fondamentale allo sforzo bellico, finita la guerra continuĂČ a lavorare per il “National Physical Laboratory” (NPL), proseguendo la ricerca nel campo dei computer digitali. LavorĂČ nello sviluppo all`”Automatic Computing Engine” (ACE), uno dei primi tentativi nel creare un vero computer digitale. Fu in questo periodo che iniziĂČ ad esplorare la relazione tra i computer e la natura. Scrisse un articolo dal titolo “Intelligent Machinery”, pubblicato poi nel 1969. Fu questa una delle prime volte in cui sia stato presentato il concetto di “intelligenza artificiale”. Turing, infatti, era dell`idea che si potessero creare macchine che fossero capaci di simulare i processi del cervello umano, sorretto dalla convinzione che non ci sia nulla, in teoria, che un cervello artificiale non possa fare, esattamente come quello umano (in questo aiutato anche dai progressi che si andavano ottenendo nella riproduzione di “simulacri” umanoidi, con la telecamera o il magnetofono, rispettivamente “protesi” di rinforzo per l`occhio e la voce).

Turing, insomma, era dell`idea che si potesse raggiungere la chimera di un`intelligenza davvero artificiale seguendo gli schemi del cervello umano. A questo proposito, scrisse nel 1950 un articolo in cui descriveva quello che attualmente Ăš conosciuto come il “Test di Turing”. Questo test, una sorta di esperimento mentale (dato che nel periodo in cui Turing scriveva non vi erano ancora i mezzi per attuarlo), prevede che una persona, chiusa in una stanza e senza avere alcuna conoscenza dell`interlocutore con cui sta parlando, dialoghi sia con un altro essere umano che con una macchina intelligente. Se il soggetto in questione non riuscisse a distinguere l`uno dall`altra, allora si potrebbe dire che la macchina, in qualche modo, Ăš intelligente.

Turing lasciĂČ il National Physical Laboratory prima del completamento dell`”Automatic Computing Engine” e si trasferĂŹ alla University of Manchester dove lavorĂČ alla realizzazione del Manchester Automatic Digital Machine (MADAM), con il sogno non tanto segreto di poter vedere, a lungo termine, la chimera dell`intelligenza artificiale finalmente realizzata.

PersonalitĂ  fortemente tormentata (anche a causa di una omosessualitĂ  vissuta con estremo disagio), dalle mille contraddizioni e capace di stranezze e bizzarrie inverosimili, Turing morĂŹ suicida, appena quarantenne, il 7 giugno 1954.

A 60 anni dalla morte Ăš uscito al cinema un film biografico dal titolo “The imitation game”, che narra la vita di Alan Turing e di come progettĂČ il sistema per decifrare i codici segreti dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

da Biografieonline.it

SCIENZA DELLO SPIRITO,

AL POPOLO TEDESCO E AL MONDO CIVILE (di R. Steiner)

AL POPOLO TEDESCO E AL MONDO CIVILE (1)

(1) – Questo appello dello Steiner che noi ospitiamo, ringraziando l’illustre A. d’aver scelto La Vita Italiana per renderlo noto anche in Italia, Ăš rivolto anche al popolo dell’ Austria Tedesca. Esso rappresenta la manifestazione della volontĂ  dei numerosi firmatari. Parlano in questo appello collettivamente personalitĂ  della Germania, dell’ Austria Tedesca, e della Svizzera al popolo Tedesco. I firmatari confidano che si possa superare per mezzo di un germanismo rinnovato il minaccioso pericolo di una invadente catastrofe mondiale che pende oggi sulla societĂ  umana. Per lo stesso scopo circola nella popolazione di lingua tedesca un libro dello Steiner dal titolo: « I punti sostanziali della questione sociale».

______________________________________

da “La Vita Italiana”

RASSEGNA MENSILE DI POLITICA

Fascicolo luglio/agosto 1919

__________________________

 

Il popolo tedesco riteneva assicurata per tempo illimitato la compagine dell’Impero che da un mezzo secolo aveva edificato. Nell’Agosto 1914 all’inizio della catastrofe bellica esso reputava che questo edificio fosse incrollabile. Oggi non puĂČ contemplarne che i frantumi. Dopo un’esperienza siffatta deve svilupparsi la riflessione, poichĂ© questa esperienza ha dimostrato, che l’opinione di un mezzo secolo, e in special modo le idee dominanti durante gli anni di guerra, sono state un errore che ha esercitato tragica azione. Dove risiedono le cause di questo fatale errore? Questo quesito deve spingere le anime dei componenti il popolo tedesco alla riflessione. Attualmente esiste o no la forza per siffatta riflessione? Da ciĂČ dipende la possibilitĂ  di vita del popolo tedesco. Il suo avvenire dipende dalia sua capacitĂ  di porsi con serietĂ  il quesito: come sono caduto in questo errore? Se oggi esso si pone questo quesito, allora risplenderĂ  in lui la conoscenza, che un mezzo secolo fa egli ha fondato un Impero, ma ha trascurato d’imporre a questo Impero un compito che scaturisse dal contenuto essenziale della popolazione tedesca.

L’Impero venne fondato. I primi tempi della sua esistenza furono dedicati al riordinamento delle sue interiori possibilitĂ  di vita, in ordine alle esigenze delle antiche tradizioni e delle nuove necessitĂ  che di anno in anno si palesavano. PiĂč tardi venne posto cura al rafforzamento e all’ingrandimento della potenza sua esteriore, fondata su forze materiali. Vennero prese al contempo misure riguardanti le esigenze sociali dell’opera moderna, in cui venne bensĂŹ tenuto conto di molte cose che al momento risultavano necessarie, ma alle quali mancava tuttavia uno scopo grande, che avrebbe dovuto risultare da una conoscenza delle forze evolutive verso le quali la nuova umanitĂ  deve dirigersi.

L’Impero venne cosĂŹ posto in relazione col Mondo, senza che gli venisse imposto uno scopo essenziale che ne giustificasse l’esistenza. Lo svolgimento della catastrofe bellica ha dolorosamente rivelato questo errore. Fino allo scoppio della guerra il mondo non tedesco, niente aveva potuto vedere nel contegno dell’Impero che destasse l’opinione che i governanti di questo Impero compissero una missione storico-mondiale, che non Ăš lecito respingere. Il fatto di non poter trovare segno di siffatta missione in questi governanti ha necessariamente creato nel mondo non tedesco quell’opinione, la quale, secondo le persone veramente perspicaci sarebbe appunto la causa piĂč profonda del disastro tedesco.

Di immensa importanza per il popolo tedesco si Ăš un giudizio imparziale di siffatto stato di cose. Nell’avversitĂ  si Ăš fatta strada la conoscenza di ciĂČ che negli ultimi 50 anni non si era palesato. Al posto della ristretta visione delle esigenze attuali piĂč incalzanti deve subentrare ora una larga corrente di concezioni della vita che si sforzi di riconoscere con forza di pensiero le forze evolutive dell’umanitĂ  moderna, e che a questa si dedichi con coraggiosa volontĂ , Deve terminare l’indirizzo meschino che tende a neutralizzare come idealisti poco pratici tutti coloro che dirigono il loro sguardo verso queste forze evolutive. Deve terminare l’arroganza e l’orgoglio di coloro che credono di essere pratici e che nondimeno, per la meschinitĂ  del loro giudizio, camuffato da praticitĂ , hanno provocato il disastro. Va tenuto conto di ciĂČ che hanno da dire coloro che sono accusati di essere idealisti, ma che in realtĂ  sono i veri pratici della necessitĂ  dell’evoluzione dei nuovi tempi.

I “pratici” di ogni direzione hanno bensĂŹ visto da molto tempo il sorgere di esigenze affatto nuove dell’umanitĂ . Ma essi volevano dar soddisfazione a queste esigenze contenendole nel limite di abitudini antiche di pensiero e di antiche istituzioni. L’economia della vita dei nuovi tempi ha prodotto le esigenze. Dare soddisfazione a queste per mezzo di iniziative private sembrĂČ impossibile. Il passaggio dal lavoro privato a quello collettivo s’impose come una necessitĂ  a una classe di uomini in singole regioni, e venne attuato lĂ , dove in ordine alla sua concezione della vita, a quella classe di uomini Ăš sembrato vantaggioso attuarla.

Un passaggio radicale di tutto il lavoro individuale a lavoro collettivo diventĂČ lo scopo di un’altra classe, che per mezzo dell’evoluzione della nuova vita economica non ha interesse alla conservazione degli scopi privati.

Tutte le tendenze fino ad ora presentatesi nei riguardi nelle nuove esigenze dell’umanitĂ  hanno un fondamento comune. Esse spingono all’associazione dei privati e per raggiungere questo scopo vien fatto assegnamento sulle ComunitĂ  (Stati, Comuni) che dovrebbero diventarne assuntrici, mentre queste ComunitĂ  derivano da premesse che niente hanno da fare con le nuove esigenze.

Vien fatto assegnamento anche su ComunitĂ  piĂč moderne (per esempio le cooperative) che non sono sorte completamente nel senso di queste nuove esigenze, ma che sono plasmate sulle vecchie forme provenienti da antiche abitudini di pensiero trasmesseci.

La veritĂ  si Ăš che nessuna comunitĂ , formata nel senso di queste antiche abitudini di pensare, puĂČ adottare ciĂČ che si vorrebbe che essa adottasse. Le forze dell’epoca spingono alla conoscenza di una struttura sociale dell’umanitĂ , che dovrebbe tener conto di tutt’altro di ciĂČ di cui comunemente viene oggi tenuto conto. Le comunitĂ  sociali si sono fino ad ora formate in maggior parte per virtĂč degli istinti sociali dell’umanitĂ ; penetrarne le forze con piena coscienza sarĂ  il compito del tempo.

L’organismo sociale Ăš costituito come quello naturale. E cosĂŹ come l’organismo naturale deve provvedere al pensiero per mezzo della testa e non per mezzo del polmone, cosĂŹ pure Ăš necessario che l’organismo sociale sia distribuito in sistemi, di cui nessuno possa addossarsi il compito dell’altro, ma ognuno, valendosi della propria indipendenza, debba collaborare in unione con gli altri.

La vita economica puĂČ prosperare soltanto quando si forma come membro indipendente dell’organismo sociale, in ordine alle proprie forze e alle proprie leggi, e quando non porta disordine nella sua compagine per il fatto di lasciarsi assorbire da un organo, quello politicamente attivo, dell’organismo sociale. Questo organo politicamente operoso deve piuttosto sussistere pienamente indipendente a lato di quello economico, cosĂŹ come nell’organismo naturale il sistema respiratorio sta accanto al sistema cerebrale. Una loro benefica collaborazione non puĂČ venir raggiunta se ai due organi vien provveduto da un’unica direzione legislativa e amministrativa, occorre che ognuno di essi abbia una legislazione e amministrazione propria in vitale cooperazione. PerchĂš il sistema politico distrugge l’economia, se ne assume la direzione, e il sistema economico perde le sue forze vitali, se vuol diventare politico.

A questi due organi dell’organismo sociale deve aggiungersene un terzo, formato con piena indipendenza dalle proprie possibilitĂ  di vita, ossia, quello della produzione spirituale; a questo terzo organo compete anche la parte spirituale dei due altri campi, parte che deve esser loro fornita da questo terzo organo, che Ăš provvisto di proprie norme naturali e di propria amministrazione; questa parte perĂČ non puĂČ venir amministrata dagli altri due organi, nĂš su di essa possono questi esercitare altra influenza di quella che reciprocamente viene esercitata fra organismi, i quali l’uno accanto all’altro siano membri di un organismo naturale collettivo.

GiĂ  oggi si puĂČ fondare ed edificare scientificamente in tutti i suoi dettagli ciĂČ che qui Ăš stato detto sulle necessitĂ  dell’organismo sociale. In queste osservazioni non si possono tracciare che delle direttive generali per coloro che vogliono uniformarsi a queste necessitĂ .

La fondazione dell’Impero Tedesco si verificĂČ in un momento in cui queste necessitĂ  si affacciarono all’umanitĂ  moderna. Il suo governo non ha compreso che occorreva imporre un compito all’Impero con netta visione di questa necessitĂ . Questa visione gli avrebbe dato non soltanto una giusta compagine interiore; ma avrebbe anche data una direzione giustificata alla sua politica esteriore. Con una politica siffatta il popolo tedesco avrebbe potuto convivere con i popoli non tedeschi.

Orbene, dalla sventura ha dovuto maturarsi il senno. Si dovrebbe sviluppare la volontĂ  per la realizzazione dell’eventuale organismo sociale. Al mondo esteriore non dovrebbe presentarsi giĂ  una Germania, che non Ăš piĂč, ma un sistema spirituale politico ed economico che nei suoi rappresentanti come delegazioni indipendenti, dovrebbe voler trattare con coloro, dai quali Ăš stata abbattuta, quella Germania che per via della confusione dai tre sistemi era diventata una compagine sociale impossibile.

In ispirito sentiamo giĂ  i Pratici che si preoccupano della complicazione di ciĂČ che qui Ăš stato detto, che trovano incomodo perfino di pensare alla cooperazione di tre corporazioni, perchĂš non desiderano saper niente delle vere esigenze della vita, ma vogliono formare tutto secondo le comode esigenze del loro pensiero. Deve risultare chiaro che: o ci si dovrĂ  adattare col proprio pensiero alle esigenze della RealtĂ , o non si avrĂ  imparato niente dalla sventura, e ciĂČ che giĂ  Ăš successo andrĂ  aumentando all’infinito.

R. Steiner

_____________________

www.liberaconoscenza.it

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE

FISIOTERAPIA DELL’ANIMA (di F. De Pascale)

đŸȘ·

Non c’ù nessun errore nel “desiderare di realizzare lo Spirituale”. Magari l’essere umano ne fosse capace!

Come piĂč volte ci indicĂČ Massimo Scaligero, si tratta di dare al desiderio un oggetto divino: solo il Divino, l’Assoluto, Ăš degno di essere desiderato. E aggiungeva, che il sentire sbaglia sempre quando non sente il Divino.

Realisticamente, dobbiamo essere coscienti che a sentire il Divino, a desiderare di realizzare lo Spirito, l’anima deve essere educata. Anzi: “rieducata” attraverso una vera e propria fisioterapia dell’anima.

PerchĂ© il lungo servaggio nella prigionia corporea l’ha resa largamente inerte e sorda al richiamo dello Spirito, del Divino.

Altrimenti sarebbe semplice: conoscere intellettualmente la veritĂ , sarebbe al tempo stesso realizzarla. Il che non Ăš, perchĂ© proprio a causa del servaggio dell’anima, il pensiero intellettuale Ăš morto pensiero riflesso. E senza una fervida ed energica disciplina della Concentrazione il pensiero non esce dal suo stato di morte, e l’anima dal suo paralizzante servaggio.

È la Concentrazione che educa l’anima a sentire il Divino, a desiderare di realizzare lo Spirito.

Non vi ù altra Via. La Via del Pensiero ù la Via vera: l’unica. La Via Regia!

______________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO,

QUELLO CHE E’ ISCRITTO NELLE STELLE (di M. Scaligero)

💐

L’amore non ha bisogno di vincere, perchĂ© Ăš. È nell’anima, nell’anima Ăš il suo segreto: si puĂČ anche non vedere questo segreto. Ma si puĂČ attingere ad esso, quando l’illusione umana non Ăš piĂș capace di suscitare quel surrogato dell’amore che chiama amore. Quando questa illusione non Ăš piĂș capace di dare contenuto alla vita, allora si attinge al segreto punto della vita, alla scaturigine dell’amore.

Lampo profondo, scotente la vita, pensiero-luce, invocazione che Ăš parola-luce creatrice oltre la soglia della vita, in una sfera di turbini e potenze inumane: questo Ăš il regno sacro del cuore, ove attingere alla grazia delle essenze perenni, ove sentire il valore eterno della vita, incontrare il fluire del tempo nell’eternitĂ , il tessuto segreto d’amore di tutte le cose create, l’intatta sostanzialitĂ  da cui ogni cosa in origine nacque, ritrovare il senso della bellezza e della realtĂ  dell’Universo.

Quello che Ăš iscritto nelle stelle risuona nel cuore profondo, si apre il varco nel buio o nel giuoco delle forme create: Ăš vivo e infiammato e possente in quanto indicibile, ma Ăš vicino.

L’idea pura, il disegno divino che traluce nell’anima come potenza di destino, diverrĂ  umana realtĂ  quando le coscienze saranno pronte.

È l’idea di fedeltĂ  e di eternitĂ , o di unitĂ  restauratrice, della originaria coppia umana.

L’universo si nutre del puro accordo d’amore: la forza piĂș alta, la piĂș gioiosa speranza di salvazione. Occorre aprire la strada alla novella fioritura del Sacro Amore, aprire il varco al suo erompere nell’umano, preparare gli animi perchĂ© l’evento risuoni nel cosmo, cosĂ­ come il cosmo attende. Questo sentire Ăš la luce aurea che s’intensifica dalla luce adamantina originaria, o luce bianca del Grande Centro, o dell’ “Albero di Vita”, l’etere che contiene tutta la forza, la somma che solo l’Amore cosmico puĂČ recare in sĂ© come unitĂ . È il sentire in cui il Volere dei Troni s’incontra con gli Spiriti dell’Armonia e con la corrente altissima dei Serafini. È l’amore che comincia a creare sulla Terra in nome del Logos.

Al suo interno Ăš il mistero della reintegrazione: il suo calore deve operare nel corpo animico sino al fisico, per la trasmutazione della forza delle correnti che un giorno saranno chiamate alla generazione angelica.

L’impresa Ăš urgente e richiesta: occorre destarsi e operare, perchĂ© i tempi sono maturi. Il richiamo del Graal vincerĂ  ogni altro richiamo umano.

“Il morso del Drago non si cicatrizza se non per virtĂș della bevanda della Sacra Coppa”.

_______________________________________________

(Massimo Scaligero-Febbraio1969)
Per gentile concessione de L’ Archetipo

______________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-AGOSTO 2025

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

SULLA TRIPARTIZIONE SOCIALE (di F. De Pascale)

*

Considerazioni all’articolo da parte di Ecoantroposophia.

Nella mia ignoranza in campo Politico ed Economico – ignoranza anche in altri ambiti – non ho mai insistito, pur interessandomene molto, nello scrivere e parlare di Tripartizione sociale secondo Steiner.  Il nostro blog Ăš uno spazio dedicato agli insegnamenti di Steiner, Scaligero e Colazza, in gran parte, non va nello specifico delle figlie della Sds e di altro.

Sappiamo perĂČ che se i tempi per l’applicazione della Tripartizione potevano essere maturi all’indomani del primo conflitto mondiale, a maggior ragione essi lo sono oggi.

Purtroppo non sono maturi gli uomini, piĂč sprofondati di allora nel materialismo.

Eppure ciĂČ non dovrebbe impedire che questa materia sociale specifica si studi, si approfondisca, venga spiegata, divulgata, cosĂŹ come si parla (e si insegna) di pittura, di danza, di poesia, di terapie mediche varie, di educazione Waldorf, tutte discipline  che in piĂč anche si praticano.

Certo rimane al di sopra di tutto la Via del Pensiero, e nel senso di ri-conquista della tripartizione interiore.

Non Ăš perĂČ anatema, nĂš eresia, approfondire nel frattempo e poter conferire frequentemente, di Tripartizione sociale insieme – e allo stesso titolo – a tutte le discipline altre (che, appunto, in piĂč si praticano).

I testi base ci sono, il Dottore ne ha “scritto” molto e in maniera specializzata.

Poichù parliamo tutti di Politica nel senso di morale, ignoranza, egoismo, prevaricazione etc
 ma nessuno che pensi di portare, con metodo, nei vari consessi e raduni antroposofici, conferenze dedicate e approfondite in merito alla Tripartizione sociale.

A qualcuno persino scandalizza intrattenersi sull’argomento dopo un semplice accenno ritenuto piĂč che sufficiente. Il silenzio su questo argomento puĂČ essere solo giustificato da ignoranza sulla materia. L’avversione per il parlarne non la trovo giustificata in nessun senso: non fosse altro che per il solo considerare il sacrificio del Dottore stesso e la fatica e la passione che vi ha dedicato.

Si sbrindella e si dissacra  il Graal su Facebook tutti i giorni, si massacrano e si strumentalizzano i testi di Scaligero e le conferenze del Dottore, si accostano i Maestri a nomi di non raccomandabili e ci si fa vanto! Ma ci si scandalizza e ci si irrita se si accenna alla Tripartizione Sociale: credo che se ne possa quantomeno parlare e studiare tanto quanto si parla di costituzione interiore, di astrale, di eterico, di Spirito, di chiaroveggenza, di auree iniziatiche, di massaggi ritmici, di euritmia, di pedagogia Waldorf, di alimentazione, di cereali, di vegetarianesimo, di acquarello steineriano, di biodinamica, di architettura, di medicina antroposofica
 etc (oltre che delle questioni Obama, Biden, Trump, Zelensky, GAZA
 Cina, Russia
: tutte conseguenze del piĂč  grande conflitto di interesse mondiale mai visto prima di oggi sulla Terra).

Ci sono delle realtĂ  di studio, gruppi, associazioni, troppo poche e relegate, nemmeno di nicchia, proprio snobbate, che meritatamente – magari anche in maniera imperfetta,  con grande ostracismo e/o disinteresse nell’ambiente – studiano e divulgano la Tripartizione sociale; troppo poche: ma tanto di cappello.

In tutto l’ambiente antroposofico, e poi anche fuori, in attesa di poter applicare la Tripartizione sociale, questa si potrebbe far conoscere e studiare seriamente e con competenza, con la stessa serietà e lo stesso intento, con la stessa insistenza e frequenza che si usano per divulgare le altre materie scientifico spirituali, con lo stesso interesse che si ha per la politica e le questioni mondiali che tanto ci preoccupano e ci allarmano: tutti fenomeni che cerchiamo di interpretare coi mezzi scientifico spirituali che abbiamo ma che riusciamo appena a percepire nella loro vera trama appena dietro il velo: attività sterile se considerata da sola mentre non riusciamo nemmeno lontanamente a dare vita dentro di noi ad una immagine di organismo sociale sano secondo gli insegnamenti del Dottore.

Studiamo e facciamo studiare: per non esser impreparati ma pronti: oggi, o domani; in questa vita, o nella prossima.

ADMIN

*

Rudolf Steiner era sapiente e sagace, al punto di conoscere molto bene il valore delle persone che aveva attorno. Sapeva bene che, a parte una ben ristretta Ă©lite di decisi praticanti interiori, molti prendevano l’Antroposofia un po’ come una apprezzabile visione del mondo, e un po’ come una forma religiosa o semireligiosa. Che mancasse drammaticamente l’impegno interiore ascetico puĂČ essere scorto da vari segni.

Oggi molti, per esempio, lamentano il fatto che la Tripartizione dell’organismo sociale – il mirabile dono del Mondo Spirituale – non si sia attuata. Anche allora, in Germania, subito dopo la Prima Guerra Mondiale, quando nel disfacimento della struttura statale dell’Impero tedesco sembrava che la Tripartizione avesse grandi possibilitĂ  di attuarsi, e tali grandi possibilitĂ  in effetti vi erano, e molte speranze in tal senso si erano manifestate, Rudolf Steiner si impegnĂČ con tutte le sue forze con conferenze pubbliche, alle quali accorrevano migliaia di operai. Rudolf Steiner contattĂČ pure personalitĂ  che avevano responsabilitĂ  nello Stato e nella SocietĂ , ed espose con grande chiarezza quanto richiedevano i tempi. La cosa non si realizzĂČ.

Quando, tempo dopo, alcuni discepoli chiesero al Dottore il perchĂ© della non realizzazione della Tripartizione in Germania, dove essa aveva suscitato cosĂŹ tanto interesse e speranze, Rudolf Steiner rispose: “PerchĂ© in Germania non vi sono 100 discepoli della Scienza dello Spirito che abbiano fatto dell’Ascesi del libro Iniziazione lo scopo della propria vita. La Tripartizione non si Ăš realizzata, perchĂ© non esistono 100 antroposofi consacrati alla pratica interiore del libro Iniziazione”. A quell’epoca gli antroposofi erano giĂ  venti o trentamila persone.

Ad Adelheid Petersen, il Dottore disse, che un giorno l’intellettualismo degli antroposofi dipingerà tutto grigio su grigio, e l’intellettualismo sarà la morte dell’Antroposofia. Disse, inoltre: “Potrebbe accadere che il movimento spirituale dell’essere vivente dell’Antroposofia si separi dalla Società Antroposofica!”.

A Giovanni Colazza – e questo mi fu riferito personalmente piĂč volte da Massimo Scaligero – Rudolf Steiner, nell’ultimo colloquio avuto con lui, disse profeticamente: “Un giorno l’Antroposofia rinascerĂ  in Italia, in una forma giovane, radicalmente rinnovellata, totalmente slegata dalle forme istituzionalizzate, una forma vivente”.

Per me, e non solo per me, questa rinascita dell’Antroposofia ù nella Scienza dello Spirito come ce l’ha trasmessa Massimo Scaligero. La vivente Scienza dello Spirito ù tutta nell’opera di Massimo Scligero, nel suo aver ritrovato l’aureo “filo d’Arianna” della Via del Pensiero Vivente, nel suo porre al centro l’esperienza ascetica della Filosofia della Libertà, nel porre al centro e al vertice della pratica interiore la concentrazione portata sino alle sue estreme conseguenze di liberazione del pensare dal servaggio corporeo.

Partendo dalla Via del Pensiero si ritesse l’invisibile trama aurea, michaelita, che un giorno porterĂ  alla realizzazione in una dimensione piĂč vasta dello Spirito, ad una trasformazione della coscienza umana, e di conseguenza anche alla realizzazione della Tripartizione.

Le personalità di rango spirituale delle quali parla il Dottore sono presenti, ma la loro azione sfugge agli schemi precostituiti dell’intellettualismo antroposofico, e come tale sfugge allo sguardo miope della dirigenza burocratica di coloro che hanno – anche ufficialmente – trasformata la creazione di Rudolf Steiner in una impresa commerciale, registrata all’Ufficio Svizzero del Commercio.

La fiducia ù nell’audacia del pensare, nello slancio e nella fedeltà della volontà consacrata.

FdP

____________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE,

L’INTELLETTO: MALATTIA MENTALE (di M. Scaligero)

(Mario Mafai-Il caffĂš degli intellettuali-1954)
*
Per l’uomo intellettuale moderno che si Ăš formata una sua coscienza attraverso l’esclusiva mediazione dell’esperienza sensibile, la realtĂ  del mondo non Ăš piĂș vivente come era per i Greci sul piano esteriore, nĂ© come era per gli scolastici, nel cosmo concettuale dell’individuo, ma essa esiste soltanto nell’aspetto inanimato. La realtĂ  del mondo per lui Ăš soltanto “riflessa”.
.
L’intellettuale vive di una funzione interiore appartenente per cosĂ­ dire al passato, quella dell’“anima razionale”, la cui logica tradizionale, da Aristotele in poi, era qualcosa di vero, in quanto era la veste di un’intima rivelazione. Essendo questa gradualmente cessata, l’anima razionale rivela ormai la sua insufficienza, vista con luminosa chiarezza da un Gentile, romanticamente da un Jaspers, in ordine a un principio piĂș alto della coscienza da un J. Evola: ciĂČ proprio nel momento in cui l’uomo vive nel pieno di una “civiltà” che ha basi razionalistiche.
.
Svuotata dall’intimo suggerimento dello spirituale, l’anima razionale diviene ormai partecipe unicamente dell’esperienza del mondo esteriore. L’intelletto non afferra piĂș ciĂČ che Ăš evidente, nĂ© il Logos ellenico nĂ© quello giovannĂšo, ma soltanto la legge astratta, l’immagine senza vita. La coscienza dell’uomo moderno, allorchĂ© Ăš attiva intellettualmente, offre l’immagine di una umanitĂ  che muore col mondo diveniente, modellandosi all’interno secondo una fenomenologia che riguarda la “materia”, ossia il mondo apparente, qualcosa che Ăš in stato di morte.
.
CosĂ­ la ragione, sorretta unicamente dalla esistenza fisica, sino ad essere a questa subordinata, non puĂČ piĂș trovare l’uomo. Se guarda nello spazio, concepisce la fine dell’esistenza con il disgregarsi della forma materiale, se guarda nel tempo, proiettandovi la materialitĂ  dello spazio, crede di vedere al principio della vita la discendenza dell’uomo dall’animale. Per l’uomo attuale sparisce ciĂČ che Ăš veramente umano. E quando egli tenta di guardare nella propria interioritĂ , perde coscienza di sĂ© come quando si addormenta.
.
La sicurezza che un tempo veniva dall’attività dell’elemento eterno in lui, ormai svanisce: le magiche figurazioni dei miti che una volta lo animavano o la protezione degli Dei nella quale egli si rifugiava, vengono paralizzate dall’Intelletto. Per lui inoltre ù pacifico perdere coscienza durante il sonno: egli si consegna ogni notte a uno stato che la sua ragione dovrebbe considerare follia. E in effetti egli deve sempre sostenersi con una coscienza pensante per non divenire un folle come nel sogno.
.
Per altro quella energia di fede in una realtĂ  piĂș alta, che ancora soccorreva nel medio Evo, col sopravvento del razionalismo, perdendo di intensitĂ , Ăš divenuta un moto sentimentale con le inevitabili colorazioni dell’egoismo e della recitazione.
.
I risultati della indagine fisica agnostica, che non puĂČ piĂș trovare l’uomo all’apice della natura, esercitano il loro influsso nel processo formativo delle comunitĂ  umane, religiose, sociali, politiche, e operano giĂ  su tutta la terra. Dell’ipotesi della discendenza dell’uomo dall’animale si sono giĂ  avute le conseguenze sotto la forma della storia che stiamo vivendo. E ciĂČ che sorge dai piĂș bassi strati della coscienza – specialmente dal punto di vista della psicanalisi – viene ritenuto piĂș importante di ciĂČ che puĂČ essere acquisito da una coscienza piĂș chiara e piĂș libera.
.
Tutto ciĂČ puĂČ servire a conservare la specie, ma sopprime l’individualitĂ : l’umanitĂ  nel senso reale del termine viene perduta. L’Io cade nella sfera degli istinti collettivi, ossia agisce non secondo il suo principio, ma secondo gli impulsi della specie: le pratiche che ne derivano vengono poi in ogni senso glorificate dalla ragione.
.
L’uomo in quanto tale non puĂČ piĂș difendersi, le sue obiezioni a ogni possibilitĂ  di ripresa di sĂ© sono piĂș ragionevoli che mai. Egli potrebbe salvarsi soltanto se dal suo intelligere, che Ăš oggi legato all’esperienza sensibile, potesse elevarsi a quel “conoscere” che gli Scolastici attribuivano agli Angeli. Il conoscere dovrebbe diventare una facoltĂ  umana: se ciĂČ non avverrĂ , sin d’ora l’uomo si puĂČ considerare perduto.
.
Secondo la dottrina scolastica, per gli Angeli il conoscere Ăš un comunicare, ossia un entrare in stato di comunione: gli Angeli vivono nella coscienza di Dio e la recano, in quanto messaggeri del Cielo, agli uomini. Essi sono portatori della sapienza e strumenti della onnipotenza. L’uomo si distingue da tali esseri per mezzo di ciĂČ che egli stesso, in libertĂ  – ossia mediante il suo vero “Io”, l’Atman-Purusha indoario – puĂČ riconoscere e decidere in conformitĂ  di ciĂČ che ha riconosciuto. Questo egli puĂČ fare solo allorquando si libera da un lato dalla costrizione della natura che lo lega con i sensi alle leggi della materia e quando dall’altro lato riesce ad emanciparsi dalle stesse leggi che il mondo mentale gli prescrive.
.
L’esperienza dell’uomo Ăš l’esperienza della libertĂ : l’esilio nel mondo sensibile, l’oblio della sua patria spirituale, hanno la funzione di forze stimolatrici della sua libertĂ : la caduta nella materia Ăš il principio di una nuova grandezza dell’uomo. Ma tale grandezza non gli puĂČ essere donata: solo da lui ne dipende la conquista. Non puĂČ farlo altri per lui, nĂ© un individuo per un altro. Tale Ăš il principio della libertĂ .
.
L’uomo puĂČ avviarsi a questa nuova esperienza, se nella sua interioritĂ  sappia risalire alla fonte dei pensieri e questa egli riesca a far fluire incontro alle percezioni sensibili, cosĂ­ che sia restituita ad esse l’anima di cui sono state private. Se l’uomo non riesce a comprendere che il significato finale di tutta la sua attuale esperienza, con le sue miserie e le sue glorie, Ăš l’esigenza di un nuovo tipo di conoscenza, riguardo alla quale ogni individuo, purchĂ© capace di pensare, oggi Ăš virtualmente pronto, egli rischia di perdere anche questa capacitĂ  di pensare e con essa la sua residua umanitĂ .
.

___________________________________________________________

 da “La Rivolta Ideale”, aprile 1953

per gentile concessione de L’ARCHETIPO

___________________________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO

ELEVATA TENUTA INTERIORE (di F. De Pascale)

(Roland-Habersetzer-9e-dan-: “Le-Kime-est-l-explosion-denergie-concentree-en-un-point”)

âšĄïž

Per procedere nella Via Solare, nell’Ascesi del Pensiero Vivente, ù necessaria una elevata tenuta interiore.

E’ necessaria una tensione unicitaria della volontà, che equivale ad una compromissione e ad una dedizione assoluta.

E’ necessaria una qualità interiore che in Estremo Oriente viene ritenuta fondamentale per portare a fondo le Ascesi Chan e Zen, e le Arti Marziali, le quali, queste ultime, non sono affatto uno sport per tenersi in forma, o passare in maniera divertente il tempo libero, bensì un coraggioso affrontare il problema della vita e della morte, il problema della radicale trasformazione di se stessi.

Nello Zen, e nelle Arti Marziali nipponiche, tale qualità indispensabile ù chiamata kimù, ossia “decisione risoluta”, “determinazione assoluta”, di giungere – costi quel che costi – alla mùta, mettendo in giuoco se necessario anche la vita.

Anche Massimo Scaligero chiama tale indispensabile qualità interiore “determinazione assoluta”, dedicandovi persino uno specifico capitolo in “Tecniche della Concentrazione Interiore”.

Senza tale determinazione assoluta, senza quella pugnacità interiore o kimÚ, non Ú possibile giungere alla mÚta.

Perché quella determinazione assoluta, quella decisione risoluta, quella pugnacità o kimÚ, sono la consacrazione della volontà al Divino.

Senza tale determinazione assoluta, la tensione della volontà si sfrangia, si sfilaccia; la consapevolezza della assoluta necessità – vincere aut mori, dicevano gli Antichi – di giungere alla mùta, si diluisce, si annacqua, e si intorpida nei pantani della prosaica volgarità quotidiana: si ottenebra la consapevolezza che la vita, senza la realizzazione spirituale, non ha senso, e piuttosto che ridurla ad una edulcorata pagliacciata piccolo borghese, con il suo moralismo buonista e le sue comode “vie dell’anima”, ù meglio, molto meglio, spaccare tutto.

Perché la vita, senza lo Spirito, non vale niente. Non vale la pena di essere vissuta. Tanti sono biologicamente vivi, animicamente vegetanti ma spiritualmente morti.

Quando chiesero a Rudolf Steiner perchĂ© si dovesse praticare la Concentrazione, egli rispose: “PerchĂ© nell’anima sorge prepotente un urlo interiore”.

E quando alcuni di noi, che allora eravamo giovani, chiedemmo a Massimo Scaligero come dovevamo essere interiormente per giungere alla mùta, egli ci rispose: “Dovete essere instancabili e disperati. Dovete essere giovani armati di solo coraggio”.

Spero che tra le file dei discepoli dello Spirito, di coloro che si dedicano alla Via del Pensiero e alla Concentrazione, vi sia sempre di piĂč disperazione, coraggio, e kimĂ©: determinazione assoluta.

_________________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA SCIENZA DELLO SPIRITO CONTRO IL SOVVERSIVISMO OCCULTO (di M. Scaligero)

(Illustrazione dall’Hortus deliciarum, una delle enciclopedie che nel Medioevo costituivano la summa della cultura sapienziale dell’epoca, concepita come il complesso armonico delle sette arti liberali, qui simboleggiate da sette figure femminili con al centro la filosofia.)

*

Mai come in questo momento si Ăš visto coincidere il tema sociale con il tema morale, ed ambedue, per la ragione ultima del loro essere, giungere ad evocare il principio metafisico-mistico. I diaframmi scolastici scompaiono e forze spirituali sembrano urgere nell’umano con violenza restauratrice: viene in particolare compresa la necessitĂ  di riconquistare quella saggezza interiore che in antico veniva chiamata “conoscenza di sĂ©â€, e viene riconosciuto che soltanto tale conoscenza puĂČ offrire la soluzione dei piĂș gravi problemi dell’umanitĂ  attuale e dare a questa infine la possibilitĂ  di aprire gli occhi, di conoscere chi Ăš veramente il suo avversario, quali sono i suoi pericoli, quale la via della sua salvezza. Un avversario veramente esiste, ed Ăš forse da moltissimi il meno sospettato: Ăš un avversario che ha agito sempre sotto maschere diverse, attraverso un’azione che si potrebbe anche chiamare “sub-liminale”. E possiamo subito dire che esso ha agito principalmente attraverso la diffusione di un errore che purtroppo Ăš divenuto la base della conoscenza moderna della vita, della cultura, della morale. Ben sapendo che l’autentica perfezione della vita umana consiste in una comunione armonica tra spirito e vita, tra pensiero e azione (comunione che, come si Ăš spesso rilevato, si esprime in forma felice nella Tradizione di Roma) da secoli “qualcuno” ha operato in seno ai popoli a separare la spiritualitĂ  dalla vita materiale, specialmente attraverso la confusione recata nel campo della cultura, attraverso una falsa rappresentazione di ciĂČ che veramente Ăš spirito e di ciĂČ che veramente Ăš aspetto materiale della vita, attraverso un’azione metodica di travisazione degli elementi propri alle tradizioni metafisiche dei popoli.

Ora, si ha un bel predicare contro il materialismo moderno: questo non potrĂ  mai essere sradicato dall’anima dei popoli, se non si potrĂ  contrapporgli null’altro che una cultura conforme alla vita moderna, al modo di pensare moderno, giĂ  depotenziato proprio a causa dell’accennata separazione tra spirito e vita. NĂ© dobbiamo credere che tale separazione possa essere superata grazie a un semplice atteggiamento mentale: una sola via si offre a chi oggi veramente voglia cessare di essere strumento di forze e di miti di oscura origine: riprendere contatto con quella Tradizione spirituale occidentale, nella quale, mentre Ăš presente la concezione ternaria per cui il pensiero e l’azione possono fondersi grazie all’azione di un principio ad essi superiore, che Ăš lo spirito, al tempo stesso Ăš contenuta l’esatta descrizione degli aspetti sotto cui si puĂČ presentare la prevaricazione dualistica, sia nel senso del pensare astratto sia nel senso dell’agire materialistico. Soltanto chi Ăš capace di riacquistare quella che dagli antichi saggi veniva chiamata “conoscenza di sĂ©â€, puĂČ oggi veramente riconquistare la propria personalitĂ  e lottare efficacemente contro le deviazioni dovute alla prevaricazione materialistica, non soltanto nella forma esteriore ma soprattutto in senso interiore. Se noi consideriamo che l’errore dualistico ha agito nella cultura moderna in modo da poter essere accettato persino sul piano piĂș altamente intellettuale sotto specie di opposizione tra il Bene e il Male, tra la veritĂ  e l’errore, mentre si tratta parimenti di due errori, possiamo renderci conto delle difficoltĂ  di risolvere positivamente tale problema. Infatti, dalla cultura e dall’intellettualismo inconsapevolmente inspirati al materialismo moderno, questo dualismo Ăš stato presentato in una forma che puĂČ veramente sembrare legittima: in alto, le attivitĂ  dello spirito, in basso quelle della materia, come due forze opposte, Dio e il Diavolo, il Bene e il Male, l’ordine e il disordine; mentre, se noi esaminiamo questi due aspetti soprattutto nelle ultime formazioni della filosofia e della cultura, ossia sotto forma di idealismo e materialismo, ci accorgiamo che si tratta di due forze in apparenza contrarie, ma che in sostanza sono ambedue al servizio di un unico errore veramente diabolico, trattandosi di un pensiero incapace di possedere in profonditĂ  l’esperienza fisica e di un piano fisico che ignora ogni vera esperienza dello spirito. Abbiamo detto che la risoluzione di questo dualismo Ăš possibile soltanto se si puĂČ ridestare l’idea secondo la quale il vero bene non Ăš nello spirito che esclude il basso o viceversa, ma in una sintesi dei due temi, in ordine a un terzo principio ad essi superiore, capace di dare a ciascuno di essi la sua autentica funzione creativa e di agire come potenza di sintesi.

Ma, esaminando la civiltĂ  moderna, dobbiamo necessariamente constatare che questa separazione tra spirito e vita Ăš talmente profonda, che non esiste quasi nessuna attivitĂ  di carattere spirituale che sia veramente spirituale e nessuna attivitĂ  di ordine materiale attraverso cui l’uomo veramente domini il piano della materia: attraverso la deleteria antitesi Ăš stata provocata in ogni campo una immane confusione di valori, evidente specialmente nel campo filosofico, culturale, scientifico, per cui l’umanitĂ  viene continuamente allontanata dalla soluzione vera di ogni suo problema. Altra conseguenza di tale inversione di valori Ăš la confusione dei linguaggi, ossia l’incapacitĂ  degli uomini a intendersi in sede dialettica: il che naturalmente rende gli individui piĂș agevoli strumenti di forze prevaricatrici, di errori sotto forma di veritĂ . Il nemico dunque Ăš dappertutto, sempre pronto a far ricadere nella falsa esperienza anche chi sinceramente combatta per ritrovare la veritĂ .

Occorre che l’uomo non cerchi appoggi e rimedi in ciĂČ che gli Ăš abitudinario, in ciĂČ che gli Ăš stato reso familiare sotto diverse forme di cultura e di consuetudine sociale, ma che sappia infine ritrovare se stesso, contemplare se stesso, riconoscersi in quel piano della pura coscienza in cui da tempo era disabituato a sentirsi, e da questo prenda le mosse per riordinare se stesso. PerchĂ© riordinare se stesso Ăš il principio per riordinare ciĂČ che Ăš fuori di sĂ©: chi possiede la regola interiore puĂČ veramente fondare una regola esteriore. Mai il mondo esteriore potrĂ  essere riordinato da chi non possiede quell’ordine interiore che Ăš la “conoscenza di sĂ©â€. Taluni non sospetti avversari del costume materialista si illudono che sia sufficiente opporre ad esso una spiritualitĂ  o una religiositĂ  o un idealismo di tipo moderno, per neutralizzarlo o eliminarlo, e non si avvedono che, secondo il loro rimedio, in sostanza si tratterebbe di passare da un errore ad un altro, da una forma dell’anti-Tradizione ad un’altra.

Ecco perchĂ© il problema si presenta insolubile. E occorre il coraggio di non essere in alcun senso ottimisti; occorre avere il coraggio di riconoscere che nĂ© la cultura, nĂ© la religione, nĂ© l’economia, nĂ© la politica, nĂ© il pacifismo, nĂ© il militarismo, hanno saputo fino ad oggi offrire una soluzione, perchĂ© in ciascuna di queste attivitĂ  proprie all’uomo moderno esiste un errore comune a tutte: l’estroversione, il capovolgimento del rapporto spirito-materia, la sottile inversione dei valori. Si puĂČ dire che un sovversivismo occulto ha inquinato ogni aspetto della vita dell’uomo, il quale, ove creda di salvarsi col passare da un sistema ad un altro contrario, non fa che passare da un settore ad un altro dominato, sotto diversa forma, dallo stesso errore.

L’unica salvezza Ăš – ripetiamo – nella “conoscenza”, nell’autentica via metafisica, nella resurrezione dell’autentica Sapienza tradizionale: perchĂ© essa soltanto dĂ  il modo di riprendere coscienza di sĂ© e di identificare e combattere l’errore alla sua origine. Qualcuno, in questi tempi, piĂș di una volta ha avuto il coraggio di parlare di ciĂČ, ma subito le forze dell’anti-Tradizione in veste “tradizionalista” si sono mosse e hanno cercato di soffocarne la voce: nuovi scribi e nuovi farisei hanno riaffermato il loro atteggiamento classicamente anti-metafisico, sotto l’etichetta della religiositĂ , e tale atteggiamento Ăš stato accompagnato dal solidale controcanto dialettico del mondo “borghese”, ormai ossificato dalla sclerosi razionalistica. Ma se qualcuno ha osato pronunciare nuovamente il Verbo della Tradizione, fondare la Scienza dello Spirito, evocare il Principio, il LĂČgos, pur non udito o compreso, ciĂČ forse vuol dire che i tempi sono maturi perchĂ© il passaggio da un ciclo all’altro si compia sotto il segno di una schiera di nuovi eroi, veramente capaci di conoscenza, veramente atti al combattimento.

Rendere viva la Tradizione, liberarsi dalle espressioni morte, ossia da quelle che permangono come meccanizzazioni dialettiche di originari princĂ­pi dello spirito: Ăš questo il compito iniziale. Occorre chiarire peraltro che assumere i principi della Tradizione non significa rivolgersi alle grandezze del passato e svalutare il presente, non consiste in un rimanere affascinati dalle forme in cui questa Tradizione si espresse nel passato e il considerare il presente soltanto in relazione a tali forme. È questo un altro pericolo della deviazione verso la pseudo-Tradizione, in quanto, senza avvertirlo, si fa soggiacere la Tradizione a una concezione temporale e formale, mentre la Tradizione, per il suo carattere metafisico, muove, se cosĂ­ si puĂČ dire, da un piano supertemporale e meta-morfico. Essa non appartiene al passato o al presente o al futuro, rimanendo nella sua perennitĂ  inalterata dal tempo, ma appunto per questo essa deve poter riflettersi in ogni tempo senza che ne risulti modificata la sua originaria essenzialitĂ , rivestendo in ogni ciclo le forme culturali che a questo sono proprie, attraverso un’interpretazione sempre adeguata e sempre nuova.

In tale senso la Scienza dello Spirito ha il compito in ogni epoca di rendere attuale la Tradizione, ossia di evocare le forze della perenne conoscenza, per la risoluzione dei problemi piĂș urgenti del tempo, cosĂ­ che ogni aspetto della vita umana possa essere contemplato e rettificato alla luce di questa Conoscenza. Se esistono dottrine che pretendono riflettere il Vero Unico ma sono incapaci di offrire all’uomo la soluzione – non semplicemente dialettica ma soprattutto pratica – per i problemi dominanti della sua epoca, tali dottrine avranno soltanto un valore particolare, non un valore universale: esse non saranno certamente la vera Scienza dello Spirito, epperĂČ non saranno la veste autentica della Tradizione; esse saranno, bensĂ­, comprese nella vastitĂ  unitaria della Scienza spirituale, ma non saranno questa Scienza. Il segno che specialmente contraddistingue l’antica e inconfondibile Scienza dello Spirito Ăš la sua possibilitĂ  di comprendere, spiegare e trasformare nel senso della perfezione tutti gli aspetti dell’esistenza umana – nessuno escluso – cosĂ­ da rendere attuale in ogni tempo la loro virtĂș potenziale, normalmente mal riflessa o deformata.

È questa la migliore pietra di paragone per riconoscere in quale cultura o in quale dottrina Ăš presente quella Sapienza “solare” che inestinguibilmente insegna ai pochi che vogliono cercare e capire, ai pochi che intendono essere svegli, vivere e non essere vissuti – protagonisti ignoti della storia di ogni tempo – la via per ricondurre l’umano al Divino e per rendere sempre piĂș conforme al disegno divino l’architettura della vita individuale e della vicenda sociale. PerciĂČ noi possiamo sapere, sia con certezza intellettiva che per via di conoscenza super-razionale, dove questa Sapienza oggi Ăš, come sempre, viva.

_________________________________________________

Selezione da «La vita italiana», marzo 1943, fasc. 360.

per gentile concessione de L’Archetipo

_________________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA “REFLEXIO” JUNGHIANA (di F. De Pascale)

*

Carl Gustav Jung Ăš indubbiamente uomo di grande cultura, fornito di una raffinata dialettica, di un seducente e illudente linguaggio, dominato in maniera magistrale. Ma – come insegna Massimo Scaligero – “ciĂČ che seduce non libera!”.

Chi conosca l’Opera di Massimo Scaligero, sa bene come proprio il pensiero riflesso – anche nel suo momento dinamico come pensiero pensante – sia proprio ciĂČ che lega l’uomo alla dimensione corporea, alla prigione somatica: quella che faceva dire agli antichi Iniziati orfici e pitagorici: “soma-sema”, ossia “il corpo Ăš una prigione, il corpo Ăš una tomba nella quale l’anima muore!”.

E la bronzea catena, che lega l’anima al corpo-prigione, al corpo-tomba, Ăš proprio il pensiero riflesso: quel cogitante pensiero, che come descrive lo stesso Jung, Ăš solo un “riflesso virtuale”, quindi una immagine “non reale” – come ben sa chiunque abbia studiato a fondo sia la Fisica che l’Ottica, come scienza della visione. Un tale pensiero riflesso, esangue e disanimato, Ăš mediato dallo strumento del cervello, del sistema nervoso centrale, degli stessi organi di senso, cui Ăš cosĂŹ ferreamente incatenato, talchĂ© verrebbe la tentazione di dire che Ăš “in-catena-morto”. E infatti la maggior parte degli umani passano tutta la vita – se poi quella Ăš vita – con un tale pensiero incate-nato sino a che la morte mette fine a quella farsa che Ăš solo una parvenza di vita, mentre Ăš unicamente un lunghissimo, estremamente rallentato, morire.

Che una tale “riflessione” doni una qualche “libertĂ  di fronte alla costrizione delle leggi naturali”, come afferma Jung, non Ăš solo una “fabula” – come affermerebbe il Vico della “Antiquissima Italorum Sapientia” – ovvero non Ăš solo, come si puĂČ evincere dal facile anagramma, una “bufala”, bensĂŹ altresĂŹ Ăš una pericolosa illusione. Illusione, perchĂ© nel pensiero riflesso, nella riflessione cogitante, l’essere umano puĂČ bensĂŹ credere di essere autonomo e libero dai lacci e lacciuoli della costringente natura, mentre ne Ăš solo piĂč sottilmente, e piĂč insidiosamente, manovrato: un tale pensiero, infatti, gli Ăš “suggerito”, dalla natura stessa che lo illude e lo manovra, affinchĂ© egli non cerchi l’unica vera libertĂ , la quale puĂČ sorgere soltanto dalla realizzazione del “pensiero libero dai sensi” del quale parla Rudolf Steiner nel quinto capitolo della sua Scienza Occulta, e Massimo Scaligero in ogni pagina della sua Opera.

Del resto, l’ideologia marxiana e quella leninista – a loro modo coerentemente – riconoscono gnoseologicamente nella “teoria del rispecchiamento”, ossia nel fatto che, a loro dire, il conoscere umano Ăš solo una sovrastruttura, un riflesso della realtĂ  materiale esteriore, mentre Ăš vero esattamente il contrario: chi pratica la Via del Pensiero e la Concentrazione dimostra a se stesso, sperimentalmente che Ăš possibile liberare il pensare dalla mediazione del sistema nervoso e dagli organi di senso, e sperimentare la realtĂ  originaria del pensiero vivente su sĂ© fondato, unica mediazione a se stesso, e la realtĂ  di un Mondo Spirituale, del quale il mondo sensibile non Ăš che un riflesso, una illudente “maya” o una manifestazione, direbbero i Sapienti d’Oriente e d’Occidente.

Quindi, quella che propugna con un linguaggio accattivante Carl Gustav Jung, Ăš una menzogna, dimostrabile come tale da chiunque si impegni con volontĂ  veramente consacrata nella Via del Pensiero e nella Concentrazione. Il pensiero riflesso non Ăš, e non puĂČ mai essere, libero: nĂ© nel suo aspetto statico come pensiero pensato, nĂ© nel suo aspetto dinamico come pensiero pensante, ossia come pensiero riflesso in movimento.

Jung invoca un “comportamento”, ossia un’azione, ma una tale azione, basata sul pensiero riflesso ferreamente incatenato al sistema corporeo, non sarĂ  mai un agire libero. L’essere umano non Ăš certo libero perchĂ© condizionato dalla costrizione di un vincolo o di una molla interiore, che non scorge, invece che da una costrizione grossolanamente esteriore: sarebbe ben ingenuo solo il pensarlo! Infatti, oramai da molto tempo, tutta la demagogia politica e confessionale, e quella della pubblicitĂ  commerciale, sono basate sulla costrizione, non avvertita come tale, dei “persuasori occulti”, il cui estremo strumento – cinicamente spregiudicato – Ăš quello dell’uso, piĂč che abbondante, delle percezioni subliminali.

La stessa psicologia comportamentale – quella che gli anglosassoni chiamano “behaviourism” – si basa esattamente su questo principio. A tale proposito, una lettura molto istruttiva Ăš quella del libro dell’americano Francis Skinner “Beyond Freedom and Human Dignity”, ossia “Oltre la libertĂ  e la dignitĂ  umana”, nel quale si negano quali pericolose illusioni concetti “sovversivi” come quelli della “libertà” e della “dignitĂ  umana”, e si propugna un forzato, ancorchĂ© abilmente mascherato, condizionamento psicologico e integrale degli individui e dlle masse, da parte di una classe dirigente di “tecnocrati”, unici “razionalmente” legittimati a detenere il potere assoluto. Anche le cosiddette neuroscienze e il condizionamento neuro-linguistico si basano sugli stessi presupposti.

Curiosamente, l’idea junghiana del “comportamento” basato sulla “reflexio”, coincide perfettamente con l’idea marxiana e leninista della “praxis”, ossia dell’agire rivoluzionario coerentemente derivato dal presupposto logico erratissimo – e si puĂČ dimostrare razionalmente e sperimentalmente che lo Ăš – che il pensare e conoscere umano sia soltanto il cosciente riflesso della realtĂ  sensibile. In effetti il marxismo e il leninismo concepiscono la “liberazione” del proletariato dalla “schiavitĂč” del sistema produttivo capitalistico e dal sistema politico borghese, che ne Ăš la sovrastuttura, e non concepiscono affatto una “libertà” dell’individuo singolo, la cui esistenza Ăš solo un momento del processo storico ed economico, quindi una mera illusione. Quando Rudolf Steiner insegnava alla Scuola Operaia di Berlino, fondata da Wilhelm Liebknecht, entrĂČ in aperto e aspro contrasto con i dirigenti marxisti della medesima, i quali gli opposero il principio che loro “non conoscevano affatto una libertĂ  reale, ma solo una ragionevole costrizione”. Le conseguenze tragiche e sanguinose sul piano sociale di una tale impostazione teoretica errata sono sotto gli occhi di tutti coloro che veramente vogliono pensare. Non per niente, nella seconda metĂ  dello scorso secolo, si Ăš manifestata, negli intellettuali “à la page” e “radical chic”, una appassionata “corrispondenza di amorosi sensi”, per dirla col Foscolo,tra le teorie marxiane, la psicanalisi freudiana e la psicologia analitica junghiana.

Il limite materialistico di Jung Ăš piĂč abilmente e dialetticamente mascherato che non in Freud, ma non per questo meno efficiente e piĂč pericolosamente insinuante e illudente. Jung parla della “psiche”, ch’egli conosce unicamente sul piano discorsivo, non potendone avere esperienza o percezione diretta alcuna, e nega apertamente che tale “psiche” sia l’anima – la quale “apertis verbis” afferma di non sapere cosa sia – cosĂŹ come nega, che piĂč chiaramente non potrebbe, il fondamento divino, e quindi la realtĂ  non sensibile nĂ© materiale, dell’anima stessa. E gli stessi “archetipi” dei quali parla non sono entitĂ  spirituali ontologicamente fondate, bensĂŹ per Jung sono unicamente deduzioni cliniche verbali, deducibili dalla omologia biologica dei diversi sistemi nervosi degli individui umani: quindi, a suo stesso dire, nulla di spirituale. I mezzi che usa nella sua prassi “terapeutica” sono un pessimo strumento perverso come il fine e l’inevitabile risultato che si propone: non certo la realizzazione della guarigione del paziente, nĂ© tantomeno la libertĂ  dell’Io, cui non credeva affatto.

Jung non si Ăš affatto “convertito”, ossia non ha attuato una ascetica “metanoia” del pensare nella sua luce originaria, chĂ© una tale “metanoia” egli non poteva, perchĂ© non voleva attuare, poichĂ© la temeva con quel compulsivo terrore, che lo spinse addirittura a fuggire – soli 30 km da Tiruvannamalai – dalla possibilitĂ  di incontrare un Asceta autentico, uno Jnani realizzato, come Ramana Maharshi, il quale con un solo sguardo, col suo travolgente Silenzio, avrebbe ridotto al nulla tutto il suo intellettualismo psicoanalitico, e gli avrebbe mostrato come sia ben concreta la realizzazione dell’Io, dell’Atman, radicalmente indipendente dalla dimensione corporea, e dalla sua pallida e anemica appendice mentale e psichica. Ma Jung era solo un medium, non un asceta.

Il pensiero riflesso, sia statico e pensato che dinamico e pensante, non ù libero in quanto riflettente in maniera obbligata l’apparire sensibile e legato alla mediazione nervosa e corporea che lo incatena, e alle sue risonanze costringenti l’anima prigioniera. MA la volontà la quale coscientemente VUOLE il pensiero riflesso, ù libera. Una tale cosciente volontà pensante, la quale si voglia nella Concentrazione, e quindi voglia insistentemente il proprio volere – dapprima attraverso la mediazione di un pensato univocamente pensato, poi liberandosi anche di tale mediazione col volere il proprio cosciente movimento indipendente da OGNI pensato – realizza la libertà autentica: libertà da ogni limite e supporto sia corporeo che animico. Questa ù la vera ed unica terapia dei mali del corpo e dell’anima: Non quella di cui parla Carl Gustav Jung, la quale – beffardamente suggerita da potenze antispirituali ostili all’uomo e alla sua libertà – ù solo una tragica presa in giro mediante il suo asservimento corporeo e “psichico”!

___________________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ESSERE CENTRALE DELL’AMORE (di M. Scaligero)

*

Trasparenza del primo tramare dell’anima nella sfera dei Serafini, Ăš il primo risonare dell’accordo che nell’altro s’incentra, secondo il moto iniziale dell’amore: richiesta di un’azione rinnovellatrice della piĂș alta vicenda dell’essere metafisico: vicenda che nell’oscuritĂ  della Terra diviene forza di Resurrezione.

PerchĂ© l’Amore Divino trasformatore entri nel mondo, occorre il concorso di due esseri il cui amore sia intenso e fedele nell’umano, ma il loro accogliere questo Amore Divino non Ăš sufficiente alle categorie ricettive umane che trepidano ed ingenuamente possono alterare il principio. Occorre che i due evochino l’Essere Centrale dell’Amore perchĂ© agisca come una Forza piĂș forte, capace di superare le incertezze e i tremori delle categorie umane. PerchĂ© l’evocazione di questa Forza piĂș forte sia possibile, occorre, oltre la massima intensitĂ  dell’Amore umano, la massima capacitĂ  di donazione come capacitĂ  di sacrificio e di superamento del dolore. Questa Ăš la chiave dell’Amore che vincerĂ  il mondo. QUESTA FORZA È INTERNA ALL’IO. Si puĂČ evocare e adorare e anelare fuori di sĂ©, ma Ăš intima al proprio Io.

L’amore nasce per l’altro, ma il suo universale ù unicamente la vita mediante cui nasce nell’Io ed ù in tal modo conoscibile all’anima come proprio movimento, ma al tempo stesso come il proprio mistero, apparente nella inaccessibilità dell’anima dell’altro: onde si anela a una gioia, che tuttavia ù ben vivente in un luogo celato dell’anima: si anela ad essa come fosse irraggiungibile, e questa ù la gioia poetica, del cercarsi per ritrovarsi, ogni volta, per un moto abnegante dell’anima.

Il segreto dell’amore infinito Ăš il summum crucis, il senso della relazione come apice di una cristificazione dell’essenza: il summum Ú il conoscere l’unicitĂ  assoluta dell’essere dell’altro. Summum crucis, perchĂ© finisce con l’essere la relazione segreta delle anime, come relazione unica, che ha in sĂ© la chiave di tutte le relazioni: questa unificazione per la relazione assoluta Ăš il segreto per essere in rapporto a tutto l’umano, femminile e maschile, fuori dell’equivoco dell’eros. Ogni minima reazione dell’etero-sessualitĂ  va risolta nell’univoco e segreto e assoluto rapporto con l’unico altro. Questo Ăš un aspetto della Via della Salvazione. È un modo dell’essere cristico dell’amore umano, la compenetrazione della monade cosmica dell’amore nell’accordo dei due che rifiorisce: possa il Graal risplendere di lĂ  dalle brume dell’attuale mondo, grazie alla dedizione dell’altro, per virtĂș dell’unico e vero incontro. La croce Ăš il segno della restaurazione dell’ordine cosmico dei quattro: terra, acqua, aria, fuoco. “Riscaldare col fuoco la terra
” Ăš il segreto dell’amore, il segreto della Croce.

______________________________________________

(M. Scaligero, aprile1969)

per gentile concessione de L’Archetipo

______________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-LUGLIO 2025

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

NELLA TEMPESTA È IL RIFUGIO (di F. De Pascale)

*

Malgrado le mie caustiche considerazioni a taluno possano far sembrare il contrario, io NON sono affatto pessimista. PerchĂ© conosco bene che cosa significhi VOLERE. Certo, volere non Ăš desiderare. Desiderare Ăš un’emozione passiva, uno stato d’animo istintivo, il cui entusiasmo facilmente svanisce, evaporando di fronte alle prime serie difficoltĂ . Il volere, invece, Ăš sempre mosso dalla Conoscenza, e quindi dal pensare cosciente. GiĂ  per il pensare cosciente Ăš necessario un attivo e fervido volere.

Io NON sono affatto pessimista – pur non nascondendomi punto la gravitĂ  della situazione generale umana, e quella ancor piĂč grave delle comunitĂ  sedicenti spirituali, le quali in molti casi latitano o tradiscono – non sono affatto pessimista perchĂ© Massimo Scaligero in “Kundalini d’Occidente” scrive che nelle epoche piĂč oscure e antispirituali, nei momenti di pericolo per la storia umana, il Mondo Spirituale proietta nell’umano le sue forze piĂč potenti, e ai volitivi sperimentatori sono possibili audaci realizzazioni, che in epoche “piĂč spirituali” sono maggiormente difficili, perchĂ© l’essere umano in tali epoche facilmente si addormenta nel sogno della “tradizione”, e scambia una “natura spirituale” per lo Spirito.

Anche il principe Siddhartha – il Buddha Shakyamuni – affermava che “NELLA TEMPESTA E’ IL RIFUGIO!”. Le difficoltĂ  e le tragedie che l’umano sta attraversando non possono impedire la realizzazione dello Spirito, anzi possono favorire tale realizzazione, perchĂ© lo Spirito Ăš “atto” e non un “fatto”. Come ammonisce Massimo Scaligero ne “L’Uomo Interiore”, nello Spirito non si “sta”, nello Spirito si “ù”! E nel “Trattato del Pensiero Vivente” afferma che il pensiero volitivo di pochi asceti puĂČ operare positivamente e vittoriosamente per la generale condizione umana, perchĂ© “ù un solo pensare quello che pensa nei pensieri dei molti”. Un tale pensare volitivo – anche di pochi asceti sconosciuti operanti in silenzio e in solitudine – evita tragedie piĂč grandi e, pur tra mille strazi e difficoltĂ , restituisce luminositĂ  e positivo svolgimento alla vicenda umana.

Un’audace – apparentemente paradossale – affermazione di Massimo Scaligero, da me molto amata, Ăš che “noi siamo condannati a vincere, perchĂ© noi abbiamo il pensiero”.

Occorre consacrarsi – in maniera “unicitaria”, come direbbe la mia amica cinese Fang-pai – alla Via del Pensiero, e soprattutto alla Concentrazione. Occorre – nella Concentrazione – volere, volere intensamente, volere a lungo, volere sino a infrangere il limite umano. Occorre rendere incandescente il volere con il “freddo” pensare, e non con la tiepida sentimentalità delle “anime belle”.

E di tali asceti – pur non essendo essi folla – ve ne sono, e operano in maniera consacrata nell’ascesi individuale solitaria e nel Rito dell’ascesi individuale fraternamente svolta nella meditazione in comune con altri.

Rudolf Steiner, nell’ultimo colloquio avuto con Giovanni Colazza – Maestro di Massimo Scaligero, che piĂč volte me ne riferĂŹ – affermĂČ che se l’Antroposofia avesse fallito la sua missione in Germania, sarebbe rinata in Italia in novella forma, giovanile e non legata a strutture organizzative cristallizzate e burocratiche.

Circa il fatto che nel novembre del 1923, Rudolf Steiner – di fronte alla inadeguatezza dei discepoli della Scienza dello Spirito, che in vari casi – in maniera insana e improvvida – giunsero in Germania a contestare la fondatezza della sua visione spirituale e il suo operare, volesse ritirarsi in un villaggio svizzero, costituendo con pochissimi discepoli “provati” un Ordine occulto rigorosamente chiuso – “streng geschlossen” dicono i testi in lingua tedesca – lasciando al suo destino la SocietĂ  Antroposofica e movimento antroposofico, mi fu riferito personalmente piĂč volte da Massimo Scaligero, e dopo la sua dipartita da Hella Wiesberger del “Lascito” di Rudolf Steiner, la quale mi dette anche le probanti testimonianze scritte della cosa. Furono le preghiere e le accorate richieste di Marie Steiner e di Ita Wegman a farlo desistere e a compiere quello che lui stesso definĂŹ un “azzardo” – “ein Wagnis”, dicono i testi tedeschi – di unire attraverso la sua persona movimento antroposofico e SocietĂ  Antroposofica. Ma avvertĂŹ che da quel momento in poi “egli sarebbe stato responsabile di fronte al Mondo Spirituale per tutto quel che sarebbe accaduto, e che per gli errori e tradimenti della SocietĂ  Antroposofica egli avrebbe pagato di persona”. Furono le inadeguatezze, le facilonerie, le superficialitĂ , gli errori, le viltĂ , e in taluni casi il tradimento – sono le sue stesse parole – che lo condussero alla tomba, piĂč che non il veleno che la parte avversa gli propinĂČ al “Rout” del 1° gennaio 1924.

Egli affermĂČ che se la “Fondazione di Natale” non fosse stata accolta entro sei mesi dalla SocietĂ  Antroposofica, essa sarebbe stata ritirata dal Mondo Spirituale. Ed io ho la testimonianza scritta del fatto che nel giugno 1924, prima di entrare nella sala delle conferenze, egli disse a Ina Schuurman – persona vicina a Marie Steiner e al “Lascito” – che “la Fondazione di Natale Ăš stata ritirata dal Mondo Spirituale”.

La grandezza spirituale di Massimo Scaligero Ăš anche nell’aver donato al mondo in forma novella e rigenerata la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, mettendo al centro – come filone aureo di essa – la Via del Pensiero Vivente, e la concreta realizzazione ascetica attraverso gli esercizi: soprattutto la Concentrazione, da lui definita piĂč volte “l’esercizio a sĂ© sufficiente”.

A tale indicazione di Massimo Scaligero – che viene vilmente attaccata da coloro che meno dovrebbero – alcuni amici hanno deciso di rimanere risolutamente, ostinatamente, cocciutamente fedeli.

Niente Ăš impossibile ad una volontĂ  realmente consacrata.

_________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO,

LA FEDELTÀ – cap. 3 (di F. Caruso)

đŸ”„

 L’ATTITUDINE ALL’IDEALITÀ É IN REALTÀ L’ATTITUDINE A DONARE LA PROPRIA ANIMA AD UN’IDEA.

DONARLA FACENDOSI RICETTACOLO VIVENTE DI TALE IDEA.

DONARE LA PROPRIA ANIMA ALL’AMORE PER TALE IDEA.

TALE É L’IDEALISMO SPONTANEO CHE OGNI ANIMA GIOVANILE POSSIEDE.

OGNI ANIMA APPENA SORTA ALLA VITA.

 

L’AZIONE DA COMPIERE SAREBBE RICONOSCERE COME IDEALE DA AMARE (IDEALE CUI DONARE LA PROPRIA ANIMA) PROPRIO TALE CAPACITA’ DI AMORE IDEALISTICO.

L’ANIMA DOVREBBE AMARE QUANTO DI DEVOTO LE SORGE NEL PROPRIO INTIMO.

DOVREBBE AMARE QUANTO DI ALTO LE SI AFFACCIA COME IMPULSO IDEALISTICO.

DOVREBBE VENERARE CIO’.

DOVREBBE ESSERE FEDELE A CIO’.

AL MISTERO DEL PROPRIO ILLUMINARSI DI VOLONTA’ DI ANDARE OLTRE SE STESSA.

IN ALTO.

VERSO IL SOLE SPIRITUALE.

OGNI ANIMA NELLA SUA PARTE ETERNA ESSENDO COSI’ STRUTTURATA.

 

TUTTE LE ANIME SENTONO LA NOSTALGIA DEL DIVINO SOLE SPIRITUALE DA CUI PROVENGONO. TALE E’ L’ESSENZA DI OGNI IDEALITA’.

SOLE DIVINO DI CUI QUELLO FISICO E’ LA DIRETTA EMANAZIONE.

SOLE DIVINO DI CUI QUELLO FISICO E’ LA VESTE, IL PRODOTTO, L’EFFETTO.

SOLE DIVINO: SOLE LOGOS.

SOLE DEL REDENTORE.

 

FEDELTA’ QUINDI VERSO CIO’ CHE L’ANIMA SUGGERISCE COME AMORE E DEVOZIONE.

SI TRATTA DI ESSERE FEDELI AD UN’ATTITUDINE CHE L’ANIMA HA CONNATURATA IN SE’.

SI TRATTA DI ESSERE FEDELI A DELLE FORZE PURE, COLME DI RISPETTO E DEVOZIONE.

FEDELI ALLA PIU’ ALTA ATTITUDINE DELLE ANIME. L’ATTITUDINE A DONARE LA PROPRIA VITA AD UN VALORE CHE LA PERVADA E CHE ESSA POSSA FAR VIVERE IN SE’.

 

FEDELTA’ AL PROPRIO POTERE DI DEVOZIONE VERSO L’ALTO.

FORZE PURE QUINDI.

FORZE NASCENTI.

FORZE SPONTANEE CHE L’ANIMA GIA’ POSSIEDE.

E CHE OCCORRE UNICAMENTE SCORGERE.

ALLE QUALI OCCORRE UNICAMENTE PRESTARE ATTENZIONE.

NELL’INTENTO DI ESSERE FEDELI.

____________________________

đŸ”„

Collana Helios Fuoco Solare – F. Caruso: “La FedeltĂ ” – cap. 3

*

https://essenze-scultoree.webnode.it/

http://fuocoimmateriale.blogspot.com/

 http://folgoperis.blogspot.com/

 http://lampisilenti.blogspot.it/

https://www.ecoantroposophia.it/2014/07/arte/fk-azione-solare/ascesi-del-pensiero/

 http://folgoperis.blogspot.it/

ARTE, LA FEDELTÀ - F. Caruso, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA TRADIZIONE SOLARE (di G. Burrini)

Α†Ω

Da tempo l’uomo ha smarrito il senso della Tradizione, il legame di continuità con il passato, con il sacro, con le consuetudini consolidate dalla storia e pervase dalla fragranza dell’eternità. L’uomo d’oggi non si sente più cittadino di una “comunità di valori”, non ha più una patria dello spirito cui appellarsi nei momenti felici o bui dell’esistenza. Se per traditio intendiamo il trasmettere, quindi il ricevere e l’accogliere, la nostra civiltà ha ben poco da tramandare ai posteri che non sia la pura difesa di valori contingenti alle sue sorti politiche e civili: l’umano, troppo umano, per dirla con Nietzsche. Eppure mai come oggi l’uomo anela a ripercorrere le vie della Tradizione: sgombrandoli dalla polvere dei secoli, riporta alla luce, riesuma e indaga antichi testi religiosi, arcaiche costumanze, lontani rituali utilizzati per sacralizzare il divenire del tempo, affinché essi parlino ancora una volta all’anima umana. Esplora i più reconditi ambiti del pianeta per confrontarsi con incontaminati modelli di società, con diversi stili di vita, alla luce dei quali correggere o colmare il vuoto del presente.

Questa rinnovata voglia di Tradizione, che dilaga nel mondo attuale, è il frutto dell̓“epoca di Michele”, della reggenza dell’Arcangelo, che dal 1879 – secondo la Scienza dello spirito – presiede alle sorti dell̓umanità, non per risparmiarle l’esperienza del male, ma per far sì che l’uomo intraveda da sé, nella dimensione autocosciente del pensare, la via del ritorno, del nostos allo Spirito, cui ogni essere come ramingo Odisseo disperatamente aspira. L’impulso dell’arcangelo Michele rompe le barriere, espande i confini, dilata gli orizzonti: pone popoli a contatto con altri popoli, lingue con lingue, tradizioni con tradizioni, affinché l’uomo edifichi quel villaggio globale nel quale a ognuno sia offerto concretamente di poter perseguire il cammino dell’evoluzione interiore.

La grande barca che veleggia sulla via del nostos è il pensare vivente, lo strumento per governarla – ci insegna Massimo Scaligero – è la concentrazione. È d’obbligo però sottolineare la differenza fra la tecnica antica della concentrazione, insegnata per esempio dallo yoga, e quella moderna ampiamente delucidata da Scaligero. Nel contesto hindu la concentrazione su un solo punto (ekāgratā) è un esercizio statico di attenzione della mente che si fissa su un punto del corpo, per lo più la zona sopracciliare, rifuggendo da ogni altra osservazione dei moti del pensare, che anzi lo yoga ravvisa come devianti e illusori. Secondo l’indiano Patañjali (Yogasūtra, 1, 2) «lo yoga è la soppressione dei movimenti del pensare», in quanto essi sono dovuti a ignoranza, passione o avversione e pertanto sono fonte di dolore. Al contrario, la concentrazione additata da Scaligero è un processo dinamico, in quanto, promovendo l’attività eidetica del pensare, si prefigge di contemplare infine il suo potenziale e di far tesoro della sua forza impersonale.

Senza il timone fornito dalla tecnica della concentrazione l’anelito al nostos si infrangerebbe sugli scogli della Tradizione lunare, ovvero di quelle tante antiche vie di liberazione che l’intelletto umano oggi riscopre dialetticamente, illudendosi di riviverle spiritualmente. In realtà le riesuma dal passato non con l’ausilio del pensiero cosciente – il solo che possa ricreare lo spirito – ma del pensare riflesso o lunare: semplice riflesso dei fatti e dei fenomeni che ogni giorno viviamo. Sennonché il pensiero non fu dato all’uomo perché egli lo spendesse esclusivamente nell’arido mondo dei fatti o perché se ne servisse utilitaristicamente come uno specchio in cui osservare il quotidiano: fu dato invece perché egli ne sperimentasse la vivente incorporeità.

Al timone della concentrazione, l’uomo evita gli scogli della Tradizione lunare e si immette nelle acque limpide della Tradizione solare. Questa Tradizione albeggiò nell’epoca assiale dell’umanità, quando Socrate in Grecia e il Buddha in India educarono per primi l’umanità a coltivare la forza del concetto. Non a caso Scaligero – che possedeva una solida preparazione orientalistica – parla di natura originaria del pensiero, riecheggiando la tradizione buddhista che ravvisa in ogni essere umano una originaria natura buddhica (MahāparinirvānÌŁasūtra, 12). E neppure a caso egli qualifica come estinzione buddhica il grado di totale annientamento del pensare riflesso e il conseguimento dell̓impersonalità dell̓autocoscienza.

Dopo questi precedenti storici la Tradizione solare trovò il suo rigoglio nel cuore dell’Europa cristiana, attraverso la corrente del Graal, dando vita a una letteratura che cela nei suoi simboli le tappe del cammino di trasformazione iniziatica più consono ai nostri tempi. Dal Medioevo la sua vitalità non si è tuttavia spenta, anzi è rinverdita nel XX secolo grazie al contributo della Scienza dello spirito fondata da Rudolf Steiner. All’interno di questa via spirituale del nostro tempo – che a buon diritto rivendica per sé il nome di «scienza del Graal» (1) – Massimo Scaligero conserva un ruolo precipuo: additarne le strutture portanti, ovvero la dimensione superiore del pensiero puro e l’apertura graalica del sentire, connesso al culto interiore della Vergine Sophia. Che sono poi l’alfa e l’omega, il principio e il coronamento della Tradizione solare.

________________________________

Prefazione di Gabriele Burrini a “La Tradizione Solare” di Scaligero

(1) R. Steiner, La scienza occulta nelle sue linee generali

_______________________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE
Torna in alto