L’ARCHETIPO-FEBBRAIO 2018
Anno XXIII n. 2
Febbraio 2018



La condizione di disperazione, ancorché tutt’altro che desiderata dai più tra gli umani, è una condizione veramente “felice”, ossia “fortunata” nella concezione latina e romana del termine. Per l’asceta la disperazione è foriera di non pochi e notevoli vantaggi, tutt’altro che disprezzabili, vantaggi che mi sforzerò di evidenziare.
Anzitutto, è da mettere bene in evidenza il fatto che vi è una grandissima diversità, che può rivelarsi ben decisiva, nella maniera di accostare la Scienza dello Spirito. Si può giungere ad essa spinti da una raffinata curiosità intellettuale, dalla suggestione di qualche lettura che tocchi corde profonde dell’anima, o dalla conversazione con un amico, oppure dalle parole ascoltate in una qualche conferenza. È sicuramente una eventualità frequente, perfettamente lecita e normale, ma è difficile che – salvo eccezioni – in tali situazioni si vada poi molto lontano nel calcare il Sentiero della Conoscenza.
Altri – sempre nel calcare l’arduo Sentiero dell’Iniziazione, sentiero sempre irto di difficoltà – possono giungere alla Scienza dello Spirito spinti da una situazione estrema, da una condizione senza uscita, che può sfociare – appunto “felicemente”, almeno da un punto di vista speciale – in una vera e propria forma di disperazione.
Ma perché una tale situazione senza uscita, una tale condizione di disperazione, è un’evenienza addirittura “felice”? Lo è davvero perché è una condizione di sincerità assoluta e di radicalità, nella quale non si può mentire più a se stessi, e nella quale si rivelano inaccettabili le soluzioni di ripiego, le “cure” palliative, meramente sintomatiche, a base di analgesici o di narcotici: di qualsivoglia specie essi siano. Chi si appaga con cotali analgesici e narcotici – come quelli indicati dalle “anime belle” che da molti anni ci asfissiano con un loro slavato moralismo o con uno stucchevole sentimentale misticismo – non è veramente disperato, ed è alla ricerca solo di un “divertissement”, come lo chiamava nel XVII secolo l’ottimo Blaise Pascal, ossia di una “distrazione”: di qualcosa che ci faccia in qualche modo “distrarre” dalla noia, e dall’angoscia di una vita vuota e inautentica, la quale poi continua indisturbata.
Una vita priva di spirito, una vita tagliata fuori dalla comunione con la realtà spirituale è fatalmente una vita vuota, inautentica e dolorosa. Purtroppo, molti cercano di risolvere in modo “anomalo”, ossia barando, il problema di tale “dolorosità” – e per questo vanno alla ricerca di palliativi vari come analgesici e narcotici animici – e non cercano di affrontare veramente la vacuità e la in-significanza di una cotale vita inautentica. Ossia cercano semplicemente di sopprimere i sintomi della dolorosità e non di affrontare la mancanza di significato di una vita totalmente immersa in un abietto servaggio ad una natura inferiore, la quale da millenni domina l’essere umano.
La dolorosità, invero, non è che il sintomo rivelatore della irrealtà nella quale è immerso un essere umano che viva – ma poi è realmente vita quella? – un’esistenza inautentica. La volontà di soppressione di tale sintomo sorge dalla brama, dalla paura e dall’avversione: le tre malefiche figlie della radicale ignoranza dell’essere umano. La brama è sempre brama di ciò che è irreale, di ciò che è illusorio. Si brama perché si è in uno stato di ubriacatura, perché si è presi dall’effimero illusorio, perché si cerca fuori di sé ciò che si è incapaci di cercare in se stessi. Si teme di perdere l’oggetto della brama, e ancor più – sottilmente – si teme di perdere la brama medesima: come in uno stato di ebrezza e di follia, ci si innamora del proprio abietto servaggio, ci si affeziona e ci si avvince alle proprie catene e si amano le mura che ci imprigionano. Si odia, infine, ciò che può sottrarci l’oggetto della brama, ciò che ci impedisce di possederlo, e ancor più violentemente si odia ciò che vuol risvegliarci dallo stato di ebrezza e di follia, ciò vorrebbe affrancarci sottraendoci da una millenaria schiavitù.
In una sana Arte medica non è mai augurabile una terapia basata su di una mera soppressione di sintomi: è sicuramente una terapia fallace e sovente molto pericolosa. Il dolore, per quanto non sia punto gradito, è il segno di uno stato morboso, che sarebbe savio affrontare subito, e molto risolutamente, senza aspettare il peggioramento della malattia. Ora, Massimo Scaligero ha messo bene in evidenza come l’essere umano sia in realtà un malato in via di guarigione. Anche se, personalmente, a dire il vero parvemi che l’essere umano, più che in via di guarigione, sia in via di veloce peggioramento delle sue condizioni di salute spirituale, e di conseguenza anche fisio-psichiche. Diciamo che è fortemente bisognoso di cura e di guarigione. Il problema è che un tale malato oggi fa di tutto per allontanare la cura e la guarigione, delle quali ha tanto bisogno, e s’ingegna per deviare il più possibile dalla via della guarigione. Ciò può sembrare assurdo ma è proprio quel che accade, e nulla viene avversato quanto la terapia risanatrice e nessuno viene odiato quanto colui che ci porta incontro la Via di liberazione, ossia colui che vorrebbe scuoterci dal comatoso sonno, rotto solo da incubi, nel quale da lungo tempo siamo immersi. L’essere umano immerso nel letale oblio di una tale esiziale ignoranza è in uno stato di menzogna nei confronti di se stesso, dello Spirito e del mondo. Egli teme soprattutto lo smascheramento di tale menzogna. Difficile, veramente difficile, concepire una condizione peggiore, una condizione più pericolosa. Giovanni Colazza – adamantino, come affermava di lui Massimo Scaligero, come un Maestro Ch’an o Zen – affermava che ciò che ci separa dalla concreta esperienza spirituale è unicamente il muro di menzogna che erigiamo tra noi e il Mondo Spirituale: nel momento in cui abbattessimo tale muro di menzogna – solo in parte cosciente – il Mondo Spirituale si precipiterebbe possente in noi. Ma è proprio questo che più temiamo.
Il respingere la Via di liberazione può essere esplicito, violento e rabbioso, oppure essere truffaldinamente mascherato dal tentativo di «adattare» la Via alla propria infingarda natura, abbassandola, anzi degradandola, al proprio livello, mentre ciò che lo Spirito richiede – anzi imperiosamente esige – è che si sia noi ad innalzarci al suo livello. Una cotale impresa è ardua per ché implica uno spogliarsi dalla propria decadente natura inferiore, con la quale siamo adusi a convivere da millenni. Vi è, dunque, in noi una celata complicità con le deità avverse, nostre carceriere.
L’idea più stupida è quella di voler trarre almeno un qualche vantaggio dalla condizione di servaggio e di prigionia, come chi, invece di tentare una salvifica evasione, cercasse di rendere più comoda la cella della propria prigione, arredandola di poltrona, televisione, WI-FI, aria condizionata e frigo bar. E magari qualche altro piacevole sollazzo trasgressivo. Si tratta, per scongiurare l’effimero e il precario, dello sciocco tentativo di eternare lo stato di abietto servaggio, come se la vita animale fosse eterna, mentre ogni vita biologica finisce comunque sepolta in una fossa. Ma a ciò nessuno pensa mai: ad una tale stupidissima spensieratezza gli Dèi hanno prescritta come sola terapia è il dolore. Il dolore, invece di addormentare, scuote dal torpore e dal sonno, e rende scomoda la vita.
Quindi è di gran lunga preferibile scegliere di affrontare senza indugi l’esperienza spirituale, e cercare di metter fine ad una condizione umana oramai divenuta patologica e pericolosa. Mi fu tramandato, decenni fa, che Rudolf Steiner avrebbe detto lapidariamente a chi gli chiedeva perché uno debba intraprendere il sentiero della Concentrazione e della meditazione: «Perché a costui sorge nell’anima un urlo interiore!». Personalmente, ritengo veritiero questo aneddoto tramandatomi. E le parole di Rudolf Steiner si congiungono nella mia anima a quelle che Massimo Scaligero disse a noi, che da lontano venivamo da lui a Roma alla ricerca di una indicazione interiore, circa lo stato interiore che dovevamo avere per percorrere il Sentiero della Conoscenza e giungere alla mèta: «Dovete essere instancabili e disperati. Dovete essere giovani armati di solo coraggio!».
Chi, appunto, giunge alle soglie della Scienza dello Spirito attraverso la disperazione non è più disposto ad illudersi e guarda in faccia crudamente la realtà: questo è un uscire dalla condizione di menzogna: un uscire dal sonno comatoso e dalla radicale debolezza della volontà, generate dall’ignoranza e dalla menzogna interiore. L’intensità della decisione di scegliere sino in fondo la Via dell’Iniziazione è proporzionale alla profondità della disperazione che ci porta a ricercare la Conoscenza liberatrice. La Via dello Spirito è una Via veramente rivoluzionaria: non si può scegliere lo Spirito e venire a patti con l’illusione mondana. La Via dell’Iniziazione o è una esperienza radicale – senza patteggiamenti di sorta – o non è nulla, O, peggio è solo una ulteriore menzogna. Non si può intraprendere il sentiero spirituale e portarsi dietro tutta o in parte la zavorra di una precedente vita inautentica. Non si può voler seguire lo Spirito e rimanere borghesi nell’anima. Lo stato lacrimevole nel quale sono ridotte la maggior parte delle comunità spirituali – o sedicenti tali – la dice lunga di quanto in basso si sia caduti, e di quale inarginabile oceano di menzogne stia dilagando in esse.
Ma non basta l’iniziale tensione estrema, lo slancio interiore verso l’Assoluto, la dedizione con la quale ci si consacra con tutto se stessi allo Spirito all’inizio della Via e nel momento della scelta decisiva. È savio aspettarsi il tentativo di rivincita dell’antica natura e, attraverso di essa, la rappresaglia degli dèi distruttori. Per tali deità gli umani sono un gregge di “animali utili agli dèi”, ed ovviamente quelle deità distruttive non amano punto perdere “capi di bestiame”. Come dicevano nell’Ermetismo d’un tempo i Maestri dell’Arte, «vita brevis, ars longa»: la vita è breve e il cammino è lungo e accidentato. Nemici mortali sono l’abitudine, la ripetitività, la spenta routine, la stanchezza e i momenti di aridità, la fiacchezza della volontà, la banalizzazione dei contenuti spirituali: ostacoli fatali e previsti di fronte alle crescenti difficoltà della Via. E, dopo l’iniziale entusiasmo, è forte la tentazione di attenuare il rigore della Via, la seduzione di scegliere una “via” più comoda, che fatalmente è sempre la via egoica.
Ma qual è l’antidoto a questo sfrangiarsi della volontà, a questo appannarsi dello slancio interiore? Io ne conosco uno solo veramente efficace: la disperazione. Ma non è certo la facile – e tutto sommato comoda – disperazione sentimentale, più o meno condita di espressioni colorite. No, al contrario, quella che è necessaria è una disperazione lucida, volitivamente provocata, e soprattutto instancabilmente coltivata. Si tratta di far riemergere sempre nuovamente vivide le motivazioni profonde dell’impulso iniziale. Si tratta di coltivare tale disperazione – soprattutto nei periodi di aridità, che possono essere prolungati – con un pensare freddamente geometrico: come direbbe il mio ottimo amico C., valoroso asceta d’altra dottrina. La disperazione coltivata destabilizza l’illusorio ordine interiore che la natura inferiore ha stratificato nel nostro essere. La disperazione ha funzione analoga a quel “dissolvente universale” che nell’Ermetismo alchemico veniva chiamato Alkaest. L’essere umano deve essere radicalmente de-configurato, e devono essere dissolte quelle dure concrezioni interiori che, in Oriente, Buddhismo e Yoga chiamano vasana e samskara. È un’opera di “purificazione” – come la chiamerebbe l’antico Orfismo – difficile e faticosa e, per quanto essa sia dura opra, essa va condotta con estrema risolutezza e soprattutto senza alcuna misericordia.
«Instancabili e disperati», ci disse Massimo Scaligero. Instancabili, perché quest’opera di dissoluzione delle illusioni, delle morbide aspirazioni ad una egoica “via comoda” deve essere sempre di nuovo rinnovata: instancabilmente rinnovata, perché l’abbassare la guardia è fatale, anzi letale. Disperati, perché non si vuole più mentire a se stessi, e non vi è menzogna più insidiosa della speranza. Come disse il Conte di Saint-Germain nel 1760 in Olanda a chi lo minacciava per conto dell’onnipotente ministro di Francia Choiseul: «Io ho calpestato la paura e la speranza». E secondo l’antico motto, si deve procedere sine spe nec metu, perché speranza e timore fiaccano la volontà ed ottenebrano la lucida visione, necessaria a chi vuole lottare per raggiungere l’Eccelsa Mèta, come la chiamava il Buddha Shakyamuni.
Una radicale, lucida, disperazione non consente l’indugiare in rimedi illusori, e non consente la menzogna di false speranze. Chi è lucidamente disperato non ha più speranze che lo indeboliscano. E chi non ha più speranze vince la paura. Chi vince la paura possiede intatta la volontà. La volontà intatta, non più sfilacciata e sfrangiata è la forza per portare a fondo la Concentrazione.
La Concentrazione è l’operazione interiore che è necessario ripetere ogni volta come se fosse la prima volta, è il Rito sacro da rinnovare instancabilmente ogni giorno, più volte al giorno, per anni, per decenni, per tutta la vita, cercando ogni volta di impegnare in essa tutta la volontà, quindi è l’operazione del più alto coraggio. Armati di solo coraggio, ci disse Massimo Scaligero, perché portare avanti, instancabilmente, per decenni – oltre ogni ostacolo, oltre ogni ribellione della natura inferiore in noi – un’operazione interiore asciutta, arida, non consolante, fatta solo di pura forza, come la Concentrazione, richiede di non sperare nulla dalle comode e illusorie consolazioni del misticismo, dalla sentimentalità, dal facile moralismo. Non solo, chi ha chiaro – assolutamente chiaro – che una disciplina radicale come la Concentrazione esige un impegno totale della volontà, sa pure che la volontà che si possiede non è sufficiente, ma che è necessario conquistare ulteriori forze di volontà per donarle al Rito della Concentrazione. Un tale tenore della volontà può scoraggiare i pavidi e coloro che si pascono di speranze. Ma chi tenga sempre viva la memoria dei motivi della propria disperazione, chi la coltivi e la frequenti come una fedele e cara amica, chi senza misericordia verso se stesso rinunci alla menzognera speranza, saprà esigere liberamente da se stesso quanto il Mondo Spirituale chiede alla sua volontà di libertà.
Allora si sarà capaci di volere, di volere intensamente, di volere con tutto se stessi, di volere instancabilmente, di volere a lungo, e si consacrerà in libertà e per amore alla più alta azione che un essere umano possa compiere sulla Terra: la Concentrazione.

(Dedicato al “meritevole” reduce del Celeste Impero)
Un mio vecchio amico (anzi piú che un amico è un fratello gemello) ha scritto su questo – ormai glorioso – mensile (L’Archetipo), l’ennesimo articolo che riguarda l’ascesi indirizzata verso la Concentrazione.
Mi sembra che abbia voluto parlare dei tempi, cioè della durata dell’esercizio. Credo abbia fatto bene, poiché ha calcato sul tanto per non burlarsi dei lettori attivi, ma relativizzandolo, perché è in effetti relativo ad un milione di condizioni e situazioni individuali. Però so bene – ne parlammo insieme, come sempre – che lo esaspera il continuo sbucare, come i funghi dopo una notte piovosa, qualcosa dell’eterna litania dei tempi fissi, naturalmente inclinati a ottantanove gradi verso il minimo.
Purtroppo i quattro gatti che ne sanno qualcosa, sanno pure, con montagne di esperienza diretta e confrontata per tanti lustri, che cosí non è, che cosí non può essere, e che, se qualcuno parla cosí, o fa accademia di quello che non fa, oppure è prezzolato come ottusa manovalanza dagli agenti klingoniani.
Questo perché, anche sul gradino piú elementare, ma ampio e faticoso, del “dominio del pensiero” ordinario, non è certo una semplice questione di pensiero (quello che “non paga dazio”): già qui tutta l’anima viene messa in gioco. Nemmeno nel corpo fisico umano le singole parti e i grandi sistemi sono realmente separati. Lo possiamo capire con qualche semplice immagine tolta dal sensibile.
Se oggi mi dedico alla corsa, potrei dire che stanco gli arti inferiori. Dunque domani potrei dedicarmi alle pagaiate in canoa e riprendere a correre dopodomani. Come sembra logico! È un vero peccato che cozzi contro la realtà: dopo qualche settimana accuserei tutta la dozzina di sintomi del superallenamento, mi beccherei il raffreddore per un nonnulla, i valori ematici sarebbero stravolti, diverrei un perfetto raccoglitore di ogni germe vagante in vena di conquista e cosí via.
Questo perché il corpo è un insieme interconnesso, e non v’è organo che venga sollecitato separatamente: non v’è per il fegato un lunedí di lavoro e il martedí di riposo (come tutto sia “collegato” lo si osserva, con conoscenza e senza sforzo, persino nel cadavere aperto per bene in autopsia completa, se lo si guarda spregiudicatamente).
Nell’anima, le forze sono ancor piú frammischiate, fluiscono di continuo le une nelle altre: in tal modo che separare il pensiero dal sentire modifica sia il pensiero che il sentire.
Tutto l’uomo interiore interviene in un atto cosí radicale com’è la Concentrazione (nemmeno la coda, se qualcuno ce l’ha, ne resta fuori): la Concentrazione prende tutto: questo tentativo d’essere solo nel pensiero costringe al digiuno estremo l’elemento passivo, personale e superficiale del sentire… mentre il sentire vero, il grande organo di percezione interiore, inizia a liberarsi dalla tenebra che lo imprigionava proprio nel falso sentire. Pensate ad un occhio che volesse vedere solo se stesso: che funzione avrebbe? Questo è il falso sentire. La Concentrazione prende tutto: come il Sole caccia il buio, cosí essa azzera implacabilmente il falso volere, costantemente usurpato dalle spire caliginose degli istinti e delle brame: cosí comincia a far nascere nell’anima la terza delle tre potenze che mai l’uomo terrestre aveva conosciuto nella loro realtà originaria.
Il volere è la spada leggendaria che nessun “ego” impugnerà e brandirà, mai giungendo a sfilarla dal macigno magico che l’uomo crede di conoscere come suo corpo.
Mi sa che le persone abbiano un sesto senso, chiamato con piú (im)pertinenza fifa nera: che parte da sé solo con l’avvertire che v’è uno spiffero di cambiamento. Quello che di continuo si reclama a gran voce per il mondo, quando sospetti che potrebbe succedere dentro te… sono dolori, e si patteggia o si molla.
Racconta divertito Aurobindo che un discepolo va da lui spaventatissimo: «Maestro, sono diventato scemo!». «Perché? Cosa ti è successo?». «Maestro, succede che non penso piú!». Aurobindo allora gli fa notare che sta parlando e pensando ancora. Si era solo consumato (spento) il clangore ordinario che abbiamo nella testa. Era successo qualcosa di positivo, dunque ciò aveva spaventato moltissimo lo sprovveduto discepolo.
Comunque, se uno non ha avuto per improbabile destino una precedente disciplina di pensiero, pochi minuti servono solo a non rischiare che i sospirati mutamenti possano diventare reali. Anche l’uomo fatto può volere la luna, come un bambinello, ma stando sicuro, perché sa bene che non l’avrà mai.
Questa non è una critica ad un fratello gemello, comprendo bene che non si può dire tutto in poche e mirate righe. Ad esempio, quando egli scrive di varianti per generare piú intensità, e per non macinare meccanicamente l’esercizio (dismettere talvolta ogni parola o rifare il percorso all’indietro – questa variante dovrebbe far sospettare quello che ho/abbiamo scritto in vari commenti, cioè che la tristemente famosa “immagine sintesi” è il prodotto di intensità e mai una sorta di sbocco naturale o artificioso di rappresentazioni) si dimentica del consiglio piú semplice e rude.
Mi spiego. Molte volte erano proprio i discepoli piú attivi che si lamentavano della brevità della ricapitolazione interiore dell’oggetto e di questo ne parlavano con Scaligero, ossia che l’esercizio iniziava e terminava in pochi minuti. Scaligero rispondeva che avrebbero semplicemente potuto ripeterlo piú e piú volte.
Altra cosa che l’amico non ha menzionato è che la “saturazione”, la saturazione dell’anima, che nel mondo del sensibile trova analogia in un bicchiere che va riempito fino all’orlo da dove poi il liquido trabocca, non si raggiunge con una ripetizione ottusa, meccanica del circuito, divenuto familiare, di parole e immagini: questo è un pericolo che arriva per tutti, quando si usa lo stesso oggetto con i suoi pochi elementi formativi. Allora: riempire il bicchiere è analogicamente l’esercizio, il traboccare (ciò che trabocca) inizia ad essere quello che si realizza: realizzare qualcosa non è mai l’esercizio ma quanto va oltre esso.
Naturalmente, chi è furbo piú di una volpe, cambia spesso l’oggetto… per poi accorgersi che dopo pochissimo le stesse difficoltà si ripresentano. Dalle difficoltà non si scappa: in fondo sono proprio loro a esigere un impegno ed uno sforzo maggiore, esattamente come i muscoli del corpo fisico, i quali si rafforzano combattendo resistenze progressivamente piú elevate (Milo docuit).
Può essere, per un certo tempo che spesso non è minimo, che il lavoro interiore sia per l’anima come l’andare da un dentista: paghi molto per gustarti sgradevolezze e dolori di ogni tipo, tenendo conto che il dentista sei tu, ossia un pasticcione autodidatta che si impratichisce sopra la soglia della tua sopportazione.
Qui però ho esagerato: superate le tensioni corporee, che immancabilmente duettano con lo sforzo interiore, la ripetizione voluta dell’esercizio dapprima disturba la spontaneità dell’anima (astrale), poi diviene un vero sforzo per il pensare che attraversa la scura, appiccicosa selva dell’astrale: il cervello, veicolo del pensiero ordinario, si stanca e si inceppa. Sembra davvero impossibile pensare. È un buon momento, poiché precede il disincagliarsi del pensiero dall’organo che abitualmente lo media attraverso il corpo fisico. Il motivo del tanto sta in questo. Semplice-mente.
Accanto al martellamento rappresentato dalle ripetizioni dell’esercizio, è necessario che la consapevolezza concettuale di ogni singola parola e immagine non tracolli mai in qualcosa di vuoto, che viene da sé poiché è stata ripetuta cento o mille volte.
Anzi, è proprio questa consapevolezza attiva il “filo” che non dovrebbe spezzarsi dal princi- pio alla fine dell’esercizio.
Perciò la parola “ripetizione” non andrebbe mai intesa nel suo senso comune: dunque sono almeno due le cose difficili che dovrebbero essere inderogabili:
a) la prima consiste nel fatto che non deve esistere un ripetere l’esercizio piú volte durante lo stesso giorno, che possa definirsi come ripetizione di qualcosa di precedente, anche quando lo sia stato fatto già per due, cinque volte, con il medesimo percorso, le stesse immagini;
b) la seconda consiste nel fatto che la ricostruzione, in quanto collana di concetti, non deve spezzarsi in nessun punto.
Queste due, per lungo tempo, non sono regole ma piuttosto intoppi su cui si ruzzola: il bello è che alternative facili non esistono: bisogna solo tirar su dal pozzo dell’anima, con piú energia e determinazione, secchiate abbondanti di pura insistenza e pazienza.
Sarebbe sempre l’ora giusta di smettere la bambocceria che ci portiamo dentro per tutta la vita da quando essa era giustificata nell’età del ciuccio. C’è chi dirà che non è vero, ma nel sistema limbico è cosí: la Chiesa, imbarazzata, si è decisa a cancellarlo dalla carta geo- grafica dello Spirito, ma il Limbo vive in noi e tiene tutto.
È da esso che galleggia sulla soglia della coscienza comune la strana visione che una Via iniziatica sia simile a via X o ad un viale alberato Y: una passeggiata dal principio alla fine. Invece è un’aspra e stretta mulattiera, invisibile per le anime ipovedenti, che parte dai limiti inferiori: da un basso che piú basso sarebbe impossibile, per giungere a Tir-na-nÓg.
Perdendo un pezzo di sé ad ogni passo. Non il sé ma tutto ciò che di solito crediamo sia parte di noi: qui perdendo si diventa piú forti, perché occorre essere fortissimi per salire perdendo tutto quello che fummo e che siamo. Spoliazione ineludibile per una frazione di ora, ma che poi può diventare l’intimo carattere stesso dell’anima. È bene ricordare che non è la forza di cui parliamo quando viviamo come uomini del mondo.
Dobbiamo sempre ricordare che nel campo dello Spirito non esistono parole umane, e che «L’Iniziato che vuole esprimere ciò che ha sperimentato in una sfera sovrasensibile è costretto ad esprimere ciò coi mezzi della rappresentazione sensibile. Per cui non si deve pensare che la sua esperienza sia adeguata ai mezzi da lui usati per esprimerla» (R. Steiner: Dagli Atti del IV Congresso Internazionale di Filosofia – Bologna 1911). Dunque qualsiasi esperienza interiore che non sia rappresentazione tolta dal sensibile deve usare parole usuali con senso diverso: anche questo sforzo necessario è la continua disciplina dell’esoterista che tenti di abbandonare la dialettica per giungere a momenti noetici.
Insomma, un lavoro interiore che porti a qualcosa è un lavoro severissimo, e pian piano assorbe tutto il vivere: certamente gli esercizi indicati dai Maestri richiedono solo brevi frazioni di tempo… però nel tempo i loro effetti riorganizzano la vita. Persino la spontaneità, che deve esserci, che è salutare, muta: la spontaneità naturale diventa cosa diversa.
La coscienza umana impara ad essere una condizione meditativa che, in immobile traspa- renza, continuamente si plasma nel variabile.
Molti tra i tanti amici che leggono queste righe meditano nella solitudine di una stanza e forse nella solitudine umana generale. Non è facile dirigersi nella direzione opposta a quella che pare abbia preso il mondo: ebbene, si facciano coraggio. Anche se soli, non sono mai soli, non sono abbandonati. Intorno al meditante, con animo fattivo, amoroso, si raggruppano i Messaggeri, e se, per dedizione alla disciplina, i mari interiori si placano e s’acquieta il vortice abissale (come le cascate dell’Iguazú ma senza fondo) che per essi appare spaventosamente l’uomo, allora possono entrare e uscire portando in dono suggerimenti e sottili aiuti: ciò non va cercato. Succede.
Per non incorrere in equivoci, molto di cui sopra si rivolge ai neofiti…tenete in conto che anche alla piú decisa e dedita creatura umana occorrono tempi di maturazione lunghi o molto lunghi. Poi, in effetti, l’esercizio regale, la Concentrazione – la Concentrazione profonda – penetra subito in profondità: se la Volontà è stata risvegliata, l’opera è immediata, la via è aperta.
Il mio amico ha ricordato Ramakrishna: in effetti quest’ultimo aveva ragione: poi basterebbero tre minuti…
Franco Giovi
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per gentile concessione: http://www.larchetipo.com/2014/ago14/

Nel mio precedente articolo sulla Comunità dei Cristiani avevo ricordato Friedrich Rittelmeyer (1871-1929), l’uomo che sostenne il rischio e la responsabilità di una simile avventura nella sfera viva dell’elemento religioso dell’anima.
Qual era la dote di questa figura? Possiamo dire che in lui vivevano con forza elementi dell’anima che appaiono a molti come estremamente diversi. Era una natura profondamente religiosa ma parimenti aperta alle esigenze moderne della metodologia, della logica, dell’esattezza scientifica. Ciò lo portava a rimettere in causa la passata tradizione teologica che costantemente vagliava con il severo criterio della veridicità.
Per lui il Vangelo era un nutrimento morale che doveva divenire una esperienza vissuta. L’impegno della sua Fede, l’ampia cultura, la conoscenza dei fenomeni umani, sociali e scientifici e la sua intransigenza morale fecero dei suoi sermoni un faro di luce spirituale nell’Europa di lingua tedesca. È un fatto storico che le sue prediche, stampate in milioni di esemplari, furono inviate ai combattenti durante la Prima Guerra Mondiale.
L’angelo che lo portò a Rudolf Steiner fu una grande figura, ai piú del tutto sconosciuta. Rittelmeyer, cosí attento ai fenomeni umani e sociali, pastore evangelico a Norimberga, chiese ai rappresentanti dei movimenti teosofici documentazioni, cause, origini. E nel suo ufficio si presentò Michaël Bauer. Alto e snello, con una gran barba nera «poteva passare per un Maestro indiano in viaggio per le grandi città europee».
Scrive Rittelmeyer che per alcune persone «la semplice vista di quest’uomo di alta statura, che andava e veniva tra i fiori del giardino, fu un avvenimento che segnò le loro vite».
Gli occhi di Bauer erano la cosa piú impressionante: in essi l’impressione esotica era cancellata dalla luce del Cristo che attraverso essi si riversava sul mondo. «Giammai ho visto – salvo che in Rudolf Steiner – brillare una simile luce dorata nel profondo di uno sguardo umano».
I dialoghi tra i due si svolsero in un’atmosfera sana e spirituale e costrinsero il Nostro a riprendere pile di testi teosofici in cui trovò soprattutto una mescolanza di antiche tradizioni e di soggettivi sentimentalismi. L’unico autore interessante rimase Rudolf Steiner. Nei “Cicli” (che ora sono volumi) le parole di questi erano in contrasto con la teologia e molto rimase inaccessibile o inverosimile. Per il rigore e l’onestà della sua natura, Rittelmeyer, nonostante tutto, avvertiva l’invito di Steiner a comprendere l’insieme, a portare chiarezza in una visione nuova dello Spirito.
Sul tavolo da lavoro stava la Scienza Occulta: «Essa mi respingeva. Non potevo venirne a capo. La leggevo e dopo poco venivo preso dalla nausea. Quelle “conoscenze” mi pesavano sullo stomaco come cibi indigesti».
Dove i piú avrebbero lasciato (vedi ora con i libri di Scaligero), Rittelmeyer studiò una strategia: leggere poco, leggere imparzialmente, leggere attivamente e infine leggere meditativamente, intercalando lunghe pause in cui riprodurre nell’anima le righe lette, liberi da pregiudizi.
«Prima di tutto devi chiederti: ciò che c’è qui è vero? Non hai il diritto di voler decidere precipitosamente quali verità tu desideri e ritieni utili per il mondo!».
In maniera efficace il pastore delinea i contrastanti stati d’animo che sorgono in personalità già mature ma capaci di lotta conoscitiva.
Rittelmeyer vide Steiner per la prima volta nell’agosto del 1911. Non tesserato, fu comunque ammesso alle riunioni (la tessera quale condizione di presenza è ora piú che mai un paletto che mi pare non del tutto giustificabile, specie se ripreso da alte figure come la von Halle).
Per il pastore l’impressione generale non fu delle migliori: «Una certa forma di passività avida di godimento spirituale mi diede molto da pensare. E quando vidi uomini dai lunghi capelli fui sul punto di darmi alla fuga».
Comunque lo trattenne una certa solennità d’atmosfera, di nobiltà umana che traspariva dal fatto della prossimità di un grand’uomo. Ascoltò Rudolf Steiner, non vide traccia di vanità, e anzi, a voler essere pignoli, gli parve anche troppo coscienzioso e intelligente. L’impressione generale restava un quid aperto.
Alla fine della conferenza riuscí ad intercettare Steiner poco oltre l’impenetrabile muro dei seguaci. Gli domandò se poteva ritornare anche alla sera. Steiner lo fissò per un istante, poi volse gli occhi a terra (secondo Rittelmeyer, con le successive frequentazioni, gli parve, in questo comportamento, un modo per andare oltre l’apparire sensibile e percepire piú chiaramente l’essenza spirituale di un essere) e seccamente rispose: «Poiché voi siete stato qui la mattina, potete venire anche questa sera» e si allontanò. Fu la prima conversazione tra i due!
Quattro anni dopo, durante una conferenza, non era la prima volta che Rittelmeyer non si sentiva capace di «dare un’anima alle parole dello Steiner». Alla fine della conferenza fu Steiner che gli si avvicinò, e senza preamboli gli disse: «Parlo cosí di queste cose intenzionalmente e consapevolmente. Se parlassi altrimenti, marcherei troppo direttamente la sensibilità della gente. Attendete che queste cose si sviluppino per una cinquantina d’anni tra gli uomini: allora esse produrranno il loro effetto sulla sensibilità e sulla volontà».
Comunque era impressionante l’autorità che Steiner emanava. E la “mobilità” straordinaria del suo volto: «Appariva giovanissimo, poi d’età matura. C’era tanta potenza mascolina quanto una delicatezza femminile. Pareva un arido professore e subito si trasformava in un Dionisio ispirato. Comparato ad altri oratori, egli aveva una facoltà di trasformazione per lo meno dieci volte piú grande e un campo di possibilità interiori che non avevo mai visto…».
Giunse infine il giorno del primo vero colloquio tra i due. Rittelmeyer non gradiva l’ipotesi che Steiner potesse vedere la sua aura. L’amico Bauer lo confortò con divertimento: «Il Buon Dio la vede bene, non le pare?».
Steiner guardò con estrema attenzione Rittelmeyer che saliva i gradini. Impassibile ma con un grande abbandono di sé, fuso nei movimenti dell’altro. Solo piú avanti Steiner gli confermò che i movimenti di un essere rivelano molte cose sulle sue esistenze precedenti.
Non riporto il colloquio. Nei termini di cortesia e rispetto potete immaginare il pastore sempre all’attacco e il Dottore che rispondeva con disorientante blandezza. Alla fine del colloquio Steiner gli consigliò quattro discipline interiori. Che Rittelmeyer poi modificò per farne una cosa sua propria. Successivamente Steiner approvò tale approccio.
L’avvicinamento era iniziato, ma fu tutto meno che una cosa facile. Passarono anni di vaglio e discordanze (una tra tante, l’idea della reincarnazione: già nei primi colloqui Steiner aveva chiarito che la reincarnazione non era una “dottrina” cristiana: «È un fatto che si rivela all’investigazione occulta. Va accettato per quello che è»).
1915: la Guerra era in corso. Steiner riprese il Nostro: «Non è un bene dire alla gente: voi non dovete odiare l’Inghilterra. Questo snerva le persone e non le aiuta in niente. È molto meglio dire loro: voi non odiate davvero l’Inghilterra se siete dei veri tedeschi! Il tedesco, quando combatte, non odia mai la persona ma la causa».
Il Cristo era il punto focale per l’anima di Rittelmeyer, che chiese a Steiner quale fosse la sua immagine piú reale, la bocca ad esempio: «…Quando io la vidi – rispose Steiner – per la prima volta, ebbi l’impressione che non fosse mai servita per mangiare, ma che da tutta l’eternità essa avesse annunciato le verità divine».
«Ma – chiese il pastore – se sapete com’è il Cristo, non si potrebbe rendere la sua figura accessibile all’umanità?».
Steiner rispose positivamente. Si riferiva alla scultura del “Rappresentante dell’umanità”.
Quando in seguito Rittelmeyer vide la statua, commentò che alla figura sembrava mancare l’espressione della bontà.
«Avete ragione – rispose Steiner – ma la bontà non si presta ad essere rappresentata in una scultura, è assente dallo sguardo. Per questo ho cercato di introdurre l’espressione della bontà nel gesto della mano sinistra alzata».
Nel lungo cammino di Rittelmeyer verso l’antroposofia, il Dottore fu sempre la pietra angolare: in Steiner egli non trovò mai una, magari leggera, traccia di orgoglio, di compiacimento. Steiner mai si metteva avanti, nemmeno nelle conversazioni personali, e se sorgeva ammirazione nei suoi confronti, si ritirava e attendeva. Un giorno in cui Rittelmeyer gli chiese di convincere una personalità potenzialmente preziosa per il Movimento, Steiner rispose energicamente: «Io non voglio conquistare nessuno!».
Nel 1917, nel fare pochi passi insieme, Steiner disse che, per giungere ai suoi scopi, si limitava all’occulto. Mentre il dominio religioso era il percorso di Rittelmeyer.
Quest’ultimo iniziò a scrivere articoli sull’antroposofia che trovarono riscontri positivi e… negativi. Johannes Müller, ad esempio, scrisse in termini appassionati contro l’antroposofia. Ma replicare ad una replica è la cosa piú ingrata che ci sia. Infatti Steiner sconsigliò indirettamente il Nostro.
Con gli articoli sulla Tripartizione dell’organismo sociale, si levarono contro Steiner le passioni politiche ed economiche. Egli venne svergognato, vilipeso, e l’anatema si estese su tutti i suoi amici. «Il Papa invisibile dell’opinione pubblica si era pronunciato».
Sono molte le cose per le quali Friedrich Rittelmeyer visse e lottò in quegli anni, ma anche scegliendo i fatti piú salienti ci vorrebbe una intera pagina per ognuno di essi, e queste righe non sarebbero piú il modesto cenno che vogliono essere.
Per Rittelmeyer la frase pronunciata un tempo da Steiner: «Il campo religioso è la vostra strada» corrispondeva al suo piú profondo sentimento. Ma pazientemente aspettava ancora di essere assolutamente convinto della giustezza e della necessità del passo ulteriore, attendendo da Steiner tutto quello che avrebbe potuto sentire. Per un uomo di cinquant’anni abbandonare tutto il passato per intraprendere un nuovo indirizzo completamente diverso, è una esperienza che esige un coraggio fuori dal comune!
Venne finalmente il tempo in cui Steiner sviluppò, tra l’estate e l’autunno del 1921, due corsi sulla possibilità di un rinnovamento religioso.
«Malgrado tutto ciò che sapevo di Steiner, non mi sarei mai immaginato tanto approfondimento nel regno della teologia, sia che avesse tanto da dire di nuovo e di grande, non soltanto sulla Bibbia e la scienza biblica, ma anche sulla storia ecclesiastica, sulle diversità confessionali, sulla profondità spirituale e morale del cristianesimo, aprendo anche immense prospettive sull’avvenire …e la maniera concreta e sicura con cui afferrava il campo della pratica religiosa».
Rittelmeyer esaminò a fondo il testo dell’Atto di Consacrazione dell’Uomo e venne afferrato da questa idea: «Non si ha il diritto di privare di ciò l’umanità!».
Tuttavia l’esperienza determinante fu qualcosa di diverso, inatteso: «…l’esperienza che nel Pane dell’Altare ci sia realmente il Cristo vivente che giunge all’uomo. Ciò era presente con una purezza e una limpidezza indicibili. Fu una percezione puramente spirituale: non durante la cerimonia evangelica della Cena – benché l’abbia celebrata percependo frequentemente la vicinanza del Mondo divino – ma nella meditazione su l’Atto della Consacrazione dell’Uomo; fu una percezione spirituale cosí certa ed intensa che su essa si poteva fondare tutta una vita. …Ciò significa un nuovo servizio divino, una nuova azione del Cristo e una predicazione nuova».
«Mi trovai allora in presenza di questo problema: se è possibile penetrare direttamente in Cristo, quanti tra gli uomini ne sarebbero capaci? Non può essere necessario, per la maggioranza degli uomini, di poter avere una celebrazione che possa condurli a tale esperienza, che li conduca alla realtà della presenza del Cristo?».
Da questo punto di vista, il rapporto tra il movimento antroposofico e la Comunità dei Cristiani si fa chiaro.
«Se un culto venisse instaurato all’interno della Società Antroposofica, esso potrebbe appoggiarsi ad uno spazio piú ampio e in modo piú dettagliato sulla nuova concezione del mondo che si fa luce con l’antroposofia. Ma per il momento questa visione del mondo è lontana dal riconoscimento nella vita generale, e il suo compito è nella lotta, nell’aprirsi un varco spirituale. L’umanità nel suo insieme non può attendere che questo fine si realizzi. A gran parte della gente non interessa la lotta di questa concezione che cerca d’affermarsi. Ma per molti si può concepire l’importanza di un culto che sia in perfetta armonia con la conoscenza spirituale antroposofica; senza essa non si potrebbe vivere, ma nella vita cultuale sí: senza insegnamenti, senza il presupposto di questa conoscenza spirituale: un tale culto comunica all’uomo in modo immediato ciò che lo unisce alla realtà suprema».
Infatti quando fu chiesta a Steiner la distinzione tra il movimento antroposofico e la Comunità dei Cristiani, egli rispose: «Il movimento antroposofico si indirizza al bisogno di conoscenza e apporta conoscenza; la Comunità dei Cristiani si indirizza al bisogno di resurrezione e apporta il Cristo».
Deve essere però chiaro che anche la vera conoscenza può condurre pienamente al Cristo! Il movimento antroposofico abbraccia il pensiero in tutti i suoi interrogativi piú radicali. La Comunità dei Cristiani è una Chiesa che può abbracciare tutti gli uomini per la loro salvezza.
Per motivi di lavoro e di salute personale, le conversazioni tra Rittelmeyer e Rudolf Steiner, negli ultimi due anni di vita del Dottore, furono meno frequenti.
Circa un anno dopo la fondazione della Comunità, Rittelmeyer scrisse un forte articolo in difesa di Steiner, che rimproverò redazione e comitato per averlo pubblicato. Sappiamo però che soffrí manifestamente di non essere stato protetto dagli antroposofi. Egli vedeva bene che gli attacchi alla sua persona avevano lo scopo di soffocare la sua opera. Cosa che gli antroposofi non vedevano proprio!
L’ultima conversazione tra i due ebbe luogo nel maggio del 1924 e fu, con la comprensione di poi, l’incontro di commiato. Quando Rittelmeyer ricordò quanto potentemente fosse stato aiutato da Steiner durante la sua lunga malattia, questi, con un’espressione di immensa bontà, fermò il pastore: «No, caro Herr Doctor, siete voi che io ringrazio per avermi dato l’occasione di aiutare». Furono queste le ultime parole che Rudolf Steiner indirizzò a Rittelmeyer su questa terra.
Sei mesi piú tardi, su richiesta di Marie Steiner, Friedrich Rittelmeyer celebrò il servizio funebre secondo il rituale della Comunità dei Cristiani, con l’involucro mortale del Dottore ai piedi della possente e spirituale scultura lignea del Rappresentante dell’Umanità.
Franco Giovi
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Nota: tutto il virgolettato proviene dal volume Meine Lebensbegegnung mit Rudolf Steiner (Verlag Urachhaus, Stuttgart). E avverto subito i gentili lettori che le mie zoppicanti traduzioni non sono letteralmente fedeli. Il senso, spero, sí.
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per gentile concessione: http://www.larchetipo.com/2012/dic12/
Anno XXIII n. 1
Gennaio 2018



Porto nell’immaginario Presepe di Eco un piccolo dono senz’altro stravagante. Ma che volete farci: non è colpa vostra. Riprendo un vecchio articolo breve che trattava di uno stile di vita poco conosciuto in Occidente, ovvero del Bushidô, cioè del portato interiore ed esteriore del guerriero nipponico. Tento un modesto approfondimento del legame tra il combattente tradizionale e quella tersa, essenziale ascesi che è conosciuta con il nome di Zen, e non me ne vogliate se mi permetto qui di dire qualcosa su di un fenomeno, conosciuto anche nel passato europeo (penso ai Templari, monaci guerrieri) ma che in Giappone è stato un fatto unico, durato il tempo di divenire quasi la spina dorsale di una cultura complessa e che, per certi versi, si è estinto abbastanza recentemente.
Di cosa sto parlando? Dell’anima guerriera, divenuta inconcepibile nei nostri poco luminosi giorni, sfrattata dai luoghi comuni dei molti “maître à penser” contemporanei che l’hanno portata al biasimo collettivo o persino al disprezzo e all’orrore (mi sovviene l’irrisione degli straccioni brechtiani verso gli eroi).
Dell’anima guerriera che incontra felicemente lo Zen.
Nel XII secolo la nobiltà guerriera delle province con i vassalli, costituiti da bushi (guerrieri) o samurai, si affermò sulla nobiltà di corte e impose il costume virile e marziale che manterrà tali caratteristiche sino al XIX secolo.
Al contempo cresceva e si affermava la corrente buddhistica dello zen, altrettanto severa e virile nella disciplina ascetica, libera da speculazioni dottrinarie e da ritualismi.
L’incontro fu spontaneo: il tipo guerriero trovò nello zen un percorso interiore congeniale alla sua natura, d’altra parte lo zen trovò tra i samurai, più che in altre classi sociali, individui disciplinati nel “tirare avanti diritti, senza voltarsi indietro e senza porsi alcun problema”.
Da allora lo zen divenne in prevalenza la via interiore del samurai: il bushi, abbracciando lo zen, diede come risultato, un carattere unico e irripetibile nella storia del genere umano.
Nel periodo Kamakura (e nel successivo, detto degli Ashikaga), allo spirito giapponese si offrirono due strade: la via del monaco e la via del guerriero (di fatto, pure l’occidente ebbe una stagione simile). Poi la seconda, se non finiva precocemente con la morte in battaglia, confluiva naturalmente nella prima: i grandi guerrieri si ritiravano nei monasteri, terminando la vita in meditazione e contemplazione.
In tempi (secoli) di continue guerre, il bushi dal monacale cranio rasato, assai spesso continuava a servire il proprio signore, mentre anche i monaci armati (come i “cavalieri della montagna” della setta Tendai) guerreggiavano per proprio conto.
A questo punto il lettore può chiedersi dove fosse finita la compassione e l’amore universale che sono ancora la bella bandiera del buddhismo.
Allora andrebbe chiarita l’esistenza di un buddhismo popolare, devoto e religioso e lì accanto il più impercepito ramo del buddhismo iniziatico e reintegrativo. Lo zen, in quanto dottrina jiriki (il “fare da sè” senza appoggi esterni, sensibili o metafisici), appartiene al buddhismo operativo.
Il buddhismo originario (e in ciò Evola non ha torto) fu prevalentemente dottrina di classi guerriere: l’ascesi richiede un animo kshatriya (forse che ora sia del tutto diverso?). Il Buddha storico fu di stirpe regale e anche il grande Bodhidharma, secondo le leggende, fu di stirpe regale: giunto in Cina, insieme agli insegnamenti del Buddha, insegnò pure a combattere a mani nude. Inoltre è noto che la “retta condotta” non venne considerata come una morale autonoma ma uno stadio preparatorio che si abbandona “come una zattera” lungo una via che supera le antitesi di “bene” e “male”.
E, ritornando alla specifica ascesi, valeva il detto: “Quando esci di casa dimentica moglie e figli, quando impugni la spada dimentica il corpo”.
Troviamo maggiori specifiche nell’Hagakure (testo del XVII secolo) che significa “Nascosto sotto le foglie”, indicativo di modestia e segretezza. “…quando stai sul campo di battaglia chiudi la mente al ragionare, se ti dai al ragionare sei perduto. Il ragionamento ti priva di quella forza con la quale puoi aprirti la strada che porta diritto alla meta”; “Nessuna opera grande è stata mai compiuta senza il “divenire pazzo”…che non significa abbaiare alla luna ma rompere le funzioni della coscienza ordinaria per affidare l’azione all’Io sovraindividuale in una coscienza illuminata.
Quando la dominante idea della morte perde il suo potere, la “mente spirituale” può penetrare entro l’oggetto e supera l’inganno della dualità.
Suzuki sostiene che, ad un livello inferiore, dominare l’idea della morte era l’attrattiva maggiore che lo zen offriva al guerriero, senza le sovrastrutture di religione, morale e ritualismo.
Scrive il principe di Mito: “La gente delle altre classi si occupa di cose visibili, i samurai di cose invisibili, insostanziali” e Aoyama Shigeyoshi (maestro di dottrine segrete) dice: “spesso le battaglie in realtà si ingaggiano entro il tama (essenza spirituale) dei guerrieri combattenti…una Forza superiore può agire nel Kendô, nel Judô e nel Karate, e in altre arti marziali meno conosciute”.
Un grande guerriero e monaco del XVI secolo, Uesugi Kenshin, così esortava: “ Quelli che si attaccano alla vita, muoiono; e quelli che sfidano la morte, vivono. La cosa essenziale è la “mente” (shin); guardate in questa Mente e prendete stabile possesso. Voi comprenderete allora che c’è qualcosa in voi al di là dalla morte e dalla vita”.
L’andare “al di là dalla morte e dalla vita”, significa per chi ha percorso il Sentiero, superare la divisione del mondo in soggetto ed oggetto.
Il mondo della diversità (shabetsu) è tale perchè l’ignoranza (mumyô) e la mania delle passioni (bonnô), ottenebrano nell’io che crediamo di essere – mentre è quasi solo un aggregato di impermanenze immerse nell’angoscia del divenire – la capacità di vedere la natura originale. Questa “natura” è il volto dell’Io Superiore, chiamato “Cuore di Buddha”.
Ritrovare tale “cuore”, consumando le aggregazioni caduche ed effimere dell’io illusorio è il compito dell’ascesi.
Lasciando la presa sull’effimero, si dissolvono ignoranza e mania e ci si apre alla visione intuitiva (né concettuale, né psicologica, né intellettuale) della identità assoluta (byôdô) risolvente ogni antitesi e dualismo. Questa conoscenza intuitiva suprema è prajna. Risvegliarsi a questa conoscenza è il satori, l’illuminazione, il fine ultimo dello zen.
In questa esperienza, il supremo paradosso consiste nella visione metafisica che prajna è immanente in ogni uomo e che alterità ed identità sono cosa unica: il mondo del divenire e l’Assoluto coincidono. In sede pratica può essere ricordata questa frase: “Non essere attaccati a nulla è contemplazione; se avete capito questo (il termine “capire” ha sempre il significato di “realizzare”), nell’andare, nello stare, nel sedere e nel giacere non cesserete mai di essere in contemplazione”.
Da una diversa angolatura, il risveglio di prajna è chiamato mushin che, tradotto, sarebbe il vuoto mentale (attenzione, qui non si intende una ipotetica cancellazione della mente che, per un pensiero assai superficiale sarebbe persino “pensabile”, ma il dominio e la cancellazione delle funzioni della mente). In codesta condizione viene raggiunta l’identità perfetta tra volontà ed azione: punto d’arrivo delle vie marziali (budô) e arti marziali (bugei) nel segno dello zen. Tutto l’addestramento tende a questa meta che non si possiederà se lo stato di mushin non verrà raggiunto. Ma chi raggiunge questo stato è già sulla via della Liberazione: l’arte non gli serve più: qui si incontrano zen, budô e bushidô.
Per concludere, voglio citare per intero il credo del Samurai. Esso descrive la condizione del Samurai, educato dal Bushidô e radicato nel mushin.
Non ho genitori: il Cielo e la Terra sono i miei genitori.
Non ho casa: il saika tanden (il centro vitale) è la mia casa.
Non ho poteri divini: la lealtà (chûgi) è il mio potere divino.
Non ho mezzi: l’obbedienza è il mio mezzo.
Non ho poteri magici: la forza interiore è il mio potere magico.
Non ho né vita né morte: l’Assoluto è la mia vita e la mia morte.
Non ho corpo: l’impassibilità adamantina è il mio corpo.
Non ho occhi: la luce del lampo è i miei occhi.
Non ho orecchie: la sensibilità è le mie orecchie.
Non ho membra: la prontezza è le mie membra.
Non ho legge: l’autodifesa è la mia legge.
Non ho l’arte della guerra: sakkatsu jizai (libero di uccidere e di restituire la vita) è la mia arte della guerra.
Non ho miracoli: il Dharma è i miei miracoli.
Non ho principî: l’adattabilità a tutte le circostanze è i miei principî.
Non ho tattiche: la vacuità e la pienezza è la mia tattica.
Non ho capacità: la prontezza di spirito è la mia capacità.
Non ho amici: la Mente è i miei amici.
Non ho nemici: la disattenzione è i miei nemici.
Non ho armatura: la sensibilità ed il senso del dovere è la mia armatura.
Non ho castello: la Mente imperturbata è il mio castello.
Non ho spada: mushin è la mia spada.
Sembrerà assai lontano, alieno, quello che vi ho esposto. Forse è vero. Ma chi agogna alla trascendenza sentirà qualcosa che gli è familiare. C’è chi, leggendo questo credo avverte commozione e c’è chi è pronto allo scetticismo e alla risata profanatoria: un bel discrimine!
Ma gli avventurieri dal cuore coraggioso che praticano gli infiniti superamenti che la disciplina interiore (quella vera, essenziale e povera) esige ogni giorno, forse si sentiranno parenti lontani di questi implacabili e splendidi guerrieri. Ormai il loro ciclo si è chiuso, i nuovi tempi abbisognano di nuove conoscenze e nuove forze…ma l’eroismo, nell’oggi, è ancora più necessario di un tempo. Per chi contempla l’umanità nel suo intero questo è un fatto sicuro ed evidente.
Auguro agli amici lettori che ora, nel tempo del buio, albeggi la luce dell’Io-Sole: nell’anima, nella coscienza e divenga azione liberatoria nella pietraia del mondo.

(Albrecht Dürer «Le due signore»)
Da alcuni corrispondenti, lettori dell’Archetipo, ci è giunta quasi simultaneamente una domanda pressoché uguale nel contenuto e non connessa a temi esaminati recentemente. Essa, ponendo qualche dubbio a cui tenteremo di rispondere, si riferisce alla liceità della meditazione di gruppo.
Farebbe bene nell’accostarsi a Steiner riflettere, ad esempio, sulla distinzione, enunciata dal cardinale Newman, tra l’assenso nozionale e l’assenso reale: un uomo accorda il suo assenso nozionale a qualcosa che la sua intelligenza capisce ed accetta, ma non agisce mai secondo tale assenso, che rimane nel campo intellettuale, vano e astratto. L’assenso reale, al contrario, non proviene dall’intelligenza, ma da un contatto vivo con l’essere, e questo assenso reale impegna non soltanto l’intelligenza ma anche il sentimento, la volontà e quindi l’azione.
Sembra evidente la difficoltà di uscire da una sorta di canone erroneo, ancorato ad una superficialità subordinata crepuscolarmente agli impulsi dettati da inferiori (arimanici) spiriti del tempo: indicatori persuasivi di mode e modi d’essere che promuovono in tutti i campi della vita le progressive fasi di degradazione dall’umano verso ciò che sta sotto di esso.
Evola aveva ragione, quando accennava ad una tipologia umana differenziata: non abbiamo mai conosciuto seri ricercatori esoterici, in Italia e in Europa, che fossero o siano suscettibili a subire dette influenze.
Eppure la gravità di questa deriva verso il basso sembra aumentare vistosamente proprio tra gli individui e negli ambienti che, per svariati motivi, coltivano l’opinione di essere in qualche modo “esoterici”. E che mai lo saranno, in quanto fondano e perpetuano la loro convinzione solo su un discutibile sapere nominalistico (la cui ampiezza di nozioni determina il “valore spirituale” del singolo!) giustificato da un ondivago pregiudizio mistico- sentimentale.
Proviamo a chiarire almeno uno dei “perché” fondamentali. La chiave del problema si trova nella coscienza, e piú precisamente nella capacità di distinguere da quale io si parte per leggere, comprendere, meditare ecc. (ne abbiamo già accennato nel precedente articolo).
È un punto cruciale che esige ripetitività e chiarezza. Possiamo ricordare senza anatemi l’ostentato disprezzo di Gurdjieff per il “me” comune, il pirandelliano Uno, nessuno e cen tomila: un santo alle 9, un assassino potenziale alle 11, uno zombi alle 14, un amorevole pater familias alle 18, un mistico alle 19 e via cantando.
È lo stesso motivo che si canta anche piú su: il grande Ramana, interrogato dai visitatori, spesso rispondeva con una contro-domanda: «Chi è l’Io che pone questa domanda?».
Portiamo il nocciolo della cosa nelle esperienze piú comuni, quelle che incontriamo ad ogni angolo di strada. Di cui siamo spettatori (o inconsapevoli attori).
Ecco: due distinte signore s’incontrano nel far la spesa quotidiana. «Buon giorno, signora Maria», «Buon giorno a lei, signora Bice, come va?». «Ah! Non me ne parli!…». «Le è successo qualcosa?». «Signora Maria, è un brutto periodo… sono piena di pensieri. Non riesco neppure a dormire perché sono tormentata da pensieri tutta la notte!» .
Allontaniamoci dalle due signore per rispetto e per non tediare il lettore, ma esaminiamo le parole udite. Secondo voi la signora Bice sta mentendo? Assolutamente no!
Magari esagera un pochino, ma questo non è un grande peccato. Però è strano: Rudolf Steiner, per fare un esempio, nel primo capitolo de La Soglia del Mondo Spirituale caratterizza la sperimentabile natura del pensare rovesciando completamente l’effetto animico che i pensieri producono alla signora Bice: «Persino nella tempesta delle passioni può subentrare una certa calma, se la navicella dell’anima è riuscita ad approdare all’isola del pensare»; «Potersi dedicare alla vita del pensiero è qualcosa che induce una profonda calma».
È forse concepibile che il pensare possa in realtà essere formato da due “sostanze” diverse e persino opposte? Certamente tutto è pensabile, ma sovente non è affatto reale: la natura di qualsiasi fenomeno coincide con se medesima, ossia i cavoli sono sempre cavoli e non sono mai fagioli. Dunque, “in sé” il pensare della nostra signora e quello indi cato dal Dottore è sempre e comunque pensiero.
A parer nostro l’intoppo sta a monte. Il problema, in poche parole, si può riassumere in una domanda: Chi sta pensando? Perché il pensiero è uno ma i soggetti sono tanti. Ordinariamente “el leader maximo” è l’astrale, quello vincolato alla corporeità, quello che non esce dal corpo e dalle sensazioni.
L’astrale usa il pensiero, l’astrale si sostituisce all’Io come soggetto: è l’io bramoso, l’io spurio che usa vestirsi del riflesso del Pensiero per esprimersi per quello che è, ossia un tumultuoso coacervo di sensazioni, istinti, passioni, sentimenti frustranti perché privi di una vita vera che possa appagarli. In perfetta tangenza con il Lucifero infero, la coscienza sottomessa all’astrale, ossia la psiche, legge le Opere di Iniziati, di nobili mistici o di maghi possenti, persino medita, stimolando le forze di inframondi sub-corporei dai quali, pur non possedendone consapevolezza, ottiene talvolta esperienze (medianiche) di notevole appagamento.
Questo “corso d’opera” che, contemplato nella sua realtà, appare guasto e pervertito, è di fatto il comune stato animico, mutevole ma che in essenza non muta mai, anche se si motiva con l’essersi appropriati di letture o connessioni a logge o alle mille diavolerie dissepolte tra i cimeli dell’antiquariato sapienziale. È quello (lo diciamo accoratamente) che fa continue domande e chiede risposte “esoteriche” mantenendo il medesimo chaos identificativo tra l’astrale ed il pensiero che si esprime nella coscienza della signora Bice, perciò senza averne diritto. Diritto che appartiene alla sfera morale pura, al pensiero puro e al Soggetto vero, ossia allo Spirito in quanto si manifesta nell’uomo. Invero possiamo conoscere, amare e compatire tutti gli esseri, intuire la necessità karmica dell’azione criminosa, ma non sostenere da complici la tangibile realizzazione dell’impulso scellerato. Ed è ciò che avviene quando, per un sentimento di fratellanza o di simpatia mal collocato, si accetta e si dignifica con leggerezza il guasto strutturale dell’essere che andrebbe certamente aiutato, ma con impersonale saggezza e amore, che è il collegarsi sacrificalmente al suo vero Io. Mentre al contrario, ci si scandalizza automaticamente davanti a quanto appare come esempio di difformità dalla tradizione formalizzatasi nel tempo, il cui livello è tale che anche quando trasmetta i resti di un prezioso retaggio non sa elevarsi oltre l’affabulazione catechistica perché istituzionalizzata “orizzontalmente” dai pigri, dai politici e dai neo-primitivi.
Il senso di questa lunga riflessione è per noi una sorta di necessaria premessa a risposte che non vadano immediatamente riposte e dimenticate in (psichici) archivi tombali. Depositari dei tanti casi di risposte inutili a domande futili perché suggerite piuttosto dall’impertinente vacuità della corrente astrale inferiore che da tensione spirituale.
Revenons à nos moutons, cioè torniamo al tema: nessun testo di Steiner o di Scaligero indica tra gli esercizi la meditazione in comune, né tantomeno essa viene sottesa. Si potrebbe dunque concludere, a ragione, che essa non sia essenziale o necessaria ai fini di una ascesi interiore, la cui natura pratica è in effetti personale, intima. Del resto se qualcuno, per destino o per sofferta scelta individuale, cammina in solitudine, sarebbe forse per questo limitato nel lavoro interiore?
Altresí sappiamo che Steiner operò insieme ad altre figure di rango in elevate operazioni meditative; che Colazza partecipò molto attivamente alla “catena di Ur”; che Scaligero meditava con diversi gruppi di persone ed in particolare con un suo gruppo. E che molti discepoli diretti del Dottore operarono consimilmente.
Sappiamo anche che, dopo la morte dello Steiner, iniziò una specie di “fuoco di sbarra mento” nei confronti degli esercizi e in generale delle operazioni esoteriche che, seppur attenuatosi negli ultimi anni, sembra vigere tuttora. A dirla tutta c’è stata una lunghissima opera di dequalificazione costituita dalla stratificazione di comunicazioni ambigue o estradanti, la quale, a nostro parere, ha procustianamente ridotto (pauperizzato) alcuni tratti importanti dello spirito delle indicazioni primarie e “cloroformizzato” il livello della capacità d’intendere nelle successive generazioni di discepoli, fatti salvi i pochi ed eterodossi “lottatori della conoscenza”.
Per un approfondimento di questi temi invitiamo i nostri lettori a collegarsi al sito davvero notevole www.think-light.org del nostro caro amico Mark Willan, che per decenni, con grandissima energia, ha tentato l’impossibile.
Cos’è alla fin fine la meditazione in comune? È la riunione antroposofica maturata, fattasi adulta. Poiché non parla ma medita, non ascolta passivamente ma opera attivamente attraverso la mediazione di un puro contenuto interiore. E presuppone una esercitata disciplina animica (concentrazione, meditazione, i sei ausiliari, la pratica immaginativa) che dovrebbe essere, nei discepoli dell’antroposofia, il retto proseguimento della strada iniziata con l’apprendimento e lo studio. Tutto qui.
C’è chi, pur trovandosi d’accordo in linea generale con questa visione, teme una qualche pericolosità generata dal fatto che in una comunità di meditanti avviene un passaggio, un flusso di forze interiori tra i partecipanti (questo è il vero motivo per cui la meditazione in comune è interdetta ai neofiti, agli psichicamente alterati e ai bevitori). Detto volgarmente ma realisticamente: «Qui mi becco il pattume altrui!».
È un rischio incontestabile se ognuno non dà il meglio assoluto di sé. Se non ci si riunisce in sacro e responsabile silenzio. Se il filo che, almeno per mezz’ora, lega assieme i partecipanti, non è l’ideale piú alto.
Dunque il prezzo è piuttosto severo, ma, qualora il karma permetta l’associarsi, non appare impossibile per teste disciplinate e cuori che battano per i fini dello Spirito.
Per contro, ciò che viene respinto magicamente dalla purità della comunità meditante, accede (invade) invece in ogni gruppo che si ritrova, inconsapevole, senza destità e disciplina, operante a qualsiasi altro livello.
Chi domina almeno il mentale, vede nel silenzio come il sopore della coscienza, le angustie, le antipatie e tante altre cose ben peggiori degli uni penetrino nell’intera comunità con pessimi risultati per tutti. Tutti vengono infettati!
Questo non accade solo nel caso eccezionale in cui nel sodalizio sia presente una figura che operi con un’azione morale impersonale costantemente ispirata dalla percezione della presenza spirituale anche senza che nulla si palesi, nemmeno in saggi ammonimenti o in azioni sensibili. Non occorre essere veggenti per accorgersi di un imbarazzante malessere che afferra l’anima durante o dopo la riunione e che si soffoca nell’auto-inganno. Finché, per ascesi di Pensiero, non ci si liberi dal tragico imbroglio del sacro allestito come dato percepito, per cui si scambia la forma fissata con il contenuto spirituale che non c’è, sino a quando il dato non sia risolto in idea, ossia in ciò che non si oppone allo Spirito.
Amici cari, in sostanza quello che nella nota può apparire come critica non è diretto a nessuno, essendo solo dettato dall’imprescindibile esigenza di distinguere continuamente il sottile sentiero interiore dal moltissimo che non lo è affatto. Distinzione che sappiamo essere difficile poiché quanto ostacola e offende il Vero spirituale, persino quando sia individuabile in cose e fatti, è tuttavia sempre interno a noi stessi .
Quelli che sanno ciò e possono fare qualcosa, abbiano il coraggio e la generosità di spendersi, di sperimentare voltando le spalle ai miserabili ricatti razionali e sentimentali della Paura, seppure ribattezzata con falsi sinonimi. La via che porta all’esperienza co sciente dello Spirito è (drammaticamente) semplice; tante risposte a tante domande sono nocive e inutili e potrebbero ridursi soltanto a tre concrete indicazioni fondamentali:
diventare forti, deporre se stessi, abbandonarsi al silenzio.
Franco Giovi
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E’ risaputo che scrivo sempre le stesse cose, però la mia voce,di solito, sembra defungere assai vicino. Certamente per mio demerito, ma osservo con obbiettivo dolore come, in tanti, si cerchi il “sensazionale” che verrà dopo o quello che scalda automaticamente il sentimento (fiore, cuore, amore, ecc.) C’è una ragione per tutto, anche per questo…però so piuttosto bene che su queste strade forse ci si frequenta ma non ci si muove e, anzi, ci si riempie l’anima di una incredibile incapacità di comprensione. Forse per una stravagante legge della fisica dei concetti – inaugurata in questo istante – che indica come si formi un campo statico in chi ne è privo ed in chi ne ha troppi.
Troverete tutti gli errori possibili nelle righe che seguono. Però con una qualità: è tutto reale, spontaneo. Nel senso che tolti nomi, fatti più personali e saluti augurali, sono risposte scritte di getto ad amici che formulavano domande. Utili o inutili, lascio a voi ogni giudizio…affidandomi ad ogni strenua goccia della vostra positività.
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Ripeterò spesso o sempre che il risultato della concentrazione non è immediato. Possono essere immediati, giungere da subito, diversi fenomeni che sono, come dice Meyrink, soltanto vapori del ghiaccio che si scioglie. Non escludo astrattamente un rapido sviluppo, ma sembra piuttosto che si debba attraversare un lungo periodo d’adattamento o preparazione, soprattutto se la natura psicofisica non sia preparata da quello che il Dottore chiama “studio”. L’esperienza dello studio varia moltissimo tra gli individui: questo fa parte del grande gioco.
Però, nei limiti del possibile, i vari punti di vista o i gradini dello studio non sono oggettivamente infiniti: per studio si può intendere ciò che nell’essoterico si è sempre fatto con qualunque materia da apprendere. Questa è già una attività che dovrebbe venir svolta con sufficiente ampiezza e profondità. Un grado superiore dello studio possiamo chiamarlo approfondimento: qui aumenta l’impegno, si riduce l’ampiezza generale, ci si sforza in profondità: per capirci, non si passa sopra il “karma” o il “corpo astrale” riconoscendo la parola e via. No! Ci si arresta e si lavora finché alla parola si riesca a collegare il concetto e/o l’immagine che le corrisponda. Solo poi si continua. So bene che è uno sforzo inusuale, ma l’alternativa è il giornale o il ricettario. Dai, forza! E almeno prova.
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Se tutta l’anima non interviene in tale lavoro, non può essere che esso sia vero.
Non dico di evitare le discussioni: a patto che queste siano sostenute dalla volontà di comprendere, di render chiara alla propria coscienza qualcosa che rimaneva incomprensibile alla conoscenza. Questa maieutica reciproca è piuttosto rara, preziosa. Altrimenti è tutto una scusa per critiche e polemiche: esse sono nella lista degli ostacoli che la natura pone inizialmente al ricercatore, il quale se non sa, o impara a distinguere tra l’impulso conoscitivo e gli impulsi (ciechi) della natura o perde solo il proprio tempo e turba inutilmente la propria anima. E’ possibile che essa al momento sia troppo carente (o priva) di devozione e senso del sacro. Non occorre che lo ripeta. Lo scrive assai chiaramente lo Steiner all’inizio del libro L’iniziazione. Non c’è alcuna difficoltà a comprenderlo: difficile è riferire quelle osservazioni a sé stessi.
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Rimango convinto che se uno non si perde in chiacchiere bizantineggianti, se interiormente è serio, arriva al punto in cui non può non trovarsi di fronte ad un limite, un muro. E, se nello studio egli ha fatto propri i temi dei testi, se li ha pensati e sentiti, può accorgersi, qualunque sia la strada conoscitiva intrapresa (epistemologica, occultistica, mistica o l’insieme di tutte) che il limite concettuale e rappresentativo non soddisfa più: è come una superficie o un muro: lì tutto si consuma e si avverte un’esigenza di profondità, di maggiore realtà. (Si sperimenta così il limite del pensiero astratto, anche se i temi erano alti) In questo caso il più elevato essere che vive in noi spinge verso l’azione che chiamiamo meditazione e concentrazione o se preferisci è una questione di rettitudine e di logica portata a conseguenza. La “conseguenza” però, afferra tutto l’uomo.
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Come ho già scritto in Eco, non ci si volge alla pratica interiore per tramite di un assenso meramente intellettuale ma affiora da un lavorio complessivo dell’anima: spesso ciò sale a consapevolezza con i tratti sofferti dell’impotenza o della disperazione. Si avverte l’insopportabilità della superficialità che condanna noi stessi a sperimentarsi altrettanto irreali come ogni altra rappresentazione. In casi più rari ma possibili balena in noi, con atemporale immediatezza, la grazia o la volontà dell’IO: in questo secondo caso si sa senza mediazioni ciò che va fatto.
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La concentrazione? Leggi il capitolo corrispondente del Manuale o di Tecniche (Tecniche della Concentrazione…dopo tanti anni penso che Massimo non avrebbe dovuto scrivere quel libro: non lo merita nessuno). Anche il corrispondente capitolo che trovi sull’Uomo Interiore potrebbe far capire anche al mio cane il perché dell’oggetto semplice e “costruito dall’uomo”.
Generalmente la coscienza si diffonde dappertutto, si disperde in tutte le direzioni, all’infinito verso questo o quello. Quando si vuol fare qualcosa di serio, come prima cosa si deve richiamare a sé tutta la coscienza e concentrarsi.
Se si guarda da vicino, si vede che la coscienza è spinta a concentrarsi in un punto, su una sola occupazione, come quando si compone una poesia o quando un botanico studia un fiore. Se si potesse convincere un giovane a praticare l’esercizio dell’attenzione dato da Ramacharaka nel suo Raja Yoga! Quando penso agli anni buttati via in occultismi e magismi e tradizionalismi filologici…
Ci si può chiedere che cosa avvenga di tutto il resto, quando ci si concentra: la coscienza diventa silenziosa, e anche quando a ciò non arriva ancora, pensieri fuggevoli o altre cose possono ancora muoversi come se fossero al di fuori di noi, ma la parte concentrata non se ne occupa e nemmeno li nota. Se il dardo della concentrazione permane lungo la propria traiettoria è ciò che succede quando la concentrazione ragionevolmente sta riuscendo.
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Non ci si deve stancare all’inizio con una lunga concentrazione (se non si è abituati): una mente stanca perde potere e valore. La meditazione stanca meno. Soltanto quando la concentrazione diventa una condizione, è possibile allungarne il periodo poiché si passa dalla fatica ad una sorta speciale di riposo. Ma ciò, a tale punto serve relativamente poco. Davvero i tempi dell’orologio non hanno più significato. Ho scritto e dato tempi solo perché, all’inizio, si vogliono regole, ossia quante più certezze possibili. Inoltre il disciplinarsi è veicolo di volontà.
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No! E’ un errore pensare che si possano fare dei progressi avendo paura. La paura è un sentimento che devi sempre respingere con disprezzo o con qualche…risata. Ciò che temi è esattamente quello che ha maggiori probabilità di accadere: la paura attira l’oggetto della paura. Ma a dirtelo non cambia, credo, nulla.
Dona te stesso al Signore, al Tao, al Cielo…comunque a Chi ti trascende: puoi farlo in ogni momento e nulla te lo impedisce (se non te stesso). Provaci prima di criticare una caratteristica comune a tutti noi. Non soffocarla com’è d’abitudine: più ti apri verso l’Alto più il suo potere scende in te. In alcuni momenti della vita può essere l’essenza di tutto. Fiducia, devozione, donazione sono i petali del fiore della tua anima. Senza essi come vuoi che il pensiero che non è santificato possa illuminare qualcosa?
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Il nocciolo del nocciolo? Massimo lo ha scritto centinaia di volte moltiplicate in tutte le sue opere. Superare, risalire la condizione ordinaria del pensiero per ritrovare quello che c’è prima: la forza pensiero. Semplice semplice come un giardino zen: silente essenzialità: luce vivente.
La Filosofia della Libertà è divisa in due parti. Ciò era evidente nella prima stesura (vedi la prima ed. italiana del Tommasini). Mi pare che non si voglia notare che l’agire, indicato nella seconda parte ha il presupposto della ”intuizione”: che si sviluppa assumendo l’opera indicata nella prima parte. Perciò lontana anni luce dal fare, per così dire, ordinario.
Ti faccio un accostamento scandaloso: alla prima parte corrisponde la concentrazione. Alla seconda parte l’atto puro. Certo, è una semplificazione eccessiva, me ne rendo conto, ma pensaci su e prova, sperimenta. Riguardo al testo, credo occorrano anni di lavoro serissimo: poi, integrato alle discipline, magari scopri che non è stato scritto per non essere compreso.
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Mah! Io ribalterei la questione. Abbiamo un mucchio di testimonianze che confermano il fatto che il Dottore dava, a chi lo interpellava, esercizi (persino a chi non li chiedeva affatto). Dal pochissimo che so, anche Colazza fece la stessa cosa. In prima persona, al nostro primo incontro, Massimo mi indicò tre discipline (oltre la concentrazione che già facevo), senza parole intermedie. Solo: “Fai questo, questo e questo”. Piuttosto, con serenità ma senza cecità, andrei a vedere cosa successe nella Società dopo la scomparsa del Maestro.
La via più larga e più percorsa non è sinonimo automatico di via retta.
Dato che solo di Scaligero posso accennarti per diretta esperienza, molte furono le orecchie che avrebbero dovuto arrossarsi per le benevole ma ironiche pizzicate quando diceva (cito a memoria): “E’ facile andare da Rotondi (piccola libreria specializzata in via Merulana) a comperare i libri”. Mai disse di non studiare, credo lo considerasse ovvio, ma quante sono state le volte che esclamò che, raggiunta la vita del pensare, i libri potevano essere buttati!
Poi, persino gli esercizi, ad un certo punto e in un certo modo, possono venir superati. Quando? Quando le istruzioni ti vengono date dagli Invisibili.
Bene. Mi fermo qui e tralascio scritti assai più lunghi. Quelli che avete ora letto non sono mattoni per il mio soppalco. Anzi. Mi sono proibito di correggere, di abbellire, di minimizzare gli scivoloni. La disciplina, a cui sono grato e fedele, mi ha liberato dalle smanie in vari sensi. Buon lavoro a tutti.
Anno XXII n. 12
Dicembre 2017

Oggi, in un mondo sempre più automatizzato, ubriaco di effimero e di agitazione, in un mondo che sempre più vive in una spenta routine e in reazioni automatiche, si ha – fortissima – l’impressione di vivere in ogni campo come in un vasto cimitero. Sta dilagando quella qualità che, in Oriente, nel Sâmkhya e nello Yoga viene chiamata tamas, ossia l’elemento torpido, inerte, pigro, accidioso, che porta l’anima ad essere avida d’inerzia e di passiva dipendenza dall’abietto servaggio corporeo. Questo elemento tamasico intossica e oscura l’anima, le preclude la speranza dell’altezza e la avvilisce al punto di renderle inconcepibile una condizione diversa dalla schiavitù che la astringe alla vicenda mediante la quale gli dèi distruttori divorano la sua vitalità spirituale prima, e poi anche quella corporea. La Via del Pensiero – la pratica assidua, alacre, intensa della Concentrazione – è oggi l’unica cura, LA cura radicale alla dilagante malattia dell’anima. Via dura e faticosa, proprio perché l’anima schiavizzata è avida d’inerzia e di servaggio, ed è ostile al richiamo salvifico che indica il risveglio e la liberazione.
Abbiamo avuto modo di vedere come l’infida natura inferiore tenti incessantemente di ridurre al proprio dominio e di rendere inoffensivo persino l’elemento spirituale che la dovrebbe dissolvere e trasformare. Pigrizia e torpida inerzia portano ad evitare il coinvolgimento decisivo con la pratica interiore, in particolare con la Concentrazione. Magari a preferire le comode e “morbide” vie del misticismo e dell’emotività più torbida, illudente, e traditrice. È proprio quel «vivere a metà» della quale parla – mirabile ammonizione – la poesia di Khalil Jibral, donatami da un’anima eletta e pura, e che con grandissima gioia ho voluto trascrivere su questo audacissimo blog.

Vivere a metà…
Khalil Jibran
Non frequentare coloro che sono innamorati a metà.
Non essere l’amico di coloro che sono amici a metà.
Non leggere coloro che sono ispirati a metà.
Non vivere la vita a metà.
Non morire a metà.
Non scegliere una metà di soluzione. Non fermarti a metà della verità.
Non sognare a metà.
Non ti attaccare a metà di una speranza.
Se taci, conserva il silenzio sino alla fine, e se ti esprimi, esprimiti pure sino in fondo.
Non scegliere il silenzio per parlare, né la parola per essere silenzioso…
Se sei soddisfatto, esprimi pienamente la tua soddisfazione, e non fingere di essere soddisfatto a metà…
e se rifiuti, esprimi pienamente il tuo rifiuto, giacché rifiutare a metà è accettare…
Vivere a metà, è vivere una vita che tu non hai vissuta…
Parlare a metà, è non dire tutto quello che vorresti esprimere
Sorridere a metà, è rinviare il tuo sorriso,
amare a metà, è non raggiungere il tuo amore,
essere amico a metà, è non conoscere l’amicizia.
Vivere a metà, è ciò che ti rende estraneo a coloro che ti sono più vicini, e renderli estranei a te…
La metà, delle cose. È finire e non finire, lavorare e non lavorare, è essere presente e… assente.
Quando fai le cose a metà, sei tu quando non sei te stesso, giacché non hai saputo chi eri.
È non sapere chi sei…
Chi ami non è l’altra tua metà… sei tu stesso in un altro luogo, nello stesso momento.
Bere a metà non placherà, mangiare non sazierà la tua fame…
Una strada percorsa a metà non ti porterà da nessuna parte
e un’idea espressa a metà non darà nessun risultato…
vivere a metà. È essere nell’incapacità e tu non sei affatto incapace…
Perché tu non sei la metà di un essere umano.
Tu sei un essere umano…
Tu sei stato creato per vivere pienamente la vita, non per viverla a metà.

Poiché Eco è un Sito orientato verso i contenuti che sono espressione palese e occulta dell’essere umano, che ne dite di fare un po’ di silenzio come natura insegna, sconnessi da pc, tablet e smartphon e fuori casa, magari per annusare la stagione in cui ci troviamo per modificare non poche cose della nostra consueta vita, anche quella più interiormente intima?
Avere più consapevolezza di quanto la natura ci comunica è sempre un buon passo per una maggiore salute animica e per la coscienza di sé in quanto estranea, almeno per poco, dai pesanti aliti che come serpenti si alzano con le personali passioni.
Cercate di notare, quando la canicola è passata, come si cominci a respirare nell’aria, un odore diffuso sottile e particolare.
Che non è più il sentore puro delle mattine estive o la dolcezza delle serate crepitanti di strudalazionesche attività e sature del profumo degli esausti fiori. No, agli odori dell’estate già si mescola un leggero tanfo di decomposizione e di foglie morte, che svanisce completamente a metà giornata, sotto i raggi ancora dardeggianti del sole.
In certi paesi europei l’autunno iniziava con la festa dell’apostolo Bartolomeo, poi abbiamo fatto centro con Matteo…non è solo un caso che, per queste date appaiono i primi sintomi dell’autunno che annunciano che la sonnolenza estiva dell’atmosfera comincia ad allontanarsi dal nostro mondo.
Per quanto belle possano essere le giornate, in settembre e in ottobre, le mattine e le sere ci hanno fatto sapere che l’estate è fuggita via da un pezzo.
Questo odore autunnale ha la sua origine in una profonda metamorfosi della vita terrestre.
Un po’ come in primavera, i batteri del suolo e gli altri microrganismi si mettono all’opera per trasformare la massa vegetale caduta lungo e alla fine dell’estate. Ma questa metamorfosi è altra da quella primaverile: al presente nulla si costruisce, tutto si prepara soltanto a subire il freddo e l’umidità dell’inverno.
Questo processo che incomincia con la caduta delle foglie, delle bacche e dei frutti, prosegue per tutto l’autunno, al fine d’essere trasmesso alle forze dell’inverno.
Si può parlare, nei confronti dell’estate, come di un “fuoco estivo”: certo, è un fuoco assai dolce che fa schiudere i fiori, ma nondimeno ha gli stessi effetti del nostro fuoco ordinario, di legno o carbone. Il fuoco lascia sempre un residuo incombustibile: la “cenere”.
Ma la cenere non è solo una materia, è anche un processo.
Nella combustione ordinaria si vedono elevarsi in alto, calore, luce e gas mentre la cenere piomba in basso Questa caduta verso il centro della terra è ciò che meglio caratterizza la cenere ed è un processo.
Il cadere ed il deporsi della cenere sono altresì il segno distintivo dei fenomeni autunnali. Noi sentiamo il tonfo delle mele che si staccano dall’albero, lo scricchiolio delle noci maturate sui rami, il fruscio delle foglie morte. Il profumo del “fuoco estivo” avvolge ancora mele, pere e prugne ma esse contengono semi duri o noccioli legnosi. Solo le noci, che intorno a sé più non hanno morbida sostanza, sono perfetti frutti d’autunno, ossia frutti bruciati, di cenere.
E’ possibile chiedersi allora in che cosa certe produzioni della precedente stagione, cereali, patate e altri ancora hanno qualcosa di cinerino?
Per rispondere a questa domanda noi dobbiamo farci aiutare dall’arte del chimico: da lui possiamo apprendere che la maturazione dei frutti e dei grani, così come l’ingiallirsi delle foglie e la loro caduta, implica un grande arricchimento di diverse parti della pianta con sostanze minerali.
Tra l’estate e l’autunno, quando tutto matura, i vegetali si mineralizzano, in particolare per quanto concerne frutti e semenze e questa mineralizzazione compenetra anche l’amido e l’albumina; essi si impregnano di calcio, magnesio, silice e fosforo.
Ma questi elementi non si presentano sotto forma del “principio Sale”, essi piuttosto sono connessi al potere alimentare e nutritivo. Così non è un semplice carbonato di calcio che finemente si spande nella nostra farina di frumento o un semplice fosfato di magnesio che si deposita nell’albumina dei grani. Questi sali minerali non sono più dei sali nel senso proprio del termine, ma dei costituenti vivi che si integrano intimamente all’amido e all’albumina.
Se essi non fossero attivi in grani e semi, alcune nuove piante, nella successiva primavere non potrebbero nemmeno crescere.
A queste sostanze minerali si aggiungono il ferro, il potassio, il sodio e altro ancora…ossia tutto quello che si trova nelle ceneri rilasciate di piante bruciate o dagli incendi boschivi.
Il processo del “divenire cenere” autunnale, nella terminale maturazione vegetale, non giunge sino ad una vera combustione e il “fuoco estivo” non giunge certo sino a conseguenze estreme!
Ciò poiché nei processi viventi della natura, nulla va a termine, nulla si perfeziona: tutto si intensifica solo fino ad un certo punto, così da poter essere trasmesso nell’ulteriore divenire.
Questo è rettamente un carattere del vivente: esso non porta a termine nulla, esso affida quello che ha maturato alle forze del cielo e della terra che lo faranno riapparire sotto una nuova forma. Mai una totale completezza né perfezione: ciò sarebbe sinonimo di morte assoluta.
Così noi siamo spesso ingannati dall’autunno, per la sparizione dello splendore estivo nella “cenere” delle foglie cadute.
Noi pensiamo: “Qui tutto finisce, muore”. Ma non è assolutamente vero!
Soltanto, l’uomo non vede più come i resti vegetali diventino l’alimento per il suolo materno.
Egli non vede più quel che succede ai semi in seno alla terra, quando umidità, freddo e neve hanno uniformato ogni cosa e tutto nascosto.
Il grande mistero dell’autunno è che non esiste alcuna regione della terra dove sia possibile affermare: “Qui regna un autunno perpetuo!”.
Infatti esistono luoghi dove regna una sorta di eterna primavera, una eterna estate, un inverno perpetuo. Ma non v’è posto in cui si possa dire che lì l’autunno sia eterno.
E ciò per quale motivo?
Perché l’autunno è la stagione delle metamorfosi.
Tutte le altre stagioni contengono metamorfosi allo stato virtuale, ma senza manifestarle.
Per contro, nelle zone temperate del mondo, là dove regna il ritmo delle stagioni, la metamorfosi si rivela attraverso i processi autunnali, cioè per mezzo della cenere rinnovatrice: in ciò, in tutto ciò, al momento giusto, sorge l’immagine della Fenice.

Che la Via della Iniziazione – la Via del Pensiero Vivente – sia una Via eroica e non una via egoica, per chi sappia discernere il vero è cosa assolutamente certa. Tuttavia vi sono dei punti che il praticante interiore deve aver molto ben chiari, se non si vuole aprire il varco a non poche illusioni, che nel tempo possono rivelarsi pericolose, o addirittura esiziali.
Un primo punto da chiarire è che se è vero che la Via è eroica, ciò non significa affatto che chi inizia a percorrerla sia un eroe. La Via dell’Iniziazione – e specificamente, nella nostra epoca, la Via del Pensiero Vivente – pone una esigenza stringente, ma questo non significa affatto che chi si volge a tale Via e inizia a percorrerla abbia a fortiori le qualità richieste – o, come direbbero i tradizionalisti: gli adhikâra, ovvero le necessarie «qualificazioni» – anzi, il più delle volte chi in questa epoca arriva a calcare l’aureo sentiero dell’Iniziazione tali qualità inizialmente non le possiede affatto. Può essere un momento molto severo e doloroso dell’autoconoscenza per il neofita praticante il percepire la propria insufficienza rispetto al compito spirituale richiesto, compito al quale egli si vorrebbe consacrare.
In effetti, il Mondo Spirituale non pretende affatto che chi, in questa epoca, vuole intraprendere il sentiero occulto sia già sin dall’inizio «eroico»: sarebbe disperante se in questa epoca da lui si pretendesse tanto! Tuttavia, il Mondo Spirituale esige – e lo esige nella più estrema misura – che, cammin facendo, «eroi» lo si diventi, e che ci si impegni con tutte le forze a diventar tali.
Se non ci si vuole fare illusioni su se stessi, è bene che sulla nostra iniziale inadeguatezza al compito spirituale – inadeguatezza che può prolungarsi su un lungo tratto del sentiero spirituale – non ci si faccia illusione veruna. Il nostro essere «naturale» vive, ed è, una contraddizione apparentemente insanabile. Da una parte, il discepolo neofita «sa» dai testi della Sapienza sacra che «il mio Io è tutt’uno con l’Io dei mondi», e che «nel mio cuore vi è una scintilla del fuoco che ha creato l’Universo», mentre dall’altra egli si fa facilmente e spensieratamente portare a spasso come un cagnolino da istinti, brame, paure, passioni, pregiudizi e false convinzioni, che sono il giuoco della maya nell’essere umano. Oppure, nel migliore dei casi, egli inizia una aspra lotta nei confronti di una natura inferiore, sorda al richiamo dello Spirito e riottosa a trasformarsi. Contraddizione che a volte può dar luogo a situazioni veramente tragiche e in non pochi casi portare addirittura a situazioni ridicole.
Massimo Scaligero ammonisce apertamente che l’idea di una esperienza spirituale – ancorché corretta e vera – non è affatto quella medesima esperienza spirituale: ne è tuttalpiù un germe embrionale: germe che può facilmente diventare sterile e addirittura abortire. Ovvero il «sapere» che si ha circa la natura spirituale dell’Io, e la presenza nel nostro cuore dell’originaria forza creatrice – come direbbero i trattati di geometria – è sì un elemento assolutamente necessario, ma di per sé non è affatto sufficiente: se rimane un mero pensato, l’aiuto che un tale «sapere» può dare è alquanto limitato e nel tempo si esaurisce rapidamente.
Il superamento di tale esiziale contraddizione è nella pratica interiore: nell’attuazione volitiva dell’Ascesi. Infatti, così scrive Massimo Scaligero nella quarta di copertina de L’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976:
«Egli [l’Autore] presenta così, il metodo attuale necessario alla resurrezione dell’uomo interiore, dell’uomo magico, dell’uomo spirituale, indicando da dove si deve cominciare a ritrovare se stessi , oltre tutte le dialettiche, compresa quella che definiamo esoterica.
Trovare in sé il punto in cui si comincia finalmente a essere, a superare la psiche, a creare; passare decisamente all’azione facendo scattare l’elemento immediato dell’azione cosciente: questa è la semplice istanza proposta dall’Autore».
Ma come suol dirsi, la cosa è semplice, ma è veramente difficile – anzi difficilissimo – quel che è semplice: ossia un semplice che è tutt’altro che facile, come ampiamente dimostra l’esperienza degli umani. Un esempio di tale difficoltà è evidente nel fatto che molti esoteristi cercano, o il più delle volte sentimentalmente sognano, l’esperienza spirituale in cerimonie e ritualità passabilmente complicate e barocche, o in esercizi orientali, esoticamente affascinati, anch’essi oltremodo complessi. Altrimenti pensano di trovarlo nelle emozioni di una sentimentalità misticheggiante, magari accompagnata da un comodo moralismo di maniera. Cercano lo Spirituale in tutto fuor che nel pensiero con cui lo pensano: in tutto fuor che nell’attività pensante con la quale operano la scelta di una Via. L’oggetto pensato, illusoriamente, appare più concreto e importante della concreta attività del pensare che tale oggetto coscientemente crea e pensa. Il che è francamente illogico: almeno secondo la logica del Logos, che poi è l’unica concreta e reale.
Massimo Scaligero avvertiva che non sono esercizi elaborati e complicati quelli che portano all’autentica esperienza spirituale, bensì l’esercizio nel quale siamo capaci – malgrado tutti gli ostacoli posti dalla nostra natura senziente e istintiva – del massimo della forza, della massima dedizione all’esercizio stesso, che magari può apparirci il più arido e ingrato: la Concentrazione. E per anni si è potuto osservare quanta sorda o aperta opposizione susciti persino negli ambienti «scaligeropolitani» – come li chiama il mio amico C., asceta d’altra dottrina e grande ammiratore di Massimo Scaligero – la centralità della Concentrazione e della stessa Via del Pensiero.
Il fatto è che la Concentrazione – «l’esercizio a sé sufficiente», lo definiva Massimo Scaligero – se veramente posta al centro della vita dell’anima e praticata con ardente dedizione e continuità, colpisce ripetutamente come un pesante maglio la natura inferiore, e la sbriciola. Ma la natura inferiore dell’uomo è avida di torpida inerzia e di abietto servaggio: essa ha una «natura» – mi si perdoni il giuoco di parole – fortemente «conservatrice» e «reazionaria», e si oppone con forza brutale o con sottile astuzia alla forza dissolvitrice e trasformatrice dello Spirito. La sua è una antica e perfida «sapienza», che facilmente illude con le sue male arti il poco consapevole essere umano. Persino lo spiritualista può essere agevolmente «giuocato» dalla sua illudente suasione, dal suo coinvolgente, e ambiguo, quanto inavvertito, magnetismo.
Che le cose stiano esattamente in questi termini è ampiamente dimostrato dalla storia del movimento antroposofico – che ai miei occhi è la tragedia spirituale del XX secolo e di quello attuale – , movimento e Società Antroposofica, nella quale viene negletta, e persino avversata, ogni forma di pratica interiore, e soprattutto la Concentrazione. È giuoco forza che, in tale situazione, la stessa Antroposofia degeneri – come esplicitamente previsto da Rudolf Steiner – in un grigio intellettualismo, in uno slavato estetismo, in una inconcludente emotività, e che si giunga persino alla aperta denigrazione dello stesso Rudolf Steiner, come abbiamo potuto documentare su questo temerario blog, da parte di personaggi della dirigenza collegiale della suddetta Società – il cosiddetto Vorstand – in combutta con un nemico spirituale qual è il cattolicissimo teologo svizzero Helmut Zander: ebbi modo di essere testimonio oculare di una tale aperta complicità.
Una ulteriore dimostrazione è data non solo dall’atteggiamento ostile che la dirigenza della Società Antroposofica, in ciò seguita da molti soci che se ne lasciato suggestionare, ha avuto per decenni – e lo ha tuttora – nei confronti di Massimo Scaligero, ma – abbiamo avuto modo di parlarne ripetutamente su Ecoantroposophia – anche dai tentativi, nel tempo sempre più espliciti, di «trasbordo ideologico inavvertito» in favore della nota potenza straniera d’Oltretevere, operati da parte di chi prima con destrezza si è impadronito dell’opera di Massimo Scaligero, e poi ne ha calunniato la figura umana e spirituale – anche di questo sono testimonio oculare, visto che l’Innominato fece ciò apertamente in casa mia, persino davanti ad un altro testimone, che volendo potrebbe confermare – criticando e attaccando esplicitamente la Via del Pensiero, accusata di essere «incompleta e superata», «orientale», «yoghica», «buddhista», «priva di rapporto con il Logos e col Graal». Al posto della Via solare viene proposta, abilmente camuffata, una via sentimentale e mistica: morbida e comoda, che spiritualmente non porta proprio da nessuna parte, mentre facilmente può condurre tra le braccia della suddetta potenza straniera d’Oltretevere. Oltre, naturalmente, a ventilare – usando spregiudicatamente citazioni monche e fuori contesto di Massimo Scaligero – che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo», e in tale ambigua «ventilazione» l’Innominato viene ripetutamente imitato da vari individui più o meno «interessati».
Come ho detto più sopra, è l’azione subdola e insinuante della natura inferiore, quella che porta sia negli ambienti antroposofici, oramai decadenti, sia in alcuni settori del milieu «scaligeropolitano», a divergere dalla Via del Pensiero e a temerla: chi dall’azione illudente della maya è coinvolto, crede di agire e invece viene da essa «agito». Ossia, come avverte Massimo Scaligero nel decimo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente:
«È la condizione in cui l’Io semidormente deve scambiare per propria azione ciò che gli viene posto dalla natura, essendo questa supporto della coscienza di veglia. Sogna di agire e non si avvede di dare l’assenso della sua relativa coscienza a ciò che agisce per lui».
Un secondo punto da chiarire, e da chiarire molto bene, è che la Via della Iniziazione – e oggi a maggior ragione la Via del Pensiero che la incarna – è una Via individuale. È opportuno dirlo, perché da tempo – sempre partendo dall’«ispirazione» gianicolense – sempre più spesso e sempre più chiaramente si va affermando che «non si può arrivare all’Iniziazione individualmente: alla Soglia del Mondo Spirituale è necessario arrivarci comunitariamente o collettivamente». Come dire «tutti insieme appassionatamente», come nel film del 1965, interpretato dalla bellissima Julia Andrews.
A smentire una cotale insana e improvvida affermazione dell’Innominato, basterebbe guardare all’opera di Rudolf Steiner. Se consideriamo le sue opere cosiddette «filosofiche», che da mio punto di vista sarebbe meglio chiamare «filosofali», ossia la Introduzione alle opere scientifiche di Goethe, la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, Verità e Scienza, la Filosofia della libertà, la Concezione goethiana del mondo, Nietzsche, lottatore contro il suo tempo, gli Enigmi della filosofia, mai in esse egli parla in relazione al cammino della conoscenza di un aspetto comunitario. Persino nell’ultima edizione degli Enigmi della filosofia, e specificatamente nell’ultimo capitolo intitolato Sguardo sintetico su di un’Antroposofia, nel quale Rudolf Steiner dà esplicito il collegamento con la Scienza dello Spirito, in nessun punto viene fatta menzione di un tale aspetto comunitario del cammino della conoscenza spirituale.
Ma anche passando alle opere più apertamente «misteriosofiche» di Rudolf Steiner, come I mistici all’alba spirituale dei nuovi tempi, Il cristianesimo quale fatto mistico e i misteri dell’antichità, Teosofia, L’iniziazione – Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, Cronaca dell’Akasha, I gradi della conoscenza superiore, La scienza occulta nelle sue linee generali, i suoi quattro Drammi mistero, La direzione spirituale dell’uomo e dell’umanità, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso, La soglia del mondo spirituale, Il calendario dell’anima, Gli enigmi dell’uomo, Gli enigmi dell’anima. La spiritualità di Goethe nella sua manifestazione attraverso il Faust e la favola del Serpente e della bella Lilia, I punti essenziali della questione sociale, Cosmologia, religione e filosofia, Elementi fondamentali per un ampliamento dell’arte medica secondo le conoscenze della scienza dello spirito, mai egli parla, o anche solo accenna, ad un aspetto comunitario come necessario al discepolo della Scienza dello Spirito nel suo cammino verso l’Iniziazione. Mai vuol dire proprio mai.
Minimamente ne accenna – dopo il convegno di rifondazione della Società Antroposofica nel Natale del 1923 – solo nelle sue Massime antroposofiche, ma è noto quanti dispiaceri le inadeguatezze degli antroposofi, per non dire dei traviamenti, dei veri e propri tradimenti avvenuti, dettero a Rudolf Steiner, che era responsabile di fronte al Mondo Spirituale della vita spirituale della Società Antroposofica. Errori e colpe degli antroposofi che lo portarono in poco più di un anno alla tomba. E comunque accenna ad aspetti di vita all’interno della comunità antroposofica, e non che una tale vita comunitaria sia necessaria per la realizzazione dell’Iniziazione.
Quanto alla sua autobiografia, La mia vita, che giunge solo sino agli anni 1906-1907, quando Rudolf Steiner operava ancora all’interno della Società Teosofica, è sintomatico che, parlando della comunità spirituale, egli chiuda il libro con tre parole, che negli anni si riveleranno profetiche: «litigi senza fine».
Anche esaminando l’opera di Massimo Scaligero, ci si avvede che solo in due punti egli parla di aspetti comunitari del milieu spirituale: nella seconda Appendice e in Dallo yoga alla Rosacroce. Ma in ambedue le opere egli si rivolge alle degenerazioni della Società Antroposofica. In tutte le altre opere, mai egli parla della necessità di giungere all’Iniziazione in maniera comunitaria. Naturalmente, vi può ben essere una comunità spirituale – quella che Massimo Scaligero chiamava la «Comunità Solare» – ed essa può essere di grande aiuto per i praticanti interiori, ma la Via rimane comunque individuale, e il procedere su di essa è frutto dei ripetuti e crescenti sforzi della volontà consacrata del discepolo della Iniziazione: frutto della continuità della dedizione e della fedeltà, della alacrità del praticante, che lungo il sentiero intrapreso dovrà attraversare anche momenti difficili, ardue prove, periodi talvolta non brevi di aridità.
Ho conosciuto persino chi, sulla base delle sole opere scritte di Massimo Scaligero e di quelle di Rudolf Steiner, ha operato per lunghi anni in totale solitudine, e solo un anno e mezzo circa prima che Massimo Scaligero ci lasciasse, ebbe modo di incontrarlo alcune volte e di conoscerlo direttamente. Questo amico – anche lui un lupaccio cattivissimo – nella sua solitudine doveva operare energicamente e continuamente all’autostimolazione per non perdere il livello interiore, per non farsi sopraffare dai periodi di aridità. Questo amico con l’alacre operatività interiore non solo riuscì a superare una serie di problemi fisici, ma riuscì a conquistare a conquistare un livello interiore nel quale gli si aprirono importanti esperienze spirituali. Questo è per me l’operare «eroicamente».
Molti anni fa, negli anni ottanta del trascorso secolo, andai per diversi anni sui Pirenei in compagnia di un amico marchigiano – anch’egli pessimo soggetto nonché lupaccio cattivissimo – nelle zone nelle quali si svolse settecento-ottocento anni fa la tragedia spirituale dei Catari. Nella valle del Sabarthèz, lungo le rive dell’algido Ariège, incontravamo a Ussat-les-Bains un esoterista olandese di nome Marcel, che parlava uno squisito e limpido francese, il quale si pronunziò così a proposito della questione del ricercatore dell’Iniziazione e della Comunità spirituale: «Il faut être solitaires et solidaires». Il che tradotto nella bella lingua di Dante suona: «Bisogna essere solitari e solidali». Impossibile per me non esser d’accordo con lui al cento per cento.
Ancora una volta, è necessario mettere bene in evidenza come la Via sia rigorosamente individuale. E poiché paradossalmente è ben possibile stare soli insieme ad altri, la Via sarà per un verso individuale e solitaria, in quanto essa richiede il massimo dello sforzo interiore e della dedizione integrale e, per un altro verso, là dove il destino così vuole, la Via sarà individuale e percorsa in comunanza con altri praticanti interiori, anch’essi individualmente impegnati nell’Ascesi solare. Forse, più che di comunanza si dovrebbe parlare di una autentica fratellanza d’armi, come convien che sia in quello che si rivela essere un vero e proprio combattimento spirituale. Ognuno sa di dovere poter contare in tale combattimento solo sulla propria forza, ma sa altresì che la propria forza è di aiuto ad altri come lui impegnati nell’identica lotta.
Questo porta a dover esaminare la differenza radicale tra l’anima di gruppo e lo spirito di comunità. L’anima di gruppo precede i singoli individui e ne condiziona e ne configura l’interiorità e l’espressione esteriore: è l’azione delle varie Chiese, massimamente di quella d’Oltretevere. Lo spirito di comunità, invece, è posteriore ai singoli individui impegnati nella pratica interiore, ed è il risultato della consonanza dell’operatività spirituale dei singoli. Come in un’orchestra, ogni suonatore suona secondo il proprio spartito – e la sua capacità di suonare è il risultato dei suoi sforzi e di un lungo costante addestramento – mentre la sinfonia è il risultato conseguente all’armonico accordo dei musicanti, così nella Comunità Solare ogni singolo asceta praticante opera – in solitudine e ove possibile insieme ai suoi «commilitoni» – interiormente con gli esercizi e lo studio rituale delle opere della Sapienza sacra, e lo spirito di comunità è l’armonico risultato dell’operare dei singoli.
Massimo Scaligero nel capitolo 37 del Trattato del Pensiero Vivente dà la chiave per comprendere il senso dell’operare del singolo e della Comunità spirituale, e soprattutto dà la chiave per intuire il senso profondo del Rito della silente meditazione in comune, tanto avversata e persino derisa dall’Innomimato gianicolense:
«Il pensare è la via, in ogni momento possibile, della trasparenza dell’anima e della libertà redentrice. È la virtù che risana l’uomo e il mondo. In ogni momento, il pensare vivente, sia pure di rari asceti, può dare chiarezza e positivo svolgimento all’esperienza umana. Pochissimi sono sufficienti a operare per l’intera comunità, perché un solo pensare fluisce nel pensiero dei molti: la trascendenza si fa immanente là dove il pensiero attua la potenza della Resurrezione. Realmente tale pensiero vince la morte».
Penso che più chiaramente di così Massimo Scaligero non avrebbe potuto esprimersi. Ma chi non vorrà capire, non capirà. Anzi possiamo dire che chi oscuramente intuirà dove vada a parare la chiara indicazione di Massimo Scaligero avrà un motivo in più per avversare e la Concentrazione e la Via del Pensiero. Laddove, invece, in un contesto sedicente comunitario, che si risolve prevalentemente in un ameno «Club di Lettura e Conversazione», con contorno di moralismo e di sentimentalità mistica, è invece possibile manodurre i poco consapevoli ed edificati partecipanti e portarli ove essi non sospettano: magari proprio tra le accoglienti e stritolanti braccia della potenza straniera d’Oltretevere. In tale contesto sono possibili – in quello che Rudyard Kipling nel suo Kim chiama «il Grande Giuoco» – tutte le macchinazioni e le manipolazioni politiche (la politica è sempre una cosa sudicetta assai…) e confessionali (stesso discorso della politica…) della peggiore specie. Qui vult capere, capiat!
Ora, se Rudolf Steiner, nella Filosofia della Libertà e nelle altre sue opere «filosofiche», ha chiamato «individualismo etico», frutto della individuale «fantasia morale» del cercatore della Conoscenza, la visione morale dell’uomo libero, e se si tiene debito conto del fatto che lo stesso Rudolf Steiner definì la Via da lui descritta nel suo libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, come il frutto e l’applicazione della suddetta Filosofia della Libertà, e in tali libri non parla mai della necessità di un aspetto comunitario del sentiero della conoscenza spirituale, è difficile giustificare la deriva «comunitaria» alla Via dell’Iniziazione. Deriva nella quale uno spregiudicato «pastore» può portare le fidenti pecorelle a pascolare sui prati della potenza straniera d’Oltretevere.
Suonano ammonitrici le parole che Massimo Scaligero scrisse nel primo capitolo de La logica contro l’uomo, ovvero ne Il problema a cui si sfugge, e avrebbe potuto tranquillamente chiamarlo «l’impresa interiore da cui si fugge». Infatti, egli così scrive alle pp. 15-16:
«Si pensa perché il momento autonomo del pensiero è ogni volta perduto, in quanto riflesso. Il pensare è il segno della conoscenza perduta, ma simultaneamente del percorso della reintegrazione. Infatti, occorre sperimentare il processo del pensiero, per risalire al momento in cui ancora non è. E per lungo tempo occorre insistere per portarsi, mediante un volere prima ignoto, a quel punto. Ma il pericolo di questo tempo è che una tale possibilità divenga inconcepibile ad opera del pensiero stesso che, filosoficamente, codifichi l’estraniamento al proprio principio. […]
Un’ascesi del pensiero urge al nucleo fattivo della cultura umana, come l’obbiettiva disciplina che essa, per assumere secondo verità le sue specifiche forme, richiede. Ma ad una simile ascesi il più serio ostacolo, fuori della sua possibilità di essere coltivata in silenzio e solitudine, è la logica stessa della cultura che invale nelle forme attuali: come ispirazione e come metodologia».
Da quanto abbiamo visto, la Via del Pensiero e la pratica della Concentrazione portano ad impegnare totalmente le forze interiori dell’asceta praticante, e l’«eroicità» della Via sta nel fatto che essa esige dal discepolo della Conoscenza la conquista di sempre ulteriori forze, oltre quelle ch’egli sino a quel punto si è duramente conquistato, per consacrarle con dedizione sacrificale all’impresa interiore, per consacrarle soprattutto alla Concentrazione. Ciò porta ad una certa solitudine interiore sia per l’incomprensione che, anche all’interno della Comunità spirituale, oggi come ieri, mostrano nei confronti nei confronti di questo «estremismo» operativo, sia come necessario clima interiore per l’attuazione dell’ascesi stessa. Vengono in mente le parole che ancora si possono leggere in una delle grotte dell’Eremitage di Arlesheim, nei pressi di Basilea, ove oltre due secoli fa andava a meditare il Conte di Cagliostro:
«O beata solitudo, sola beatitudo».
Anno XXII n. 11
Novembre 2017



Se questa nota fosse veramente ambiziosa e rigorosa potrebbe iniziare volgendosi esaustivamente all’eccezionale fenomeno che consiste nel comprendere le cose che cadono sotto la nostra osservazione poiché, seppure mediate dallo spazio e dal tempo e dagli organi del nostro corpo (e già a questo punto dovrebbe aprirsi un ampio capitolo sulla presunzione di oggettività di tali mediazioni: ciò è stato compiuto con assoluta profondità da Massimo Scaligero con Segreti dello Spazio e del Tempo, Tilopa, Roma 1963), esse, di per sé, non offrono al nostro sguardo il loro significato essenziale, avendo il carattere di un tutto indiviso e incomprensibile. La norma che permette di distinguere i caratteri di un ente dagli accidentali generali e dal resto del mondo, già appartiene alla nostra attività pensante e non al percepito indiscriminato che senza dubbio c’è ma mai si saprebbe cosa sia. Nella sua indagine, Rudolf Steiner osserva che persino «in due oggetti dello stesso genere non vi è nulla di veramente comune se ci si attiene soltanto all’esperienza dei sensi». Prendiamo l’esempio elementare di due triangoli: uno isoscele e l’altro scaleno, oppure uno piccolo ed il secondo grandissimo… potremo continuare all’infinito. Occorre compiere un piccolo sforzo per realizzare che, fermandoci alla mera esperienza sensoria (cioè priva di pensiero), non esiste alcun triangolo uguale ad un altro e non esisterebbe nemmeno la possibilità di riconoscere un secondo triangolo dopo il primo (a dire il vero non esisterebbe nemmeno la comprensione per il primo triangolo, ossia la possibilità di riconoscere che un triangolo è un triangolo). Normalmente invece riconosciamo la loro comune identità poiché portiamo loro incontro nel moto pensante la luce del concetto di triangolo: solo allora riconosciamo tutti i triangoli del mondo. Ma in tale caso abbiamo oltrepassato la mera esperienza sensoria, e il contenuto del concetto (di triangolo) dove siamo andati a coglierlo? Semplificando al massimo, la risposta è questa: dall’interiore mondo del pensiero.
Ci siamo avventurati in quel settore di realtà (teoricamente rifiutata dal positivismo filosofico) senza la quale nulla delle cose del mondo sarebbe da noi compresa e comprensibile perché, per la nostra costituzione, manca nel puro mondo sensibile. Questa è l’esperienza interiore assolutamente necessaria alla comune condizione umana, ed è parimenti quella meno avvertita. In quanto uomini, l’esperienza interiore del pensiero è ciò che ci colloca al vertice di quelli che sino a ieri furono chiamati “regni della natura”. Ci distinguiamo dal resto della natura non perché ci muoviamo o respiriamo, ma nemmeno per il fatto che qualcosa susciti in noi odio o amore con una fenomenologia quasi simile alla pioggia che cadendo modifica la precedente compattezza del terreno. La luce del pensiero genera l’uomo in quanto entità completa, e dalla interiorità di lui essa sgorga incessantemente donando compiutezza al mondo, ancora senza che lo si sappia, poiché per ora la desta autocoscienza si spegne durante il processo: riaccendendosi solo dopo, nel riverbero in cui coglie il compiuto, il mondo già fatto ed il pensiero come fosse soltanto un riflesso di questo.
So bene che le precedenti righe sono insoddisfacenti rispetto al tema, ma da esse potrebbe risultare sufficientemente chiaro che tento di indicare che la prima e piú importante tra le esperienze interiori è la coscienza pensante, sebbene tale dato di fatto rimanga sempre il piú negletto e che ogni esperienza interiore vera e sana che si definisca occulta dovrebbe essere oggetto della coscienza pensante come in natura il suono è per l’orecchio.
A molti tutto questo potrebbe apparire semplicemente ovvio, e se davvero fosse cosí il mondo esoterico sarebbe una riproduzione fedele del cielo in terra. Purtroppo cosí non è, la confusione regna e per “esperienza interiore” si intende proprio di tutto, essendo di sufficiente soddisfazione, per la presunzione e l’orgoglio umano, l’esperienza di qualsiasi cosa che possa essere sentita e giudicata diversa o straordinaria se per una minuta briciola appare estranea all’ordinario vissuto. Spesso Rudolf Steiner ha rimarcato il desiderio di molti spiritualisti di ritrovare, nelle esperienze interiori, somiglianze con le cose che ci sono familiari nel mondo sensibile. Questo è un errore, ma vi sono errori ancora piú profondi, laddove si volesse chiamare esperienza interiore quanto può esser sperimentato con le caratteristiche del mondo sensibile e nel mondo sensibile. Per non parere astratto vi riporto un fatto realmente accaduto alla presenza di una certa élite di esoteristi.
Jules-Benoit Doinel fu il fondatore della Chiesa Gnostica (ho citato il suo nome nella nota biografica su Paul Sédir) su conferimento degli “antichi vescovi albigesi” nel modo qui di seguito descritto. È l’autunno del 1890, ora del crepuscolo. Il luogo è l’Oratorio della Duchessa di Pomar . Presenti un Barone spagnolo, sei o sette importanti occultisti e un potente medium. «Una Presenza riempiva l’Oratorio» scrive Doinel, e dopo un prolungato silenzio, la pesante antica tavola intorno alla quale i nostri personaggi sono seduti inizia a fremere e a modulare onde sonore. Lady X con una bacchetta d’avorio scorre un quadrante alfabetico: alla lettera corrispondente il tavolo emette colpi secchi. Cosí si forma la frase: «Preparatevi a ricevere i Vescovi del Sinodo Albigese di Montségur». Scintille luminose sprizzano dalle pareti, di fremiti vibrano le porte, dal centro del tavolo parte una specie di rullo di tamburi temperato, come al passaggio di augusti personaggi. Poi torna il silenzio e l’alfabeto forma una nuova frase: «È qui Guilhaberto di Castres, Vescovo di Montségur e i quaranta Vescovi dell’Alto Sinodo del Paracleto sono venuti con lui». Tutti i partecipanti si alzano in piedi e Guilhaberto di Castres (a colpi di tavolo) parla: «Ricostituite ed insegnate la Dottrina Gnostica che è la Dottrina Assoluta, e per Vangelo prendete il Quarto, quello di Giovanni, che è il Vangelo dell’Amore. Ricostruite apertamente la Chiesa Gnostica, la Santa Chiesa del Paracleto, composta di Perfetti e di Perfette, come la nostra Chiesa. Colui che dovrà ricostruirla, è in mezzo a voi stasera. Egli verrà consacrato mio successore in questo stesso Oratorio, secondo l’antico rito: e avrà Elena-Sofia per fidanzata e sposa. Lo Spirito Santo vi manderà Coloro che vi sono necessari. La gioia dello Spirito e la pace del cuore siano con voi, Primizie della Gnosi Nuova!». I presenti sono sconvolti, si inginocchiano, il tamburo riprende a battere, un vento scaturisce dall’invisibile e tutti odono una voce che dice: «La benedizione del Santo Pleroma e degli Eoni sia con voi! Noi vi benediciamo come benedimmo i Martiri di Montségur. Amen, amen, amen». Poi tutto torna alla quiete, la tavola rimane muta, ma nello stesso istante, è sempre Doinel che scrive: «Ebbi l’impressione di una bocca e di un bacio: era il sacro bacio della mia mistica Sposa».
Poco tempo dopo quanto narrato, Doinel venne consacrato Vescovo Gnostico (con il nome di Valentino II) e i piú valenti esoteristi di Francia: Papus, Sédir, Haven, Guénon ecc. furono consacrati vescovi di altrettante città europee. Anche l’Ordine Martinista venne travolto dalla slavina: l’Art. VII del Decreto Sinodale dichiara il Martinismo d’essenza gnostica, e i suoi Superiori Incogniti prendono posto nella classe dei Perfetti.
Desidererei che osservaste l’accaduto con lucida e distaccata coscienza: esso non fu altro che una fragorosa, scenografica seduta spiritica, la quale però, in quel momento e nei successivi avvenimenti, intrappolò il fior fiore degli esoteristi francesi che cadde nel pentolone come pollame da brodo (a onor del vero ad alcuni degli attori venne data successivamente una ben piú elevata possibilità: la connessione a Maître Philippe). Voglio sottolineare che una corrente spiritualista di una certa apparente importanza sul piano dell’esoterismo europeo originò da una seduta medianico-spiritista, cioè dalla massima antitesi di una vera manifestazione spirituale.
Mi sono dilungato nel racconto per non restare nelle astrazioni, per raccontarvi una storia e per affermare (credo ragionevolmente) che moltissimo di quanto passa come mondo esoterico ascende, pur con tante differenze formali, dalle stesse suggestive oscurità che si manifestarono nell’Oratorio della Duchessa di Pomar. E non andrebbe dimenticato che da quelle parti si manifestarono, a conti fatti, soltanto dei fenomeni medianici a effetti fisici, quelli che piacciono tanto ai tecnologi della parapsicologia che in oltre cent’anni di studi “scientifici” non hanno tirato fuori nemmeno un ragno dal buco.
Piú raffinato e complesso è il fenomeno del visionarismo, tenendo in poco conto l’esperienza dell’Importante Teosofo che passeggiando per Roma vede tra i bighelloni Christian Rosenkreuz (Ieratico? Frettoloso? Questo non lo sapremo mai). In tale tipo di fenomeni, senza che vi sia di necessità un mutamento o un particolare rafforzamento dell’anima, si aggiungono alla coscienza comune, come se la realtà non ne fosse già strapiena, figure, immagini e scenari. Questi casi possono avere differenti origini e diversa rispettabilità. In genere le visioni sono di tre tipi:
prodotti di patologie connesse a danni chimici o neurologici, in alcuni casi aggravate da erronee discipline interiori e, peggio del peggio, rafforzate da irriconosciute predisposizioni ad aperture medianiche;
residui di antica veggenza atavica in cui il sangue è percettivo e le immagini sono echi di percezioni spirituali (eteriche), sovente caratterizzate da una certa obiettività con fatti piú antichi o lontani. Esse, intendo le visioni, di solito non danneggiano l’individuo (fanno parte di lui, spesso ereditate dal ceppo familiare), che sovente è protetto dalla semplicità intellettiva e/o da un isolato ambiente sociale;
fenomeni collaterali karmici che sorgono spontaneamente sui primi passi di una vera disciplina interiore. Gustav Meyrink, nel suo romanzo La faccia verde, dà una debordante ma sostanzialmente esatta descrizione di quanto può verificarsi: «La via che ti mostro è tutta cosparsa di vicende straordinarie: i morti che hai conosciuto vivi risorgeranno davanti a te e ti parleranno! Non saranno che immagini. Esseri luminosi, sfolgoranti e gloriosi t’appariranno e ti benediranno! Non saranno che immagini, figure immateriali che, emanate dal tuo corpo (mio è il corsivo), trapassano per la morte magica, sotto l’influsso della tua mutata volontà, dalla materia allo Spirito, come il duro ghiaccio evapora sotto i raggi del sole».
Dovrebbe essere ben chiaro per l’asceta che le esperienze del III tipo sono positive come indicatrici del suo lavoro e del tutto negative se valutate e coccolate come rivelazioni o altro di simile. Di solito questo genere di fenomeni cessa proprio quando l’anima diventa un tutt’uno con la Via dello Spirito.
I casi descritti hanno in comune la corporeità fisica – Meyrink lo evidenzia – che è in effetti il buio archivio di tutte le forze magiche del passato, quindi il problema non è il possesso (il “cosa”) di una inesauribile miniera di pietre preziose, ma il fatto di estrarle nel modo giusto (il “come”). Basilio Valentino conosceva il problema quando indicò l’Opus con l’acronimo VITRIOL (Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem).
Mi permetto di accennare ad una categoria minoritaria, di cui, a ragione, nessuno parla e la cui natura è priva di definizione perché è del tutto individuale, intima e occulta. Fa parte di essa chi continua, di vita in vita, un determinato lavoro interiore e ne diviene consapevole progressivamente oppure in momenti cruciali della vita. Qui non esistono schemi. Racconto di uno che aveva all’incirca quarant’anni: mentre pregava (non era confessionale ma a suo modo assai religioso) il mondo circostante sparí e apparve il Maestro antico: «Sono nuovamente sulla terra, muoviti a cercarmi!». Impiegò anni a trovarlo. Parlo di uno solo perché, estroverso e generoso, non nascose l’accaduto e se n’è andato da tempo, ma devo tacere di altri che hanno scelto il silenzio. Sono pochi ma non pochissimi e a descrivere il loro come e quando parrebbe una raccolta di sfrenate fantasie. Gli scarsi caratteri comuni sembrano comunque essere: a) avere frammentari rapporti con l’invisibile già dai primi anni di vita, b) la riaccensione di un fuoco interiore (eterno?) che spinge nella ricerca, nello studio e nelle discipline, c) l’incontro con il Maestro.
Dalle poche righe che su questo ho osato scrivere, chi sa leggere con il cuore comprenderà quanto intima e delicata sia tale sfera: per l’attuale modo di pensare, diciamolo senza ipocrisie, la segretezza infastidisce. Io spero che chi si dice occultista abbia la minima sensibilità, almeno in questo caso, di comprenderla.
L’attuale situazione per gli aspiranti ricercatori dell’Occulto si presenta grave e severa ed esige un grande sforzo del cuore e della mente, poiché quasi tutto quello che si offre alla loro ricerca sembra offrire mete spirituali per le quali il prezzo del biglietto consiste in forme, anche complesse e difficili, di completa passività. Guardate che, anche tenendo in nessun conto i sincretismi all’acqua di rose e le dottrine sognate a tavolino, se ci si accosta ad insegnamenti di provata radice metafisica, il fatto della passività sembra reggere. Ad esempio il chi cino-taoistico dovrebbe manifestarsi solo dopo aver cancellato quello che lo impedisce: se voglio spingere un oggetto uso di norma muscoli, legamenti ecc. Ma se voglio che sia il chi a spingere, devo allora esercitarmi nella negazione dei muscoli fisici. Diamine! Il chi è spirituale, perciò impersonale, e quindi saturerà il suo campo quando toglierò di mezzo quel fastidioso “io sono” che ingombra la testa e tutto il resto. “È stato tirato” conferma il cortese monaco dopo che Herrigel, dimentico di sé, compie l’impossibile impresa.
Impossibile al di fuori di uno specifico karma personale e di particolari influenze. In fondo basta togliere la desta autoconsapevolezza al desto e autoconsapevole uomo occidentale! Saltar via dalla propria condizione strutturale è impossibile, mentre è possibile ottunderla. Ma questo significa, per l’uomo contemporaneo che ha perduto gli stati sottili di coscienza, acquisendo in cambio un punto desto di tangenza con il Principio – questo è l’Io – consegnarsi, regredendo, alla corporeità. Steiner osserva che le forze dell’anima, nello specifico il percepire e il volere, dipendono nella vita tanto dall’elemento corporeo quanto da forze extracorporee. L’intensificazione dell’attività pensante trae fuori dal corpo le forze dell’anima e le rende indipendenti dai processi corporei. Nel caso contrario le attività animiche di competenza umana divengono semplici manifestazioni di attività organiche. Lo sperimentatore si lega alla corporeità in misura maggiore (patologia) rispetto alla normale coscienza di veglia. Ciò che sta sotto manifesta la propria attività in contenuti ed immagini eliminando parzialmente (visionarismo) o totalmente (medianità) le forze di coscienza che, ora, appartengono all’Io. In pratica la linea di confine consiste nel percepire un abbassamento della destità di coscienza che nella pratica interiore non deve mai scendere sotto la consapevolezza del pensiero ordinario. Fate attenzione: nel suddetto caso si avverte una stasi, una sonnolenza o una stanchezza piuttosto strana, perché è incomprensibile se sia fisica o mentale; poi, siatene sicuri, arrivano presto esperienze e visioni. Se l’anima non è predisposta alle vie della dissoluzione, questi fatti saranno soltanto inciampi fortuiti sui primi passi. Però non vanno assolutamente coltivati. La coscienza s’abbassa? Si concluda immediatamente l’esercizio. Eventualmente si riprendano nuovamente (in un secondo tempo) le formule iniziali degli esercizi, ossia il ripartire dalla forma piú elementare della tecnica, riducendo i tempi, avvantaggiando l’intensità e rivisitando aspetti irrisolti del carattere o almeno aumentando il potere dell’attenzione.
La direzione opposta consiste nell’intensificazione dell’attenzione pensante che inizia dal controllo o dominio del pensiero ordinario e può giungere alla percezione del pensare indipendente dalle categorie corporee. Attenzione: l’esperienza del pensiero-che-è-piú-che-pensiero, si dà. Non sarebbe esatto dire che essa sia il risultato dell’immagine sintesi: questa ne è, per cosí dire, la base necessaria. Pure il termine “immagine sintesi” sembra portare confusione anche in chi vorrebbe indicare agli altri il cosa e il come e sorge la bislacca tentazione di “pensarla” come uno stravagante puzzle di immagini raccolte durante la ricostruzione dell’oggetto, e cosí si sbaglia alla grande. Certo, la concentrazione è una tecnica, ma non intellettualistica, è tutta pensiero, ma un pensiero che esige anche pazienza, coraggio, volontà e dedizione ben oltre i naturali limiti: si tratta di osservare il pensiero e questa è, nell’ordinario, una impresa impossibile che può diventare possibile a tappe. Se dico a Tizio di darmi un turacciolo, Tizio me lo dà poiché ha suscitato e riconosciuto il concetto di turacciolo: un lampo nemmeno troppo consapevole che per un attimo si è acceso all’interno della coscienza. La concentrazione estrae e contempla in chiara realtà questo lampo. Per giungere a ciò si evoca un tema (il turacciolo) e si ricostruiscono davanti alla coscienza le caratteristiche dell’oggetto: con questa operazione si fa volitivamente convergere la corrente del pensiero sul tema. Lo si estrae dall’interno della coscienza. Poi si mantiene l’attenzione solo sull’oggetto: essa è sempre corrente di pensiero! L’oggetto (che naturalmente è di pensiero) può anche rivestire la forma percepita nella visione sensibile. Per molto tempo esso tenderà a sparire nel nulla vuoto, e occorrerà attingere continuamente ad un intimo sforzo creativo per ricrearlo e porlo all’attenzione interiore. Con la pratica e l’insistenza incrollabile, l’immagine comincerà a mantenersi, statica o dinamica, quasi fosse indipendente dallo sforzo dell’operatore che deve sostenere comunque la massima concentrata attenzione (però avvengono sottili modifiche interiori nel modo di chi guarda e in ciò che è visto). Continuando l’operazione, si osserverà che l’immagine tenderà a dissolversi, ma non come all’inizio. La situazione è diversissima, poiché ora l’eventuale vuoto è saturo, il nulla è pieno perché dall’oggetto, formalmente scomparso, fiorisce un intenso quid pieno di vita (è vita dell’etere, quindi tutt’altro che astratta: è la prima volta nella vita in cui si percepisce la vita!). Questo quid pieno di vita è avvertito dalla coscienza come il concetto puro privo di “materia”, cioè di categorie sensibili. Perciò, se la terminologia di immagine sintesi vi ingarbuglia, potreste chiamarla “immagine creativa”, poiché lo sforzo maggiore sta nel mantenerla e ricrearla (sono consapevole che sintetizzando l’operazione non ho potuto tener conto di diverse variabili individuali). Nella terminologia usata dalla Scienza dello Spirito il vertice di questa eccezionale esperienza è chiamato col nome di pensiero puro libero dai sensi e trae con sé l’elemento puro del volere e del sentire: si può dire che un secondo uomo nasce dall’intensificazione del pensare. Un’entità vastissima che inizia ad agire nel campo universale delle Potenze cosmiche. Il pensiero libero dai sensi non è soltanto il fondamento certo per una conoscenza di sé quale entità dello Spirito, ma è anche il mezzo tramite il quale l’uomo può conoscere per esperienza diretta quanto del Mondo Spirituale è significativo per la sua ulteriore maturazione.
L’Opera epistemologica di Rudolf Steiner e in particolare La Filosofia della Libertà offre in tal senso il necessario processo conoscitivo e lo sforzo richiesto al pensiero stesso. Non posso però tacere la modestia dei risultati (rimproverata ai membri della Società Antroposofica da Steiner stesso) ottenuti nella prima parte del XX secolo, mentre nei molti decenni successivi si è potuto assistere al parziale oscuramento del tema (e su ciò sarebbero inevitabili delle osservazioni che sono certamente scabrose poiché coinvolgono la guida dell’Associazione).
Il lavoro sacrificale di Massimo Scaligero ha ridato comprensione, realtà e mezzi al processo epistemologico che chiamiamo anche Via del Pensiero. Non v’è pagina nei suoi scritti in cui la concatenazione dei pensieri non permetta la risalita dal pensiero astratto alla percezione del pensiero pensante. Oltre Scaligero, mi si può far notare la presenza di altre figure che hanno espresso simili contenuti, ma ciò è vero in minima parte, in quanto trattasi di persone che hanno conosciuto e incontrato Scaligero apprendendo e annotando da lui tutto il possibile per “personalizzarlo” in tempi successivi. Fa parte dei tratti del carattere di Scaligero (meglio sarebbe dire: della sua grandezza spirituale) il non aver denunciato tali scorrettezze, mantenendo persino rapporti epistolari amichevoli con i suddetti autori. Del resto Scaligero non ha mai ritenuto come “suo” il proprio lavoro. Magari un analogo sentimento permeasse chi si ritiene custode delle sue parole! Che, seppure lentamente, raggiungono in tutto il mondo le anime che avvertono una carenza o frattura nell’essenza di ciò che viene presentato come Scienza (?) dello Spirito dai suoi formali espositori. Questa è la spiegazione sensibile ed è incompleta. Quanto vi è di altro non compete a questa nota.
La liberazione dai legami corporei non è una sorta di distacco spaziale, ma un rovesciamento dell’essere e delle sue forze conoscitive. Per la prima volta l’uomo vede cosa sia il corpo sensibile e il corpo fisico: sono due esperienze intense e completamente diverse. L’uomo cosmico vede l’uomo terrestre e impara (intuisce) quali siano le forze addormentate e contratte che questi cela. Circa la corretta rappresentazione di alcune esperienze è di particolare interesse il ciclo di Rudolf Steiner intitolato Dell’Iniziazione (Ed. Antroposofica, Milano 1985) permettendomi di ricordare che nemmeno il Dottore dice tutto dappertutto. Del resto nel IV capitolo della Scienza Occulta sono inserite in forma di immagini le chiavi per accedere ai grandi segreti celati nell’uomo… qualora l’asceta possa attingere alla parte di sé in cui eternamente scorre il pensare liberato.

Mi è stato chiesto di pubblicare qualcosa che riguardi l’equanimità. Anni addietro lo avevo già fatto. Perciò riprendo rivedendo (quasi) a nuovo il tema.
Parto da un fatto vero, da un incontro realmente avvenuto tra me e un giovanottone di cui fu padrino di battesimo
Non so come sia andata poi, ma il fatto era che il mio figlioccio si accingeva ad iniziare il terzo dei famosi cinque esercizi.
Per giungere al bisogno/impulso di procedere oltre il controllo del pensiero e l’atto puro, gli erano occorsi degli anni! E già da questo potreste ammettere che la cosa che sto raccontando è del tutto vera.
Da ciò, poiché si sta parlando di una persona reale, potete vedere quanto può essere diverso il lavoro interiore tra uomini in carne e ossa diversi: chi fa un esercizio al mese, chi aveva ricevuto l’indicazione di farli tutti cinque subito e nella stessa giornata, chi dei cinque non fa mai gli…ultimi quattro. C’è posto pure per quelli che i “cinque esercizi” non li fanno proprio e fanno altro, infine ci sono anche tanti che non fanno niente e anch’essi avranno le loro ragioni…non le trovo ma di sicuro le avranno.
Dunque, per piacere, evitiamo inutili giudizi, poiché come in ogni esercizio di preparazione esoterica contano soprattutto la dedizione e l’intensità, cioè la merce più rara e più elusiva, alquanto celata per gli umani strumenti di misura e valutazione.
Allora, tornando alle prime righe ricapitolammo minuziosamente alcuni aspetti dei primi due esercizi. Osservai quanto era stato notevole sentire dal figlioccio come la concentrazione lo avesse aiutato durante il durissimo periodo di un grave lutto personale (la sua compagna era morta in un incidente stradale). In quella situazione aveva fatto quello che anche suggerisco spesso: brevi concentrazioni molte volte al giorno.
Rivisitammo anche il secondo esercizio (quello che, sulla carta stampata “pare” facile) e convenimmo su tre cose: a) l’assetto interiore dell’atto, silenzio interiore e consapevolezza, nel compiere l’azione libera da motivi personali, senza il preventivo controllo del pensiero è troppo poco, non coinvolge i corpi sottili; b) è piuttosto importante che l’azione venga predeterminata il giorno prima e che, come un fiume carsico, scorra sotto traccia, anche durante il sonno notturno; c) in condizioni di possibilità l’azione pura non sarà lunga, anzi sarà semplice e breve, ma articolata e completa come le azioni che si espletano ordinariamente: i gesti troppo elementari, come il portare un oggetto da una tasca all’altra possono essere visti come eccezionali ripieghi in eccezionali occasioni: atti di buona volontà e – si spera – non di astuta pigrizia.
Il terzo esercizio, senza un minimo risultato di disciplina e di minima realizzazione dei primi due, è più o meno impossibile.
Ricordiamoci che gli essenziali – volontà nel pensiero (I) e pensiero nella volontà (II) – sono il punto di partenza per il III, ossia il contenimento di impulsi ordinariamente inarrestabili provenienti da una sfera possente che in massima parte è fuori dal controllo conseguito con una condizione interiore che si renda, almeno in taluni momenti, indipendente da natura, carattere ed educazione.
A meno che non si “bari” brutalmente con la depauperazione sistematica dell’anima (sul modello della vecchia educazione “all’inglese”). Pur di evitare, coscientemente o meno, un incontro diretto con la propria interiorità (ciò terrorizza più gente di quanta si possa credere) vi sono quelli che, sentendo una personale inadeguatezza in varie forme di rapporto sociale, fanno il possibile per darsi modi e abitudini più raffinate: modificano lo stile comportamentale da fuori a dentro, come viene fatto nelle scuole per ufficiali nell’Esercito. Ma questo è un capitolo che esorbita dal nostro tema.
Con il III esercizio i tentativi “titanici” sono fallimentari e possono alterare la sana vita animica.
Il terzo esercizio è difficile poiché, lo si interpreti come si vuole, porta ad un impoverimento del proprio sentirsi abituale, ed è proprio ciò che Steiner dice senza dirlo quando scrive che “ si diventerà più ricettivi per tutta la gioia e il dolore che ci attornia” e questo è possibile solo quando non si sia immersi nella propria gioia o nel proprio dolore.
In effetti il Dottore si preoccupa che il discepolo non tenti la bravata indicata sopra, cioè tenti la strada sbagliata dell’insensibilità e dell’indifferenza che alla fine sono solo manifestazioni della perdita della più alta potenza dell’anima.
La richiesta “tecnica” è orientare l’essere interiore a “padroneggiare l’espressione del piacere e del dispiacere, della gioia e del dolore”. Si domina cioè la manifestazione istintiva.
Questo viene sottolineato più volte: a ragione poiché trattiamo di un lungo lavoro, reso ancora più difficile dalla sottile necessità di separare, come nell’alchimia, il sottile dal denso: dunque la percezione del dolore dall‘invadenza del dolore.
Il risultato dell’esercizio è la creazione di una zona animica indipendente dai sentimenti personali e dalle loro fluttuazioni: il Dottore la descrive come di “intima calma”.
Alla fine si tratta di dare forma nell’anima a qualcosa che già può esserci se il I ed il II esercizio sono stati esercitati davvero a lungo e in profondità: si plasma consapevolmente qualcosa che già dovrebbe esserci.
Mentre i primi due esercizi possiedono caratteri formali che possono renderli più accessibili, con il terzo esercizio (equanimità) entriamo in un certo qual modo nelle discipline a cui manca il supporto certo. Il dott. Colazza direbbe che sono “atteggiamenti” dell’anima. Con l’equanimità siamo a metà strada (mentre con il IV e V esercizio, a dirla tutta, sono dolori: cioè impazzano le “traduzioni” personali, quasi sempre abbondantemente astratte ed astruse).
E’ possibile avvicinarsi progressivamente all’equanimità a passi relativamente certi.
In primis ricordo un consiglio che Scaligero ci diede (buono per qualsiasi esercizio che abbia la caratteristica dell’interfaccia tra anima e mondo esterno).
Si tratta di meditare per immagini e per più settimane la scena dell’esercizio. Dico “scena” come un attore che prepari anima e gesto per la parte che svolgerà sul palcoscenico. E’ un immaginarsi in una situazione che, nell’ordinario, causerebbe immediatamente una reazione emotiva, mentre in tale immaginare si realizza se stessi come osservatori spassionati.
Ci si cala così in un antefatto dell’esercizio…con le caratteristiche del meditare ossia poche immagini semplici la cui impressione riesca ad risuonare nell’anima.
Esiste poi una quasi- equanimità che è più facile, più controllabile.
Mi ricordo che veniva spesso suggerita da Mimma Benvenuti, cugina di Scaligero, alle tante persone che trovavano più facile confidare a lei le difficoltà incontrate nella pratica.
Se vi è chiaro il senso della parola “espressione” usata dal Dottore, troviamo un gradino di mezzo, del tutto corretto e sicuro che può essere praticato più volte nella giornata.
Si tratta di dare uno stop all’immediatezza della propria reazione sensibile, magari per tre secondi.
Facciamo un esempio facile: suona il telefono, siamo da una vita abituati a precipitarsi per rispondere: ora invece rimaniamo fermi: scatti il silenzio dei centomila pensieri (esercizio I), il dominio cosciente sul movimento fisico (esercizio II).
Centouno, centodue, centotré… poi (solo poi) assecondiamo la vecchia abitudine.
Lo stesso vale alla fermata del bus, al suono del campanello, alla parola che vorremmo far uscire dalle labbra, ecc.
Dai, che tre secondi non vengono nemmeno notati!
Qui ho dato uno schema abbastanza facile, spetta alla libera capacità di ognuno modificarlo, allargarlo, inspessirlo, ecc.
Poi, quando diventa una capacità reale si può, con maggiore sicurezza, passare a “stoppare” manifestazioni più forti o insospettabili.
Le più difficili appartengono alle relazioni tra esseri umani, specie in famiglia.
Quando si avverte che la nuova capacità “tiene”, occorre grande prudenza: in tempi in cui stress, rabbia e frustrazione sono la pessima atmosfera comune, la calma non è qualcosa con cui adornarsi in piazza. Non v’è disciplina esoterica senza una controparte magica che agisce sul mondo circostante: può essere un toccasana per chi ci circonda ma in alcuni fomenta collera cieca. Senza esagerazione potrei dire che la tua calma imbufalisce quelli che nemmeno sognano cosa essa sia. E non sto scherzando!
Forse è inutile ricordare che “l’equanimità” è uno tra gli esercizi più difficili per il comune stato dell’anima: sarà trasformante ma, in genere, può venir colto come un doloroso passo indietro. Pur con le dovute cautele, si incide nel tessuto animico: per essere capaci di farsi male nella sfera del sentire, è assolutamente necessaria la forza di dominio coltivata col I e II esercizio.
Infine, per le traduzioni iper-minimaliste del tipo “vino & tarallucci”, potremo continuare allegramente la chiacchierata nel bar più vicino…