L’ARCHETIPO-GIUGNO 2025
Anno XXX n. 6
Giugno 2025


In questo numero:
Anno XXX n. 6
Giugno 2025



Massimo Scaligero
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da una lettera dell’agosto 1970 a un discepolo
grazie a L’Archetipo
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(Aspromonte)
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Panorami grandissimi occhio si stendono,
s’aprono nuovi orizzonti,
si squarciano gole.
Noi non sappiamo parlare.
Dove siamo andati a cadere?
Nel centro alluvionale della terra?
L’occhio vacua da orizzonte a orizzonte e si spaura.
Per questo siamo nati:
per vedere nuovo profondissimo orizzonte,
perché la nostra generazione
non vada dispersa fra acini,
fondi nebulosi,
mostri furiosi, i cavalloni del mare.
Lottiamo sottoterra e percepiamo.
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(Poesia-Particolare Raffaello-Palazzi Vaticani)
*
Non può la Poesia afferrare solo un sentimento
Come un risucchio improvviso nel mare
Un lampo nella notte
Uno scoppio nel camino d’inverno
Come una carezza del vento
Lo sfiorare sulla gota di un bacio
Un canto struggente nel teatro…
..
Risalire.
Dal rumore al suono
Dal lampo alla luce
Dal caldo al calore
Dal vento all’aria
Dal fondo sicuro
Al mare alto…
Attraverso una domanda:
Rispondervi con forza e devozione
Perchè una verità singolare
Mi attira e lega
Fin dal mio animale
A risorgere ed innalzarmi
In un movimento unico
Di armonia di vite.
(hierós gámos-verso Il Santo Graal)
( S. S. )
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🌻

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Vi presento Christian Morgenstern:
“Nacqui a Monaco di Baviera il 16 maggio 1871, da Ernesto Morgenstern, pittore di paesaggi e figlio di Christian Morgenstern, pittore di paesaggi e da Carlotta Schertel, figlia di Giuseppe Schertel, pittore di paesaggi.”
Con evidente umorismo Christian Morgenstern inizia una sua autobiografia.
La madre morì quando ebbe 10 anni e in quell’epoca (lo dice lui stesso) iniziò a sentire potenze ostili nel mondo e in sé stesso. Era fisicamente di complessione delicata ma di intensa energia dell’anima: ciò lo spingeva a cercare incessantemente una “ via nelle altitudini della vita, ove la morte ha perduto il suo aculeo e il mondo ha ritrovato il suo senso divino”.
A 16 anni conobbe Schopenhauer e la saggezza orientale, poi a 20 Nietzsche: la tormentata ricerca del vero, sotto tali influssi, fu sostanza dello sviluppo interiore. Nel 1898 inizia la conoscenza e l’amicizia personale con Ibsen, di cui tradusse il Brandt e il Peer Gynt.
“A 35 anni” scrive “ vissi l’esperienza fondamentale della mia vita. La natura e l’uomo si spiritualizzarono definitivamente per me. E quando una sera aprii il Vangelo di Giovanni, mi parve di comprenderlo per la prima volta”.
Vennero poi anni di maturazioni, resi difficili da incerte condizioni fisiche e finanziarie. Nel 1908 conobbe sua moglie. Nel medesimo tempo venne in contatto con gli insegnamenti della Scienza dello Spirito e del suo fondatore, Rudolf Steiner: ciò influenzò fortemente la sua interiore crescita. Morì a Merano il 31 marzo 1914.
Morgenstern fondò la rivista Theater che ebbe forte influsso nella drammaturgia e nella scenotecnica germanica, pubblicò raccolte liriche: InPhata’s Schloss (1895), Auf vielen Wegen (1898), Ich und die Welt (1899). Poi volge a composizioni brevi: in una sorta di interiore impressionismo crea stati d’animo simbolici, come Ein Sommer, Melancholie, ecc.
Nel 1910 compone i celebrati Galgenlieder e Palmström.
La sua fama è sovente legata alle poesie di queste due raccolte: strane, burlesche; molti sono i “non-sense” con arditi chimismi verbali generando esseri e realtà fantastiche e impossibili.
Con intensa passione per l’inesprimibile, egli si lancia contro il borghesismo e il razionalismo della stagnante poesia, esprimendosi anche con impressionanti crudezze.
I Galgenlieder (Canti forcaioli) furono spesso imitati ma mai giunsero alla perfezione ritmico-musicale degli originali.
Guardando i ritratti del Nostro scorgiamo un precipuo carattere di bontà, quasi stupita, fanciullesca. Gli occhi sono metallici, sono crudeli: riflettono il cercatore interiore inflessibile verso ogni inganno o compromesso: pronto ad ogni sacrificio per l’affermazione del proprio messaggio al mondo. Il suo motto fu “Vitam impendere vero”.
Aforismi
Chi rinunzia a Dio, spegne il sole per camminare alla luce di una lanterna.
Solo le forme cambiano. Le anime dei morti ritorneranno a dormire nel seme di una nuova forma, più perfetta di quella precedente.
Il “dio personale” non è altro che la gigantesca ombra che noi gettiamo sul velo dei misteri eterni.
Guarda come la lampada del tuo tavolo proietta la sua ombra sul soffitto. Così proietti tu te stesso sul muro che è fuori di te. Tu chiami “mondo” il modo come vedi te stesso su di esso, e la coscienza di questo vederti così la chiami “concezione del mondo”.
Il mondo non è che una forma dell’uomo.
Guardando seriamente il cielo stellato, bisogna confessarsi che Iddio, il Creatore, è stato il più grande pensiero che poteva nascere in mente umana; ma Dio, il Giudice morale, è stato davvero uno dei pensieri più gretti. Ma, come è certo che questo secondo pensiero è stato meditato fino in fondo innumerevoli volte, altrettanto è dubbio che il primo pensiero abbia mai afferrato e distrutto, con la sua inaudita potenza, il cuore e la mente degli uomini.
Il vivere consiste in un nulla che cerca qualcosa.
Esiste forse forma più bella di “pensare a qualcuno”, piuttosto che “ricordarlo ogni giorno nelle nostre preghiere”? Eppure abbiamo abbandonato questa forma…
Non esiste che un solo comandamento: Puoi fare quello che vuoi, ma bada bene che lo fai a te stesso.
Se credi di poterlo fare a te stesso, fa anche l’estremo. Questo comandamento non impedisce nessuna creazione e nessuna distruzione. Questo comandamento ti farà libero di fronte a tutto, eppure ti renderà saggio.
Bisognerebbe inoculare negli uomini il veleno di una continua inquietudine. Troppo poco essi vogliono trascendere sé stessi. Hanno in sé troppo poca crescita.
Essi credono di aver trovato sé stessi a trent’anni, e chiamano ciò: essere adulti, e già si siedono a riposare con sé stessi. Essi non sapranno più fare né dire nulla d’inaspettato, eppure bisognerebbe aspettarsi qualcosa d’inaspettato da ogni uomo e in ogni ora. Si potrà calcolare il loro corso come se essi fossero qualcosa di molto comune: eppure sono la cosa più straordinaria del mondo, e cioè sono uomini, e portano in sé la cosa più incalcolabile del mondo, e cioè un’anima capace di ogni cosa inaudita.
Hanno dimenticato tutto o non hanno mai compreso di essere Dio, s’accontentano d’essere il signor Tizio o la signora Caia e di vivere e morire come tali e soltanto come tali.
Pare che l’uomo del novecento abbia visto maturare una nuova virtù: la conoscenza di quel che è borghese. Chiamo borghese la capacità umana di scordare che egli è il mistero dei misteri, la capacità di collocare sé stesso fuori di sé…e di rimanere in quello stato.
Io posso giungere alla conoscenza di Me stesso soltanto per mezzo della lotta e della sofferenza, e fa parte di questa sofferenza che colui che soffre non sappia della sua parte maggiore che Io soffro, ma senta sé stesso come auto-sofferente; cosicché io, quantunque sia io stesso “quello” che soffre, contemporaneamente faccio soffrire indicibilmente. Come compensare questa terribile eppur necessaria via, se non per mezzo dell’amore? Amore non per me stesso, ma per ciò che non sono ancora, dunque per tutto il mondo in divenire. Come potrei aver accettato il mondo, se non rifugiandomi in quella volontà di riprendermelo in cuore nel futuro?
Il miracolo è l’unica realtà, e non vi è nulla all’infuori di esso. Ma se tutto è miracolo, ossia completamente incomprensibile, non so perché non si dovrebbe dare il nome di Dio a quest’uno e grande Incomprensibile che è tutto.
Se prima l’uomo veramente interiore doveva lottare con la Chiesa, ora deve lottare con la scienza. Un Dio che contempla sé stesso non può mai esistere se non come eretico.
Io e te, scritti una volta con la maiuscola ed una volta con la minuscola, sono la formula del mondo: Io e Te, io e te.
In ogni evenienza domanda a te stesso: “Cristo l’avrebbe fatto?” Ciò basterà.
Vorrei essere più debole e non lo sono; vorrei essere più forte e non lo sono, ed è questo che mi spezza: che non sono più debole o più forte di quel che sono.
L’uomo deve essere rovinato, di quando in quando.
La cosa più alta non consiste tanto nell’oggetto dei nostri pensieri quanto nello stesso fatto di pensare. Solo esso ci garantisce con matematica certezza il Dio concreato in noi.
“Puoi dirmi che cos’è che separa l’uomo dal Cristo?” “Certo che lo posso: è la piccola borghesia che è in lui”.
Non esiste l’amore a buon mercato. Nel cosmo della Croce non esistono conquiste facili: se fosse diversamente, esse non sarebbero degne del maestro e del suo scopo.
Voi tutti vorreste avere l’amore per quel che è possibile. Io non ho che l’amore dell’impossibile.
L’uomo di nobile ceppo dice: “Faccio questo o quello, perché lo debbo a me.”
Chi non sa essere anche malvagio, chissà se può essere veramente profondo?
Per un’infinità di uomini non v’è che una sola medicina: la catastrofe.
Solo chi conosce, vive.
Perchè la pietà non è nulla? Perché ti distoglie da te stesso, rivolgendoti ad altro. Ma devi badare a perfezionare te stesso e non un altro. Chi, compreso dalla propria profondità si rivolge all’interno, si libera dalla pietà come da una accidia.
Se v’è qualcosa in Cristo che io possa comprendere, è questo detto: “Ed egli li abbandonò e si recò nel deserto”.
*
Ricordo che il Dottore suggerì ad antroposofi di “adottare” l’anima di Morgenstern come genio tutelare dei loro gruppi…
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✒️
Anno XXX n. 5
Maggio 2025



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Sono una pietra e non una pecora
Per il fatto di poter stare, o Cristo, presso la tua Croce
Ad assistere goccia dopo goccia alla lenta effusione del tuo Sangue
Senza piangere?
Non hanno amato così quelle donne
Che ti hanno pianto con tanto dolore;
Non così Pietro che ha pianto amaramente dopo essere caduto,
Non così è stato toccato il ladrone;
Non così il Sole e la Luna
Che nascondono il loro volto in un cielo senza stelle,
Un orrore di grande oscurità nel pieno del mezzogiorno –
Io, solo io.
E tuttavia non rinunciare,
Cerca la tua pecora, vero Pastore del gregge;
Più grande di Mosè, voltati e guarda ancora una volta
E colpisci la roccia.

*
Massimo Scaligero
Da una lettera datata Pasqua 1975.
Grazie a Marina Sagramora
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Immagine: Beato Angelico «La Resurrezione» Museo San Marco, Firenze.
La Madre di Gesú e le pie donne vanno al sepolcro e lo trovano vuoto. Un Angelo dice loro: “Egli non è piú qui, è risorto…”.
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Le piante emanano aria pura. Esse sono pure, senza brama, disinteressate; perciò ci si sente bene in mezzo al mondo vegetale: esso emana vita. Ma col suo respiro l’uomo comune reca morte nell’ambiente. Per mezzo di una vita pura, morale, disinteressata, egli deve trasformare il suo respiro in un respiro puro, pieno di vita, e per via degli esercizi interiori egli deve portare ritmo nel suo respiro. Egli deve poi imparare ad emanare nel respiro la sua individualità, ad imprimerla nel mondo; per effetto di ciò, egli dà vita all’ambiente. Grazie a una continua educazione di questo genere, il discepolo impara a librarsi al di sopra di ciò che è puramente fisico, a porsi nell’elemento eterno.
Per questa via egli ascende agli eterni, imperituri archetipi delle cose, che non nascono e non periscono; egli si unisce anche con il suo proprio archetipo. Fisicamente l’uomo viene ad esistenza e perisce, ma per ciascun uomo c’è un archetipo che è eterno. Se il discepolo impara ad unirsi con l’archetipo, egli è allora salito al mondo eterno dello Spirito, si libra al di sopra del perituro. Questo è lo stato di cui viene detto che l’uomo riposa allora tra il roteare del grande uccello, del cigno dell’AUM.
L’AUM è il trascendere retrospettivamente dalle immagini all’archetipo: l’elevarsi all’imperituro. Questo elevarsi all’eterno, l’unirsi con gli archetipi, viene anche espresso nel Mantram delle Upanishad:
Yasmai jasam jagat sarvam, yasminn eva praliyate
yenedam dhriyate chaiva, tasmai jnanatmane namah.
Questo è ciò che sta nel pensiero pasquale. È la resurrezione dell’uomo dal suo legame con ciò che è perituro e materiale nelle religioni eterne degli archetipi. La natura serve quale simbolo di ciò. Come a Pasqua sboccia ovunque nuova vita dalla terra, dopo che il granello di seme si è sacrificato e si è decomposto nella terra per dare alla nuova vita la possibilità di sussistere, cosí nell’uomo deve morire tutto quanto è inferiore. Egli deve sacrificare la natura inferiore per potersi elevare agli eterni archetipi delle cose. Perciò anche la Cristianità festeggia in quest’epoca del risveglio della natura dal sonno invernale, la morte e la Resurrezione del Redentore.
Anche l’uomo deve prima morire per sperimentare poi la resurrezione nello spirito. Solo chi supera il legame con ciò che è perituro, può diventare imperituro come gli eterni archetipi, può riposare tra le ali del grande uccello AUM. Poi l’uomo diventa tale da collaborare al progresso del mondo. Egli riplasma poi il mondo per una futura esistenza: dalla sua piú profonda interiorità egli opera magicamente nel mondo.
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Tratto dai Quaderni di Scuola esoterica di R. Steiner nella traduzione di M. Viezzoli – per gentile concessione di Marina Sagramora
Anno XXX n. 4
Aprile 2025


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GLI IDEALI POSSONO ESSERE MOLTO DIVERSI FRA LORO.
PIÙ O MENO GIUSTI.
PIÙ O MENO ERRATI.
IN MOLTI CASI POSSONO ESSER DANNOSI.
MEFITICI.
MA IN REALTÀ ESSI SONO SOLO STRUMENTI PER LA MANIFESTAZIONE DI UNA PIÙ ALTA VOLONTÀ IN UN UOMO.
LA REALTÀ DI OGNI IDEALE NON È CIÒ CHE DOTTRINARIAMENTE CONTIENE, MA È QUANTO DI PROFONDO E SINCERO COINVOLGIMENTO INTERIORE RIESCE A SUSCITARE.
GLI IDEALI SERVONO SOLTANTO AL MANIFESTARSI DELL’ATTITUDINE DEVOTA IN UN UOMO.
IN REALTÀ L’UNICO VERO IDEALE È LA DEVOZIONE , IL RISPETTO, LA VENERAZIONE VERSO UN VALORE SENZA NOME E FORMA CHE PUÒ ACCENDERSI IN UN UOMO.
UN VALORE DI FEDELTÀ VERSO UNA REALTÀ PIÙ ALTA E LUMINOSA DI CUI L’ANIMA, IL SENTIRE, I SENTIMENTI GIÀ POSSIEDONO UNA TENUISSIMA EVIDENZA.
VI È NELLE ZONE ALTE DELL’ANIMA UNA VAGA REALTÀ LUMINOSA CHE È DA AMARE.
L’ANIMA GIÀ CONTIENE CIÒ VERSO CUI ESSERE FEDELE.
L’ESSENZA DI OGNI IDEALE GIÀ ESISTE NELL’INTERIORITÀ.
VI È SOLO DA ESSERE FEDELI.
FEDELTÀ È GIÀ L’IDEALE VERSO CUI TENDERE.
FEDELTÀ ALLA DEVOZIONE VERSO UNA REALTÀ PIÙ ALTA.
FEDELTÀ AL RISPETTO VERSO UNA REALTÀ SOVRUMANA.
FEDELTÀ ALLA VENERAZIONE VERSO UNA REALTÀ CHE SOSTIENE AMOREVOLMENTE IL MONDO.
CIÒ È IL PUNTO DI PARTENZA PER LE ANIME ANCORA SANE.
QUANDO UN’INTERIORITÀ È SANA RISULTA FACILE CAPIRSI SU QUESTO PUNTO DI PARTENZA: LA FEDELTÀ ALL’ATTITUDINE DEVOTA CHE L’ANIMA POSSIEDE IN MANIERA SPONTANEA, INNATA, CONNATURATA.
TALE È L’IDEALE SUPREMO.
L’ESSENZA DI OGNI IDEALITÀ.
ESSENZA IN RAPPORTO ALLA QUALE OGNI DOTTRINA RELIGIOSA O POLITICA O ECONOMICA È GIÀ ERRORE.
DECADENZA.
ALLONTANAMENTO DALLA VERITÀ.
VELENO.
RETORICA.
QUINDI: OCCORRE FEDELTÀ.
FEDELTÀ ALLA LUCE DEVOTA.
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Collana Helios Fuoco Solare – F. Caruso: “La Fedeltà” – cap. 2
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« Ch’io non parli superbo alla mia gente!
Io molto l’amo ed amo i suoi dolori.
Ma che dal suo travaglio io resti fuori,
perch’io lo senta in me più grandemente.
Ed io vi prego, o uomini in tregenda
che mi lasciate alla mia grande pace,
dove ogni vostro strepito si tace…
Ch’io nulla oda, affinché tutto intenda».
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Anno XXX n. 3
Marzo 2025


Anno XXX n. 2
Febbraio 2025



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LA FEDELTÀ È INNANZITUTTO RICORDO.
CAPACITÀ DI RICORDARE.
RICORDARE CIÒ VERSO CUI SI VUOLE ESSERE FEDELI.
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INOLTRE LA FEDELTÀ È CALORE.
POICHÈ IN ESSA VI È SEMPRE UN ALCUNCHÈ DI PIETOSO.
DI SINCERO E DI PIETOSO.
E CIÒ NELL’ANIMA PRODUCE CALORE.
CREA CALORE.
CALORE SOTTILE.
IMMATERIALE.
CALORE METAFISICO.
IL VERO CALORE.
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VI È PIETÀ PERCHÈ È INSCINDIBILE DALLA FEDELTÀ UN SENSO DI INTIMA DEVOZIONE E DI INTIMA PROTEZIONE E DI INTIMA VENERAZIONE VERSO CIÒ CUI SI È FEDELI.
DEVOZIONE È VOLER DEDICARE LA PROPRIA ANIMA ALL’IDEALE CUI SI È FEDELI.
È VOLERE CHE LA PROPRIA ANIMA DIVENTI UN LUOGO IN CUI IL PROPRIO IDEALE VIVA.
GLI SI DEDICA LA PROPRIA ANIMA.
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PROTEZIONE È VOLERLO PRESERVARE DA OGNI CONTAMINAZIONE O IMBARBARIMENTO O DECADENZA.
VENERAZIONE È RISPETTARLO COME FOSSE UN’ENTITÀ SOVRUMANA.
RISPETTARLO PROFONDAMENTE COME UNA REALTÀ SUPERIORE, DIVINA, QUALE IN REALTÀ È.
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OGNI IDEALITÀ PROFONDAMENTE SENTITA, PROFONDAMENTE AMATA, È IL MANIFESTARSI NELL’UOMO DI QUALCOSA CHE LO SUPERA.
DEVOZIONE, PROTEZIONE, VENERAZIONE, ASSIEME CREANO LA PIETÀ.
IN TALE AMBITO LA SINCERITÀ DIVIENE SPONTANEA ATTITUDINE.
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LA FEDELTÀ È MANTENERE EVIDENTE TUTTO CIÒ. È RICORDARLO CONTINUAMENTE.
RICORDARLO COME EVIDENZA CHE PERENNEMENTE TORNA A RIVIVERE OGNI QUALVOLTA VI SI FACCIA APPELLO.
OGNI QUALVOLTA LO SI VOGLIA.
A TAL PUNTO RICORDARE È RIVIVERE DELLE EVIDENZE AMATE.
È RINNOVARE UN PATTO DI AMORE SPIRITUALE.
CIO’ IN DEFINITIVA È LA FEDELTÀ.
MANTENERE VIVO UN AMORE VERSO DELLE EVIDENZE INTERIORI.
VERSO ALCUNE QUALITÀ ANIMICHE.
VERSO IL MANIFESTARSI DI ALCUNI VALORI NEI SENTIMENTI, NEL SENTIRE.
TALE FEDELTÀ, TALE RICORDARE CHIEDE CHE VI SIA ACUME.
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ACUME È LA CAPACITÀ DI PENSARE NELLE ESSENZE.
È LA CAPACITÀ DI ACCORGERSI CHE A VOLTE LE EVIDENZE IDEALI SONO PIÙ FIEVOLI, PIÙ FIOCHE, PIÙ OSTACOLATE.
ACUME È UNA ESTREMA FEDELTÀ.
LA FEDELTÀ NEL PENSIERO.
L’ACUME È UN LIVELLO PIÙ ALTO DI RICORDO. È LA MEMORIA SOTTILE.
L’UNICA FORZA CHE SIA IN GRADO VERAMENTE DI MANTENERE FEDELTÀ.
L’ACUME È UN LIVELLO DI PENSIERO IMMATERIALE IN CUI QUANDO LE ANIME SI APPESANTISCONO (E LE IDEALITÀ NON SONO PIÙ IN GRADO DI INFIAMMARE E PALPITARE PER CIÒ CHE SI AMAVA) È POSSIBILE CONTINUARE A VENERARE I VALORI UN TEMPO AMATI.
L’ACUME È IL LUOGO INACCESSIBILE AL NORMALE DECORSO DI DETERIORAMENTO DELLE IDEALITÀ.
UNA LIMPIDITÀ DI PENSIERO OLTRE LA NATURA.
OLTRE LA SPONTANEITÀ DEI SENTIMENTI.
È LA VITA SUPERIORE DELL’IDEA.
È LA REALE LIBERTÀ DALLA MENZOGNA.
È IL LUOGO DELLA VERITÀ PERENNE.
LÀ OVE CONTINUAMENTE SI RICREA CIÒ CHE SOSTIENE LA VITA.
LÀ OVE I PENSIERI RISORGONO A SE STESSI.
OVE INCESSANTEMENTE SI RICREANO.
EMERGENDO DA QUELLA CORRENTE DI CONTINUA VITA SOVRUMANA CHE È IL PENSARE COSMICO.
IN CIÒ È LA CHIAVE DELLA FEDELTÀ.
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Collana Helios Fuoco Solare – F. Caruso: “La Fedeltà” – cap. 1
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