Nome dell'autore: Admin

STABILIRE UN “ASSE DI LUCE” (di F. De Pascale)

(L’uomo nuovo-Marina Sagramora)

La Concentrazione è fondamentalmente una operazione volitiva: è una intensa azione del volere nel pensare. E’ lo stabilire un “asse di luce” tra il pensare cosciente in alto e il volere, coscientemente voluto, in basso.

Il più delle volte, nella vita quotidiana di molti, il volere agisce – come diretto da una sorta di “pilota automatico” – incoscientemente, in stato di sonno profondo. Nella Concentrazione, invece, il volere viene portato ad agire coscientemente nel pensare, così come nell’Ascesi della volontà, a sua volta, il pensare viene coscientemente portato ad immergersi nel volere.

E’ verissimo che nella pratica della Concentrazione, il sentire non viene chiamato in causa. Ma dovrei dire, più che il sentire, l’emotività, ossia la superficiale, periferica, eccitabilità dell’anima, normalemente incapace di “concentrarsi” volitivamente su un oggetto, se a tale azione essa non venga passivamente attratta da un interesse emotivo. Una tale emotività deve venire spazzata via, con rude spartana energia. Ma il sentire – l’autentico sentire – è un’altra cosa.

E’ verissimo che il sentire non viene chiamato in causa, ma si tratta di capire perché. Massimo Scaligero sottolinea più volte come l’autentico sentire sorga dalla radicale estinsione di quella emotività, la quale è soltanto la caricaturale deformazione del verace sentire. Ma questo sentire – che non deve intervenire nell’esecuzione della Concentrazione – in realtà risulterà esserne il risultato: uno dei più bei risultati.

Mentre normalmente, il fare appello all’emotività porta facilmente a situazioni animiche di recitazione, di menzogna, di ipocrisia, la Concentrazione che, invece, fa appello unicamente alla più energica attenzione volitiva nel pensare, ha come risultato a posteriori il sorgere di un novello sentire: diversissimo dall’automatica, passiva, emotività. E questa è un’esperienza, molto concreta, che può sorgere rapidamente a chi si dedichi con intensa alacrità ad un energico lavoro di Concentrazione, e al contempo allo studio concentrativamente meditativo delle opere di pensiero di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero.

_____________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO,

IN MEMORIA DEL NOSTRO FRANCO DE PASCALE (da L’Archetipo)

<<MORIRE PRIMA DI MORIRE, SENZA  MORIRE>>

Franco De Pascale, il samurai dello Spirito

Franco De Pascale

Rolando De Pascale: Il 10 aprile, alle ore 17.15 ha lasciato il piano fisico il mio doppio fratello (nell’umano e nello Spirito) Franco. Voglio lasciare un personale ricordo al quale, se qual­cuno vorrà, potrà aggiungerne di propri. Mio fratello era nato a Firenze il 21luglio 1950, era piú giovane di me di tre anni. La nostra vita insieme ha subíto un’interruzione dopo i miei 10 anni e si è protratta fino al mio diciassettesimo anno quando eravamo alle scuole superiori, fino al 1968. Questo periodo è stato caratterizzato da passioni comuni, ad esempio per le arti marziali, che praticavamo allenandoci nei posti piú improbabili tipo giardino di Boboli, il Forte Belvedere, boschi e naturalmente anche nel Dojo. Le nostre finanze miserrime ci consentivano un solo karategi (abito per la pratica del karate) che usavamo un giorno lui e un giorno io. In quel periodo la nostra ricerca spirituale ci portò al Buddhismo sia primitivo sia mahayanico dall’India al Tibet al Giappone. Ci agitò anche la politica… Franco nel 1969 si recò a Francoforte dove apprese molto bene il tedesco, aveva un’enorme facilità nell’ap­prendere le lingue e ne parlava un bel numero. È stato un lettore fuori dal comune e con una memoria prodigiosa, la sua casetta è strapiena di libri. Scherzosamente ho sempre detto che come divoratore di libri ce l’avevo io sulla coscienza, perché quando io avevo 8 anni e lui 5 gli ho insegnato a leggere… Al ritorno dalla Germania da spirito libero qual era visse un po’ bohémien a Roma dove ha avuto il suo incontro fatale con Leopoldo che gli parlò di Scienza dello Spirito, che nella sua evoluzione spirituale era sempre piú vicina. Leopoldo gli fece conoscere Massimo. Dopo questi fatti tornò a Firenze e mi donò due libri: La scienza occulta e La Logica contro l’uomo. Quest’ultimo libro tentai di leggerlo rapidamente spinto dalla brama giovanile, ma si rivelò profondamente duro, tanto che in un impeto di rabbia lo sbattei al muro! Lo ripresi subito dopo e ricominciai a leggerlo molto, ma molto piú lentamente, e non vedevo l’ora di conoscere Massimo. L’incontro avvenne in breve tempo e fu l’esperienza piú grande della mia vita. Iniziai la mia ascesi come meglio potevo. Franco è stato un orientatore fedele allo Spirito e alla Via del pensiero, evolvendo con gli anni, anche nelle avversità che sono sorte dopo il passaggio di Massimo nel Mondo Spirituale. Il suo comportamento è sempre stato giusto e coraggioso, anche quando tutto sembrava perduto. La disponibilità di Franco nei confronti di chi aveva bisogno di aiuto è stata sempre generosamente totale: a qualsiasi ora del giorni e della notte. Non ha mai ceduto a sofisticherie intellettuali, nonostante la sua vastissima cultura, né a cedimenti e rammollimenti bigotti. Ha dimostrato compassione per i sofferenti, senza chiedere in cambio alcunché. Per vivere ha fatto l’insegnante di ottica in varie scuole, formando almeno due generazioni di ottici che ancora gli vogliono bene, come testimonia il vero e proprio “oceano” di messaggi dopo aver comunicato il suo passaggio della Soglia verso il Mondo Spirituale. Posso affermare che nella vita ho un doppio fratello e spero che il Cielo ci aiuti sempre nel nostro cammino comune, sulla Via del Pensiero come indicata da Massimo Scaligero e Rudolf Steiner!

Simona Piccini: Ho conosciuto Franco il 15 aprile del 1986. Quel giorno ho fatto la mia prima concentrazione e non ho piú smesso di farla. Franco per me è stato sempre il Faro di sicurezza riguardo alla Scienza dello Spirito, perché i suoi consigli erano Forza e Verità. A lui va tutto il mio affetto fraterno e la mia imperitura gratitudine per avermi guidato ad essere forte, fedele e a non arrendermi mai. Il Mondo non sarà degli orchi!

Marina Sagramora: Appena è giunta la notizia, c’è stata in me una reazione, oltre che di grande dolore per l’affetto che mi legava a lui, anche di non accettazione. Non riuscivo a immaginare di non poter piú scrivere o telefonare a Franco per chiedere i giusti lumi a lui, che “possedeva” la Scienza dello Spirito in maniera totale. Subito dopo è subentrato un senso di profondissima gratitudine per tutto quello che ha rappresentato per me, cosí come per tantissimi altri, per l’aiuto prezioso che dava generosamente, senza risparmiarsi. Ogni volta che alla redazione dell’Archetipo arrivava qualche domanda complessa che richiedeva un riferimento preciso nella vastissima opera di Rudolf Steiner, cercavamo insieme la risposta chiarificatrice. Inutile dire che era sempre lui a trovarla. Il rapporto che ci univa derivava dalla strada percorsa insieme durante lunghi anni,oltre che dal vivido e imperituro ricordo del nostro Maestro, Massimo Scaligero. Entrambi consideravamo importante, anzi essenziale, ristabilire in ogni caso la verità quando qualche affermazione contraria la oscurava. Franco ne aveva fatto il motivo centrale del suo operare, e tentava in ogni modo di ripristinare il giusto e il vero quando vedeva deviare alcuni verso un terreno sbagliato. Le sue maniere erano a volte piuttosto veementi e certamente poco diplomatiche, e ben si attagliavano all’immagine che dava di sé, definendosi “un predone della steppa”. In realtà aveva un cuore tenerissimo, che cercava di nascondere sotto maniere rudi o frasi taglienti, ma chiunque facesse appello a lui trovava sempre la porta aperta e pronto l’aiuto per la ricerca insieme della soluzione sperata. Il suo ardore per la disciplina interiore era impareggiabile e altrettanto lo era la sua indefessa ricerca di documenti che attestavano quanto poi affermava nei suoi illuminanti scritti. La sua partecipazione all’Archetipo è stata preziosa ma limitata, perché ogni volta cercavo di arginare il profluvio delle sue parole, e questo lui non riusciva ad accettarlo: doveva esprimersi liberamente, e solo poteva nella sua amata “Ecoantroposofia”, in cui si firmava Hugo de’ Paganis. Una raccolta dei suoi scritti spero che in un prossimo futuro possa essere edita in cartaceo, da conservare gelosamente fra i libri piú cari e consultati. Tutti fra noi amici lo chiamavamo affettuosamente Francone, anche se a lui non piaceva l’appellativo, che era derivato sia per la sua mole, che solo in ultimo si era assottigliata fino quasi a svanire, sia per distinguerlo dagli altri con lo stesso nome, primo fra tutti l’amico carissimo Franco Giovi, sia infine per affermare con un accrescitivo, che ben lo definiva, l’importanza che aveva per noi. Lo scorso 19 marzo, sulla sua pagina Facebook ha riportato una frase di Teofrasto B. Paracelso: “Alterius non sit qui suus esse potest!” Non sia di altri chi può essere di se stesso! E Franco fu proprio di se stesso!

Hugo de' Pagani

Francesco Corona: Carissimo “Francone”, ti facevi chiamare con il nome del primo Gran Maestro templare, Ugo dei Pagani ed onoravi il 19 marzo di ogni anno l’ultimo Gran Maestro dell’Ordine, Jacques de Molay. Sei sempre stato un vero difensore dei valori templari ed antroposofici. Rudolf Steiner, il tuo Maestro Massimo Scaligero e il tuo caro amico Fulvio Di Lieto saranno con te ora che hai varcato la soglia dell’animico, ed io ti ricorderò sempre con stima ed affetto fraterno. «Non Nobis Domine, Non Nobis, Sed Nomini Tuo Da Gloriam».

Francesco De Paola: Ho conosciuto Franco a Firenze nel ’92 a casa sua. Mi colpí subito il suo sguardo volitivo, “di fuoco”. È stato un vero asceta, lo ricordo per i tanti incoraggiamenti che mi ha dato, anche con vigore, ma spesso è quello che occorre per andare avanti e progredire nella Via dello Spirito. Riposa in pace, caro Franco!

Anna Shabda: Quello con Franco è stato un incontro che resterà indelebile: la sua solidità, la sua forza, la sua morale e la sua umanità erano paragonabili solamente alla cristallina impersonalità delle sue indicazioni, che non hanno mai violato la libertà di nessuno.

Serenella Marega Righini: Ho conosciuto Franco assieme a suo fratello Rolando nell’estate del 1971 nella mia casa di Stignano nell’Appennino Tosco-Romagnolo in occasione dell’inizio di una lunga serie di incontri spirituali che un piccolo gruppo di amici, seguaci di Steiner e Scaligero, aveva deciso di affrontare con entusiasmo e anche un po’ di timore. Franco, accompagnato da Leopoldo, era poco piú di un ragazzo ma era già evidente in lui quello spirito guerriero col quale affrontava le situazioni della vita e anche il sentiero spirituale da poco iniziato. Lo chiamavamo “Il Samurai”. Franco non si concedeva sconti e non ne faceva ad alcuno. Egli fu nostro ospite per molti anni dividendo con noi e diversi amici fiorentini, imolesi, bolognesi, veneti e romani i nostri periodici incontri: talvolta… vivaci, talvolta intensi di profonda spiritualità. Il rigoroso spirito ascetico col quale Franco affrontava le riunioni di studio non gli impediva di essere anche un grande amicone, con quella punta di fanciullezza caparbia che è rimasta nei miei ricordi; a tavola, durante le lunghe chiacchierate sotto le stelle o nelle passeggiate nei boschi. Lo vidi crescere, affrontare la vita che non sempre fu generosa con lui, lottare per sostenere le sue certezze, ma la sua fedeltà alla “via” e ai Maestri che venerava fu incrollabile. Purtroppo, per diverse circostanze, da molto tempo avevo perso ogni contatto con lui. Il mio è forse un ricordo lontano, di un periodo felice, pieno di entusiasmi e speranze giovanili e lo voglio tenere cosí. Inizia per te, caro Franco, un nuovo viaggio e ti auguro vi sia sempre davanti a te una via luminosa che ti porti al Christo.

Andrea di Furia: Amava prendersi in giro, ma non tollerava si prendesse in giro la Scienza dello Spirito: devoto alla Divina Sapienza, era spiritualmente autorizzato a difenderla. Il Guerriero fedele che Franco era, sarà ricordato da molti dei suoi conoscenti; a pochi risalterà il suo essere amico generoso anche nei fatti normali della vita com’è accaduto a me e mia figlia Michela. “Galeotti”, per cosí dire, furono Camillo e Serenella Righini che ci ospitarono per molti anni a Stignano, durante la settimana dell’Ascensione, assieme a lui e a tante altre persone. Lí prese poi vita una piccola iniziativa, che poi sarebbe stata la micro Casa Editrice CambiaMenti, che lo trovò partecipe e sollecito orientatore/collaboratore, oltre che ospite graditissimo mio e di mia moglie Daniela. Quando pubblicammo la favola del “Principe ranocchio” nei ritmi della Maestra Nina Badile, che dava inizio alla nostra seconda collana editoriale, un chiaro esempio della sua capacità di orientamento fu l’annuncio di cui riporto un piccolo estratto: «Anche l’uomo, come il ranocchio della fiaba, può trasformarsi radicalmente e, oltre l’usurante apparire sensibile, far emergere la sua segreta realtà spirituale. Come il ranocchio dello stagno egli può divenire anfibio, e perciò capace di una duplice vita: essere, come il drago ermetico, uomo che cammina poggiando sulla terra, e simultaneamente angelo che si libra aereo nell’etere celeste. E chissà che tali opere non aiutino tanti ‘ranocchietti’ in nostalgia di metamorfosi, ad incontrare un’angelica Principessa che, come raccontato in altre fiabe, con un bacio d’amore, restituisca a ciascuno la sua autentica realtà: quella di un eroico Principe, non piú immemore della sua celeste origine. Perché, credeteci, un vero ranocchio, come un vero uomo, è un essere davvero eccezionale!». Ci teneva uniti il suo esemplare Magistero rosicruciano sulla pagina web di Ecoantroposophia.it, sotto lo pseudonimo di Hugo de Paganis, che rimandava ad un suo retaggio templare. Negli ultimi anni di feroce malattia potevamo assistere al travaso della sua forza di vita fisica in forza di vita spirituale, e nel recente trapasso lo immaginiamo, luminoso e sereno, già impegnato ad aprirci il cammino per il prossimo “giro di giostra”. Due frasi ne tratteggiano sinteticamente l’operato: “lo Spirito ama chi si compromette” e chi – dice Manto nel Faustdi Goethe – “anèla all’impossibile”.

Marco Ekagrata: In una vita di donazione e di fedeltà incorrotta alla Via, Franco ha amato la verità sopra ogni cosa, ponendosi al suo servizio con l’ardore di un Fedele d’Amore. E ha avuto un solo nemico: il morso seducente dell’ordinario, padre di tutte le menzogne e di ogni accomodamento meschino, contro il quale la sua presenza vivente continuerà a stagliarsi.

Alda Gallerano: Era il 1982 e ci eravamo da poco trasferiti a Milano per il lavoro di mio marito Gabriele presso la Rizzoli e io ancora viaggiavo per il mio presso l’Orientale di Napoli. Abitavamo in un monolocale affacciato su una grande piazza e un giorno, in compagnia di un amico comune, venne a trovarci Franco. Fu un riconoscimento immediato e ci abbracciammo, come se non ci vedessimo da molto tempo. Poi gli anni trascorsero, e dopo che Gabriele ebbe superato la Soglia gli  scrissi. Da allora siamo rimasti sempre in contatto via telefono, mail e chat. In una di queste mi scrisse: « L’alto prezzo che gli umani consacrati pagano nel lottare terrestre, gli esseri delle Gerarchie lo conoscono molto bene, e lo valutano pure molto bene, anche perché quaggiú a combattere, reclusi in corpi che gli Iniziati orfici chiamavano “tombe-prigioni”, spesso drammaticamente tagliati fuori da una esperienza spirituale diretta, della quale nelle nostre anime vi è struggente nostalgia, ci siamo noi e non loro: pochissimi tra gli Dèi hanno accettato di rinunciare a un rango divino che era il loro, per accompagnare – come uomini tra gli uomini – gli umani in questa impossibile avventura terrena: Ma è l’uomo la mèta delle Gerarchie, non viceversa. Sono gli uomini che conquistano e portano ad esistenza nel cosmo spirituale Autocoscienza, Libertà e Amore, di cui gli Dèi godono ma non conoscono». Arrivederci, fratello mio! So che continuerai a proteggermi come hai sempre fatto e se avrò bisogno di te, avvertirò la tua presenza intorno e accanto a me. E mi torna alla mente la stupenda definizione che desti di Michele: “Il Fiammeggiante Principe del Pensiero”.

Marco Pighin: Ho conosciuto Franco De Pascale dapprima leggendo assiduamente il sito Eco­antroposophia, dove egli scriveva con lo pseudonimo di Hugo de Paganis. Nei suoi scritti ritrovavo forza, autenticità, impersonalità, dedizione totale alla Via e alla difesa della Verità. Queste nobili virtú guerriere che affioravano da ogni suo articolo mi spinsero a volerlo conoscere di persona, perché cercavo un orientatore serio e capace. Franco nel corso degli anni è stato tutto questo e molto di piú. È veramente difficile spiegare chi era Franco de Pascale, forse è impossibile. In Franco ho conosciuto una persona di una generosità sconfinata, era capace di dare tutto se stesso a chi cercava con cuore puro e sincero. Franco non era un sentimentale ma un Uomo giusto e un orientatore severo: ti dava sempre quello di cui avevi bisogno per maturare sulla Via del Pensiero. Franco era anche un amico fedele, fedelissimo, e un fratello maggiore estremamente protettivo. Ma soprattutto era un asceta d’acciaio e un vero lottatore contro la menzogna dilagante in un ambiente, purtroppo malato di ipocrisia, falsità, codardia, protagonismo, vanità e di ogni sorta di vile personalismo. Franco non ha mai usato la Scienza Spirituale per innalzare se stesso, ha fatto esattamente il contrario: ha donato totalmente se stesso allo Spirito, sempre! Cosí deve vivere un vero asceta. Carissimo Lupaccio, ti sono stato accanto fino alla fine, e quello che ho visto è stato il compimento di un rito sacro: una vita intera, fino all’ultimo respiro, vissuta eroicamente e offerta nella sua totalità al Logos vittorioso. Grazie Franco, quello che ho imparato da te me lo hai insegnato con l’esempio.

Il guardiano del tempio

Raul Lovisoni: Molte furono le non verità riguardanti il Dottore, Marie Steiner, Massimo Scaligero e l’essenza stessa dell’Antropo­sofia. Puntualmente, con documentatissima precisione indicò la provenienza di quei menzogneri crimini perpetrati contro la Scienza dello Spirito. Svolse un lavoro di rettificazione immensa la cui portata sarà compresa, ancor piú, nei secoli a venire. Custode della Storia antroposofica, vivente archivio, avrebbe potuto inseguire la gloria sapienziale del conferenziere di professione. Invece no, in modo non casuale, insegnò a costruire lenti, ovvero strumenti che permettessero una chiara visione della realtà. Per una vita volle indossare il modestissimo grembiale del burbero sacrista e con la ramazza in mano tolse il fango, rimosse bassezze, bugie e imprecisioni. Lo ricordiamo per l’immenso e caldo amore con cui lucidò l’aureo tabernacolo d’ogni Graalica Verità. Grazie Francone!

Francesca Modolo: Gigante con la schiena ricoperta di frecce, è stato uno scudo a protezione della Verità. E di tutti coloro che lottano per Essa. Una vita di dedizione e sacrificio, con incrollabile fiducia nello Spirito. Anche tormentato dalle sofferenze del corpo, la sua voce riprendeva lucentezza e vigore quando ripercorreva, per chi lo ascoltava, i fondamenti dell’ascesi del Pensiero e la sua necessità. Oltre al contenuto e alla forza possente che scorreva attraverso le sue parole, ciò che rimane impresso nel mio cuore è il suo esempio. La forza con cui, fino all’ultimo momento, ha difeso e amato la Verità è stato un insegnamento pieno di Vita che ha posto radici in me. Non ha mai smesso di donarsi, di consigliare e sostenere, ponendo se stesso sempre a servizio della Via. Il messaggio di cui eri portatore, caro Franco, non andrà perduto. La luce passata attraverso le tue parole e le tue azioni è ora racchiusa nei nostri cuori e lí verrà protetta e alimentata perché possa essere riconosciuta e raccolta da coloro che arriveranno. La lotta non è finita, ma noi siamo pronti. Tu invece ora riposa e goditi il ritorno a casa. Saperti in un luogo di pace e armonia è una gioia per tutti noi. Anche se ho il sospetto che continuerai a lottare con noi anche da lí. Farti riposare è praticamente impossibile! Grazie Franco, grazie. Con infinito affetto.

Franco Giovi: Difficile per me parlare di Franco (mi chiamava l’omonimo). Quello che so di lui come biografia è solo un sentito dire. Poi, tutte le volte che si conveniva di incontrarci di persona qualche motivo ce lo impediva. Ma allora non lo conosci? Invece sí, ma su ciò che per lui e me era piú importante. Con me Franco è stato piú che generoso: mi stimava. E io stimavo lui. Diceva a tutti di essere cattivissimo ma che io ero tremendissimo! Ecco la dimostrazione palese che anche i migliori (parlo di lui e non di me) prendono qualche abbaglio. Ci uní per molti anni la stravagante convinzione che la disciplina interiore (concentrazione, meditazione ecc.) sia la cosa piú importante da svolgere in questa vita. Unita alla fedeltà incrollabile verso Massimo Scaligero e verso il Dottore. Franco è stato sempre il “pachiderma” evocato dalle parole del Sutta Nipata: «Con la mente pura, senza pigrizia, saldo nello sforzo, costante e vigoroso, sii solitario, come un rinoceronte”. Solitario? Ma aggiungiamoci un legame profondo con gli amici e un lungo, intenso sforzo di ricostruzione di un Gruppo di meditazione rituale: ricostruzione che Franco considerò necessaria dopo la sciagurata disgregazione di tanti anni fa. Franco non è mai stato solo un rinoceronte, piuttosto un bulldozer al servizio della dottrina e della verità fin troppo spesso violate in traduzioni personali. Attingeva alle fonti, e se queste erano dubbie o mal tradotte imparava la lingua in cui queste si trovavano ancora integre. Volgeva sempre alle fonti. In tal senso la sua amicizia con Ella Weisberger, adamantina figura di Curatrice degli scritti del Dottore riguardanti le Indicazioni per la Scuola esoterica. Abbiamo collaborato insieme per molto tempo sul Sito di Ecoantroposophia, lui con lo pseudonimo di Hugo de Paganis. I suoi non erano semplici articoli ma cattedrali della conoscenza per contenuto, ampiezza ed altezza. Pure da lí ha combattuto, senza mezze misure, contro manipolatori e imbroglioni, incurante dei commenti poco lusinghieri che gli venivano poi incontro da destra e sinistra. Parlo al passato poiché pure la grammatica riflette il sensibile. Eppure sono certo, anzi certissimo, che Franco, come prima di lui Renzo Arcon, Fulvio Andriassevich e altri ancora, siano vivissimi, presenti e attivi. E, nel silenzio, avverto una gratitudine intima ma vasta come il cielo. Dire che ringrazio Francone e gli altri amici è poca cosa.

Sofia: Si recavano da Franco De Pascale, alias Hugo de Paganis, da ogni dove, anche da diversi Stati europei. Regolarmente. Selezionava, si accertava del reale anelito del cercatore, poi si offriva: avrebbe potuto senza dubbio chiamarsi anche Donato. Come molti aveva una missione, la sua l’ha compiuta con tutto se stesso, e cioè con energia, entusiasmo, impeto, grande gioia. Franco è stato esempio altissimo dell’Opera Solare. Semplice uomo, fattosi da solo, di umiltà, bontà e dedizione radicali, nulla ha risparmiato di sé per la Via del Pensiero. Lo cercavano in molti, soprattutto giovani, quei giovani che qualcuno crede grandi assenti nella Scienza dello Spirito; esiste infatti il luogo comune che gli antroposofi siano tutti dei parrucconi polverosi, ma quelli che andavano da Scaligero erano giovani un tempo! I veri discepoli di Scaligero hanno un sigillo che si è originato dal loro interiore ed emerge invisibile come un richiamo. Li riconosci perché, se veramente cercatore del vero, sai distinguere dalla loro umanità contingente ciò che in se stessi di sacro hanno risvegliato e modellato con volontà fedele quotidiana. Ognuno di loro, secondo i propri particolari talenti ha trasmesso, e trasmette, l’insegnamento: perché prima ne ha esperito i fondamenti. Franco De Pascale aveva una cultura vastissima, conoscitore di diverse lingue, tanto da poter tradurre testi importanti, essenziali e da lui molto amati. Usava anche pseudonimi per i suoi scritti (ma pure per i suoi libri), alcuni di essi – si usano qui dei termini di paragone espressi da altro discepolo di Massimo Scaligero per lodare questi lavori di Franco – dei monumenti, delle vere cattedrali per bellezza, forma, costruzione e contenuto. Anche per questi suoi scritti, fedeli nel tempo, esiste il blog Ecoantroposophia, dove alcuni giovani si stanziarono perché scacciati da sedi, quelle sí, realmente polverose. Tra Francone e il gruppo di Ecoantroposophia si è protratta senza interruzione una collaborazione per oltre un decennio, si è condiviso fatica, attenzione, passione, soddisfazione, e il gruppo ha imparato molto e ricevuto molto affetto, molta amicizia e aiuto. Franco: l’Amante del vero, nemico della menzogna, dolcissimo coi buoni, colui che ha mantenuto le promesse fatte al Maestro: se le ripeteva ad alta voce quasi quotidianamente. Ancora lo si può cercare Francone, bisogna essere tenaci e desti: non si pose mai in vetrina con grancasse per autocertificazioni e artificiali sigilli. Per fortuna si invecchia, ma la verità è che chi opera rimane giovane per sempre, per questo altri giovani di oggi hanno sentito il richiamo. Ha attraversato la soglia donato dai Suoi a Chi da tempo lo attendeva, è transitato come fiamma ardente, nessun fiato o alito di vento ha osato spegnerla, interromperne la “continuità”: con il Rito, nel Rito, egli stesso Rito.

Alessandro Garcea: Conobbi Franco poco piú di dieci anni fa, in margine alle mie ricerche cagliostriane: ben presto, il margine divenne il centro. Quando per la prima volta dalla Città di Iside andai a trovarlo nella Città del Fiore passammo tre giorni indimenticabili, che ebbero la potenza dirompente della folgore. Lo lasciai parlare per quasi tutto il tempo: era un fiume impetuoso di dati, notizie inedite, scoperte e rivelazioni, che andavano dalla piú antica sapienza egizia alle scuole esoteriche contemporanee. Nel suo lungo cammino, Franco aveva incontrato le personalità piú rilevanti di molte di esse, incluse quelle perfettamente ignote ai piú, in Italia e all’estero, ricevendone conferma delle acquisizioni conquistate grazie alla Scienza dello Spirito (“veniamo da una buona scuola!”). Chi ha vissuto simili esperienze sa che in questi incontri del destino si avverte la sensazione di essere tornati a casa, e cosí fu per me. Ottenuta la sua spontanea e immediata disponibilità a condividere sul piano interiore tale percorso (“non c’è problema!”), iniziai una frequentazione il piú possibile regolare nonostante la lontananza geografica. Chi lo ha letto ha potuto constatare a che punto dominasse ogni ambito della Tradizione, e col tempo io stesso mi sono reso conto di come fosse in grado di fornire orientamenti preziosi a chiunque lo avvicinasse, in modo corrispondente alla natura e alle predisposizioni individuali, che si trattasse di persone provenienti dalle vie occidentali o dallo zen, dal buddhismo, dallo yoga, financo dalle arti marziali. In ciò Franco riusciva sempre a compiere un’opera straordinaria, come non ho mai visto fare ad alcuno: lungi dal rimanere semplici “pensati”, tutti i riferimenti che forniva nei suoi discorsi si animavano del contenuto spirituale di cui erano la forma, permettendo cosí all’interlocutore ammirato di sperimentarne l’essenza vivente, la “forza perennemente diveniente eppur eternamente uguale a se stessa”. Nell’atto del pensiero folgorante, la sapienza celeste ritrovava il suo carattere di philosophia subtilissima, di occulta philosophia che deve permanere nel suo intuitivo momento sorgente. A fronte della mia tentazione di trasgredire all’imperativo di non prendere appunti scritti, Franco mi rassicurò: ogni volta avrebbe rievocato con me questo momento genetico e niente sarebbe andato perduto. Cosí avvenne: a ogni incontro, per dieci anni, riprese sempre il filo dal punto di partenza che aveva chiaramente stabilito nel nostro primo incontro, aggiungendo man mano un altro po’ di trama al tessuto d’insieme. I suoi consigli di lettura erano inesauribili, come i rari e preziosi volumi della sua biblioteca, di cui è sempre stato generosissimo donatore, ma sul modo di procedere lungo la Via non tradí mai il metodo del Pensiero Vivente, che non può passare per i “pensati”: occorreva sempre conquistarsi tutto mediante il lavoro interiore e non per comunicazione dialettica di qualche “segretuccio”. Quante volte a fronte delle mie domande mi disse: «Appunto. Meditaci. Ci arriverai»! In tal modo diventava chiaro come proporre simboli preinterpretati potesse condurre a una paralisi completa del vivente intuire: un dono solo apparente, in realtà avvelenato. Aggiungo che le difficoltà del­l’ascesi erano mitigate in ogni modo da mille incoraggiamenti, comprensione per i nostri limiti e tantissima ironia. Qualche perla, trascelta a caso, merita di essere ricordata. In estate: «Dubito che nel toro di Falaride facesse piú caldo che nella Città del Fiore. Io sono – come dicono quelli che parlan fiorito – letteralmente liqueso!». Prima di un trasloco: «Come direbbe il mio amato Dante, da me indegnissimamente parafrasato, “transumar per verba non si porria”, e infatti ci son volute le mani e le macchine degli amici volenterosi». Durante un’influenza invernale: «Sono allettato in una condizione poco allettante!». Ciò l’ha reso amato e benvoluto da tantissime persone, a partire da quelle del suo quartiere, fino ai molti sparsi per l’Europa, come il sottoscritto. Tutti ne riconoscevano la levatura interiore, per tutti ebbe sempre la parola giusta, spesso risolutiva. Quando lo vidi l’ultima volta, a poca distanza dalla sua scomparsa terrena, mi consegnò, scritto di suo pugno, questo mantram del Maestro dei Nuovi Tempi, che si è rivelato essere il sigillo supremo della sua stessa vita: «Deve dare in sacrificio / l’essere suo e la vita / particolari, / chi vuol guardare / fini dello Spirito / per entro manifestazioni / del mondo dei sensi, / chi vuole osare ardito / d’infonder nel volere suo proprio / il voler dello Spirito».

Massimo Danza: È sempre stato “Francone” di Firenze. Il fiore all’occhiello di Massimo Scaligero. Era stato un eversivo di sinistra, poi, conosciuto Massimo e la Scienza dello Spirito, aveva abbandonato tutto per dedicarsi totalmente alla Via Spirituale. Cosí, quelle forze rivoluzionarie le aveva rivolte totalmente all’ascesi personale, e quell’atteggiamento da “rivoluzione continua” non lo abbandonò mai. Rivoluzione in se stesso, “guerra civile” contro le proprie debolezze, contro gli Ostacolatori interiori, abiurando nella totalità ad ogni forma di violenza, anzi dedicandosi anima e corpo agli altri. Aveva un entusiasmo ed una forza travolgente, totalmente fondate sulla propria volontà interiore, che chiamava la “Spada d’acciaio forgiata nella profondità dell’anima, pronta a colpire gli ostacolatori in ogni dove”. Aveva avuto un vicino particolarmente rumoroso, che lo infastidiva sempre proprio mentre si accingeva agli esercizi. «Allora – mi disse – l’ho assediato e l’ho preso per la fame, senza tregua!». «Cioè?». «Ho cominciato ad alzarmi alle cinque per fare gli esercizi! E ho raddoppiato il tempo della concentrazione! E se non basta, mi alzerò anche alle quattro e mezza!». Credo che questo raffiguri molto bene il modo di come ha affrontato le difficoltà, enormi, della sua vita. Una volta vidi una sua fotografia da giovanissimo, era minuto. «Francone, eri magrissimo!». «All’epoca, avevo veramente fame, e dormivo sui divani a casa degli amici!». Quindi tutta la sua vita è stata una continua lotta per la sopravvivenza. Lotta che aveva trasformato veramente in una spada adamantina e d’acciaio al servizio dello Spirito. E ad ogni incontro mi trasmetteva questo amore profondo e travolgente verso la Scienza dello Spirito. Un entusiasmo senza limiti, oltre ogni ostacolo. Mi ricordo che, ospite a casa nostra, lo andai a prendere alla stazione con una moto già assolutamente inadeguata alla mia stazza, figuriamoci a quella di entrambi. La guardò e poi disse: «Tranquillo, il mondo spirituale ci vuole ancora per un bel pezzetto! Andiamo!». Ad ogni incontro uscivo galvanizzato dalle sue parole, sapeva trasmettere volontà ed entusiasmo. Quando mia sorella stette molto male, Mimma gli chiese la cortesia di andare in Svizzera per procurarsi l’Iscador, perché a quel tempo solo lí si trovava. «Il tempo di finire di farmi la barba!». Prese il treno, immediatamente. Venne a Roma, prese la ricetta, la portò in Svizzera, e tornò a Roma per portare la medicina. Per poi fare ritorno Firenze. Senza riposarsi un attimo, senza soluzione di continuità! Rivide il letto quarantotto ore dopo! È un episodio eccezionale che ricordo della sua vita. E ricordo la sua Fedeltà assoluta, anche fanatica, se vogliamo, verso la Via, il Maestro, l’Amore che aveva intuito. Fedele alla sua compagna anche quando gli eventi lo avversarono pure su questo piano. E quando gli si faceva notare l’enorme peso delle prove sul piano pratico che viveva, rispondeva sempre: «Ma sai, noi “lupacci” siamo abituati a ben altro!».

Umbra Perchiazzi: Liberato dall’amore, penetrato di luce, sali verso le altezze…

Valentina: Un vivo impulso scorre attraverso l’umanità per la creazione di valori eterni. Vi sono rari uomini che vengono a portare nel mondo una parola nuova. Con loro, quei fedelissimi cooperatori che si adoperano alla costruzione di un nuovo indirizzo. Praticante interiore rigoroso e austero, Franco De Pascale non è stato quello che si dice un tiepido, un morigerato; e riposa operoso tra i ‘Figli del Fuoco’. Asceta tagliato a diamante, egli è stato un indicatore radicale e instancabile della Via del Pensiero Vivente e del Rito della Concentrazione, una colonna di volontà adamantina, un saldo e intrepido miles dello Spirito, che aveva fatta propria la massima “vita est militia sacra super terram”. E, nondimeno, un semplice, un fedelissimo, un autentico discepolo di Massimo Scaligero, per il quale portava una venerazione sconfinata, un amore ardente e sempre capace di rinnovato slancio. Tale si considerava e si voleva: un discepolo sulla Via, sempre richiamandosi alle parole del Maestro: «Raro il discepolo vero. Tutti vogliono fare i maestri, mentre non occorrono maestri, bensí discepoli: fedeli» (da una lettera del Gennaio 1980 a un discepolo). La sua biografia è ai miei occhi una ricapitolazione della sua vasta tradizione interiore, fino al riuscito approdo alla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner ed all’approfondito studio delle scienze naturali nel senso rosicruciano. Pur assumendosi compiti e servizi da miles, Franco De Pascale ha potuto maturare, in pienissima coscienza e accettazione, importanti forze di donazione e sacrificio, attraverso prove durissime e felicemente previste per i veri discepoli della Rosacroce. Franco è stato un uomo di una dignità e nobiltà d’animo inarrivabili, un amico di generosità rara e capace di accogliere e donarsi senza riserve, di amare impersonalmente in perfetta vicinanza e identità, un suscitatore di nudo coraggio, un interlocutore insostituibile. La sua sapienza e le sue forze morali, ne hanno fatto un orientatore autorevolissimo, preparatissimo e affidabilissimo, un esempio di coerenza, fedeltà e veracità granitiche. Franco è stato un uomo libero e, come tale, voleva fortemente la libertà nell’altro. Eppure non ho mai conosciuto uomo piú semplice e modesto, in ogni sua manifestazione. Franco ha travolto la mia vita, e la vita di molti altri. È stato l’incontro autentico, l’incontro decisivo, l’incontro benedetto. Il distacco da questo mondo è stata la manifestazione di un compimento, pieno e colmo di pace profonda. Caro Franco, Idem velle, idem nolle, eadem amicitia est, volere e non volere le stesse cose, questa è amicizia. Amatissimo amico, cuore integro, hai guarito altri cuori con la tua sola presenza. Il nostro ora è un rapporto rinnovato, piú vivo che mai.

Piero Cammerinesi: Un pensiero di Luce per Franco, che possa proseguire il suo percorso evolutivo.

Marco Mazzeo: Conobbi Franco De Pascale, noto per gli amici come Francone, nella primavera del 1977 quando avevo circa 17 anni. Venne ad un appuntamento al Pincio assieme a Leopoldo Ceracchini, suo grande amico e mio insegnante di Liceo, che mi parlò di antroposofia. Siccome ai tempi io ero un estremista politico, con una formazione marxista, Leopoldo ritenne di farmi conoscere Franco, il quale proveniva da un’analoga formazione, se pur “sessantottina”. Franco era proprio un Lupo maremmano, come amava definirsi. Aveva un aspetto da eterno studente dei fine anni ’60, come se ne vedono nelle foto d’epoca; con gli occhialoni spessi (era assai miope), aspetto che mantenne sempre. Grosso di stazza, la sua provenienza da militante extraparlamentare sfociò prima verso lo Zen e il buddismo, e infine nella Scienza dello Spirito di Steiner e nel suo smisurato amore verso il suo diretto maestro Massimo Scaligero, pur mantenendo sempre quella modalità da guerriero orientale. Era goffo nei modi, ma con una capacità pensante fuori della norma; e difatti il linguaggio che usò nei miei riguardi fece maggior breccia, percependo la mia origine formativa ma altresí la mia spinta propulsiva che mi mosse verso lo spirituale. Un gesto che ricordo era sovente fare, era un rapido pugno verso il cuore, mentre suggeriva a me e poi anche ad altri, con il suo spiccato accento fiorentino: «Afferra te stesso!».

Shanti Di Lieto Uchiyama: Un vero Discepolo della Via Solare, un Apostolo fedelissimo del Logos, lascia un vuoto incolmabile! Il suo Lavoro per il Mondo Spirituale prosegue immutato se non rafforzato, dal Mondo Sovrasensibile…

___________________________________________________

L’Archetipo

 

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-MAGGIO 2024

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

SULLA REALIZZAZIONE DELLA TRIPARTIZIONE SOCIALE (di F. De Pascale)

(Tripartizione – Marina Sagramora)

Rudolf Steiner era sapiente e sagace, al punto di conoscere molto bene il valore delle persone che aveva attorno. Sapeva bene che, a parte una ben ristretta élite di decisi praticanti interiori, molti prendevano l’Antroposofia un po’ come una apprezzabile visione del mondo, e un po’ come una forma religiosa o semireligiosa. Che mancasse drammaticamente l’impegno interiore ascetico può essere scorto da vari segni.

Oggi molti, per esempio, lamentano il fatto che la Tripartizione dell’organismo sociale – il mirabile dono del Mondo Spirituale – non si sia attuata. Anche allora, in Germania, subito dopo la Prima Guerra Mondiale, quando nel disfacimento della struttura statale dell’Impero tedesco sembrava che la Tripartizione avesse grandi possibilità di attuarsi, e tali grandi possibilità in effetti vi erano, e molte speranze in tal senso si erano manifestate, Rudolf Steiner si impegnò con tutte le sue forze con conferenze pubbliche, alle quali accorrevano migliaia di operai. Rudolf Steiner contattò pure personalità che avevano responsabilità nello Stato e nella Società, ed espose con grande chiarezza quanto richiedevano i tempi. La cosa non si realizzò. Quando, tempo dopo, alcuni discepoli chiesero al Dottore il perché della non realizzazione della Tripartizione in Germania, dove essa aveva suscitato così tanto interesse e speranze, Rudolf Steiner rispose: “Perché in Germania non vi sono 100 discepoli della Scienza dello Spirito che abbiano fatto dell’Ascesi del libro Iniziazione lo scopo della propria vita. La Tripartizione non si è realizzata, perché non esistono 100 antroposofi consacrati alla pratica interiore del libro Iniziazione”. A quell’epoca gli antroposofi erano già venti o trentamila persone.

Ad Adelheid Petersen, il Dottore disse, che un giorno l’intellettualismo degli antroposofi dipingerà tutto grigio su grigio, e l’intellettualismo sarà la morte dell’Antroposofia. Disse, inoltre: “Potrebbe accadere che il movimento spirituale dell’essere vivente dell’Antroposofia si separi dalla Società Antroposofica!”.
A Giovanni Colazza – e questo mi fu riferito personalmente più volte da Massimo Scaligero – Rudolf Steiner, nell’ultimo colloquio avuto con lui, disse profeticamente: “Un giorno l’Antroposofia rinascerà in Italia, in una forma giovane, radicalmente rinnovellata, totalmente slegata dalle forme istituzionalizzate, una forma vivente”.

Per me, e non solo per me, questa rinascita dell’Antroposofia è nella Scienza dello Spirito come ce l’ha trasmessa Massimo Scaligero. La vivente Scienza dello Spirito è tutta nell’opera di Massimo Scligero, nel suo aver ritrovato l’aureo “filo d’Arianna” della Via del Pensiero Vivente, nel suo porre al centro l’esperienza ascetica della Filosofia della Libertà, nel porre al centro e al vertice della pratica interiore la concentrazione portata sino alle sue estreme conseguenze di liberazione del pensare dal servaggio corporeo.
Partendo dalla Via del Pensiero si ritesse l’invisibile trama aurea, michaelita, che un giorno porterà alla realizzazione in una dimensione più vasta dello Spirito, ad una trasformazione della coscienza umana, e di conseguenza anche alla realizzazione della Tripartizione.

Le personalità di rango spirituale delle quali parla il Dottore sono presenti, ma la loro azione sfugge agli schemi precostituiti dell’intellettualismo antroposofico, e come tale sfugge allo sguardo miope della dirigenza burocratica di coloro che hanno – anche ufficialmente – trasformata la creazione di Rudolf Steiner in una impresa commerciale, registrata all’Uffico Svizzero del Commercio.

La fiducia è nell’audacia del pensare, nello slancio e nella fedeltà della volontà consacrata.

_______________________________________________

Spada del cavaliere templare, XII secolo (4163/N) - spade - Europa medievale s. VI-XV - Denix

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE,

STUDI MANICHEI E CATARI – Déodat Roché

Importante ed essenziale studio di D. Roché sui Manichei e Catari. Ne rinfreschiamo il ricordo. Stampato dalla Editrice Cambiamenti di Bologna nell’anno 2002.

Traduzione di Franco De Pascale.

INDICE 

Introduzione 

Bibliografia essenziale

Avvertenza

STUDI MANICHEI E CATARI

Prefazione

I. Introduzione: Iniziazione spirituale dei cristiani catari.

II. I documenti catari; l’origine manichea e le due principali Scuole del catarismo.

III. Sant’Agostino e i manichei del suo tempo.

IV. La Pistis-Sophia. Fede e Saggezza. Insegnamento del Cristo Risorto

…..La gnosi della Pistis-Sofia: prima parte

…..La gnosi della Pistis-Sofia: seconda parte

V. I catari e l’amore spirituale

….Testi manichei e catari .

VI. La dottrina dei catari sul problema del male e sulla Redenzione.

VII. Il Graal pirenaico: Catari e templari

VIII. Conclusione: I catari e i platonici della Scuola di Chartres

Appendici

Gnostici e manichei

Origine manichea del catarismo. I documenti

Origine manichea del catarismo. La storia

Note

Cronologia

Glossario

_________________________

Traduzione, Introduzione, Bibliografia e Avvertenza a cura di Franco De Pascale. Non potendo per lunghezza trascrivere la Introduzione, pensiamo possa interessare riportare invece l’ Avvertenza e le parole della quarta di copertina, ossia  una breve nota biografica dell’ Autore e una descrizione del contenuto del libro, sempre a cura di Franco De Pascale. La competenza, la meticolosità e l’attenzione in questo lavoro di studio e traduzione di Franco, sono riscontrabili nell’opera tutta ma vengono sottolineate e dimostrate nelle sue righe che di seguito trascriviamo:

“Nella nostra traduzione ci siamo attenuti ad un criterio conservativo, tentando di riprodurre – per quanto concesso dalle caratteristiche della nostra lingua – lo stile particolare dell’ Autore. Si tratta di uno stile non facile che richiede un lettore attento e diligente. Déodat Roché tratta il suo argomento, di natura storico-religiosa e filosofica, apportando una vasta documentazione di testi, di prove archeologiche, di riferimenti iconografici, ed espone le sue considerazioni in proposito con un stile asciutto e austero. Non si lascia mai tentare dalla <<venustà del periodare>> e offre con oggettività i risultati della sua ricerca alla libera riflessione dello studioso.

Abbiamo rispettato, in linea di massima, il tipo di trascrizione dei termini, tratti dalle lingue antiche, da lui adoperata, che non è quella generalmente usata nella letteratura specialistica, che del resto non è uniforme a questo proposito, spesso nemmeno nel caso di un singolo autore.

L’opera, pur non avendo scopo di divulgazione, si rivolge ad un pubblico in possesso di una cultura generale, non necessariamente specialistica, che non tratterebbe molto giovamento da un sistema di trascrizione filologicamente diatritico.

Come ausilio al lettore abbiamo posto in calce al libro una sommaria Cronologia ed un brevissimo Glossario di termini dei quali più che una spiegazione rigorosa – impossibile in un contesto ristretto – si propone un’interpretazione filosofica, inevitabilmente frutto di una riflessione e di una scelta personale.

Vogliamo in modo particolare ringraziare Marina Sagramora, che ha ispirato la traduzione della presente opera e l’ha sostenuta con i suoi consigli. Importanti sono stati per noi gli incontri nei quali è stato possibile affrontare con Lei alcuni aspetti relativi all’argomento trattato.

Desideriamo infine ringraziare nella persona di Olivier Cébe la Société du Souvenir et des Études Cathares, che ha voluto con grande disponibilità concedere l’autorizzazione alla pubblicazione della traduzione italiana dell’opera, e la casa editrice CambiaMenti che temerariamente si assume l’onere di presentare questa non facile opera agli studiosi italiani.”

F.D.P.

____________________________________________

Deodat Roché (1877-1978), luminosa figura di pensatore e grande erudito nel campo della storia delle religioni, discipline da lui coltivate con ardore lungo il percorso di una vita che giunse ad abbracciare un intero secolo, nacque ad Arques, piccolo paese pirenaico delle Hautes Corbierès, in quel Mezzogiorno della Francia che vide lo svolgersi dei tragici avvenimenti della Crociata contro gli Albigesi, che travolse la civiltà occitanica nel XIII° secolo.

In questi Studi manichei e catari – che, per la prima volta tradotti, vengono presentati al lettore italiano – egli riunì in una serie di saggi, scritti in uno stile austero e asciutto, il risultato di ricerche e di riflessioni durate decenni. Questa sua opera offre allo studioso una vasta messe di conoscenze che possono rivelarsi feconde non solo sul piano storico e filosofico, ma anche su quello della ricerca spirituale, orientandolo verso esperienze interiori decisive, capaci di risolvere gli enigmi tragici nei quai è immerso l’uomo attuale, il quale potrà superare ogni difficile prova con il coraggio interiore e con la forza folgorante di un risorto Pensiero Vivente. (fdp)

____________________________

 

ANNUNCI, MATERIALI DI STUDIO, TRADIZIONE

SINGULTO AL MATTINO DISSOLTO (di M. Scaligero)

🪷

Singulto al mattino dissolto.

Per inattesa venerazione,

disceso di me nel profondo,

assorbito nel fondamento,

l’essere alla quiete abbandono.

D’esistere ormai inconsapevole,

congedo il tramare del mondo:

come foglia che cada

lieve vagante, discendo

verso l’invisibile centro.

Dolce dimenticanza

d’ogni computo anelare,

fiorisce inavvertita

l’assente contemplazione.

L’asceta è occhio che guarda,

senza sapere di sé.

Vacanza pura, specchio dell’immenso:

inesauribile

determinazione del nulla.

🪷

(Massimo Scaligero)

POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL SOLE E IL LUPO

(I lupi Hati e suo fratello Skǫll inseguono rispettivamente Máni (la Luna) e Sól (il Sole).)

Le circostanze in cui si verifica un’eclissi inducono all’osservazione puramente esteriore di un fenomeno astronomico. Rudolf Steiner ha tuttavia indicato che ben altro vi si ricollega: «Quando l’uomo nordico dei tempi antichi voleva trovare spiegazioni a ciò che vedeva durante un’eclissi di sole (naturalmente all’epoca dell’antica chiaroveggenza si vedevano gli astri in una diversa maniera di come li si vede adesso attraverso un telescopio), sceglieva l’immagine del lupo che insegue il sole e che, avendolo raggiunto, ne provoca l’oscuramento.

Ciò si accordava con i fatti. …I materialisti di oggi dicono che si trattava di superstizione, che nessun lupo inseguiva il sole. …Per l’occultista, esiste una superstizione ben piú grave: quella di credere che a causare un’eclissi di sole sia la presenza della luna davanti al sole. Ciò è esatto per l’osservazione, cosí come era esatta la storia del lupo per l’osservazione astrale. La concezione astrale è persino piú giusta di quella che viene spiegata nei libri, poiché quest’ultima è ancora di piú soggetta all’errore».Steiner aggiunge che durante un’eclissi si verificano fenomeni anche nelle “sfere” e non soltanto nei movimenti spaziali dei corpi celesti. Egli spiega che le eclissi sono «fenomeni di transizione che si collocano tra il Cosmo puramente fisico e il Cosmo spirituale».

Sono fenomeni che “rinnegano” lo spirituale a vantaggio dell’esteriorità, dello spaziale. Lo spazio, cosí come crediamo di conoscerlo sulla terra, quale si presenta in forma di fenomeno legittimo della nostra esistenza terrestre, viene trasportato in qualche modo fino nel cosmo per mezzo delle eclissi. L’ombra, che si tratti di quella della luna o della terra, non esiste in realtà che nel mondo “elementare”, ma nel caso di un’eclissi, essa si condensa fino a rendersi visibile.Tutto ciò, secondo Steiner, ha una sua ragione di essere, una necessità. Occorrono valvole di sicurezza per tutto il negativo che ribolle nei pensieri e nella volontà dell’uomo; queste valvole sono rappresentate dalle eclissi, dall’assenza, piú o meno momentanea, della luce solare o lunare. Poiché il Male è stato permesso nel mondo dagli intenti divini, anche le eclissi sono state necessariamente comprese in questo disegno. Si potrebbe forse dire: al momento della concezione dell’Opera del mondo, la saggezza divina avrebbe potuto facilmente organizzare le cose in modo che non si verificassero delle eclissi. Sarebbe bastato che la luna si trovasse un po’ piú distante dalla terra, e il suo disco non avrebbe mai potuto coprire completamente quello del sole. Non vi sarebbero quindi state eclissi totali di sole. Ma, nello stesso tempo, l’uomo avrebbe dovuto essere costituito in maniera completamente diversa da come è. Per il fatto che si verificano le eclissi, la via dello spazio cosmico viene lasciata aperta agli spiriti delle Tenebre e del Male, e ciò nell’esatta misura ritenuta necessaria.

Elisabeth Vreede

E. Vreede, Le Ciel des Dieux, Triades 1973

Per gentile concessione de L’Archetipo – luglio 1999

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

Massimo Scaligero – Il Logos e i nuovi misteri. Il disincanto dell’apparire (di P. Pistoletti)

OLTRE

Massimo Scaligero – Il Logos e i nuovi misteri. Il disincanto dell’apparire

La via del Pensiero vivente è il tema centrale anche di questo testo di Massimo Scaligero. Il pensiero che è connesso alla vera libertà. Quanto si trova scritto qui, quindi, è idoneo ad introdurre e poi condurre lo sperimentatore motivato a una esperienza interiore. Un’esperienza reale, che può trasformarsi in liberazione dal pensiero celebrale [riflesso] – disincantando così l’apparire, il miraggio dell’illusoria esteriorità. Ci si muove in un processo inverso, quindi, rispetto all’ordinario – verso l’interiorità –, risalendo il pensiero fino a qualcosa d’altro – poiché “v’è un pensare che non è stato ancora pensato”. Quindi, anche qui, come in ogni altro testo di Scaligero, va sempre sottinteso [anche quando non sia espressamente richiamato] l’imprescindibile primato da attribuire alla disciplina interiore [la “concentrazione” e la “meditazione”], secondo i canoni proprio da lui indicati. Con tutto ciò che ne consegue.

__________________________________________________________________

Da

Massimo Scaligero, il Logos e i nuovi misteri (Teseo, 1973)

pp. 47-48

La libertà è il momento del pensiero che muove secondo il proprio Principio, attuandolo però entro i limiti postigli dalla mediazione cerebrale, che lo isola bensì dall’anima antica, ma lo derealizza sul piano dialettico: onde non v ‘è libertà di cui l’uomo possa legittimamente parlare, prima della indipendenza del pensiero dalla mediazione cerebrale.

La libertà che l’uomo crede trovare fuori di sé, in eventi o strutture esteriori, non è che un miraggio, perché è sempre proiezione del vincolo della psiche: il vincolo che tende ad affermarsi come impulso libero, illegittimamente. Il cercatore della libertà deve scoprire che qualsiasi limite trovi ad essa fuori di sé, è un limite che gli è interno.

Libero può essere solo il pensiero, o lo Spirito: la libertà di un desiderio o di un istinto, è la vera prigionia dell’uomo. Il pensiero razionale non è libero, ma ha la possibilità della libertà: reca riflesso il potere sintetico originario, lo ha come momento d’indipendenza dalla relazione metafisica, ma simultaneamente come possibilità di indipendenza dalla relazione fisica, che suscita l’opposizione al metafisico. Esso però ignora tale possibilità, scambiando per normale condizione la menomazione riflessa. In sostanza esso si determina come opposizione alla scaturigine metafisica, ma, nella reificazione dell’alterità fisica, annienta il momento di libertà: ignora il moto originario della relazione, servendosi tuttavia di esso: attinge a un potere che gli rimane sconosciuto. In effetto è libero, ma non esce dalla mediazione cerebrale che lo asserve inconsciamente agli istinti, ossia alla naturaumano-animale.

La realtà costringe, la parvenza lascia liberi. L’uomo moderno, nel disconoscere la realtà metafisica, ha l’iniziale momento della libertà, ma non lo afferra, perché non lo afferra dove sorge: onde esso non coincide con il momento della realtà epperò della verità. Egli bensì volge le spalle alla realtà metafisica, ma, non conoscendo la dipendenza del pensiero dalla mediazione cerebrale, si lega alla realtà fisica, ossia alla parvenza della realtà. Questa non lo costringe, lo lascia libero, perché consente l’illimitatezza della soggettività: egli non afferra la libertà dove sorge, bensì dove si aliena, riflessamente correlata all’aspetto sensibile dell’apparire.

Perciò egli non può distinguere l’a p p a r i r e dal s e n s i bi l e. La vita degli istinti è correlata all’apparire. L’apparire sorge mediante il sensibile, ma non è sensibile esso stesso, essendo la proiezione della relazione originaria. Il vero Sovrasensibile è il disincantamento dell’apparire, o il superamento della condizione riflessa. La coscienza sensibile muove dalla relazione originaria, ma, nel suo limitarsi all’apparire, che lascia libero il suo essere soggettivo, non può non opporsi ad essa. Tuttavia l’uomo ha nella dimensione della libertà l’esigenza di un principio che non necèssiti, per essere, di sostegno fisico né metafisico, essendo in sé l’assoluto originario, capace di disincantamento dell’apparire, epperò di reale dominio fisico: di reale reintegrazione degli istinti. I quali dominano la psiche là dove il pensiero riflesso, credendosi libero, subisce la mediazione cerebrale. Invero, la libertà dell’uomo attuale, inconsapevole della propria interna dipendenza, è una libertà animale, in cui l’elemento animale subisce una corruzione, che l’animale medesimo non conosce.

…

Massimo Scaligero, il Logos e i nuovi misteri (Teseo, 1973) pp. 47-48

foto di PatrizioYoga su Pixaba

________________________________________________________

per gentile concessione de

https://ilcipressobianco.it/chi-siamo/

 

ARTE, SCIENZA DELLO SPIRITO,

L’ARCHETIPO-APRILE 2024

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

PRIMAVERA (di M. Scaligero)

🌼

Il mio cuore palpita e brilla come una fiamma,

le mie membra spargono letizia,

la mia carne pare una rosa fiorita,

.

la mia vita oscura pare sciogliersi;

veggio con amore la luce del giorno,

e dico: passano le ore cantando!

.

O dolce primavera, io ti rivedo beato,

ti rivedo, con i tuoi begli occhi azzurrini

e, con il tuo scettro fiorito

.

e i tuoi uccelli che s’involano gorgheggiando

per i campi, e le foreste vergini;

ma con dolore penso: anche tu primavera morirai!

🌾

(22 marzo 1914 – La Pietra e la Folgore)

ARTE, POESIA

LA REALTA’ ASCETICA DI MASSIMO SCALIGERO (di D. Stranieri)

Massimo Scaligero a 20 anni

⚜️

Non sappiamo se il filosofo Massimo Scaligero (pseudonimo di Antonio Massimo Sgabelloni) abbia mai visitato Sant’Agata del Bianco (RC). O se egli, intimo spiritualista, abbia mai intuito il soffio vitale della nostra montagna. Di certo, il padre e lo zio conoscevano bene il centro aspromontano, poiché vi erano nati e avevano vissuto nella residenza signorile di cui rimane ancora uno splendido portale in pietra, quasi rasente la piazza del paese.

 

Targa apposta a lato del portone

Targa apposta a lato del portone

Ma nella biografia di Scaligero (pseudonimo che assunse sul finire degli anni Venti) ricorre spesso la definizione di “oriundo calabrese”, poiché egli nacque a Veroli, poco distante da Frosinone, il 17 settembre 1906. Il padre Giuseppe, un uomo d’affari, era costretto a continui spostamenti, e cosí, per il giovane, la figura di riferimento divenne lo zio Pietro Sgabelloni (apprezzato giornalista de Il Giornale d’Italia) nella cui casa, a Roma, fu ben presto amorevolmente accolto.

 

 

 

 

Nel volume Dallo Yoga alla Rosacroce [Ed. Mediterranee, Roma, 2012] lo stesso filosofo ricorda come, a 12 anni, frequentasse affascinato lo studio dello zio: «Il sospetto che il succo ultimo delle ascesi orientali fosse risorto in Occidente, come potenza del tipico pensiero logico, affiorò in me sin da quando fanciullo potevo essere testimone di lunghe conversazioni sul sovrasensibile, sul magico, sull’occulto, nel­l’ambito familiare in cui vivevo presso mio zio, Pietro Sgabelloni, studioso di dottrine esoteriche, asceticamente adamantino come un “patriarca” Zen, umanista e poeta, a cui dovetti la mia prima formazione interiore. Mi era sufficiente ascoltare quei discorsi, senza capirvi molto, ma avendo la sensazione della grandiosità del loro contenuto dalla ricchezza di sentimento e d’immaginazione di cui erano capaci quei cercatori».

 

Massimo Scaligero a 20 anni

Massimo Scaligero a 20 anni

Anche Gabriele D’Annunzio era molto legato a Pietro Sgabelloni (basti pensare che ne Il Giornale d’Italia del 5 maggio 1938 è riportato un autografo con dedica del poeta “al costante ed animoso amico”). Ma non solo. Leggendo i versi del giovane Massimo, D’Annunzio affermò pubblicamente: «Ecco il futuro vate d’Italia».

 

«La ricca e qualitativa biblioteca di mio zio Pietro – annoterà il filosofo – era per me un mondo di magiche meraviglie …di volta in volta mi forniva lui i libri, secondo gradualità di contenuto in relazione alla mia età. Cosí ben presto sorse il mio contatto con Nietzsche, che divenne il mio autore preferito: Feuchtersleben e Ramacharaka rimanevano gli ispiratori della disciplina interiore, ma da Nietzsche attingevo una visione del mondo ed il senso del valore ultimo della cultura».

Julius Evola

Julius Evola

Nella primavera del 1930, Massimo conosce Julius Evola. Nel volume Testimonianze su Evola (E. Mediterranee, 1985). Gianfranco de Turris riporta le parole di Scaligero: «Bussai alla porta del penultimo piano di Corso Vittorio 197 e mi aprí un personaggio giovanile, alto, longilineo, indubbiamente piú annoso di me: il suo sguardo era tra buddhico e olimpico, il suo portamento calmissimo. Avendo súbito intuito il senso della mia visita, ossia nessuno scopo, Evola prontamente mi venne incontro con genuina simpatia, e questa simpatia fu la forza di connessione estradialettica ed estradottrinaria che mi congiunse a lui per anni.  …Immediatamente, ricordo, ci uní il tema della montagna e delle impressioni interiori dell’ascesa, del silenzio e della solitudine delle vette».

Negli anni, i seguaci di Scaligero evidenzieranno piú volte che in una prima fase egli sostenne gli aspetti positivi del fascismo, svolgendo la sua attività nel campo puramente culturale e spirituale (precisando, tra l’altro, che “è sempre stato poverissimo”).

Dopo la guerra, il filosofo non si occupò mai di politica (ricordiamo che fu anche imprigionato a Regina Coeli dalla Polizia Militare Alleata, alla fine del secondo conflitto mondiale, durante il quale, tuttavia, salvò la vita a degli ebrei). Inoltre, a chi lo minacciava di pubblicare i suoi scritti giovanili rispondeva: «Siete degli imbalsamatori».

Nel libro I Redenti, gli intellettuali che vissero due volte [Casa Editrice Corbaccio, 2005], Mirella Serri accenna a Massimo Scaligero come a uno dei protagonisti del dibattito antisemita che si svolse nel 1942 sul settimanale Roma fascista. Ma, proprio agli inizi degli anni ‘40 (dopo aver anche corretto il suo cognome all’anagrafe in Scabelloni), per Scaligero fu chiaro il senso della perenne ricerca spirituale, della cosiddetta via del pensiero. Difatti, in modo fulminante e grandioso, trovò nel libro La scienza occulta di Rudolf Steiner tutto ciò che aveva pensato e inseguito da sempre.

Da quel preciso momento (primi anni Quaranta), pur se afflitto dalla tubercolosi, egli intese la sua vita come una missione intellettuale improntata sulla lezione di Steiner (“Maestro di nuovi tempi”).

Nel 1950 divenne redattore capo della rivista East and West dell’IsMEO (oggi IsIAO) ed un anno piú tardi, dopo aver aderito alla Società Antroposofica, insieme a Giovanni Colazza (amato discepolo di Rudolf Steiner) definirà la creazione della “Prima classe della Scuola esoterica” in Italia.

 

Massimo Scaligero 3

Massimo Scaligero negli ultimi anni

Tra gli anni ‘60 e ‘80, il filosofo darà alle stampe decine di libri, affinerà la sua visione ascetica della realtà e sarà protagonista di lezioni ed incontri che richiameranno un consistente numero di seguaci. Il lavoro e la meditazione non gli consentiranno di spostarsi piú da Roma.

Eppure in questo pensatore segnato da una cosí profonda vocazione esoterica c’era sempre qualcuno che intuiva un nonsoché di ancestrale. Il fratello Carlo L. Sgabelloni, ad esempio ha sottolineato che non era una qualità secondaria della sua personalità “il saper vedere, sempre, l’aspetto comico della vita; qualità che gli veniva per “li rami” della famiglia paterna, fiorita in terra di Calabria” (precisamente a Sant’Agata del Bianco) [www.larchetipo.com/2000/dic00/testimonianze.htm].

E finanche il giorno prima di morire si narra che, in una trattoria, strinse commosso un giovane cameriere calabrese che lo aveva servito e, non avendo nulla da potergli regalare, gli donò l’unica cosa di cui era provvisto: un ombrello.

La mattina seguente fu trovato piegato tra i suoi adorati scritti. Era il 26 gennaio dell’anno 1980.

Domenico Stranieri

per gentile concessione de L’Archetipo https://www.larchetipo.com/2022/03/testimonianze/la-realta-ascetica-di-massimo-scaligero/

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL FIORE DI LUCE ( di Savitri )

⚜️

Ti attendo

mentre il pennello della mia anima 

dipinge il Tuo sguardo, la Tua carezza,

 il suono del Tuo cuore.

Nel chiarore della sera le ombre

 vorrebbero far muovere falsamente

le Tue labbra, ma io veglio.

Verrà il mattino per togliere

il panno che copre la tela

e stare con Te faccia a faccia.

Nel silenzio della notte d’angoscia, 

dalla stanchezza del tempo,

nel dolore del mio specchio

 attendo lo Spirito del quadro.

– Prima che io nascessi 

Signore tu mi conosci – 

a Te il dono di Me 

quando la Luce dell’Alba

la mia luce incontra.

Sorge dal cuore della terra

del Tuo sangue fertile,

 della Tua acqua intrisa,

il frutto sacro,

il Fiore di Luce

che dona ai mondi respiro

 e all’uomo vita vera.

⚜️

(Cena di Emmaus, dettaglio del volto di Cristo, 1606,  Caravaggio)

ARTE, PENSARE MASSIMO (poesie di Savitri), POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

SUL BUONISMO E LA NOSTRA PREZIOSISSIMA PERSONALITA’ (di F. Giovi)

Pollo Super Pesante Rosso - Agro Re'

Raccogliere  attenzione e interesse per le Opere del Dottore e di Massimo: permettere loro di passare dalla testa al cuore, fare un minimo (almeno) di concentrazione o controllo del pensiero e mandare a quel paese le ‘notizie’ che alimentano la zona dell’anima che si nutre voracemente e a nostro danno di timori e incertezze.

Ecco che allora si potranno contemplare i fatti peggiori e persino il dolore con una serenità difficilmente alterabile. Perciò occorre una lunga preparazione ‘atletica’…

Qualora una persona comprendesse anche solo logicamente le indicazioni fondanti di una Scienza dello Spirito, possiederebbe un principio di un percorso interiore fattibile e sperimentabile, che proprio nella realtà della sua essenza non ha alcun punto di somiglianza o contatto con quanto gira nelle numerosissime sette che, per identità comune, sorgono come funghi, traendo una vita effimera dalla decomposizione di organismi morti.

In altre parole, la continuità tra “sacro” e “profano” non c’è, non esiste.

Il profano sono le chiacchiere, non importa se tratte da buona o cattiva fede: puoi chiacchierare sul tempo, sui fiori, sulle nubi e sull’antroposofia, e nulla cambia, né in te né fuori di te. Se all’opposto in seguito a una robusta disciplina da te stesso esercitata sulle forze dell’anima giungi alla soglia del silenzio, questa ‘elementare’ condizione cosa ha lasciato dietro di sé? Tutti i chiacchiericci del mondo e tutte le targhette identificative con cui i più adorano fregiarsi e magari sfregiarsi.

Il mondo così fisso come appare è già una illusione potente, ingannatrice, ma l’uomo sembra voler tessere ulteriori illusioni: accelerare la propria caduta. Egli è certamente strattonato da possenti nemici, ma è anche troppo comodo: si delega tutto – colpe ed errori – sempre ad altro-da-sé. Quanto è diverso l’uomo della Filosofia della Libertà, di fronte al quale il superuomo di Nietzsche e l’individuo assoluto di Evola sono come vagiti! Almeno la polizia zarista e alcuni anarchici, per opposte valutazioni, compresero qualcosa della ‘pericolosità’ di quel libro.

In tale senso anche l’antroposofia, quando essa appaia solo come riflessa in un truogolo di parole, può diventare soltanto un’illusione aggiunta o, se si preferisce, il manipolato mezzo per dare forma encomiabile al caos dell’anima: come è successo e sta succedendo in molte contrade depositarie di tracce di Spirito. Vi dico francamente: la stessa abusata definizione è alquanto stucchevole, impregnata di tante rovine e tradimenti: non io ma il Dottore si espresse in maniera tale da dire che avrebbe cambiato volentieri il termine, anche ogni giorno, se ciò fosse stato possibile in pratica.

 

Nel tempo si diventa sazi e stanchi di quello che si vede e si sente e si legge di un certo mondo che vuole definirsi antroposofico: costituito da fazioni e faziosità, eterni battibecchi, dissimulate lotte per giungere a inutili e ridicole posizioni di potere, sovente (questa è la novità contemporanea) persino digiune delle più elementari nozioni dei contenuti di base e soprattutto privo del sentimento del Sacro che non è un semplice sentimento: insomma una sorta di babelica caciara simil-politica da far sfigurare Montecitorio nelle sue peggiori giornate.

 

E, per rendere ripugnante tutto questo, l’imbellettatura dei poveri resti col surrogato adultero della bontà: il buonismo.

I cretini dissertanti di oggi sparirebbero impauriti davanti ai caratteri delle personalità di ieri: Lina Schwarz, l’ing. Gentilli, il dott. Colazza, Alfred Meebold (che era di casa), Maria Cassini ecc. Quelli ti fulminavano se osavi un nesso concettuale peregrino o una parola sbagliata, chi con una certa violenza (Meebold), chi con la severità del silenzio (Colazza). Scrivo di ciò non per esaltare il buon tempo antico ma perché sembra invalso, in questo mondo di apparenze, il giudizio sul carattere di questo o quello confondendolo con lo Spirito. L’operatore vero, liberandosi dall’identificazione alle proprie caratteristiche psico-fisiche, si serve di esse allo stesso modo come la capacità di vedere usa l’occhio.

A questo riguardo, quando lessi su “Dallo Yoga alla Rosacroce” il trattamento che Bonabitacola riservava ai visitatori, sorrisi di cuore.

Nel momento in cui incontrai la prima persona in cui fluiva copioso un nesso autentico con lo spirituale, costui mi trattò malissimo. Poi, ricomposte le penne e imbrigliato a malapena l’orgoglio, chiesi sempre più spesso il permesso di fargli visita: erano bastonate su tutto, inframmezzate da parole dure e occhiate di disprezzo. Venivo sistematicamente messo alla prova, e l’alternativa era la porta. Non sono un mite naturale: lo avrei strangolato… ma era anche Spirito che mi parlava attraverso la sua straordinaria spontaneità: ciò che la mia anima cercava nonostante me stesso.

Più lottavo per salvare i ‘miei valori’ più egli falciava senza pietà ogni mia certezza: fu uno dei più fertili periodi della mia vita. Senza carinerie e buone maniere. Sono necessari questi percorsi estremi? Probabilmente non lo sono, ma ci vorrà pure qualcosa che permetta di superare l’incantesimo della propria, preziosissima personalità che, a guardarla o sfiorarla, starnazza come un pollo, perennemente offesa da tutto ciò che le sembra diverso dal suo nulla.

 

Proprio in questa zona, fragile e incerta, prosperano le sette o i gruppi settari che, coccolando alcune morbidezze della personalità, ti fregano l’anima: le tecniche di plagio sono sempre le stesse: love bombing, brain washing ecc.

Il fine? Penosamente e banalmente universale: il piacere del dominio, il sesso e i soldi.

Qualcuno esagera per moltissimo tempo e, come D. S., va in galera. Altri fortunosamente la evitano perché l’umiliazione e la vergogna d’esser stati gabbati alla grande impedisce la denuncia (del resto, come osservava Ernst Jünger, v’è una oscura complicità tra vittima e carnefice).

Non mi scandalizza per nulla quello che suscita in altri turbamento. Le possibili ‘infiltrazioni’ avvengono in quel genere di gruppi cui accennavo nelle precedenti righe, ma la Scienza dello Spirito resta intangibile. Fortunatamente e purtroppo.

Tutti i possibili problemi si riassumono in un punto solo: l’uomo.

 

Non la rappresentazione generica o ideale di esso ma l’uomo concreto, cioè voi, io, i nostri amici e tutti gli altri. Non metto a caso alcuni aggettivi: tempo fa, indicando ad un lettore la palestra o il dojo come contributi alla soluzione di un problema, avevo scritto che l’adesione ad un corso era, di fatto, subordinata ad allenatori ovviamente esperti ma anche dotati di “serietà, dedizione e disciplina”, perché la differenza fondamentale tra il pessimo ed il migliore sta in chi possiede o meno tali qualità che non restano dentro ma determinano l’atmosfera morale e pratica dell’ambiente circostante.

Sono esperienze che tutti possono fare: si visiti una palestra piena di gente forte e un’altra di gente debole e svogliata e si osservi di quale stoffa sia l’allenatore responsabile della prima e della seconda. E magari è facile scoprire che il migliore è uno aspro e brontolone, mentre l’ambiente peggiore è diretto da un tipo buono come il krapfen alla crema (la stupidità di valutare l’estrinsecazione caratteriologica!).

Ciò vale anche per la Scienza dello Spirito: sono le qualità o potenze interiori che l’uomo concreto spende con essa a farla rivivere che contano: le vostre, le mie, ecc. La capacità di coerenza logica (checché ne dicano gli sciocchi, il pensiero è, dapprima, l’unico universale che accomuna gli uomini oltre ogni differenza personale: la lunghezza e larghezza misurata di un tavolo è la stessa per tutti: è la prima comunione possibile a portata di mano oltre ogni singola mònade sentimentale), di sincerità con se stessi (devozione alla verità), di fatica coraggiosamente sostenuta, di umiltà intellettuale e altro ancora sono le componenti dell’uomo “normalmente organizzato” cui il Dottore si rivolge nella Filosofia della Libertà.

 

Sembra complicato ma non lo è: ciò che appare manchevole può essere sviluppato se non si evita il lavoro e la fatica di pensare. «Solamente non bisogna far confusione fra l’“avere immagini mentali” e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante, come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare».

Per pensare occorre voler pensare. La concentrazione insegna il pensare voluto.

Si attiva il pensare voluto quando sia temporaneamente dominata la corrente istintiva che subordina ordinariamente il pensare. Le esperienze interiori conseguenti al riallineamento dell’organizzazione umana permettono la meditazione e la contemplazione che, se ripetute con costanza sino ad apici di intensità, portano lo sperimentatore dalla condizione della comprensione alla percezione dei contenuti ove questi si esprimono come realtà. La realtà della Scienza dello Spirito si situa là dove Pensiero e Vita coincidono.

La realtà dell’Insegnamento e dei suoi ispiratori esiste e si giustifica in quel mondo, vastissimo e complesso, che nella terminologia viene chiamato ‘eterico’, il cui carattere, per analogia con il sensibile, è confrontabile con le differenze esistenti tra un uomo vivo e cosciente e un cadavere.

Non c’è antroposofia o scienza dell’occulto o gnosi che non abiti in quel mondo, e tutto quello che non sia corretta emanazione (in pensieri, immagini e parole) di quel mondo è solo imitazione o impostura.

Dunque, come è sempre stato, i contenuti spirituali si difendono da soli. Potete esserne certi:  allora si continui a lavorare dando il meglio di sé, evocando i sentimenti più sacri di cui ci si sente capaci e fuori da questo sacrario spendersi a onorare i debiti che il mondo ci pone di continuo. Magari con qualche sorriso: che non guasta ma risana.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-MARZO 2024

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

Massimo Scaligero – Segreti dello spazio e del tempo. La transitoria visione del mondo (di P. Pistoletti)

OLTRE

Massimo Scaligero – Segreti dello spazio e del tempo. La transitoria visione del mondo

Un altro testo essenziale di Massimo Scaligero, da riprendere e meditare nel corso del tempo, a varie riprese. Poiché il Pensiero vivo qui campeggia. Non c’è dunque bisogno si aggiungere altro, se non il consueto richiamo alla sottintesa []imprescindibile] necessità della pratica interiore – la concentrazione e la meditazione – secondo le indicazioni date dallo stesso Scaligero.

.

Da Segreti dello spazio e del tempo, di Massimo Scaligero  (Tilopa, 1964)

.

Chi può penetrare lo spazio, incontrare il fluire del tempo? Soltanto chi non s’illuda di liberarsi delle condizioni sensibili portandosi oltre uno spazio e un tempo ritenuti reali perché misurabili: la realtà del tempo e dello spazio essendo l’immisurabile. Che si attinge superando non determinate forme del misurare, bensì il misurare stesso, in quanto si sappia come e perché sorga: e che cosa voglia lo spirito col racchiudere nella misura la sostanza del suo eterno favolare. La cui verità soltanto giustifica il misurare: la transitoria visione di ciò che supernamente sono lo spazio e il tempo.

.

pp. 7-9

1.

Il mondo è il mondo che appare, perché nell’apparire rimane ignoto. Preserva il suo silenzio, preserva la sua solitudine, con l’apparire. L’orgia dei fragori e dei tumulti del mondo è la barriera più sicura al segreto silenzio che è la veste della divinità del mondo. Tuttavia esso si nasconde, perché possa essere ritrovato. Si nasconde nel lasciar cogliere la sua veste spaziotemporale. La sua inafferrabilità è il suo farsi afferrare in termini di spazio e di tempo: che riguardano l’uomo, non il mondo. Nel lasciarsi assumere come appare, nel lasciarsi misurare e dialettizzare, il mondo di continuo ritorna nel suo segreto: come se l’astratto pensiero, la matematica e la fisica che lo interpretano, fossero di tale segreto la custodia che impedisce di penetrarlo. E’ il segreto del pensiero che pensa il mondo senza sapere di pensarlo: consacrando come vero del mondo ciò che il mondo non è, formando lo spazio e il tempo dal tessuto pensante con cui li pensa a lui esteriori e necessari: misurabili. La misura spazio-temporale è infatti quella che ogni volta cessa di valere per l’uomo che pensa, o sogna, o crea, o conosce il mistero della morte. Per lui la molteplicità diviene ciò che non è mai esistito come autonoma obiettività: ciò che non appare mai privo della interna continuità, e perciò non condizionata da misurazione: ogni misura essendovi contenuta e trascesa.

2.

Se il mondo non si presentasse nella veste della molteplicità, bensì uno ed essenziale, l’uomo non avrebbe bisogno di stabilire l’immediato rapporto tra ente ed ente, non sarebbe sollecitato a concepire connessioni di spazio e di tempo, perché in un unico punto avrebbe intero il mondo. Tale è l’aiuto del tempo e dello spazio: che l’uomo si accorga come nel concepirli già è sulla via di ritrovare il valore non-spaziale e non-temporale delle cose. Nel concepirli già li dissolve in idea, senza tuttavia saperlo: colloca le cose sensibili che ha innanzi a sé, in un àmbito ideale che non ha la forza di vedere come tale. Egli concepisce spazio e tempo non per giustificare la molteplicità, bensì per restituirla a sue sintesi profonde tessute dello spazio e del tempo che quella meramente riflette. In verità l’uomo che pensa, rappresentandosi il mondo nello spazio e nel tempo, già lo trae fuori di essi: infatti, tutto lo spazio che egli concepisce è nel suo pensiero, così come tutto il tempo che egli misura. Non ha bisogno di essere grande come lo spazio che concepisce, né di vivere tutto il tempo che evoca.

3.

Colui che pensa ha sempre il sentimento che la relazione vera tra gli enti fisici sia in altro grado che quello della mineralità in cui li incontra. Incontrati a questo livello, essi appaiono estranei l’uno all’altro, la loro singolarità essendo la loro reciproca opposizione. La relazione più profonda è soltanto presentita, non veduta, onde la relazione più immediata, quella veduta, tende a sostituirsi ad essa: la numerabilità. Soltanto l’incapacità a cogliere la relazione profonda degli enti esige il numerare come primo modo di superare la reciproca estraneità degli oggetti del mondo. E’ il modo esatto, come primo movimento verso la verità delle cose: rimanere nel quale è errore. La matematica e la fisica sono vere come mezzo per identificare nella sua negazione l’elemento vivente del mondo. Il mondo frantumato, molteplicizzato e rivestente la veste della frantumazione, ha nella matematica e nella fisica la sua immediata interpretazione. Ma, in quanto immediata, provvisoria. La numerazione è la temporanea forma di ricollegamento della molteplicità, non l’unità ritrovata. Quando la matematica e la fisica, vere sul loro piano e nella loro astratta funzione, vengono assunte come la verità, sono l’errore. La misurazione e la fenomenologia fisica di un oggetto non sono l’oggetto: anzi, ciò che l’oggetto nell’essenza non è. Anche quando l’arte del numerare si affina sino a divenire calcolo sublime, è sempre l’arte dei primitivi che dinanzi alle cose sanno soltanto contare e, vincolati alla interpretazione numerica del molteplice, non accedono alla sua realtà, ignorando le sintesi innumerali possibili al pensiero indipendente dai numeri. Numerare le cose, stabilire equivalenze, tradurre i processi fisici in termini matematici, significa muoversi nella eliminata vita delle cose e convertire in valori la loro morte: movimento del pensiero alienantesi della propria vita e costruente della propria morte l’esteriore relazione: logica, matematica, fisico-chimica. Proiettabile nella meccanicità.

 

…

Massimo Scaligero, Segreti dello spazio e del tempo (Tilopa, 1964)

___________________________________________________________________
per gentile concessione de https://ilcipressobianco.it/chi-siamo/
SCIENZA DELLO SPIRITO
Torna in alto