8 Maggio 2016

L’ ATTO DI VOLONTA’

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L’ importanza del II dei VI è, fino ad un certo punto, difficilmente comprensibile, proprio perché la corrente della Volontà si muove sotterranea e lontana dai margini della coscienza ordinaria.

Finché non se ne fa esperienza diretta è difficile anche riconoscere il modo giusto, in quanto il punto non è “fare l’esercizio” ma volerlo in tutta la sua interezza; non è agirlo come un compitino da svolgere e spuntare in una ipotetica “lista della spesa”, ma volerlo fare mentre lo si fa, immettendo consapevolmente volontà nell’ azione che si è, preventivamente, scelto di compiere.

L’ azione costantemente ripetuta fa decadere, poco a poco, anche le ultime fisime circa il cosa fare, che azione scegliere, per quanto tempo compierla. Quel che conta è fare, fare volitivamente e incessantemente, con un moto che può immergersi sempre di più nell’azione, sempre più strenuamente. Paradossalmente, per la coscienza ordinaria almeno, questo volere l’azione lo si riporta, in maniera diversa, nel I esercizio, laddove si smette di attendere un risultato qualsiasi e si agisce attraverso le immagini, permanendo nella volontà di agirle per se stesse, per il compito che ci si è posti.

In tempi come quelli odierni in cui impera la ricerca del risultato imemdiato, in cui non deve esistere nemmeno uno iato tra azione e riconoscimento esteriore, pena la nullità esistenziale, un esercizio come questo è pressoché incomprensibile, oltreché avversato, anche perché mette di fronte alla incapacità di agire per coerenza interiore e non aspettandosi la pacca sulla spalla ad ogni passo.

Fondamentalmente siamo un’ umanità ancora adolescente, nella perenne attesa di qualcuno che risolva i nostri piccoli e grandi problemi, ancora tenacemente attaccati alle gonnelle di qualcuno che ci nutra e, perlopiù, incapaci di nutrirci da noi stessi.

Gli esercizi ti cambiano, gli esercizi svellono e scardinano le certezze e le fossilizzazioni, ti mettono di fronte ai limiti, alle possibilità e alle potenzialità. Gli esercizi ti pongono di fronte alla responsabilità di ciò che puoi e vuoi portare nel mondo. Sono la lama attraverso cui vieni trafitto, fin nelle fondamenta della incoerenza quotidiana. E perciò sono temuti, dimenticati, edulcorati.

RITO DI PRIMAVERA (di F. Di Lieto)

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I glutini vischiosi ancora avvolgono 

i nostri corpi, inadeguate ali
stentano a distaccarsi dagli alveoli,
dai gusci di crisalide.

Mutiamo dentro la scorza dove si perpetua
una vita piú alta, che prescinde
dalla carne e dal sangue, ci trascende.

Nel fresco alone di un’acacia in fiore
l’anima colma di stupore canta.

Una luce affilata incide il giorno:
il profilo dei tetti ricavato
nell’etere turchino si delinea:
torri, verande, chiome verdeggianti
di alberi che mettono le foglie
o percossi dal vento già si spogliano
dei loro inimitabili candori.

Con l’estro culminante dei cipressi,
plasmano cirri i sogni della terra.

Nell’inesausta lotta per durare,
la pietra sfida l’aria, ma si sfalda:
grifi, leoni, satiri si arrendono
alla lebbra dei secoli: corrosi,
saranno anch’essi polvere. Ma tu,
anima sempre nuova, tu vivrai,
ripeterai la tua segreta storia,
nel tuo strenuo persistere, l’arcana
musica delle sfere ti accompagna.

Leggera, ad ogni maggio, danzerai
nel fresco alone di un’acacia in fiore.

(Fulvio Di Lieto)

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