10 Maggio 2014

Sotto i Monitor

wpid-old-computers

Visto che, di recente, si è fatto un gran parlare di web, computer et simili anche in campo antroposofico, ho pensato di scrivere qualche articolo per conoscere un po’ meglio questo strano universo. Perlomeno per evitare che si inizi col dichiararlo “il regno di Arimane” per poi arrivare tranquillamente ad abusarne. Alla fine la conoscenza aiuta il pensiero.

Premetto che non voglio entrare troppo nel tecnico e che semplificherò assai le cose. Mi perdonino gli utenti esperti.

Per iniziare vi proporrei di semplificarci un pochino la vita: siamo oramai abituati ad avere windows, facebook, google, ecc. che diamo tutto per scontato. Proviamo invece ad immaginare un computer molto semplice e spartano. Con un sistema operativo minimale.
Ok, ci siamo, lo accendiamo e ci appare uno schermo nero con una scritta che varierà a seconda del tipo di pc ma che dovrebbe assomigliare a questa
C:
Orribile! E dov’è windows bello colorato? Beh fingiamo di doverlo creare noi… Perlomeno accontentiamoci di rendere il nostro computer immaginario un pochino più piacevole. Vogliamo che ci accolga con una scritta allegra.  Dovremmo perciò insegnarglielo parlando la sua lingua. Scrivendo un programma.
{ printf(“Benvenuto nel computer di Isidoron”);
return0; }
Ok, lo schermo sarà sempre nero ma ora il nostro computer ci accoglierà con un bellissimo: Benvenuto nel computer di Isidoro, che perlomeno, dato il personaggio, ci rassicura.
Ora però facciamo un ulteriore passaggio e aggiungiamo un altro pezzo al nostro programma:
{
printf(“Benvenuto nel computer di Isidoron”);
int a, b, c;
a=5;
b=25;
c=a*b;
printf(“%dn” c);
return0;
}

Ora, all’avvio, il nostro pc scriverà la nostra frase e calcolerà il risultato di 5 x 25 scrivendo pure quello:
Benvenuto nel computer di Isidoro
125
Potrebbe essere l’eta del nostro Isidoro, che dite? La cosa interessante avviene però se io elimino l’istruzione del programma che fa stampare il risultato.
{
printf(“Benvenuto nel computer di Isidoron”);
int a, b, c;
a=5;
b=25;
c=a*b;
return0;
}
Il risultato sarà che avremo la stessa scritta. Come nel primo esempio. Però il computer continuerà a calcolare il risultato di 5 x 25 ed a conoscerlo con la sola differenza, rispetto al caso precedente, che noi non vedremo nulla.

Quindi ragionamoci su: con un sistema semplicissimo ed una frasetta già è possibile capire che la macchina può fare un calcolo a nostra insaputa. Pensiamo alla quantità pressoché infinita di calcoli ed operazioni che noi non vediamo in un sistema complesso come windows. E pensiamo a questo blog, oppure a facebook ove addirittura ci sono più computer collegati l’uno all’altro.

Le possibilità sono infinite, oltre a tutti i processi invisibili necessari per la “vita” del sistema ve ne potrebbero essere altri introdotti ad arte (i famosi virus informatici ad esempio). Il processo non è molto dissimile da quello del corpo umano… Tutto succede, tutto si muove, tutto vive. Ma all’esterno non si vede nulla.

A questo punto dovrei tirare qualche conclusione. Ma non lo faccio, lascio ognuno a pensare per conto suo. A me interessava farvi capire la complessità del mondo che sta dietro ai nostri schermi. Sperando di esserci riuscito penso che, per ora, basti così.
Ringrazio per la pazienza chiunque sia arrivato a leggere fino a questo punto senza avermi scagliato addosso anatemi di vario genere.

SENZA CATEGORIA

PRIMO INTERLUDIO: L’INCONTRO

YURY

L’uomo ormai percepisce nettamente la morte e la sterilità delle sue fatiche nella vita sociale.

Immaginiamo un filo d’argento che collega il percepire al suo percepito. Il primo lascia ampio movimento di vita non in senso di concessione, ma di alimento vitale (un uomo sulla luna, o comunque lontano dalla terra, si troverebbe reciso il suo filo d’argento).
Se recidiamo il filo, il percepito muore.

I sentimenti dell’uomo oggi, quando considera l’andamento della vita sociale, sono di sofferenza e impotenza nei confronti di una situazione grave, completamente preda dell’approssimazione, degli istinti, del materialismo: egli percepisce dell’organismo sociale la privazione o assenza di una spina dorsale che sostenga e lo faccia andare nella direzione giusta. L’uomo avverte una forte necessità di morale nuova, vera, rigeneratrice, che riporti armonia positiva e socialità in tutti i campi della vita. L’uomo sente che l’attuale sistema di vita non è per l’umanità e il suo progresso completo, al contrario: porta alla sofferenza e alla distruzione.

Secondo Rudolf Steiner, l’attuale aggravamento della questione sociale vede la sua risoluzione nella applicazione della tripartizione dell’organismo sociale.
Restituire e donare libertà ed indipendenza (e quindi la vita, che oggi non ha più) al settore culturale, spirituale, permetterebbe lo sviluppo di nuove pure idee  e la conseguente inoculazione, in tutti i settori, di liberi e indipendenti impulsi, a costruire il settore giuridico, garante dell’uguaglianza, della libertà per tutti, e a stimolare una equa e fraterna espressione della vita economica.
Così come una ascesa del pensiero verso la libertà dai sensi donerebbe alla sede mediana del sentire il suo giusto e riscattato ritmo, allo stesso modo le conseguenti azioni concrete dell’uomo nel mondo avrebbero la loro legittimità e incidenza vitale nella società: i  nuovi pensare, sentire e volere che sviluppano l’armonia dell’agire umano, di un sano organismo sociale.

Attualmente la corruzione del pensiero ha ragione della promulgazione e dell’applicazione di quei rimedi e di quelle leggi, che nulla possono se non aggravare ancora di più la menzogna e le difficoltà sociali in cui l’uomo versa.
La comprensione della tripartizione dell’organismo sociale permetterà  all’uomo di sceglierla ed applicarla in libertà e convinzione.
Per ora non ci è dato che studiarla, farla conoscere. Ciò che potrà portare alla sua applicazione risiede nella “fede” che essa venga riconosciuta la soluzione al caos mondiale, risiede nella volontà di comprensione di questo nuovo rapporto tra libere ed indipendenti parti vitali, essenziali, che compongono l’organismo sociale; potrà risiedere nella grave necessità in cui l’uomo riterrà di dover abbandonare i vecchi sistemi inutili, inefficaci ed aggravanti l’equilibrio della società umana.
Solo riuscire ad immaginare un uomo che, spoglio di tutte le illusioni e disgustato di tutta l’ingiustizia, stanco di essere schiavo di leggi esterne a lui, decida da solo, senza forzatura ma per sua volontà di scegliere l’applicazione di un ordine sociale basato sulla tripartizione, può cominciare a rendere l’idea di cosa sia la Libertà insieme al suo legittimo portatore. Non più una filosofia, non più solo una fantasia morale, non più solo un Io. L’uomo vero comincerà la vita vera nel vero mondo.

Ma per tutto ciò occorrerà che l’uomo prima sperimenti la morte del suo schiavo sè inferiore, che “ri-conosca” il suo vero Sè. Solo questa forza di morte e di resurrezione potrà donare nuovi e fertili impulsi alla vita all’organismo sociale, all’umanità che ora versa nell’errore, nella sofferenza, nella disperazione, nella mortificazione, nell’illusione creata dai suoi pensieri privati della vita, nella prigionia della sua morale, nella schiavitù della sua volontà.

Un’ “azione” concreta a priori, un antecedente assoluto, può realmente “far toccare con mano” la fonte della vita: far immergere le nostre dita nell’acqua sorgiva della terra.

E’ azione dell’anima che strappa i suoi veli, per rivelare nella semplicità nascosta la verità più prossima che si offre a noi ogni giorno, e la realtà fedele che incontriamo per prima ogni giorno è il nostro primo pensiero di veglia.

L’antecedente assoluto può essere ritrovato mediante quell’Azione dell’ Anima che, come nella donna e nella madre, si compie ogni giorno: nell’offerta voluta e fedele di sè, alla Purezza e Preziosità della Vita dei suoi bambini, tempio di luce interiore; purezza, innocenza, e sacralità che solo lei può vedere nel semplice e innocente loro gioco.


“Ciò che farete a uno di questi piccoli, lo farete a me”
.
Curarsi della luce interiore è rivolgersi al Logos. A coLui che è morto per noi e in noi dimora in attesa della nostra accensione della luce.

“In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”
Sia la metamorfosi della vita dell’anima che il suo frutto ci riguardano individualmente.
Ossia l’Iside Sophia e La Luce che dobbiamo trovare e attivare dentro di noi.
Misteri profondi donati all’uomo dall’inizio, per essere da lui, e a se stesso, “svelati”.
Per entrare nel regno della Libertà e della Verità.

Savitri

**************************************************************

lavoro di donnegiochi di bambini

(S. Trismosin «Lavoro di donne e giochi di bambini» Splendor solis, Londra sec. XVI)

☆

PRIMO INTERLUDIO: L’ INCONTRO

Per una mancanza di tempo e solitudine avevo svolto la mia meditazione scegliendo un orario piuttosto infelice: postprandiale. Per giunta la temperatura della stanza indicava il trapasso avvenuto da una timida primavera ad una estate prepotente. L’esercizio si consumò in una lotta contro il sonno. Mia, con molti forse, fu la vittoria: alla centesima volta in cui la coscienza tentava di svanire ricevetti una specie di energico calcio nell’anima: mi parve che qualcosa si spezzasse in mille frammenti, come se una parete di vetro si fosse frantumata nella coscienza, e l’esercizio terminò accompagnato da una lucidità straordinaria.

Stavo interiormente immobile, quasi a gustare meravigliato il modo stravagante del passaggio dall’impotente dormiveglia a quel brusco eccesso di coscienza, quando in quest’ultima si accesero immagini nette e roteanti che mi rapirono in una specie di gorgo velocissimo; avvertii tra le immagini il mio corpo che crollava, abbandonato sulla poltrona, e prima di ogni possibile reazione mi ritrovai nell’immensa libreria di un severo e maestoso edificio. Ero entrato nel paradiso di ogni studioso o lettore.

Tavoli di titaniche proporzioni sostenevano ogni sorta di volumi, tutti in sintonia di dimensione con i tavoli. Mi sedetti su una sedia libera e mi guardai attorno; mi accorsi allora che, pur nel piú profondo silenzio, le altre sedie, massicce e di legno scuro, erano occupate da uomini, e che uomini! Crani nobilissimi, barbe venerabili, rughe cesellate dall’intelletto, qua e là porpore cardinalizie: l’adunata universale di tutti gli studiosi, i sapienti, i pensatori del mondo. Le pareti impossibili a misurarsi ad occhio nudo in altezza, erano coperte da maestosi ripiani completamente pieni di libri.

“È il tempio della Sapienza” pensai, avvertendo un sentimento di profonda umiltà ed esultanza davanti a questo insieme di impressioni cosí intense e venerabili.

Improvvisamente una voce bambina, limpida e scherzosa, ruppe il silenzio ed i miei sentimenti: era in effetti una bambina di otto o nove anni al massimo che, accostatasi, mi strattonava con fermezza la manica. Mai dimenticherò come una vocina allegra ed infantile possedesse tanta profonda autorità:

«È ora che tu esca da questo posto se vuoi la vera conoscenza».

Guardai con nostalgia le nobili figure sedute ed intente, allora lei continuò:

«Lasciali qui seduti, non troveranno mai quello che cercano davvero».

Queste parole scandite in tono canzonatorio mi parvero un po’ crudeli, ma dovevo fare quello che lei diceva. Uscimmo e fuori c’era il sole, alto nel cielo, e lungo un torrentello serpeggiante alcune donne lavavano e battevano le stoffe bagnate; vicino a loro sul prato, alcuni bambini tra lievi schiamazzi giocavano a quei giochi che furono di tutte le nostre infanzie… Mi attraversò folgorante il pensiero «La vera conoscenza è lavoro di donna e gioco di bambini». Una frase simile dovevo già averla letta da qualche parte, ma capirla! Durante questa breve riflessione l’ambiente circostante cambiò completamente: non piú il sole ma la luna che con i suoi intensi e delicati raggi illuminava un mare. Mi ritrovai solo al limite della battigia: dal mare emerse Lei, ma trasformata in una splendida fanciulla di diciassette o diciotto anni apparenti, perché tutto di Lei era attuale eppure antichissimo. Notai i capelli d’ebano e la leggera curva epicantica dei suoi occhi: mille sentimenti si agitavano nella mia anima, ma la gola e la testa completamente paralizzate non mi permettevano di concepire, di parlare, e ciò divenne la cosa piú importante: io ora dovevo riconoscerLa, darLe un nome manifesto, proprio ciò che non potevo. L’angoscia e l’impotenza mi devastarono.

Fu il cuore che allora si mosse e dal cuore salí un mantram, una parola, quasi un urlo: «Madre» che conteneva tutto: sorella, madre, amante, speranza estrema, sostanza della vita.

Con gesti semplici ma sacerdotali, pervaso da devozione immensa, presi da terra una tonaca bianca e delicatamente coprii le sue membra nude. Sorrise e mi accolse nel suo abbraccio: il suo sorriso ed il suo abbraccio sostennero tutto il mio essere che si completava.

Diffusa in beatitudine infinita la coscienza vacillò e mi ritrovai in una stanza: un cubo malandato senza finestre e senza porte con al centro un tavolo semplice, di forma quadrata, con una candela sopra che rischiarava perfettamente il luogo. Mi sentii solo e la solitudine aumentò e portò con sé abbandono, amarezza e sconforto. Udii una voce affettuosa e serena: accasciato come ero alzai gli occhi e vidi una sconosciuta bionda, di pelle bianca, insignificante. Non capivo «Guarda meglio» mi disse la sconosciuta. Riconobbi allora i Suoi occhi. La sconosciuta sorrise e con la Sua voce che guariva l’anima mi disse: «Non temere, sarò sempre con te, il tuo compito è riconoscermi, ricordati, il mio è di non abbandonarti mai».

Qui il racconto si ferma. Posso soltanto aggiungere che in alcuni momenti della vita, dal profondo del sonno o in rare meditazioni alcune esperienze avute paiono confermare la sua promessa di non abbandonarmi. Permane inoltre il sentimento che al momento della morte Essa sosterrà il mio cuore nel severo giudizio e condurrà la mia anima sulla strada dei viventi.

Franco Giovi
( Primo Interludio: L’ Incontro – LA VIA SOLARE )

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE
Torna in alto