FREUD (Uno scritto di Massimo Scaligero)
Riceviamo da un utente di Eco, discepolo di Scaligero. Ringraziando, volentieri pubblichiamo.
_____________________________________________________________
FREUD
Sigmund Freud è stato, ai primi di questo secolo, l’iniziatore del periodo della psicologia fondato su una visione realistica dell’ “inconscio”: di questo tuttavia già da qualche decennio esisteva il problema con le relative indagini: basti ricordare gli studi del Binet e di Morton Prince sul sonnambulismo e lo sdoppiamento della personalità, le esperienze del Bernheim sulla suggestione post-ipnotica, nonché le teorie di Pierre Janet circa l’inconscio e la dissociazione.
L’inconscio, ossia quella zona della vita interiore dell’individuo che sfugge alla coscienza ordinaria e al tempo stesso in qualche modo la condiziona, era già stato intravisto dagli studiosi di quel tempo: solo mancava loro l’audacia di fare di esso una base definitiva, universale, per la spiegazione di tutti i fatti psichici. Pensò Sigmund Freud a questo, portando innanzi l’esplorazione della zona del “profondo” e identificando nell’inconscio, non più semplicemente la “sede psichica” degli automatismi e della carenza di attività sintetica, bensì anche la sorgente delle forze istintive, dotata di capacità di manovra di tutta la vita cosciente.
La psicanalisi nacque prima come metodo di cura per affezioni isteriche semplici. Freud riteneva che il sintomo psico-nevrotico stesse a rappresentare la sostituzione di un atto mentale, legato a particolari esperienze infantili e omesso dalla coscienza. Ogni forte impressione ricevuta, non accolta dalla vita cosciente e perciò dimenticata – secondo la tesi freudiana – non sparisce, ma va a rifugiarsi nella zona dell’inconscio, alimentandone la sostanza, e da lì urge sulla vita fisico-psichica affiorando poi come fenomeno nevrotico. Di qui la necessità della “rimozione”, consistente nel richiamare alla memoria del paziente l’esperienza o l’impressione sofferta, per liberarlo di essa: il che venne più tardi sperimentato con il cosiddetto metodo della associazioni libere, ossia col suscitare nel soggetto l’attività dell’ “inconscio”, in modo da farlo giungere alla confessione, ossia alla obiettivazione dell’impedimento covato.
Procedendo in questa direzione, Freud si trovò a un dato momento dinanzi a una nuova visione della vita istintiva, che doveva rivoluzionare il campo di quegli studi: egli ravvisò alla base dell’inconscio l’azione della libido, ossia l’attrazione sessuale: da qui a spiegare tutti i fenomeni della vita psichica, compresi quelli più elevati dell’attività estetica ed ideativa, come risultato o di repressioni o di sublimazioni delle esigenze istintive, il passo fu breve. Ne derivò una tecnica che mediante il metodo associativo tendeva ad obiettivare i contenuti latenti della libido, mentre si formava in base a ciò una interpretazione di tutte le attività interiori dell’uomo: non lo spirito, ma l’inconscio, non gli ideali, ma gli istinti repressi, costituiscono le sorgenti dell’azione umana.
Ora, anche se si può pure concedere che tale schema sia, sotto qualche aspetto, giustificato dal fatto che oggi buona parte degli uomini, purtroppo tende a codificare quanto deriva dagli istinti, tuttavia è un sofisma deleterio il dare come tipo umano normale il nevrotico, che invero è solo il tipo di un “caduto”, di un essere venuto meno alla sua vera natura.
Punto di partenza per ogni sviluppo interiore, è riconoscere coraggiosamente la pseudo-spiritualità di una quantità di cose ritenute spirituali, mentre si riducono appunto a “sublimazione”, a surrogati o a forme di debolezza e di evasione. Ma quando si tratta di passare da una vita interiore alienata, a contatti con forze più profonde chiuse nella parte abissale del nostro essere, un tale contatto non deve significare ulteriore abdicazione e dissoluzione: occorre che a entrare in azione sia l’ “Io” come una forza completamente dominante, come un principio effettivamente sopra-cosciente, non come quell’effimera “costruzione” psicologistico-sociale che la psicanalisi suppone, anche se tale effettivamente è quel che nei nostri tempi si ha in molti casi.
Mettere a contatto la coscienza del malato con il suo male, senza dargli modo di fondarsi sul principio realmente dinamico della coscienza, significa non guarirlo, ma farlo peggiorare. L’ignoranza, molte volte, è una forza, e non è facile richiudere le porte della zona “infera”, una volta che esse siano state socchiuse.
Ora, la psicanalisi di Freud non solo non conosce alcuna supercoscienza da opporre alla subcoscienza “infera”, ma in fondo essa non conosce nemmeno alcun mezzo di vera difesa per la stessa normale personalità che voglia assumere il rischio del “contatto”, dato che a tale personalità essa comincia col negare ogni realtà propria. Così in tutti i casi in cui essa va oltre il ristretto ambito di una specifica psicopatologia e ai tipi di personalità menomata ad esso relativi, la psicanalisi costituisce senz’altro un pericolo. Essa sarebbe giustificata unicamente se fosse preceduta da una disciplina volta a formare una unità spirituale, una personalità vera a luogo di quella incosciente ed esteriore creata da educazione, convenzione, ambiente, atavismo, oltre ché dai frammenti di un inconscio assunto in forme addomesticate, trasposte e sublimate; ma in tal caso non si vede come la psicanalisi possa essere ancora utile.
Allorché il mito ci presenta il motivo di un eroe solare che scende intrepidamente negli “Inferi” ed affronta nature selvagge – serpenti, draghi o mostri – per trarne con la vittoria un dono superiore di vita, con il senso di simili figurazioni ci dà simbolicamente il punto decisivo: solo al principio sovrannaturale dell’Io, ossia di una personalità asceticamente fortificata in qualità eroica, è dato avventurarsi nella zona sotterranea dell’ “inconscio” senza pericolo di una distruzione spirituale, con la promessa, invece, di una vita più elevata e più vera.
MASSIMO SCALIGERO

