Socialità

In un mondo in rapido e frettoloso cambiamento, il terreno di scontro più duro, per ciascuno, è il rapporto con l’altro. La spinta verso l’ individualismo, se da un lato ci permette di fare e pensare cose che, fino a soli pochi decenni fa, erano inimmaginabili, dall’ altro ci pone sempre più di fronte alla necessità di imparare a stare in noi stessi ma insieme agli altri, nella maniera corretta.
Il dilemma è sempre tra il lasciarsi sopraffare dal cosiddetto senso comune e il perseguire, ostinatamente, un individualismo fine a se stesso. Eppure nel mondo bisogna viverci, per quanto si cerchi o si scelga di sottrarsi ai riti di massa, il tempo degli eremitaggi è concluso. Qual è, allora, il giusto modo di rapportarsi agli altri?
Qualche anno fa, acquistai alcuni libri di Scaligero; rimasero lì, nella libreria, per parecchio tempo, provavo ad aprirli e mi sembravano incomprensibili, a volte m’ infastidiva anche solo guardarli o toccarli. Un forte senso di avversione mi possedeva e m’ impediva di andare oltre. Eppure, allo stesso tempo, avvertivo un’ attrazione fortissima e mi scervellavo per capire e sanare quella frattura interiore.
Anche quando, tempo dopo, iniziai molto timidamente a leggere qualche riga, uno strano sentimento veniva evocato, misto d’imbarazzo, indegnità, incapacità di capire e dolore, un dolore a tratti così intenso da essere incapace di sostenerlo.
Solo molto tempo dopo tutta la faccenda ha iniziato a chiarirsi e le sue parole più belle e terapeutiche, per me, sono state: “Si comincia da quel che si è”. Parole che, tuttora, continuano a lavorarmi dentro, ricollegando esperienze incomprese, sanando concetti errati e giudizi impietosi nei quali si è continuamente impastoiati.
Questa esperienza è servita come pietra di paragone per tutto il resto: quanta dell’avversione che provo per un mio simile, è dovuta a mie proiezioni? Quanta parte giocano i non visti di me, nel propendere o meno verso una comprensione e accettazione piena dell’altro?
In fondo, il giudizio che do di me stessa è sempre, di gran lunga, peggiore di quello che temo da parte altrui, ma se manca questa consapevolezza, continuerò a colpevolizzare l’altro e alimentare lo scontro.
In definitiva lo spirito di avversione siamo noi a stimolarlo nell’altro, non accettando fino in fondo la sua personale esperienza di vita, le sue tempistiche ma pretendendo, a volte esigendo addirittura, che l’altro accetti quanto diciamo per una supposta e nascosta (spesso solo a noi…) pretesa di superiorità. Quanto conta, in ciò che diciamo, il bisogno di approvazione? Che ruolo ha, nell’ interazione con l’altro, la necessità di essere riconosciuti?
Il gioco è tutto qui: l’altro mi porta me stesso in tutte le sue sfaccettature e, lungi dall’ illusione di poter controllare alcunché, non saprò mai fino in fondo cosa ho stimolato in lui con le mie parole o i miei atti. Posso solo crescere nella responsabilità che ciò che penso, dico e faccio ha effetti precisi per me e per il mondo.
L’errore è previsto, fa parte del percorso, ma ciò a cui è necessario prestare attenzione è la fascinazione rispetto all’errore, il sentimento di autocommiserazione e colpevolezza che blocca qualunque iniziativa per porvi rimedio e, automaticamente, ci vincola ad esso, sancendo l’incapacità di renderlo mattone da costruzione invece che pietra d’ inciampo.
