IDOLI

 idoli

Molti anni fa, leggendo la Rivista “Antroposofia” mi imbattei in un articolo più interessante degli altri. Si distingueva da quello stile accademico che incominciava ad essermi insopportabile. Era evidente ed eccezionale che l’autore rimandasse energicamente a esercizi e discipline. Fu una gradita scoperta e l’autore sconosciuto si firmava come Georg Kühlewind.

Non dimenticai questo nome, di cui alcune righe mi parvero persino famigliari. Più tardi mi capitarono tra le mani alcuni suoi libri che mi sembrarono equilibratamente modesti ma comunque interessanti perché dopotutto indicavano una via al “Pensiero Vivente”.

Mi colpì favorevolmente la libertà dell’autore nei riguardi del pesante vezzo di riferirsi continuamente all’oceano di frasi o testi del Dottore che si usano per giustificare ogni concetto espresso (purtroppo vedo che la von Halle non si è sottratta alle forche caudine di tale modo di scrivere). Vidi anche che nelle note a piè pagina citava sempre Massimo Scaligero, sebbene segnalasse una divergenza su alcuni imprecisati punti.

Decisi di conoscere un po’ meglio questa figura, diversa dai tanti, del panorama antroposofico.

Fui aiutato dalla sua biografia, apparsa, sembra su pressione dell’Editore Lindisfarne Press, aggiunta al libro Stages of consiousness, uscito nel 1984.

Si chiamava Gyorgy Székely e più tardi prese il “nom de plume” di Georg Kühlewind. Nacque da famiglia ebraica liberale il 6 marzo del 1924 a Budapest. Dal 1944 fu internato in diversi campi di prigionia tedesca sino alla liberazione, avvenuta nel 1945 a opera delle truppe americane. Dopo la guerra studiò scienze naturali e successivamente divenne professore di fisica chimica presso l’Università Tecnica di Budapest. Dagli anni ’60 incominciò a pubblicare libri di Linguistica, Psicologia e Epistemologia. Il perno del suo lavoro divenne la conoscenza e l’applicazione pratica di ciò che egli chiama “Pensiero Vivente” (Il termine vi ricorda qualcun altro? Lo vedremo poi.) sottolineando l’importanza dei processi conoscitivi rispetto ai risultati di questi. Ora sentiamo le sue parole:

“I miei primi interessi all’età di 15 anni, furono la psicoanalisi, Jung e la storia delle religioni e della cultura. A 17 anni divenni discepolo di Karol Kerenyi. La mia tendenza era quella di diventare filologo classico e d’imparare Latino e Greco. Freud e Jung mi avevano convinto che la vita non doveva essere compresa razionalmente. Studiai economia, cercai di cancellare in me tutte le abitudini, tradizioni e convenzioni. Ci riuscii. Rimase solo un deserto ( all’età di 5 anni ebbi una potentissima esperienza di essere un “io”, come quella di Jean Paul descritta da Rudolf Steiner in Teosofia). Incontrai l’Antroposofia all’età di 18 anni. Il mio sentimento fu: “è interessante, ma già la conosco, è viva in me”. Dopo la guerra vi fu un secondo incontro: Verità e Scienza e La Concezione Goethiana del Mondo. In seguito, il ciclo di conferenze sul Vangelo di Giovanni, tenute ad Amburgo, mi ispirarono e cominciai a leggere un libro dopo l’altro e continuai così per circa un decennio.

Poi sentii: “Questo è sterile, non sto facendo alcun passo sulla via del sentiero interiore (prassi) e questa pila di conoscenze che sto ammassando sembra essere soltanto un fardello – e infatti lo era! – “. A questo punto gettai via quasi tutta l’Antroposofia ma ebbi un sogno significativo e mi ricordai di un libro di Steiner che sapevo di non aver compreso: La Filosofia della Libertà. Così iniziai ad studiare quel libro e tutte le opere epistemologiche di Steiner. Volevo dare a queste ultime un’ultima chance. Senza andare ad approfondire le opere più esoteriche volevo comprendere questi lavori epistemologici per sé stessi. Dopo circa 6 mesi sapevo che in questi stava la direzione che dovevo prendere.

Vidi gli errori che avevo commesso e le incomprensioni (sentite come comprensioni) in cui ero caduto. Realizzai che il livello del  vero comprendere non è il livello utilizzato nelle altre scienze ma minimamente sfiora il gradino del vivente pensare, sperimentato. Da questo momento in poi (1958) iniziai lentamente la strada della disciplina interiore. Nel 1969 incontrai Massimo Scaligero, il pensatore antroposofico italiano. Di fatto, il nostro vero, effettivo incontro non avvenne personalmente ma solo attraverso i suoi libri, dopo l’avvenuta conoscenza personale (corsivo in originale). Da ciò emerse una amicizia profonda che mi ha aiutato e che dura ancora dopo la sua morte (1980) sebbene vi fossero questioni su cui non ero d’accordo. Eravamo tuttavia in perfetto accordo sulle questioni concernenti il conoscere e la via interiore.”

Qui mi fermo poiché escludendo una attestazione di grande stima per la scomparsa signora S. Rihouette Coroze, il resto mi pare una superficiale divagazione sui gusti personali, artistici e non, che non aggiungono niente. Già in ciò che ho tradotto, il tutto sembra ridursi ad un discorso notevolmente piatto di successioni temporali mentre  non affiora nulla dell’intimo  percorso conoscitivo dell’anima. Forse vale riportare un’altra riga per motivi che troverete verso la fine: “Circa nel 1967 incontrai il buddismo Zen, un incontro che ha avuto un fortissimo impatto sulla mia vita.”

Da parte mia crebbe una certa  disillusione e un sospetto, dunque volli saperne di più.

Poi mi rammentai che da Scaligero giungeva, seppure col contagocce, dall’Ungheria un gruppetto di “professori universitari” che si notavano per una caratteristica comune: sembravano molto seri e per nulla spensierati.

Ricordiamoci che a quel tempo l’Ungheria era schiacciata da un regime autoritario e totalitario (il “comunismo al gulasch” era una di quelle immagini semi false ad uso dell’ingenuità occidentale, così come il crudele regime di Tito era ribattezzato “diverso” poiché intruppato con i Paesi chiamati “non allineati” ed il folle regime di Ceausescu era visto con simpatia perché era definito “nazionale”).

Era assai difficile uscire da quei Paesi e solo cariche prestigiose o provata fedeltà al Partito permettevano rari e giustificabili visti d’uscita.

Il fatto che Gyorgy Székely venisse considerato poi un’audace “primula rossa” dell’antroposofia è del tutto ridicolo. Infatti…

Pochi mesi prima della sua morte, un mio caro amico di Chicago (il dott. Federico Simone) ebbe occasione di parlare con Kühlewind e di intervistarlo. Estraggo qualche domanda e risposta.

S.: Il senso della sua opera? K.: Gli antroposofi parlano di cose che non percepiscono, di entità angeliche, di sfere spirituali conosciute solo attraverso la lettura di conferenze. Quello che manca è il lavoro interiore sulla concentrazione del pensiero, sul percepire puro, sul meditare. Ho cercato di rendere tali operazioni più comprensibili di quanto aveva fatto Massimo Scaligero che molti non sono ancora riusciti a comprendere. Se Steiner aveva scritto e parlato da un livello altissimo e aveva descritto la concentrazione in poche occasioni, colte da pochi, Scaligero si è avvicinato di più al livello del lettore, ma usando un linguaggio difficile. Io mi avvicino ulteriormente con un linguaggio più semplice. Di Scaligero ammiro di più il libro “Luce”. L’ho conosciuto personalmente, ho visitato più volte il suo studio e ho avuto frequenti scambi epistolari. Inoltre ho letto tutte le sue opere in italiano.

“S.: Quali sono stati i motivi di disaccordo che lei cita? K.: Mah! Sono solo due. Il primo riguarda la figura del “padrone”. Scaligero gli dava un’importanza di vecchio stile, direi tipicamente italiana, in un certo senso arretrata e sentimentale, scollegata alla realtà economica moderna e globalizzata. Il secondo è che Scaligero, straordinariamente dotato, è salito alle vette dello Spirito con relativa facilità, ma proprio per questo non ha operato una completa purificazione delle qualità istintive, perciò i temi sulla “coppia” non sono corretti. L’uomo contiene la donna interiore e viceversa. Scaligero sostiene come fondamentale l’incontro con l’altro termine binomiale per la realizzazione graalica.”

(Qui Simone nota che il dissidio continuò per anni e che in una lettera di Scaligero a Kühlewind che lo affrontava su questo tema, Scaligero rispose che capiva la posizione di Kühlewind ma che in realtà le cose stavano così).

Tutto ciò non mi bastava, anzi avvertivo più incongruenze di prima, perciò scrissi e telefonai ad alcuni tra quelli che possedevano alcune caratteristiche importanti: erano stati da Scaligero settimanalmente per un decennio, erano rimasti fedeli alla sua figura e al suo insegnamento, possedevano un’ottima memoria ed erano pure persone serie e senza bende di velluto sugli occhi (davvero pochi!). Ecco l’iceberg balzato dagli abissi:

Tra i “professorini ungheresi” che venivano a Roma v’era anche chi aveva la camicia pulita ma i polsini lisi e le tasche vuote (non coniugando viaggio e cibo alcuni amici di Scaligero fecero ogni volta colletta). Uno in particolare: si chiamava Ivàn Biczò che si sposò una romana de’ Roma, Rosaura. Era l’incarnazione della fedeltà e della disciplina interiore. Usciva dall’Ungheria tra mille difficoltà, non essendosi omologato al Partito. Al contrario di György che andava e veniva a Roma e a Dornach senza intoppi. György a Roma, annotava, registrava e faceva lo stesso negli incontri (mi vien detto “assai polemici”) con Scaligero. Emulo di Max Heindel trafugò più che poteva. Ciò al punto che neppure ‘comprese’ quello Scaligero diceva, minimalista con le parole, così semplici e separate da silenzi: no, György voleva sapere di più, pertanto non vi fu vero collegamento, come a suo modo  egli stesso lo conferma nelle strane righe corsivizzate  dell’autobiografia riportata sopra.

Poi apparvero libri con una terminologia inusuale per l’antroposofia, quali “Pensiero Vivente” o “Percezione pura” (die reine Warhrnehmung)

A ognuno il suo: i Biczò hanno fatto la fame, fu tolta loro la casa e riassegnati a 20 metri di umiliante coabitazione. György non gli aiutò ma al contrario gli vessò, forte della tessera del Partito Comunista in tasca e della sua attività di delatore. Il figlio dei Biczò, Giovanni, per il rifiuto di aderire alla Federazione giovanile del Partito Comunista, fu picchiato a sangue con calci in faccia (essendo vivo e vegeto può confermare ciò che scrivo in qualunque momento). Del resto è merito di Rosaura e Giovanni se molti libri di Scaligero sono stati tradotti e stampati in Ungheria (ripeto: Ivàn è morto ma Rosaura e Giovanni vivono a Budapest e parlano italiano. Dunque se qualcuno volesse la prova di quello che ho scritto…) sebbene György girasse il mondo prendendosi tutti i meriti.

Negli ultimi tempi della vita di Massimo, gli mandò una lettera in cui derideva Graal in termini ingiuriosi al punto che seppur con la proverbiale mitezza, Scaligero chiese a Leopoldo Ceracchini di disegnare una caricatura del (vile) magiaro pesantemente significativa.

Mi fu pure comunicato (ma non ho prove in merito) che Mimma, in tempi successivi recatasi a trovare gli amici di Budapest, fu da lui maltrattata sino alle lacrime.

Per caratterizzare, almeno un poco l’uomo, rileggete le sue parole: “Circa nel 1967 incontrai il buddismo Zen….”. Nell’intervista del 2006 al mio amico, raccontò l’accaduto (uno splendore sintomatico).

“Prima di terminare il nostro incontro lo interrogai sulla sua scelta ‘Zen’ ed egli mi rispose che molti anni prima, al termine di una sua conferenza, un’ascoltatrice gli aveva suggerito che parlava come un maestro zen (!) e che riflettendo su questa impressione si era dedicato allo studio dello Zen”

Devo aggiungere altro? Farei un torto al vostro pensiero, credo.

Confesso d’aver barato: ho descritto  i fatti come si sono svolti ma ho omesso un particolare, per me essenziale: avevo trovato interessanti i libri di K. ad una lettura veloce e superficiale, mentre si disfacevano come sabbia se li pensavo sul serio: dopo tanti decenni, al pensiero attivo hanno resistito solo i testi di Steiner e Scaligero. Ciò per me è obbiettivo come il granito delle Dolomiti.

Troppo severo? E’ una categoria assai stretta. Che Kühlewind abbia seguito la propria strada mi è indifferente. Ma che sia stato uno di coloro che, facendo il suo, abbia storpiato e minimizzato la virile, dirompente carica dell’Insegnamento, espresso da Scaligero con l’avvallo dei Maestri della Rosacroce, forse converrete come non sia cosa da prendere alla leggera.

La smania o mania di trasformare questo e quello in idolo è una deviazione che non cessa mai. Spesso all’insaputa di chi viene idolatrato, anche esistendo lo scombiccherato  fenomeno di simulacri minimi che darebbero la vita pur di apparire degni di considerazione. E’ un suggestivo bisogno di dipendenza sia nei primi che nei secondi, esprimentesi in una relazione, più o meno sottile, tra incubo e succubo (suona sgradevole, non è vero?).

La via limpida che richiede preparazione, disciplina interiore e concentrazione mentale totalmente individuale, viene battuta raramente, non attrae, essendo a conti fatti una scomodissima ascesi che non conduce a poteri personali.

Ora, buona parte dello spiritualismo, serve per divagare, oppure diviene un ingrediente – associato frequentemente al sesso – a cui ricorre chi va a caccia di esperienze torbide che sono i surrogati che suppliscono ad una inesistenza di sé.

Ciò porta più che raramente oltre il campo soggettivo, mentre è reale il pericolo di finire in situazioni spiritualmente regressive e pericolose per l’anima della quale, ossessivamente, ci si preoccupa a parole.    

SCIENZA DELLO SPIRITO