19 Novembre 2013

INCONTRO CON D’ANNUNZIO

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Più di quaranta anni fa, passeggiavo per Via Flaminia, a Roma, assieme a L., un caro amico, che mi fece conoscere la Scienza dello Spirito, e soprattutto mi fece incontrare Massimo Scaligero. Per inciso, va sottolineato come colui che ci ha fatto conoscere e incontrare Massimo Scaligero sia sempre l’amico più grande della nostra vita, come a lui dobbiamo illimitata gratitudine per il prezioso dono fattoci: indubbiamente il dono più prezioso.

Era una tarda mattinata e giunti quasi a Piazzale Flaminio, incontrammo A., un uomo visibilmente molto anziano, accompagnato dalla sua consorte. Il mio amico me lo presentò, dicendomi con evidente ammirazione: “Questo è uno degli ultimi membri del Gruppo di Ur ancora viventi.”. Allora ne erano rimasti ben pochi.

Già da qualche anno mi ero immerso con grande foga nello studio dei tre volumi della Introduzione alla Magia, riedizione pubblicata dalle Mediterranee nel 1971, della precedente edizione del 1955 fatta dalla gloriosa casa editrice Fratelli Bocca, fatta chiudere dalla mai troppo infamata compagnia, che a sua volta riproduceva – con aggiunte e rielaborazioni varie – le annate delle rarissime riviste UR-KRUR del 1927-1929.

L’incontro con A., naturalmente, a me poco più che ventenne fece una impressione fortissima. Il mio amico L. lo conosceva bene da decenni, perché abitava in un edificio di Villa Strohl-Fern, sito poco sopra il Piazzale Flaminio, con un magnifico parco adiacente a Villa Borghese, e facente parte dei possedimenti dell’Ambasciata Francese a Roma. Nel medesimo edificio abitavano vari artisti e scrittori del milieu intellettuale dell’epoca.

Il mio amico mi raccontava come A. avesse riunito attorno a sé un piccolo cenacolo di cultori dell’esoterismo, di «magisti», come usava allora dire. Sin dalla sua giovinezza, A. aveva avuto modo di conoscere le personalità più notevoli dell’esoterismo italiano come Arturo Reghini, Giulio Parise, Ercole Quadrelli, Julius Evola, e naturalmente Giovanni Colazza e Massimo Scaligero: tutte personalità collegate al suddetto Gruppo di Ur, e alle vicende per certi versi tragiche che determinarono la chiusura di quelle belle e importanti riviste. Secondo varie testimonianze concordi, l’amicizia di A. nei confronti di Massimo Scaligero rimase viva sino alla propria morte.

La formazione spirituale di A. fu molto complessa. Sin da giovane egli fu attratto dalla Tradizione Classica, che lo condusse ad immergersi nel mondo della sapienza orfico-pitagorica, nel mondo degli Antichi Misteri, nella religiosità egizia, ellenica e romana. Quel mondo lo condusse poi – oserei dire fatalmente – ad innamorarsi dell’Ermetismo e dell’Alchimia medievali e rinascimentali, di quella «Magia filosofica», che nel Rinascimento ebbe tra i suoi maggiori rappresentanti l’abate Giovanni Tritemio con la sua Steganographia e Poligraphia , Enrico Cornelio Agrippa con la sua De occulta philosophia, Paracelso, Giordano Bruno, Tommaso Campanella. Di tutti loro, il nostro «magista» fu sapiente e profondo cultore, così come fu cultore di una forma elevata, non volgare, di Astrologia.

Una persona, che ebbe modo di incontrarlo e di parlarci a fondo, mi raccontò come A. fosse un fine conoscitore di Plotino e di Meister Eckhart. Tutto ciò lo portò ad incontrare inevitabilmente la tradizione rosicruciana e la Scienza dello Spirito, pur tenendosi lontano dall’aggregarsi alle organizzazioni formali, che non si confacevano al suo spirito libero e indipendente. Un caro amico, discepolo di Massimo Scaligero sin dagli anni quaranta, era in cordiale amicizia con A., e mi testimoniò come questi si incontrasse ogni settimana con Massimo Scaligero e quanto profonda e libera fosse la sua adesione alla Scienza dello Spirito.

In un certo senso fu tutta colpa di A., se mi sono riaccostato negli anni novanta alla figura di Gabriele D’Annunzio, facendomene scoprire aspetti per me insospettati. Tra le vicende abbastanza strane – e decisamente curiose dal punto di vista del destino – della mia vita vi fu l’incontro con G., una persona di elevato rango spirituale, che seguiva un’antica Via spirituale. Un «asceta d’altra dottrina», come lo definirebbero i testi del Sutta Nikayo del Buddhismo originario.

G. era una di quelle persone che molto avevano osato nel cammino spirituale, pagando anche di persona, spingendosi in zone per i più inesplorate. Sin dal primo incontro, la mia stima per la sua sottile e profonda sapienza e il suo grande coraggio furono sconfinate, e l’affetto che mi ha fraternamente legato a lui sino alla sua morte, e che tuttora mi unisce a lui, oltre la morte, profondissimo. Egli faceva parte di quella sparuta serie di temerari cercatori, affamati di Spirito e assetati di Assoluto, che Isidoro ed io chiamiamo il «sale della terra». Fu lui, che peraltro stimava moltissimo Giovanni Colazza e Massimo Scaligero, a riparlarmi dopo tanti anni di A., di come A. fosse una personalità di notevole rango spirituale, di come A. fosse amico di colui che egli stimava essere il suo Maestro, che a sua volta nei confronti di Massimo Scaligero provava anche lui stima ed un’amicizia di antica data.

Ricercando, su consiglio del mio amico G., alcuni scritti di A., che rincontrai la figura di Gabriele D’Annunzio. Egli me ne mostrò alcuni aspetti di radicale coraggio spirituale, che mi sorpresero assai. Ascoltando Massimo Scaligero in alcuni incontri e riunioni, avevo udito la grande stima ch’egli aveva di D’Annunzio, pur non celando affatto eventuali suoi aspetti problematici. Ma per il Mondo Spirituale valgono come realtà solo gli aspetti positivi di un essere, non i suoi errori e le sue deficienze.

Tuttavia, pur avendo ascoltato e accolto quel che Massimo diceva di lui, egli rimaneva per me una figura enigmatica. Tanto più, che la mia amica M., una fedelissima di Massimo Scaligero, parlando con me del processo della meditazione, mi raccontò di come Massimo le indicasse alcune poesie di D’Annunzio come temi proficui di meditazione. Ma dovevo ancora giungere ad una visione mia di D’Annunzio. Fu proprio leggere alcuni scritti di A., e il parlarne successivamente con il mio amico G., che mi aprì gli occhi, e mi offrì una prospettiva affatto nuova per contemplare la sua figura spirituale. Come vedremo nel prossimo articolo.

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GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

Alfred Meebold

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Alfred Meebold (1863-1952 )

Quando iniziai a frequentare il Gruppo antroposofico di Trieste, sulla parete dietro il tavolo dove si sedeva il capo gruppo, il conferenziere di turno, ecc. vidi appesa una foto che ritraeva due uomini per me sconosciuti. Chiesi chi fossero. Gentilmente, il dott. Corazza fece due nomi: Fortunato Pavisi e Alfred Meebold.

Pavisi ora è giustamente più conosciuto. E Meebold?

Alfred Meebold lo conobbi poi col contagocce. In Sede feci amicizia con una anziana e dolce signora. Si chiamava Stella Padoa e mi raccontò come la sua “tremenda” zia, Lina Schwarz, la trascinasse – lei piccina – a tutte le conferenze che Meebold faceva a Milano e a Trieste. Stella era la nipotina a cui la Schwarz fece riferimento nominale con una poetica ninna nanna che poi apparve persino nelle antologie scolastiche degli scrittori italiani (Stella stellina, la notte s’avvicina…).

Meebold amava l’Italia e scrisse su vari giornali italiani articoli che riguardavano l’opera di Rudolf Steiner e la sua avventura per incontrarlo. Quest’ultima è anche divertente e ve la riassumo.

Ardente cercatore di un vero maestro spirituale e gran viaggiatore, arrivò sino in India. Trovò, sulle pendici dell’Himalaya, un asceta considerato da molti un iniziato. Quando finalmente fu ammesso al suo cospetto, l’asceta, senza i saluti di rito, gli chiese:”Perché sei qui?”. Il Nostro rispose che cercava un Maestro. Con un lieve tono compatito il sadhu gli disse: “Che viaggio inutile hai fatto! Torna a Berlino dove c’è il tuo Maestro”.

Carattere impetuoso e irascibile, spesso teneva come ufficio un tavolino in un Caffè e aiutava nello studio e nella comprensione dell’antroposofia molte persone. Sempre con il sigaro acceso e la tazzina colma. .Ma quando qualcuno dei suoi protetti “saltava” un concetto o “sbandava” in un ragionamento, sbandava o saltava pure la tazzina ed il suo contenuto, perché un vigoroso pugno si abbatteva sul tavolino. Accompagnato da un ruggito di disapprovazione.

Sono notizie che me lo resero assai simpatico!

Ora riassumo una Commemorazione apparsa nel 1952 sul bollettino della Società Antroposofica.

Tornato in Europa, Meebold andò a Monaco per visitare Sofia Stinde e la contessa Kalkreuth. Raccontò loro delle sue esperienze indiane e della rottura con la Teosofia anglo-indiana. Con sua meraviglia le due dame approvarono la cosa, poiché il segretario tedesco era Rudolf Steiner. La Stinde propose un incontro tra i due.

Meebold era prevenuto e l’entusiasmo delle signore non gli fu d’aiuto.

Quando si trovò di fronte ad un uomo, circa della sua stessa età, iniziò a raccontare le sue passate esperienze, accorgendosi del cortese disinteresse dell’altro. In breve, dopo una manciata di minuti, Meebold si ritrovò alla porta con un foglietto di istruzioni. Irritato, disse alla Stinde:” Perché mi ha dato questo? Io non gli ho chiesto niente. E perché mi considera superficiale?”

Rudolf Steiner era diverso a seconda di chi gli stava di fronte: con i deboli, i sensitivi era mite e incoraggiante. Coi forti era severo ( Nei Misteri, Benedictus dice a Strader: “per chi ha raggiunto il vostro grado è viltà quello che per un altro sarebbe coraggio”).

Meebold protestò, si irritò, ma fece gli esercizi che Steiner gli aveva dato!

Era già un discepolo del Dottore ma continuava ad essere irritato e diffidente (la diffidenza fu un tratto comune di certi discepoli, vedi Colazza e Rittelmeyer). Forse l’orgoglio del proprio valore gli impediva una chiara visione. Questo travagliato periodo durò due anni. Poi riconosciuta la grandezza del Maestro, gli fu incrollabilmente fedele.

Meebold durante la guerra si trasferì a Heidenheim, ma si recava spesso a Dornach.

Guerra persa, rivoluzione scoppiata, visitò Steiner mentre scolpiva nell’atelier la figura del Rappresentante dell’umanità. Scosso, chiese al Dottore cosa avrebbero fatto gli antroposofi.

“Ora si vedrà se sono uomini” rispose Steiner continuando a scolpire con energia “Lei torna a Heidenheim?” “Ma non si può in questo momento, c’è la rivoluzione”. “Cosa importa? – tuonò Rudolf Steiner – torni e parli alla gente”. “E cosa devo dire?” “Raduni la gente e quando sarà sul podio le idee verranno”.

E Meebold tornò a Heidenheim e fece passare la voce che in tal giorno, in tale sala, avrebbe parlato. Salì su podio e ogni incertezza scomparve. Le idee fluivano e trovavano da sole le parole. Appunti non servirono. Parlò per due ore. Il pubblico rimase seduto, muto e immobile. Meebold si inchinò e disse :”Signori, ho finito”.

Non ci furono applausi ma domande e richieste di altre conferenze. Meebold tenne allora conferenze su tutto, in particolare sull’introduzione all’antroposofia, sulla tripartizione.

La sua casa e la sua biblioteca furono a disposizione di tutti.

I nuovi amici erano in gran parte operai e divennero ottimi antroposofi. Così il Gruppo di Heidenheim divenne unico al mondo: per il numero elevato dei suoi componenti (l’uno per cento della popolazione cittadina) e per la prevalenza del ceto operaio.

Quando venne fondato il “Kommender Tag”, Meebold vi investì tutto il suo patrimonio, poi quel tentativo fallì e il Nostro perse tutto, divenne povero: “Se non avessi agito così i miei amici operai avrebbero perso ogni fiducia in me”: confessò poi con serenità e pacatezza, commentando la sua rovina.

Nella sua casa il lavoro antroposofico era un’esperienza singolare.

Al pianterreno c’era una sala di lettura dove tutti gli amici potevano leggere e studiare anche in assenza del proprietario. Meebold si era ritirato in due stanze, mettendo il resto a disposizione di due famiglie rimaste senza tetto.

Vivere con il Nostro era però un costante corso di autoeducazione, poiché Meebold non lasciava passare niente. Imprecisioni di pensiero, mancanza di riguardo, venivano sempre corrette con affetto, ma con un’obbiettività che ignorava gli eufemismi o riguardi alla suscettibilità di chi ascoltava.

Meebold sedeva con caffè e fumava in continuazione: la stanza era piena di fumo e di persone. Molti uomini dalle mani incallite e gli occhi scintillanti e…tanta cultura che si formava. Non solo antroposofica ma di tutte le opere che Steiner aveva nominato in libri e conferenze, cioè di quanto di più significativo che il mondo aveva dato. Tra i lettori vi erano anche industriali e dirigenti d’azienda: con Meebold che spiegava, rispondeva, raccontava.

Al termine della serata ognuno riportava la sedia al piano di sotto, perché dopo aver trattato di Anima cosciente e di Tripartizione sarebbe stata una stonatura andarsene senza pensare ad agire concretamente nel dettaglio. Sì, l’educazione spirituale con Meebold non tralasciava il dettaglio!

Quando il gruppo di Heidenheim fu forte, Meebold ricominciò a viaggiare con il karma del viandante: “ein Reisekarma”, come disse lui stesso. In gioventù da ricco, in vecchiaia da povero.

Invitato e aiutato da amici peregrinò in Austria, Ungheria, Francia, Inghilterra e per l’appunto in Italia.

Poi giunse la chiamata dalla Nuova Zelanda. Ancora un breve soggiorno in Europa, poi la II guerra mondiale lo sorprese ad Honolulu dove rimase per la durata della guerra, partecipando al lavoro antroposofico del Gruppo del posto.

A ottantadue anni tornò finalmente in Nuova Zelanda, conscio che quello era stato il suo ultimo, grande viaggio. A detta di molti l’impulso vivificatore portato da Meebold fu salutare e molto profondo.

Non permise mai che qualcuno lo chiamasse “Maestro” (Massimo Scaligero fece lo stesso) perché questo appellativo lo riservò solo per Rudolf Steiner.

E mai s’atteggiò a grand’uomo, pur consapevole del suo valore: spesso agli amici ricordava che “Lei dovrà abituarsi all’idea che io commetta degli errori”. Errori? Certo che ci furono, ma egli non cercò mai di nasconderli.

Aggiungo che il Dottore, nei rapporti epistolari con Meebold, che ho letto nei Testi riguardanti la Scuola Esoterica, sembra un Maestro all’antica, terribile: poche righe secche e “intuisca lei quello che ne può derivare nella pratica”: lasciando in toto a Meebold tutto lo sforzo interiore di scoprire il resto da sé. Ottima scuola!

Mi piacerebbe che questa alta figura, ben dotata da un caratteraccio da paura, fosse in qualche modo riscoperta…specie ora che si confonde la personalità con l’individualità…

ALFRED MEEBOLD, SCIENZA DELLO SPIRITO
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