PROVOCARE LA NOIA (di F. Giovi)

Se fossi severo come un Inquisitore da celluloide, sapere che vi state autotorturando sarebbe uno spasso… Naturalmente sto scherzando. Quasi…
Per pignoleria ripassiamo il lavoro corretto. Di solito si inizia l’esercizio della concentrazione cambiando l’oggetto: ciò è corretto ed è indicato pure dal Dottore nella completa versione dei 5 esercizi, come si può controllare dalla perfetta traduzione di Scaligero nel suo “Manuale pratico della Meditazione” o nelle “Indicazioni per una Scuola esoterica”. Steiner aggiunge che «si può mantenere lo stesso pensiero per parecchi giorni» e non quantifica. Dunque fa parte della sperimentazione dell’operatore provare soluzioni diverse. In una fase iniziale delle discipline non credo trovi posto il concetto di giusto o sbagliato: si fa quello che si è compreso, e l’eventuale errore, che di sicuro c’è sempre, fa solo parte d’inizio partita.
Poi magari ci si accorge che evocare le stesse immagini, volere gli stessi pensieri, in qualche modo rassicura : il percorso è stabile: e anche questo va bene, pur comportando un solo, grande pericolo. Meglio chiarire. Già dal momento in cui ci si siede per pensare pensieri evocati per decisione predeterminata inizia uno sforzo animico inconsueto, poiché ordinariamente si è del tutto passivi nei confronti del flusso pensante. In realtà ci capita alle volte di costringere il pensiero a dedicarsi a temi impegnativi: allora è pensiero voluto.
Un testo da studiare, un manuale d’istruzioni da comprendere o una attività manuale complessa a cui non siamo abituati, comportano uno sforzo di pensiero più elevato del solito. E, senza nasconderci dietro un dito, simili attività spesse volte si presentano già con carattere di fatica e sgradevolezza. Rispetto a queste, la concentrazione (corretta) si presenta su di un gradino di difficoltà notevolmente più alto. Massimo Scaligero, nei suoi libri, ha spiegato e rispiegato assai chiaramente il senso e lo scopo di tale difficoltà: nell’esercizio della concentrazione dovrebbero essere del tutto assenti i mille motivi che comunque ci inducono ad un pensare volontario. I “mille motivi” sono essenzialmente uno: l’interesse personale.
Può venir chiamato con termini giustificativi: essi vanno dalla curiosità al desiderio conoscitivo. Può essere nobilitato con il nobile carattere del tema: lessi le affermazioni di una nota personalità del panorama antroposofico: essa scrive che l’antroposofia è per lei «…un godimento che non finisce mai… una festa della mente e del cuore senza fine». Sono parole assai belle (magari l’antroposofia fosse sentita così da molti) ma le ho anche sentite formulate da altri, in altri campi, in altri domini (persino da industriali), perché appartengono all’ordinario dell’anima quando essa, non assopita, abbraccia con passione il proprio agire. Sebbene possano venir considerate come “positive reazioni d’incontro”, non è mai esistita una via iniziatica (esoterica) che non trascenda feste e godimenti personali nel suo itinerario (e nemmeno le mistiche d’Occidente e d’Oriente, avendo significati del tutto differenti sia la “beatitudine” che la “delizia” o l’“ānanda”), oppure si pensi ad un Goethe che fa il chiasso animico della festa nel giardino botanico di Palermo!
La concentrazione sviluppata secondo il proprio canone si fa, si realizza nel momento in cui nessun motivo naturale la sostiene. Ripeto che la concentrazione deve divenire indipendente dalla natura fisica e animica dell’operatore: non si fa concentrazione con gli entusiasmi, ma con il pensiero via via purificato da ogni traccia soggettiva (una nota per chi usa soprattutto la parola mentale: persino l’uso di aggettivi nella descrizione dell’oggetto, celando essi giudizi di funzionalità o d’estetica o comunque rafforzativi, dovrebbe venir cancellato). Poi, fare e rifare la medesima concentrazione, con il medesimo percorso più volte al giorno per settimane che diventano mesi, rende furibondo l’animico e persino il vitale per quanto inerisce al primo.
La concentrazione, a farla breve, è una dichiarazione di guerra per l’alterata costituzione occulta dell’uomo, che vorrebbe in effetti continuare a far festa senza fine. Se l’operatore resiste durante il tempo dei bombardamenti pesanti (immagini impazzite, pensieri molesti, sensazioni insopprimibili ecc.) l’attacco arriva subdolamente, poiché è sempre assai difficile pensare pensieri fondati solo sul puro volere. Allora basta addormentarsi – attenzione: solo un pochino – in modo che la coscienza non s’accorga di nulla e la concentrazione non c’è più: resta di essa una riproduzione, spesso formalmente esatta, ma meccanica, ipnotica: questa la fa l’astrale con l’eclissi dell’Io.
E magari esiste lo spudorato che chiama esercizio questo stato di dolce rimbambimento e considera rivelazioni dello Spirito le eventuali immagini di sogno che facilmente sorgono poiché si dorme. Questa è l’origine della rêverie, usata scientemente nella produzione artistica e nella pratica psicoanalitica, e in stolida incoscienza negli ambienti occulti. Si potrebbe trarne uno slogan: “Con l’espulsione dell’Io tutto diventa facile”. Allora si proceda nell’autotortura: superare questi momenti rafforzati e pronti per il dopo, che è una ritmica incursione in una noia terribile.
Noia è il termine usato dal Dottore in alcune conferenze per gli operai che costruivano il Goetheanum: «Occorre rimanere sani e saper provocare la noia artificialmente. Chi dice la verità su come si possa entrare nel Mondo Spirituale, deve anche dire: occorre saper provocare in sé noia artificiale, altrimenti non si riesce per niente a entrare nel Mondo Spirituale» e aggiunge di seguito: «Che cosa si desidera oggi? Si vuole di continuo evitare la noia…[la gente] si vuol sempre divertire. Che cosa significa volersi sempre divertire? Significa allontanarsi dallo Spirito e nient’altro».
Credo che ben pochi orientatori contemporanei, magari con termini diversi, abbiano il coraggio e l’esperienza per dire queste cose, ossia le cose come stanno. La concentrazione, sempre determinata volitivamente ma pure sempre ripetuta, più volte al giorno e sette giorni su sette, usando le medesime immagini, lo stesso oggetto, produce velocemente la condizione indicata da Rudolf Steiner. È una condizione che va vissuta con tutto il nostro essere, in cui dobbiamo immergerci completamente e… agonizzare. Così si superano i limiti e arrivano mutamenti e risultati. It’s not 5 p.m. tea.
