NON MAESTRI O DISCEPOLI MA UOMINI LIBERI
.
“libertà vò cercando, ch’è si cara, come sa chi per colei vita rifiuta” d.a.
“quando suoneranno le trombe del Giudizio, andrò a prendermi un caffè” f.a.
.
Cari amici e lettori, chi conosce anche il superfluo delle cose del Dottore, capisce che il titolo di questa nota è la riproduzione modificata del motto che Steiner adottò durante il suo periodo universitario, sebbene l’originale sia come un pugno nello stomaco per le anime belle: dunque m’accontento di molto meno.
Rimane comunque una provocazione, visto che quasi nessuno è capace di farsi i fatti suoi senza l’ossessività moralistica.
Non mi spiacerebbe tessere le lodi del “sublime egoismo”. Magari, e perché no? Sublime o meno è dall’ego che inizia il viaggio e chi non vuole l’ego, rimane in Stazione: viaggiatore che non viaggia.
Ma non è questo il punto: quello che vorrei indicare piuttosto sarebbe l’idea della fedeltà alla propria tradizione interiore, anzi: “Tradizione”: così si capisce che dalla terra esteriore passo ai Cieli interiori, nella zona in cui la personalità contingente rimane giù, abbarbicata con “tenaci organi alla terra”.
Di questa tradizione interiore Scaligero ne parla e da come ne parla si può capire come non sia né cosa facile comprenderla, percepirla né cosa facile poterla afferrare: eppure essa esiste latente in ciascuno di noi, e si svela a patto che si sappia uscire da noi stessi, dal nostro simulacro.
Anche in tale senso la via regia è l’esercizio a sé sufficiente – quello che porta in sé il passo essenziale sulla via di Michele – che con i suoi (nostri) superamenti, integrato a meditazioni, colte intuitivamente, ci avvicina al filo soprasensibile che ci attraversa dal passato all’avvenire: questo aspetto, parlando di meditazione, l’ho sorvolato ma in effetti, sul cammino della concentrazione, ci vengono incontro vari contenuti meditativi che non provengono dall’esterno ma dalla tangenza dello spirito sull’anima. Poi su una linea non tanto diversa il Dottore ha indicato un ampia scala di esercizi karmici.
E tutto ciò solo quando, al contempo, ci si renda vittoriosamente capaci di uscire dalla fittissima tela di ragno che si è formata e di continuo si forma sulle parole e sulle immagini che provennero dai maestri spirituali.
Cari amici, se rimaniamo irretiti in quella tela, finiamo immobilizzati e soffocati, come gli insetti che pendono imbozzolati sulla tela dei ragni veri.
Naturalmente nessuno considera se stesso, in un certo qual modo, ridotto a tale condizione: in realtà è un buon meccanismo protettivo il fatto che l’uomo possa eliminare dalla consapevolezza ciò che potrebbe trascinarlo nell’angoscia e nel disgusto di sé: così può agire nella vita con l’energia e la fiducia che, ad ogni risveglio, si rinnova.
Rimane solo un “ma”. Questo consiste nel fatto che ogni sentiero interiore è anche una via di autoconoscenza: così ad ogni gradino della scala verso i Cieli sembra che corrisponda ogni genere di scoperta di quanto – ordinariamente – rimane celato nel buio della cantina.
Ciò non deve impedire il lavoro interiore, poiché ogni rafforzamento rende l’operatore capace di guardare, senza esserne travolto, il peggio che si rende percepibile.
Però muta lo stato delle cose: è indiscutibile la perdita della semi-innocenza, della sempre positiva valutazione di sé: l’amnio viene strappato dagli occhi e si viene a conoscenza che, a sorreggerci vi sono le alterate forze che conosciamo coi nomi di falsità, presunzione, codardia, malvagità, lussuria…e nemmeno continuo.
Insomma, come diceva Scaligero, scopriamo di essere dei grandi, grandissimi farabutti: così termina la fase ricreativa della nostra vita: ora, per amore o per forza, inizia il tempo della serietà interiore.
In questa condizione di chiarezza è possibile distinguere nettamente il gobbo e il diritto: il gobbo è sterminato e il diritto è un’ asse sottile posta in verticale, sempre pronta a dissolversi. Se si è onesti fino in fondo si realizza: a) che non è più possibile mischiare, come eterni bambinelli, queste due entità, b) che i brevi momenti di verticalità appartengono ad una condizione eccezionale, del tutto diversa dalla comune cinestesia: quella in cui permangono sempre buona parte degli spiritualisti.
Dalla consapevolezza scarsa ed irretita scaturisce l’ottusa serie di sussurri che salutano ogni scritto che appare su Eco: taluni avvertono come irritante il costante riferimento alle poche indicazioni che contano per chi se la sente di camminare con le proprie gambe.
Qui nessuno (almeno lo spero) crede di essere un Mosè con le tavole della Legge ma almeno tenta di essere onesto nel riferire ciò che ha compreso o sperimentato con le capacità proprie. Io, se mi è permesso citarmi, faccio un lavoro suppletivo: confronto ciò che faccio con quei pochi, non ostili ma diversi per costituzione e carattere, che a modo loro fanno un percorso simile. E, credetemi, le difficoltà insite nell’obbiettivare certe fenomenologie, svaniscono come neve al sole.
Se si pensa sul serio si può fare molto e se due persone pensanti riescono a scalare, da concetto a concetto, l’impervia salita alla comprensione di un’idea, sperimentano anche una comunione forte e luminosa: occorre provare una cosa simile: in questo sforzo tutto in noi retrocede, si arresta. Corpo, personalità e la fumisteria dei sentimenti…tutto ciò sparisce ed è l’idea che riversa vita e calore in tutto il nostro essere. Vi sono molti che giudicando erroneamente, stimano l’incontro e la comunione come esperienza di sentimento. Magari è vero il contrario: il sentire ci appartiene come individui singoli mentre il vero pensare trascende il personale, esso è universale. Ed è da esso che il sentire può rinnovarsi e gettare l’angusta maschera che lo ha reso meschino e ancora meno reale delle immagini del sogno.
Avevo già osservato, quando mi accordavo con Scaligero per un incontro, che nel tempo che trascorreva tra accordo e incontro, riuscivo a risolvere per mio conto dubbi e domande che avrei voluto mettere sul suo tavolo. Questo è ciò che ottenevo pensando a fondo ogni problema.
Per questo e altro posso dire che Massimo fu un (il) maestro ma, almeno per me, sostanzialmente indialettico e così, semplicemente, mi ha indotto e mi induce a suscitare e rafforzare la memoria di un’essenziale libertà, compresa quella da lui, se inteso solo come personalità storica.
Questa libertà non sa che farsene del binomio maestro-discepolo: essa mi si comunica da dentro a fuori e mai viceversa: più esattamente trova fuori quel tanto che c’è dentro.
Solo i nati-per-sentirsi-buoni potranno credere che così stia tirando calci a Steiner e Scaligero, mentre invece la gratitudine e il rispetto verso di essi è diventato parte del mio più intimo essere, ed è proprio per non tradire la purità della connessione posso, coerentemente all’elemento spirituale del loro insegnamento, stare in piedi da me stesso, non appoggiarmi alla loro immagine.
Già! La loro immagine! Sfigurata, vilipesa, fatta coriandoli…non parlo di “nemici”(quelli sono fisiologici) ma di chi giura eterno discepolato. Parlo di coloro che usano righe e brani del Dottore: eppure dicono di sapere che l’Opera è organica ed in tal senso ciò che costantemente riportano sminuzzato è un pezzo morto, sfatto. Irrealtà proposta giornalmente: opera meritoria? Adamantina coerenza? Non scherziamo! Lo sfregio, l’ulteriore inganno è strappare bocconi delle sue conferenze in maniera che venga ad apparire ciò che si vuole, in contrasto con l’essenza ed il fondamento delle sue Opere: incommentabile!
Allora è lecito pensare che a tali “campioni” nulla importi se non la manipolazione per ambigui scopi personali. Cioè come dice sempre un mio silente amico: “la scienza dello spirito viene pensata oppure usata: usata non è più scienza dello spirito ma autocelebrazione, profitto o piacere personale”.
Dire questo a quei campioni è peggio che inutile: ti passano subito nell’archivio dei censori draconiani e unilaterali, poiché essi pensano solo mediante schemi di pensieri cristallizzati, pensieri defunti che devono continuamente venir sostenuti dal sentimento più personale che ci sia per sembrare vivi: ti fanno capire di essere (loro) la giusta sintesi: la terza via.
Il sentire cioè la loro “araba fenice”, che per l’ovvia fenomenologia della costituzione umana sale dal basso, viene sognato come amore. Credono di sublimare la loro disposizione animica in una sorta di amore orbo. Così elargiscono, a profusione bulimica, antroposofia manipolata ai deboli, ai fuori di testa, ai corrotti: non rendendosi mai conto che così facendo si sorregge e si alimenta non l’individuo ma la sua malattia, la sua devianza, aggravandola. In ciò esiste ancora un grado di bassezza: si legano le povere anime alla gratitudine…che non è virtù ma il mezzo del ricatto più astuto.
Sepolti all’interno della loro recita di devozione e bontà sono catafratti verso ogni concetto che venga da fuori del loro mondo, che non faccia parte dei pensieri staticamente posseduti ormai da una vita: questo ho potuto (io ma anche altri) osservarlo in diretta.
Ma le facce di bronzo si esprimono con autorevolezza: si presentano ai barbari ignoranti che siamo con l’affermare un prestigioso discepolato: così certi del proprio grumo intestinale che possono esprimere con disinvoltura frasi ridicole come questa: “Sento che Massimo vorrebbe che io…”. Roba da fucilazione a vita!
Quello che invece si capisce benissimo è che il “discepolato vanesio” li ha asfaltati: blaterano di libero pensiero ma sono dominati da qualcosa di simile ad un esteso lapsus freudiano (parapraxis) proprio perché non conoscono cosa esso sia e cosa possa essere la libertà: quella fuori dalle convinzioni e dai testi letti.
Questo è il limite (e il danno) di chi rimane fermo perché inchiodato dalla rappresentazione del maestro e del discepolo: non legato dalla devozione ma dalla soddisfatta pigrizia dell’anima. Del resto l’anima pigra perché sognante è il comune denominatore di quasi tutti i gruppetti che ancora vivacchiano intorno al “santino”.
Così come l’antroposofia è oggi un panorama di macerie, più o meno lo stesso vale per i circoli che si dicono di ispirarsi a Scaligero. Quella sua profetica frase: “Dopo che me ne sarò andato, qui non resterà più nulla” che non fu soltanto detta a me ma non so a quanti – io ne conosco altri due – proprio non vuole entrare (almeno come ipotesi di riflessione) nelle teste dure. Figuriamoci! Comporterebbe un approfondito esame e forse una severa revisione di quanto si è fatto negli ultimi trentacinque anni, transumanze al ribasso comprese.
Cari amici, Steiner non è bastato, Scaligero non basta. E perché non bastano se hanno dato tutto e di più? Perché è il vostro lavoro, il vostro sforzo che manca, che è venuto a mancare! Perché, ubriacati o sazi o abbagliati dal troppo splendore che irradiava dalle parole dei maestri, vi siete fermati – quasi subito – a dormire sul ciglio della Via.
Certo, i maestri e la connessione spirituale con essi è un atto essenziale e questo lo sanno meglio loro che voi, ma non è un fatto stabilito, non è cosa simile ad un oggetto o ad una quantità e non è nemmeno necessaria una presenza sensibile. Credo si possano contare a centinaia quelli che, andati a pellegrinaggio da Scaligero, lo abbiano poi salutato, forse più sereni o ringalluzziti, ma ciechi e sordi come erano prima. Questo perché? Scaligero (come Steiner prima di lui) insegnava col suo proprio essere la libertà secondo il canone dei Nuovi Tempi, sicché ognuno restava libero di accogliere o meno la sapienza spirituale che in lui si manifestava.
Poi c’erano anche quelli che ammiravano l’uomo, ma l’uomo è morto, cosicché hanno poi mantenuto lo status di “orfani” (cosa mai non si fa pur di non far niente!).
Insomma voglio chiarire che, nel nostro tempo, i maestri indicano la strada, forniscono l’armamentario delle giuste pratiche ma non fanno il lavoro che spetta a noi: questo dovrebbe essere assai facile da capire (è da notare che Scaligero, molto attento anche nelle espressioni, non volle mai sentirsi attribuire il titolo di maestro: basterebbe questo ad inficiare gli intenti di chi non riesce fare a meno di chiamarlo Maestro: ciò si rivela – assai semplicemente – come ossequio rivolto a se stessi nel regale ruolo di gran discepoli). Da quando – scusate – chi chiama “Maestro, Maestro” fa la volontà dei Cieli?
In pratica spetta ad ognuno essere il centro di tutto. Spetta a voi, ad ognuno di voi, con un lavoro che si prospetta duro, difficile e sottile, rafforzare e trasformare le potenze dell’anima in modo che essa possa giungere a quel radicale vuoto di sé che può accogliere l’infinito senza frantumarsi. Ciò esige una condizione di libertà (reale: non recitata) che i legami sensibili non possono immaginare: una indipendenza che sarebbe vissuta con terrore da chi non può non appoggiarsi di continuo alla forma della dottrina e all’immagine dei maestri.
Queste son cose che vanno superate e non è facile per chi non abbia sperimentato attimi di trascendenza. Sebbene a onor del vero, superati i primi incerti tentativi, basterebbero rette concentrazioni per provare e sapere che si aprono alla coscienza condizioni e livelli che superano la natura e, sostanzialmente, il piano della sua piattezza: visto quello che passa, per questo continuo a dire che quelli che fanno davvero concentrazione mi starebbero nel palmo delle mani. E gli altri? Mentono!
I mentitori, in buona o cattiva fede, sono marea: mossi dalla luna in un buio senza stelle. Di continuo ammaliati dal gracidio delle sirene d’acqua fetida, quatte in ogni pozzanghera antroposofica o spiritualistica acquasantiera.

