ALTERNATIVE?

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E’ imbarazzante: Eco chiama e io, non influente ma influenzato sì, tiro fuori dai miei documenti una lettera mandata a qualcuno anni addietro. Come articolo non regge molto ma allora avrei dovuto rivedere criticamente ogni parola e tutto l’insieme che, mi rendo conto, è disarmonico. Cosa che, con la scusante di febbre e debolezza, evito di fare. Del resto, quando si tenta di parlare di cose che riguardano la concentrazione, ciò che viene fuori è come un gomitolo arruffato da un gatto.

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Allora, caro amico, se può, dimentichi le mirabolanti costruzioni che l’anima ha costruito come nella teologia dove tutto poggia su quello che non c’è ma che si presume ci sia, piuttosto con coraggio segua il minimo e se desidera un supporto significativo ai “perché” dell’estrema semplicità (austerità, povertà) dell’azione interiore, rilegga attentamente i primi capitoli de L’uomo interiore.

Si sieda, se le va bene, ricordando che l’attività interiore intesa come pensiero non ha alcun bisogno di positure corporee, ed evochi nella coscienza desta un oggetto semplice, comune, comprensibile, facile, banale, ecc. (un chiodo, un tappo di sughero, un bicchiere, ecc).

Cioè costituito da pochissimi concetti e adempiente ad una funzione semplice, chiara, ordinaria, banalissima.

In effetti basta evocare l’oggetto che la sintesi già c’è: evocarlo in un attimo di consapevolezza e sapere tutto di esso è cosa che attraversa la mente. Ma siamo noi a non reggere per un tempo anche minimo questa immediata comprensione che lampeggia come una folgore, per un attimo, nel buio.

La ricostruzione dell’oggetto e del suo uso – voluta con tutta la volontà (dedizione univoca) di cui è capace – con parole e immagini, ci serve come esercizio per dominare il pensiero ordinario ed abituarlo (con la volontà: è tutto questione di volontà) a essere sempre maggiormente attivo e indipendente da ogni supporto fisico (veda le righe con le quali R. Steiner descrive il senso del “controllo del pensiero” nel V cap. della Scienza Occulta.

Dominare il pensiero ordinario è un lavoro duro e improbo, spesso vorrà rifuggire da questa innaturale fatica interiore svincolata dal calore di istinti, sentimenti e sensazioni.

Quando il dominio inizia ad essere raggiunto sul serio (il tempo della pratica è individuale, i risultati della pratica sono individuali e non stanno lì fermi), terminato il breve e semplice lavoro di ricostruzione dell’oggetto che è formalmente assai semplice, come un tema di poche righe compitato da un bimbo di II elementare scarso di fantasia e di vocabolario, freni la mania della parola sub-vocalica che è solo una pessima abitudine: realizzi che non c’è nulla da dire e tanto meno da dirsi. Impari progressivamente a svestire i pensieri dal veicolo delle parole.

Qui l’equilibrio sta nel mezzo tra il non scalare troppo presto questo gradino oppure il non tentarlo mai, paghi della sicurezza che si raggiunge poggiando sulle parole. Tenga nella coscienza l’ultima immagine prodotta, o la prima o una qualunque del breve percorso – non ha alcuna importanza – e polarizzi tutta l’attenzione interiore su essa.

Attenzione: non faccia come tanti lo stravagante tentativo di “tenere” nella consapevolezza le immagini che ha prima evocato: tutta l’attenzione deve venir rivolta ad un solo punto di pensiero: è impossibile pensare simultaneamente 5 o 50 pensieri diversi: ciò significherebbe solo che passerebbe velocemente da un’immagine ad un altra e non si concentra.

Un altro ircocervo è il tentativo di fondere in una immagine unica tutte le altre: la fantasiosa traduzione personale della parola sintesi usata da Scaligero. La “sintesi” è esperienza qualitativa e non un arzigogolo mentale!

Le sottolineo che è solo una questione di sforzo, di audacia che non molla, tant’è che Scaligero talvolta indicava, per combattere l’automatismo e lo scemare dell’attenzione concentrata, di rifare il breve decorso dei pensieri ripercorrendoli (con rigore) dall’ultimo al primo. Perciò terminando il percorso con il primo pensiero/immagine e non con l’ultimo. Così si accorgerà che il tentativo di stabilire (fissare) una formula intellettuale del percorso è in sostanza il desiderio dell’intelletto comune di intervenire là dove esso non ha posto.

Dopo poco, l’immagine voluta sfugge: la rievochi. Poi la rievochi nuovamente. E ancora. E’ una faticaccia frustrante: si chiama concentrazione: può essere un’agonia perché la continuità cosciente dura poco e, in aggiunta, l’anima si ribella: qui non trova alcun sollievo segreto. L’unica tecnica utile è l’insistenza.

Prima o poi diverrà più abile e un minuto senza interruzioni sarà un successo colossale e molte cose cambieranno, però anche questo deve venir riconquistato ogni santo giorno, poiché la sua perdita è nell’ordine delle cose.

Può sostituire spesso l’oggetto, poi si accorgerà che le medesime difficoltà si ripresenteranno…così scopre che non occorre nemmeno mutare oggetto: essendo qualsiasi oggetto pensato, non un pensiero ma “il pensiero”: in questo equivalendo a tutti i pensieri pensabili (perché spillo e non Dio?: perché lo spillo è pensabile completamente. Dio no. E nemmeno angeli o diavoli che – i primi naturalmente – piacciono tanto ai vacanzieri dello spirito).

Altra cosa di cui non dovrei parlare è la questione del tempo dell’esercizio: forse me cavo dicendo che meno di cinque minuti, nel fare pratica, è troppo poco e che da Scaligero dovevo spremermi per almeno un quarto d’ora. Se la “ricostruzione” veniva tirata per le lunghe, Massimo la considerava un esercizio di pigrizia interiore, mentre si compiaceva per una pura, immediata concentrazione: anche quando essa pareva più simile ad un arrembaggio assai mal riuscito. Aggiungo che a diversi amici Scaligero indicava come base del lavoro interiore la concentrazione e l’atto puro (quest’ultimo è il secondo esercizio dei cinque ausiliari dati dal Dottore).

Quante volte? Meglio iniziare dal possibile. Due volte al giorno è prudentemente possibile. Realizzata una continuità certa, uno si accorge che forse è troppo poco e aumenta le sessioni dell’esercizio. Così poi andranno bene più volte e persino molte volte. Prima si fa, poi si sa: per qualcuno tre volte saranno il massimo, altri potranno fare sei. Un senso interiore ci dice quanto è troppo poco oppure troppo.

Poi un giorno avverte che riesce a “tenere” l’immagine e l’anima, tutta l’anima, inizia a riposare di un riposo speciale. In questa condizione, già eccezionale, vede sottilmente che l’immagine sembra assumere una particolare indipendenza (sebbene sia una continuità dipendente da una attenzione assoluta) e può rimanere come pura forma, oppure muta, oppure si trasforma in un segno luminoso, oppure…ecc. Essa è’ l’abito della volontà che fluisce continua, sottile, ininterrotta, ma è una volontà sconosciuta che non prende più la via del corpo.

Questa è la “sintesi” che continua ad essere contemplata…mentre cambia tutto in lei e in essa: è sostanza di volontà che riempie il pensiero. Una specie di “più che pensiero”: più reale del senso di sé corporeo.

Aggiungo una cosa (un fatto) che, nell’itinerario interiore, assume grande importanza. Non è qualcosa di fissabile in punti precisi. E’ solo che in taluni momenti anche distanziati nel tempo, come nella storia di Hansel e Gretel, vengono scoperte briciole di pane che indicano la via di casa. Sono momenti in cui affiora nell’anima un alito di Vita e Realtà che sostiene il senso di tutto il lavoro: attimi di interiore, profonda pienezza che giunge dal Cielo a consolare e ha pure un nome, ma i nomi dati a che servono? Attimo, Evento che rovescia i valori fondanti della vita terrena.

Come vede, l’itinerario è semplice ma impervio e difficile: passare da un mondo sensibile ad un mondo supersensibile è percorso iniziatico, non certo un gioco della mente.

Anche per questo, scrivo sempre che occorre far molto. Come un garzone a bottega che impiega anni per imparare. Altre vie non ci sono. I venditori di facili illusioni, invece, sono tantissimi.

Ho toccato solo certi punti, ma quello che le ho scritto lo pensi e lo confronti. Poi il tentativo, la tenacia, lo sforzo e la continuità sono tutti suoi!

Vale.

Ps: è poco, non è esaustivo ma ho notato che dire poco o molto non cambia granché la situazione, poiché il fare o il non fare dipende da una decisione profonda che parte da un principio dell’Essere presente ma molto lontano dalla nostra coscienza comune. Lui dà (le ha dato) il via, l’assenso poi il resto può (deve) dipendere da noi. Cioè per lei da lei stesso.

SCIENZA DELLO SPIRITO