L’UOMO MASSA ED IL CINEMA

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Una Avvertenza: la presente nota è un esercizio. Quello di sviluppare un tema partendo da un punto di vista lontano da ciò che ci è congeniale nei termini così come nel contesto. Però il risultato mi pare interessante. 

Prendiamo una frase che pare sensata e accettabile: “Meglio un bel film di un brutto teatro o di un brutto libro”. E saremo tutti d’accordo.

Eppure in ciò c’è odor di zolfo, poiché è un luogo comune. Il luogo comune è simile ad una pietra instabile sul terreno: basta sollevarla per scoprirvi sotto insetti e marciumi. Il luogo comune appartiene all’applicazione della Sindrome di Robinson, ovvero alla deduzione che deriva da una ipotesi di isolamento totale, applicata ad una realtà dove non c’è isolamento.

Per chiarire con esempi si dice: “Meglio una bella fotografia che un brutto dipinto” e talvolta: “Meglio un bel sogno di una brutta realtà”. Il vizio di questo tipo di affermazioni sta nel supporre una irreale coazione a scegliere. Chi mai si trova a dover optare fra leggere un libraccio e vedere un bel film? Forse in carcere ma pure lì rimane, di solito, la possibilità di non fare né l’una né l’altra cosa.

Chi dice: “Se mi trovassi su di un’isola deserta potrei anche…” già si incarta in una efficace magia infera poiché immagina che l’azione non dipenda da lui stesso ma dalle circostanze: si addestra a farsi prigioniero delle circostanze, anche fuori dalle necessità.

Queste sciocche frasi, mancanti del presupposto della coazione di scelta, portano in sé questo significato: “Io ritengo di avere il diritto e il dovere di essere intrattenuto o di essere rallegrato, ecc.”

Il diritto all’intrattenimento è un falso privilegio che poggia sulla fabbrica del falso bisogno. Una civiltà sana insegna a ridurre i bisogni mentre la civiltà malata esorta a fabbricarli artificiosamente.

Ai luoghi comuni sarebbe da rispondere: “Nessuno ti obbliga ad essere intrattenuto, nessuno ti obbliga a fornicare, nessuno ti obbliga a dilettarti”.

Quello che si sente come bisogno o è la maledizione dell’essere afferrati da dura necessità senza scampo o l’obbedienza alla vocazione che è l’essere scelti senza rimedio o lo scegliere d’esser scelti. Tale stortura del diritto e del dovere è semplicemente ciò che gli altri si aspettano dall’individuo. Perduta una obbiettiva consapevolezza di cosa possa essere il bisogno, non rimane che accettare il luoghi comuni senza considerare che sono risposte a domande che nessuno ha mai fatto: reazioni meccaniche a frangenti immaginari e problemi gratuiti.

Per non sembrare troppo astratto prendo uno scenario concreto: il cinema. Il cinema è un teatro dove lo spettatore è disturbato da una presenza che costringe la sua partecipazione, ne irreggimenta l’attenzione: una prosa dove alla metafora viene sostituita la presentazione dell’oggetto. Una pittura che abdica in favore dei quadri viventi. Il suo fascino proviene dal ricordo di quel che potrebbe essere un quadro, un teatro, una prosa: è un non-teatro, un non-quadro, una non-prosa che vive dei suggerimenti di quello che potrebbero essere stati teatro, prosa, quadro.

La funzione del cinema, del disco, della fotografia, sarebbe come un soccorso alla memoria, mentre invece esso si impone come spettacolo per se stesso. Così la facoltà di proiettarci immagini nella mente sarebbe di rivedere e rimeditare cose viste o a determinare cose possibili in vista dell’azione. Mentre il vizio ne fa un’attività fine a se stessa che distoglie dall’azione. Chi crede di ascoltare un concerto ascoltandone la riproduzione meccanica o di vedere una recita proiettandone la pellicola è simile a chi creda di vivere una vicenda immaginandola o ricordandola.

Certo che un disco può agevolare la comprensione di un concerto, ma se lo si sostituisce completamente, se ci cessa di percepire la pena e il fastidio del divario, si piomba nel delirio: come chi non distinguesse più tra sosia e persona, tra perla vera e fabbricata. E il cinema? Il cinema è così “popolare” perché è un’espressione balorda, una biblia pauperum destinata non già agli analfabeti, ma ai decaduti. In esso si incorona nel linguaggio quando accoglie l’illeggibile nella parvenza di espressibilità poiché lo aiuta l’immagine e l’immagine può essere insignificante perché la soccorre la parola e la musica può essere inaudita perché la vicenda le conferisce un senso.

Il rinvio dell’una all’altra arte è simile a un gruppo di uomini che, lavorando in squadra, si illudessero che addizionando rinunce e umiliazioni, per algebra stravolta, ne risulti una somma positiva.

Ogni prodotto meccanico esige, per il suo uso, un prezzo occulto: ben pochi musicisti sanno ancora quale sia il costo spirituale della riproduzione. Montale, nel racconto Il lacerato spirito: “Non ci furono dischi del periodo aureo…chi conosce a memoria un brano e le sue difficoltà riesce ancora a cavarne un senso”. Lancelloti in Alta fidelidad: “Tutto il gusto di una élite di conoscitori gira attorno alla portentosa industria fonoelettrica, senza che appaia, in piena stereofonia, il termine cui tali fenomeni possano condurci. La possibilità di una sordità psichica quanto all’apprensione del senso profondo, musicale dell’opera è già discernibile. Una sinfonia, smaltata nei suoi minimi congegni sonori, è glossata come una esposizione di timbri dove ciascuno, separato dal complesso, acquista il diritto di far sentire integralmente la sua voce”.

Torno al cinema, che varrebbe qualche pena se, a tratti, emergesse dal mercato come arte minore. Se così fosse ci si potrebbe chiedere quale potrebbe essere la fenomenologia afflittiva che spinge chi è capace di leggere si abbassi a guardare un film, problema simile a quello di uomini che preferiscano l’acqua fangosa alla chiara.

Il cinematografo è la consacrazione del vizio, della solitudine coatta: se tale non fosse non chiamerebbe sterminate turbe di solitari dove ai balordi si mischiano coloro che balordi non avrebbero il diritto di essere.

Il maglio è un pugno, il treno un cavallo, la camera oscura un occhio: riproduzioni di facoltà corporee oggettivate, ingrandite. E come vi sono proiezioni di membra e di virtù esistono pure oggettivazioni di vizi. Cosa produce questo stare seduti in sale buie a fissare veloci immagini? La dilettazione morosa, cioè la fucina di ogni vizio: la fantasticheria o sogno di veglia. A questa il cinema pone il sigillo della visibilità e dell’approvazione sociale, come ad un mostro a cui una società barbara allestisce un tempio. Così si accredita ciò che un tempo era cagione di vergogna: il perdersi nei meandri dei mondi dei desideri con rappresentazioni volute e permesse. Attività antisociale perché isolante e sociale perché istituzionalizzata: surrogato della fantasticheria e insieme suo alimento. Musatti, in Cinema e psicoanalisi: “Il cinematografo sfrutta la tendenza delle immagini stereocinetiche per una realtà più intensa della effettiva, nonché la tendenza dell’inconscio ad assimilare piuttosto immagini di tal sorta che non ricordi normali. L’alleato del cinematografo nella psiche è la propensione a velare i propri conflitti, fingendosi spettatori di scene oniriche alle quali non si confessa nemmeno in sogno di partecipare inconsciamente”. Chi esce dalla sala di proiezione continua a ruminare le immagini ricevute, e appena non gli bastino più dovrà correre a rifornirsene. Grazie al rifornimento avrà altre immagini da dipanare, si figurerà di spasimare o sparare senza il disagio del comune sognatore perché la sua solitudine è promiscua: la sala ha radunato una torma di suoi simili. La voce interiore può avvertire il fantasioso: “stai barando, nella realtà l’amara minuziosità dell’accadere non tollera scorciatoie, la sorpresa è costante e non coglie mai quando la si propizia” ma, come per l’ubriaco, non fanno più presa ritegno e coscienza.

Stimolo alla fantasticheria, alla minorazione della coscienza del reale, non sono danni unici. Si è osservato che il cinematografo è apparentato ad uno specifico tipo di sogno: quello di chi guarda ma non partecipa, cioè di chi soffre di inibizioni così ferree da nemmeno osare la manifestazione onirica degli istinti repressi: una sorta di modulo per esseri psichicamente anchilosati fino alla fissità statuaria.

La società non smentisce il sonnambulo poiché riconosce e capisce il sogno in cui è immerso. Reso rispettabile dall’industria, come un tempo un difetto del re diventava prezioso suggerimento. Viceversa un uomo non preoccupato di sognare un ruolo si sentirà trattato, nel migliore dei casi, come di norma va trattato un caratterista un po’ distratto, snob o ridicolo, forse perdonabile. Poiché il compatimento è il crisma che accoglie un po’ tutti nella società dei sognatori.

Queste digressioni non hanno neppure sfiorato la rovina che la scarica di immagini porta alla mente. E poiché alle cose più serie bastano poche parole, ecco la formula malvagia: l’immaginazione sana viene soffocata con l’eccesso, non con la soppressione.

Da sempre si sono avuti apologeti del male: essi salutano come benefico il turbamento, la confusione ed il malessere, così l’aritmia tra suono e immagine, tra musica e rumori, tra rumori e parole “può darci nell’istante tutto lo spessore della coscienza, la sua ambiguità, il suo passato, il suo futuro, la sua vita” J.Masarés, in Cinéma et psycologie.

E sul “piccolo schermo”? Quello che ha intasato i pochi spazi ancora aperti. Beh, qui ho accennato ad una condizione di decadenza e caduta e non a ciò che va oltre la caduta.

Per non annoiare troppo termino con un gioiellino intellettuale di U. Eco in Verso una civiltà della visione?: “…una civiltà democratica si salverà solo se farà del linguaggio dell’immagine una provocazione alla riflessione critica, non un invito all’ipnosi.”

Grande Eco! Come a dire: se si troverà l’alcol che rende sobri e temperanti si sarà salvi dall’alcolismo. Di poco inferiore alla profondità espressa alle sue esequie dal grande Mona Ovadia: “Dio sopporta i credenti ma ama gli atei”.

Ora saluto i lettori e vado a vedermi Il ponte delle spie. Quando non si rimbecillisce con gli effetti speciali, Spielberg non delude.

ALTRO, TRADIZIONE