TENTATIVO DI UNA METODOLOGIA PER L'ESPERIENZA DELLA GENESI DEL CONCETTO
Qualche inutile parola sul lavoro che leggerete in calce.
Tra me e l’autore corre una storia lunghissima, quasi una vita e assai tormentata. Per non annoiare i lettori dirò solo che, tra incontri e scontri, egli mi diede molto e forse qualcosa ho potuto dare anch’io a lui. Siamo stati per tanto tempo i punti fermi di due movimenti, di due modi di accostare la Scienza dello Spirito e molti degli scontri che impensierivano l’ambiente orientato intorno a Scaligero, ebbero come attori principali lui e me.
Ma in profondità ci fu un legame vero che forse mai si è spezzato, anche nei momenti scuri.
D’Andrea proveniva dagli insegnamenti della Potenza, io, dopo la magia rituale, dalla via di Ramana. Ed avemmo grandi difficoltà nel riconoscere la Via dei Nuovi Tempi. La mia “conversione” verso Massimo Scaligero iniziò con La via della volontà solare ed egli, poco dopo, con Dell’amore immortale.
Poi, all’inizio del ’70, ci rapportammo direttamente all’autore di quelle opere.
Rapporto decisivo per le nostre vite…però vorrei sottolineare che esso non smorzò mai la nostra autonomia di ricerca: pur adorando Scaligero, per noi (e per altri amici vicini) sarebbe stato impensabile quel modo di accogliere che non tenga conto dello sperimentare in noi ogni ogni cosa che poteva esserci stata data e che a ciò sostituisce invece un atteggiamento devozionale, talvolta chiesastico.
Di questa autonomia fanno esempio le righe qui sotto. Sono una tangibile dimostrazione di come, magari ingenuamente (sono passati quarant’anni da quel tentativo), si volesse afferrare, punto per punto, la fenomenologia dell’attività del pensiero: oggetto sconosciuto sino a pochi anni prima.
Il “modo” non mi trova granché d’accordo, lo sforzo e lo spregiudicato titanismo personale invece sì.
Isidoro
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TENTATIVO DI UNA METODOLOGIA
PER L’ESPERIENZA DELLA GENESI DEL CONCETTO
di Massimo D’Andrea
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Si deve partire dallo stato chiamato coscienza di veglia.
Nella coscienza di veglia quotidiana ordinaria, l’uomo si trova con la propria attenzione su due mondi: il mondo esterno a lui, con le sue cose, oggetti, molteplicità statiche e movimenti, le sue leggi, gli altri, ecc. ed il suo mondo interno, con i propri sentimenti, sensazioni, emozioni, istinti, stati d’animo, pensieri, ricordi, ecc. ecc.
L’attenzione è continuamente oscillante su questi due mondi.
Noi partiremo dal momento in cui l’attenzione è volta al mondo interiore: p.e. un sentimento, un pensiero.
Ora osserviamo che l’uomo sta guardando, ascoltando ciò che avviene nella sua interiorità.
E’ da notare che il mondo continua ad esistere, però lui ha soltanto un vago senso di quello che accade fuori di lui.
Deve spostare l’attenzione da dentro a fuori di lui per sapere qualcosa del mondo.
Se non sposta l’attenzione fuori di lui ma, questa, resta volta alla sua interiorità, del mondo esterno lui pur sempre riceverà qualcosa.
Questo qualcosa, che l’uomo riceve dal mondo quando la sua attenzione è volta interamente alla sua interiorità lo chiameremo: percezione.
La percezione è perciò quello che del mondo ricevono i sensi senza nessuna partecipazione da parte dell’uomo.
La caratteristica di ciò che proviene dal mondo esterno all’uomo, quando la sua attenzione è volta all’interiorità, è la non distinzione delle cose; la unicità di quello che gli viene, come un tutto; in breve la non distinzione tra una percezione e l’altra.
Questa caratteristica è molto importante da notare.
Finché la sua attenzione non è volta al mondo, l’uomo del mondo ha soltanto una grande indistinta percezione.
L’uomo esiste nelle sue interiorità, come avvolto da essa.
Poi guarda il mondo. Semplicemente.
Allora il mondo sorge dalla sua molteplicità indistinta e diventa forma, colore, suono: ciò che l’uomo vede e sente e tocca quando la sua attenzione è volta al mondo, dopo essere stata diretta alla sua interiorità
Ciò che sorge davanti all’uomo del mondo, quando la sua attenzione è volta all’esterno di lui, dopo essere stata diretta alla sua interiorità, senza alcuna partecipazione attiva da parte sua lo chiameremo: osservato.
L’attività in questione la chiameremo: osservazione.
L’uomo esiste dentro la sua interiorità e dentro il mondo. Come in un tutto. E’ avviluppato in questo tutto.
Ora attenzione.
Normalmente si passa da questa posizione a un’altra in cui ciò che viene osservato, con la sola attenzione diretta al mondo, viene ulteriormente distinta e si ha la relazione spaziale, le cose si distinguono naturalmente le une dalle altre e si sa cosa sono senza ulteriore movimento.
Da qui normalmente si passa, per saperne di più su ciò che sorge così davanti a noi, alla ricerca dei pensieri attinenti alle cose.
Ma a noi non riguarda perché è un processo senza coscienza dell’autore di esso.
Torniamo al momento dell’osservazione semplice.
L’uomo può da qui, con la stessa semplicità con cui guarda il mondo, portare questa attenzione volontariamente su una cosa sola.
Finché guarda la cosa non avrà altro che una osservazione, diciamo così, specificata.
Lui, l’uomo è niente.
Si osserva però che il resto del mondo, che non rientra in ciò che si osserva, cade nel semplice percepire, ridiventa percezione.
Ora ciò che osserva è ancora un qualcosa di cui non sa nulla.
E’ soltanto l’osservato.
Osservato che è distintissimo da ciò che non lo è.
L’uomo vive ora nel mondo, distinto da esso senza saperlo.
Ora l’uomo può rivolgere l’attenzione che ha posto al mondo, e che ha fatto sorgere l’osservato, alla stessa attività che compie con l’osservazione. Questa attenzione sull’attività dell’osservare lo porta a vedersi come soggetto: come colui che la compie.
L’attenzione sull’osservare lo conduce all’autore di questa: che chiamerà Io.
Con questo atto, con questa attenzione, che volta all’osservazione lo riconduce al suo punto di origine, che l’uomo chiama Io, l’uomo pone come esistente, come essere sé stesso. Pone sé stesso come Entità nel mondo.
Ora può ritornare a guardare fuori e dove dirigerà l’attenzione troverà degli “oggetti”, per il fatto che sono distinti dagli altri. Lui li vede distinti.
Fermando l’attenzione su uno di essi, lui lo vedrà fuori di sé.
Se guarda al proprio osservare troverà sé stesso.
Se guarda ciò che osserva troverà un Altro.
Un Altro non ancora specificato. Solo forma finita tra forme.
Se l’uomo osserva attentamente, si accorgerà che con l’atto di osservazione sull’osservare avrà un dato che è il primo e che è certo, essendo lui l’autore, o l’origine, dell’attività con la quale guarda gli oggetti ed il mondo: sé stesso: Io.
Ora vediamo che l’uomo può osservare il mondo fuori di lui e troverà che può formarsi un’immagine del mondo.
Esatta come il risultato dell’osservazione. Analogamente può cercare di farsi un’immagine di sé ed avrà, siccome l’immagine dell’Io non può avere forme sensibili come l’oggetto esterno, un qualcosa che chiamerà anche Io, ma è solo il risultato dell’attività immaginativa: il concetto di Io.
Il concetto di Io è la prima forma concettuale che qui possiamo sperimentare. Ma avrà anche le caratteristiche dell’oggetto da cui è tratta: l’esistenza: l’essere.
Questa immagine – concetto dell’Io, come essere è la riflessione “immaginativa” dell’Io che è portata a coscienza dalla attività immaginativa.
Questa attività la chiameremo: Pensare.
Dunque abbiamo tre attività o meglio due movimenti attivi e uno passivo: l’osservare, il Pensare ed il percepire.
Se guardiamo meglio il momento in cui l’attenzione viene posta all’osservare, ci possiamo accorgere che è simile, anzi è il Pensare. Il Pensare è ciò con cui guardiamo l’osservare. Questa attività, il Pensare, posto all’osservare ci conduce alla sua origine: l’Io.
Ciò che viene compiuto allora è l’incontro del Pensare con il soggetto dell’osservare. Quando torniamo allo osservare, il Pensare si stacca da esso e porta con sé ciò che ha incontrato: il contenuto del Pensare che poi chiamiamo Io: il concetto di Io.
Mediante il Pensare, quando lo rivolgo all’oggetto osservato, pongo in relazione me stesso e l’oggetto. Il Pensare sull’oggetto pone me stesso come altro e, all’altro, il pensare trova la stessa caratteristica dell’Io: Essere.
Mediante il Pensare pongo l’oggetto come esistente fuori di me.
Ora guardo l’oggetto poi passo ad altri. Vedo altri oggetti.
Posso immaginarli e poi osservare l’immagine. Farò lo stesso processo che volgo alla percezione. Però sono degli enti davanti a me che io pongo con l’immaginare. Essendo Enti io ne colgo sia le differenze sia le caratteristiche comuni. Ciò che di comune trovo tra loro sarà il colore e la forma.
Però posso soffermarmi in questa considerazione a mi accorgerò di altre caratteristiche comuni che il pensare sull’oggetto immaginato mi svela.
Queste caratteristiche comuni che osservo, per esempio la forma quadrata di due quadri, diventa a sua volta oggetto di osservazione.
Posso accorgermi che anche altri oggetti hanno in comune lo stesso oggetto che il mio pensare tiene davanti a me.
Questo oggetto è un concetto.
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Trieste, 3-4-5-6-7-8 agosto 1975

